DIACIANNOVESIMO CAPITOLO

CAPITOLO DICIANNOVESIMO

Milano è liberata. - All'Austria resta appena un terzo in Italia dei suoi centomila soldati. - Energia dei consiglio di guerra. - Casati e compagnia ritornano al potere. - Si forma un comitato di guerra. - Lettere diplomatiche dei consoli inglesi ai loro governi. - Carlo Alberto. - Condotta dei repubblicani. - Berchet. - Condotta del governo verso gli esuli militari Fanti, Cucchiari, Cialdini. - Lentezza dei movimenti militari. - Seduta segreta del governo provvisorio. - Le madri lombarde. - Si decide la fusione. - Tramonto dell'italiana libertà.
"mentre Carlo contava voti, Radetzky contava soldati"

"È un poema fatto da tutti e scritto da tutti".
C. CATTANEO
(vedi su questo stesso sito l'integrale suo libro
uscito poi clandestinamente in Svizzera
"L'insurrezione del '48 -Le cinque giornate di Milano"


" Non son finiti i giorni dei miracoli" diceva ognuno che entrava o si trovava in Milano la sera del 23 marzo. Dai diplomatici inglesi che attoniti scrivevano al loro governo, come chi avesse assistito alla lotta fra David e Golia, agli "uomini della pianura" che conoscevano soltanto Dio in cielo e l'Austria in terra, ai liberi svizzeri, ai genovesi volontari assetati di libertà, tutti rimasero stupiti nel contemplare Milano vuota di austriaci, e si domandavano come e con quali mezzi!...

"Questo si vede e si sente, si aggiungeva, basta guardarsi intorno. Ecco gli irrugginiti fucili, le barricate ove carrozze e pianoforti degli "inetti signori" fraternizzano con le vetture di piazza; banchi di falegname, deschetti di ciabattino, lastroni e ciottoli. Dappertutto donne e bambini, sentinelle vigilanti, con recipienti pieni d'olio e d'acqua bollente. E là sulle mura si leggono i melliflui proclami del municipio e i focosi appelli del consiglio di guerra. E ancora le orecchie sono intronate dalle campane a stormo, e ancora sono là gli arditi preparativi per continuare la battaglia, per impedire al nemico la via del quadrilatero.
Tutte le notizie della campagna recavano che gli austriaci erano avviliti, stremati di forze, indisciplinati e disobbedienti ai capi, e che, inferociti contro gli abitanti dei borghi e dei villaggi lungo il loro cammino di ritirata, commettevano tali brutalità, che i pacifici villani e gl'indifferenti montanari non bramavano che di essere pronti per la vendetta.

Luciano Manara, l'eroe di Porta Tosa, avendo capito che il nemico in fuga verso Lodi poteva essere preso nella rete, distruggendo ponti, inondando strade e campagne, abbattendo lungo le strade gli alberi che dividono quella interminabile pianura; lui vola con i suoi verso Crema, e vi entra nel momento che gli austriaci ne escono, e si mette immediatamente all'opera.

Cattaneo, il quale s'impazientisce ogni volta che gli si vuol parlare di altro che di guerra, la sera stessa stampa:
"Milano non ha più un sol nemico nel suo seno, d'ogni parte accorrono con ansia dalle altre terre i combattenti; è necessario riunirli ed ordinarli in legioni. D'ora in poi non basta il coraggio,
bisogna seguire con arte in aperta campagna un nemico, che può trar grandissimo vantaggio dalla sua cavalleria, dai cannoni, dalla mobilità delle sue forze: ordiniamoci dunque in due parti; l'una rimanga qui a difendere con le barricate e con ogni varietà d'armi la città; l'altra, provvista completamente d'armi da fuoco e di qualche nerbo di cavalli e appena che si possa anche di artiglieria volante, esca audacemente dalle mura, e aggiungendo al valore la mobilità e la precisione, incalzi di terra in terra il nemico fuggente, lo raffreni nella rapina e lo rallenti nella fuga, gli precluda lo scampo".

E qui parla dell'ordinamento di questi volontari con una chiarezza, con una precisione, degna di Garibaldi stesso.
Ma ormai il pericolo immediato per la città di Milano era cessato; e Casati e l'aristocrazia milanese, che durante le Cinque Giornate o erano nascosti, non uscendo dai loro ricoveri che negl'intervalli di fiducia in una tregua che si avviava alla cessazione delle ostilità, ora, assediati da Enrico Martini che li incitava ad afferrare le redini della cosa pubblica per consegnare Milano a Carlo Alberto, "si rassegnarono", per dirla con Cattaneo, a non avere più riguardi per la santa austriaca legalità e a trasformarsi in governo provvisorio".

Questi aveva capito il segreto dei fatti ormai palesi, e volendo avere un governo provvisorio il meno vacillante possibile, manifestò il suo pensiero al conte Pompeo Litta, uomo di carattere indipendente, ex-ufficiale d'artiglieria alle battaglie d'Austerlitz e d'Agram, e come storico di casa di Savoia non malvisto dalla sua corte.
Poi in nome del consiglio di guerra deponeva nelle mani di Casati i poteri di cui l'insurrezione l'aveva insignito, proponendo che il consiglio di guerra e il comitato municipale di difesa prendessero il nome di comitato di guerra presieduto da qualche membro del governo, che sarebbe di fatto il ministro di guerra.


A questo ufficio egli indicava il Litta. E difatti il comitato di guerra fu composto come segue: presidente Pompeo Litta; membri Cattaneo, Cernuschi, Clerici, Terzaghi, Carnevali, Lissoni e Torelli. Il governo provvisorio poi, fu così composto: conte Casati presidente, conte Vitaliano Borromeo, conte Giuseppe Durini, conte Pompeo Litta, conte Gaetano Strigelli, conte Cesare Giulini, Antonio Beretta, conte Marco Greppi, conte Alessandro Porro, marchese Anselmo Guerrieri.

Fin qui egregiamente; bastava ora che con rapide mosse le forze del re di Sardegna o fossero accinte ad impedire agli austriaci il rifugio nelle fortezze, mentre velocemente ed energicamente a Milano si sarebbero subito costituite milizie cittadine sotto capi militari che, abbandonando le loro sicure posizioni all'estero, erano giunti a Milano per offrire alla patria la propria spada.

Importa sia ricordato che quando l'esercito sardo entrò sul suolo lombardo, l'insurrezione era ovunque vittoriosa e mirava al Tirolo, occupando i passi che conducono alle vallate dell'Adda e dell'Oglio.
"Tutto il Veneto libero; e chiusi al nemico - scrive Cattaneo - erano il mare e le Alpi".
I mezzi non mancavano, né potevano mancare nell'ubertosa Lombardia: in tre giorni la borghesia milanese aveva sottoscritto quasi un milione di lire austriache, mentre il prestito di 24 milioni di lire emesso dal governo provvisorio trovava i capitalisti disponibili anche senza interessi (*).

(*) Forse il miglior riepilogo di questi giorni lo troviamo nella lettera di Campbell a Palmerston:
Blue Books, 30-31 marzo.

"Il 26 i Piemontesi passavano la frontiera; parte di loro venne a Milano: parte procedette a Treviglio e Brescia, parte a Pavia e Lodi. Il 29 il re di Sardegna entrò in Pavia; Piacenza e Cremona furono abbandonate dagli Austriaci che lasciarono 75 pezzi e tutta l'artiglieria pesante. Il 30 marzo ecco i volontari lombardi e svizzeri in Brescia; il generale piemontese Bes col primo corpo di 5000 uomini al di là di Chiari; il generale Trotti con un altro, corpo di 8000 uomini a Lodi: il re Carlo Alberto e il duca di Genova alla testa di altri 8000 uomini alla sera erano a Lodi; il duca di Savoia dietro con un altro corpo di 2000 uomini. L'esercito era fiancheggiato da 100 pezzi di cannoni. Diecimila romani varcheranno il Po a Ponte Lagoscuro e settemila toscani presso Ostiglia.
Le truppe austriache sono disordinate, molestate dai volontari, senza vettovaglie. Le diserzioni degli italiani dentro le loro file continuano, e anche di ungheresi; ponti e strade rotti; Mantova, Legnago, Peschiera e Verona, sfornite di munizioni da bocca e da fuoco.
- 31 marzo. Ieri le truppe sotto il generale Arcioni entrarono in Brescia; e quelle del generale Bes si avanzano. Truppe toscane, modenesi, bolognesi e parmigiane muovono verso la frontiera. Il governo provvisorio di Milano é riconosciuto da tutte le città della provincia. Parma, Modena e Padova sono anche in corrispondenza con esso. Fino adesso, mio Lord, la più grande unione strinse tutte le classi; ma, dopo l'entrata di Sua Maestà in Lombardia, due partiti sono sorti; l'uno, dell'alta aristocrazia, desidera l' unione della Lombardia e del Piemonte sotto Sua Maestà Carlo Alberto; l'altro, della classe media, in cui bisogna comprendere letterati e commercianti, la gioventù di belle speranze, desidera la repubblica.
La maggiore tranquillità regnò in Milano dopo la partenza degli austriaci. Benchè tutti siano armati, non un solo eccessoé stato commesso. L'entusiasmo delle donne é giunto ad alto grado, sorpassa quello degli uomini: esse fanno cartucce per le milizie, vanno di casa in casa in cerca di denaro, curano i feriti negli ospedali, portando esse stesse tutto il fabbisogno, e soccorrono tutti i poveri della città. »

Ma ahimè! solo cinque giorni dopo, egli narra già cominciati i disinganni, loda il magnifico disegno del comitato di guerra, e dice come "i suoi membri disgustati per gli ostacoli frapposti alla guerra popolare si sono dimessi." Poi continua: "La gioventù è la parte più intelligente del popolo sono irritati col governo provvisorio che accusano di frenare l'ardore dei volontari, pur di porgere al re di Sardegna l'occasione di guadagnare una vittoria sugli austriaci. Il popolo é anche esasperato contro Sua Maestà Sarda per non aver tagliato la ritirata agli austriaci dando loro battaglia prima che essi potessero arrivare a Mantova e Verona; il che si diceva facile, perché incapaci di camminare più di sei miglia al giorno.
« Gli affari in Lombardia, mio Lord, presentano un ben altro aspetto da quello d'una settimana fa. Gli austriaci in possesso delle fortezze di Mantova, Verona, Peschiera e Legnago, che stanno rinforzando, hanno ora con tale base d'operazione la facoltà di prolungare la lotta e la speranza di riconquistare le perdute province. Questo non é probabile, ma la guerra può esser protratta ad un periodo indefinito. Non ho da aggiungere, mio Lord, che l'entusiasmo, l'obbedienza e la tranquillità di tutte le classi di Lombardia sono incomparabili". - 5 aprile. (Corrispond, diplomat. Parte II, pag. 294, N.219.)

Carlo Alberto per tradizione di famiglia aspirava scendere sul corso del Po, voleva far dimenticare il tradimento del 21, voleva lavar la macchia del sangue patriottico sparso dal 30 al 34. Ma il suo organismo psico-fisico perseverava, tale e quale. Rimaneva sempre l'uomo definito da Santarosa: "voleva e non voleva". Il "re tentenna" "desiderava e non osava", aveva bisogno del concorso di tutti, e di tutti diffidava, tranne... di coloro che lo tradivano, e che a suo danno lo consigliavano.
Egli vedeva la repubblica in ogni luogo, e al suo terrore dei repubblicani esageratamente partecipava tutta quella famiglia di ricchi patrizi che per la natura delle cose erano a capo della Lombardia. Se il Confalonieri, il più compianto martire del 21, poté dichiararsi contento di un re austriaco (*), che di meglio un Casati, un Durini, un Borrorneo potevano desiderare ai Lombardi di un re di Piemonte?
(*) Ugo Foscolo, nel suo "discorso della servitù d'Italia" riferendo la "relazione della deputazione del regno d'Italia presso gli alleati in Parigi, subito dopo l'abdicazione di Napoleone, dice che quella deputazione incaricò il conte Federico Confalonieri di dirigersi in nome suo al visconte Castlereagh ed al conte d'Aberdeen. Ammesso il Confalonieri da lord Castlereagh, gli disse:.... "Il miglior interesse della nostra Nazione esige e domanda un Re; e questo Re, sia anche austriaco, i nostri voti saranno universalmente a favore, purché noi possiamo ottenere un'esistenza indipendente dagli altri Stati ed una costituzione o vogliamo dire rappresentanza nazionale" . (Opere, vol. III, pag. 225.)

Essi dunque, invece di respirare a pieni polmoni la libera aria di quel quarto d'ora, non facevano che aizzare il re di degnarsi di diventare il padrone.
Il Cattaneo nell' "Insurrezione di Milano del 48" (che riportiamo inegralmente in originale su questo sito) scrive:
"Senza conoscere le precise parole dell'appello che il municipio indirizzò a Carlo Alberto, io credo ch'egli si ristringesse, conforme al nostro desiderio, a chiedere semplicemente l'alleanza di quel monarca".


Ed anche questo appello fu comunicato dal conte di Revel a Palmerston.

GOVERNO PROVVISORIO DI MILANO.
Milano, 23 marzo 1848
Sacra Maestà,
Noi abbiamo vinto il nemico che occupava la città. Esso sgombrò questa notte il castello e si diresse verso Verona; ma non é lungi da questa capitale segnando ogni suo passo colle stragi e col saccheggio: sforzi eroici fecero i nostri cittadini, e rintuzzarono con pochissimi mezzi l'orgoglio d'un nemico confidente nelle proprie forze. Né il nostro paese può riunire in così breve tempo corpi ordinati e artiglierie. Noi avevamo invocato già l'aiuto della Maestà Vostra, mentre ci battevamo nelle nostre contrade pronti ad affrontare una seconda mina per la causa italiana. Ora, se la città è sgombra, non importa meno un pronto e valido aiuto della Maestà Vostra.
Egli é perciò che il governo provvisorio invita vivamente perché la Maestà Vostra s'affretti a soccorrerci con ogni mezzo. - La Maestà Vostra si renderà così gloriosamente benemerita della sacra causa dell'indipendenza e fratellanza italiana e riceverà certamente il plauso e la riconoscenza di questo popolo. Noi vorremmo aggiungere di più, ma la nostra condizione di governo provvisorio non ci permette di precorrere i voti della nazione, che certo sono tutti per un maggiore riavvicinamento alla causa dell'Unità Italiana.
Il Governo Provvisorio: Pres. CASATI.
LITTA, BORROMEO, DURINI, GUERRIERI, GREPPI, BERETTA, STRIGELLI.


Quelle ultime parole: "noi vorremmo aggiungere di più; ma la nostra condizione di governo provvisorio non ci permette di precorrere i voti della nazione", dimostrano la smania che avevano quei signori di prostrarsi ai regali piedi! - Carlo Alberto aveva bisogno invece di un linguaggio fiero e audace; di essere avvicinato da gente che gli facesse risuonare all'orecchio, che se lo pungeva desiderio della Corona di ferro bisognava anche guadagnarsela.
I repubblicani di certo non si opponevano alla corrente in favore della monarchia. Come vedremo in seguito, gli atti del governo provvisorio coincidevano coll'umile e supplichevole linguaggio. Ad esso va addebitato il principale torto .

I repubblicani - bisogna pur dirlo - avevano involontariamente concorso a confondere il senso politico del popolo. Mazzini trasformando la Giovane Italia nell'Associazione nazionale italiana, aveva dichiarato non prefiggere ai suoi sforzi il predeterminato tributo di una o di un' altra forma di governo; ma a Filippo De Boni scriveva:
"Io temo le riforme di Carlo Alberto non perché io sia repubblicano, ma perché sono unitario. Con tutta l'avversione che ho per Carlo Alberto carnefice dei miei migliori amici, con tutto il disprezzo che sento per la sua fiacca e codarda natura, con tutte le tendenze popolari che mi fermentano dentro, se io stimassi Carlo Alberto da tanto, d'essere veramente ambizioso e unificare l'Italia in suo pro, direi veramente amen. Ma egli sarà sempre un re della lega, e l'attitudine militare ch'egli ci prenderà, se la prenderà, non farà che impaurire l'Austria e ritenerla forse nei suoi attuali confini, che i re della lega rispetteranno"

Dopo le Cinque Giornate, l'Associazione nazionale italiana poneva il suo centro in Milano invitando quanti fra gl'italiani consentivano con essa, e sentivano la necessità di un apostolato pacificamente unificatore, a ordinarsi pubblicamente e legalmente sotto la sua bandiera. Né Mazzini né i suoi parlarono mai di forma di governo, se non quando il 12 maggio, violando la promessa fatta al popolo che a guerra finita soltanto se ne discuterebbe, fu imposto il voto della fusione.

Ciò nondimeno il Berchet, per cancellare il suo "Esecrato", o "Carignano", si dedicò calorosamente alla propaganda albertista, calunniando in Lombardia e all'estero Mazzini e i mazziniani. Utile é oggi ricordare le aberrazioni dei migliori, perché soltanto dall'amara, esperienza del passato si possono attingere avvertimenti fruttuosi. Ecco come il Berchet ne scriveva al Panizzi:

« Milano, 11 maggio 1848.
Quando tu riceverai la presente, ho fiducia che la fusione nostra col Piemonte sotto la monarchia costituzionale di Carlo Alberto sarà proclamata già in principio e vicino a ridursi in atto. Finalmente il governo e la immensa maggiorità della nazione hanno sentito il bisogno di far presto ad uscire dalle incertezze, ed a saltare come si suol dire il fosso. Però ti scongiuro di far valere questa verità della immensa maggiorità per non dire totalità che vuole qui un regno forte. Venezia ha agito scioccamente; ora se ne pente (sic) L'avere i milanesi tardato tanto a uscire col chiaro voto di unirsi a Carlo Alberto non é da attribuirsi a ripugnanza in essi per questa fusione, ma bensì alle mene perfide e sleali del partito repubblicano, composto per la più parte di gente calata qui da ogni parte d'Italia e dalla emigrazione, e capitanati dal Mazzini ch'io ho sempre creduto onestissimo uomo, ma che in questa occasione non si mostra occupatissimo che della propria ambizione e con ogni sorta di falsità, di calunnie, ecc., si ostina a contrariare la saggezza generale con le sue private utopie.
Nel restante della Lombardia il partito repubblicano é pressoché nullo; tuttavia la sua forza sta qui in Milano, e bisognò e bisogna di prudenza molta per ridurlo all' impotenza, senza venire al tristo rimedio di una guerra civile o almeno di discordie sanguinose. Quando la fusione col Piemonte sia fatta, l'ordine rinascerà, perché questo é paese che non ama il disordine e tutto camminerà se non liscio liscio, almeno con bastante regolarità. Prego te di far ben capire costà che Carlo Alberto noi lo vogliamo, noi lo avremo, e che di repubblica non ne vogliamo sapere; perché non vogliamo una vita effimera, ma duratura, perché vogliamo metterci d'accordo col restante d'Europa governata a Monarchia costituzionale, e perciò se i nostri repubblicani amerebbero di esser soccorsi da Francia, noi, l'immensa maggiorità costituzionale, aborriamo da questi soccorsi e in casa nostra non vogliamo nè Austria nè Francia, stanne pur certo »
(Lettere ad Antonio Panizzi di uomini illustri e di amici italiani, pagine 158-159-160).

Il Berchet, come tutti i fusionisti arrabbiati, dimenticava il sacro proverbio: che bisogna prendere la lepre prima di arrostirla; e il Cattaneo, fiero, sdegnoso, di pelle troppo fine, infastidito delle guerricciole e delle meschinità che incontrava per ogni verso, davanti alle mene e alle insidie del governo provvisorio si dimetteva e si ritirava, anzi si eclissava. Difetto questo, troppo comune in Italia, fra i migliori, i quali dimenticano che aperta e occupata la breccia, bisogna starci a guardia.

Poco dopo, il Cernuschi, prode di mano e di lingua, venne con una scusa indegna imprigionato e così l'Anelli. Laonde il governo provvisorio poté fare e disfare a suo talento; anzi finì per disfare ogni cosa.
Abbiamo accennato fra i morti a certo Augusto Anfossi che dopo essersi mostrato prode fra i prodi dirigendo l'assalto al palazzo del Genio, morì con una palla in fronte, e con lui Milano perdette uno dei suoi più eroici difensori.

Ebbene, suo fratello Francesco, allora in Torino, annunziatagli la sventura, domandò il permesso al ministro della guerra di essere arruolato in uno di quei primi corpi che stavano partendo per la Lombardia; e quello gli rispose "Ella vuole andare a Milano, per mettersi come suo fratello a capo dei rivoluzionari; se ne pentirà; badi che quella è una carta che non guadagna".
Obbiettando l'Anfossi di avere ottenuto il permesso dal duca di Savoia, rispose questo ministro (era il Franzini) : "Che ne sa il duca di Savoia? Egli é generale, ed io sono ministro, e so meglio di lui di non poter aderire alla sua domanda ". (Archivio triennale delle cose d'Italia. - C. Cattaneo. - 1853)

E che il governo provvisorio e il ministro piemontese fossero d' accordo nell'escludere ogni elemento che potesse sospettarsi meno che mansueto, é provato dal fatto che ritornati dalla Grecia e dalla Spagna Cialdini, Cucchiari e Fanti (*), furono ugualmente (e con tanta ipocrisia, visto che cita Mazzini) respinti dal governo provvisorio.

(*) Governo Provvisorio, Milano 11 aprile 1848.
"Caro Fanti. Qui si trattano le sorti italiane; qui si tratta urgentemente della formazione di un esercito italiano. Se i tuoi vincoli te lo concedono parti quanto più presto puoi e vieni a Milano. Sarai collocato immediatamente, come vuole il tuo merito e il grado che occupi. Tu hai sempre amato, innanzi tutto, la patria tua: opera a seconda.
Ama il tuo GIUSEPPE MAZZINI.
P.S. - Aggiungo le mie alla preghiere e alle esortazioni di Mazzini, e assicuro che l'accoglienza sarà fraterna e l'impiego onorevole e pronto
.
CORRENTI, segretario generale del governo.
(Archivio triennale, IlI, p. 816.)

Il Fanti giunto dalla Spagna venne e poi scrisse in seguito:
" Io era salito ai primi gradi ed onori nell'armata Spagnola, dove ero conosciuto ed amato perché vi avevo combattuto per più di 7 anni per la libertà. Rendevano lieta la mia vita una giovane sposa, un bambino e la famiglia di mia moglie che mi adorava e mi faceva godere tutti gli agi possibili della vita. .
Tutto questo io abbandonavo, e con piacere, con entusiasmo, per correre a prestar l'opera mia per il bene della mia patria.
Chi mi avrebbe detto allora che in premio di tanto sacrificio io non doveva trovare nei primi tempi del mio ritorno in Italia, che ingratitudine e dolori d'ogni sorta, e che solo dopo molti anni di amarezza e di disinganni, si sarebbe fatta per me quella luce di verità che si fa sempre strada in mezzo e al mondo ad onta di ogni sforzo della perfidia!"
(Manfredo Fanti, "Sua vita per il marchese FEDERICO CORANDINI , p. 59.)

Così il maggiore Enrico Cialdini che disse al Collegno, "che non voleva aver viaggiato per nulla e che, prima di ripartir per la Spagna, sarebbe andato nel Veneto a cercarvi, come milite, una ferita italiana." Andò e fu ferito.
Così il Cucchiari, che sdegnato, si ritirò a Modena.

Fanti che cascava dalle nuvole nel vedere come erano condotte le cose della guerra, come erano frazionate le forze, come vecchi generali piemontesi si ostinassero a tenere quei 60 o 70 mila uomini di cui potevano allora disporre disseminati in una lunghissima e sottilissima linea che correva da Rivoli fino a Governolo, senza curarsi di avere una seconda linea! né una riserva in sostegno della prima. Lui rimase, lasciato in disparte, a Milano, fino al 10 luglio, quando troppo tardi il governo si accorse che fra due contendenti il terzo vince; e questo terzo era l'Austria.

Data questa situazione morale, non c'é da meravigliarsi se l'esercito piemontese, condotto da chi non aveva mai visto il fuoco se non come milite al Trocadero dove fu promosso a caporale, con generali e ufficiali nuovi ad ogni ramo di servizio militare, con medici inetti, con intendenze incapaci, senza fanteria leggera, senza nemmeno carte topografiche dei luoghi, si trovasse a cattivo partito davanti all'austriaco e a Radetzky, che invece ricuperata la consueta tranquillità d'animo, appena si rese conto di non avere più di fronte un popolo in rivoluzione fremente di odio contro di lui e di patrio amore, ma di fronte un re che diffidava di questo popolo e solo pago di aggiugnere ai suoi domini una provincia o due, non ebbe più dubbi di fare una cosa sola: contrattaccare.

Giunti a Milano il 26 marzo quattromila fanti piemontesi e 400 cavalli, il comitato di guerra supplicava il loro capo di procedere immediatamente a Treviglio dove si trovavano già 3000 volontari con 2 cannoni, per molestare il fianco del nemico e contestargli il passaggio dell'Oglio.
Sdegnati tali consigli, il governo provvisorio che aveva già ritardato i movimenti per lasciar al re qualche cosa a fare (*), dichiarava essere "d'ora in avanti la migliore cosa per tutti lo starsene in disparte per non impacciare la guerra del re".
(*) Il Durini diceva a Cattaneo il 24 marzo: "...Ma comunque sia, ora abbiamo invitato il re, e bisogna dargli tempo d'arrivare. Finché si trattava di resistere un momento qui su due piedi, bisognava fare noi; ma oramai avremo un esercito in campagna. Lasciamo fare la guerra ai soldati; ognuno il suo mestiere. Radetzky lo prenderemo egualmente; non ha più le fortezze né il Tirolo e poi: se si dovrà cominciar da capo, tanto meglio per il re; l'abbiamo bene invitato per far qualche cosa; lasciamo fare la guerra ai soldati; ognuno il suo mestiere."
(Archivio triennale, vol. III.)

Fu allora che avvenne la disastrosa dimissione del Comitato di guerra, e che di conseguenza i volontari rimasero senza una guida; addirittura lo stesso generale Lechi, nella stima del Casati come inguaribile rivoluzionario, fu mandato proprio lui a Pavia per dare il benvenuto a Sua Maestà.

Così Radetzky ebbe tutto il tempo di riordinarsi. "Carlo Alberto si preparava a contare i voti a Milano, Radetzky intanto si preparava a contare i soldati a Verona; che potendolo fare, li faceva giungere da ogni parte del Veneto e dai passi sul confine, avendo a suo vantaggio aperte tutte le vie di comunicazioni".

In tutti i casi resta il fatto che il partito moderato al campo e a Milano non trovò oppositori. Si veda ora come progredivano le cose in questa critica situazione.

L'esercito austriaco che ai primi di marzo contava 73.000 fanti, 7.000 cavalli e 108 pezzi di artiglieria da campo, occupando tutto il paese fra il Ticino e l'Isonzo, non aveva alla fine di quello stesso mese che 53.000 fanti, 5.000 cavalli, artiglierie intatte, ed era chiuso fra il Mincio e l'Adige.

Il re di Piemonte passando il Ticino il 26 marzo poteva contare su 90.000 combattenti, senza calcolare le due divisioni napoletane ancora in viaggio: insomma poteva contare nelle sue file 60.000 piemontesi, 5.000 toscani, 3.000 parmigiani e modenesi sul Mincio, 17.000 romani sul basso Po, 5.000 volontari nel Tirolo. Inoltre le riserve in Piemonte e un esercito in Milano in formazione.

Valicato l'Oglio e l'Adda, il re forzò il passo a Monzambano, Borghetto e Goito, e sulla sinistra del Mincio vinse a Pastrengo e a Bussolengo, respinse una tentata sortita da Peschiera, e 3.000 austriaci che erano usciti da Verona mentre i toscani, i napolitani e i volontari combattevano a Governolo.
(Per il numero dei combattenti, mi attenni specialmente a Francesco Carrano, Difesa di Venezia, che abilmente riepiloga le operazioni di tutta la guerra.).

Nessuna causa militare dunque alla fine d'aprile accennava alla necessità di alterare il programma steso dal governo provvisorio il 20 marzo, l'8 aprile e dopo: - liberi tutti, poi parleranno le urne. - E nell'indirizzo al governo provvisorio della Francia, il 27 marzo 1848, quel governo scriveva:
"Dans cet état de choses nous nous sommes abstenus de toute question polititique; nous avons solennellement déclaré à plusieurs reprises, qu' après la lutte ce sera à la nation de décider sur ses destinées. A cause de cela nous n' avons pas encore cherché à nous faire a reconnaître par le Gouvernement Provisoire de la Republique Frajaçaise; nous attendons d' être un Governement avec une forme quelconque pour nous adresser à l' Europe. Maintenant nous ne sommes que le Gouvernement de l' urgence et de la nécessité ».
(Blue Books , N. 271 , • Part. II.)

Questo programma fu anche quello di Carlo Alberto, che nel suo proclama del 23 marzo (già visto nel precedente capitolo), annunciava che: "le armi piemontesi venivano a porgere delle ulteriori prove ai popoli a della Lombardia e della Venezia, quell'aiuto che il fratello aspetta dal fratello, dall'amico l'amico"; e poco dopo a Lodi ripeteva che: "le sue armi abbreviando la lotta ricondurrebbero fra i Lombardi quella sicurezza che permetterebbe ad essi di attendere con animo sereno e tranquillo a riordinare il loro interno reggimento".

 

Ora le ultime frasi onde il governo provvisorio annunciava la battaglia di Pastrengo, eran queste: "...con questa vittoria al nemico fu chiusa la ritirata verso il Tirolo e tolta la speranza di rinforzo da quella parte".
Ma i faccendieri piemontesi e lombardi non si acquietavano finché potessero dare al popolo un padrone. Nel seno del governo provvisorio già si vagliavano le idee dell'annessione immediata, ma ci voleva un'occasione per discuterle pubblicamente anche nel suo interno. Ed ecco il 5 maggio entra in scena il marchese Ricci ministro segretario di Stato per gli affari dell'interno.
Citiamo testualmente dal libro manoscritto intitolato: Processo verbale delle sedute del Governo Provvisorio della Lombardia, parte diplomatica.
(Qui comincia la serie dei documenti inediti dell' archivio del dottor Agostino Bertani, gentilmente affidatoci col permesso di stampare quante carte ci sembrano utili.).

Il giorno 2 marzo il conte Vitaliano Borromeo nella relazione dell'esito della sua missione al quartier generale del re di Sardegna, espone: "Che Sua Maestà é circuito da molte pratiche e mene per indurlo a venire a ad un accomodamento coll'Austria o ad un armistizio. L'azione dell'Inghilterra, della Francia e dello stesso inviato del pontefice é contraria alla continuazione della guerra: l'Inghilterra per timore di una guerra universale; la Francia per contrarietà di vedere uno Stato di primo ordine in Italia."

Espone anche un grave timore che "le Camere piemontesi non si pronuncino contro la continuazione della guerra, specialmente per la questione finanziaria". Assicura però che "il re ha dato la sua parola che non si lascerà smuovere dal suo generoso proposito. C'é nondimeno da dubitare che i suoi ministri, i quali già sussurrano perché il re dispone troppo per un re costituzionale, non gli s'oppongano avvalendosi per avventura dell'appoggio della Camera".
Passa poi ad esporre alcune sue impressioni sullo stato della guerra e gli pare che "la guerra non sia efficacemente combattuta, tanto più che le popolazioni del Veronese e del Mantovano non si mostrano calde e che il nemico trova spie più facilmente dei nostri".

II giorno 5 maggio il marchese Vincenzo Ricci, ministro, introdotto nel consiglio, espone largamente e sotto tutti gli aspetti la questione della riunione della Lombardia al Piemonte. Osserva Ricci che la guerra ingrossa, che l'Austria si rinforza, che la diplomazia minaccia di intervenire, che lo spirito pubblico in Piemonte comincia a mutarsi e a protestare contro la continuazione della guerra.
Ritorna poi lungamente sulle aumentate forze austriache dando a Radetzky 25.000 uomini, a Nugent 30 mila e annunciando prossima la calata di altri quaranta o cinquantamila. Poi dimostra che le condizioni finanziarie dell'impero austriaco sono assai migliorate, risentendo il contraccolpo del rialzo dei fondi francesi; ed avverte che, se ancora di un dieci per cento si avvantaggiassero le carte di pubblico credito, l'Austria si troverebbe in grado di fare un nuovo prestito e per conseguenza di armare un nuovo esercito.
A riscontro di questo quadro delle forze nemiche, Ricci pone lo stato finanziario morale e militare della monarchia sarda; esauste le finanze; obbligo di trovare ogni mese sei milioni per le spese della guerra; tutta la milizia già al campo. Era tutto questo un gravissimo sacrificio per il paese; ultima speranza sedici o ventimila straordinari; le riserve bastanti appena per la custodia del territorio; e se prolungata la guerra, costretto l'esercito piemontese ad abbandonare la linea del Mincio, e quindi il continuarla in Lombardia; infine certissima la richiesta del Parlamento, che sarà convocato entro pochi giorni, al Re e al suo Governo dell'uso dei sacrifici di sangue e di denaro sostenuti.

Tutte queste ed altre ragioni, proseguiva il ministro, conducono alla conclusione, che per dare maggior forza alle operazioni militari, maggior credito alle finanze, minor adito agli intrighi diplomatici e nuova spinta alla pubblica opinione in Piemonte, conviene affrettarsi a proclamare la fusione dei due paesi. Allora verrà intimata guerra all' austriaco finché questo non sia respinto oltre i confini naturali d'Italia. Allora si potrà aprire un prestito con buon esito, allora si potrà con i coscritti lombardi incorporati nei reggimenti piemontesi formare una valida riserva, allora gli affari interni e le pratiche all'estero si potranno condurre con maggior vigore.
Il provvisorio é sempre debole e sempre vacillante, e lasciando aperte le opportunità a tutte le speranze e a tutti i timori, esse suscitano le fazioni invece di acquietarle.

Della debolezza del governo provvisorio, il marchese Ricci reca come prova la lentezza dell'armamento, il che gli é contraddetto per bocca del ministro della guerra Collegno, che rende onorevole testimonianza dello spirito militare della Lombardia, e assicura di aver scritto fino dal 17 aprile che, visto l' ardore bellicoso della gioventù, poteva contare di spedire in campo entro 15 giorni dieci battaglioni, qualora si fossero avute le armi corrispondenti.
Termina il Ricci, solennemente protestando , che egli ha esposto lo stato delle cose perché ciascuno abbia la sua parte di responsabilità; che il Piemonte ha dato l'esercito, il denaro e la sua medesima individualità politica per la fusione italiana. Di più non poter fare, di conseguenza non vuole procedere più innanzi nell'incertezza e verso l'ignoto.
Questo si chiama parlar "chiaro". Il marchese Ricci per ottenere il suo intento non esita a calunniare tutti, il popolo piemontese e i loro rappresentanti, gli italiani e i lombardi in genere.

E sì che il mondo restava attonito ai sacrifici e al coraggio di quel popolo da tanti anni tenuto sotto il giogo. Ogni madre lombarda era divenuta una matrona romana. Basta ricordarne una, che, purtroppo! come la madre dei Cairoli, come la madre dei Bonomi la quale diede essa pure quattro figli all'Italia. Giunta in casa De Cristoforis la commissione che chiedeva doni per la patria, credendo questa famiglia ricchissima, la madre rispose: "cinque figli ho dato alla patria, questo solo mi resta", indicando Malachia, uno "strafui" di undici anni, allora già tamburo nella guardia nazionale.
E difatti De Cristoforis Carlo, Giacomo, Giorgio, Giuseppe si erano arruolati nel battaglione Manara; Giulio, gettato via il collarino di seminarista, in altro corpo, e per poco Carlo non condusse con se il tamburino, al quale fu riservato ricevere l'ultimo suo sospiro a S. Fermo nel '59: e i fratelli De Cristoforis non sono che un tipo comune della gioventù lombarda.

Quando parole simili a quelle del Ricci furono pronunciate nell' assemblea veneta, insorse Niccolò Tommaseo e disse: "Voi ci date ad intendere che il re abbia parlato ai veneziani il seguente linguaggio: "Io posso liberar voi dal nemico che vi serra; posso mandarvi uomini, armi, denaro; posso rivendicare fin d'ora l'onore d'Italia: ma non lo fo, non lo voglio, fin quando voi non paghiate anticipato il frutto del mio benefizio".
Con le lodi imprudenti costoro ricoprono il nome suo di tal macchia, che non la laverebbe tutto il sangue di lui onoratamente versato nelle italiane battaglie. Perché le generose opere mosse da fine ingeneroso sono speculazione usuraia: né chi scese a combattere senza prestabilire alcun patto, ha dato a persona del mondo facoltà di trattarlo come un mercante d'anime umane, un incettatore di popoli. Che se ragione ci fosse mai per la quale il re ci potesse lasciare deserti del suo soccorso, sarebbe insulto che gli venisse fatto con codesta calunniosa interpretazione della sua volontà".

Ma nel seno del governo provvisorio di Milano, nelle precipitate discussioni dei giorni seguenti, il solo abate Anelli votò contro la formola proposta da Guerrieri e che era del seguente tenore:
"Noi sottoscritti, riconosciuta la suprema necessità che l'Italia intera sia liberata
dallo straniero, e nell'intento principale di continuare la guerra dell'indipendenza con la maggiore efficacia possibile, come lombardi in nome e per l'interesse di queste province e come italiani per interesse dell'intera nazione votiamo fin d'ora l'immediata fusione delle province lombarde con gli Stati Sardi, sempre che sulla base del suffragio universale sia convocata negli anzidetti paesi e in tutti gli altri aderenti all' unione una comune assemblea costituente, la quale discuta e stabilisca le fasi e le forme di una nuova monarchia costituzionale con la dinastia di Savoia".

E Guerrieri era dei migliori. Egli a chi indicava imperativi diplomatici per un'immediata e incondizionata annessione rispose: "Quanto alle difficoltà diplomatiche, la fusione immediata potrebbe anche far sorgere gravi complicazioni, e leggo a questo proposito un dispaccio del nostro inviato a Parigi, nel quale vi sono le formali parole di Lamartine, che la Francia vedrebbe di mal occhio la fusione fatta senza regolare votazione, e prima che il territorio sia sgombrato dall'esercito".

(Infatti l' opposizione della Francia di allora era diretta contro un Piemonte in procinto di ingrandirsi. L' ordine del giorno di chi comandava l'esercito delle Alpi suona così:
« Esercito delle Alpi. - La Repubblica é amica di tutti i popoli; essa ha soprattutto profonde simpatie per l'Italia. I soldati di questa bella contrada hanno sovente diviso i nostri pericoli e la nostra gloria sui campi immortali di battaglia. Forse ben presto nuovi legami stringeranno una fratellanza d' arme così cara alle nostre memorie.
-
Dal Quartier generale in Grenoble, 27 aprile 1848.

C'era chi proponeva la fusione per mezzo di un "colpo di Stato", chi di un "mezzo colpo"; finalmente si venne alla conclusione di passare sopra i collegi elettorali e di aprire presso i parroci i registri, e presso i capi dei corpi. Tale fu la smania per la fusione, che, cominciata la discussione in seno del governo provvisorio il 10 maggio, fu protratta fino a quattro ore dopo mezzanotte, poi ripresa la mattina dopo, e lì per lì furono elaborate le due formule per la fusione immediata o per la dilazione; su 12 votanti 10 votarono per il sì, due per il no, l'Anelli volendo la costituente, Guerrieri non volendo sorpassare la discussione.
E il giorno 12 l'inutile e fatale decreto fa pubblicato, chiamando a votare tutto il popolo per il 29, giorno anniversario della vittoria lombarda a Legnano contro Barbarossa.
Diciamo inutile, perché a battaglia vinta, a straniero cacciato l'annessione era certissima, l' unità essendo predominante nella mente di tutti: fatale, perché fino allora tutti pensavano a combattere e a null'altra cosa; mentre appena si seppe del violato programma, tutti i partiti si diedero accanitamente a difendere la propria bandiera.

Allora comparve uno sciame di giornali che discutevano di politica, e intanto tutti i principi e principotti reazionari della penisola colsero il pretesto di staccarsi dalla causa dell'indipendenza, di richiamare dal Lombardo-Veneto le loro schiere spedite contro voglia, é vero, ma nondimeno spedite contro gli austriaci.

Altro danno fu la discordia gettata fra Venezia e le province di terraferma. Si può dire che il 12 maggio segnò nel 1848 l'ora del tramonto dell'italiana libertà.
Il giorno 6 maggio l'esercito piemontese sperando impadronirsi di Verona attaccò le posizioni del nemico a Croce Bianca, a S. Massimo e a S. Lucia, ma dopo un eroico combattimento fu costretto a ritirarsi e allora il Re si diede tutto intero all'assedio di Peschiera, mentre saggio consiglio secondo gli uomini dell'arte militare sarebbe stato concentrare tutte le forze per impedire la discesa di Nugent nel Veneto, cosa reputata facile se egli avesse mandato battaglioni agguerriti in sostegno di Durando che capitanava settemila soldati di linea tra svizzeri e romani, e di Ferrari alla testa di 10.000 volontari romani.
Ma Nagent, riuscitogli di condurre il suo corpo d'esercito di 23 mila fanti, 2 mila cavalli, 83 pezzi d'artiglieria dall'Isonzo all'Adige, attaccò Primolano e Cornuda, sbocchi questi della valle del Piave, indi Treviso e Vicenza. Bella fu la difesa di Treviso, stupenda quella di Vicenza del 20, 21 e 24 maggio.
In quest'ultimo combattimento furono respinti 16.000 austriaci muniti di 40 pezzi d'artiglieria, con molta gloria dei romani, dei volontari veneti e dei cittadini di Vicenza. Vi perdette la vita il generale Turn-Taxis. Il combattimento del 24 maggio segna una delle più belle pagine della campagna.

Ma effettuata la congiunzione fra Radetzky e Nugent, quegli, visto che senza l'occupazione di Vicenza gli tornava inutili Udine e Bassano, né era sperabile la presa di Padova e Treviso, con 42,000 fanti, 7,000 cavalli, 130 artiglierie e un parco da ponti attaccò i toscani e i napoletani in Montanara e Curtatone; sei mila erano fra tutti, e molti erano ragazzi, ma con una volontà ferrea.
Radetzky calcolava disfarsene con un soffio, ma essi opposero una resistenza più che eroica, lo tennero occupato una giornata intera e soccombettero quasi tutti per verità, tuttavia gl'impedirono di circondare l'esercito piemontese e diedero tempo al general Bava di raccoglierne il maggior numero possibile, col quale vinse e sbaragliò il giorno stesso (29 maggio) il maresciallo, che così messo in rotta riparò a Legnago e di qui a Montagnana ove però tranquillamente poté ricostituire le sue scompaginate schiere, con i sopraggiunti 12 mila uomini di Welden.

Il 30 maggio i piemontesi facevano capitolare anche Peschiera. Ma Carlo Alberto non si spinse oltre, vanificando tutto quanto i suoi uomini avevano fatto fino a quel momento; perse tempo a far celebrare quella modesta vittoria.
Infatti, il giorno dopo, 1° giugno, si recava a Peschiera e con i soldati entrò nella cattedrale per ringraziare Dio con una messa per la vittoria.
Come a Pastrengo (la messa che ritardò l'attacco), così a Peschiera, la giornata sarebbe stata meglio impiegata se l'esercito piemontese fin dal giorno prima avesse incalzato gli austriaci. Così mentre Carlo Alberto a Peschiera cantava i salmi, Radetzky contava i soldati, i cannoni, le divisioni, perché era piuttosto preoccupato. I piemontesi erano quasi sull'uscio di casa!

Come ammise in seguito Radetzky, il suo era stato un grandissimo errore l'aver sottovalutato il nemico a Curtatone; non era comunque una disfatta, ma in quel momento era entrato veramente in crisi. A salvarlo fu Carlo Alberto.


Il madornale errore dei piemontesi, fu che non vedendo più nessuna offensiva, né contrattacco, s'illusero che Radetzky era anche lui a messa a ringraziare Dio per lo scampato pericolo.

Radetzki invece rimase a Montagnana in osservazione alcuni giorni, aspettandosi d'essere inseguito da Carlo Alberto. E poiché il "re tentenna" non si mosse, egli corse velocemente e tornò sopra Vicenza con 44 mila uomini e con 109 pezzi d'artiglieria.
"Le truppe regolari - scrive uno storico - difendevano i sobborghi, i dintorni della città come le alture a sud che la dominano (Monte Berico); le altre come riserva piazzati alle porte e in differenti direzioni, e pronte per correre in soccorso nei punti più minacciati. La città era tutta illuminata, le case aperte, e gli abitanti che non combattevano correvano in mezzo alle bombe e alle palle, che da tutte le parti piovevano, a spegnere gli incendi che di tanto in tanto scoppiavano in qualche parte della città".

La battaglia accanitissima durò 18 ore, e quando - palmo per palmo con grande strage dei vincitori e dei vinti - furono assaltati la Villa La Rotonda e il vicino colle della Madonna di Monte Berico, la sottostante città, che si era tutta barricata dentro le sue mura, bombardata dall'alto del colle, Durando che guidava la difesa, per non provocare un ulteriore scempio, dovette drammaticamente capitolare.
Padrone di Vicenza, Radetzky non la volle nemmeno occupare di persona, aveva fretta di fare il rientro a Verona con l'esercito rinforzato con gli uomini di Nugent.


Commentare questa battaglia non si hanno abbastanza parole; lasciamo quindi il compito ai patrioti di altre città che come Modena (dove pure lì si era costituito un governo provvisorio) nell'apprendere la brutta notizia, stamparono un manifesto da inviare a tutte le città d'Italia:
Sia "Benedetta Vicenza in eterno"


Carlo Alberto intanto sempre immobile sulla destra dell' Adige. Saputo il giorno 13 con molto ritardo della capitolazione di Vicenza, e che Radetzky era già rientrato precipitosamente in Verona, discese dall' altipiano di Rivoli e si accinse al blocco di Mantova, occupando il territorio da Goito al Po; mentre il Bava riprese Governolo agli austriaci, posizione importante perché qui il Mincio si scarica nel Po; ma pure questa mossa non era poi così tanto decisiva e tale da impensierire Radetzky, che - come poi ammise - si aspettava ben altro di peggio!

Purtroppo in quattro mesi di guerra gli uomini Piemontesi e con loro i volontari accorsi da ogni luogo, avevano fornito prove di grandissimo valore, ma erano i generali che avevano mostrato di non possedere che mediocri qualità. Dopo aver -con tanta fortuna a favore- ottenuto delle vittorie, fu per causa loro se queste rimasero infeconde.

E se le qualità erano mediocri, i centri informativi erano zero. Quando il re stabilì di assalire Verona per costringere il Radetzky ad abbandonare Vicenza, Carlo Alberto non sapeva che era già stata conquistata fra il 10 e l'11- insomma che Radetzky aveva già finito; mentre l' esercito piemontese concentrato a Villafranca la sera del 12, non si mise in marcia che nel pomeriggio del 13, in più ritardò a causa di un forte temporale, dovette fermarsi e rimandare il giorno dopo l'assalto di Verona. Troppo tardi! Invece Radetzky incurante del maltempo stava predisponendo il benvenuto.
Così ancora una volta le incertezze, i ritardi e le indecisioni, oltre le inesistenti informazioni di come, quando, e dove si muoveva il nemico, avevano fatto sì che un'altra buona occasione sfuggisse all'esercito piemontese.

Era questo l'inizio nel Veneto di quella lotta che in così breve tempo doveva avere vicende così numerose e dolorose, le quali dovevano dimostrare come una rivoluzione può in un primo tempo avere ragione di eserciti regolari, ma nulla può contro di loro se le sue forze non ubbidiscono con severa disciplina a un capo capace, che sia consapevole della grande difficoltà del compito affidatogli e con un minimo di strategia militare.
C'erano tanti volontari, ma erano indisciplinati, variamente armati, poco o niente affiatati fra di loro, snobbati dai militari, che diffidavano di loro, poichè in tutte le latitudini, sono pochi i militari di carriera disposti ad addestrare gruppi di volontari e tanto meno disposti i generali a guidarli, perchè ogni volontario - dicono essi - vorrebbe fare il generale.

La guerra a questo punto entrava in una fase d'inattività che doveva durare circa un mese, a tutto vantaggio degli austriaci, che ben fortificati a Verona, non solo non temevano più i piemontesi, ma con tutte le comunicazioni a nord e ad est in perfetta efficienza potevano far affluire indisturbati su Verona divisioni su divisioni e convogli di materiale bellico.

Alla fine di questo stallo, piuttosto ozioso, senza più alcuna iniziativa, quando giunse il mese di luglio, troverà l'esercito sardo stanco, sfiduciato, indebolito, schiavo della situazione politica, e perfino mal tollerato dalle popolazioni; l'esercito austriaco invece, rinforzato, inorgoglito, per la mala sorte d'Italia e di Carlo Alberto, muoverà con il Radetzky alla riscossa.

Scendendo in campo contro l'Austria, Carlo Alberto aveva pronunciato la frase che rimase celebre: "l'Italia farà da sé". Ma perché facesse da sé, perché in altre parole vincesse la guerra dell'indipendenza senza l'aiuto di potenze straniere, occorreva che tutti gli Stati della penisola mettessero sulla bilancia, senza esitazione e senza limitazione, le loro forze, ed operassero di comune accordo, mettendo da parte le preoccupazioni politiche e mirando solamente allo scopo, che era quello di cacciare lo straniero.
Invece mancava l'accordo; falliva difatti il tentativo di una lega di principi italiani promossa dal Pontefice;

E aveva iniziato proprio il papa che -quattro giorni dopo il concistoro - con l'allocuzione del 29 aprile si era ritirato apertamente dalla causa italiana, e il re di Napoli aveva richiamato le due divisioni napoletane prima che avessero varcato il Po.

L'allocuzione di Pio IX la riportiamo integralmente e fedelmente come poi fu diffusa:
"Più volte, o venerabili fratelli, noi abbiamo detestato nel nostro consesso l'audacia di alcuni che non avevano dubitato di rivolgere ingiurie a Noi, e perciò a questa Apostolica Sede, dicendo falsamente che Noi abbiamo deviato, e non in un solo punto, dai santissimi istituti dei nostri predecessori e (orribile a dirsi!) dalla dottrina medesima della Chiesa. Veramente né oggi mancano di quelli che così parlano di Noi, quasi fossimo stati principali autori dei pubblici sommovimenti, che negli ultimi tempi sono avvenuti, oltre che in altri luoghi d'Europa, anche in Italia. E specialmente in Austria e in Germania abbiamo saputo essersi sparsa e diffusa fra il popolo la voce che il Romano Pontefice avesse inviato suoi messi, usato altre arti, avesse eccitato i popoli italiani a provocare nuovi mutamenti negli ordini pubblici. Abbiamo saputo altresì che alcuni nemici della religione cattolica hanno colto da ciò occasione per infiammare gli animi dei Tedeschi alla vendetta e staccarli dalla Santa Sede.

"Noi siamo sicuri che le popolazioni della Germania cattolica e i nobilissimi vescovi che la governano aborriscono dalla malvagità di costoro, tuttavia siamo persuasi che è nostro dovere correggere e prevenire l'impressione che potrebbe nascere negli incauti e nei semplici e ribattere la calunnia che ridonda non solo in contumelia della nostra persona, ma anche del supremo apostolato che esercitiamo. E poiché quei medesimi nostri biasimatori, non potendo provare le macchinazioni di cui ci accusano, si sforzano di recare a sospetto quelle cose che noi abbiamo fatto nell'assumere il potere temporale, per stroncare queste calunnie vogliamo oggi spiegare chiaramente ed apertamente nel vostro consesso tutta la ragione di quelle cose.
Come voi sapete, o venerabili fratelli, già fin dagli ultimi tempi di Pio VII, nostro predecessore, i maggiori principi dell'Europa cercarono di indurre l'Apostolica Sede ad introdurre nell'amministrazione civile sistemi più rispondenti ai desideri dei laici. Poi, nel 1831, ribadirono questi voti e consigli con quel famoso Memorandum che gli imperatori d'Austria e Russia e i re di Francia, Inghilterra e Prussia ritennero opportuno mandare e Roma per mezzo dei loro ambasciatori. In quella nota, fra l'altro, si parlava di convocare a Roma una Consulta di tutto lo Stato pontificio e d'instaurare od ampliare la costituzione dei Municipi, d'istituire i consigli provinciali, come pure d'introdurre gli stessi ed altri istituti in tutte le province a comune utilità e di rendere accessibili ai laici tutti quegli uffici che riguardassero o l'amministrazione delle cose pubbliche o l'ordine dei giudizi. E questi due punti singolarmente si proponevano come principi vitali di governo. In altre note di ambasciatori si parlava di dare un più ampio perdono a tutti coloro che si erano levati dalla fede del principe nel dominio pontificio.

"Tutti poi sanno che alcune di queste cose furono attuate da Gregorio XVI, nostro predecessore, e che altre furono promosse negli editti emanati per ordine suo nel 1831. Ma questi benefizi del nostro predecessore non parvero così pienamente rispondere ai voti dei principi né a bastare ad assicurare la pubblica utilità e la tranquillità in tutto lo Stato della Santa Sede. Per la qual cosa Noi, appena dall'imperscrutabile volere di Dio fummo posti sul trono, non eccitati da conforto o consiglio, ma spinti dal nostro singolare affetto verso il popolo sottoposto al temporale dominio ecclesiastico, concedemmo un più largo perdono a coloro che si erano allontanati dalle fedeltà dovuta al Governo pontificio e quindi ci affrettammo a fare alcune cose che avevamo pensato dovessero giovare alla prosperità del popolo. E tutto ciò che operammo all'inizio del nostro pontificato ben si accorda con quello che i principi d'Europa avevano desiderato.
Ma poiché, con l'aiuto di Dio, furono attuati i nostri disegni, i nostri popoli e quelli vicini esultarono di gioia e con pubbliche dimostrazioni ci acclamarono così smodatamente da indurci a provvedere affinché anche in questa eterna città si contenessero entro i giusti limiti i clamori, i plausi e gli assembramenti che con troppo impeto prorompevano.
Tutti inoltre conoscete le parole dell'allocuzione che vi rivolgemmo nel concistoro del 4 ottobre dell'anno scorso con il quale commentammo la benignità e le più amorevoli premure dei principi verso i popoli a loro soggetti ed esortammo i popoli stessi alla fede ed all'obbedienza dovuta ai loro principi. Né trascurammo di ammonire ed esortar tutti efficacissimamente affinché, aderendo fermamente alla dottrina cattolica ed osservando i precetti di Dio e della Chiesa, fossero concordi, tranquilli e caritatevoli con tutti. E deh ! fosse stato in piacer di Dio che il desiderato successo avesse risposto alle nostre voci e ai nostri conforti paterni ! Ma sono chiari a ciascuno i pubblici sommovimenti dei popoli italiani, di cui su abbiamo fatto cenno, come gli altri eventi che, o fuori d'Italia o nella stessa Italia, erano accaduti prima o accaddero dopo.

"Se poi qualcuno volesse pretendere che ciò che benevolmente e benignamente abbiamo fatto all'inizio del nostro pontificato abbia provocato tali eventi, sarebbe in errore perché abbiamo fatto quello che non solo a Noi, ma ai suindicati principi era sembrato opportuno alla prosperità del nostro dominio temporale. Rispetto poi a coloro che nei nostri Stati abusarono dei nostri stessi benefizi, Noi, imitando l'esempio del Divin Principe dei Pastori, perdoniamo loro di cuore e affettuosamente li richiamiamo a più sano consiglio, e a Dio, padre delle misericordie, supplichevolmente chiediamo che allontani con clemenza dal loro capo i flagelli che sovrastano agli ingrati. I popoli tedeschi pertanto non dovrebbero nutrire sdegno verso di Noi se non ci fu possibile frenare l'ardore di quei nostri sudditi che applaudirono agli avvenimenti antiaustriaci dell'Italia settentrionale e, infiammati come gli altri di pari fervore verso la propria nazione, cooperarono con gli altri popoli d'Italia a pro della stessa causa; altri sovrani europei, che dispongono di eserciti più potenti del nostro non hanno potuto di recente frenare l'agitazione dei loro popoli.

"Stando così le cose, Noi, ai nostri soldati mandati al confine pontificio raccomandammo soltanto di difendere l'integrità e la sicurezza dello Stato della Chiesa. Ma se a quel punto, alcuni desideravano che noi assieme con altri popoli e principi d' Italia prendessimo parte alla guerra contro gli Austriaci, giudicammo conveniente palesar chiaro ed apertamente in questa solenne radunanza che ciò è lontano dalle Nostre intenzioni e consigli, essendo Noi, sebbene indegni, facciamo in terra le veci di Colui che è autore di pace e amatore di carità, e secondo l'ufficio del supremo nostro apostolato proseguiamo ed abbracciamo tutte le genti, popoli e nazioni con pari paternale amore. E se non mancano tra i nostri sudditi coloro che si lasciano trarre dall'esempio di altri italiani, Noi potremo contenere codesto ardore.
Qui non possiamo astenerci dal ripudiare al cospetto di tutte le genti i subdoli consigli, palesati eziandio per giornali e per vari opuscoli, da coloro i quali vorrebbero che il Pontefice romano fosse capo e presiedesse a costituire una simile nuova Repubblica degli universi popoli d'Italia. Anzi in quest'occasione ammoniamo e confortiamo gli stessi popoli d' Italia, mossi a ciò dall'amore che loro portiamo, che si guardino attentamente da siffatti astuti consigli e perniciosi alla stessa Italia, e di restare attaccati fermamente ai loro principi, di cui sperimentarono già la benevolenza e non si lascino mai staccare dalla debita osservanza verso di loro.

"Qualora altrimenti lo facessero, non solo verrebbero meno del proprio debito, ma anche avrebbero pericolo che la medesima Italia non si scindesse ogni giorno di più in maggiori discordie ed intestine fazioni. Per quello che a Noi tocca, Noi dichiariamo reiteratamente il Romano Pontefice intendere tutti i pensieri, le cure, gli studi suoi perché il regno di Cristo, che è la Chiesa, prenda ogni giorno maggiori impegni, non perché si allarghino i termini del principato civile, che la Divina Provvidenza volle donare a questa Santa Sede, a sua dignità e per assicurare il libero esercizio dell'apostolato supremo. In grande errore dunque si avvolgono coloro che pensano l'animo nostro poter esser dalla lusinghiera grandezza di un più vasto temporale dominio sedotto a gettarci in mezzo ai tumulti dell'armi.
Questo invece sarebbe giocoso al nostro cuore paterno, se con le opere, con le cure, con gli studi nostri ci fosse dato il modo di estinguere i fomiti delle discordie, a conciliar gli animi che si combattono ed a restituire la pace fra loro. Intanto, mentre con non lieve consolazione dell'animo nostro intendemmo in parecchi luoghi non pure in Italia ma anche fuori, in un così gran movimento delle pubbliche cose, i nostri figli non esser venuti meno della riverenza verso le cose sacre e i ministri del culto; ci dogliamo pure con tutto l'animo che quest'osservanza non sia stata mantenuta in ogni luogo.
Né possiamo trattenerci dal lamentare nel vostro consesso quella funestissima consuetudine, che principalmente imperversa nei nostri tempi, di mettere in luce libelli pestiferi di ogni genere, nei quali si fa fierissima guerra alla santissima nostra Religione e all'onestà dei costumi, o si infiammano le perturbazioni e le discordie cittadine, o si attaccano i beni della Chiesa, o si contestano i suoi sacratissimi diritti, o si diffamano con false accuse gli ottimi uomini. Queste cose, o venerabili fratelli, oggi stimiamo dovervi comunicare. Resta ora che al medesimo tempo, nell'umiltà del nostro cuore offriamo assidue i ferventi preci a Dio Ottimo Massimo, che voglia guardare la sua Santa Chiesa da ogni avversità, e si degni rimirarci e difenderci benignamente da Sion, e rievocare tutti i principi e popoli agli studi della desiderata pace e concordia".

L'impressione prodotta dall'allocuzione fu enorme. Coloro i quali avevano creduto di vedere in Pio IX l'antesignano della riscossa nazionale gridarono ora al "tradimento". A Roma l'agitazione degli animi fu grandissima: chi voleva che si proclamasse decaduto il potere temporale dei Papi e si creasse un governo provvisorio, chi proponeva che si scrivessero a Pio IX rimostranze e petizioni; un battaglione della Guardia civica occupava Castel Sant'Angelo in nome del comune, altri reparti della Guardia chiudevano le porte della città e vi rimanevano a presidiarle; i più arrabbiati infine volevano che si sequestrasse la posta dei cardinali per venire a capo delle presunte loro macchinazioni e, non essendovi riusciti, si posero di guardia delle case dei cardinali più sospetti per impedire questi complotti o che fuggissero.

A rendere più difficile la situazione giunse una protesta con la quale i ministri RECCHI, SIMONETTI, ALDOBRANDINI, MINGHETTI, PASOLINI, STURBINETTI e GALLETTI accompagnarono la sera stessa del 23 aprile, le proprie dimissioni, scrivendogli:
"Beatissimo Padre, la S. V. ha parlato ai suoi cardinali come Pontefice. La S. V. ha però ancora dei ministri, i quali si sono dichiarati responsabili davanti al paese. Dopo la Sua allocuzione, questi hanno subito depositato nelle mani del presidente del Consiglio le loro dimissioni perché la umilii al trono di Vostra Beatitudine. Però, se in questo terribile frangente si volesse cercare un mezzo per conservare la quiete del paese e la sorte delle truppe e dei volontari che sono al di là del Po, i sottoscritti stimano dover loro palesare francamente a V. S. che nella opinione di loro questo mezzo sta: che la S. V. autorizzi i suoi ministri ad assecondare liberamente l'ardore dei suoi sudditi per la causa dell'indipendenza italiana con una nota diretta al Ministero d'Austria in proposito; e porre tutte le truppe sotto il comando del re Carlo Alberto; ad adoperare tutti i mezzi che al suddetto sire stimi essere opportuni".

Per riparare al danno e voler dimostrare che era imparziale, il Papa il 3 maggio scriveva all'imperatore d'Austria una lettera con la quale lo esortava a rinunciare al Lombardo-Veneto e la inviava ad Innsbruck per mezzo di monsignor CARLO LUIGI MORICHINI.
Ma questa missione non ebbe successo: l'imperatore da Innsbruk dopo averlo ricevuto e ascoltato passivamente, inviò il prelato a Vienna e qui il ministro degli esteri WESSEMBERG lo congedò brutalmente dicendogli senza mezzi termini che "...L'Austria possedeva il Lombardo-Veneto per quei medesimi trattati che costituivano la base giuridica del potere temporale della Chiesa".
Quasi una minaccia!

E il Pontefice non sapeva come conciliare gl'interessi della Chiesa con quelli del potere temporale; poi c'era Carlo Alberto: lui non voleva sentir parlare di compensi territoriali agli altri sovrani che intervenivano; Ferdinando II da Napoli più che alla guerra con l'Austria pensava a sottomettere la Sicilia; il governo toscano cercava di mandar meno uomini possibili nel Lombardo-Veneto; tutti i principi della penisola guardavano con diffidenza il re di Sardegna che sospettavano volesse accaparrarsi tutto lui; ed infine nella Lombardia si pensava più a far trionfare la propria opinione politica che le armi italiane;
Infatti a Milano aumentavano i contrasti fra gli elementi democratici guidati da CARLO CATTANEO e gli elementi moderati e conservatori guidati dal podestà GABRIO CASATI. Questi ultimi fin dal primo giorno di ribellione, pur con ambizioni d'autonomia tutta lombarda, avevano guardato con favore a ad un intervento delle truppe Piemontesi non tanto per simpatia sul sabaudo Carlo Alberto o perché temevano di non farcela senza l'aiuto dei piemontesi, ma per evitare che la vittoria lombarda andasse verso una rivoluzione e un governo democratico repubblicano, per nulla gradito, anzi considerato -così aveva detto nel suo proclama a Torino Carlo Alberto- "una catastrofe per il trono in Piemonte e per il rimanente d'Italia".
A loro volta, i democratici, temevano che l'intervento di CARLO ALBERTO avrebbe ridotto la guerra nazionale ad una semplice conquista dinastica e solo per ampliare il proprio regno.

E così mentre le polemiche divampavano, si era perso tempo prezioso in quella guerra che era stata dichiarata, ma non pensata, né coordinata con le forze militari e politiche necessarie per poi vincerla.

Tale era la situazione, quando
( sbarcato a Nizza il 21 giugno e giunto a Genova il 29)
Garibaldi offrì la sua spada al re di Sardegna.
Lui che temeva di "arrivare in Italia a cose finite",
le cose stavano sì finendo, ma purtroppo finendo anche male.

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