VENTIDUESIMO CAPITOLO


La notizia della disfatta (!?) di Carlo Alberto, rivelò la "farsa" dell'annessione;
fu cosi che Venezia guidata da Manin, riproclamò la nuova Repubblica di San Marco.


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CAPITOLO VENTIDUESIMO

Venezia vota la fusione col Piemonte. - I Commissari regi. - L' armistizio Salasco. - Ritorno di D. Manin al potere - Garibaldi a Livorno. - Tentativo d'insurrezione in Lombardia. - Garibaldi a Bologna. - Morte di Pellegrino Rossi. - Fuga di Pio IX - Garibaldi incaricato da Mamiani di comporre un corpo di volontari.


Venezia sola si reggeva. Il più devoto difensore di Carlo Alberto non potrà mai discolparlo del freddo e deliberato abbandono di quella generosa parte d'Italia. Il 3 luglio per non separarsi dalle sue province e dalla Lombardia, Venezia aveva votata l'immediata fusione col Piemonte con i voti dell'Assemblea.
"Obbedendo alla suprema necessità che l'Italia intera sia liberata dallo straniero, ed all'intento principale di continuare la guerra dell' indipendenza con la maggiore efficacia possibile, come Veneziani, in nome e per l'interesse della Provincia di Venezia, e come Italiani, per l'interesse di tutta la nazione, votiamo l'immediata fusione della città e provincia di Venezia negli Stati Sardi con la Lombardia, e alle condizioni stesse della Lombardia, con la quale in ogni caso intendiamo di restare perfettamente incorporati, seguendone i destini politici, unitamente alle altre province Venete." Cosi deliberava il governo provvisorio di Venezia.

Tommaseo aveva parlato con fervore e dignità contro la fusione, dimostrandola ne utile, nè onorevole. Manin subì invece il fatto, ma eletto membro del nuovo ministero, rifiutò qualsiasi carica dicendo:
"Ho dichiarato di essere repubblicano; ho fatto un sacrificio; ma non ho rinnegato un principio. Io non potrei essere ministro di un re, se non per la opposizione. Ora abbiamo bisogno di combattere uniti il nemico comune. A guerra finita, quando si potrà ripigliare da fratelli la questione politica, ci rivedremo".

E l'annessione di Venezia fu accettata e stabilita dalla Camera a Torino con 135 voti contro 134. Questa - si deve notare - era una finzione, perché fu messa in esecuzione dieci giorni dopo che il re di proprio pugno aveva offerto di abbandonare tutta la Venezia all'Austria, accettando la linea dell'Adige per frontiera del nuovo regno.
Ed eccone la prova:
Il 10 luglio 1848 l'onorevole R. Abercromby, ambasciatore inglese a Torino, scrive da questa città a Lord Palmerston e dice di avere avvertito il governo piemontese del desiderio del governo di Sua Maestà di vedere costituito un paese forte ed unito nell'Italia setten
trionale, e della necessitati per il governo inglese di conoscere i voti e le intenzioni di Sua Maestà sarda, e continua:

"Questa mattina mi fu comunicata una lettera scritta di tutto pugno da Sua Maestà sarda. In quella lettera, in data di Roverbella 7 luglio, Sua Maestà sarda dichiara che accetterebbe proposte che dessero l'Adige per frontiera orientale dei suoi Stati, e che riconoscessero l'annessione ad essi della Lombardia e dei ducati di Parma e di Modena. Sua Maestà prosegue dicendo che, se il governo austriaco fosse disposto di fare direttamente a lui proposte di pace basate sopra le indicate combinazioni territoriali, o se esse venissero a lui dal governo di Sua Maestà come mediatore, o da me dietro istruzione del governo di Sua Maestà, egli non esiterebbe di accettarle. Sua Maestà desidera che queste opinioni siano comunicate confidenzialmente a me. Sua Maestà termina la lettera che io ho letto, osservando che ragioni sufficienti possono essere date per provare alle Camere e al paese la saggezza di accettare tale pace, la quale, considerata la potenza relativa della Sardegna e dell'Austria, dev'essere giustamente giudicata onorevole e gloriosa per la Sardegna. Onorevole e glorioso accettare il sacrificio di Venezia, per poter poi consegnarla legata e impotente all'Austria!
Finché durava la repubblica, e il popolo confidava solo in sé stesso, l'esecuzione di tale progetto sarebbe stato impossibile. Necessario dunque era occuparla intanto.

Però Venezia fu occupata da 2000 piemontesi e l'armata sarda si congiunse alla napoletana e alla veneziana nelle acque dell'Adriatico. Il decreto firmato da S. A. Serenissima il Principe luogotenente Eugenio di Savoia e Carignano, a nome di Sua Maestà il re di Sardegna, reca la data del 27 luglio, e fu ufficialmente comunicato al governo provvisorio di Venezia, mediante dispaccio ministeriale in data 29 luglio; e con giocondo PROCLAMA (1) il 7 agosto i commissari straordinari del re Carlo Alberto, Colli, Cibrario e Castelli, annunciarono ai Veneziani, che chiamato dal libero loro voto, il re Carlo Alberto li accoglieva, li proclamava parte eletta della sua grande e rigenerata famiglia".
( Blue Books, parte III, pag. 63, num. 58).

(1) Questo proclama è degno di essere riportato:

"Concittadini ! Chiamato dal vostro libero voto, il re Carlo Alberto vi accoglie e vi proclama eletta parte della sua grande e rigenerata famiglia.
Veneziani ! il re conosce, ama ed ammira questo popolo generoso, che in tempi di universale servaggio, fu il primo ad alzare in queste lagune un' ara alla libertà; che cresciuto a potenza d'impero e dominatore dei mari, salvò più volte l'Italia minacciata dai barbari; che alle arti, alle scienze ed alle lettere diede splendido ed ospitale ricetto; che rifulse e rifulgerà nella storia al pari delle più celebrate nazioni; che finalmente in questo gran moto della risorgente Italia si mostrò degno dei suoi famosi progenitori, rivendicando fortemente, sollecitamente la propria indipendenza.
Il re vi conosce e vi ama e ricevendovi tra' suoi figli sente nel più vivo del cuore qual forza e quale splendore s' aggiunga all'unione italiana, sola ancora di salute che assicuri il nostro valore contro la forza numerica delle falangi nemiche.
Veneziani ! Carlo Alberto s'accingeva a versare per voi il proprio sangue e quello dei Principi suoi figliuoli, prima che nessun indizio trasparisse del magnanimo vostro concetto d'unirvi alla monarchia costituzionale dell'Alta Italia da lui fondata. Immaginate con qual cuore vi guardi ora che si confondono nel vessillo comune dell' Indipendenza Italiana la Croce di Savoia col glorioso Leon di S. Marco.
Veneziani! Le nazionalità non si ricostituiscono, e ricostituite non si conservano senza dure prove, senza pericoli, senza sacrifici. Chi ama la libertà , chi ama la patria, deve esser disposto ad ogni cimento, sol che viva libero, solo che vegga la patria indipendente. Chi misura l'estensione del sacrificio, non è cittadino, non è buon Italiano.
Mercé il valor vostro voi siete ora liberi. Questo bene supremo niuno ve lo potrà strappare, se al valore continuerete ad aggiungere l'amor dell'ordine, l'osservanza della legge e della disciplina, senza le quali la libertà perisce. E noi onorati dell'alta e difficile missione di reggere in nome del Governo questa maravigliosa città e questo popolo generoso, invochiamo fidenti il concorso e l'assistenza di tutti i buoni, quel concorso e quell' assistenza mercé la quale il Governo Provvisorio ha potuto condurre felicemente a termine l' arduo mandato di cui l' onorava la confidenza dei suoi concittadini; noi invochiamo principalmente il concorso di quella inclita milizia cittadina che ha già segnalato in tante guise il proprio affetto alla gran causa nazionale.
Indirizziamo, o fratelli, i nostri sforzi uniti al comun bene; rammentiamo che Venezia non può essere vinta, finché si mantiene ordinata e concorde; e gridiamo: Viva S. Marco, viva Carlo Alberto. viva l'Italia!
Venezia, 7 agosto 48. COLLI. - CIBRARIO. - CASTELLI. "

E vale anche la pena di riportare anche il momento e il modo in cui si svolse questa "Farsa".

A Venezia era di casa il teatro, ma la "grande farsa" che si rappresentò in Piazza San Marco il giorno 7 agosto superò perfino la fantasia dei più grandi scrittori di commedie buffe.
Il marchese Luigi Cibrario e il conte Vittorio Colli dal Luogotenente Eugenio erano stati incaricati di assumere la veste di Commissari Regi nel nuovo territorio veneto annesso al Regno Sabaudo. Giunsero il 5 agosto a Venezia con sottobraccio il decreto fatto a Torino:

Poi con una cerimonia solenne in Piazza San Marco il giorno 7 agosto, il Cardinale Patriarca, le personalità civili e militari trasferirono a loro il trapasso dei poteri con la formula che "Il Governo provvisorio aveva ceduto e dismesso in perpetuo (sic!) a Sua Maesta Carlo Alberto e ai suoi successori il possesso dominio e sovranità della città e provincia di Venezia, delle forze di terra e di mare, e di ogni altra ragione e azione che ne dipendesse".
Affissero il decreto e nella piazza sui pennoni misero anche le nuove bandiere, con il tricolore, la croce sabauda e come contentino, in un angolino il leone marciano.

Con l'aria che tirava (... le drammatiche notizie che in sordina giungevano dal Mincio e dalla Lombardia) pochi cittadini parteciparono alla cerimonia, e quei pochi, dopo aver assistito alla "farsa", "se ne andarono mesti, scrollando il capo", pieni di sospetti, perfino turbati. Qualcuno scrisse che "la cerimonia aveva avuto l'apparenza di un mortorio", anche se i regi scrissero a Torino "svoltasi in un tripudio di gioia e di popolo".
(come poi scrissero anche nel 1866 - con molti veneziani che ovviamente erano ancora in vita e non avevano proprio per nulla dimenticato quel 7 agosto di soli diciotto anni prima. La farsa in quel giorno del 1866 si ripetè, e fu il "Plebiscito" con un Veneto... già consegnato... agli Austriaci tre giorni prima, poi passato ai Francesi, e infine dato al re sabaudo - vedi "La grande truffa del 1866" ).

Ed effettivamente un "mortorio" lo era, perchè mentre in Piazza San Marco il giorno 7 si svolgeva questa incredibile "farsa", le armi del Re alla stessa ora erano già distrutte; e il turbamento aumentò ancora di più quando il giorno dopo, l'8 agosto (con un giorno di ritardo) giunse la notizia dal solito arrogante Maresciallo Welden, che annunziava trionfante che "gli Austriaci avevano annientato l'esercito di Carlo Alberto sul Mincio, sull'Oglio, e le truppe di Radetzky erano rientrate a Milano..." - e dovette esultare con perfidia Welden nell'aggiungere - ".... città rimessa al Radetzky dallo stesso Carlo Alberto, in seguito a una convenzione stretta fra lui e il Maresciallo".
Poi pochi giorni dopo seguì l'armistizio di Salasco (anche se Welden ancora lo ignorava e tantomeno ne sapeva qualcosa Venezia).

Il primo sentore dell'abbandono di Milano arrivò a Venezia il giorno 9 col giornale genovese Il Pensiero Italiano, che conteneva un proclama del ministro della guerra, Collegno, avvisando che il regio esercito aveva abbandonato Milano e varcato il Ticino il giorno 6.
Il popolo tumultuava intorno ai regi commissari, che - con gran faccia tosta e tanta ipocrisia negando la realtà dei fatti immediatamente fecero stampare il seguente proclama:

I commissari straordinari del Governo a Venezia.
Concittadini.
Alcuni avvisi segnati da comandanti austriaci, stampati in città da loro occupate, e discordanti tra loro, contengono la notizia dell'ingresso in Milano delle truppe imperiali.
Nessuna notizia officiale è venuta a confermare il triste annunzio, proveniente da fonti troppo sospette; ma quand'anche ciò fosse, quand'anche le vicende della guerra avessero ridotto momentaneamente quella città generosa a sì deplorabile condizione, noi compiangendo nel profondo del cuore la sventura dei nostri fratelli lombardi, dobbiamo conservare imperturbata la mente, maggior dei pericoli il cuore.
Venezia è in una condizione unica al mondo; la sua posizione, aiutata dal valor cittadino, la rende inespugnabile. La nostra flotta le assicura la via del mare. Qui è il vero propugnacolo della libertà italiana, qui d'onde mosse il primo esempio del viver libero, della grandezza cittadina.
Venezia può e vuole resistere; Venezia concorde, unita, quieta, saprà rinnovare i grandi esempi dei Dandolo, dei Morosini, dei Pisani, dei Zeni e di cent'altri eroi, i cui nomi venerati giganteggiano nella storia.
Anche ieri il nemico inviandoci uno degli avvisi sopra indicati, c'invitava (il Welden - Ndr.) a considerare se non fosse più conveniente d'entrare in negozati.
In risposta gli abbiamo spedito un esemplare del nostro proclama del giorno 7, e ci siamo riferiti alla risposta che Gioberti ha detto romana e noi diciamo veneta del Governo provvisorio ad una simile comunicazione del generale Welden.
Veneziani fratelli, fiducia, unione e concordia, e il trionfo della libertà è sicuro.
Viva S. Marco! e viva l'Italia l
Venezia, addì 9 agosto 1848. - COLLI - LIBRARIO. - CASTELLI.

Come abbiamo detto, tanta faccia tosta e tanta ipocrisia negando la realtà dei fatti.
Tuttavia, coloro che vennero a sapere della caduta e addirittura la formale consegna di Carlo Alberto di Milano e della Lombardia a Radetzky, pensarono solo una cosa, al tradimento, sembrava a tutti impossibile una capitolazione dei milanesi dopo le radiose giornate. E chi aveva temuto già prima, di fare l'unione, e che Venezia (unendosi ai sabaudi) avrebbe fatto la stessa fine di Milano, non ebbe più dubbi. "Ecco - dissero alcuni - il losco motivo del perchè erano giunti a Venezia i Commissari regi. Volevano forse "rimettere" al Radetzky anche Venezia e il Veneto !!!"
Cioè fare un regalo ai parenti del proprio sovrano Carlo Alberto!

NOTA:
* * * Dobbiamo qui ricordare che il Lombardo-Veneto era stato governato per quasi un trentennio (fino al 1838) dall'Arciduca Ranieri (fratello dell'imperatore) assieme a sua moglie Vice-Regina (guarda caso una Savoia, per giunta sorella di Carlo Alberto) Maria Francesca Elisabetta di Savoia Carignano, e poi anche zia e suocera del figlio di Carlo Alberto, Vittorio Emanuele II, che il 12 aprile 1842 sposò la loro figlia, cioè la cugina Maria Adelaide d'Austria-Lorena. Non sembra proprio che i Savoia disdegnassero di legarsi all'odiata (sic!) potenza. Nè - essendo parenti così stretti - di volerla combattere. Proprio al matrimonio di Vittorio Emanuele, il già vecchio maresciallo Radetzky, accolto con tutti gli onori alla corte di Torino, fece le lodi del futuro comandante dell'armata piemontese.
Come vorrebbe farci credere una certa artefatta storia scritta, che Carlo Alberto "nutriva nell'anima una profonda avversione per l'Austria", lui ispiratore dei più alti ideali nazionali e patriottici del popolo italiano, eppoi, guarda un po', a suo figlio, al principe ereditario Vittorio Emanuele, gli fa sposare la figlia del suo acerrimo nemico e fra l'altro anche cugina (che da lei ebbe sì figli, ma il suo amore fu tuto per la "Rosina"!).
* * * Ricordiamo inoltre (e in questo '48 era lei imperatrice d'Austria) Anna Maria di Savoia era andata in sposa - il 2 marzo 1835 - all'Arciduca Ferdinando I d'Austria; poi alla morte dell'imperatore Francesco I, Anna Maria cinse col marito la corona imperiale d'Austria; e il 6 settembre 1838, nel Duomo di Milano, riccamente addobbato, l'Arciduca d'Austria e Maria Anna venivano incoronati anche Re del Lombardo-Veneto dai Cardinali di Venezia e di Milano.
I due governarono dieci anni, poi l'inetto Ferdinando, come Imperatore, non sapendo dominare la esplosiva situazione di questo fatale 1848, che andava ogni giorno peggiorando nella stessa Vienna, sospintovi da una cospirazione di palazzo, il 2 dicembre dello stesso anno, abdicava al trono con grande giubilo della Arciduchessa Sofia, il cui suo primogenito Francesco Giuseppe, era chiamato a succedergli.
* * * Infine non dimentichiamo che alla sua incoronazione, il 23 luglio 1831, Carlo Alberto firmò un protocollo militare con l'Austria nell'ambito dell'Alleanza cui i due stati facevano parte, dove si stabiliva, all'art. XI, che in caso di guerra contro la Francia, il comando di guerra dei due eserciti alleati, sarebbe stato assunto addirittura da Carlo Alberto in persona.

* * * Poi ci sono alcuni dubbi che i maligni però affermano essere certezze. I dubbi: nascono dagli episodi militari del re che non hanno per nulla convinto i suoi critici. Le certezze: dai segni più che vistosi di una ben calcolata ipocrisia politica e di un esasperato interesse dinastico: quello di Carlo Alberto era un progetto unitario savoiardo e non un progetto unitario di una Italia federalista repubblicana.
Scrive il Lemmi " Carlo Alberto decise di intervenire, perchè voleva annettersi il Lombardo-Veneto, nè poteva certo gettarsi in un'impresa così pericolosa come la guerra all'Austria per il gusto di veder sorgere una o due repubblichette al di là del Ticino". (Francesco Lemmi, Storia d'Italia fino all'unità, pag. 495).
* * * Però la guerra del '48 la si chiamò all'inizio "guerra federale", e prevedeva la conquista dell'indipendenza nazionale scacciando l'Austria dal Lombardo-Veneto. Ma se fosse stata vinta e fossero stati liberati i territori italiani la Confederazione avrebbe dovuto essere attuata a tutto vantaggio dei federalisti repubblicani di Milano e Venezia (Cattaneo e Manin). Quindi a Carlo Alberto chi glielo faceva fare di dover vincere questa guerra ?
* * * Ecco perchè Carlo Alberto quando entra a Milano, più che combattere gli austriaci inseguendoli, combatte il "disordine repubblicano", onde impedire che vi fosse proclamata la repubblica.
Questo significa chiaramente, che la guerra del sabaudo non era contro l'Austria, già battuta localmente dai repubblicani milanesi e veneziani e scacciata dalle due città, ma proprio contro le forze popolari colpevoli, con la loro sollevazione di aver creato il "disordine".
* * * A dargli una mano a Carlo Alberto furono i gruppi monarchici, i benestanti, i latifondisti (gli stessi che avevano mandato una delegazione di nobili lombardi a Torino a sollecitare l'intervento del sabaudo (a Milano, Casati & C. a Venezia, Castelli) perchè vedevano nella repubblica una minaccia mortale ed un pericolo per l'intero ordine sociale. Non dimentichiamo che da due mesi erano state diffuse le prime copie de Il Manifesto di Marx ed Engels. Lo "spettro che si aggirava in Europa" stava facendo nascere la cultura proletaria, gli slanci rivoluzionari, il "comunismo", una ripresa delle tradizioni giacobine, la nascita della lotta di classe e del terrore.
Infatti la battaglia politica a Milano fra monarchici e repubblicani fu combattuta con grande furore. "Fitte erano le tenebre della pubblica opinione, ed il nome di Repubblica, nonostante la vicinanza delle valli svizzere, erasi artificialmente associato ad ogni sorta di fatti atroci e luride nefandezze; così perchè nessuno volesse il nuovo regno bastò l'andare predicando ch'era la repubblica il male" (Carlo Cattaneo, Considerazioni sulle cose d''Italia nel 1848, pag. 41).

* * * Che Carlo Alberto mirasse solo ad annettersi il Lombardo-Veneto (e chissà dopo quali altre ambizioni e annessioni) e non a una guerra contro l'Austria, o all'indipendenza nazionale (come lui millantava nei suoi manifesti) forse lo avevano capito anche quelli che erano accorsi ad aiutarlo. "L'esiguità delle forze militari inviate da Leopoldo II, da Pio IX e da Ferdinando II dimostravano chiaramente che questi Principi prendevano parte alla guerra senza tanto entusiasmo (nè forze), costretti dalle necessità politiche del momento. Infatti come si poteva sperare che aiutassero sul serio Carlo Alberto a formarsi un gran regno in alta Italia il quale avrebbe finito indubbiamente con l'assorbire tutta la Penisola, loro compresi?".(Francesco Lemmi, Storia d'Italia fino all'unità, pag. 495).


Welden dando la luttuosa notizia della disfatta di Carlo Alberto, come in quella precedente, con la solita arroganza, a Venezia proponeva nuovamente trattative per la resa, perchè, aggiungeva "la causa questa volta era proprio perduta".
Da Bondeno fece stampare anche un manifesto per le varie Legazioni:

 

Ma chi poteva ora adoperarsi per queste trattative? Nessuno lo sapeva. In una città con gli sdegnati abitanti che stavano vivendo nell'angoscia, alcuni profondamente turbati, altri inferociti, gli stessi Commissari Regi non sapevano cosa fare (o facevano finta), nè quelli del Governo provvisorio che avevano ceduto i poteri dopo aver tanto caldeggiato quell'unione.
Anzi sia i primi che i secondi cominciarono a temere per la propria incolumità quando poco dopo giunse - con i particolari - anche la inaudita notizia dell'armistizio di Salasco.
I Commissari regi potevano farsi proteggere dai loro soldati, chiamare in aiuto i marinai della loro flotta che era al largo, ma c'era il pericolo che in tal modo le accuse di tradimento diventavano ancora più palesi. Cosa sarebbe successo se l'avessero fatto?
I Veneziani li avevano chiamati i Sabaudi e si erano uniti a loro, ma mica per farsi ora - in una guerra civile - sparare addosso !!!

Per Castelli poi che era veneziano ed era stato proprio lui il più strenuo fautore della fusione e a farsi mettere Capo del nuovo Governo regio, la sua posizione era ancora più critica. La sua politica unionista era clamorosamente fallita e addirittura dopo solo una paio di giorni!!! (altro che "perpetua"!) l'ora era drammatica, e il rischio di finire impiccato ad una delle colonna di piazza San Marco non era per nulla una lontana ipotesi.

Ebbe però un lampo di genio, appellandosi con forza a un cavillo del decreto sabaudo del 7 agosto. "Il patto di Salasco - disse - era nullo, perchè la Consulta straordinaria veneta, prima che fosse stipulato quel patto, non era stata come d'obbligo (così c'era scritto nel decreto al punto 6 ) interrogata" e che "pertanto la Repubblica di marzo tornava ad essere viva e vitale come se non avesse mai cessato di essere".

Castelli tuttavia si era ormai persuaso che il Governo regio era finito non solo nel fango ma ormai era finito dentro un baratro, forse perfino incapace di salvare la corona nel suo stesso Piemonte (ed era nel vero! poco ci mancò) di modo che per il giorno dopo convocava un Assemblea.
Era pure consapevole che l'unico uomo che poteva guidarla questa Assemblea, con il suo carisma e la mano ferma e sicura (soprattutto per l'ordine pubblico) non poteva che essere in tutta Venezia un uomo solo! e quest'uomo era Daniele Manin
!!, il suo avversario politico, che Castelli andò di persona a sollecitare e a implorare "per il bene della città", facendo così un umile atto di abdicazione, proprio lui che era stato sempre fiero, intollerante e arrogante con Manin; ma più che per umiltà questa mossa fu fatta per mettersi in salvo e sotto la sua protezione. I Veneziani lui lo sapeva benissimo che nell'ora di queste disgrazie non scherzavano proprio. La storia di Venezia ne era piena, impiccavano i traditori anche per molto meno.

Il giorno 11 agosto fu per i veneziani un giorno da incubo, sapevano già cos'era avvenuto a Milano, ma non sapevano ancora dell'armistizio di Salasco. Ma se Milano era caduta (e alcuni erano ormai sicuri caduta per tradimento) a Venezia non ci si poteva aspettare che il peggio e questa era una drammatica certezza. C'era ormai un fuggi fuggi fra i "salvatori". Le truppe pontificie dopo la sconfitta a Vicenza abbandonarono il campo e promisero agli austriaci di non farsi più vedere in zona. Garibaldi con un manipolo dei suoi pure lui non si fece più vedere. Alcuni Napoletani saliti con Pepe gli chiesero di poter ritornare a Napoli. Infine circolò pure la voce che la flotta sarda stava levando le àncore da Venezia.
E dato che dal palazzo governativo non uscivano nè buone nè cattive notizie, che forse per pudore nessuno voleva fornire, un gruppetto spazientito e più inferocito di altri, staccatosi dalla folla decise al grido selvaggio di abbasso! e morte ai traditori! di dare l'assalto al palazzo. Atterrarono le guardie d'ingresso, salirono le scale, irruppero nelle stanze ov'erano seduti i Commissari regi.
A fermarli prima che accadesse il peggio, furono paradossalmente alcuni dei più animosi repubblicani (Sirtori, Mordini, Dall'Ongaro), anche se loro stessi avrebbero voluto cacciare a calci quegli ambigui, infidi e arroganti rappresentanti del re Sabaudo, che nemmeno davanti alla drammatica situazione non volevano prendere in considerazione l'atto di dare le dimissioni.

I Commissari erano rimasti tutta la notte rintanati dentro le stanze del palazzo, sempre sordi alle implorazione dei convenuti che li invitavano "a dare le dimissioni... in nome del popolo". Il Commissario regio Colli era irremovibile, perfino arrogantemente indispettito; "il mandato del Re - disse - è sacro, il popolo (la plebe) non conta nulla".
A quel punto Sirtori lo prese per un braccio, lo tirò verso la finestra e gliela spalancò davanti: sotto, nella piazza, c'era tutta la popolazione di Venezia fino allora in muto e triste silenzio, ma all'apparire dei due si levò un grido, poi cento, poi mille, infine divenne una voce sola, piuttosto minacciosa: Abbasso il Governo! Vogliamo Manin !!!
(qui nell'immagine sotto)

Poi si sentì un boato e un andare e venire frenetico in mezzo alla folla; in fondo alla piazza stava giungendo all'Assemblea proprio Daniele Manin.

Ma mentre questo avveniva, un folto gruppo era corso a casa di Tommaseo, che da quando a luglio si era separato dall'opinione (unionista) di Manin, non si era più incontrato nè con lui nè col quelli del Governo, faceva vita ritirata. Ma adesso che il governo regio era crollato, non poteva certo rifiutare a quell'invito di popolo che con una amichevole violenza voleva che corresse in aiuto di Manin. A riconciliarsi, a porgegli e a dargli anche una mano nel difficile compito. Del resto tutte quelle adesioni che ora andavano a Manin non avevano un colore politico, tutto il popolo era devoto a lui oltre che a Tommaseo per una sola comune idea e un fine: la libertà di Venezia.

Poi giunse anche Pepe, acclamato anche lui. Daniele Manin con i recalcitranti Commissari, cercò di trovare una onorevole soluzione formale per convincerli a dimettersi, che così recitava: "Trovandoci noi Commissari a causa del tumulto popolare, nella impossibilità di governare, non avremmo più, potuto esercitare le funzioni di governo; in tal modo ci pieghiamo ad uno "stato di fatto", senza recar offesa di sorta al diritto regio di cui siamo depositari".

Ma anche a queste condizioni e con questa formula i Commissari regi non volevano dimettersi. A quel punto lo "stato di fatto" lo provocò Daniele Manin: si affacciò al balcone e alla folla sempre più tumultuante e impaziente, con la nota efficacia del suo parlare disse perentoriamente:
"Da questo momento i Commissari regi dichiarano di astenersi dal governo. Domani e dopo domani si riunirà l'Assemblea dei deputati, per l'elezione dei nuovi rettori. Intanto, per queste quarantott'ore governo io. Ora andate a casa!"

In assemblea, come abbiamo detto, erano giunti anche Pepe e Tommaseo. Il popolo acclamante voleva che i tre formassero subito un Governo. Ma il primo rifiutò pur mantenendo l'ufficio di capo militare conferitogli al momento del suo arrivo a Venezia; il secondo, pure lui rifiutò, ma accettò comunque di partire nella stessa notte per Parigi per chiedere presso quel Governo i necessari sussidi militari, il necessario aiuto per cacciare gli Austriaci e ridare la libertà a Venezia.

I due rifiuti di Pepe e Tommaseo non dispiacevano affatto a Manin, lui infatti saggiamente non voleva risolvere subito la terribile crisi con la irrazionale emotività del momento e nemmeno risolverla tramite la voce populi; a lui occorreva tempo per fare scelte decisive oltre che legittime. E chiamandosi Manin, questa pausa di riflessione e queste scelte solo a lui potevano essere permesse.
Prima che scendesse la notte riuscì con mezzi di fortuna anche a stampare un piccolo manifesto.... subito distribuiti alla minacciosa folla

Mentre a Venezia scorrevano queste drammatiche ore, il generale capo di stato maggiore dell'esercito sardo, il Salasco, firmava l'armistizio che porta il suo nome: di quel fatale documento ecco l'articolo in originale che riguardava Venezia:

ARTICLE IV.
« Cette Convention s' étendra également a la ville de Venise et à la terre ferme véne tienne. Les forces militaires de terre et de mer sardes quitteront la ville, les forts et les ports de cette place, pour rentrer dans les Etats Sardes. Les troupes de terre pour rout effectuer leur retraite par terre, et par étapes, sur une route à convenir".
« HESS
« Chef de l'Etat-Major de l'Armée Autrichienne.
« SALASCO
« Géneral, chef de l'Etat-Major de l'Armée Sarde.
« Rossi
« Géneral. »

e quello fatto in stampa:

 

Lo stesso 11 agosto Welden spediva da Mestre un parlamentario con una sua lettera ai commissari del re Carlo Alberto, la quale conteneva il documento ufficiale dell'armistizio Salasco. Molto critica era la sorte di quei commissari lasciati appositamente ignari dei tristi patti conclusi col Radetzky. "Quando gli austriaci mi renderanno la gamba ed il figlio che mi tolsero, comincerò a trattare con essi" esclamò il Colli.
Più nessun credeva nella parola dei commissari del re. "Siamo stati traditi, siamo stati venduti - gridarono tutti - ecco perché hanno abbassato la bandiera di S. Marco e della repubblica, e ci hanno dati ad un re. Per essere più facilmente rivenduti all'Austria!"

Appena appena fu evitata la strage dei commissari e dei fusionisti.
I due Commisari regi esautorati dal potere, abbastanza terrorizzati, passarono la notte rinchiusi nel palazzo, poi il mattino dopo, il giorno 12 agosto, in sordina lasciarono Venezia e si imbarcarono sulla nave Goito per far ritorno in quel Regno che per soltanto 4 giorni - tramite loro, con il decreto del 7 e la seguita "farsa", aveva innalzato la bandiera sabauda sul campanile di San Marco.
Manin prevedendo che una qualsiasi discordia interna avrebbe facilitato il ritorno dell'Austria, si affrettò - come abbiamo detto - a prendere la situazione in mano.
N
ello stesso giorno 12 fece affiggere quest'altro manifesto:

 

E in effetti, bisogna dire, ritornata in possesso di sè stessa, Venezia, salvò repubblicanamente l'onore d'Italia.
E non durò la nuova repubblica solo 48 ore, ma per oltre un anno. Purtroppo, come abbiamo già detto, Venezia rimase sola. Il "soccorso di altri popoli" non ci fu. Nel drammatico isolamento che andava iniziandosi, nessun altro stato italiano si mosse per portarle aiuto; soprattutto questo aiuto fu ignorato dai piemontesi che predicavano unità e cooperazione, ma poi, Veneto e Venezia erano sprofondati nel buio dei loro pensieri (duramente impegnati a salvare il loro trono torinese) compresi quelli di un giovane Cavour che bollò il desiderio dell'indipendenza veneta di Manin e Tommaseo "una corbelleria".
Venezia rimase così, a partire da questo 12 agosto 1848, a sbrigarsela da sola, drammaticamente, per oltre un anno, e non "cinque giornate" come a Milano!

Manin all'assemblea del 12 agosto aveva chiesto ai Veneziani con voce commossa ma decisa: "Volete resistere al nemico? - Vogliamo resistere!- Ad ogni costo? - Ad ogni costo!"
I veneziani non si fecero pregare tanto, dissero sì due volte, uomini e donne si organizzarono con tutti i mezzi per difendersi, con spirito "leonino", intenzionati anche ad attaccare, e disposti a fare qualsiasi sacrificio.
Prima ancora che gli austriaci si riprendessero dalla audace sorpresa e determinazione, i veneziani osarono attaccarli perfino a Mestre, poi a Marghesa e in altre piazzeforti, con discreto successo, catturando perfino i loro cannoni portati trionfalmente in piazza San Marco.
Purtroppo fu alla fine tutto inutile, la risorta Repubblica durò esattamente un anno, la dura resistenza all'assedio cinque mesi, le palle infuocate che negli ultimi due mesi devastarono un terzo della città, patendo la fame, il colera che mieteva duecento vittime al giorno, la mancanza di pane e di munizioni, Manin fu costretto alla resa. Lo sconforto, fu tanto, e l'amarezza pure. Tutto era stato inutile!
Quando scoccò l'ultima ora....(il 24 agosto 1849)...
un poeta mirando il ponte con la commissione in marcia per annunciare la resa, scrisse struggenti versi...
" l'ultimo canto, l'ultimo bacio, l'ultimo pianto!"
"Il morbo infuria, il pan ci manca,
"sul ponte sventola bandiera bianca"
.

Un altro poeta cantò
"feroce, altera,
difese intrepida la sua bandiera,
dalle ignomine palle roventi"
(che fecero vittime e scempio di tesori artistici).
Mentre per tutti gli altri l'invettiva era una sola: "Maledetti per l'eternità!!!!".
La maledizione per gli arroganti austriaci arrivò molto prima dell'eternità, dopo solo 70 anni.

TORNIAMO A GARIBALDI
(dopo la fuga da Luino in Svizzera)

Il Vecchi narra che Garibaldi giunse in Lugano con 29 individui aventi con sé la bandiera forata da una palla di cannone. La Gazzetta piemontese, organo della fazione aristocratica reazionaria subalpina che non voleva la guerra e che odiava tutti quanti ne parlavano, ora si proponeva di ricominciarla, si sfogava in calunnie contro Garibaldi, accusandolo perfino di avere condotti a Lugano e fucilati tre ostaggi. La Concordia osserva benissimo che un giornale ufficiale non deve con "un si dice" avventurarsi contro un uomo onorato tale atroce accusa di omicidio, e soggiunge che il general Garibaldi non ha violato i patti dell'armistizio, perché non serviva sotto il comando di S. M. il re sardo.

In verità egli dopo l'incontro a Roverbella non pensava più di tanto di prendere servizio sotto un re. Era gravemente ammalato di febbre terzana e dovette sostare un po' di tempo a Lugano.
Il governo di quel valoroso Cantone voleva assecondare l'ospitalità dei ticinesi, sfidando la minaccia di Radetzky di cacciare dalla Lombardia tutti i ticinesi qui residenti, di sospendere il commercio e la comunicazione postale; minaccia messa in atto il 15 di settembre; non perciò gli abitanti cessarono di prodigare le loro cure ai gloriosi fuoriusciti.

Appena la febbre glielo permise, Garibaldi passando per Ginevra e Marsiglia arrivò a Nizza, ove le notizie della Toscana turbarono la quiete e il riposo di cui ne aveva tanto bisogno. In Piemonte il nuovo ministero era apertamente reazionario, Pinelli, Revel, Alfieri di Sostegno rappresentando il partito aristocratico e clericale.
A questo ministero somigliava quello di Ridolfi in Toscana che il popolo non voleva più, però il granduca fu costretto di nominare Guerrazzi governatore di Livorno, che issofatto domandava la repubblica. Allora il granduca chiamò Guerrazzi a Firenze e gli sostituì Montanelli a Livorno, ove questi promulgava la Costituente italiana, con voto illimitato; la quale convocata in Roma avrebbe deciso intorno alla forma di governo più appropriata all'Italia.


Garibaldi, riammalatosi in Genova, il 18 ottobre dal suo letto faceva stampare questo appello per la ripresa della guerra rivolto a tutti gli italiani.

 

Poi appena ebbe un po' di forze, udendo che il grido dei livornesi era Popolo, Democrazia, corse subito a Livorno, ove fu accolto con gratitudine e giubilo - come si rileva dal seguente passo di una corrispondenza alla Concordia (N. 25).

"Livorno, 26 ottobre. - Garibaldi é rimasto fra noi perché il cuore e la mente di Garibaldi hanno compreso il popolo toscano ed il valore della inaugurata Costituente italiana.
Garibaldi non é stato insensibile alle dimostrazioni dei livornesi. Egli é rimasto sperando così di essere più utile alla Sicilia in particolare, ed alla causa italiana. Noi desideriamo che venga preposto immediatamente al comando supremo delle nostre truppe, per ricondurle alla disciplina ed all'amore della patria, che sempre dovrebbero sentire.
Ieri sera un popolo immenso sino a notte avanzata insisteva perché l'illustre generale non partisse; ed egli vinto acconsentiva di sospendere la sua partenza per qualche giorno.
Si trasferiva allora in casa dell'egregio concittadino Carlo Notary, ove già dimorava la di lui consorte.
Appena arrivato, seppe del nuovo tentativo d'insurrezione in Lombardia. Il comitato repubblicano in Lugano, persuaso che non si riprendessero le ostilità così presto, mandò le bande in Val d'Intelvi per suscitare l'insurrezione sulle frontiere lombarde. Volontari, comandati da Arcioni, da D'Apice e dal prode Daverio, s'impossessarono di Blevio e di Chiavenna; i comaschi, i bergamaschi, i bresciani erano tutti in fermento; molti di loro si avviarono verso gli insorti, e parecchi scontri accaddero a Cernobbio, al monte Bisbino, al Carato sulle Alpi e al ponte di Germiniana. Qui il Daverio con pochi valorosi sostenne durante un giorno un combattimento con 1500 austriaci; in ultimo, non potendo tenere il campo, ricondusse i superstiti sul Verbano e ancora ai castelli di Cannero a disposizione della giunta centrale. L'ufficiale Brenta con soli 20 compagni cacciò gli imperiali dai loro quartieri a S. Sisino, ma venne in loro soccorso il Latour con un grosso stuolo di tirolesi; costui non potendo mantener gli accordi con gli insorti di Varese e Bergamo, furono obbligati tutti di ritornare al canton Ticino, il governo del quale dovette appigliarsi a provvedimenti di rigore contro gli esuli (*).

(*) Riferiamo il giudizio di due storici contemporanei , i quali avevano almeno l'intenzione di essere imparziali.
" Aspro biasimo - scrive il Brofferio - di questa fallita impresa toccò a Giuseppe Mazzini il quale, ben lungi dall'incoraggiare gli insorgenti, si era in ogni miglior modo adoperato a frenarli". (Parte III, cap. II, pag. 38. Broff.).
Il Vecchi invece scrive: "Il Pier l'Eremita della idea repubblicana, Giuseppe Mazzini, sollevando in Val d'Intelvi lo stendardo della nuova crociata, con più vasto e meno profondo intendimento nelle sue osservazioni , non ne previde le inevitabili conseguenze. Alquanti mesi di soggiorno in Italia non gli avevano rivelato che l' eroismo, il sacrificio non sono le sono che s' impongano ad un popolo il cui sguardo a mala pena abbracciava il ristretto orizzonte de' temporali godimenti della sua vita di schiavo.
Il nobile tentativo attuato dal general Garibaldi, lo aveva pur veduto andare fallito. Doveva mai supporre che quelli che si aveva d'intorno, uomini senza nome e con scarsa capacità militare valessero ad incarnare un disegno grande quanto l'Italia?"
( L'Italia, storia di due anni, pag. 308.)
Si legge nel Vol. IV delle opere di Mazzini, il quale dagli inizi della guerra si era adoperato a tutt'uno per mandare tutti i giovani che pensavano come lui, a Venezia. «Un'unica speranza accarezzava l'anima sua sconfortata, e quella speranza aveva nome Venezia. Su Venezia sventolava la bandiera repubblicana; per quell' idea avviava la legione Antonini a Venezia e per la stessa ragione consigliava Garibaldi reduce da Montevideo, di recarvisi a porre sé e il suo nucleo di prodi ai cenni del governo veneto.
Per questo tentò più avanti di concentrarvi i polacchi condotti dal poeta Mikievicz"
(MAZZINI. Op., serie Politica, vol. IV, pag. 165. ).

E dopo l'armistizio, egli mandò Cesare Correnti a Manin, per indurlo a chiamare in Venezia le migliaia di esuli accalcati nel canton Ticino, ma intanto prevalse l'idea di ritentare l'insurrezione sul suolo lombardo, ed egli scrive: "tentammo il possibile per ricominciare popolarmente la lotta, e l' iniziammo in Val d'Intelvi. Ma da un lato sorsero gare inaspettate fra D'Apice e Arcioni, capi militari dell'impresa, dall'altra la potenza del pregiudizio monarchico. E quella caduta, lasciò tale sconforto nelle città della provincia, da rendere inutile ogni tentativo. - Lasciai, disperata ogni cosa in Lombardia, la Svizzera, e m'avviai per la Francia verso la Toscana"
(Idem, pag. 180).


Radetzky, temendo che Garibaldi ci fosse in persona (nel Canton Ticino), staccò un grosso corpo del suo esercito da Magenta, appunto impensierito di un attacco dalla parte dei garibaldini. Né s'ingannò - almeno sulle intenzioni di Garibaldi - come si vede dal proclama di quest'ultimo fatto a Livorno, dove conclude "sto arrivando":

« Popoli lombardi!
« Ho inteso il vostro grido, e sono con voi, volendo trovarmi sempre tra uomini forti e generosi. E voi siete inoltre perseveranti.
Venuto in luogo meglio parato a combattere, fra cittadini di anima italianamente tem
prata come la vostra, io muoverò domani per raggiungervi; e la mia bandiera, che voi conoscete, tra poco sventolerà nuovamente sulla sacra terra lombarda. Mi segue una mano di prodi, che si moltiplicano ad ogni passo; mi accompagna il grido festoso delle moltitudini; ho toccato con la mia spada le ceneri di Ferruccio, e saprò morire come Ferruccio.
Coraggio, o lombardi! prorompete da ogni verso sui barbari, tutti gli italiani sorgano armati, e sia guerra di popolo che sprezza gli ostacoli, deride i pericoli, non conta i nemici; sia guerra di nazionale vendetta, senza sosta, senza misericordia.
A rivederci, o lombardi, in mezzo alla mischia.
Livorno, 30 ottobre 48. - G. GARIBALDI -

Nonostante il brutto esito dell'insurrezione lombarda, Garibaldi continuava a formare un battaglione scelto di italiani col proposito irremovibile di ottenere l'intera indipendenza d'Italia o morire. Il Circolo politico di Lucca fece perfino pressioni per essere ammessi nell'eletto corpo. Il cappellano del battaglione era il padre Alessandro Gavazzi. Per Garibaldi era la stessa cosa andare alla difesa di Messina non ancora sottomessa, o in Lombardia, se mai la insurrezione vi si fosse riaccesa.
Se non che i toscani vollero ad ogni costo che egli rimanesse con loro; insistettero che a lui fosse dato il comando dell'esercito in sostegno del Montanelli e del Guerrazzi che il granduca dovette chiamare a formare con Mazzoni e Franchini un ministero veramente democratico.

Garibaldi andò pertanto a Firenze il 9 di novembre e partendo pubblicò il seguente indirizzo:

Toscani !
"Accolto in mezzo a voi con generosa gioia quale si conviene ad uomini valenti che ospitano un vero amico, non vi paia che vi aduli , nobili toscani , quando vi dico che insuperbisco dei vostri plausi, dell'affetto vostro. E ben a ragione siete voi quei toscani che a Curtatone e a Montanara e sui colli a S. Giorgio, fatti schivi ormai del titolo di gentili che a sì buon dritto meritavate, degni vi rendeste invece del titolo di strenui e di forti.
Io vi lascio per correre dove i destini d'Italia sembrano chiamarmi; non mi divido da voi, né mi separo coll'animo, con le speranze. Trovai a Livorno impareggiabili cittadini grandemente benemeriti del risorgimento della nazione italiana; a Firenze un ministero uguale alla grandezza dei tempi, perché degno del popolo e della gran patria comune; in tutta Toscana mi occorre un popolo impaziente di lavare quelle macchie che mani venali e vendute cosparsero sul nome italico.
Dio resti con voi, Dio ci accompagni.
Emuliamo i sublimi viennesi, sdegnosi della tirannide. Se per avventura io drizzerò i passi là dove con l'armi e col sangue uopo sarà decidere della vittoria, non fia inutile levar la voce per attirarvi su quella via, ove precedendovi i prodi sanno rinvenire le loro orme altri prodi.
Confidate, o toscani, sulla incrollabile giustizia della causa nostra, e state adocchiando l'occasione. Dove e snuderanno i nostri brandi, ben esser potrete certi che ivi si agiteranno le sorti della libertà e della nostra Italia. -
Viva la Toscana! Viva l' Italia!
G. GARIBALDI. -

Fra tanti disegni d'azione, Venezia solamente (e lo abbiamo già letto sopra) si trovava al tu per tu con gli austriaci; e Garibaldi stanco di parole si decideva ad attraversare gli Appennini e per la via di Ravenna metter piede a Venezia.
Ma a Bologna era stato inviato il generale Zucchi dal ministro Pellegrino Rossi, in qualità di commissario straordinario. Lo Zucchi, veterano delle patrie battaglie per la libertà, si era invece ora schierato alla reazione; e al primo sentore dell'avvicinarsi di Garibaldi comandò al generale Latour di mandar due compagnie di svizzeri a Pianoro per chiudergli l'ingresso nello Stato; a tale annunzio il popolo tenne gran riunione al teatro Contavalle; Gavazzi lo arringò la mattina dopo all'aperto in Strada maggiore, denunciando l'iniquo ordine. Una deputazione fu inviata al prolegato affinchè vi desistesse. Costui fece lo gnorri; e Latour, generale degli svizzeri, ruvidamente si rifiutò di sospender l'ordine di partenza delle due compagnie; fece sgombrare la piazza dai dragoni a cavallo e occupare dai soldati il palazzo comunale.

Essendosi recato lo Zucchi a Ferrara, gli furono spediti oratori, quand'ecco Garibaldi all'improvviso alla porta S. Stefano, e al primo suono dei tamburi una moltitudine a piedi ed in carrozza muovere incontro all'eroe di Montevideo. Il quale ad un'ora di notte entrò in Bologna col padre Gavazzi da un lato e il Latour dall'altro, accompagnato con torce e fra gli evviva di tutto il popolo al proprio alloggio.

Visibilmente il generale degli svizzeri Latour non sembrava molto preoccupato di venire ad una collisione con i bolognesi, risoluti a non lasciar impunemente insultare Garibaldi, il quale nel frattempo andò a Ravenna, ove la colonna mantovana, indignata delle calunnie di aver essa contribuito all'agitazione di Genova, lo raggiunse e mentre egli era tutto intento a disciplinare le sue genti e a trovar modo di condurle a Venezia, avvenne l'assassinio di Pellegrino Rossi e la rivoluzione provocata in Roma dalla collisione fra il popolo e gli svizzeri, la morte di monsignor Palma colpito di palla in fronte, la dimostrazione di 30 mila persone per esigere dal papa un ministero democratico applicatore del seguente programma:

I. Promulgazione del principio della nazionalità italiana.
II. Convocazione della Costituente e attuazione del progetto dell'atto federativo.
III. Adempimento delle deliberazioni del consiglio dei deputati intorno alla guerra dell'indipendenza.
IV. Intera adozione del programma Mamiani del 5 giugno.

I ministri designati dal popolo erano Mamiani, Sterbini, Campello, Saliceti, Rusconi, Lunati, Sereni e Galletti comandante generale dei carabinieri. I deputati si presentarono al papa che rispose di non voler conceder nulla, non volendo agire forzato. Gli svizzeri fecero fuoco, si suonò a raccolta, la civica s'affrettò alle bandiere; le prime squadre occuparono tutti i posti avanzati intorno al Quirinale .....

... 6000 uomini fra civica e linea circondarono il Quirinale, i cannoni furono puntati contro il portone principale, il materiale per le barricate era preparato;

Una deputazione si presentò al papa con l'ultimatum, dandogli sola un'ora di tempo: egli allora, chiamato Galletti, accordò il ministero domandato sostituendo soltanto l'abate Rosmini al Rusconi. Non avendo intenzione di osservare le promesse nè di rimaner fedele alle concessioni impostegli, partì da Roma travestito da semplice prete su una carrozza del conte austriaco Spaur, ambasciatore della Baviera; la prima notizia fu trasmessa al mondo nel seguente laconico modo:

M. Bastide au Marquis de Normanby
e Paris, 1 décembre 1848
« Mylord, J'ai l'honneur de vous adresser copie d'une dépêche télégraphique que je reçois l'instant:
A M. le Ministre des affaires étrangères
Le pape est parti furtiveuient de Rome le 24 a 5 h. du soir.
Rome est calme.
J'ai l'honneur, etc. - JULES BASTIDE -
(Blue Books, III, pag. 632)

Nel corso del viaggio Pio IX fu raggiunto dalla contessa Spaur, mentre il cardinale ANTONELLI travestito da laico lo raggiunse pure lui ma poi corse a precederlo nel luogo di destinazione, Civitavecchia, ove gli diedero ad intendere si sarebbe imbarcato per Marsiglia. Ma Antonelli, d'accordo con l'Austria, aveva stabilito di condurlo a Gaeta: dove l'augusto fuggiasco giunse la sera del 25 e subito si mise a scrivere a FERDINANDO II, invitando il Borbone a raggiungerlo.

Fuggito il papa, Garibaldi vide vestito di realtà il sogno della sua vita: combattere per l'indipendenza italiana in Roma stessa, liberando la sua patria allo stesso tempo dall'oppressore dell'anima e del corpo. Immediatamente offrì il proprio braccio al ministero di cui Mamiani era capo. - Questi lo incaricò di comporre un corpo di volontari col grado di tenente colonnello.
- Garibaldi, esultante, scrisse al ministro della guerra da Terni il 22 dicembre 1848

Terni, 22 dicembre 1848.
Eccellenza,
Domani raggiungerò la colonna a Foligno, donde mi dirigerò a Rieti, punto che mi sembra molto più conveniente per organizzare il battaglione e ricevere da Roma il vestiario, armamento, ed altri oggetti indispensabili. Mi permetto di raccomandare a V. E. il pronto invio del vestiario, cappotti e scarpe, trovandosi la gente in uno stato deplorabile.
Onori dei suoi ordini - G. GARIBALDI. -

"P. S. Ho ricévuto il dispaccio di V. E. dopo aver scritto la presente, e dirigerò la colonna a Fermo, come mi viene ordinato. Ringrazio V. E. dell'accettazione del corpo al servizio dello Stato, e solamente ricordo la sollecitudine dell'invio dell'abbigliamento e dei suoi ordini. "

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