VENTOTTESIMO CAPITOLO

CAPITOLO VENTOTTESIMO
Leggi e provvedimenti del Governo della Repubblica Romana

Testimonianza del Farini sull'andamento delle finanze. - Singolare onestà e parsimonia degli uomini preposti all'Amministrazione della cosa pubblica- - Il Dott. Agostino Bertani riesce a restituire alle famiglie le salme imbalsamate del Manara, del Dandolo e del Morosini. - Fine eroica di quest'ultimo. - Goffredo Mameli poeta e soldato, suoi ultimi istanti.

Ben dice il Carducci che "la difesa di Roma per il valore e la magnanimità di cui diede prova il latin sangue gentile pare un grande episodio dei poemi di Virgilio e del Tasso".
Quella lode meritata di magnanimità esprime fedelmente la sua grandezza. Prima e durante la lotta, nell'ebbrezza dei suoi entusiasmi e nel doloroso raccoglimento delle sue delusioni, Roma rimase degna del suo nome per opera di chi le disse: "Hai un grande passato, sei stata la Roma dei Papi e dei Cesari; mostra ciò che significa per l'avvenire la Roma del popolo".

Non un delitto funesta la città nel periodo del governo della repubblica; non una condanna a morte, non un solo nemico esiliato per ragioni politiche, nè un solo giornale sospeso, né un solo tentativo di frenare la libertà della stampa o della parola, non una rappresaglia macchia la condotta di uomini che erano del tutto nuovi al potere.
Il governo conduce indisturturbata la sua vita; nessuna passione lo altera. I proclami dei triumviri, anzi tutti i documenti dei governanti mostrano con la loro serenità quanto grande fosse la forza morale di questo rinnovamento.

E in mezzo alle gravi cure militari, sotto la minaccia di quattro eserciti nemici, fra l'impeto di selvagge passioni, ch'erano state, accese dalla più corruttrice oppressione - quella del prete armato del potere civile - non si posero in disparte le questioni economiche e le cure educative.
Non bastava abbattere le vestigia della vecchia dominazione: si comprese che il delitto nasce con la miseria, pullula con l'ignoranza e si alimenta incessantemente con questi mali: si comprese che per associare il popolo ai sacrifici, ai pericoli, all'opera eroica di una rigenera
zione civile ed alla creazione di una patria, bisogna che gli eletti a reggerne le sorti sappiano giungere con lo sguardo fino alle piaghe meno esplorate; vigilare sopra ogni necessità, tutelare senza posa gl'interessi, principalmente di quelli che meno sanno farli valere da sé stessi.

Senza dire della costituzione promulgata lo stesso giorno, in cui entrarono i francesi in Roma, sono un documento d'onore per questo tempo e per questi uomini le leggi sobrie e dettate con senno da statisti e nelle quali rifulge l'espressione del più puro patriottismo.
Così si provvide per l'istruzione superiore, attuando il principio della libertà d'insegnamento, ammettendo chicchessia ad applicarsi a qualsiasi materia, purché accertate dall'ispettore governativo le condizioni di capacità e di moralità dell'aspirante, e vigilando affinché questa perfetta libertà non degenerasse mai in offesa alla legge o della pubblica morale, né trascendesse a scandalo, onde fosse compromessa la dignità della nobilissima istituzione; così fu curata anche l'istruzione popolare gratuita e laica.

Per migliorare la condizione economica del popolo nessun provvedimento fu trascurato. Il prezzo del sale, il cui appalto era prima solo nelle mani dei Torlonia , divenuto ricco e duca da bassa condizione, s'impinguava a danno del popolo le tasche di costui di 443.863 scudi sopra 1.301.040, fu fissato a un baiocco la libbra. - Fu adoperata la falce contro i carrozzini che sotto i clericali prima d'allora, come sotto i moderati poi, impoverivano le moltitudini a beneficio di pochi e insaziabili speculatori; furono aboliti tutti gli appalti, perché, da ogni affitto delle rendite pubbliche elaborandosi uno Stato nello Stato, questo fatto equivale ad uno smembramento della sovranità e segnala nel governo un'incapacità d'amministrare da sé stesso gl'interessi sociali.

Fu invece istituita una direzione generale per amministrare i dazi di consumo, sali e tabacchi, diritti riuniti. La tariffa doganale, modificata sostanzialmente, informata ai principi del libero scambio. Ridotto il numero degli impiegati, e cassati quelli in soprannumero. Aboliti gli incarichi onorifici, divoratrici ingordi del pubblico denaro sotto il governo dei preti.
Sottoposti i beni rustici delle corporazioni religiose e altre manimorte all'amministrazione del Demanio, ne fu decretato il riparto in eque porzioni fra le famiglie più indigenti del popolo, e concesso il possesso in enfiteusi libera e perpetua con piccolo canone, in ogni tempo redimibile.

Si pensava anche al miglioramento delle prigioni, erigendo una casa di reclusione a San Bernardo alle Terme; e i poveri e i vecchi incapaci di lavoro, fino allora pigiati in abitazioni luride e malsane, furono alloggiati nel Palazzo di Montaldo a Frascati, stupenda villeggiatura dei Gesuiti. Si istituivano dappertutto asili per l' infanzia, fornendoli con le suppellettili tolte ai conventi e agli educandati diretti da monache.
Le cure che si prodigavano ai feriti e ai superstiti dei morti per la Patria eran quelle di padre ai figli, o di figli al padre.
Né esitava il governo davanti a quelle provvigioni che, specialmente in Italia, mettono a prova la virtù dei cittadini, costringendo cioè con tasse e prestiti forzosi gli abbienti a contribuire al mantenimento del decoro, della dignità, e soprattutto alla difesa della Patria.

La Repubblica, ben s'intende, riconosceva il debito pubblico, come nazionale e inviolabile, e, scoppiate le ostilità, respinti i francesi il 30 aprile, furono requisiti gli argenti; la rata delle tasse per il bimestre scaduto, richiesta entro 24 ore con metà del bimestre entrante.

La proporzione del prestito variava dalle rendite non minori di annui scudi duemila, tassati per una sola volta del quinto, alle rendite di scudi dodicimila, tassate di due terzi.
Eppure nessun lamento, nessuna protesta, perché tutti sapevano che i sacrifici richiesti erano per il bene comune, perché tutti vedevano amministrate le rendite dell'erario in quella stessa maniera, con cui un buon padre di famiglia impiega il peculio domestico, perché tutti toccavano con mano che il risparmio dei molti non era dilapidato dal lusso o dall' imperizia di pochi, né sorgeva in alcuno il dubbio che il denaro del pubblico si sprecasse in spese improduttive.
(*) Si può ricorrere a fonti non sospette per appurare le verità di questi tempi leggendari; si consulti il Farini nel suo Stato Romano 1815-1850.
Il libro ha un valore intrinseco che nessuno può disconoscere. Il Farini è un avversario risoluto della repubblica e mostra di sentire per i repubblicani una ripugnanza non scevra di passione che spesso vizia i suoi apprezzamenti e toglie equità ai suoi giudizi. Ma questa giustizia gli si deve rendere ch'egli non travisa i fatti nè li tace anche quando rechino lode ai suoi avversari. Ed è un esempio di moralità politica che non trova seguaci fra gli uomini di alcun partito. Ecco in qual modo egli discorre delle finanze romane sotto la repubblica:
"Avendo nel frattempo il generale Oudinot pregato il Valentini a rimanere in carica con i suoi colleghi, deputò tre ufficiali a riceverne le casse ed i portafogli del Tesoro. Eseguirono essi la commissione il 7 e 8 di luglio; e certificarono non solo le casse integre, e limpidi i conti, ma che la finanza era stata governata con tanta abilità, che a riscontro dei tempi e delle consuetudini dell'amministrazione clericale era meravigliosa; di questo lasciarono scritto documenti. Fra moneta metallica e di carta erano in cassa scudi centonovantamila novecento cinquantatrè; di crediti, di biglietti di banca, di cambiali, scudi quattrocentosei mila duecento ottantasette; in tutto cinquecento e novantasette mila duecento quaranta scudi. Il Valentini consegnò tutta la carta preparata e gli utensili acconci a prepararla, e il conto di quella che fino al 6 luglio era stata posta in corso; i metalli che erano alla zecca e il conto di tutta la moneta erosa coniata; copia delle leggi che avevano creata questa e quella moneta; infine ogni altro capitale e documento pertinente alla finanza ed all'erario. Il Governo Pontificio aveva creati due milioni e cinquecento mila scudi di buoni del Tesoro; la provincia di Bologna ne aveva creato per duecentomila scudi; il Parlamento Costituzionale aveva provveduto se ne creassero per un milione e duecentomila scudi, cosicché quando la repubblica fu instaurata, erano in corso quattro milioni e cento cinquantun mila scudi di moneta di carta
L'Assemblea Costituente aveva dato valore di moneta ad un milione e centomila scudi di biglietti della Banca Romana. I Triumviri al 19 aprile crearono un milione di scudi di Buoni della repubblica, l'Assemblea ai 15 giugno ne creò quattro milioni, ma non ne fu dato fuori che un milione novecento sessantré mila scudi, perché i commissari sopra la finanza della repubblica non usarono l'autorità che avevano di porre in circolazione gli altri tre milioni e tre mila settecento scudi di carta monetata. Così la somma totale di quella che era in corso nel momento in cui fu restaurato il Governo Pontificio ammontava, compresi i biglietti della banca, a sette milioni ottocecento ventotto mila e trecento scudi. Di moneta erosa e di piccoli Buoni poteva per legge crearsi un milione di scudi, ma i commissari non ne diedero fuori che settecento settantacinque mila cinquecento sessantacinque scudi; ond' é, che sommato tutto, fra moneta erosa e carta, avendo essi podestà di mettere in corso sei milione di scudi, non ne misero che due milioni settecento trentotto mila, cinquecento sessantacinque : anzi giacché ne lasciavano in cassa e consegnavano ai francese cento ottantaquattro mila trecento e quindici, gli integerrimi commissari non diedero fuori che due milione cinquecento cinquantaquattromila, duecento quarantanove scudi, tra buoni e moneta erosa. » (Carlo Luigi Farini. Stato Romano. Libro VII. I. pag. 235")

Esistono conti privati di uomini allora al governo della cosa pubblica, dai quali rileviamo che il costo medio del pranzo dei più tra essi, se non di tutti, era di due lire al giorno. Particolare caratteristico e degno di nota. Il fervore straordinario onde il popolo di Roma aveva caldeggiato il nuovo reggimento politico della sua città e l'odio che gli inspirava ora il dominio straniero si ebbe in gran parte alle virtù singolari dei reggitori della Repubblica e di chi per essa aveva combattuto o data la vita.

Purtroppo si cerca invano una memoria, una lista che ci riveli anche approssimativamente il numero dei morti e dei feriti in Roma, e tanto meno delle vittime del ferro e del fuoco austro-papalino nelle province. Il dottor Agostino Bertani, rimasto più di un mese a Roma allo scopo di raccogliere, per quanto fosse possibile, le memorie di tanto eroismo e di tanti generosi patimenti; testimonio egli stesso degli estremi istanti di tanti martiri, la cui vita aveva tentato di contrastare alla morte, vuoi sotto il grandinare delle palle nemiche all'ambulanza di San Pietro in Montorio, vuoi all' ospedale dei Pellegrini; non si dette pace finché le salme del Manara, del Dandolo e del Morosini, gloriosa triade lombarda, non furono restituite alle madri.

Ricuperò quella del Morosini al campo francese, ove apprese la fine tragicamente eroica di quel prode. Il quale nel contendere al nemico l'occupazione del Bastione I, colpito al petto, e rifiutando d' arrendersi, cadde, dopo altri due colpi allo stomaco e al capo, sotto le rovine di esso, donde il Bertani poi lo estrasse.
A cura del quale i cadaveri del Morosini, del Dandolo, del Manara, imbalsamati, superate difficoltà infinite ed eluso il sospettoso occhio della polizia, furono imbarcati come colli di merci e indi consegnati alle famiglie.
(*) Fra le notizie varie della Gazzetta del Popolo del 12 settembre 1849 troviamo la seguente:
• Genova, 5 settembre. - li crepuscoli vespertini del giorno di ieri partirono da Genova tre "colli" come si chiamano in commercio, procedenti da Roma, trasportati sopra una nave mercantile, diretti ad Arona; chiudevano essi tre casse impiombate con dentro tre cadaveri: furono sbarcati vicino a porta « Lazzaretto al molo nuovo, e il funebre convoglio avvolto in paglia come si usa nelle mercanzie, che viaggiano molto, caricato sopra un carro a due ruote e a tre cavalli fece rintronare i cavi atri di porta Lanterna: e là una gentile signora lombarda e quattro emigrati diedero con lacrime il supremo addio alle spoglie onorande di tre martiri della santa, ora infelice causa italiana.
Queste spoglie erano state glorioso albergo alle anime dei giovani immortali Manara, Dandolo e Morosini, nomi imperituri nella storia italiana. Il maggior di essi non aveva più di ventiquattro anni....
Sì, questi sono i doni, che manda il Papa ai poveri Lombardi, e questo é il sangue, che si riverserà sulla testa infame dei francesi e dei preti spergiuri.
E, coincidenza singolare ! in quello stesso giorno Garibaldi, condotto sotto scorta di carabinieri da Chiavari, fu chiuso nel Palazzo Ducale, prigione di Vittorio Emanuele, e le ceneri del padre di costui eran portate trionfalmente. »


E dobbiamo pure al Bertani gli ultimi ricordi del soldato poeta, che spirò, lo dice Mazzini, tra un inno e una battaglia, dopo che i giorni della Repubblica, di cui fu il Tirteo, parvero contati. Difficile immaginare una figura più bella, più simpatica, più eroica come quella di GOFFREDO MAMELI ( nell'immagine a sx), poeta come Chatterton, Keals, Shelley, che gli Dei troppo amarono per lasciargli lunga vita.
Egli ebbe questo di comune con i grandi di ogni età, che seppe immedesimarsi nello spirito del proprio tempo, di cui sentì i dolori e comprese le aspirazioni, per il che il canto gli sgorgava fervido dal petto appassionato, e la forma gli fioriva sulle labbra schietta, facile e spontanea. Il popolo dispensando la musica a quel canto si veniva educando al pensiero dei nuovi tempi e di qui all'azione, se é vero che questa é figlia di quello. Goffredo Mameli fu l'incarnazione più splendida del motto mazziniano e pensiero e azione: "l'Italia dev'essere, può essere, sarà.".
Da questa fede, che si ingagliardiva in lui ai ricordi gloriosi del passato, attingeva egli l'ardire sublime dell'apostolo, l'intraprendenza dell'eroe, l'abnegazione del martire. Nei suoi canti si sente la voluttà della lotta, ne' suoi versi la carica dei bersaglieri di Manara. Preparatore fervente del movimento nazionale in Genova, giuntovi il messaggio della rivoluzione di Palermo per la commemorazione popolare nella chiesa dell'Annunziata, fu Goffredo che scrisse l'iscrizione:
"PER LA VITTORIA DEL POPOLO"

E quando si seppe in arme Milano, egli, prima della vittoria, valicava il Ticino, raggiungendo il 20 marzo Bixio, il primissimo Bixio, che amava Goffredo, come Gionata amò Davide; assieme militarono intorno a Mazzini, portabandiera della legione Medici. Rovinata la guerra, Goffredo seguì Garibaldi fino a Roma, da dove scrisse a Mazzini un biglietto eloquente di tre parole:

"9 febbraio.
" Roma, Repubblica. Venite"

Questo il ricordo di Mameli, di Giuseppe Garibaldi .... nelle sue "Memorie"


(Memoriale di Garibaldi -
( "Cronologia" possiede la copia originale).

 

Ma sentendo Genova insorta, Mameli vola con Bixio per difendere e armare la città natale. Arrivano il giorno prima (7 aprile) dell'armistizio e il 10 ripartono per Roma, e vi discendono in tempo per menare le mani ora contro i francesi, ora contro i borbonici napoletani; finché ambedue feriti, il 3 giugno, sono trasportati all'ospedale della Trinità dei Pellegrini. Il Mameli, giacente sul letto, accettò il brevettò di capitano con l' aggiunta di addetto allo stato maggiore. Offerto a lui e a Bixio quel grado sul finire della guerra, ambedue lo avevano rifiutato, affermando che vi erano altri più adatti di loro ad assumerlo.

Ferito alla gamba sinistra da una palla, che gli perforò l'osso dalla parte superiore della tibia, sembra che vi sia stata una forte emorragia durante la prima medicatura; tanto é vero che il dottor Pietro Maestri, che lo vide tre ore dopo, lo trovò privo dei sensi.

Caduta la Repubblica, che cosa abbiamo sofferto i morenti e i feriti tormentati dai chirurghi, dagli infermieri, e perfino privati del conforto di vedere i parenti e gli amici, facilmente s'immagina, il loro era un pietoso stato morale e fisico.
(* vedi a fondo pagina, la sdegnata lettera della Belgioioso).

Ripari, il medico personale di Garibaldi e della Legione, soldato intrepido, fu arrestato e chiuso in galera per la durata di sette anni; gli altri furono cacciati dagli ospedali e dalla stessa Roma.
Avezzana ritornò in America a rendere sempre più amato e stimato il nome italiano.
Carlo Pisacane, destinato a cadere a Sapri precursore impavido della spedizione dei Mille, dalla partenza di Roma si dedicò interamente alle cose patrie.
Fabrizi, il Baiardo italiano, sempre presente ad ogni chiamata della patria, con altri 70 combattenti cercava asilo in Malta; ma Buca Q' More governatore ligio al Papa glie l'aveva negato; e per altri 10 anni ora in Grecia e ora in Svizzera cospirando e lavorando egli preparava il terreno per la futura riscossa.

Saffi, dopo avere aspettato in Roma ancora qualche segnale di insurrezione contro i nuovi oppressori, deluso, partì a sua volta per l' esilio: e in Svizzera e in Inghilterra fece a tutti cara la causa della sua patria.
Se ne dilungavano Adriano Lemmi che ha costantemente ed esclusivamente impiegate le sue ricchezze,
prima per la liberazione della patria, poi per la libertà, nulla chiedendo per sé, nulla volendo.
Enrico Cernuschi, l'eroe arguto delle Cinque Giornate e della difesa di Roma, tratto in prigione a Civitavecchia fu processato dai francesi.
Alessandro Castellani, emulo del Lemmi, che, decretata dall'Assemblea la demolizione dei fabbricati attorno a Roma, benché ormai tardi per la difesa, corse in persona, esempio per gli altri, a distruggere il grandioso e sontuoso palazzo della sua famiglia fuori di Porta San Giovanni, senza chiederne mai compenso.

Mazzini non sapeva staccarsi da Roma, caduta e ancora fremente. Errava benedetto e adorato fra i Trasteverini consolando chi aveva perduto il figlio o lo sposo o il fratello, incoraggiando il popolo a prepararsi e a sperare nell'avvenire; poi anche lui partì per l'esilio col cuore affranto ma con l'anima illuminata dalla fede che l'indipendenza e l'unità della patria sarebbero state a breve termine inevitabili.
I francesi rimanevano padroni di Roma, presidio al trono del papa, intriso del più nobile sangue dell'Italia: il sangue degli stessi "suoi figli" Romani!

Ma l'eccidio della Repubblica Romana preluse al Due dicembre !!

L'espiazione é un'idea cristiana, buona per la seconda vita. Ma nell'ambito dell'umanesimo c'é la legge del taglione, che governa la Storia, e che ne costituisce la filosofia. Per la parricida Repubblica francese c'é il 2 dicembre.
Per il Due Dicembre delittuoso c'é Sedan ! L'umiliazione di Sedan !!

Quasi alla stessa data, le grandi anime uscite dagli squarciati petti dei difensori di Roma di questo tragico '49, dopo essersi aggirate per oltre vent'anni sulla sfortunata gloriosa città, ispirarono la riscossa a tutta Italia.
E invece dell'umiliazione ci fu la gioia del 20 settembre.
Roma e l'Italia da quel giorno fu del Popolo !!!!

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(*) Questo passo di una lettera della principessa Belgioioso all'Intendente francese degli ospedali, dimostra a quali basse vendette i vincitori fossero discesi:

"Fin dai primi giorni del vostro ingresso in Roma, allorquando voi vi protestavate pieno di rispetto per la situazione dei nostri feriti, e risoluto a non renderla ancor più penosa, voi mancaste di comprendere che la vostra presenza e di ogni altro uomo in uniforme francese era, se non un insulto, almeno una sofferenza che il buon senso voleva che a loro fosse risparmiata. Vi ebbe tra loro chi si incaricava di avvertirvene; ed allorquando voi attraversavate le sale degli ospedali, una sola voce avrebbero alzato a maledirvi, se colle mie preghiere non avessi ottenuto che mi risparmiassero l'imbarazzo di una simile scena.
Io non vi parlo dello strano progetto di trasportare i feriti all'ergastolo, in mezzo a quell'aria avvelenata di Termini: io non vi rimprovero pure il decreto pronunciato o comunicato ai direttori delle ambulanze di trasportare immediatamente tutti i feriti, eccettuati solamente quelli che già avessero ricevuta l'estrema unzione; voi avete rigettata la responsabilità di simili determinazioni sui vostri agenti, e sta a loro a difendersene. Ma ciò che avete fatto con cognizione di causa voi stesso, fu quello di farli rientrare nell'ospedale, da cui noi li avevamo fatti uscire due mesi prima, perché vi marcivano. Voi vorreste rigettare anche questa responsabilità sul consiglio di medicina: ma ciò é impossibile, perché voi siete stato avvertito da me dell'insalubrità del locale, e se aveste degnato prendere in considerazione la mia avvertenza, io vi avrei mostrato dei certificati sottoscritti due mesi prima dai professori dell' ospizio, precisamente dal professore Baroni stesso, nei quali raccomandava il trasporto dei feriti in un luogo più sano.
Il trasporto non vi bastò, e voi avete temuto che i feriti non sentissero vivamente abbastanza l'amarezza della loro situazione. Sotto pretesto di economia, voi li avete privati delle cure alle quali erano stati sottoposti, e che gli avevano conservata fino allora la vita. Si sa anche in Roma che le donne soltanto sanno raddolcire i patimenti degli infermi e dei morenti: voi avete proibito, cacciato le donne, e affidato i nostri feriti a dei facchini cotto pretesto di economia, voi avete soppresso due dei migliori professori dell'ospedale (Raimondi e Bertani, che servivano gratuitamente), e li avete soppressi brutalmente, vale a dire senza ringraziarli nemmeno dei servizi resi, e senza annunciar loro che da quel momento in avanti non servivono più. Al posto di questi due abili chirurghi, che servivano gratis, voi avete poi nominato un altro chirurgo capo di sala, che fino allora era solo un assistente di bassa chirurgia, ed a cui voi assegnaste i compiti eguali a quelli dei suoi colleghi; parlo del signor Eugeni; voi avete ridotto le razioni dei feriti, ordinato che non si desse più loro a bere che acqua pura, e che il loro vitto si componesse unicamente di carne di bassa macelleria lessa, quando i medici aveano per cento volte dichiarato che un tal vitto non conveniva in tutti i casi; finalmente voi li avete pure privati delle pietose donne che da due mesi si erano consacrate alla loro consolazione ed al loro benessere.
Né ciò é tutto! Voi avete permesso che fossero allontanati da essi i cappellani, e messi in luogo di questi dei cappuccini fanatici che minacciavano i feriti di lasciarli perire di sete e di fame, se non si fossero confessati immediatamente, e non avessero fatto una confessione piuttosto politica che religiosa . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . .
Il Comitato era depositario di una grande quantità di oggetti dati dai cittadini per uso dei feriti. Uno dei vostri funzionari (il signor Liberati) si presenta un giorno a noi, accompagnato da altri due ufficiali d'intendenza, e muniti di una lettera a loro consegnata da voi. In questa lettera, e nello stile il più straordinario, voi ci dicevate che il governo era a conoscenza di furti di materiale vario commessi nelle ambulanze; e che noi non potevamo negarlo; e di conseguenza voi ci ordinavate di consegnare immediatamente nelle mani dell'intendenza tutti gli oggetti presenti nelle ambulanze, minacciandoci le pene portate dalle leggi militari nel caso che noi ci fossimo ricusati di obbedire sull'istante, ecc. Voglio credere, signore, che voi non conosciate la lingua nella quale scrivete, e qui io mi lagno un po meno della vostra lettera, ma non delle vostre azioni. Noi ci dichiarammo pronti ad obbedire, e si rimase d'accordo con il signor Liberati, che egli ci consegnerebbe poi un duplo dell'inventario, con la ricevuta sottoscritta da lui. Erano oramai tre settimane che l'inventario era stato compilato quando io sono partita, e non avevamo ancora ricevuto né il duplo dell'inventario, né la ricevuta. Ora questi oggetti che voi ci facevate consegnare prima all' intendenza romana, e che il giorno dopo pigliavate a prestito da questa, a nome dell'intendenza francese, non appartenevano in nessun modo allo Stato. Essi appartenevano ai cittadini che li avevano custoditi nell' interesse dei feriti; una parte di questi oggetti doveva ritornare ai loro proprietari. E' possibile che nei due mesi e mezzo che durarono le nostre ambulanze, alcune lenzuola siano state sottratte; e questi furti, per quanto deplorabili, sono ancora un nulla, se si paragonano alle spoliazioni di possesso eseguite dietro i vostri ordini."
Lettera di Cristina Triulzio di Belgioioso.
A bordo del Mentore, 3 agosto 1849. All' intendente Pages.
La Concordia, 21 settembre 1849".

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