VENTINOVESIMO CAPITOLO

CAPITOLO VENTINOVESIMO

Garibaldi non pensava di deporre la spada, ma di portare la guerra fuori di Roma. - Ultima sua lettera ad Anita. - Sua partenza da Roma il 2 luglio. - La ritirata del piccolo esercito fino a S. Marino. - Licenziamento delle truppe. - Con 200 fedeli Garibaldi giunge a Arenatico, mirando a Venezia. - La tempesta e il nemico respingono la piccola flotta; parte cade in suo potere, parte prende terra a Magnavacca. - LA MORTE DI ANITA. - Vita raminga di Garibaldi. - Reduce in Piemonte, viene arrestato. - Rimostranze al Parlamento subalpino. - Impressioni sul re. - Ostracismo decretato. - Fatti che smentiscono la voce fatta correre di una pensione a Garibaldi. - L'Odissea: cacciato dal Piemonte, da Tunisi, dalla Sardegna, da Tangeri, parte finalmente per Liverpool, e di qui per New York.

L'idea di deporre la spada non passò minimamente per la mente di Garibaldi.
Saputo della resa, radunò le soldatesche nella piazza di San Pietro e disse loro "Esco da Roma per continuare la lotta contro i nemici della patria. A chi mi vuole seguire io offro fatiche, fame, sete, pericoli, combattimenti"
Ordinò poi di incominciare la ritirata oltre il Tevere; ricevette dal nuovo triumvirato il soldo di un mese per quattro mila uomini, votato dall' assemblea per tutti quelli che avevano combattuto in difesa della Repubblica. A chi lo scongiurava di differire la partenza e di fare una leva di popolo e sorprendere il nemico in Roma, rispose: "Oggi o mai! Una volta entrati i francesi, non c'è più uscita o azione possibile."

Volò a palazzo Corsini per scongiurare l'Anita di ritornarsene a Nizza e di salvarsi per i figli; ma invano. Vendette l'orologio e quel po' di oro che possedeva, e pregò Vecchi, il solo aiutante rimastogli, di accompagnarla fuori Porta S. Giovanni.
Troppo aveva sofferto quella derelitta nella separazione dal suo diletto per ripeterne la prova. Eppure era madre tenerissima e, a causa della perdita di una figlia in America (la Rosa), Garibaldi dovette - nel partire per l'Italia - condurla con se da Montevideo per paura che impazzisse di dolore.
Nè fu agevole indurla a imbarcarsi prima di lui per l' Italia e rimanere a Nizza mentre lui combatteva in Lombardia. E sapendolo malato a Genova, essa comparve al suo letto, e stette con lui nel viaggio a Firenze, a Bologna, a Rieti, donde ancora egli la persuase tornare a Nizza confortandola di lettere, delle quali riproduciamo l'ultima:

Roma, 12 giugno 1849.
"Mia cara Anita.
Io so che sei stata e sei forse ancora ammalata - voglio vedere dunque la tua firma e quella di mia madre - per tranquillizzarmi.
I Gallo-frati del cardinale Oudinot si accontentano di darci delle cannonate - e noi quasi per perenne consuetudine non ci facciamo caso. Qui le donne e i ragazzi corrono dietro alle palle e alle bombe, gareggiandone il possesso.
Noi combattiamo sul Gianicolo e questo popolo è degno della passata grandezza. Qui si vive, si muore, si sopportano le amputazioni al grido di Viva la Repubblica. -
Un'ora della nostra vita in Roma vale un secolo di vita !
Felice mia madre! d'avermi partorito in un' epoca così bella per l'Italia.
Questa notte trenta dei nostri, sorpresi in una casetta fuori le mura, da cento cinquanta Gallo-frati, se l'hanno fatta a baionettate; hanno ammazzato il capitano e 3 soldati, fatto 4 prigionieri del nemico ed un mucchio di feriti. Noi un sergente morto, ed un milite ferito. I nostri appartenevano al reggimento Unione.
Procura di sanare, baciami mamma, i bimbi - Menotti mi ha beneficato di una sua lettera, gliene sono grato. - Amami molto - tuo
G. GARIBALDI.

Anita non la ricevette mai questa lettera, perché, appresa la notizia che il marito era ferito, forzò Origoni, uno dei reduci di Montevideo, a tenerle compagnia; e, attraverso la Romagna e la Toscana occupate dagli austriaci e popolate di spie, come attraverso le foreste e i fiumi dell'America, seppe trovare la strada fino a lui, e il 14 giugno gli si presentò a Roma a palazzo Corsini, e qui Garibaldi, felice di riaverla vicina, non seppe nasconderle la sua ammirazione.
"Era Anita - scrive Hofstetter - una donna sui 28 anni, dalla carnagione assai bruna, dai lineamenti interessanti, delicatissima di corpo, ma nel fissarla bene si scorgeva in lei l' amazzone. Ebbi spesso occasione di vedere quanto suo marito la trattasse amorevolmente."

Ancora un mese, nobile Anita, di sofferenze fisiche e di gioie morali! E anche se preavvisata, essa avrebbe preferita la morte atroce che la attendeva, piuttosto che vivere lontana e divisa da lui.
E alle ore sei del 2 luglio, prima che piede francese avesse profanato il sacro suolo di Roma, Garibaldi montò in sella, con la moglie accanto, disattento agli applausi e ai lacrimosi addii del popolo che veniva in gran quantità fuori di S. Giovanni; intento solo a sincerarsi sul numero e sulla qualità dei soldati che vollero seguirlo. -
Brillò l' occhio suo al vedere il battaglione della guardia nazionale schierato dietro la legione italiana. E qui un suo sorriso accarezzava il battaglione degli adolescenti, da cui mancavano i soli morti e i feriti. Cercava con ansia il reggimento dei Bersaglieri Lombardi, ma non espresse lamento quando un piccolo drappello di esso l' avvertì che gli altri non c' erano; e neppure espresse un lamento quando, iniziato il movimento, la guardia nazionale ritornò alle sue funzioni, essendosi a lui soltanto mostrata in segno di omaggio.

Egli partì in testa dell' avanguardia formata da 30 cavalli e da una compagnia di fanti. Seguivano i bagagli, la cavalleria, l' unico pezzo di cannone, il resto della fanteria, e in ultimo i pochi bersaglieri e finanzieri con 20 cavalli, dei quali 10 alla coda. Vietato il fumare, imposto il silenzio, e comandato che gli ordini fossero sempre sussurrati a bassa voce. - Cominciata la partenza alle 10 di sera, alle 7 del mattino dopo, tutta la colonna accampava sotto i cipressi e all'ombra di un boschetto dove già i viveri erano stati allestiti dal distaccamento che il vigilante duce aveva spedito avanti, a cui nul!a di piccolo o di grande sfuggiva, quando non intralciato dall' altrui comando. E qui divideva il suo corpo in due legioni, affidando la prima al Sacchi, unico ufficiale superiore, a lui sempre fedele; ed erano tre coorti ripartite in sei centurie. La seconda legione di una coorte e due centurie, provvisoriamente ad altro ufficiale di Montevideo; la cavalleria, ai maggiori Muller e Migliazzo. In tutto 2.500 fanti, armati con fucili a percussione e 50 cariche ciascuno. Pochi i cappotti e gli zaini. 400 cavalli, per il maggior numero dragoni. Munizioni, oggetti di ambulanza, viveri sopra carri a due ruote, tirati da buoi presto sostituiti da asini e muli, dei quali i tiburtini, che inoltre prodigarono vino e cibo ai soldati, ne regalarono otto.

Capo di stato maggiore era Marocchetto; capo delle cose minute il maggiore Hoffstetter; segretario Cenni; capitani Pilhes, Sisco, Stagnetti, Torricelli, Montanari, Jourdan: all' ordinanza Giannuzzi, il pagatore Fumagalli. Ma non solo ebbero questi compiti, poiché tutti ne ebbero altri piuttosto faticosi: incettare viveri, portare notizie delle pattuglie che al fianco e avanti e indietro proteggevano la colonna da sorprese o da diserzioni.
Mai a nessuno Garibaldi lasciava trapelare l' oggetto dei suoi movimenti, né per molto tempo il fine ultimo. Egli stesso forse non se l'era prefisso, fin quando non ebbe perduto ogni speranza di essere raggiunto dal governo, dall'assemblea, dall'esercito della Repubblica, imboscatosi tutti a Roma.

Acconsentiva generalmente il riposo alle sue genti nelle ore calde (siamo in pieno luglio!); sempre a cavallo eseguiva personalmente le ricognizioni con uno o due ufficiali. Con Ciceruacchio guida, e Ugo Bassi messaggero.
Quanta ragione avesse egli d'essere uscito da Roma, prima che i francesi vi fossero entrati, si deduce dallo sbalordimento, dal terrore, onde furono colti i generali napoletani, austriaci e francesi all'annunzio, che Garibaldi, con i suoi uomini, volteggiava nei dintorni. Questa ricomparsa di Garibaldi, salvo le debite proporzioni, ricorda lo sbarco di Napoleone a Cannes, fuggitivo dall'Elba.

I borbonici occupano le frontiere e gli Abruzzi per sbarrargli l'entrata nel Regno, e l' Oudinot, benché impensierito dal contegno ostile dei romani, spedisce una intera divisione sui colli d'Albano e la cavalleria a Civita Castellana, e di qui a Viterbo e a Orvieto; mentre gli austriaci occupano l'Umbria e le Marche e le strade maestre fra la Toscana e gli Stati Pontifici, e il comandante dell'esercito della repubblica francese premurosamente stabilisce le comunicazioni con il capo dei croati per annientare quei fastidiosi «briganti» e «avventurieri».

Per eludere e deludere questi paladini della nuova Sant' Alleanza, serviti in punto e dappertutto dai preti, dai monaci e dai loro mastini, Garibaldi non ha che la sua esperienza del Rio della Plata, il suo occhio d'aquila, l'orecchio d'indiano e, purtroppo, soldati tutti stanchissimi, male armati, entusiasti sì del capitano, ma increduli, dopo più di un anno di prodezze e di insuccessi, in un esito ancora fortunato.

Garibaldi all'alba del 3, saputo della divisione francese speditagli contro sui colli Albani, muove lungo la strada grande verso il Regno, poi, appena notte, piegatosi a destra attraverso i campi, sosta in una depressione del terreno in quel di Tivoli; nessun fuoco fa scoprire il notturno accampamento. Alle ore 2 del giorno 4 si destreggia ancora in vista di Roma, l'avanguardia in Monterotondo e la retroguardia nei pressi di Mentana con Anita.
Muller con 50 cavalli fu spedito verso Viterbo per preparare il passaggio in Toscana. Disgraziatamente fu dato il comando della cavalleria a Bueno, uno spagnolo, intrigante e infido; ma, per coraggio e per esser venuto con lui da Montevideo, ben accetto a Garibaldi.
Fucilato per insubordinazione fu quel giorno un soldato; sbarrate e custodite le porte di Monterotondo, affinchè i soldati non potessero molestare gli abitanti, né questi recare fuori notizie della colonna garibaldina. Muto e come rapito dai tanti pensieri, Garibaldi rimase in cima ad una collina con il cannocchiale fisso sulla cupola di S. Pietro, aspettando il ritorno delle pattuglie, mandate alla scoperta verso Roma: poi il giorno 5, tutti in cammino per Rieti, dove giunti fu improvvisato un accampamento in una verde e ombrosa vallata del Tevere. Qui acquistati 20 buoi, 8 furono subito macellati da un esperto, indi subito squartati e arrostiti, ognuno tagliando col proprio pugnale o con le spade i pezzi di carne cotti.
Anita riunitasi, vegliando il breve riposo del marito, mantiene la disciplina fra i ragazzi a lei devoti.

Nuovo cammino alle ore 2 del giorno 6 dopo breve discorso del generale, che inculca ai soldati la subordinazione e il rispetto per gli abitanti - pena la morte. Si va per la vallata superiore del Tevere con fermata dietro Poggio Mirteto. Drappelli di cavalli trottato verso Rieti, altri verso Colonna e altri sulla strada; la moglie del gonfaloniere di Poro Mirteto, manda ogni bendiddio e viene di persona a portare fichi per il generale. Ove avvertito questi, che a Terni il suo colonnello Forbes con 700 uomini teneva alta la bandiera della Repubblica, affretta il passo e va in quella direzione con 10 ore ininterrotte di cammino senza trovare nel percorso e nella calura dell'estate una goccia di acqua.

Attendatosi per poco sotto grossi tigli, Garibaldi personalmente perlustra tutti i dintorni, mentre Anita completa la tenda a lui destinata; poi arrivato in Terni, gli abitanti con bande e guardia nazionale gli muovono festosamente incontro. Riunitosi a lui dà a Forbes un distaccamento di cavalleria per esplorare le strade a destra fino a Spoleto, a sinistra fino a Todi. Per garantirsi qui contro gli austriaci, con la fanteria di Forbes tiene la città contro i francesi; la sua ala destra nel convento di San Valentino e un altro distaccamento verso Narni. Questi sotto Muller scoprono i francesi che avanzano da Civita Castellana. Mentre Migliazzo avverte essere gli austriaci in Falignone e con gli avamposti a Spoleto.
Garibaldi capisce che bisogna a quel punto o combattere, o lasciare in asso il nemico, più nulla ormai sperando da Roma. Comandato un giorno di riposo agli uomini e alle bestie, riforma la sua schiera, aggregando gli uomini di Forbes alla seconda legione, assieme con due compagnie del reggimento di Masi, il quale, benché in strada con i propri focolari, non sa sottrarsi all'appello. Affida a Forbes il comando e delibera di avvicinarsi all' Adriatico per sostenere Venezia, unico "gladiatore" in difesa della libertà ancora in piedi.

Dalle notizie portate da Migliazzo e da quelle dei dispacci tolti ad un austriaco catturato, si venne a sapere che gli austriaci da Viterbo a Siena per Acquapendente, e da Perugia a Firenze per Arezzo, gli muovono contro. Garibaldi avvia le sue genti verso Cesi, prima tappa per Todi: lui parte per ultimo da Terni, dovendo cambiare il denaro monetato in effettivo. Eppure per altre vie arriva primo a Cesi. Udendo che gli ufficiali di Forbes rimasti indietro aspettano le razioni, addita loro una superba fontana di acqua viva.
"Qui si beve - dice - (sulla falda di un monte) si dorme; domani si troverà qualche cosa a mangiare".

Alle ore 2 del giorno 10 luglio suona a raccolta e per sentieri adatti solo ai camosci, conduce la sua colonna a San Gemiti, dolentissimo di doversi staccare da Ugo Bassi, malato a Cesi; si rammarica delle diserzioni e della misera condizione dei suoi uomini, scalzi e con i piedi laceri e infiammati. - Sereno però in volto, giunto a Todi, vi si fortifica; occupando tutti i dintorni,- fatte le perlustrazioni, getta cavalleria al ponte d'Orvieto per vigilare i francesi; tre compagnie verso Perugia per indovinare le mosse degli austriaci; altre a Foligno, e a tutte diede convegno per il ritorto a Cetona.

D'Aspre da Firenze spedisce un messo speciale a Ouditot a Roma, a Gorchowsky in Umbria per avvertire che Garibaldi é a Todi con 6.000 uomini, 300 cavalli, 3 cannoni; che il "brigante" Forbes l'ha raggiunto e si è unito a lui, e gli riesce difficile valutare le forze che lui dispone; che i propri uomini occupano Perugia, - quattro battaglioni, uno squadrone e mezzo e sei pezzi d'artiglieria - aspettando un attacco.
A Foligno due battaglioni e mezzo squadrone sono pronti ad unirsi a lui; spera che questa divisione per i siti da occuparsi dai due rispettivi eserciti, fissati di comune accordo fra il suo capo di stato maggiore e il sig. capitano Falopp, avrà l'approvazione dell'Oudinot; e aggiunge che, dubitando i propositi annunziati da Garibaldi di penetrare in Toscana non sia questa null'altro che un' astuzia di guerra, opinando che questi si getti piuttosto negli Abruzzi o cerchi di guadagnare l'Adriatico tra Spoleto Norcia e Ascoli, e per tale evenienza egli ha fatto occupare quest'ultima città da un distaccamento austriaco appartenente alla guarnigione d'Ancona.

Ma Garibaldi o sapendo o intuendo tutto ciò, passa il Tevere a Ponteacuto, sequestra 5000 volatili e 50.000 uova già acquistati e disponibili per Morris, si accampa intorno ad un convento in vista d'Orvieto. Mentre Anita gli prepara un risotto, egli racconta agli amici riuniti la storia della coraggiosa fuga di lei in America attraverso il fiume, fra le palle nemiche; e indicandola con la mano conclude: "Sì, o signori, mia moglie è una valorosa."

Volontieri ci fermiamo su questa scena domestica, con animo grato verso l'Hoffstetter che ci ha conservato l'episodio:
"Dopo cena, Garibaldi scomparve; volendo assicurarsi come al solito personalmente della situazione, ammalia i pastori che gli si offrono per guide, e ritorna progettando le prossime mosse. Informato che una povera donna fu derubata, fa fucilare con giudizio immediato il soldato reo, dicendo ai suoi in presenza dei pastori: "Così castigo i ladri. Siamo noi scellerati, o soldati della libertà? difensori o oppressori dei popoli?"

A Orvieto, trova le porte chiuse; una deputazione esce a pregarlo di non entrare perché imminente l'arrivo dei francesi che hanno già ordinato 4.000 razioni di pane. Ordina allora alla guardia nazionale, che era venuta a fargli onore, di portare il pane ai suoi uomini accampati sul colle; circonda la città; occupa Porta Romana e, alle istanze della terza deputazione degli abitanti pentiti, accondiscende di visitare la città; leva poi il campo all'alba, e i francesi per poco non gli catturano la retroguardia, e Morris inutilmente spedisce in ricognizione la sua cavalleria.

Infatti, la strada maestra é deserta! Garibaldi, ha passato immediatamente il ponte Carmaiola, rimonta il fiumicello a sinistra, lo ripassa, e la notte dorme presso Salci in vista del confine. I francesi ne smarriscono interamente la traccia. Oudinot scrive a d'Aspre:
"...che la colonna mobile francese sotto gli ordini del general Morris ha inseguito il meglio che ha potuto gli uomini di Garibaldi, e che questi avventurieri sembra abbiano sgombrato gli Stati Romani, e che il luogotenente Oudinot, suo ufficiale d'ordinanza, avrà l'onore di comunicargli le notizie raccolte dal general Morris!"

Gli austriaci certi di prenderlo a Fienile o a Pieve non ne trovano traccia, finché apprendono, che Garibaldi é entrato a Cetona (il 17), posizione fortissima sulla vetta del monte. E qui egli aspetta il ritorno delle sue centurie, e sapendo che nel Sarteano ci sono due compagnie di presidio toscano, manda l'ufficiale Montanari per farsele amiche; questi invece viene alle mani con la guardia civica, che gli fa due prigionieri e li trascina presso i monaci di Chiusi, centro della reazione clericale. Garibaldi manda fanti e cavalli al convento, i quali ritornano con 24 cappuccini sottomessi ed esterrefatti. Ed egli li apostrofa nella seguente maniera:
"Voi fomentate la guerra civile. Ministri di Dio vi chiamate, mentre siete i servi del Diavolo"
E li tiene ostaggi fino alla riconsegna dei suoi due uomini. Poi il il 19 si avvia per Foiano e il giorno 20 camminando su rupi e balze entra in Montepulciano, festeggiato dagli abitanti, e questa volta dai frati servito sontuosamente. Non s'illude però di potere sommuovere la Toscana, benché avesse provato ad infiammarla con un proclama rivoluzionario, né intende lasciarsi sopraggiungere da 20.000 austriaci già in Perugia, in Siena, in Arezzo.
Pernotta a Torrita, ove é accolto cordialmente, dalla guardia nazionale. S'incammina ad Arezzo, poi muta idea, varca il canale della Chiana con la faccia rivolta al grande Appennino, che si propone di salire, tocca Castel Fiorentino, dove Migliazzo mette in fuga alcune pattuglie austriache e cattura un latore di dispacci, nei quali legge che il presidio di Perugia promette a quello di Arezzo quattro compagnie di rinforzo. Ritorna nondimeno verso Arezzo e cattura un altro messo con dispacci da Siena del generale Stadion, il quale avverte il Baumgarten in Perugia esser necessario congiungere le loro forze per tener testa alle aumentate forze di Garibaldi.
Garibaldi giunto in Arezzo, vede gli austriaci sulle mura, vi manda Ugo Bassi a persuadere gli abitanti essere facile impresa la vittoria sul nemico, ma i cittadini, impressionati dal poeta reazionario Guadagnoli, non assecondano i suoi desideri e gli chiudono le porte

Garibaldi, che aborriva la guerra fratricida, si allontana in silenzio nella notte, percorre la stretta valle del Cerfone, occupa due conventi in cima di Monterchi, spedisce una compagnia contro e austriaci in San Sepolcro, la cavalleria contro la colonna uscitagli contro da Arezzo e in posizione sul monte che domina il passo sul Tevere e la Sorara. Nondimeno egli si decide per il valico di Monte Luna.
Nessun lume, né un segnale, né un cavallo disellato quella sera. Garibaldi attraversa nuovamente la valle d'Affra e, dopo tre miglia, fa dietro front; poi aggirando la valle ascende la montagna.
Anita cavalca in testa seguita dai cavalieri, già di Masina; indi altra cavalleria, alcuni con lancia, altri con baionetta, camicia rossa e cappello piumato; indi i mulattieri e le mandrie di buoi. Poi, la fanteria, le reliquie della Legione intorno alla bandiera crivellata di palle francesi, e in testa il porta-bandiera di Salto, il Sacchi. - Forbes, figlio, con le sue genti in tuniche grigie e kepì; i bersaglieri e finanzieri alla coda della colonna che in tre giri inghirlandava il monte. Sono duemila appena; diserzioni poche, ma costanti; molti i rimandati per malattie, o perché impotenti a causa dei piedi laceri di continuare il viaggio, hanno assottigliata di un terzo la schiera.

All'alba giungono a Mercatello sul Metauro nella provincia di Urbino. Qui Garibaldi apprende essere il nemico distante solo 4 miglia dietro Sant' Angelo in Vado, mentre la colonna di Arezzo gli viene ancora più vicino. Vi fa sosta di poche ore, durante le quali pone la sua tenda a pochi passi dalle mura del paese in un podere denominato di San Martino. Al conte Giovanni Marsili, priore del Comune, recatosi con altri ad ossequiare in nome del paese il Generale, questi nel congedarsi dice: "Fra dieci anni ci rivedremo". Parole di profeta!

Garibaldi galoppa alla testa del primo squadrone verso Sant'Angelo; lascia Forbes in Mercatello per frenare la colonna di Arezzo; Sacchi per la vallata, dove in una gola stanno in agguato parecchie compagnie di cacciatori austriaci. A tutta prima giudica il generale necessario forzare quella termopile, ma poi trova modo di prendere la valle del Foglia, e aspetta l'alba sul colle soprastante.
Occupato da gravi pensieri a causa dello stato miserando dei suoi uomini, e nella impossibilità di condurli più avanti, e, se attaccate dagli austriaci, di resistere, rimane fuori del territorio della Repubblica di San Marino, e va personalmente a colloquio con la Reggenza della piccola repubblica, proponendosi di trovare da questa degli aiuti.
Domanda viveri che sono subito concessi, ma nel frattempo gli austriaci, inviperiti a causa di un mese di andirivieni, di notti non dormite, e di perpetuo scorno, assalgono da un lato la coda della colonna, che da ogni punto aveva circondata da S. Angelo in Vado; e da un altro lato con le schiere dell'arciduca Ernesto, mentre quelle di Rimini erano avvertite di accorrere in suo soccorso.

L'Anita, che nell'assenza di Garibaldi assistette a questo fuggi fuggi, si scaglia in mezzo agli scompaginati, e colla frusta e colla spada ottiene un po' di calma; ma il cannone con tanta fatica conservato é perduto e alcuni disertori fuggiaschi hanno già superato i confini della Repubblica.
Il mattino del 31 luglio ecco il resto della banda alla porta della città di San Marino. Ma qui Garibaldi con imperio sbarra l'ingresso a tutti i suoi uomini. Gli abitanti, con il permesso del loro Reggente hanno promesso di alloggiarli nel convento dei cappuccini fuori di città, ma hanno anche chiesto in cambio una rigorosa disciplina e di non assolutamente attaccare gli austriaci, se non attaccati.

Minacciata la fucilazione a chiunque contravvenga al buon ordine, Garibaldi legge il suo ordine del giorno:

"S. Marino 31 luglio 1849.
Noi siamo giunti sulla terra di rifugio e dobbiamo il miglior contegno ai nostri ospiti. In tal modo noi avremo meritato la considerazione dovuta alla disgrazia perseguitata. Da questo punto svincolo da qualunque obbligo i miei compagni lasciandoli liberi di ritornare alla vita privata, ma rammenterò che l'Italia non deve rimanere nell'obbrobrio, e che è meglio morire che vivere schiavi dello straniero."

Poi rifiuta di trattare con il parlamentare austriaco, perché vuole conservata intera la propria libertà d'azione. La Reggenza si fa intermediario e manda ripetute volte messi all'arciduca Ernesto, che con 2.500 soldati studia la vendetta.
Richiede la resa a discrezione, ma sdegnosamente rifiutata da Garibaldi, si accinge a riprendere la lotta. In ultimo De Halme da Rimini esige la consegna delle armi e della cassa alla Repubblica; lo scioglimento delle bande; il ritorno di tutti alle proprie case; la parola d'onore di Garibaldi di partire con passaporto
per l'Inghilterra o per l'America. Necessaria però la ratifica di Gorchowsky a tale convenzione.

Garibaldi, che ha già nel segreto del suo cuore concepito l'idea di arrivare a Venezia, scongiura Anita, affranta dalla febbre e da crampi atroci allo stomaco, di approfittare dell' ospitalità offerta da San Marino per rimettersi in salute. Ma la preghiera di mollare ridona alla orgogliosa donna forze fittizie. La notte con forse duecento dei più fidati, fra i quali Ugo Bassi, Ciceruacchio e Forbes padre, Garibaldi si sottrae alla rete tesagli dal nemico a San Marino, per l'unica uscita rimastagli aperta; scende i dirupi del Titano, giunge per Marecchia e Montebello a Cesenatico, dove alla vista del mare gli sembra sciolto il suo voto.
Sorprende la pattuglia austriaca, s'impadronisce di 13 barche di chiozzotti, e salpa, sicuro di approdare a Venezia. Tutte le soldatesche austriache e la squadra navale sono in moto; quelle da Rimini si affrettano su Cesenatico, e ne accorrono altre da Ferrara per impedire lo sbarco, e da Forlì per bloccare la Romagna.
Garibaldi si è sì imbarcato, ma con un perfido vento e un tempestoso mare (ma di nessun impaccio ai quattro grossi legni da guerra austriaci partiti da Brondolo per dargli la caccia) con i fragili e piccoli bragozzi sarebbe forse appena arrivato a Punta di Maestra, da dove poi mirava dirigersi verso Venezia.
Cosicchè in serie difficoltà otto bragozzi dei 13, cadono in mano del nemico, e Garibaldi stesso, riesce appena appena a rifugiarsi a Magnavacca, dove già carabinieri e croati l'aspettano. Qui appena preso terra raccomanda ai compagni di disperdersi.

Anita é svenuta; Garibaldi la prende sulle braccia, aiutato da Leggiero, attraversa la macchia finché s'imbatte in un tugurio, ove la depone e va in cerca d'acqua. Si sente chiamare per nome, e riconosce Nino Bonnet, già suo volontario in Lombardia e fratello del Bonnet, morto a Roma; lo segue poi verso una casa amica dove trova dell'acqua. Anita rinvenuta gli sorride ancora e lo rassicura; ma alla sera bisogna cambiare asilo passando dal tugurio ad una vicina fattoria, dove Garibaldi travestito é condotto su una barca, e l'Anita, stesa sopra un materasso, sopporta il tragitto sino a Sant' Alberto, dove trovato un biroccino...

... ve la adagia camminandole accanto, tenendo aperto un ombrello per proteggerla dai raggi del sole, e sostando ad intervalli per pulirle la bava che esce dalla bocca della donna già ormai in fin di vita
Giunto ad una fattoria del marchese Guiccioli, trova per caso un medico, trasporta la morente sopra un letto, essa beve dall'amata mano l'ultimo suo sorso d'acqua, poi ricade sulle braccia del marito e spira.

Garibaldi disperato si abbandona sul cadavere, quando sopraggiunge il fattore gridando: "Fuggite, gli austriaci sono qui!" Lui nel dolore nemmeno lo ascolta, ma Leggiero lo trascina via, e il fattore Ravaglia promette onorata sepoltura all'amata spoglia, ma poi spaventato dall'atroce vendetta minacciata dagli austriaci, la nasconde nottetempo lontano un miglio, la sotterra nella sabbia, dove i cani la scoprono, le autorità s'impossessano del cadavere, e per molto tempo fu creduto che il fattore Ravaglia l'avesse strangolata per derubarla.

Tale la fine della coraggiosa donna che per ben dieci anni fu per Garibaldi amante e moglie, infermiera e fedele e devota compagna d'arme.
Egli prostrato dalla sovrumana sventura quasi non fece più nulla per salvarsi. Riconosciuto dal Montanari, suo ufficiale, e da un certo Loldi, fu nascosto in una osteria, poi nel bosco di Buffa Ravennate, indi nella Pineta, e qui custodito dal popolano Savini, poi col prete Don Giovanni Verità per il passo della Futa giunse in Toscana. Infine per i monti e le valli di qua e di là degli Appennini errando con il Leggiero scendeva il 25 agosto presso Prato.

Avvisato da un amico, fu nascosto a Poggibonsi. Di là passò a San Dalmasio, Massa Marittima, Follonica. Alla fine del giorno 5 settembre i bravi pescatori lo sbarcarono a Porto Venere, senza chiedere né volere da lui altra ricompensa se non un semplice scritto, un bacio e una stretta di mano; dopo di che con un "Dio vi benedica" si allontanarono da lui piangendo.
Garibaldi in abito di barcaiolo e con tre sole svanziche prestategli da un amico giunse la sera stessa a Chiavari. Qui ad un conoscente, che l'ascoltava commosso, prese a narrare i lunghi stenti della sua vita raminga, di notte fra le gole dell' Appennino, e nascosto di giorno nel più folto dei boschi; ora seduto, ospite sconosciuto in mensa rustica, col croato alle calcagna a caccia di lui; ora in cerca di un pane per smorzare gli stimoli del lungo digiuno.
"Dopo 35 di questi giorni - concludeva - posso ora posare sicuro il piede su questa terra".

E il popolo di Chiavari, che lo considerava due volte suo, perché italiano, e perché patria questa cittadina di tutti i suoi antenati, lo accoglieva con festosa amorevolezza. Egli però, conscio delle difficoltà dei tempi, scongiurò tutti a non dare pretesto di richiami al governo, e finita la parca cena, sul punto di coricarsi dopo tante notti o vegliate o trascorse in un sonno inquieto, vide comparirgli davanti l'intendente conte de Cossilla, chiedendogli il passaporto d'entrata vidimato dal console sardo.

Garibaldi presentandoglielo disse "... di non avere per la vidimazione incontrato per le foreste e le giogaie dell'Appennino che gli avevano dato asilo per 35 giorni, nessun console sardo".

Il giorno seguente fu scortato dai carabinieri a Genova, ove il popolo, tenuto a bada da un gran numero di armati agenti del governo, assistette fremente al suo passaggio. Sceso nel cortile del palazzo ducale era di qui condotto alla sala del questore, e finalmente rinchiuso in una camera angusta, prospiciente nel cortile del palazzo stesso, intorno al quale era un brulicare di gente minacciosa, di ufficiali di ogni arma, acclamanti fragorosamente all'eroe di Montevideo, al difensore di Roma.

Il fatto suscitò la mattina dopo una fiera tempesta alla Camera dei Deputati, giacchè in quei giorni essi erano o amici o nemici della libertà d'Italia, non partigiani di questo o quel ministro, non affaristi, non aspiranti al potere.
Il consiglier delegato di Chiavari domandava che la Camera dovesse costringere il Ministero a restituire il generale alla sua libertà. E il Sanguinetti, deputato di Chiavari, insisteva sull' urgenza della petizione, e il vecchio Baralis narrava con commovente eloquenza i fasti e le glorie del difensore di Roma.

Succedettero alcuni istanti di silenzio angoscioso, durante i quali gli sguardi di ognuno erano fissi sul volto di Pinelli. Costui pallido e pavido insorse minimizzando con indegna pedanteria l'affronto inflitto all'uomo che invece tutta l'Italia onorava.
Citò l'art. 35 del codice civile, che priva dei diritti civili il suddito che senza sovrana autorizzazione prende servizio militare all'estero, concludendo che Garibaldi creato Generale della Repubblica Romana, ha per tale fatto perduta la qualità di cittadino e non può invocare le guarentigie dello Statuto Sardo.

Lo sdegno e la vergogna della Camera e delle tribune, non ebbe più freno quando Pinelli concludendo aggiunse che quella di Garibaldi non essere prigionia, ma semplice arresto, e che quantunque egli si fosse nella sventura fatto conoscere uomo di molto senno, il governo credeva non prudente in quel momento, il permettere al generale Garibaldi di dimorare all'interno dello Stato.

Cavour, che fin d'allora scrutava attentamente le condizioni dei tempi e che sospettava in quell'uomo il duce formidabile delle future battaglie del popolo, s'alzò gridando: - "Signor Presidente, faccia rispettare la Camera". Ma la maggioranza volle rispettato lo Statuto, la dignità, il sentimento nazionale, il martire e l'eroe di una santa causa, amore e orgoglio della nazione, non reo d'altro che di sue prodezze.

E Valerio e Rattazzi e Baralis e Bunico e Ravina e Chenal mettevano a nudo il miserabile sofisma celato sotto le parole del Pinelli ministro leguleio. E Moia ricordava a Pinelli, che dopo il proclama di Castelletto, dove Garibaldi chiaramente chiamava traditori gli autori dell'armistizio, ridendosi di esso benché pattuito dal suo sovrano, continuava la guerra contro gli austriaci, - proprio lui - ministro nell'ottobre 1848 - aveva tentata ogni via per indurre Garibaldi ad accettare un posto segnalato nel regio esercito; posto che il generale rifiutava avendo già promesso alla Sicilia la sua spada.

E Mellana dichiarava di riuscirgli inesplicabile nella bocca di un ministro subalpino la qualifica di governo straniero data a quello della Repubblica Romana, più inesplicabile e strano il voler ora attribuire la colpa nel generale Garibaldi l' aver questi combattuto per e sotto quel governo il quale si era dichiarato pronto a unire le sue alle forze del Piemonte per cacciare l' invasore austriaco dal suolo d'Italia; al quale scopo eran corse trattative fra i due governi, e quello di Torino aveva anche mandato ambasciatori a Roma.

E il Valerio biasimava addirittura il ministro, perché non osasse, pauroso della Francia e dell'Austria, lasciare un uomo così grande, così formidabile vicino alle loro frontiere, e concludeva:
"Signori ministri, se potete, imitatelo, se non sapete imitarlo, riveritelo".

Il Pinelli, avendogli altri rimproverato il suo osteggiare l'indipendenza d'Italia, "io amo - rispose - l'indipendenza italiana (forti rumori di dissenso), ma credo che si debba pensare a difendere la libertà ora, l'indipendenza poi!"
Allora fioccarono gli ordini del giorno. Quello del Brofferio, dichiarante delitto l'arresto; quello del Ravina, "atto illegale"; quello del Bunico, "incostituzionale"; quello del Lanza, "violazione della libertà individuale" e "insulto alla nazionalità italiana".
(*) Tosti, stigmatizzando l' atto vile, disse queste parole: "Io prego la Camera di udire queste poche parole, pronunziate dal generale d'Aspre quando entrò in Parma, il quale, volendo insultare al nostro criterio politico, disse: "Non avete che un generale, e non sapete conoscerlo, e questi è Garibaldi. Come mai pretendete voi di creare una nazione con così poco tatto nel conoscere gli uomini?"
E riflettete che d'Aspre lo aveva giudicato prima dei fatti di Roma. Ora, signori, perseguiteremo noi chi riscuoteva la stima dei nostri stessi nemici? Io lo ripeto, l'arresto di Garibaldi è una viltà, e dichiaro che io non voterò per nessun altro ordine del giorno, che non dichiari delitto l'arresto del generale Garibaldi".).

In ultimo la Camera adottò a grande maggioranza l'ordine del giorno Tecchio: "La Camera dichiarando che l' arresto del generale Garibaldi e la minacciata espulsione di lui dal Piemonte sono lesivi dei diritti consacrati dallo Statuto e dei sentimenti della nazionalità e della gloria italiana, passa all'ordine del giorno".

Votano contro: Menabrea, Cavour, Franchi, Despine, Trotti, Balbo, Vincenzo Ricci, Demartinel, Gastinelli, Mongellas e San Martino.
Si astennero: Castelli, Montezemolo, Ricci Giuseppe e Durando, già promosso generale e decorato, il quale non aveva mancato di fare osservare velenosamente alla Camera, come egli avesse messo piede in Piemonte non prima d' averne avuto il permesso e il passaporto.

Questa memoranda seduta fece viva impressione nelle classi aristocratiche e reazionarie e specialmente nel giovane re. Il quale, reduce dal campo di Radetzky, fu consigliato dalla regina stessa (Massari, Vita di Vittorio Emanuele) a protrarre alla sera il suo ingresso nella capitale: essendo ancora fresco il fatto dell'accoglienza del giorno 27 marzo (Idem), quando passando a rassegna le truppe per riceverne il giuramento, non ebbe la minima dimostrazione d'affetto, non un applauso; le accoglienze non oltrepassarono i limiti di una fredda cortesia. E a dire il vero pochi gli erano veramente affezionati, molti lo odiavano, tutti a ogni modo diffidavano di lui (Che cosa mai aveva lui promesso a Radetzky per tornare incoronato e così impettito a Torino? Mistero!)

Vittorio Emanuele non lo ignorava quest'odio e questa diffidenza, e ne dovette avere i primi sentori nella commozione e nello straordinario sgomento, con cui gli uomini di tutti i partiti accolsero - nel fatale dopo Novara- la notizia dell'abdicazione e dell'esilio del padre. Questi, che per lui potevano esser sospetti, divennero certezza, quando, leggendosi alla Camera dei Deputati le condizioni dell'armistizio accettate da lui, dopo le rivelazioni del Lanza, il quale le chiudeva con il giuramento di conquistare l'indipendenza della patria col ferro, col sangue o di morire, scoppiarono da vari banchi gli epiteti di "infante" e "traditore" rivolti al nuovo re.

E cinque mesi dopo, con l'annunzio della morte di Carlo Alberto, il sovrano che non seppe sopravvivere al disonore, l'universale cordoglio fu una nuova e solenne dimostrazione di quei sentimenti.
I piemontesi e i lombardi andavano sempre più convincendosi che la pace non era necessaria, e che, se il giovane re avesse avuto l'animo e il coraggio del padre, lo straniero non detterebbe legge alla Lombardia, alla Toscana, a Napoli, a Roma, né il suolo del Piemonte sarebbe profanato dall'insolente oppressore.

In quel momento tutte le colpe di Carlo Alberto furono dimenticate; egli fu pianto come un martire, e proprio lui il "Re tentenna", fu glorificato come un eroe. C'era dell'esagerazione in tutto ciò, ma é certo però, che se questo re non avesse avuto sempre grande e palese diffidenza del popolo, e una natura vacillante, che gl'impediva di prendere una decisione a tempo, alla fine del marzo 1848, non un austriaco sarebbe rimasto in Italia.
Come non é meno vero che, se egli fosse stato assecondato, anzi se non fosse stato ignobilmente tradito, se gli fosse stato permesso di avvalersi dell'entusiasmo popolare, dei soccorsi militari, spediti da Venezia e da Roma, la guerra della riscossa sarebbe stata vinta con l'annessione al Piemonte della Lombardia e della Venezia.

Ma non si voleva da altri ciò che si voleva da lui e con lui, la nazione, la quale nei giorni dolorosi di cui discorriamo personificava in esso quel volere, di cui anche dopo morto rimase il suo nome per lungo tempo simbolo; laonde gli inni e il rimpianto del popolo italiano sulla tomba del padre di Vittorio Emanuele, suonavano come rimprovero acerbo al figlio, che portava quella corona solo per aver lui accettato i patti da quello rifiutati.

Tutto ciò egli lo sapeva, e sentiva, e sapeva anche che il popolo dubitava delle sue intenzioni di essere fedele allo Statuto Albertino. Anche se ora, siamo persuasi che era impossibile per lui o per altri di ottenere patti migliori da Radetzky, vincitore oramai e nella Venezia e in Lombardia, né crediamo per quanto premessero su di lui i consigli dei retrogradi e le reiterate minacce di Radetsky, che Vittorio Emanuele abbia mai pensato di revocare lo Statuto (ma questo chiedeva Radetsky e Vienna): ma che le diffiicoltà del mantenerlo fossero grandi, e che queste difficoltà fossero aumentate dal sospetto e dall'odio di tutti i patrioti verso di lui non si posono mettere in dubbio.

E si capisce facilmente con che pungente rammarico egli vedesse l'entusiastica accoglienza fatta a Garibaldi e udisse l'audace attestazione della sua grandezza affermata dalla maggioranza dei suoi deputati.

Ma l'ostracismo del difensore di Roma fu decretato, e non solamente dall'Italia ma dall'Europa. Il giorno seguente alla votazione, saputo che Garibaldi era sempre prigioniero a Genova, moltissimi deputati della maggioranza concertarono tra loro di inviare a Pinelli una deputazione per protestare contro la lesa dignità del trono e del popolo.
Furono scelti i deputati Baralis, Lanza e Valerio, i quali esposero al ministro il violento sdegno che agitava il popolo, l'onta che sarebbe per lo stesso re quella prolungata prigionia o la proscrizione di questo grande cittadino, che anche dalla prigione inculcava a tutti l' unione e l'accordo, a ciò che il Piemonte si fortificasse, si rialzasse nell'opinione, e diventasse baluardo della libertà e della indipendenza italiana; e di questa sua condotta faceva fede Lamarmora stesso.

Di più lo avvertirono che Pacheco y Obes, inviato straordinario della Repubblica Orientale dell' Uruguay allora a Marsiglia, aveva espressa l'intenzione di reclamare la libertà di Garibaldi come generale della sua Repubblica. Il Pinelli non ebbe che una sola risposta, in cui é difficile separare l'ingenuità dal cinismo: "Garibaldi é troppo grande per poter dimorare nei regi Stati".

La mattina dopo di nascosto Garibaldi fu imbarcato sul vapore S. Giorgio, accompagnato da carabinieri travestiti. Giunto a Nizza e credendosi libero, sbarcava all' ufficio di sanità, quando gli fu intimato di ritornare a bordo. Tuttavia l'assessore di sicurezza pubblica e il maggiore dei carabinieri dopo un po' lo riaccompagnarono a terra.
Fu sparsa la voce che Garibaldi andasse in esilio spontaneamente accettando una pensione o per sé o per i suoi, e il corrispondente genovese della Concordia lì per lì la smentiva, asserendo che Garibaldi partì tutt'altro che spontaneamente, ricco solo di affetto per la patria e per la libertà.

Il suo viso smunto da tanti dolosi patimenti, riconosciuto solo dalla magnifica barba, che egli non ha mai voluto radere, destò sensazione grandissima nei nizzardi accorsi al molo in numero straordinario ad accogliere il grande concittadino che "appena libero - scrive un testimonio oculare - dai carabinieri, dai maggiori e dai questori, cadde in potere del popolo: uomini, donne, ragazzi, preti, parenti, amici, militari tutti se lo strappavano, lo baciavano, lo abbracciavano; ciascuno voleva a suo modo dargli una prova di stima e di affetto".

All'entrare nella propria casa, la madre decrepita gli si gettò nelle braccia e i figli stringendoglisi alle ginocchia gli gridavano: "e la mamma e la mamma ?". Poco dopo si recò in campagna a visitarvi la piccola Teresita, ospitata come figlia dai suoi amici Deideri.
La sua povera madre, affranta dal dolore al pensare che la mattina dopo avrebbe dovuto staccarsi chissà per quanto ! dall'amato figlio disse ad un'amica: "mio figlio é grande e buono, io sarei la più felice fra le madri, ma me lo tolgono, ed io morirò senza rivederlo, ho 80 anni".
E la povera vecchia così dicendo presentiva vicina la sua morte che avvenne nel marzo 1852 senza che la presenza del suo diletto figlio in esilio consolasse gli ultimi suoi istanti.

Gli ordini di Torino erano inesorabili: Garibaldi dovette distaccarsi dalla madre e dai figlioletti, il più giovine dei quali di 27 mesi. Il giorno dopo fu ricondotto a bordo del S. Michele e trattenuto nel porto di Genova, donde egli, che con una sola parola avrebbe potuto fare scoppiare l'antico e inestinguibile odio dei Genovesi contro la dominazione piemontese e creare gravissime difficoltà al Governo, così scriveva a G.B. Cuneo in Torino, allora deputato al Parlamento:

Carissimo amico,
Parto domani per Tunisi col "Tripoli". Io ho veduto quanto hai fatto per me e quanto fecero i generosissimi tuoi colleghi. Ti incarico di presentare loro i sensi di tutta la mia gratitudine. Io non ho motivo di lamentarmi di nessuno. - Credo che siamo in tempi di rassegnazione, perché siamo in tempi di sciagure. Salutami tutti quei valorosi propugnatori della causa italiana.
Ama sempre il tuo GIUSEPPE GARIBALDI
Genova, 15 settembre 1849."

Il generale La Marmora scrive di aver fatto intendere a Garibaldi "... che stando in paese era impossibile dargli un impiego, mentre andando all'estero poteva il governo accordargli un sussidio mensile. Lo pregai con garbo di accettare le mie proposte e fummo facilmente d'accordo che egli se ne andrebbe a Tunisi, e che il Governo gli farebbe avere una pensione di trecento lire al mese finché là rimanesse."

Massimo d'Azeglio in una lettera dispettosa a Panizzi, scritta il 25 luglio 1861, mentre gli inglesi si prostravano ai piedi del "ferito d' Aspromonte" come giammai a un uomo coronato, dice: "Quando fu sotto a Cesenatico trattavo la pace coll'Austria e incaricai i plenipotenziari - potendo - di salvarlo . Poi gli feci dare una pensione che accettò per la madre ma rifiutò per sé."

Fino alla pubblicazione delle ricevute di questa ipotetica pensione mensile noi riteniamo l'accettazione di essa per sé e per la madre una fandonia: ed ecco il perchè. Garibaldi partendo dall'Italia raccomanda agli amici i suoi figli, e se necessario di vendere per essi anche la sua spada.
(*) Vedi Biografia di Garibaldi di G. B. Cuneo. Questa spada, lavoro di Bardolini di Firenze, doveva certamente essere stata di grande valore; ci riferiamo alla descrizione fattane nei giornali del tempo.

E da altre lettere inedite di Garibaldi a G.B. Cuneo e ad altri amici appare come egli vivesse incerto del suo stato. Il Bey di Tunisi, ligio a Luigi Napoleone, non gli permise nemmeno lo sbarco e intimò al capitano di allontanarsi dal porto. - Riuscitogli di essere sbarcato alla Maddalena, ove Pietro Susini, padre di quel Susini lasciato a capo della Legione Italiana in Montevideo, sindaco dell'isola, lo accolse amorosamente, il mesto e stanco proscritto accarezzò l'illusione di poter vivere cacciando e pescando in quella terra negletta sacrificata dal governo Sardo.
Se non che il Pinelli mandò alla Maddalena il "Colombo" con l' ordine di un nuovo arresto. Garibaldi questa volta scelse di scendere a Tangeri, dove il Carpanetti console sardo si lusingò perfino di poterlo ospitare.
Infatti Garibaldi in novembre scrive a P. Antonini esprimendo la speranza di rimanervi, e narra pure di essere stato invitato da Pacheco y Obes a ritornare a Montevideo, ma che però lui non vuole allontanarsi troppo dall'Italia.

Il ministro americano Cass, ammiratore di Garibaldi a Roma, scrive al comando della squadra americana di mettersi a disposizione dell'eroe; ma Garibaldi non disperando che si riaccenda la guerra con l'Austria, non sa allontanarsi dal Mediterraneo.

Ma poi, letto il proclama di Moncalieri, del 20 novembre, ove il nuovo re afferma di avere firmato un trattato con Austria "onorevole e non rovinoso" disciolta la Camera che rifiutò il suo incondizionato assenso, e minaccianfo la sospensione dello Statuto se la Camera nuova non vi si sottomette, Garibaldi risolve di rifarsi marinaio.

Ed eccolo il 19 dicembre a Gibilterra, e di qui scrive al Cuneo pregandolo di accertarsi "se egli é considerato esule, e se il luogo di esilio é determinato, essendogli necessaria tale informazione nella sua qualità di marinaio."

Da Gibilterra sale in inghilterra. A Liverpool, le febbri di cui non si era mai del tutto liberato, assumono la fastidiosa forma reumatica. Poi appena rimessosi, assume il comando di un legno mercantile, e il 26 gennaio 1850 si risolve di veleggiare e quindi approdare a Nuova York. Qui le sue lettere esprimono profonda tristezza. Ma talvolta le illumina con un raggio d' allegria nell'additare "il progresso che fa il nostro popolo, verso l'emancipazione dalla bottega" (Chiesa cattolica).

Anche a coloro fra i posteri, i quali non ravviseranno la virtù che nel successo, e la grandezza che nella vittoria, il Garibaldi di questo tempo dovrà parere a ogni modo virtuoso e grande.
In opinione nostra, il Garibaldi del 1848 e 49 quale capitano e stratega, che sa guidare gli uomini e domare sé stesso, farsi obbedire e adorare, temere e appassionatamente amare, é il maggior guerriero dell'età moderna, in nulla inferiore a Washington, e in molte cose superiore.
E se nel fare egli più tardi superò sé stesso, nell' essere si rivelò per intero in quei due anni.

FINE DEI 29 CAPITOLI DELLA PRIMA PARTE

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Ora qui lasciamo l'epopea della Repubblica Romana
e ritorniamo prima alla leggendaria
ed eroica impresa della
Serenissima Repubblica di Venezia

poi agli altri 29 capitoli, fino all'indipendenza d'Italia.

INDICE CONTENUTO DEI 29 CAPITOLI
DELLA SECONDA PARTE > >

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