I RAPPORTI TRA EBREI E CRISTIANI ALL'ALBA DEL '900

GRANDI TENSIONI E FORTI CONTRASTI 

vedi anche "L'ANTISEMISTISMO DI "AMEDEO VIII di SAVOIA

su "LE "LEGGI" RAZZIALI NEL TEMPO"

 

PARTONO DA 
MOLTO LONTANO
  le tensioni e i contrasti...

... fino ad arrivare al  "CASO" 
del piccolo
MORTARA
( una discussa conversione forzata )


di LUCA MOLINARI


INTRODUZIONE STORICA 

I rapporti tra Ebrei e Cristiani sono sempre stati caratterizzati da elementi di forte tensione e contrasto. Inizialmente il movimento cristiano era “intestino” all’Ebraismo e lo si poteva considerare come una diversa opzione di quest’ultimo.

Dopo la morte di Cristo cominciò a verificarsi una più forte e profonda rottura tra l’Ebraismo ed il Cristianesimo che cominciava a caratterizzarsi come una religione autonoma con proprie specificità culturali.

La polemica antiebraica fu segnata da un costante richiamo all’accusa di “deicidio”, ossia il popolo di Israele veniva accusato di essere stato il responsabile e l’artefice dell’omicidio di Gesù Cristo.

Cominciarono, con il passare dei secoli, a fiorire le accuse più strane e più fantasiose nei confronti degli Ebrei che vennero identificati come personaggi squalificati e dalla dubbia moralità.

Fino a quando i Cristiani non ebbero il potere politico la polemica fu solamente teorica e dottrinale: dopo Costantino (siamo dunque negli anni 300-325) e successivamente con Teodosio, invece, si affermò una classe dirigente cristiana autrice di una legislazione repressiva fatta di divieti nei confronti delle religioni politeiste pagane greco-romane ed una legislazione altrettanto punitiva nei confronti delle comunità ebraiche che cominciarono a decadere ed a veder venire meno la propria importanza.

Settori cristiani si fecero sostenitori della fine, causa il “deicidio”, dell’Antica Alleanza tra Dio ed il popolo d’Israele che era stato punito con la perdita della propria Patria:
 nasce l’equazione secondo cui ad una colpa religiosa corrisponde una pena politica.

Si dovrà attendere il 1965 per vedere condannata tale tesi dai vertici ecclesiastici romani; in seguito, nel 1980, Papa Giovanni Paolo II, a Magonza, ebbe ad affermare che la validità dell’Antica Alleanza non era mai venuta meno e che, quindi, gli Ebrei non solo non sono mai stati rigettati da Dio, ma non hanno mai smesso di essere stati un popolo.

Sulla ghettizzazione degli ebrei in Italia inizia un Savoia, Amedeo VIII che nel 1430 nello "Statuta Sabaudiae" inserisce sedici capitoli sul problema ebraico. Non solo limitandone i movimenti per non "contaminare" i cristiani, ma s'inventa anche un contrassegno (un panno giallo con un cerchio bianco e rosso - pare che rappresentasse una moneta, l'oggetto dell'usura praticata dagli ebrei) da portarsi sulla spalla sinistra.


A PARTIRE DAL 1555....

A partire dal 1555 si ebbe l’emanazione di numerosi documenti pontifici che trattavano il tema dei diritti e dei doveri degli Ebrei residenti nello Stato della Chiesa. Molti Pontefici si occuparono di tale argomento.

Uno dei più importanti fu Papa Paolo IV che, nel 1555, introdusse la "Carta degli Ebrei" con la sua bolla "Cum nimis absurdum" (vedi nel link citato sopra) oltre ad altre norme restrittive e punitive, l’istituzione del “ghetto”,, luogo in cui gli Ebrei erano costretti obbligatoriamente a vivere, dovendo vendere tutti i propri beni immobili precedentemente posseduti: la loro condizione di manifesta inferiorità doveva servire per dimostrare ed annunciare la validità del messaggio cristiano e la grandezza della Chiesa.

Il motivo per cui si giunse alla costituzione di questa sorta di “area protetta” in cui isolare gli Ebrei dal resto della società e la spiegazione per cui, nel Pontefice e nelle alte gerarchie cattoliche, era forte questo desiderio isolazionista nei confronti degli Ebrei,  può essere frutto di numerose e diverse interpretazioni:

Personalmente credo che fosse un modo per evitare un “contagio”, ossia una possibile e probabile integrazione tra cittadini di religione ebraica ed il resto della cittadinanza romana; tale integrazione avrebbe reso meno sostenibili le dicerie e le bugie espresse sugli Ebrei.

Torna alla mente la scena del film “Nell’anno del Signore” di Luigi Magni in cui il Cardinale Rivarola (Ugo Tognazzi) rivolgendosi a Cornacchia-Pasquino (Nino Manfredi) affermava che: “Li Ebrei, in fondo, sono quasi come li Cristiani”, ma si raccomandava che ciò non fosse una notizia divulgata,

Un altro importante momento nella vita della Stato Pontificio per quanto riguarda la vicenda ebraica, lo si ebbe nel 1577 quando Papa Gregorio XIII istituì le “prediche forzate” alle quali tutti gli Ebrei erano tenuti ad assistere nella speranza di una loro conversione.

Era previsto anche un apposito luogo in cui procedere alla “rieducazione” dei convertiti ebrei e no.

Gli atti di Gregorio XIII non vanno letti solamente come ispirati da una visione totalitaria della realtà, ma come il frutto di una forte spinta predicazionista e conversionista (azione missionaria della Chiesa).

Come si è già detto dopo il 1965 i rapporti tra Ebrei e Cristiani hanno avuto una svolta, ossia sono venute meno tante diffidenze e numerose contrapposizioni fino al punto che la Chiesa ha ritenuto di dover condannare ogni atto antiebraico e di affermare la necessità di totale rispetto verso i “fratelli maggiori” Ebrei (Giovanni Paolo II).

Il Caso Mortara analizzato in questa relazione (poi ancora meglio nella successiva puntata)  può avere una duplice chiave di lettura: come dimostrazione della validità dell’azione missionaria della Chiesa anche quasi quattro secoli dopo Gregorio XIII e come riaffermazione del proprio potere temporale che nella seconda metà del XIX secolo cominciava ad essere messo in discussione: facendo sottrarre il piccolo Edgardo Mortara alla sua famiglia ed allevandolo a Roma impartendogli un’educazione cattolica che lo porterà a prendere i voti ed ad indossare la tonaca, Papa Pio IX non faceva altro che ribadire e riconfermare il proprio potere sui territori pontifici.

PRESUPPOSTI GIURIDICI AL “CASO MORTARA”

A proposito del sacramento del battesimo il “Codice di Diritto Canonico” recita quanto segue:

Can. 868. Per battezzare lecitamente un bambino si esige (…) che i genitori o almeno uno di essi o chi tiene legittimamente il loro posto, vi consentano (…). Il bambino di genitori cattolici e persino non cattolici, in pericolo di morte è battezzato lecitamente anche contro la volontà dei genitori (etiam invitis parentibus).(1)

Quindi, almeno dal punto di vista teorico, sarebbe ancora possibile il battesimo segreto e coatto di un bambino non ebreo.

L’impossibilità di ripetere un nuovo Caso Mortara è, quindi, da ascrivere al mutato rapporto di forza tra la Chiesa e la società e dalla venuta meno di uno stato temporale guidato dal Pontefice e non dall’abiura delle norme giuridiche che lo resero possibile.

Di recente uno scrittore cattolico come Vittorio Messori, considerato l’intervistatore ufficiale di Papa Giovanni Paolo II, ha affermato che quella di Edgardo Mortara è stata “una storia singolare (…) in cui sembra di vedere all’opera un Dio che << sa scrivere anche su righe storte >>.” (2)

Una spiegazione filosofica ed una giustificazione basata su elementi del diritto ecclesiastico del caso Mortara lo si può desumere dal seguente passo dello storico delle religioni Ernest Renan che, abbandonato il seminario, imboccherà un percorso culturale che approderà a dottrine fortemente antisemite basata sulla contrapposizione tra una razza ariana superiore ed una ebraica inferiore.

Dieci anni prima che scoppiasse il Caso Mortara, nel 1848, Renan scriveva quanto segue:

“Si predica spesso la tolleranza alla Chiesa senza chiedersi se essa può concederla. E’ qui il punto spinoso di tutte le controversie, quello su cui non si può mai ottenere una risposta categorica. Gli è che, in effetti, la Chiesa non è mai stata tollerante; essa non lo sarà mai, non può esserlo, e gli ortodossi, nei momenti di buona fede, e quando acconsentono di rinunciare a qualsiasi restrizione mentale, lo confessano volentieri. 
Qualsiasi dottrina assoluta è, per la sua stessa essenza, intollerante. Tutte le volte che la Chiesa potrà farlo senza correre pericoli, perseguiterà e sarà coerente nella persecuzione. Nulla resiste di fronte alla sola cosa necessaria: salvare le anime. 
Se il sacrifizio di mille anime in cancrena ne salverà una sola, l’ortodossia riterrà sufficiente la ricompensa. Se bruciando le genti in questo mondo, si potrà evitar loro o ad altri, d’essere bruciati nell’altro, ciò significa render loro un gran servigio. Io non m’invento nulla. 
Non faccio che ripetere gli argomenti che si trovano in tutti gli autori veramente ortodossi per giustificare l’inquisizione e le altre misure di quel genere. 
[La Chiesa] ha stabilito un pratica, se non per principio generale, il diritto di togliere il figlio alla propria famiglia quand’essa non sia punto ortodossa: ‘Infans…’, dice il diritto canonico, ‘non debet manere apud illas personas quae vitae vel saluti insidiatur illus [Il fanciullo non deve rimanere presso quelle persone che ne possano insidiare la vita o la salvezza]. Judaeorum filios baptizatos, afferma il quarto Concilio di Toledo, ne parentum involvantur erroribus, ab eorum consortio separari decernimus; deputandos autem monasteriis aut christianis viris, ut in moribus et fide proficiant [decretiamo che i figli battezzati dei giudei, perché non vengano travolti dagli errori dei genitori, sian separati dalla vicinanza di quelli, e siano affidati ai monasteri o ai cristiani perché ne traggano giovamento nei costumi e nella fede]’. 

"Molti teologi accordano al principe il diritto di fare battezzare i figli degli ebrei e degli infedeli, e la ragione che menano è evidente: il principe ha il diritto d’ impedire al padre d’ assassinare il proprio figlio; ora, mantenendoli nella miscredenza, fa peggio che assassinarli.
Tutti almeno convengono che il bambino guadagnato all’ortodossia, per qualsivoglia captazione, esce con essa dal dominio dei suoi genitori; che i figli degli schiavi, se il padrone lo consente, e di quelli che, dopo aver abbracciato l’ortodossia sono tornati all’eresia, possono essere battezzati con la forza, che il consenso d’un solo genitore è bastante, e che in caso di conversione d’uno dei due, il figlio piccolo deve seguire la parte fedele”. (3) 

Dalle parole di Renan si desume che la spinta conversionista e l’azione missionaria della Chiesa era talmente forte da far ritenere lecito qualsiasi mezzo per salvare l’anima di una persona.

Paradossalmente questo comportamento della Chiesa cattolica si può riassumere e semplificare con un’espressione di un autore non certo sospettabile di simpatie clericali come Niccolò Machiavelli, il famoso scrivano fiorentino, secondo cui “Il fine giustifica i mezzi”.

La forte volontà di conversione non ebbe tra le sue vittime solo il piccolo Edgardo Mortara. Infatti a partire dai tempi del Pontefice Papa Paolo III sorsero in molte città dello Stato Pontificio appositi istituti, detti Casa dei Catecumeni, in cui trovavano alloggio ed istruzione i non cristiani protagonisti delle azioni di predicazione e di conversioni più o meno forzate.

I Catecumeni erano soggetti ad una giurisdizione speciale e coloro i quali rifiutavano la conversione erano soggetti ad una sanzione pecuniaria con funzione di rimborso delle spese sostenute dalla struttura ecclesiastica durante la loro permanenza nella medesima.

La conversione, inoltre, poteva essere un modo per sfuggire alla miseria in cui versava la comunità ebraica romana. Come ha scritto Leòn Poliakov: “Tutti sanno che gli Ebrei versano nella più grande miseria a Roma. E questa loro miseria confina immediatamente da un lato con la conversione, e dall’altro con la morte”. (4)

Un convertito poteva rivendicare la potestà su di un bambino della propria famiglia, anche se non si trattava del proprio figlio. Gli uomini, inoltre potevano vedere annullato il proprio matrimonio precedente potendo, così, risposarsi.

Un elemento veramente paradossale era costituito dal fatto che, per volontà di Papa Giulio III, dovesse essere la medesima Comunità ebraica a contribuire economicamente alle spese sostenute dalle Case dei Catecumeni.

Vale la pena di annotare alcune delle vicende più significative riguardanti tali istituti:

“1602 a dì 25 settembre. Barnech Aubron fu menato in casa del padre Cesare Palazzola e consegnato ad uno il quale lo disponesse a farsi cristiano. A dì 28 detto, stando ostinato, si gettò da una finestra del giardino. A dì 6 ottobre mons. Diotallevi lo menò in casa sua per convertirlo, ma lo stresso giorno scappò e ritornò al ghetto, e fu rimenato in casa di monsignor dai genitori suoi. A dì 18 detto si dichiarò di voler essere cristiano in casa di detto monsignore. A dì 19 ottobre 1602 fu battezzato, cresimato e comunicato da monsignor vescovo di Sidone in San Pietro e si chiamò Francesco Maria” (5)

– Il rabbino capo di Roma Giosuè Ascarelli e tutta la sua famiglia furono trattenuti per 43 giorni segregati nella Casa dei Catecumeni. Ascarelli e la moglie rifiutarono la conversione e furono liberati. I figli, Camilla di dodici anni, Belluccia di otto anni, Giuda di sei anni e Manoello di quattro anni si convertono dopo pochi giorni di segregazione, rispettivamente dieci giorni (Camilla), otto giorni (Belluccia), cinque giorni (Giuda) e quattro giorni (Manoello). Furono sottratti ai genitori che non rividero mai più.

– A Prospero di Pultro furono tolti con la forza due figli a causa di una infelice battuta: alla domanda se avesse mai accettato di far battezzare i figli il di Pultro rispose che avrebbe acconsentito solo se il rito fosse stato officiato dal Papa in persona. Il Pontefice, Urbano VIII, appena sentita la notizia, si apprestò a far prelevare i bambini, ad impartire loro il battesimo ed a rinchiuderli nella casa dei Catecumeni.

– Il Caso Montel, invece, fece maggiore scandalo ed ebbe un esito differente, perché era coinvolto non un Ebreo romano, ma una coppia di Ebrei francesi che, sbarcati a Fiumicino nel 1840, si videro sottrarre la figlia appena partorita dalla signora Miett Cremieux Montel perché “era stata battezzata all’insaputa dei suoi genitori da una donna di Fiumicino che aveva assistito al parto”. (6) In questo caso il tentativo del Pontefice di sottrarre la bambina fallì per l’opposizione del governo francese e dell’Imperatore Napoleone III in persona. Olivier e Rayneval affermarono che per il governo di Parigi “il signor Montel non è un Ebreo, ma un cittadino francese”. (7) Papa Gregorio XVI fu costretto a cedere la piccola per non scontrarsi con il potente Imperatore francese. Restituì la bambina al governo transalpino cercando di obbligare l’Imperatore ad educare la piccola in maniera cattolica, ma Napoleone III una volta riavuto la piccola Montel la restituì ai genitori senza condizioni. 

– Nel 1847 una piccola bambina ebrea di Marciano, Gentile Urbino, verrà rapita e condotta a Roma nella Casa dei Catecumeni dove verrà battezzata ed allevata secondo l’insegnamento cristiano. Non rivedrà più la propria terra natale e la propria famiglia alla quale era stata strappata all’età di dodici anni.

Per concludere si tengano presenti due soli dati emblematici: tra il 1636 ed il 1790 solo a Roma vi furono 2432 conversioni più o meno forzate e tra il 1813 ed 1869, quindi dopo che le armate di Napoleone Bonaparte avevano diffuso, pur tradendoli, gli ideali illuministici della Rivoluzione Francese del 1789 (Libertà, Legalità e Fraternità), vi furono ben altri 196 casi di conversione forzata.

Ma il più clamoroso fu il ratto e la conversione forzata del piccolo " EDGARDO MORTARA"

NOTE BIBLIOGRAFICHE

(1) Codice di Diritto Canonico, a cura dell’Unione Editori Cattolici Italiani, 1984
(2) Vittorio Messori, Le cose della vita, Edizioni San Paolo, 1995 e si veda “L’Avvenire”, 26 luglio 1992
(3) Ernest Renan, Du libéralisme clérical, in “La liberté de penser”, Parigi 1848
(4) Léon Poliakov, Storia dell’antisemitismo, vol. II: Da Maometto ai Marrani, La Nuova Italia, Firenze, 1974
(5) Ettore Natali, Il Ghetto di Roma, Staderini, Roma, 1887
(6) Ibidem
(7) Commandant Weil, Un précédent de l’Affaire Mortara, in “Revue historique”, vol. CXXXVII, 1921

* IL QUADRO STORICO DELL'800
* IL SINGOLARE "CASO MORTARA"
* LE REAZIONI
( UN FATTO del 23 giugno del 1858 SCONVOLSE NON SOLO GLI EBREI )
di LUCA MOLINARI
BREVE QUADRO STORICO:
Pio IX, il Papa della grande illusione-delusione, con Bologna ribelle


Pio IX, (Giovanni-Maria conte Mastai Ferretti, 1792-1878) di nobile famiglia di Senigallia, per ragioni di salute non poté diventare Guardia Nobile del Papa; abbracciò allora la carriera ecclesiastica, e fu due anni in Cile al seguito del Vicario apostolico. 
(vedi qui una più dettagliata sua biografia )

Fu poi nominato Arcivescovo di Spoleto (1827), Vescovo di Imola (1832), Card. Di Sacra Romana Chiesa (1840). Iscritto alla Carboneria nella “vendita” di Fossombrone nella prima giovinezza, fu di idee abbastanza aperte e paternalisticamente innovatrici, non mai veramente liberali. L’amnistia politica concessa (sebbene con grave umiliazione per i liberandi) subito dopo la sua elezione (1846) suscitò ondate di entusiasmo, e si guardò a lui come al rigeneratore e all’unificatore d’Italia. Nominò due Camere, di cui una elettiva, istituì la municipalità di Roma, ammise parecchi laici nel consiglio dei Ministri e in altri pubblici consessi. Quando scoppiò la Rivoluzione del 1848 esitò a lungo, inviò truppe a guarnire il confine con le province del Lombardo-Veneto dominate dagli Austriaci, ma poi impedì che varcassero il Po e si congiungessero agli eserciti piemontesi e dei volontari d’ogni regione, e infine le ritirò. Gli entusiasmi caddero, gli amori dei patrioti e degli onesti si mutarono in odio. 

Dimessosi il consiglio dei Ministri, il Papa chiamò a costituire il nuovo Ministero il conte Pellegrino Rossi. Questi, dopo due mesi di inutili sforzi, cadde sotto il pugnale di Ciceruacchio. Pio IX nominò il Ministero Corboli-Bussi e fuggì da Roma a Gaeta.

A Roma fu proclamata la Repubblica, e il 6 febbraio 1849 l’Assemblea Costituente promulgò la caduta del potere temporale. 

Conquistata Roma dall’esercito francese nel luglio 1849, Pio IX poté rientrarvi l’anno seguente.

Gli anni successivi furono di apparente tregua, ma tra gli Italiani e Pio IX si era creata una barriera insormontabile: lo Stato pontificio era armai morto anche nella coscienza dei Cattolici.

Dopo la Seconda Guerra d’Indipendenza Italiana (1859) e la Presa di Roma (1870) veniva meno lo Stato Pontificio i cui territori, compresa Roma, venivano inglobati nel nascituro Regno d’Italia contro la cui legittimità i Papa polemizzò a lungo, fino a vietare ai cattolici la partecipazione sia attiva, sia passiva alla vita politica italiana. 

Per volere del Segretario di Stato, il Cardinale Giacomo Antonelli, nel 1857 Pio IX si recò in visita a Bologna, città emiliana che veniva ritenuta “miscredente in religione, scostumata in morale, ribelle in politica”. (1)

Il capoluogo emiliano vantava 76 mila abitanti, 100 mila con la campagna e 365 mila con la provincia: era, dopo Roma, il centro più popoloso dello Stato Pontificio.

Il rapporto tra le autorità pontificie e la città non fu mai dei migliori anche perché la città emiliana costituiva un forte polo di opposizione al potere papalino.

La stessa visita del Pontefice nel 1857 fu vissuta con freddezza e disinteresse. Le fasce più povere della popolazione videro nella venuta del Papa una delle cause dell’aumento della pressione fiscale di quell’anno.

Lo stesso Pio IX respirò un’aria pesante, imbevuta di ideali liberali e mazziniani alimentati dalla fervente loggia massonica di via Galliera per i cui adepti Roma non era altro che la “nemica di ogni libertà”. (2) Questo poco lusinghiero complimento era prontamente ricambiato dagli ambienti della politica ecclesiastica romana per i quali Bologna era “ribelle e rivoluzionaria”. (3)
NOTE BIBLIOGRAFICHE

(1) Giambattista Casoni, Cinquant’anni di giornalismo, Bologna, 1907
(2) Ibidem 
(3) Ibidem
IL FATTO

Si alza il sipario

Il sipario sul Caso Mortara comincia ad alzarsi in un freddo sabato pomeriggio del 7 novembre 1857 in una stanza del convento di San Domenico a Bologna.

Un vecchio frate domenicano, Padre Gaetano Feletti, Inquisitore e responsabile del Sant’Uffizio di Bologna, procede all’interrogatorio di una giovane serva bolognese, Anna Marisi, detta Nina, nata a Giovanni in San Persiceto (paese poco lontano da Bologna) che fino a pochi mesi prima era stata a servizio presso i signori Mortara, una famiglia di Ebrei bolognesi.

Il motivo dell’interrogatorio era costituito dal fatto che la Nina, sia pubblicamente, sia in confessione, aveva sostenuto di aver battezzato in segreto Edgardo Mortara (uno dei figli del suo ex padrone) quando questi si trovava in rischio di morte a causa di una forte febbre.

Dopo la somministrazione del battesimo il bambino era immediatamente guarito e la serva aveva collegato tale improvvisa e miracolosa guarigione con il Sacramento impartito al piccolo Mortara.

Padre Feletti conduce l’interrogatorio ben sapendo di essere di fronte ad una serva giovane e scapestrata, che era stata in precedenza istruita a dovere sulle risposte da dare durante l’interrogatorio e che, entrata in San Domenico con il terrore dell’Inquisizione, ne poteva uscire con una dote ed un marito in grado di restituirle l’onore perduto nei letti degli attendenti austriaci: tutto dipendeva se ciò che si apprestava a dire, tra pianti e singhiozzi, avesse soddisfatto oppure no il padre Inquisitore.

Per la Chiesa, invece, non ci sono in gioco solo un matrimonio o qualche soldo, ma la posta è molto più alta: si tratta di riaffermare il potere temporale della Chiesa stessa nello Stato Pontificio alla vigilia dell’Unità d’Italia.

L’atto ufficiale con cui si apre il Caso Mortara è rappresentato dalle seguenti poche righe con cui il Cardinale Giacinto De Ferrari risponde a Padre Feletti che lo aveva informato riferendogli di un bambino ebreo battezzato di nascosto a Bologna:

“Nella particolare di quest’oggi si è presa in considerazione la sua lettera del 26 ottobre p.p. relativa al battesimo conferito al fanciullo Ebreo, e si è approvato il di Lei suggerimento di procedere cioè con tutta la prudenza. Sicché viene commesso alla nota sua saviezza di eseguire l’esame richiesto, col cotale le circostanze di luogo, e di persona”. (1)

Ben di più sono le righe dedicate al primo interrogatorio della giovane Nina che non saprà mai di essere stata “degna di premio” (2) da parte della fantesca Caterina di Spagna o definita “indegna sgualdrina” (3) da un anonimo inglese, ma capirà ben presto di essere solamente una pedina di un gioco più grande di lei da cui cercherà di trarre il massimo guadagno personale senza accorgersi che anche il suo nome, accanto a quelli dei componenti della famiglia Mortara, del piccolo Edgardo ed allo stesso messaggio di amore cristiano, comparirà tra l’elenco delle vittime del Caso Mortara.

Riesce difficile credere che le parole dell’interrogatorio riportate nelle seguenti righe siano state davvero pronunciate, in tale forma, dalla Morisi; appartengono, molto più probabilmente al lessico di Padre Feletti:

ANNA MORISI: “Nel mentre che io mi trovava al servizio del sopradetto Ebreo Momolo Mortara dopo un anno circa, si ammalò uno dei suoi figli di nome Edgardo dell’età di circa due anni, ed era così violento il sinoco da cui fu sorpreso che il padre e la madre Marianna piangendo temevano che morisse a un momento all’altro, a segno che il padre prese dei libri Ebraici recitava orazioni sopra il bambino. Prevedendo dunque la morte di questa creatura ebbi occasione di andare dal Droghiere che abita in fine della strada dei Vetturini a mano destra andando verso la strada S. Felice, e a lui raccontai il pericolo in cui si trovava il bambino del mio padrone, ed egli mi disse, che se era veramente in pericolo di morte avrei fatto una buona cosa se l’avessi battezzato. Io gli risposi che m’insegnasse come doveva fare, ed egli soggiunse che dovea prendere dell’acqua, e versarla sulla testa del bambino dicendo ‘Io ti battezzo nel nome del Padre, del Figliolo, e dello Spirito Santo’. !
Dopo di ciò tornai a casa, e nella notte seguente (…) io presi un bicchiere e lo riempii d’acqua chiara presa dal secchio (…) e mi portai di nuovo nella Stanza dov’era il bambino moribondo (…) e feci scolare l’acqua di cui erano bagnate le dita sopra il capo del bambino dicendo ‘Io ti battezzo nel nome del Padre, del Figliolo, e dello Spirito Santo’. (…) In seguito il bambino invece di morire cominciò a migliorare e guarì perfettamente, e tutt’ora sta bene, anzi avendo da piccolino un difetto nelle gambe, che lo faceva zoppicare, ora si trova libero anche di questo. Il fatto sopradetto accadde quattro anni fa circa, nella stagione d’inverno.”

PADRE FELETTI: “Quando versaste l’acqua sulla testa del fanciullo Edgardo e recitando la formula battesimale, intendeste agire così come intende la Chiesa?”

ANNA MORISI: “Quando versai l’acqua sul capo del bambino Edgardo io intesi di battezzarlo come costuma la Chiesa per rigenerare un’anima a Dio, e a ciò fui ridotta dal timore che quell’anima andasse perduta perché tutti quei di casa credevano che il bambino morisse”

PADRE FELETTI: “Fu più l’odio o l’amore che vi fecero dichiarare queste cose?”

ANNA MORISI: “Recte” (la Nina, una povera serva del popolino bolognese che parlava solo il dialetto, in quel freddo pomeriggio d’autunno ha imparato anche un po’ di latino). (4)

Il rapimento

Momolo e Marianna Mortara sono due Ebrei originari di Reggio Emilia trasferitisi a Bologna poiché nel capoluogo emiliano, anche dopo il ritorno di Leone XII dopo la parentesi napoleonica, per gli Ebrei era possibile condurre un’esistenza dignitosa nonostante le norme antiebraiche, ovviamente previo il pagamento di burocrati e funzionari corrotti.

La famiglia Mortara appartiene alla piccola borghesia liberale ed il capofamiglia aderisce alla loggia massonica di via Galliera. I coniugi Mortara hanno avuto otto figli ai quali hanno dato i nomi di Riccardo, Ernesta ed Erminia (due gemelle), Augusto, Arnoldo, Edgardo, Ercole ed Imelde. Il più grande ha quattordici anni, la più piccola pochi mesi.

I nomi dei bambini non appartengono alla tradizione ebraica e ciò è indice che non viene seguita l’ortodossia, benché ogni venerdì sera, al crepuscolo, vengano accese le candele dello shabbat.

Fino alla notte del 23 giugno 1858 la si può definire come una famiglia felice in grado di condurre una vita abbastanza dignitosa ed agiata in un’epoca in cui, sicuramente, non vi era un grande benessere diffuso.

Attorno alla mezzanotte del 23 giugno 1858 i Carabinieri pontifici si recano presso la casa dei coniugi Mortara e, una volta identificato il piccolo Edgardo, affermano che lo devono prelevare per consegnarlo all’autorità ecclesiastica in quanto il bambino risulta essere stato battezzato all’insaputa dei genitori. Comandante della pattuglia dei Carabinieri sono il maresciallo Pietro Lucidi ed il brigadiere Giuseppe Agostini che stanno eseguendo gli ordini loro impartiti dal tenente colonnello Luigi De Dominicis.

I genitori chiedono che l’ordine di cattura venga rinviato per poter capire di più della faccenda e per poter vedere come affrontare la sciagura che li sta per investire. Lucidi ed Agosti acconsentono ed i Mortara cominciano a contattare il maggior numero di parenti ed amici influenti. Le offerte di denaro fatte ai militari per corromperli e salvare il bambino risultano inutili.

Nella giornata del 24 giugno tutti i tentativi persuasivi nei confronti della Curia bolognese portati avanti da influenti ebrei emiliani (il banchiere Bonajuto Sanguinetti, lo zio di Marianna Angelo Padovani ed il ricco reggiano Giuseppe Vita) risultano essere vani. Padre Feletti è irremovibile: Edgardo Mortara deve essere consegnato alle autorità ecclesiastiche. La sera del 24 giugno Edgardo viene sottratto alla famiglia dagli uomini del De Dominicis, viene condotto via da casa tra dei gendarmi come se si trattasse di un delinquente comune.

L’indignazione per tale evento fu forte anche in un commerciante cattolico, tale Antonio Facchini, che, se avesse trovato dei complici, lo avrebbe liberato e riconsegnato alla famiglia.

Il destino di Edgardo è segnato: i bolli e la ceralacca di Padre Feletti giustificano un vile atto di rapimento che ha il mandante negli stessi vertici ecclesiastici romani.

Il viaggio verso Roma

Il viaggio di Edgardo verso Roma rappresenta una vera e propria “commedia degli equivoci” di cui furono protagonisti gli stessi militari pontifici.

La versione che la madre del bambino, dopo molti anni, diede del viaggio indica un forte spavento ed una grande paura per il futuro che al piccolo appariva ignoto:

“So che nel viaggio per Roma non fece che piangere; voler tornare ai genitori, domandare che cosa aveva fatto per condurlo via; chiedeva la mezuzà; rifiutava le altre medaglie che gli volevano dare, e non mangiava. Tutto questo mi raccontò il fanciullo stesso a Roma, presente il Rettore dei Catecumeni, il quale confermandolo, ebbe anzi a dirmi che il fanciullo doveva aver buone viscere per aver resistito a tanto soffrire”. (5)

A sostegno di questa versione dei fatti vi è il seguente documento dell’Archivio segreto Vaticano che riferisce di un dialogo avvenuto a Roma tra Edgardo e Momolo:

“Cadendo la conversazione sulle circostanze dell’avvenuto 23 giugno, l’Edgardo ricordò la sorpresa e l’immenso spavento provati nel sentire che i carabinieri cercavano di lui per impadronirsene (…) quando fu menato via domandava piangendo il padre e la madre, e che lungo il viaggio, fece più volte richiesta alla persona che lo accompagnava della mezuzà (…) che invece questa persona gli offerse una specie di medaglia da avvalersene allo stesso uso, e che egli rifiutò tanto che non l’ebbe rassicurato che equivaleva pienamente all’oggetto delle sue istanze”. (6) 

Totalmente diversa, invece, la versione ufficiale del brigadiere Agostini che tenta di evidenziare una vocazione già presente nel bambino prima di giungere a Roma:

“Giunto il 29 a Fossombrone, solennità di S. Pietro (…) lo scrivente gli pose sott’occhio la Medaglia, con dolcezza lo invitò porsela al collo, baciarla, mentr’esso altrettanto faceva (…) non Incredulo, ma di Cristiana Religione, pieggosi, baciò la Medaglia, e al collo se la pose (…) allora per solo Celeste prodigio fece istantaneo cambiamento (…) mostrò desio ardente di visitare le Chiese (…) dimentico de’ Genitori e continuandosi il viaggio, in ogni luogo di stazione, li primi suoi desiderii eran quelli di visitare la Casa d’Iddio, segnarsi coll’acqua benedetta, e recitare l’Ave Maria che già imparato aveva. A Spoleto (…) per la prima volta gli faceva il Pater Noster recitare”. (7)

Sempre di più si cerca di trasformare un atto coercitivo della volontà del bambino in un atto che cercava di assecondare la sua natura già propensa al messaggio religioso cristiano: la conversione sarebbe stato, quindi, un evento spontaneo e naturale del bambino.

Si voleva forse far trapelare una visione dei fatti secondo la quale a violare la libertà di Edgardo Mortara non erano stati i rapitori che lo strappavano all’affetto dei suoi cari, ma i suoi stessi genitori che non lo avevano fatto convertire al cristianesimo? 

Dalla conversione alla tonaca

Una volta giunto a Roma il piccolo Edgardo viene condotto nella Casa dei Catecumeni dove gli viene impartita una ferrea istruzione cattolica.

Per spazzare via ogni insinuazione e qualsiasi maldicenza il Pontefice provvede immediatamente a far battezzare (una seconda volta?) Edgardo, al cui nome viene aggiunto quello del suo “salvatore”, Papa Pio IX: è nato Pio Edgardo Mortara.

Il bambino è impaurito e spaventato e comincia a credere, ed i sacerdoti che lo circondano non lo scoraggiano di certo, di essere stato abbandonato dai suoi genitori. 

La nuova fede comincia ad attecchire nell’animo del bambino che, dopo cinque mesi verrà inviato presso il Collegio di San Pietro in Vincoli (8 dicembre 1858) dove continua la sua conversione e la sua integrazione nella realtà cristiana.

Seguono numerosi anni di studi presso il suddetto istituto durante i quali Edgardo è sottoposto a continui atti di umiliazione che la sua personalità ormai plasmata interpreta come atti d’amore. Lo stesso Pio IX affermerà di aver sempre “amato” il Mortara a cui ha dedicato azioni frutto di “amore e misericordia”.

Edgardo, invece di ribellarsi, si adatta benissimo alla nuova realtà in cui si trova a vivere benché in lui fossero ancora ben vivi sia il ricordo della vecchia fede, sia quello della famiglia con cui gli è stato consentito di mantenere i rapporti anche se questi venivano dissuasi dai sacerdoti cattolici. Il ricordo della fede ebraica trova testimonianza e conferma in quanto avvenne ad Alatri quando, durante un incontro con la madre, non esita a ricordare ed a recitare alcune preghiere ebraiche.

Ma il fascino (!?) della nuova religione e la forza (!?) dissuasiva delle autorità ecclesiastiche sono talmente forti che nel 1867 Edgardo prende i voti e diventa sacerdote. 

Dopo l’unificazione d’Italia e proclamazione di Roma Capitale Edgardo è formalmente “libero”, ma non pensa minimamente di ritornare sui propri passi; anzi non solo si rifiuta di tornare a casa e nella propria Comunità religiosa originaria (quella ebraica), ma, paradossalmente, teme di veder violata la propria libertà di Cristiano dalle nuove autorità politiche italiane.

In accordo con Pio IX il 22 ottobre 1870 Pio Edgardo Mortara si reca all’estero iniziando un lungo viaggio che lo porterà a risiedere in numerosi Paesi stranieri in cui, forte della conoscenza di ben nove lingue, eserciterà la sua azione di predicazione conversionista rivolta, soprattutto, verso gli ex fratelli Ebrei.

Tra il 1891 ed il 1897 è di nuovo in Italia dove incontra i fratelli con i quali i rapporti sono buoni e si possono riassumere con queste due frasi dello stesso Pio Edgardo:

“Dispiace loro ch’io sia cattolico, precisamente come a me dispiace ch’essi siano ebrei. Ma con essi non parlo che di soggetti estranei alla religione, perché son certo che non ci intenderemmo”. (8)

Dopo il 1897 ricomincia a viaggiare e, nonostante una salute malferma, che si manifesta anche con una certa spigolosità del carattere, riuscirà a vivere fino alla veneranda età di 89 anni; morì, infatti, l’11 marzo 1940.

Fu, fino alla morte, un difensore fermo ed assoluto dell’ortodossia cattolica, chiuso ad ogni novità del Nuovo Secolo prima fra tutte la Democrazia. Spia di ciò fu la posizione assunta durante la Prima Guerra Mondiale: si schierò a favore della Germania vista come “una nazione cattolica che sempre sarà tale, malgrado il protestantesimo, il liberalismo e la Massoneria” (9) in opposizione alla Francia della Terza Repubblica anticlericale, liberale e radicale.

Per tutta la sua vita Pio Edgardo Mortara non smise mai di ringraziare Papa Pio IX per averlo fatto diventare Cristiano avendogli, così, aperto la via della salvezza (!?) dell’anima: il suo più grande cruccio fu quello di non essere riuscito a convincere i suoi cari a convertirsi anch’essi.
NOTE BIBLIOGRAFICHE

(1) Segretario di Stato, anno 1864, rubrica 66, fasc. 3, ASV
(2) Lettera del Nunzio apostolico a Madrid Lorenzo Barilli al Segretario
di Stato Antonelli, del 23 novembre 1858, Segretario di Stato, anno
1864, rubrica 66, ASV
(3) Anonimo, The True Story of the Jewish Boy Edgard Mortara, Londra
1860
(4) Archivio Pio IX, Oggetti Vari, ASV
(5) Deposizione di Marianna Mortara del 20 febbraio 1860, APASB
(6) Segretario di Stato, anno 1864, rubrica 66, fasc. 2, ASV
(7) Deposizione di Giuseppe Agostini del 25 febbraio 1860, APASB
(8) Don Pio Edgardo Mortara, Memoria Memor Ero, Au jour bèni
du 50me Anniversaire de mon Ordination Sacerdotale, Liegi, 1923
(9) “Deutsche Reichs Zeitung”, 31 agosto 1893
 
AZIONI E REAZIONI  NEL CASO MORTARA

Appena si diffuse la notizia del rapimento di Edgardo Mortara le reazioni furono molto forti in tutta Europa ed anche negli Stati Uniti.

Non solamente le comunità ebraiche, ma anche gruppi protestanti portarono avanti una forte polemica nei confronti della Chiesa cattolica e di Pio IX in persona, che fu accusato di essere stato il mandante del ratto avvenuto quella tragica sera del 24 giugno 1858.

Ovviamente la posizione culturale e politica di impostazione fortemente anticlericale fu condivisa e sostenuta da tutti i liberali, dai radicali, dai democratici e da tutte le logge massoniche europee e statunitensi. Molti governi europei e molti, influente e noti politici e diplomatici si adoperarono affinché il Pontefice restituisse Edgardo Mortara alla famiglia, ma tutti questi sforzi, da quelli compiuti da Napoleone III a quelli compiuti dal Conte di Cavour, si dimostrarono totalmente inutili poiché si scontrarono con la più assoluta chiusura della posizione del Papa anche nei confronti dell’apertura della più piccola forma di dialogo.

Appena venne rapito Edgardo, l’Università Israelitica di Roma elaborò due documenti, il Pro-memoria ed il Sillabo, contenenti le posizioni dei dottori della Chiesa nei confronti dei battesimi forzati. 

Le tesi sostenute furono le seguenti quattro:

– non è abitudine della Chiesa battezzare i figli degli infedeli (tali erano ritenuti gli Ebrei dalla Chiesa) senza il consenso dei genitori;
– la Chiesa ha sempre rivendicato autorità nei confronti dei figli degli eretici e non nei riguardi di quelli degli infedeli;
– i battesimi dei figli degli infedeli invitis parentibus non sono validi;
– qualora, invece, fossero ritenuti validi i genitori non si vedrebbero privati dei bambini.


I vertici ecclesiastici risposero a questa presa di posizione imbastendo una forte polemica anche basata su di una falsificazione dei fatti avvenuti di cui si fece portavoce la pubblicazione Civiltà Cattolica.

Ai quattro punti di protesta avanzati dall’Università Israelitica romana i vertici ecclesiastici romani risposero con il presente promemoria:

– non si può ritenere invalidato il battesimo di un bambino ebraico che non abbia ancora raggiunto l’età della ragione;
– il diritto che la Chiesa assume su di un bambino attraverso il battesimo è qualitativamente e quantitativamente superiore al diritto paterno;
– nel Caso Mortara il battesimo è stato confermato e non è stato violato nessun diritto della famiglia ebraica;
– sempre inerentemente al Caso Mortara la Chiesa ha ben agito poiché, sottraendo e convertendolo Edgardo alla famiglia, ne ha salvato l’anima e tale atto è molto più importante del diritto della famiglia e dei singoli in quando la conversione degli infedeli è uno dei compiti prioritari della Chiesa Cattolica. Quest’ultimo punto venne ripreso, ampliato e sostenuto da uno dei maggiori teorici del razzismo e dell’antisemitismo del XIX secolo, Louis Veuillot, che sosteneva l’assoluta e prioritaria importanza, nella vita di una persona, della salvezza dell’anima rispetto ad ogni altro aspetto della vita medesima.


In campo cattolico si levò una voce controcorrente, quella dell’abate Delacouture, che definì non legittimo e non valido il battesimo invitis parentibus degli infedeli e denunciò, in maniera più eclatante, le condizioni di oppressione in cui si trovano a vivere molti Ebrei.

Sia le tematiche di Veulliot, sia ciò che veniva sostenuto dai vertici ecclesiastici servirono all’avvocato Francesco Jussi per riuscire ad ottenere che Padre Feletti venga assolto al termine del processo al quale fu sottoposto da un tribunale del neonato Regno d’Italia (16 aprile 1860) a seguito di una denuncia avanzata nei confronti del frate domenicano dal nono paterno del piccolo Edgardo, Samuel Levi Mortara.

CONCLUSIONE

Il 12 aprile 1860 Pio IX affermò pubblicamente quando segue:

“Grandi e piccoli mi vollero rapire questo bambino, accusandomi di essere un barbaro e uno spietato: essi rimpiangono i suoi genitori e non pensano che anch’Io sono Padre (…). Quello che io feci per questo ragazzo, avevo il diritto e il dovere di farlo; e se occorresse lo farei di nuovo.” (1)

Paradossalmente fu lo stesso Pio Edgardo Mortara, con la sua stessa vita, il miglior sostegno delle teorie del Pontefice Papa Pio IX.

Pio Edgardo Mortara, nel 1933, ebbe a dire ciò che segue:

“Allorché io venni adottato da Pio IX, dicevasi che io ero una vittima, un martire dei Gesuiti, ma a onta di tutto ciò, io viveva felicemente in San Pietro in finibus e nella mia umile persona facevasi sentire forte il diritto della Chiesa, a dispetto dell’imperatore Napoleone e dei grandi uomini di Stato. Che cosa rimane di tutto ciò? Solo l’eroico: non possumus di Pio IX..” (2)

NOTE BIBLIOGRAFICHE

(1) Deposizione di don Pio Edgardo Mortara C.R.L. al processo per la beatificazione e canonizzazione del S.D. Pio IX, 1912, in Gian Ludovico Masetti, Nuovi documenti sul “caso Mortara”, in “Rivista di storia della Chiesa in Italia”, anno XIII, n. 2, Roma, maggio-agosto 1959
(2) “Deutsche Reichs Zeitung”, 31 agosto 1893

  Luca Molinari


DICHIARAZIONE NOSTRA AETATE SULL’EBRAISMO

"Il Sacro Concilio afferma e sottolinea il vincolo con cui il popolo cristiano del Nuovo Testamento è legato con gli Ebrei discendenti di Abramo. Non si può ignorare che la Chiesa ha ricevuto la rivelazione dell’Antico Testamento attraverso il popolo ebraico con cui Dio ha stretto l’Antica Alleanza. Cristo, attraverso il suo sacrificio ha riconciliato Ebrei e gentili. Vi sono, inoltre, altri elementi che indicano il legame esistente tra la Chiesa e l’Ebraismo: le parole di Paolo e la formazione culturale e religiosa ebraica degli apostoli e dei primi discepoli. 
Benché il Vangelo non sia stato accettato dagli Ebrei, essi rimangono ancora cari al Signore e si attende il giorno in cui Dio sarà “acclamato da tutti i popoli con una sola voce”. 

Alla luce di questo patrimonio culturale e spirituale non si può che auspicare una reciproca conoscenza tra Ebrei e Cristiani smentendo tutte quelle teorie secondo cui l’intero popolo di Israele sia stato responsabile della morte di Cris to e per questo rigettato da Dio. Ciò non è vero e non è scritto nella Sacra Scrittura. Si condannano ogni forma di odio e di antisemitismo e si invitano tutti i Cristiani ad una predicazione ed ad una catechesi corrette e conformi alla veridicità del Vangelo.

ORIENTAMENTI E SUGGERIMENTI 
PER L’APPLICAZIONE DELLA DICHIARAZIONE NOSTRA AETATE 

"La dichiarazione Nostra aetate del 1965 ha segnato una tappa importante nel rapporto ebraico-cristiano poiché è stata l’occasione per cominciare ad instaurare un reale dialogo tra le due fedi religiose. Occorre, quindi, una conoscenza reciproca per la cui realizzazione la Commissione per i rapporti con l’Ebraismo suggerisce alcune prime applicazioni pratiche riguardanti il dialogo, le comuni azioni sociali e la formazione e l’azione culturale e spirituale dei sacerdoti e degli educatori cristiani. Il dialogo deve essere approfondito nel massimo rispetto cercando di comprendere “le difficoltà incontrate dall’anima ebraica di fronte al mistero del Verbo incarnato”. 

La predicazione cristiana dovrà avvenire nell’ottica della reciproca libertà religiosa e saranno apprezzati e favoriti gli incontri, i confronti e le convergenze tra le due religioni non solamente negli studi sulle grandi tematiche, quali la pace e la giustizia sociale, ma anche, qualora sia possibile, nelle e sperienze di preghiera e di meditazione comune di fronte a Dio. 

Di massima importanza saranno sia il riconoscimento dei legami esistenti tra le due liturgie, sia la conoscenza dell’Antico Testamento il cui insegnamento dovrà avvenire in modo da fornire il maggior numero e la migliore qualità di informazioni possibili. Il fatto che il Dio dell’Antico e del Nuovo Testamento sia il medesimo, la non opposizione tra i due Testi, l’integrazione di Gesù Cristo nella realtà ebraica dell’epoca e la falsità dell’accusa di deicidio devono essere a conoscenza di tutti i Cristiani e soprattutto degli ecclesiastici e degli educatori cattolici la cui formazione deve essere seria, completa ed approfondita. 

Ad ogni livello della società bisogna operare per la comune ricerca della pace e della giustizia sociale. Per realizzare quanto affermato in precedenza, come è già stato detto, è necessaria un’approfondita conoscenza reciproca il cui raggiungimento può essere stato favorito dalla Commissione per i rapporti religiosi con l’Ebraismo, istituita il 22 ottobre 1974 dal Santo Padre".


Luca Molinari

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