LA PRIMA GUERRA MONDIALE
DAI BOLLETTINI UFFICIALI

1916


LA "STRAFEXPEDITION" - LA "TERMOPILI" D'ITALIA - LE PUNIZIONI


Passo Buole, la "Termopili d'Italia"

II MARESCIALLO CONRAD ORGANIZZA LA "SPEDIZIONE PUNITIVA" DAL TRENTINO - PROVVEDIMENTI DEL COMANDO SUPREMO ITALIANO PER FRONTEGGIARE L'OFFENSIVA - L'ISPEZIONE DEL GENERALE CADORNA SULLA FRONTE TRENTINO - IL GENERALE BRUSATI ESONERATO DAL COMANDO DELLA 1a ARMATA E SOSTITUITO DAL GENERALE PECORI-GIRALDI - LE FORZE ITALIANE E AUSTRIACHE NEL TRENTINO NELLA PRIMA QUINDICINA DI MAGGIO DEL 1916 - L'INIZIO DELL'OFFENSIVA AUSTRIACA - DUE RELAZIONI UFFICIALI DEL COMANDO SUPREMO - LE VICENDE DELLA "STRAFEXPEDITION" - LA LOTTA IN VAL LAGARINA: LA RESISTENZA ITALIANA A PASSO BUOLE (LA "TERMOPILI D'ITALIA") - LA LOTTA NEL SETTORE VAL TERRAGNOLO-VAL D'ASTICO - SULL'ALTOPIANO D'ASIAGO E IN VALSUGANA - L'EPICA LOTTA AL LEMERLE, AL MAGNABOSCHI E ALLO ZOVETTO - LE INIQUE PUNIZIONI, TRAGEDIE NELLA TRAGEDIA
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...erano arrivati ad Arsiero, poi....

(vedi QUI LA CARTINA dettagliata a colori del territorio prima, durante e dopo l'offensiva
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GLI AUSTRIACI ORGANIZZANO LA "SPEDIZIONE PUNITIVA"
PROVVEDIMENTI DEL COMANDO SUPREMO ITALIANO
LE ISPEZIONI DI CADORNA SUL FRONTE TRENTINO

Principale obiettivo di una probabile grande offensiva austriaca -da sferrare nelle linee italiane dal basso Trentino per poi (da quello che fu chiamato il passo delle Termopili - Passo Buole) dilagare nella pianura e mettere in crisi tutto il sistema difensivo italiano- era quello di punire e obbligare l'Italia a chiedere una pace separata dagli alleati dell'Intesa. Ma a renderla non probabile ma realizzabile questa offensiva (che politicamente era ininfluente, quindi in partenza già fallimentare) furono soprattutto i rancori personali di un maresciallo verso l'Italia; che insistendo insistendo, più tardi riuscì a persuadere gli alti comandi ad organizzare quest'offensiva; e forse fu proprio questo maresciallo, con i suoi rancori personali, a chiamarla "spedizione punitiva" contro l'ex alleata accusata di aver tradito la Triplice.

Uno dei nemici più accaniti che ebbe l'Italia fu senza dubbio questo maresciallo, CONRAD VON HÖTZENDORF, capo di Stato Maggiore austro-ungarico ed esponente del partito militarista della Monarchia, il quale, come si sa, era stato sempre nettamente contrario alla presenza dell'Italia nella Triplice Alleanza.
Nel 1908, cinicamente Conrad avrebbe voluto approfittare del disastroso terremoto in Calabria e Sicilia per gettarsi come un avvoltoio sull'Italia che in quel momento era in ginocchio per la tragedia; non meno tracotante fu Conrad nel 1911-12: quando con l'Italia impegnata in Libia, lui propose di piombare, nel modo, e come ai tempi dei "Barbari", sull'Italia, sicuro di abbatterla in un mese.
Voleva fare la campagna d'Italia come Napoleone; invece trovò un'Italia diversa, per la prima volta compatta; che in sostanza era rappresentata da un manipolo di Alpini che fecero a Passo Buole a Conrad abbassare le "penne", un siciliano che fece "faville" sul Pasubio, un napoletano che fece "scintille" in Vallarsa, e un gruppo di sardi che con le loro granate fecero "lampi e tuoni". Conrad usò tanti mezzi e con ostinazione tutti i mezzi.

Forse per questo che Robert Musil (quest'uomo di alta cultura, strappato dalla sua Vienna e sbattuto in una delle più arcaiche laterali valli della ValSugana, a Palù "dove il tempo qui da secoli si è fermato" con un manipolo di soldati "che non avevano mai letto un libro") scriverà poi nel 1922: "… eravamo dei cittadini laboriosi, siamo diventati degli assassini, dei macellai, dei ladri, degli incendiari e roba simile…"
Ma già a pochi giorni dalla fallita "spedizione punitiva" (da alcuni voluta da altri no, come vedremo più avanti), dirigendo il giornale di guerra, il Soldaten-Zeitung, nel n. 11 (si badi) del 20 agosto 1916, Musil scriveva (audacemente criticando gli uomini degli alti comandi, non dell'"Austria" (che non esisteva più), bensì dei "Paesi rappresentanti nel Consiglio della Corona" - fece la Cassandra, il profeta, e per questo motivo gli tolsero la direzione del giornale): "Sono io austriaco? …All'estero devono essersi fatta l'idea che non esiste nemmeno più un Impero d'Austria, dal momento che tutti i nati non si definiscono "austriaci", ma si qualificano secondo il paese in cui è situata la loro piccola patria: calzolaio in Corniola, contadino in Galizia, avvocato in Boemia, giudice in Tirolo, ecc. ecc. Non austriaci! Quali impressioni abbiano suscitato all'estero queste cose, lo abbiamo capito soltanto qui attraverso le esperienze di guerra. Si comprende quindi come l'estero di fronte a questi fatti, anche a prescindere dall'attività degli irredentisti, dovesse convincersi del prossimo sfacelo di uno Stato rinnegato persino dai suoi stessi sudditi, e si disponesse a farne bottino". (Da R. Musil, "La guerra parallela", con gli articoli finora inediti in tutto il mondo e gli articoli di Musil apparsi sul Soldaten-Zeitung, (oggi alla Biblioteca di Bolzano) pubblicato in poche centinaia di copie da un coraggioso editore di Trento, Reverdito, 1987. Un volume introvabile; tuttavia l'autore di queste pagine ne ha una copia; e idem della introvabile "La valle incantata" sempre di Musil - Un capolavoro narrativo!! che ci rivelano l'alta sensibilità dell'autore dell' "Uomo senza qualità").

Ma torniamo a CONRAD, che pur insistendo, sia nell'una che nell'altra volta, trovò ostili ai suoi disegni tanto il cancelliere austriaco quanto l'imperatore tedesco.
Scoppiata la guerra con l'Italia e convinto che la prostrazione di questa potenza sarebbe stata decisiva per la risoluzione del conflitto mondiale, il maresciallo Conrad richiese alla Germania il concorso di dieci divisioni per formare, insieme con altrettante divisioni austriache, una massa di manovra, con la quale si doveva sconfiggere a ovest in una battaglia campale l'esercito italiano dopo averlo attirato con una diversione ad est verso Lubiana.
Lui aveva individuato fin dall'allora lo strategico "Passo delle Termopili" italiano.

Ma la Germania rispose con un rifiuto alla richiesta del Conrad, adducendo la scusa che non era in guerra con l'Italia, ma anche perché il maresciallo FALKENHAYN, capo dello Stato Maggiore germanico, era allora persuaso che l'importanza dell'Italia era minima nella risoluzione della guerra europea. Questo però non impedì alla Germania di fornire all'Austria aiuti in un altro modo, poco compromettenti; cioè non in modo diretto ma indiretto, scambiando come un giocatore-baro alcune "carte" sul fronte.

Infatti, già fin dai primi mesi di guerra, divisioni tedesche sostituirono in Oriente quelle austriache che così furono trasferite sull'Isonzo; battaglioni bavaresi guarnirono le retrovie austriache sul fronte italiano; alpini, sciatori, automobilisti, artiglieri, specialisti in gas asfissianti e aviatori furono dati all'Austria, e sottomarini tedeschi operarono sotto la bandiera austriaca nel Mediterraneo.
Conrad, non scoraggiato dal rifiuto tedesco, che poteva anche essere giustificato dalla situazione bellica della primavera e dell'estate del 1915, alla fine dell'anno si propose di attuare un piano per la primavera del '16, studiato con zelo e meticolosità che aveva in mente fin dal tempo di pace: una grande offensiva, sferrata con forze schiaccianti dal Trentino, che avrebbe "preso alle spalle" e costretto a ritirarsi le truppe italiane del fronte Giulia, inferendo un colpo mortale all'Italia.
Ma per l'attuazione di questo piano era necessario il concorso germanico, e l'ostinato Conrad non mancò di chiederlo una seconda volta.

Un altro rifiuto fu la risposta tedesca. Con una lettera al CONRAD in data dell'11 dicembre 1915 così il FALKENHAYN disapprovava il piano del maresciallo austriaco:
"V. E. progetta un'offensiva dalla regione di Trento, su una fronte di circa 50 chilometri, contro la linea Schio-Feltre, per la quale dovrebbero essere sottratte dal fronte della Galizia otto o nove divisioni da sostituirsi con truppe tedesche. Se tale operazione riuscisse, sarebbe di grande efficacia, ma secondo le mie esperienze questa operazione, limitata ad una sola linea d'avanzata, non può avere risultati, né strategici, né tattici, e per eseguirla bene ci vogliono 25 divisioni. Dubito che V. E. sia in grado di riunire sul punto d'attacco una tale forza togliendola dal resto del fronte italiano, sia pure includendovi le divisioni galiziane: ne dubito, tanto più perché date le caratteristiche del terreno d'attacco, la stagione e le robuste fortificazioni italiane, si possono prendere in considerazione solamente truppe adatte all'attacco".

Dopo avere prospettato pure la difficoltà di approvvigionamento delle munizioni, che rendevano sconsigliabile l'impresa, il Falkenhayn continuava: "Si potrebbe ammetterla soltanto se si potesse sperare una decisione della guerra. V. E. crede di poterla sperare. Io, purtroppo, non posso condividere l'opinione. Anche se il colpo riuscisse, non colpirebbe a morte l'Intesa. Se anche nell'estremo nord-est l'esercito italiano subisce una grave sconfitta, Roma non è per questo costretta a fare la pace. Essa non può fare la pace senza la volontà dell'Intesa, da cui dipendono i suoi rifornimenti di denaro, viveri e carbone. Che l'Italia possa premere sull'Inghilterra e la Russia, minacciando di staccarsi o mostrando le sue miserie, non lo credo".
Ma la lucidità di questo tedesco fu vana davanti all'ottusità dell'austriaco, animato più dai rancori che non dalle capacità strategiche.

Infatti, nonostante questa opinione contraria del Comando Supremo germanico, l'ostinato maresciallo Conrad non volle rinunciare al suo disegno, e che alla fine, preparandosi fin da febbraio, decise di attuare prima il 10 di aprile e poi a causa ritardi e dal maltempo, fu spostata il 15 di maggio. L'impresa fu chiamata pomposamente "strafexpedition", "spedizione punitiva" contro la fedifraga alleata di una volta, e per compierla furono sottratte dai fronti russi, balcanici e dell'Isonzo, diciotto delle migliori divisioni (400 mila uomini), dotate di 2000 bocche da fuoco, metà delle quali di medio calibro, oltre ad una cinquantina di pezzi di grosso calibro (mortai da 305 e batterie da 380 e da 420).
Il comando in capo della spedizione fu conferito all'arciduca Eugenio.

Per quanto il concentramento di truppe e di materiali nel Trentino era stato fatto nel maggior segreto, non era possibile che passasse inosservato, e inosservato difatti non passò anche se furono prese poco in considerazione queste allarmanti relazioni. Infatti, nell'Alto Comando italiano (Cadorna), si riteneva che i movimenti nemici fossero da attribuirsi ai cambi tra gli elementi di prima e di seconda linea, poi si pensò che gli Austriaci volessero premunirsi in previsione di una offensiva italiana primaverile, infine si sospettò che il nemico con una sua offensiva volesse prevenire quella italiana. Ma in tutti i casi si fece poco e quasi nulla.

Più di ogni altro, venuto a conoscenza dei preparativi nemici, fu il generale ROBERTO BRUSATI, comandante della I Armata (di cui più di una volta il Cadorna aveva lodato l'opera anche se qualche volta aveva disapprovato il non cauto avanzarsi della sua armata, che però aveva finito di tollerare e lodare) a non mancare d'informare il Comando Supremo è poiché questo - da qualche tempo- andava sottraendo forze dal fronte Trentino per riunirle sul fronte Giulia, dove intendeva, a primavera (come volevano i Politici), sferrare un'offensiva per la conquista di Gorizia, insieme con le informazioni intorno ai movimenti austriaci faceva rimostranze per l'assottigliarsi delle truppe dell'armata che nel Trentino avrebbero invece dovuto semmai essere rinforzate, non indebolite.

Ma il Comando Supremo non solo si mostrava incredulo circa l'entità e i fini del concentramento nemico, ma sosteneva che, qualora si fosse manifestata una seria minaccia sul fronte trentino, lo spostamento verso questo fronte delle forze dall'Isonzo sarebbe stato più rapido di quello delle forze austriache.
Divenute, nella seconda settimana di marzo, più insistenti da parte del BRUSATI le sue rimostranze e più allarmanti le notizie sui preparativi nemici, il generale CADORNA fece sospendere la partenza già stabilita dal Trentino delle brigate "Ivrea" e "Sicilia", affrettò l'invio della brigata "Valtellina" e dispose che ai primi di aprile affluissero nel territorio della I Armata tre brigate di nuova formazione (per fortuna, come era in programma l'offensiva gli austriaci non la scatenarono in Aprile !!).
Inoltre ordinò al BRUSATI di ripiegare, in caso di attacco nemico, sulle linee principali di resistenza e di farvi la più accanita difesa.
Più tardi, il generale Cadorna inviò a Schio la 9a divisione e a Bassano la 10a mantenendola però alla propria dipendenza; ordinò che a Marostica si costituisse un raggruppamento alpino di 10 battaglioni e 6 batterie da montagna sotto gli ordini del comando della I Armata e che sul Tagliamento, a disposizione della stessa Armata, nella cui zona dalla metà d'aprile alla metà di maggio si effettuò il trasporto, si formasse un raggruppamento di 6 batterie di cannoni da 149 A, 6 da 105, 3 autobatterie di cannoni da 102 e 3 batterie di obici pesanti campali.
Verso la metà d'aprile (gli austriaci si stavano muovendo, ma furono ritardati dal maltempo) essendo ormai certo, per le informazioni ricevute, che il nemico preparava una offensiva in grande stile dal Trentino, il generale CADORNA mise a disposizione della I Armata la 9a e la 10a divisione; verso gli ultimi di aprile fece rimpatriare dall'Albania e mandare a Desenzano la 44a divisione e infine ordinò la costituzione sul Tagliamento di una riserva generale composta di sette divisioni (la 27a divisione e il X e XIV Corpo d'Armata).

Negli ultimi giorni d'aprile, il generale Cadorna iniziò un giro d'ispezione sul fronte della I Armata per rendersi conto dell'organizzazione della difesa. Anzitutto si recò in Valsugana e costatò che la sistemazione difensiva non corrispondeva ai concetti da lui espressi, secondo i quali la linea di massima resistenza doveva essere ad est dei torrente Maso e non quella M. Salubio-M. Armentera, designata come linea avanzata.

"Trovai - scriverà poi il Cadorna - che la linea M. Salubio-Armentera aveva un'organizzazione fortificata propria di una linea di massima resistenza, e che occupandola in forze, si peggioravano le condizioni di difesa rispetto alla retrostante linea Ospedaletto M. Spiadon, la quale era invece pochissimo fortificata, e questo, sia per l'estensione molto maggiore della linea, sia perché debole sulla sinistra alla testata di Val Maggio, ed aggirabile sulla destra per Val Maso e Val Calamento, sia finalmente perché dominata a 5-9 chilometri dalla principale linea di difesa nemica costituita dalla formidabile dorsale, Monte Panarotta-Fravuort-Sette Selle, dietro la quale il nemico poteva effettuare a nostra insaputa potenti schieramenti di artiglieria. Ordinai pertanto il 30 aprile:
1° che i lavori sulla retrostante linea di maggiore resistenza fossero spinti e condotti a termine con la massima alacrità;
2° che sulla linea avanzata Armentera-Salubio (che al grado di efficienza ormai raggiunto non conveniva subito abbandonare, anche per ragioni morali), si sviluppasse una prima fase di resistenza, ma alla condizione di non logorarvi le forze assegnate alla difesa della Val Sugana, che sulla linea avanzata rimanessero le artiglierie di piccolo calibro, e le più mobili fra quelle di medio calibro, e le altre meno mobili fossero subito arretrate sulla linea principale.

Queste disposizioni sollecitamente e bene attuate dal gen. Etna, comandante del Corpo d'Armata in Val Sugana, furono quelle che durante l'attacco austriaco permisero di arretrare con ordine la difesa alla linea principale di resistenza e d'infrangervi l'offensiva nemica. Anche in Val Lagarina ebbi a costatare analoghi inconvenienti. Le difese, in se stesse, per l'entità dei lavori compiuti, specie in galleria, per la robustezza delle masse coprenti e per la giudiziosa applicazione al terreno, rappresentavano elementi protettivi di sicuro valore. Ma, nel complesso, anche in questa valle, come in Val Sugana, si era perduto di vista il compito essenzialmente difensivo e la conseguente sistemazione da darsi alle forze ed ai mezzi. Qui, come altrove, l'azione offensiva non avrebbe dovuto servire che a migliorare le condizioni difensive; miglioramento che razionalmente doveva ritenersi ottenuto con l'occupazione del solco Loppio-Mori. Su questa linea bisognava arrestare ogni ulteriore progresso offensivo e basare tutto il problema difensivo sull'organizzazione delle posizioni del Cornale-Vignola-Altissimo, e del Coni Zugna tra Adige e Leno, quale linea principale di resistenza, ed ivi concentrarvi tutti i mezzi di difesa.

Ed invece, mentre le importantissime posizioni del Coni-Zugna e del Passo Buole erano rimaste del tutto indifese, era stata portata innanzi la sistemazione a nord di Zugna Torta e sul fondo valle verso Castel Dante e Costa Violina presso Rovereto in modo che essa soggiaceva a distanza inferiore agli 8 chilometri all'arco dello schieramento delle artiglierie austriache, il quale si sviluppava tra il Monte Birena ed il Monte Finonchio. Ordinai subito (4 maggio) di arretrare sulla principale linea di resistenza tutte le artiglierie di medio calibro e quelle di piccolo calibro ad istallazioni fisse. Anche in questa valle le posizioni avanzate non si potevano senz'altro abbandonare dopo che vi erano stati eseguiti ingenti lavori. Ma durante l'attacco austriaco queste posizioni avanzate, nonostante i lavori eseguiti, caddero subito nelle mani del nemico, con ingente perdita di prigionieri, mentre quelle retrostanti e principali, sebbene fossero apprestate a difesa in pochi giorni, resistettero bene ai replicati e violenti attacchi nemici.

Sugli altipiani non si erano potuti sviluppare in larga misura gli inconvenienti indicati perché la nostra offensiva aveva subito urtato nelle linee delle fortificazioni nemiche. Ivi le linee retrostanti alla prima erano di poco o nessun valore fortificatorio; sull'Altipiano di Asiago lo schieramento delle artiglierie aveva carattere eminentemente offensivo, in relazione alle precedenti operazioni, ossia era molto avanzato. Appena accentuatasi la minaccia nemica, avrebbe dovuto convertirsi in schieramento difensivo e venire perciò sensibilmente arretrato. Ciò non fu fatto, ed allo stato delle cose conveniva lasciarlo qual era, perché la trasformazione richiedeva tempo, e l'attacco nemico poteva sferrarsi da un momento all'altro, coglierci e metterci in crisi".

L'8 maggio, con un provvedimento che non trovava piena giustificazione nella condotta del generale BRUSATI, questi veniva esonerato dal comando della I Armata e con decreto luogotenenziale del 25 maggio collocato a riposo. In seguito a severa inchiesta, il 2 settembre del 1919, il generale Brusati fu richiamato in servizio attivo presso il ministero della Guerra e fu annullato ogni provvedimento preso a suo carico. Altro comandante d'armata esonerato circa nove mesi prima era stato il generale DE NAVA, della IV armata, ch'era stato sostituito dal generale ROBILANT.
Al generale BRUSATI successe nel comando della I armata il generale GUGLIELMO PECORI-GIRALDI. Questi, per l'insuccesso di Bir-Tobras, in Libia, era stato nel 1911 collocato a riposo, poi all'inizio del conflitto, mancando gli alti quadri, aveva attenuto il comando di una divisione e nei primi mesi di guerra si era segnalato, meritandosi la promozione a comandante del VII Corpo d'Armata, alla testa del quale mostrò abilità ed energia nel settore di Monfalcone sia nell'autunno del 1915 che nella primavera del 1916.

All'inizio della Strafexpedition, gli Austriaci avevano concentrato nel Trentino circa 300 battaglioni e duemila pezzi.
Delle forze austriache del Trentino, comandate dall'ARCIDUCA EUGENIO, facevano parte la 3a e la 11a Armata comandate dal KOEVESS e dal DANKL. Comandanti di corpo d'Armata erano i generali KIRCHBACH, KRAUTWALD, SCHEUCHENSTUHL, ARCIDUCA CARLO e LUTGENDORF. L'Italia oppose, compresa la 44a divisione, 172 battaglioni, una quarantina dei quali di Milizia territoriale di scarso valore bellico, e 850 pezzi di tutti i calibri. I corpi d'armata e le divisioni italiane erano comandati dai tenenti generali ZOPPI, ORO, DE CHAURAND, ANGELI, ETNA, GONZAGA e dai maggiori generali RICCI ARMANI, QUEIROLO, MOZZONI e NEGRI DI LAMPORO.

L'INIZIO DELL'OFFENSIVA AUSTRIACA
DUE RELAZIONI UFFICIALI DEL COMANDO SUPREMO

Forse per distrarre l'attenzione degli italiani dal punto dove avrebbe tentato lo sfondamento, fin dai primi giorni di maggio il nemico sferrava attacchi in altre parti, specie sul fronte Giulia. Così il 4 s'impadroniva, come altrove abbiamo detto, del monte Kukla (che il 10 fu riconquistato dal battaglione alpini "Saluzzo"), e il 13 e il 14 attaccò con grande violenza le linee tra il Carso e il mare, nella zona di Monfalcone, ma queste furono disperatamente difese dalla 4a divisione di cavalleria appiedata, che, insieme con alcuni battaglioni della brigata "Napoli", riuscì alla fine a respingere gli Austriaci, infliggendo loro gravissime perdite.

Intanto, su tutto il fronte, il nemico eseguiva intensi bombardamenti, che il giorno 14, fra l'Adige e il Brenta, raggiungevano la massima violenza. Il 15, mentre i calibri maggiori facevano sentire la loro voce possente e stormi di aeroplani nemici riempivano del rombo dei loro motori il cielo dei territori italiani, aveva inizio, con una furia travolgente, la "strafexpedition".
Della grande offensiva austriaca così parlava il Comando Supremo Italiano in una relazione diramata per mezzo dell'Agenzia Stefani:
(dopo, più avanti entreremo nei particolari delle singole azioni)

"Nel considerare gli avvenimenti, di cui sobriamente ma esattamente danno notizia i nostri bollettini di guerra, è indispensabile tener conto di vari elementi di carattere generale, i quali soli possono dare al pubblico una sicura norma di giudizio. Cominciamo subito con lo stabilire che da circa tre mesi il nemico veniva preordinando l'offensiva nel Trentino, sia col creare solide linee di difesa, donde prendere le mosse o dove assicurare i tratti di fronte destinati alla difensiva, sia col raddoppiare la potenza delle linee ferroviarie, giustificandoli in quella regione, per crearvi grandi magazzini, sia con l'aprirvi nuove strade. Le truppe austro-ungariche furono in parte ritirate dai Balcani e dal fronte russo, in parte formate con nuove leve straordinarie. Fu preparato specialmente un grande spiegamento di artiglieria dei maggiori calibri, con i quali battere copiosamente, secondo la tattica ormai tipica di tutte le offensive, le nostre posizioni avanzate.
Gli Imperi Centrali dispongono, come è noto, di potenti mezzi per la produzione di cannoni, anche e sopratutto di grosso calibro, e di munizioni. Con la stessa abbondanza con la quale i tedeschi misero in posizione la grande artiglieria davanti a Verdun, gli austriaci prepararono intensi concentramenti di fuoco contro le nostre primissime linee a sud di Rovereto e nell'alto Astico. Ogni vasta organizzazione difensiva comprende sempre più linee, talune delle quali hanno carattere di difesa avanzata, destinate per ciò ad essere sgombrate in caso di attacco deciso dell'avversario. Tali posizioni nella normale sistemazione riescono assai opportune sia per tenere più lontane le artiglierie nemiche, sia per offrire ostacoli che rompano il primo impeto delle masse avversarie, obbligandole a perdere tempo e a logorarsi. Raggiunti tali importanti scopi, le posizioni avanzate devono essere abbandonate per non esporre ad inutili perdite le truppe che le presidiano e per lasciare che il nemico venga ad urtare contro linee principali, fuori del tiro efficace delle proprie artiglierie.
Nel caso nostro si deve tener conto del fatto che talune posizioni da noi occupate durante lo svolgimento della nostra avanzata in territorio nemico avevano carattere transitorio, e cioè di punto di appoggio per ulteriori sbalzi in avanti. Ma non avevano né potevano avere carattere stabile: in caso di forte spinta del nemico avrebbero dovuto perciò essere sgomberate dopo averle utilizzate convenientemente per trattenere l'avanzata dell'avversario e logorarlo. Nelle regioni montuose, poi, le linee di difesa non possono, come in pianura, susseguirsi a brevissima distanza. Esse sono in qualche modo tracciate dalla natura prima che dall'uomo, in quanto debbono generalmente appoggiarsi alle creste delle alture, le quali creste alla loro volta devono essere strettamente collegate se si vuole che il sistema difensivo risulti organico e robusto.
È questa appunto una delle maggiori difficoltà difensive nella guerra di montagna. Né si deve dimenticare che chi attacca ha il vantaggio di scegliere il punto su cui puntare e di poter preparare in tempo il maggiore sforzo in quella direzione. Chi si difende, invece, non conosce la direzione esatta in cui si scatena l'offensiva e perciò mantiene le proprie riserve a tergo a conveniente distanza per farle affluire là dove l'attacco si manifesti. Questa situazione, verificatasi in tutte le grandi offensive, dà all'attaccante la risorsa quasi inevitabile di un primo sbalzo fortunato, sopra tutto se esso è preparato da potenti e numerose artiglierie che spianano le strade alla fanteria, rendendo non più protette le prime linee della difesa.
Così è avvenuto nell'offensiva francese della Champagne, così in quella tedesca di Verdun, così in tanti episodi della nostra offensiva contro gli austriaci.

L'attività del nemico nel Trentino si manifestò nella giornata del 14 con bombardamento con uguale intensa violenza lungo tutto il fronte dalle Giudicarie al mare, nell'intento di lasciarci incerti circa la direzione dell'attacco. Il 15 all'azione delle artiglierie seguirono violenti attacchi di fanteria condotti con ingenti forze contro il ristretto tratto di fronte dalle pendici a sud di Rovereto alle posizioni da noi occupate nell'Alto Astico. Contemporaneamente l'avversario, perseguendo obiettivi di diversione continuava l'intenso bombardamento e lanciava poi vigorosi attacchi di fanteria in diversi punti del fronte lungo l'Isonzo.

In conseguenza di questa prima mossa offensiva del nemico, succeduta a quasi dodici mesi di una logorante difensiva, le nostre truppe lasciarono il giorno 15 sul fronte Rovereto-Alto Astico le posizioni più avanzate e dopo la necessaria e prevista resistenza si portarono sulle linee principali di difesa. Tale operazione fu compiuta ordinatamente non senza aver inflitto al nemico gravissime perdite. Naturalmente l'avversario non si arrestò, ed appoggiato sempre dalla sua potente artiglieria, tentò nei giorni successivi di spingere più oltre l'offensiva, ma incontrò perdite notevoli, specialmente nel tratto di fronte fra Valle Adige e Valle Terragnolo.
In correlazione con l'azione sul tratto Rovereto-Alto Astico deve considerarsi l'offensiva svolta verso l'altopiano d'Asiago ed in Val Sugana. Ma il tentativo nemico si infranse subito e costò all'avversario altre gravissime perdite. Quanto agli attacchi di carattere diversivo tentati in diversi punti del nostro fronte, in Valle di Ledro, in Valle San Pellegrino, nella Marmolada, nell'Alto Cordevole, alla testata del Sebach, sulle alture a nord-ovest di Gorizia, sulle pendici settentrionali del Monte San Michele e nella zona di Monfalcone, essi furono tutti tenacemente respinti, nonostante si trattasse in qualche caso come a Monfalcone, d'assalti insistenti ed accaniti, sostenuti da imponente numero di batterie. Sicché l'averli infranti fu per noi un vero successo, come prova il numero dei prigionieri presi al nemico.

Nei suoi bollettini l'avversario mena gran vanto dei risultati ottenuti, ed esalta come successi definitivi quelli che sono gli inevitabili progressi di un primo impeto offensivo. Ma la storia di tutte le offensive della presente guerra europea stanno a dimostrare che ai primi facili sbalzi succedono inevitabilmente lunghi e logoranti arresti, quando l'attaccante urta contro posizioni ben munite, si allontana dalle proprie artiglierie pesanti e si trova di fronte le riserve della difesa, opportunamente disposte. In tutte le offensive si sono verificate queste due fasi: la crisi iniziale a favore dell'attaccante e il susseguente ristabilimento dell'equilibrio a beneficio del difensore. In complesso noi possiamo considerare con piena fiducia lo svolgimento delle odierne operazioni, con le quali il nemico cerca di sottrarsi alla posizione di stretta difensiva impostogli durante ormai un anno e di turbare il piano d'azione degli Alleati.

Per una giusta valutazione del formidabile sforzo che il nemico sta compiendo con la sua odierna offensiva nel Trentino e del poderoso compito che il nostro esercito così valorosamente assolve, è necessario conoscere con la maggiore possibile esattezza di quante truppe e di quali mezzi disponga oggi l'esercito austro-ungarico contro tutta la nostra frontiera e in particolare contro quella del Trentino.
Il 15 novembre 1915 sul fronte italiano erano schierate in prima linea 20 divisioni austriache con circa 300 battaglioni; di tali unità 3 divisioni, con 60 battaglioni, erano assegnate alla difesa del Trentino; la scarsezza di tali presidi era qui compensata dal grande numero d'artiglieria a disposizione e sopra tutto poi dal valore delle posizioni occupate, forti per natura, rese fortissime per arte. Dalla fine del novembre comincia a segnalarsi l'affluire verso il nostro fronte di nuove truppe nemiche.
Ma è solo dal 15 marzo che gli arrivi divengono più frequenti fino ad assumere l'importanza di grandi trasporti strategici. Le nuove unità sono specialmente avviate verso il basso Trentino. Il 15 maggio 1916 sul fronte italiano si annoverarono 38 divisioni austro-ungariche con circa 500 battaglioni. Si rileva cioè un aumento di 18 divisioni rispetto alla situazione del novembre. Di tali divisioni la maggior parte fu prelevata dal fronte galiziano al completo, ovvero formata con battaglioni sottratti alle varie unità impegnate contro la Russia. Altre divisioni risultano provenienti dall'Albania, dalla Serbia e dal Montenegro; alcune infine furono formate ex novo con elementi dei vari battaglioni di "Landsturm", di volontari, di marcia campale, già esistenti nella zona. Le nuove unità furono in gran parte (16 divisioni) utilizzate per costituire nel Trentino la massa di manovra destinata all'offensiva nel settore fra l'Adige e il Brenta.
Oltre a queste rimasero negli altri settori le truppe già preesistenti per la difesa del fronte occidentale del Trentino e per i servizi vari. Le 16 divisioni della massa di manovra sono costituite dalle migliori truppe combattive di cui l'Impero Austro-ungarico possa disporre attualmente. Ne fanno parte tutti i Kaiserjagern, i Landeschutzen, reclutati in grande maggioranza nella regione tirolese; sono truppe equipaggiate per la guerra di montagna composte con elementi scelti e bene inquadrati, allenati alla guerra e conoscitori del nostro terreno. Questi elementi che in gran parte hanno finora combattuto sul nostro stesso fronte nel Tirolo, nella Carnia e sull'Isonzo, e di cui altri tornano dalle campagne di Serbia, Montenegro ed Albania, sono a preferenza reclutati fra gli Ungheresi e rappresentano quanto ha di meglio l'esercito nemico. Lo Stato Maggiore austriaco apprezza queste truppe, le ha chiamate a raccolta dai vari fronti sostituendole con uomini del Landsturm sufficienti per resistere in una guerra di trincee in periodi di calma assoluta.

Per misurare lo sforzo compiuto contro di noi non basta però fermarsi al numero dei battaglioni. È noto che nella guerra moderna di posizioni compiono una funzione molto importante le grosse artiglierie, e di queste l'Austria ha raccolto nel Trentino una massa poderosa togliendola specialmente dalle linee russe ove per ora sarebbero rimaste inattive. È difficile poter dire il numero esatto dei pezzi sistemati nel tratto di fronte tra l'Adige e il Brenta; ma a dare un'idea della potenza di fuoco sviluppata dal nemico basterà ricordare che solo sugli altipiani di Lavarone e di Folgaria sono in posizione non meno di 30 pezzi da 305. E' nota la ricchezza degli Imperi Centrali in fatto di munizioni che permette loro di dare al fuoco d'artiglieria in combattimento uno sviluppo che ha talvolta del fantastico. È dunque evidente che l'esercito austro-ungarico compie in questo momento contro il nostro fronte, uno sforzo immane per contenere il quale il nostro valoroso esercito combatte con inevitabile vicenda ma con severa e incrollabile fermezza".

Un successiva relazione del Comando Supremo italiano aggiungeva:

"La battaglia che sulla frontiera sud-orientale del Trentino si svolgeva ininterrotta ed accanita dal giorno 14 di maggio; il 21 ha subito una sosta che segna il termine della prima fase dell'azione: la lotta sulle linee avanzate.
È opportuno esaminare pertanto brevemente le origini dell'offensiva austriaca, le sue vicende in questo periodo primo e gli effetti che essa ha conseguito. È noto che sin dal tempo di pace l'Austria, nostra alleata, aveva creato lungo le linee d'accesso alla regione del Trentino poderosi gruppi d'opere fortificate che costituivano non soltanto efficacissimi punti di sbarramento delle linee stesse, ma anche e sopra tutto un'ottima base d'appoggio e di partenza per un'eventuale offensiva. Tali erano, per ricordare i principali, i gruppi di Gomagoi, nella zona dello Stelvio; quello di Zaccarana, del Tonale; di Lardaro, nelle Giudicarie; di Riva, in Valle Sarca; di Folgaria e di Lavarone, sugli altipiani tra Valle Terragnolo e il Brenta; di Caldonazzo, alla testa della Val Sugana; di Corto, nell'Alto Cordevole; di Schluderbach alla testata della Rienz; di Segten, nella valle omonima; infine il campo trincerato di Trento, in posizione arretrata e centrale rispetto ai precedenti.

Scoppiato l'odierno conflitto europeo, nel lungo periodo della nostra neutralità l'Austria attese con attività febbrile a completare quelle difese permanenti mediante la costruzione di robuste opere campali, sopra tutto batterie di grande potenza protette da fitti ed estesi reticolati, riuscendo a creare una barriera quasi continua dalle Giudicarie alla Val Sugana. Così con la linea fortificata del Cadria, di Monte Pari e di Monte Sperone si congiunsero i gruppi del Lardaro e di Riva, a nord della Valle di Ledro, con quella segnata dai monti di Biaena, Ghello e Finonchio, si allacciò la difesa di Riva agli altipiani con la barriera del Panarotta, Fravort, Monte Cola e si completò lo sbarramento di Caldonazzo in Val Sugana.

All'inizio della nostra guerra con l'Austria, il Comando Supremo italiano, tenuto conto degli obiettivi militari che noi ci proponevamo e soprattutto della necessità che s'imponeva di cooperare nel modo più efficace possibile alle operazioni degli Alleati, in un momento in cui le sorti della guerra in Russia volgevano favorevoli agli Imperi Centrali, decise di agire offensivamente lungo la frontiera dell'Isonzo, limitando le operazioni nel Trentino all'obiettivo di rettificare nel modo migliore possibile, quella minacciosa frontiera. Furono così conquistati: la riva destra di Valle Daone, la Valle Giudicaria sino a Monte Melino, la Valle di Ledro con parte delle alture che ne formano il versante settentrionale, il saliente di Valle Lagarina sino alla linea Loppio-Rovereto-Valle Terragnolo; fu messo piede sugli altipiani di Lavarone e di Folgaria in Val di Brenta; si giunse fino alla testata di Valle Maggio ed alla linea di Tesobbo, Monte Collo, Salubio, Monte Setole, Col di San Giovanni. Quella linea di graduale e continua avanzata, stringendo come in un cerchio di ferro l'avversario aveva finito col rendere assai precaria la situazione delle principali piazze nemiche nel Tirolo meridionale.

Lardaro e Riva, erano strette da tre lati ed esposte al fuoco incrociato delle nostre batterie. Rovereto, non occupata solo per risparmiare il bombardamento era virtualmente in nostro possesso; sugli altipiani le nostre truppe serravano dappresso le opere di Lavarone e di Folgaria, in parte già smantellate. In Val Sugana eravamo già a stretto contatto con le batterie del Panarotta, del Fravort e del Monte Cola. L'avversario sentì allora l'urgente bisogno di liberarsi dalla nostra minacciosa pressione. Si aggiunga che l'economia generale del piano d'azione degli Imperi Centrali induceva l'Austria ad assalire in primavera l'Italia nell'intento di logorarla prima che si pronunciasse la temuta offensiva generale dell'Intesa. Infine gli aspri ritorni controffensivi tentati dal nostro avversario nel marzo ed in aprile in Carnia e sull'Isonzo, gli avevano procurato gravissimi scacchi in quelle direzioni. Ciononostante l'Austria si diede con grande attività a preparare nel Trentino una violenta offensiva, col radunarvi 18 divisioni delle migliori truppe del suo esercito e col concentrare, nel breve tratto di fronte fra Valle Adige e Val Sugana, un numero massiccio di batterie di tutti i calibri compresi i maggiori.

Il 14 di maggio le batterie austriache aprirono il fuoco, bombardando le nostre vicine linee avanzate con un'intensità ed una violenza senza precedenti. Il 15 le masse di fanterie nemiche iniziarono l'assalto delle nostre prime posizioni. Gli sforzi furono diretti contro il fronte fra l'Adige e il Brenta, ma particolarmente contro il tratto tra Valle Terragnolo ed Alto Astico. Le nostre fanterie resistettero con tenacia ributtando l'avversario con moltissime perdite; a mano a mano però, per sottrarsi agli effetti del violento bombardamento nemico, ripiegavano sulle linee arretrate di difesa. Ostinarsi in quelle condizioni di combattimento, a mantenere il possesso delle linee più avanzate che per saldezza e per ubicazione sono le meno importanti, sarebbe stato un atto di valore che sarebbero costate gravissime quanto inutili perdite. Perciò i comandanti dei singoli settori ripiegarono a mano a mano il fronte, sino a raggiungere ovunque le linee principali di resistenza.

L'accanimento della resistenza da parte delle nostre truppe è dimostrato dal fatto che, nonostante il concentramento del fuoco dell'artiglieria nemica, solo il giorno 22 le ultime linee avanzate furono sgombrate in Val d'Assa e in Val Sugana, così la conquista di tali linee, da noi deliberatamente sgombrate, costò all'avversario sette giorni di sanguinosi assalti. Nel tratto di fronte ove l'avversario portò a termine lo sforzo principale e cioè sull'Altipiano di Tonezza, fra Valle Terragnolo ed Alto Astico, regioni di terreno che in montagna hanno il sopravvento su qualsiasi altra considerazione militare, avevano imposto di stabilire la nostra linea di difesa principale sulle alture di Monte Maggio, Monte Toraro, Monte Campomolon, Spitz Tonezza, poiché a tergo di tali alture il terreno precipita negli avvallamenti che formano la testata di Posina. Ora, detta linea distava soltanto da 4 a 7 chilometri dalle artiglierie nemiche. Tale stretta vicinanza, che era inevitabile, rese consigliabile, in questo tratto di fronte, ed in questo soltanto, di rinunciare al possesso anche della linea principale di difesa. La resistenza fu portata su retrostanti alture, che dominano la conca di Posina e la Strada di Valle Astico. Naturalmente il successivo ripiegare delle nostre truppe, pur essendo compiuto con ordine e calma, ci costò perdite di uomini e cannoni. Il nostro ripiegamento, che fu breve, dovette però compiersi in terreni di montagna aspri ed impervi.

In conclusione, di fronte alla violenta, ma non travolgente offensiva austriaca, le nostre truppe hanno fatto ciò che era previsto che facessero e che qualunque esercito avrebbe compiuto nelle stesse condizioni. Si sono battute sulle linee avanzate ed hanno poi progressivamente arretrato il fronte fino alla linea principale, ove attendono a piè fermo il rinnovarsi dell'urto nemico. E se in un ristretto tratto del fronte attaccato anche la linea principale fu sgombrata, ciò fu dovuto non a mancanza di valore della nostra difesa, ma alla troppa vicinanza della linea stessa a quella nemica imposta da ineluttabili ragioni di terreno ed al fatto che dietro la linea principale il terreno precipita, ciò che impedì successivamente immediate resistenze a tergo.
Il nostro valoroso esercito e il nostro eroico Paese hanno appreso le vicende della lotta in Trentino con calma esemplare, con meravigliosa serenità, con incrollabile fermezza e fiducia".

LE VICENDE DELLA "STRAFEXPEDITION"
LA LOTTA IN VAL LAGARINA: LA RESISTENZA ITALIANA A PASSO BUOLE
LA LOTTA NEL SETTORE VAL TERRAGNOLOVAL D'ASTICO
SULL'ALTOPIANO DI ASIAGO E IN VALSUGANA
L'EPICA LOTTA AL LEMERLE, AL MAGNABOSCHI E ALLO ZOVETTO

Riportata sopra la relazione del Comando Supremo italiano, in queste righe racconteremo nei particolari le cronache delle vicende dell'offensiva austriaca, tramite i Bollettini di guerra.

"Iniziato la mattina del 15 maggio, alle ali, - forse a scopo dimostrativo, forse perché gli Austriaci avevano bisogno di prendere respiro liberandosi dalla morsa in cui erano stretti - l'attacco nemico si estese, violentissimo, da Val Lagarina verso la Vallarsa e le testate delle valli del Posina e dell'Astico. Il generale CADORNA ordinò subito di abbandonare le linee avanzate e ripiegare su quelle di resistenza; ma solo in alcuni settori il ripiegamento poté essere eseguito con ordine e senza la pressione nemica come nella Valsugana, dove le truppe, comandate dal generale ETNA, si ritirarono lentamente, e spesso contrattaccando, sulla linea Cimon Rava-Civaron.

"In Val Lagarina, sulla sinistra dell'Adige, dopo una strenua difesa di tre giorni allo Zugna Torta, le truppe italiane dovettero ripiegare su Dosso Alto, Coni Zugna e Passo Buole, subendo fortissime perdite; ma contro queste posizioni, strenuamente tenute dalla 37a Divisione del generale RICCI-ARMANI, s'infranse ogni impeto del nemico e Passo Buole, difeso da un manipolo di eroi animati dall'esempio del tenente cappellano don CARLETTI, (si guadagnò la medaglia d'oro) fu a ragione chiamato le "Termopili d'Italia".

Nei bollettini del Comando Supremo, sobri ma eloquenti, la lotta combattutasi al Coni Zugna e al Passo Buole dal 20 maggio al 1° giugno, assume l'aspetto di una battaglia di giganti:

"...l'artiglieria nemica bombardò tutto ieri le nostre posizioni di Coni Zugna. A tarda sera lanciò all'attacco ingenti masse di fanteria che dopo accanito combattimento furono ributtate con enormi perdite" (bollettino del 21 maggio). - "Contro le nostre posizioni sulla riva sinistra dell'Adige anche ieri intenso bombardamento cui seguì nuovo violento attacco, completamente respinto dai nostri con gravi perdite per le fanterie avversarie" (bollettino del 22 maggio). - "...la notte sul 24, dopo intenso bombardamento contro le nostre posizioni di Coni Zugna, il nemico pronunciò due attacchi in direzione di Serravalle e del Passo di Buole. Fu vigorosamente respinto. Al mattino del 24 rinnovò con truppe fresche un violento e ostinato attacco verso il Passo di Buole. Fu ricacciato con gravissime perdite ed incalzato dalle nostre truppe che rioccuparono anche l'altura del Parmesan a sud-est del Passo" (bollettino del 25 maggio). - "In valle Lagarina l'avversario si è ostinato in impetuosi attacchi contro le linee fra l'Adige e Vallarsa, toccò ieri un altro sanguinoso insuccesso. Dopo la consueta violenta preparazione delle artiglierie, masse compatte di fanterie nemiche, lanciate all'assalto di Coni Zugna e del Passo Buole, ma furono sterminate dal fuoco preciso e calmo delle nostre valorose truppe" (bollettino del 26 maggio). -

"In Valle Lagarina, l'avversario moltiplica gli sforzi accumulando perdite dinanzi alle nostre posizioni, senza menomamente scuotere la salda resistenza delle nostre valorose truppe. La sera del 26, respingemmo un violento attacco contro le nostre linee a sud del Rio Cameras. Nella notte del 27 e il mattino successivo altri tre attacchi in direzione di Passo Buole furono parimenti ributtati" (bollettino del 28 maggio). - "....nella notte del 28 ed il mattino successivo, l'avversario rinnovò, contro le nostre posizioni tra l'Adige e Vallarsa, ostinati, sanguinosi attacchi costantemente infranti dalla tenace resistenza delle intrepide truppe della 37a- divisione" (bollettino del 29 maggio). - "....ieri, nuovi violenti attacchi preparati e sostenuti con intenso bombardamento dei grossi calibri e condotti con bravura dall'avversario furono rigettati con lo sterminio delle colonne assalitrici. La lotta ebbe maggior durata e accanimento verso il Passo di Buole, dove le animose fanterie del 62 (brigata Sicilia) e del 207° (brigata Taro) saltarono fuori più volte dalle trincee ricacciando l'avversario alla baionetta" (bollettino del 31 maggio). - "....nel pomeriggio l'avversario tentò ancora contro il Passo di Buole un attacco di sorpresa, anche questo fu respinto dai nostri alla baionetta" (bollettino del 1° giugno).

"Tra la Val Lagarina e la Valsugana tre erano le direttrici dell'attacco nemico quella di Vallarsa-Val Leogra, quella di Val d'Astico e quella di Val d'Assa. La difesa di queste direttrici doveva esser fatta sui massicci del Coni Zugna, del Col Santo-Pasubio del Toraro-Campomolon e del Verena, dove era necessario poter disporre di buone truppe. Invece, essendo scarsa e non ottima la forza disponibile, s'impegnarono le truppe migliori nel guarnire le linee avanzate con lo scopo di dare tempo ai rinforzi di accorrere; ma poiché difettavano i reparti dell'esercito permanente o della milizia mobile si dovette ricorrere anche a quelli di Milizia territoriale, dei quali non tutti fornirono buona prova, come quelli cui fu affidata la difesa del Col Santo. Conseguenza di ciò fu che dove i rinforzi non giunsero a tempo per organizzare la difesa nelle linee retrostanti, i capisaldi di queste linee caddero nelle mani del nemico.
Fu fortuna che il Pasubio, nonostante il precipitoso abbandono del Col Santo da parte della brigata di M. T., poté essere in tempo occupato e difeso da un battaglione della brigata "Volturno".

Il settore Val Terragnolo-Val d'Astico era difeso dalla 35a divisione comandata dal generale FELICE DE CHAURAND. Battute terribilmente dal fuoco di 700 bocche di fuoco austriache e attaccate quindi dal XX Corpo d'Armata nemico dell'Arciduca Carlo, le truppe italiane, dopo due giorni di accanita resistenza, ripiegarono sulla linea M. Torero-Campomolon-Spitz Tonezza e quindi sulla linea Monte Aralta-Monte Cimone-Barcarola. Qui la 35a divisione fu sostituita dalla 9a, ma alcuni giorni dopo al comando del generale CARLO PETITTI di Roreto, rimandata ancora in linea, sul Monte Novegno. Dopo pochi giorni di sosta, durante la quale gli Austriaci portarono la massa delle loro artiglierie sulla cresta fra il Toraro e il Campomolon, da dove iniziarono il bombardamento del bacino Posina-Astico, il nemico ritornò ad attaccare violentemente costringendo quel manipolo di eroi italiani, dopo una strenua resistenza, a ripiegare sulla linea Forni Alti-Monte Brazome.

"Alla fine di maggio, la linea fra l'Adige e l'Astico, che s'appoggiava ai capisaldi del Coni Zugna, del Pasubio e del Novegno, ed era difesa dalla 37a, 35a, 9a, 44a e 27a divisione, al comando del generale ZOPPI, cominciò a subire i poderosi attacchi dell'11a Armata austriaca del generale DANKL, forte di otto divisioni. Ma l'impeto di queste cozzò invano contro il valore e la tenacia delle truppe italiane, come risulta dai bollettini del Comando Supremo italiano, di cui ci piace citare i brani che si riferiscono alla zona di cui parliamo, perché eroiche azioni di manipoli di soldati furono decisive per non far invadere agli Austriaci, da Arsiero la pianura vicentina:

"Nel settore Posina-Astico il duello delle artiglierie ieri fu intenso. Nel pomeriggio il nemico in forze attaccò un tratto delle nostre posizioni a sud del torrente Posina. Dopo lotta accanita fu respinto con perdite rilevanti" (bollettino del 29 maggio). "A sud di Posina, il nemico, dopo intensa preparazione delle artiglierie, attaccò in direzione di Sogli di Campiglia e di Monte Pria Forà. Dopo accanito combattimento i nostri mantennero il possesso di tale posizione" (bollettino del 30 maggio). - "Nel settore del Pasubio duello delle artiglierie. Fu respinto un attacco nemico in direzione di Forni Alti. Tra Posina ed Astico la battaglia si va sviluppando: il nemico addensa le forze specialmente nella Valle dell'Astico (a nord di Arsero - Ndr). Nella mattinata di ieri fu respinto un attacco nella zona di Campiglia. Più ad est l'intenso concentramento di fuoco delle artiglierie avversarie, obbligò le nostre truppe a sgombrare la posizione di Monte Pria Forà. Un accanito contrattacco ci ridava il possesso delle contrastate posizioni. Tuttavia per il violento fuoco delle artiglierie nemiche, le nostre truppe ripiegarono leggermente sulle pendici meridionali del monte " (bollettino del 31 maggio).

"Nel settore del Pasubio intensa attività delle artiglierie e reiterati attacchi nemici in direzione di Forni Alti, brillantemente ributtati dai nostri alpini. Nella zona fra Posina e l'Alto Astico continuò ieri violenta l'azione delle artiglierie. Nel pomeriggio una colonna nemica, passato il torrente Posina, attaccava in direzione di Monte Spino: fu arrestata sulle estreme pendici settentrionali del monte, altra colonna avanzante verso Sant' Ubaldo, a sud-est di Arsiero, fu battuta e respinta in disordine oltre il Posina" (bollettino del 1° giugno). - "Lungo il fronte del Posina, nella notte del 1°, violenti reiterati attacchi nemici contro le pendici settentrionali di Forni Alti e in direzione di Onaro (a sud est di Arsiero) furono ributtati con enormi perdite per l'avversario. Il fuoco preciso e celere delle nostre artiglierie completò la distruzione della colonna assalitrice. Nella giornata di ieri intenso ininterrotto bombardamento con numerose batterie nemiche di ogni calibro contro le nostre linee del colle di Xomo a Rocchette. All'ala sinistra il nemico che aveva addensato ingenti forze tra Posina e Fusine tentò vari e sanguinosi sforzi per avanzare in direzione di Monte Spino. All'ala destra forti colonne dell'avversario pronunciarono nel pomeriggio un violento attacco contro il fronte Seghe-Schiri, ma dopo ostinate azioni furono completamente ricacciate" (bollettino del 2 giugno). -

"Lungo la linea del torrente Posina, bombardamento da entrambe le parti, indi le fanterie nemiche pronunciarono violenti attacchi in direzione del Colle di Posina, fra Monte Spina e Monte Cogolo, contro la sella fra Monte Giove e Monte Brazome sul fronte Seghe-Schiri; furono dappertutto respinte dopo aver sopportato gravissime perdite" (bollettino del 3 giugno). - "Lungo il fronte Posina-Astico la sera del 2 giugno fanterie nemiche che tentavano irrompere in direzione di Onaro, a sud-est di Arsiero, furono contrattaccate e respinte. Nella giornata di ieri vivo duello delle artiglierie. Nel pomeriggio ingenti masse nemiche lanciate all'attacco delle nostre posizioni fra il Colle di Xomo e Colle Posina furono ricacciate con gravissime perdite" (bollettino del 4 giugno). - "....dopo intensa preparazione dell'artiglieria, il nemico tentò un nuovo sforzo in direzione di Monte Alba e del Colle di Posina. Dopo lotta accanita le fanterie avversarie, falciate dai nostri tiri, ripiegarono in disordine" (bollettino del 5 giugno). - "....la notte del 5 giugno, imperversando la bufera, l'avversario lanciò ancora ingenti masse di fanterie, sostenute da violento fuoco di batterie d'ogni calibro, contro le nostre posizioni fra Monte Giove e Monte Brazome. Il rapido intervento delle nostre artiglierie ed il fermo contegno delle fanterie valsero a respingere completamente l'attacco con gravi perdite per gli assalitori" (bollettino del 6 giugno). - " ....la sera del 7, masse nemiche raccolte fra "Sant'Ubaldo e Velo d'Astico", accennarono ad un attacco verso Monte Giove e Monte Brazome. Furono prontamente disperse da tiri aggiustati delle nostre artiglierie" (bollettino del 9 giugno). - "… qualche progresso .... nel settore di monte Novegno, in fondo Val d'Astico ...." (bollettino del 10 giugno).

Il 9 giugno, in questo settore delicatissimo, aveva termine l'offensiva nemica e -senza che nessuno si perse d'animo- iniziava la controffensiva italiana facendo in breve, fallire la Strafexpedition.

L'altopiano di Asiago era difeso dalle truppe della 34a divisione al comando del generale ANGELI, composta delle brigate Salerno, Ivrea e Lambro, la quale si erano schierata sulla linea Costesin-Bosco Varagno-Marcai. Su questa linea resistettero strenuamente fino al 21; ma questa resistenza, che costò gravi sacrifici, non diede tempo sufficiente alle riserve che dovevano giungere dal Tagliamento a fortificare la linea retrostante Cima Portule-Verena-Campolongo.
Frattanto in Valsugana, il nemico, che aveva attaccato la linea Salubio-Armentera, veniva respinto, ma il 17 il generale ETNA, obbedendo agli ordini del Comando Supremo, faceva gradualmente ripiegare le truppe dalle posizioni avanzate di Valle Maggio sino alla linea San Lorenzo-pendici di Cima Undici, mentre in fondo alla Val Brenta si ripiegava fino a Borgo Valsugana. Il 21, dopo una breve sosta, il ripiegamento fu ripreso lento ed ordinato sulla linea Cimon-Rava-Civaron.
Lo stesso giorno 21, -la 34a divisione cominciò a ripiegare, ordinatamente e non
premuta dal nemico, sulla linea Cima Portule-Lemerle-Punta Corbin, mentre gli Austriaci in forze s'incuneavano per Bocchetta Portule tra il XVIII Corpo d'Armata operante in Valsugana e la destra delle truppe italiane operanti sull'Altopiano dei Sette Comuni. Di qui, con forze superiori, il nemico prese l'offensiva in due direzioni: verso est per gli alti terrazzi sottostanti a Cima Undici, Cima Dodici o Cima Caldiera, costringendo gli italiani a sgomberare le valli Galmarara e di Nos e a ripararsi nella Valle di Campomulo; e verso sud con lo scopo di cacciarli dall'orlo meridionale dell'Altopiano d'Asiago.

Nel pomeriggio del 25 giugno, dopo una notte ed un giorno di violentissima resistenza con molte vittime, gli italiani abbandonarono Monte Civaron; ma il giorno dopo, avendoli gli Austriaci attaccati alla sinistra del Maso verso Monte Cima e Cima Ravetta, gli alpini prima li fermarono, poi con inaudita audacia li contrattaccarono e li respinsero, e in verità pochi si salvarono, le perdite austriache furono ingenti. I battaglioni dell'8° e del 101° ungherese furono, in questo sovrumano attacco, completamente annientati. Da quel giorno gli Austriaci desistettero da ogni altro tentativo di iniziare attacchi in Valsugana.

Nel settore Asiago, fin dal 28 maggio le truppe italiane operanti in questo altipiano si erano ridotte sulla linea che rappresenta il margine meridionale della Val d'Assa e della conca di Asiago, da Punta Corbin a Cima Eckar, e lungo il margine occidentale della Valle di Campomulo fino alla Marcesina. Su questa linea il nemico sferrò poderosi, incessanti attacchi, sostenuti dal fuoco terribile di numerose batterie. Ciononostante le truppe italiane in quasi tutti i punti della linea rimasero salde, anzi il 28 le valorose fanterie del 141° reggimento (brigata "Catanzaro") con un brillante contrattacco liberarono due batterie rimaste circondate sul Monte Mosciagh, portandone in salvo i pezzi. Il 30 però, davanti all'impeto di forze nemiche superiori, dovette essere sgombrata Punta Corbin che il fuoco micidiale delle artiglierie austriache rendeva insostenibile; insomma fu una ritirata (fatale).
(di questo sfortunato 141° fanteria, parleremo in fondo a queste pagine).

Della lotta titanica combattuta sugli altipiani, le notizie laconiche, quasi ripetitive, ma incessanti, dei bollettini del Comando Supremo, che citiamo, ci forniscono una pallidissima idea; e del valore spiegato dalle brigate "Granatieri di Sardegna, Catanzaro, Trapani, Pescara, Modena e Liguria, queste relazioni poco ci dicono, e poco riusciranno a raccontare i sopravvissuti; la maggior parte sono ospiti di due grandi ossari. Quello del Pasubio che racchiude le spoglie di 5017 caduti italiani; quello di Asiago le salme di 33.086 italiani, accanto ai resti di 18.505 austriaci.

"Sull'altipiano dei Sette Comuni forte pressione nemica contro le nostre posizioni d'ala a Monte Cengio e sulla valletta di Campomulo" (bollettino del 1° giugno). - "....lotta intensa ed accanita lungo le posizioni a sud della Valle d'Assa, fino ad Asiago. Le nostre truppe, sempre padrone del pianoro di Monte Cengio, vi resistono ad incessanti e poderosi attacchi delle fanterie avversarie sostenute da bombardamenti di estrema violenza. Nel tratto di fronte parallelo alla strada Asiago-Gallio-Valle di Campomulo, nel pomeriggio di ieri una nostra avanzata controffensiva, pur vivamente ostacolata dal fuoco dell'artiglieria nemica, ci procurò qualche progresso" (bollettino del 2 giugno). - "Sull'altopiano di Asiago la brigata Granatieri di Sardegna mantiene strenuamente il possesso del pianoro di Monte Cengio contro insistenti attacchi dell'avversario. A nord-est del Cengio la posizione di Belmonte, più volte presa e perduta, fu ieri con brillante attacco definitivamente riconquistata. Nel tratto di fronte lungo la Valle Campomulo continuò la pressione contro le linee nemiche" (bollettino del 3 giugno). - "Sull'altopiano dei Sette Comuni continuò con alterna vicenda la lotta per il possesso di Monte Cengio" (bollettino del 4 giugno). -

"Nella zona del Cengio la notte sul 4 un attacco nemico, condotto con forze di molto superiori, obbligava le nostre truppe a sgombrare quelle posizioni ripiegando sulla retrostante linea di Valle Canaglia, già rafforzata. Conserviamo il possesso delle pendici occidentali di Monte Cengio fino a Schiri, contro le quali si infransero, nella stessa notte del 4, due violenti attacchi nemici" (bollettino del 5 giugno). - "Nella notte sul 5, un nostro felice contrattacco riuscì a guadagnare alquanto terreno sulle pendici occidentali del Monte Cengio. Sull'altipiano di Asiago il nemico, durante la notte del 5 e il mattino successivo, mantenne sotto violento fuoco di artiglieria e di mitragliatrici le nostre posizioni lungo la Valle di Campomulo. Nel pomeriggio pronunciò contro di esse vivi insistenti attacchi che furono ogni volta vigorosamente respinti" (bollettino del 6 giugno). - "Nella sera del 5, il nemico insistette in violenti attacchi, sostenuti da intenso fuoco delle artiglierie contro le nostre posizioni .... lungo il vallone di Campomulo. Fu dovunque respinto con gravissime perdite. Sulle alture ad est di Campomulo i nostri contrattaccarono vigorosamente le fanterie nemiche, incalzandole alla baionetta fino in fondo al vallone" (bollettino del 7 giugno).

"Sull'altipiano dei Sette Comuni la battaglia infuria lungo tutto il fronte. La sera del 6, dopo intensa preparazione delle artiglierie, l'avversario reiterò gli attacchi contro le nostre posizioni a sud-ovest e a sud di Asiago. L'azione, durata accanita tutta la notte sul 7, si chiuse il mattino con la disfatta delle colonne assalitrici. Nel pomeriggio di ieri l'avversario rinnovò violenti sforzi al centro ed all'ala destra nelle nostre linee. Precedute dal consueto intenso bombardamento, dense masse di fanteria si lanciarono più volte all'attacco delle nostre posizioni a sud di Asiago e ad est della Valle di Campomulo, ricacciate ogni volta con perdite ingenti" (bollettino dell'8 giugno). - "Sull'altopiano dei sette Comuni la battaglia continua con estrema violenza; la sera del 7 la lotta sulle nostre posizioni ad est di Campomulo si protrasse accanita fino alle 23. Le nostre fanterie fecero strage degli attaccanti. Sul fronte di una sola compagnia, durante la notte furono contati 203 cadaveri. Nella giornata di ieri l'avversario, ricevuti nuovi ingenti rinforzi, dopo intenso bombardamento di numerose batterie rinnovò gli attacchi nella zona ad est di Asiago e del Campomulo. Gli alpini e la fanteria respinsero più volte le colonne nemiche contrattaccandole violentemente alla baionetta. Alla fine della giornata i nostri, per sottrarsi all'azione delle artiglierie nemiche, ripiegarono su nuove posizioni a qualche centinaio di metri più ad est delle precedenti". - "Con immensi inauditi sforzi, il nemico riuscì a respingerci ad est della Val Canaglia, sulla linea dei monti Paù, Magnaboschi e Lemerle, ma alla destra e al centro non poté sloggiarci dalla linee Col Meneghini-Forcellona-il Buso-Tonderecar, nonostante la violenza e la frequenza dei suoi assalti" (bollettino del 9 giugno)

Cito ancora i bollettini, che sembrano strofe di un poema eroico:

"Nella giornata di ieri l'avversario concentrò i suoi sforzi contro un breve tratto del nostro fronte a sud-ovest di Asiago. Dopo intenso bombardamento dense masse nemiche della forza di una divisione circa si lanciarono più volte all'attacco della nostra posizione di Monte Lemerle. Furono contrattaccate e respinte con gravissime perdite" (bollettino dell'11 giugno). - "Ulteriori particolari giunti mettono in rilievo il brillante successo delle nostre armi nei combattimenti del giorno 10 sul Monte Lemerle. Le valorose fanterie della brigata "Forlì" (43° e 44° reggimento) sostennero fieramente l'urto delle ingenti masse nemiche, giunte sul ciglio delle nostre posizioni. Indi le contrattaccarono e le dispersero inseguendole per lungo tratto con la baionetta alle reni".. Coadiuvarono la brigata "Forlì" reparti della "Piemonte". In uno dei nostri audaci contrattacchi, fu mortalmente ferito il maggior generale MARCELLO PRESTINARI, che in Eritrea, con il grado di Maggiore, dopo la battaglia di Adua, era rimasto a comandare il forte di Adigrat, difendendolo fino a quando non era venuto a liberarlo il generale Baldissera (bollettino del 12 giugno).

"Sull'altipiano di Asiago, dopo violenta preparazione delle artiglierie, masse nemiche valutate a 18 battaglioni attaccarono più volte il nostro fronte da Monte Paù a Monte Lemerle, con azione dimostrativa alle ali, decisiva al centro. Gli impetuosi assalti delle fanterie nemiche, preceduti e protetti da cortine di fuoco delle artiglierie, si infransero ogni volta contro le nostre linee, dinanzi alle quali l'avversario lasciò montagne di cadaveri. All'incontro un nostro contrattacco da Monte Lemerle ci procurò prigionieri ed una mitragliatrice " (bollettino del 16 giugno). - "A sud-ovest di Asiago, dopo violento bombardamento delle nostre posizioni da Monte Paù a Boscon, l'avversario lanciò ieri due attacchi in direzione di Monte Lemerle e Boscon. Con reiterati sanguinosi sforzi, le fanterie nemiche riuscirono per un momento a toccare la cima del Lemerle, ma furono subito sloggiate da un nostro contrattacco" ". (bollettino del 17 giugno). - "La persistente accanita lotta sulle posizioni da noi possedute lungo il margine meridionale della conca d'Asiago attesta che l'avversario persegue con ostinazione il concetto originario del suo piano offensivo. La sua costante tenace aggressività prova che gli avvenimenti sul fronte orientale non hanno moderato l'attività offensiva del nemico sul fronte del Trentino. Da questo nessuna sottrazione di forze finora egli ha effettuato, tanto meno agevolmente potrà sottrarne in avvenire di fronte alla nostra energica azione controffensiva in corso .... A sud-ovest di Asiago l'avversario rinnovò furiosi sforzi per aprirsi un varco nelle nostre linee, specialmente tra monte Lemerle e Monte Magnaboschi. Fu sempre respinto con gravissime perdite " (bollettino del 18 giugno).

"La battaglia continua con accanimento sull'altopiano dei Sette Comuni. A sud-ovest di Asiago, l'avversario ripete gli sforzi contro le nostre posizioni .... Nella mattinata di ieri, dopo violento fuoco di artiglieria, forti colonne nemiche rinnovarono gli attacchi contro il tratto di fronte fra Monte Magnaboschi e Boscon. Furono ogni volta respinte con gravissime perdite. Seguì intenso bombardamento di numerose batterie nemiche di ogni calibro ad onta del quale le nostre truppe mantennero saldamente la linea tra il Monte Magnaboschi e Boscon" (bollettino del 19 giugno). - "....continuò ieri vivo combattimento nel tratto di fronte a nord-ovest e a nord di Asiago" (bollettino del 20 giugno). - "A sud-ovest di Asiago nella notte del 20 l'avversario tentò tre successivi attacchi di sorpresa contro le nostre posizioni sul Monte Magnaboschi. Fu ogni volta respinto con gravi perdite" (bollettino del 21 giugno).

Il questi ultimi giorni, a Magnaboschi e allo Zovetto, per non essere di meno degli altri, si coprirono di gloria i fanti della brigata "Liguria" (157° e 158°) comandata dal prode generale ACHILLE PAPA.

Le successive azioni, dopo il 21 giugno, cioè la controffensiva, le riportiamo nella seconda parte della successiva puntata

LE BRUTALI PUNIZIONI

Purtroppo tutto questo valore, e questi enormi sacrifici, furono funestati dalle prime esecuzioni sommarie fatte eseguire da Cadorna, che con la sua brutale concezione della disciplina, per reprimere ogni tentativo di insubordinazione e ogni "viltà" dei soldati, non operò certo con metodi per rendere meno tragiche queste giornate.
Proprio nello sfondamento delle linee italiane sull'Altipiano di Asiago (spiegato da Cadorna come la "conseguenza del cedimento di soldati di scarso valore") il 28 maggio ordinò di fucilare senza processo alcuni ufficiali e soldati del 141° reggimento di fanteria, che erano stato messi in fuga dagli austriaci.
Era la prima "decimazione" eseguita, la prima di parecchie centinaia "punizioni esemplari". E dure furono pure le altre sentenze dei tribunali militari o emanate direttamente dal Comando Supremo (Cadorna in persona). Le denunce che risultavano a fine guerra (quando il 2 settembre 1919, fu concessa un'amnistia per i reati militari) per "indisciplina, resa al nemico, mutilazione volontaria, renitenza o diserzione", ammontavano a 870.000; circa 15.000 le condanne all'ergastolo, 4028 le condanne a morte.

Cadorna non iniziò solo a seminare il "terrore" che minacciava di diffondersi tra le truppe, o a far nascere tensioni dentro i vari reparti e i comandi di questi; ma tensioni nacquero anche tra il Comando Supremo e il Governo sul suo operato nella conduzione della guerra, di cui lui voleva esserne unico condottiero, sul piano militare ma anche su quello politico.
Molti furono i suoi errori, ma molti furono anche gli errori dei politici, che prima di tutto "...non erano riusciti a farsi capire da chi… (scriverà Curzio Malaparte - lui repubblicano, garibaldino, interventista e volontario- in "La rivolta dei santi maledetti", 1921 - rist. 1928, p.164) aveva compiuto miracoli e sacrifici indicibili….Morti a migliaia senza capire e senza farsi capire, raggruppati intorno ai migliori elementi della piccola borghesia italiana". Malaparte, con Soffici, è convinto che "... il popolo abbia fatto la guerra senza sapere perché; "…la guerra è stata voluta dagli interventisti che gridavano viva Trento e Trieste e viva la Francia. I neutralisti non la volevano, e perciò gridavano abbasso Trento e Trieste, abbasso la Francia. Noi che stiamo facendo la guerra, non abbiamo gridato nulla".

Per certi massacri, per certi cedimenti del morale, per certi ammutinamenti di reggimenti italiani (numerosi poi a Caporetto), la responsabilità non ricadeva sul popolo; popolo di anonimi contadini, di montanari, di fanti meridionali che vivevano la tragedia in prima persona e le loro famiglie il dramma e la miseria, ma ricadevano le responsabilità ai politici, ai parlamentari, e a quegli uomini degli alti comandi che volevano fare i dittatori, oltre che essere cinici e incapaci.

Nel prossimo capitolo parleremo proprio di questo…

le tensioni dei rapporti tra il Comando Supremo e il Ministero,
e le dimissioni di Salandra

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TENSIONI POLITICHE - MILITARI - LA CONTROFFENSIVA

LA COSTITUZIONE DELLA V ARMATA - TENSIONE DEI RAPPORTI TRA IL COMANDO SUPREMO E IL MINISTERO - LA DELEGAZIONE PARLAMENTARE RUSSA IN ITALIA - LA RIAPERTURA DELLA CAMERA - DICHIARAZIONI DELL'ON. SALANDRA - LA DISCUSSIONE SULL'OPERA DEL GOVERNO - IL MINISTERO SALANDRA, NON OTTENUTA LA FIDUCIA DELLA CAMERA, SI DIMETTE - L'EROICA RESISTENZA DELLE TRUPPE ITALIANE SUL FRONTE TRENTINO - LA CONTROFFENSIVA ITALIANA - LA CONQUISTA DEL MONTE CIMONE - I BOLLETTINI DI LUGLIO
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Distruzioni sul Posina nei pressi di Arsiero

LA COSTITUZIONE DELLA V ARMATA
TENSIONE DEI RAPPORTI TRA IL COMANDO SUPREMO E IL MINISTERO
DIMISSIONI DI SALANDRA

 

Anche se in ritardo, in aprile, dentro l'Alto Comando italiano, fu finalmente capita tutta la gravità della Strafexpedition, e quale pericolo poteva rappresentare uno sfondamento austriaco dal basso trentino, nell'alto vicentino. Per fortuna che, il ritardo di un mese degli austriaci, sulla data-inizio dell'offensiva, permise a Cadorna di prendere alcune tempestive misure; così, invece di sottrarre reparti per l'offensiva sul Carso (come da alcune settimane stava facendo, e come i politici volevano), prelevò reparti dall'Isonzo per destinarli alla difesa dell'alto vicentino. Ma solo a fine maggio, ad offensiva iniziata, costituendo la V Armata, si tenterà di organizzare una resistenza efficace e a frenare l'assalto austriaco. Per fortuna che alcuni eroici reparti, e prima ancora dell'arrivo dei rinforzi, con sommi sacrifici avevano già sconvolto tutti i piani del nemico, anche se erano stati costretti - i vivi che ci riuscirono- ad arretrare di alcuni chilometri.

All'inizio dell'offensiva, il generale CADORNA si era trasferito a Thiene, a pochi chilometri da Schio e Arsiero, dove qui attraverso il Pasubio (provenienti dal Passo Buole e dalla Vallarsa) o dalla Val d'Astico (provenienti da Folgaria-Lavarone-Asiago) la Strafexpedition, puntava, intenzionata a dilagare da ovest nella pianura vicentina per prendere alle spalle le linee di difesa italiane poste a est.
Tornato, il 16 maggio, a Udine, Cadorna vi chiamò, il 17, il generale FRUGONI, comandante la II Armata e il DUCA D'AOSTA, comandante la III Armata, ed espose loro le sue intenzioni che consistevano nel concentrare nella pianura vicentina, a portata degli sbocchi delle due valli, una nuova armata, di forze superiori a quelle nemiche. Ma siccome Cadorna riteneva che gli Austriaci non avrebbero potuto portare in pianura contemporaneamente più di otto divisioni, la forza di questa V Armata doveva mettersi insieme con dieci o dodici divisioni che per la massima parte si sarebbero sottratte dal fronte Giulia. Era del resto impossibile costituire in brevissimo tempo un'armata ex novo. Inoltre l'efficiente ferrovia si prestava benissimo ad un veloce spostamento di uomini e armi.

Quest'Armata doveva avere il compito di fermare il nemico se, vinta la resistenza della I Armata, fosse sboccata al piano (ad Arsiero- Schio), o di ricacciare l'invasore da dove era venuto se le truppe della I Armata fossero riuscite a mantenersi sui monti. Altro suo compito doveva essere quello di coprire l'eventuale ripiegamento delle truppe della Carnia, del Cadore e dell'Isonzo, trattenendo il nemico agli sbocchi, se la I Armata non avesse potuto mantenersi sugli altipiani, e quindi di manovrare nella pianura veneta con le forze ripiegate dagli altri fronti e con quelle ancora in efficienza che difendevano i confini vicentini.

Per il concentramento della V Armata, che comprendeva cinque Corpi, Cadorna scelse la zona a cavallo del Brenta: in prima linea, due Corpi d'Armata, scaglionati in profondità sulle strade Padova-Vicenza e Padova-Cittadella; in seconda linea due Corpi d'Armata, l'uno intorno a Camposampiero, l'altro a Grisignano e Camisano; l'ultimo fra Curtarolo e Limena, a nord di Padova. Affinché l'Armata potesse muoversi liberamente e rapidamente attraverso il Brenta, a nord e a sud della rotabile Vicenza-Cittadella-Castelfranco, il 21 maggio Cadorna dispose che sul Brenta fossero costruiti quattro ponti, uno a Tezze, uno a Giarebassa, uno a Campo S. Martino e uno a Limene. Quel giorno stesso, aggravandosi la minaccia nemica sugli altipiani, tutte le truppe qui operanti furono raggruppate sotto un unico comando, che fu affidato al generale LEQUIO, ma fu sottoposto a quello della I Armata.
Il 22 maggio fu iniziato il movimento di adunata della nuova nascente V Armata, coperta sul fronte Bassano-Breganze dalla 2a divisione di cavalleria. Il 23 fu ordinato il rimpatrio dall'Albania della 43a divisione, che doveva contribuire a formare il V Corpo d'Armata. Il 2 giugno tutta la nuova armata era raccolta nella pianura vicentina, dove ricevette in dotazione 13 batterie di medio calibro. Il comando della Va Armata fu dato al generale FRUGONI, comandante della II Armata, e il fronte, dalla Conca di Plezzo al mare, fu affidato al DUCA D'AOSTA comandante già della III Armata.

La costituzione della V Armata non fu il solo provvedimento preso da Cadorna per fronteggiare la situazione. Per ostacolare la marcia del nemico, nel caso fosse riuscito a sfondare le difese sugli altipiani, e dar così tempo di ritirarsi alle altre Armate, il generale Cadorna dispose:

l° Di completare la terza linea di difesa sull'altopiano di Asiago, da punta Corbin a Val Frenzela, e fossero organizzate altre tre linee, una sul margine meridionale dell'altopiano, le altre in contropendenza sul suo versante meridionale;
2° Di costruire, allo scopo di accogliere le truppe ripieganti dal fronte Posina-Leogra, una linea sulla destra della Valle dell'Agno e del Leogra;
3° Di allestire un campo trincerato intorno a Treviso con tre successive linee di difesa, che dovevano essere prolungate fino a Bassano del Grappa.

Infine Cadorna, nella fosca eventualità che tutte le Armate non avessero potuto avere ragione del nemico in pianura, dispose che la I Armata si ritirasse verso l'Adige e il Mincio, e le altre, precedentemente raccolte fra Treviso e Montebelluna verso il medio Adige e il Po, dove avrebbero trovato appoggio nell'inondazione del Polesine. Ma anche... l'eventualità di una ritirata italiana sul Piave nel caso, non remoto, che gli austriaci attaccassero anche sull'Isonzo (quest'ultimo ritiro, a Roma -visto politicamente- non piacque proprio per nulla, anzi molti s'indignarono e urlarono).

Mentre il generale Cadorna prendeva tutte le disposizioni da lui credute necessarie per resistere all'invasore e non trascurava di pensare ai più lontani sviluppi dell'offensiva nemica e al modo di fronteggiarli, il Paese viveva giorni di ansia terribile e il Governo, persa la fiducia nel generalissimo, col quale non erano mancati i dissidi, i bronci e i malumori, ritenne che le cose giunte a quel punto (una invasione a ovest e una ritirata a est) era necessario riunire un consiglio di guerra a Padova, per decidere sul da farsi di fronte alla minacciata invasione nemica e a quella -non remota- ritirata sul Piave, paventata da Cadorna.
Informato della decisione per via telegrafica, Cadorna rifiuterà di partecipare alla riunione di Padova.

Citiamo ora il Cadorna, quando poi cercherà di giustificare questo suo rifiuto:

"Era il 24 maggio, e l'on. SALANDRA, allarmato del richiamo dall'Albania della 43a divisione e dalla mia richiesta di fare rimpatriare dalla Libia la 48a divisione, mi scriveva che tutto ciò "…aveva prodotto nel Consiglio dei Ministri seria e cattiva impressione, perché se ne desumeva che io ritenessi le circostanze di quel momento tali che non bastassero alla difesa del Paese le ingenti forze già a disposizione del Comando Supremo. La situazione fattasi improvvisamente tanto grave obbligava il Governo a rendersene pienamente conto nelle sue cause, nei suoi elementi essenziali e nelle sue prospettive. Mi pregava perciò d'intervenire ad una riunione nella quale avrebbero dovuto pure intervenire i quattro comandanti di Armata e il generale PORRO
(il vice di Cadorna Ndr).
Sarebbero pure intervenuti, col Presidente del Consiglio, i due ministri militari e due altri delegati del Consiglio dei Ministri. In questa riunione la situazione militare doveva essere esaminata a fondo, sotto ogni aspetto, onde il Governo potesse farne base delle sue ulteriori deliberazioni ed assumere la responsabilità che gli spettava di fronte al Parlamento ed al Paese. Il Presidente proponeva come luogo del convegno Padova .... Risposi, il 25 maggio, che, per quanto riguardava la riunione del consiglio di guerra, ero dolente di non poter aderire. I consigli di guerra - io dicevo - nelle circostanze difficili non servono che a compromettere la situazione con la diversità di pareri che creano le incertezze, dividono le responsabilità e inducono a temporeggiare mentre si richiede fulminea la decisione.
Finché avevo l'onore di godere la fiducia di S. M. il Re e del Governo, la responsabilità era mia e me l'assumevo interamente. Se questa fiducia era venuta meno, pregavo di sostituirmi con la massima urgenza. Potevo dare io stesso al Presidente del Consiglio ed a quei ministri c tutte le informazioni che desideravano, anzi ritenevo questa cosa molto utile. In tal caso il colloquio poteva avvenire a Villa Camerini, presso Vicenza, dove avevo stabilito la mia residenza da qualche giorno".


L'on. SALANDRA lasciò perdere l'idea della riunione di Padova e inviò a Vicenza dal Cadorna il ministro della Guerra MORRONE. Il 1° giugno vi andò lui stesso, e incontrando Cadorna, costui, gli ripeté quanto aveva già detto al gen. Morrone: "...di ritenere che l'offensiva nemica sarebbe stata fermata negli altipiani; e di esser sicuro in ogni modo di fermarla nettamente in pianura.
Inoltre che la predisposta ritirata al Piave e, occorrendo all'Adige era solo una larga misura di prudenza. Tuttavia l'offensiva austriaca, irresistibile all'inizio, perché sostenuta dalle grandi artiglierie, nel procedere e nell'estendersi, l'impeto era scemato; e che proprio per questo motivo lui stava ordinando la controffensiva, che doveva essere sferrata lungo tutto il fronte con grande energia appena ultimati gli spostamenti delle grosse artiglierie e i preparativi logistici".

Il colloquio con il generalissimo riconfortò Salandra, e più del colloquio fu la lettura del
bollettino del 3 giugno, che iniziava così:

"Nella giornata di ieri l'incessante azione offensiva del nemico nel Trentino fu dalle nostre truppe nettamente arrestata lungo tutto il fronte di attacco".
"Ma il 4 giugno - cito ancora il Cadorna - "il Presidente del Consiglio, reduce dalla zona di guerra, dove aveva avuto dal Comando Supremo comunicazione delle misure preventive, concretate nel caso in cui una ritirata dall'Isonzo al Piave s'imponesse, mi scriveva che il Consiglio dei Ministri aveva preso atto del mio formale impegno, nel caso in cui si rendesse probabile tale gravissimo provvedimento, di comunicare senza indugio in tempo utile tale mio modo di vedere, per poterne deliberare senza la coercizione della imprescindibile ed immediata necessità, poiché tale provvedimento implicando conseguenze di più grave portata per la situazione interna ed internazionale del Paese, non potrebbe mai essere riguardato come di esclusiva competenza dell'autorità militare ma dovrebbe essere subordinato alle risoluzioni del Governo".

Se non era una vera e propria esautorazione, poco ci mancava.

CADORNA, rispose che, "…pur confermando l'impegno preso, non poteva però tralasciare di far presente ch'esso poteva incontrare spiegabili limitazioni nelle vicende di guerra, in quanto non era da escludersi, in via assoluta, la necessità del ripiegamento dall'Isonzo improvvisamente si manifestasse e s'imponesse; o perché si venisse a conoscenza che avevamo di fronte nel Trentino forze nemiche assai superiori di quelle supposte; o perché si avverassero avvenimenti a noi sfavorevoli, inaspettatamente incalzanti, come quelli cui avevamo assistito fra il 15 e il 21 maggio.
In un simile frangente, quando solo con l'immediatezza delle decisioni è possibile di fronteggiare la gravità degli eventi, il ritardare l'ordine di ripiegamento avrebbe potuto travolgere l'intero esercito in un rovescio irreparabile; e non vi è generale meritevole di questo nome, il quale, essendo il solo responsabile delle sorti dell'esercito, esiterebbe ad assumere l'altissima responsabilità di ordinare l'arretramento".

Il Consiglio dei ministri aveva però già discusso (proponendolo al Re "occorrendo") intorno all'esonero del Cadorna e ne aveva dato, dal 30 maggio, arbitrio a Salandra. Questi era intimamente persuaso dell'ingente necessità di affidare ad un altro uomo il Comando supremo, e a licenziare Cadorna lo spingevano senatori e deputati; ma altri uomini politici e lo stesso Sovrano furono d'avviso che sarebbe stato molto pericoloso in quelle circostanze cambiare il generalissimo, il quale del resto, di fronte alla spedizione nemica, aveva dimostrato senno, calma, energia e prontezza ed aveva saputo arrestare gli Austriaci.

Era giunta nel frattempo in Italia, il 1° giugno, la delegazione parlamentare russa, guidata dal consigliere di Stato LOBANOFF-ROSTOWSCHY e dal vicepresidente della Duma PROTOPOKOFF, la quale, quel giorno stesso, visitò Torino e il 2 Milano. Il 6 giugno giunse a Roma, dove si fermò due giorni, poi partì, per recarsi alla fronte, l'8. Il medesimo giorno 5 si riapriva la Camera e fin dalla prima seduta fu manifesta l'eccitazione degli animi. Difatti, mentre il presidente MARCORA inviava un saluto ai combattenti, il deputato socialista GIACOMO FERRI gridò:
"Onore al valoroso popolo nostro, che paga tante negligenze!". Ed era vera l'una e l'altra cosa!

Successe un po' di tumulto, quindi da un cattolico e da due socialisti furono svolte mozioni sulla questione degli internati. La Camera però il giorno 7 approvò l'opera del Governo con 416 voti contro 45.
L'8 giugno la Camera; desiderosa di trattare gli avvenimenti generali e la proposta d'istituire commissioni parlamentari che, durante la guerra, assicurassero la collaborazione del Parlamento con il Governo, approvò i bilanci dell'Interno, delle Finanze, del Tesoro e delle Colonie (194 si 120 no)
Il 9 giugno, un appello nominale, provocato da BISSOLATI, diede una buona maggioranza al Ministero. Il 10 fu presentato dai rappresentanti dell'Alleanza democratica (repubblicani, riformisti, radicali e democratici-costituzionali) un ordine del giorno che affermava la
"necessità di raccogliere, per una più grande e vigorosa azione di Governo, tutte le energie intese al conseguimento dei fini superiori della guerra".
Lo stesso giorno 10, prima che iniziasse la discussione dell'esercizio provvisorio, il presidente del Consiglio fece le dichiarazioni seguenti, sottolineate ora da approvazioni, ora da commenti, ora da mormorii, ora da applausi e interrotte qualche volta da voci tumultuose:

"La discussione sul disegno di legge per l'esercizio provvisorio del bilancio 1916-17 involge tutta la politica del Governo e assume una singolare importanza per la gravità del momento storico che attraversiamo. Per ciò che si attiene agli straordinari provvedimenti finanziari per la guerra ed ai provvedimenti tributari, preparati con felice successo allo scopo di tenere alto il nostro credito nel momento in cui il Paese ne ha il maggiore bisogno, dirà il ministro del Tesoro, corrispondendo alle richieste di notizie e di chiarimenti che dalla Camera certamente gli verranno; così sulle altre eventuali questioni economiche ed amministrative che potranno essere sollevate risponderanno i ministri competenti. Ma il Governo, rendendosi conto della legittima aspettativa della Camera, reputa opportuno, in difformità dalla consueta procedura, permettere alla discussione alcune sue dichiarazioni intorno alla situazione internazionale ed intorno alla situazione militare: i due punti sui quali, naturalmente converge l'ansiosa attesa del Paese e del Parlamento.

Due mesi or sono la Camera a grandissima maggioranza dette l'alto e fervido suo consenso alle direttive della nostra politica internazionale esposte dal ministro degli Esteri, on. Sonnino; tali direttive non sono mutate da allora ad oggi, perché nessun fatto nuovo è intervenuto che potesse determinare la mutazione: tuttavia possiamo sicuramente affermare che la leale e fattiva solidarietà con i nostri alleati ha avuto, in questo breve periodo di tempo, ragioni ed occasione di rinsaldarsi in una perfetta comunione di intenti, che si traduce in una continua cooperazione di forze.
La guerra lunga e dura, ma così giusta che nessuno dei combattenti per l'indipendenza delle Nazioni civili può pentirsi di averla accettata con tutte le sue prove, impone, per conseguire la vittoria, l'unione sempre più completa degli spiriti e delle armi. Con i nostri Alleati dobbiamo avere ed abbiamo comunanza di letizie e di dolori; dobbiamo avere ed abbiamo ora, quello che più vale, comuni le immediate e le più lontane finalità concrete, nonché gli strumenti di guerra, il consumo dei quali sorpassa ogni umana previsione; noi offrimmo e ricevemmo, con mutua generosità, ogni possibile sussidio. La poderosa offensiva del nemico contro il nostro fronte, impegnandovi tanta parte delle sue forze, ha dato modo al vittorioso assalto del nostro potente alleato russo contro il nemico comune, ond'è da augurarsi che non gli sia consentito questa volta di sfruttare rapidamente la sua privilegiata posizione centrale.

Così della solidarietà che si va sempre più perfezionando, gli eventi dimostreranno la suprema e continuativa necessità. Ed essa deve esplicarsi anche nei minori, ma pure importantissimi, provvedimenti di carattere economico e finanziario; perché la resistenza degli eserciti è condizionata dalla resistenza degli organi nazionali.
Alla conferenza che a, tale scopo si radunerà in questi giorni a Parigi, dopo la preparazione di opportuni scambi di vedute, il Governo italiano sarà rappresentato dal ministro delle Finanze. In questa conferenza, come la Camera sa, vi si prenderanno accordi definitivi circa i provvedimenti economici di carattere internazionale d'immediata utilità durante la guerra; vi si studieranno anche i mezzi migliori per una stretta collaborazione economica nel futuro; ma a tale riguardo si tratterà semplicemente di studi e nulla sarà deciso fino a che, i Parlamenti delle singole Nazioni alleate non abbiano discusso e vagliato le proposte che la Conferenza sarà per fare.

Il Governo - che reputa suo primo dovere tener alto lo spirito del Paese e di ispirargli piena fiducia in se stesso e nelle forze di terra e di mare preparate alla sua difesa e all'offesa dei nemici - comprende pure che pessimo metodo sarebbe di illuderlo sulle vicende fatalmente alterne di una così grande guerra e di non prospettargli la situazione militare quale essa è realmente. Così solamente potrà essere sfatata l'opera nefasta, se anche inconsapevole, dei propagatori di immediati allarmi è di scure previsioni, i quali tanto più facilmente sfuggono alle disposizioni preventive e punitive in quanto - è doloroso costatarlo - la loro azione si esplica non solo nel popolo, ma persino nelle più alte sfere sociali e politiche. Quest'opera nefanda dovrebbe essere corretta e soffocata da un'immediata vigorosa azione dell'ambiente.

Mentre il maggiore sforzo bellico si appuntava verso oriente a superare la tenace resistenza che gli ostacoli naturali e le difese preordinate da gran tempo opponevano al conseguimento di obbiettivi territoriali che erano in diretta relazione con gli obiettivi ultimi della guerra, il nemico, avvalendosi di una sosta negli altri fronti, preparava contro di noi un vigoroso movimento offensivo, accumulando nel cuneo del Trentino truppe numerose e scelte e un'enorme quantità di artiglierie. Fu evidentemente prescelta, per l'offensiva nemica, la linea di Val Lagarina e gli altipiani del Brenta, sia perché nel Trentino l'offensiva nemica trovava saldi appoggi nelle fortificazioni preordinate e nel terreno ad esse adiacente, sia per la minore efficienza delle nostre posizioni difensive, sia per la maggiore brevità del percorso montano e l'eventuale minaccia al piano sottostante.
Era il punto più vulnerabile di una frontiera che nel '66 era stata delineata per lasciare al nemico ereditario, sempre che volesse, aperte le porte di casa nostra.
Tali sfavorevoli condizioni resero possibili i primi innegabili successi dell'offensiva nemica. Giova tuttavia virilmente riconoscere che meglio difese e meglio preparate, queste posizioni l'avrebbero, se non altro, arrestata più a lungo e più lungi dai margini della zona montana.

Mi spiego la dolorosa impressione del Paese nell'apprendere che, dopo un anno da che la nostra guerra si combatteva tutta fuori dal confine, il nemico aveva posto piede sopra un lembo della nostra terra, breve sì, ma sacro come ogni lembo del suolo della Patria. Ma volge ormai la quarta settimana dall'inizio della fiera lotta e la fiumana dell'invasione è stata arrestata dalla efficace e pronta raccolta di uomini e di mezzi, sicché ben poco cammino il nemico ha potuto compiere dopo il primo e troppo facile successo.
Allo stato dei fatti sarebbe temerario affermare che il momento critico è superato perché, arrestato da un'eroica resistenza sulle ali, il nemico accumula contro le nostre posizioni centrali un potentissimo sforzo; ma possiamo prospettarci con serena fiducia l'esito finale. L'invasore non potrà prevalere contro le forze numerose e copiosamente fornite che gli abbiamo contrapposte. Alle possibili deficienze naturali delle posizioni, sulle quali la nostra difesa deve spiegarsi, supplisce l'animo invitto dei nostri soldati, la loro resistenza alla fatica, il coraggio contro il pericolo.

Quelli di voi, o signori, che vorranno recarsi nella zona dove si combatte e dove si preparano con esemplare energia i prossimi avvenimenti militari, ne riporteranno sicuramente, come ne ho riportata io stesso, un'impressione di conforto; e ritorneranno con l'animo più alto e più forte, trasfondendo nel Paese una scintilla di quello spirito di risolutezza, di sacrificio, di fede che anima, dai capi ai soldati, i suoi figli migliori, coloro che combattono e coloro che muoiono.
Onorevoli colleghi, se voi chiederete altre informazioni, altri giudizi, altre previsioni, il Governo le darà con piena ed assoluta sincerità, senza mai alterare il vero, ma nella misura in cui il darle non sembri, a suo giudizio, dannoso agli interessi del Paese. Del resto voi non potete volere, nessuno di voi può volere che, dalle nostre discussioni, alcun danno possa venire al Paese, alcuna diminuzione alla forza morale, che ci deve sorreggere, e pertanto alcun vantaggio al nemico. Voi stessi sentirete, non ne dubito, come in altri Parlamenti -non certo più di questa Camera devoti alla Patria furono sempre sentiti i limiti in cui le nostre discussioni debbono essere contenute. Illimitata invece è la vostra facoltà di critica e, se vorrete, di condanna nell'opera del Governo.

Ma se condanna deve essere, sia essa pronunciata con dignità e con rapidità di discussione. È tempo questo di opere, non di parole. Il Governo deve operare con ogni vigore, senza tregua, per dare all'esercito ed all'armata gli indispensabili mezzi per guidare e sorreggere il Paese nell'ardua prova. Se oggi voi non lo giudicate, come già più volte lo giudicate, pari al suo compito, dovete porre chi dalla Costituzione ne ha la competenza, in grado di sostituirlo al più presto. Questo solo vanto nessuno potrà negarci e dalla vostra giustizia aspettiamo: di aver dato alla Patria con assoluta dedizione, con perfetta dirittura di coscienza tutto quello ché potevamo di energie mentali e morali e, sopratutto, di inestinguibile amore".

Il discorso dell'on. Salandra, come si è detto, fu spesso interrotto da applausi, approvazioni, commenti, interruzioni. Quando il presidente del Consiglio disse che se meglio difese e preparate, le nostre posizioni del Trentino avrebbero contenuto prima e più a lungo il nemico, si scatenò un vero tumulto; l'accenno al valore dei nostri soldati provocò una dimostrazione delirante alla quale, rimbeccati dagli onorevoli DE FELICE, RAIMONDO e TASCA, si associarono i socialisti ufficiali. Più di una volta risuonò il grido di "Abbasso i generali ! Abbasso Brusati ! e anche Abbasso Cadorna !". Fu pure urlato che la Camera era prigioniera del dilemma: "O fuori Cadorna o fuori Salandra"; ma COLAJANNI rispose: "Ecco la conseguenza nell'aver creduto che non ci fossero se non Gigi e Totonno !".

La discussione che seguì fu breve e nervosa. L'on. GRAZIADEI accusò il Governo di avere mercanteggiato la neutralità, di aver commesso gravissimi errori nel campo diplomatico e nel campo politico ed economico, di essere stato e di continuare ad essere l'espressione dell'arbitrio e della reazione e concluse credendo necessario che il Ministero lasciasse il posto ad altri uomini che non fossero pregiudicati dai loro precedenti e che dessero al Paese affidamento di un'opera ispirata a concordia, a capacità e a saggezza.
II repubblicano PIROLINI dichiarò essere lo stesso Governo che faceva opera del peggiore allarme, invocò dai socialisti il disarmo della loro opposizione alla guerra, e dichiarò:


"Alla presente situazione si è giunti perché la Camera non ha saputo compiere il suo dovere, subordinando sempre il suo giudizio sui più gravi problemi della Nazione a considerazioni parlamentari. Occorre assolutamente far argine al sentimento di preoccupazione che va dilagando nel Paese. Il Paese deve sapere, che la pressione ora esercitata dal nemico sulla frontiera trentina non è un fatto che possa far scemare la fiducia nella finale vittoria. Il Paese deve temprare il suo animo; ma della calma deve dare il primo esempio il Governo, ciò che il presente Ministero non ha fatto, e non fa, da un lato tacendo sistematicamente la verità, dall'altro esagerando nel pessimismo. Così essendo, il presente Governo deve sentire il dovere di lasciare il suo posto ad altri uomini, che siano pari all'altezza della situazione".

L'on. SALANDRA riprese la parola per chiarire una frase che era stata inesattamente interpretata dall'on. Pirolini, il quale aveva detto che Salandra aveva denunciato
alla Camera il Comando Supremo:
"Dichiaro - disse il presidente del Consiglio- che io non ho affatto censurato il Comando Supremo, ma ho anzi riferito alla Camera il giudizio che dalla situazione ha dato il Comando stesso".
Parlarono poi gli onorevoli TURATI ed ALESSIO. Il primo, dopo aver dichiarato che "…né lui né il suo gruppo avrebbero votato a favore del Ministero, da loro censurato per aver voluto la guerra, per il momento in cui l'aveva impegnata, per il modo come l'aveva condotta, per l'abuso dei pieni poteri, per la scarsa considerazione in cui aveva tenuta la rappresentanza nazionale e per la politica interna partigiana ed antiliberale, si augurò che salisse al potere un ministero migliore e dichiarò che la linea di condotta sua e dei suoi amici sarebbe contro tutte le improntitudini e tutte le forme di follia".
L'on. ALESSIO, radicale, pur rendendosi ragione delle alterne vicende della guerra, disse di "…non potere ammettere la negligenza e gli errori evidenti in cui in quegli ultimi tempi era incorso il Governo; lamentò l'imprevidenza del Comando Supremo e affermò che in quel momento s'imponeva un Governo che raccogliesse tutte le energie della Nazione, necessità alla quale la Camera doveva informare il suo voto".

L'on. TURATI aveva presentato un ordine del giorno in cui era detto che "…la Camera non consentiva all'attuale Ministero l'esercizio provvisorio dei bilanci", ma fu accettato quello dell'on. LUCIANI, così concepito: "La Camera, fidente nell'opera del Governo, approva il disegno di legge". Il risultato della votazione fu sfavorevole al Governo".
Infatti, su 357 presenti 2 si astennero, 197 votarono contro (composito gruppo d'interventisti e di ex neutralisti) e 158 a favore, in assenza di 98 deputati che si erano allontanati dall'aula prima della votazione.
Il giorno 12 giugno il Ministero SALANDRA annuncia al Parlamento le proprie dimissioni, presentandole al Re, che per l'occasione è tornato dalla zona di guerra.

Ma mentre a Roma si litiga, sul fronte trentino (Asiago e Pasubio) si combatte e, con enormi sacrifici e notevoli perdite umane, non solo fermano "lo straniero" che stava già calpestando il suolo italiano, ma iniziano un'audace controffensiva, sconvolgendo tutti i piani della Strafexpedition.

L'EROICA RESISTENZA DELLE NOSTRE TRUPPE SUL FRONTE TRENTINO
LA EROICA CONTROFFENSIVA ITALIANA
LA CONQUISTA DEL MONTE LIMONE

Fin dal 24 maggio 1916 - lo abbiamo già visto nel precedente capitolo- l'offensiva austriaca era potenzialmente esaurita; il 3 giugno Cadorna annunziava, come abbiamo letto dal suo bollettino, che su tutto il fronte, l'avanzata austriaca era stata nettamente arrestata; per alcuni giorni però i nostri combatterono ancora difensivamente, e qua e là il nemico tentò ancora degli attacchi: a Coni Zugna il 4 giugno; nell'alta Vallarsa e sul Pasubio la notte del 5; ancora a Coni Zugna il 5 e il 6; in Valsugana, ad est del torrente Maso il 12; in direzione di Forni Alti, Campiglia, Monte Giove e Monte Brazome la sera del 12; a monte Giove e a Monte Brazome il 14; a Serravalle e a Coni Zugna il 15; a Monte Giove il 18; a Campiglia e a Monte Spin il 22. Ma sempre tutti questi attacchi furono respinti; solo negli altipiani, costrinsero gli italiani a ripiegare sulla linea Paù-Magnaboschi-Lemerle a sud e sulla Marcesina-Tonderecar-Busa ad est.

Il 2 giugno CADORNA inviò al Comando della I Armata l'ordine della manovra controffensiva. Bisognava, anzitutto, consolidare le posizioni raggiunte, specialmente sull'altopiano d'Asiago, dove il possesso del Monte Cengio doveva ad ogni costo essere assicurato, saldando così la difesa dell'altopiano con quello di Val d'Astico; e a tale scopo era posto a disposizione di PECORI-GIRALDI il XXIV Corpo d'Armata (32a e 33a divisione), per sferrare un vigoroso attacco alle ali, in modo da strozzare il saliente che gli austriaci erano riusciti a formare con la loro manovra di sfondamento sugli altipiani.
All'ala destra il XX Corpo d'Armata doveva puntare sulla Bocchetta di Portule, la cui riconquista, assicurando il dominio della Val d'Assa, avrebbe messo in condizioni estremamente critiche le forze austriache spinte su Asiago, le quali non avevano altre linee di rifornimento e di ritirata che quelle della Val d'Assa e delle Mondriele.
All'ala sinistra, con azione contemporanea e quella del XX Corpo, il generale BERTOTTI con la sua 44a divisione, rinforzata da un'altra, avrebbe iniziato la controffensiva, mirando soprattutto a riconquistare lo strategico Col Santo.

La controffensiva generale fu preceduta da parziali azioni offensive. Così nell'alta Valtellina, il 7, gli alpini ampliarono il possesso del massiccio dell'Ortles, occupandovi i passi dei Camosci (3199 m.), dei Volontari (3042 m.), dell'Ortle (3350 m.) e la capanna dell'Hechjoch (3530 m.); fu compiuto il 9 qualche progresso nell'alta Vallarsa, nel settore del Novegno, nella Val d'Astico, sulle pendici occidentali del Monte Cengio e nelle alte valli di Boite ed Ansici; si avanzò il 10 sui due versanti della Vallarsa, lungo le alture a sud del Posina-Astico, alla testata di Val Frenzela e sulla sinistra del torrente Maso; si progredì l'11 ancora in Vallarsa e inoltre nel settore del Pasubio e sulla linea Posina-Astico, mentre, sull'altipiano dei Sette Comuni, alcuni nuclei, oltrepassata Val Canaglia, si spingevano verso le pendici orientali del Cengio e verso Monte Barco e Monte Busibollo, e in Valsugana si guadagnava altro terreno verso il torrente Maso; il 12 si conquistava in Val Lagarina la forte linea che dall'altura del Parmeson ad est di Cima Mezzana risale lungo il Rio Romini.

La controffensiva all'ala destra cominciò il 16 giugno: le truppe italiane, a nordest di Asiago, riportava il bollettino del 17 giugno
"…iniziarono una vigorosa avanzata tra Valle Frenzela e la conca di Marcesina. Superando gli ostacoli combinati del terreno aspro e intricato e del nemico, appoggiato a trinceramenti e sostenuto da numerose artiglierie, riuscirono a progredire alla testata di Valle Franzela, sulle alture di Fior e di Castelgomberto e ad ovest della Marchesina".
Contemporaneamente il gruppo alpino comandato dal tenente colonnello STRINGA e composto di reparti dei battaglioni Saccarello, Monviso, Valmaira, Argentera, Cenischia, Morbegno, Bassano e Sette Comuni" occupavano Malga Fossetta e Monte Magari, facendo 300 prigionieri e impadronendosi di una batteria da montagna su sei pezzi, di dodici mitragliatrici e di molte armi e munizioni".

Cosi il bollettino dal 17 al 23 giugno, "…il 17 tra la Valle Frenzela e la Marcesina continuò l'avanzata delle nostre fanterie, rallentata dall'intenso fuoco delle opposte artiglierie e da forti occupazioni nemiche annidate nell'intricato terreno boscoso e munite di numerose mitragliatrici"; in Valsugana le nostre truppe fecero nuovi progressi alla sinistra del Maso. Il 18, mentre i nostri progredivano lentamente in Val Frenzela, gli alpini che si erano distinti il 16, coadiuvati da reparti del 32° fanteria, prendevano d'assalto la cima di Isidoro, catturando altri 300 prigionieri oltre che impossessarsi di numerose mitragliatrici.
All'ala sinistra, la controffensiva, iniziata il 20 con un attacco degli alpini che, alla testata del Posina, presero d'assalto una forte posizione a sud-ovest del Monte Pruche, si sviluppò il 22. Quel giorno, mentre sull'altopiano di Asiago continuava la nostra pressione contro le posizioni nemiche, in Vallarsa occupammo altre posizioni oltre il Rio Romini e sul costone della Lora. Il 23, nel settore del Pasubio, ampliammo la nostra occupazione fino alla valle di Piazza".

Dopo un'intensa, efficace azione di artiglieria, seguì il 25 giugno
"…l'energica avanzata delle fanterie da Vallarsa all'altopiano dei Sette Comuni. Di fronte a un deciso atteggiamento aggressivo l'avversario ripiegò rapidamente, pur opponendo nei punti più favorevoli successive resistenze, ovunque superate dall'incalzante impeto dei nostri soldati. In Vallarsa conquistammo Raossi e le pendici sud-ovest del Monte Menerle, saldamente rafforzate dall'avversario. Il nemico fece saltare il ponte di Foxi ed incendiò Aste, Sant'Anna e Staineri. Sul fronte del Posina-Astico, respinti piccoli attacchi nemici alla testa dei valloni di Monte Pruche, nostri reparti iniziarono l'avanzata verso il fondo Valle Posina. I maggiori progressi si ebbero all'ala destra ove i nostri occuparono le posizioni di Monte Pria Forà e spinsero nuclei verso le prime case di Arsiero.
Sull'altipiano dei Sette Comuni a sud-ovest della linea Monte Longara-Gallio-Astico-Cesuna, ormai in nostro saldo possesso, occupammo le pendici settentrionali dei monti Busibollo, Belmonte, Panoccio, Barco e Cengio; a nord-est conquistammo Monte Cimon, Monte Castellaro e Monte delle Contese (ad est di Cima della Caldiera). Lungo tutto il fronte trovammo trinceramenti pieni di cadaveri nemici e una gran quantità di armi, viveri, munizioni e materiali abbandonati dall'avversario in rotta" (bollettino del 26 giugno).

"Il 26, tra Adige e il Brenta proseguì incalzante la nostra avanzata che il nemico tentò di rallentare con concentramenti di fuoco di lontane artiglierie e con tenaci resistenze di retroguardie annidate nei punti più difficili dell'intricato terreno e provviste di numerose mitragliatrici. In Vallarsa le nostre truppe superarono i forti trinceramenti del Matassone e di Anghebeni e completarono la conquista del Menerle. Lungo il fronte del Posina, spazzati gli ultimi nuclei nemici dalle alture del versante meridionale e da Monte Aralta, i nostri valicarono il torrente ed occuparono Posina ed Arsiero, iniziando l'avanzata sulle pendici del versante settentrionale della valle.
Sull'altopiano dei Sette Comuni le nostre fanterie precedute da ardite punte di cavallerie, raggiunsero la linea di Punta Corbin, Treschè Conca, Pondi, Cesuna a sud-ovest di Asiago; a nord-est oltrepassarono la Valle di Nos ed occuparono Monte Fiara, Monte Taverle, Spitz Keserle e Cima delle Saette. Alla destra i valorosi alpini conquistarono dopo accanito combattimento Cima della Caldiera e quella della Campanella. Lungo tutto il fronte occupato accertammo prove numerose della innata barbarie del nemico: Arsiero era devastata dagli incendi, Asiago ed altre ridenti località ridotte a fumanti rovine. Nei pressi del Monte Magnaboschi rinvenimmo dentro pozzanghere un centinaio di cadaveri di nostri soldati denudati"
(bollettino del 27 giugno).

"La resistenza nemica si andava facendo intanto più viva e tenace, appoggiata a posizioni dominanti, fortemente organizzate a difesa. Tuttavia anche il 27 le nostre truppe compirono sensibili progressi. In Valle Lagarina e in Vallarsa azioni intense delle artiglierie. Le nostre bersagliarono posizioni nemiche di Monte Trappola, Monte Testo e Col Santo. Ci impadronimmo di un trincerone nei pressi di Malga Zugna. Lungo il fronte Posina-Astico le nostre truppe conquistarono le posizioni nemiche di Monte Gainonda, a nord di Fusine, e di Monte Caviojo, che domina da nord Arsiero. Arditi nuclei di cavalleria si spinsero sulla rotabile della Val d'Astico fino a Pederscala. Sull'altipiano di Asiago occupammo il margine meridionale della Valle d'Assa e raggiungemmo le pendici dei monti Rasta, Interrotto e Mosciagh, tenuti da forti retroguardie nemiche. Più a nord conquistata la posizione di Monte Colombara, le nostre truppe si avvicinarono al vallone di Galmanara "
(bollettino del 28 giugno).

Cresceva la resistenza nemica, ma i nostri avanzavano sempre, come informava il bollettino del 29 giugno: "In Vallarsa i nostri alpini presero d'assalto e conquistarono dopo accanita lotta il forte Matassone a sud-ovest di quella località, mentre reparti di fanteria occupavano il costone di Monte Trappola. A trattenere la nostra avanzata il nemico lanciava nella serata un violento attacco nella zona di Zugna, che fu respinto con gravissime perdite.
Sul Pasubio furono conquistati trinceramenti nemici presso Malga Cosmagnon. Lungo il fronte del Posina difficoltà di terreno ed il tiro di grosse artiglierie dalla Borcola rallentarono la nostra azione offensiva. Tuttavia, snidando il nemico di roccia in roccia, le nostre truppe si spinsero su Griso e conquistarono le forti posizioni di Colle Betta, sulle pendici di Monte Majo.
In Val d'Astico occupammo Pedescala. Nell'altopiano dei Sette Comuni l'avversario ha saldamente rafforzato il margine settentrionale della Valle d'Assa e le alture sulla riva sinistra di Valle Galmarara e sul prolungamento di questa fino al Passo dell'Agnella. Il terreno intricato e boscoso favorisce gli appostamenti di mitragliatrici, mentre da posizioni più arretrate i grossi e medi calibri del nemico battono incessantemente gli accessi alle posizioni. Nella giornata di ieri completammo l'occupazione del margine meridionale della Valle d'Assa e c'impadronimmo di forti trinceramenti nei pressi di Colle Zebio e di Colle Zingarella".

"…in Vallarsa raggiungemmo la linea di Valmorbia e le pendici meridionali del Monte Spil. Sul Pasubio durò lotta intensa contro la difesa nemica nella zona di Cosmagnon. Lungo il fronte del Posina occupammo Griso e il versante meridionale del Monte Majo, la valletta di Zara fra Costana e Laghi, le forti posizioni di Monte dei Calgari e di Sogli Bianchi, a mezzodì di Monte Seluggio .... In Val Sugana occupammo le pendici del Monte Civaron " (bollettino del 30 giugno).

"Il 31 giugno occupammo Zanolli, in Vallarsa, scalammo la vetta del Monte Maio, mentre sull'Altipiano dei Sette Comuni la lotta si svolgeva con bombe a mano e violenti corpo a corpo. Il l° luglio iniziammo l'attacco della linea fra lo Zugna Torta e Foppiano e conquistammo le pendici meridionali di Monte Seluggio. Il 2, in Val Posina, occupammo lo sperone nord-ovest del Monte Pruche, Molino in Valle Zara, Scatolari, in Valle Rio Freddo e continuammo ad attaccare con estrema violenza il nemico sulle pendici settentrionali del Pasubio. Il 3 luglio fu completata l'occupazione di Monte Calgari, distaccamenti avanzati si affermarono sul margine settentrionale della Val d'Assa e si progredì tra Prima Lunetta e Cengello in Val Campelle, da cui fu respinto, il 4, un contrattacco austriaco. Un altro attacco nemico contro il trincerone di Malga Zugna sferrato nella notte del 4 fu anch'esso respinto. I nostri alpini invece, il 4, conquistarono la cima di Monte Corno e le fanterie la vetta del Monte Seluggio, proseguendo l'avanzata lungo le direttrici del Rio Freddo e dell'Astico". (Bollettino del 5 luglio)

"Vivaci attacchi delle nostre fanterie ci procurarono, il 6 luglio, presso Casera Zebio e Malga Pozze alcuni capisaldi di cui invano il nemico tentò di scovarci; l'8 progredimmo nella conca di Molino e verso Forni, lungo la direttrice della Val d'Astico, prendemmo d'assalto trinceramenti nemici a nord di Monte Chiesa, ci impadronimmo del Passo dell'Agnella ed occupammo, nell'alta Val Campelle, il Col di San Giovanni, a nord del quale, il giorno dopo, conquistammo il Col degli Uccelli.
Altri progressi l'11 in Val d'Adige e nella zona del Pasubio. Il nemico cercò di arrestarci contrattaccando il 12 a nord di Malga Zugna e il 13 sul Monte Majo e a sud di Corno del Coston e ad est del Passo della Borcola, dove avevano occupato fortissime posizioni; ma noi continuammo a progredire: il 15 sulle pendici meridionali di Sogli Bianchi e di Corno del Coston, sul pendio settentrionale di Monte Selvaggio e in Valle Dritta, dove occupammo Vanzi; il 17 sulle pendici del Pasubio; il 18 ancora sul Corno del Coston; il 19 nella zona della Borcola; il 20 sul versante settentrionale di Monte Majo; il 22 sulle pendici di monte Zebio, dove si distinsero i bersaglieri del 14° reggimento, che occuparono un importante trinceramento e con gravi perdite lo difesero il 24 respingendo per due volte il nemico e conquistando altre posizioni. Quel giorno stesso gli alpini attaccarono la linea nemica tra Monte Chiesa e Monte Campigoletti e, sfondati tre ordini di reticolati, giunsero fin sotto la cresta"
(bollettino del 24 luglio)

Ma la conquista più importante del giorno 24 luglio fu la conquista del Monte Cimone, caposaldo della difesa nemica nella Val d'Astico. "Le operazioni per la conquista del monte -informava il Comando Supremo in una sua relazione - consistettero in un attacco frontale, muovendo dalle balze di Monte Caviojo, e in un duplice aggiramento lungo le direttrici del Rio Freddo e dell'Astico. Enormi furono le difficoltà, tattiche e di terreno, che si dovettero superare: per la rapidità dei fianchi dell'altopiano; per l'asprezza delle Valli dell'Astico e del Rio Freddo, battute d'infilata dai tiri delle artiglierie avversarie; per l'efficacia degli ostacoli difensivi preparati dal nemico; infine per la inevitabile lentezza nei rifornimenti.
Tuttavia la costanza -e il valore delle nostre infaticabili truppe poterono essere coronati da pieno successo. Mentre le colonne aggiranti raggiungevano, per la Valle del Rio Freddo, lo sbocco sull'altopiano di Tonezza della mulattiera che conduce a Valla, e, per quella dell'Astico, la località di Osteria sulla strada che sale a Tonezza, l'attacco frontale, condotto con grande valore e tenacia dal battaglione alpini "Valle Leogra" e da reparti della brigata "Novara", riusciva il mattino del 24 luglio, dopo circa 30 ore di accanito combattimento ad espugnare la fortissima vetta del monte. Successivi violenti contrattacchi nemici, di cui particolarmente intenso quello lanciato nella sera del 31 luglio, furono costantemente respinti dai nostri, che inflissero all'avversario delle gravissime perdite".


La conquista del Monte Cimone fu l'ultima importante azione della controffensiva italiana nel Trentino, che già da una quindicina di giorni languiva, di fronte alle posizioni dominanti, fortemente sistemate a difesa dal nemico, che si era fermato ma non per questo rinunciava a sferrare furiosi e disperati contrattacchi, violentissimi fra tutti quelli contro il Cimone la notte del 25 e la notte del 28, quelli sul Monte Seluggio e sul Monte Zebio la notte del 27 e quelli del 29 luglio sul Seluggio e sul pianoro di Castelletto.

I risultati territoriali della controffensiva italiana non furono vistosi, né, del resto, furono conseguiti gli obiettivi del Comando supremo, ma grande fu l'effetto morale dell'avanzata e importantissimo il risultato conseguito di respingere dal Vicentino e trattenere nel Trentino le truppe nemiche, costrette a chiamarvi quelle che erano state avviate verso il fronte russo, come informava il bollettino dell'11 luglio del Comando Supremo:


"Di contro alla persistente nostra pressione in Trentino e ai vigorosi atti controffensivi nelle alte valli del Boite e del But e sul Basso Isonzo, l'avversario ha dovuto richiamare sul nostro fronte truppe già sottratte e avviate verso il fronte orientale. Così è accaduto per il III Corpo (6a, 22- e 28a divisione) già sottratte dalle prime linee e in procinto di partire, e per la 9a divisione e 187a brigata di Landsturm, già in viaggio, ma che poi ne accertammo nuovamente la presenza".

Spostiamoci ora su altri fronti. Facciamo un bilancio delle intere operazioni fino a luglio.
e parliamo di alcuni eroi e martiri di questi mesi.


altri fronti, bilancio di due mesi, gli eroi e i martiri

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