HENRI SANSON - "LE MEMORIE DEI CARNEFICI DI PARIGI"


LIBRO QUARTO
IL CONTE DI HORN

( da pag. 125 a pag. 172 )

Cartouche
Francesco Damiens
L'attentato
Il processo
Lo squartamento
La morte dei gentiluomini

 

Il figlio di Sanson de Longval, di nome Carlo come suo padre, prese possesso ufficiale della carica di cui esercitava le funzioni da quasi cinque anni.
La patente che lo investiva del suo ufficio recava la data dell'8 settembre 1703.
Carlo Sanson aveva il carattere dolce e melanconico di Margherita Jouanne, sua madre. Egli sposò il 30 aprile 1707 Marta Dubut, sorella della sua matrigna, e oggetto della sua segreta inclinazione. Debbo cogliere fin d'ora l'occasione di dire che, nella nostra triste condizione, noi non potevamo scegliere le nostre mogli fuori della nostra sfera, e che come tutte le razze maledette, le nostre famiglie stringevamo fra loro i vincoli di parentela e s'incrociavano perpetuamente, fino a riunire nella stessa persona gradi di parentela che ordinariamente si escludono. Cosi, per quel matrimonio, la vedova di Sanson de Longval divenne cognata del suo figliastro, e la giovane donna che questi sposò era in un certo modo anche sua zia.

Tra le persone che intervennero alle nozze e servirono da testimoni agli sposi c'erano un'altra Margherita Jouanne, vedova in prime nozze di Battista Morin e in seconde di Nicola Levasseur, tutti e due carnefici, qualificati nell'atto « ufficiali del Re », Giovanna Renata Dubut, vedova di Carlo Sanson de Longval, Nicola Lenarchand, carnefice a Nantes, marito di Maria Levasseur, e Margherita Guillaume, vedova di Andrea Guillaume, anch' egli « ufficiale del re ».
Si vede che, malgrado i suoi due matrimoni, la seconda Margherita Jouanne non aveva potuto mettere la sua mano che in quella di due giustizieri, che Maria Levasseur e Margherita Guillamme avevano avuto la stesse sorte, e che infine Marta Dubut non aveva potuto pretendere a sponsali più lieti di quelli di sua sorella. Bisognava sempre che il palco e la scure facessero parte del corredo nuziale di queste povere figliuole quando andavano all'altare.

Il 1° settembre 1715, il re Luigi XIV era morto.
Uno straniero venuto dalla Scozia. Law, aveva saputo, sfruttando abilmente gli imbarazzi delle finanze pubbliche, guadagnarsi le simpatie e la fiducia del Reggente e, grazie a quel potente patronato, piantar sul nostro suolo le radici di teorie economiche che non dovevano perire. Giustamente infatti lo spirito sagace di un illustre scrittore ha preteso vedere in Law il vero iniziatore del credito pubblico. Le azioni della Banca Reale furono ricercate da quella scettica società del secolo XVIII, che covava in sè l'Enciclopedia, come nessun altro titolo finanziario fu mai, nemmeno ai giorni nostri. Il palazzo della via Guincampoix era letteralmente invaso come le Borse attuali nelle loro grandi giornate, e da una folla non meno mescolata. Nobili, borghesi e contadini, ecclesiastici, magistrati e ufficiali, commercianti, artigiani e servitori, grandi dame, piccole borghesi, attrici e cortigiane, - facevano ressa intorno al tempio del Plutone scozzese, disputandosi le azioni che vi si emettevano.

Fu in quel momento di follia universale che il giovane conte di Horn, già capitano al servizio dell'Austria e da qualche tempo venuto a Parigi, fu accusato di avere assassinato, in complicità con un piemontese, denominato il cavaliere de Mille, e con una terza persona rimasta incognita, un ebreo aggiottatore d'azioni della Banca reale, per carpirgli un portafoglio che conteneva l'importo di centomila lire.
Il delitto era stato commesso in una taverna della via Guincampoix, dove il conte di Horn e i suoi accoliti avrebbero dato convegno all'ebreo, sotto il pretesto di comperargli le azioni che egli portava, ma in realtà per derubarlo. Secondo l'accusa, era il conte di Horn che gli aveva inferto il primo colpo, dopodichè il cavaliere de Mille e il terzo complice avevano finito la vittima e s'erano impossessati del portafoglio.
Questa faccenda produsse a Parigi uno scalpore enorme, tanto a motivo della posizione illustre dell'accusato quanto per i suoi vincoli di parentela e le sue relazioni con le case e le persone più ragguardevoli. Il processo fu istruito tuttavia con una rapidità senza esempio, e pare che tutti i passi fatti per salvare lo sciagurato giovane non abbiano avuto che l'opposto risultato di affrettare la sua perdita. La stessa marchesa di Parabère fece intervenire invano la propria influenza, di solito tanto potente sul Reggente.

Non appena i parenti del conte di Horn avevano saputo che egli era stato chiuso alla Conciergerie, si erano dati da fare in tutti i modi per salvarlo. Da ultimo alla vigilia della sentenza si erano recati in numero ragguardevole al Palazzo di Giustizia, e avevano atteso in un corridoio i membri della Tournelle, camera del Parlamento competente in questo genere di delitti, per salutarli al passaggio, ciò che era una maniera indiretta di raccomandar loro l'accusato. Questa manifestazione, cui aggiungeva significato l'emanare dai più bei nomi di Francia, fu completamente infruttuosa : la Tournelle pronunciò una sentenza che condannava il conte di Horn, il cavalier de Milhe e il terzo accusato contumace, ad aver rotte le ossa e ad essere attaccati alla ruota finché ne seguisse la morte. Questa sentenza immerse parenti e amici dell'infelice giovane nello stupore e nello spavento.

Allora essi si rivolsero al Reggente e gli fecero tenere una supplica dove facevano valere le anormali condizioni mentali di parecchi membri della famiglia de Horn e dello stesso conte Antonio, e che era firmata dal principe di Ligne, dal duca de Croy, dal duca di Montmorency, dal marchese d'Harcourt, dal marchese di Crèquy, dal conte d'Egmont, dall'arcivescovo principe d'Embrun e da cinquanta altri nomi della più alta nobiltà e della più alta prelatura.

Fu quello uno dei primi casi in cui l'alienazione mentale fosse invocata giuridicamente come attenuante in materia criminale. Tutti i firmatari della petizione si erano portati a Palazzo Reale, ma il Reggente non consentì a ricevere che una deputazione. Egli si mostrò inflessibile sul punto della grazia, e soltanto dopo molte difficoltà si giunse a strappargli la promessa d'una commutazione di pena : la decapitazione cioè avrebbe sostituito il supplizio della ruota.
Si fecero mille congetture sui motivi di questa inesorabilità del Reggente: si volle vedervi un odio personale del principe contro il giovane conte. Un'avventura, che fu molto creduta, si diffuse in tutta la città. Il signor de Horn giovane, bello, ben fatto, aveva acquistato una certa notorietà per le sue imprese galanti: I costumi erano più che facili, lo si sa, alla corte di Filippo d'Orleans, e parecchie bellezze alla moda non si sarebbero mostrate crudeli col giovane signore straniero. E si era fatto anche il nome della marchesa di Parabère: si diceva che il Reggente avesse sorpreso un giorno il signor de Horn in situazione intima con la bella favorita, e che nel suo furore, gli avesse mostrato la porta con gesto minaccioso, dicendogli: - Uscite! - A ciò il conte avrebbe risposto in tono non meno fiero, e certo con appropriatezza : - Monsignore, i nostri antenati avrebbero detto : «Usciamo! »
Non voglio discutere la probabilità di queste storie. Certo è che una sera, una visitatrice coperta da un lungo velo aveva chiesto con insistenza di parlare al mio avo Carlo Sanson, e gli aveva chiesto di favorire l'evasione del conte di Horn. Il mio antenato aveva risposto con un rifiuto. Ma prima d'andarsene, la marchesa - poichè era lei - s'era fermata, come colta da un doloroso presentimento, e avvicinandosi con indicibile terrore a Carlo Sanson gli aveva detto:
- Se ogni mia speranza dovesse essere delusa, se fra tutti questi nobili che s'interessano del giovinetto non ve ne fosse alcuno abbastanza abile per corrompere i suoi carcerieri o abbastanza prode per liberare il prigioniero con le armi in mano, se bisognasse proprio che il sangue della vittima innocente grondasse dalla vostra spada, oh! promettetemi di mormorare il mio nome ai suoi orecchi prima che egli comparisca dinanzi a Dio. Ditegli che sono venuta, che ho pregato per lui fino all'ultimo momento, che ho fatto tutto per salvarlo, e che se muore, non ne sarò mai consolata.
Ed ella era scoppiata in singhiozzi.

- Signora, - aveva risposto il mio avo, - i vostri ordini saranno fedelmente adempiuti, e se piaccia a Dio che il signor conte di Horn muoia di questa mano, essa farà il possibile per risparmiargli le sofferenze del supplizio, e vi porterà pure un pegno del suo ricordo.
Il passo della signora de Parabère non mi sembra comunque una conferma assoluta delle voci che correvano. La pietà, altrettanto bene quanto l'amore, poteva avere condotto la dama presso il mio avo e anche ispirato il linguaggio che ella tenne con lui.
La visita della signora de Parabère non fu la sola ricevuta da Carlo Sanson. Pochi giorni dopo il marchese di Crèquy, che era stato l'istigatore e l'organizzatore di tutti i passi tentati per salvare il disgraziato giovane, venne egli pure dal mio antenato. Egli pareva non avere alcun dubbio sulla parola del Reggente, e credeva fermamente che il conte sarebbe stato soltanto decapitato, come il principe aveva promesso. Non gli restava ormai che da adoprarsi perchè egli avesse a soffrire il meno possibile. Il signor de Crèquy volle vedere la spada che avrebbe servito all'esecuzione; egli impallidì quando il mio avo gli mostrò quella larga lama d'acciaio a due tagli, brillante e affilata, che da un lato portava incisa la parola « Justitia », dall'altro una ruota emblema di supplizio.

Il signor de Crèquy, trattenendo appena le lacrime, pregò Carlo Sanson di usare nell'adempimento della sua terribile missione tutti i riguardi che gli sarebbero permessi, di non scoprire che il collo del paziente e d'attendere che egli avesse fatto il suo supremo atto di contrizione prima di vibrargli il colpo di grazia. Egli incaricò il mio avo di procurarsi una bara tappezzata per collocarvi quei poveri resti, i quali in seguito sarebbero stati trasportati in una carrozza inviata sul luogo del supplizio appositamente per riceverli. Carlo Sanson, con l'animo oppresso dalla tristezza, promise di provvedere a quelle lugubri pratiche.
Dopo poche ore che il marchese di Crèquy- era partito, si portò a Carlo Sanson l'ordine di prendere I' indomani, alle sei del mattino, il conte Antonio di Horn alla Conciergerie per condurlo alla piazza di Grève, dopo essere uscito dalla camera di tortura, ed eseguire in tutta la sua crudeltà la sentenza dei Parlamento. Il Reggente mancava alla sua parola: i ministri Law e Dubois l'avevano vinta su tutta la nobiltà che si era intromessa con tanto calore in quell'affare.

Il mio avo rimase annientato: l'ordine non portava nemmeno quella restrizione secreta del retentum, che risparmiava al condannato orribili sofferenze, ordinando all'esecutore di strangolarlo prima di spezzargli le membra. Come adempiere dunque le promesse fatte alla marchesa di Parabère e confermate al marchese di Crèquy?
La povera Marta Dubut, confidente delle perplessità del marito, si mise a pregare, e Carlo Sanson attese in crudele angoscia la funesta aurora del supplizio.

Già faceva giorno, e una folla notevole si era ammasata alle porte della Conciergerie quando il mio avo vi giunse col suo funebre equipaggio. Egli entrò subito nell'interno della prigione e fu condotto in una sala bassa dove si trovavano il conte di Horn e il cavaliere de Milhe, usciti appena dalla tortura. Tutti e due erano orribilmente mutilati, poiché avevano subito per otto volte lo stivaletto spagnolo. Il conte era estremamente pallido: egli rivolgeva un occhio smarrito su tutto ciò che lo circondava, e non cessava di apostrofare il Piemontese, in apparenza più rassegnato e intento ad ascoltare religiosamente il dottore della Sorbona incaricato di esortarlo.
Anzichè essere immerso nell'abbattimento che seguiva di solito le sofferenze abominevoli da lui sopportate, il signor de Horn gesticolava con animazione febbrile : faceva anche incoerenti discorsi che parevano giustificare quanto si era scritto sulla sua infermità mentale.

L'ora fatale era suonata. I due condannati furono trasportati sul carro funebre. Carlo Sanson si collocò presso il conte, mentre il dottore continuava a confortare il Piemontese. Vedendo l'agitazione estrema del disgraziato, il mio avo ebbe l'idea di calmarlo facendo balenare a' suoi occhi un raggio di speranza, dovesse esso pure andar deluso.
- Monsignore - gli sussurrò all'orecchio - sapete bene che c' è chi s' interessa di voi; i vostri parenti...
Egli non lo lasciò continuare.
- Essi m'hanno abbandonato - esclamò furiosamente.
- C'è sopra tutto una donna che prega in questo momento per voi, e forse non si limita alle preghiere. Ella è potente, e siate certo che non rimarrà inattiva. L'ho veduta in lacrime, alla disperazione.
- Il suo nome! il suo nome! - egli interruppe con violenza, e senza darsi cura d'essere udito.

- La marchesa di Parabère - fece Carlo a bassa voce.
A quel nome il conte parve calmarsi un poco. Una viva commozione gli si dipinse sul viso.
- Chi sa? - soggiunse il mio avo. - Un ordine di sospensione può giungere all'improvviso.
Le labbra del giovane si contrassero sdegnosamente.
- Se avessero voluto salvarmi la vita, non m'avrebbero storpiato - egli ribattè con amarezza, gettando uno sguardo sui suoi piedi straziati.
- Un colpo di mano può liberarvi. Ho promesso alla marchesa di lasciar fare...
In quel momento, Carlo Sanson - pur con qualche vaga speranza egli stesso - faceva come quei medici che, al capezzale d'un morente, gli promettono la guarigione, quando potrebbero, al contrario, contare il numero esatto dei minuti di vita che gli rimangono.
Ma intanto si era attraversato il Ponte del Cambio, si era già sull'altra riva; un momento ancora, e si era alla fine del doloroso pellegrinaggio. Ogni speranza era perduta. Il conte rivolse a Carlo Sanson un'occhiata che voleva dire: - Vedete bene che volevate ingannarmi.
- Monsignore - balbettò tutto confuso il mio antenato - vi giuro che la signora di Parabère m'aveva fatto sperare....
- Dite alla marchesa che io le perdono, e che sulla ruota o sul patibolo, morirò da gentiluomo.
Quella subìta calma e quella rassegnazione, per un semplice nome di donna, sorpresero Carlo Sanson, ma parvero rendergli meno penoso ciò che gli rimaneva da fare per compiere la sua crudele missione.

Alfine si giunse. I condannati non erano in condizioni di potersi muovere; si fu obbligati a calarli dalle vetture e a portarli.
Carlo Sanson prese il conte di Horn nelle braccia e sali i gradini del palco. Ancora, e malgrado tutto, tornavano al suo spirito i propositi di liberazione che gli aveva fatto intravedere la signora di Parabère, e gli sembrava che levando come un trofeo quella vittima palpitante, avrebbe stimolato lo zelo dei congiurati esitanti e avrebbe dato loro il segno dell'azione.
Nel tempo stesso egli suggeriva al conte di chiedere che gli si permettesse di fare rivelazioni: era un modo di guadagnar tempo, e il complotto frattanto sarebbe potuto scoppiare. Disgraziatamente, Antonio de Horn pareva aver smarrito di nuovo la ragione ed era ricaduto in un eccesso di divagazioni come quello che aveva avuto nella sala bassa della Conciergerie.

Mentre il disgraziato giovane delirava, Carlo Sanson si era tratto un po' indietro, facendo segno agli aiutanti di incominciare la loro bisogna, che consisteva nel legarlo sull'asse dove gli dovevano essere spezzate le membra. Quando ciò fu finito, il dottore della Sorbona, si avvicinò al conte e cominciò ad esortarlo.
A un certo punto il conte parve scosso. Le sue labbra s'agitarono, e si ebbe l'impressione che egli si unisse alle preghiere del prelato.
Il mio avo pensò alla raccomandazione del signor di Crèquy, e sotto quel riguardo, la sua coscienza fu risollevata; ma non aveva egli anche promesso di non farlo soffrire? E quell'orribile supplizio che stava per cominciare! In un attimo, la risoluzione di Carlo Sanson fu presa.

Cogliendo il pretesto di un improvviso malessere, egli passò la sbarra da romper le ossa a Nicola Gros, il più anziano e più fidato dei suoi aiutanti, prese la cordicella che serviva alle esecuzioni segrete del retenturn, la passò abilmente intorno al collo del conte, e nel momento stesso che Gros alzava la pesante sbarra che doveva rompere le articolazioni del disgraziato, egli tirò la corda con forza e gli risparmiò così le sofferenze più atroci che avesse potuto immaginare la crudeltà umana.
E invero il cavaliere de Milhe, il Piemontese, a cui si cominciavano a spezzare le membra, gettava grida selvagge : coraggio e rassegnazione lo avevano abbandonato. Invano il povero dottore della Sorbona gli asciugava con un fazzoletto il sudore dalla fronte e versava qualche goccia d'acqua nella sua bocca arida: cure ed esortazioni rimanevano impotenti contro siffatte torture.

Carlo Sanson fu colpito dalla disuguaglianza che egli s'era arbitrato di stabilire nel trattamento dei due uomini, condannati per lo stesso delitto: egli decise di mettervi fine.
- Basta per oggi, Gros - disse al suo aiutante - va a dare il colpo di grazia a quell'altro.
Era il colpo di mazza ferrata che rompeva il petto.
Gros obbedì, non senza gettare uno sguardo inquieto verso il magistrato commissario, che assisteva all'esecuzione dalla finestra dell'Hotel de Ville. Questi era senza dubbio poco ghiotto di siffatti spettacoli, coi quali forse aveva anche troppa consuetudine, giacchè parve che egli non si accorgesse di nulla.
In questo momento il dottore, sorpreso di non aver sentito il conte di Horn, pur così poco rassegnato, gettare alte grida come il suo compagno, se ne tornava verso di lui per compiere il suo pio ministero : egli si vide preceduto dalla morte. La corda pendeva ancora dal collo del disgraziato giovane, e il mio avo approfittò della presenza del dottore, che lo celava dalla parte dell' Hotel de Ville, per ritirarla alla lesta : poi, posando un dito sulla bocca, sollecitò con quel segno il silenzio del venerabile sacerdote, che rispose inclinando con dolcezza la testa.

Tutti e due passarono la giornata accanto a quei tragici resti; non tardarono del resto a ricevere visite solenni. Da pochi istanti appena l'esecuzione era finita, quando una carrozza a sei cavalli fece irruzione sulla piazza di Grève, seguita da tre altre ugualmente parate a lutto. Ne discesero il principe di Ligne, il duca di Rohan ed un Croy, della illustre famiglia degli Arpadi che risale fino ai tempi di Attila e vanta diritti al trono d'Ungheria. Ultime, con un apparato forse anche più pomposo, giunsero le due carrozze del marchese di Crèquy.
Egli fece aprire lo sportello della vettura e discese sulla piazza in uniforme di colonnello generale e ispettore generale degli eserciti del Re, con le insegne del Toson d'Oro, con le gran croci di San Luigi e di San Giovanni di Gerusalemme sul petto. Malgrado il profondo dolore che aveva impresso sul volto, egli attraversò la piazza con passo fermo, e tutti fecero largo a quel grande personaggio, che era figlioccio di Luigi XIV.

Il marchese venne difilato verso il mio avo, e con una faccia molto severa, fissò su di lui uno sguardo fosco e quasi minaccioso
- E voi, signore - egli disse con una voce ruvida -che cosa avete fatto delle vostre promesse"
- Monsignore -- rispose Carlo Sanson - questa mattina alle otto il conte di Horn non esisteva più, e la mazza di ferro dei miei uomini ha colpito soltanto un cadavere
Il dottore della Sorbona si curvò all' orecchio del signor de Crèquy e gli confermò l'asserzione del mio avo.
- Sta bene - egli disse in un tono più dolce, e mostrando un gran sollievo - la nostra casa si ricorderà che se essa nulla ha potuto ottenere, nè da parte del Reggente, nè dalla giustizia dei Parlamento, essa deve almeno qualche cosa all'umanità del boia.

Subito facemmo staccare il corpo del conte per trasportarlo in una delle carrozza che il marchese aveva condotto. Quel povero cadavere era così mutilato che le membra pendevano e sembravano sul punto di staccarsi. Il signor de Crèquy volle assolutamente, come protesta contro la crudeltà della sentenza, tenere egli stesso una delle gambe che non aderiva più al resto del corpo che per qualche brandello di pelle insanguinata.
Il conte di Horn era realmente innocente, come volevano le voci corse fin dal giorno del suo arresto? Io voglio qui riportare una versione, molto diffusa, che stabiliva se non la sua innocenza, per lo meno l'attenuazione della sua parte nell'affare dall'ebreo assassinato. Si diceva che il conte di Horn a il cavalier da Milhe non avessero dato convegno all'ebreo col premeditato disegno di assassinarlo e di spogliarlo, ma soltanto per ottenere la restituzione di una ragguardevole somma in azioni della Banca che il conte gli avrebbe realmente confidato; che l'ebreo avesse non soltanto negatoi ll deposito, ma si fosse anche riscaldato fino al punto da colpire Antonio da Horn sul viso. Allora il giovane signore, cha aveva dai suoi padri un sangue ardente, non avrebbe potuto contenersi e, afferrato un coltello che si trovava sulla tavola della taverna, avrebbe menato all'ebreo un colpo, ferendolo soltanto alla spalla. Lo avrebbe finito de Milhe, e sarebbe stato lui a impadronirsi dal portafoglio, del quale il conte si sarebbe rifiutato a ricevere nemmeno un centesimo.
Carlo Sanson, nelle ore che agli passò accanto a quei cadaveri inanimati, tagliò una ciocca dei capelli biondi della giovine testa già ghiacciata dalla morte. Egli la chiuse in un sacchetto e la mandò alla marchesa di Parabère, con la sole parole: Ricordo promesso.

CARTOUCHE

Il 15 ottobre 1721, Parigi aveva la febbre come all'indomani di una vittoria. L' intera popolazione era scesa sulle vie; e dovunque, sulla piazze, nei negozi, nella taverne e perfino nei salotti, la gente si abbordava con quella frase che trovava ancora buon numero d'increduli
- Cartouche è pigliato.
Dal chiasso che il suo arresto produsse, si può giudicare quanto Cartouche si fosse reso terribile alla popolazione, che egli vessava da circa dieci anni con una fortuna pari all'audacia.
Si è anche preteso che i malandrinaggi di tutti i banditi pullulanti allora nella capitale si siano riassunti in questa figura leggendaria. ln verità non mai gli arresti motivati e le esecuzioni par furti e per aggressioni a mano armata si moltiplicarono tanto quanto dal 1715 al 1725, pareva che una metà di Parigi si fossa messa a rapinar l'altra metà.

Questa febbre di rapine e di delitti, del resto, era nella logica. Tutto un popolo si era iniziato alla vertiginose emozioni del giuoco. La febbre di ricchezze, la sete di piaceri, l'instabilità dalla fortuna popolavano Parigi di una quantità di ambiziosi delusi, di giuocatori rovinati, di libertini senza sfogo, tutti pronti a domandare al delitto i godimenti che una vita regolare aveva loro rifiutato.
Cartouche è rimasto l'ideale dei ladroni del secolo XVIII. Egli rappresenta perfettamente, nella costellazione del delitto, l'epoca di transizione in cui viveva. C'è nella fisionomia di questo malfattore qualche cosa in cui si riuniscono il brigante dei medio-evo e il mariolo dei nostri tempi. Egli ricorre spesso, coma il primo, alla forza brutale; ma l'astuzia è la sua arma favorita : in essa egli è divenuto maestro. Egli ha l'intuizione di tutti i perfezionamenti che i suoi successori apporteranno all'arte sempre più difficile di appropriarsi dei beni altrui, e di lui si può dire che egli è l'iniziatore dei ladri delle future generazioni.

Di nascita incerta, a volta a volte vagabondo, arrulatore e soldato, pare ricomparisse a Parigi verso il 1715. I suoi biografi pretendono cha il subentrare dalla pace lo avesse gettato sul lastrico. Mi pare più naturale di attribuire a Cartouche l'onore di una diserzione in tutte la regole.
Cesare da strade maestre, agli sembra essere stato alla tasta d'una legione in cui aveva stabilito una gerarchia militare, un'unità di comando a d'azione, che aveva i suoi affiliati e le sue spie in tutte la classi, i suoi ricettatori a ogni angolo della strada, e perfino i suoi chirurghi.
Se
più oltre si fosse tardato il suo arresto, il pericolo sociale che egli rappresentava avrebbe assunto le proporzioni di una vera calamità pubblica.

Il numero dei ladroni era divenuto tanto grande, gli attacchi notturni così frequenti, che non si usciva di sera se non accompagnati da scorta, e si organizzavano carovane per attraversare i ponti o per camminare sulle rive del fiume; i malfattori agivano con tale concerto e su piani così ben combinati che tutti i loro tentativi erano coronati di successo. Sarebbe impossibile dare un'altra spiegazione della prodigiosa molteplicità dei loro attentati.
Il vigore e l'audacia di Cartouche, il suo ingegno fecondo di stratagemmi, la sua energia e la sua intelligenza, lo designavano naturalmente a divenire il capo di tutte queste bande, altrettanto ricche di membri attivi che di affiliati d'ogni qualità.

Certe avventure, in cui personaggi dell' aristocrazia ebbero una parte, amplificata poi dalle maldicenze mondane, misero l'avventuriero alla moda; un'evasione felice, alcune trovate originali, ne completarono la popolarità.
La più autentica di queste, e la più inedita, è il tiro giuocato da Cartouche al luogotenente di polizia, che fu spogliato della sua argenteria di pieno giorno.
Il cavaliere prendeva i suoi pasti in una sala situata al pianoterra della propria casa, le finestre della quale guardavano sulla corte.
Un giorno, verso mezzodì, stando egli per mettersi a tavola, la porta s'aperse con fracasso, ed egli vide entrar nella corte una magnifica carrozza, dietro la quale stavano due gran diavoloni di lacchè vestiti di scarlatto e gallonati sontuosamente.
Un vecchio serio e impettito discese dall'equipaggio e, presentandosi come un inglese di distinzione, chiese di parlare col signor luogotenente di polizia.
Lo s'introdusse nella sala da pranzo; vedendo la mensa apparecchiata, il nobile straniero si profuse in scuse, rifiutò di sedere, e non avendo, disse, che poche parole da dire al signor luogotenente, lo tirò in un angolo dell'appartamento, facendo in modo che il suo interlocutore fosse obbligato a voltare le spalle alle finestre.

Dopo avergli raccontato che una lettera anonima lo aveva avvertito che, la notte seguente, i banditi avrebbero assalito la casa dove abitava; dopo avergli domandato dei soldati di piantone; dopo aver promesso cento ghinee agli arcieri, se arrivavano a impadronirsi del famoso Cartouche contro il quale pareva che il cospicuo signore fosse animato da un accanimento tutto britannico, egli prese congedo dal suo ospite, che volle accompagnarlo fino alla vettura, e si fermò per qualche istante sulla soglia di casa ad ammirare il magnifico equipaggio che s'allontanava.
Lo trassero da questa contemplazione le grida del suo cameriere che, tornato nella sala da pranzo, s'era accorto in quel punto che la tavola era completamente spogliata della sua argenteria.
Cartouche - giacchè era lui - aveva rappresentato la sua parte in modo così egregio che il luogotenente di polizia prese a difendere il suo visitatore contro le accuse dei domestici, affermando che egli non s'era nemmeno avvicinato alla tavola.

Ma alcuni soldati attraversando la corte, avevano veduto i servi del nobile straniero neglettamente appoggiati alla finestra aperta; ora, essendo la tavola a poca distanza dalla finestra, diveniva probabile che mentre il falso inglese accaparrava l'attenzione del signor cavaliere, i colossali lacchè, non ammirati ancora secondo tutti i loro meriti, avessero fatto man bassa sulle posate d'argento.
Alcuni momenti dopo, - questi sospetti divenivano certezza giacché un fattorino portava al signor cavaliere una dozzina di cucchiai e di forchette di stagno, per surrogare quelle che erano scomparse.

Carlo Sanson vide Cartouche per la prima volta il 21 ottobre. Egli andò a vederlo nella prigione dello Chàtelet, come facevano tutti. Una folla si pigiava alla porta della prigione, e i permessi di visitare il bandito erano sollecitati con la curiosità tutta propria della frivolezza dell'epoca. Le donne si mostravano le più infervorate; e la stessa favorita del Reggente, la signora di Paràbère, si recò allo Chàtelet travestita da crestaina, in compagnia di due gentiluomini, per contemplar l'uomo a cui s'attribuivano avventure galanti non meno che delitti.
Quando Carlo Sanson ci andò, Cartouche, che pareva d'ottimo umore e in piena salute, riconobbe il suo terribile visitatore.
Il mio avo racconta che egli lo vide impallidire: ebbe un tremito delle palpebre e delle labbra: ma quel turbamento non durò che un attimo, egli si ricompose subito, e affettando gaiezza e accennando al bastone che l'esecutore teneva in mano, gli domandò se fosse venuto per prendere la sua misura.
In seguito a un tentativo d'evasione, che poco mancò non riuscisse. Cartouche fu trasferito alla Conciergerie.

Il suo processo non si trascinò a lungo. Il 26 novembre, la corte pronunciò una sentenza che condannava Luigi Domenico Cartouche e cinque suoi complici, ad essere rotti vivi, dopo aver subito la tortura ordinaria e straordinaria. Altri due complici erano con la stessa sentenza condannati all'impiccagione.
L'indomani, 27 novembre, Cartouche subì la tortura. Un'ernia, che i chirurghi accertarono sul suo corpo, gli risparmiò gli orrori dei tratti di corda; egli sofferse la tortura dello stivaletto, con una costanza e un'energia straordinarie, fino all'ottava stretta: rifiutò qualsiasi confessione.
Mentre questa lugubre scena si svolgeva ed egli giaceva sul materasso, ascoltando il curato di San Bartolomeo che si sforzava d'intenerirlo, il carpentiere delle alte opere di giustizia aveva ricevuto l'ordine d'innalzare sulla Piazza di Grève cinque ruote e due forche.
Il rumore dell'esecuzione di Cartouche e dei suoi complici s' era sparso nella città : la piazza e le vie adiacenti erano piene di folla : si erano affittate le finestre ad alti prezzi. Cinque arrotati e due impiccati : la festa era completa.

I magistrati ebbero la saggia ispirazione di non dare soddisfazione a questa detestabile curiosità, oppure i complici di Cartouche si trovarono troppo spossati dalla tortura per poter essere condotti al patibolo decentemente? Non lo so. Il fatto si è che verso le due del pomeriggio giunse l'ordine di togliere quattro ruote e d'abbattere una forca : quella che restava in piedi era destinata ad impiccarvi in effigie un certo Le Camus, contumace.
Verso le quattro, Carlo Sanson si recava alla Conciergerie coi suoi aiutanti, e riceveva in consegna il condannato cui si era letta la sentenza.
Cartouche era molto pallido : ma nè le sofferenze sopportate, nè l'avvicinarsi della morte, parevano fare una qualche impressione su quell'anima di bronzo.
La curiosità frivola della popolazione portava i suoi frutti amari : Cartouche aveva preso sul serio l'infatuazione del pubblico. Egli si proponeva di montare sul patibolo come sopra un piedestallo, voleva morire da gladiatore al suono degli applausi; il suo ultimo sospiro doveva essere un sospiro d'orgoglio soddisfatto.

Durante la strada, disteso sul fondo del carro, la testa appoggiata al banco dov'era seduto l'esecutore, egli manifestava una grande inquietudine. Più volte cercò di voltarsi per guardare davanti, ma senza potervi riuscire.
Alfine, non contenendosi più, domandò a Carlo Sanson se le altre carrette li precedessero.
Avendo questi risposto che di carrette non c'era che la sua, l'agitazione di Cartouche divenne estrema.
Quando, allo sboccare del quai de la Tannerie, la carretta voltò per entrare nella piazza di Grève, con uno sforzo sovrumano egli si alzò sui gomiti, in modo da poter gittare gli occhi sul patibolo.

Non vedendo che una sola ruota, egli divenne livido, grosse gocce di sudore imperlavano la sua fronte, egli cominciò a non poter più inghiottire la saliva, e ripetè parecchie volte:
- I traditori! I traditori!
Evidentemente, accorgendosi che le comparse sarebbero mancate alla tragedia dove si riservava la parte principale, quell'uomo, così forte fino a quell'istante, si sentiva indebolire. Un semplice cambiamento nel suo programma di commediante, e il coraggio lo abbandonava e lo spavento della morte incominciava per lui.

Il fatto è che, essendosi a lui avvicinato il cancelliere della corte, Cartouche dichiarò che intendeva fare rivelazioni, e fu condotto all'Hòtel-de-Ville, dove stavano i giudici del Parlamento.
II patibolo rimase in piedi tutta la notte, e pure tutta la notte rimase sulla piazza una buona parte della folla accorsa a vedere gli ultimi istanti di Cartouche. Tutte le finestre s'illuminarono. Il freddo era vivo e pungente; si improvvisarono sulla piazza dei falò, che potevano passare per fuochi di gioia. Si beveva, si rideva, si cantava intorno all'apparecchio del supplizio.

Le rivelazioni di Cartouche ebbero scarsa importanza.
Ma quella notte ebbe un'influenza notevole sulle disposizioni della sua anima. Il movimento di terrore che lo aveva portato a domandare una dilazione, provocò in lui quel tanto di pentimento che poteva aspettarsi da un Cartouche : egli chiese perdono a Dio di tutti i suoi errori e consentì a ripetere col confessore le litanie degli agonizzanti.
L'indomani, quando verso un'ora del pomeriggio lo si consegnò per la seconda volta nelle mani dell'esecutore non era più lo stesso uomo : egli conservava ancora la libertà del suo spirito, ma aveva cessato d'affettare un odioso cinismo; la sua forza d'animo non era diminuita, ma aveva perduto il suo carattere di jattanza e di furfanteria, e si vide qualche lacrima negli occhi che parevano fatti per non conoscere il pianto.

I suoi deplorevoli istinti presero tuttavia il sopravvento un'ultima volta.
Quando fu collocato sulla croce di Sant'Andrea, quando un fremito d'orrore fece eco al rumore sordo e pesante della barra di ferro che sconquassava le carni frantumando le ossa. Cartouche gridò con una voce altisonante, come un giocatore che conta i colpi:
- Uno!
Ma fu tutto. La contrizione che egli aveva manifestata lo riprese immediatamente, ed egli non cessò più di implorare la misericordia divina.
Le sentenze che condannavano alla ruota erano mitigale, come ho già detto, da un articolo segreto che si chiamava il retenturn.
Il retentum determinava il numero dei colpi di barra che dovevano essere amministrati al paziente; allo scopo talvolta di diminuire le sue sofferenze, e talvolta soltanto di risparmiargli l'orribile agonia che lo attendeva sulla ruota, esso ordinava all'esecutore di strangolarlo segretamente, sia quando avesse ricevuto il numero di colpi determinato, sia un momento dopo che lo si era esposto sulla ruota.
Per quanto molteplici fossero i crimini di Cartouche, egli era stato ammesso al beneficio del retentum; gli si faceva grazia dell'ultima parte del suo doppio supplizio; ma nel suo turbamento o nel disordine di un'esecuzione così straordinaria, avvenne al cancelliere di dimenticare di significare il retentum all'esecutore.

Sotto le sue gracili apparenze, Cartouche era così vigorosamente nelle membra costruito che ci vollero undici colpi di barra per romperlo; e contrariamente al processo verbale del cancelliere, io posso affermare che egli visse ancora venti minuti dopo essere stato esposto sulla ruota.

FRANCESCO DAMIENS

Carlo Sanson non sopravvisse che pochi anni all'esecuzione di Cartouche e a quella successiva dei suoi complici. Egli rese l'anima il 12 settembre 1726, in età di soli quarantacinque anni. Una folla di poveri seguì il corteo funebre: giacchè, più sensibile e di carattere più comunicativo che Sanson de Longval, da lui datano le abitudini di carità e di beneficenza mercè le quali i miei antenati si sono sforzati di mitigare le crudeli esigenze della loro condizione.
Egli lasciò tre figli: una fanciulla che poi andò sposa a Saissons e due maschi, il più vecchio dei quali, Giambattista, non aveva che sette anni. L'età di questi due eredi dei brando della legge sarebbe stata per la vedova. Marta Dubut, una bella occasione per rinunciare alla successione nella carica. Ella pensò altrimenti e fece, al contrario, insistenti ed attive sollecitazioni perchè, malgrado la giovane età, Carlo Giambattista fosse ufficialmente investito del sinistro impiego che suo padre, morendo, aveva lasciato vacante. La severa figura di questa donna, che fa parte dei miei ritratti di famiglia, indica bene che ella doveva essere di tempra poco comune e farsi nozioni inflessibili sui doveri della maternità. Ella si credette obbligata a preservare intatta ai figliuoli l'eredità del loro padre, compreso il fardello delle sue paurose funzioni.

Carlo Giambattista Sanson aveva appena sette anni quando cotesta Artemisia del patibolo lo fece nominare maestro delle alte opere. Durante la sua minorità. Due torturatori, Giorgio Hérisson e poi un certo Prudhomme, tennero l'ufficio in suo nome. Benchè il povero fanciullo fosse da cotesti sostituti condotto sulla piazza di Griéve e vi assistesse alle esecuzioni per legalizzarle con la sua presenza, egli non aveva un'età che gli permettesse di notare, come suo padre e suo nonno, le impressioni che riceveva dal sanguinoso suo ministero. Ne viene dunque un'interruzione a queste Memorie, e rimangono nell'ombra alcune esecuzioni crudelissime di delinquenti anche più pervicaci di Cartouche.

Noi arriviamo ora a un uomo trattato più crudelmente di tutti, perchè il suo delitto, forse mosso da meno in basso, aveva mirato più in alto. Ho bisogno di raccogliere le mie forze per il racconto di un inaudito supplizio, la cui atrocità feroce forma uno strano contrasto coi molti costumi del tempo.
Il 4 luglio 1756, un grosso furto era commesso a danno di un negoziante denominato Giovanni Michel, in Via dei Bourdonnais. Durante la sua assenza, si era forzato un armadio e sventrata la borsa dove il negoziante teneva il suo denaro; gli si erano rubati duecento e quaranta luigi.
In pari tempo il negoziante denunziava la scomparsa di un domestico, che aveva preso qualche giorno prima. Il domestico infedele si chiamava Roberto Francesco Damiens.
Studiando gli interrogatori del futuro regicida, si acquista il convincimento che quella marachella volgare dei suoi inizi non fu senza influenza sull'attentato al quale egli dovette la sua funesta celebrità.
Damiens era nato il 9 gennaio 1725, nel villaggio di Thieuloy, a poche leghe da Arras. Suo padre, da possidente agricolo, si ridusse a carrettiere; il fanciullo aveva nove anni quando gli morì la madre; a sedici si mise a lavoro in una fattoria.
Le cattive disposizioni di Roberto Francesco Damiens si rivelarono dall'infanzia; il suo carattere era cupo e triste, il suo umore violento. La minima resistenza ai suoi capricci provocava in lui accessi di collera insensata; la sua inclinazione all'ozio e al vagabondaggio impediva che egli rimanesse molto tempo presso lo stesso padrone.
Successivamente contadino, fabbro ferraio, cameriere in una osteria, servo militare, sguattero e domestico al collegio Louisle-Grand, egli esercitava quest'ultimo impiego quando, nel febbraio 1739, sposò una donna di servizio della contessa di Crussol, di nome Elisabetta Molérienne. Ne ebbe due figli : un fanciullo che morì a sei anni, a una fanciulla che, all'epoca del suo delitto, faceva lavori di commessa presso un negoziante di stampe del quartiere Saint-Jacques.

Il matrimonio non aveva modificato l'umore vagabondo di Damiens; la paternità non ebbe alcuna influenza sulle sue cattive inclinazioni. Dopo aver continuato a cambiar posti su posti nei diciassette anni che seguirono alla sua unione, egli finì, come ho raccontato, col derubare il suo padrone. Indi, per sfuggire alla giustizia, si rifugiò nella Piccardia.
Trovandosi in possesso di una somma relativamente ragguardevole, il primo pensiero di Damiens fu quello di darsi ai godimenti fastosi che da lungo tempo desiderava. Egli lascia Parigi in diligenza e si reca a Saint-Omer, dove uno dei suoi fratelli faceva il cardatore di lana; a lui, a suo padre e a qualche altro famigliare egli distribuì un po' di denaro.

Erano gente povera, ma anche più onesta. Qualche giorno dopo il suo arrivo, l'altro fratello che era a Parigi faceva loro conoscere per lettera il furto di cui Roberto Francesco s'era reso colpevole. Essi ne furono disperati; ma l'anima corrotta di Damiens non era tale da lasciarsi toccare da queste delicatezze del sentimento, e la sola conclusione che egli trasse da tutto ciò fu quella di doversi allontanare per non essere rintracciato dalla giustizia.
Egli si rifugiò a Saint--Venant, a Ypres, a Junotland e a Poperinghe.
Qui egli diede qualche indizio dell'ossessione che doveva condurlo al regicidio.

Le persecuzioni delle quali era oggetto, la febbrile inquietudine che ne risultava, sovraeccitando il suo temperamento sanguigno, portavano il turbamento nelle sue facoltà mentali. L'umore violento che gli era proprio s'esasperava dell'impossibilità di godere in pace il bottino del suo ladrocinio; e forse quel concentrato furore lo faceva sognare una clamorosa vendetta contro quella società sconsigliata che stava alle calcagna del malfattore.
Il malcontento, in quell'epoca, era generale; si mormorava dappertutto; è ben possibile dunque che le conversazioni che egli coglieva nelle taverne dove passava i giorni gli ispirassero l'attentato che egli doveva commettere.
A Poperinnghe, nell' albergo di Jacopo Masselin, Damiens, aveva fatto la conoscenza di un povero tessitore di calze chiamato Nicola Pleyoust. Questi depose, nell'interrogatorio, che Damiens gli aveva fatto sempre l'impressione d'essere toccato. Più volte egli ripeteva : - Ritornerò in Francia; vi morrò; ma se io muoio, anche il più grande della terra morrà. - E così parlando, egli faceva l'atto di tirar di scherma con un bastone.

Tutti quelli presso i quali egli aveva soggiornato durante i cinque mesi del suo vagabondaggio si accordarono nelle loro dichiarazioni. Dovunque egli aveva dato prova d'un disordine d'idee spinto fino all'alienazione. Ad Austreville la sua fisonomia sconvolta, i suoi discorsi incoerenti, le sue furibonde declamazioni avevano talmente spaventato una sua cugina che ella ne fu malata. Si nota altresì in tutte queste testimonianze che i propositi di Damiens si sono precisati. Egli s'indigna contro la condotta del clero, si dichiara caldo partigiano dei parlamenti, dice a chi vuole intenderlo che il regno è perduto, che sua moglie e sua figlia sarebbero morte di fame, che c'era una brutta faccenda a carico suo, e che ben presto si sentirebbe parlare di lui.

Pare che egli fosse tornato a Parigi con la ferma risoluzione d'uccidere il re. La moglie di Damiens era allora cuoca della signora Repandelly; il 3 gennaio, che era un lunedì, quarto giorno dal suo arrivo a Parigi, egli ebbe un violento alterco con la moglie, e la signora lo mise alla porta e gli dichiarò che non lo avrebbe più voluto nella sua casa. Pare certo che uscendo di là egli andò difilato all'ufficio delle vetture di Corte, che mangiò in un'osteria dei dintorni, partì alle undici e mezza, e arrivò a Versailles alle tre del mattino in diligenza. Aspettò il giorno all'ufficio delle vetture, dove dormì, e prese quindi alloggio all'albergo de Lamion.
Egli impiegò la giornata del martedì a gironzare nei dintorni del castello; il re era a Trianon; egli si lagnò con l'ostessa che quell'assenza del re ritardava gli affari che egli era venuto per condurre a fine.

Nella notte dal martedì al mercoledì fu indisposto e pregò l'ostessa di chiamare un chirurgo per fargli un salasso; ma poichè all'aspetto gli pareva in buona salute, prese la sua richiesta come uno scherzo e non vi si fece caso. Egli assicurò nei suoi interrogatori che se il salasso gli avesse alleggerito il cervello e calmato i sensi, non avrebbe fatto il suo colpo.
Il mercoledì fece colazione di buon appetito, e verso le due del pomeriggio si recò al castello. Egli vide nella corte i cavalli dei moschettieri, si informò da un cameriere, seppe che il re era a Versailles presso le signore sue zie, e non sarebbe tornato a Trianon che la sera.
Ricominciò a gironzare nei cortili fino a notte. Alle cinque e mezza, il movimento dei cavalli e delle carrozze gli fece comprendere che il re stava per partire. Damiens seguì la carrozza reale, scortata dai valletti con fiaccole, fino alla Corte di Marmo, dov'essa si fermò; egli si nascose nell'ombra del sottoscala.

L'ATTENTATO

Luigi XV usciva dall' appartamento delle zie, accompagnato dal delfino e da una parte della corte; egli si dirigeva verso la carrozza che lo aspettava. Era notte, era freddo, e tutti rabbrividivano dentro a quei vestiti recentemente importati dall'Inghilterra che i nostri vicini chiamavano reading-coat, d'onde noi abbiamo fatto redingote. Il re ne aveva due, uno sull'altro; il secondo era impellicciato.
Nell'istante che egli metteva il piede sul predellino di velluto, un uomo, col cappello in capo, si slanciò oltre le guardie, passò tra il delfino e il duca d'Aven, e si avventò verso il re che gettò un grido
- Oh! mi si è dato un pugno terribile!
Nella confusione che seguì, nessuno aveva potuto rendersi conto dell'accaduto.
Solo un piccolo cameriere, di nome Selim, aveva creduto vedere che uno sconosciuto aveva posato la mano sulla spalla del re; egli si gettò su di lui, e aiutato da due camerati lo arrestò.
Frattanto il re avea passato la mano sopra il vestito, e l'aveva ritratta tutta insanguinata
- Sono ferito - egli disse.
In quei momento si volse, e scorgendo l'uomo tenuto fermo dai camerieri, ancora col cappello sul capo:
- E lui che m'ha colpito - soggiunse -; lo si arresti, ma non gli sia fatto alcun male.
E risalì verso il suo appartamento, sostenuto dai signori de Brienne e de Richelieu.
Le guardie del corpo e gli svizzeri s'erano impadroniti dell'assassino e lo avevano condotto nella loro sala.

Era un uomo tra i quaranta e i quarantacinque, di alta statura, dal viso allungato, il naso aquilino e prominente, gli occhi fortemente incavati nelle orbite, i capelli crespi come quelli dei negri, il colorito così vivo da non palesare nemmeno il pallore dell'emozione: portava un soprabito bruno, un vestito grigio, un panciotto di velluto verdastro, calzoni di panno rosso.
Lo si perquisì, e si trovò su lui l'arma con la quale aveva colpito il re : era un coltello a due lame, l'una come quella dei coltelli ordinari, l'altra come una lama da temperino, ma di grandi dimensioni, poichè era lunga cinque pollici: di questa egli si era servito. Nelle sue tasche si trovarono trentasette luigi d'oro, un po' di spiccioli, e un libro intitolato : Istruzioni e preghiere cristiane.
Alle prime domande che gli si fecero, egli dichiarò di chiamarsi Francesco Damiens : disse che era stato lui a fare il colpo : lo aveva fatto per Dio e per il popolo.
Una guardia del corpo avendogli domandato se il denaro trovatogli addosso non provenisse dalla ricompensa ricevuta per commettere il suo delitto, egli ribattò bruscamente
- Non debbo rispondere a voi.
Poi, come se un improvviso rimorso lo avesse oppresso :
- Si vigili il Signor Delfino! Non esca oggi il Signor Delfino! - egli si diede a gridare.

Queste parole, che l'insensato pronunciava forse nel parossismo d'un delirio d'orgoglio, diedero a supporre agli astanti che Damiens fosse l'agente d'un vasto complotto che minacciava i giorni di tutta la famiglia reale. In quel momento una guardia del corpo, di sentinella alla porta, venne a dichiarare che nella serata due individui, uno dei quali corrispondeva ai tratti di Damiens, avevano scambiato queste parole presso la porta:
- « Ebbene`? - Ebbene : io aspetto. »
Non si dubitò più che Damiens avesse dei complici.
Allora le guardie improvvisarono un interrogatorio extra-giudiziario, e nel loro zelo, dimenticando d'essere gentiluomini ed ufficiali, discesero fino all'ufficio di torturatori. Attaccarono Damiens sopra un banco e incominciarono a tormentarlo e a premerlo di domande.
Frattanto il re, condotto nei suoi appartamenti, era stato spogliato e messo a letto.
La grande quantità di sangue che era colata dalla ferita eccitava viva inquietudine. Ma il medico e il chirurgo reale, sopraggiunti, rassicurarono il monarca e i presenti.
Il coltello di Damiens, avendo avuto a passare un triplice vestito, aveva colpito Luigi XV fra la quarta e la quinta costola, senza però ledere alcun organo essenziale.

Ma l'orgasmo del re, che aveva mostrato tanto sangue freddo nei primi momenti dopo l'attentato, si manifestò quando egli udì un cortigiano disavveduto osservare che se leggera era la ferita, la lama poteva essere stata avvelenata. Due volte egli mandò a interrogare il colpevole se avesse immerso il coltello in qualche droga, e i timori del monarca divennero così grandi che egli fece chiamare il confessore, volle averne più volte l'assoluzione, domandò del Delfino, lo incaricò di presiedere il consiglio, prese tutte le disposizioni d'un uomo sicuro della sua prossima morte.
Il terrore del re aveva messo in costernazione il palazzo: essa servì di pretesto egli improvvisati carnefici di Damiens per raddoppiare l'accanimento dei loro tormenti.
Le risposte che egli dava, vaghe e incoerenti, furono quelle che egli diede più tardi alla giustizia : non aveva voluto uccidere il re, ma soltanto dargli un avviso benefico, perchè non perseguitasse il Parlamento e cacciasse l'arcivescovo di Parigi, causa di tutti i mali.

Lo stesso guardasigilli Marchault, dimentico della sua dignità e di ogni pudore, si unì agli ufficiali nelle funzioni ignobili che s'erano assunte e li sorpassò in crudeltà.
Egli si avvicinò al caminetto, vi prese due pinze che fece scaldare sulle brace, e quando furono rosse, incominciò ad attanagliare egli stesso le gambe del miserabile, avendo cura di stringere ora una parte ora l'altra, secondo gli pareva di provocare una sofferenza più viva.
Malgrado la violenza della tortura, il paziente non si decideva ad alcuna confessione. L'odore che emanava dalla sue bruciature era così forte che dalla Sala delle guardie situata a piano terra, si alzava fino al primo piano.
Marchault si esasperava: egli ordinò alla guardia svizzera di gettare due fastelli di legna nel caminetto e fece avvicinare Damiens fino al punto cha lo spaventevole calore del braciere gli riducesse la gamba a tutte una piaga. E poichè egli continuava a non parlare, il guardasigilli minacciò di farlo gettare nelle fiamme.

Il luogotenente di giustizia Leclere de Boillet, giunto in quel mentre, mise fine all'ignominiosa scena: egli rivendicò la sua competenza ad avviare l'istruttoria sopra un delitto commesso alla Corta, a reclamò il colpevole, che fu trasportato nella prigione della prevosteria a vi ricevette la visita del chirurgo del re. Damiens non poteva più reggersi in piedi; nondimeno nè abbattimento nè debolezza si manifestavano in quel corpo di ferro.
L' indomani, il luogotenente procedette agli interrogatori.
Impostogli di nominare i suoi complici, Damiens ripose che per il momento non aveva nulla da dire : se egli avesse nominato quelli che lo avevano spinto al delitto, tutto sarebbe finito. Si vollero avere spiegazioni sul preteso complotto cha minacciava il Delfino : egli disse che nulla sapeva di preciso : si trattava di una voce cha correva tra il popolo.

Il secondo interrogatorio fu la ripetizione esatta dal primo. Le stesse divagazioni in argomenti religiosi e politici; la stessa nebulosità quanto ai pretesi complici; e talvolta un tentativo di mettere a prezzo le sue confessioni. Avrebbe fatto rivelazioni se gli si fosse salvata la vita e gli si fossero date garanzie.
Prima dei terzo interrogatorio, un semplice graduato di polizia, Beola, giovanotto ambizioso edivorato dal desiderio di far fortuna, pretese di riuscire dov'erano fallita le tenaglie del signor Marchault e le pratiche del gran prevosto.
Gli si lasciò libertà d'agire, e in capo a ventiquattro ore egli consegnava una sconclusionata lettera del prigioniero diretta al re, dove non diceva nulla, ma che era seguita da una lista di sette personaggi dal Parlamento, contro i quali si chiedeva cha nulla fosse fatto.
Per quanto ambigue fossero quelle sette linee, esse miravano nientemeno che a far tagliare la testa alla sette personalità che Damiens indicava.

Fortunatamente, un esame approfondito fece riconoscere che si trattatva null'altro che di una piccola soverchieria del graduato Belot. Nel suo ardore di scovare i complici del regicidio, egli non aveva saputo ideare nulla di più ingegnoso che chiedere a Damiens se egli conoscesse per caso qualche consigliere dal Parlamento : e questi, che spesso si recava alla gran sala del palazzo di giustizia, aveva menzionato i nomi dei magistrati che più frequentementa vedeva.
Quando si presentò la lista a Damiens, agli si indignò con un tratto di penna cancellò la sua firma, fattagli mettere con inganno, a protestò che i sette parlamentari non c'entravano per niente nella congiura.

Il 17 gennaio fu fatto il trasporto del prigioniero a Parigi. Lo stato della sue gambe non permettendogli alcun movimento, egli fu posto sopra un materasso e portato in una carrozza a quattro cavalli. La scorta era grandiosa: sessanta granatieri dalla guardia comandati da quattro luogotenenti a tra sottotenenti custodivano la vettura, a forti distaccamenti perlustravano la via; una compagnia di svizzeri fiancheggiava la scorta, e un'altra compagnia formava la retroguardia. Il pesante corteo ci mise sei ore a percorrere la distanza da Versailles a Parigi. Giunto Damiens alla Conciergerie, fu chiuso nella torre di Montgommery entro la stessa cella che era stata occupata da Ravaillac.
Era una cella circolare, e il suo diametro non superava dodici piedi. L'aria e la luce del giorno vi penetravano, o meglio non vi penetravano, da un'apertura molto stretta praticata in un muro di quindici piedi di spessore, guarnito di doppio ordine di sbarre di ferro e coperto di carta oleata. L'aria circolava così difficilmente in quell'orribile pozzo che, per consiglio dei medici, si dovettero surrogare con bugie di cera le candele che vi si tenevano accese notte e giorno per non compromettere la salute del prigioniero.

Questi era chiuso in una specie di camiciola di forza che gli toglieva ogni libertà di movimento.
Egli era sdraiato sopra un tavolato coperto di pagliericcio, la testa dirimpetto alla porta; lo schienale di esso si alzava e s'abbassava per mezzo di un congegno quando, affranto dalla spaventevole tortura che si prolungò per cinquantasette giorni, il miserabile pregava i custodi di mutargli di posizione.
L'apparecchio che lo teneva fermo sul suo giaciglio consisteva in una specie di rete di solide cinghie, in cuoio di Ungheria, attaccate ad anelli di ferro infissi nel pavimento e nelle pareti. Egli era stretto alle spalle, ai polsi, alle cosce, alle gambe; non gli restava libero che il movimento di portar la mano alla bocca; una cinghia che partiva dall'anello infisso nel suolo stringeva tutti quei lacci e li saldava per così dire tra loro.
E non era tutto.

Dodici sergenti scelti del reggimento della guardia francese avevano ricevuta la missione di vigilare giorno e notte sul prigioniero. Ogni due ore, quattro di essi scendevano dalla loro stanza, situata sopra la cella, e venivano a prendere il loro posto al capezzale di Damiens; nessuno doveva uscire dalla Conciergerie prima della fine del processo.
Il medico e il chirurgo del Parlamento visitavano il regicida tre volte al giorno e ne davano ragguaglio al presidente del tribunale. Il chirurgo dormiva alla Conciergerie.
Un ufficiale della cucina del re era stato incaricato di preparare il cibo di Damiens; gli era proibito di fargli portar nulla senza averlo prima fatto mangiare ad alcuni animali.

IL PROCESSO

Il sensualissimo del re Luigi XV, l'egoismo che ne era la conseguenza, lo rendevano indifferente ai mali del suo popolo. Tuttavia egli non era crudele; il trattamento dei misero Damiens gli faceva orrore; egli ne parlò parecchie volte con disgusto; e nonostante il suo convincimento che l'attentato da lui commesso contro la sua sacra persona fosse il più mostruoso di tutti i delitti, egli si mostrava molto sollecito della salute del suo assassino. Pareva che egli si sentisse responsabile della vita di costui, fino a tanto che i giudici non avessero pronunciato la loro sentenza. Avendo saputo che Damiens deperiva a vista d'occhio, egli mandò il suo primo medico a visitarlo : e non tornò alla sua abituale indifferenza se non quando il medico ebbe ordinato che, a sollievo del prigioniero, gli si facesse fare un po' d'esercizio nella sua cella.

Il processo si trascinò con lentezza. Diciotto persone furono arrestate e tratte in causa come possibili complici dell'assassino; otto per aver tenuto discorsi che facevano supporre avessero cognizione d'un complotto contro la vita del re. Ma ogni ricerca in questo senso era inutile il complotto svaniva, e gli arrestati risultavano innocenti.
I nuovi interrogatori di Damiens non fecero che confermare la debolezza del suo cervello. Davanti alla Camera della Tournelle, dove egli comparve il 17 marzo, egli tenne sempre lo stesso linguaggio. Voleva dare soltanto un avvertimento al re; ammonirlo a licenziare i suoi ministri, che erano i soli colpevoli. Negava di aver complici; si poteva frugare in tutta la terra e non si sarebbero trovati. A volta riprendeva il suo tono di fanatico, ma senza trovare gli accenti che persuadessero della forza di un sentimento sincero.

Il sabato 26 marzo l'alta camera si radunò. I principi del sangue, i duchi e i pari, i presidenti, i consiglieri e i procuratori sedevano ai loro posti.
Damiens non mostrò alcun turbamento dinanzi a così solenne assemblea; pareva che l'importanza assunta dalla sua persona gli infondesse una singolare presenza di spirito.
Dopo alcune domande, il presidente Pasquìer lo esortò a menzionare i suoi complici.
Damiens gli rispose:
-- Voi parlate bene, signor Pasquier; ma come è vero che io sono davanti al Crocifisso, non ho nulla da confessarvi.
Allora si diede lettura della conclusioni del procuratore generale; esse chiedevano che Damiens fossa condannato alla pena dai regicidi a subisse preventivamente la tortura.
Alla sette, la corte pronunziò la seguente sentenza
« La Corte dichiara Roberto Francesco Damiens debitamente incolpato e convinto dal crimine di lesa maestà divina ed umana, per il molto perfido, molto abominevole e molto detestabile parricidio commesso sulla persona del re; e per riparazione, condanna il detto Damiens a fare ammenda onorevole davanti alla principale porta della chiesa di Parigi, dove sarà condotto mediante carro, nudo, in camicia; tenendo un cero ardente dal peso di due libbra; e ivi giunto, a dire in ginocchio la dichiarazione che con malvagità e premeditazione agli ha commesso il suddetto molto perfido, molto abominevole a molto detestabile parricidio, ferendo il re al suo fianco destro; di che egli si pente, domanda perdono a Dio, al re, e alla giustizia; dopo di che egli sia condotto col detto carro alla piazza di Grève, a sopra un patibolo che vi sarà eretto, sia attanagliato alle mammella, alla braccia, alle coscia e ai polpacci; la sua mano destra, messovi il coltello con cui egli ha commesso il detto parricidio, sia bruciata a fuoco di zolfo; a sulla parti dove egli sarà attanagliato, sia gettato piombo fuso, olio bollente a pace resinosa rovente e cera a zolfo fusi insieme; ein seguito il suo corpo sia tirato e smembrato da quattro cavalli, e membra e corpo siano consumati al fuoco, ridotti in cenere a gettati al vento. La Corta dichiara i suoi beni, mobili e immobili, in qualsivoglia luogo abbiano a trovarsi, confiscati in noma dal re. Ordina che prima della detta esecuzione, il detto Damiens sia assoggettato alla tortura ordinaria e straordinaria par aver rivelazione dai suoi complici. Ordina che la casa dov'egli è nato sia demolita, senza che su quel fondo possa innalzarsi in avvenire un altro fabbricato. Dichiara la contumacia bene a valevolmente istruita contro il "quidani" d'età dai trentacinque ai quarant'anni, statura di cinque piedi al massimo, capelli chiusi in borsa, portante un vestito bruno abbastanza usato e un cappello moscio sulla testa. » Fatto in Parlamento, radunata la grande Camera, il 26 marzo 1757. RICHARD

LO SQUARTAMENTO

L'esecuzione di Damiens, che io sto per raccontare, riproduce ciò che la penalità dal Medio Evo aveva di più esecrando, ma essa ne chiude l'applicazione.
Quelle invenzioni infernali, mercè le quali l'uomo sdegnando di uccidere, distillava a goccia a goccia il sangue e le angosce di un miserabile, dopo Damians non si ripeteranno più. La ruota ostenterà par qualche tempo ancora i corpi sussultanti spezzati dalla barra dell'esecutore, ma già si avvicinano i tempi in cui la società, senza incrudelire, si contenterà di sopprimere quelli che rappresentano per essa un pericolo.

L'esecuzione di Damiens, essendo Carlo Battista Sanson tenuto a letto dalla paralisi, fu affidata a suo fratello
Gabriele Sanson, esecutore agli ordini dei prevosto di corte, il quale volle schernirsene, ma non riuscì. Fu lui che acquistò i quattro cavalli necessari; li pagò 432 lire, somma per quei tempi ragguardevole. Ma egli era così impressionato che all'avvicinarsi del processo ammalò e si pose a letto. Il procuratore generale lo chiamò e gli diede una lavata di capo per la sua pusillanimità. Egli parlava di rinunciare al suo ufficio, quando trovò un vecchio torturatore che s'incaricò dell'attanagliamento, supplizio non più usato dopo l'esecuzione di Ravaillac.

Il patibolo fu eretto nella notte del 21. Il lunedì 28, alle sette del mattino, Gabriele Sanson, suo nipote Carlo Enrico Sanson, figlio di Giambattista, e i loro aiutanti, scesero in Piazza di Grève per assicurarsi che tutti i preparativi fossero stati eseguiti secondo gli ordini della Corte. Di là si recarono alla Conciergerie, dov'erano attesi dal torturatore. Poco dopo giunse il cancelliere della Corte, Lebréton, con due uscieri. Poichè la cella di Damiens era troppo stretta per contener tanta gente, fu deciso che la sentenza sarebbe stata letta al condannato in una sala del pianoterra.
Damiens fu tratto fuori dalla sua cella, e gli arcieri lo portarono in una specie di sacco di cuoio color camoscio, che si chiudeva al collo, non lasciando passare che la testa. Lo si sbarazzò di quell'involucro e, ordinatogli d'inginocchiarsi, il cancelliere gli lesse la sentenza.

Egli ascoltò con singolare attenzione tutti i particolari della sentenza. Il suo viso era giallo come cera; la luce del giorno sembrava stancargli la vista; le sue palpebre s'aprivano e si chiudevano con una specie di movimento convulsivo, ma i suoi occhi nulla avevano perduto del loro splendore.
Quando la lettura fu finita, Damiens fece segno agli arcieri di aiutarlo ad alzarsi, poiché soffriva ancora delle ferite alle gambe. Egli mormorò più volte - Mio Dio! Mio Dio! Mio Dio!

Gabriele Sanson si avvicinò a lui e gli pose una mano sulla spalla. Damiens trasalì e lo guardò con un' aria smarrita; ma in quel momento entrò il curato di San Paolo, e la fisionomia del regicida si rifece calma e sorridente.
Il confessore pregò gli astanti di farsi da parte, ed egli e il condannato rimasero in mezzo alla sala, tutti e due in piedi. Il prete parlava a voce bassa, e Damiens pregava. Pure, a volte, la sua fisionomia diveniva selvaggia, il suo corpo sussultava nervosamente egli si mordeva le labbra con una sorta di rabbia. Allora il prete gli parlava con maggior vivacità, e si vedeva il condannato tranquillarsi a poco a poco.
Il curato non poteva assistere alla tortura, e si ritirò a pregare nella cappella della Conciergerie.
Si propose a Damiens di prendere qualche alimento; c'era lì un ufficiale di cucina con un paniere. Egli esitò un istante, osservò con attenzione quei cibi, poi disse scuotendo il capo:
- A che scopo? Date queste cose ai poveri; almeno serviranno a qualche cosa.
E poichè gli si faceva osservare che aveva bisogno di tutte le sue forze in una giornata così terribile, egli replicò con un accento smarrito e che mal si accordava con le sue parole :
- La mia forza è in Dio! La mia forza è in Dio!

Si riuscì nondimeno a fargli bere un po' di vino. L'ufficiale di cucina bevve prima lui e gli presentò il calice; ma Damiens non potè ingoiare più di un sorso.
Allora, rimesso il prigioniero nella sua amaca, lo si portò nella stanza della tortura, dove già si trovavano i Commissari. Egli prestò il solito giuramento di dire la verità, e subì un ultimo interrogatorio sul banco.
Quest' interrogatorio durò un'ora e mezza.
Egli rispondeva con sufficiente calma alle domande; ma negli intervalli dava segno di estrema agitazione. Si dimenava sul banco, i suoi occhi roteavano nell'orbita, continuamente egli cercava di guardare dalla parte dove si trovavano gli esecutori e i loro aiutanti.
Alfine i giudici-commissari si alzarono e gli annunziarono che, poichè non aveva confessato nulla, lo si sarebbe messo alla tortura.

Gli esecutori lo circondarono, e il torturatore del Parlamento gli mise gli stivaletti, serrandone la corda con più forza che d'ordinario non si facesse.
Il dolore fu acuto. Damiens gettò grida spaventose: il suo viso divenne livido, la sua testa si rovesciò indietro, egli parve svenire.
I chirurghi gli si avvicinarono, gli tastarono il polso, e dichiararono che quello svenimento non aveva nulla di grave.
Damiens riaperse gli occhi, chiese da bere : gli si offerse un bicchiere d'acqua, ma egli domandò vino, dicendo con una voce tremula ed anelante, che la sua energia se ne andava.
Carlo Enrico Sanson l'aiutò a portare il bicchiere alle labbra; quando egli ebbe bevuto, cacciò un profondo sospiro e, chiudendo gli occhi, mormorò qualche preghiera. Il cancelliere, gli uscieri, gli esecutori, gli aiutanti lo circondavano; due giudici si erano levati dalle poltrone e passeggiavano per la stanza; il presidente Molè era pallidissimo, e si vedeva tremare una penna che egli teneva in mano.
Dopo mezz'ora, la tortura fu ripresa.

Fremy, il torturatore, infisse il primo cuneo.
Le grida di Damiens ricominciarono : erano così acute e insistenti che il presidente non riusciva a rivolgergli le domande d'uso. Alfine, tra urla, imprecazioni e preghiere uscenti confusamente dalla sua bocca, egli accusò un certo Gautier, uomo d'affari d' un consigliere al Parlamento, Lemaitre de Ferrière, di averlo spinto al delitto.
Fu dato immediatamente l'ordine di arrestare entrambi.
Le sofferenze di Damiens non cessavano. Al quarto cuneo egli domandò grazia, e implorò più volte: - Signori! Signori!
Gautier e Lemaitre frattanto erano arrivati: li si confrontò con Damiens, e questi non solo non potè indicare dove avesse veduto colui che incolpava, ma ritrattò quasi subito tutto quanto la tortura gli aveva strappato.
I tormenti furono ripresi, e gli si applicò il primo cuneo straordinario.
Dopo l'ottavo cuneo, che era l'ultimo anche degli straordinari, i chirurghi dichiararono che egli non poteva sopportare di più. La tortura era durata due ore e un quarto.
I giudici si levarono con una premura che palesava essere anche le loro forze giunte all'estremo. Il torturatore tolse gli stivaletti. Damiens cercò di sollevare le sue gambe piagate e fracassate. Non potendo riuscirvi, si sporse innanzi e le guardò per qualche istante con una specie di doloroso intenerimento.

Egli fu portato alla cappella della Conciergerie, e vi trovò il curato di San Paolo e un altro sacerdote. Carlo Enrico Sanson e due addetti rimasero presso di lui e si incaricarono di condurlo sul luogo del supplizio, mentre Gabriele Sanson, coi suoi uomini, andò ad assicurarsi che tutto fosse stato ben preparato.
Arrivando sul patibolo, Gabriele Sanson si accorse subito che il vecchio torturatore, il quale s'era incaricato di provvedere a tutto, era ubriaco e incapace di fungere il suo uffizio. Preso da un violento sospetto, egli domandò di vedere il piombo, lo solfo, la cera, la pece : tutto mancava; perfino il rogo, che doveva bruciare i resti del condannato, era una catasta di legna umida e disadatta, che si sarebbe accesa solo con gran difficoltà.
Pensando alle conseguenze dell'ubbriachezza del torturatore, Gabriele Sanson perdette la testa. Per qualche momento, il patibolo offrì lo spettacolo d'una confusione inesprimibile; gli aiutanti andavano e venivano spaventati, tutti gridavano in una volta, e il disgraziato esecutore di corte malediceva la terribile responsabilità che s'era assorta.

L'arrivo del luogotenente delle guardie, la presenza del procuratore generale, misero fine a quel disordine. Il magistrato rimproverò Gabriele severamente, e gli inflisse quindici giorni di carcere per negligenza; poi gli comandò di andar a sostituire mio nonno Carlo Enrico alla cappella. Questi, benchè non avesse che diciassette anni, gli ispirava più fiducia che l'esecutore di corte.
Frattanto, gli addetti si recavano dai droghieri dei dintorni per provvedersi del necessario : la folla li seguiva in tutte le botteghe dove si presentavano erano segnalata per quello che essi erano, e i negozianti si rifiutavano di vendere loro l'occorrente e pretendevano di non averlo. Bisognò che il luogotenente delle guardie li facesse accompagnare da un caporale, che faceva le richieste in nome del re.
Questa scena si prolungò tanto che tutto non era ancora pronto quando il paziente, dopo tre ore di preghiera nella cappella, arrivò sulla piazza di Greve. Lo si dovette far sedere sopra uno dei gradini del patibolo, mentre sotto i suoi occhi si procedeva alle ultime disposizioni per la sua morte.
Egli aveva pianto nella carretta; ma aveva ricuperato ora la sua fermezza, e volgeva sulla folla uno sguardo sicuro. Chiese di parlare ai commissari; lo si portò all'Hòtel-de-Ville; egli si rivolse al signor Pasquier, e lo pregò di proteggere sua moglie e sua figlia. Ritrattò ancora una volta l'accusa portata contro il Gautier, e giurò sulla salute della sua anima che solo aveva concepito l'attentato e solo lo aveva eseguito.

Alle cinque del pomeriggio egli ridiscese sulla piazza e lo si portò sul patibolo.
La pentola dove bruciava lo solfo, misto con carboni ardenti, riempiva l'atmosfera dei suoi acri vapori; Damiens tossì parecchie volte; poi, mentre gli attendenti lo legavano sulla piattaforma, egli guardò la sua mano destra con quella stessa espressione di tristezza che era apparsa sul suo volto quando aveva guardato le sue gambe dopo la tortura; egli mormorò qualche brano delle litanie; e disse due volte :
- Che cosa ho fatto? Che cosa ho fatto''.

Il braccio fu fissato solidamente sopra una sbarra, in modo che il polso sorpassasse il margine della piattaforma. Gabriele Sanson avvicinò il braciere. Quando Damiens sentì la fiamma azzurrasti mordere la sua carne, egli cacciò un grido spaventoso, e si divincolò fra i ceppi. Passato il primo dolore, rialzò la testa, e guardò bruciare la sua mano senza alta manifestazione di dolore che l'arrossamento dei denti, che si sentivano scricchiolare.
Quella prima parte del supplizio durò tre minuti.
Carlo Enrico Sanson aveva veduto la pentola vacillare fra le mani di suo zio. Dal sudore che gli bagnava il viso, dal pallore quasi simile a quello del condannato, dal brivido delle sue membra, egli comprese che questi non avrebbe potuto applicare le tenaglie. Uno degli attendenti, Andrea Legris, accettò di farlo verso promessa di cento lire.

Egli incominciò a far passare il suo spaventevole strumento sulle braccia, sul petto e sulle cosce del paziente; a ogni morso, l'orribile mascella di ferro strappava un brandello di carni palpitanti, e Legris versava nella piaga boccheggiante talvolta l'olio bollente, talvolta la resina infiammata, il solfo in fusione, o il piombo fuso che gli presentavano gli altri attendenti.
Si vide allora qualche cosa che la lingua è impossente a scrivere, che lo spirito può appena concepire, qualche cosa che non ha confronto se non nell'inferno e che io chiamerò l'ubriachezza del dolore.
Damiens, con gli occhi smisuratamente fuori dalle orbite, i capelli irti, il labbro contratto, stimolava i tormentatori, sfidava le loro torture, provocava nuove sofferenze. Quando le sue carni stridevano al contatto dei liquidi infiammati, la sua voce si mescolava a quell'odioso friggere, e quella voce, che non aveva più nulla di umano urlava :
- Ancora! ancora! ancora!

Si fece scendere Damiens dalla piattaforma, lo si collocò sopra un cavalletto alto tre piedi in forma di croce di Sant'Andrea; poi si legarono le redini d'un cavallo a ciascuno dei suoi arti.
Durante tali preparativi, il disgraziato tenne ostinatamente le palpebre chiuse. Il curato di San Paolo, che non l'aveva mai abbandonato, gli si avvicinò ancora e gli parlò: egli fece segno che sentiva, ma non aprì gli occhi. Di quando in quando, gridava :
- Gesù! Maria! A me, a me! - come se avesse invocato d'essere strappato al più presto ai suoi carnefici.
Un aiutante aveva afferrato le redini di ogni cavallo.. un altro s'era collocato dietro a ciascuno dei quattro animali, con una frusta in mano. Carlo Enrico Sanson stava sul patibolo, comandando tutti i suoi uomini.
A un suo cenno, l'orribile quadriga si slanciò innanzi. Lo sforzo fu formidabile, giacchè uno dei cavalli cadde a terra. Tuttavia i muscoli e i nervi della macchina umana avevano resistito alla scossa spaventosa.
Tre volte i cavalli, stimolati dalle grida, dalle frustate, tirarono a tutta forza, e tre volte la resistenza li ricondusse indietro.
Si notò solo che le, braccia e le gambe del paziente si erano smisuratamente allungate; ma egli viveva ancora, e si sentiva il suono della sua respirazione, stridente come l'ansare di un mantice da officina.

Gli esecutori erano costernati; il curato di San Paolo era svenuto; un cancelliere nascondeva il viso nella toga, e si sentiva correre nella folla il sordo mormorio precursore degli uragani.
Allora il chirurgo Boyer, slanciatosi verso l'Hotel-deVille e fatto sapere ai giudici commissari che lo smembramento non si sarebbe prodotto se non si fosse venuti in aiuto ai cavalli con l'amputazione dei grossi fasci nervosi, ottenne da loro l'autorizzazione necessaria.
Un coltellaccio non c'era; Andrea Legris si decise a praticare con la scure le incisioni necessarie alle ascelle e alle giunture delle cosce del miserabile.
Quasi subito i cavalli si misero in moto; una coscia si distaccò per prima, poi l'altra, poi un braccio.
Damiens respirava ancora.

Alfine, nel momento che i cavalli s'irrigidivano trattenuti dal solo arto che gli restasse, le sue palpebre si sollevarono, i suoi occhi si volsero al cielo : quel tronco informe trovò la morte.
Quando gli attendenti staccarono i suoi tristi avanzi dalla croce di Sant'Andrea per gettarli nelle fiamme, si notò che i capelli del paziente, ancora neri quando era giunto sulla piazza di Grève, erano bianchi come neve.
Questo fu il supplizio di Damiens.

Errore enorme dei governanti infliggere a una società incivilita una specie di complicità passiva in orrori che ripugnavano ai suoi costumi ed ai suoi sentimenti. Bisogna però soggiungere che sul pubblico viziato e snervato dei tempi la morte di Damiens non suscitò l' impressione profonda che oggi suscita in noi. Quegli che dell'anacronismo odioso si afflisse più vivamente fu re Luigi XV. Quando gli raccontarono ciò che era avvenuto in piazza di Grave, egli diede in grida di dolore, si ritirò nei suoi appartamenti e si gettò sul letto piangendo come un fanciullo.

LA MORTE DEI GENTILUOMINI


Il 6 maggio 1766, le camere del Parlamento riunite in corte di giustizia, pronunciavano una sentenza che condannava Tomaso Arturo de Lally-Tollendal, luogotenente generale e comandante le forze francesi nelle Indie orientali, alla pena di morte "per avere tradito gli interessi del re. »
Era una sentenza iniqua; il tradimento non esisteva che nell' immaginazione dei nemici del vecchio generale; ma l'opinione pubblica, che più tardi doveva associarsi con ardore alla sua riabilitazione, in quel momento acconsentiva alla sua condanna.
Il conte di Lally-Tollendal aveva conosciuto per caso Giambattista Sanson nella sua giovinezza ed era intervenuto alle sue nozze. In quell'occasione gli si era mostrata la grande spada con la quale si decapitavano i gentiluomini. Il giovane conte l'aveva considerata per un certo tempo in silenzio; poi l'aveva maneggiata con un vigore e una destrezza straordinaria, e aveva chiesto al suo ospite se, con quell'arma, si era certi d'abbattere una testa d'un colpo solo.

Giambattista Sanson aveva risposto di sì; e ridendo aveva soggiunto che se mai lo tentasse la sorte dei signori di Boutteville, de Cinq-Mars e di Rohan, poichè egli non lasciava ai suoi aiutanti la decapitazione dei gentiluomini, gli prometteva fin d'ora di non farlo languire e di non sollevare la spada due volte.
Giambattista Sanson, benchè a lungo colpito da paralisi e ridotto dalla malattia a precoce vecchiezza, avrebbe voluto ora mantenere la promessa. Suo figlio Carlo Enrico ebbe molto da fare per dissuaderlo dalla sua risoluzione. Giambattista non si arrese che a condizione d'essere sostituito da suo figlio, e volle presiedere personalmente all'esecuzione.

Il conte Lally era strettamente legato ed imbavagliato, causa le sue furiose proteste. Carlo-Enrico stava per dare ai suoi uomini l'ordine di prendere il paziente e di portarlo a braccia, quando suo padre intervenne, dicendo che egli solo aveva il diritto di comandare quando era lì. Egli s'inginocchiò dinanzi al conte, e ordinò agli aiutanti di allentare quei vincoli troppo stretti. Gli occhi del conte si volsero verso il vecchio esecutore; egli lo riconobbe, e un sorriso passò nel suo sguardo. Da quel momento, egli riacquistò la calma e la serenità d'un soldato sul campo di battaglia.
Quando furono sul palco, Lally fece segno a Carlo Enrico di avvicinarsi.
- Giovanotto - egli disse - toglietemi queste corde.
- Signor conte, esse devono servire a tenervi le mani legate dietro la schiena!
- Che bisogno c'è di tenermi le mani legate per tagliarmi la testa?
- Signor conte, è l'uso.
- Ebbene, se è l'uso, toglietemi questo panciotto e datelo a vostro padre. È il regalo di nozze che mi son dimenticato di fargli a suo tempo.
Carlo Enrico obbedì : il panciotto era tagliato in una ammirabile stoffa indiana, e lo si è poi conservato a lungo nella mia famiglia. Dopo quel legato solenne, il conte disse con voce ferma, ma con un'animazione febbrile
- Ed ora, colpite!
Carlo Enrico Sanson brandì la spada e menò un colpo sulla nuca del vecchio; ma la lama deviò sulla massa dei capelli, che erano stati rialzati e non tagliati, e strisciando non fece che intaccare la mascella.
Il colpo però era stato portato con tanta forza che Lally fu rovesciato a terra; ma quasi istantaneamente egli si rialzò e i suoi occhi fiammeggianti si fissarono su Giambattista Sanson, con un'espressione corrucciata d' indignazione e di rimprovero.
Il vecchio esecutore, a quella vista, si slanciò verso suo figlio, e sentendosi ad un tratto una vigoria insolita, gli strappò l'arma rigata di sangue. Essa fischiò nell'aria, e prima che il grido d'orrore e di maledizione scoppiato nella folla fosse taciuto, la testa di Lally era rotolata sul patibolo.

Era l' ultima volta -che Giambattista maneggiava l'arma fatale. Spossato dallo sforzo, egli cadde fra le braccia di suo figlio. Da allora in poi, egli andò indebolendosi costantemente, e poca attenzione egli prestò alle cose della sua professione. Dal matrimonio suo con Maddalena Frouson, egli aveva avuto dieci figli; sette erano maschi e furono votati alla sinistra professione dei loro padri. L'uno fungeva a Reims, l'altro a Orleans, gli altri a Meaux, a Etampes, a Soissons, a Montpellier. Quando talune solennità di famiglia riuniva alla tavola del padre tutti quei figli, sparsi sui vari punti del regno, la festa di famiglia aveva un singolare aspetto patriarcale. Il posto d'onore era tenuto dalla nonna, Marta Dubut, che visse vecchissima, e dirimpetto a lei stava suo figlio, a cui la paralisi dava una certa maestà immobile e taciturna. In quelle riunioni gli invitati e soprattutto i domestici, incerti talvolta sui vari prenomi dei figli di Giambattista, incominciarono a designarli coi nomi delle loro sedi, e dissero « monsieur de Reims », « monsieur de Soissons », « monsieur d'Orleans » : denominazioni che sono poi rimaste per la nostra professione, benchè non abbiano altra origine.

Il più vecchio, Carlo Enrico Sanson. « monsieur de Paris », era incontrastabilmente nella numerosa famiglia il meglio dotato moralmente e fisicamente. Bello, ben messo, elegante, egli era anche intelligentissimo e aveva avuto un'ottima educazione. II lusso dei suoi costumi aveva attirato così tanto l'attenzione che, con atto alquanto arbitrario, si credette di proibirgli di vestire d'azzurro sotto pretesto che era il colore dei gentiluomini. Allora egli adottò il verde, e lo mise alla moda; il marchese di Létorières e i più eleganti uomini di corte, imitando colore e taglio dei suoi vestiti, incominciarono a portare dei « vestiti alla Sanson ».

Carlo Enrico Sanson, mio nonno, tracciò la parte più curiosa e più regolarmente continuata di queste Memorie. Ma prima di svolgere le copiose note che egli ha lasciato sui tempi della Rivoluzione, ricorderò che poco dopo il supplizio dei conte di Lally-Tollendal, la spada del giustiziere dovette uscire una seconda volta dal fodero, per far cadere un'altra testa di gentiluomo.
Verso la fine di giugno del 1766, Carlo Enrico Sanson riceveva l'ordine di recarsi immediatamente ad Abbeville, per l'esecuzione capitale del giovane cavaliere de la Barre, condannato da quel tribunale a esser decapitato e quindi bruciato per aver cantato abominevoli canzoni contro la Vergine e i Santi. Egli non aveva che vent'anni; gli avvocati più distinti del foro parigino avevano qualificato mostruosa la procedura seguita; tutti credevano che il re non si sarebbe lasciato sfuggire l'occasione di esercitare il diritto di grazia.

Invece il ricorso fu respinto. E appena egli fu arrivato ad Abbeville, Carlo Enrico Sanson fu avvertito che il prigioniero desiderava vederlo. La prima volta egli aveva risposto :
- Dite al signor de la Barre che domani potrà vedermi anche troppo. - Ma poi s'arrese ed andò.
Il signor de la Barre aveva vent'anni; il suo viso imberbe, i suoi tratti funi, regolari e di bellezza un po' femminea, lo facevano apparire anche più giovane. Egli guardò l'esecutore sorridendo, e gli disse con straordinaria calma
- Perdonatemi d'avervi disturbato. La prospettiva del gran sonno che m'aspetta per vostra mano mi ha reso egoista. Siete voi, è vero, che avete decapitato il conte di Lally Tollendal?
La domanda era fatta con tanta semplicità e disinvoltura che il mio avo, costernato, non potè nascondere il suo turbamento.
-- L'avete crudelmente sfregiato - riprese il signor de la Barre. - Vi confesso, che nella morte, è questa l'unica cosa che mi spaventa. Sono stato sempre un po' vano e non mi rassegno all'idea che la mia povera testa faccia orrore a vederla.
---
Carlo Enrico gli rispose che dell'accidente avvenuto al conte di Lally conveniva accusare non tanto la poca destrezza dell'esecutore quanto la violenta agitazione dei condannato. La decapitazione, egli soggiunse, era il supplizio dei gentiluomini perchè, a subirlo, era necessario che il paziente facesse atto di fermezza : il coraggio della vittima vi era tanto necessario quanto il vigore e l'abilità di chi maneggiava la spada. Gli disse ancora che egli dimostrava tanta impavidità a parlare dell'atto da permettergli di assicurarlo che ogni inutile sofferenza gli sarebbe risparmiata e che la sua testa non subirebbe alcuna delle temute mutilazioni.

Il 1° luglio, il funebre corteo, alle nove del mattino, si mise in moto. Il signor de la Barre portava sul petto una scritta su cui si leggevano in grandi lettere queste parole: Empio, bestemmiatore, abominevole ed esecrabile sacrilego. Da una parte aveva il confessore; dall'altra stava per mettersi il luogotenente criminale : egli ebbe un segno impercettibile di malumore, e chiamò il mio avo a mettersi a quel posto.
- E meglio così - disse -; fra il medico dell'anima e il medico del corpo, che male mi può cogliere?
Arrivati davanti al patibolo, il mio avo fece segno ai quattro aiutanti di avvicinarsi e di dargli la spada delle decollazioni.
Il cavaliere volle vederla, passò il dito sul taglio, e dopo essersi assicurato che era di fine tempra e affilata di fresco disse a Carlo Enrico Sanson
- Andiamo, maestro, colpite con mano sicura; voi vedete, io non tremo.
Il mio avo fissò sul giovane uno sguardo stupefatto :
-- Ma, signor cavaliere, le usanze esigono che voi vi mettiate in ginocchio.
- Le usanze avranno torto questa volta: i colpevoli si inginocchiano. Io ho rifiutato di fare l'ammenda onorevole, e aspetterò la morte in piedi.
Carlo Enrico Sanson, interdetto, non sapeva che fare.
- Colpite, dunque - ripetè il cavaliere con una voce leggermente alterata.

Allora avvenne una cosa abbastanza sorprendente per essere qui notata. Il mio avo fece volare la spada con tanta precisione e vigore che essa tagliò netto il nodo della colonna vertebrale e attraversò il collo senza far cadere la testa, che rimase sul corpo la durata di un secondo. Solo quando il corpo si abbattè, essa si staccò e venne a cadere ai piedi degli spettatori di quell'esecuzione stupefacente.
La cronaca e la leggenda si sono impadronite di questo caso strano, e vi hanno costrutto ogni sorta di storie in prosa e in versi. Uno di questi poco scrupolosi storiografi pretende che il mio avo, glorioso della sua perizia, si fosse voltato verso gli astanti, dicendo
-- Non è vero che questo è un bel colpo?

Devo all'onore della nostra sinistra corporazione e alla memoria del mio avo il dare una smentita a queste odiose parole, che avrebbero insozzato anche labbra di carnefice. Se la storia cita esempi di mostri crudeli per istinto e sanguinari per amore del sangue, essi non sono tra le nostre file.
Lo spiritoso autore delle "Petite Causes célèbres du jour" racconta pure il fatto, ma senza menzionare i personaggi e dandovi un tono umoristico
« Sotto Luigi XI e Luigi XIII - egli dice - i giustizieri avevano fatto del loro mestiere un'arte delle più difficili, una scienza delle più raffinate. Uno di essi spingeva la destrezza a tal segno da rendere quasi verosimile il seguente racconto patibolare « Un gentiluomo che egli doveva decapitare gli raccomandò di non colpirlo che quando egli desse il segnale. « Stabilite così le cose, si procede all'esecuzione. « Il gentiluomo ripete il segnale, credendo che l'esecutore non vi abbia fatto attenzione. A che il boia risponde:
« -- È fatto, monsignore, datevi una scossa.
« E difatti, il gentiluomo essendosi scosso, la testa cadde. »
Mi si è affermato poi che alcunché di simile s'era veduto qualche volta in Africa. dove gli arabi avevano eccellenti yalagani e si mostravano nel supplizio della decollazione, da loro molto usato, abilissimi.

AL LIBRO QUINTO - L'AUTO DA FE' DI VERSAILLES > >

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