-------------------------------------- STORIA UNIVERSALE --------------------------------------

31. ASSOGGETTAMENTO DELL'ITALIA - FINE LOTTA PATRIZI-PLEBEI


Pirro

Già Appio Claudio, il censore del 310 a. C., aveva posto mano all'opera di collegamento del mezzogiorno d'Italia con Roma, iniziando, la costruzione della via Appia, la quale all'inizio unì Roma con la Campania, con Capua.
Dopo la grande guerra sannitica i Romani inoltre con un sistema di fortificazioni che andavano da Sora alla valle di Aterno posero una muraglia tra il mezzogiorno d'Italia ed il nord e si assicurarono così la via verso l'Apulia. Questa misura cautelare era necessaria perché da parte dei Sanniti la guerra era stata condotta con tale furore che era da prevedersi si sarebbe nuovamente riaccesa, e infatti con il coraggio indomito della disperazione i Sanniti si risollevarono nel 298 e nel tempo stesso si scatenarono anche gli Etruschi senza peraltro ottenere risultati di sorta.

Se non che i Sanniti, per quanto anch'essi non fossero riusciti a tener testa al console del 298, L. Cornelio Scipione Barbato, offrirono tuttavia aiuti diretti agli Etruschi per distoglierli dal fare la pace con Roma e ruppero le linee di fortificazioni dell'Italia centrale. E dagli Etruschi si lasciarono trascinare ora alla guerra contro Roma anche i Galli, che dal 338 erano rimasti tranquilli, ma nell'anno 299 eran tornati a mettersi in agitazione.
Nel 295 pertanto si presentarono nell'Umbria Sanniti, Etruschi e Galli e sconfissero i Romani a Camerino, ma non furono in grado, benché vincitori, di continuare a tenere il campo e si ritirarono verso nord, dove pochi giorni dopo furono sconfitti dai Romani presso Sentino; in questa battaglia il console P. Decio Mure votò se stesso alla morte.

A quel punto, subito dopo, nell'anno 294 gli Etruschi si videro costretti a far pace con Roma, ed il teatro della guerra si spostò nuovamente verso mezzogiorno, dove nell'anno 290, dopo un avvicendarsi di alcune fortune dalle due parti, le sorti della guerra volsero decisamente a favore dei Romani che posero fine al conflitto con una effimera pace.

Infatti il Sannio subito dopo fu completamente accerchiato di fortezze romane, la via Appia venne prolungata e sul mare Adriatico, nel Piceno, fu fondata la colonia di Atria. Una nuova invasione dei Galli in Etruria poi diede inizio, dopo una vittoria ottenuta sui Senoni, all'occupazione diretta del paese dei Senoni sull'Adriatico ed alla fondazione della colonia di cittadini romani di Sena Gallica, Senigallia.
Spaventati dall'avvenuta espulsione dei Senoni dal loro territorio, entrarono in agitazione i Galli Boj di Bononia e si collegarono con gli Etruschi, ma furono vinti nel 284 dai Romani al lago Vadimone, e dopo una seconda sconfitta conclusero anch'essi nell'anno seguente la pace con i Romani. Allo stato delle cose i Galli ritennero vano continuare nella lotta con i Romani e perciò si volsero verso la penisola balcanica ove fecero la loro comparsa dinanzi alle Termopili e fin sotto Delfi.

Nel frattempo nel mezzogiorno i Lucani avevano proseguito a compiere le loro scorrerie contro le città greche, ma i Romani che avevano lasciato ad essi libertà d'azione fino a quando la loro amicizia aveva presentato una utilità con i Sanniti, ora che non erano più legati da una simile considerazione recarono aiuto a Turi contro Lucani e Bruzi. Il console C. Fabricio Luscino (il monoculo) sconfisse nel 282 i Lucani ed occupò Turi; anche Crotone presso il promontorio Lacinio e la epizefirica Locri accolsero presidii romani.
Anzi i Romani pervennero sino al Faro di Messina; Reggio si credette un momento minacciata dai Lucani, poi anche dai Cartaginesi, e perciò implorò l'aiuto dei Romani, che posero nella città un presidio agli ordini del campano Decio.

Come si vede, Roma aveva soggiogato il mezzogiorno d'Italia, o per lo meno l'aveva vincolato ai propri interessi; restava la sola Taranto.

Taranto, la più potente città commerciale greca, si era sempre trovata esposta agli attacchi delle popolazioni italiche vicine e si era difesa con l'aiuto di mercenari assoldati nella madrepatria ellenica. Così i Tarentini negli ultimi anni di regno di re Filippo avevano chiamato in Italia il re spartano Archidamo, e poco dopo il re epirota Alessandro il Molosso, fratello di Olimpia, zio e cognato di Alessandro Magno; e immediatamente prima della grande guerra sannitica avevano preso al loro servizio contro i Lucani il condottiero di mercenari lacedemone Cleonimo.
Ora però tutte queste popolazioni italiche erano sottomesse a Roma ed i Tarentini si eran visti sorgere accanto nei Romani un vicino di ben altra potenza. Se i Romani con un trattato avevano riconosciuto ai Tarentini l'esclusivo dominio del golfo di Taranto, nel senso che si erano obbligati a non oltrepassare con navi da guerra il promontorio Lacinio a sud di Crotone, è a ritenersi che essi non abbiano potuto concludere un simile trattato se non in un tempo nel quale non avevano ancora interessi propri e diretti da salvaguardare nell'Adriatico, vale a dire prima della fondazione di Atria e Senigallia; più tardi è impossibile credere che si sarebbero indotti a fare una concessione di quel genere. E tutto fa credere che essi non si ricordassero nemmeno dell'esistenza del trattato quando lo violarono; altrimenti, oltrepassando, come fecero, con le loro navi il Capo Lacinio, non sarebbero andati a gettar l'àncora proprio nel golfo di
Taranto.

Ma la gelosia dei Tarentini, la plebe e la democrazia, presero questa occasione per venire a rottura con Roma, e siccome Taranto non era in grado di difendersi da sé, però aveva denaro ed era disposta a spenderlo, così volle accaparrarsi l'aiuto del primo generale dell'epoca, e chiamò dalla Grecia il re Pirro d'Epiro. (di lui abbiamo già accennato qualcosa nelle ultime pagine della Grecia)

Come Demetrio Poliorcete affascinò gli Ateniesi ed i Greci, allo stesso modo la luminosa figura dell'Epirota ha affascinato i suoi contemporanei e non meno l'anima sensibile del Niebuhr. Sin da bambino Pirro aveva provate le fortunose vicende della vita, l'esilio, l'assunzione al trono e la perdita della corona, l'accoglienza ospitale straniera e la restaurazione del regno avito, al quale dal 288 al 284 si era accompagnato anche il dominio della Macedonia occidentale; e cacciato nuovamente di Macedonia, era riuscito a mantenersi sul trono in Epiro, quando gli pervenne l'invito dei Tarentini e sembrò schiudergli un campo di prospettive più attraenti, soprattutto quando la morte contemporanea di Lisimaco gli offrì nuove speranze nei riguardi della Macedonia.

Nell'anno 280 egli si decise di far vela su Taranto dove sconfisse i Romani sulla sponda del Siri, tra Pandosia ed Eraclea; alla sua vittoria contribuirono pure gli elefanti, che allora per la prima volta fecero la loro comparsa nelle guerre d'Occidente, e nei quali l'orgoglio romano credette di vedere l'unica causa della propria disfatta.

L'anno seguente (279) risalendo la penisola, Pirro vince per la seconda volta i Romani in Apulia, ad Ascoli. Dopo questi suoi due successi Roma si mostrò disposta a venire ad accordi con Pirro ed intavolò negoziati con lui per mezzo del consolare C. Fabricio; Pirro anche lui aveva tutte le ragioni di accettare le trattative, perché ognuna delle sue vittorie aveva cagionato gravissime perdite, e perdite irreparabili, nelle file dei suoi veterani, di modo che dopo le sue due vittorie egli non aveva lo stesso esercito di quando era sbarcato. Perciò egli mandò a Roma per concludere un trattato di pace Cinea. Roma all'impressionabile greco gli apparve come una città di re; sicuramente rimase soprattutto soggiogato dalla dignità del popolo romano e il Senato ha potuto benissimo presentarsi alla sua immaginazione come una assemblea di re.
Ma il trattato con Pirro non giunse a perfezione perché nello stesso momento Cartagine offrì il suo aiuto ai Romani.

Già prima del passaggio in Italia di Pirro i Romani ed i Cartaginesi avevano concluso un pactum de paciscendo che prevedeva si potesse derogare al trattato del 306 in caso di una lega contro l'ambizioso Pirro: in tale ipotesi i Cartaginesi avrebbero potuto portare aiuto ai Romani in Italia e i Romani ai Cartaginesi in Sicilia minacciati anche loro da Pirro.

Iniziò dunque la guerra tra Pirro e i Cartaginesi; ma dalla su accennata convenzione non venne fuori una guerra contro Pirro condotta dai Cartaginesi assieme ai Romani; in effetti l'aiuto offerto ai Romani era molto più semplice, ed era quello di aprire un secondo fronte. Mettere cioè in difficoltà Pirro.

Quindi fallite le trattative, alla ripresa della guerra dei Romani contro Pirro in Italia, seguì la guerra dello stesso Pirro contro i Cartaginesi in Sicilia.

Ma perchè mai Pirro doveva accorrere in Sicilia, visto che lui era sbarcato a Taranto e risalendo la penisola era giunto in Apulia?
Cartagine nello stesso periodo aveva minacciato Siracusa, e (impressionati della vittoria ottenuta a Taranto) furono i Siracusani che chiamarono in aiuto Pirro: ed egli di decise ad accorrere in Sicilia con lo scopo di fondarvi un regno per suo figlio Alessandro, ch'era nipote di Agatocle di Siracusa, in quanto sua figlia Lanassa era divenuta moglie proprio di Pirro.

Pirro guerreggiò in Sicilia con splendido successo e costrinse i Cartaginesi a sgombrare l'oriente dell'isola e a ritirarsi nella parte occidente della medesima. Continuando l'offensiva, ben presto tutta l'isola cadde in sua mano, ad eccezione soltanto di Lilibeo, la quale però, data la sua qualità di fortezza marittima, era imprendibile finché non era distrutta la flotta cartaginese, che ne rendeva impossibile l'accerchiamento completo; Lilibeo poteva essere sempre approvvigionata dalla parte di mare e quindi cadeva ogni speranza di assediarla e averla per fame. I Cartaginesi tuttavia erano disposti a concludere un trattato di pace in cui avrebbero rinunziato a tutta la Sicilia con l'unica eccezione di Lilibeo che avevano tuttora in proprio potere, ed anche Pirro avrebbe desiderato questa pace; ma non riuscì a convincere i Greci di Sicilia, i quali non credettero di poter essere sicuri finché in un punto qualsiasi dell'isola rimanevano dei Cartaginesi.

D'altra parte Pirro non riuscì neppure a persuaderli a portar la guerra contro Cartagine in Africa. Ne nacque così un dissidio seguito da rovesci che fecero rialzare la testa ai Cartaginesi; nell'anno 275 Pirro abbandonò il campo e se ne tornò in Italia a riprendere la guerra contro i Romani: il suo disegno di fondare il regno di Sicilia, che insieme col mezzogiorno d'Italia (già mezzo conquistato) avrebbe dovuto formare un grande stato ellenico occidentale sotto il suo scettro, era fallito. E purtroppo anche il momento favorevole di battere i Romani era passato.

Il suo stesso ritorno in Italia andò incontro a gravi difficoltà, a causa di un attaccò dei Cartaginesi nello stretto di Messina, che gli costò la perdita di quasi tutta la sua flotta da guerra. E quando egli riprese in Italia la lotta contro i Romani ebbe a provare tutte le conseguenze del non aver più accanto i suoi veterani epiroti. Anche questa volta Pirro aveva escogitato un piano di battaglia astuto, ma le sue truppe non ebbero la capacità necessaria per ben eseguirlo; quindi, se non perdette la battaglia, non la vinse nemmeno, mentre la sua situazione era in questo momento tale, che soltanto una vittoria decisiva l'avrebbe potuto rendere sostenibile.
Maliessa, la città nelle cui vicinanze è verosimile sia stata combattuta questa battaglia dell'anno 275, venne in seguito denominata dai Romani la città del buon successo, Beneventum.

Pirro s'accorse che non vi era più nulla da ottenere continuando a rimanere in Italia e se ne tornò in Epiro ad una vita irrequieta, nella quale poco dopo doveva trovar la morte. A Taranto aveva lasciato un presidio agli ordini di suo figlio Eleno e del suo generale Milone.

Nell'anno 272 Milone consegnò la rocca di Taranto al console romano, e con la caduta di Taranto fu compiuto l'assoggettamento dell'Italia alla signoria di Roma. La rete delle strade militari e delle fortificazioni venne ampliata e adattata alla nuova condizione di cose. La via Appia, che aveva congiunto prima Roma con Capua e poi era stata prolungata sino a Venusia, fu ora portata fino a Taranto, per poi proseguire per Brindisi, il porto con di fronte l'Oriente della Roma che in seguito fu signora anche dell'Oriente. E nel tempo stesso, nell'anno 268, venne fortificata, cioè colonizzata nel Sannio Benevento e nel nord sul mare Adriatico, Ariminum; il diritto di cui fu dotata la colonia latina di Ariminum creò una nuova e più debole forma di diritto latino.

Era così ora completamente formata sotto l'egemonia di Roma la confederazione italica; essa era ora il più importante Stato d'Europa ed anche per estensione territoriale teneva già il primo posto. Le due generazioni sorte dopo lo scioglimento della lega latina del 338 erano quelle che avevano creato questo Stato, che non era uno Stato unitario, ma ciò malgrado costituiva una unità, perché vi era dominante sulle altre la volontà di Roma.
Questa confederazione italica constava di una quantità di Stati particolari e presentava una carta non meno variopinta di quella del sacro romano impero d'un tempo tedesco. Ma questa varietà di figure territoriali si può ricondurre a tre tipi fondamentali; in seno alla lega italica vanno cioè distinte tre categorie di territori.

Una prima
é formata dal territorio direttamente romano, di cui si incontrano vasti brani di superficie continua sparsi per tutta l'Italia; ciò perché all'atto del loro assoggettamento alla signoria di Roma i singoli Stati e popoli avevano dovuto normalmente cederle una parte del loro territorio, per lo più un terzo del loro ager. In questo territorio romano diretto si trovavano le colonie di cittadini munite dei pieni diritti politici e i municipi dotati del solo diritto di cittadinanza passiva, che a loro imponeva tutti gli obblighi dei cittadini romani, principalmente l'onere del servizio militare e dei tributi, mentre li escludeva dai diritti politici, dal voto e dall'elettorato attivo come passivo; questi cittadini di minor diritto non partecipavano che ai pesi, ai munera dello Stato.

La seconda categoria di territori era quella delle città latine, senza alcun legame fra di loro, ma ciascuna alleata singolarmente con Roma; esse erano ammesse a godere del diritto privato romano e ad invocarne la tutela, godevano della reciprocità dei matrimoni,avevano il commercium ed il connubium e del diritto di acquistare, trasferendosi a Roma e sotto certe condizioni, la piena cittadinanza romana; dal 268, dalla colonizzazione di Ariminum, tale possibilità fu peraltro limitata a coloro che avevano coperto una carica pubblica nella colonia, ovvero si erano seduti nel consiglio cittadino.

Un terzo gruppo finalmente, accanto ai territori romani e alle città latine, formavano gli Stati dei confederati, Stati autonomi e sovrani, ma con sovranità limitata, privi di potere militare proprio ed incapaci di una politica estera propria.

Una lista degli uomini atti alle armi degli Stati italici, che risale al 225 a. C., ci consente di farci una idea dell'organizzazione militare di questa confederazione italica. Sino alla guerra sociale dell'anno 90 a. C. Roma rimase alla testa di questa lega e fu essa che abbattè Cartagine e la Macedonia e prostrò il mondo ai piedi di Roma.
Essa ben presto acquistò una salda coesione in grazia della comunanza degli interessi, e dovette a questo spirito di solidarietà per aver superato in tempo della guerra annibalica la crisi che costituì il pericolo massimo per la sua esistenza.

Annibale aveva contato sulle tendenze separatiste e sullo sfacelo della lega italica; evidentemente egli - nei riguardi di Roma - diede troppa importanza alle voci sfavorevoli pervenuti al suo orecchio dall'ambiente di alcuni poco soddisfatti soci italici; come se solo questi potessero scuotere la solidità romana. Più potente che ogni altro è la forza della comunanza di interessi soprattutto nel campo economico. E nel caso della lega italica il commercium, la protezione degli interessi privati da parte del diritto privato romano offriva ai singoli Stati della confederazione vantaggi evidenti. Collegati stavano meglio che non prima quand'erano isolati.

Anche sullo svolgimento interno dello Stato romano le due generazioni cui Roma deve la signoria d'Italia, non mancarono di lasciar la loro orma.
L'epoca della grande guerra sannitica e la profonda riforma della costituzione e degli ordinamenti militari compiuta dal censore Appio Claudio nel 310 a. C., ci dimostra l'influenza e l'importanza che aveva acquistato il denaro e il capitale mobiliare accanto alla proprietà fondiaria. L'ammissione al servizio militare di coloro che, sebbene non possedessero terre, pure possedevano denaro, aveva reso possibile quell'aumento delle forze militari in grazia del quale i Romani riuscirono a superare la coalizione dei Sanniti e degli Etruschi; l'ordinamento centuriato di Appio Claudio aveva inoltre attribuito a costoro diritti politici. L'ordinamento centuriato aveva cessato di essere in diretta connessione con la proprietà fondiaria; questa aveva finito di recitar la sua parte nei comizi centuriati, dove non veniva più in causa come tale, ma soltanto in ragione del suo valore pecuniario.

Appio Claudio aveva aperto ai cittadini non dotati di proprietà fondiaria tutte le tribù locali senza distinzione; in tutte ugualmente essi potevano esercitare la propria influenza col voto. Ma l'anno 304 arrecò la fine della grande guerra e la pace. Ed ora non era più così necessario, come negli ultimi sei anni a datare dal 310, avere a disposizione un esercito molto numeroso; le conseguenze della nuova situazione vennero tratte nel 304 dal nuovo censore Q. Fabio Massimo Rulliano. Egli conservò bensì ai cittadini privi di proprietà fondiaria il diritto di essere ascritti alle tribù locali, ma lo destituì d'ogni valore politico con lo stabilire che chi non possedesse proprietà immobiliare non era ammesso che in una delle quattro tribù urbane e coll'effettuare questa concentrazione.

Per quanto numerosi fossero ormai coloro che non possedevano terre, disponevano per la totalità dei loro voti di quattro sole tribù; le tribù rustiche invece rimasero riservate ai possessori fondiari, di modo che la proprietà terriera ebbe per sé un numero considerevolmente maggiore di voti che ne aumentò enormemente il valore. Venne così restaurata la preponderanza politica della proprietà fondiaria, il motivo tanto caratteristico della vita pubblica romana, ed in conseguenza di ciò decadde l'importanza politica dei comizi centuriati, nei quali non aveva più alcun peso la differenza tra proprietà mobiliare e immobiliare, mentre assunsero sempre maggiore importanza i comizi che si basavano sulle tribù locali e funzionavano per tribù.

Ma per tribù erano organizzate le assemblee plebee, i concilia plebis, e la preponderanza restituita nel 304 a. C. alla proprietà fondiaria tornò a sua volta a loro vantaggio, mentre non giovò ai comizi centuriati. È perciò che ora le assemblee della plebe e le loro deliberazioni, i plebiscita, acquistarono una importanza maggiore delle deliberazioni dei comizi centuriati e vennero parificate alle leges, le norme votate da questi ultimi comizi.
Già precedentemente alcuni plebisciti, non sappiamo in quali forme, avevano avuto l'adesione anche dei patrizi, acquistando così il valore di norme generali, ma dopo l'anno 304 questo movimento ascendente dei plebisciti si accentuò, tanto che nel 300 a. C. il plebiscito Ogulnio dischiuse persino ai pleblei le cariche sacerdotali di pontefici e di auguri sino allora riservate in modo assoluto ai patrizi, cariche delle quali quella superba aristocrazia si era avvalsa per onorare singoli suoi membri.

Alla fine della guerra sannitica fece seguito la completa parificazione dei plebisciti alle leges; essa fu operata dalla legge Ortensia dell'anno 287. Questi plebisciti romani non vanno naturalmente messi alla stessa stregua dei plebisciti moderni. I plebisciti moderni, messi in pratica in Francia dal secondo impero, ed in Italia al momento della sua unificazione, sono votazioni generali del popolo non organizzato, cui ciascun cittadino può partecipare singolarmente; i plebisciti romani invece erano le deliberazioni delle assemblee plebee ordinate per tribù, cui non partecipavano i patrizi.
Fu l'esercito dei lavoratori della terra che seppe giungere ad ottenere questa obbligatorietà generale dei plebisciti, del pari che pochi anni prima, nel 300, aveva ottenuto un allargamento del diritto di provocazione. Dai comizi plebei erano esclusi bensì i patrizi, ma con ciò non bisogna intendere ne fosse esclusa tutta l'aristocrazia del tempo, perché questa non era più puramente patrizia. All'antico patriziato infatti si erano venute ad associare le grandi famiglie plebee che dall'anno 399 a. C. avevano coperto la carica suprema della repubblica ed avevano formato una nuova aristocrazia delle pubbliche magistrature, la nobiltà; di questa nuova aristocrazia divenne gradatamente l'esponente politico il senato. Questo corpo cui appartenevano a vita gli ex magistrati, riuscì a subordinarsi i magistrati che uscivano dalla sua stessa classe, riducendoli alla condizione di amministratori legati alle proprie istruzioni; ed esso giunse ad ottenere lo stesso risultato persino riguardo ai consoli, stringendo lega col tribunato.
Contro quel console che non volesse piegarsi ai voleri del senato, il senato trovava sempre almeno uno dei dieci tribuni disposto a mettere al suo servizio il suo diritto di veto, e ciò era sufficiente per paralizzare il più pertinace dei presidenti della repubblica ed a piegarlo alla volontà del senato.

Il più importante frutto maturato da questa elevazione del senato al disopra della magistratura fu la formazione di una salda e costante tradizione, di cui la storia universale non ha visto l'eguale che altre due sole volte, nella repubblica di Venezia e nella politica della chiesa romana. L'avvicendarsi annuo dei consoli avrebbe potuto facilmente arrecare tutti i pericoli inerenti ad una continua variazione di indirizzo; il senato invece ebbe sempre una sola volontà diretta ad un unico scopo: la potenza e la grandezza di Roma. Esso indicò ai generali la via da seguire e seppe dirigere le masse; esso raggiunse il culmine della sua grandezza, quando, subito dopo la fine della guerra annibalica, volle e fece una guerra impopolare che guidò in Oriente le armi romane vittoriose ed estese la signoria romana dall'Occidente al mondo ellenico.

Ma dovevano passare due generazioni ancora dopo la costituzione definitiva della confederazione italica perché spuntasse l'era della guerra contro Filippo; doveva precedere la conquista della Sicilia, doveva essere abbattuta la potenza cartaginese prima di passare alla Macedonia e alla Grecia. Cioè quando dopo l'Occidente venne la volta dell'Oriente.

Noi qui volendo andare per ordine
dobbiamo subito occuparci di Cartagine

ROMA E CARTAGINE - LA SICILIA - L'ALTA ITALIA > >

PAGINA INIZIO - PAGINA INDICE