-------------------------------------- STORIA UNIVERSALE --------------------------------------

37. LA GUERRA SOCIALE E LO STATO UNITARIO


Mario

Si suole per lo più parlare di carriera ascendente, quando una famiglia si eleva, aumenta di ricchezze, acquista una posizione più alta e maggiore autorità; più raro, ma più degno di nota, é il caso che una famiglia si elevi di livello morale.
Era senza dubbio un galantuomo quel M. Livio Druso che da tribuno provocò nel 122 la caduta di Gaio Gracco con il presentare slealmente progetti di legge ancor più favorevoli al popolo con il solo pretesto demagogico di farlo cadere. Di indole ben diversa fu suo figlio omonimo che divenne tribuno nel 91 e concepì vastissimi disegni di riforma; in un'epoca di egoistici interessi di classe egli fu un vero patriota dalle larghe vedute, che agì in servizio degli interessi pubblici senza altra considerazione all'infuori del bene comune.

I tribunali dei cavalieri, opera di Gaio Gracco, erano divenuti nelle mani degli stessi cavalieri uno strumento politico diretto a render possibile ai publicani, appartenenti all'ordine equestre, ogni sorta di dissanguamenti dei provinciali senza trovare ostacolo nei governatori provinciali d'ordine senatorio; se un governatore voleva controllare e tenere a freno i publicani, doveva stare molto attento per evitare i tribunali dei cavalieri. Nell'anno 93 a. C. essi avevano dato uno spettacolo scandaloso col processo a carico del legato del governatore d'Asia, Rutilio Rufo, uomo di integrità notoria e che appunto per aver troppo vigilato venne condannato innocente per estorsioni.

Druso volle riparare a questo stato di cose togliendo la funzione giudiziaria ai cavalieri ed affidandola al senato che contemporaneamente aumentava di trecento membri. Per superare l'opposizione che era da attendersi da parte dei cavalieri contro questo progetto egli lo abbinò con una legge frumentaria e con una legge agraria che proponeva l'assegnazione di tutte le terre pubbliche ancora esistenti in Italia; con ciò riuscì ad ottenere una coalizione del senato e del proletariato che era in grado di tener testa ai cavalieri.

L'abbinamento di leggi era, è ben vero, vietato da alcuni anni, ma ciononostante così accoppiate le leggi passarono. Se non che Druso fu costretto a rompere l'opposizione del console L. Mario Filippo coll'arrestarlo, ed in seguito il console ottenne dal senato (che era lieto di essersi liberato dai tribunali dei cavalieri, ma temeva un colpo di Stato del console) la cassazione delle leggi per inosservanza del divieto di accoppiamento di più leggi in una stessa proposta.

Il disegno più grandioso perseguito sin da principio da Druso concerneva però la concessione della cittadinanza ai Latini ed ai socii italici. Noi sappiamo che costoro vi avevano interesse per poter pienamente partecipare ai benefici materiali della dominazione mondiale romana; ma erano appunto questi benefici che i cittadini romani volevano per sé soli, e quindi negavano la cittadinanza ai Latini e agli alleati. A questi anzi avevano create nuove barriere, giacché, mentre prima il Latino per lo meno trasferendosi a Roma poteva a certe condizioni acquistare la cittadinanza, nel 95 a. C. una legge dei consoli L. Licinio e Q. Mucio Scevola aveva chiuso completamente questa via ai soci e ai Latini.

Nell'aver perseguito ciò malgrado l'intento di procurare ad essi l'acquisto della cittadinanza si manifesta tutta la grandezza di Livio Druso, della sua politica di larghe vedute, scevra di pregiudizi e mirante solo al bene comune. Egli non aveva avanzato subito il suo disegno per non avere immediatamente tutti contro di sé, ma ora propose la legge relativa alla concessione della cittadinanza agli Italiani. Ma l'accecamento e l'irritazione egoistica ricorse per evitarla all'assassinio politico; prima ancora che si venisse ai comizi Druso, mentre tornava a casa fu assassinato da uno sconosciuto, quasi davanti alla statua del padre.

La legge di Druso avrebbe potuto pacificare l'agitazione che serpeggiava in Italia; ma il suo assassinio rivelò agli Italici che cosa potessero aspettarsi da Roma. Quanti avevano preso le loro parti erano caduti sotto il pugnale dell'assassinio politico. Non vi era più d'illudersi. E la tempesta scoppiò.

Già verso la fine del 91 si era sollevata la media e la bassa Italia e le popolazioni insorte si organizzarono politicamente. A capo della nuova lega misero due consoli (Marso Q. Pompedio Silone ed il Sannita C. Papio Mutilo) e 12 pretori, con a lato un senato di 500 membri. Corfinio, nel paese dei Peligni prese il nome di Italia e fu scelta a capitale della nuova lega; lingue ufficiali erano del pari il latino e la lingua dei Sanniti, l'osco.

A Roma di fronte all'insurrezione si posero a disposizione dei consoli dell'anno 90 aristocratici e democratici senza distinzione; così Mario, che ora risorge dal suo naufragio, come Sulla, ebbero affidato il comando di un esercito. Una sconfitta subita dal console P. Rutilio Lupo ebbe per conseguenza che l'insurrezione si estese al nord, perchè anche l'Etruria e l'Umbria cominciarono a divenire di dubbia fedeltà; sembrò dovessero rinnovarsi i giorni del 310 a. C.

Ma mentre allora l'alleanza degli Etruschi e dei Sanniti aveva spronato i Romani a fare gli estremi sforzi per superare il pericolo, ora questo stesso pericolo rivelò ai loro occhi l'errore cui erano stati trascinati dalla grettezza del proprio egoismo; essi scesero ora a quelle concessioni che fatte in tempo avrebbero evitato l'insurrezione. Già nell'anno 90 una legge del console L. Giulio Cesare accordò la cittadinanza ai Latini ed agli alleati rimasti fedeli e pose in tal modo argine all'ulteriore espandersi della rivolta. E. nell'anno seguente una legge dei tribuni M. Plauzio Silvano e C. Papirio Carbone offrì la cittadinanza a tutti i soci sino al Po, senza distinzione tra insorti e rimasti fedeli; i transpadani nell'anno stesso ottennero la latinità con una legge del console Cn. Pompeio Strabone e pervennero poi nell'anno 49 alla cittadinanza per opera di Cesare.
Ciò malgrado Pompedio Silone rimase tuttora in campo, ma cadde nell'88 e la guerra ebbe termine. La cittadinanza romana si estese ora dal Faro di Messina al Po e la latinità sino alle Alpi. Aveva così cessato di esistere quella federazione italica che aveva vinto Cartagine e conquistato il mondo. In senso giuridico ora Roma giungeva dalla Sicilia al Po, e politicamente imperava ormai sulle province la totalità degli Italici e partecipava pienamente ai vantaggi della loro dominazione. Gli Stati prima indipendenti ed alleati di Roma divennero ora comunità di cittadini romani con amministrazione locale autonoma; sono i municipi nel nuovo senso del termine.
I municipali italici non stanno ora più in contrasto di interessi di sorta con i Romani; essi appartengono adesso tutti al popolo dominante, sono divenuti Romani, e siccome i Romani sono Latini, ne deriva che essi pure diventano ora tutti Latini; si compie cioè a mano a mano la piena latinizzazione dell'Italia. I dialetti scompaiono e si attua l'unificazione della nazione latina.

Roma si era dovuta risolvere a concedere ai Latini ed ai soci italici il diritto di cittadinanza; così avesse fatto le cose complete e non avesse lesinato nelle concessioni ! Invece essa donò con mano avara e non volle parificare pienamente i nuovi cittadini agli antichi per il diritto di voto; in tal modo creò una nuova antitesi e gettò il seme di nuove contese.
Alla concessione della cittadinanza seguì immediatamente la lotta per la piena parificazione nel diritto di voto e queste discordie accesero la guerra civile.


SULLA E LA REAZIONE

Durante la guerra sociale i Romani avevano avuto delle noie anche in Oriente; dello stato in cui l'insurrezione aveva gettato l'Italia aveva tratto profitto re Mitradate del Ponto.
Il nome del mar Nero, del Ponto, passò a contraddistinguere una parte della Cappadocia, la Cappadocia al Ponto, in contrapposizione alla Cappadocia del Tauro; si tratta della costa settentrionale dell'Asia Minore verso la Colchide, i cui boschetti di oleandri e di rododendri sono stati così meravigliosamente descritti dar poeta classico tedesco del paese, Fallmerayer, nei suoi frammenti d'Oriente.
Situati fra i Frigii e gli Armeni ed affini di razza ad entrambi, i Cappadoci avevano al pari degli Armeni soggiaciuto all'influenza dell'incivilimento iranico. La separazione della Cappadocia in Cappadocia interna e Cappadocia marittima si compì nell'epoca macedonica. La genealogia della famiglia che pervenne al trono del Ponto si può seguire risalendo nel tempo sino ad Ariobarzane, che dominava verso il 360 a C. su Chio nella Misia sul Mar di Marmara; suo nipote si costituì verso il 281 a. C. un principato nella Cappadocia al Ponto; egli é il fondatore del regno del Ponto, Mitradate Ctiste, che per primo assunse il titolo regio. Questa famiglia seguì la massima: "Mantieni quanto hai, e prenditi quel che non hai" »; essa ampliò i suoi dominii sulla costa e nell'interno; quando i Romani nel 133 a. C. accettarono l'eredità di Attalo e dovettero combattere il pretendente Aristonico, Mitradate Euergete prestò loro appoggio e ne ottenne in ricompensa la Grande Frigia, che però i Romani non permisero passasse in eredità a suo figlio minorenne Mitradate Eupatore che era succeduto al padre verso il 121 a. C. e rimase sino al 111 sotto la tutela della madre. Chiamato in aiuto contro gli Sciti da Chersoneso, nella Crimea presso Sebastopoli, Mitradate Eupatore con l'opera del suo generale Diofanto aggregò ai suoi domini il regno bosforano di Panticapeo e grado a grado estese in tal modo le sue conquiste, che il Ponto poté quasi dirsi divenuto un lago del suo regno.

Alla sua espansione in Cappadocia si oppose nell'anno 92 Sulla come governatore della Panfilia, ed anche in Bitinia Mitradate ripiegò dinanzi ai Romani; quando però il legato romano Manio Aquillio gli scatenò contro il re di Bitinia Nicomede, Mitradate nell'anno 89 decise di muovere guerra a Roma e tanto più lo fece risolutamente in quanto la guerra sociale che ferveva in Italia sembrò offrirgli un momento favorevole all'impresa.

Era l'Oriente che reagiva contro la dominazione romana, ed il re, che aveva mostrato una mente aperta alla cultura ellenistica, si atteggiò a liberatore degli Elleni dall'odiata signoria di Roma; egli occupò la provincia romana d'Asia, e in un sol giorno vi fece massacrare a migliaia gli Italici che vi si trovavano, pose la sua residenza a Pergamo, il suo esercito passò in Europa ed occupò la Tracia e la Macedonia e la sua flotta raggiunse attraverso l'Egeo la Grecia. Qui Atene era già passata dalla sua parte e quasi tutta la Grecia ne seguì l'esempio: a tal punto Sulla sbarcò in Epiro, nell'anno 87 a. C.

Sulla nell'anno 88 si trovava in qualità di console in Campania a fronteggiare gli ex alleati italici non ancora completamente pacificati. Il senato aveva deliberato di affidare ad uno dei consoli la guerra contro Mitradate e la sorte aveva designato Sulla; ma il popolo gli sottrasse ancora il comando; ciò avvenne in dipendenza dei disordini che aveva scatenato in Roma la questione del diritto di voto reclamato dai nuovi cittadini. Costoro non si eran voluti parificare sotto questo riguardo ai vecchi cittadini e non si voleva accoglierli senza distinzioni nelle 35 tribù esistenti, ma soltanto in un numero ristretto di tribù, o in otto sole delle antiche ovvero in dieci tribù da crearsi appositamente, di modo che il complesso dei nuovi cittadini, nonostante lo stragrande numero, avrebbe veduto ridotta la propria influenza nelle votazioni ad 8/35 ovvero a 10/45.

Nella loro resistenza a subire una simile menomazione i nuovi cittadini trovarono un sostenitore in un ricco e nobile patrizio, P. Sulpicio Rufo, che aveva abdicato dal patriziato per poter essere eletto tribuno; questi propose l'accoglimento puro e semplice dei nuovi cittadini in tutte le 35 tribù. Il console Sulla accorse a Roma, ma senza esercito; perciò, siccome Sulpicio Rufo era padrone delle masse ed aveva in sua mano la città, non poté far nulla e se ne tornò in Campania; la legge Sulpicia dopo ciò fu approvata ed un decreto dei comizi tolse a Sulla il comando supremo nella guerra contro Mitradate e lo affidò a Mario.

Ma Sulla non ebbe nessuna voglia di cedere, marciò immediatamente con il suo esercito su Roma, che per la prima volta dopo la catastrofe gallica (Canne) vide alle sue porte un esercito nemico, composto questa volta dei suoi stessi cittadini.
Sulpicio Rufo e Mario vennero proscritti; Sulpicio fu ucciso, Mario invece riuscì a scampare in Africa. Una tempesta che lo colse per via lo aveva gettato sulla costa a Minturno dove era stato gettato in prigione; uno schiavo cimbro fu incaricato di ucciderlo, ma lo spavento lo colse di fronte alla domanda del prigioniero: "Oserai tu uccidere C. Mario?".
Sulla abrogò la legge Sulpicia relativa al diritto di voto dei nuovi cittadini. E siccome anche questa volta, come in genere dai tempi dei Gracchi, l'agitazione aveva assunto un carattere efficace e pericoloso a causa delle facoltà legislative dei tribuni, Sulla appuntò le sue armi proprio contro queste facoltà; già questo suo primo atto di politica interna rivela chiaro il carattere radicale della sua reazione che non rifugge da qualsiasi estremo per tornare indietro di secoli, e però non fallisce mai l'intento, ma sa trovare mezzi sicuri per riuscire. Anche ora egli non si fece scrupolo di ripristinare norme giuridiche abolite da 200 anni.

A datare dalla legge Ortensia del'287 a. C. le deliberazioni dei comizi plebei, i plebisciti, non avevano bisogno per essere valide dell'approvazione del senato, ma avevano senz'altro valore uguale a quello delle leggi della totalità del popolo, dei comizi patrizio-plebei. Sulla invece ora assoggettò la facoltà dei tribuni di proporre plebisciti alla preventiva adesione del senato. Con ciò si veniva a paralizzare ogni possibilità per i tribuni di fare una politica che tendesse a combattere la politica del senato aristocratico; con un sistema simile tutta quella lotta fra i comizi e il senato che dal tempo dei Gracchi aveva agitato e scrollato lo Stato sarebbe stata impossibile.
Il mezzo adottato da Sulla fu il rimedio più radicale che si possa immaginare ma era assolutamente sicuro. Già in ciò si manifesta l'incomparabile acutezza della sua mente. A principio dell'anno 87 Sulla passò in Grecia. Roma e l'Italia vennero per ora da lui abbandonate a se stesse, ma era nella guerra contro Mitradate che si giuocavano le sorti decisive.

Per l'anno 87 a.C. a consoli erano stati eletti un ottimate, Cn. Ottavio, ed un democratico e mariano, L. Cornelio Cinna. Il console Cinna ripresentò ora la legge abrogata, del tribuno Sulpicio Rufo relativa al diritto di voto a favore dei nuovi cittadini e in più propose il richiamo di Mario, ma il suo collega Cn. Ottavio fece in modo che egli urtasse contro l'intercessione, e quando i suoi partigiani ricorsero alla violenza, lo cacciò dalla città e lo fece deporre dal consolato; a quel punto l'esercito che il proconsole Cn. Pompejo Strabone, (console dell'anno 89, che comandava nell'alta Italia) marciò verso Roma per mettersi a disposizione di Ottavio.
Ma Cinna riuscì a guadagnarsi le truppe ancora accampate nella Campania e nel frattempo anche Mario era tornato dall'Africa sbarcando in Etruria; a migliaia affluirono a lui i volontari, e Cinna e Mario unirono dopo i loro eserciti. Essi marciarono su Roma ed occuparono l'altura del Gianicolo; Ottavio e Strabone li sconfissero, ma nell'esercito vincitore scoppiò la peste, di cui morì lo stesso Strabone.
Cinna entrò in Roma; Mario si fece prima richiamare formalmente dall'esilio e poi fece anch'egli il suo ingresso in città. La sua sete di vendetta si rivelò inestinguibile; cinque giorni e cinque notti durarono massacri senza pari nella capitale; uno dei primi ad essere ucciso fu proprio il console Ottavio e così pure trovarono la morte l'oratore M. Antonio e Mario Q. Lutazio Catulo, il vincitore dei Cimbri.

La legge di Sulla relativa ai tribuni venne abrogata e la sua persona stessa fu proscritta; Cinna e Mario imperavano ora in Roma, in Italia e nei territori soggetti, ad eccezione di quelli che aveva occupati Mitradate e di quelli in cui si trovava in campo Sulla.
Nell'anno 86 Mario salì nuovamente al consolato quale collega di Cinna. Si era così avverata la profezia che gli aveva promesso il settimo consolato. Cinque volte egli era stato console con l'aureola dell'eroe celebrato dal popolo e del salvatore d'Italia, ma il suo sesto consolato lo aveva politicamente e moralmente sepolto. Egli aveva tuttavia sopportato il disprezzo di dodici lunghi anni di esilio, quando Sulla lo proscrisse ed appunto per questo ne impedì la sua elezione.

Ora egli vedeva finalmente compiuto quanto aveva per tanto tempo aspettato, ma in quali condizioni d'animo egli vide il compimento delle sue speranze! Unico suo desiderio era la vendetta, un furore folle non gli dava tregua, nè riposo di giorno e di notte e cercò di stordirsi nell'ubbriachezza. Dopo una settimana appena dall'inizio del suo settimo consolato lo colse la febbre, e delirando, ne morì il 31 gennaio 86. Nessuno rimpianse la sua morte.

Per tre anni i mariani Cinna e Carbone tennero indisturbati il potere, ma senza saper concepire né concludere nulla. Nemmeno l'urgente questione dell'iscrizione nelle tribù dei nuovi cittadini fu risolta; essi soltanto dopo l'uccisione di Cinna nell'anno 84 ottennero definitivamente la parificazione ai vecchi cittadini nel diritto di voto. E già soprastava minaccioso il ritorno di Sulla dall'Oriente.
All'inizio dell'84 Cinna aveva voluto imbarcarsi con il suo esercito ad Ancona per appoggiare la guerra di Sulla, ma i soldati si ammutinarono e lo uccisero.
Nella primavera dell'83 Sulla tornò realmente in Italia, sbarcò a Brindisi e la reazione cominciò.

La guerra contro Mitradate era stata fatta da lui in Grecia. Egli assediò Atene, difesa dal generale di Mitradate, Archelao, e dal filosofo epicureo Aristione che si era eretto a tiranno d'Atene con la protezione di Archelao. Nella primavera dell'86 Atene cadde e fu saccheggiata; specialmente il Pireo non si riebbe mai completamente dalla rovina che allora ne fece scempio. Nell'anno stesso Sulla vinse Archelao in Beozia, a Cheronea e ad Orcomeno. Egli faceva la guerra senza curarsi del governo romano. L'idea di assumere la direzione della guerra contro Mitradate aveva accompagnato Mario sin nel delirio della febbre dei suoi ultimi giorni.

Egli era stato surrogato nella carica di console da L. Valerio Fiacco; investito del comando contro Mitradate, questi passò in Oriente, avendo ai suoi ordini come legato Fimbria. Egli aveva attraversato la Tessalia, aveva riconquistato la Macedonia ed era passato in Asia quando fu ucciso per istigazione di Fimbria che ne ereditò il comando. Sulla si portò dalla Grecia in Asia e si volse contro l'esercito di Fimbria; abbandonato dai suoi soldati, Fimbria si tolse la vita e le sue truppe passarono nel campo di Sulla. Un abboccamento di Sulla col re a Dardano nella Troade condusse nell'85 alla pace; Sulla ebbe fretta di concluderla per potersene tornare liberamente in Italia e fare i preparativi necessari.
Sbarcato in Italia nella primavera dell'83, badò anzitutto ad evitare di scatenarsi contro i nuovi cittadini, e perciò riconobbe il loro acquisito diritto di votare in tutte le 35 tribù. Da Brindisi marciò verso la Campania, dove sconfisse una parte delle truppe governative. Fra quelli che ora passarono dalla sua parte e si posero sotto le sue aquile si trovava il figlio di Pompeio Strabone, il giovane Cn. POMPEO.

Nell'anno 82 Sulla sconfisse nel Lazio, a Sacriporto, il figlio adottivo di Mario, il console C. Mario, e quando i Sanniti presero partito per i mariani e marciarono su Roma, egli li vinse alla Porta Collina in una sanguinosa e fiera battaglia. Dopo questa vittoria Sulla rimase padrone assoluto d'Italia.

Dopo il suo ingresso in Roma cominciarono i massacri che non furono inferiori a quelli compiuti dai mariani nell'anno 87. Si ricorse alle proscrizioni con l'intento di rovinare il partito avversario; le persone iscritte sulle liste di proscrizione ne erano poste al bando, i loro beni venivano confiscati ed i loro discendenti privati del diritto di rivestire magistrature; le proscrizioni colpirono in particolar modo l'ordine equestre. Per riordinare lo Stato Sulla si fece nominare dittatore sul finire dell'anno 82.

La dittatura di nome esisteva ancora in Roma, ma dai tempi della guerra annibalica era di fatto andata in disuso. Sulla volle servirsi del nome dell'antica magistratura, ma le diede un nuova contenuto. L'antica dittatura era stata un ritorno temporaneo all'autorità regia, della durata al più di sei mesi; il dittatore non era soggetto alle limitazioni derivanti dalla collegialità ed era esente da qualsiasi obbligo di render conto del suo operato, ma restava nell'àmbito della costituzione.

La nuova dittatura sullana, che fu in seguito rivestita anche da Cesare, a differenza dell'antica, si basa sopra una legge; a favore di Sulla la decretò una legge proposta dall'interrè L. Valerio Fiacco. Inoltre essa non era a tempo determinato come l'antica, e si poneva al di sopra della costituzione; la sua missione e la sua facoltà era di riformare la costituzione, e riordinare lo Stato.

Essa implicava anche la potestà di emanar leggi senza interrogare i comizi, diritto questo del quale peraltro Sulla, data l'assoluta docilità dei comizi a suo riguardo, non ebbe occasione di servirsi.
Il fine di Sulla fu la restaurazione del prodominio del senato, scosso dai tempi dei Gracchi ed il senato ebbe l'inaudita fortuna che l'ambizione di questo geniale uomo di Stato non mirasse a vantaggi personali ma soltanto a tutelare gli interessi della sua classe. Sulla era prima d'ogni altro uomo di mondo e dedito ai piaceri; dall'inizio aveva percorso appunto a questo modo la carriera della magistratura, ma date le sue eminenti qualità aveva spiegato poi nella gestione delle cariche tutte le sue energie.
Ora egli avrebbe potuto erigersi permanentemente a signore assoluto, ma non vi si sentiva affatto inclinato. Finita che ebbe la sua grande opera di riforma costituzionale, restò un anno ancora in carica per portare all'atto pratico i nuovi ordinamenti e poi si ritirò a vita privata per godersi gli ozii e gli agi della vita.

Egli non aveva assunto i pieni poteri che per rimettere in sella il senato e riordinare in conseguenza lo Stato. Di regola le reazioni non soffrono di eccessiva abbondanza di idee, ma Sulla fu fecondo di idee e seppe incarnarle nel modo più efficace. La sua reazione fu radicale e non paventò alcun estremo; i mezzi da lui adottati con occhio sicuro raggiunsero il loro scopo; egli é il più geniale reazionario che conosca la storia.
Tuttavia la sua opera reazionaria non ebbe nel suo complesso lunga durata, perché il senato era sì rimontato in sella, ma aveva disimparato a cavalcare; ma ciononostante l'ordinamento rimase fondamentale sotto molti riguardi e sfidò i secoli. Così per le norme da lui dettate per la magistratura suprema, per il suo ordinamento dell'amministrazione provinciale e del processo penale.

Per arrivare alla restaurazione del predominio del senato, cui Sulla mirava, era necessario riorganizzare prima il senato, il quale anche dal punto di vista numerico si era venuto assai indebolendo durante l'epoca della guerra civile e delle rivoluzioni; Sulla lo rinsanguò con persone tratte dal ceto che possedeva il censo equestre e lo portò a 600 membri; di fronte al numero dei senatori che era stato normale dal principio della storia romana conosciuta, questo numero normale di 600 che restò d'ora in poi in vigore rappresentava un raddoppiamento.
Gli ex questori avevano ora il diritto di sedere in senato che perciò era indirettamente emanazione dell'elezione popolare. La censura, mal vista dal senato a causa dei suoi poteri discrezionali, se non fu formalmente abolita, cadde in desuetudine. Il senato così riorganizzato ottenne una decisiva influenza sulla legislazione ed ebbe il monopolio della funzione giudiziaria. La possibilità per i tribuni di proseguire nella via di combattere il senato, invalsa a datare dai Gracchi, Sulla aveva voluto eliminarla, come vedemmo, sin dall'anno 88 coll'assoggettare la facoltà dei tribuni di proporre plebisciti alla preventiva approvazione del senato.

Cinna, é vero, aveva abolito questa legge di Sulla, ma Sulla ora vi ritornò; e realmente il rimedio era assolutamente efficace, giacché il senato avrebbe dovuto ben esser cieco per dare il proprio consenso a proposte di legge dirette contro di sé. Ma Sulla non si limitò a porre in questo modo un freno alle agitazioni tribunizie, ma cercò anche di stornare gli ambiziosi dal tribunato con lo stabilire che il rivestire la carica di tribuno rendesse incapaci di coprire magistrature curuli; la carriera dei tribuni finiva col tribunato.
Esisteva già il divieto di rivestire più volte il consolato, ma eran frequenti le dispense; ad es. Mario era stato console nell'anno 107 e poi negli anni dal 104 al 100. Ora fu stabilito che tra l'uno e l'altro consolato di una stessa persona dovessero intercedere 10 anni, disposizione che tendeva ad impedire che singole personalità dell'aristocrazia senatoria salissero a smisurata influenza.

Era prescritto che i consoli dovessero rimanere in città durante l'anno di carica, e così pure i pretori, dei quali sinora due soli vi eran rimasti per amministrare la giurisdizione civile, mentre gli altri andavano nelle province come governatori. Sulla volle in sostanza trasformare i consoli in genuini presidenti del senato; se non legalmente e formalmente, almeno secondo le sue intenzioni il consolato doveva andare spogliato al possibile del suo carattere militare; é perciò che la Gallia cisalpina, dove a causa delle popolazioni alpine il comando militare non poteva rimanere inattivo, fu sottratta alla giurisdizione consolare ed eretta a provincia; essa restò tale dall'81 sino al 42 a. C., quando dopo la battaglia di Filippi parve pericoloso ai triumviri lasciare ad uno di loro un'amministrazione provinciale con il relativo esercito in località così prossima all'Italia, e perciò riunirono nuovamente all'Italia quella provincia e conseguentemente la disarmarono.

Anche gli antecedenti pretori provinciali furono destinati a rimanere in città e divennero presidenti dei tribunali penali. Dopo l'anno di carica urbana i consoli e pretori andavano nelle province come governatori muniti di imperio militare, come proconsoli e propretori.
Quanto ai tribunali penali, le quaestiones, i cui inizi risalgono all'anno 149 a. C. e all'istituzione della quaestio per le repetundae, Sulla li perfezionò ed organizzò nel senso che ciascuna specie di reato fu trasmessa sempre alla competenza di un apposito tribunale. Per i delitti privati, il cui numero secondo il diritto romano era notevolmente maggiore che oggi ed abbracciavano reati che da noi andrebbero soggetti alla giustizia penale, era competente il pretore preposto alla giurisdizione civile e seguivano una procedura conforme alla loro natura.

Mancava del resto una procedura penale regolata da norme fisse e vigeva il diritto di coercizione, un potere disciplinare; salvo che entro la cerchia del territorio urbano le sentenze capitali erano soggette alla provocazione, all'appello ai comizi. Soltanto a datare dal 149 la procedura delle quaestiones presenta un procedimento d'accusa formale e norme formali di svolgimento e sono emanate leggi dirette a fissare le pene; é un merito imperituro di Sulla di aver perfezionato questo procedimento penale che si mantenne sino al terzo secolo dell'Impero, sino ad Alessandro Severo.
Anche se fin dai tempi di Gaio Gracco i giudici abusarono della loro posizione per farsene uno strumento di potenza politica. Da quando i giudici furono tratti dall'ordine equestre, i tribunali divennero uno strumento per combattere il senato, ed é perciò che Sulla li tolse ai cavalieri e compose i tribunali stessi di senatori. Ciò facendo egli pose in pieno arbitrio del senato così la legislazione come la giurisdizione penale, ma quest'ultimo abusò della giustizia per i suoi interessi di classe non diversamente da quel che avevan fatto prima i cavalieri; se i tribunali dei cavalieri avevano sul loro conto il processo scandaloso di Rutilio Rufo, i tribunali dei senatori erano destinati a condurre al processo scandaloso di Verre. Soltanto allorché, in seguito allo scandalo dato da Verre, si adottò il sistema di trarre i giudici da liste miste di senatori e di cavalieri, i tribunali penali si resero così finalmente indipendenti dalle lotte di parte e funzionarono solamente in servigio del diritto e della giustizia.

L'antitesi perfetta della politica seguita da Sulla in confronto a quella di Gaio Gracco non si rivela soltanto nell'abbassamento dell'ordine equestre, ma anche nel tentativo di ridurre la massa di quella plebe cittadina della capitale che Gaio Gracco aveva (male) allevato e moltiplicato; a questo scopo egli abolì le distribuzioni di grano, le frumentazioni. Resta da vedere se erano molto migliori quei 10.000 Cornelii da lui costruiti, quegli schiavi dei proscritti da lui manomessi.

Quale sostegno della sua politica in Italia Sulla aveva grande considerazione per i suoi veterani; le proscrizioni avevano qui reso disponibile una massa enorme di nuove terre pubbliche, ed egli le distribuì in buona parte dotandone i suoi veterani che stabilì in colonie militari.
Nell'anno 81 la nuova costituzione era già completata; per attuarla in pratica e sperimentarne il funzionamento Sulla assunse nell'anno 80 il consolato.
Egli non depose la dittatura ma non se ne servì e governò a norma della costituzione sotto la restaurata guida del senato. Dopo questo -con grande altruismo- egli sperò che le cose potevano camminare anche senza l'opera sua e quindi all'inizio del 79 depose la dittatura, si ritrasse a vita privata e scrisse le sue memorie; ma appena l'anno successivo, nel 78 a.C., lo colse una malattia interna e fu vittima di uno sbocco di sangue. Egli morì nel 60.° anno di età.
Fu una grande figura; degli uomini di Stato della fine della repubblica lo superò solo Cesare.

E proprio a quest'ultimo dedicheremo
il prossimo capitolo


POMPEO E IL GIOVANE CESARE > >

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