-------------------------------------- STORIA UNIVERSALE --------------------------------------

42. VITA INTELLETTUALE ROMANA - ROMANIZZAZIONE DELL'ELLENISMO



Come abbiamo già accennato nelle precedenti pagine, il profondo mutamento arrecato dal principato nella vita pubblica esercitò la sua influenza anche sulla intima struttura intellettuale dei Romani e sulle loro occupazioni giornaliere: la nuova epoca non offriva campo d'azione all'eloquenza politica.
L'eccitamento passionale che animò le lotte politiche cominciate all'epoca dei Gracchi si estrinsecò anche in frasi dense di passione, e se già Tiberio Gracco lasciò sgorgare in parole infuocate il profondo eccitamento dell'animo suo, suo fratello Gaio lo superò per passione, vigoria e veemenza di linguaggio.

Nella generazione seguente prevalse bensì nello stile oratorio di O. Ortensio la forma artistica di tipo asiatico; ma la sua efficacia politica non poté paragonarsi alla forza della parola dei Gracchi; anche l'eloquenza di Cicerone, che in contrapposto ad Ortensio pose in onore la maniera rodia, non fu frutto della politica, ma semmai servì di aiuto all'oratore per aprirsi la via nella carriera politica.
E a dire il vero già le causes célèbres dibattutesi dinanzi alle questioni perpetue non furono spoglie di carattere politico, giacché sotto colore di questioni giuridiche vi si decisero assai spesso questioni di predominanza politica di classe; e per l'appunto le sue orazioni contro Verre furono quelle che fecero salire Cicerone, semplice avvocato allora, ad una posizione politicamente importante; con la sua orazione poi a favore della legge Manilia egli fece il suo ingresso nel campo della grande politica, sostenne la causa di Pompeo, ciò che valse a raccomandarlo a quest'ultimo, e da console credette con le sue orazioni contro Catilina di salvare lo Stato.

A vera e propria grandezza Cicerone giunse dopo la morte di Cesare nelle orazioni con cui combattè Antonio, come Demostene aveva combattuto re Filippo; queste filippiche furono battaglie.
Certamente le orazioni di Cicerone non ci porgono che un ritratto incompleto dell'indole vivace del suo spirito; egli fu l'uomo più arguto e spiritoso che Roma avesse a suo tempo; egli era incapace di tenersi in bocca all'occasione un bon mot o una malizia; non poteva fare a meno di lasciarla andare anche a costo della vita.
Eppure con questa mobilità di spirito Cicerone ci si presenta nelle sue orazioni in toga pomposa, ma è tuttavia ammaliante l'armonia della sua parola dovuta al ritmo che domina la sua prosa. Anche Cicerone cadde vittima della fondazione del triumvirato, e la dominatio dei triumviri non fu più compatibile con l'esistenza di oratori del suo genere.

Forse un germano che è avverso alla retorica non comprende come un latino possa inebriarsi delle proprie parole; ma questa avversione non é giustificata rispetto alla retorica intesa come arte dell'eloquio che non ignori che la parola é destinata a penetrare attraverso l'orecchio nell'animo, e altrettanto rispetto alla parola potente che sgorga dal profondo dell'anima mossa da viva passione e trascina l'uditorio in un turbine di emozioni.
La teoria di un'arte deve esser costruita dall'artista medesimo con la riflessione su quanto fa in pratica; tale base di esperienza personale costituisce in questo campo il valore intero della teoria, ed appunto perciò i libri de oratore di Cicerone sono un'opera impareggiabile, poiché l'autore della teoria sapeva come realmente si costruisce un oratore.

Una importanza storica addirittura universale poi acquistò la padronanza che Cicerone aveva della lingua nei suoi scritti filosofici; essi cioè, mentre difettano di acutezza, vigoria ed originalità di pensiero, ebbero un'alta importanza per la cultura occidentale in grazia della circostanza che Cicerone vi creò la terminologia filosofica della lingua latina.
Come con i Gracchi spuntò l'arte del dire, così nell'epoca dei Gracchi essa incominciò ad esercitare la sua influenza sulla storiografia.

Catone il vecchio aveva fondato la storiografia romana in prosa latina e Cassio Emina l'annalistica latina; i moti provocati dai Gracchi porsero a loro volta occasione a Fannio di trattare la storia contemporanea. Ormai non aveva più scopo l'uso di fissare su una tavola gli eventi principali di ciascun anno, praticato dal pontefice massimo dai tempi della guerra contro Veio; il pontefice P. Mucio Scevola cessò ora da queste registrazioni e nel tempo stesso pubblicò tutto il materiale di tavole che si trovava custodito nella sua dimora ufficiale, lo completò con elementi tratti da altre fonti e colmò la lacuna iniziale che comprendeva tutto il tempo anteriore al principio della guerra veiente.

Così sorse la cronaca sacerdotale romana, gli Annales maximi, la massima pubblicazione sacerdotale che venne ad aggiungersi alle pubblicazioni di diritto sacro che si erano cominciate a fare dalla metà del secolo. Questa cronaca con la sua ricchezza di materiali fu causa che gli annalisti del tempo successivo si lasciassero andare ad una prolissità e minutezza insopportabili; sull'arte dello
scrivere essa non potè influire per il fatto che ne era completamente priva; le prime tracce di quest'arte si incontrano in Celio Antipatro, che aveva subìto l'influenza dell'eloquenza di Gaio Gracco e nella sua narrazione della guerra annibalica porse la prima opera storica in lingua latina dotata di pregi artistici di forma.

Oltre alla storia contemporanea scritta da Fannio e dai suoi successori, vennero in luce le memorie di Sulla; gli uomini che facevano essi stessi la storia, cercarono ora di far anche prevalere il loro modo di concepire la storia; ciò fece con la massima sicurezza e con la massima semplicità ed efficacia di forma il più grande di tutti, il sommo Cesare, i cui commentarii non trovano confronto. Al genio della reazione era succeduto con Cesare il genio della democrazia, ed il partigiano di Cesare, Sallustio, scelse per le sue opere storiche argomenti e tempi nei quali l'aristocrazia si era irremediabilmente compromessa.

Già il demagogo Licinio Macro era spuntato nella lotta contro la reazione sullana e aveva trasportato le tinte dell'opera graccana e di Catilina nella storia del V e del IV secolo, sfigurandola così sino a renderla irriconoscibile; soltanto il Mommsen ed i suoi successori hanno spogliato la storia romana di queste falsificazioni e rimesso in luce il suo quadro genuino. Queste falsificazioni avevano acquistato la massima influenza per il fatto che col finire della repubblica Tito Livio pose mano a compilare la storia di Roma dalle origini sino allora e per quei tempi prese a base l'annalistica post-sullana.
Lo stesso fece, del pari sotto Augusto, Dionisio d'Alicarnasso per i lettori greci. Miglior servizio recarono alla scienza gli studi antiquarii di M. Terenzio Varrone di Rieti, che pose in evidenza i residui storici antichissimi fossilizzati nelle istituzioni politiche e sacrali e cercò di illustrarli.

Alla poesia del periodo graccano e post-graccano impressero l'impronta le satire di Lucilio; in esse si riflettevano questi tempi. La loro perdita é la più grave che abbia patita la poesia romana; invece il tempo ci ha voluto favorire conservandoci i sermoni oraziani scritti negli anni che segnarono il passaggio dalla repubblica al nuovo ordine di cose.

Nei canti di Catullo la poesia della generazione precedente presenta le sue note più originali, malgrado l'imitazione degli Alessandrini che in lui si riscontra e che sempre più si fa strada, dominando alla fine anche la bucolica di Virgilio che prende a modello Teocrito. Poesia e scienza si accoppiano nel poema didascalico di Lucrezio, de rerum natura; nei versi di un ammiratore entusiasta la filosofia epicurea trova la sua trasfigurazione poetica. Epicuro aveva tentato di liberare gli uomini dalle preoccupazioni religiose, e la sua critica in Lucrezio diviene odio contro la religione.

Greci e Romani formarono i propri dei a loro immagine e somiglianza e a secondo dell'indole del loro spirito, e conformemente alla particolare indole dello spirito greco e dello spirito romano la religione greca pose capo al mito, la religione romana al culto. Alla religione italica dei romani però si mescolarono assai per tempo elementi greci; divinità greche vennero accolte in Roma e divinità romane vennero ragguagliate alle greche ed ellenizzate. E dai tempi degli Scipioni la critica greca e la filosofia greca penetrarono anche nella religione romana, Ennio recò a Roma il razionalismo di Eumero.

L'influenza più grande però fu esercitata dalla ambasceria composta di filosofi greci recatasi a Roma nel 155 a. C., e soprattutto fu lo stoicismo a far presa sui Romani, lo stoicismo che cercava bensì di tener in piedi la religione ma sacrificava la religione popolare con le sue nuove interpretazioni.
Verso il 150 a. C. Polibio vanta i Romani per "...l'arte di mantenere forte lo Stato servendosi del timore degli dei". Essi si lasciarono guidare da considerazioni imposte dalle grandi masse popolari che tenevano a freno col timore dell'ignoto. Se si potesse costituire uno Stato di soli saggi, tutto ciò - egli dice - sarebbe inutile; ma il voler mettere da parte ora questi mezzi sarebbe un agire a casaccio ed irragionevolmente". Come si vede, quelle stesse idee religiose che riteneva superflue per un saggio, Polibio le dichiara indispensabili per ragioni politiche, per tenere a freno il popolo.

Analogo concetto pratico-politico fu in seguito manifestato persino da un pontefice massimo, Q. Mucio Scevola, quando distingueva tre specie di religioni, quella indegna e puerile dei poeti, quella del pari inadatta al popolo dei filosofi, e quella indispensabile ai governanti, religione questa che "era necessario mantenere anche quando fosse falsa".

Questi autori non ponevano mente ciò dicendo che nessuno può imporre ad un popolo una religione cui il popolo stesso non crede, e tale errore comune sul finire della repubblica fu comprovato anche dagli eventi. L'antica religione cedette passo per passo di fronte all'indifferentismo ed allo scetticismo, che raggiunse il colmo in quest'epoca, ma il sentimento religioso del popolo si cercò il sostituto.

E lo trovò in Oriente, nel sincretismo orientale. Furono primi ad emigrare in Occidente i culti dell'Asia Minore e dell'Egitto, ed i pirati cilici diffusero sin d'ora il dio iranico del sole, Mitra, sulle sponde del Mediterraneo. Così l'ultima grande divinità del paganesimo, che non soccombette se non al cristianesimo, cominciava già prima della fine della repubblica la sua conquista del dominio romano.

L'Ellade aveva soggiogato Roma, e l'Oriente cominciò ad esercitare la sua influenza su Roma ellenizzata, ma Roma non fu soltanto passiva, ed influì a sua volta anche attivamente, e già verso la metà del secondo secolo a. C. incominciò un processo di romanizzazione dell'ellenismo.
Non parliamo qui dell'incivilimento materiale, di quello scambio che fu il portato dell'ampliamento mondiale del traffico, ma di reciproca influenza nel campo delle idee e degli ideali. La figura dello Stato romano dominatore del mondo impressionò proondamente con la sua grandezza imponente l'animo sensibile dei greci ed offerse agli Elleni nuovi ideali politici, indicò loro nuovi compiti e nuovi fini.

Nessun altro intese così potentemente e profondamente la grandezza di Roma come il figlio della lega achea, come Polibio, cui la sorte avversa si volse in fortuna e che nel commercio con i grandi personaggi romani imparò ad apprezzare la grandezza di Roma: cosicché si diede a scrivere la storia dello svolgimento del dominio mondiale dei Romani. Egli é il primo della serie dei grandi storiografi stoici che attraverso Posidonio, il più gran dotto dell'antichità fra l'Alessandrino Eratostene ed il neoplatonico Porfirio, ci porta sino a Strabone, il contemporaneo dell'imperatore Augusto, che completò sotto Tiberio la sua storia romano-ellenistica col suo disegno del mondo antico.

La geografia di Strabone ci mostra quanto il mondo dell'ellenismo si fosse conciliato col mondo romano e col principato, allorché con la dura oppressione del governo senatorio cessò anche la guerra civile e la pace dell'epoca imperiale restituì alle province tranquillità e benessere.
Si diffuse ora sull'impero romano la tranquillità di un'era sazia di benessere, che certo non può paragonarsi all'intima soddisfazione di una gioventù povera ma piena di forza, ma che é spesso nella vita dei singoli come dei popoli l'epilogo migliore. E sotto il governo romano i Greci ora impararono la disciplina, ciò che aumentò le loro qualità politiche e li pose in grado di mantenere in piedi l'impero in Oriente quando l'Occidente si sfasciò.

Dall'Oriente venne una nuova fede, essa conquistò per primi gli Elleni ed in seguito conquistò anche il mondo latino, essa adottò le forme dello Stato e si organizzò in base all'organizzazione dell'impero: nella chiesa universale venne a compimento la romanizzazione dell'ellenismo.

Dobbiamo ora tornare agli anni di Augusto
dopo la vittoria di Azio, cioè alla ...

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