-------------------------------------- STORIA UNIVERSALE --------------------------------------

55. GLI OSTROGOTI

 

Di questa popolazione sappiamo che erano germani, e formavano uno dei più cospicui rami dei Goti. Il loro primo regno costruito sulle sponde del Dnepr fu distrutto insieme a quello dei Gepidi dai primi Unni intorno al 375. Ma la morte poi di Attila (453) seguito dallo sfasciarsi del regno, nel territorio della Pannonia e dell'Ungheria oltre ai Gepidi, anche gli Ostrogoti riacquistarono importanza.

I Gepidi si stanziarono a oriente della Pannonia, e qui protetti dalle alte montagne, gradito il luogo e perfino onorati dall'imperatore bizantino con "donativi annui", vi si stabilirono, e non essendo coinvolti in guerre difensive nè pensavano di farne offensive, il loro popolo pensò di ritrarsi dalla scena della storia vivendo tutti in pace.
Anche Costantinopoli nel dare il donativo dopo aver stretto l'alleanza, come contropartita era quello di avere alle sue spalle una fascia difensiva da aventuali invasioni, e in effetti il territorio dei Gepidi rappresentò un valido baluardo. Ma dei Gepidi ne sentiremo di nuovo parlare quando nella zona un secolo dopo i Longobardi iniziarono a stanziarsi nei dintorni con l'intenzione di espandersi a loro spese. (vedi il capitolo dei Longobardi).

Non così gli Ostrogoti, che in ordine sparso stabilitisi nelle vaste pianure dell'Ungheria e della Pannonia centrale, si trovarono in mezzo ai tumulti e furono costretti a guerreggiare da ogni lato e a sostenere gravi lotte. Di perdite ne subirono moltissime, ma la causa maggiore fu dovuta al fatto che non si trovavano uniti; erano disseminati in tanti luoghi, un gruppo era nella Tracia, un altro in Pannonia, altri gruppi in Epiro e in Illiria, e altri ancora in varie località. Una situazione questa che fece maturare al nucleo principale la tendenza a emigrare verso sud, nella Tracia bizantina, non molto distanti dalla capitale Costantinopoli.

Come avevano fatto i Gepid, pure loro sotto il regno di Vinitario, della potente stirpe degli Amali, stipularono con l'impero bizantino un trattato di alleanza, obbligandosi, dietro compenso di un tributo annuo, a difendere dagli altri barbari le frontiere dell' impero medesimo. 

Morto Vinitario, gli seguirono i tre figli Velamiro, Vidimato, Teodimiro, i quali rinnovarono con Leone il trattato di alleanza e (i bizantini per cautelarsi esigevano anche questo) gli diedero in ostaggio, Teodorico, figlio di Teodimiro, che allora contava appena otto anni (463).

Dieci anni rimase Teodorico alla corte di Costantinopoli e questo soggiorno non fu senza efficacia sull'educazione e sul temperamento del giovane principe, che crebbe alla scuola delle armi romane e della scaltra politica bizantina; scuola mirabile per un barbaro pieno d'ingegno, di audacia e di ambizione che era destinato ad un grande avvenire. L'influenza fu decisiva suo suo avvenire e su quello del popolo goto.
Durante il soggiorno di Teodorico a Costantinopoli
i rapporti tra gli Ostrogoti e l'impero rimasero cordiali ma poiché magri erano gli stipendi che l' impero pagava a questi barbari,  questi cercarono e trovarono altre risorse in guerre frequenti contro popoli vicini, in una delle quali combattuta contro gli Sciri, trovò la morte il maggiore dei tre fratelli: Velamiro.

Prese il titolo di re il fratello Teodimiro, il quale chiese ed ottenne la restituzione del proprio figlio. Teodorico, partito da Costantinopoli nel 472, all'età di diciott'anni, appena rientrato a casa, diede subito prova del suo valore, assalendo oltre il Danubio, senza che il padre impegnato contro gli Svevi ne sapesse nulla, con seimila guerrieri i Sarmati, sconfiggendoli ed uccidendo il loro re. 

Teodorico iniziava brillantemente la carriera delle armi ma mostrava nel medesimo tempo il suo spirito indipendente: difatti, volendo trarre dalla vittoria un vantaggio, teneva per sé Singinduno (od. Belgrado) che i Sarmati avevano in precedenza sottratto all'impero bizantino. Quest'atto del giovane Teodorico (il non riconsegnare Singinduno) causò la rottura dei rapporti tra gli Ostrogoti e Costantinopoli, che, sospendendo il pagamento del tributo, mise in grandi strettezze i barbari.
Questo spiega perchè nel 473 una parte di Ostrogoti, sotto il comando di Vidimato, passò in cerca di altri stanziamenti in Italia, ma dove Glicerio li indusse a trasferirsi in Gallia; l'altra parte invece con Teodimiro si spinse nella Mesia e vi si stabilì costringendo l'imperatore Leone a rinnovare l'alleanza e gli assegni.

L'anno dopo, nel 474 mori Teodimiro e gli successe al trono il figlio Teodorico. Varie vicende ebbero i suoi rapporti con l' impero. Teodorico aveva un pericoloso concorrente in un principe dello stesso nome, Teodorico STRABONE, capo di un ramo ostrogoto stabilitosi in Tracia dopo lo sfacelo degli Unni. Con i due principi barbari l'imperatore ZENONE tenne una politica oscillante, molto ambigua, servendosi ora dell'uno ora dell'altro e cercando pure, senza riuscirvi pienamente, di metterli l'uno contro l'altro. 
Dei due il più pericoloso era Strabone con l'aiuto del quale BASILISCO riuscì a cacciare l'imperatore usurpandogli il trono; Teodorico, pur non avendo pretese minori dell'altro, non si mise mai in aperta rottura con Zenone e più di una volta gli rese servigi preziosi, fra i quali il più importante l'aiuto prestatogli contro Basilisco che valse a rimettere sul trono proprio lo stesso imperatore Zenone.

La morte di Strabone, avvenuta nel 481 e il passaggio degli Ostrogoti della Tracia sotto le insegne del figlio di Teodimiro, liberarono, sì, l'imperatore da un vicino avido e pericoloso, ma fecero crescere enormemente la potenza e le pretese di Teodorico. Questi difatti, nel 483 riuscì ad ottenere il possesso della Dacia Ripensa e della Mesia inferiore e il titolo e la carica di magister militiae praesentis, nel 484 il consolato. Nel 486, avendo aiutato l' imperatore a sconfiggere i ribelli LEONZIO e ILLO, fu ammesso agli onori del trionfo; una statua equestre gli venne innalzata nello stesso anno a Costantinopoli.

Teodorico era indubbiamente preziosissimo, come alleato nei momenti di bisogno, ma era anche esigente e vendeva a caro prezzo i suoi servigi. Questo dipendeva, più che da uno smodato desiderio di ricchezze, dal bisogno in cui si trovavano gli Ostrogoti, i quali, non essendo agricoltori e non vivendo di industrie o di commerci né, d'altro canto, potendo procacciarsi sempre bottino da guerre mosse ad altri barbari, erano costretti dall' insufficienza dei sussidi imperiali a fare scorrerie non infrequenti nello stesso territorio dell'impero. In una di queste scorrerie noi troviamo l'audace Teodorico con il suo esercito sotto le mura di Costantinopoli. 

Correva l'anno 487. L'anno seguente, a Nova, insieme con la notizia della disfatta dei Rugi giungeva Federico. Se è vero che i Rugi erano stati spinti dalla corte di Costantinopoli ad invadere il Norico, la loro disfatta rappresentava uno scacco per la politica di Zenone. Non delle più liete era la situazione di questo imperatore: entro le frontiere dell'impero egli si trovava ad avere un potentissimo barbaro, Teodorico, arrogante ed insaziabile che minacciava di diventare nell'Oriente quel che Ricimero era stato nell'Occidente. Ai confini aveva un altro barbaro, non meno potente e pericoloso, ODOACRE, il quale aveva sempre mostrato di voler governare come luogotenente imperiale ma ora annunziando a Zenone la vittoria sui Rugi offrendogli parte del bottino, era pur sempre colui che aveva spodestato Nepote, aveva occupato la Dalmazia, e forse si stava preparando (questo pensava Zenone) a muover contro l'Oriente.

Eppure Odoacre aveva fino allora mantenuto un contegno leale verso Bisanzio. Da 12 anni dominava in Italia, aveva legittimato la signoria conquistata con la forza ma aveva anche curato poi il livellamento tra i suoi soldati ed i cittadini. Certo con lui era spuntata anche l'idea di un'Italia omogenea, formante Stato a sè. Formalmente egli era soggetto all'alta sovranità dell'imperatore che lo aveva insignito del titolo di patrizio; rispetto ai suoi sudditi germanici era re, agli italiani si presentava come dignitario imperiale, la cui carica però era fusa con la dignità reale.

Odoacre fece coniare monete, nominò funzionari, decise lui la pace, ma anche pronto in caso contrario a mettersi a capo per fare una guerra. Accorto e risoluto, fece valere la sua autorità in Roma nelle elezione dei papi e costruì una flotta con cui soggiogò la Sicilia e come abbiamo visto sopra la Dalmazia.
Insomma abile e moderato, il primo re d'Italia seppe usare la potenza delle armi al di fuori e ricondurre all'interno uno stato di pace e di ordine quale la penisola non aveva più visto da alcuni decenni.
Tuttavia la sua dominazione non era eretta su solide basi; per i latini egli rimase uno straniero, per gli ecclesiastici un abominevole eretico, inoltre i suoi germani tennero una condotta baldanzosa e provocante. Oltre a ciò il paese era economicamente allo stremo, mentre
Odoacre aveva bisogno di denaro che dall'imperatore non arrivava; anzi proprio l'imperatore temeva la sua ascesa, come forza ma anche come carisma. Al pari di un altro che aveva sulla soglia di casa: Teodorico.

Erano entrambi due barbari, Teodorico e Odoacre, egualmente pericolosi per Zenone, due principi di cui volentieri l' imperatore si sarebbe sbarazzato con poco o nessun rischio. E tentò infatti di liberarsene mettendo in opera la politica più semplice ma più efficace di cui altre volte con buon risultato si era servito, quella cioè di mettere un barbaro contro con l'altro.
Il momento non poteva essere più propizio. Gli Ostrogoti non potevano più vivere sopra un territorio già sfruttato, essi si dibattevano in una grave crisi economica ed erano desiderosi, oltre che spinti dalla necessità, di trovarsi altre sedi meno disagiate e meno precarie. Quali territori migliori dell' Italia? Un'impresa contro Odoacre risolveva definitivamente e vantaggiosamente il disagio economico degli Ostrogoti; esaudiva il desiderio di vendetta di Federico; e rappresentava la migliore risposta al rifiuto dato da Odoacre a Teodorico quando questi aveva chiesto la liberazione di Feba e di Gisa.

L'impresa d' Italia era quindi nell' interesse di Zenone e di Teodorico e ad entrambi premevano certamente di compierla. È quindi ozioso indagare se dall'imperatore bizantino o dal re ostrogoto sia venuta l'iniziativa, e solo per curiosità si possono citare le opinioni, in apparenza discordi ma concordi nella sostanza, dei più autorevoli storici, Jordanis e Procopio. Secondo il primo, Teodorico avrebbe detto all'imperatore, proponendogli l'impresa, che non sarebbe più stato a carico dell'impero se fosse stato disfatto e, se avesse vinto, avrebbe governato in nome di Zenone; secondo Procopio sarebbe stato invece l'imperatore a proporre al re la conquista d'Italia per liberarsi degli Ostrogoti troppo vicini a casa e diventati troppo esigenti.

Se tra Zenone e Teodorico, prima della partenza di quest'ultimo, sia intervenuto un accordo non si sa; ma facilmente si può supporre che un accordo dovette esserci. Le parole di Jordanis, pur non parlando di un trattato, lo fanno credere: Teodorico si impegnava di governare l'Italia in nome dell'impero (ego si vicero vestro dono vestroque munere possidebo); Zenone manteneva, dal canto suo, i suoi diritti sull' Occidente, che si riducevano -con quella di Teodorico re - ad una sovranità puramente nominale.


Tornato da Costantinopoli nella Mesia, Teodorico rivolse tutte le sue cure ai preparativi. Non un esercito doveva partire, ma tutto un popolo e questo doveva trasportare tutte le sue cose nelle sedi da conquistare. Né erano soltanto Ostrogoti quelli che Teodorico ai apprestava a condurre con sé; vi erano i Rugi superstiti, vi erano gli Sciri, ma la maggioranza era composta di Goti. Fra questi c'era perfino un parente di Zenone, Artemidoro, che non sappiamo se volesse partecipare all'impresa per desiderio di avventure o forse espressamente incaricato dall'imperatore di sorvegliare Teodorico.

L'estate del 488 fu impiegata nei preparativi: le biade furono mietute e messe sui rozzi e pesanti carri su cui furono poste anche le masserizie, da ogni parte della Mesia e dalla Dacia Ripense le popolazioni affluirono a Nova e di qua ebbe inizio la spedizione.
Circa trecentomila individui, di ogni età e d'ogni sesso, si misero in marcia nell'autunno del 488. La via che percorrevano era quella stessa che le legioni romane erano solite percorrere recandosi dall'Oriente all'Occidente e viceversa, la via che Alarico coi suoi Visigoti aveva tenuto, che toccava Sirmio, attraversava la Pannonia lungo la valle della Sava e per il Norico meridionale conduceva alle Alpi orientali e sbucava sull'Isonzo. 
Il freddo era intenso e il gelo irrigidiva i capelli e la barba. La cavalleria procedeva innanzi, ai fianchi e dietro la immensa colonna di pedoni, di quadrupedi e carri; terminati presto i viveri, la caccia serviva ad alimentare scarsamente il popolo in marcia, che la sera si arrestava presso grandi fuochi.
Passata la Sava, gli Ostrogoti penetrarono nel territorio dei Lepidi. Qualcuno ha pensato che i Lepidi si fossero alleati con Odoacre per contrastare il passo agli invasori, ma non abbiamo prove per affermarlo. Si sa però che i Lepidi si opposero al passaggio di Teodorico forse temendo il saccheggio del loro territorio; essi si schierarono dietro un fiume chiamato Ulca e, richiesti, negarono risolutamente il passo agli Ostrogoti.

Questi allora si videro costretti a farsi strada con le armi e fu ingaggiata una battaglia accanita. Dalla descrizione che Ennodio ne ha fatta, risulta che essa durò a lungo e che i Lepidi combatterono con grandissimo valore. Essi avevano già sopraffatto gli Ostrogoti, quando Teodorico, raccogliendo i migliori guerrieri intorno a sé e incoraggiando con la voce e con l'esempio gli altri che tentennavano, si lanciò vigorosamente contro il nemico. Sfondato lo sbarramento e poi sbaragliati, i Lepidi si diedero alla fuga inseguiti dai vincitori che ne fecero strage.
Nel territorio dei Lepidi fu fatta una lunga sosta. Gli Ostrogoti erano stanchi dal viaggio, dalle fatiche e dalla battaglia; non pochi erano feriti, scarseggiavano le vettovaglie. Era necessario che si riposassero, che facessero rimarginare le loro ferite, che si rifornissero di viveri; era necessario inoltre che si lasciasse trascorrere l' inverno, non essendo prudente passare le alpi in quella stagione. Il riposo fu di alcuni mesi, il bottino sottratto ai vinti servì a rimetter in forze i vincitori e quando questi, nella primavera del 489, si rimisero in marcia forse non pochi Lepidi li seguirono.
Altre fatiche ed altri combattimenti gli Ostrogoti dovettero sostenere nella seconda parte del loro viaggio, ma infine, nell'estate del 489 giunsero alle Alpi orientali.

L'impresa alla quale Teodorico si era accinto era difficilissima, e le difficoltà non erano certo finite con il giungere alle porte d'Italia. Era questa una regione che doveva essere conquistata con la forza delle armi. Odoacre aveva, è vero, in Italia dei nemici, perché non pochi dovevano essere i malcontenti, fra i quali in prima fila i grandi latifondisti, colpiti dalla confisca del terzo delle terre, e malconteno c'era nell'inetto Senato romano; ma con la sua prudente condotta Odoacre tuttavia si era acquistate molte simpatie e poteva contare sull'appoggio di molti. 
I Siciliani, che erano stati liberati dai Vandali, gli erano grati e fedeli; riconoscenti erano a lui le popolazioni della Liguria, delle cui condizioni egli si era vivamente interessato; il clero, che tanto contava, non poteva non essere favorevole ad Odoacre il quale, pur essendo ariano, quindi eretico, nulla però aveva fatto contro la Chiesa Cattolica. Il clero anzi, dati i rapporti non buoni che correvano tra la Chiesa di Roma e la corte di Costantinopoli, doveva vedere in Teodorico, in quanto veniva come luogotenente di Zenone, un pericoloso nemico.

Ma la forza maggiore di Odoacre era il suo esercito agguerrito e disciplinato, uscito vittorioso da due recenti guerre, il quale avrebbe combattuto accanitamente per difendere il paese in cui si era stabilito e avrebbe potuto ricevere aiuti non indifferenti dai popoli della stessa stirpe delle vicine frontiere.
Le difficoltà a cui andava incontro non dovevano essere ignote a Teodorico. Possiamo quindi credere che prima di valicare le Alpi abbia iniziato trattative coi Visigoti, i cugini della Gallia, dai quali anni prima erano stati cordialmente accolti gli Ostrogoti di Vidimero, e pertanto abbia avuto da essi promesso di aiuto.

Nell'agosto del 489 gli Ostrogoti si accamparono al ponte dell' Isonzo e, com'era da prevedersi, si trovarono di fronte all'esercito di Odoacre.
La prima battaglia fu combattuta il 28 di agosto ed ebbe esito favorevole per gli Ostrogoti; ma non fu una vittoria decisiva, tanto è vero che Teodorico ritenne opportuno di non molestare il nemico nella ritirata che Odoacre fu costretto fare a Verona, nelle cui vicinanze egli s'accampò. Qui venne ad assalirlo Teodorico il 30 settembre del 489 e fu tutto merito del valoroso condottiero se gli Ostrogoti non subirono una irreparabile sconfitta. Dopo lungo ed accanito combattimento, infatti, avevano cominciato a vacillare e molti avevano voltato le spalle. Fu allora che Teodorico mostrò quanto grandi fossero il suo valore e il suo prestigio: riannodate le schiere dei suoi, alla testa di esse si lanciò con estrema violenza contro il nemico e, come sulle rive dell' Ulca così in quelle dell'Adige, la vittoria fu sua.
L'esercito di Odoacre subì perdite considerevoli; molti dei suoi soldati, fuggendo, trovarono la morte nelle acque del fiume, e a stento il re riuscì a scampare; ma non meno gravi furono le perdite degli Ostrogoti, che, anche questa volta, non poterono darsi all' inseguimento del nemico.

Non osando o non essendo in condizioni di passare il Po e scendere verso l'Italia centrale, Teodorico si rivolse alla conquista della Transpadana. Questa non fu difficile: Milano gli aperse le porte per tradimento - come sembra - di Tufa, magister militum, che con le milizie che comandava passò agli Ostrogoti. Dopo Milano venne la volta di Pavia. Se si deve prestar fede ad Ennodio, Epifanio, vescovo di questa città, per risparmiare agli abitanti gli orrori della guerra, pur non rompendo i rapporti con Odoacre, il prelato si recò a Milano a fare atto di sottomissione in nome dei Pavesi.

Sconfitto sotto Verona, Odoacre passò il Po e con i resti del suo esercito mosse su Roma, ma la metropoli, forse per ordine del Senato, gli chiuse le porte in faccia. Odoacre si vendicò devastando i dintorni della città, poi richiamate probabilmente le guarnigioni dell' Italia meridionale e della Sicilia, si diresse a Ravenna, che diventò la base delle sue operazioni e il luogo di raccolta delle sue forze.
Teodorico non si mosse dalla Transpadana, ma preoccupato della rinascita dell'esercito nemico, mandò alla volta di Ravenna un corpo di Ostrogoti al comando di Tufa. Questi andò a Faenza poi marciò su Ravenna, ma prima di giungervi fece ritorno a Faenza, dove lo raggiunse Odoacre.
Fra i due ebbe luogo un colloquio, e Tufa ritornò sotto l'obbedienza di Odoacre e gli consegnò gli Ostrogoti che Teodorico gli aveva affidati i quali furono condotti prigionieri a Ravenna.

L'agire di Tufa fece credere che il suo tradimento fosse stato una finzione, un mezzo cioè per servir meglio il suo signore. Sia o non sia stato simulato il tradimento del capo barbaro, dopo il suo ritorno cominciano a rialzarsi le sorti dell'esercito di Odoacre. 
Con l'esercito ricostituito lo ritroviamo ora a Cremona dove inizia l'offensiva. Milano, assalita, cade in suo potere e gli abitanti pagano a caro prezzo la precedente sottomissione a Teodorico. Il re degli Ostrogoti è costretto a chiudersi a Pavia e qui viene assediato da Odoacre. Pavia ha tali fortificazioni che non è cosa facile prenderla d'assalto, e le vettovaglie a quanto sembra, non fanno difetto. Teodorico può quindi rimanere ad aspettar gli aiuti dei Visigoti senza rischiare una battaglia in campo aperto che potrebbe riuscirgli fatale.
Per sua fortuna i cugini della Gallia passarono con numerose forze le Alpi. Il loro arrivo costituiva la salvezza per Teodorico e gli dava la possibilità di riprendere l'offensiva.

Era l'estate del 490. Odoacre, impotente a fronteggiare il nemico, più forte di lui per le nuove truppe sopraggiunte, levò l'assedio e si diresse a Cremona, dove avrebbe potuto resister meglio. Ma Ostrogoti e Visigoti, uniti insieme, non glie ne diedero il
tempo: raggiuntolo sull'Adda, l'obbligarono alla battaglia che venne combattuta l'11 agosto. Il combattimento fu lungo e aspro e le perdite furono gravissime da ambo le parti. Fra i caduti dell'esercito di Odoacre ci fu Pierio, comes domesticorum.

La vittoria arrise a Teodorico: La Transpadana era perduta per Odoacre, né aveva più forze sufficienti per difendere il resto dell'Italia. Cremona era vicina, ma, se era un'ottima base per un generale che potesse disporre di un forte esercito, non rappresentava una piazzaforte per chi, come il vinto re, non aveva sotto di sé che truppe scarse e provate dalla sconfitta. 
Non potendo ormai più fronteggiare il nemico in aperta campagna, Odoacre decise di chiudersi in una città fortificata e scelse Ravenna, che gli offriva i più grandi vantaggi. Ravenna, difatti, per la vicinanza del mare e per le fortissime opera di difesa di cui era munita, poteva sfidare un lunghissimo assedio; di là inoltre Odoacre poteva comunicare con il rimanente della penisola e minacciare le spalle dell'esercito degli Ostrogoti se si fosse spinto nella parte centrale e meridionale d' Italia.

A Ravenna Odoacre si ritirò con il resto delle sue truppe, ma lasciò presidi a Cesena, a Rimini e in qualche altra città. Egli sperava di potere raccogliere intorno a sé nuove truppe, sperava nella fedeltà della Sicilia e dell' Italia meridionale, sperava in una prossima partenza dei Visigoti e forse nell'aiuto di GUNDOBADO, re dei Burgundi, che - come qualcuno crede - era stato sollecitato a scendere contro Teodorico. 
Effettivamente Gundobado - non si sa se alla fine del 490 o l'anno dopo - passò le Alpi, ma, invece di marciare contro gli Ostrogoti, invase e saccheggiò la Liguria e, carico di bottino, se ne ritornò nel suo regno traendosi dietro un gran numero di prigionieri.

Chiuso in Ravenna, Odoacre rappresentava un pericolo non indifferente per Teodorico, ma questi, con buona parte del suo esercito poteva, come aveva fatto Alarico una volta, scorazzare per l' Italia. 
Dell' Italia anzi oramai Teodorico si considerava padrone, il Senato si era schierato dalla sua parte, il clero si manteneva in una prudente neutralità, quelli che erano stati apertamente fautori di Odoacre, dopo averlo visto in cattive acque, si erano subito pronunziati per Teodorico, il quale si imponeva per la forza delle sue armi vittoriose e per quella che gli veniva dall'essere l' inviato del legittimo imperatore.

Dopo la battaglia dell'Adda -stando a quello che gli storici ci dicono - Teodorico mandò ambasciatori a Zenone per annunziargli le vittorie che aveva riportate su Odoacre. Fra i messi spediti c'era FAUSTO, principe del Senato. La presenza di questo ci fa conoscere che non soltanto per comunicare la notizia dei successi militari era stata mandata l'ambasceria a Costantinopoli. 
Le fatiche sostenute, le grandi difficoltà incontrate nella spedizione e le vittorie riportate avevano fatto crescere gli appetiti di Teodorico. Egli era partito dalla Mesia in qualità di luogotenente dell'impero, per cacciare dall'Italia Odoacre; ora invece desiderava prendere il posto del vinto e chiedeva di essere investito della sovranità. Odoacre, dopo la deposizione di Romolo Augustolo, si era servito del Senato per chiedere il patriziato, e così del Senato ora si serviva Teodorico per chiedere a Zenone le insegne della sovranità, sperans se vestem induere regiam (Anonimo Valesiano).

Ma la mediazione di Fausto non ebbe l'effetto desiderato: Zenone non poteva rinnovare per l' Italia uno stato di cose per distruggere il quale aveva mandato Teodorico. Egli oppose un rifiuto alle richieste del re. Contegno uguale tenne il suo successore, NASTASIO, salito al trono dopo la morte di Zenone avvenuta il 9 aprile del 491, e tale contegno non doveva mutare neppure dopo la definitiva disfatta di Odoacre.
Infatti questi resisteva a Ravenna e pare che la sua posizione non fosse cattiva. Malgrado gli sforzi di Cassiodoro i Siciliani gli si mantenevano fedeli; nella stessa Roma - come fa fede una lettera di papa Gelasio - aveva ancora non pochi fautori; le città vicine di Cesena e di Rimini in mano delle guarnigioni di Odoacre rendevano inefficace l'assedio di Ravenna; ed infine questa, aveva libere le comunicazioni con la opposta sponda adriatica e con le coste italiane e riceveva viveri e rinforzi di armati con i quali Odoacre riuscì a mettere insieme un esercito rispettabile.

Vari furono i tentativi di Odoacre di rompere l'assedio, e tutti condotti con grande energia. Uno di questi fu fatto verso la metà del luglio del 491. Uscito di notte con la maggior parte delle sue forze, Odoacre assalì con grande impeto il nemico alla Pineta e al Ponte Caudiano. La battaglia fu oltremodo accanita e parve per poco che dovesse finire con la vittoria degli assediati, ma ben presto le posizioni perdute furono riconquistate dagli Ostrogoti e i guerrieri di Odoacre, decimati, dovettero rientrare in disordine a Ravenna. Fra i morti ci fu il magister militum LEVITA, che, fuggendo, perì annegato nel Ronco.

La sconfitta e le perdite di questa battaglia notturna furono così gravi che Odoacre non osò più tentare altre sortite. Non pare però che egli si sia rassegnato a subir passivamente l'assedio. Alcuni avvenimenti accaduti nel 492 nella valle del Po ci autorizzano a sospettare che Odoacre abbia tentato di rivolgere l'attenzione di Teodorico nell'alta Italia e di fare allentare la morsa in cui si era chiuso dalla parte di terra.

A Pavia era rimasto, coi suoi Rugi, FEDERICO, uomo violento e senza freno, il quale, mentre Teodorico era impegnato nell'assedio di Ravenna, desolò da vero barbaro la città e il territorio. Federico era ambiziosissimo e non poteva esser contento della parte secondaria che aveva nella guerra d' Italia; non si peccherebbe quindi di audacia pensando che Odoacre possa aver tentato con promesse allettanti di trarlo dalla sua parte.
Prove di trattative tra Federico ed Odoacre non si hanno, ma è certo che Federico, nel 492, si ribellò apertamente a Teodorico e che Tufa con un corpo di armati comparve nella Transpadana a spalleggiare il ribelle. Questo fatto ci conferma nel sospetto che un accordo fra Odoacre e Federico fosse intervenuto. L'accordo però non durò a lungo. Ce ne dà notizia Ennodio, il quale scrive che tra il re dei Rugi e Tufa sorsero dei gravi dissidi che provocarono la rottura ed una sanguinosa battaglia. Questa ebbe luogo nella valle dell'Adige, fra Verona e Trento, e in essa Tufa trovò la morte.

Questi avvenimenti però non distrassero da Ravenna il grosso dell'esercito di Teodorico. L'assedio continuò regolarmente; ma era un assedio senza efficacia essendo aperta agli assediati la via del mare da cui traevano rifornimenti di viveri e di armati.
La situazione cambiò quando, nell'estate del 492, Rimini cadde in potere degli Ostrogoti, perché Teodorico riuscì a mettere insieme velocemente una flottiglia di piccole navi e con queste chiuse Ravenna anche dalla parte del mare.
L'assedio entrava così nella fase risolutiva. Sebbene rigorosamente bloccato, Odoacre resistette, ancora sei mesi e fu in questo periodo che la città soffri maggiormente. Al dir di un cronista ravennate, molti di quelli che non erano periti di ferro morirono di fame, perché i viveri di giorno in giorno si facevano più scarsi e un moggio di grano lo si pagava perfino sei solidi d'oro.

Ma alla fine Odoacre - secondo quel che riferiscono gli storici - comprese che non era più possibile un'ulteriore resistenza ed avviò trattative con Teodorico per mezzo dell'arcivescovo di Ravenna, Giovanni. Il 25 febbraio del 493 TELANE, figlio di Odoacre, fu mandato come ostaggio al campo degli Ostrogoti; due giorni dopo il trattato di pace era concluso.

Molti storici hanno discusso i termini di questo trattato. Quel che vi è di certo nelle notizie a noi pervenute è che Odoacre ebbe promessa di aver salva la vita. Su questo sono concordi le fonti occidentali e le orientali. Queste ultime però riferiscono condizioni del trattato che le altre tacciono e che a noi sembrare molto strane. Secondo Procopio e Giovanni Antiocheno, Teodorico ed Odoacre si sarebbero obbligati a regnare insieme. Senza dubbio, a prima vista, la condizione della pace sembra alquanto singolare perché non pare verosimile che Teodorico, dopo tante vittorie, ridotto agli estremi il suo nemico, gli abbia concesso di averlo collega, a parità di condizioni, nel regno.

Non avendo ragioni plausibili per rigettare le notizie di Procopio e dell'Antiocheno e non potendo ammettere come dettate da generosità di Teodorìco le condizioni di cui i due storici fanno parola, dobbiamo cercarne la spiegazione nelle condizioni in cui si trovavano i due principi nel momento delle trattative. Lo stato di Odoacre non doveva essere così disperato come si vuol far credere. Se fosse stato proprio ridotto agli estremi, Teodorico non avrebbe accettato di trattare o avrebbe imposto la capitolazione incondizionata.
Dobbiamo pensare che Odoacre promesse a Teodorico di porre termine all'assedio. Di che cosa poteva temere il re degli Ostrogoti? Di una sortita disperata degli assediati che poteva anche avere un esito favorevole? Che gli Eruli, come minacciavano, calassero dalle frontiere in aiuto del nemico? Che l'imperatore di Costantinopoli, con cui Teodorico non era più in buoni rapporti, approfittasse dell'assedio per disfarsi dell'uno e dell'altro principe? Non lo sappiamo con precisione. Forse di tutto ciò che abbiamo detto temeva il re degli Ostrogoti. Il suo timore giustifica pienamente le condizioni del trattato di pace. Che poi il trattato fosse concluso in buona fede dall'una parte e dall'altra non possiamo credere. I fatti che seguirono autorizzano a credere che Teodorico, firmando il trattato, meditasse il colpo che doveva costar la vita al suo rivale.
Tuttavia con la stipulazione del trattato aveva termine la guerra, che era durata tre anni e mezzo; la guarnigione di Cesena posava le armi e Ravenna apriva le porte.
Il 5 marzo del 493 Teodorico fece il suo ingresso a Ravenna, accolto dall'arcivescovo e dal clero.

Alcuni giorni dopo Odoacre periva per mano di Teodorico. Qualche storico occidentale afferma che Odoacre fu ucciso per aver tramato insidie contro il re degli Ostrogoti; gli storici orientali, non sospetti, non parlano invece di insidie ed accusano Teodorico di tradimento.
Secondo essi, dieci giorni dopo l'accordo, Odoacre fu invitato dal rivale a banchetto nel palazzo del Laureto. Appena giunto, fu avvicinato da due uomini, i quali, col pretesto di porgergli una supplica, gli afferrarono i polsi. Era il segnale convenuto: alcune guardie armate accorsero, ma nessuno osò colpire il re. 
Sì avanzò allora Teodorico, che, sordo alle proteste del nemico, gli menò con la spada un terribile fendente, esclamando con truce e sarcastica compiacenza : « par che costui non abbia ossa ».

Così moriva, dopo diciassette anni di regno, Odoacre, che fu prode guerriero e politico accorto, che non volle, come si pensò, fondare una signoria propria in Italia, ma desiderò governar questa in qualità di patrizio, che non fu, come fu detto, un tiranno, ma un capo avveduto, un uomo di buona volontà, che ebbe il solo torto, di fronte alla storia, qualche volta ingiusta, di non aver saputo evitar la sconfitta.
La sua salma venne tumulata nella sinagoga giudaica di Ravenna. Alla morte di Odoacre seguì quella dei suoi familiari: il fratello Onulfo venne ucciso, la moglie Sunigilda fu messa in carcere e fatta perire di fame, il figlio Telane relegato in Gallia fu più tardi messo a morte, e la morte trovarono pure i barbari seguaci di Odoacre che erano dentro o fuori Ravenna.

Col tradimento e le stragi si chiudeva la guerra e si inaugurava la signoria degli Ostrogoti in Italia.

 

IL GOVERNO DI TEODORICO


Uno dei primi atti di Teodorico dopo la morte di Odoacre è un editto col quale il principe degli Ostrogoti stabilisce per gli Italiani, i quali abbiano parteggiato per il morto re, la perdita dei diritti civili e politici. Per intercessione però del vescovo di Pavia il provvedimento viene mitigato; è applicato cioè soltanto a tutti coloro che abbiano fatto uso delle armi contro gli Ostrogoti. 
Se si badi però che LIBERIO, lo strenuo difensore di Cesena, non patisce alcun male, anzi viene tenuto in alta considerazione da Teodorico, è da credere che l'editto teodoriciano, così temperato, non abbia avuto rigorosa applicazione. Nè poteva averla se si pensi alla situazione di Teodorico nei rapporti con l' impero d'Oriente. 
Teodorico appena entrato a Ravenna, è stato confermato re dai suoi Ostrogoti, ma per gli Italiani non è che un patrizio. Soltanto nel 498 l'imperatore ANASTASIO conferisce a Teodorico l'autorità regia e gli manda - se è vero -gli ornamenta Palatii inviati da Odoacre a Costantinopoli.

Ma non è da pensare che la nuova autorità di Teodorico non avesse dei limiti e che venisse ad acquistare la medesima posizione che avevano avuto gl'imperatori d'Occidente. La sovranità di Teodorico era limitata alla sola Italia e il potere regio non era ereditario. Teoricamente sussisteva ancora l'unità dell'impero romano, del quale l'Italia faceva parte; questa però veniva governata da un re che doveva avere il riconoscimento imperiale. 
L' Italia era quindi come un regno vassallo dell'impero e Teodorico un collega minore di Anastasio. Egli non era Augustus, ma Rex; batteva moneta, ma le monete portavano l' immagine dell'imperatore e del re solo il monogramma; poteva nominare un console, ma questi doveva esser confermato da Costantinopoli. Inoltre mentre all'imperatore era riservato il diritto di promulgare leggi in tutto l'impero, Teodorico poteva emanare semplicemente editti e all' Italia soltanto.

Fra le limitazioni imposte alla sovranità di Teodorico c'era senza dubbio l'obbligo di mantenere immutati gli antichi ordinamenti, e di lasciare l'amministrazione in mano ai Romani.
Queste clausole - noi pensiamo - sarebbero state applicate lo stesso anche se non fossero state imposte dall' imperatore. I Goti erano dei barbari che non avrebbero saputo fare uso delle magistrature civili; d'altro canto Teodorico non avrebbe saputo come modificare gli ordinamenti romani, né del resto era prudente apportare modifiche a certe istituzioni secolari. Infatti egli diceva ai suoi goti "Voi differite dagli altri barbari, perchè siete bellicosi e tuttavia vivente coi Romani conforme alle leggi".

Inalterate pertanto rimasero a Roma e nelle province l'amministrazione e le magistrature, e Ravenna rimase la capitale. Qui risiedeva il prefetto del pretorio; a Roma invece il vicarius urbis, da cui dipendevano le otto province suburbicarie. Le province rimasero immutate di numero e sotto i Judices, di nomina regia, che amministravano la giustizia, e tale quale come prima rimase l'ordinamento municipale, alla cui testa stavano i duumviri con il curator che controllava l'amministrazione finanziaria e il defensor che sorvegliava l'amministrazione cittadina.

II primo problema che si presentava a Teodorico e reclamava una pronta soluzione, era quello di assicurare una stabile sede al suo popolo. Odoacre l'aveva risolto distribuendo ai suoi barbari il terzo delle terre: Teodorico lo imitò. Con tatto politico nominò capo di un'apposita commissione (deputatio tertiarum) LIBERIO, prefetto del pretorio, il quale si ebbe le lodi di Cassiodoro per essersi comportato con grande equità e con tale prudenza da non provocare malcontento fra gli Italiani.
In qual modo e dove fosse fatta l'assegnazione delle terre non sappiamo con sicurezza. Secondo Procopio, furono distribuite agli Ostrogoti le terre che erano state prima date ai barbari di Odoacre. Che queste fossero comprese fra quelle distribuite agli Ostrogoti non è da dubitare, ma che fossero queste soltanto non è possibile credere, dato il numero maggiore degli Ostrogoti e la maggiore estensione dei lotti (sortes). Se dobbiamo ritener sincere le lodi da Cassiodoro date a Liberio - e non c' è motivo di non ritenerle tali -la spoliazione dovette colpire solo i grandi latifondisti e le terre incolte.

Il maggiore stanziamento dei Goti ebbe luogo nell' Italia settentrionale; dell'Italia centrale il Lazio e la Toscana meridionale non furono colpiti e lo stesso si dica della Campania, della Lucania, del Bruzio e della Sicilia. Ma se una buona metà d'Italia rimase esente da spoliazioni è da supporre che i proprietari non colpiti dal provvedimento fossero obbligati a pagare al fisco il terzo dei frutti (illatio tertiarum). (dalla padella alla brace insomma).

Se l'amministrazione civile fu lasciata in mano ai Romani, l'uso delle armi invece fu riservato ai Goti. Ma ciò non deve essere inteso in senso assoluto. Gli Italiani, sebbene in numero limitatissimo vi partecipassero, non erano esclusi dall'esercito; la stessa cosa si può dire dei Goti per le cariche civili e politiche. Sappiamo difatti che Goti erano non pochi dei consiglieri di Teodorico, fra i quali i maiores domus (maggiordomi), e Goti quei funzionari, detti Saioni, che dipendevano dal maestro degli uffici ed avevano l' incarico di trasmettere gli ordini del re.

Però la principale funzione che i Goti esplicavano nella vita dello stato era quella militare. Cittadini erano gli Italiani e dovevano offrire le loro attività a favore del benessere della nazione; soldati erano gli altri che questa nazione avevano il compito di proteggere e di difendere.
Comandante supremo dell'esercito era Teodorico, sebbene, dopo la presa di Ravenna, affidasse la direzione delle guerre ai suoi generali e conti (comites). 
I Goti vivevano con le loro famiglie nelle terre avute ma in caso di guerra o di esercitazioni avevano l'obbligo di accorrere sotto le armi. Durante la pace guarnigioni più o meno numerose, che periodicamente si avvicendavano, risiedevano in alcune città del regno. Presidi si trovavano a Palermo e a Siracusa, il cui comes aveva il comando militare di tutta l'isola, presidi a Reggio Calabria, a Napoli, a Roma, a Norcia, a Rieti, a Treviso, a Ravenna, a Verona, a Pavia, a Tortona, presidi nei castelli e nelle città di confine. 

Un altro problema che si presentò a Teodorico dopo la morte di Odoacre fu quello della politica interna. Egli si trovava signore di due popoli, Italiani e Goti, diversissimi gli uni dagli altri per origine, indole, costumi e civiltà. Era necessario che questi due popoli vivessero in buona armonia tra loro e che fossero eliminate tutte le possibili cause di dissidi. Con questo scopo Teodorico, verso il 500, pubblicò il famoso editto che porta il suo nome (Edictum Theodorici), raccolta di centoncinquantaquattro articoli, basata sul diritto romano, cui dovevano ubbidire Romani e Goti. Nei casi non contemplati dall'editto ciascun popolo si serviva del proprio diritto nazionale. Ma se unico codice fondamentale di leggi prescrisse per entrambi i popoli, a ciascuno di essi diede un tribunale proprio: i presidi delle province ai Romani, i Comites Ghotorum ai barbari. Nelle cause miste il comes goto doveva essere assistito da un magistrato romano (prudens romanus).

"" ...Poiché i Goti con l'aiuto divino abitano fra voi, affinché non sorgano, come suole avvenire, liti,  abbiamo creduto necessario mandare in mezzo a voi, in qualità di comes, un uomo egregio e notoriamente integro. Egli, secondo i nostri editti, giudicherà le liti per i Goti. Nel caso di liti fra Goti e Romani si aggregherà un magistrato romano e giudicherà con equità. Nelle liti fra i Romani, questi ubbidiscano ai giudici da noi inviati nelle province perché a ciascuno sia resa giustizia secondo un'unica legge. Così, con l'aiuto divino, tutti e due i popoli godranno insieme i benefici della pace. E sappiate che noi amiamo tutti indistintamente, ma prediligiamo coloro che più degli altri sono ossequenti alle leggi. Noi non tollereremo illegalità e condanneremo i violatori della legge. Non saremo clementi coi violenti. Nelle liti deve trionfare non la forza, ma il diritto. Chi ha il mezzo di dispensare la giustizia non può ricorrere alla violenza e appunto perché vogliamo eliminare gli odi noi paghiamo i giudici e manteniamo tanti uffici. Come comune è il governo che vi regge, così siano comuni i vostri sentimenti. E i vostri sentimenti siano quelli che noi desideriamo. Voi, Goti, siate vicini ai Romani nell'amore come loro vicini siete nei beni e voi, Romani, amate molto i Goti che in pace accrescono il vostro popolo e in guerra vi difendono. Perciò voi ubbidirete al giudice che vi è inviato e osserverete le sentenze che secondo il diritto pronunzierà. Così comportandovi, ubbidirete a me e insieme farete l'utile vostro "".

Così si esprimeva Teodorico nella formula (Comitiva Gothorum) indirizzata ai Romani in cui è sommariamente ma chiaramente indicato il suo programma di governo.

Il fine a cui mirò Teodorico nella sua politica interna fu di poter governare pacificamente sopra l'uno e l'altro popolo e di farli vivere in buona armonia sotto leggi comuni che peraltro non escludevano quelle tradizionali di ciascuna nazione. Che sperasse Teodorico di poter fondere in uno i due popoli non crediamo. Egli conosceva quanta differenza passasse tra l'uno e l'altro, conosceva i sentimenti degli Italiani verso i Goti, i quali erano sempre degli stranieri e dei conquistatori per gli indigeni, sapeva che la tolleranza per mezzo di una saggia amministrazione e non la fusione poteva aver luogo. Né, d'altronde, che questa fusione egli desiderasse noi non lo crediamo, perchè Teodorico non poteva ignorare che una fusione non poteva avvenire che a scapito della fisionomia dei Goti. Secondo noi sbagliano quelli che credono che Teodorico mirasse alla romanizzazione dei suoi barbari. Ma semmai l'incontrario.

Egli si mostrava, è vero, ammiratore della romanità, ma non bisogna esagerare quest'ammirazione, che forse, in parte, non è che l'eco dei sentimenti del suo segretario CASIODORO e, in parte, è un mezzo politico adoperato per cattivarsi le simpatie degli Italiani e il favore ambitissimo della corte di Costantinopoli.
Per guadagnarsi le simpatie degli indigeni era necessaria una politica accorta che fosse basata sulla giustizia e sul rispetto del culto cattolico, che tenesse conto delle condizioni economiche dell' Italia, rimettesse in vigore certe consuetudini care al popolo romano e mostrasse l' interesse del re per le opere di pubblica utilità e di ornamento.
Egli seppe cosi bene mettere in pratica la sua politica che riuscì ad acquistarsi fama di sovrano giusto e pio e a dare per parecchi anni all' Italia pace e prosperità.

Le guerre e le altre calamità che si erano abbattute sull'Italia l'avevano spopolata e immiserita. Sotto il regno di Teodorico la popolazione aumentò; molte migliaia di persone catturate dai Burgundi nella loro incursione della Liguria vennero restituite, vennero prosciugate in parte le Paludi Pontine ed opere di bonifica furono fatte nell'agro ravennate; fu dato impulso all'agricoltura, ribassarono i prezzi del grano e del vino e parte dei prodotti del suolo - che prima non bastavano al sostentamento della popolazione - vennero perfino esportati. Fu tanto il benessere che, a detta di un cronista del VI secolo, con un solido d'oro si potevano comperare settanta moggia di frumento e trenta anfore di vino.

Roma, che tanto era stata trascurata dagli ultimi imperatori, fu oggetto di speciali cure da parte di Teodorico. Le mura, il palazzo reale, il teatro di Pompeo e le cloache furono restaurate, fu riparato il portus Licini, fu regolato l'uso delle acque pubbliche e il servizio dell'annona, vennero ripristinate le gratuite distribuzioni di grano e rimessi in vigore, per godimento del popolo, gli spettacoli circensi.
Né soltanto Roma ebbe le cure del re: a Ravenna fece fabbricare un magnifico palazzo, un anfiteatro, la sua tomba in stile romano e chiese bellissime tra le quali quella di S. Martino e quella di S. Apolinare famosa per i mosaici, il tetto e le colonne; Verona ebbe un ricco palazzo ornato di un portico, la restaurazione dell'acquedotto, una nuova cinta di mura ed ampie terme; mura, terme, palazzi e un anfiteatro furono costruiti a Pavia, la quale, con Verona, acquistò una grande importanza; altre importanti opere furono fatte a Parma, a Spoleto e a Terracina, e questa attività, veramente notevole in un principe barbaro, gli valse il titolo di amator fabricarum et restaurator civitatum.

Questa attività costruttrice e la protezione accordata ai letterati fecero passare Teodorico per un re amante delle arti e delle lettere. Ma tale egli non fu. I dieci anni trascorsi a Costantinopoli come ostaggio dell'impero, che gli erano stati scuola utilissima di politica, lo avevano lasciato insensibile alla coltura e non gli avevano forniti neppure i rudimenti della scrittura. 
TEODORICO era un barbaro che considerava indegno di uomini liberi l'esercizio delle lettere e - se è vero quello che scrive Procopio - proibì ai Goti di mandare i figli a scuola temendo che questi, abituandosi a tremar della ferula (rimproveri dei maestri) crescessero vili. Ma da barbaro accortissimo egli sapeva di non poter governare un popolo come il romano, con i suoi Goti incolti e sapeva anche che la letteratura poteva dar prestigio al suo nome ed essere efficace strumento di governo.

Perciò egli fu largo di aiuti ai dotti e non pochi di essi chiamò alle più alte cariche. Il poeta ARATORE fu creato conte dei domestici, SIMMACO fu fatto principe del Senato, SEVERINO BOEZIO, filosofo e poeta, venne nominato console, ENNODIO, il panegirista del re, ottenne il vescovado di Pavia. E un letterato fu il segretario di Teodorico: CASSIODORO. L'avo suo era stato tribuno e notaio alla corte di Valentiniano III; il padre era stato, sotto Odoacre, conte delle sacre elargizioni e console della Sicilia, e sotto Teodorico aveva avuto il governo del Bruzio e la prefettura del Pretorio. Cassiodoro, nato a Squillace intorno al 480, fu questore, console o maestro degli uffici; impiegato devoto ed infaticabile, fu preziosissimo strumento di governo in mano a Teodorico; ammiratore dei Goti, ne scrisse una storia e sperò nella loro romanizzazione; segretario fedele del re, fu il propagatore e l'assertore della politica di Teodorico e al suo signore rese il servizio più prezioso, quello di farlo apparire agli Italiani animato da sentimenti romani quando non era che un Goto, il quale di romano non aveva che la porpora e le insegne regie.


POLITICA ESTERA E GUERRE DI TEODORICO

Teodorico non teneva gli sguardi soltanto entro i suoi domini a vigilare affinché non fosse turbata l'armonia tra Italiani ed Ostrogoti, ma guardava, e forse con maggiore attenzione, nei vicini stati barbarici sorti sulle vecchie provincia dell'impero d'Occidente.
L'Africa settentrionale, da Tripoli a Gibilterra, era dei Vandali, che possedevano
anche la Sardegna, la Corsica e le Baleari e che, se, dopo la morte di Genserico, a causa dell'odio tra i conquistatori e il popolo soggetto e dei dissensi della famiglia regnante (i figli), non erano più potenti come una volta, rappresentavano sempre una nazione temibilissima specialmente per la flotta cui era incontestato il dominio del Mediterraneo Occidentale.
Nazione più forte della Vandalica era senza dubbio quella dei Visigoti che avevano sotto di sé la penisola iberica, eccettuata la Galizia abitata dagli Svevi, e le fertilissime terre della Gallia, tra i Pirenei, la Loira, le Alpi e il Mediterraneo. 
Capitale del regno visigotico era Tolosa, sovrano ALARICO II, succeduto nel 484, al padre Eurico, che con una imprudente politica favorevole all'arianesimo contro il cattolicesimo dei Gallo-romani aveva suscitato vivissimo odio tra le popolazioni indigene e i dominatori. Meno forte era il regno dei Burgundi, senza sbocchi sul mare, travagliato anch'esso dal dissidio religioso tra conquistatori e conquistati, e diviso fra GUNDOBADO e GODOGISELO, i due figli superstiti di Gundioc.

Il più potente dei regni barbarici d'Oltr'Alpe era quello dei FRANCHI-SALII. Questo popolo, sotto CLODIONE, dalla riva destra del Reno inferiore era passato sulla sinistra conquistando tutto il paese fino alla Somma e rimanendovi come federato dell'impero.
Morto nel 451 Clodione, il regno franco si era diviso in parecchie signorie, una delle quali aveva Tournay per capitale e come principe MEROVEO, capostipite della dinastia merovingia, che aveva combattuto con Ezio contro Attila e, dopo la morte di Valentiniano III, aveva esteso il suo dominio nella Belgica meridionale e nella Gallia, settentrionale. A Meroveo era successo CHILDERICO, il quale aveva spinto le sue conquiste fino alla Loira, ma venuto a battaglia con SIAGRIO, ultimo campione dell' indipendenza della Gallia romana, era stato battuto ed aveva dovuto ritirarsi nei vecchi confini del suo stato.
Questi erano stati nuovamente varcati dal successore Clodoveo, il quale, conquistata nel 486 Soissons, aveva costretto Siagrio a rifugiarsi alla corte del re Visigoto Alarico II.

Da questa vittoria aveva avuto inizio la fortuna di CLODOVEO; tutto il territorio dalla Senna alla Loira era caduto in suo potere, erano stati sottomessi gli altri principati franchi sorti dopo la morte di Clodione, e la capitale da Tournay era stata trasportata a Parigi. Più che sulla forza il regno di Clodoveo si basava sulla giustizia e sull'eguaglianza.
Non usurpazioni di terre, non vessazioni, non imposizione ai vinti della fede dei vincitori; non c'erano anzi né vinti né vincitori, perchè tra i due popoli vigeva una assoluta parità di diritti, condizione questa che doveva produrre la fusione delle varie stirpi e doveva fare della nazione dei Franchi la più forte e la più duratura delle nazioni barbariche d'Occidente.

Ad accelerare questa fusione era valsa la conversione di Clodoveo al Cattolicesimo.
Egli aveva sposato Clotilde, una principessa cattolica dei Burgundi. Nel 496, minacciando gli Alemanni, che già si erano spinti dentro il suo regno fino all'Alsazia, Clodoveo aveva mosso loro guerra e li aveva sconfitti in una grande battaglia che si vuole avvenuta a Tolbiac. Stando i suoi soldati, durante il combattimento, per essere sopraffatti, il re - secondo il racconto di Gregorio di Tours - aveva invocato il Dio della moglie, facendo voto di abbracciarne la fede se gli avesse data la vittoria. Riuscito vittorioso, il 25 dicembre del 496 Clodoveo era stato battezzato da REMIGIO, vescovo di Rheims e il suo esempio era stato presto seguito da molti dei suoi guerrieri e più tardi doveva far convertire al Cattolicesimo l' intera nazione dei Franchi.

La vita dei popoli vicini non poteva non tener desta l'attenzione di Teodorico. Egli non aspirava a ingrandire i suoi domini che, oltre l' Italia, comprendevano la Rezia, il Norico, la Pannonia e la Dalmazia, ma desiderava che l'equilibrio dell' Europa occidentale non venisse turbato. Perchè la sua politica interna fosse coronata dal successo occorreva che la pace tra le signorie vicine e tra queste e la sua fosse mantenuta. Né soltanto l'equilibrio tra i regni barbarici d'Europa era la meta alla quale tendeva la sua politica estera. 
Egli temeva un conflitto con l' impero d'Oriente, temeva che Costantinopoli facesse con lui quello che aveva fatto con Odoacre, che gli aizzasse cioè contro altri barbari. Voleva perciò consolidare la sua posizione, circondandosi di amici, formando quasi una confederazione di signorie barbariche dell'Europa occidentale sulle quali in qualità di monarca della parte più antica e civile dell' Impero romano d' Occidente doveva esercitare un'egemonia, se non materiale, il che non era facile.

Una rete di parentele (di re barbari) che facessero capo a lui fu il mezzo usato da Teodorico per raggiungere il fine che la sua politica estera si proponeva. Nel 492 prese in moglie Audefleda, sorella di Clodoveo; ad Alarico II, re dei Visigoti; maritò la figlia Teodogota, e  l'altra figlia Ostrogota diede a Sigismondo, figlio di Gundobado re dei Burgundi; a Trasimondo re dei Vandali sposò la sorella Amalafrida, che ebbe in dote il Lilibeo e fu accompagnata in Africa da un numeroso e ricco seguito; infine diede in sposa ad Erminafrido, re dei Turingi, la nipote Amalaberga e divenne, secondo un'antica consuetudine germanica, padre di armi del re degli Eruli.

Un certo periodo di pace, di cui specialmente beneficiò l' Italia, regnò nell'Europa, e in parte il merito va dato a queste relazioni di parentela e all'ufficio di moderatore assunto da Teodorico; ma era un grave errore pensare ad una pace duratura che fosse effetto dei mezzi politici usati dal re degli Ostrogoti. Vi erano in Europa germi gravissimi di rivolgimento contro i quali nulla potevano le parentele fra dinastie. Il primo di questi germi era la differenza di religione tra dominatori e soggetti che doveva essere fatale ai regni barbarici dell'Occidente. Vi era poi il desiderio incontenibile di espansione di qualche popolo che rendeva vano ogni proposito pacifico e, infine, il bisogno in qualche nazione di assicurare i propri confini che non poteva avere altro sbocco che nella guerra.
Da questo bisogno era assillato lo stesso Teodorico, il cui regno, dalla parte del Danubio, era continuamente esposto alle invasioni barbariche, e da questo bisogno nacque appunto la guerra di Sirmio. La realtà delle cose veniva pertanto ad ammazzare l' ideale della pace proprio per opera di colui che ne aveva fatto il cardine e lo scopo
di tutta la sua politica.

Dopo la. venuta degli Ostrogoti in Italia, la Pannonia era stata occupata dai Lepidi, che, sotto il re TRASERICO, rappresentavano una continua minaccia per i domini di Teodorico. Pur appartenendo, fin dai tempi di Valentiniano III, all'impero d'Oriente, Teodorico stabilì di scacciare i Lepidi dalla Pannonia ed annettere questa provincia all' Italia.
Nel 504 egli mandò in Pannonia un esercito sotto il comando del generale PITZIA, che occupò Sirmio e, liberata dai Lepidi la provincia, si mise a fortificarla.
L'occupazione della Pannonia era una violazione patente dei trattati con Costantinopoli ed ebbe per effetto la rottura dei rapporti tra la corte di Ravenna e quella bizantina. La guerra non tardò ad essere dichiarata. MUNDO, un capo barbaro che godeva il favore di Teodorico, alla testa di un'orda di Eruli, Unni e Goti, era penetrato nella Mesia; ANASTASIO mandò contro di lui un esercito di diecimila bulgari comandato dal magister militum SABINIANO.
 In aiuto di Mundo accorse però Pitzia con duemila fanti e cinquecento cavalli e in una sanguinosa battaglia combattutasi ad Horrea Margi, presso la Morava, Sabiniano fu battuto e costretto a mettersi in salvo con la fuga.

Mentre questi fatti accadevano nell'Illirico, rumori di guerra echeggiavano oltre le Alpi: gli Alemanni incalzati dai Franchi minacciavano di riversarsi in Italia. Teodorico parò la minaccia, accordando protezione agli Alemanni e concedendo loro un insediamento in un territorio del Norico. Questo fatto non poteva piacere a Clodoveo, il quale pare se ne lagnasse col cognato. Tuttavia le relazioni tra Franchi e Ostrogoti non furono rotte: mentre motivi più gravi dovevano, di lì a qualche anno, far divampare la guerra tra Teodorico e Clodoveo.

La differenza di religione costituiva un abisso incolmabile tra i cattolici Gallo-romani sottomessi ai Visigoti e i loro dominatori ariani. Le speranze dei primi erano riposte nei Franchi cattolici e l'intolleranza del clero trovava certamente eco nell'animo di Clodoveo, il quale agognava di rendersi padrone di tutta la Gallia. Soffiava senza dubbio sul fuoco la corte di Costantinopoli, la quale, essendo in forte contrasto con Teodorico, aveva tutto l' interesse di creare molestie agli ariani d'Occidente e perciò agli Ostrogoti, spingendo CLODOVEO contro i Visigoti.
 Il momento era delicatissimo; l'equilibrio a cui tanto teneva Teodorico stava per essere turbato. Tentò di impedire un conflitto tra Visigoti e Franchi: prima rivolse ad Alarico consigli di prudenza ed esortò il cognato alla pace, proponendo che la contesa venisse risolta per mezzo di un arbitrato, poi - visto che le maggiori difficoltà al mantenimento della pace venivano da Clodoveo - cercò di riunire in lega i re degli Eruli, dei Turingi, dei Varni e dei Burgundi per frenare gli ardori di Clodoveo o, se questo persisteva nel voler la guerra, per volgergli contro la confederazione.

Ma gli sforzi di Teodorico riuscirono vani; l'alleanza da lui caldeggiata non ebbe luogo, anzi Sigismondo, re dei Burgundi, passò dalla parte dei Franchi.
La guerra tanto temuta scoppiò nel 507. Passata la Loira, Clodoveo si scontrò con i Visigoti a Vouglè, presso Poitiers e in una sanguinosa battaglia li sconfisse: Alarico II cadde in combattimento.
 La sua morte portò conseguenze più gravi di quelle che poteva produrre la sconfitta. Egli lasciava un figlio in tenera età, AMALARICO, e un bastardo,  maggiore di anni, per nome GESALICO. Quest'ultimo riuscì a salire sul trono, ma non salvò la situazione in cui si trovava il regno visigoto. Dopo la vittoria di Vouglé infatti Clodoveo invase l'Aquitania ed occupò Tolosa, poi si spinse nella Guascogna e diede incarico al figlio ed agli alleati Burgundi di assoggettare i territori orientali della Gallia. Aielate (Arles) venne assediata da Burgundi e Franchi.
Reputando non necessaria la sua presenza sul teatro delle operazioni, Clodoveo si mise in viaggio per ritornare a Parigi. A Tours gli andarono incontro alcuni messaggeri dell'imperatore Anastasio, che, a nome del loro signore, gli conferirono il consolato onorario. Non sappiamo se per intercessione del papa - come qualcuno ha pensato - fossero state dalla corte bizantina mandate le insegne di console a Clodoveo né sappiamo se tra questi e l' imperatore ci fosse un' intesa. 

Che un'intesa, se non una vera e propria alleanza, ci fosse possiamo supporlo dall' incursione navale operata dai Bizantini nel 508 sulle coste dell' Italia meridionale. L' incursione fu ributtata a mare, ma raggiunse lo scopo che Anastasio forse si era prefisso: quello d'impedire che Teodorico distraesse forze dall'Italia per mandarle in aiuto dei Visigoti.
Fu però impedimento di corta durata. Non una incursione, ma una grande spedizione poteva trattenere l'esercito ostrogoto in Italia. Anastasio non volle o non riuscì a farla e Teodorico, prese le necessarie misure per la difesa delle coste, riuscì lui invece  al principio della estate del 508 chiamare a raccolta i suoi soldati e fare i preparativi per una spedizione in Gallia.

Un primo esercito, nello stesso anno 508, comandato dal conte TULUIN, passò in Gallia ed occupò il territorio che dalla Duranza si estende fino a Marsiglia. Più tardi un secondo esercito più numeroso del primo per il colle di Susa passò in Provenza. Lo comandava il conte IBBA. Questi rimase con parte dell'esercito in Provenza, l'altra parte l'affidò a MAMMO cui diede l' incarico di occupare il territorio a nord della Duranza.
Compiute queste operazioni, i due eserciti si riunirono ad Avignone e marciarono alla volta di Arles, sotto le cui mura fu combattuta una grande battaglia che finì con la vittoria degli Ostrogoti (509). Secondo Jordanis, tra Franchi e Burgundi perirono trentamila uomini in questa giornata che decise le sorti della guerra.
Un accordo venne concluso coi Franchi, che abbandonarono i paesi conquistati ai Visigoti tranne il territorio tra la Loira e la Garonna.

Non rimaneva a Teodorico che di combattere Gesalico per mettere sul trono il nipote Amalarico. Ibba fu incaricato di condurre a termine questa guerra. Dopo avere occupata la Narbonese, il generale passò nella Spagna e a Barcellona sconfisse Gesalico, che fuggì a Cartagine presso la corte del re vandalo Trasimondo. Due anni dopo (511) il bastardo ritenterà la fortuna delle armi e si presenterà davanti a Barcellona, ma qui verrà sconfitto per la seconda volta ed ucciso. 
Nello stesso anno verrà a mancare Clodoveo e il suo regno fu diviso fra i quattro figli: TEODERICO, CLODOMIRO, CHILDEBERTO e CLOTARIO.

L' intervento degli Ostrogoti aveva salvato dalla rovina il regno visigotico: finita la guerra Teodorico tenne per sè la Provenza, che Odoacre aveva lasciato ai Visigoti, e le assegnò un vicario ed a un prefetto del pretorio; degli altri territori del regno visigotico assunse il governo in nome del nipote Amalarico. Ma il suo fu più governo nominale che effettivo. Il vero sovrano fu l'armigero TEUDIS, che, mandato in Spagna come luogotenente del re, ne divenne il vero padrone e nel 536, morto Amalarico, si fece incoronare re dei Visigoti.

La guerra degli Ostrogoti contro i Franchi aveva turbato l'equilibrio dell'Europa occidentale, ma a tutto beneficio di Teodorico. La sua politica pacifica, basata sulle parentele era fallita, tuttavia la guerra in un certo senso fortunata gli aveva procurato, con l'accrescimento del territorio, un prestigio assai più grande di quello che avrebbero potuto conferirgli i vincoli dinastici. Pareva che sotto di lui stesse per ricostituirsi l' impero romano d'Occidente. Ma la potenza della signoria ostrogota non derivava dalla forza del popolo, bensì dalla personale autorità del re. Sembra incredibile come un sovrano così accorto non si rendesse conto o non si preoccupasse dei contrasti che formavano la debolezza del suo regno e si preoccupasse soltanto della successione.

Teodorico non aveva prole maschile. Volendo ad ogni costo assicurarsi un erede, fece venire dalla Spagna EUTARICO, della stirpe degli Amali, e nel 515 lo diede come marito alla figlia AMALASUNTA. Trovato l'erede, era necessario aver per lui il riconoscimento dalla corte bizantina. Teodorico lo cercò affannosamente, ma non lo ebbe da Anastasio. La ottenne soltanto da Giustino I, salito all'impero nel 518, che l'anno dopo conferì ad Eutarico le insegne del consolato e  mandò un suo rappresentante a Roma e a Ravenna  per le feste che vi si celebravano.

Il prezzo di quel riconoscimento non era lieve. Per ottenerlo si faceva mediatore della pace tra la Chiesa romana e la corte bizantina, mutando l'indirizzo della sua politica religiosa che aveva fino allora seguito e che era stata la colonna della sua politica interna.
 Di questa politica religiosa di Teodorico che in un primo tempo fu per lui una gran forza e un elemento importante di governo, ma che mutato indirizzo, divenne causa non ultima dello sfacelo del regno ostrogoto. E necessario quindi ora accennare a questa politica.

LA POLITICA RELIGIOSA DI TEODORICO

Teodorico era ariano come tutto il suo popolo, ma non era un fanatico. La ragion di stato gli consigliava di non esserlo né egli poteva desiderare o permettere che i contrasti religiosi turbassero l'armonia tra Italiani e Ostrogoti che era la meta della sua politica interna. 
La politica religiosa di Teodorico ebbe per base la tolleranza e il rispetto degli altri culti. Parlando agli Ebrei, egli ebbe a dire: ".....a nessuno possiamo imporre la religione perché nessuno può esser costretto a creder suo malgrado» ("religionem imperare non possumus, quia nemo cogitur ut credat invitus").

Niente da lui ebbe a temere la Chiesa cattolica. Teodorico non solo rispettò scrupolosamente i privilegi e le consuetudini, ma mantenne anche cordiali rapporti personali con i papi e con i vescovi e, fin quando fu in grado di farlo, li favorì e accolse la loro mediazione. Noi sappiamo che non invano il vescovo Epifanio si rivolse al re ostrogoto perché mitigasse l'editto contro i fautori di Odoacre e come si adoperasse presso i Burgundi per liberare i Liguri prigionieri e come a questi concedesse il condono di due terzi dell'annuo tributo.

Qualcuno pensa che la tolleranza religiosa sia stata a Teodorico consigliata dalla madre, la cattolica Ereleva. Ammettiamo che la madre possa avere influito sulla condotta del figlio, ma si può essere del parere che la tolleranza sia stata a lui dettata principalmente dai suoi disegni politici. 
Perché fosse conseguito l'accordo tra la popolazione italiana e il popolo ostrogoto - ripetiamo - era necessaria una politica che rispettasse le istituzioni civili e religiose dei Romani; perché avere  l'appoggio del clero gli conveniva favorire il papa nel conflitto religioso che aveva messo di fronte Roma e la corte bizantina.
In questo conflitto la condotta di Teodorico non fu, in verità, del tutto rettilinea. Fin quando visse papa GELASIO I, il fiero avversario dell' Henoticon, il re mostrò di favorire apertamente la Chiesa romana, ma quando a Gelasio successe ANASTASIO II, Teodorico pur di ottenere le insegne regie lasciò sperare all'imperatore che avrebbe fatto piegare il papa sulla questione dell' Henoticon.

FESTO, presidente del Senato, fu l'ambasciatore del re a Costantinopoli, e Festo nei
primi del 498 portò in Italia le insegne regie e, probabilmente, i patti stabiliti con l' imperatore. Difatti, essendo nel novembre del 498 morto papa Anastasio II, mentre nella Chiesa di Laterano veniva eletto papa SIMMACO, diacono originario della Sardegna, una parte del clero, ligia a Festo, eleggeva nella chiesa di S. Maria Maggiore l'arciprete LORENZO, meno avverso all' Henoticon.
Roma si divise in due fazioni, e non poco sangue si sparse per le vie ed ebbero luogo saccheggi e incendi. Alla fine i due partiti si accordarono di ricorrere all'arbitrato di Teodorico e questi dichiarò che doveva essere riconosciuto papa chi era stato eletto per primo ed aveva riportato il maggior numero di voti (ut qui primus ordinatus fuisset, vel ubi pars maxima cognosceretur, ipse sederet in sede apostolica). Forse senza volerlo Teodorico faceva trionfare, con questo giudizio, la sua politica religiosa avversa a Costantinopoli, quella politica il cui indirizzo, con l'ambasceria di Festo, per opportunità aveva cambiato o finto di cambiare.
Simmaco venne riconosciuto papa (498). Il 1 marzo del 499 questi, allo scopo di stabilire norme precise intorno all'elezione dei pontefici, convocò in S. Pietro un concilio nel quale venne decretato che nelle future elezioni doveva considerarsi eletto chi riportava la maggioranza dei suffragi.

L'anno dopo Teodorico si recò a Roma e fu accolto con grandi dimostrazioni di onore dal papa, dal Senato e dal popolo. Sebbene ariano, il re visitò e adorò la tomba di S. Pietro nella basilica vaticana e al popolo radunato nel Foro promise solennemente che avrebbe rispettate le leggi promulgate dagli imperatori. Teodorico rimase sei mesi nella metropoli, acquistandosi con la celebrazione dei giuochi e la distribuzione di grano il favor popolare ed assicurando con la sua presenza alla città la pace che il recente scisma aveva turbata. 

Ma la partenza di Teodorico fece rinascere subito i disordini. Li provocarono i partigiani di Lorenzo, capitanati dal diacono Pascasio, che il popolo riteneva come santo, e dal patrizio Festo. Costoro accusarono Simmaco presso il re di simonia e di adulterio e Teodorico chiamò a Rimini il papa per interrogarlo; ma non riuscì perché Simmaco, avendo incontrate alcune donne, denunziate con lui come adultere, si rifiutò di presentarsi al re e, ritornato segretamente a Roma, si rifugiò nella chiesa di S. Pietro. 

La fuga del papa apparve come una confessione delle colpe addebitategli. Richiesto dai nemici di Simmaco, Teodorico spedì a Roma PIETRO, vescovo di Altino, in qualità di visitatore, per fare una  inchiesta, amministrare la Chiesa romana temporaneamente e convocare un concilio che giudicasse il pontefice.
Il concilio, convocato dopo la Pasqua del 501, si tenne nella Basilica Julia. I vescovi dell'Italia settentrionale, passando per Ravenna, protestarono presso il re per l'illegalità della convocazione che spettava al papa e non a un semplice vescovo; ma Teodorico li assicurò dicendo di avere agito d'accordo con Simmaco. Questi, presentatosi all'assemblea, dichiarò che non avrebbe risposto alle accuse dei suoi avversari se prima non fosse stato reintegrato nei suoi diritti e non fosse stato allontanato il vescovo di Altino. Il re ordinò che Simmaco rispondesse alle accuse, ma essendosi il papa ostinato nel rifiuto, il concilio si sciolse senza aver deliberato nulla. Molti vescovi ritornarono alle loro sedi; altri però rimasero a Roma e di là pregarono il re che convocasse un secondo concilio. 
A costoro scrisse Teodorico l'8 di agosto comunicando che il concilio sarebbe stato tenuto il primo settembre. 
Con una seconda lettera, in data del 27 agosto, il re raccomandava ai vescovi di pronunciare una sentenza qualsiasi; nello steso tempo inviava a Roma i suoi maiores domus Godila, Redulfo e Aligerno, che avevano il compito di garantire a Simmaco l'incolumità personale.

Il 1° settembre del 501 i vescovi erano riuniti nella Basilica Sessoriana (S. Croce di Gerusalemme), quando si sparse la notizia che Simmaco, mentre si recava all'assemblea, era stato per via assalito dai partigiani di Lorenzo e a stento e malconcio aveva potuto rifugiarsi a S. Pietro. Il concilio invitò il papa a presentarsi, ma Simmaco si rifiutò dichiarando la sua causa nelle mani di Dio e del re.
Non c'era altro da fare. I convenuti fecero sapere a Teodorico che avevano fatto tutto il possibile per riconciliare gli animi senza riuscirvi, che il concilio non poteva essere tenuto senza la presenza del pontefice, che solo il re con la sua autorità poteva far cessare il conflitto.
Teodorico prudentemente rispose che non voleva ingerirsi negli affari della Chiesa e che ai vescovi soltanto spettava decidere. Vedessero pertanto se fosse o no necessario di fare un'inchiesta accurata sulla condotta del papa, giudicassero imparzialmente e dessero, col papa legittimo, la pace alla Chiesa. Egli avrebbe rispettato scrupolosamente la loro decisione (lettera del 1° ottobre del 501).

Il nuovo concilio (sinodo palmare) ebbe luogo il 23 ottobre. I vescovi si rifiutarono di giudicare l'operato del pontefice e riconobbero Simmaco papa legittimo, minacciando di considerare scismatici tutti coloro che avessero negato di tornare sotto la sua obbedienza. La decisione del concilio fu firmata da 76 vescovi, fra cui figuravano quelli di Ravenna e di Milano.
Nel novembre del 502 un altro concilio fu tenuto dietro convocazione di Simmaco. La deliberazione più importante di questa assemblea fu quella di annullare il decreto di Odoacre sull'alienazione dei beni ecclesiastici e prescrivere che le rendite della Chiesa fossero impiegate nel mantenimento del clero e dei pellegrini e nel riscatto dei prigionieri.
Pareva che il sinodo palmare dell'ottobre 501 dovesse restituire la pace; i disordini invece continuarono per parecchi anni ancora, cioè fino al 504, nel quale anno Lorenzo si ritirò in un suo podere a condurvi vita ascetica. Nel 505 Teodorico intimò a Festo di fare restituire a Simmaco tutte le chiese tenute dai partigiani del suo rivale; e perché l'ordine fosse completamente ristabilito mandò a Roma, come governatore, Cassiodoro.

Se a Roma, tramite la politica prudente di Teodorico tornava la concordia nella Chiesa, tuttavia continuava il dissidio tra questa e la corte bizantina. La vittoria di Simmaco era stato il trionfo sul partito che faceva capo all'imperatore, la cui posizione anche a Costantinopoli si andava facendo sempre più debole. Qui difatti non erano infrequenti i tumulti fra i seguaci dell' Henoticon e gli avversari, e questi ultimi diventarono sempre più numerosi e più battaglieri, incoraggiando il papa a perseverare nella sua opposizione.
Perchè la lotta tra la Chiesa romana e la corte di Costantinopoli cessasse dovevano scomparire dalla scena Simmaco ed Anastasio. Il primo morì nel 514, il secondo nel 518. A Simmaco successe ORMISDA, al trono imperiale salì Giustino I, ortodosso in
fatto di religione come il nipote GIUSTINIANO che guidò (come desiderava) la politica dello zio.

Tra Ormisda e Giustino furono intavolate trattative che miravano a risolvere il conflitto tra Roma e Costantinopoli. Le trattative ebbero esito felice; nel 519 gli ambasciatori del Pontefice furono solennemente ricevuti dal popolo, dal Senato e dall' imperatore e l' Heneticon, causa di tante discordie durate per un trentennio, venne condannato.
Alle trattative aveva avuto parte importante Teodorico. Egli sperava di ingraziarsi il papa e l'imperatore e di ricevere, come difatti ricevette, per il genero Eutarico il riconoscimento imperiale, ma non prevedeva che a lungo andare la conciliazione tra Roma e Bisanzio si sarebbe rivolta a suo danno.

ULTIMI ANNI DI TEODORICO

Dai fatti che abbiamo finora narrati risulta chiaramente come quasi sempre agli  ideali vagheggiati da Teodorico si opponesse la realtà delle cose rendendo impossibile il conseguimento. Teodorico vuole ottenere la supremazia morale su gli altri stati barbarici tramite la pacifica politica di parentele ed ottiene con le armi il primato nell' Europa occidentale; sogna la pace ai confini ed è costretto dalla fatalità degli eventi alla guerra; segue una politica basata sulle discordie di Roma e Costantinopoli e finisce col promuovere l'accordo del papa con l'impero.
La fortuna non venute incontro completamente alla politica del re ostrogoto. Dopo il fallimento della politica estera e di quella religiosa ora dobbiamo registrare il fallimento della sua politica interna.

Per amor della verità bisogna riconoscere che non era cosa facile fare trionfare quest'ultima: era quasi impossibile riuscire a far vivere sopra un medesimo suolo e sotto uno stesso governo, pacificamente, due popoli diversissimi di stirpe, di lingua e di civiltà, che professavano fedi diverse ed avverse.
Teodorico aveva fatto tutto quel che umanamente era possibile perché l'armonia tra i due popoli regnasse. Aveva lasciato ai Romani le loro leggi e le loro istituzioni, aveva lasciato ad essi la cura dell'amministrazione civile ed aveva mantenuti intatti gli ordinamenti; aveva costruito numerose opere dì pubblica utilità, abbellito città, ripristinato giuochi, rimesso in vigore l'uso delle distribuzioni gratuite del grano, era stato tollerante in materia di religione, aveva tenuto rapporti cordialissimi con i papi e con i vescovi, aveva lasciato, se non accresciuti, i privilegi del clero, aveva infine solleticato l'amor proprio degli Italiani elogiandone le gloriose tradizioni e mostrandosi animato da sentimenti di romanità. 

Malgrado tutto ciò, l'armonia ira i due popoli non ci fu o fu solo apparente. Aveva un bel dire Teodorico ai suoi barbari di rispettare gli Italiani:  gli Ostrogoti erano e si consideravano conquistatori e padroni ed è da credere che non tralasciassero le occasioni per far pesare il loro giogo. 
Non pochi difatti presso gli storici sono gli accenni a violenze, a soprusi, a ingiustizie, a spoliazioni in danno della popolazione italiana. Lo stesso Teodorico, lamentandosi della condotta dei Saioni, ci fornisce una prova di questi abusi e nello stesso tempo ci fa capire come, con tutte le sue buone intenzioni, fosse impotente a reprimerli.

D'altro canto come potevano gli Italiani vivere in buona armonia con i Goti, popolo conquistatore e, naturalmente, prediletto dal re? Gli Ostrogoti erano dei barbari, degli stranieri, avevano contro ogni buon diritto spogliato gli Italiani del terzo delle loro terre; i barbari erano esenti dai tributi; vivevano -si può dire- a spese della popolazione indigena; essi formavano l'esercito e rappresentavano, perciò, la forza; i loro comites, pur assistiti da un cittadino romano, giudicavano le contese tra Italiani e Goti.

C'erano come si vede troppi motivi per giustificare il malcontento degli Italiani e per rendere impossibile quell'armonia che il re desiderava sinceramente; armonia che trovava un ostacolo insormontabile nella differenza della fede.
Papa Gelasio I, condannando l' Henoticon, aveva scritto: « Come romano io dovrei esser sempre fedele all'imperatore; ma la tolleranza degli eretici è più pericolosa delle devastazioni dei barbari ». 
Il pensiero del papa era il pensiero della maggioranza degli Italiani: preferivano avere a che fare con i barbari ariani piuttosto che con gli eretici. 
Questo spiega perché la diversità di fede tra dominati e dominatori, non produsse per tanto tempo un aperto conflitto. Ma non è da credere che il dissidio tra la Chiesa romana e la corte bizantina facesse completamente dimenticare agli Italiani la condizione in cui si trovavano di popolo soggetto a barbari di fede ariana. Lo scisma di Lorenzo e le lotte che ne seguirono provano a sufficienza che fra gli Italiani, specie fra i nobili e il clero, ci fosse una forte corrente orientata verso l' impero e non soltanto per dar pace alla Chiesa ma per un legittimo desiderio di scuotere il giogo dei dominatori ariani.

L'avversione a Teodorico, che era poi il sentimento di una parte degli Italiani, divenne generale quando ebbe luogo la conciliazione tra Roma e Costantinopoli. In Teodorico ora non si vedeva più il principe tollerante, ma il re ariano che aveva, per giunta, designato come successore un uomo, Eutarico, del quale era notissima l'intransigenza religiosa. Tutti, o quasi, ora guardavano all'imperatore bizantino come al liberatore d'Italia e prima di tutti il papa, i cui segreti maneggi con Costantinopoli contro l'Arianesimo non sono più un mistero.
Mentre l' Italia si orientava verso l' impero bizantino una serie di lutti colpiva Teodorico. Nel 522 veniva a morte Eutarico, che lasciava un figlio, Atalarico, di cinque anni. Nel medesimo anno, per istigazione della seconda moglie, Sigismondo re dei Burgundi faceva assassinare il figlio Sigerico avuto da Ostrogota figlia di Teodorico. A questo assassinio seguiva da parte dei successori di Clodoveo, alleati del re ostrogoto, l'invasione del regno dei Burundi, il, cui re veniva tratto prigioniero ed ucciso. 

Teodorico, nel 523, mandava in Borgogna il conte TULUIN con un esercito che, impadronitosi del territorio a nord della Duranza con le città di Charpentras, Orange e Vaison, veniva a trattative con il re Godemaro, successore di Sigismondo. 
Nell'anno medesimo in cui gli Ostrogoti allargavano i loro domini a spese dei Burgundi, moriva in Africa TRASIMONDO, cui succedeva ILDERICO, favorevole al Cattolicesimo. Amalafrida, sorella di Teodorico e vedova del morto re dei Vandali, costretta a rifugiarsi presso i Mauri, veniva più tardi presa ed uccisa.
Questi avvenimenti dovettero amareggiare grandemente l'anima di Teodorico. Il vecchio re vedeva crollare la sua politica delle parentele; con la morte di Eutarico tornavano a preoccuparlo la sorte della monarchia e il pensiero della successione; la guerra coi Burgundi aveva indebolito questo regno e rivelato nei Franchi il proposito di estendere i loro domini; l'avvento al trono vandalico di Ilderico, togliendogli un alleato, ne aveva procurato uno all'impero bizantino.

Nè queste erano le sole amarezze del gran re. Egli si era certamente accorto del nuovo orientamento degli Italiani. Il fallimento del suo sogno, perseguito tenacemente per trent'anni, lo irritò, lo rese sospettoso. Teodorico non fu più l'uomo generoso di una volta, sentì risorgere gli istinti del barbaro, volle difendere l'edificio, con tanta perseveranza costruito, con ogni mezzo, con provvedimenti di rigore cui presto seguirono atti di crudeltà.

Alcuni anni prima, forse intorno al 520, trovandosi egli a Verona, erano scoppiati gravi disordini a Ravenna causati dall'odio tra Ebrei e Cattolici: questi ultimi avevano incendiate le sinagoghe giudaiche della città. Teodorico aveva ordinato che i responsabili ricostruissero a loro spese gli edifici distrutti e che venissero pubblicamente fustigati quelli che non potevano pagare. Inoltre aveva proibito che gli Italiani portassero armi (ut nullus eorum arma usque ad cultellum uteretur).

Nel 523, uno di quegli italiani rinnegati che erano entrati al servizio del re e che per mostrarsi a lui più fedele ed affezionato aveva perfino fatto educare nella lingua e nelle armi dei barbari i suoi figli, CIPRIANO, che copriva alla corte l'ufficio di referendario, accusò il patrizio Albino, presidente del Senato di avere scritto lettere all'imperatore Giustino per indurlo a muovere contro il re.
Non sappiamo se l'accusa fosse vera o falsa; certo essa era un tentativo di vendetta degli Italiani venduti al re contro i più ragguardevoli Italiani che desideravano il ritorno della loro patria sotto il diretto potere dell' imperatore; sappiamo però che a difendere coraggiosamente l'accusato sorse il più illustre uomo del tempo: SEVERINO BOEZIO.

Boezio apparteneva alla famiglia Anicia e godeva la stima e l'amicizia di Teodorico e  nel 510 era stato suo console; nel 522, essendo stati i suoi giovani figli assunti alla dignità del consolato, aveva letto in Senato il panegirico del re; in quello stesso anno era stato creato magister off'aciorum. Era uomo dottissimo, aveva tradotto dal greco opere di matematica, era appassionato studioso di Platone, dei Neoplatonici e di Aristotile, di cui aveva commentato la Logica, ed aveva scritto di filosofia e teologia.
Boezio, non richiesto, si recò a Verona e al cospetto di Teodorico sostenne l'innocenza di Albino. Nel calore della difesa egli profferì parole che dovevano perderlo, disse cioè che i sentimenti di Albino erano gli stessi suoi e quelli di tutto il Senato e che se Albino era colpevole allora anche lui e il Senato erano colpevoli. Quella di Boezio era una generosa difesa non solo di Albino, ma di tutti i senatori, che indirettamente erano colpiti dalla denuncia di Cipriano. Questi di fronte al contegno di Boezio, non poteva indietreggiare e produsse falsi testimoni coinvolgendo nell'accusa anche il difensore.

Teodorico, divenuto ormai diffidente e sospettoso, fu convinto dalle parole del suo referendario ed ordinò l'arresto di Albino e di Boezio. Della sorte del primo nulla conosciamo; ma la pena capitale non gli fu certamente risparmiata. Boezio venne giudicato dal Senato, il quale, temendo di compromettersi, senza neppure interrogarlo condannò l'illustre uomo a morte.

Durante la sua lunga prigionia, Boezio scrisse il De consolatione Philosophiae, l'eroico libro che doveva rendere immortale il nome del suo autore. L'opera è importantissima non solo per i pregi letterari di cui è piena e per la nobiltà dell'animo dello scrittore che vi è rivelata, ma anche per certe preziose testimonianze che illuminano lo storico sulla condotta dei Goti verso gli Italiani.

Egli scrive di essere stato accusato per «avere amato la libertà di Roma e difesa la dignità del Senato» dalle false denunzie di uomini corrotti e ci rivela di esser vittima degli odi di tutti coloro che, opprimendo i provinciali romani, avevano trovato in lui un ostacolo alle loro ingiustizie e violenze: «L'ingordigia dei barbari, sempre impunita, si faceva di giorno in giorno più grande verso le terre dei provinciali, di cui volevano disfarsi per prenderne i beni. Quante volte io ho protetto e difeso i miseri contro le molte calunnie dei barbari!».
Una grande amarezza è nel libro di Boezio per la viltà del Senato, ma anche una grande forza, che deriva al prigioniero dalla coscienza tranquilla e da tutta una vita spesa nelle opere di virtù.
«Fra i caratteri più singolari di un tal libro, che ebbe una prodigiosa popolarità in tutto il Medio Evo, e fu tradotto in ogni lingua - scrive il Villari - c' è ancora questo, che, leggendolo senza conoscerne l'autore, sarebbe difficile dire se esso fu l'opera di un Pagano o d'un Cristiano".

È di certo la manifestazione di un eroismo che potrebbe credersi pagano e cristiano ad un tempo. Non si può affermare che vi sia nulla di sostanzialmente contrario al Cristianesimo, ma è strano davvero che un credente della nuova fede, il quale si preparava alla morte, non accennasse una sola volta né al Paradiso, né all' Inferno, né a Cristo, e ben poco anche alla speranza d'una vita futura. 
Pare il linguaggio di uno stoico, tanto che per qualche tempo si giunse a dubitare se Boezio fosse stato davvero cristiano e autore delle opere religiose a lui attribuite. Ma la grande popolarità che nel Medio Evo godette il suo nome e anche il suo libro fra i Cristiani dimostra che il dubbio non c'era, ed oggi la critica storica lo ha interamente eliminato.
 Boezio fu messo a morte nel 524, forse a Pavia. I suoi carnefici gli strinsero il collo con una fune così fortemente da fargli quasi schizzar gli occhi fuori dalle orbite, poi lo finirono a colpi di mazza.
Un anno dopo, il senatore Simmaco, suocero di Boezio, seguiva, per ordine di Teodorico, nel sepolcro il genero. Non si ha notizia di accuse e di processo contro Simmaco. Secondo un cronista anonimo Teodorico volle sbarazzarsene spinto dal timore che Simmaco vendicasse la morte di Boezio.

L'anno stesso in cui Albino e Boezio erano incarcerati, l' imperatore Giustino pubblicava un editto contro gli eretici, primi fra i quali i Manichei. Era una conseguenza della conciliazione tra Roma e Costantinopoli ed era anche, sebbene nell'editto la Chiesa gotica non venisse menzionata, un lontano annunzio di guerra contro l'ariano Teodorico. Che così fosse lo prova il fatto che, qualche anno dopo, la persecuzione veniva estesa a tutti gli eretici, compresi i Goti, molti dei quali furono costretti ad abiurare e a consegnare le loro chiese ai Cattolici.

Teodorico non poteva non interessarsi della sorte dei suoi correligionari, e, poiché sospettava che la persecuzione religiosa preludesse ad una spedizione armata dei bizantini in Italia, cercò di far cessare l'una e di scongiurare l'altra, inviando una ambasceria all'imperatore. A capo della legazione mise papa GIOVANNI I, che nel 523 era successo ad Ormisda, imponendogli di chiedere a Giustino la restituzione delle chiese, la revoca dell'editto di  persecuzione e il ritorno alla loro fede degli Ariani che erano stati costretti ad abiurare.

 Riluttante, nell'autunno del 525, in compagnia di cinque vescovi e quattro senatori papa Giovanni partì da Ravenna. A Costantinopoli, che per la prima volta vedeva nelle sua mura il capo della Chiesa Cattolica, il papa ebbe accoglienze trionfali; l' imperatore, con il clero e con il popolo, gli andò incontro a quindici miglia dalla città e, prosternatosi davanti a lui, lo adorò.

GIOVANNI I si trattenne a Costantinopoli sei mesi, riaffermando il suo prestigio e quello della Chiesa romana. Sebbene l'imperatore fosse stato coronato, salendo sul trono, dal patriarca bizantino, pare che il papa tornasse ad incoronarlo, e la cerimonia, di così alto significato politico, si svolse con pompa magnifica. 
Quanto al risultato dell'ambasceria pare che fosse favorevole alle richieste di Teodorico, se non a tutte almeno alle prime due; riesce pertanto incomprensibile la condotta del re verso il papa. Forse Teodorico fu fortemente impressionato dalle calorose accoglienze ricevute da Giovanni
a Costantinopoli e, sospettoso com'era, vide in lui un nemico pericoloso che era prudente non lasciarsi sfuggire di mano. Il papa, dopo la celebrazione della Pasqua del 526, fece ritorno in Italia. Ma non doveva più rivedere Roma: giunto a Ravenna vi fu imprigionato e pochi giorni dopo, il 18 maggio, morì.

La morte del papa aggravava la situazione di Teodorico di fronte agli Italiani e all'impero. Ma più che del malcontento degli Italiani che egli cercò di far cessare, indicando come successore di Giovanni un fautore del partito gotico che fu poi eletto con il  nome di FELICE III, Teodorico temeva qualcosa dai Bizantini, i quali, alleati con i Vandali, minacciavano di muovergli guerra.
Il maggior pericolo era dalla parte del mare; perciò il re ordinò che venisse prontamente allestita e raccolta nel porto di Ravenna una flotta di mille navi;  ma i preparativi non erano ancora terminati quando, all'età di settant'anni, il 30 agosto del 526, TEODORICO cessò di vivere.

Sentendosi vicino a morire, Teodorico chiamò intorno al suo letto i più ragguardevoli personaggi fra i Goti; alla loro presenza designò come suo successore il decenne nipote ATALARICO e raccomandò ad essi che rispettassero il popolo romano, il Senato e si tenessero amico l'imperatore (principemque orientalem placatum semperque propitium haberent post Deum). Con queste sue ultime volontà metteva in discussione tutta la sua politica.

La morte del gran re fu dalla tradizione ecclesiastica (ovviamente nata dall'odio religioso) attribuita alla punizione divina; ma anche le leggende più stravaganti sorsero intorno alla fine di Teodorico. Un cronista anonimo narra che il re fece pubblicare un editto col quale ordinava che fossero cedute agli Ariani tutte le chiese cattoliche e che il giorno stesso in cui l'editto avrebbe dovuto avere esecuzione, Teodorico spirò. 
Procopio racconta che durante un banchetto fu portato a Teodorico un grosso pesce che agli occhi esterrefatti del principe assunse le minacciose sembianze di Simmaco e che impaurì talmente il re che di lì a poco morì. Un'altra leggenda, riferita da Gregorio Magno, nei suoi Dialoghi, dice che l'eremita Calogero di Lipari vide Simmaco e Giovanni I che trascinavano legato Teodorico e lo precipitavano nel cratere dello Stromboli. 
Quest'ultima leggenda forse è in relazione con la scomparsa del corpo di Teodorico. Si crede che i frati di un convento, sorto presso il mausoleo del re a Ravenna, in odio all'eretico monarca ne portassero via la salma. Dove la nascosero non si sa. 
Ma nel 1854, praticando degli scavi presso il mausoleo, furono scoperti molti tumuli e in uno di essi furono trovati i resti di un corpo attribuito al re ostrogoto e una corazza d'oro. Ma dei primi più nulla si seppe, mentre della seconda poterono essere ricuperati solo alcuni frammenti, che ora si trovano nel museo bizantino di Ravenna, . 
 Corrado Ricci in una nota storica pubblicata nel 1881 sostenne che la corazza appartenesse proprio a Teodorico.



La morte di Teodorico non mise certo fine alla disarmonia tra Italiani e Ostrogoti; anzi la concordia non regnava nemmeno dentro gli eredi del dominatore.

AMALASUNTA - GIUSTINIANO 
 FINE DEL REGNO VANDALICO

Teodorico il re ostrogoto, prima di morire aveva designato come suo successore il nipote , ma data la tenera età di ATALARICO (10 anni), assunse la reggenza, come tutrice sua figlia AMALASUNTA. Grave era la situazione interna del regno e non meno grave quella l'esterna. 
L'armonia tra Italiani ed Ostrogoti -lo abbiamo visto nel precedente capitolo- non esisteva che di nome, di fatto sotto la cenere covava il fuoco, alimentato dagli ultimi avvenimenti che avevano funestato il regno di Teodorico. Si aggiunga che neppure tra i dominatori regnava la concordia e pochi erano tra loro quelli che volevano si seguisse la politica conciliante del defunto re, mentre la
maggioranza era propensa - e cominciavano a metterla in pratica - ad una politica di violenze e di rapine. 
Fuori c'erano la guerra, ormai dichiarata con i Vandali, il contegno minaccioso dei Bizantini e dei Gepidi del Danubio; e la pericolosa vicinanza dei Franchi che mostravano chiaramente il proposito di volere riprendere la politica espansionistica di Clodoveo.

In una situazione così grave era proprio pericoloso il governo di una donna. Amalasunta, che ci è rappresentata bella di corpo e forte di animo, aveva avuta un'educazione romana, parlava, oltre la propria lingua, il latino e i1 greco e aveva appreso molto, senza dubbio, alla scuola del padre, ma era una donna che per giunta non godeva interamente la fiducia dei Goti, specie di quelli che non volevano una politica di tolleranza e di conciliazione.
Per rafforzare e in certo qual modo legalizzare la posizione del figlio, che non aveva il riconoscimento dell'imperatore, Amalasunta fece giurare dai Romani e dai Goti fedeltà ed obbedienza al nuovo re, il quale dal canto suo giurò agli uni e agli altri di volerli governare seguendo le orme del nonno, mantenendo cioè ai primi le proprie leggi ed istituzioni e ai barbari i loro privilegi e i loro capi.

Non fu un giuramento inutile. Memore del desiderio e delle raccomandazioni del padre, Amalasunta mostrò fin dall'inizio della sua reggenza di voler seguire la politica di Teodorico, temperando gli abusi ed eliminando fin dov'era possibile le cause di dissidio tra i due popoli. Il Senato ebbe assicurazioni che sarebbe stato trattato con ogni riguardo, protezione fu promessa ai curiali dalle angherie dei potenti e disposizioni vennero prese contro gli abusi dei Goti a danno dei provinciali.
Di Amalasunta scrisse Procopio che "...durante il suo governo, non inflisse mai pene pecunarie e corporali ai Romani ed impedì ai Goti di commettere atti d'ingiustizia
verso gl' Italiani"

Ed è verità; ma è vero che essa non ebbe il coraggio o la possibilità di punire chi era stato la causa dei misfatti avvenuti negli ultimi anni di regno del padre pur mostrandosi giusta con i figli delle vittime. Infatti, se furono restituiti ai figli di Boezio e di Simmaco i beni confiscati e furono messi in libertà i Romani imprigionati da Teodorico perché insospettì di congiure, CIPRIANO fu innalzato al patriziato ed OPILIONE, un altro degli accusatori, fu fatto conte delle sacre elargizioni.

Da questi atti risulta chiaramente che Amalasunta voleva tenere una via di mezzo, far dimenticare il passato, proteggere gli oppressi, ingraziarsi gli Italiani e nello stesso tempo a non suscitare con una politica troppo rigida il malcontento dei Goti intransigenti.
Anche con la Chiesa Amalasunta fece politica amichevole: sotto di lei la posizione dei vescovi anche nelle faccende civili crebbe di autorità e fu reso obbligatorio ai laici di ricorrere al tribunale ecclesiastico prima che a quello di stato nelle cause tanto civili che penali.
Se in un certo modo potè rendere meno grave la situazione interna, niente però Amalasunta riuscì a fare per rialzare all'estero il prestigio del regno ostrogoto. Circondata da nemici, la reggente si vide costretta a fare una politica molto prudente. Fu abbandonata l' idea di vendicare la morte di Amalafrida e solo a Dio fu lasciata la cura di far giustizia, come fu detto al re Ilderico. 

Nella Spagna e nella Gallia fu ricostituito il regno visigotico il cui trono venne dato ad AMALARICO; ma questi non seppe difenderlo dall'attacco dei Franchi guidati da CHILDEBERTO; i1 giovane sovrano, in una battaglia presso Narbona, fu sconfitto ed ucciso, e la corona dei visigoti passò all'armigero Teudis (531).

Mentre gli Ostrogoti perdevano il prestigio che Teodorico aveva acquistato ed erano costretti a cedere parte del territorio gallico ai Burgundi e ai Franchi, questi ultimi crescevano in potenza.  Teoderico, uno dei quattro figli di Clodoveo, conquistava nel 530 il regno dei Turingi e alcuni anni dopo anche quello dei Burgundi, disperatamente difeso da GODEMARO, ma cadeva sotto il potere dei Franchi, nelle cui mani ora passava quel primato dell' Europa occidentale che per tanto tempo era stato degli Ostrogoti.
Crescendo i pericoli esterni, Amalasunta vide la salvezza del suo regno nella protezione di Costantinopoli. Non le aveva detto, morendo, Teodorico di rendersi propizio l' imperatore?  Ad Amalasunta importava guadagnarsi il suo favore non per sè ma per il figlio. In nome di questo fece scrivere da Cassiodoro a Giustino un'umilissima lettera in cui s' implorava di adottare Atalarico per arma filius, ma nulla ottenne. Giustino anzi assunse un contegno così minaccioso che per impedire un attacco alle coste meridionali d' Italia
fu necessario mandare la flotta nelle acque del mezzogiorno della penisola, sotto il comando e a spese di Cassiodoro. 

Alle minacce dal sud seguirono quelle dal nord. I Lepidi, dal Dabubio, assalirono i confini del regno ostrogoto. Non ebbero però fortuna: un esercito di Amalasunta inflisse loro una sanguinosa sconfitta e, varcate le frontiere dell'impero bizantino, saccheggiò la città di Graziana.
Moriva intanto (estate del 527) Giustino e gli succedeva il nipote GIUSTINIANO che già nell'aprile era stato dallo zio associato all'impero. Giustiniano, che meditava di ricostituire sotto di sé l' impero d'Occidente e voleva cominciare con il cacciare i Vandali dall'Africa, allo scopo di servirsi per questa impresa dell'aiuto degli Ostrogoti concluse
con questi la pace e riconobbe la successione di Atalarico e la reggenza di Amalasunta. Era questo un successo politico della figlia di Teodorico, ma nessun vantaggio essa ne ricavava. 
Intanto più accanita si faceva l'opposizione dei Goti alla politica della reggente. Se non tutti la maggior parte erano malcontenti dei riguardi che venivano usati agli Italiani, disapprovavano il contegno troppo umile che la corte di Ravenna teneva verso quella di Costantinopoli e rimproveravano ad Amalasunta che il figlio fosse educato troppo alla cultura romana.

È da credere che fortissimo fosse il partito goto avverso ad Amalasunta se questa si vide costretta ad affidare Atalarico alle cure dei capi militari. Ma questa concessione non giovò né a lei né al figlio. Passato dagli studi alle armi, Atalarico si diede ad una vita dissoluta che in poco tempo ne minò la salute. Quanto alla posizione della reggente, essa non migliorò. I suoi oppositori crebbero di numero e i più accaniti tra loro cominciarono a tramare congiure per abbatterla.
Fra questi era TEODATO, nato dal primo matrimonio di Amalafrida, sorella di Teodorico. A lui, come ultimo rampollo della stirpe degli Amali, sarebbe toccata la successione se, come si temeva, fosse venuto a morte Atalarico. Teodato non era ben visto né dai Goti né dai Romani, da quelli perché aveva ricevuta un'educazione completamente romana e viveva tra i piaceri e gli studi della letteratura e filosofia latina, da questi per la prepotenza e l'avidità con le quali egli aveva conseguito il possesso di tante terre in Toscana da esser chiamato da un cronista Tusciae rex.

Tra Amalasunta e Teodato, malgrado i vincoli di parentela, non correvano buoni rapporti. Più di una volta essa aveva dovuto fare uso della sua autorità per difendere i provinciali dalle spoliazioni del cugino e questi, non sapendo come vendicarsi, si era messo in segreta corrispondenza con l'imperatore offrendogli il possesso della Toscana dietro il compenso d'una forte somma e della dignità di senatore.
Giustiniano intanto si preparava alla guerra contro i Vandali e concludeva un trattato con Amalasunta nel quale essa si obbligava di fornire vettovaglie all'armata bizantina.
Il grande imperatore era nato nella Dardania, a Tauresium, nel 482. Console nel 5121, era stato il consigliere più prezioso dello zio, insieme con la moglie Teodora, una antica mima, dotata di grandissimo ingegno e di coraggio, con la quale doveva dividere le cure dell'impero. Salito al trono, aveva saputo circondarsi dei migliori ingegni e dei più abili generali; aveva profuso somme ingenti nella costruzione di fortezze e di chiese, fra le quali è degna di menzione quella di S. Sofia, opera dei grandi architetti Isidoro di Mileto e Antemio di Tralles; aveva voluto che si raccogliessero in un solo corpo (Corpus iuris civilis) le costituzioni dei principi, da Adriano in poi (Codex constitutionum in dodici libri) e le sentenze degli antichi giuristi (Digesta o Pandectae in cinquanta libri), affidandone la compilazione ad una commissione di dotti diretta da TRIBONIANO; ed aveva vagheggiato l'ardito disegno, degno di un grande imperatore romano, di abbattere le signorie d'Africa e d'Europa, restaurare l' impero d'Occidente e ridare all' impero l'antica unità e l'antico splendore. 
Come collaboratore nella sua grande impresa egli aveva chiamato un suo conterraneo, di ventitrè anni più giovane di lui, BELISARIO, che grandi prove di valore aveva saputo dare nella guerra contro i Persiani e prove ancora più grandi doveva fornire nelle future lotte in Africa e in Italia.

Giustiniano iniziò l'attuazione del suo vasto disegno nel 523. Egli usciva da una violenta rivolta che per poco non gli era costata la vita e l'impero. Dopo essersi accaniti gli uni contro gli altri Monofisiti e Ortodossi (532), questi due partiti avevano fatto causa comune contro Giustiniano, si erano abbandonati a disordini, avevano provocato terribili incendi e innalzato un nuovo imperatore, IPAZIO.
 Belisario aveva prontamente ed energicamente spenta nel sangue la rivolta ed a Belisario ora l'imperatore affidava il comando della guerra vandalica.

Il regno dei Vandali era in piena decadenza. Nel 523 era salito sul trono Ilderico, nato da una figlia di Valentiniano III, Eudocia, iniziando una politica favorevole all'elemento romano e cattolico e provocando perciò una violenta reazione dei barbari ariani, favorita da Amalafrida. La rivolta era stata domata, la vedova di Trasimondo messa in carcere, era stata poi uccisa e Ilderico aveva potuto regnare indisturbato fino al 531. Ma in quest'anno una congiura di palazzo, capeggiata dal cugino Gelimero, lo aveva sbalzato dal trono.
I preparativi della spedizione bizantina furono fatti con tanta segretezza che i Vandali non ne seppero nulla. Mentre Belisario navigava da Costantinopoli alla Sicilia il fratello dì Gelimero si trovava con un esercito in Sardegna per domarvi una rivolta.

Belisario conduceva con sé una numerosa flotta ed un esercito di diecimila fanti e cinquemila cavalli ed era accompagnato dalla moglie Antonina e da Procopio. Dopo due mesi di avventurosa e pericolosa navigazione la flotta bizantina giunse a Catania: rifornitasi di vettovaglie, fece vela per l'Africa e giunse felicemente nelle acque della Sirti Minore, a parecchie giornate di marcia da Cartagine. L'esercito, sbarcato, pose il campo sul promontorio di Ras Khadigia. Le forze bizantine a quelle che potevano opporgli i nemici erano numericamente inferiori  ma Belisario contava sulla propria abilità, sulla disciplina, sull'organizzazione e sulla combattività delle proprie truppe e sul favore delle popolazioni alle quali egli si presentava non come un conquistatore, ma come un liberatore dal giogo dei barbari ariani.

E il favore delle popolazioni non gli mancò. La guerra non fu lunga e difficile: il 13 settembre del 533, malgrado la loro superiorità numerica, i Vandali, venuti a battaglia coi Bizantini, furono sconfitti; il 15 dello stesso mese la flotta imperiale penetrò senza incontrare difficoltà, nel porto di Cartagine e la città cadde in potere di Belisario, che festeggiò la conquista pranzando coi suoi ufficiali nel palazzo stesso del re. 
Ilderico non potò essere salvato: alla vista delle navi nemiche, il fratello di Gelimero, per impedire che la popolazione lo liberasse e lo rimettesse sul trono, lo aveva ucciso.
Gelimero si ritirò nella Numidia con il fratello Ammata e di là ritentò le sorti delle armi: ma queste gli furono avverse. Sconfitto una seconda volta e perduto il fratello, si rifugiò presso i Mauri, ma, abbattuto dalle privazioni, nel marzo del 534 si arrese.

L'Africa, la Sardegna, la Corsica e le Baleari caddero in brevissimo tempo nelle mani del vincitore. Così finiva, dopo poco più d'un secolo, il regno dei Vandali, di quei barbari che avevano saccheggiato Roma, fatto tremare l'impero d'Oriente e portata la devastazione sulle coste fiorenti d'Italia. La caduta del loro regno segnò anche la caduta dell'intero popolo. 
I Vandali che rimasero in Africa vennero spogliati dei loro beni e fatti schiavi, gli altri vennero mandati ai confini dell' impero, verso la Persia. Un buon numero fu incorporato nell'esercito bizantino.
Accusato presso Giustiniano di voler tenere per sè il trono Vandalico e richiamato a Costantinopoli, Belisario ritornò; il suo ingresso però non fu quello di un generale che la calunnia aveva colpito, ma quello d'un trionfatore. Il ricco bottino, i numerosi prigionieri e lo stesso Gelimero furono gli ornamenti migliori del trionfo. Con il vinto, Giustiniano fu generoso: lo spodestato re fu mandato in Galazia e qui si ebbe in dono terre e case.


TEODATO - BELISARIO IN ITALIA

Al buon esito della vittoria sui Vandali molto aveva contribuito Amalasunta con il dare libero accesso nei porti della Sicilia alla flotta e con le vettovaglie fornite all'esercito.

Sconfitto il nemico, lei aveva preso per sé il LILIBEO che era stato da Teodorico dato in dote ad Amalafrida e l'aveva tenuto malgrado le pretese di Belisario. Ora Giustiniano tornava direttamente alla carica chiedendo che il Lilibeo gli fosse ceduto, spettandogli di diritto dopo la vittoria sui Vandali. Amalasunta, alla quale non rimaneva che la protezione dell' imperatore, l'avrebbe ceduto, ma essa temeva del malcontento che una simile cessione avrebbe suscitato nei Goti e, non volendo rendere maggiormente difficile la sua situazione politica, rifiutò.
Però, nonostante la fermezza dimostrata nell'affare del Lilibeo, la sua posizione personale rimase difficile. Il figlio era ridotto agli estremi dagli stravizi, Teodato non cessava di osteggiarla e i Goti continuavano a brigare contro di lei.
Per disfarsi di tre dei suoi più accaniti avversari Amalasunta, adducendo a pretesto che i Franchi preparavano un'invasione, li mandò a difendere i confini delle Alpi, facendoli segretamente seguire da persone di sua fiducia con l'incarico di trucidarli. Temendo però che il colpo non riuscisse e i tre Goti si vendicassero, chiese all'imperatore che le concedesse asilo e spedì a Durazzo una nave con quarantamila aurei che aveva sottratti dalle casse dello Stato. 

Ma il colpo di far assassinare i tre invece riuscì pienamente ed Amalasunta, modificato progetto, richiamò la nave e rimase in Italia, dove continuò a governare in nome del figlio, pur mantenendosi in segreti rapporti con Giustiniano al quale, senza dubbio per tenerlo a bada, e non alienarsene la protezione, prometteva di cedere il regno.

L'uccisione di quei tre Goti valse a rafforzare la posizione della reggente, ma di lì a poco, morto Atalarico il 2 ottobre del 534, divenne disperata. Con la morte del figlio aveva termine la reggenza. Amalasunta, vietandole le leggi gotiche di assumere il titolo di regina, doveva abbandonare il potere; ma essa non voleva lasciarlo e per mantenerlo ricorse ad un espediente che doveva riuscirle fatale.
TEODATO, come  parente più vicino a Teodorico, era l'erede naturale del trono. Per impedire che il cugino facesse valere i propri diritti e, nello stesso tempo, per ingraziarsi il suo più accanito avversario, Amalasunta se lo associò nel regno, ma si fece promettere da lui che si sarebbe contentata del titolo regio e avrebbe lasciate nelle mani di lei le redini dello stato.
Teodato promise, ma nel suo animo maturava un tristo disegno che non doveva tardare ad essere attuato. Il 30 aprile del 535, sette mesi dopo la morte di Atalarico, Amalalasunta veniva spogliata delle insegne reali e relegata su un' isoletta del lago di Bolsena.

Compiuto il colpo e temendo l' ira di Giustiniano, Teodato costrinse la cugina a inviare lettere all'imperatore assicurandolo che nessun male le era stato fatto e che era contenta della sua sorte, e nello stesso tempo spedì a Costantinopoli due ambasciatori, Liberio ed Opilione, per mezzo dei quali annunziava al sovrano bizantino che era stato costretto ad agire a quel modo da offese ricevute da Amalasunta.

Liberio ed Opilione, in viaggio verso Costantinopoli, incontravano ad Aulona, PIETRO di TESSALONICA, mandato dall' imperatore in Italia per riprendere con Amalasunta e Teodato le trattative intorno alla cessione dell' Italia, e lo informavano degli avvenimenti. Interrotto il viaggio, Pietro a sua volta informava Giustiniano delle notizie apprese e chiedeva istruzioni. Non era più il caso di riannodare trattative circa la cessione, che Teodato, venuto in possesso del regno, non avrebbe certamente più fatta. L'imperatore scrisse ad Amalasunta assicurandole la sua protezione ed ordinò a Pietro di recarsi a Ravenna a dire a Teodato che si guardasse bene dal recare offesa alla cugina.
Pietro partì, ma non giunse a tempo a salvare Amalasunta. I parenti di quei tre Goti che lei aveva fatto trucidare, temendo che la regina sfuggisse alla loro vendetta, avevano strappato al re il decreto di morte e al principio dell'estate di quell'anno lo avevano essi stessi eseguito, soffocando nel bagno l'infelice figlia di Teodorico.

Questo ci narra Procopio nella sua Storia della Guerra gotica. Nella Storia arcana però lo stesso scrittore dice che la morte di Amalasunta fu dovuta all'imperatrice Teodora, la quale, ingelosita dalla bellezza della regina ostrogota, avrebbe commesso a Pietro di Tessalonica di ucciderla.
L'uccisione di Amalasunta costituiva un ottimo pretesto per Giustiniano d'intervenire nelle faccende d' Italia e fare il secondo passo verso l'attuazione del suo programma.
Pur continuando le trattative con Teodato, l' imperatore iniziò le operazioni di guerra contro gli Ostrogoti, facendole precedere da un accordo con Teodeberto re dei Franchi.
Due eserciti furono mandati contro i Goti: uno di tre o quattromila uomini al comando del generale MUNDO doveva operare in Dalmazia per attirare in quella regione parte delle forze ostrogote, l'altro, guidato da BELISARIO, doveva, attaccare l'Italia cominciando dalla Sicilia. Poche erano le forze a disposizione del valente generale: settemila e cinquecento uomini oltre la sua guardia personale; ma l'esercito, sebbene piccolo, era ben equipaggiato ed armato, era comandato dai migliori ufficiali dell'impero, era sostenuto da una forte flotta e fornito in gran parte di cavalleria. Si aggiunga che l'organizzazione e l'addestramento dei Bizantini erano infinitamente superiori all' addestramento e all'organizzazione degli Ostrogoti e che Belisario, oltre che sul valore, sulla disciplina, sull'educazione militare delle sue truppe e sulla propria abilità di condottiero, contava sul favore delle popolazioni.

Belisario, sbarcato a Catania, in pochi mesi riuscì a impadronirsi di tutta la Sicilia, accolto come liberatore dalla popolazione. Siracusa gli venne consegnata dallo stesso comandante la piazza, Sinderito. Palermo invece oppose lunga resistenza, munita com'era di forti mura entro cui stava una numerosa guarnigione, e Belisario dovette impiegare i suoi famosi arcieri collocati sugli alberi delle navi.
La notizia della conquista dell' isola da parte dell'esercito bizantino fu un grave colpo per Teodato, il quale propose all'imperatore di cedere l' Italia dietro il compenso di un lauto stipendio. Le proposte furono accettate da Giustiniano, ma di lì a poco Teodato ruppe le trattative e trattenne presso di sé gli ambasciatori imperiali.
La causa di questa rottura è da ricercarsi nella disfatta dell'esercito bizantino in Dalmazia, che costò la vita al generale Mundo, e in un'improvvisa rivolta scoppiata in Africa, dove, approfittando del malgoverno imperiale e del malcontento delle popolazioni, un certo SUZZA si era messo alla testa di circa ottomila ribelli e marciava su Cartagine.

Questi avvenimenti avevano dato l' illusione a Teodato che la guerra dovesse prendere una piega a lui favorevole; ma la delusione venne presto. L'esercito di Dalmazia, prontamente ricostituito e messo sotto il comando di un abile generale, COSTANZIANO, tornò alla riscossa, occupò Salona e scacciò dall' Illiria le guarnigioni ostrogote che dovettero riparare a Ravenna. 
Eguale fortuna ebbero le armi bizantine in Afríca: Belisario, lasciata in Sicilia con gran parte delle sue truppe, si recò rapidamente con duemila uomini a Cartagine, che stava per essere investita, e il suo arrivo improvviso valse a far ritirare i ribelli a cinquanta miglia dalla città; ma, raggiunti ed attaccati, vennero sconfitti e Belisario poté ritornare in Sicilia.

Qui un ordine dell' imperatore lo attendeva: passare in Italia e riprendere con maggior vigore l'offensiva contro gli Ostrogoti.
Belisario non pose tempo in mezzo: lasciati esigui presidii a Siracusa e a Palermo, radunò il grosso delle sue forze a Messina. Reggio era difesa da una guarnigione di Ostrogoti comandata da Obrimuzio, genero di Teodato; la città però cadde senza colpo ferire in potere dei Bizantini, essendosi Obrimuzio arreso, e Belisario fu in grado di iniziare la conquista della penisola.
Fu una marcia rapida e trionfale: i distaccamenti nemici si ritiravano verso il nord senza combattere e le popolazioni del Bruzio e della Lucania accoglievano i Bizantini come liberatori.
A Napoli però la marcia di Belisario ebbe una sosta. La città era ben fornita di mura e difesa da una guarnigione di ottocento Ostrogoti. Per costoro parteggiava la popolazione, specie gli Ebrei, contenti della tolleranza religiosa dei Goti e ostili a Giustiniano, di cui era nota l' intransigenza in fatto di religione. Belisario tentò di aver la città per assalto ma non vi riuscì malgrado i suoi ripetuti sforzi.

Da quasi tre settimane egli la teneva assediata ed aveva stabilito di abbandonare l' impresa e marciare su Roma, quando uno dei tremila soldati isaurici che aveva con sé scoprì che si poteva penetrare nella città attraverso un acquedotto. Belisario allora ordinò che seicento uomini entrassero di nascosto a Napoli per la via sotterranea. Egli per distrarre l'attenzione degli assediati, finse di assalire un punto delle mura. Qui difatti accorsero i difensori ma mentre questi respingevano l'assalto, i Bizantini, penetrati dall'acquedotto nella città, aprivano le porte e Napoli fu di Belisario. Ci fu un principio di saccheggio. Belisario però prontamente lo fece cessare con ordini severissimi impartiti ai suoi soldati. Il presidio ostrogoto cadde tutto in potere dell'esercito imperiale (novembre del 536).

VITIGE

Ora la via di Roma era aperta, né Teodato si sarebbe risolto ad opporsi all'avanzata di Belisario se i soldati, scontenti del contegno passivo del re di fronte all' invasione, non l'avessero costretto. Ma Teodato non era uomo da mettersi alla testa dei suoi barbari e marciare contro gli invasori: egli radunò, sì, alcune schiere di soldati, ma ne affidò il comando ad un valoroso guerriero, di nome VITIGE, cui diede l'ordine di andare verso la Campania.
Le schiere partirono, non soddisfatte certamente dalla codarda condotta del re; ma non andarono troppo lontano. A Regeta, sulla via Appia, che distava da Roma trentacinque miglia, si fermarono, dichiararono deposto Teodato e in sua vece acclamarono re Vitige.

All'annunzio della rivolta, Teodato fuggì verso Ravenna con il proposito di prendere il mare e rifugiarsi a Costantinopoli ; ma non fece a tempo. Vitige aveva lanciato dietro di lui, all' inseguimento, un manipolo di soldati tra i quali un certo OTTARI che aveva un conto personale da saldare con l'ex-sovrano che gli aveva sedotta la fidanzata.

Teodato, raggiunto a metà strada tra Roma e Ravenna, fu catturato e venne trucidato (dicembre del 536). Un suo figlio, per nome Teodigiselo, venne poco tempo dopo chiuso in carcere.

Con la fine di Teodato e l'acclamazione di VITIGE una nuova fase della guerra si apriva e il provato valore del nuovo capo era segno non dubbio che la guerra da parte degli Ostrogoti sarebbe stata condotta con grandissimo accanimento.



Con la morte di Teodato, e con BELISARIO in Italia, la guerra sembrava quasi finita, invece la proclamazione a re degli Ostrogoti di uno sconosciuto VITIGE, apre una nuovo capitolo nella guerra Gotico-Bizantina nel periodo che va dal 536 al 555.

VITIGE E BELISARIO - ASSEDIO DI ROMA E RESA DI RAVENNA

Vitige era un guerriero d'indiscutibile valore: si era distinto nella guerra di Sirmio contro i Gepidi e i Bulgari, acquistandosi il titolo di armigero, aveva fornito ottime prove di sé nella guerra contro i Franchi e si era segnalato ancora contro i Gepidi nella battaglia di Singidunum; ma non era un condottiero di eserciti né un uomo politico. Eletto re, due compiti difficilissimi gli si presentavano: rafforzare la propria posizione e difendere il regno dai Bizantini che già ne occupavano metà. Sebbene riscuotesse il favore dei soldati lui non era di stirpe regia. Cassiodoro trovò una singolare formula che risolveva la questione dell'origine e in un editto rivolto ai Goti fece dire al nuovo re che, parente di Teodorico doveva essere stimato chi ne imitasse le opere (parens ipsius debet credi eius facta potuerit imitari). Ma ciò non bastava e Vitige, che ripudiata la moglie, prese in sposa la riluttante Amalasunta, sorella di Atalarico.

Quanto alla difesa dell'Italia era necessario opporsi all'avanzata di Belisario e procurarsi alleanze. Un'alleanza con i Franchi o per lo meno un accordo che assicurava la loro netraulità era indispensabile agli Ostrogoti affinché le spalle fossero sicure da un attacco nemico dalla parte delle Alpi e perché non rimanesse immobilizzata in Provenza una parte delle loro forze.

Vitige riprese le trattative che Teodato aveva iniziate con i Franchi e riuscì a concludere un trattato con il quale Teodeberto s'impegnava a non assalire i Goti e prometteva anzi un aiuto di truppe borgognone. Questo trattato dava agio a Vitige di ritirare dalla frontiera ed utilizzare le truppe che vi erano poste a difesa, ma costava non indifferenti sacrifici di territori e di denaro. Infatti, duemila solidi d'oro furono pagati ai Franchi e si cedeva loro la Provenza. Sacrificio doloroso, senza dubbio, ma richiesto dalle enormi difficoltà del momento.

Sebbene non era un uomo politico, le opere da lui compiute ci appaiono sagge, sia per rafforzar la sua posizione personale sia per togliere dall'isolamento in cui si trovava, la nazione.

Non altrettanto sagge però furono le misure da lui prese per la condotta della guerra. Napoli aveva fornito prova che si poteva resistere all'esiguo esercito bizantino e immobilizzarlo sotto le mura di una città. L'esempio di Napoli avrebbe dovuto consigliarlo a fare di Roma il fulcro della resistenza. La difesa della vecchia capitale d'Italia gli avrebbe fatto conseguire vantaggi materiali e morali non indifferenti, arrestando la marcia nemica e impedendo che Belisario, impadronendosi di Roma, apparisse come il restauratore dell'impero.

Vitige riteneva più opportuno mettere la base delle operazioni della guerra a Ravenna, consigliato forse dal fatto che i più numerosi stanziamenti di Goti erano nell'Italia settentrionale e che da Ravenna si poteva meglio difendere la porta orientale da un attacco bizantino proveniente dalla Dalmazia. Pur trasportando il suo quartier generale a Ravenna, Vitige non abbandonò Roma al nemico. Dalla popolazione si fece prestare giuramento di fedeltà e per essere maggiormente sicuro trasse con sé in ostaggio un certo numero di senatori; inoltre vi lasciò una guarnigione di quattromila Ostrogoti al comando di Leuderi. Questi soldati indubbiamente credeva che fossero sufficienti a difendere la città.

Sulla situazione politica di Roma Vitige non nutriva preoccupazioni sia perché i senatori che conduceva con sé in ostaggio gli davano affidamento della fedeltà dei cittadini sia perché la maggiore autorità romana, il papa, era un amico dei Goti. Era difatti pontefice SILVERIO, figlio di papa ORMISDA, successo ad AGAPITO ch'era morto il 22 aprile del 536 a Costantinopoli, dove Teodato l'aveva mandato come ambasciatore, e Silverio era stato imposto al clero e al popolo da Teodato.

Ma sull'amicizia del pontefice Vitige s'ingannò. Silverio era il capo della religione cattolica e, sebbene dovesse la sua altissima carica alla prepotente volontà degli Ostrogoti, non poteva in una guerra tra Ariani e Cattolici non desiderare e favorire la vittoria di questi ultimi. Si aggiunga che i Romani temevano che la città, caduta in mano dei Bizantini dopo un assedio, fosse poi saccheggiata e che un assedio non era una lieta prospettiva per i cittadini.

Non tenendo conto del giuramento della popolazione e degli ostaggi, papa Silverio invitò Belisario, per mezzo del questore Fidelio, ad entrare in città. Belisario che nel frattempo si era reso padrone dell'Apulia, accettò l' invito e lasciato a Napoli un presidio di trecento uomini, favorito dalle popolazioni e dalle diserzioni dei Goti, avanzò attraverso la via di Cassino e il 9 dicembre fece il suo ingresso a Roma dalla porta Asinaria mentre la guarnigione nemica usciva dalla porta Flaminia. Leuderi che era voluto restare in città, fedele alla consegna del re, fu fatto prigioniero e mandato a Costantinopoli con le chiavi di Roma.

Con l'occupazione di Roma Belisario veniva a trovarsi padrone di metà dell'Italia.
La Calabria aveva fatto atto di sottomissione all'impero e il Sannio ne aveva seguito l'esempio. Prima di rivolgersi all'Italia settentrionale il generale bizantino voleva assicurarsi i passi dell'Appennino e mettere Roma in stato di difesa aspettandosi un attacco da parte di Vitige. Inviò pertanto alcune schiere, comandate da Bessa e Costantino, verso l'Umbria e la Tuscia e ridusse in suo potere Narni, Spoleto e Perugia. In quest'ultima città tentarono i Goti di rientrare ma subirono uno scacco sanguinoso.

Padrone di questi posti avanzati, Belisario si diede a rifornire di vettovaglie Roma e a riparare le mura che dal tempo di Onorio non erano state più restaurate e non trascurò di chiedere rinforzi di truppe a Costantinopoli prevedendo che la guerra sarebbe stata difficile, con le notizie, che a lui giungevano, dei preparativi che faceva Vitige.

Questi difatti aveva radunato un esercito che si fa ascendere a centocinquantamila uomini. Senza aspettare che gli giungessero le truppe dalla Provenza, il 24 febbraio del 537, partì da Ravenna, sicuro di schiacciare con questo esercito poderosa che si traeva dietro l'esiguo numero dei guerrieri bizantini e di prendere d'assalto Roma.

Il primo scontro tra le numerose avanguardie gotiche e i Bizantini avvenne a ponte Salario, difeso da uno scarso presidio. Di fronte al numero preponderante dei nemici, alcune schiere, colte da panico, disertarono; il resto della guarnigione tentò la difesa, ma fu travolto. In aiuto del presidio era accorso Belisario alla testa di mille uomini, ma il suo soccorso non giunse a tempo per impedire che il nemico passasse sulla sinistra del fiume.

La schiera che Belisario conduceva con sé era tutta di cavalieri. Il generale cavalcava un superbo sauro che aveva in fronte una macchia bianca a guisa di stella e che perciò i Bizantini chiamavano "Phalion" e i Goti "Balan". Appena i nemici lo riconobbero, lo presero di mira lanciandogli un nugolo di frecce, ma, come ci narra Procopio, "nessuna, come per miracolo, colse il segno".

Il combattimento si svolse con accanimento e gli Ostrogoti, premuti dall'impeto dei cavalieri imperiali, furono costretti a ceder terreno, ma, rinforzati da altre truppe, ritornarono all'assalto con maggior violenza di prima. Visto inutile ogni tentativo di opporsi all'irrompere del nemico, Belisario con i suoi si ritirò verso le mura per entrare in città, ma trovò porta Salaria chiusa. Invano cercò di farsi aprire da quelli che erano dentro i quali, se da un canto non riconoscevano il loro generale trasfigurato dalla battaglia, dall'altro temevano che con i cavalieri bizantini entrassero le orde barbariche. Il sole volgeva intanto al tramonto e la situazione di Belisario si faceva tragica. Radunati intorno a sé i suoi, il generale bizantino caricò con estrema violenza gli Ostrogoti i quali, credendo che i nemici avessero ricevuti rinforzi, colti da sgomento, si ritirarono precipitosamente.

Con questa sanguinosa fazione cominciava l'assedio di Roma, che doveva durare un anno e nove giorni, dal marzo del 537 al marzo del 538.

Belisario disponeva di poco più che cinquemila uomini oltre la sua guardia personale, forze assolutamente insufficienti a difendere una città, che aveva un circuito di dodici miglia, contro un esercito di centocinquantamila soldati. Bisogna pertanto supporre che anche i Romani prendessero parte attiva alla difesa e che senza il loro valido concorso non sarebbe stata possibile. Tutto il merito però dell'organizzazione va dato a Belisario. Egli fece murare la porta Flaminia, assegnò la difesa delle altre porte ai suoi migliori capitani, dei quali Costantino che difendeva porta Aurelia; siccome i Goti avevano tagliati gli acquedotti, ne fece chiudere e custodire le estremità per impedire una sorpresa e, mancata l'acqua per i mulini, fece costruire nuovi mulini presso il fiume proteggendone le ruote con catene di ferro.
I primi diciotto giorni d'assedio furono dagli Ostrogoti impiegati in febbrili preparativi. La città fu circondata da sei campi, posti davanti alle principali porte; un settimo fu messo sulla destra del Tevere da cui si poteva dominare il fiume e il ponte Milvio; numerose torri di legno furono fabbricate per l'assalto delle mura e furono approntati i carri speciali che dovevano trasportarle.

Il diciannovesimo giorno Vitige ordinò che fosse dato contemporaneamente da sette punti l'assalto alla città, dopo avere invano offerto a Belisario la libera uscita con tutte le sue truppe. Fu un assalto gigantesco che durò una giornata intera e mostrò con quanto valore combattessero gli assediati. Un assalto di torri mobili piene di armati e trascinate da bovi fu nettamente spezzato dagli arcieri di Belisario posti a guardia di porta Pinciana, che, uccisi i bovi con tiro bene aggiustato di saette, immobilizzarono nell'aperta campagna le potenti costruzioni gotiche.

Sorte migliore non ebbe il tentativo di conquistare la porta Prenestina, difesa da un muro in parte diroccato (murus ruptus) e che rappresentava il punto più debole delle opere difensive romane. I Goti erano già riusciti a penetrare nel Vivario quando Belisario, informato del pericolo che correva la città da quella parte, uscì dalla porta con un agguerrito contingente di soldati e piombò alle spalle del nemico sgominandolo.
Sorse poi la leggenda che quel giorno sul muro rotta fosse apparso S. Pietro e, saettando gli assalitori, li avesse messi in fuga. Più accanito di tutti gli altri, fu poi l'assalto che gli Ostrogoti sferrarono a Trastevere contro la mole Adriana che, per mezzo di un muro, era collegata alla porta Aurelia.
Ributtati dalla porta Tiberina per il pronto accorrere di Costantino, i nemici diedero un assalto furioso alla mole e vi giunsero sotto così rapidamente che i difensori non fecero a tempo a mettere in opera le baliste. Posti a mal partito, fecero uso delle numerose statue che coronavano la Mole Adriana: ridotte in frammenti, mandarono una pioggia di schegge marmoree sugli assalitori che furono costretti a ritirarsi con gravissime perdite.

La giornata si chiuse con lo, scacco completo degli Ostrogoti, i quali, al dir di Procopio, che indubbiamente esagera le cifre, lasciarono sotto le mura trentamila morti ed ebbero altrettanti feriti.

Vitige si vendicò della sconfitta mandando ordine a Ravenna di mettere a morte i senatori che aveva ricevuto in ostaggio, poi occupò Porto tagliando da questa parte a Roma gli approvvigionamenti. Non gli riuscì però di impadronirsi di Ostia e da quella parte Roma riuscì ancora, sebbene con molte difficoltà, a comunicare col mare. Ma l'occupazione ostrogota di Porto era stata un grave colpo per i difensori, e Belisario, prevedendo la lunga durata dell'assedio e le difficoltà del vettovagliamento, fece allontanare le donne e i fanciulli, che furono trasferiti nella Sicilia e nella Campania, mise poi a mezza razione i soldati e si servì degli uomini più validi per la difesa delle mura.

Vitige, reso prudente dall' infelice esito dell'assalto, si guardò bene dal rinnovarlo e stabilì di prendere Roma per fame. Belisario invece aveva tutto l'interesse di impegnare il nemico con frequenti sortite per tenere in esercizio le sue truppe, specie i cittadini, per stancare i Goti e dar modo, nel trambusto, di impegnare il nemico da una parte mentre dall'altra permettere ai rifornimenti di entrare in città.

Verso i primi d'aprile del 537 giunse a Belisario un rinforzo di mille e seicento cavalieri, Unni e Schiavoni la maggior parte. Era ben poca cosa, ma servì a far crescere l'ottimismo degli assediati, i quali credevano con l'aiuto di questi di poter tentare un assalto in forza contro il nemico.

Belisario sapeva che un attacco alle posizioni nemiche con le poche schiere di cui disponeva e la massa non bene addestrata alle armi degli abitanti non poteva avere buon esito, ma dovette cedere di fronte alle pressioni dei suoi e della popolazione civile. Il piano d'azione da lui preparato avrebbe tuttavia dato risultati soddisfacenti se il piano fosse stato scrupolosamente eseguito. Ordinò che i cittadini armati si schierassero fuori porta Aurelia da dove alcune schiere bizantine dovevano muovere un attacco dimostrativo contro il campo nemico alla destra del Tevere per impedire che i Goti di quel campo prestassero aiuti agli altri della sinistra contro la quale doveva essere sferrato il vero assalto. Doveva quest'ultimo muovere da porta Salaria a porta Pinciana, ed essere effettuato soltanto dalla cavalleria; la fanteria aveva l'ordine di stare ferma per proteggere un'eventuale ritirata delle truppe a cavallo.

La prima fase della battaglia si svolse secondo gli ordini dati da Belisario. L'imponente massa di armati uscita da porta Aurelia produsse tale sbigottimento sui Goti da metterli subito in fuga e la giornata da quella parte si sarebbe chiusa con la completa vittoria degli assediati se questi avessero inseguito ordinatamente il nemico. Invece la popolazione civile si gettò sul campo abbandonato dai Goti e si diede a saccheggiarlo e i nemici ebbero tutto il tempo di riordinarsi e di muovere alla riscossa.
Sulla sinistra del Tevere le cose non andarono meglio: in un primo tempo, sotto l' impeto della cavalleria di Belisario, i Goti retrocedettero, poi venuti al contrattacco con tutte le loro forze, obbligarono i cavalieri bizantini a ritirarsi. Toccava alla fanteria, secondo il piano prima stabilito, proteggere la ritirata; i fanti invece si diedero alla fuga e si dovette al coraggio di alcuni ufficiali e di alcuni manipoli di soldati, che, facendo sacrificio della propria vita, si opposero validamente all'irrompere delle soldatesche di Vitige, se la ritirata non si fosse mutata in un gran disastro.

L'esito di questa battaglia, pur non avendo arrecato gravi perdite agli assediati, consigliò Belisario a non ritentare assalti in forze. Si tornò perciò al sistema delle sortite che aveva in passato dato buoni risultati. Sessantanove ne conta Procopio e tutte favorevoli ai Bizantini. Due di queste furono fatte nel giugno allo scopo di permettere l'entrata in Roma a cento uomini giunti da Costantinopoli a Terracina con le paghe per le truppe ed assunsero il carattere di vere e proprie battaglie nelle quali i guerrieri di Belisario fornirono prove di grandissimo valore causando al nemico, fuori porta Aurelia e fuori porta Pinciana, perdite ingentissime.

A queste sortite vittoriose si doveva se Roma riusciva ad essere vettovagliata. Quello dei Goti sarebbe stato un assedio infruttuoso fino a che la città non fosse stata completamente bloccata. Ma un blocco completo era impossibile data l'estensione del circuito delle mura e la tattica di Belisario, il quale manovrando per linee interne, poteva tutte le volte che gli era necessario distrarre, coi suoi attacchi, gli assedianti dai punti dove dovevano passare i rifornimenti. Tuttavia Vitige cercò di ostacolare il più possibile il vettovagliamento e vi riuscì istituendo un posto avanzato di settemila uomini a tre miglia dalla città. L'effetto fu che da allora i rifornimenti si fecero più scarsi e la fame cominciò a Roma a farsi sentire. Il popolo rumoreggiava e insisteva affinché si tentasse un altro assalto generale per porre termine all'assedio; ma Belisario questa volta non si lasciò vincere dalle pressioni. Egli sapeva che i Goti non si trovavano in condizioni migliori delle sue, che il territorio intorno a Roma non aveva più risorse per gli assedianti, che la stanchezza era subentrata ai primi entusiasmi; sapeva inoltre che da Costantinopoli erano partiti rinforzi che non sarebbero tardati a giungere, e non voleva compromettere il risultato finale della guerra con un'azione che poteva riuscire sfavorevole.
Non potendo però tener quieta la popolazione con le promesse soltanto, inviò a Napoli Procopio affinché vi organizzasse la spedizione dei rifornimenti. L' invio di Procopio nella Campania si dimostrò utilissimo: lo storico riuscì ad avviare verso Roma un convoglio di cinquecento uomini e mandare ad Ostia alcune navi cariche di grano.

Coi rifornimenti giungeva nella città assediata ANTONINA, moglie di Belisario, che fino allora era rimasta a Napoli, e forse con lei giungeva al generale anche l'ordine di deporre papa SILVERIO.

Come siano andate le cose non si sa con precisione né c' è accordo tra le fonti sulle date. Si vuole che causa della deposizione del pontefice sia stata l'imperatrice TEODORA, la quale, irritata perché il papa si era rifiutato di rimettere nella sede episcopale di Costantinopoli il patriarca ANTIMO, avrebbe, per mezzo di Antonina, ordinato a Belisario di disfarsi del papa e di fare eleggere l'arcidiacono VIGILIO, compagno di Agapito nell'ambasceria mandata da Teodato a Giustiniano. Si vuole ancora che Belisario in quella circostanza sia stato dominato dalla volontà della moglie prestandosi agli intrighi dell'imperatrice.
Silverio fu accusato di segrete pratiche con i Goti; testimoni falsi confermarono l'accusa, e il pontefice, deposto, fu relegato prima a Patara, nella Cilicia, poi nell' isola di Palmaria, presso Ponza, dove morì il 21 giugno del 538. VIGILIO fu eletto papa il 22 novembre del 537.

Ora la guerra da parte di Belisario riprendeva nuovo vigore. A Napoli era giunto da Costantinopoli un corpo di milizie traciche e isauriche comandate da Giovanni; circa cinquemila uomini che per la via di Ostia si diressero a Roma. Per favorire l'entrata dei rinforzi Belisario assalì i Goti da porta Pinciana e porta Flaminia e il successo riportato dalle truppe bizantine finì con il togliere agli assedianti le poche speranze ch'erano loro rimaste a impadronirsi della metropoli.

Allora Vitige iniziò trattative di pace dichiarandosi pronto a cedere la Sicilia e la Campania e pagare un annuo tributo all'impero. Erano proposte inaccettabili da chi aveva mosso la guerra per togliere agli Ostrogoti la signoria d'Italia. Belisario le rifiutò, ma accordò a Vitige una tregua di tre mesi perché potesse inviare un'ambasceria a Costantinopoli.

Dalla tregua trasse profitto Belisario, il quale, non curandosi delle proteste di Vitige per la violazione dei patti che vietavano ogni movimento di truppe e i rifornimenti, fece introdurre in Roma altre vettovaglie, riparò le fortificazioni ed essendosi i Goti volontariamente ritirati da Porto, da Albano a da Centocelle, occupò queste località.

Non contento di ciò, mandò Giovanni, alla testa di duemila cavalli, nel Piceno con l'ordine di scacciare i coloni goti non appena la tregua fosse stata rotta.

Vitige, mal sopportando la violazione dei patti della tregua, tentò con un colpo di mano d'impadronirsi di Roma. Fu respinto; e subito dopo Giovanni, aiutato dai provinciali romani, saccheggiò i territori che i Goti possedevano nel Piceno, ne confiscò i beni e, lasciandosi alle spalle Osimo ed Urbino difese da presidi nemici, si spinse fino a Rimini dove entrò e si fortificò.
La presa di Rimini minacciava di tagliar le comunicazioni tra Ravenna e l'esercito gotico che assediava Roma. Questa situazione pericolosa e la stanchezza delle sue truppe che ormai non avevano più fiducia in sé stesse consigliarono Vitige a togliere l'assedio.

Questo fu levato il 12 marzo del 538. La ritirata dei Goti avrebbe potuto risolversi in un vero disastro se Belisario avesse avuto truppe sufficienti per un inseguimento; pur nondimeno la partenza di Vitige non accadde senza spargimento di sangue. Uscito dalla città con le sue milizie, Belisario diede addosso alla retroguardia nemica nel momento in cui stava per passare il Tevere e ne menò strage.

Belisario aveva raggiunto quello che si era proposto: di tenere Roma. La prima fase della guerra era terminata in vantaggio dei Bizantini; ora si presentava l'impresa più difficile: la conquista del resto dell'Italia centrale e l' Italia settentrionale, per la quale Belisario contava molto sul concorso delle popolazioni, che anzi gli avevano inviata un'ambasceria, capitanata dall'arcivescovo milanese Dazio, chiedendogli di mandar truppe in Liguria.

Belisario mandò a Genova un distaccamento di mille uomini, comandati da MUNDILA, che in poco tempo si rese padrone delle più importanti città dell'alta Italia, eccettuata Pavia. Altri mille uomini Belisario li inviò in aiuto di Giovanni, il quale marciava verso Ravenna dove si trovava la regina AMATASUNTA con cui s'era messo in segreti rapporti; avevano l'ordine di dire a Giovanni che lasciasse una guarnigione a Rimini e raggiungesse a Roma con il resto delle truppe il generalissimo. I mille uomini spediti da Belisario riuscirono arrivare - dopo di avere sconfitto una schiera di Goti al passo del Furlo - fino a Giovanni, ma dovettero tornarsene senza di lui, che, disubbidendo agli ordini del suo capo, si chiuse in Rimini.

Qui Vitige venne ad assediarlo. Il suo esercito si era di molto assottigliato; forti presidi erano rimasti, lungo la ritirata, ad Orvieto, a Chiusi e a Todi; una forte schiera, comandata da URAIA, nipote di Vitige, si era staccata dal grosso per correre su Milano, insieme con diecimila Borgognoni inviati da Teodeberto, ed ora il re non disponeva che di una trentina di migliaia di soldati, che però erano sempre sufficienti a tener testa alle truppe bizantine.

Intanto Belisario, uscito da Roma ed espugnate Chiusi e Todi, era giunto nel Piceno, dove aveva trovato nuovi rinforzi mandatigli da Costantinopoli. Erano settemila uomini comandati dall'eunuco NARSETE, che gli sarebbero stati di grandissimo giovamento se il loro capo, che godeva il favore della corte e che era venuto per tener d'occhio Belisario sul cui conto a Costantinopoli si nutrivano alcuni sospetti originati e alimentate da interne gelosie, fosse andato d'accordo con il generalissimo.

Narsete invece mostrò, fin dal suo arrivo in Italia, di volersi considerare un pari in grado a Belisario e di voler far prevalere il proprio pensiero sulla condotta della guerra, e tra i due capi nacque subito una discordia che doveva recare gravissimi danni alle operazioni militari. I primi segni di questa discordia si ebbero a Fermo, dove Belisario e Narsete si riunirono in consiglio per esaminare la situazione. Belisario era dell'avviso che si dovesse investire Osimo, espugnatala, poi marciare su Rimini; Narsete al contrario sosteneva che si doveva correre subito a Rimini, dove Giovanni correva pericolo di essere sopraffatto dall'esercito di Vitige. Prevalse l'opinione di Narsete. Belisario mandò mille uomini contro Osimo, che era difesa da una guarnigione di quattromila Goti, il resto delle sue truppe l'avviò, parte per via terra parte per via mare, verso Rimini. Lui e Narsete con una colonna leggera precedettero l'esercito. Vitige non li aspettò: avendo saputo che una flottiglia bizantina era comparsa davanti a Rimini ed avendo ricevute notizie esagerate sulle forze di Belisario che avanzava, sbigottito lasciò l'assedio e si ritirò a Ravenna.

A Rimini la discordia tra Belisario e Narsete si fece più rabbiosa. Il primo voleva che parte dell'esercito fosse impiegata nell'espugnazione delle città dell' Italia centrale ancora in potere dei Goti e parte fosse mandata in soccorso di Milano, il secondo invece voleva l'occupazione dell' Emilia per poi al Vitige dargli battaglia a Ravenna. Non riuscendo i due generali a mettersi d'accordo, Narsete con Giovanni si diresse verso l' Emilia, mentre Belisario rivolse le sue forze contro Orvieto.

Le discordie dei comandanti bizantini causarono la rovina di Milano. I trecento uomini che ne formavano la guarnigione dovettero capitolare ed ebbero salva la vita, ma la popolazione, in numero di trecentomila - secondo le esagerate notizie di Procopio - fu trucidata, eccettuate le donne bellocce che furono regalate ai Borgognoni. La città fu rasa al suolo (539).

Questo disastro e le proteste di Belisario, provocarono il richiamo di Narsete a Costantinopoli. Rimasto a capo di tutte le forze bizantine in Italia, Belisario diede maggiore impulso all'assedio di Osimo, mandò alcune schiere ad assediare Fiesole e stabili un campo trincerato a Tortona.

Fu in questo periodo che TEODEBERTO scese dalle Alpi con un esercito di centomila uomini e dal momento che era alleato di Vitige ma nello stesso tempo di Giustiniano, sia i Goti che i Bizantini erano convinti che fosse venuto in loro aiuto. Ma ben presto furono disingannati: il re franco era sceso né per gli uni né per gli altri, ma solo per saccheggiare e forse per ridurre in suo potere quanta più parte dell'Italia potesse, obbligando i Goti a chiudersi a Pavia e i Bizantini di Tortona a raggiungere Belisario ad Osimo o le schiere che stringevano Fiesole.

Belisario che vedeva frustrata tutta la sua opera da quella invasione, scrisse a Teodeberto minacciandolo della collera dell'imperatore, ma più che le minacce valse il clima a liberare l'Italia dalle razzie dei Franchi, che, mietuti dalla dissenteria, se ne tornarono di là dalle Alpi.

Correva l'anno 539. Fiesole cadeva in potere dei Bizantini ed Osimo, dopo sette mesi di assedio, capitolava, e la guarnigione ostrogota passava al servizio di Belisario. Questi allora riuscì con quasi tutte le sue forze a stringere Vitige dentro Ravenna.

La situazione degli Ostrogoti peggiorava di giorno in giorno. Le diserzioni si facevano sempre più numerose e i viveri sempre più scarsi. A ciò si aggiunga un furioso incendio che bruciò i magazzini di grano, provocato dalla caduta di un fulmine o - come si disse - dall' infedele moglie del re. Il quale, non potendo, con le sole sue forze, sperare di salvarsi, cercò di migliorare la sua situazione con l'aiuto altrui.

Sollecitò pertanto l'alleanza con i Longobardi, che erano stanziati nei presso il Danubio; ma questo popolo, per non alienarsi con Giustiniano con cui era in buoni rapporti, rifiutò la proposta. Allora Vitige inviò ambasciatori al re di Persia Cosroe e riuscì con quest'abile mossa a spaventare l'imperatore il quale, non potendo sostenere due guerre, ritenne opportuno di trattare la pace con gli Ostrogoti. Per mezzo di due ambasciatori, DOMENICO e MASSIMINO, chiese che Vitige gli cedesse metà del tesoro e l' Italia a sud del Po. A Vitige lasciava l'altra metà del tesoro, il titolo regio e la Transpadana. Erano condizioni umilianti, eppure gli Ostrogoti, tormentati dalla fame e sfiduciati, le accettarono e - come aveva indicato Giustiniano- si rivolsero a Belisario per la stipulazione del trattato.

Ma Belisario si rifiutò. Egli sapeva in che tristi condizioni si trovava il nemico, ed era sicuro che presto si sarebbe arreso a discrezione, e quindi sognava di tornare vittorioso a Costantinopoli dopo aver riconquistata tutta l'Italia. Belisario non s'ingannava sulla debolezza dei suoi avversari, ma non avrebbe mai pensato che i Goti avrebbero deposte le armi offrendo proprio a lui la corona.

Così infatti fu. Vitige non aveva corrisposto alle speranze; sebbene valoroso soldato, non era stato un abile e fortunato condottiero. Essi invidiavano ai Bizantini Belisario, il generale che tanti rapidi successi aveva ottenuto, l'uomo che aveva conquistato il regno vandalico, che con un pugno di uomini aveva saputo difendere Roma e ridurre agli estremi un popolo tanto potente. Sotto la guida di tale condottiero gli Ostrogoti sarebbero risorti dalla rovina e sarebbero stati ancora una nazione forte e temuta. Chi meglio di lui dunque.

Gli Ostrogoti inviarono messi a Belisario, dichiarandosi pronti a cedere la città e a dargli la corona se prometteva di rispettar la loro vita e i loro beni.

Belisario promise agli assediati quel che chiedevano; quanto ad accettar la corona affermò che ne avrebbe parlato con Vitige. Allora Ravenna apri le porte (dicembre del 539) e Belisario occupò la città. Narra Procopio che le donne gotiche vedendo lo scarso numero di Bizantini e la loro piccola statura, sdegnate, sputarono contro i loro mariti accusandoli di viltà.

Belisario mantenne le promesse: con ordini severissimi impedì che la città fosse saccheggiata e il nemico maltrattato; mandò liberi gli Ostrogoti, ma s'impadronì del tesoro regale e trasse prigionieri Vitige e i suoi nobili. A prender le insegne regie non pensò neppure: egli era e volle rimanere un fedele soldato dell'imperatore. Vedremo più tardi come la sua fedeltà e i suoi servizi segnalati furono ricompensati dal suo ingrato sovrano.

Erano trascorsi pochi mesi da questa felice conclusione, quando nel 540 Belisario fu richiamato a Costantinopoli per assumere il comando della guerra contro i Persiani e allora i Goti - non sapendo quali intrighi si erano messi in moto a Ravenna - si accorsero di essere stati ingannati. Il generale lasciò Ravenna, conducendo con sé VITIGE, AMATASUNTA e i nobili prigionieri. Ancor una volta Belisario - lui era convinto di questo- tornava a Costantinopoli carico di gloria;anche se la sua vittoria non era stata completa; perché il suo richiamo lasciava l' Italia settentrionale in potere dei Goti i quali, indignati dalla malafede del vincitore, già, prima che lui partisse, avevano mostrato il deciso proposito di muovere alla riscossa.

COMPARE ORA TOTILA - NARSETE IN ITALIA
FINE DELLA GUERRA GOTICO-BIZANTINA

TOTILA


Partito Belisario, rimase a capo delle poche milizie bizantine in Italia COSTANZIANO, giunto poco prima dalla Dalmazia. Ma costui non era un uomo che sapesse tenere a freno le soldatesche. Queste dipendevano soltanto di nome da lui, di fatto, dipendevano dai comandanti preposti ai distretti e si comportavano con gl'Italiani come se questa fosse gente conquistata anziché liberata dal giogo dei barbari. Le truppe, non pagate, si rifacevano sulla popolazione, che, immiserita dalla guerra, veniva ora non solo dissanguata dalla voracità degli ufficiali bizantini, ma ridotta alle estrema miserie dall'avidità crudele dei riscuotitori delle imposte. Le cose in pochissimo tempo erano arrivate a tal punto che gli Italiani rimpiangevano quasi il dominio degli Ostrogoti.
Le sorti di questi intanto andavano rialzandosi. I capi goti dell'alta Italia, quando ancora non era partito Belisario da Ravenna, avevano offerto la corona ad URAIA, il conquistatore di Milano, ma il capo goto l'aveva rifiutata per riguardo allo zio prigioniero Vitige ed aveva consigliato di proclamare re ILDIBADO, nipote di TEUDI, sovrano dei Visigoti.
Ildibado che allora comandava il presidio di Verona, aveva accettato e, radunato un piccolo esercito con i Goti dell'Alta Italia e con quelli affluiti oltre il Po dopo la resa di Ravenna, aveva affrontato presso Treviso e sconfitto VITALIO, comandante militare dell'Illirico e, con lui, un corpo di ausiliari eruli, comandato dal re VISANDO che rimase ucciso.

La guerra di riscossa iniziava con un successo; ma di questo non riuscì a cogliere i frutti Ildibado. La gelosia aveva reso nemiche la moglie di Uraia e la regina. Vittima ne fu Uraia che fu ucciso da Ildibado sotto pretesto di cospirazione. La morte del valoroso capo goto provocò l'indignazione di quanti ne conoscevano le virtù militari e sarebbe scoppiata una rivolta se non l'avesse prevenuta un gepido, di nome VILA, che, per vendicarsi di un affronto patito, nella primavera del 541, uccise a tradimento il re mentre era a mensa.

Morto Ildibado, i Rugi gridando proclamarono re ERARICO, che la maggior parte dei Goti lì presenti accettò. Mentre la guarnigione di Treviso, di cui era a capo BADUILA, nipote del morto re, soprannominato TOTILA, non volle riconoscerlo. Questi anzi entrò in trattative con COSTANZIANO, offrendosi di passare nelle sue file con i suoi e di consegnare Treviso; ma i patti, che Costanziano aveva accettato, non ebbero esecuzione. Erarico, che non brillava per il suo coraggio, desideroso di formarsi un piccolo stato nell'Italia settentrionale e di vivere in pace con i Franchi e con i Bizantini, fu ucciso dopo cinque mesi di regno e la corona fu offerta a TOTILA, che, accettatala, non si curò più di eseguire i patti stipulati con Ravenna (autunno del 541).

Finalmente i Goti avevano un re capace di rialzare le loro sorti. Il suo soprannome, che vuol dire immortale, attesta quanto fosse il valore di lui e in che conto lo tenesse il suo popolo. Egli non solo si mostrò soldato coraggioso ed abilissimo condottiero, ma anche ottimo uomo politico con ottime intuizioni. Egli si rese subito conto delle condizioni dell'Italia, crudelmente taglieggiata dai Bizantini, e volle trarne profitto.
I Bizantini erano venuti in Italia per liberarla dai barbari e si erano invece dati ad eccessi, a spoliazioni, a tributi esosi, favorendo i latifondisti e premendo la mano sulle classi meno abbienti. Totila - che in questo caso si dimostrò di essere meno "barbaro" dei bizantini- capì che per reggersi in Italia era necessario avere il favore della popolazione e seguì una politica opposta a quella che avevano tenuta i Bizantini, gravando di tributi i grossi proprietari, confiscandone spesso i beni, favorendo i contadini e i coloni ed accettando nel suo esercito gli schiavi. Era la vecchia politica di Teodorico che, per opera di Totila, tornava in vigore e che la cavalleresca generosità del re e il malgoverno bizantino rendeva più gradita.

Non meno abilità Totila dimostrò di possedere nel condurre la guerra contro i Bizantini. Egli non volle, come Vitige, logorare le sue forze in assedi che davano buon giuoco al nemico, ma volle dominare le campagne, isolare le città di difficile conquista in potere dei Bizantini, impadronirsi di quelle che erano scarsamente difese e di quelle espugnate demolire le fortificazioni. Lui preferiva la guerra di attacco, di movimento, non quella di difesa.

La ripresa della guerra bizantino-gotica cominciò con l'assalto di Verona da parte dell'esercito di Costanziano forte di dodicimila uomini. Gli Ostrogoti si difesero con tanta bravura che i Bizantini furono costretti a ritirarsi a Faenza ed allora Totila, che aveva potuto raccogliere intorno a sé cinquemila guerrieri, prese l'offensiva e marciò risolutamente contro il nemico, che battuto in aperta campagna, nonostante la superiorità numerica delle sue forze, dovette chiudersi nella città.

Avute, dopo questo successo, alcune città della Romagna, Totila valicò l'Appennino e passò in Toscana con il proposito di portarsi nel mezzogiorno d'Italia dove poteva procurarsi maggiori quantità di vettovaglie. Nella primavera del 542 sconfisse per la seconda volta il nemico nel Mugello, ma un tentativo di prender d'assalto Firenze fallì. Lasciate in mano dei Bizantini Ravenna, Spoleto, Perugia e Roma, la cui conquista richiedeva lungo tempo e forze maggiori di quelle di cui disponeva, il re ostrogoto si diresse verso la Campania e il Sannio, occupò Benevento le cui mura smantellò, poi si spinse nell'Apulia e nella Calabria mentre un parte del suo esercito, che di giorno in giorno si faceva più numeroso, si fermava ad assediar Napoli, della quale Totila intendeva fare la sua base per una futura operazioni contro Roma.

Napoli, difesa da mille uomini al comando di CONONE, aveva un'importanza grandissina per Bizantini. Giustiniano, non volendo perderla, mandò in aiuto della piazza DEMETRIO e MASSIMINO; ma né l'uno né l'altro riuscirono a soccorrere la città. La flotta, che il primo aveva potuto raccogliere nei porti della Sicilia, cadde addirittura nelle mani degli Ostrogoti; e sorte peggiore ebbe quella di Massimino che, spinta sulla costa da una furiosa tempesta, subì gravi danni e in gran parte dopo essere sbarcata in condizioni pietose, fu catturata tutta dal nemico. Napoli, tormentata dalla fame, capitolò, probabilmente nell'aprile del 543.

La caduta di quasi tutta l'Italia meridionale in mano degli Ostrogoti, il pericolo che minacciava Roma e l'impotenza dei comandanti bizantini che si trovavano nella penisola fecero sì che l'attenzione di GIUSTINIANO si rivolgesse -una buona volta- su questa guerra.
Per far fronte al nemico occorreva mandare truppe in Italia con un generale di grande autorità e di provata capacità.
La scelta cadde nuovamente su Belisario, ma il vincitore di Gelimero e di Vitige non era più l'uomo di una volta. Di ritorno da Ravenna nel 540, gli era stato negato il trionfo; caduto in disgrazia dell'imperatore, perseguitato dall'imperatrice, tradito dalla moglie Antonina che aveva fatto imprigionare per infedeltà e che aveva dovuto rimettere in libertà per imposizione di Teodora (che ne era amica), aveva assunto il comando della guerra persiana in tali condizioni di spirito che non gli avevano permesso di dedicarle serenamente tutta la sua attività; accusato di essersi impadronito di metà del tesoro goto e richiamato a Costantinopoli, aveva visto sciogliere la sua guardia, era stato privato di gran parte dei suoi beni, ed abbandonato dagli amici. Non aveva ancora quarant'anni, ma le tristi vicende della vita e la nera ingratitudine degli uomini lo avevano reso vecchio.

A quest'uomo, quando tutto parve perduto in Italia, ricorse ancora Giustiniano. Gli restituì parte dei beni e gli diede la carica di generalissimo della guerra d'Italia, ma non lo fornì di truppe né di denari e gli permise di reclutare solo soldati purché li mantenesse a sue spese.
Malgrado queste condizioni che non potevano fare sperare in un buon esito, Belisario accettò e, dimenticando le offese ricevute, partì per la Dalmazia dove raccolse un corpo di quattromila Illirici che condusse a Salona e poi a Pola.
Si trovava in questa città quando seppe che Totila marciava su Roma ed espugnava Tivoli facendo strage della popolazione. Belisario avrebbe voluto correre in soccorso della metropoli ma era privo di denaro e non aveva truppe sufficienti; si decise quindi ad andare a Ravenna, sperando di poter richiamare alcuni suoi vecchi soldati. Perse invece quelli che aveva condotti da Pola: gl'Illirici, malcontenti perché le paghe non erano state loro date, avendo saputo che gli Unni minacciavano d'invadere le loro terre, abbandonarono Belisario e se ne tornarono al loro paese.

Rimasto a Ravenna, Belisario era costretto all'inazione. E intanto Totila si rendeva padrone di Assisi, di Spoleto, la cui guarnigione passava al servizio dei Goti, di Chiusi, di Ascoli, di Fermo e di Osimo, faceva occupare i passi dell'Appennino e alla fine dell'estate del 545 assediava Roma.
Comandava lo scarso presidio bizantino della metropoli un certo BESSA, ufficiale avidissimo, il quale, approfittando della penuria dei viveri, vendeva per conto suo alla popolazione civile a prezzi favolosi il grano dei magazzini militari. Molti cittadini, non potendo sopportare la fame e non avendo mezzi per acquistare viveri da Bessa, erano stati costretti ad uscire dalla città e questa, stretta sempre più dai Goti, che avevano occupato Ostia, si trovava in una situazione difficilissima.

Belisario non aveva mancato d'informare l'imperatore dello stato delle cose e perché gli fossero inviati aiuti d'uomini e di denaro era stato costretto a richiederli per mezzo di quel GIOVANNI che aveva, nella prima guerra, occupato Rimini e che, per le potenti relazioni che aveva alla corte, poteva molto ottenere da Giustiniano.
Saputo che Giovanni aveva ottenuto rinforzi, Belisario gli corse incontro a Durazzo ma qui ricominciarono le discordie tra i due generali. Belisario voleva che le truppe fossero per mare condotte alla foce del Tevere e di là, lungo il fiume, al soccorso di Roma; Giovanni sosteneva ch'era meglio guerreggiare prima i Goti nell'Italia meridionale da dove con più probabilità di successo si sarebbe potuto poi marciare in aiuto di Roma.

L'accordo non poté essere raggiunto. Giovanni, presa terra a Brindisi, diede battaglia ai Goti, li sconfisse ed occupò la città. In breve le Puglie e la Terra d'Otranto caddero in suo potere; la stessa sorte toccò alla Lucania e il Bruzio; ma della Campania rimasero padroni i Goti, e Giovanni, che avrebbe dovuto risalire verso Roma, giunto a Reggio scrisse all'imperatore di avere riconquistata tutta l'Italia meridionale.

Belisario invece, con le magre forze di cui disponeva, per la via di mare si recò a Porto e vi si rafforzò aspettando il momento propizio per inviare vettovaglie e penetrare egli stesso in Roma. Non era però cosa facile. Libera, non era la via del fiume, il cui passaggio era stato in un punto ostruito da Totila con una catena e un ponte galleggiante difeso nelle opposte rive, da due torri di legno.

Deciso a soccorrere Roma, Belisario ideò un piano audace: bruciare le torri, togliere la catena, distruggere il ponte, dar battaglia al nemico con l'aiuto di Bessa ed aprirsi la via per la metropoli. Congiunti due barconi per mezzo di tavole, vi fece costruire una torre che riempì di uomini muniti di materie infiammabili e, ordinato a Bessa di uscire da Roma con una schiera per prestargli man forte, risalì con le barche la corrente del Tevere. A Porto aveva lasciato la moglie Antonina e il grosso delle sue truppe comandate da ISAACE con l'ordine assoluto di non muoversi. I barconi erano tirati con corde da uomini procedenti lungo le rive, scortati da fanti e cavalieri; dietro veniva una flottiglia carica di vettovaglie.

L'impresa ebbe inizio felice: una delle due torri fu incendiata, il ponte rotto e la catena levata. Sorpreso da una schiera di Goti mentre stava per dare l'assalto alla seconda torre, Belisario diede battaglia ed ebbe ragione del nemico che fu respinto lasciando sul campo duecento dei suoi. La via di Roma era aperta e se gli ordini di Belisario fossero stati eseguiti la metropoli avrebbe ricevuto i rinforzi e le vettovaglie. Ma Ressa non si mosse, preferendo dedicarsi al suo illecito lucro; Isaace, quando seppe del successo iniziale della spedizione, venendo meno alla consegna, traversata con cento cavalieri l'Isola sacra, si gettò su Ostia e se ne impadronì. Sopraggiunti però numerosi Goti, fu sconfitto e catturato. La notizia ingrandita da questo fatto troncò a mezzo l'impresa di Belisario. Credendo che Porto fosse caduta in potere del nemico e temendo di essere assalito alle spalle, il generale fece ritorno e fu tale la sua disperazione, quando vide che le cose erano diverse da quelle che gli erano state riferite, che fu preso da una violenta febbre, la quale gl'impedì di ritentar la prova.

Poco tempo dopo, il 17 dicembre del 546, Roma cadeva in mano di Totila. Quattro Isaurici di guardia alla porta Asinaria; indignati dalla condotta di Bessa che mentre si arricchiva alle spalle dei cittadini lasciava senza paga la guarnigione, consegnarono per denaro la città al nemico. Il presidio fece appena a tempo ad uscire da un'altra porta e Bessa dovette lasciare le grosse somme illecitamente accumulate. Appena entrati in Roma i Goti, cominciarono le uccisioni e il saccheggio. Già ventisei soldati e sessanta cittadini erano stati uccisi per le vie, quando Totila, pregato dal diacono PELAGIO, che sostituiva papa Vigilio, allora in viaggio per Costantinopoli, impartì ordine che la vita e gli averi della popolazione dovevano esse rispettate; e la strage cessò.

Presa Roma, Totila tentò di venire ad un accordo con Giustiniano e gl'inviò come ambasciatore Pelagio. Il goto prometteva devozione ed ubbidienza e chiedeva di essere riconosciuto re d'Italia, minacciava però di distruggere Roma se le proposte di pace non erano accettate.
Giustiniano gli rispose di rivolgersi a Belisario. Essendo questi per la guerra ad oltranza, la risposta dell'imperatore equivaleva ad un rifiuto. Allora Totila si vide costretto a muovere verso l'Italia meridionale contro i Bizantini, ma non avendo forze sufficienti per lasciare a Roma una guarnigione deliberò di abbattere le mura. L'opera di demolizione era iniziata quando una lettera di Belisario aveva impedito che fosse condotta a termine. Fra le altre cose il generale bizantino scriveva al re: "…Vuoi tu passare alla storia come il distruttore piuttosto che come il preservatore della più grande e più bella città del mondo?…" Impressionato da queste parole, Totila fece sospendere la demolizione delle mura, ordinò che gli abitanti abbandonassero la città, lasciò sui monti Albani un piccolo presidio e, conducendo con se in ostaggio i senatori, parti per il mezzogiorno d' Italia.

Per circa un mese e mezzo Roma rimase deserta, poi Belisario, approfittando dell'assenza di Totila, lasciati a guardia di Porto alcuni manipoli, si spinse verso la città, sconfisse facilmente la guarnigione dei monti Albani che, al suo avvicinarsi, era corsa a difendere la vuota metropoli, e se ne impadronì. Sua prima cura fu di restaurare le mura e in quest'opera impiegò i soldati e i cittadini che si erano affrettati a ritornare (547).

Non fu un lavoro inutile, perché Totila, che nel frattempo era stato nella Lucania, marciò su Roma e tentò di riconquistarla. Non vi riuscì: tre volte diede l'assalto alle mura e tre volte ne fu respinto con gravi perdite e alla fine fu a ritirarsi a Tivoli.

Questa brillante difesa di Roma non migliorò però le condizioni di Belisario e dei Bizantini. A circa ventimila uomini ascendevano i soldati che Giustiniano aveva in Italia; di questi una parte presidiava Ravenna, Ancona, Perugia, Roma, Spoleto, e una parte era con Giovanni nel mezzogiorno. Mancava l'unità di comando, non erano cessate le discordie tra i capi, il contegno delle truppe aveva suscitato il malcontento delle popolazioni meridionali. Per tutte queste ragioni la guerra non poteva esser condotta seriamente né dare buoni risultati. Cominciò anzi a volgere in favore dei Goti, che, penetrati nel Bruzio, posero l'assedio a Rossano. Accorse in suo aiuto Belisario, ma la sua presenza, non valse a salvarla: costretta dalla fame, la città capitolò (548).

Sconfortato dalle vicende di una guerra ingloriosa e dall'abbandono in cui era lasciato dall'imperatore, Belisario tentò un'ultima volta di ottenere aiuti da Giustiniano e mandò a Costantinopoli la moglie. Questa sperava molto dall'amicizia dell'imperatrice; ma Teodora era morta il primo di luglio del 548 e ad Antonina non rimase che di chiedere il richiamo del marito.

L'uomo che tanti servizi aveva reso all'impero tornava, nel 549, nella capitale. Vittima della gelosia dei suoi rivali e dell'ingratitudine del suo sovrano, si ritirava a vita privata per trovarvi quella pace che le vicende politiche e militari non gli avevano data.
Ma il suo braccio pur ancora utile al suo imperatore, ancora una volta il suo animo doveva provar l'amarezza dell'ingratitudine. Nel 559, minacciato da un'invasione di Unni, Giustiniano ricorreva a Belisario, e questi, dimenticando generosamente tutto ciò che era stato fatto contro di lui, raccolte alcune schiere di veterani, marciava contro il nemico e lo sconfiggeva. La vittoria però non gli procurava il meritato trionfo. L'imperatore vecchio e geloso del suo salvatore, lo richiamava, e prestando ascolto agli invidiosi, che accusavano il generale di cospirazione, lo privava degli averi.

Glieli restituiva, pentito, alcuni mesi dopo (563); ma Belisario non doveva goderli per molto tempo. Nel 565, affranto più dalle dolorose vicende che dagli anni - ne contava solo sessanta - moriva, precedendo di nove mesi nella tomba il sovrano che con tanta fedeltà e tanto valore aveva servito e dal quale con tanta ingratitudine era stato ricompensato.

NARSETE IN ITALIA - TEIA - FINE DEI. REGNO OSTROGOTO

La partenza di Belisario dall'Italia, diede nuovamente Roma nelle mani di Totila. Nella città vi erano circa tremila soldati bizantini sotto il comando di DIOGENE ch'era successo a CONONE, ucciso dalle milizie per la sua ingordigia. Diogene era un valoroso capitano, ma fra i suoi soldati, non pagati ed affamati dopo che Porto era stata presa dai Goti, serpeggiava un grande malcontento.
Come nel 546, così nel 549 alcune sentinelle isauriche consegnarono la città al nemico. Questa volta i Goti entrarono per la porta S. Paolo; numerosi Bizantini caddero trafitti dalle armi nemiche, Diogene riuscì a salvarsi con un certo numero dei suoi; quattrocento Bizantini, asserragliatisi nella Mole Adriana furono costretti dalla fame ad arrendersi e passarono poi al servizio di Totila.

Essendo tornato in possesso di quasi tutta la penisola, eccettuate alcune città, fra cui Reggio, Centocelle, Ancona e Ravenna, TOTILA decise di occupare la Sicilia. Riunite le navi catturate ai Bizantini e costruiti quattrocento piccoli legni, passò lo stretto lasciando alcune schiere all'assedio di Reggio che non tardò a capitolare. Messina oppose valida resistenza. Totila per non perdere tempo, bloccò la città per terra e per mare e mandò il resto delle sue truppe nell'interno dell'isola che fu conquistata facilmente. I Siciliani, colpevoli di aver consegnata l'isola a Belisario, furono trattati duramente dai Goti che ne saccheggiarono senza pietà le città e le campagne.

La conquista della Sicilia e le continue pressioni degli esuli italiani e del papa Vigilio, che si trovavano a Costantinopoli, spinsero GIUSTINIANO a riprendere con più determinazione la guerra gotica. Fu scelto un nuovo generalissimo: GERMAMO, presunto erede al trono imperiale, che nel 542, morto VITIGE, aveva sposato in seconde nozze la vedova AMATASUNTA.
Giustiniano si riprometteva di trarre non lievi vantaggi da questa scelta poiché sperava che il marito dell'ultima principessa gotico-amala avrebbe influito molto sugli Ostrogoti.

I preparativi della spedizione furono fatti con alacrità e senza badare a spese, ma prima che fossero terminati Germano morì a Sardica (550). Le truppe che fino allora erano state raccolte rimasero durante l'attesa a Salona, in Dalmazia. La morte di Germano non interruppe i preparativi e di questi dovette certamente aver sentore Totila, il quale tentò ancora un accordo con l'imperatore, prospettandogli il pericolo dei Franchi che si erano affacciati sull'Italia settentrionale e dichiarandosi pronto a cedere la Sicilia e la Dalmazia e a pagare un tributo. Ma Giustiniano non volle neppure ricevere gli ambasciatori e a sostituire Germano chiamò l'eunuco NARSETE.

Allora TOTILA intensificò le operazioni di guerra: inviò una flotta contro la Sardegna e la Corsica che caddero facilmente in potere dei Goti; per intimorire l'imperatore inviò un'altra flotta di trecento navi a Corfù e sulle coste dell'Epiro che furono devastate; infine si recò ad assediare Ancona. In aiuto di questa città corsero da Ravenna VALERIANO e dalla Dalmazia GIOVANNI con un buon numero di navi, le quali, scontratesi nelle acque di Senigaglia con la flotta gotica, la sconfissero catturando la maggior parte dei legni.

Questa battaglia aveva luogo nel 552; nello stesso anno Narsete, dopo avere sconfitto a Filippopoli un'orda di Unni, raggiungeva a Salona le soldatesche in questa città raccolte da Germano.
Narsete conduceva con sé un forte contingente di milizie composte da Traci, Illirici, Eruli, Gepidi, Persiani, Unni e una schiera di duemilacinquecento Longobardi comandati da AUDOINO. Non volendo affrontare il mare per timore di cadere in qualche insidia che le navi gotiche avrebbero potuto tendergli, Narsete prese la via di terra; ma Verona fortemente presidiata dai Goti comandati dal prode TEIA e dai Franchi che occupavano alcune città venete, mandò a dire che avrebbe rifiutato il passaggio alle truppe bizantine, con le quali erano i Longobardi loro fieri nemici. A quel punto Narsete prese la via mare, costeggiò l'Adriatico e indisturbato giunse a Ravenna.

Qui Narsete si fermò nove giorni per dar riposo all'esercito; il decimo si mise in marcia verso Rimini sotto le cui mura sconfisse la guarnigione ostrogota uccidendone il comandante USDRILA. Da Rimini proseguì il cammino per la via Flaminia, ma saputo che il passo del Furlo, fortezza naturale inespugnabile, era difeso dal nemico, passò l'Appennino in un altro punto e si fermò nel piano tra "Busta Gallorum" (presso Scheggia) e Tagina (Gualdo Tadino) dove Totila, venuto da Roma e raggiunto da una parte della truppe di Teia, l'aspettava.

In questa pianura ebbe luogo la prima grande battaglia tra l'esercito di Narsete e quello di Totila. II generalissimo bizantino fece occupare da cinquanta uomini, che per tutta la giornata lo tennero eroicamente contro i ripetuti assalti nemici, un piccolo colle al quale appoggiò l'ala sinistra del suo schieramento formata da cinquecento cavalieri e quattromila arcieri appiedati. Altrettanti arcieri pose all'ala destra e nel centro le milizie barbariche fiancheggiate dalle truppe romane; mille cavalieri lasciò in riserva dietro le linee.
I primi ad attaccare furono i Goti. Riconoscendo la grande importanza del colle, Totila cercò d'impadronirsene e lanciò all'assalto di quella posizione parte della sua cavalleria, ma non fu possibile vincere l'ostinato eroismo del manipolo che ne teneva la cima. Non miglior fortuna ebbero al piano le fanterie e il resto della cavalleria di Totila, cui gli arcieri di Narsete inflissero gravissime perdite.
L'entrata in azione dei Longobardi e degli Eruli decise le sorti della. battaglia. Il loro impeto fu così grande che la cavalleria gotica volse le spalle e si desse a precipitosa fuga travolgendo i fanti. Lo stesso re TOTILA, che aveva combattuto da prode, trascinato dalla furia dei fuggiaschi, fu ferito gravemente e, trasportato nella capanna di un villaggio detto Caprae (forse Caprara) vi morì (luglio del 552).

I Longobardi, durante il combattimento, avevano dato prova di grandissima bravura; dopo la battaglia si fecero notare per la loro ferocia che si abbatté sulle innocenti popolazioni. Furono tali e tanti gli atti di barbarie che commisero sugli averi e sulle persone che Narsete pensò di sbarazzarsene e, dopo averli pagati generosamente, li rimandò oltre le Alpi sotto una buona scorta al comando di Valeriano.

Dopo la battaglia di Gualdo Tadino gli Ostrogoti superstiti si radunarono a Pavia che ora era diventata la più importante città del loro regno, e qui acclamarono re TEIA, il più valoroso dei loro capitani.

A fronteggiare i Goti dell'alta Italia e a impedire loro che scendessero nel centro della penisola, Narsete inviò Valeriano; che con parte del suo esercito si rivolse contro le città dell'Italia centrale occupate dai Goti e distaccò alcune schiere nel mezzogiorno perché scacciassero da questi territori il nemico.

Ben presto caddero in potere dei Bizantini: Narni, Spoleto, Perugia, il passo del Farlo, Nepi e Porto. Roma fu investita e dopo una serie di piccoli assalti fu conquistata di sorpresa: l'esiguo presidio gotico, ridottosi entro la Mole Adriana, dopo breve e vana resistenza, si arrese.

La presa di Roma fu seguita da feroci atti di rappresaglia da parte degli Ostrogoti un ragguardevole numero di nobili e senatori romani, che dalla Campania ritornavano alla città loro, sorpresi durante il viaggio, furono trucidati e trecento giovinetti, che erano in ostaggio nell'Italia settentrionale, subirono, per ordine di Teia, la medesima sorte.

TEIA intanto riorganizzava il suo esercito e, tentato invano di procurarsi l'alleanza dei Franchi, se ne assicurava la neutralità, cedendo loro quella parte del tesoro regio razziato a Pavia. Quando seppe che i Bizantini assediavano Cuma, dove si trovava suo fratello ALIGERNO, con il resto del tesoro, nell'autunno del 552 lasciò Pavia ed, eludendo abilmente la vigilanza di Valeriano, attraverso il Piceno e il Sannio, con una marcia rapida e ardita non ostacolata dal nemico, giunse nella Campania. Sua mèta era Cuma, dove egli intendeva riunirsi al fratello, ma, essendogli andato incontro Narsete, fu costretto a fermarsi, e si accampò presso Nocera, sulle rive del Sarno, guardato dalle truppe bizantine accampate a poca distanza da lui.

Qui TEIA rimase circa due mesi. A vettovagliare le sue schiere pensava una flottiglia gota. Teia non aveva fretta né interesse di assalire il nemico. Rifornito com'era di viveri e protetto dal fiume sulle cui rive, a protezione del ponte, aveva fatto costruire due torri di legno, il re ostrogoto poteva comodamente aspettare che i Bizantini gli dessero battaglia o meglio, nell'attesa, si logorassero. Ma la sua posizione si trovò ad un tratto compromessa quando l'ufficiale che comandava la flottiglia consegnò le navi agli imperiali. Privo di vettovaglie, Teia si vide costretto a sloggiare e si trasferì sulle falde del vicino monte Lattario, ma, non trovando neppure qui da vivere, decise di venire ad una risoluzione per mezzo delle armi.

La battaglia fu combattuta nel marzo del 553 e in questa i Goti si comportarono eroicamente. Fu l'ultimo, disperato sforzo di un popolo ridotto agli estremi, ma anche uno sforzo davvero epico che degnamente chiudeva la storia di una nazione di guerrieri.

TEIA, dopo la cattiva prova fatta a Gualdo Tadino, lasciò indietro i cavalli e sul far dell'alba assalì impetuosamente con tutte le sue forze i Bizantini, i quali, colti all'improvviso, non ebbero il tempo di ordinarsi. La battaglia perciò fu affidata alla bravura personale dei soldati e la bravura dei capi non vi ebbe alcuna parte.
I Goti combattevano per la loro salvezza; e i Bizantini per il proprio onore, che - al dir di Procopio - si vergognavano di cedere di fronte ad un nemico di gran lunga inferiore di numero. I n prima. fila, fulgido esempio di coraggio e di tenacia, TEIA diede prove mirabili del suo valore. Lui era il bersaglio degli imperiali e nugoli di dardi si abbattevano su di lui, che li riceveva sull'ampio scudo: e quando questo era carico di saette il re lo cambiava con un altro che un soldato era sollecito a porgergli. Per parecchie ore TEIA combatté coraggiosamente, ma verso la fine del giorno, rimasto per un istante scoperto mentre cambiava lo scudo, cadde mortalmente ferito e i Bizantini gli tagliarono la testa e, conficcatala sulla punta di una lancia, la portarono in giro pel campo.

La notte divise i combattenti, ma il giorno dopo i Goti ritornarono all'assalto, e la battaglia si accese di nuovo con grande violenza. Nonostante fossero rimasti senza capo, i Goti anche il secondo giorno si batterono valorosamente, ma nulla poté il loro disperato eroismo contro il numero preponderante del nemico. Perduta ogni speranza di vittoria, per mezzo di alcuni loro ufficiali chiesero ai Bizantini che li lasciassero liberamente andare dalle loro mogli e nelle loro cose; Narsete concesse quanto chiedevano, ma volle che prima giurassero che non avrebbero mai più riprese le armi contro l'impero.

Solo una schiera di mille Goti, comandata da INDULFO, si rifiutò di giurare e si ritirò a Pavia; degli altri non tutti mantennero fede al giuramento: molti, invece di allontanarsi dall'Italia, si ritirarono in alcune città della Toscana e dell'Italia settentrionale, da dove poi chiesero a Teodebaldo, re dei Franchi, successore di Teudeberto, di unirsi a loro per muover guerra ai Bizantini.

TEODEBALDO si rifiutò ma non volle o non poté impedire che l'impresa fosse fatta da due nobili fratelli alemanni a lui soggetti, LEUTARI e BUCCELLINO, i quali raccolto, tra Franchi e Alemanni, un esercito di settantacinquemila uomini calarono nello stesso anno 553 in Italia dove si unirono a parecchie migliaia di Goti superstiti.

Narsete, lasciato un corpo di saldati ad assediare Cuma, in cui Aligerno faceva accanita resistenza, e spedito verso Parma un altro corpo di milizie per opporsi all'avanzata dei nuovi nemici, con i resto delle sue truppe si recò in Toscana, tolse ai Goti, Firenze, Volterra e Pisa e pose l'assedio a Lucca. Si trovava sotto le mura di questa città quando le schiere mandate a Parma, scontratesi con i Franco-Alemanni, furono battute e si ritirarono a Faenza.
La posizione di Narsete si faceva difficile, potendo egli essere colto all'improvviso dai Franco-Alemanni, sul cui arrivo i Lucchesi contavano; ma il vecchio generale non si perse d'animo e rimase sotto le mura di Lucca che, alla fine, dovette arrendersi.

Dalla Toscana Narsete si recò a Classe di Ravenna per sorvegliare le mosse del nemico e qui venne a fargli atto di sottomissione ALIGERNO, il quale, sicuro di dover prima o poi cedere di fronte ai Franco-Alemanni o ai Bizantini, preferì darsi a questi ultimi e passò al servizio dell'impero.

Intanto le orde franco-alemanne si avanzavano. Narsete non ritenne opportuno di contendere loro il passo: i nemici erano numerosi e una sconfitta avrebbe gravemente compromessa la situazione dei Bizantini. Egli sapeva, del resto, che i barbari erano scesi in Italia più per predare che per rimanervi; decise perciò di restare inoperoso nell'attesa che i nemici partissero o che gli si presentasse il destro di infliggere loro una disfatta. Fu costretto però a venire a battaglia presso Ravenna con un corpo di duemila nemici e li sconfisse; poi si ritirò verso Roma.

Giunti nel Sannio, i Franco-Alemanni si divisero: una parte con Buccellino si spinse, attraverso la Campania e la Lucania, fino al Bruzio, l'altra con Leutari invase, saccheggiandola, l'Apulia e avanzò fino ad Otranto.

Nell'estate del 554, volendo mettere in salvo il bottino fatto, Leutari prese la via del ritorno; ma giunto a Pesaro dovette difendersi da un esercito bizantino e, sconfitto, lasciò la preda in mano ai vincitori e si affrettò a riparare nel Veneto, dove l'orda fu orribilmente decimata da una grave pestilenza. La sorte che toccò a Buccellino non fu migliore. Messosi sulla via del ritorno anche lui saputo che Narsete gli veniva contro, si fermò sul Volturno e vi si rafforzò. Secondo lo storico Agazia, a trentamila uomini ascendeva il suo esercito e a diciottomila quello dei Bizantini. La battaglia, che avvenne nell'autunno del 554, fu lunga e accanita. Iniziatasi con buona fortuna per i Franco-Alemanni, terminò con la loro sconfitta grazie all'impetuoso assalto degli Eruli, che erano al servizio di Narsete, comandati da Sindualdo.

BUCCELLINO cadde in combattimento; dei suoi uomini fu fatta strage. Settemila Goti che erano con lui, scampati, si rifugiarono nel castello di Conza, a cinquanta miglia da Napoli, e lì tennero testa a Narsete per circa un anno, ma alla fine del 555, si arresero con la promessa di aver salva la vita; furono fatti prigionieri e mandati a Costantinopoli.

Con la resa di Conza i Goti scompaiono dalla storia come nazione; un certo numero, quelli che si erano dati alla fuga, rimase sparso in Italia, e furono ben presto assorbiti dalla popolazione indigena, altri si unirono ai Franchi dell'alta Italia e seguirono la sorte di questi ultimi.

La guerra gotico-bizantina, durata venti anni, finisce nel 555 e in questo stesso anno i Franchi, dopo qualche successo sulle armi imperiali, furono da Narsete scacciati dalla Liguria e dalla Venezia. L'Italia è finalmente riconquistata all'impero e può, dopo tante lotte, vivere in una relativa pace per circa undici anni.
Ma questa pace tra il 566 e il 567 sarà turbata ai suoi confini dalla rivolta degli Eruli posti da Narsete a guardia delle Alpi Occidentali e nel 568 altri barbari, i Longobardi, caleranno alla conquista d'Italia. Finita, la guerra si pensò a mantenere la conquista e a dare assetto all'Italia che rimase affidata a Narsete, con il titolo di patrizio, e per l'amministrazione civile a un prefetto del pretorio. Nell'Italia settentrionale furono costituiti dei distretti militari di frontiera, ognuno dei quali era retto da un dux e da ufficiali in sottordine detti tribuni ed era custodito da truppe di confine (limitanei) formate da milizie regolari e da abitanti del paese.

Nel resto della penisola fu mantenuta l'antica divisione in province, con un comandante militare ("dux) di nomina imperiale ed un governatore civile ("iudex) eletto dal vescovo e dai notabili. Le città continuarono ad essere amministrate dalle curie sotto la direzione del "defensor, che aveva l'amministrazione della giustizia civile e penale, e del "pater civitatis cui era affidato il pubblico patrimonio. Roma mantenne il prefetto di città e il senato; Ravenna ebbe una costituzione propria; la Sicilia ebbe un governatore civile ("praetor) e un comandante militare ("dux), dipendenti da Costantinopoli; la Sardegna e la Corsica furono poste alle dipendenze del prefetto del pretorio d'Africa.

All'Italia furono applicate le leggi dell'impero oltre alcune particolari disposizioni, il cui compendio giunse sino a noi sotto il nome di Prammatica sanzione. Questa, riconfermando gli editti dei primi re Ostrogoti, abrogava tutti quelli di Totila perché non riconosciuto dall'imperatore. Furono perciò annullati tutti i provvedimenti presi a favore dei piccoli proprietari e dei contadini, le proprietà confiscate ai latifondisti furono loro restituite e gli schiavi ebbero ordine di tornare ai loro padroni. Agli antichi proprietari però non tornò il terzo delle terre che era stato dai Goti sottratto agli Italiani, servì in parte al mantenimento dell'esercito, il resto fu ceduto alle chiese e dato in enfiteusi. Qualche provvedimento per alleviare la tristissima condizione economica degli Italiani, prodotta dalla crisi monetaria, non mancò di esser preso: furono condonati gl'interessi dei debiti contratti prima e durante l'invasione franca e fu concessa una proroga di cinque anni per il pagamento del capitale. Ma questi furono provvedimenti che non migliorarono affatto le condizioni della popolazione su cui gravava in non lieve parte il mantenimento delle truppe e il peso delle imposte, reso maggiore dall'avidità dei giunti da Costantinopoli.

In nessun tempo l'Italia si era trovata in condizioni così misere. Venti anni di guerra l'avevano desolata. La popolazione era spaventosamente diminuita a causa delle stragi, degli assedi, delle carestie e delle pestilenze; parecchie città avevano terribilmente sofferto, Milano specialmente che era stata distrutta da Uraia e che Narsete aveva in parte riedificata; Roma, provata dagli assedi e dai saccheggi, era quasi vuota di abitanti e i suoi edifici cadevano in rovina; la rete stradale era in uno stato deplorevole, i ponti rovinavano, i fiumi, lasciati senza argini, straripavano formando vaste paludi, scomparivano le piccole proprietà inghiottite dalle chiese o dai latifondisti, immensi tratti di campagna erano deserti, campi un giorno rigogliosi e colline verdeggianti di vigne si coprivano di boscaglie.

Ora prima di entrare nel fatidico periodo dei Longobardi
dobbiamo soffermarci su altri due popoli

I REGNI DEI VISIGOTI E DEI BURGUNDI > >

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