-------------------------------------- STORIA UNIVERSALE --------------------------------------

119. LA RIVOLUZIONE DEI CONTADINI E LA RIFORMA


I contadini iniziano con i forconi a terrorizzare i ricchi feudatari tedeschi
( incisione di un libro stampato in Augsburg nel 1539 )


Come abbiamo visto nel precedente capitolo, il moto religioso suscitato da Lutero, promettendo un nuovo regime, doveva necessariamente trascendere, sotto l'impulso degli ultra-rivoluzionari, in una sanguinosa guerra sociale, subito poi degenerata nel furore omicida, che sempre sarà caratteristica di ogni ribellione che ha il germe nella povertà e nella materiale sofferenza e non in un principio astratto.

La condizione dei contadini in Germania, sulla fine del medio evo, era veramente tragica. La servitù della gleba dominava come una legge necessaria della vita sociale; e i grandi feudatari esercitavano su queste plebi un dominio quasi assoluto. D'altra parte, anche la condizione delle plebi urbane era pessima, e molti lavoratori erano costretti ancora a vincoli personali, che gravavano sulla loro attività.
In Italia, l'emancipazione dei servi della gleba, nelle campagne, era avvenuta fin dal secolo XIII, ed anche i lavoratori delle città si erano assicurati con le corporazioni una condizione personale protetta dal diritto. Anche in Francia, questo movimento di elevazione civile si era compiuto già nel secolo XIV.

Ma in Germania, invece, questi progressi erano ancora lontani. Il sistema feudale, là tuttora dominante, poggiava interamente sulle prestazioni personali e sulla servitù dei lavoratori dei campi; e nelle città, salvo quelle più antiche, il movimento di redenzione era ancora arretrato. Dunque questa condizione di cose non poteva durare. Appena sorgeva un capopolo le file dei ribelli s'ingrossavano e si facevano minacciose contro i feudatari.
Allorché la fame bussava inesorabile alla porta delle casupole sparse per le vaste campagne e ai tuguri delle città, contadini ed operai abbandonavano il focolare domestico, il lavoro non proficuo, i propri affetti, e si riunivano in bande di avventurieri.

Già nel lontano 1431, nei dintorni di Worms, si era sollevata una moltitudine di agricoltori, e questo moto aveva costituito una lega armata. Più tardi, nel 1470, in Carinzia, Hans Bohm, suonatore di cornamusa e comunista famoso, aveva guidato una violenta sommossa, che era stata stroncata nel sangue, mentre lui il fomentatore, giudicato eretico, era stato punito col rogo.

Ora le dottrine di Lutero avevano mostrato come si potesse abbattere l'autorità della Chiesa e il dispotismo dei prelati.
Il fermento della rivoluzione religiosa doveva facilmente provocare qualche violento tentativo per la conquista delle libertà così malamente inculcate. Questo movimento si accentuò principalmente nei paesi della Germania meridionale, Svevia, Alsazia, Franca Contea, dove il bisogno della libertà era più vivamente sentito, anche per le circostanze che qui erano stati più numerosi coloro che avevano potuto essere iscritti fra le milizie mercenarie e avevano respirato una certa aria di libertà.

Non così in altri luoghi, anzi proprio i mercenari avevano reso disoccupata molta gente che fino allora aveva prestato servizio coatto. Paradossalmente quello era sempre stato sgradito, ma ora abbandonati a se stessi lo si rimpiangeva. Cosicchè quando i cavalieri, resi nullafacenti dall'alta nobiltà e dai grandi proprietari fondiari, si sparsero fra le plebi, specialmente rurali, a predicarvi e a condurre loro la rivolta contro gli sfruttatori, nel nome (questa era di più facile presa nel volgo) di un più elevato senso religioso, la rivoluzione non tardò a scoppiare. Ma agli effetti del fine sociale che questi cavalieri arrabbiati si proponevano nel buttarsi nella lotta servendosi della religione come mezzo non differivono molto da quelli che la combattono attraverso la distruzione di ogni concetto religioso. Di modo che la rivolta la stavano solo utilizzando per i propri fini.

Ma a parte questi opportunisti frustrati cavalieri, vi erano anche preti sostenitori delle idee comuniste; queste erano le parole di un vescovo (Meath - ?)
“La terra è proprietà comune di tutti; le terre di ciascun paese appartengono in comune al popolo di quel paese, perché il vero proprietario, cioè il Creatore che le ha fatte, le ha trasmesse a lui come un dono volontario. Egli ha dato la terra ai figli degli uomini. Ora, siccome ciascun individuo, non importa in quale contrada, è una creatura ed un figlio di Dio, e siccome il Creatore non fa alcuna differenza fra le sue creature, qualunque ripartizione della terra nella quale il più umile fosse escluso non sarebbe solamente un'ingiustizia ed un torto verso quell'uomo, ma altresì una resistenza empia alle benevole intenzioni del Creatore”.
Dove più grandi erano le infelicità e il dolore, ovviamente queste parole avevano maggiore presa.

Sia i primi come i secondi cavalcavano solo una semplice e istintiva riunione di oppressi sotto la bandiera della rivolta; il fondamento religioso in entrambi era solo il punto di appoggio per muovere la grande leva che avrebbe dovuto sconvolgere e sovvertire l'ordinamento sociale.

Tuttavia, le richieste che, all'inizio erano state presentate dai contadini della Germania meridionale, potevano dirsi moderate e ragionevoli. Le classi rurali della Germania, nel 1524, si limitavano a chiedere, in 12 articoli, la libertà personale, la riduzione delle decime, la partecipazione ai diritti di caccia e pesca, una giustizia eguale, l'alleviamento dei maggiori pesi da cui erano colpiti, sotto la forma delle corvè, delle ammende, delle riscossioni, infine la ricomposizione dei demani comunali con i diritti d'uso da parte dei coloni.

I contadini tedeschi chiedevano così ciò che da almeno due o tre secoli i contadini italiani avevano pienamente conseguito. Di più si poteva dire che queste richieste corrispondevano in pieno al senso a quella riforma sociale che era stata caldeggiata da Lutero.

Il suo nuovo Vangelo venne divulgato, analizzato, studiato come mai fino allora, e ciascun partito di quelli direttamente interessati nella lotta trovava dalle parole e dai simboli di esso la ragione delle proprie aspirazioni; era quindi naturale che le aspirazioni popolari, prendendo origine dalle parole di Cristo e degli apostoli, consistessero in aspirazioni puramente materialistiche, tutte rivolte ad un vivere più umano.
Nessuno mai aveva tuonato con tanta forza contro il lusso e contro la superbia, come il monaco agostiniano; nessuno come lui aveva flagellato i potenti in nome della povertà e della semplicità di Cristo. L'opuscolo anonimo che, nel 1524, divulgava quelle richieste (i 12 articoli), poteva essere solo suo, e infatti fu attribuito a Lutero.

Ma queste richieste furono respinte. Allora la rivolta scoppiò. Sotto l'impulso delle nuove dottrine luterane, che proclamavano la società cristiana nella sua forma primitiva, egualitaria e libera, i contadini trascesero alle più radicali richieste, e vollero un impero di Cristo, nel quale i miscredenti e i profittatori fossero sterminati dalla spada, non vi fossero più né re, né preti, tutti gli uomini dovevano essere uguali e tutti i beni in comune. Abolita la proprietà, doveva dominare il comunismo.

Ma non vi era solo l'opera di Lutero. Nel 1518 TOMASO MORO aveva pubblicato in Inghilterra l' UTOPIA, che era tutta una protesta contro gli abusi e i privilegi che governavano la società all’inizio del secolo XVI, ed è un vero trattato di organizzazione comunista. Tradotto in tedesco, il suggestivo libro ebbe presto grande diffusione nella Germania, suscitandovi enorme impressione e collaborando grandemente ad una nuova concezione dei diritti dell’individuo nella società.
“É giusto” egli diceva “che un nobile, un ricco, un usuraio, un uomo improduttivo ed inutile debba condurre una vita beata fra i divertimenti e l'ozio, mentre i lavoratori tutti vivono di stenti e di privazioni ? Questi sono soggetti ad un lavoro così penoso ed assiduo che le bestie da soma appena sopporterebbero!”.

Le condizioni della società in Germania erano appunto quelle che Moro deprecava. II popolo era dissanguato dalle imposte, numerosi erano i nobili ed i nobilotti che, circondati da una corte oziosa e prepotente, trascorrevano la vita nel gaudio e nella lussuria; la miseria popolare era salita a proporzioni fantastiche ed alimentava bande di predoni che terrorizzavano ed estorcevano frequentemente ai cittadini quel poco che questi riuscivano a sottrarre alle decime ed ai balzelli. L'agricoltura era negletta, il mestiere delle armi esercitato a beneficio di chi più pagasse. Ogni aspirazione del popolo ad un lieve miglioramento delle proprie miserevoli condizioni era immediatamente soffocata dai potenti, sia per difesa immediata di quei privilegi dei quali si richiedeva timidamente la riduzione, sia per timore di mettersi sulla via delle concessioni e di intaccare il principio di autorità. Era il concetto difensivo che ha sempre imperato nei secoli, e che il cardinale di Richelieu più tardi esprimeva così “Si les peuples étaient trop à l'aise, il ne sarait pas possible de les contenir dans les régles de leur devoir".

I WICLEFISTI (seguaci di Wycliff Jhon - 1324?-1384) sono erroneamente considerati nemici della proprietà individuale; ma nella stessa Inghilterra i seguaci di JEAN BOLLAND (miravano a distruggere ogni gerarchia sociale e ad abolire la proprietà individuale in favore di tutti; miravano, cioè, alla proprietà collettiva. In pratica, la setta dei Bollandisti era composta da un numero assai esiguo di affiliati, e Jean Bolland dimenticava volentieri di aver mosso guerra alla ricchezza e agli onori allorchè gli si presentava la possibilità di ottenerne per proprio conto.
I seguaci di HUSS (JAN HUS - Boemia 1369-1415, e GEROLAMO da PRAGA, bruciati sul rogo) non erano comunisti, e la loro setta era puramente religiosa; solo una frazione della setta HUSSITA tendeva all'abolizione della famiglia e della proprietà, e questa frazione, mal condotta, non ebbe alcuna influenza storica e sociale.
Un vero e primo esempio di organizzazione comunista in questo periodo ci viene invece dato dagli anabattisti nell’illogico insieme di princìpi politici e religiosi che nessun legame avevano o potevano avere fra loro. In effetti, gli anabattisti erano più materialisti che spiritualisti, poiché gli eventi dimostrarono che le loro aspirazioni tendevano assai più ad un miglioramento di vita materiale che ad un rinnovamento di vita spirituale. Quanto al resto, essi consideravano la scienza e le arti con indifferenza e con disprezzo, interpretandole come una emanazione delle classi potenti, quasi come un privilegio fra i tanti, e come uno spreco di tempo, e che scienziati, artisti e letterati erano servile e sempre al soldo dei ricchi. Dimenticando che questi mica potevano sorgere nè vivere in ambiente di profonda ignoranza, era nella logica che essi erano attratti e quindi operavano nell'orbita delle famiglie nobili e delle corti.

Comunque sia è comprensibile quanto poco importasse alla plebe il rinnovamento di vita spirituale, o l'esatta interpretazione della Sacra Scrittura. I contadini, assillati dalla lotta quotidiana per l'esistenza, avviliti e abbrutiti dalla ignoranza e prepotenza dei nobili e del clero, lasciavano le dispute religiose, di cui nulla comprendevano, ai fanatici e ai politicanti. Solo quando demagogicamente udirono proclamare il principio livellatore dei diritti e doveri, l’uomo non dover essere soggetto ad altro uomo, la terra e i beni appartenere indistintamente a tutti ed il frutto del lavoro al lavoratore, essi sollevarono il capo, ascoltarono, compresero o credettero di comprendere, e le file dei ribelli si ingrossarono rapidamente.

A capo di questi insorti, si era posto un formidabile agitatore di plebi, Tommaso Múnzer, nato a Zwickau, in Sassonia, già sacerdote ed ora seguace delle dottrine luterane. Egli si disse messaggero di Dio, predicatore delle verità, soltanto in parte rivelate da Lutero, e chiamato a creare la nuova società (comunistica) cristiana. Mentre, nell'ordine religioso, egli negava la presenza reale nell'ostia ed escludeva il battesimo per i bambini, volendolo elargito soltanto agli adulti; nell'ordine sociale e giuridico voleva l'eguaglianza degli uomini, il sistema elettivo applicato a tutti i gradi della gerarchia, la soppressione dell'eredità e la comunione dei beni.

Con questa visione, Munzer incitava gli insorti a quello che egli chiamava «divin massacro»; e intorno a lui, altri predicatori, e tra essi il monaco cisterciense Pfeiffer, tuonavano contro il clero, contro i nobili, contro i magistrati. Queste insurrezioni avevano messa a fuoco e a sangue la Turingia, la Sassonia, il paese di Brunswick, l'Assia e il Palatinato.

Ad ingrossare le file dei contadini, erano adesso venuti numerosi operai dalle città, molti del basso clero e soprattutto numerosi decaduti cavalieri. Era un cavaliere quel Goetz von Berlichingen, detto «il cavaliere dalla mano di ferro», che si era messo a capo di questa rivolta armata con tutto il suo zelante odio per i ricchi signori.
Si formarono numerose bande, che assalirono, saccheggiarono, incendiarono castelli e conventi, massacrando i tanti odiati signori. Queste bande, che si dissero lucenti, si stringevano intorno ad un carro, che recava un vessillo bianco, rosso e nero, e si lanciavano coraggiosamente e sanguinosamente alle distruzioni e ai saccheggi.

Nel disegno della nuova società da queste bande auspicata, figura in prima linea l'affrancazione da tutti gli oneri d'ogni natura, il godimento comune delle grandi proprietà laiche ed ecclesiastiche, la costituzione di un sistema giudiziario unico, con giudici tratti dalle varie classi, principalmente meno abbienti, e l'esclusione dei giudici romani da tutti i tribunali. Insomma i contadini e gli ignoranti al potere!

Lutero iniziò ad allarmarsi, e scriveva: “Vedo la scissione che si delinea fra i nostri, ma Cristo la vincerà, ne sono sicuro!”.
Poi di fronte al dilagare della setta e alla diserzione che essa causava nel campo luterano, Lutero preso da furore si rivolse ai principi, incitandoli allo sterminio degli anabattisti.
“Su, su, principi, all'armi ! Venuta è l'ora meravigliosa che un principe possa con le armi meritarsi il paradiso più facilmente che con la preghiera ! Sterminate questi "cani rabbiosi", questi volgari ladroni e parricidi!” E giustificava qualunque modo di repressione: “Carnifici committendum velut nebulonem qui seditionem macchinatur (Coin. in Ps. LXXXI)”.

Lutero si pose quindi contro queste rivolte. Egli era troppo legato ai grandi signori, suoi protettori, per non mettersi alla difesa dei diritti costituiti. D'altra parte, bisogna riconoscere che questi eccessi non avevano mai avuto il favore della sua predicazione. Dopo aver tentato di richiamare i rivoltosi con la visione della giustizia e con le parole del Vangelo, egli, allorché vide i grandi dell'Impero disposti ad abbandonare le sue dottrine, le quali erano capaci di generare simili pericolosi movimenti, non esitò a mostrarsi ostilissimo a queste rivolte.

I rimproveri e gli insulti ch'egli lanciò contro i contadini furono particolarmente aspri: «cani arrabbiati», li chiamò; e bandì la crociata contro questi rivoltosi, senza pietà e senza quartiere, perché «i sudditi non debbono mai sollevarsi, anche se i superiori sono malvagi e ingiusti», e asserendo che «i contadini debbono essere trattati con la violenza, perché come l'asino hanno bisogno delle bastonate».

Egli rivolse così un appello all'alta nobiltà, e la scatenò come un flagello divino contro le schiere selvagge dei rivoltosi. «Trafigga, colpisca. strozzi chiunque può farlo»; scriveva Lutero; e aggiungeva: «Non si tratta di aver pazienza o misericordia. È tempo di spada e d'ira, non tempo di grazia».

Ma Munzer non era di meno per far infiammare gli animi eccitandoli alla immediata rivolta a prò della redenzione umana: “Perchè, miei fratelli, dormite? Scacciate da voi il timore e l' ignavia ! la Germania è in rivolta; la tragedia si avanza; oltre 300.000 contadini sono in armi ! Colpite, colpite, colpite! I martelli vostri non restino inoperosi: pink! pank! Pink! pank ! Raddoppiate i colpi sull'incudine, usate contro i nemici il ferro delle vostre miniere! Ciò è necessario. Non vi pieghi misericordia o blandizia di parole, né temete la sventura per mano degli empii. Colpite mentre il fuoco brucia, mentre la luce è con voi. Non temete che i nemici siano numerosi, perché la mano possente di Dio vi protegge. Colpite ! Amen. Tommaso Munzer, servo di Dio contro gli empii”.

Con l'appello di Lutero ai nobili, si formò così facilmente la coalizione delle forze contro la rivolta delle campagne. I grandi laici ed ecclesiastici, principalmente della Germania centrale, si unirono ai borghesi delle città; i cattolici si unirono ai seguaci di Lutero, che incitava a colpire senza pietà.

Nel frattempo Munzer e i suoi seguaci, battuti in altri luoghi, raccogliendo gli sbandati, facendo nuovi proseliti e tenendo vivo il fanatismo, si diresse su Wittenbackt, su Alstadt che insieme ai suoi fanatici saccheggiarono poi si rivolse contro Mulhausen. Entratovi nottempo d'accordo con alcuni anabattisti della città, occupò i principali edifici, dichiarò decaduto il Senato e fece indire nuove elezioni che diedero il potere completamente ai suoi partigiani. Ma dopo tale vittoria lo spirito di intolleranza prese il sopravvento. La città fu completamente in preda agli anabattisti che si abbandonarono ad un sistematico saccheggio delle chiese e dei conventi; i magistrati vennero espulsi e così i pochi nobili che ancora, in tali frangenti, avevano osato restare in città.
Il regime della comunione dei beni venne instaurato, e poiché l'amore del nuovo e il timore di non giungere in tempo spingevano, tale mutamento avvenne nella maniera più caotica; bande armate percorrevano la città, invadevano le case, asportando quanto vi fosse di prezioso o di utile, e dividevano fra i componenti il ricavato di tale spoliazione; i tuguri furono abbandonati dalle famiglie più povere che occuparono le case migliori i cui legittimi proprietari si erano allontanati dalla città per timore di rappresaglie. Mancava un organo direttivo per l'assegnazione dei beni mobili ed immobili; perciò gli arbitrii furono la regola, la divisione dei beni poi divenne fonte di discordie e di odi, e l'operosa città cadde nel peggiore ozio, abbrutimento e anarchia.
La massa dei contadini fu vinta nella battaglia di Frankenhausen (15 maggio 1525), e le vittime furono numerose.
Gli sbandati furono sottoposti ai più crudeli massacri. Nel territorio della lega sveva furono uccisi più di 10 mila contadini; altri numerosi furono sgozzati nell'Alsazia e nel Wurttemberg dove la battaglia fu vinta da Giorgio Truchsess di Waldburg, un senza scrupoli feroce condottiero.

Non molto lontano un'altra rivolta di fanatici anabattisti - a Munster - guidata dal fanatico Mathias aveva dato origine alla prima repubblica comunista. Ma di comunismo non si ebbe che la forma più rudimentale, fonte di nuove drammatiche (ma anche ridicole) ingiustizie. L'orgia del potere fece montare la testa a coloro che l'avevano conquistato, subito diventati superbi, crudeli, ampollosi, tiranni, poligami. I capi popolo iniziarono a chiamarsi re, a vestirsi come i re, a comportarsi da re. E ucciso uno ne subentrava un altro con le stesse caratteristiche, cioè fame di potere assoluto, altro che comunismo!! Finì tutto male !

Tutta questa assurda storia verrà riportata interamente in alcune pagine in un prossimo nostro link dal titolo "BAGLIORI DI COMUNISMO IN EUROPA"

Durò questa esperienza dieci anni, poi la città tornò sotto il dominio del clero, più repressivo che mai, ed ogni velleità di comunismo scomparve, soffocata dagli avversari nel sangue, e quando era possibile prevenire e catturare i capi sobillatori, questi finivano subito subito sotto la mannaia del boia.

 

La rivolta dei contadini fu fatale allo sviluppo della nuova idea religiosa. Lutero fu chiamato responsabile della strage, e chi l'aveva subita lui apparve come un traditore della causa plebea; ma anche altri nobili, e specialmente quelli di parte cattolica, coglievano l'occasione e si scagliavano con furore contro Lutero, indicandolo come causa prima di questi orrori e organizzando contro di lui e contro gli eretici una lega di prìncipi decisi a dare esecuzione all'editto di Worms.

Questi avvenimenti turbavano gravemente la vita politica della Germania. Tuttavia gli odi fra contadini e signori furono accentuati, ma si delineò una scissione nella Germania fra cattolici e protestanti, scissione che doveva essere fatale alla sorte della nazione nascente.

Infatti i grandi della Germania, approfittando di questo periodo di disordini, affrettavano il movimento di conquista, che era nelle loro brame. L'anno 1525 fu quello in cui si portarono in modo massiccio a termine le invasioni dei beni ecclesiastici e lo sconvolgimento dei beni feudali e demaniali.
Nel 1525 il Gran Maestro dell'Ordine teutonico si dichiarò duca ereditario della Prussia sotto la sovranità della Polonia; l'Elettore di Sassonia, il Langravio d'Assia, i duchi di Meklemburgo, di Pomerania e di Zell, oltre che un gran numero di città imperiali, abbracciando le dottrine di Lutero, mettevano a proprio profitto e incameravano vaste secolarizzazioni dei beni ecclesiastici.

Stridente appariva così il contrasto tra la libertà senza confine lasciata ai grandi dell'Impero e la condanna del movimento degli umili e degli oppressi. La dottrina di Lutero appariva così ben lontana. da quegli ideali del cristianesimo primitivo, a cui pareva ispirata, e si rivelava come un pretesto per nuove trasformazioni, e solo a profitto di poche classi privilegiate e potenti.

Ma questi movimenti indussero anche a precisare e a costituire più saldamente l'organismo della Riforma. Troppi interessi erano in gioco, a favore di questo movimento, che liberava le classi più potenti e più mature da ogni restrizione verso la Chiesa, verso il diritto romano, verso l'umanesimo.
E la Germania interna, dove le dottrine di Lutero avevano guadagnato maggiore fortuna, ne approfittò e si mise a centro di questa organizzazione del nuovo sistema religioso.

È necessario riconoscere che, con le sue dottrine, Lutero non si era mai proposto di costituire una nuova Chiesa. Egli voleva soltanto richiamare la Chiesa esistente alla sua costituzione primitiva e alla sua missione evangelica. Ma l'opera sua, alla fine aveva solo distrutto; e della distruzione avevano approfittato solo i potenti per aumentare le loro ricchezze e il loro dominio; ma quanto mai singolare era il loro piano diabolico; avevano incitato gli umili a tentare una rivoluzione sociale ispirata da Lutero, poi utilizzarono lo stesso Lutero, per spegnerla nel sangue e nella distruzione.

Ora vi era la necessità di ricostruire, e la ricostruzione avvenne sulle basi stesse che Lutero aveva dichiarato di volere abbattere: la base della conservazione degli ordini costituiti, con la sostituzione alla Chiesa cattolica di nuove comunità regolari, che rispondessero allo spirito della riforma.

Proprio nel 1521, Melantone aveva pubblicato i Loci communes rerum teologicarum, e le sue dottrine, ispirate da Lutero, divennero la base delle nuova Chiesa, che si disse poi protestante.
Si introdusse l'Eucaristia sotto entrambe le specie; furono abolite le feste dei santi; fu confermata e accentuata la santità della domenica; si costituì un centro territoriale per la predica del culto, avviando la costituzione di una nuova gerarchia ecclesiastica; si organizzarono due catechismi, uno grande per servire di guida ai pastori, uno piccolo per le famiglie; si fissò la nuova liturgia religiosa.

Quasi per segnare questa calma operosità dei capi del nuovo movimento religioso, Martino Lutero 44 enne si univa in matrimonio con la 28 enne Caterina Bora, che da due anni era uscita da un monastero, e con lei andò a formava così quella famiglia, la quale contribuì a dare tranquillità all'opera dell'ardente riformatore.

Non si può negare che l'atto di Lutero discendeva come una conseguenza logica dalle dottrine da lui professate. Nei suoi scritti, il matrimonio era rappresentato come una condizione degli esseri umani divinamente voluta, la quale era destinata alla procreazione della specie e alla serenità della vita umana. Predicando contro il celibato ecclesiastico, che Lutero considerava come uno stato contro natura, pur ammettendo che può convenire a taluni spiriti eletti, non cessava di esaltare il matrimonio come cosa divina e la famiglia come cosa santa.
«La massima parte dell'umanità - diceva - è soggetta alla legge di natura, poiché Dio ha detto: crescete e moltiplicatevi. Per questo e santo il matrimonio, e tanto più in quanto crea uno stato di doveri e di sacrifici, che certamente ci abituano a confidare in Dio ».

Seguendo la predicazione di Lutero, e poi anche l'esempio, già molti sacerdoti avevano abbandonato il celibato, e alcuni frati e alcune suore avevano disconosciuti i voti, e formata la famiglia, celebrata come tempio di santità. Senonché questi casi potevano essere argomento di curiosità e bisognosi di esempio per la santità della vita. Già qualche discepolo di Lutero, che si era unito in matrimonio, lo incitava a dare l'esempio.

Questo avveniva nel 1524. Ma, in quel periodo, Lutero trascorreva la vita in condizioni economiche ristrette e forse il suo animo non era preparato al grande passo. Poco più di un anno dopo, il 23 giugno 1525, proprio al tempo della tragica guerra dei contadini, egli si univa in matrimonio con Caterina Bora, nativa di Nimptsch (Sassonia), la quale era di nobile famiglia decaduta, e aveva vissuto lunghi anni in convento col nome di suor Bernardina.

Quali furono le ragioni di questa decisione? Noi non le conosciamo con precisione. Nelle lettere agli amici, Lutero vagamente si giustifica con tanti generici e sbrigativi motivi, e sembrano tutti abbastanza remoti da ogni passione della carne. Egli scrisse che non aveva voluto negare al padre la soddisfazione di una prole e la possibile posterità e - infine - che aveva voluto confermare con i fatti la dottrina da lui professata.
Forse, in quest'ultimo accenno, vi è la spiegazione delle cause del matrimonio di Lutero. Egli agiva
principalmente per motivo di coerenza e per dare l'esempio della vita pratica da lui esaltata.
Certo che l'uomo ormai maturo era molto lontano da quella giovinezza, quando ventenne aveva combattuto una fiera lotta contro le insidie della carne, quando pareva che il giovane nel dissidio tra le forti attrazioni del peccato e la legge divina non trovasse la via di scampo se non nell'isolamento della vita claustrale, e che poi invece anche in questa il giovane monaco non cessò mai di lottare contro le tentazioni del demonio, vivendo perennemente con il terrore della dannazione divina. Del resto questo veniva inculcato ai giovani fin dalla tenera età. Un plagio !!

E se con la sua dottrina si scagliò contro il celibato ecclesiastico che Lutero considerava come uno stato contro natura, e quindi diventò un forte sostenitore del matrimonio è perchè quelle "forti attrazioni giovanili" non erano mai cessate. Aveva dunque dato una risposta a quella domanda che si faceva spesso il giovane timorato di Dio: «Se l'uomo non può vincere le tentazioni della carne, più potenti di lui, perché deve essere dannato?»

Si era nel periodo in cui la nuova organizzazione religiosa, predicata da Lutero, veniva componendosi nelle forme volute dal maestro. In questa organizzazione, rientrava, forse, nel pensiero di Lutero, anche una sistemazione familiare che fosse esempio di coerenza e che promettesse la quiete e la serenità della vita. E forse la trovò anche la ex monaca.

Così si spiega forse la cerimonia nuziale del 13 giugno 1525. Era un giorno di sabato. Le parole formali dell'unione nuziale furono pronunciate, davanti a pochi testimoni: l'amico Luca Cranach e la moglie di quest'ultimo, il giurista Apel, due ecclesiastici. Il parroco congiunse le mani dei due sposi, secondo il rito cristiano.
Questo matrimonio fu motivo di grande scandalo per i nemici di Lutero. Numerosi libelli lo segnalarono come l'ultimo atto rivelatorio del dannato; ed Erasmo di Rotterdam, ch'era allora in contrasto con Lutero, volle anche, con sottile insinuazione, poi ritrattata, annunciare un parto troppo precoce da quella unione.

In realtà, anche queste insinuazioni furono poi dimostrate erronee. Lutero trovava nel matrimonio la quiete di una esistenza, che tendeva ormai ad allontanarsi dalle battaglie della vita. Sulla fine del 1526, dopo un anno e mezzo di matrimonio, Lutero aveva il suo primo figlio, che fu seguito da altri cinque. Nell'unione coniugale, durata quasi vent'anni, fino alla sua morte, Lutero condusse una vita calma e serena, turbata soltanto, nel 1537, dalla morte di una sua diletta figliuola, Elisabetta, e spesso da alcuni malori, che gli causavano disturbi gravi all'udito e dolori di capo, di cui Lutero, nell'ultima parte della sua vita, ebbe più volte, a lamentarsi.

Di quella singolare vita coniugale con numerosi figli e alcuni giovani studenti dalla famiglia ospitati non mancarano le derisioni dei suoi nemici, facendo circolare eloquenti vignette satiriche, del prolifico e imborghesito Lutero.

Tuttavia anche il matrimonio di Lutero, si spiega come una conseguenza logica della sua predicazione; veniva a confermare le nuove direttive di raccoglimento e di tranquillità familiare, che, dopo un periodo turbinoso di propaganda e di lotta, doveva necessariamente conseguire.

La riforma protestante tendeva a trovare una base ferma d'organizzazione civile, che ne garantisse un ordinato progresso.
Questa organizzazione della nuova fede salvò la resistenza del luteranesimo. Esso si fissò, oltreché nella Germania, in Olanda, nella Svizzera, in Inghilterra, e si diffuse altresì nell'Austria, nella Baviera, nell'Ungheria, nella Francia.

Ma esso aveva anche perduto qualcosa della sua forza d'espansione e di proselitismo, travolto nella tragica guerra dei contadini, che tanto danno aveva arrecato alla Germania, oltre che nell'avversione inconciliabile dell'Impero, che stava organizzando le sue forze contro la dottrina luterana.

Infatti, a frenare i progressi del protestantesimo, si formava a Ratisbona una lega cattolica, protetta dall'Impero, che raccoglieva i maggiori potentati cattolici della Germania meridionale. A questa coalizione rispondeva nel 1525 una lega difensiva dei protestanti a Torgau.

Tuttavia la scissione in Germania si stava accentuando, anzi, vescovi, preti e monaci, erano tutti impegnati a rafforzare la propria organizzazione religiosa.
Mentre il papato proclamava la ferma intenzione di riordinare la disciplina ecclesiastica, ma poi non si adoprava in nulla.
Ne approfittarono le grandi potenze europee, che con il pretesto delle eresie, o alleandosi o combattendo il papato, ognuno poi mirava a una cosa sola: al predominio assoluto.

Infatti, la guerra che era in corso tra Carlo V e Francesco I
stava toccando il culmine delle sue drammatiche vicende.
Anzi ben presto come arena degli scontri sceglieranno l'Italia

CARLO V, IL PAPATO E LA RIFORMA > >

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