-------------------------------------- STORIA UNIVERSALE --------------------------------------

123. CARLO V AL COLMO DELLA POTENZA
E LE CONDIZIONI POLITICHE E RELIGIOSE DELLA GERMANIA


La vittoria di Mühlberg aveva dato una grande potenza all'Impero, e Carlo V forse vagheggiò ancora l'idea di dare una unità salda e robusta ai suoi immensi domini.
L'idea ricorrente era di trasformare il potente prestigio, da lui guadagnato, in una signoria diretta ed effettiva, per cui tutta l'Europa a lui soggetta avrebbe dovuto essere organizzata in un solo e vasto Stato, lo Stato imperiale, e su tutto e su tutti avrebbe dovuto dominare, con l'aiuto della retta fede, il grande monarca universale.

Ma, in realtà, i tempi non erano stati ne lo erano anche adesso maturi per una simile impresa: da un lato, l'Impero germanico si era scisso, e tendeva, per quanto disordinatamente, ad una organizzazione autonoma, dall'altro, la Chiesa non poteva desiderare una strapotenza imperiale, che gravava dalla Spagna fino al Danubio, e minacciava di stringere in una morsa implacabile la stessa Italia, togliendo ogni libertà al papato.

Finalmente appariva ormai chiara quella tendenza sempre dimostrata dalla Francia e da altri paesi europei, di mettersi di traverso e ostacolare ad ogni costo la potenza imperiale, e di ridimensionare Carlo V.
La sua vittoria di Mühlberg, che aveva gravemente danneggiato il protestantesimo, restò dunque una vittoria di Pirro. Ma anche il rinvio del concilio aveva sdegnato l'imperatore; e d'altra parte il pontefice, che, dopo
tante difficoltà, era riuscito a creare, per il diletto figlio Pier Luigi Farnese, con Parma e Piacenza, un potente ducato, non esitò ad attribuire alle brame dell'Impero e dei suoi seguaci l'assassinio del duca e la perdita minacciata del nuovo Stato (10 settembre 1547).

Il pontefice esortò la Francia e gli altri Stati d'Italia contro l'Impero, benché senza esito; e l'imperatore convocò una dieta in Augusta chiamandovi gli irritati protestanti; e, arrogandosi quasi le funzioni del sacerdozio, pronunciò una regola provvisoria di dottrina uniforme, da professarsi fino alle decisioni del Concilio, la quale fu detta interim di Augusta.
Era questo il segno della potenza, a cui Carlo V si illudeva di aver condotto l'Impero. Carlo V, profondamente convinto della verità dei dogmi cattolici, si mostrava ora più che mai avverso alle novità religiose introdotte dal protestantesimo, tuttavia voleva raggiungere l'unità religiosa; ma ad essa voleva giungere col proposito preciso che l'imperatore, capo civile della cristianità, dovesse mantenere la supremazia sul papa.

Come patrono della Chiesa, Carlo V si sentiva autorizzato a pronunciare lui la parola decisiva in questioni non soltanto politiche, ma anche religiose. D'altra parte, Paolo III, che era informato da queste direttive, non era affatto disposto a lasciarsi abbassare alle condizione di vassallo, alla condizione di semplice cappellano dell'imperatore.

Erroneamente si accusa Paolo III di aver avuto un contegno ostile con l'imperatore soltanto per ragioni di nepotismo; mentre in lui vi era principalmente il doveroso impegno di salvare la sua indipendenza e la sua libertà, come capo della Chiesa, contrastando un imperatore, che voleva liberamente disporre dell'Italia, secolarizzare la Spagna, comandare a Trento, e in Germania portare davanti al suo foro tutta la grande contesa religiosa.

Un grave contrasto sorse così nuovamente tra il pontefice e l'imperatore. Questo contrasto spiega come il pontefice cercasse, ancora una volta, di costituire una lega offensiva e difensiva contro Carlo V, stringendo rapporti diplomatici con Venezia e con la Francia; e spiega come l'imperatore si sentisse libero di tentare, con proprie forze, l'avviamento della pace religiosa.

Per questo, Carlo V, senza tener conto delle decisioni già prese dal concilio a Trento, e a Bologna, e reputando che il concilio non fosse diverso da una dieta, e potesse ritornare sulle sue deliberazioni, procedeva a stringere accordi con i luterani in Augusta, che gli consentissero di ricondurre la pace nei suoi Stati, e si sforzava pertanto di dirigere le cose in modo da rendere possibile ogni accomodamento.
Nella riunione della dieta, egli comprese che il dissidio era più che mai aspro, ma, per raggiungere il suo fine, non esitò a formulare, il 18 ottobre 1547, una risoluzione, dove i contrasti potevano essere ammorbiditi, nella ferma fiducia di poter riprendere la conciliazione definitiva, con nuove discussioni e con nuove forme, nel concilio che si stava radunando nuovamente a Trento.
E così nacque la regola provvisoria di Augusta.

Questa regola, nell'intenzione dell'imperatore, non avrebbe dovuto recare offesa ai principi cattolici; ma essa, volendo arrivare a quella conciliazione tra cattolici e protestanti, che era una condizione della politica imperiale, non contrastando né gli uni né gli altri, ebbe tuttavia il risultato di rianimare le pretese dei Luterani e di opporsi contro il pontefice.
Quando Carlo V svelava il suo progetto di unire i suoi Stati, e cercava d'indurre il fratello Ferdinando a rinunciare alla dignità di re dei Romani a favore del proprio figlio Filippo, urtava contro le proteste della Germania, avviata ormai, pur tra le sue scissioni, ad un autonomo ordinamento.

Così la lega smalcaldica risorse, e si dispose a prendere le armi, e trovava un alleato inatteso e decisivo in Maurizio di Sassonia, che, avendo ormai raggiunto la dignità a cui anelava, si sentiva ora interprete delle aspirazioni dei suoi sudditi, in gran parte protestanti.

Intanto, a Paolo III, morto nel 1550, succedeva Giulio III, il quale, tra le sue prime deliberazioni, riportò il Concilio da Bologna a Trento (1551), riavvicinandosi all'imperatore.
Quasi contemporaneamente, era scoppiato un nuovo attacco francese, e, come al solito, anche i Turchi, incitati, avevano fatto nuovi progressi nelle regioni danubiane. Il riavvicinamento tra papa e imperatore aveva sollevato anche le proteste di Maurizio di Sassonia, che unì le proprie truppe a quelle dei principi protestanti, pronti a riprendere la battaglia, e principalmente a quelle di Guglielmo d'Assia e di Alberto di Brandeburgo.

La guerra si riaccendeva in tutte le terre del vasto impero. Le truppe protestanti avanzavano fin sopra a Innsbruck, dove vi era l'imperatore, minacciandone quasi la persona da vicino, e si spingevano a Villach.
Il Concilio era stato nuovamente sospeso, e si raccoglierà di nuovo dieci anni dopo.
Le forze protestanti erano risorte, e bisognava far nuovamente i conti con esse. Si venne a trattative di pace, e questa fu conclusa a Passau (15 agosto 1552), a queste condizioni: liberati i principi prigionieri, annullato l'interim, rimesse in vigore le antiche costituzioni dell'Impero.

Mentre la guerra continuava con varia fortuna, in Francia, il re Ferdinando, veniva ad accordi con i principi luterani, e causava così, ancora una volta, la scissione dell'Impero.
Pochi anni dopo, seguiva la morte di Giulio III, che dalle continue guerre era stato impedito nella sua azione riformatrice. Dopo un brevissimo pontificato di Marcello II, si passava a Paolo IV, pure lui ardente riformatore cattolico.

Le guerre del re di Francia Enrico II avevano nuovamente messo a dura prova le forze di Carlo V. Le armate francesi avevano combattuto, e spesso vittoriosamente, nelle Fiandre, nell'Artois, in Lorena, in Italia, anche con gli aiuti di un principe protestante, Alberto di Brandeburgo, che non aveva aderito alla pace, e conduceva qua e là azioni di saccheggio e di rapina, più che di guerra. Gli ultimi anni dell'impero di Carlo V parevano sconvolti dai maggiori contrasti.
Ma queste guerre, che molto costavano alla Spagna e all'Impero, dovevano portare gravi conseguenze anche per la Francia, la quale lottava per un predominio che pareva allontanarsi ogni giorno di più.

La Riforma aveva fatto progressi rapidissimi anche in Francia. Vi erano là non soltanto le simpatie verso un movimento religioso, che pareva sconvolgere i vincoli sempre pesanti della disciplina cattolica, ma anche il bisogno di ricorrere all'alleanza dei protestanti di Germania nella guerra contro l'Impero. Così da una parte il calvinismo, dall'altra il protestantesimo facevano grandi passi, pure nelle regioni francesi, nonostante che il rigorismo cattolico, che fu per molti secoli caratteristico della Francia, scoppiasse frequentemente in feroci repressioni, come quelle del 1534 contro gli eretici, e l'altro del 1545 contro i Valdesi, che fu quasi un ripetersi della strage contro gli Albigesi.

Tale rigorismo condusse a queste persecuzioni contro gli eretici, che caratterizzano il regno di Enrico II, meno disponibile nei riguardi dell'alleanza e dell'amicizia con i luterani di Germania. Ma le persecuzioni pareva facessero nascere nuovi proseliti della nuova dottrina, e questi mostravano di saper resistere mirabilmente alle torture e alle stragi. Costretti a lavorare nell'ombra delle congiure, i calvinisti, detti in Francia Ugonotti (Huguenots, Fidgenossen), finirono per costituire un partito politico-militare, formato principalmente dalla nobiltà feudale, resistente alla monarchia, il quale condusse la Francia alle sanguinose e disastrose guerre di religione, durate per trent'anni.
Così la Riforma in Francia si collega al movimento feudale, ancora in lotta con la monarchia assoluta.

Ma, lasciando ora da parte questi sviluppi, che furono posteriori ai tempi ora qui considerati, la Riforma protestante, tendeva a fissare in Germania le sue posizioni.
Le lunghe guerre dell'Impero avevano dimostrato la vanità dei tentativi di scardinarla. Carlo V, ammalato e stanco delle lunghe agitazioni, si disinteressava sempre più della Germania, che abbandonava ormai alle cure di Ferdinando. Egli aveva già un grave peso di governo, per le interminabili guerre di Francia e d'Italia, oltre che per le guerre contro i Turchi.
Svanito il suo sogno imperiale, l'Europa tendeva verso una situazione d'equilibrio, donde si delineava ormai l'assetto delle nazioni moderne.

La Riforma riprendeva la sua vitalità: essa era legata agli interessi che l'avevano prodotta. Per i principi, mantenere la diforma significava la conservazione dei beni ecclesiastici giù incamerati oltre la cessazione di pesanti oneri fiscali; per le città libere, era una garanzia di libertà; per le classi urbane e rurali, era una espressione d'autonomia, un gesto di protesta contro le pesanti catene della disciplina.
D'altra parte, la difesa del cattolicesimo, fatta anche con la superiorità di una riforma interna e disciplinare, si operava ormai con forze rinnovate e con metodo sicuro, sicché vane erano le speranze di estendere sensibilmente le conquiste luterane.

Tutto pareva suggerire l'accordo, e l'accordo non tardò. La morte di Maurizio di Sassonia, caduto nella guerra contro il brigantaggio del luterano Alberto di Brandeburgo, minacciante la stessa esistenza della Germania, dimostrò come anche il protestantesimo potesse essere utile alla difesa dei grandi interessi della patria.
Sotto gli auspici di Ferdinando, nel 1555, si radunava ancora una volta in Augusta una dieta, che trattò e decise le questioni religiose. Ne nacque la pace, che fu detta di Augusta (25 settembre 1555), dove furono stabiliti durevoli rapporti fra cattolici e luterani e da dove pure uscì definitivamente la constatazione della scissione, ormai da tempo di fatto avvenuta, nell'Impero.

Secondo questi atti di Augusta, d'ora in avanti, avrebbe dovuto regnare la pace perpetua fra cattolici e protestanti. In questa proposizione, si faceva un accenno, quasi di riserva, alle decisioni del Concilio; ma, in realtà, poiché i luterani non vi intervenivano, e avevano già dichiarato di non volere sottomettersi ai suoi deliberati, l'accenno era puramente formale.

Da queste premesse, nasceva la conseguenza, nettamente formulata nell'atto, per cui i principi e le città libere, che avevano aderito alla Confessione augustana, guadagnavano la garanzia di una piena libertà nell'esercizio del culto, oltreché il diritto di propagandare la nuova religione entro i confini del proprio Stato, senza alcuna ingerenza dei vescovi cattolici. Tali principi e tali città libere acquistavano, per diritto riconosciuto, i beni ecclesiastici già incamerati, né più dovevano temere che si riaccendesse la discussione.

Si stabiliva così una netta separazione tra paesi protestanti e paesi cattolici; e, nell'atto di Augusta, si fissava la regola, per cui i sudditi dovevano seguire la religione del capo del loro Stato, nella formula, allora apparsa: cuius regio, eius religio. Questa regola, che stabiliva l'obbligo della confessione religiosa in ogni singolo Stato, sostenuta principalmente dai protestanti, faceva naufragare così il principio di libertà, ch'era stato uno dei pretesti della Riforma, e metteva un rigido vincolo alla professione religiosa.

Stabilita così nettamente la separazione tra i paesi luterani e i paesi cattolici, si escogitava poi una clausola, detta reservatum ecclesiasticum, la quale, mentre garantiva la stabilità religiosa dei due campi, impediva nuovi progressi della Riforma. Secondo questa clausola, si dichiarava che, d'ora in poi, i beneficiari ecclesiastici, che intendevano passare al protestantesimo, dovevano anzitutto far rinuncia non soltanto alla carica, ma anche ai beni e alle rendite, che erano riservati alla Chiesa cattolica; e soltanto si riconosceva la secolarizzazione dei beni ecclesiastici, fino al 1552, dichiarato anno normale, come quello con cui si erano chiusi i progressi territoriali della Riforma.

La pace d'Augusta ebbe una grande importanza, benché contenesse i germi di futuri contrasti, i quali scoppiarono più tardi nella guerra dei trent'anni, allorché si sentì il peso della clausola probatoria del culto riformato, fuori dei confini riconosciuti, e allorché il calvinismo, assente dalla pace di Augusta, guadagnando nuovi seguaci nell'Occidente, scoppiò nella nuova grande guerra di religione.

Quella pace dava una lunga tregua a una guerra quasi incessante, che aveva sconvolto l'Europa per più di trent'anni e che aveva dato vita ad una nuova credenza religiosa cristiana, la quale doveva avere poi una parte notevole nello sviluppo della civiltà moderna.
La Germania settentrionale era ormai tutta guadagnata alla Riforma, ed anche alcune regioni della Germania occidentale, meno una parte dei paesi del Reno, e della Germania orientale.

Ma la pace d'Augusta garantiva ormai l'immunità della Baviera e dell'Austria, oltreché della Polonia e di una parte dei paesi baltici. Essa consolidava così una scissione, che, pur consacrando una nuova religione non priva d'attrattive, arrestava d'un tratto i progressi a cui la Germania pareva avviata, e ritardava forse di qualche secolo la fusione nazionale di un vasto paese.

La Riforma era stata, prima di tutto, una protesta: una protesta contro la Chiesa cattolica, contro l'umanesimo, contro il diritto romano. Dovevano trascorrere ancora quasi due secoli, prima che le controversie religiose potessero essere superate, prima che la cultura riprendesse intera la sua forza, prima che il diritto romano si consolidasse. Negli stessi paesi rimasti cattolici, le lotte religiose lasciarono un profondo solco di rivolta e di sangue, che a fatica fu fatto scomparire.

La pace d'Augusta, che restò, per quasi settant'anni, a base dei rapporti fra Stati cattolici e Stati protestanti, concedette tuttavia una tregua ai contrasti religiosi, e consolidò lo sviluppo rispettato delle varie religioni, base al principio moderno della libertà religiosa. Ma tutto questo era molto poco ...

perchè la pace di Augusta separò nettamente i paesi
fino allora congiunti alla Germania, causando alla stessa
non pochi problemi, di ogni genere.

LE CONSEGUENZE DELLA RIFORMA > >

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