-------------------------------------- STORIA UNIVERSALE --------------------------------------

22. IL CALIFFATO DEGLI ABBASIDI

Abu 'l-Abbass dopo aver ricevuto nella moschea di Kufa il pubblico atto di omaggio di califfo (dando il nome e iniziando così la nuova dinastia, che con 37 califfi durerà fino all'anno 1258) il suo regno fu di breve durata, solo cinque anni.

Ma oltre che essere primo abbâsside, Abu 'l-Abbass vive nella storia soprattutto come distruttore degli Umayyadi: as-Saffâch, «il sanguinario» come chiamò sé stesso nella predica inaugurale nella moschea di Kufa.
Perchè il vero fondatore del dominio della sua casa fu suo fratello Abu G'afar Abdallâh al-Manssûr, «il vittorioso», che gli successe al trono nel giugno del 754.

Vi vantava diritti anche suo zio Abdallâh, che comandava l'esercito raccolto nella Siria settentrionale per combattere i Bizantini; ma in breve tempo fu sconfitto da Abû Muslim.
Questo servo fedele, soprattutto per merito del quale gli Abbâssidi eran saliti al trono, dovette di lì a poco provare l'ingratitudine del nuovo califfo. É pur vero però che egli aveva troppo a cuore il proprio lavoro e proprio per questo si sentiva importante. Fin dal 754 aveva richiesto ad as-Saffâch di guidare la carovana dei pellegrini alla Mecca e di presentarsi qui come suo rappresentante.
Ma Safiâch lo aveva messo in sottordine a suo fratello e Abû Muslim si era messo troppo in vista rispetto a lui. Primo pensiero di Manssûr fu di allontanarlo dal Chorâssân, un terreno dove Abû Muslim si sentiva sicuro della sua potenza.

Abû Muslim non accettò l'amministrazione offertagli dell'Egitto, ma non fece altrettanto per la Babilonia, dove, nei pressi dell'antica capitale Madâin, fu ucciso in presenza del califfo.
Gli Alidi, che fino all'ultimo avevano forse sperato che i Churâssâni avrebbero continuato l'agitazione in loro favore, non si adattarono subito al trionfo dei loro cugini. Ma, al pari del loro antenato, essi difettarono sempre di intuito politico e di energia. Specialmente a Medina, sede principale della loro famiglia, si mostrarono furibondi contro la nuova dinastia. Il governatore nominato da Manssûr fece imprigionare molti di loro e cercò in ogni modo d'impadronirsi anche del loro capo, Muhammed, pronipote di Hassan e, per via di sua nonna, di Hussain. Ma questo portò allo scoppio della rivolta.

Sul finire del 762 gli Alidi insorsero, liberarono i loro parenti imprigionati e dal famoso teologo Mâlik ibn Anas, fondatore della scuola dei Mâlikiti ora dominante in tutta l'Africa settentrionale, si fecero prosciogliere dal giuramento di fedeltà prestato agli Abbâssidi, perché loro strappato con la forza.
L'esercito del Churâssân, spedito subito da Manssûr a Medina, ebbe facilmente ragione dei rivoltosi stranieri, i quali si credevano a sufficienza protetti, secondo l'esempio del profeta, da una fossa scavata intorno alla città. Muhammed cadde dopo valorosa difesa; i beni della sua famiglia furono confiscati e la città, che senza di lui non poteva ormai più esser pericolosa per il califfo, trattata con mitezza.

Più seria fu la sollevazione degli Alidi a Bassra, sotto la guida di Ibrâhîm, fratello di Muhammed. Ma nemmeno lui era uomo di Stato. Gli riuscì tuttavia di impadronirsi della città di Bassra e con i tesori qui predati di guadagnarsi anche la Persia e la Susiana: ma non seppe decidersi a marciare contro Kufa, dove stava Manssûr con poche truppe. Il generale di Manssûr, che aveva domato la rivolta a Medina, si volse presto contro la Susiana, rimanendone padrone, per quanto dopo una lotta accanita. Ibrâhîm cadde il 14 febbraio 763.

Dopo la vittoria definitiva sugli Alidi, Manssûr spinse avanti con energia la costruzione di una nuova capitale, già iniziata poco dopo la sua assunzione al trono. Suo fratello si era stabilito a Hâshimîja, nei pressi di Kufa. Ma la vicinanza di questa città, i cui indocili abitanti avevan già dato molto da fare agli Umayyadi, poteva un giorno o l'altro costituire un pericolo per la nuova dinastia.
Dopo matura riflessione, Manssûr si decise per una piccola località sulla riva occidentale del Tigri, chiamata Bagdâd: qui doveva sorgere la capitale dell'impero.

La scelta fu ottima: poiché il rapido fiorire di Bagdad non dipese solo dal capriccio del sovrano, ma dalla sua posizione favorevole, che le assicurava importanza anche dopo la totale decadenza della cultura di Babilonia. Sulla riva occidentale del Tigri il califfo costruì palazzi pur la sua corte, moschee ed edifici governativi e seppe attrarvi le industrie offrendo favorevoli patti edilizi. La rete dei canali fu compiuta e provvista di ponti; acquedotti e fortezze resero possibile e sicuro il soggiorno. Sulla riva orientale, sulla quale oggi si stende la parte principale di Bagdad, Manssûr costruì all'inizio solo un campo per suo figlio Machdî. Chiamò la città da lui fondata Madinat-assalam, la città della pace, o della salute; ma il vecchio nome Bagdad rimase nell'uso comune.

Il regno degli Abbassidi deve a Manssûr anche le basi della sua amministrazione. Egli ebbe sempre cura di mettere a capo delle singole province dei governatori capaci. Sebbene non potesse evitare di tener conto della sua famiglia, non esitò a chiamare ai più alti uffici anche dei liberti e dei clienti. Il diligente controllo dei suoi impiegati nelle province gli rese possibile l'istituzione dei maestri di posta, già esistente al tempo degli Umayyadi, ma solo da lui veramente perfezionata. Ad essi era affidato tutto il servizio delle notizie; ma loro ufficio principale era di tenere al corrente il califfo del disbrigo degli affari da parte dei suoi governatori.
Queste relazioni regolari ed accurate riuscivano di vantaggio anche al bene pubblico; così ad esempio le notizie sullo stato delle méssi permettevano di prender misure per il caso di cattiva raccolta.

Manssûr badò pur sempre ad assicurare e, quand'era possibile, ad ampliare i confini del suo potente impero. Le guerre quasi ininterrotte contro i Bizantini non ebbero sotto il suo governo maggior successo di quelle precedenti sotto il governo degli Umayyadi.
Né alcun notevole aumento di dominio apportarono le campagne contro i Chasari del Caucaso, contro i Dailamiti lungo la riva meridionale del Mar Caspio, contro i Turchi al di là dell'Oxus e contro gl'Indi; benché valessero a mostrare come un governo centrale energico potesse benissimo far fronte a tali bufere, alle quali non seppero poi più resistere le generazioni successive.

Neppure all'interno Manssûr tollerò che nascessero disordini. Nel Chorassân, terra di confine dell'Islam, che vi s'incontrava con idee buddistiche e sciamaniche e dove in specie la religione iranica nazionale conservava ancora la sua efficacia sugli animi dei credenti, sorgevano spesso moti settari, che potevano diventar pericolosi per la dinastia.
Anche nell'Africa settentrionale, dove il suo dominio del resto non avrà di molto oltrepassato il Kairawân, Manssûr ebbe da combattere una sollevazione dei Berberi, presso ai quali, grazie al loro vivace sentimento nazionale, avevano trovato terreno favorevole le dottrine dei Charig'iti, estirpate nel centro dell'impero.

Come suo successore, Manssûr aveva all'inizio pensato a suo cugino Issa ibn Mûssa, altamente benemerito della dinastia nella repressione delle rivolte degli Alidi. Ma quando suo figlio al-MADHDI fu adulto, volle invece che egli fosse l'erede del trono. Dopo continue sollecitazioni Issa fu costretto a rinunziare ai suoi diritti e a sciogliere il popolo che già gli aveva prestato giuramento di omaggio.

Morto Manssûr il 7 ottobre 775 al ritorno dal pellegrinaggio alla Mecca che gli piaceva guidare di persona, Madhdî (775-785) poté salire al trono senza opposizione.
Pur mantenendo la magnificenza di un monarca orientale, Manssûr aveva ammassato, grazie ai suoi pochi bisogni personali, ragguardevoli tesori; cosicché Madhdî poté tener corte secondo le esigenze di una già molto raffinata vita di piaceri.
Ma lo stesso califfo in cui poeti e cantori trovavano un patrono generoso, dovette pure lui proteggere il proprio regno dalle ostilità e dalle agitazioni di sognatori comunisti, contro i quali si dovette finire per stabilire una specie di tribunale inquisitorio.

Già durante il regno dei Sâssânidi le idee comuniste della sétta di Mazdak avevano una volta minacciato le basi degli ordinamenti dello Stato. E appunto negli anni di Machdî rifiorirono queste idee, all'inizio negli ambienti iranici, fra i principi di questa nuova sétta dei Sindîk che tiene il primo posto il matrimonio fra parenti, specificamente iranico.
Lo scrittore Abdallah ibn al-Mukafla, fatto giustiziare da Manssûr, persiano di nascita, che rese accessibili agli Arabi i tesori della letteratura pehlewi e le leggende nazionali dei re iranici, non meno che le raccolte di favole tradotte dal sanscrito, era sospetto di eresia, come seguace dei Sindîk.
Così pure le poesie di Salich ibn Abdalkaddûss, che tenne conferenze religiose prima a Bassra e poi a Damasco, finché nel 783 Madhdî lo fece catturare in quest'ultima città e giustiziare come eretico. In quelle poesie di Salich troviamo la dottrina dualistica dell'origine del mondo dalla mescolanza della luce e delle tenebre.

Si dice che scrivesse anche un « libro dei dubbi », in cui ogni pensiero positivo era criticamente decomposto. Madhdî doveva estirpare a forza tali dottrine, che mettevano in forse il fondamento del califfato, cioè il diritto divino dei sovrani, basato sulla rivelazione.
Non molto diverso era il fondamento cristiano in occidente, e anche in oriente - addirittura prima che in occidente, l'inquisizione a tale scopo introdotta degenerò, com'era naturale, ben presto in una incessante caccia agli eretici, che si volevano scoprire dovunque: se ne abusò anche per intrighi politici e si finì coll'applicarla ad opinioni perfino innocue in sé, ma non gradite dal governo; e così dentro la dottrina islamica stessa, si finì per irrigidirla del tutto.

Dopo dieci anni di regno, Madhdî lasciò il trono (783) al proprio figlio HADI (783-786). Questi si oppose all'influenza della madre Chaisuran, che già vivente suo marito si era troppo interessata degli affari di Stato e che pare sentisse maggiore affetto per il secondo figlio HARUN, superiore per ingegno a Hadi. Non volendo quest'ultimo rinunziare alla successione spettantigli, fu, certo per ordine del fratello, ucciso nel suo harem, nei pressi di Môssul (15 settembre 786). Assai presto apparivano i malanni, che dovevano finire per rovinare la dinastia degli Abbassidi.

Tuttavia durante i ventitré anni anni di regno di HARUN (786-809) la dinastia degli Abbassidi toccò l'apice della potenza. Poiché anzi il benessere materiale raggiunse in quel tempo un fiorire non mai prima conosciuto, i posteri furono tanto più inclini a ravvisare nel califfo Harûn ar-Rashid l'ideale del sovrano e ad ascrivergli come merito personale ciò che egli doveva solo ai tempi propizi. Nei primi anni del regno egli lasciò la cura degli affari quasi esclusivamente ai suoi visiri.
Questa carica era da tempo ereditaria nella famiglia dei Barmakidi. Già dopo l'assassinio di Abu Salama, Saffach aveva nominato visir Chalid ibn Barmak, persiano del Chorassan, il quale era rimasto alla direzione delle finanze anche sotto Manssûr, acquistandosi meriti speciali nella costruzione della città di Bagdad.
Più tardi assunse il governatorato di Môssul, posto di importanza speciale a causa della vicinanza degli irrequieti Curdi. Suo figlio Jachja, che già sotto Manssûr aveva amministrato l'Armenia e l'Àdharbaig'an, sotto Madhdî non si era mai allontanato dal califfo. Sotto Hadi si era messo dalla parte di Harûn, anche se - si dice - che per un certo tempo fosse stato da lui perfino imprigionato. Hârûn ne compensò la fedeltà coll'innalzarlo al grado di visir non appena salito al trono, e tenendolo in venerazione di padre.
Anche al figlio di lui G'afar era legato da intima amicizia. Ma coll'andar del tempo, a quanto pare, questa specie di tutela gli divenne fastidiosa, tanto più che G'afar, viziato dai suoi favori, sembra abusasse talvolta della propria posizione.

La tradizione attribuisce a un intrigo di harem lo scoppio finale del suo risentimento contro i Barmakidi: G'afar non avrebbe rispettato come tale un finto matrimonio che il califfo gli aveva fatto concludere con sua sorella Abbassa, per godere nello stesso tempo della compagnia dell'uno e dell'altra. Nell'803, tornato dal pellegrinaggio alla Mecca, che anche Harûn di solito guidava di persona, fece assassinare tutta la loro famiglia. Non sentendosi poi più sicuro, dopo tale strage, nella sua capitale che tanto doveva ai Barmakidi, trasferì la residenza a Rakka nella Mesopotamia.

Ma anche sotto Harûn non mancarono dentro all'impero ripetute sollevazioni, specialmente in Africa, che ebbe pace solo quando Ibrahîm ibn Aghlab, fino allora prefetto di Sab, fu nominato governatore di tutta la provincia (febbraio dell'800). Questo però fu nello stesso tempo il primo passo verso lo sgretolamento dell'impero, giacché quel governatore, la cui provincia passò in eredità ai suoi successori, gli Aghlabidi, esercitò un potere quasi di sovrano.

Harûn dovette poi la sua fama in occidente alle sue relazioni con Carlo Magno, a cui l'univa il doppio interesse della comune resistenza tanto contro la Spagna (in mano agli Umayyadi) quanto contro Bizanzio.
Speciale splendore venne al regno di Harûn dal fiorire della letteratura araba sul fertile suolo dell'antichissima civiltà babilonese. Ai poeti del deserto, i quali anche sotto gli Umayyadi si erano del tutto perduti nelle guerre di tribù e nelle loro meschine gelosie, era succeduta una nuova generazione di poeti cittadini. Non si aveva più né tempo né gusto per le lunghe kasside dei vecchi poeti; l'arte nuova cercava di dividere e di coltivare a parte ciò che in essi formava un tutto.

Il contenuto, tuttavia, non cambiò gran che: anche gli antichi avevano celebrato l'amore, la caccia e il vino; anch'essi avevano deriso con parole mordaci i loro avversari e talvolta anche lamentato in tono solenne l'instabilità delle cose terrene: tutti temi che ritroviamo ora nei nuovi poeti, che prendono i loro fiori retorici non solo dalla lingua comune del loro tempo, ma anche spesso dal vocabolario dei Beduini.
Lo stile fisso dell'antica poesia degenera ora talvolta nel manierato; ma gli spiriti più indipendenti sanno adattare anche le vecchie forme ai bisogni di una cultura raffinata, non senza cadere, e non di rado, nella frivolezza, come avviene in specie al più cospicuo rappresentante di questa poesia, Abû Nuwâs.

Come gli uffici politici più importanti erano tutti tenuti da Persiani, così anche nella letteratura gli Irani tengono un posto insigne, quando non la dirigono addirittura. Abû Nuwâs era persiano; e pure persiano il già ricordato Ibn al-Mukaffa, il fondatore della prosa artistica araba. Parte ancor più importante ebbero gli Irani nella letteratura scientifica.
Lo studio della lingua araba, che prese le mosse dal Corano giovandosi della logica aristotelica e forse anche della grammatica indiana, fu iniziato dagli Arabi; ma il primo trattato di grammatica araba, rimasto anche in seguito canonico, fu scritto dal persiano Sibawaih.
Il fondatore della più antica scuola di diritto, Abû Hanîfa. era figlio di uno schiavo persiano; secondo altri, di uno zingaro di Kabul. Arabi furono però i fondatori delle altre tre scuole canoniche, i Malikiti, gli Shafiiti e gli Hanbaliti. Arabo fu non solo Muslim ibn al-Walid, il forbito e poco originale poeta di corte di Harûn; sangue beduino scorreva certo nelle vene di Abu 'l-Atahija, che nel suo secondo periodo compose poesie ascetiche d'intonazione popolare.

Anche la storiografia, uno dei rami più ricchi ed importanti della letteratura araba, fu fondata da Arabi. Già sotto il califfo Manssûr, Muhammed ibn Isschak aveva scritto la prima biografia del profeta. L'opera sua fu continuata sotto Harûn, e con lo speciale appoggio del Barmekide Jachia, da al-Wâkidî, che narrò le campagne del profeta e le guerre di conquista, dando così l'impulso alla grande opera del suo alunno Ibn Saad, il quale raccolse nel suo libro di scuola tutte le notizie sul profeta, i suoi compagni e i suoi successori immediati.
Sotto Harûn fiorì anche Saif ibn Omar, che espose la storia delle insurrezioni arabe dopo la morte del profeta e delle grandi guerre, con molta vivacità e fantasia, ma con molta poca attendibilità nei particolari; nuoce molto alla sua oggettività lo sforzo di esaltare i meriti dei suoi concittadini di Kufa.

Più degni di fede e più accurati i fondatori della scienza delle antichità arabe, Muhammed al-Kelbi e suo figlio Hisham. Quegli cerca già di stabilire la cronologia della dinastia Lachmide in Hîra, copiando le loro iscrizioni sepolcrali, per quanto ancora esistevano nelle chiese. Questi é tanto spregiudicato da raccogliere in un'opera speciale tutte le notizie sul paganesimo degli antichi Arabi, intitolandola poi, da buon musulmano, Il libro del crollo degli idoli.
Sua opera principale, la raccolta delle genealogie, contenente nello stesso tempo numerose notizie sulle giornate campali dell'antichità.
Era infine riservato al persiano Tavari, morto nel 923, di raccogliere, all'inizio del X secolo, la massa dei materiali dei suoi predecessori nella storia universale tuttora conservataci.

Dopo la morte di Harûn (809), scoppiò ben presto la guerra per la successione al trono fra i suoi due figli al-AMIN (809-813) e al-Ma'mûn. Amin, come figlio maggiore, aveva all'inizio potuto assumere senza contrasti la signoria nel centro dell'impero, dovendo suo fratello nel Churassan essere preparato contro un attacco dei suoi vicini d'Oriente, sopra tutti del Chakan del Tibet.
I consiglieri dei due principi, il visir Ivn Rabîa e il visir Ibn Sahl, quegli Arabo di Siria, questi Persiano, insistevano perché la questione fosse definita, minacciando già allora le due parti dell'impero di scindersi. Secondo il testamento di Harûn, Ma'mûn avrebbe dovuto regnare dopo Amin; ma questi fece prestare omaggio come a successore al proprio figlio. Ma'mûn difese i suoi diritti con le armi e di nuovo i Churassani riportarono la vittoria, tanto più che Amin era minacciato anche alle spalle dai ribellioni scoppiate fra gli Arabi della Siria.

Nella notte dal 24 al 25 settembre 813 Amin, assediato in Bagdad da due eserciti di Ma'mûn, fu assassinato, dopo che uno dei due generali ebbe tentato invano di salvargli la vita.
MA'MUN (813-833) rimase all'inizio nella sua residenza di Merw; e poiché in tal modo il predominio degli Irani sugli Arabi veniva a risultare anche nelle forme esteriori, sorse nelle regioni centrali una serie di rivolte. Nella Siria i Beduini, condotti da un partigiano di Amîn, rifiutarono di riconoscere il nuovo sovrano; nella Babilonia ricominciò l'agitazione degli Alidi. Sebbene Harthama, generale di Ma'mûn, riuscisse a domare questa insurrezione, il re si lasciò persuadere dal visir Ibn Sahl, a dare la propria figlia in sposa all'Alide Ali ibn Mûssâ ar-Rida, designandolo come suo successore.

Ma i partigiani degli Abbassidi a Bagdâd rifiutarono di prestare a costui il giuramento di omaggio, e il 24 luglio 817 innalzarono al trono uno zio di Ma'mûn, Ibrahim. Questi però non riuscì a mantenersi nemmeno per due anni contro le truppe di Ma'mûn. Riassoggettata la Babilonia, Ma'mûn decise di trasferirvi la propria residenza, e nel viaggio verso Bagdad si sbarazzò anche del suo visir, che col favorire esclusivamente i suoi compatrioti irani aveva screditato il governo presso gli Arabi, ed aveva per di più la colpa della unione, ormai non più opportuna, della dinastia con gli Alidi.

Dopo che Ma'mûn ebbe tolto di mezzo anche il proprio genero, gli Abbassidi rinunziarono al loro anti-califfo; e quando egli entrò in Bagdâd, lo salutarono come loro sovrano. Al governo del Chorâssân destinò Tahir, a cui doveva l'uccisione di Amin. Tâhir fondò in Oriente una dinastia di governatori, che godevano, come gli Aghlabidi in Africa, di pressoché completa indipendenza.

Il lungo regno di Ma'mûn (20 anni) ebbe grande importanza per la storia della cultura, grazie al suo vivace interesse per la scienza ellenica. Lo studio di essa non si era mai del tutto spenta nei conventi della Siria. Per intendere la teologia dei padri della chiesa era e sarà in seguito sempre obbligata a ricorrere all'armamentario formale, cioè alla filosofia di Aristotele. Ma anche per la matematica e per le scienze naturali si era sempre sentito un certo interesse, sebbene tutta la cultura intellettuale dei Siri fosse esclusivamente in mano di chierici.

La tradizione medica si era mantenuta non solo nei conventi, ma anche in scuole speciali di medicina, come quella di Gundêshapûr, fondata sin dal tempo dei Sassanidi. Tutti questi interessi trovarono in Ma'mûn un intelligente patrono. A Bagdad sorsero dei veri e propri "policlinici" con medici e allievi stipendiati dal governo. Seguirono poi le "case della sapienza", primo modello di Università.
Sotto il suo regno cominciò l'attività letteraria del « filosofo degli Arabi », Abû Jûssuf Jakûb al-Kindi, che doveva non solo procurare ai suoi compatrioti, mediante traduzioni, la conoscenza della filosofia aristotelica e neoplatonica, ma anche allargare il loro orizzonte intellettuale con ricerche naturalistiche, in specie meteorologiche, naturalmente secondo lo spirito di quelle filosofie.
Nel trattare l'astrologia come scienza, Kindi si mostra figlio del suo tempo; ma per le ciurmerie degli alchimisti non mostra all'incontro molto simpatia. A Bagdad la scienza dei Greci venne ora a incontrarsi con quella degli Indiani, che esercitò un fecondissimo influsso in specie sullo svolgimento della matematica e dell'astronomia.

Già per incarico di Manssûr era stato tradotto in arabo il testo principale dell'astronomia indiana; Ma'mûn ne fece comporre un estratto, da Chwârismi. Lo stesso Chwârismi scrisse, per ordine del sovrano, il primo trattato arabo di algebra: il suo nome vive tuttora nella parola «algoritmo», designante un comune metodo di computo. Ma'mûn si interessava pure dei problemi pratici di astronomia: in base ad osservazioni sincrone a Bagdad e Damasco egli fece curare la revisione delle tavole astronomiche di Tolomeo, e fece pur misurare un grado di meridiano.
Nella sua biblioteca di corte, la «casa della sapienza» (bait al-hikma), volle riuniti i tesori delle letterature tanto islamitiche quanto straniere.

La simpatia per la scienza ellenica portava Ma'mûn ad occuparsi anche dei problemi teologici del suo tempo. In questo campo le questioni d'interesse pratico tenevano da tempo il primo posto. Il lavoro spirituale dei primi due secoli dell'Islam fu rivolto principalmente alla questione seguente: come dovevano accordarsi con la realtà gli ideali teocratici risultanti dal Corano e dalla tradizione. Essendo la tradizione piuttosto insufficiente a rispondere a tutte le questioni sorgenti nella vita quotidiana dalle complicate condizioni economiche dei paesi di antica civiltà, la più vecchia scuola di diritto (giurisprudenza e teologia pratica s'identificano nell'Islam, come nella maggior parte degli stati di cultura inferiore), quella di Abû Hanîfa, non aveva esitato a ritenere per legittime, accanto alla tradizione, le deduzioni logiche; mentre le scuole più recenti, e più rigida di tutte quella di Achmad ibn Hanbal, rimisero in onore la esclusiva autorità della tradizione; bisognò allora convenire, per motivi pratici, di non stare troppo attaccati all'autenticità della tradizione, nonostante tutto lo sfoggio che si faceva della critica formale.

Del resto il lavoro intellettuale di questi capiscuola e delle successive generazioni di dotti, non condusse a formare un diritto che dominasse la vita pratica. Il contrasto fra i pii custodi degli ideali teocratici e i possessori della potenza effettiva, già inconciliabile sotto gli Umayyadi, venne solo teoricamente ad attenuarsi sotto i primi Abbassidi, accentuandosi sempre più sotto i loro successori. Mentre nella vita pratica, per quanto lo permetteva l'arbitrio dei potenti, continuava l'efficacia di antichi diritti consuetudinari, i Fakih si sprofondavano sempre più nelle loro fantasticherie teocratiche, i cui ideali poteva solo il Machdî, atteso per la fine del mondo, portare a compimento; e solo di tanto in tanto riusciva all'influenza personale di un profeta di realizzare in un principe terreno una parte di queste esigenze ideali.

Insieme alle questione del come la vita dei Musulmani dovesse svolgersi in accordo con la teocrazia, già sotto gli Umayyadi anche la dogmatica speculativa cominciò ad agitare le menti. Più d'un impulso venne ai Musulmani di Damasco dalle strette relazioni in cui stavano coi Cristiani. Sorse così la scuola dei Murg'iiti, che combatteva la rigida dottrina coranica della predestinazione; sebbene violentemente avversata dai vecchi credenti, contò fra i suoi seguaci molti dei più cospicui pensatori dell'Islam, Abû Hanifa fra gli altri.

In contrasto ancor più vivo con la ortodossia sorse poi la scuola dei Mutasiliti, fondata a Bassra da Wassil ibn Atâ. Esercitata nella dialettica greca, essa si volse principalmente all'indagine delle questioni fondamentali circa l'essenza e gli attributi di Dio. La sua lotta con l'ortodossia si appuntò nella questione se il Corano fosse creato o eterno. Questa scuola raggiunse il suo massimo fiore appunto sotto il califfato di Ma'mûn; nell'827 egli innalzò a dogma di Stato, mediante un decreto ufficiale, in cui vi è la massima, essere il Corano creato, facendo anche perseguitare accanitamente i seguaci dell'opposta dottrina.

Ma questo successo esterno, maturato dal sole del favore regale, non fu di lunga durata. Considerazioni politiche indussero il terzo successore di Ma'mûn, Mutawakkil, nell'851, a gettarsi nelle braccia dell'ortodossia; la quale a sua volta, armata di mezzi materiali, imprese a disperdere gli eretici. Cosa che non riuscì interamente: quelle libere opinioni trovarono ancora per molti secoli vari rappresentanti nella letteratura, e nelle province più remote perfino aperti seguaci.

Ma-mûn morì il 7 agosto 833; gli successe il fratello MUHAMMED, che prese il nome di al-MU'TASSIN billâh, «Colui che si protegge con Dio».
L'uso di tali titoli regali, composti con la parola «Dio», fu da allora in poi conservata dai suoi successori.

Se Ma'mûn si era appoggiato più ai Persiani che agli Arabi, Mutassim mise al primo posto quella nazione che poi ebbe parte decisiva nella storia dell'Islâm: i Turchi. Già Ma'mûn, e forse anche i suoi successori, si erano scelti una guardia del corpo formata di schiavi turchi, tratti dai paesi al di là dell'Oxus. Finora a capo di queste truppe vi erano stati sempre uomini liberi; ma Mutassim pensò che sarebbe stato meglio e più sicuro della loro fedeltà, se anche gli ufficiali fossero reclutati fra quelli.
Questi capi di pretoriani acquistarono, già durante il suo regno, influenza nell'amministrazione dello Stato, e in breve ne divennero i veri padroni. Il pericolo da essi minacciato non sfuggì, fin da allora, ad alcuni uomini perspicaci: già Ibn Saad, nel suo libro di scuola (VI, 143) composto sotto al-Mutassim, mette in bocca a un compagno del profeta il vaticinio che i Turchi avrebbero ricacciato gli Arabi nei loro deserti.

Uno di questi generali turchi, Afshin, riuscì, poco dopo che Mutassim era salito al trono, a reprimere una rivolta che per lungo tempo, e già sotto Ma'mûn, aveva infuriato nel Adharbaig'an. La sètta iranica dei Churramîja, che mescolava l'antica dottrina della metempsicosi e dell'incarnazione della divinità con l'idea islamica dell'Imâm destinato a guida e capo della teocrazia, aveva trovato in Babak un condottiero energico, che per più anni riuscì a tenere il governo in scacco, in quella provincia.
Ma nell'autunno dell'837 il suo castello fu espugnato, egli stesso fatto prigioniero mentre fuggiva e giustiziato a Samarra, la nuova capitale.

Mutassim aveva fatto costruire questa città al disopra di Bagdad, sulla riva orientale del Tigri, non sentendosi più sicuro nella residenza dei suoi antenati, cresciuta nel frattempo a città mondiale.
Qui, a Samarra, tennero la residenza i suoi successori, fino all'869; quando fu abbandonata dal califfo Mu'tamid, perdette ben presto la sua importanza, e gli resto solo la nomina di capriccio di un re.
Per quanto dei magnifici edifici del suo breve splendore non ci rimangano che rovine, queste ci dànno pur sempre un'idea più vivace dell'architettura dell'età abbassida che non quelle della capitale Bagdad, i cui monumenti, quando non caddero sotto la furia mongolica, furono sfruttati dalle successive generazioni.

Come nei paesi civili d'occidente, così anche qui in oriente gli architetti islamitici si riattaccano alle tradizioni del passato. Il monumento più importante di Samarra, il castello dei califfi, imita, nel disegno, nella disposizione dei locali e nella sezione della facciata i palazzi del medioevo persiano. Ad un modello assai più venerabile ricorsero i costruttori della grande moschea. La loro Menare (minareto), la torre da dove s'invita alla preghiera, è manifestamente modellata sulle Sikurrat, le torri a gradini babilonesi. Le dimensioni davvero gigantesche di questa moschea mostrano i mezzi potenti di cui potevano ancor disporre quegli architetti, sebbene l'impero avesse allora già oltrepassato il suo massimo fiorire: un rettangolo di circa 260 metri di lunghezza e 180 in larghezza, mentre lo spazio interno abbraccia circa 44.000 mq. Si confrontino le superfici della Cattedrale di S. Pietro a Roma (15.160 mq.), di Santa Sofia a Costantinopoli (6890 mq.) e del Duomo di Colonia (6166).

Mutassim volle ancora una volta accentuare in modo speciale la lotta contro i Bizantini, che non era mai cessata sotto i suoi predecessori, comparendo personalmente sul teatro della guerra. Ma si ritenne soddisfatto con la conquista di Amoria in Galazia (838), una delle città più floride dell'Asia Minore. Dovette rinunciare ad avanzare, essendo scoppiata alle sue spalle una congiura, intesa a mettere sul trono suo nipote Abbas, figlio di Ma'mûn, e a toglier di mezzo i privilegi dei mercenari stranieri.
A salvare la sua situazione ci pensò un'altra volta Afshin il suo generale turco a domare i ribelli.

Così avevano fatto a suo tempo i Romani e poi i Bizantini,
affidandosi ai "barbari"

LA DECADENZA DEL CALIFFATO E IL SORGERE DI DINASTIE MINORI > >

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