-------------------------------------- STORIA UNIVERSALE --------------------------------------

92. EVOLUZIONE DELLE ISTITUZIONI E DELL'ARTE MILITARE

Dopo aver perso Roma la sua funzione di centro politico dell'Impero, ovviamente perse anche la funzione di centro militare. Le famose legioni romane con i nuovi Imperatori d'Oriente divennero legioni bizantine. Furono anche aumentate come numero, ma il problema era negli uomini che ne facevano parte, sempre più scarsi, e se lo si volle potenziato, si dovette ricorrere all'inserimento di barbari di ogni genere.

Fu sotto Diocleziano che si ebbe una importante riforma amministrativa e militare; cioè la separzaione del potere civile, da quello militare e quest'ultimo venne affidato ai duces (comandanti), che dipendevano direttamente dal sovrano. Sappiamo poi come andò a finire, che i duces furono poi solo più i barbari che Costantinopoli si era allevati in casa. Questi dominarono in Oriente e poi anche in Italia (come Teodorico ecc.) fino a quando quasi tutto il potere militare si concentrò su di loro. Senza peraltro apportare nulla di nuovo, come tecnica militare e come strategie. Nè ci furono sostanziali mutamenti quando gli eserciti ancora sotto Carlo Magno s'impegnarono nelle sue moltissime guerricciole. Fortuna sua fu quella di non avere dei grossissimi problemi, perchè quelli che incontrava (in Sassonia più di venti volte) erano più o meno dei rozzi guerrieri come i suoi.


Nell'antichità germanica non esisteva una classe professionale militare; ogni uomo libero era tenuto a servire nell'esercito. L'esercito dell'epoca franca era composto quasi esclusivamente di truppe a piedi armate di spada, scudo e lancia. Ma poi le lotte svoltesi in Occidente contro gli Arabi e soprattutto contro i Mauri, abili cavalieri, costrinsero a imitarli e a mutare la tattica sino allora seguita e come conseguenza diedero nell'esercito la prevalenza alla cavalleria.

Contemporaneamente l'introduzione del feudalesimo esercitava la sua influenza anche sugli ordinamenti militari, nel senso che rompeva il vincolo di dipendenza diretta dal re della maggior parte delle truppe, di tutti coloro cioè che erano vassalli dei grandi feudatari. Di modo che il re non poté direttamente disporre dei propri vassalli e degli uomini liberi, il cui numero peraltro - con la frantumazione del grande regno - andò sempre più diminuendo: gli altri seguivano in guerra solo il loro signore feudale (senior), alle volte anche contro il proprio re.
Dai feudatari e da elementi in origine non liberi, armati dai loro signori per servire a cavallo al loro seguito in guerra, si sviluppò una classe militare professionale, la cavalleria, che - lo abbiamo visto nel capitolo dedicato - dall'epoca delle crociate costituì il nucleo principale degli eserciti. Il cavaliere era tutto coperto di una pesante armatura: corazza ed elmo d'acciaio, bracciali, gambali e calzari metallici, ed il suo cavallo era corazzato al pari di lui.

Principale sua arma d'offesa era la lancia, ma recava inoltre spada e pugnale e talora anche l'azza e la mazza. La gente che lo seguiva a cavallo era di regola armata più alla leggera con una celata, una corazza leggera, e recava o la spada o l'ascia e spesso una corta lancia o un giavellotto.

Ma i cavalieri con i loro uomini d'arme a cavallo non potevano bastare a tutte le esigenze della guerra; se ad esempio occorreva assediare fortezze non era possibile fare a meno delle fanterie; così pure erano necessari dei buoni arcieri. Da questo lato chi si trovava in miglior situazione era l'Inghilterra. Qui infatti, a differenza che sul continente, continuò a sussistere accanto alla nobiltà feudale una numerosa classe di uomini liberi anche nelle campagne, e questa classe venne sottoposta al servizio militare suddividendola a seconda del patrimonio in tre categorie munite di armamento diverso.
Oltre a ciò chiunque possedeva un reddito fondiario di cinque libbre e non poteva servire di persona era tenuto a pagare una tassa (scutagium) e questa serviva ad assoldare altri uomini d'arme. In grazia di tale organizzazione vi era sempre nelle contee un esercito pronto che poteva al primo accenno entrare in campagna ed era completamente indipendente dall'esercito dei vassalli.

In complesso l'esercito inglese constava di quattro classi di armati: men-at-arms ovvero knigts, vale a dire i veri e propri cavalieri; la cavalleria leggera dei loblers o lobilers montata su piccoli e rapidi cavalli, la quale, armata a preferenza di mazza, veniva impiegata in piccoli reparti (constabularii) specialmente per ricognizioni e scaramucce; gli arcieri che combattevano e piedi in corsaletto e celata, armati di una corta spada e del temuto arco lungo sei piedi che poteva lanciare i suoi dardi sino a 220 passi di distanza; infine una vanteria leggera (footmen), protetta da maglia ed elmetto e recante quali armi di offesa il giavellotto, l'ascia ed il coltello.

Particolarmente apprezzati erano i footmen del Paese di Galles. Per l'appunto alle loro fanterie bene addestrate e disciplinate, abili a manovrare sui campi di battaglia, gli Inglesi dovettero principalmente la superiorità che per tanto tempo mantennero nelle guerre sul continente. Ma vi contribuì pure grandemente la sapiente cooperazione della cavalleria con gli arcieri. Usavano la tattica tradizionale normanna, quando la battaglia era impegnata a fondo, una parte della cavalleria pesante scendeva a terra e sosteneva gli arcieri, mentre il rimanente aspettava in sella il momento opportuno per l'ultimo efficace attacco. Se poi il nemico volgeva in fuga tutti saltavano in sella e si lanciavano all'inseguimento.

Questa tattica diede così buona prova che dalla metà del XIV secolo cominciò ad essere adottata anche sul continente. Così ad esempio nel 1386 alla battaglia di Sempach la cavalleria austriaca combatté appiedata e all'inizio diede molto da fare agli Svizzeri. E ciò fu indubbiamente frutto dell'esperienza della superiorità delle fanterie che era stata abituata non solo dalle guerre inglesi, ma anche dall'opera delle fanterie cittadine in altri casi.
Queste fanterie cittadine si erano affermate poderosamente nelle Fiandre; la vittoria delle fanterie fiamminghe sulla cavalleria di re Filippo IV alla così detta battaglia degli speroni (Courtray) fu il primo e forse anche il più splendido trionfo delle milizie borghesi nel Medio-Evo.


In Germania invece non si affermarono con la stessa importanza, almeno nelle grandi guerre. Solo nei domini dell'Ordine Teutonico vediamo le città concorrere alle spedizioni militari dell'Ordine con notevoli contingenti di truppe.
Nella Germania meridionale poi, sebbene tutti i cittadini fossero obbligati al servizio militare, pure erano esenti dalle guerre di qualche importanza; essi infatti non potevano rimanere neppure una notte fuori città, e quindi non erano utilizzabili che per le operazioni militari vicine alle città. Col crescere delle loro ricchezze le città da ultimo assoldarono per le operazioni esterne dei mercenari ed i cittadini si limitarono solo alla difesa delle mura, esercitandosi al più al tiro dell'arco.

Ben altro valore acquistarono e ben altri successi ottennero le fanterie cittadine in Svizzera. I confederati non avevano una organizzazione militare comune; ogni cantone curava per conto suo l'approntamento dei mezzi finanziari, degli uomini, dei cavalli, armi ed altro materiale bellico necessario per le guerre, l'organizzazione delle truppe ed il loro mantenimento; ed il sistema allo scopo adottato non era dappertutto eguale; ma tuttavia si otteneva un risultato omogeneo. Ogni regione, ogni città, anzi ogni corporazione, aveva il proprio gonfalone o stendardo ed i manipoli raggruppati attorno a ciascuna insegna costituivano l'unità tattica.
L'arma preferita era l'alabarda, ma vi erano reparti armati di stocco ed arcieri. La bandiera comune dei confederati recava una croce bianca in campo rosso. Il comando dell'esercito in campagna era in mano a un solo capo supremo («Hauptmann bei dem Banner») assistito da aiutanti di bandiera («Bannerherren» o «Benner »).

Con metodo assai vantaggioso i confederati procedevano già in marcia in quella stessa formazione che rappresentava l'ordine di battaglia; cioè al centro la massa principale, che era ordinariamente la metà dell'esercito, costituita dalle alabarde; ai due fianchi reparti armati di stocco.
Gli arcieri formavano l'avanguardia e aprivano il combattimento, sostenuti da buon numero di stocchi e da un piccolo nucleo di alabarde. Sotto la protezione degli arcieri la massa principale sceglieva il punto in cui poteva sfondare le linee avversarie. La retroguardia era per lo più assai scarsa; il suo compito era essenzialmente quello di proteggere. Nè l'avanguardia né la retroguardia marciavano in linea retta col nucleo dell'esercito ma, pur rimanendo davanti e dietro ad esso, procedevano spostate alquanto lateralmente. Questo sistema, come pure l'ineguale forza dei tre reparti, rappresentavano un grande progresso tecnico, perché tradizionalmente gli eserciti di solito erano formati da tre linee di eguale forza, l'una dietro l'altra in ordine rigoroso; ciò ostacolava la facilità di manovra e questo sistema ha infatti avuto spesso conseguenze fatali.

Sul finire del XV e con l'inizio del XVI secolo, varie furono le componenti di ordine sociale, politico, economico e tecnologico, che influenzarono e modificarono profondamente il modo di portare guerra: elementi che rimbalzarono sia sulla composizione e sull'organizzazione degli eserciti, sul loro armamento e persino sull'architettura militare e civile.

L'innovazione più importante che si ebbe nel campo dell'arte militare sul tramonto del Medio-Evo fu l'introduzione delle armi da fuoco, per quanto i frutti di tale scoperta non si siano pienamente maturati se non dopo la fine dell'epoca medioevale.

Che un frate domenicano tedesco del XIV secolo, Bertoldo Schwartz, abbia inventato la "polvere nera" mescolando salnitro, carbone e zolfo, come vuole una vecchia tradizione, é falso, perché la polvere era stata certamente scoperta prima ed era nota in occidente da un secolo prima ottenuta dagli alchimisti, capaci di controllarne - seppur approssimativamente - gli effetti esplosivi. E prima di questi non era sconosciuta agli Arabi che a loro volta appresero la tecnica dai cinesi. Ma anche l'impero bizantino conosceva delle miscele esplosive tramandandoci formule per fabbricar polveri piriche, basterà ricordare che il «fuoco volante» ( o "fuoco greco") di cui il dotto domenicano Alberto Magno descrisse la composizione nel 1280, e che non era altro che polvere nera. Il suo contemporaneo Ruggero Bacone poi non solo indica gli ingredienti della polvere, ma mostra di conoscere gli effetti della elasticità del gas che se ne sprigiona; egli descrive il modo di fabbricare una cartuccia a polvere che dice usata in molti luoghi per far delle feste piuttosto rumorose.
Ma prima ancora di Bacone sappiamo che i mori nell'anno 1275 all'assedio di Granada usarono una rudimentale secchia con un forellino nel fondo. Caricata di polvere nera sopra la quale era posta una dozzina di ciottoli, accostando una fiamma al forellino, la miscela esplodeva e scagliava lontano le pietre.
Si narra anche che i Crociati in Terra Santa sperimentarono a loro spese nientemeno che un "missile" a razzo. Una miscela esplosiva situata in fondo a un lungo dardo e poi accesa, imprimeva al dardo stesso una violenta accelerazione. Il proiettile volava contro le postazioni nemiche, e spargeva su di esse materiale incendiario.

Comunque sia, l'arte pirotecnica migrò in occidente dagli Arabi e da Bisanzio; prima in Italia in grazia dei continui contatti militari e mercantili degli italiani con l'impero d'Oriente; ma arrivò anche nella Germania settentrionale e nelle Fiandre, e fin dalla seconda metà del XIII secolo si riscontra nelle guerre dell'Europa occidentale l'uso di razzi e brulotti. A datare poi dalla metà circa del XIV secolo abbiamo anche notizie precise dell'impiego di vere e proprie armi da fuoco; le adoperarono, sebbene senza molta efficacia, gli inglesi alla battaglia di Crecy nel 1346; ma sino alla fine del Medio Evo sono prevalentemente impiegate negli assedi.
È proprio nel campo della tecnica degli assedi che le armi da fuoco portarono prima che altrove a una rivoluzione.

Una specie di precursori delle vere e proprie armi da fuoco portatili furono i bolzoni a razzo lanciati con la balestra, che nella seconda metà del XIV secolo sono d'uso comune. Ma già allora si incontrano specialmente nelle Fiandre leggeri cannoni a mano, i così detti tubi di tuono o bombarde manesche, che erano formati da una canna fissata posteriormente ad un cilindro di ferro, la cui cavità serviva a ricevere dalla bocca la polvere.
Ve ne erano pure di quelli a caricatore mobile, cioè con una capsula di ferro che dopo la carica si introduceva nella canna; di questo genere sembra siano stati i primi cannoni a mano fabbricati ad Augusta ed a Norimberga.

Dal principio del XV secolo si apprese poi a caricare piccole armi dalla bocca sempre più lunghe. Ma esse mancavano ancora del calcio, il che naturalmente ne rendeva assai difficile manipolarle; il soldato si cacciava sotto il braccio sinistro il lungo manico della sua arma, la levava in alto e faceva fuoco con traiettoria molto curva; si intende che in questo modo ogni mira era impossibile.

Inoltre sembra proprio che queste armi non erano affatto determinanti in uno scontro; questo soprattutto a causa del fatto che le prime armi da fuoco "portatili" lasciavano ancora molto a desiderare. Un arciere ben addestrato poteva lanciare 10 frecce al minuto con una certa precisione e con un raggio di 200 metri, mentre ci voleva diverso tempo per ricaricare una specie di archibugio degli inizi del '500 ed il suo fuoco era utile solo fino a 100 metri. Ma più che altro lo si usava per atterrire il nemico, incutere terrore con il boato.

Solo a XV secolo avanzato si aggiunse alla canna un calcio di legno che permise di appoggiare l'arma alla spalla. L'applicazione in ultimo fu quello del congegno per la miccia usando pietre focaie, che permetteva così all'occhio di badare esclusivamente al bersaglio nel momento dello sparo; congegno che consentì finalmente di mirare.
il primo massiccio impiego di armi da fuoco leggere quali l'archibugio in sostituzione delle compagnie di arcieri e alabardieri e delle nuove tecniche di combattimento è stata attribuito proprio ai tercios spagnoli (avendo vicini gli Arabi non c'è da meravigliarsi) anche se ancora si discute in merito a quale condottiero spagnolo assegnare la palma dell'iniziatore e dell'impiego su larga scala dell'archibugio. Per molti è considerato Consalvo de Cordoba, ma c'è anche chi vede in tale precursore il comandante più importante e rinomato di Carlo V: il Marchese di Pescara.
Quest'ultimo nel decisivo scontro di Pavia del 1525 deciderà di usare una tattica del tutto particolare, che ci viene ben descritta da Raffaele Puddu in questo passo: "Con pochi uomini una notte dopo l'altra, il Pescara si avvicina in tempi sempre diversi nel perimetro difensivo del nemico, poi ordina di sparare tutti gli archibugi con grande baccano al grido di "España! España!" poi se ne ritorna tranquillamente ai propri quartieri. Ripete più volte l'operazione nelle orer più diverse. I continui allarmi disorientano il nemico e ne impediscono il riposo finché decide di non dar più peso ad azioni che reputa solo dimostrative. E' il momento che l'astuto marchese attendeva: fatta la consueta scarica di archibugeria nei pressi del vallo, prende con sé 1.400 fanti, piomba in silenzio su un punto differente, penetra nel campo francese senza incontrare resistenza e scorrazza tra le tende, facendo strage dei nemici sorpresi nel sonno, per poi ritirarsi, indisturbato e senza perdite, coi prigionieri e col bottino".

Più utile e già da qualche tempo usato fu invece il cannone che nel giro di due secoli ebbe una grande evoluzione. La più antica forma di artiglieria pesante é il mortaio col focone applicato lateralmente verso la base. Così per caricarlo come per spararlo il mortaio veniva collocato in posizione verticale. In seguito il pezzo fu allungato o con l'aggiunta di una imboccatura o mediante l'inserzione del mortaio in un cilindro. In quest'ultimo caso l'arma era a retrocarica. Più tardi ancora il pezzo fu costruito col prolungamento in doghe di ferro saldate ed esteriormente cerchiate da pesanti anelli di ferro.
Questi ultimi cannoni avevano talora dimensioni colossali come quello chiamato «Tolle Grete», costruito a Gand nel 1382, che misurava cinque metri di lunghezza e pesava 328 quintali. Col perfezionarsi dell'arte della fusione tale genere di artiglieria fu sostituito sempre più dai cannoni di bronzo, in maggioranza ad avancarica. Ed anche di questi alcuni erano colossali, come uno costruito nel 1411 a Braunschweig, che abbisognava di una carica di 52-70 libbre di polvere e lanciava palle di pietra del peso di otto quintali in media. Peraltro questi colossi, non potendosi governare facilmente , ottenevano scarsi risultati.

 

All'inizio il cannone non ebbe un affusto vero e proprio, stabilmente ad esso destinato; partendo dalla famosa secchia araba usata a Granada, si collocò una canna su un letto di legno assicurato da saldi puntelli infissi in terra per impedire il rinculo. Passò molto tempo prima che si arrivasse, attraverso una serie di tentativi imperfetti, ad un buon sistema di affossatura dei pezzi, cioè ad un sistema che permettesse di puntare in tutte le direzioni e che assicurasse la mobilità del cannone indispensabile nell'azione campale.

Svariatissimi sono i calibri e le forme delle artiglierie usate nel XIV e XV secolo colubrine, mortai, serpentine, falconi, ecc.
In origine servirono da proiettili quegli stessi che venivano lanciati dalle macchine del precedente periodo: dardi, lance, travi, palle di pietra; dal 1350 all'incirca prevalgono in modo assoluto le palle; esse sono ancora prevalentemente di pietra, ma se ne incontrano di terracotta, di piombo ed anche di bronzo e di ferro: queste ultime alla fine soppiantano tutti gli altri proiettili; specialmente per operare brecce nelle mura delle città assediate le palle metalliche si rivelarono infinitamente più efficaci di quelle di pietra.

Faremo ancora un breve accenno delle istituzioni militari delle singole nazioni in aggiunta a ciò che se ne é detto altrove. Una menzione a parte meritano peraltro gli Ussiti, contadini ed artigiani di cui il genio di Giovanni Zisca seppe fare il più temuto esercito dell'epoca, sia servendosi della forza morale dell'entusiasmo, sia dando prova di doti stupefacenti nel campo della organizzazione militare, della tattica e della strategia. Fu l'inventore della guerra di "movimento" e dei "blitz" .

Infatti la sua superiorità consisteva in particolare nella mobilità straordinaria del suo esercito ed in una efficacissima combinazione della difensiva e dell'offensiva. Su mille soldati ussiti novecento combattevano a piedi e cento soltanto a cavallo; di più essi disponevano di cinquanta carri da battaglia. La barricata di carri, una specie di cittadella mobile, non è di per sè una invenzione di Zisca, giacché la si incontra già prima di lui fra i popoli slavi che se ne servivano per guardarsi le spalle ed i fianchi e per ripararvisi in caso di bisogno; Zisca però ne fece uno strumento di battaglia.
I conducenti vennero addestrati a formare in caso di bisogno con la massima rapidità un cerchio che accoglieva tutto l'esercito. Le fanterie allora, montate sui carri, attendevano qui tranquillamente l'urto della cavalleria nemica, mentre le artiglierie collocate sui carri medesimi entravano in azione. Con la stessa rapidità poi da questa difensiva si passava all'offensiva, veri e propri blitz.

La Spagna ci si presenta come una nazione ordinata militarmente; ogni spagnolo era obbligato a servizio militare dal 25mo al 50mo anno d'età; i ricchi servivano a cavallo (caballeros), i poveri a piedi. I primi costituivano il vero e proprio nucleo dell'esercito; ogni caballero scendeva in campo con un seguito di scudieri, novizi alla carriera cavalleresca e pedoni, vario a seconda della ricchezza di ciascuno. Più tardi, evidentemente ad imitazione degli eserciti mauri, anche gli eserciti cristiani spagnoli hanno truppe leggere, per lo più fanterie (gli almogavares, con termine arabo), adibite soprattutto a servizi di ricognizione e di sicurezza.

A datare dal XIII secolo stanno a capo degli eserciti dei funzionari regi, gli adelantados mayores; gli ufficiali superiori ad essi subordinati venivano scelti volta a volta in occasione d'ogni singola campagna. Verso il 1400 si ebbe in Castiglia una riforma degli ordinamenti militari; la leva fu riordinata e venne stabilito l'armamento obbligatorio per ciascuna persona prendendo a criterio il reddito che possedeva. Si distinsero a tale riguardo tre classi, la prima delle quali era tenuta a servire in completa armatura da cavaliere, la seconda con una armatura più leggera e con balestra a bolzoni, la terza con lancia e giavellotto.
In seguito l'introduzione delle armi da fuoco provocò una riorganizzazione delle fanterie; la fanteria spagnola nella seconda metà del XV secolo constava cioè di archibugieri (esbingerderos), di balestrieri (ballestreros) e di lancieri (lanceros ovvero escuderos). Queste riforme militari, nonché ulteriori importanti miglioramenti nel materiale d'artiglieria diedero ottimi risultati nella decennale guerra condotta da Ferdinando ed Isabella contro Granata. E cosa nuova erano quasi tutti spagnoli, pochissimi i mercenari di altri paesi.

Già l'esercito che il 2 gennaio 1492 completava la "Reconquista" issando la croce proprio a Granada, era largamente formato da spagnoli e solo poche decine erano i mercenari. Inoltre, allo stesso tempo si cominciò ad utilizzare su vasta scala "il fante", mentre lentamente la cavalleria leggera cominciò a farsi largo a danno della tradizionale cavalleria pesante.

È in questa guerra che il popolo spagnolo divenne un vero popolo di soldati; col rimanere tanti anni sotto le bandiere senza interruzione, compreso l'inverno, le truppe impararono ad operare in grandi masse con unità di manovra e di indirizzo e ad obbedire ad un solo comando. Le splendide qualità militari degli spagnoli: pazienza, coraggio, subordinazione, ebbero modo di disciplinarsi e perfezionarsi, ed in queste dure campagne fece la sua scuola quella fanteria che riempì della sua fama il XVI secolo dopo che nelle campagne d'Italia, susseguite alla guerra di Granata (dal 1495) ebbe trovato in Gonsalvez Fernando di Cordova, «il Gran Capitano» un insuperabile generale ed organizzatore. Ma non gli fu di meno il già ricordato Marchese di Pescara il comandante più importante e rinomato di Carlo V. Il primo come il secondo sono considerati i precursori di eserciti con armi da fuoco.


Quanto alla Francia, nella secolare guerra con gli inglesi i francesi avevano per lungo tempo avuto la peggio; ma per lo meno gli insegnamenti delle passate sventure non andarono perduti. Le quindici compagnie d'ordinanza, istituite, come già accennammo, da Carlo VII nel 1445 sono il primo esempio di un esercito permanente agli ordini diretti della corona, mantenuto anche in tempo di pace. Ciascuna di queste compagnie contava all'inizio cento lance, il che significava in realtà che comprendeva seicento uomini, perché ogni «lancia» comprendeva, oltre al maître od homme d'armes in completa armatura, tre archers armati alla leggera, uno scudiero (ecuyer o coustillier) ed un valet, tutti a cavallo.
A capo di ogni compagnia stava un capitano nominato dal re, avente ai suoi ordini un lieutenant; altri gradi che non esigevano la nobiltà della nascita ma dovevano essere conferiti per merito personale erano quelli di guidon, einseigne (probabilmente entrambi gradi di alfiere) e maréchal de logis (quartiermastro). Ogni compagnia portava una uniforme con i colori e l'arma del suo capitano. Più tardi le compagnie furono divise in due reparti (cornettes), l'uno formato dai cavalieri, scudieri e valletti, l'altro dagli arcieri.

L'affluenza degli aspiranti ad entrare in queste compagnie fu così grande che spesso l'organico di ciascuna si dovette aumentare con l'aggiunta di cento volontari. Luigi XI poi, proseguendo sulla stessa via, arruolò un corpo di fanteria regolarmente stipendiato, che, organizzato in tre anni (1480-1483) nel grandioso campo di manovre di Pont de l'Aube, fu distribuito nel paese in guarnigioni stabili. Invece per le fanterie necessarie in guerra Luigi preferì servirsi di mercenari stranieri, specialmente tedeschi e svizzeri.

Ad imitazione della Francia anche il duca Carlo il Temerario di Borgogna costituì dodici compagnie di «lance» (1472), le quali però, a differenza dei loro modelli francesi, comprendevano cavalleria e fanteria; ogni lancia constava del cavaliere, del suo scudiero (coustillier), e di due arcieri a cavallo, più due colubrinieri e due piqueniers a piedi. Mista di cavalleria e fanteria era pure la guardia del corpo del duca che contava in complesso circa duemila uomini. In generale l'esercito borgognone, per il quale il duca spendeva un paio di milioni di lire all'anno, era più perfezionato degli altri; la sua artiglieria era più numerosa e svariata, il numero dei pezzi salì sino a trecento che si traevano dietro duemila grandi carri di munizioni.
Così pure era dotato di reparti tecnici, carpentieri, fabbri, ecc.; aveva inoltre un materiale da ponti trasportato su grandi carri e che poteva servire ad attraversare un fiume anche largo mille piedi, oltre a una grande quantità di materiale da campo.

In Germania re Massimiliano istituì nel 1498 la prima truppa permanente: quattro squadroni di cavalleria arruolati in Austria, ciascuno dei quali composto da duecento lancieri, da quindici mercenari stranieri e da venticinque cosiddette «lance» ; ogni lancia comprendeva un cavaliere di nascita nobile («Kyrisser») seguito da sette uomini montati anch'essi. I « Kyrisser » dovevano essere corazzati da capo a piede e cavalcare un cavallo a sua volta coperto con un mantello di piastre. Al servizio permanente di Massimiliano troviamo inoltre degli ussari, verosimilmente di origine ungherese, e la cavalleria leggera degli « stratioti ».
Maggior fama acquistarono le fanterie tedesche dell'imperatore, i così detti «Landsknechte» (lanzichenecchi, propriamente truppe indigene). Esse furono dovute alla reazione contro i mercenari stranieri (in Germania chiamati «Bocke» o «Trabanten») che tutti i principi e tutte le città erano abituati a prendere a soldo; si trattava per lo più di italiani (principalmente di genovesi), boemi e svizzeri («Reislaufer»), i quali ultimi specialmente erano ricercati da tutti gli Stati in grazia della fama che godeva la fanteria svizzera.

E con i mercenari svizzeri si generalizzò anche la loro famosa tattica di combattimento, che venne adottata pure dalle fanterie nazionali tedesche. Con questi lanzichenecchi Massimiliano fece tutte le sue guerre e diffuse in tutta Europa l'istituzione, che si è voluta attribuire a lui insieme col nome, mentre certamente esisteva prima, il nome come la cosa. Già la vittoria di Guinegate (1479) Massimiliano la dovette al valore dei suoi lanzi fiamminghi, e ciò lo spinse a promuovere in più larga misura gli arruolamenti di tedeschi, allo scopo di trarre profitto dalle esuberanti forze militari della nazione e di emanciparsi dagli stranieri.
Per accrescere il prestigio delle proprie fanterie vi accolse a preferenza dei nobili, soprattutto dei suoi dominii aviti. Ma una volta ammessi nel corpo, essi non godevano privilegi di sorta, ed a tutti era ugualmente aperta la carriera per arrivare ai posti superiori.

La cura dell'arruolamento venne affidata a capitani, ciascuno dei quali doveva pensare a mettere assieme la sua compagnia di 400 a 600 uomini. Un certo numero di queste compagnie formava un reggimento; ognuna di esse comprendeva lance, alabarde ed archi. Lo stato maggiore della compagnia contava accanto al capitano un suo luogotenente, il «Fàhnrich», ed un furiere (il « Feldwaibel »); lo stato maggiore del reggimento, oltre il capo, annoverava un ufficiale di ispezione, un quartiermastro ed un carceriere («Profoss»). I gradi più bassi erano conferiti per elezione dagli stessi soldati; e questi ultimi giudicavano anche i reati dei propri compagni.

In campo gli arcieri formavano l'avanguardia, il rimanente il grosso dell'esercito, in cui una prima linea era costituita da uomini armati di lunghe lance, una seconda da armati di spada, una terza da alabardieri; il rimanente operava sui fianchi. La montatura dei lanzichenecchi fu sin dall'inizio molto pittoresca ed a colori pomposi, ma non esagerata, elegante e semplice di taglio; sulla fine del XVI secolo invece questa semplicità si smarrì e l'uniforme divenne variopinta e caricata fino al fantastico.


Questa non fu del resto che una manifestazione della generale decadenza in cui si trovava il corpo dei lanzichenecchi in quest'epoca, a causa delle abitudini di dissolutezza e del vizio del bere che vi si erano infiltrati. Il suo periodo di massimo splendore è rappresentato dalle campagne in Italia all'inizio del XVI secolo sino alla presa di Roma ed alla morte del più famoso condottiero di lanzichenecchi, Giorgio di Frundsberg.

Finalmente molti tratti caratteristici presentano le milizie italiane. Qui assunsero precocemente un grande sviluppo le milizie comunali. Tutta la popolazione delle città, specialmente in Toscana ed in Lombardia, era organizzata militarmente per la guerra difensiva ed offensiva. Le truppe erano suddivise in reparti (gonfaloni) capitanati da un gonfaloniere; il duce supremo procedeva sopra un carro, detto carroccio; il comando supremo spettava al podestà. Nel tardo Medio-Evo l'Italia però divenne il paese dei mercenari e delle compagnie di ventura. Le incessanti guerre intestine ingenerarono l'uso di assoldare mercenari, e costoro poi si emanciparono da qualsiasi dipendenza, si raccolsero sotto il comando di sperimentati condottieri per sfruttare il loro mestiere dandosi al miglior offerente.

A principio del XIV secolo questi eserciti mercenari divennero diciamo così delle vere imprese per l'industria della guerra. La così detta Compagnia senese (dal 1322), la Compagnia di S. Giorgio, fondata un po' più tardi da Leodrisio Visconti, ed altre influirono profondamente sulle sorti degli Stati della penisola.

Dal 1342 spuntò in Italia anche un condottiero svevo, Guarnieri d'Ueslingen, le cui orde di avventurieri d'ogni paese al servizio di questo o quel padrone funestarono la penisola e specialmente nell'Italia centrale si resero temibili anche ai dinasti più potenti.
Questi capi di mercenari non sono del resto che i precursori dei grandi condottieri italiani della fine del XIV secolo e del XV secolo che per primi dai tempi romani risollevarono il mestiere delle armi al grado di un'arte, in quanto le loro campagne rappresentarono lo svolgimento di un concetto e di un piano prestabilito di cui cercarono la soluzione tattica più perfetta in tutti i particolari di esecuzione.

Non pochi di questi condottieri furono dei veri e propri talenti militari, per quanto spesso tale loro dote abbia degenerato in una virtuosità, nell'amore della guerra per la guerra senza alcun interesse per la causa che difendevano; ciò che li portò a trarre per le lunghe le campagne, a far della guerra un gioco di maestria, evitando le azioni decisive e mirando piuttosto ad avvantaggiarsi sull'avversario con abili manovre che a distruggerlo definitivamente.

I successi tattici ottenuti da condottieri come Francesco Sforza, che salì fino al grado di duca di Milano, Braccio da Montone, Colleoni e Piccinino, Carmagnola, ecc., sono tanto più mirabili in quanto le loro truppe non erano certo le migliori e le più maneggevoli. Il nucleo e la forza principale di queste bande stava nella cavalleria; la fanteria che esse possedevano era scadente ed utilizzabile soltanto per i combattimenti frazionati in terreno accidentato ovvero in trincea. Scarsa e difettosa era l'artiglieria, in parte anche a causa del disprezzo che gli italiani della rinascenza e sopra tutto i condottieri nutrivano per le armi da fuoco che consideravano poco convenienti alla dignità dell'arte militare vera la quale a loro parere doveva basarsi solo sul valore individuale. Macchiavelli nella sua Arte della guerra trascurava il peso crescente delle armi da fuoco; inoltre c'era il codice cavalleresco che era basato sulla lealtà e il rispetto del proprio avversario: durante lo scontro rifiutava perentoriamente l'uso delle armi da fuoco, in quanto andavano contro quello che veniva considerato "il giudizio divino"

Con lo sviluppo delle compagnie di ventura e dell'arte militare applicata si sviluppò pure in Italia sulla fine del Medio-Evo una scienza correlativa, ed anzi essa cominciò ad essere oggetto di dilettantismo e divenne una specie di moda nelle classi elevate il far mostra di conoscenze militari. Ma quando questo avvenne le compagnie di ventura erano già in via di decadenza; dalla calata in Italia di Carlo VIII esse cedettero il posto agli eserciti meglio organizzati delle grandi potenze europee.

Lasciamo qui le cose di guerra e dedichiamoci al capitolo
non meno importante di questo periodo...

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