SECONDA GUERRA MONDIALE - ANNO 1943-1944

MA L'ORDINE ERA : "CHIETI KAPUT"


CHIETI.... UNA DELLE PIU' ANTICHE CITTA' D'ITALIA (fondata nel 1181 a.C.)
3200 ANNI FA !!!!!

memorie di un bambino ospite
per 6 anni nel dramma infernale di Chieti
Ma che lezione di vita !!!

GRAZIE CHIETI !!!!

 

In altre pagine dell'anno '43 ( vedi > > ) ho già narrato la famosa fuga a Chieti del Re e di tutto lo Stato Maggiore dell'esercito. (fuga perchè dissero "qui ci taglieranno la gola" dopo l'annuncio del "Tradimento" (By Badoglio).

QUI in qualche riga forse mi ripeto, ma è perchè voglio riassumere in un unica pagina, non solo i ricordi di un dramma da me vissuto a Chieti, ma cosa ha rappresentato per me Chieti, nella mia adolescenza, nella mia gioventù e per tutto il resto della mia successiva avventurosa vita. Dove non ho mai passato il tempo solo per sopravvivere. E qui mi scuso se l'intera storia POI ..... NELLA SECONDA E TERZA PARTE....

assumerà una sorta di una mia personale biografia a Chieti e in seguito; che potete benissimo fare a meno di leggere.

Infatti dopo i fatti nudi e crudi, i drammi e le sofferenze, narro come e perchè io arrivai a Chieti e che cosa ha poi rappresentato per me Chieti. Quando ancora oggi ne sento il nome, si tende la corda nella profondità della mia anima, anche se dalla stessa corda viene fuori molta tristezza simile a quel miserere di quei violini che accompagnano la Via Crucis di Chieti. Perchè a Chieti ho sofferto molto, non solo fisicamente, ma moralmente; perchè ho visto le brutture dell'animo umano che già a 8-9-10 anni - bambino ma attento osservatore - che mi hanno sconcertato e di conseguenza mi sono rimasti impressi gli orrori nei successivi anni. Sono brutali esperienze che ti lasciano il segno nell'anima.
Esperienze dove mi facevano più impressione i vivi che non i tanti morti. E questi vivi - non cer
to di Chieti, - non erano per nulla esseri umani, ma solo marionette impazzite che avevano spesso un terribile vuoto negli occhi.
E con certe esperienze si cresce in fretta, e si crede sempre meno alle storielle morali, filosofiche e religiose inventate dagli uomini "saggi"; esperienze che spesso ti portano a una amara conclusione, quando - memore di quanto hai visto, e vissuto vicino a certi uomini-bestie - ti chiedi con il necessario distacco, agnosticamente, che senso ha la vita. Quella breve vita che molti credono eterna e che invece é solo un soggiorno su questo pianeta di appena 1000 mesi > .
(che se vissuti intensamente sono tanti, ma sono pochi per chi invece li spende in una apatica noiosa farsa, e in una effimera esteriorità).

 

COMUNQUE GRAZIE CHIETI !!!!!!
PER ME SEI STATA GRANDE !!!!!!!! E.... TI DEVO MOLTO !!!!!!!
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Abitavo con i nonni e gli zii (per mia fortuna con delle persone straordinarie) nell'edificio appoggiato a Palazzo Mezzanotte, con l'entrata in Via Arcivescovado numero 6. Oggi questa casa che forse era una antica servitù del Palazzo è stata sostituita da un condominio - Il Palazzo Mezzanotte oggi termina al N.4). in superficie il nostro cortile divideva con un basso muretto il cortile del Palazzo, mentre le ns. cantine erano sotto di noi comunicanti con quelle dello stesso Palazzo. Tempo addietro probabilmente la nostra casa era riservata al personale di servizio. Fra l'altro solo nel nostro cortile esisteva un pozzo-cisterna, profondissimo (ca. 40 metri), da più di un secolo abbandonato; mi si diceva che era stato costruita ancora dai Romani e che forse era collegato con altri pozzi della piazza, dove ci dovevano essere anche i palazzi. Piazza dove oggi vi sorge sia la cripta, sia la cattedrale, via via sempre più imponente. In seguito fu poi costruito il recente Palazzo di Giustizia e lo stesso Palazzo Mezzanotte.

In questa casa ho assistito a tre grossi storici eventi. La fuga del Re e di tutto lo Stato Maggiore da Roma; poi fuggiti loro l'arrivo sempre a Palazzo Mezzanotte del Comando tedesco; ed infine l'arrivo del comando americano dopo l'avvenuta liberazione del giugno '44.

Ma partiamo dall'inizio. Dal famoso 9 settembre 1943, quando iniziò la famosa fuga da Roma dei reali e di tutto lo Stato Maggiore dell'esercito e giunse a tarda mattinata proprio a Chieti a Palazzo Mezzanotte.

Mentre i Sabaudi proseguivano per Crecchio ospiti di una nobile, aspettando un segnale per andare a Pescara ad imbarcarsi, gli altri (nobili e alti ufficiali (circa 200) dello Stato Maggiore) rimasero tutto il giorno a Palazzo Mezzanotte con il cuore in gola, visto che da Roma e dal Brennero giungevano notizie poco rassicuranti.
I tedeschi si erano impossessati della capitale (in verità essa fu consegnata ai tedeschi il giorno 10 dal genero del Re Calvi di Bergolo. Che parlando alla 1a divisione Centauro che lui unì alle unità tedesche fece loro un ambiguo discorso "L'ora grave che volge impone a ognuno serietà, disciplina, patriottismo fatti di dedizione ai supremi interessi della Nazione". E aggiunse pure che "era non solo patriottico ma era un onore entrare e giurare dentro l'esercito di Hitler").
Ripeto: da notare mentre il suocero & C. era fuggiti a Chieti.


Nello stesso giorno, 22 divisioni tedesche chiamate DA NOI (all'incontro di Feltre - per respingere in Sicilia il previsto lo sbarco angloamericano) stavano scendendo dalla Val d'Adige verso il centro Italia.
Poi verso le ore 14, i reali da Crecchio e gli altri fuggiaschi che erano a Palazzo Mezzanotte, si diressero a Pescara dove era previsto l'arrivo della nave della fuga verso il Sud.

Ma giunti a Pescara ebbero la brutta notizia che la nave non solo non c'era, ma era in alto mare né si sapeva quando sarebbe arrivata (sembra che fosse ancora ad Ancona - e forse solo quando erano arrivati a Chieti - in ritardo - la richiesero (!!perchè??).
A quel punto la carovana fece ritorno a Chieti, circa un centinaio nuovamente a Palazzo Mezzanotte mentre i Reali proseguirono nuovamente per Crecchio.
(qui é descritto nei particolati la famosa giornata a Crecchio dei Reali http://www.reumberto.it/bufera3.htm )

Badoglio rimase invece a Pescara in attesa della torpediniera "Baionetta" partita da Ancona. Avrebbe poi avvisato quando sarebbe arrivata. Ma questa solo a tarda serata attraccò a Pescara; Badoglio ci salì sopra e ritenne opportuno avvisare - ma solo alcuni - fuggiaschi a Chieti e a Crecchio. Disse loro di non scendere nuovamente a Pescara ma di lasciare immediatamente Chieti e andare a imbarcarsi ad Ortona.
A tarda serata arrivò (ma solo ad alcuni) la notizia che a Pescara non sarebbe più arrivata la torpediniera per prenderli tutti a bordo per fuggire a Sud. Ma solo pochi ricevettero l'indicazione per Ortona. E lì scoppiò il finimondo; tutti si sentirono traditi
. Quelli più lesti e più furbi (o solo quelli che da Pescara erano stati avvisati del cambio programma (erano una cinquantina) senza dire niente agli altri con le loro macchine (poche perché in giro non vi era benzina) partirono per Ortona per imbarcarsi pure loro. (infatti al Porto di Ortona ci fu poi una ressa per salire a bordo della piccola torpediniera).

Fra tutti quelli che stavano aspettando, si susseguirono notizie vaghe, ed erano agitati e pochi sapevano cosa dovevano fare. Ma rimanere dentro Palazzo Mezzanotte - con le allarmanti notizie che giungevano da Roma - qualcuno intuì che quel Palazzo stava diventando una trappola. Era quasi una certezza che i tedeschi (con l'annuncio dell'8 settembre sera ) avrebbero in malo modo reagito per il tradimento sabaudo-badogliano che si stava concretizzando proprio in quelle ore, a Roma e poche ore dopo a Chieti.

Poi partiti la sera solo quelle macchine per Crecchio l
a tensione verso le ore 22 salì ai massimi gradi, e alcuni - capita o no la situazione - non si preoccuparono più di avere notizie che erano sempre più vaghe, ma con avvedutezza pensarono alcuni Nobili e Regi Ufficiali di salvare almeno la pelle, sgaiattolando via con molto poca nobiltà, scappando nella notte come dei ladri.
Tutto questo davanti ai nostri occhi
, visto che le macchine erano tutte nei grandi garages sotto casa nostra.

A
Palazzo Mezzanotte la cosiddetta Fuga di mezzanotte diventò una scena pietosa !! I nobili (pieni di ori e di averi) che avevano seguito la fuga del Re, della Regina, il figlio Umberto e tutto lo Stato Maggiore, si sentirono abbandonati, traditi. Badoglio, che a Chieti tutti aspettavano, non si era fatto più vivo e nessuno sapeva dov'era. (come detto sopra lui aveva avvisato solo alcuni gerarchi e i reali che erano a Crecchio). solo
Intrappolati, disperati, non sapendo dove andare, anche perchè - come già detto - molte macchine non avevano più carburante nè lo si trovava in giro.
Scene non proprio nobili, fra gridi, pianti, recriminazioni, accuse molto molto pesanti. Gli ufficiali che erano con loro si disinteressarono delle lo apprensioni, si tolsero le divise, si vestirono in borghese, abbandonarono perfino nel palazzo quanto si erano portati dietro - pacchi di documenti, cartelle, borse, divise, che ora diventavano compromettenti e rappresentavano una fastidiosa zavorra per la fuga - e visto che molte di quelle belle macchine non si muovevano, le abbandonarono e molti di loro in sordina si dileguarono nella notte pure loro a piedi, come dei ladri.
Molti soldati italiani lasciati allo sbando a Roma come a Chieti stesso, cosa dovevano fare? li imitarono abbandonando l'esercito e le caserme per nascondersi o darsi alla macchia nelle campagne o in montagna.

Verso le ore 23 nell'intero palazzo non c'era più nessuna anima viva. Nei grandi garages sotto il palazzo (si entrava dal n.4 ma erano collegati anche al n.6, alla nostra casa) vi erano rimaste molte macchine, tutte abbandonate. Alle ore 24 non vi era più in giro una sola persona.
Da casa nostra questo silenzio assordante, dopo la enorme confusione che c'era stata per tutto il giorno e fino a un'ora prima, era piuttosto inspiegabile. I miei zii e nonni non riuscivano a darsi una spiegazione. Pure per loro le notizie erano vaghe.

Dato che per tutto il giorno e per tutta la sera io ero stato sempre nel cortile del Palazzo in mezzo a questi fuggiaschi, a quell'ora tarda di notte, i miei nonni e zii mi pressarono "Franchino, vai a vedere cosa è successo, a te ti conoscono e come al solito a te non dicono nulla".
Così a quell'ora notturna, c'era solo un bambino che si aggirava in un palazzo rimasto deserto, con in ogni angolo, casse e pacchi dal contenuto più vario, piene di cartelle di documenti, di fotografie, pacchi di lastre fotografiche avvolte in carta oleata, e tante tante divise con sulle spalline tanti gradi d'oro e d'argento; tutto abbandonato.

E quel bambino era il sottoscritto che qui scrive. Che poi rivisse la stessa scena, quando poi 10 mesi dopo, in un'altra concitata notte, i fuggiaschi di Palazzo Mezzanotte furono questa volta quelli del comando tedesco incalzati l'8-9 giugno del '44 dagli americani.

Alla Mezzanotte del 9 settembre, usciti gli ultimi fuggiaschi da Palazzo Mezzanotte ormai deserto, nella stessa ora cadeva pure l'immunità per la fuga di chicchessia, anche perchè con quella "fuga a sud", i tedeschi che erano a Chieti (fra l'altro in gran segreto quattro ufficiali erano proprio a casa nostra da 2 giorni - ce l'avevano requisita perché dal nostro terrazzo si vedeva non solo tutta la valle del Pescara, ma anche il Gran Sasso, dove'era stato confinato Mussolini guardato a vista dagli uomini di Badoglio).
In quei 2 giorni, sempre a casa nostra, ma senza avere alcun contatto con i sopraggiunti fuggiaschi, avevano già allestito una potente radio ed erano in continuo contatto con Hitler. Riferendo cosa stava accadendo sia a Roma che a Chieti.
Ovvio che proprio da Chieti e proprio vedendo quella fuga nella notte verso Sud, i tedeschi ebbero la chiara sensazione che erano stati traditi.


Proprio in quelle ore, a mezzanotte scattò il piano d'occupazione tedesco della città. Chi non si diede alla macchia, in città o lungo quelle strade dei colli chietini, furono o catturati e deportati. Forse i più fortunati furono proprio quelli che - capita la situzione - erano fuggiti in alcuni casali, giù dalla "ripa" prospiciente il Palazzo; lì salvarono la vita e forse, qualche denaro.
Poche ore dopo, perfino gli innocenti duchi di Bovino che avevano per due volte nell'arco della giornata dato alloggio al Re nella loro casa a Crecchio, non furono risparmiati; infatti il giorno dopo il loro castello fu distrutto e incendiato e gli stessi duchi dovettero fuggire per non finire deportati  in Germania (o forse ci finirono, non so). Il re e Badoglio non avevano lasciato a loro quell'immunità tedesca per la fuga, che valeva -ovviamente- solo per loro.
E su questo ne possiamo essere certi.

Riflettiamo ancora su un singolare particolare. Il Re fugge, Umberto fugge, Badoglio fugge, tutti fuggono da Roma. Sanno benissimo cosa accadrà ....(firmato l'armistizio - fra l'altro firmato 5 giorni prima), nè avevano fiducia dell'accennato aviosbarco-intervento americano per la programmata liberazione di Roma. Ma qualora ci sarebbe stato questo intervento, sapevano che avrebbero dovuto schierarsi contro i tedeschi, e questi avrebbero reagito.


Ammettiamo che temono i tedeschi, quindi dato che ora sono "alleati" (ma non formalmente) con gli anglo-americani
(ma Taylor aveva molti dubbi "hanno più paura di noi che dei tedeschi") la miglior cosa sarebbe stata quella di andare in un territorio occupato a sud già dai nuovi alleati; invece cosa fanno? Vanno a Chieti, città scelta da alcuni giorni da KESSELRING per insediarvi il comando strategico per fermare Montgomery che da sud si dirigeva a nord verso la valle del Sangro.
Non dobbiamo dimenticare che pochi giorni prima, il 31 agosto era stata bombardata e quasi rasa al suolo Pescara.
Poi (ma qualcosa accadde !!) solo nella tarda mattinata del 9 quando i fuggiaschi erano giunti a Chieti questi via radio chiesero una motonave al porto di Ancona da far giungere a Pescara. I fuggiaschi improvvisamente avevano deciso di non rimanere più a Chieti ma andare via mare a sud verso
Brindisi dove gli anglo-americani vi erano quasi giunti.

Da notare che i reali il mattino non si erano fermati a Chieti, ma come già detto sopra si erano diretti al castello di Bovino ospiti inattesi dai duchi. Qui pranzarono poi il primo pomeriggio ripassarono da Chieti e con il resto dei fuggiaschi andarono a Pescara per imbarcarsi nella fantomatica Baionetta. Inutilmente perché la motonave non era ancora arrivata a Pescara, era ancora in alto mare e ne fu prevista l'arrivo solo nella tarda serata. Essendo pericoloso rimanere a Pescara, i reali a quel punto rifecero la stessa strada e tornarono a Bovino in attesa; gli altri fuggiaschi ritornarono a Chieti, mentre Badoglio si fermò a Pescara ad aspettare la motonave... Che solo a tarda serata arrivò, lui vi si imbarcò per poi dirigersi a sud, a Ortona, dopo aver comunicato a Chieti - ma solo ad alcuni - di raggiungere in fretta nella notte il porto di Ortona. Gli altri ignari del messaggio badogliano, quando videro partire alcuni in sordina con le poche macchine ancora disponibili, ovvio che pensarono di essere stati abbandonati.

Tutto il nord Adriatico- quindi la vicina Pescara - quasi fino a Ortona era in mano tedesca; infatti perchè mai gli anglo-americani avrebbero il 31 agosto (8 giorni prima dell'8 settembre) e poi ancora il 14 settembre bombardato due volte e raso al suolo Pescara con 4.000 morti?
Eppure i fuggiaschi partendo da Roma dove vanno? Vanno a Chieti ! che è solo a circa 7 km in linea d'aria da Pescara, su un cocuzzolo, come un grande fortificato naturale castello - e proprio come tale verrà poi strenuamente difeso dai tedeschi per sbarrare il passo a Montgomery, e questi a sua volta a farlo bombardare per aver via libera al Nord e verso Roma).

Poi è possibile? che Umberto nella sua fuga col padre lascia moglie e quattro figli (fra cui il principino Vittorio Emanuele) disinformati della fuga?
Addirittura "li dimentica" (!?), Erano in vacanza in Val D'Aosta dove il territorio era da tempo già in mano tedesca. Senza possibilità di fuga, salvo mettersi a fuggire oltre le Alpi. Sia al passo del Piccolo che al Grande S. Bernardo (a Martigny c'era un blocco tedesco) le armate tedesche sono già allertate e anche a Ivrea, Cavaglià e a Greggio (impossibile raggiungere la Svizzera o la Francia) non si passa. Ebbene, sua moglie Maria Josè e il suo aiutante capitano Arena appresero, l'"armistizio", la "resa", 
il "tradimento" e la "fuga" e pure loro dalla radio. (vedi qui la storia Maria Josè > > > (Arena che era a loro addetto, era anche in confidenza con Maria José, e alla notizia commentò "qui ci hanno abbandonati" e - temendo il peggio - si diede molto da fare da solo per salvare la pelle a lei e ai principini).

Un'altra figlia Mafalda l'8 settembre (anche lei ignara della fuga e soprattutto il luogo della fuga) dopo aver partecipato a un funerale in Ungheria, si appresta a rientare a Roma da Budapest. Dall'Italia però qualcuno la informa che la Casa Reale ha lasciato la capitale e si è rifugiata a Chieti. Il 9 sera lei prende a Budapest un aereo di fortuna e atterra di notte a Pescara per raggiungere Chieti, dove qui giunge il 10; ma solo allora apprende l'avvenuta fuga a Brindisi fatta durante la notte del 9.

Potrebbe fuggire anche lei a sud, come hanno fatto tutti, ma lei ha i figli a Roma; è costretta a fermarsi qualche giorno
a Chieti, dal 12 al 21 settembre fu ospitata a Palazzo Massangioli. Poi finalmente (anche se fu dissuasa, dicendole che i figli erano al sicuro in Vaticano) il 22 trova un mezzo di fortuna e raggiunge la capitale ormai da giorni in mano tedesca. Fa appena in tempo a rivedere i figli, poi il 23 mattina è chiamata al comando tedesco con urgenza, per l'arrivo di una chiamata telefonica del marito che lei sa essere a Kassel in Germania. Ma qui pure lui era stato arrestato perchè considerato pure lui un traditore). La telefonata è un tranello. Viene subito arrestata, messa su un aereo con destinazione un lager in Germania, dove ci morirà (vedi la sua triste storia nel link appena indicato sopra)

Molti storici si sono chiesti sempre, come mai la fuga dello Stato Maggiore e del Re da Roma non fu contrastata dai tedeschi? Loro si tennero in disparte. Cosa veramente accadde in quella notte che pochi italiani conoscono? Risponde chi scrive che era presente, visto che abitava con i suoi nonni e zii quasi dentro Palazzo Mezzanotte, una adiacente costruzione adibita un tempo alla servitù dei nobili che la abitavano e che (oggi demolita) faceva
corpo e sovrastava l'intero cortile interno.



1 Palazzo Mezzanotte - 2 Terrazzo e Casa dell'autore di Storiologia


casa mia, . il TERRAZZO - . il CORTILE comunicante con il Palazzo

Io nel Terrazzo

  L'autore l'8 settembre 1943.
Nello sfondo il Palazzo di Giustizia
. Quella dietro è una delle finestre di Palazzo Mezzanotte.

(oggi l' edificio che faceva corpo con Palazzo Mezzanotte
non esiste più, vi sorge un condominio.)

Da questo nostro terrazzo si vedeva tutta Chieti Scalo, la valle del Pescara, e.... il Gran Sasso !!!


 

I grandi magazzini dove furono messe tutte le macchine dei fuggiaschi erano tutti sotto casa nostra, al numero 4 e 6 di via Arcivescovado - una laterale all'edificio - tutti comunicanti con il Palazzo. E quelle belle e lussuose macchine - tutte fuori serie - chi scrive se le ricorda tutte. Non è facile dimenticarle, perchè prima di allora macchine così non le aveva mai viste. Inoltre il nonno seguitava ad indicargli questo o quel noto personaggio, che aveva visto sopra i cavalli bianchi nelle prime pagine illustrate quando gli sfogliava la collezione della Domenica del Corriere. (ma i commenti di mio nonno, in questa occasione erano di disprezzo. Lui indibbiamente aveva capito benissimo cosa stava succedendo).

L'appoggio (o passiva copertura per solo quel giorno 9) dei tedeschi alla fuga da Roma era più che palese. Visto che a casa nostra da due giorni  - in gran segreto - 4 ufficiali tedeschi ci avevano requisito le due stanze perché queste davano sul terrazzo con vista su Chieti Scalo e anche verso il Gran Sasso (perche? perché ormai anche i polli a Chieti, tornando dalle ferie di agosto in montagna, sapevano che Mussolini era al Gran Sasso. E la funivia non aveva cessato di essere in funzione.

Quelli insediatisi a casa nostra era un gruppetto di 4 ufficiali della III armata corazzata tedesca, tutti collegati via radio - piazzata nella stanza matrimoniale dei miei nonni - con il Rastenburg in Prussia Orientale, dove in quei giorni
Hitler aveva il suo Quartier Generale.
Fra questi ufficiali c'era un certo Priebke (diventato poi famoso per l'eccidio delle Fosse Ardeatine) che saputo dai gitanti chietini (fatti sloggiare in montagna) che tornavano dal Gran Sasso che a Campo Imperatore c'era Mussolini, si procurò a Chieti una topolino, si vestì in borghese - con un pastrano datogli proprio da mio nonno - e partì per andare a vedere di persona l'illustre prigioniero e l'anomala situazione che si stava creando in quelle ore.

Come un qualsiasi turista lui arrivò alla partenza della funivia e riuscì pure a salire a Campo Imperatore dove incontrato un ignaro pastore questi gli confermò la presenza dell'illustre prigioniero dentro l'albergo, guardato a vista dai suoi carcerieri messi proprio da Badoglio.
Ebbe Priebke cosi il modo di vedere e quindi di disegnare su un foglio i dintorni dell'albergo, la planimetria del terreno; notizie che poi portò con se' a Roma dove (dopo la fuga dei Reali) già si stava progettando la liberazione di Mussolini con un colpo di mano alla base della funivia; ma il sopraluogo di Priebke (lui fece questa considerazione: "lassù se ci sono arrivato io ci può arrivarci chiunque, e quindi anche gli americani") fece abbandonare quell'intervento considerato troppo pericoloso e fece architettare una liberazione dal cielo con l'atterraggio di un aereo a Campo Imperatore previa la copertura di alcuni alianti. Ecco perchè lui disegnò le planimetrie.

Fin dalla mezzanotte del 9 sera, comunicando via radio l'elenco dei potenti personaggi - sovrano compreso - e l'intero Stato Maggiore che a Chieti si erano rifugiati e poi improvvisamente a mezzanotte avevano preso la strada del Sud, al Furher la situazione gli apparve qual'era: perfino incredibile!  l'alleato non solo gli aveva voltato le spalle con l'armistizio,  ma aveva lasciato l'intero esercito a Roma e il resto d'Italia allo sbando, visto che erano tutti lì, tutta l'alta gerarchia dello Stato Maggiore militare, tutti a Chieti, e da lì poi nel corso della notte del 9 improvvisamente tutti fuggiti a Sud.
Cose da non credere non solo per Hitler e tutti i tedeschi ma incredibile anche per tutti gli italiani!!!

Nelle prime ore della serata. Hitler dopo aver ascoltato alla radio la brutta notizia, dell'armistizio e dello sbarco degli anglo-americani, prevedendo (i servizi segreti funzionavano) anche un aviolancio nei pressi di Roma, alle ore 3 di notte del 9 settembre rivolgendosi a Goering espresse l'intenzione di far ritirare subito le forze tedesche dal suolo italiano "altrimenti qui a Roma ci mettono in trappola".
Ma anche Kesserling a Roma - alla stessa ora - era della stessa idea. Alcuni ufficiali avevano giù ricevuto l'ordine di abbandonare la capitale. Qualche comando aveva già bruciato documenti vari; alle 3 di notte del 9, una colonna alla guida Rahn era uscita precipitosamente da Roma ed aveva già raggiunto quasi Firenze.
.

Ma la clamorosa notizia di mezzanotte (della fuga a Sud) partita da Chieti, arrivò a Rastenburg (Q.G. di Hitler) e rimbalzò immediatamente a Firenze per ordinare a Rahn di fare "marcia indietro" e riportarsi a Roma. (dove poi qui il giorno dopo, ci fu la famosa consegna di Calvi di Bergolo della "Centauro"
ai tedeschi- ricordata sopra -. Ma poi di lui pochi giorni dopo non si fidarono più e lo fecero perfino arrestare.


A Palazzo Mezzanotte (o meglio agli ufficiali di casa nostra) gli ordini arrivarono la notte stessa (3-5 del mattino del 10) ed erano di occupare la città di Chieti, anch'essa lasciata senza nemmeno un ufficiale badogliano, e quindi di disarmare, deportare o rivolgere le armi verso tutti coloro che avrebbero disertato dalle file dell'esercito italiano (visto che si apprese che tutti stavano abbandonando le caserme per darsi alla fuga imitando i loro superiori).

Il contatto radio dei tedeschi da casa nostra era "non stop", continuo, notte e giorno, minuto per minuto, perchè solo da Chieti più che da Roma in quelle ore Hitler aveva veramente la visione globale dell'intera situazione italiana. Prevista, ma di questa grossa portata del tutto imprevista; tuttavia lui da tempo era già pronto - se gli italiani avessero tradito - a far scattare il Piano Alarico e mettere in movimento le 22 divisioni che erano in attesa al Passo del Brennero, al Passo Resia e a Dobbiaco (ma, come già detto, la sera prima già allertate e quindi nella notte stessa del 9 e all'alba del 10 una buona parte erano già giunte a Bolzano e a Verona). (il mio futuro suocero di Bolzano, fece appena in tempo a sfuggire alla retata, fatta subito prima nelle caserme, e poi ammassati dentro lo stadio di Bolzano, per poi deportarli in germania ai campi di lavoro.)

Ma il Piano Alarico era stato fatto quando non era stato messo in conto lo sbarco a Salerno nè il tanto temuto aviosbarco a Roma (che poi non ci fu). Nè tantomeno potevano immaginare l' esercito italiano allo sbando e la fuga del Re e di tutto il Quartier Generale.
Hitler dovette rivedere le mosse che aveva previsto. E le nuove mosse era di prendere posizione e asserragliarsi in Italia e soprattutto a Roma e al centro Italia, quindi anche a Chieti, dove quest'ultima rappresentava un valido baluardo alle truppe di Montgomery che stavano risalendo la penisola ed erano quasi giunti sul Sangro. Se lui fosse giunto a Pescara, Montgomery
avrebbe avuto via libera per raggiungere sia Roma sia per risalire a Nord.

Ma Hitler qui commise il suo più grave errore. Si andò a mettere per 10 mesi in trappola da solo! Mentre Kesserling non era affatto d'accordo. Lui - come abbiamo detto sopra - lasciata Roma nella notte, avrebbe voluto fermarsi alla Linea Gotica (Firenze-Bologna).
Ma quando ricevette l'ordine di tornare indietro e di andare occupare Roma, l'Abruzzo, e anche Chieti e Pescara, lui lo riteneva un errore - se l'avanzata di Montgomery avesse proceduto com'era nei piani degli angloamericani - si sarebbe messo in trappola. (ed è quello che accadde nei successivi mesi).

A Chieti, un aereo, uno Junker 88 partito da Chieti Scalo (già occupato dai tedeschi) - l'intera notte sorvolò spesso Palazzo Mezzanotte, poi da Ortona seguì la Baionetta con i fuggiaschi fino a Brindisi (lo conferma anche Badoglio nelle sue "Memorie") e dall'Adriatico l'aereo seguitò a mantenere il contatto con il Centro Radio di casa nostra a Palazzo Mezzanotte. A
Rastenburg, quindi sapevano insomma tutto, ora per ora, minuto per minuto. Ed erano increduli.

Tutti i presidi tedeschi in Italia, dai servizi segreti tedeschi - erano già stati informati fin dal 3 settembre, che il "golpe" del "tradimento" era nell'aria. (ma mai più pensavano che lo Stato Maggiore l'avrebbe comunicato solo l'8, lasciando Roma e allo sbando l'esercito intero, né tantomeno immaginavano la fuga del Re a Sud con tutti i generali del Comando Generale).

I tedeschi che - come detto - avevamo da due giorni in casa nostra, giunti i fuggiaschi da Roma, loro si mantennero sempre in disparte non ebbero il minimo contatto con loro e a noi curiosi e sorpresi dissero che erano ordini dall'alto e che i fuggischi se erano arrivati lì é perché avevano avuto a Roma - per insediarsi a Chieti - i lasciapassare firmati da KESSELRING (infatti di blocchi stradali i fuggiaschi da Roma ne superarono almeno 20 per arrivare a Chieti. (lo scrive e lo conferma anche Badoglio nelle sue "Memorie").
(per motivi di lavoro anche mio zio era andato il giorno 5 (domenica) a Roma; aveva dovuto superare ben una ventina di posti di blocco tedeschi).

Ma indubbiamente i lasciapassare per i fuggiaschi di Roma, erano solo per arrivare fino a Chieti, dove avevano fatto credere ai tedeschi che qui si sarebbero fermati per poi prelevare Mussolini a Campo Imperatore. Non per nulla, appena arrivati, requisirono tutte le stanze dell'albergo Sole e lo stesso Palazzo Mezzanotte. Qualcuno dei fuggiaschi ci dissero che lì si sarebbe installato un Governo Badogliano con il Re poco distante, a Crecchio.

Ma l'intera arteria fin dalle ore 18 della sera precedente (dopo l'annuncio di Algeri) era stata presidiata dai tedeschi; sulla direttrice, ad Avezzano c'era già in funzione fin dalla fine agosto un quartier generale di KESSELRING. Non era una strada qualunque, ma la più strategica di tutto il centro Italia, come dimostreranno i fatti dei successivi dieci mesi.
E Chieti per la sua posizione quasi aerea, dominante, nei piani di Hitler, era stata scelta per insediarvi il comando logistico-militare che avrebbe dovuto vigilare e con dei reparti scelti contrastare l'avanzata anglo-americana, dominando così da una parte a nord la valle del Pescara e dall'altra parte a sud le valli verso il Sangro (da dove voleva penetrare Montgomery).
Per fermare il generale inglese non esisteva una migliore posizione strategica come quella di Chieti (ed infatti la scelta di Hitler si rivelò (temporanemaente) esatta - a fine dicembre Montgomery era fermo ancora sul Sangro. E fermo lì per altri sei mesi vi rimase dal 1° gennaio in poi anche il suo sostituto gen. Leese.
Ma di certo né Hitler né i nuovi "Alleati" immaginavano che su questa linea entrambi si sarebbero fronteggiati per 10 mesi - diventando la zona per i tedeschi una trappola - Non solo, ma le tre battaglie a Cassino furono per i tedeschi una carneficina.


Torniamo alla avvenuta fuga nella notte del Re e di tutto lo S.M. a Brindisi.
A Chieti i pochi tedeschi- subito con l'arrivo di rinforzi giunti da Avezzano -
intervennero
all'alba del 10
e verso le ore 8-9
del mattino paralizzarono tutta la città.

Quando intervennero erano furibondi per il subìto "tradimento" dell'alleato.
Quella fuga e la breve permanenza a Chieti era stato forse solo un pretesto?
Quella fuga nella notte verso il Sud aveva sconcertato
anche i tanti fascisti che erano giunti assieme ai fuggiaschi.
Alle 8-9 del mattino erano ancora tutti presenti a Chieti, nulla sapevano della fuga della notte.
Avevano le idee un po' confuse, sul da farsi e con chi schierarsi.

Anche se fin dal 27 agosto sui giornali erano comparsi questi titoli:
"Via i tedeschi dall'Italia!" .

Poi il 9 settembre l'invito era stato ancor più deciso:
" Non più un soldato tedesco in Italia ! "
e anche " Morte ai fascisti traditori !"

Ora i tedeschi li avevano in casa !!! E tutti loro non avevano più un comando.


Nello stesso giorno 9 nella grande piazza davanti Palazzo Mezzanotte e nei pressi, durante la giornata, nelle ore contemporaneamente alla presenza dei fuggiaschi a Chieti, erano infatti affluiti migliaia di fascisti "di provata fede" (la divisione Legnano).
Non dimentichiamo che Badoglio aveva sciolto il PNF il 28 luglio! Perchè mai furono allora concentrati a Chieti tutti questi elementi fascisti appartenenti alla vecchia Milizia? (quelli che si erano poi - con lo sconcerto di Mussolini - a Roma subito messi a disposizione di Badoglio).
Fu detto a questi fascisti giunti
a Chieti al seguito, che dovevano proteggere il Re e lo Stato Maggiore e che la città di Chieti sarebbe diventata la nuova sede del governo e della casa reale. A tale scopo, nella stessa mattinata del 9 infatti erano state requisite - come già detto - tutte le stanze dell'Albergo Sole per lo stato maggiore militare e del governo. E requisito anche l'intero Palazzo Mezzanotte, e questo - dissero - sarebbe diventata la nuova residenza del Re.
(Non dimentichiamo che Chieti era la più monarchica città italiana. E anche dopo il conflitto, al Referendum del 2 giugno 1946, la Repubblica ottenne a Chieti solo 3.973 voti, mentre la Monarchia 14.248 voti, pari al 78%).

 

Nei progetti dei fuggiaschi - in questo stesso giorno (9 settembre) doveva essere "prelevato" Mussolini a Campo Imperatore (era Badoglio che l'aveva lì trasferito!! e solo lui poteva prelevarlo). Ma questa operazione poi, fu fatto solo due giorni dopo e non fu più un "prelevamento" di Mussolini da parte di Badoglio, ma fu una "liberazione" fatta invece dai tedeschi alle ore 14 del 12 Settembre, quando erano già passate 36 ore dal passaggio a Chieti e la gfuga al Sud di Badoglio & C..
Ed erano (perché lo sbarco americano non era avvenuto) passate anche 24 ore dalla consegna di Roma ai tedeschi, fatta (ma guarda un po'!) dal genero del Re, Calvi di Bergolo (con trattative già in corso il giorno 10 !!!!! (guarda un po'), e subito il giorno dopo della fuga a Sud!!?? ). (per Roma i particolari VEDI QUI > >


(*) LA CONSEGNA DI MUSSOLINI AGLI INGLESI




Il Corriere della Sera, del "Pomeriggio" 16-17 settembre, pubblicò questa corrispondenza dall'estero.

Berlino 16 settembre. - I primi particolari sulle intenzioni che gli alleati avevano in animo verso Mussolini prigioniero si apprendono dalla Berliner Borse Zettung di giovedì mattina per tramine del corrispondente da Lisbona: "La liberazione di Mussolini è avvenuta tre, quattro ore prima che il Duce dovesse venir consegnato agli Stati Uniti. Da fonte degna di fede ho appreso i seguenti particolari sul progetto di consegna di Mussolini agli alleati, consegna che faceva parte essenziale delle clausole d'armistizio sottoscritto da Badoglio. Pochi giorni dopo il 25 luglio allorché Re Vittorio Emanuele e Badoglio avevano imprigionato Mussolini, opparve a Lisbona, a bordo di un aereo postale, il generale Castiglione e si mise in contatto con l'Ambasciata inglese e la Legazione degli Stati Uniti. La conversazione decisiva fra l'italiano e gli inglesi e americani ebbe luogo in un albergo a Manfra a circa 30 chilometri da Lisbona.

Alcuni giorni più tardi Castiglione ricevette l'invito di consegnare Mussolini agli Stati Uniti entro un termine stabilito da Roosevelt. La consegna, secondo il piano elaborato personalmente da Roosevelt doveva costituire un grosso colpo di scena politico simboleggiante la vittoria degli Stati Uniti sul fascismo e in pari tempo un trionfo capitale nella propaganda elettorale di Roosevelt. Una missione militare degli Stati Uniti avrebbe preso sotto la sua protezione Mussolini alla presenza di operatori cinematografici, fotografi, radiocorrispondenti e giornalisti. Mussolini doveva essere trasportato in aereo, dopo una sosta in Sicilia e a Gibilterra, direttamente a Nuova York e di là a Washington.

Roosevelt intendeva accogliere come prigioniero Mussolini alla Casa Bianca e alla presenza di Churchill in questa occasione avrebbe tenuto un radiodiscorso. L'arrivo a Nuova York era previsto per il 16 settembre. L'organizzazione di questo progetto richiese più tempo del previsto. Stimando erroneamente il valore delle contromisure tedesche di fronte alla capitolazione di Badoglio, non si diede alcuna importanza decisiva al fattore tempo".

Insomma fallì, perchè furono preceduti dai tedeschi.

 

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TORNIAMO INDIETRO DI QUALCHE GIORNO A ROMA -  Badoglio (pur essendoci le condizioni per farlo) aveva sconsigliato l'aviosbarco su Roma organizzato da Taylor che era in gran segreto giunto a Roma per concordarlo con lui. Ma gli disse Badolgio - sconcertando Tayolor - che lui era contrario.
Insomma secondo Badoglio gli americani se volevano conquistare Roma se la dovevano conquistare da soli. E questo era molto strano per Taylor. Pensava, a ragione, l'ufficiale americano, che anche un modesto sbarco a Roma di paracadutisti (tutti già pronti sugli aerei a Licata) avrebbe psicologicamente dato agli italiani quell'entusiasmo necessario per cacciare via da Roma e dal Lazio i pochi tedeschi; se questa fosse stata la vera intenzione di Badoglio e del Re.
(e i tedeschi a Roma erano veramente pochi!! Poche migliaia (e non proprio tutti in armi) contro 75.000 italiani (tutti in armi).

All'aeroporto (dove voleva puntare Taylor con i paracadutisti) vi erano solo qualche centinaio di tedeschi, ma che poi Kesserling con un bella beffa fece sembrare molto di più; nelle sue memorie racconterà in seguito "prevedendo la mossa degli anglo-americani, per allarmarli e farli desistere dall'aviosbarco feci andare e venire di continuo, numerose volte, dei camion chiusi perchè dessero l'impressione che stavamo trasferendo molte nostre forze all'aeroporto".
E a quanto pare la beffa funzionò benissimo. Beffarono e terrorizzarono Badoglio !! Ed infatti fu lui a scoraggiare Taylor, dicendo che l'aeroporto di Roma era pieno di tedeschi. E nello stesso tempo furbescamente cominciò a pensare (ambiguamente) all'abbandono della capitale con l'aiuto..... degli stessi tedeschi (con vari laciapassare per raggiungere Chieti - facendo credere a loro di voler prelevare Mussolini su al Gran Sasso, per non farlo cadere prigionero).

Alla fine del colloqui con Badoglio, scoraggiato, Taylor
alle 3 di notte telegrafò (ma senza dirlo a Badoglio) a Licata annullando l'aviosbarco con gli aerei che erano in attesa e si erano già inbarcati i paracadutisti, pronti per dare l'assalto all'aeroporto di Roma.
Nella capitale, Badoglio e il re fino all'alba del 9 settembre (sapendo che hanno compiuto un tradimento) vanno ripetendo "finiremo con la gola tagliata, tutti". Poi indubbiamente i fatti (o meglio dire gli oscuri compromessi) che accadranno dobbiamo intendere che trovarono nella fuga la "strada della salvezza". (Ma con Calvi di Bergolo che poche ore dopo consegnava Roma ai tedeschi- vedi il link già indicato sopra).

Eppoi ci si mette in viaggio (così lungo) con 20 posti di blocco tedeschi da Roma a Pescara-Chieti? E con la stessa Pescara già bombardata e quasi rasa al suolo 8 giorni prima?

I giochi di prestigio a Roma fino allora condotti erano finiti, le furberie pure, quindi non rimaneva che un'unica strada: mettersi d'accordo con i tedeschi e riuscire ad allontanarsi alla spicciolata da Roma. L'ultima furbizia! Ma anche questa con un doppio gioco, uno subito (quello di giungere a Chieti), l'altro in un secondo momento; ovviamente in base alle circostanze. E le circostanze a Chieti apparvero subito nere per i fuggiaschi. Cambiarono strategia, con la fuga a Sud.

La furbizia era questa: se i tedeschi di Kesserlring fossero riusciti a respingere il supposto... (non sapeva che Taylor l'aveva annullato) ....sbarco anglo-americani, loro erano salvi perchè (sgaiattolando) avevano contribuito alla presa di Roma. Inoltre giungendo a Chieti (fecero credere ai tedeschi) che avrebbero prelevato e consegnato a loro Mussolini. (ecco perchè - con i loro lasciapassare - sono la mattina del 9 in Abruzzo a Chieti!!)
Se invece gli anglo americani da soli conquistavano Roma erano salvi lo stesso, anzi potevano rientrare da vincitori per aver firmato con loro l'armistizio e per non aver col proprio esercito aiutato i tedeschi. In più consegnavano agli americani Mussolini, prelevandolo al Gran Sasso nello stesso giorno 9 (Piano diabolico quasi perfetto!!!).

Infatti Badoglio aveva fino al 9 in mano Mussolini e quindi per ingraziarseli, rientrando a Roma liberata non avrebbe esitato a consegnarlo agli Alleati (questo è del resto quello che c'era scritto nelle condizioni di resa) "consegna vivo"; "morto" di Mussolini. Sia Badoglio che i tedeschi temevano che a liberarlo tentassero anche gli angloamericani.

M
a quest'ultima ipotesi era stata una vaga disposizioni di Badoglio data a Gueli il custode di Mussolini su al Gran Sasso, - cioè quella di uccidere Mussolini -
se il Duce veniva liberato dagli angloamericani.
SKORZENY temeva proprio questo e voleva prima lui liberare Mussolini, e lo voleva fare poco prima della fuga del Re e di Badoglio da Roma. Infatti da Pratica di Mare si era levato in volo il mattino dell'8 settembre con un trimotore per una perlustrazione e aveva individuato la zona della operazione sul Gran Sasso e l'albergo che ospitava il Duce. Ma non era un mistero dov'era perché perfino i villeggianti che erano di Chieti fatti sgomberare dall'albergo lo sapevano; tutta Chieti lo sapeva! e ne era a conoscenza anche  KAPPLER a Roma, che lo aveva saputo dal Capo della polizia SENISE dopo che aveva ricevuto un fono proprio dal Gran Sasso da GUELI (che era un uomo di Senise  ma contemporaneamente lo erano - fino a quel momento - entrambi anche di Badoglio quindi dei tedeschi).- Non dimentichiamo che era stato Badoglio a reintegrare Senise che era stato esonerato da Mussolini.

Il "prelevamento" doveva dunque scattare il giorno 9,  proprio mentre la carovana era già giunta a Chieti. Ma il "Piano Mayer", così ben studiato,  saltò tutto in aria, perché il giorno 8 pomeriggio, a Pratica di Mare rimase ferito lo stesso KESSELRING nel furioso bombardamento sull'aeroporto.
Subito dopo il bombardamento atterrò proprio l'aereo pilotato dal comandante GERLACH con a bordo SKORZENY che doveva prendere da KESSELRING (o da Badoglio? come nei patti fatti da lui ai tedeschi) l'ordine di "prelevare" (non "liberare")  Mussolini.
Solo dopo (con il sopraluogo di
Priebke detto sopra) si ricorse agli alianti, e solo quando si temette che la liberazione sarebbe stata forse contrastata, e che qualcuno (il traditore Badoglio?) prima di fuggire a Sud avrebbe forse prelevato e consegnato Mussolini agli americani, o perlomeno avrebbe rivelato dov'era il suo rifugio.

Del resto Churchill, alla Camera dei Comuni, poi nel corso di una dichiarazione  a proposito della succesiva liberazione del Duce ad opera dei tedeschi lui disse: "Avevamo ogni ragione di credere che Mussolini si trovasse in luogo sicuro e ben custodito, ed era certo nell'interesse del Governo Badoglio di non farselo scappare.

Mussolini stesso, avrebbe poi dichiarato che credeva pure lui di essere prelevato e consegnato ai tedeschi da Badoglio. Ma forse....(se avessero liberato gli angloamericani da soli Roma) - temeva di essere prelevato e consegnato dallo stesso Badoglio agli angloamericani com'era contemplato nella resa che aveva firmato.
Ma il "doppiogiochista" (e ipocrita) Badoglio aveva un'altra carta da giocare: i carabinieri di guardia avevano avuto l'ordine di sparare su Mussolini nel caso gli angloamericani avessero tentato di liberarlo.
Ma poi questi - perchè abbandonati e senza alcuna notizia - sicuramente non l'avrebbero fatto.

Infatti per tre giorni (il 9 sera e il 10 e l'11) i carcerieri (Gueli e C.) non sapevano più cosa fare, i referenti Badoglio e Re erano scappati a sud senza lasciare a loro alcun ordine.
(fra l'altro proprio Gueli pur contrario alla consegna di Mussolini agli americani - sicuramente non gli avrebbe sparato).

Il 12 settembre leggiamo il comunicato dell'Agenzia Stefani: "Il Deutsches Nachrichten Bureau ha diramato il seguente comunicato straordinario: Dal Quartier Generale del Fuehrer, Reparti di paracadutisti e di truppe di sicurezza germanici, unitamente a elementi delle SS, hanno oggi condotto a termine una operazione per liberare il Duce che era tenuto prigioniero dalla cricca dei "traditori". L'impresa è riuscita. Il Duce si trova in libertà. In tal modo è stata sventata la progettata sua consegna agli anglo-americani da parte del governo Badoglio". (chiaro?)
E cosa scrisse anche il generale Carboni nelle sue Memorie?: "Nel giorno della loro fuga Badoglio e il Re avrebbero dovuto prelevre Mussolini da Campo Imperatore.... (era Badoglio e il re che lo avevano messo agli arresti, e Badoglio e il re potevano anche prelevarlo!) ..... e consegnarlo ai tedeschi se conservavano Roma - e giustificandosi con Hitler, avrebbero - per la mancata difesa e la loro fuga da Roma - dato la colpa al tradimento del Generale Cavallero col suo piano eversivo (il famoso memoriale) antitedesco che fu infatti lasciato ai tedeschi di proposito e fatto trovare sulla sua scrivania.".

Se invece Roma veniva liberata dagli americani il 9, Badoglio da Chieti avrebbe "prelevato" Mussolini per consegnarlo agli americani - com'era nei patti, e tutti sarebbero rientrati a Roma. Ma Roma già il 9 sera era in mano tedesca, e così anche Pescara e Chieti, quindi con niente americani a Roma il piano di "prelevamento" badogliano al Gran Sasso fallì.
Badoglio e il Re nella stessa notte del 9, abbandonarono al suo destino Mussolini e se ne andarono a Sud, a Brindisi, prima che qualche tedesco "tagliasse loro la gola" anche a Chieti".
Mussolini e i suo custodi al Rifugio di Campo Imperatore, solo il giorno dopo, il 10 mattina, seppero della fuga dei reali e del governo fuggito a Brindisi e appresero alla sera dalla radio che fra le clausole dell'armistizio era compresa la consegna del Duce agli inglesi (* vedi in fondo). Ma - dopo la "fuga" per 2 giorni a Campo Imperatore non arrivò nessun ordine. A chi dunque dovevano ora ubbidire i custodi (Gueli e C.) visto che tutti erano uccel di bosco? Con Senise a Roma ormai incastrato da Badoglio e messo pure lui in mano ai tedeschi.

Mussolini alle ore 3 di domenica 12 mattina, perse forse ogni speranza, terrorizzato di essere consegnato agli inglesi (molte cose sarebbero cambiate!!!)  cadde nella disperazione. Prima (che strana richiesta) chiese (disse eventualmente per difendersi da un eventuale assalto degli angloamericani) una pistola al tenente Faiola
(lettera autografa del Tenente Alberto Faiola) poi al suo rifiuto, Mussolini in piena notte si svenò, lievemente, con una lametta da barba. Forse non proprio con l'intenzione di morire ma di avere da parte dei carcerieri compassione o un po' di solidarietà. In fin dei conti lui era Mussolini e un po' di carisma lo aveva ancora.
Faiola, proprio costui che era "un arnese di Badoglio", il 12 mattina cambia anche lui atteggiamento e dice a Mussolini "vi giuro sulla testa dei miei figli che non vi consegnerò mai agli inglesi". Ma se dice queste cose, vuol dire che qualcosa sa (e che semmai - è sottinteso- lui lo avrebbe consegnato il 9 solo ai tedeschi perché veniva prelevato da Badoglio).

Questo il racconto del maresciallo Osvaldo Antichi: "...il mattino presto, entrando nella stanza del Duce, lo trovai disteso sul letto con le braccia abbandonate e gli occhi sbarrati. Dai polsi, gli scendeva un rigagnolo di sangue. Sul comodino  una lametta da barba. Con dello spago gli legai strettissimi gli avambracci per bloccare l'emorragia. Faiola corse con la cassetta di pronto soccorso poi con una garza gli medicammo le ferite".(Arrigo Petacco e Sergio Zavoli, Dal Gran Consiglio al Gran Sasso, Rizzoli, Milano, 1973).
(
In alcune foto che seguirono alla liberazione del Duce, si vede benissimo il suo polso fasciato)

Poi in massa arrivarono i tedeschi in Abruzzo.

 

TORNIAMO A CHIETI

 

- Dunque all'alba del 10 - dopo la grande fuga - nella grande Piazza San Giustino (prospiciente Palazzo Mezzanotte)  grande confusione, e chi non voleva attenersi alle nuove (false) disposizioni badogliane ("la guerra continua" diceva l'armistizio senza specificare se continuava contro l'alleato tedesco o il nemico anglo-americano - così dicevano i giornali visti sopra), oppure erano in contrasto non volendo stare a fianco dei tedeschi, furono subito disarmati, caricati sui camion, mandati a Chieti Scalo, messi sui treni, destinazione Campo di concentramento di Via Resia a Bolzano, che era l'anticamera prima di essere deportati in Germania. (quello fu il percorso di un nostro improvvido parente e di alcuni imprevidenti chietini).

A Chieti, il 10 chi si schierò contro e non volle presentarsi al vicino comando tedesco di Palazzo Mezzanotte, riuscendo provvidenzialmente a fuggire in queste fatidiche ore, fu costretto poi a vivere dieci mesi in clandestinità pressato dai famigerati rastrellamenti tedeschi guidati da un altrettanto famigerato fascista chietino. (che lavorando in Comune possedeva tutti gli indirizzi dei cittadini e come erano composte le famiglie).

Questo gerarca della zona, in mezzo alla Piazza nel caricare i camion di gente arrestata, si aggirava tra di loro come un duce; con i pugni sui fianchi inveiva contro chi non voleva schierarsi con i tedeschi poi gridava e minacciava i renitenti: "Lo avete tradito? Adesso pagherete!"
(se la mia memoria non ha buchi, mi sembra si chiamasse costui Cascatella. Glela fecero pagare, il 9 giugno alla Liberazione, lo catturarono verso sera, lo misero su una barella che attraversò tutto il Corso Maruccino, raccogliendo sputi, calci e bastonate da un ala di folla inferocita).
(ricevo via e-mail da Chieti : "Che sorpresa leggere di quel tale, si chiamava proprio Cascatella, citato da mio padre in più episodi. Mi aveva narrato dei suoi rastrellamenti, in uno dei quali era caduto anche lui, nonostante ostentasse al braccio la fascia di appartenenza alla Croce Rossa. Venne in seguito, rilasciato grazie all'intervento di un mio zio. E mi aveva raccontato del giorno in cui Cascatella fu catturato e della folla infuriata, lo stesso mio padre sgomitando riuscì ad avvicinarsi per sptargli addosso e tirargli un calcio per vendicarsi della cattura". Non lo uccisero, ma lo bastonarono così tanto che si trascinò poi su una carrozzella nei successivi pochi anni della sua vita).

Aveva questo Cascatella il dente avvelenato fin dal 25 luglio, quando alla caduta del fascismo, una gran folla si riversò in piazza san Giustino; lì in fondo alla piazza c'era la sede del Fascio di Chieti (mi sembra oggi esserci il Comune). La folla incontenibile salì le scale del palazzo e dopo aver invasa la sede iniziò a buttare giù dai balconi e dalle finestre prima i ritratti e i busti del Duce, poi gli schedari, poi si fecero prendere la mano e buttarono giù tutto, gli scaffali, le scrivanie, le sedie, tutto, e ne fecero un gran falò che bruciò nella piazza tutta la notte fino al mattino seguente.

E dato che della Piazza io ero un po' onnipresente", io e i miei coetanei ci unimmo e ci divertimmo un mondo a buttare da quei balconi pacchi di fogli come coriandoli, schede e quant'altro.
Mentre ora il Ras, che aveva l'appoggio dei tedeschi, si vendicava, e dopo essere salito in piedi su una macchina, con i pugni ai fianchi, ("alla Mussolini")
sbraitava verso quei pochi che erano ancora rimasti in piazza, circondati dai tedeschi "Lo avete tradito? Adesso pagherete!".

A Chieti in poche ore fecero la prima "pulizia" dei "ribelli" . Chi riuscì a capire gli eventi con qualche minuto di anticipo sugli altri, riuscì a fuggire, a nascondersi e a salvarsi; ex fascisti e antifascisti. (per i primi (i traditori) c'erano i campi di lavoro, per i secondi la deportazione).
Lo stesso comandante degli ex fascisti di "provata (!!!) fede", giunto da Roma con i fuggiaschi, ma che la sera prima con i suoi uomini si era messo a disposizione di Badoglio, di Roatta e del Re, la mattina dopo lui e alcuni suoi uomini erano già passati nelle file dei tedeschi, per dare la caccia ai ribelli, poi
diventati
partigiani nascondendosi nei luoghi più impensati

Questa colonna delle alte gerarchie che fuggiva, inconsapevolmente tracciò con l'itinerario del suo viaggio (Roma, Sulmona, Chieti, Ortona) il primo approssimativo confine (la "Gustav") fra le due Italie, che per tanti mesi (10) dovevano considerarsi straniere l'una all'altra e assistere, sanguinando da mille ferite, allo scontro fra due poderosi eserciti nemici, ed assistere anche alle tante ambiguità tra gli italiani schierati nei due campi opposti, ognuno con ideologie diverse.

A Chieti, con quella fuga, si iniziò a chiudere, nella più grande tristezza il più o meno glorioso periodo sabaudo dell'Italia Unita, e lasciava espiare con colpe non sue gli italiani; che cominciavano proprio da Chieti la loro triste angosciante vita nei rimanenti 18 mesi fino alla fine della guerra (anche se a Chieti la liberazione avvenne 10 mesi prima).

Nello stesso 10 settembre del '43, giunse a Chieti il tenente colonnello Caruso (un italiano, lo stesso che venne in seguito giustiziato in malo modo a Roma (buttato poi e fatto affogare nel Tevere; collaborazionista dei tedeschi e carceriere di Regina Coeli). Giunse in città con alcuni ufficiali nazisti e con una squadra di uomini che imbracciavano i mitragliatori; si presentarono a tutte le Banche e alle oreficerie cittadine per fare un rigoroso rastrellamento del denaro e di tutti gli oggetti d'oro esistenti presso gli orefici. Una "requisizione" - dissero - per evitare che queste ricchezze cadessero nelle mani dei nemici anglo-americani".
Ma non requisirono solo i valori ma anche molte provviste alimentari dai negozi e magazzini per i numerosi tedeschi che stavano affluendo ormai a migliaia su Chieti.


Il 26 settembre i tedeschi prendevano ufficialmente pieno possesso di Chieti, stabilivano il Comando nello stesso Palazzo Mezzanotte, e issavano sull'edificio la bandiera uncinata. Come prima disposizione, dato che la popolazione dimostrava una certa ostilità, misero il coprifuoco alle ore 18, e pochi giorni dopo fu portato addirittura alle 17, con le conseguenze facilmente immaginabili per la vita cittadina. Che fra l'altro con le proprie case dovevano - a causa delle incursioni aeree anglo-americane rigorosamente rimanere al buio. (ma in seguito, ci rimasero al buio, perché venne a mancare non solo l'energia elettrica, ma perfino le stesse candele).

Erano nel frattempo spariti dalla circolazione anche tutti gli uomini, quelli che avevano abbandonato l'esercito senza comandanti; ed erano spariti anche tutti coloro che erano in grado di lavorare, e che i tedeschi davano la caccia affiancati dai ras fascisti (come il Cascatella) di pessima fama che conoscevano la città e i suoi abitanti quindi in grado di fare i delatori.

I tedeschi oltre che dare la caccia ai traditori per punirli e mandarli in Germania, avevano bisogno di uomini per i vari lavori. A una messa della domenica ai primi di ottobre, a sorpresa in pieno assetto di guerra si schierarono lunga la gradinata della cattedrale per arrestare gli uomini che ne uscivano. Dentro la cattedrale ci fu il panico, alcuni sgaiattolarono in ogni anfratto della chiesa, o uscendo da una piccola porta che c'era sul retro della Cattedrale. Ottenuto poco successo, i tedeschi nello stesso giorno iniziarono poi un rastrellamento perquisendo casa per casa.

Il "duce" dei fascisti chietini (Cascatella) aveva con se gli elenchi comunali delle tessere, con i relativi nomi e i componenti la famiglia, andava quindi a colpo sicuro nelle case. In queste se non erano stati previdenti a far allontanare i loro uomini scendeva il terrore e l'incubo. E questo incubo ci fu anche a casa nostra per via di mio zio trentenne, e che racconterò più avanti.


Ma questo era ancora poca cosa. Nello stesso giorno le batterie delle artiglierie degli anglo-americani iniziarono
a martellare la città all'inizio della notte, e ogni notte. Furono alla fine contati sulla città 59 giorni di bombardamenti di artiglieria. A questi bisogna aggiungere i diversi bombardamenti aerei, e le mitragliate improvvise di caccia in pieno giorno, sul Corso Marrucino, alla Villa, in Piazza Grande. Famoso era il "pippetto" un solitario che doveva divertirsi molto a mitragliare.


Per cacciar via i tedeschi, gli anglo americani non si facevano degli scupoli a uccidere a casaccio gli inermi chietini!! E oltre al "Pippetto" buttavano bombe e granate alla rinfusa soprattutto per terrorizzare.

Alla sera alle ore 18-19, e così tutte le sere, suonato l'allarme, si correva nei puzzolenti rifugi e lì si aspettava fin verso la mezzanotte (ma alcune volte fino alle 4-6 del mattino) che finisse lo scempio di case e chiese.
Nel cosiddetto "pozzo" di largo Valignani, (che era largo ca. 30 metri e lungo ca. 60) molti lo usarono come rifugio.
Quello invece sotto il palazzo de’ Mayo nella via Tecta, era un lungo corridoio di 45 metri con una serie di volte a botte alte 4 metri. Mentre quello in via Gizza sotto la prefettura ci si arrivava anche in questa con una galleria lunga 35-40 metri che sbucava in un slargo alto 4 metri.
Su entrambe a terra una montagna di pagliericci dove passavano la notte per lo più vecchi e bambini.

Un altro - una caverna anche questa - era vicino al gasometro, molti vi avevano accumulato materassi e latrine. Illuminandola con i vari "lumini da cimitero", visto che le candele erano da tempo già sparite.

Non ricordo se nel primo o nel secondo, noi ci eravamo andati una sola volta, ma poi non solo mia nonna ma anch'io, non sopportavamo sia lo spettacolo di angoscia dipinto nei visi, come anche il tanfo che si veniva a creare con i tanti vecchi e bambini. Noi allora - assieme a una famiglia di francesi che abitavano al primo piano assieme a un professore, ci rifugiavamo sotto casa nostra, nelle laterali capienti cantine di Palazzo Mezzanotte, che erano possenti a botte, con massicce mura. E lì avendo fatto dei provvisori giacigli spesso ci passavamo la notte, soprattutto quando iniziavano i cannoneggiamenti che duravano alcune volte fino al mattino.

Se per gli anglo-americani quel bombardamento serale era una semplice loro "dopocena", per noi era l'incubo che iniziava semmai "durante la nostra cena", seguito poi dal terrore nel corso della notte. Ma non solo di notte vi era l'incubo. Sapevamo cos'era accaduto a Pescara non di notte ma in pieno giorno. E prima o poi la stessa sorte poteva essere riservata a Chieti e a tutti noi in una delle tanti notti. O anche - come a Pescara - anche in pieno giorno! All'improvviso !!

Sul piazzale dietro il Palazzo di Giustizia i tedeschi piazzarono dei grandi fari e le contraeree per impedire i bombardamenti. Ma servì a poco, appena si faceva buio, iniziavano a cadere sulla città i colpi delle artiglierie, e colpi dietro colpi distruggevano case e case oltre a seminare morte e terrore.

 

Come giò detto sopra, alcuni cittadini dopo l'allarme scendevano subito nei rifugi; una esperienza terribile. Anziani e bambini piangenti che ammorbavano la poca aria che c'era dentro quei cunicoli sottoterra.
E anche noi scendevano in cantina solo dopo il primo colpo che sentivamo all'inizio della serata.

Fin quando una sera, il frastuono della cannonata al primo colpo fu molto vicino a noi; la sirena d'allarme (posta sulla cella campanaria del campanile) dal suono lacerante iniziò a suonare; la cannonata aveva proprio colpito la cattedrale nella parte absidale. Noi (nel soggiorno, stavamo cuocendo sul focolare in un tegame, peperoni secchi con uova ( certe cose restano impresse nel cervello a fuoco!!) a quel punto abbandonammo la cena, e affrettandoci, spaventati, ci rifugiammo tutti in cantina, ma con mio zio Cesare che si era attardato e quindi assente; lui mentre scendeva sulle scale interne, lo colse l'esplosione proprio della seconda granata che centrò all'interno del cortile Palazzo Mezzanotte che era quasi comunicante con casa nostra (lo divideva solo un basso muretto). Dopo il tremendo schianto non vedendo arrivare mio zio, mia nonna già si disperava per la sua sorte, poi fu rassicurata quando dopo alcuni interminabili minuti lui riapparve sulla porta tutto bianco perchè ricoperto dai tanti calcinacci, ma salvo. Ci disse che a casa nostra non esistevano più i soffitti, che erano tutti crollati.

Pur provocando un boato terrificante, la bomba non causò al possente palazzo Mezzanotte molti danni, perchè era piuttosto massiccio, ma casa nostra fu letteralmente scoperchiata, e dentro nelle stanze vi erano centinaia di schegge grandi come una mano, e proprio dove stavamo cucinando i peperoni c'era uno spezzone di ghisa grande come un braccio e come soffitto - che era a volta - c'era rimasto il cielo, come del resto in tutte le stanze. Se eravamo dentro e la granata cadeva più in qua di soli 8-10 metri, saremmo finiti tutti al creatore. E al creatore ci finirono quelli a 50 metri da noi, la terza o quarta granata colpì in pieno sventrandola dal tetto una casa vicina che aveva a pianterreno anche un grande magazzino di giocattoli; prese tutto fuoco; per due giorni la massa di travi, mobili e pacchi di giocattoli seguitò a bruciare, pur avendoli in qualche modo con una ruspa trascinati giù nella prospiciente "ripa".

 

A noi ci andò ancora bene, eravamo vivi, ma eravamo ora anche noi come tanti altri chietini senza casa.

Antistante il piazzale, davanti a noi e a Palazzo Mezzanotte, c'era quella mezza costa verso la valle del Pescara, (la cosiddetta "ripa") che non era piena di costruzioni ....come oggi.....qui sotto

 

.....allora vi era nulla, solo campagna con molti ulivi, rarissime erano le costruzioni, e una di questa era di un agricoltore, della famiglia Di Bartolomeo....
Una sua figlia vendeva e esponeva articoli di terracotta al mercato in piazza san Giustino (qui sotto). Vicino a casa sua, sotto la "Ripa, (dove oggi sorge il parcheggio) vi era una fabbrica di terracotte e ceramiche varie, soprattutto casalinghe....

a lei sotto casa nostra
avevamo concesso un piccolo
ripostiglio-magazzino,
dove finito il mercato lei stipava
il grosso della merce,
che poi veniva via via a ritirarla
con un carrettino a mano
quando doveva esporla sul sagrato in piazza.

Con la ns. casa poi rimasta senza soffitti, portammo via alcune cose, vestiti e le scorte di alimentari che avevamo e scendemmo proprio a casa del De Bartolomeo.
F urono poi molto gentili ad accoglierci in casa loro, e lì noi che eravamo non pochi ma 6 ci siamo appunto rifugiati per alcune settimane... scendendo sempre attraverso la piccola stradina....

 

 

.... fu una provvidenziale casa dove - oltre ad averci passato alcune settimanae - in seguito spesso ci approviggionavamo, visto che lui - il Di Bartolomeo - aveva di tutto, polli, galline, uova, conigli, maiali, farina, frutta, verdura ecc.
Fu la casa Di Bartolomeo ad ospitarci per il tempo necessario per rimettere a posto i tetti di casa nostra.

Lui aveva tre belle figlie sui 20-25 anni. Una di queste, INES, prese simpatia per mio zio CESARE DI PAOLO, allora 30enne, la simpatia fu ricambiata, fino al punto che si fidanzarono e finita la guerra si sposarono pure.
Ebbero due belle figlie, Giovanna e Pinuccia, ma purtroppo mio zio morì con le bimbe ancora in tenerissima età, in seguito a un avvelenamento da piombo tipografico.


Peccato che le bambine non abbiano potuto conoscere il loro "grande" papà. Io mi sono sentito quasi sempre in colpa, per aver - io solo - ricevuto - in 6 anni - dal loro padre non solo l'affetto come un padre ma anche l'imprinting più importante, quello della mia adolescenza, fra l'altro in condizioni drammatiche come quelle della guerra.

QUI DEDICO UNA PAGINA INTERA A QUESTO VERO "EROE" >>>>>>

Ma lui anche nel caos dei vari drammi si rivelò sempre essere un uomo intelligente, pragmatico, straordinario. Soprattutto intraprendente. Finita la guerra lui stava pensando per moglie e figli un futuro migliore; quando venne la morte stava infatti già impiantando una tipografia tutta sua. Aveva già aperto una cartoleria e ci aveva già messo una macchina tipografica presa a rate. Purtroppo il destino gli fu crudele
Senza voler esagerare, per me fu un eroe. E lo fu poi anche la sua sfortunata moglie che si ritrovò con due bambine in tenerissima età senza un padre; ma non si arrese neppure lei; ostinata e con sacrifici - facendo la sartina a casa - li allevò da sola e li fece studiare fino all'Università.

Quando poi feci ritorno in Piemonte, nel '46, trovai un ambiente a me estraneo; di mia madre non ricordavo più nulla. Mio padre invece non lo avevo mai conosciuto, averlo rivisto dopo al ritorno dal sud Africa nelle condizioni di ex prigioniero in una guerra che in Etiopia gli aveva portato via tutto, era diventato un uomo spento, privo di volontà, per nulla socievole ed anche malato. Morì poco dopo.
Mentre mio fratello e mia sorella - rispettivamente più grandi di me di sei e cinque anni - loro parlavano in piemontese mentre io abruzzese. Questo era sufficiente per non capirmi e ignorarmi. Inoltre appena facevo qualcosa di strano o discutevo, mi zittivano (sapendo che ero uscito vivo dai bombardamenti) con un bel "stai zitto scemo di guerra". A quel punto, a 11 anni con una bicicletta scassata, scappai di casa per ritornare da mio zio e da mia nonna; a 700 km !!. Mi ripresero dopo averne fatto 100 di km, dormendo in fienili, fin quando qualcuno sospettoso avvisò i carabinieri che mi vennero a prendere e avvisarono i miei per riportarmi a casa. Alla fine mi dovetti adattare. Ma non è che smisi di pensare a Chieti, a mio zio e a mia nonna. Avevo ricevuto un ben altro imprinting, non certo quello di un fallito, tutt'altro.

Fin da quando avevo 4 anni - complice la tipografia-legatoria, dove passavo tutte le mie ore libere, mio zio mi faceva scomporre le forme - così prendendo confidenza con i caratteri - iniziai a 5 anni già a leggere e a 6 anni mio zio già mi regalava libri da leggere. E di libri via via mi innamorai. Fino al punto che in seguito (complice i miei 10 anni di ispettore in giro per l'Italia) il mio primo pensiero era quello di "andare per librerie", alla ricerca del libro raro e interessante. Nella mia vita ne ho poi collezionati 30.000, con testi del '500, del '600, '700. E tanti tanti documenti.
Ecco perché poi mi venne l'idea di riversare su questo sito quanto ho appreso. Sono sicuro che mio zio sarebbe orgoglioso di me.
Ho qui narrata la parte finita in bellezza e poi quella finita con un brutto destino, ma debbo qui per forza....

.....ritornare ai bombardamenti
e agli incessanti colpi di artiglieria che oltre le distruzioni e il terrore seminavano a Chieti anche morti e feriti in mezzo a una popolazione che non era più solo chietina, ma vi si erano aggiunti 100.000 sfollati fatti sgombrare dai vari paesi. 100.000 !!!!!!!!!!

Non mi risulta che nessuna città in Italia abbia subito una simile invasione. Consideriamo che Chieti aveva allora una popolazione di circa 30.000 abitanti.

Ma qualcosa del genere era già avvenuto nel 1917 quando dopo Caporetto e i furiosi bombardamenti austriaci delle città venete, soprattutto Venezia. Da qui le amministrazioni locali provvidero a trasportare le opere d'arte di maggior pregio nelle città proprio a Chieti ritenuta sicura e non coinvolta con la guerra al Nord. E chieti si offerse anche di ospitare 13 mila profughi (quasi la metà degli abitanti) dei quali 4 mila erano proprio di Venezia.

In questo '43, avevano già iniziato a rifugiarsi a Chieti fra amici e parenti molti abitanti di Pescara, quando il 31 agosto e poi quello successivo del 12 e 14 settembre, avevano subìto un selvaggio bombardamento degli anglo-americani, che provocò circa 3000 morti; ci fu l'intera distruzione nel centro città (vedi l'immagine) e oltre la metà degli edifici furono resi inagibili.

Fu quella una tragica giornata di agosto. Era martedì 31, ore 13,20; la spiaggia era affollata di bagnanti, i bambini giocavano felici al sole di agosto, e noi stavamo finendo le vacanze di agosto a Francavilla (era il nostro ultimo giorno del nostro mese di vacanze).

Noi qui abitavamo in una casetta prospiciente il mare, con la porta che dava proprio sulla stessa spiaggia.
Quando all'improvviso mentre pranzavamo dal mare sentimmo un rumore sordo di aerei, corsi fuori, vedemmo tanti aerei....

 

....che stavano sorvolando il mare dirigendosi verso nord. Erano 46 bombardieri salvator (sic!) decollati dall'Africa settentrionale - poi subito dopo a 5 chilometri a nord vedemmo scatenare l'inferno.
Guardando verso Pescara, non si vedeva altro che nubi di polvere che arrivavano molto in alto

Sganciarono
circa 10 bombe ciascuno,
500 bombe ad alto
a medio e alto potenziale,
circa 850 quintali di esplosivo.

 


Morte e devastazione sull'intera città di Pescara, che contava allora circa 50.000 abitanti. Grida in ogni angolo, in mezzo al fumo e alla polvere dei palazzi crollati, pianti e un fuggi fuggi; ma dove fuggire? Tutto il centro dalla stazione al mare era stato sventrato ed era in fiamme. 1250 case completamente distrutte, 2150 subirono lesioni. Inoltre molti altri, circa 12.000, rimasero senza casa. Ed era solo l'inizio. Poi ci furono i bombardamenti del 12 e 14 settembre.

Dalle cronache del tempo pare che i bombardamenti abbiano causato ca. 2000 vittime ed altrettanti feriti.


Chissà quando questi piloti rientrarono alla base com'erano contenti della loro opera di morte;
"Missione compiuta" !!
Infatti Radio Londra la definì una---
“efficace e riuscita azione di guerra; contro un importante centro strategico della costa adriatica”.

"Quanti morti? circa 2000 !!
OK OK , Olèèè "".
"e i vivi li abbiamo terrorizzati"... (come voleva Churchill) e chissà come brindarono.

 

(vedi l'interessante video sui bombardamenti di Pescara > > > > - http://numistoria.altervista.org/blog/?p=131



Poi si accorsero dalle fotografie aeree, che avevano fallito di colpire la ferrovia di Porta Nuova, lo stesso ponte ferroviario ed anche il ponte Nuovo. (come si vede nella foto e qui sotto)

 

 


E allora - se ne fregarono dell' armistizio dell'8 settembre - noi eravamo e restavamo "nemici" - e subito organizzarono un altro bombardamento il 14 settembre con altre distruzioni e con altri 1000 morti.
I dintorni di Porta Nuova e lungo tutto il viale dal piazzale della stazione fino al mare era tutto un cumolo di macerie. (la foto sopra è presa davanti alla stazione). E della stazione rimase in piedi solo un muro di un paio di metri.

Sul corso Umberto, che porta allo sbocco sul mare, non vi era rimasto in piedi un solo edificio, solo macerie e crateri, un grande slargo fatto di soli crateri, che in seguito diventò l'ampia piazza "Salotto".




Due inutili massacri visto che a Pescara, il 31 agosto ma anche in quello del 14 Settembre, non vi erano ancora postazioni tedesche.
Ma il massacro del 14 settembre fu quasi pari a quello già avvenuto il 31 agosto.
Molti scampati del primo bombardamento del 31 per il timore di nuove incursioni aeree avevano già abbandonato la città rifugiandosi nei dintorni; ma poi dopo 8 giorni e con l'annuncio dell' "8 settembre" - come molti altri in Italia - erano convinti che la guerra fosse finita. Era stato diffuso ai quattro venti l'"armistizio", quindi, c'era ragione che i bombardamenti angloamericani cessassero. Che la guerra era veramente finita! Fu un' amara illusione!
Anzi la guerra era appena iniziata in Italia proprio da quel giorno e proprio da Pescara e da Chieti. Che da quel giorno divisero l'Italia in due - per 10 mesi - sulla linea del Sangro.

A Pescara chi aveva ancora in piedi qualche muro, nei circa 3000 edifici lesionati, molti dopo il primo bombardamento erano rientrati nelle case. Inoltre molti - proprio il giorno 14 - saputo che alla stazione vi erano arrivati vagoni merci pieni di alimentari, la presero d'assalto la stazione, ognuno cercando di portarsi a casa qualcosa.
Fu fatale. Il secondo bombardamento del 14 - che era proprio diretto sulla stazione - fece scempio dei pescaresi.
A quel punto i pescaresi sopravissuti si rifugiarono tutti a Chieti (in totale ca. 20.000). E fu quello solo l'inizio di una vera e propria "transumanza" da tutti i paesi attorno a Chieti, fino al punto che arrivò in breve tempo ad ospitarne ca. 100.000.


Fin dal 9 settembre sera - i tedeschi avevano cominciato scendendo dal Brennero a piombare al centro Italia e soprattutto sul centro nevralgico dell'Adriatico, occupando il 12 settembre proprio Pescara e Chieti dove qui poi misero il Comando a Palazzo Mezzanotte.

L'occupazione di Pescara da parte dei tedeschi, dagli anglo-americani era prevista; loro lo sapevano prima ancora dell'8 settembre, al Brennero erano pronte 22 divisione corazzate di Hitler - fatte rientrare dalla Russia - alla guida di Rommel pronte ad invadere l'Italia in caso di tradimento. O di uno sbarco nel Sud Italia in Sicilia.
(da notare che a Feltre in un incontro Hitle-Mussolini, furono i generali italiani a chiedere di intervenire in Italia, per respingere un preannunciato sbarco degli angloamericani in Sicilia e a Salerno).
Ed infatti - come detto sopra - questo poi accadde: il 9 settembre sera ci fu l'invasione dell'Italia e il 12 settembre i tedeschi stavano scendendo a sud per occupare Pescara e Chieti.

Questa mossa - anche dopo l'armistizio - aveva allarmato ulteriormente gli anglo-americani; fu così che un altro stormo di una trentina di B-24 Liberator furono appunto incaricati il 14 settembre di bombardare nuovamente Pescara, la sua ferrovia, i suoi ponti, il porto, la città tutta. E poi ne seguirono altri due di bombardamenti, il 17, e il 20 settembre. Altro che armistizio !!!!! Altro che "liberatori". Altro che "alleati" come li chiameremo in seguito.
L 'ordine di Churchill era quello di bombardare, bombardare e seminare il terrore in Italia (che lui chiamava "il ventre molle".)

Obiettivo: far trovare terra bruciata al nemico; il calcolo dei morti di questi altri 3 bombardamenti, C. Colacito nel suo “Pescara durante la guerra (1943-1944)”, testimonia un numero oscillante di ca. 2000 persone.
Questi morti dagli anglo-americani - come al solito - erano già cinicamente stati messo in conto.

Infatti questo tipo di bombardamenti avevano il solo scopo di fiaccare la resistenza delle popolazioni. Terrorizzarla e Ucciderla. Questo e altri successivi bombardamenti nessuna faccia di bronzo riuscirà a giustificare con un minimo di necessità militare. Ma "la guerra è così" - dissero - " tutte le guerre sono così, ingiustificabili".

L'8 Settembre - nell'ambiguo comunicato di Badoglio - avrebbe dovuto nelle illusioni della gente essere la fine della guerra, il mese della pace così tanto agognata, addirittura tedeschi e italiani la sera dell'8 settembre tutti insieme paradossalmente si abbracciarono e brindarono pure, invece poi dopo solo qualche ora, diventò per colpa di capi inetti terrorizzati, datisi alla fuga, l'inizio di un periodo di lacrime e sangue per tutti gli italiani, per i tedeschi ma anche per gli anglo-americani. Soprattutto a Ortona la "Stalingrado d'Italia". (i tanti cimiteri sul posto lo testimoniano).
(Proprio per questo preventivato annuncio dell'armistizio - che fra l'altro era stato firmato il giorno 3) - a noi il 5 settembre da 4 ufficiali tedeschi ci fu requisita la stanza matrimoniale dei miei nonni; una stanza che aveva un ampio balcone che guardava non solo la pianura di Chieti Scalo, ma anche il Gran Sasso. E li sappiamo chi c'era.).

Ed era solo l'inizio. Che ebbe con la fuga da Roma - la sua tragica ora proprio a Chieti, il 9 settembre notte che abbiamo già raccontata sopra.

Dopo tale data, con l'insediamento del comando tedesco a Palazzo Mezzanotte a Chieti, con l'arrivo dal Brennero di molti reparti germanici, ci fu il piazzamento di molte batterie di contraerea a Chieti Scalo; due le piazzarono quasi sotto casa nostra nel piazzale sul retro del Palazzo di Giustizia, con due potenti fari. Poi moltissime altre postazioni furono allestite nella parte opposta rivolte a sud del capoluogo. Si sapeva che gli anglo-americani stavano risalendo la costa adriatica e tutti capirono che a sud di Chieti, a Ortona e sul Sangro, si sarebbe svolto uno dei più decisivi e importanti scontri, i più cruenti - su terra ferma - della guerra in Italia. (Ed infatti senza risparmio di colpi, tali furono, come in nessuna altra parte d'Italia).

I tedeschi intendevano fare di Chieti - che domina, da una parte a nord tutta la valle del Pescara e dall'altra a sud quella del Sangro - una luogo fortificato per resistere all'avanzamento sulla dorsale adriatica degli anglo-americani. Che, a solo poco più di un mese dallo sbarco in Sicilia, erano guidati da Montgomery già giunti sul Sangro. Questa linea di sbarramento (da Roma, Montecassino, Ortona) fu denominata "Linea Gustav". Superarla voleva dire avere l'accesso al Nord e da Pescara anche la via di accesso ad ovest per arrivare a Roma. Questo era del resto l'obiettivo di Montgomery, lui voleva arrivare a Pescara e poi a Roma prima che ci arrivasse - risalendo il Tirreno - Clark, previsto al massimo a Natale. Purtroppo Montgomery fu inchiodato sul Sangro e pure Clark a Montecassino. Fatto fermare dai tedeschi, non certo per merito di Hitler ma solo per le qualità di uno dei suoi migliori generali: Kesserling.

Non così l'ostinato Hitler, proprio lui per voler fermare Montgomery qui sul Sangro sulla "linea Gustav" commise uno dei suoi più grandi errori; che gli furono fatali !! A seguito dello sbarco degli anglo-americani in Sicilia (9 luglio '43) , Hitler aveva prelevato alcune divisioni nella più grande battaglia di carri armati in Russia a Kurks (lasciando solo Manstein che era quasi riuscito a tener testa ai russi) per inviarle al Brennero pronte ad entrare in Italia e farle scendere una parte nella dorsale adriatica e l'altra in quella tirrenica. Una scelta scellerata.
Perse così in Russia; perse poi nella dorsale adriatica; perse anche in quella tirrenica; e quando poi in giugno ci fu lo sbarco in Normandia non aveva forze a sufficienza per contrastare l'invasione in Francia. Aveva inviato inutilmente 22 divisioni a logorarsi in Italia, anzi a suicidarsi lungo la penisola, ormai diventata per i tedeschi una trappola. Non capì che gli angloamericani non intendevano di sicuro liberare la sua Berlino sbarcando in Sicilia.

Kesserling era l'unico ad avere delle idee strategiche buone in proposito, infatti lui non voleva superare la linea a Bologna, andare oltre questa sarebbe stato dispersivo e poteva rappresentare una trappola. Ma Hitler voleva lui comandare, fare lui lo stratega in Russia, in Italia, in Francia, in Africa. E i risultati del vanitoso "caporale" li abbiamo poi visti.

Dopo il rastrellamento del 10 settembre, il 27 ottobre un'altra volta l'intera città di Chieti fu bloccata da alcuni reparti tedeschi, che dopo aver piazzato mitragliatrici in quasi tutti gli angoli delle strade, fecero scattare un altro terribile rastrellamento, perquisendo tutte le case e gli appartamenti della città, e perfino senza alcun riguardo ospedali, chiese e conventi. Per cercare i renitenti ma anche perchè occorrevano uomini !! Compresi i 18 enni !! (classe 1925 !). E guai a non presentarsi !! Per i disertori vi era la fucilazione immediata.

Anche mio zio Cesare era un uomo nel mirino, lui non era nemmeno militare né tantomeno uno di quelli che aveva abbandonato l'esercito, lui in precedenza era stato esentato fin dall'inizio dal richiamo alle armi perchè unico figlio maschio di una famiglia con padre e madre già anziani e 2 femmine in famiglia, con una disabile. Ma anche lui - pur lavorando in tipografia a fare i vari manifesti (e paradossalmente stampò proprio lui i due piuttosto espliciti manifesti ) - temeva di essere catturato visto che i tedeschi - rimpiazzandoli con dei vecchi, avevano sempre bisogno di uomini giovani validi per i lavori vari nella difesa, nelle trincee, ecc. ecc. E mio zio aveva 30 anni, ed era un uomo ben piantato.
Un rastrellamento poteva essere per lui fatale.

La soluzione quel fatidico giorno 27 ottobre e seguenti la trovammo.


Avevamo appena rifatto il tetto e tornati ad abitare nella nostra casa. Mio zio lo facemmo entrare dentro un piccolo ripostiglio, un sottotetto di 4-6 mq situato dietro la stanza matrimoniale dei miei nonni (la stessa che ci era stata requisita l'8 settembre dai 4 ufficiali, poi andati anche loro a Palazzo Mezzanotte) e che paradossalmente confinava con il muro divisorio con palazzo Mezzanotte dove si era installato proprio il comando tedesco. Non vi era posto più sicuro in tutta Chieti. Mettevamo davanti alla piccola porticina del ripostiglio dietro gli ampi capoletti del letto matrimoniale dei miei nonni un grande foglio bianco di compensato - onde evitare che guardando sotto il letto si scopriva la fessura della porticina, e lì dentro mio zio iniziò a vivere alcuni giorni. Poi per paura che io ai perquisitori nell'emozione dicessi involontariamente qualcosa di sbagliato o compromettente (ed era purtroppo già accaduto) decisero di rinchiudermi con mio zio. Uscivamo guardinghi solo a notte fonda.
Ma una sera ci venne il cuore in gola ad entrambi, quando sentimmo i pesanti passi dei perquisitori
nel pavimento di legno dentro la stanza da letto. Passammo lì dentro alcuni giorni, credo 7-8- forse 10.

Passata la burrasca delle prime perquisizioni, tornate le acque più calme, lo zio (l'idea gli nacque forse trovando nel ripostiglio una vecchia gamba di gesso e una carrozzella) ebbe un'idea geniale e adottò un banale stratagemma, all'alba di una giornata ritornato in un modo guardingo in tipografia si stampò un fac-simile referto medico-ospedaliero (di ogni stampato in tipografia si conserva sempre una copia), lo compilò a suo nome, poi tornato a casa prese la vecchia gamba di gesso (usata anni prima da mia nonna) se l'applicò con delle bende a una delle gambe, ci passò sopra un po' di gesso liquido, e con la vecchia carrozzella da invalidi percorrendo tutta la quasi sempre deserta via Arcivescovado e la via Marcello, spuntavamo ai templi romani. Io - bambino di 8 anni - lo sospingevo fino al retro di Palazzo Fasoli, dov'era la Tipografia, dove poi entrava, stampava manifesti ufficiali ma anche manifestini clandestini fino a notte tarda; poi rasentando i muri della deserta, stretta e buia via Arcivescovado lo riaccompagnavo a casa. Lo stratagemma funzionò. Ci andò sempre bene.

Ma i tedeschi non davano solo la caccia agli uomini validi; i nazisti facevano le retate e arrestavano e inviavano nei lagher gli ebrei ancora in circolazione per l'Italia. Ed anche a Chieti vi erano alcune famiglie di ebrei. Fino allora nessuno aveva dato a loro fastidio, anche se vi erano i fascisti. Ma dal 9 settembre chi comandava erano i nazisti, erano loro a fare le rappresaglie. E proprio per questo motivo, un signore che era spesso in tipografia da mio zio per vari lavori di stampa forse erano diventati pure amici. Costui possedeva nei dintorni un podere, e da questo ci provenivano tanti cose che il suo fattore produceva. Ma in quella fine settembre si sentì in pericolo lui e sua moglie. Mio zio (prima che ci bombardassero la casa) aveva offerto per nascondersi in quella stessa soffitta in casa nostra che poi in seguito occupammo anche noi il 27 ottobre.
Loro due ci erano rimasti solo una settimana, perchè pochi giorni prima che fossimo bombardati - loro sentendosi braccati - una sera sgaiattolarono via. Io di loro non ho poi mai più saputo nulla fin che sono rimasto a Chieti, nè in seguito. Non so se riuscirono a salvarsi.
Dov'erano usciti loro, il 27 ottobre - come già detto sopra - nel ripostiglio ci entrammo poi io e mio zio, fin quando lui ebbe quella idea geniale accennata sopra.


Intanto la situzione sfollati a Chieti si aggravò il 4 novembre quando le operazioni di guerra diedero inizio al grande scontro dei tedeschi con gli anglo americani di Montgomery sulla valle del Sangro. Tutti i paesi a sud di Chieti, una ventina, furono fatti sgomberare e una colonna di profughi - soprattutto dai dintorni di Pescara e dai paesi del Sangro - iniziò proprio durante i giorni delle incessanti piogge di novembre, a trascinarsi come randagi verso il capoluogo. Ovviamente tutti a piedi, le donne con grandi ceste sul capo, gli uomini con grossi fagotti sulle spalle, altri fagotti sopra delle sgangherate biciclette senza gomme, con attaccato carrettini sovraccarichi di provviste, oppure improvvisati carretti con sopra masserizie; ma c'erano anche molti anziani e bambini piccoli (tanti!) mentre i ragazzini un po' più grandi si trascinavano nel fango con i panni bagnati e le scarpe rotte, piangenti dalla fame e dalla stanchezza dietro a madri che non avevano neppure gli occhi per piangere. E c'era da piangere anche noi nel solo vederli.
Il primo giorno, ne arrivarono più di un migliaio, tutti in piazza grande; le scale di San Giustino dove si erano seduti per la stanchezza erano piene di uomini, donne e bambini. Poi alla sera, il portico del sottopassaggio diventò un rifugio, con gente distesa su improvvisate coperte. Altrettanti rimpirono i portici del Palazzo di Giustizia o sotto il portico di Palazzo Mezzanotte. Molti si erano anche rifugiati dentro la cattedrale, dove nessuno osò mandarli fuori .
Ma questo erano solo i primi giorni. Nei seguenti ci fu una vera a propria invasione, 2000, 5000, 10.000.....100.000 !!!.
Sul Corso Marrucino “bivaccavano” sotto i portici e per difendersi del freddo mettevano dei cartoni o vari stracci come protezione.

( guardate sotto, oggi in TV i profughi che fuggono dalle guerre, ma a Chieti fu ..... peggio,
si mossero verso la città quasi contemporaneamente 100.000 persone !!!!!!!!!).



Alcuni si portavano dietro ceste con dentro qualche gallina o conigli, altri si trascinavano dietro qualche pecora o capra, che misero poi nei cortili o dentro gli androni delle case ospitanti. Orti o giardini nella Chieti urbana non ne esistono, quindi possiamo immaginare il disagio di chi generosamente li ospitava. Ma era, anche per gli ospitanti - almeno per i primi giorni - una occasione per mangiare qualcosa di cui si aveva solo più il ricordo.
Da un verso o dall'altro per salire a Chieti dai vari paesi Tollo, Francavilla, Orsogna, Fara, San Vito, Lanciano e molti altri, e dalla stessa Pescara, bisogna fare molti chilometri - dai 5 ai 10 - oltre ad esserci delle grandi salite; non tutti in quelle critiche condizione a piedi riuscirono ad arrivare a Chieti, molti anziani morirono perfino per la strada e furono addirittura seppelliti lungo i cigli delle stesse.
Altri pur con tutta la buona volontà e la forza della disperazione per la stanchezza dovettero con malavoglia abbandonare lungo la strada carretti pieni di bagagli, di masserizie, o le varie provviste che si erano portati inutilmente dietro.
Quelli che nonostante tutto giunsero a Chieti furono ospitati da parenti, o anche da lontani parenti o da conoscenti di recente o di antica data. Altri trovarono rifugio nei più disparati luoghi dormendo anche per terra nei sottoscala, oppure nelle umide cantine, sotto qualche portico riparato, nelle chiese, nei seminari, nei conventi ecc. Mentre l'inverno incombeva. I due rifugi già menzionati erano affollati non solo la notte ma anche di giorno, non sapendo dove andare.
Altro che profughi che vediamo oggi in TV. In una città come Chieti, giunsero in due mesi 100.000 disperati !!!
Chieti a quel punto si dimostrò generosa fino all'inverosimile. La città contava allora 30.000 abitanti, da due anni tutti avevano la tessera annonaria per campare, a quei tempi non vi erano altre risorse, eppure i primi 75.000 sfollati (ma un mese dopo, a dicembre, erano già diventati 100.000) riuscirono a ottenere dai chietini un pezzo di pane e un rifugio caldo, dopo averli visti in strada in pieno dicembre a prendersi un po' d'aria e sole quando questo c'era.
"Caldo"
... si fa per dire, quasi più nessuno a Chieti aveva il riscaldamento in casa, il carbone era introvabile e la legna per i camini-focolari era un oggetto prezioso; nei dintorni, perfino nella Villa alle piante ad altezza d'uomo non vi era più attaccato un solo ramo, i notturni cacciatori di legna e di fascine le avevano rese nude come pali telegrafici.

Questo ancora fino al 1945 !!

*** LEGNA DA ARDERE - Ansa. Roma, 22 Febbraio 1945- L'azienda di servizi annonari comunica che presso il competente di via degli Argonauti sono in vendita quantitativi di legna da ardere di essenza forte. Chiunque può acquistare detto combustibile, che sarà ceduto, franco mercato, a L. 340 al quintale. (Comunicato Ansa 22 febbraio 1945, ore 18.30).
Prima esisteva una carta annonaria, "tessera legna", che prevedeva la distribuzione di 2 quintali per famiglia al... mese (!!)
Inoltre 340 lire nel '45 corrispondevano alla paga giornaliera di un comune lavoratore.
E come sapete (o no?) un quintale lo si consuma in uno-due giorni.


Per avere noi della legna per cucinare e ovviamente anche qualcosa da mettere sopra i fornelli, conoscevamo un ingegnoso meccanico. Al suo piccolo camioncino - Mariolino - non essendoci in giro benzina - aveva applicato un motore a gassogeno alimentato a carbonella. Con questo lui andava in giro nei dintorni per campi e paesini in cerca di cibo. Tramite lui, mia nonna si procurava così sacchi di farina, di ceci, di fave, di carrube oltre a conigli e pollame. E qualche volta anche un intero prosciutto. Ovviamente si faceva pagare profumatamente (non con soldi che valevano sempre meno, ma con gioielli, d' oro o argento, o capi di vestiario, maglioni ecc.). L'unico fastidio per mia nonna era sapere che lo stesso camioncino veniva chiamato anche per portare al cimitero i morti (altrimenti vi erano solo - non essendoci animali da tiro - mangiati tutti - carretti tirati a mano, verde-blu della nettezza urbana e questi di solito venivano anche usati per portare i morti al cimitero di S. Anna. Ma i morti in quel periodo di bombardamenti e di tante malattie erano tanti, 20-30 al giorno, quando prima a Chieti la media era di 1-2 al giorno.
Purtroppo non c'erano i forni crematori.
Mio nonno che aveva una falegnameria, era sempre dietro a fare con quattro assi, delle semplici casse per metterci i morti.
Mia nonna con quel furgone, cominciò a non essere più schifiltosa. Se voleva fare gli spaghetti alla chitarra, o per me i taralli e le pizzette, con la fame e la carestia che c'era in giro, trovare uno come Mariolino così era una fortuna.



Nel palazzo comunale vi era il Podestà Alberto Gasbarri ( fascista ma "atipico" ), con un grande cuore, sempre pronto a dare aiuto alla popolazione nel momento del bisogno. Assieme all'arcivescovo Venturi, che insieme si diedero molto da fare per far dichiarare "Chieti Città Aperta". Gasbarri si adoperò anche molto per risparmiare vite umane fornendo dati anagrafici falsi risparmiando giovani dalla cattura o dalla fucilazione, o intercedendo presso il Comando germanico per ottenere vari atti di clemenza. E si era poi - più tardi - anche opposto proprio come Venturi all' ordine di evacuazione della intera città.
L'ho conosciuto personalmente perchè in gran segreto veniva più volte in tipografia, soprattutto per la stampa delle tessere. In precedenza ai chietini erano state date ca. 25.000 tessere, ma con l'invasione dei primi profughi ne furono stampate altre 20.000 e per averle bastava richiederle in Comune dove Gasbarri non si tirava indietro nel darle.

Ma poi i profughi erano saliti di altri 30-40.000, e molti non le richiedevano in Comune, perchè temevano nel dare le generalità che sarebbero stati rintracciati e fatti allontanare con un foglio di via. (cosa che purtroppo poi avvenne nei primi mesi del '44)

Infatti già girava voce che i tedeschi stavano pensando di far sgomberare la città. E non solo di profughi ma anche di chietini. (quello che avverà in seguito che diremo più avanti)
I tedeschi in Comune vollero tutti i nomi dei tesserati, ma qualcosa non quadrava nei numeri degli elenchi. E allora pretesero che le tessere dovevano essere tutte ristampate e numerate e con il colore della carta in verde. Ma Gasbarri non si arrese, in gran segreto trovò una soluzione per stampare delle tessere false con l'aiuto di mio zio che gli insegnò il trucco..
(erano queste truccate, con lo stesso numero, fermando il contatore automatico che gira ad ogni copia che si stampa -
E dato che dal fornaio bastava (per il pane) presentare solo i bollini, la soluzione era stata trovata.
Queste tessere venivano date agli sfollati, con Gasbarri che in Comune (personalmente - non si fidava nemmeno del suo aiutante che era Cascatella, "lo spione") riempiva stati di famiglia anche questi falsi. Fu così che si sfamamarono altri 30.000 profughi assieme agli abitanti di Chieti.
Questo Gasbarri era sempre sotto pressione per richieste di aiuto di ogni sorta, quando la città era diventata un accampamento e occorrevano coperte, pagliericci da mettere a terra dove capitava, nelle chiese, nelle canoniche, nell'arcivescovado, e come detto perfino nelle cantine e sotto i portici. Ma soprattutto erano tante le richieste di generi alimentari, in primis pane e latte per i bambini.
Mio zio come detto sopra stampò e Gasbarri rilasciò altre 30.000 tessere alimentari (erano prima per i locali 25.000, poi ne erano state stampate altre 20.000. Con queste ultime false si raggiunse il numero di 75.000. (anche se gli sfollati erano diventati ca. 100.000).
E come facevano allora a campare questi rimanenti altri sfollati ? C'ERANO I CHIETINI !!!!

Questo Alberto Gasbarri fu poi arrestato alla liberazione (solo perchè era un Podestà fascista), e finì in un campo di concentramento vicino a Salerno. Ma a fine guerra fu poi riabilitato. Tante erano le testimonianze a suo favore. Poche quelle del discredito anche se prima lui era stato un fascista.

Abbiamo detto, c'erano i Chietini!!! Noi stessi dopo aver rimesso a posto il tetto, a inizio dicembre ospitammo 6 lontanissimi parenti di Tollo, un paese che era sulla linea di demarcazione tedesca-anglo-americana (si fronteggiavano a solo 1 km) dove dicevano sarebbe stata rasa al suolo (questa sorte toccò poi a Ortona e Orsogna, dove nemmeno una casa rimase in piedi).
Da Tollo questi parenti abbandonarono il paese e si rifugiarono a casa nostra.

In città non vi era chietino che non avesse in casa non uno ma 3-4-5 sfollati. La nostra vicina, la padrona del Palazzo Mezzanotte, la N.D. Maria Mezzanotte, ospitava una consistente folla di profughi; la chiamavano tutti - per la sua ospitalità, generosità e solidarietà - la "madonna delle grazie". Correva a destra e sinistra, sotto e sopra, non faceva mancare nulla soprattutto a donne e bambini. Nobil Donna di nome e di fatto. Ne ospitava a decine e decine nei locali del palazzo lasciati liberi dai tedeschi, e cosi aveva fatto anche al seminario e nel suo palazzo, l'arcivescovo Venturi, di cui parleremo più avanti.

Dicevo sulla generosità dei chietini. Un certo giorno di dicembre, con il freddo incombente e una caduta di neve eccezionale, fu presa una iniziativa e organizzata una raccolta di indumenti di ogni genere, ma anche di viveri allora introvabili, quali zucchero, carne, olio, farina. E qualche soldo chi lo poteva dare.

Ebbene, mai vi fu tanta gioia, tanti buon cuori, tanto impeto nel donare; si ebbe un riscontro solidale incredibile. Da banche, negozianti, comuni cittadini, ci fu una montagna di donazioni che resero tutti i chietini dei benemeriti, ma che dico, dei "nobili" quanto a solidarietà, da medaglia d'oro da appendergli non solo sul gonfalone, ma ad ognuno sul petto.
Ecco perchè l' ho titolata questa pagina "Epopea di una città". Perchè si sono svolti una serie di... fatti eroici, degni di un poema omerico tragico. E fra questi fatti eroici, uno brillerà in particolare per sempre: aver ospitato la città e dato da mangiare a 100.000 persone disperate che si erano rifugiate a Chieti. Ho detto 100.000 !!!!
Nessuna altra città ha questo primato di solidarietà. Chieti è stata una città unica !! Di tutti i tempi, nell'intera storia d'Italia.
Una città, già con il tesseramento, già essa stessa affamata dalla guerra, che sfamava 100.000 persone che stavano però peggio. Ed erano dei disperati, con figli piccoli, dallo sguardo spento, silenziosi, che mi sembravano già vecchi
.

Una vera città dall'imprinting greco (non per nulla ha 3000 anni ! ), una polis che ha il carattere prevalentemente sociale come del resto dovrebbe essere - e ha dimostrato di essere - la comunità di questa città. Non votata all'estensione, alla monumentalità, alle grandezza, o peggio ancora alle ciminiere, ma un raggruppamento funzionale organizzato intorno ad un centro, all'interno di un piccolo perimetro sufficiente a rispondere ai bisogni di tutta una comunità. E che comunità !! A me la popolazione di Chieti mi dava sempre l'impressione di essere un luogo dove viveva una grande gioiosa famiglia, dove tutti erano fratelli, nonni, sorelle, zii e zie.
Anche la stessa intensa partecipazione alla vita religiosa della comunità - come la ultra secolare processione del Venerdì Santo - il singolo cittadino - anche se é ateo - si esprime e contribuisce in misura non inferiore alle forme prettamente religiose e di conseguenza anche politiche nel rinsaldare fortemente il senso di appartenenza al legame di questa singolare comunità
socialmente coesa.
Così coesa che facevano a gara ad aiutare chi aveva bisogno anche se questi erano 100.000 !!!!!

E quanti ragazzini di ogni età !! Senza scuola, sradicati dal loro territorio, ospitanti precari, sempre sulla strada, erano diventati tutti degli sbandati, dei solitari, e sempre col viso triste ancor più dei genitori. Oltre che essere sempre affamati. Io allora ero già un "capo banda" dei ragazzini di Piazza Grande, e a quel punto mi improvvisai "generale", così riuscii a riunirli, ad aggregarli, a improvvisare mille giochi per tenerli occupati, e io che ne ero capace, a leggergli i giornalini per ore e ore. Poi alla sera all'Ave Maria me li portavo tutti alla funzione serale nella Cripta di San Giustino (dov'ero di casa, chierichetto onnipresente, era la mia seconda casa!! ) e lì, dentro nel vano dell'organo li coinvolgevo tutti nel coro. Abbiamo fatto per molte sere delle funzioni molto speciali, perchè in mezzo a loro scoprivamo delle voci bianche stupende, soprattutto negli assoli del rosario cantato (questa era un idea di Venturi) . Ce n'erano un paio di soli 6-7 anni che quando cantavamo l'Ave Maria, pur essendo così piccoli sembravano dei veterani, così capaci che facevano venire i brividi a tutti. I parrocchiani dicevano che erano degli angioletti mandati giù da san Giustino a consolarci.

E a proposito di cantanti (ma non ricordo se uno degli "angioletti" canterini era proprio lui) sotto casa mia, nella casa a fianco, al n.8 dove allora c'era una osteria, con altri fuggiaschi era giunto con la famiglia piuttosto numerosa (più di una ventina e anche di più, tutti sfollati da Foggia), un ragazzino di circa 6-7 anni di nome Lorenzo; spesso giocavamo insieme davanti casa ma ancora più spesso in piazza grande. Io nella mia banda dato che avevamo già un Renzo, essendo lui più piccolo lo chiamavo Renzino.
E anche lui come gli altri l'avevo portato in quel coro di bambini nella cripta. E cantava proprio come un angioletto. Molti anni dopo ho saputo che quel ragazzino, diventato famoso, a Chieti recentemente nel corso di una sua visita gli hanno fatto tante... tante tante feste. Gli hanno dato perfino la Cittadinanza onoraria. Non so per quale motivo, ma forse ... solo perchè oggi lui é famoso.
Semmai era lui che doveva premiare la città che gli aveva dato ospitalità, e non l'incontrario.
Quel Renzino era RENZO ARBORE. Un ex sfollato a Chieti, proprio in via Arcivescovado. Che aveva sempre sempre tanta fame, e guardando me che facevo delle merende abbondanti (visto che il pane non ci mancava mai) con fette di pane casalingo e un po' d'olio e basilico, mi guardava in un modo triste; ed allora da mia nonna mi facevo dare doppia razione che poi passavo al Renzino facendogli tornare il sorriso. E qualche giorno di soppiatto rubandolo in casa gli davo anche qualche bollino per il pane, visto che era mio zio a stampare le tessere, e al fornaio bastava dare solo i bollini.
Ho - qualche anno fa - provato a scrivergli per condividere qualche ricordo di "quella vita randagia", se si ricordava di me, ma non ho avuto il piacere di ricevere una risposta. Avrà altro da fare. O non vuole ricordare i suoi benefattori.


Del resto anch'io pochi anni fa, da anziano, sono ritornato a Chieti; ma parlando con alcuni giovani questi sapevano poco o nulla di quel dramma del '43-'44 (molti oggi me lo scrivono) . Parlando con quelli più maturi - sì, avevano sentito solo raccontare appena qualcosa; mentre parlando con quelli che avevano la mia età, questi avevano rimosso tutti quei brutti ricordi adolescenziali, non volevano parlarne e nemmeno ricordarli, altro che farmi feste incontrandoli !!
I primi non avevano alcuna memoria storica, i secondi avevano persa anche quella poca appresa dai familiari, i terzi (come vergognandosi) la rinnegavano perchè disturbava la loro coscienza
. (perchè un tempo - come tutti -erano stati fascisti? C'era quasi una autocondanna! Come quando una Segrè va nelle scuole a far ricordare ai ragazzi cheTUTTI gli italiani erano stati dei fascisti cattivi).

Allora? tutto da dimenticare ? Per me non è possibile !! Con figli e nipoti si sta forse zitti, perchè altrimenti si rompe il loro "mondo magico" del consumismo attuale; ma quando si vede lo spreco, vengono prepotentemente sempre in mente quei tristi giorni. Impossibile dimenticare. Anch' io prima della guerra vivevo nella bambagia, nell'abbondanza, poi fu tutto diverso, tutto drammaticamente diverso. Una semplice fetta di pane con su un po' del rarissimo olio di oliva e due foglie di basilico se era il costante mio desiderio quotidiano lo era anche per tutti i miei sempre affamati coetanei, Renzino compreso. (non esistevano ancora i barattoloni di Nutella (!!) - anche se mia nonna era una artista a fare marmellate di ogni tipo

Questo fino al 1945

*** "DUE DECILITRI D'OLIO - Ansa. Roma, 6 Aprile 1945 - La Sepral comunica: i normali consumatori potranno prelevare dal 10 al 25 corrente due decilitri di olio a persona presso gli esercenti scelti con la prenotazione effettuata per il quadrimestre. (Comunicato ANSA. 6 Aprile 1945 ore 13.25)
2 dcl di olio !!! - per un quadrimestre !!
Molto spesso l'olio non c'era e veniva sostituita con strutto o lardo. Il prezzo ufficiale era di 30 £ al litro, ma non c'era in giro. Mentre alla borsa nera quotava circa 400-500 al litro.

 

Forse Arbore e quegli anziani hanno ragione a non voler ricordare, perchè anni fa anch'io in una mia visita a Chieti, camminando solo soletto per via Arcivescovado nel rammentare quei giorni mi sentivo dei fastidiosi groppi in gola, mi veniva da piangere. E non essendo io famoso come l'altro, nel rammentare quegli anni - i maturi e gli anziani come me con i quali parlavo - non mi facevano di sicuro feste, anzi cambiavano discorso ("lasciamo perdere" dicevano ) o scantonavano subito, perchè di quel passato non volevano più saperne. Per non dire con quelli più giovani. Come se fossero loro i responsabili di quelle sofferenze. E pensare che io nel ritornare a Chieti avrei voluto abbracciarli tutti quei chietini, considerati da me come fratelli e sorelle della mia adolescenza. Peccato!!
Una delusione che proverò ancora in un modo più marcato nel 2014 quando ebbi l'infelice idea di voler essere presente nel 70° anniversario della liberazione. ! Che delusione!!! E che tristezza !! Più che ascoltare i relatori erano tutti impegnati sul loro telefonino.

Ma si può vivere bene così nel voler mettere la testa sotto la sabbia? Scrivendo costoro un giorno la storia della loro vita, se prima non l'hanno appresa con le esperienze dei loro padri, cosa mai scriveranno? che erano impegnati solo per quell'unico godimento che è la vanità, che hanno (lo diranno ai loro figli?) lottato (sic!) solo per il vile denaro per "acquistare" solo la stima materiale altrui, oltre che per il mangiare, bere, dormire. E' questo è vivere? Questo è il nulla.
Si può anche - spesso è salutare - avere fede solo in se stessi, ma se in questa fede alberga solo il nulla, una fede del nulla non può esistere.

Si dice che i ricordi e le esperienze negative sono distruttive, non costruttive, ma io penso che più si riesce a guardare indietro nelle brutte esperienze, più si riesce meglio a proporsi di vivere fantasie migliori, magari solo da immaginare, e se pur immaginate sono senza dubbio più salutari che non fissarsi su una futura realtà del nulla.

Io ho fatto così. Capisco che c'è chi riesce a cancellare episodi spiacevoli e chi no, ma l'importante è dare il giusto peso alle cose di ieri senza temere di farsi opprimere l'oggi.
Se non sai quello che è stato, da dove viene tutto quello che c'è, non puoi trovare te stesso e costruire il futuro che ti viene incontro. Io oggi di quel tempo non proprio bello non ho - di certo - nulla da rimpiangere, anzi quei brutti momenti storici mi hanno spesse volte profondamente turbato, mi piacerebbe poter dire: io non c'ero. Nè mi basterebbe solo dire ai giovani alla Arbore "Meditate, gente! Meditate!".

Ma purtroppo c'ero, ma non me la sono presa più di tanto. Anzi in quei tempi bui, io bambino-ragazzino (senza la macchina educativa tradizionale, e solo con la curiosità di bambino - per mia fortuna avevo uno zio straordinario) ho acquisito cos'è la realtà della vita, scoperto le interazioni reali dell'individuo, non ho interagito con degli schermi Tv, o come fanno oggi i giovani con la rete o i social network che - sì sono connessi col mondo - ma di fatto é un mondo virtuale, dove non vi è "la realtà" che porta solo al "nulla".; io ho invece toccato, annusato, afferrato, maneggiato, visto, sentito, patito, gioito, pianto: ho insomma imparato realmente che cosa è il mondo e la vita. E soprattutto ho imparato a vivere l'istante anche se sai che quello può durare poco. Se é bello e dura un minuto, te lo godi tutto pienamente standoci dentro; ma anche se è brutto - come dopo un bombardamento - se sei uscito vivo, hai coscienza che l'istante brutto è passato, che sei vivo, e qui ti godi pienamente l'attimo del presente e viaggi tranquillo anche verso il futuro che ti aspetta anche se ignoto.

Infatti con quelle esperienze e i conseguenti successivi processi mentali, da allora per me il mondo è poi stato sempre un grande e bellissimo spettacolo, questo perchè dopo aver visto simili "campi di battaglie", dopo non mi ha impressionato più nulla, nè mi sono mai tirato indietro nelle "battaglie" della mia vita per superare le difficoltà, per far in modo di renderla costruttiva, interessante e piacevole. E sempre con un pizzico di ponderato ottimismo, di cui la "Dea Fortuna" quando ti è vicina ha sempre un necessario bisogno per esprimersi. Da sola la "fortuna" non va da nessuna parte se tu non collabori.
Del resto nelle situazioni dolorose della vita, é il modo in cui le affronti che ti permette di uscirne vivo, fisicamente e mentalmente.

Tutti quei piaceri che mi erano stati negati da piccolo, poi via via crescendo scoprii che se volevo erano disponibili, e per averli bastava guardare avanti e lottare, senza (però) mai dimenticare quel passato fatto di tanti desideri insoddisfatti, anzi ero ancora di più determinato. Così - ovviamente - ogni cosa mi è parsa poi sempre più bella, ogni esperienza più piacevole; nelle battaglie della mia vita ho potuto cogliere tante piacevoli vittorie. Nello scalare le mie montagne - soprattutto a rocciare guardavo e puntavo sempre alla vetta, non mi fermavo di certo a metà per paura di precipitare; nel tuffarmi da un aereo da 5000 metri con il paracadute guardavo e puntavo a terra; in questo agire attivo non mi servivono dispute accademiche sui timori dell'osare. Osavo anch'io ma ponderavo e avevo accanto a me sempre l'ottimismo. Sempre!!! Una grande fede nell'ottimismo !!! Anche nell'imponderabile, dove puoi fare ben poco, e che spesso è dietro l'angolo nel corso dei nostri precari 1000 mesi di vita (quando ci va bene).


20 (!) anni fa mi diagnosticarono un brutto tumore, dissero che era in stato avanzato. Non mi disperai. Interpellati alcuni primari; c'era chi mi diceva di fare lunghe cure con la chemio, altri che ero troppo anziano per essere operato. Ne trovai uno bravissimo con già alle spalle 1200 operazioni, e fu con me molto realistico. Non mi nascose il rischio, ma disse "bisogna subito operare, ma bisogna andare dentro a vedere a cielo aperto con un bel taglio di quaranta centimetri dall'inguine allo stomaco; purtroppo sono impegnato con altre operazioni per i prossimi due mesi; ma avrei un giorno libero la prossima settimana, un venerdì 17 (!) , giorno che nessuno per scaramanzia vuole farsi operare".
Io non ci pensai due volte "professore sono uscito vivo (!) tanti anni fa, da sotto un mitragliamento un venerdì 17 (!), uscito vivo dalle macerie della mia casa bonbardata un venderdì, uscirò vivo anche dalla sala operatoria. Vada per venerdì 17 (!)".
E così fu, dopo quattro giorni e dopo 6 ore sotto i ferri, dalla sala operatoria ci uscii vivo e pimpante. Oggi quel cancro è più solo un brutto ricordo di 20 anni fa.
Certe vittorie si ottengono quindi anche con l'ottimismo; con esso poi certo si lotta anche con la volontà, ma senza andare allo sbaraglio, lo si fa con una volontà equilibrata, che è poi efficace nel voler agire. Non caparbietà che è una forma cieca e ridicola dove si infrangono tutti i ragionamenti; ma si agisce con la ponderatezza, che è poi il buon senso. La persona ponderata (io in quel frangente avrei dovuto forse prendere in considerazione la favola del venerdì 17?) prima di agire, misura, calcola, esamina il pro e il contro di ogni cosa (non alla dicerie) poi decide e si muove; chi invece riceve tutto senza lottare e competere non solo poi fa passi incerti e falsi, ma diventa (spesso inconsapevolmente) un pessimista passivo, un nulla, un parassita, un essere sterile per il suo e per il nostro mondo. E non credo proprio che costui - così demotivato - vive soddifatto di se'. Ecco perché alcuni, ancora giovani, ricorrono alle droghe o "starnazzano" giulivi e si agitano tanto negli affollati concerti.

Solo gli animali non hanno bisogno di ricordare il loro passato, ne' sanno cos'è il futuro. Mentre quest'ultimo assieme al presente noi lo possiamo spesso sapere, perchè è l'eco e la propagazione di un passato. Un proverbio dice che l'oggi non è solo figlio di ieri, ma é anche il padre di domani.
E un'altro dice "Un popolo che non sa da dove viene, non sa neppure dove va". E in questi ultimi tempi travagliati si nota mancanza di sapere del "prima di noi" e nel contempo (soprattutto nelle giovani generazioni) hanno la mancanza del destino "futuro", in quel "dopo di noi" che é incerto, molto incerto.
Molti hanno già il destino segnato ma questo è fatto con le loro mani; ricordiamoci che solo col sapere si possono fare molte cose. Un maestro Zen diceva "per spostare il corso di un fiume ribelle devi sapere da altri come si fa, poi ci vuole la volontà e la pazienza per spostare i macigni e gli argini". Se non lo fai il fiume prima o poi ti travolge. E la colpa é solo tua e della tua ignoranza.

Alla nascita all'elettroencefalogramma il nostro recente cervello è piatto, ogni nostro neurone nella neocorteccia non ha dentro nulla. E se non gli procuriamo (buone) informazioni (conoscenze) resta piatto per tutto il resto della vita; al massimo per vivere e belare avrà usato solo quelli residenti nell'amigdala, che gli dicono di mangiare, bere, dormire, accoppiarsi. Ed è veramente un po' poco per uno che va dicendo in giro di essere un " essere superiore " .
Poi ci meravigliamo che esistono degli inetti, che alcune volte diventano pure mostri! Più belve degli animali stessi.

Dovevano essere vissuti così quegli "esseri superiori", che bombardavano e mitragliavano i bambini come me a Chieti. Erano nati, avevano ricevuto il biberon, le mille carezze e attenzioni da una mamma, erano andati all'asilo, a scuola, erano vissuti in mezzo a esseri umani che avevano alcune volte acquisito gioie ma anche sofferte esperienze, e che - ascoltandoli - avrebbero potuto scambiare con loro nuove rappresentazioni mentali, dove avrebbero così potuto elaborare in meglio le informazioni culturali ed etiche che ricevevano.
Avevano alle spalle già una scellerata guerra, dove degli sciagurati (600.000) avevano pagato caro il loro "viva la guerra!" e il dannunziano invito alle "radiose giornate di maggio". Eppure ne inziarono un'altra ancora più sciagurata. Erano tutti lì a battere le mani ancora una volta - alla vigilia - a gridare "viva la guerra"!!.

Pur con quella brutta esperienza vissuta dai loro padri nell 1a G.M., anche quelli della generazione successiva, rimasero fermi al primo gradino dell' evoluzione, con alcuni di essi (giornalisti, uomini cosiddetti di cultura) pieni di se', che vivevano nella presunzione ma avevano il cervello piatto, convinti che il loro mezzo chiletto di cultura assimilata nei banchi di scuola li rendeva "esseri superiori". Guardate poi come finirono...congelati in Russia, arrostiti in Africa, morti di fame nei campi di concentramento o tornati dalle prigionia invalidi o come spettri nelle loro case distrutte.

A rileggere i vari proclami ("vincere e vinceremo"! cantando "ciao bella biondina vado vinco e torno") mi sembra una generazione pari a quella di oggi che con un I-pad perennemente in mano, campano giulivi; per loro è sufficiente vivere e pascolare come pecore. Credete che si resero conto dove andavano quelli che (cantando) andarono a marciare in Russia?
E così anche gli altri i tedeschi, gli angloamericani: eccoli li - un bel giorno - trasformati in mostri a buttare giù bombe e fare 2-3000 morti come a Pescara. Oppure eccolo lì - quando andavano a fucilare i disertori - il letterato tenentino "uomo superiore" con cinismo a dare il colpo di grazia a un suo simile; eccoli tutti lì ad essere solo degli zombi, incoscienti, protagonisti di tragedie.

 

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