CHIETI 2




 


TORNIAMO A CHIETI

con in fondo l'inizio della mia personale storia

 

OGGI
( con una cornice a lutto )


Più avanti parleremo di queste immagini sopra

Purtroppo non era ancora finita l' "odissea" dei profughi e le amarezze degli stessi cittadini di Chieti.
A parte la recrudescenza della guerra, con i continui bersagli delle granate dell'artiglieria e di alcuni bombardamenti, nella enorme promiscuità il freddo invernale (eravamo giunti a dicembre con una eccezionale nevicata di quasi mezzo metro) portò con se numerosi casi di polmonite, di tubercolosi, ed infine si aggiunse anche una diffusa epidemia di tifo, perché le bombe avevano lesionato le condutture dell'acqua.
Più volte mancava anche la corrente elettrica. C'erano le candele ma erano razionate (bollino n. 25, una a testa al mese !!!! ).....
(e sapete quanto dura una candela? Soprattutto quell'una distribuita con la tessera? Non lo sapete!)

Bisognerà attendere fino al 1945
*** LE CANDELE - Roma, 25 Gennaio 1945- La Sepral comunica " A seguito accordi con le autorità alleate i consumatori potranno prelevare dal 27 corrente al 15 febbraio una candela a persona presso gli spacci scelti con la prenotazione per il quadrimestre novembre 1944 - febbraio 1945. Il prelevamento sarà effettuato utilizzando il buono n.25 (generi vari) della carta annonaria attualmente in uso. I possessori della carta Mip potranno prelevare una candela a persona presso gli spacci autorizzati, utilizzando i due buoni delle marmellate. (Comunicato Ansa, 22 Gennaio '45, ore 14.43)

se volevi la candela dovevi rinunziare alle marmellate

.... così si usavano i lumini non ad olio (anch'esso razionato) ma con dentro i vari grassi animali. Così a cena il nostro consuetudinario "spettacolo televisivo" serale di allora, erano le nostre facce illuminate come fantasmi dai cimiteriali lumini. Un fiammifero è 10 volte più luminoso. (se passate un paio di sere cenando con i lumini sul tavolo, vedrete come l'angoscia vi assale - provare per credere!!).

Riguardo all'acqua, l'erogazione veniva spesso gravemene danneggiata a causa dei bombardamenti alleati o per i vari sabotaggi dei tedeschi e - non essendoci allora i ricchi supermercati con le mille bottiglie di acque minerali di mille marche - non essendoci a Chieti gorgoglianti ruscelli, bisognava procurarsi quella di pozzo (ed ecco il motivo del tifo); noi uno l'avevamo proprio sotto casa, come servitù era stato usato molti anni addietro a Palazzo Mezzanotte (ma forse era perfino usato in epoca ancora romana * ), quindi erano anni e anni che non lo si usava. Fu ripristinato, l'acqua era sempre fresca, ma per evitare un attacco di tifo si ricorreva alla bollitura; e bere acqua bollita di pozzo non è certo un piacere del palato. Ma era la guerra bellezza !!
(non c'erano ancora le mezze bottiglie di minerale oggi a 8 euro, firmate dalla influenzer XXXX - che é oggi il costo di 2 polli).
Uno schiaffo alla miseria che in certe zone della nostra Italia.... esiste ancora.


(*) (quanto al pozzo, vedo ora che c'è un condominio, distaccato dal Palazzo (dove hanno lasciato un vuoto) ma chi ha lì costruito si sono accorti che c'era il "pozzo"? Era profondissimo - ca. 40 metri - e forse era di epoca romana. Sono convinto che con vari cunicoli arrivava fino ai palazzi che c'erano nella piazza. Esiste ancora il pozzo o l'hanno ricoperto?)


Se la situazione alimentare era già diventata critica, quella igienica sanitaria divenne molto più preoccupante. Di vera emergenza!!
Chieti fino allora - lo abbiamo già ricordato - aveva una mortalità di circa 1, massimo 2 persone al giorno, con le varie calamità toccò i 30 decessi al giorno, dieci-venti-trenta volte di più.


Ma ciò che fece allarmare i tedeschi è che cominciavano a morire anche i loro soldati e senza distinzione di grado. Furono così numerosi (circa 1000) che sorse perfino un cimitero dedicato ai loro morti. (in seguito con i morti nelle azioni di guerra, soprattutto dopo le tre battaglia a Cassino, i morti diventarono poi diverse migliaia, e i cimiteri più di uno).

A questo punto gli avvenimenti precipitarono. A metà dicembre un po' per i rovesci militari (tutto il dicembre sul Sangro fu terribile e non solo per i tedeschi) e un po' per motivi sanitari, appunto per il diffondersi di malattie varie, fu studiato dal comando tedesco un progetto di evacuazione generale di tutta la città per "urgenti motivi sanitario-militari". Ma quello militare era molto più importante che non quello sanitario preso questo come un pretesto.

Dovevano spianare Chieti per poi "difendere fino alla morte" la "Linea Gustav"
- questo aveva ordinato personalmente Hitler.
Fu una mazzata per Chieti, la notizia della evacuazione, anche perchè vi erano in città non solo i 100.000 sfollati, ma fra di loro anche circa 10.000 fra anziani, bambini e tanti malati, tutti impossibilitati a muoversi. E sia i primi che i secondi dove mandarli?

A questo punto intervenne e cominciò a muoversi l'arcivescovo Venturi, per far dichiarare Chieti una "Città Ospedale" (più avanti si parlera poi di "Città Aperta" cioé senza i combattimenti in città di entrambi gli eserciti. Ma i suoi interventi non ebbero inizialmente l'esito sperato. Cioè a inizio anno 1944. Avvenne solo più tardi, quando i tedeschi ormai erano quasi in trappola e non avevano più risorse, oltre a essere fortemente impegnati a Montecassino. Ed anche agli angloamericani non interessava più fare o non fare Chieti una città aperta, visto che loro possedevano l'incontrastato dominio dei cieli con i loro bombardieri.

Ma inizia comuqnue a nascere la "leggenda Venturi". Era un religioso schivo, discreto, ma tenace e combattivo. Sembrava fragile ma aveva invece una vitalità leonina (pur avendo addosso un male oscuro - un tumore).

Ho avuto la fortuna di conoscerlo bene non solo dentro la cattedrale dove ho fatto il chierichetto per 5 anni, ma spesso anche dentro le mura dell'arcivescovado. Io - pur avendo 8-9-10 anni - fra i tanti miei incarichi dentro la cattedrale, dove ero quasi di casa (tutti i miei zii e zie vi avevano un incarico), oltre fare l'onnipresente chierichetto a San Giustino o nella cripta mattino mezzogiorno e sera, avevo --- dopo le quasi mille comunioni che venivano distribuite nelle varie messe della domenica --- anche il compito tutti i lunedì di andare alla Civitella presso un convento delle Orsoline (o Campostrine) a rifornirmi di ostie di cui erano delle artiste nel farle. Lo svolgevo volentieri questo compito perchè insieme alle ostie mi davano anche un bel grosso pacco di ritagli delle stesse, che io poi mi mangiavo a colazione con il latte.

Al ritorno nell' andare in cattedrale, passavo prima dall'arcivescovo Venturi per dargli il suo quantitativo, che non era poco con tutti gli sfollati cui aveva dato rifugio e che volevano perfino ogni giorno comunicarsi. Venturi amava moltissimo i bambini, me in particolare e quindi conoscendomi mi accoglieva sempre come un padre, e per me vederlo al naturale, con una semplice tonaca senza ornamenti non mi metteva per nulla in soggezione, mi dava proprio la sicurezza di un padre. Mi parlava affabilmente poi mi dava con un sorriso la solita carezza sul capo e mi congedava come forse avrebbe fatto proprio un padre, che io fino allora non avevo nemmeno conosciuto perchè era partito per l'Africa nel '36 anno della mia nascita; poi aggregato iniziò la guerra nel '40, nel '42 fu fatto prigioniero in Tunisia e inviato in sud Africa; lo rividi solo nel 1946 quando andavo già per gli 11 anni.

Venturi che mi vedeva spesso anche in cattedrale come chierichetto, incontrandolo a casa sua, l'avevo messo al corrente del mio stato di "orfano bianco", e sapeva che un padre ce l'avevo ma che non l'avevo mai conosciuto; lui mi voleva un gran bene anche per questo motivo. Inoltre lui e il curato della cattedrale (Mons. Muffo, che abitava dirimpetto a noi) erano quasi di famiglia; mio zio con lui aveva spesso contatti per i vari stampati, oltre ad avere anche varie incombenze logistiche per la cattedrale; mentre una mia zia le aveva per tutto quanto riguardava gli addobbi floreali e un'altra mia zia pensava tutto lei (anche se vi erano le suore) ai vari lavori di sartoria per i paramenti liturgici e le cotte varie.

(Una nota curiosa e singolare: io in cattedrale ero il tutto fare, io che quasi ci vivevo dentro dal mattino fino a sera, ero un boss dei chierichetti, conoscevo tutti i paramenti, tutti i canti, le preghiere, perfino le risposte in latino (allora la Messa era in Latino) e ogni cosa necessaria alle funzioni o messe, io riempivo le coppe di ostie, quelle del taberbacolo o per le comunioni dei fedeli, eppure io non avevo fatto la Prima Comunione. Il paradosso era che proprio io la domenica pomeriggio alle 14, aprivo il portone della cattedrale e andavo a suonare le campanella per la solita lezione di catechismo per i prossimi comunicanti). I miei nonni e zii la cerimonia avrebbero voluto farla con i miei genitori). In un solito lunedì, di questa anomala situazione ne parlai a Venturi. Lui mi prese vicino e mi disse, ti dispenso io dalla catechista perché io so che non c'è nessuno preparato come te. Inginocchiati e ripeti con me "io nella scorsa settimana ho fatto il bravo bambino". Mi passò una mano sulla testa, benedisse una delle mille ostie che io avevo portato, mi comunicò e mi congedò. E così tutti i lunedì successivi. Il paradoso fu che quando tornai a Biella e i miei volevano farmi fare la Comunione ufficiale, dissero al curato che non avevo bisogno del solito preparatorio periodo di catechismo, raccontando a lui il mio passato a Chieti. Lui rispose che erano tutte "storielle" e che dovevo prepararmi come gli altri. Io feci l'offeso e non volevo nemmeno più andare in quella chiesa con quel parroco. E lo feci. La catechista però dopo alcuni giorni venne a chiamarmi e disse che non c'era bisogno della preparazione e di presentarmi pure per la domenica successiva con i nuovi comunicanti. Io ci andai, e feci questa "ufficiale" Prima Comunione con il parroco quasi infastidito. Ma dopo, da allora non sono più entrato in una chiesa per il resto della vita. (Anche se ho poi visitate nella mia vita di Globe Trotter migliaia e migliaia di chiese per le mie curiosità artistiche).

 

A dicembre la situazione alimentare era diventata critica non solo per i rifugiati ma anche per gli stessi chietini.
Era sparito di tutto, non si trovava più nulla, ed anche con la tessera i generi elencati nelle stesse non si distribuivano, perché mancavano sempre.
Ed ecco giungere il fatidico manifesto. I chietini dovevano rinunciare al sentimento di fratellanza per gli sfollati, cacciarli, e questi furono invitati con un ordine - con intimazione "immediatamente" - ad andarsene, indicando le zone poste a settentrione.
Fu una vera mazzata!!! Per tutti quei poveri disgraziati!!
Fu un espulsione disumana (in 43 giorni, dal 1° febbraio al 15 marzo 1944, furono costretti a lasciare la città, in pieno inverno e sotto i bombardamenti, 31.131 profughi. Che non sapevano neppure dove andare.

 

E FRA QUESTI VI ERANO I PESCARESI. E SAPETE DA DOVE NASCE UN CERTO ASTIO DEI PESCARESI?
CHIETI DOPO IL BOMBARADMENTO DI PESCARA DEL 31 AGOSTO '43, E QUELLO DI SETTEMBRE, CIRCA 20.000 AVEVANO TROVATO RIFUGIO A CHIETI DOVE RIUSCIRONO GRAZIE AI CHIETINI A TROVARE PRESSO PARENTI, AMICI DOVE DORMIRE E A SFAMARSI. QUANDO VENNE IL GIORNO IN CUI BISOGNAVA SFOLLARE TUTTI, PER PRIMI TOCCAVA AI PROFUGHI CHE NEL FRATTEMPO ERANO DIVENTATI 100.000. MOLTI NON SI ERANO NEMMENO REGISTRATI AVENDO IL TIMORE DI ESSERE ALLONTANATI. E OVVIAMENTE NELLO SFOLLAMENTO SI INIZIO' DA QUESTI. MA I 20-30.000 PESCARESI SE LA PRESERO A MALE, SEMBRAVA CHE A CACCIARLI ERANO STATI I CHIETINI CHE FINO ALLORA (ENCOMIABILMENTE) AVEVANO CON LORO CONDIVISO LA FAME. MOLTI IRRICONOSCENTI INIZIARONO AD AVERE DELL'ASTIO PER I CHIETINI. E CONTINUARONO AD AVERLO ANCHE LE GENERAZIONI SUCCESSIVE SOLO PER SENTITO DIRE. NONNI, PADRI E FIGLI LO HANNO DIMENTICATO CHE COSA DEVONO A CHIETI !!!!!
OGNI ANNO I PESCARESI DOVREBBERO FARE UNA "PROCESSIONE DEL RICORDO" !!!!!!. SALIRE DA PESCARA A CHIETI A PIEDI, COME AVEVANO FATTO ALLORA TRASCINANDOSI DIETRO I LORO PADRI, VECCHI E BAMBINI E TANTI CARRETTI. 20.000 !!!! FILE INTERMINABILI DOVE NESSUNO PIANGEVA, GLI OCCHI ASSENTI, I CARRI LENTI CHE SEMBRAVANO CHE ACCOMPAGMASSERO UN FUNERALE.


NEL DICEMBRE DEL '43 IL MANIFESTO PARLAVA CHIARO.

 

Venturi cominciò gli incontri con i tedeschi a Palazzo Mezzanotte, con gli inflessibili comandanti della piazza di Chieti per scongiurare lo sfollamento. Ma quelli affermavano che erano ordini tassativi di Kesserling emanati a Roma, e che loro non potevano modificare quegli ordini.
Venturi non si arrese, un giorno verso la fine di dicembre '43 nonostante la neve, era salito in macchina, e si fece le 6-8 ore di strada, per andare a Roma a parlare di persona con Kesserling; fece anche intervenire Pio XII, i segretari di Stato del Vaticano, i vari generali tedeschi e anche un ambasciatore inglese.
Lui chiedeva di trasformare Chieti in una "Città Ospedaliera", per dare rifugio a quanti ne avevano bisogno, di qualsiasi
località. Si cominciò quindi a parlare di una Chieti "Città Aperta" che doveva essere in sostanza un accordo tacito tra le parti belligeranti, di fare una città senza combattimenti con lo scopo di evitarne la distruzione.
A non accettare queste condizioni furono gli anglo-americani, come del resto avevano già fatto a Roma, che anche se era stata dichiarata "Città Aperta" la seguitarono a bombardare fino alla liberazione del 4 giugno '44.
E così fecero poi anche con Chieti, i bombardamenti e le artiglierie proseguirono fino a pochi giorni prima dalla liberazione avvenuta il 9 giugno 1944. Altro che città aperta! La volevano sì aperta .... ma aperta ai loro bombardamenti.

Quando Venturi tornò indietro il 21 dicembre, a notte fonda, fra l'altro in una giornata anche questa di neve - quasi tutta la popolazione di Chieti lo aspettava al portone di Largo Valignani dov'era il suo palazzo;


L'arcivescovo vi giunse che era distrutto dal lungo viaggio, dalla fatica ma soprattutto amareggiato dal dolore per il NO ricevuto a Roma. E fu tanta la delusione dei cittadini. Da lui tutti aspettavano il miracolo di Natale.

Fu invece questo del '43 un Natale molto triste soprattutto per un gesto infame dei tedeschi. Alla affollata messa di Natale di mezzogiorno circondarono la cattedrale e attesero gli uomini all'uscita. Diffusasi la notizia molti riuscirono a fuggire attraverso la scaletta interna che collegava il seminario e da questo dal retro alla piccola quasi anonima piccola uscita che era dirimpetto all'Ospedale vecchio, all'inizio di via Arniense.

Poi per Venturi altra amarezza e sofferenza perfino fisica, quando pochi giorni dopo, subito dopo il Natale, il 26-27 dicembre Kesserling da Roma riconfermava ai comandanti della piazza di Chieti e a lui direttamente, l'ordine di evacuazione della città.
A quel punto il comandante di Chieti invitava Venturi "a dare l'esempio ai suoi cittadini", di abbandonare lui stesso la città, offrendogli anche i mezzi necessari per sgomberare.
Venturi ne era indignato e come un leone gli rispose "ma quale esempio !!!!! , io a Chieti non sono venuto per mia elezione, è il Signore che mi ha posto qui, e qui resterò, pronto a morire anch'io piuttosto che lasciare il gregge affidatomi dal Signore"
.

 

Nel frattempo proprio negli stessi giorni di fine dicembre a Ortona (chiamata poi la "Stalingrado d'Italia") e poi a Orsogna ci furono i furiosi combattimenti che diedero una svolta non solo a tutto il settore della valle del Sangro, ma anche all'intera guerra in Italia.
I due eserciti si trovarono entrambi difronte a poco più di uno-due chilometri. E lì 'purtroppo rimasero per oltre 6 mesi.


Churchill in gran segreto....
(in questi giorni si era data malato ed era scomparso; (anche nelle sue Memorie, lui accenna sì alla (curiosa) malattia e assenza ma non il viaggio fatto a Tollo e una visita a Ortona.
Del resto se i tedeschi tramite lo spionaggio l'avessero saputo Hitler avrebbe concentrato a Tollo tutti i suoi bombardieri per farlo fuori)

..... scese di persona a Tollo il 29-30 dicembre; (fra l'altro in una casa dei nostri 6 parenti fatti sfollare proprio da Tollo e che noi poi ospitammo a Chieti).
Churchill visitando i dintorni rimase molto impressionato della distruzione di Ortona e dei numerosi anglo-americani che vi avevano trovato la morte (4282), combattendo strada per strada, casa per casa, che ben presto già non esistevano più. Nelle strade piene di macerie ......non avanzavano nemmeno più i carri armati.


In pochi giorni Ortona non aveva nè più strade nè più case. ( vedi le 3 foto) . "Vi era stata una distruzione di proporzioni enormi". (Churchill si fa sfuggire questa constatazione nella sue "Memorie" (quindi c'era stato in gran segreto!!) come "una delle più cruenti battaglie svoltesi in Italia, e dove noi, poi imparammo molte cose". E disse categorico che bisognava "non fare più interventi da terra, ma solo dal cielo. Bombardare, bombardare, bombardare!!")

(Oggi a Ortona a San Donato e a Torino di Sangro sorgono due cimiteri militari, il primo canadese con 1665 caduti, il secondo inglese con 2617 caduti. Fu questa strage a impressionare Churchill. "Mai più tanti morti così, saremo solo noi a farli, bombardando, bombardando, bombardando").

Due giorni dopo 1° Gennaio '44, Churchill a Tollo incontrò e si portò via Montgomery, lasciò sul Sangro il generale Leese a svolgere solo "attività di difesa, senza l'impegno, di avanzare con degli uomini". Ribadendo "I tedeschi devono dissanguarsi da soli. E noi non gli daremo tregua con i nostri aerei !! Bombarda
re, bombardare, bombardare"

A Churchill, Montgomery gli serviva per il progettato sbarco in Normandia. Del resto gli anglo-americani non avevano fatto di sicuro lo sbarco in Sicilia per poi raggiungere Berlino. Questa visione ce l'aveva avuta solo l'ottuso Hitler. Ma di certo né Churchill né Montgomery non si aspettavano il grosso ostacolo del Sangro e tantomeno tutti quei morti ad Ortona.
E neppure Clark che risaliva la penisola dal Tirreno si aspettava lo sbarramento tedesco a Montecassino.

L'invasione dalla Sicilia aveva uno scopo più "politico" che militare. Era addirittura un tranello per attirare in Italia le divisioni tedesche; tranello che come abbiamo visto funzionò benissimo: infatti fece sconsideratamente prelevare a Hitler le divisioni dove non doveva. Alleggerì di armate la Russia ed inviandole in Italia servirono a ritardare solo la sua disfatta, soprattutto quando andò a sguarnire anche quelle che erano dislocate in Francia, nella zona del futuro sbarco in Normandia.


Visto il tragico risultato a Ortona, dell'Italia a Churchill non gli importava più nulla, l'Italia era solo da usare, bombardando "il ventre molle" (sua questa espressione); Leese sul Sangro doveva solo tenere impegnate nel centro Italia le forze tedesche, tenere sotto pressione Chieti dove c'era la sede del comando tedesco e le artiglierie poste anche ad Orsogna; Leese tramite le sue segnalazioni all'Air Force dava le necessarie informazioni per far bombardare i paesi vicini, soprattutto Orsogna per la sua posizione strategica. Niente più offensive e macelli come a Ortona, ci avrebbero pensato i bombardieri e le artiglierie. Che gli anglo-americani di certo non erano carenti. Avevano anche uno specialista: il capo del Bomber Command
con i suoi bombardamenti a tappeto HARRIS "il boia del cielo" > >

Dal suo libro autobiografico intitolato "Bomber Offensive" parlando delle sue azioni di morte Harris scrive: "non abbiamo mai scelto una determinata fabbrica, come obiettivo……….la distruzione d'impianti industriali è qualcosa di più, una specie di premio, il nostro vero bersaglio erano sempre i centri delle città, volevamo seminare il terrore nelle popolazioni" - "se provo ripugnanza a farlo? io sono pagato.... per uccidere!". (!!!!!!!!)
Quanto all'etica Harris nelle sue memorie è piuttosto sbrigativo; "Le direttive di Casablanca, mi hanno liberato da inibizioni etiche e mi hanno reso possibile di agire a mio piacimento nel campo dei bombardamenti".
Più mostro di così non si può nascere !!!! Non pace all'anima sua !

Quella decisione di Churchil fu ritenuta una condanna a morte per Chieti. Ma anche i tedeschi giunsero alla medesima conclusione che bisognava far sgomberare la città, fare "KAPUT CON CHIETI". Questo era l'ordine perentorio di Hitler che era giunto al comando di Roma e poi esteso al comando militare di Chieti.
Chieti e il Sangro andavano sempre di più rappresentando per entrambi i contendenti il principale problema; era il più grosso obiettivo logistico-militare del centro Italia. Guai a perderlo!!

Dopo Ortona, fino a quel momento la posizione di Orsogna era stata militarmente importante per i tedeschi. Questa località sorge a 432 metri di altitudine, quindi di 100 metri più in alto di Chieti stessa, era quindi questa una posizione strategicamente favorevole per l’esercito tedesco per bloccare dall'alto sul Sangro con le artiglierie l’avanzata anglo-americana verso Pescara, quindi verso il nord e verso ovest. E per far questo proprio qui ad Orsogna i tedeschi concentrarono la migliore artiglieria. Su ordine personale di Hitler furono inviati e schierati i migliori reparti tedeschi, e il suo ordine era come quello dato a Ortona "difenderla fino all'ultimo uomo". E se necessario spianarla, distruggerla fino all'ultimo edificio. (ma non ebbe poi bisogno di farlo lui, ci pensarono i bombardieri anglo-americani a farlo).
E se non era sufficiente - aggiunse Hitler - la distruzione di Orsogna, sgomberare e distruggere la città di Chieti, spianarla anch'essa e asserragliarsi con tutte le artiglierie nei dintorni della città, o da Orsogna. Come stavano facendo in quegli stessi giorni anche a Montecassino.



Proprio per questo primo massiccio spiegamento difensivo e offensivo tedesco, Orsogna fu oggetto per quasi 7 mesi di numerosi e violenti bombardamenti anglo-americani che procurarono la totale distruzione del centro abitato.
Molti dei circa 6000 abitanti di questo Comune a fine guerra - salvo quelli già sfollati in tempo - risultavano dispersi.

Cioè erano tutti morti. Alcuni - credendo a una battaglia di pochi giorni- avevano abbandonato le case e si erano rifugiati nelle grotte. Dove poi - nei 7 mesi successivi - morirono di malattie, di tifo o di stenti, visto che non avevano nulla da mangiare.

 

 

(un ottimo libro - in rete - é quello che descrive,
in maniera dettagliata, gli avvenimenti della battaglia di Orsogna,
significativa per gli studiosi di storia militare
>>>>>> )

 

 

Persa dunque Orsogna ai tedeschi restava CHIETI; qui per tutto il mese di gennaio continuarono sia il fuoco delle artiglierie, sia i bombardamenti angloamericani nella periferia della città con distruzioni, morti e feriti. Gli incontri per la questione di dichiararla Città Aperta si erano susseguiti, ma sempre senza alcun risultato. Agli americani non gli conveniva proprio per nulla, e più che "aperta", Chieti la volevano pure loro distrutta, rasa al suolo con dentro i tedeschi, come avevano fatto a Pescara, Ortona e Orsogna.
Ma anche per gli angloamericani era piuttosto facile, per spianare Chieti non occorrevano molti bombardieri, ne sarebbero bastati un cinquantina per distruggerla tutta.
Tutti noi a Chieti sapevamo che da un momento all'altro potevamo essere seppelliti sotto le macerie delle nostre case, così, all'improvviso....perfino in pieno giorno, come avevano fatto del resto a Pescara.

Non é che i pescaresi li avevano avvisati con dei manifesti, nè li avevano invitati con gli stessi a sfollare. In un bel assolato mezzogiorno di agosto - come abbiamo già ricordato - seminarono all'improvviso la morte dal cielo. 3000 morti e poi ancora altri 1000 !!!
Venturi era instancabile. Animandosi fece presente ai comandi tedeschi che bastava chiudere la città all'entrata dei mezzi militari per evitare che gli anglo-americani non la prendessero di mira con le artiglierie e con i bombardamenti. Una ingenuità. La strategia americana militare Venturi non sapeva cos'era!!.


Un piccolo - ma vago - risultato Venturi però lo ottenne: però solo con i tedeschi che acconsentirono a questa soluzione, sbarrando tutte le entrate della città ai loro mezzi. Avrebbero usato solo le strade esterne che erano nella circonvallazione. (ma é da lì che di solito già passavano, non è che prima lo facevano attraverso Corso Marrucino !!!).
Venturi segnalò questa buona intenzione anche a Roma all'ambasciatore anglo-americano.

Nulla da fare, agli anglo-americani davano fastidio anche quei movimenti sulla circonvallazione della città, che dicevano servivano ai tedeschi, che risalendo da Owest si portavano a Est per i rifornimenti dei reparti con i loro obiettivi sul Sangro: e quindi seguitarono a bombardare e a prendere di mira Chieti anche con i 200 cannoni della loro artiglieria che gli angloamericani avevano piazzate proprio sul Sangro, e lo fecero per oltre cinque mesi, provocando in città distruzioni, morti e feriti.

Venturi era convinto - con quelle entrate sbarrate a Chieti - che gli anglo-americani non dovendosi più occupare di questa città, potevano risparmiare i loro uomini, i loro mezzi le loro armi. Una ingenuità di prelato, perchè gli anglo-americani si basavano solo sul noto principio moderno di guerra: tutto distruggere, nulla lasciare ai nemici. Con le loro bombe radere al suolo, fare terra bruciata. Come avevano già fatto a Pescara, a Ortona, a Orsogna.

Il 27 gennaio poi arrivò una tremenda notizia, scioccante. Prima fu emanata l'ordinanza dove si diceva chiaro e tondo "La città di Chieti non sarà dichiarata "Città aperta", ma dovrà invece essere evacuata". "forzatamente"

E questa volta TUTTI, sfollati e chietini.

 

Poi a conferma, 6 giorni dopo fu affisso il 3 febbraio il manifesto che ordinava l'evacuazione della intera città, sezione per sezione (30) partendo dal giorno indicato: dal 7 febbraio all'8 marzo come data ultima. L'avviso era piuttosto esplicito, dava un ordine molto grave, perfino minaccioso ..... si minacciavano gravi provvedimenti. "Ci si espone al pericolo della fucilazione".

Si preoccupò Venturi scrivendo al comando .....

Sembrò a tutti i chietini che non c'era più nulla da fare. Tutti vennero colti dalla disperazione. Tutti avevano il cuore in gola. Abbandonare casa e tutti gli averi e mettersi in viaggio - ma dove? - per una ignota destinazione - come avevano fatto prima i 100.000 - era diventato ora un dramma per tutti, per ricchi e poveri senza distinzione e perfino gli stessi 100.000 sfollati. Inoltre come fare? a piedi con qualche fagotto? e poi dove andare? sfollati, sia i poveri che i ricchi?
L'unica speranza erano i successìvi giorni, e nell'arco degli stessi forse poteva accadere di tutto. Poteva avvenire una "Liberazione" dall'angoscia ma anche una liberazione di fatto.
Infatti i tedeschi negli stessi giorni stavano subendo dei forti rovesci in ogni luogo. Non erano più gli invincibili "Sigfrido". Si sperava da un momento all'altro in una loro disfatta o in una resa. A Montecassino i tedeschi erano già in grosse difficoltà. Subirono tre fatali attacchi. A Chieti questo lo sapevamo perchè arrivavano centinaia e poi furono migliaia i tedeschi feriti.
In più noi ascoltavamo in clandestinità "Radio Londra" e questa i tedeschi li dava per spacciati, ormai senza via di scampo.
Ma tutti ci domandavamo.... ma quando?

I primi che si prepararono a sfollare il 1° febbraio - perchè era la zona a sud dove cadevano più bombe e granate - furono quelli di Borgo S. Anna, dove c'erano le caserme, e anche se non c'era alloggiato alcun militare gli anglo-americani le borbardavano ugualmente, sventrando così le case che erano vicine, provocando morti e feriti.
Inoltre il manifesto era poco chiaro; gli abitanti di Chieti pensavano che era diretto - come quello di dicembre - agli sfollati e non a loro; e gli sfollati convinti anche loro di questa interpretazione, pensavano che bastava nascondersi bene per evitare di essere rintracciati e mandati via.

Per gli sfollati fu una vera mazzata!!!
Fu un espulsione disumana (in 43 giorni, dal 1° febbraio al 15 marzo 1944, furono costretti a lasciare la città, in pieno inverno e sotto i bombardamenti, 31.131 profughi. Che non sapevano neppure dove andare.
Soprattutto i 20-30.000 che erano di Pescara, dove le case ancora in piedi erano poche. Questa loro espulsione l'attribuivano ( ma a torto) ai chietini, ed ecco nascere quella antipatia che trasmetteranno poi anche ai loro figli e nipoti. Dimenticando presto che per 7 mesi i chietini li avevano accolti e sfamati.

Ma sia questi sfollati come anche gli stessi chietini speravano solo in un miracolo, a un miracolo di Venturi.
Infatti Venturi si mobilitò ancora una volta. Ma non ottenne molto; il 7 febbraio comparve un altro manifesto, questa volta del Podestà Gasbarri, temporeggiando gli sfollamenti annunciati per favorire i vecchi e gli ammalati; che però, se stavano a Chieti se non morivano di malattie o di fame non erano di certo risparmiati dalle granate e dalle bombe anglo-americane che ogni sera cadevano sulla città. Caddero delle bombe perfino sull'Ospedale, sul Sanatorio provinciale, sul Convitto!

Alla minaccia del manifesto poco chiaro, e a dare una mano per prolungare quell'ordine ci si mise per fortuna il TEMPO; proprio prima del giorno fissato aveva cominciato a nevicare e per più giorni, il 7 c'era quasi mezzo metro di neve, con tutte le strade paralizzate; l'evacuazione era diventata non quasi, ma veramente impossibile. Il 9 si ottenne una proroga di alcuni giorni. Quelli malati potevano restare ma dovevano cumunicarlo al Comune.
Proprio per questo motivo - i malati - . E proprio per questo più tardi Kesserling comunicò a Venturi che avrebbe valutato la possibilità di concedere lo status di "città ospedaliera" sperando nella pietà degli angloamericani. Ma da Roma non giunse nessuna conferma.

 

In questi stessi giorni il settantenne Venturi avrebbe voluto ancora fare altri suoi viaggi a Roma, ma era piuttosto stanco (e triste, forse perchè era già malato di un tumore) le strade erano diventate molto pericolose; per la neve poi erano diventate impraticabili, inoltre per i continui attacchi dal cielo era piuttosto azzardato percorrerle fino a Roma, quindi incaricò due fiduciari per proseguire con ostinazione le trattative presso il Comando Supremo Germanico per far diventare Chieti "Città Aperta".
Lui invece trattava di persona a Chieti con i generali comandanti responsabili, che potevano fare una sola cosa: ascoltarlo e basta. Non avevano alcun potere.
L'impresa sembrava difficile, temeraria, eppure il 10 febbraio accadde l'incredibile. Molti chietini che nutrivano devozione per l'arcivescovo dissero che sia la copiosa neve che il manifesto che leggiamo qui sotto, era stato un "miracolo" di Venturi.
Il giorno stesso fu affisso il manifesto "Appello", ma anche questo era piuttosto severo, ma si disse che doveva essere tale per non farsi vedere dai tedeschi troppo indulgenti. Ma anche perchè i germanici avevano altro da pensare negli stessi giorni; il 10-15 febbraio, per i tedeschi a Montecassino fu una delle date più nere. E se la difesa di Ortona fu nominata la Stalingrado d'Italia, quella di Cassino fu la madre di tutte le battaglie. Nei diversi cimiteri militari sparsi nella zona si contano oggi circa 6000 tombe di alleati e circa 20.000 tedeschi.

A Cassino dopo la prima battaglia del 10-15 febbraio, ne seguirono altre due (15 marzo e 11 maggio) non meno drammatiche. A Chieti si contavano già oltre 3000 tedeschi ricoverati, feriti in quel fronte.
Il "Miracolo" neve e le battaglie di Montecassino, per Chieti erano stati determinanti.

 

Molti chietini " capirono che era un "appello" solo formale, ma questo era già un "miracolo", e senza la minima esitazione vollero che il loro arcivescovo celebrasse in cattedrale una funzione di ringraziamento con un solenne Te Deum. A San Giustino in quella sera c'erano tutti i chietini; la cattedrale e la stessa piazza era stracolma. Nel frattempo a dover abbandonare la città c'erano però i 31 .000 disperati che dovevano sfollare, e fra questi 20.000 erano pescaresi, che se l'ebbero a male. Ed infatti al Te Deum non ven'era uno. Erano tutti arrabbiati. Nè sapevano dove andare. Nè come sfamarsi. Ed erano anche fissati che quell'ordine di sfollare degli sfollati era tutta opera di Venturi

A dire la verità io non capivo per chi era il Te Deum se rivolto ai "benevoli" tedeschi o al "Cielo" dei "nemici" (che si cominciano già a chiamarli "liberatori"), perchè purtroppo dal cielo (tutto anglo-americano) seguitarono a piovere bombe; nella stessa serata proprio dopo il Te Deum alla sera non cessarono le artiglierie. Gli angloamericani di Chieti Città Aperta e delle intercessione "Venturiana" fatte al "divino" non ne volevano sapere. Sì, c'erano in tutte le entrate della città delle transenne che impedivano ai mezzi militari di penetrare in città, ma il cielo era libero e gli angloamericani non rinunciavano di percorrerlo e di bombardare in lungo e in largo. Il mestiere dei piloti era quello di bombardare e terrorizzare. Così voleva Churchill !! "bombardare, bombardare, bombardare"


Infatti dal 7 al 27 febbraio ci furono 13 bombardamenti sul centro della città.

Colpiti il palazzo della Prefettura, la stessa Cattedrale di san Giustino, per tre volte il palazzo arcivescovile dello stesso Venturi, la Banca d'Italia, la Cassa di Risparmio, il Palazzo di Giustizia, san Luigi, san Francesco, largo Valignani, la chiesa Mater Domini, il convitto nazionale, scuole elementari e tanti altri edifici privati e pubblici. Nè mancarono le vittime (il giorno 9 febbraio, sepolti dalle macerie ci furono 11 morti e 15 feriti), nè mancarono i drammi dentro le famiglie che erano sì rimaste vive ma all'improvviso erano senza casa o peggio, con i loro cari o feriti o morti.

 

A me personalmente fece una enorme impressione un edificio a Sant'Anna di tre piani che era stato colpito nella notte del 22. Era stato sventrato solo da una parte dal tetto al terreno, alle pareti delle stanze sventrate si vedevano ancora i quadri ancora appesi, la casa era spaccata in due, con la parte colpita ridotta in macerie.

Dentro uno di questi piani vi abitava una famiglie con due bambini della mia età. Quando il mattino dopo noi
- vicina c'era la falegnameria di mio nonno - accorremmo sul posto c'era la madre ancora viva con tutta la faccia insanguinata che assieme a dei volenterosi come una forsennata a mani nude seguitava a scavare per trovare i suoi due bimbi seppelliti dalle macerie.


Quando li estrassero morti, sembravano due fagotti, pieni di sangue. In quell'istante ci fu nell'aria un grido straziante, la madre ne prese uno in braccio, e camminando come una sonnambula ripeteva in continuazione, gridando una sola parola: maledetti ! maledetti ! maledetti ! (ai "liberatori")

Non ho mai potuto dimenticare questa scena di dolore e di orrore.

Penso che anche la morte nel vicino cimitero di S. Anna si vergognò di avermi fatto assistere a quello straziante dolore di madre. I miei neuroni conseveranno fino alla fine dei miei giorni quella scena disumana e quel viso di quella madre con il viso straziato dal dolore rivolto al cielo.

Con questi 13 gravi bombardamenti in centro città l'Arcivescovo Venturi era pure lui indignato e scandalizzato. Ad ogni bombardamento inviava un telegramma a Roma per farlo recapitare all'ambasciatore americano "avvisate chi di dovere" , insomma fate qualcosa!!!!! Questo qui sotto è del 26 febbraio.


Ma gli anglo-americani erano sordi, loro avevano un unico obiettivo, fare sloggiare da Chieti i tedeschi e piazzarsi loro a palazzo Mezzanotte. Rendere libere le 2 direttrici: Pescara-Ancona e Pescara-Roma, impossessarsi insomma di quel fastidioso cucuzzolo che era Chieti (avvenne tre mesi dopo il 9 giugno '44 - quando fu liberata la stessa Roma (liberata il 4 giugno '44). (entrambe quasi in contemporanea con lo sbarco in Normandia - il 6).

Tuttavia sulla ennesima bozza della proposta di Venturi di Chieti Citta Aperta, gli anglo-americani prima chiesero ai tedeschi alcune rettifiche, poi con delle vaghe risposte trovarono non conforme certe loro richieste, insomma la tiravano per le lunghe e intanto bombardavano, bombardavano, bombardavano.

Alla sera, per le vie di Chieti - i lampioni erano un ricordo - regnava non solo il buio pesto, ma la disperazione era dentro in ogni casa, attendendo da un momento all'altro forse la morte. Ma altro non si poteva fare. Chiusi in casa con un lumicino, che era simile a quelli del cimitero, e che ci sembrava già un anticipo PER DOVE SAREMMO ANDATI.

Solo l'8 maggio ci sarà poi una comunicazione degli inglesi con qualche vaga concessione, ma solo perchè erano ormai convinti che i tedeschi avevano le ore contate, che erano ormai sconfitti. Tuttavia bombardarono ancora la periferia di Chieti e mitragliarono ugualmente la città per altri 20 giorni, fino al 1° giugno del '44.

Come abbiamo visto Venturi per tutto il febbraio e inizio di marzo non si era dato per vinto. Lottando lottando giunse all'obiettivo finale così tanto desiderato. Il 23 marzo ci fu la prima dichiarazione dei tedeschi (ma solo dei tedeschi !!). Kesserling gli comunicava con un "breve biglietto" la concessione di Chieti "Città aperta". (un biglietto questo prezioso per lui, che gli fece poi evitare il cappio al collo a Norimberga).

Venturi, il 26 marzo, lo comunicò ai cittadini non con un formale e semplice "Comunicato" "Proclama" ma con un "Avviso Sacro".
Doveva essere quello il suo "miracolo" che si era compiuto!
Poi alla sera, alle 18,30 DEL 26 MARZO ci fu il Te Deum, con un altra volta la Cattedrale stracolma e l'intera sottostante piazza affollata di chietini, che nel suo discorso Venturi non mancò di dire dal pulpito: "Nessuno, neppure tra i vecchi, ricorda di aver mai veduto simile spettacolo, che rimarrà incancellabile nella mente di tutti".

E con questa sua ultima previsione, qui ora - dopo quasi 80 anni - ne do' una personale testimonianza; non solo "simile spettacolo" mi è appunto "rimasto incancellabile nella mente", ma su di lui potrei continuare a raccontare molte altre cose, perchè l'Arcivescovo Venturi a Chieti già in precedenza era stato un protagonista nella vita cittadina, poi lo abbiamo visto darsi da fare in questi frangenti, e fattivo rimase anche nel dopoguerra, impegnandosi nell'opera di ricostruzione morale e materiale di Chieti; ma per un brevissimo tempo, perchè proprio al vigilia della fine della guerra in Italia, nella primavera del 1945 Venturi scoprì di essere affetto da un tumore; morì l'11 novembre del 1947 all'età di 73 anni.


Senza voler fare della retorica o mitizzare il personaggio, Venturi è rimasto una figura "incancellabile nella mente" di tutti; per la sua volontà indomita, lui è impresso nella memoria collettiva di tutti coloro oggi se ancora viventi vissero quei drammatici momenti.
I chietini passarono giornate e notti intere davanti al portone del suo palazzo, con largo Valignani stracolma di gente in attesa di buone notizie che non arrivavano mai.
Anche se sinceramente non so fino a che punto - nella sostanza - furono veramente determinanti i suoi interventi.
Pur avendo ricevuto una vaga conferma da Kesserling, la situazione era sempre critica. Gli angloamericani seguitavano a bombardare. In più i tedeschi non ricevevano rifornimenti. Pur dovendo sostenere le battaglia a Montecassino.

Quell'andare e venire a Roma, quel suo interessamento, quegli incontri con i vari responsabili del disastro, non so quanto furono determinanti. Ma indubbiamente la figura carismatica di questo anziano ministro di Dio - fra l'altro già sofferente di un tumore - contribuì a dare molto coraggio alla popolazione, a far sperare a tutti nella Provvidenza, a non farsi abbattere dalle sventure che come abbiamo visto non erano poche ma tante. C'era insomma il disperato bisogno di trascendenza, e questa la ebbero anche i non credenti. E mi sembra che già questo fu un grosso risultato e che quindi - da questo lato - Venturi merita l'imperitura memoria.



Ma bisogna anche dire che in certi libri agiografici su Venturi, "si narra" di alcuni incontri con devoti comandanti tedeschi, che l'ascoltavano con soggezione, perfino turbati, sensibili al pio personaggio religioso qual'era questo singolare ( e combattivo, questo sì) arcivescovo.
Ma la realtà è un altra.
Kesserling nelle sue memorie non accenna minimamente alle appassionate e accorate diplomatiche intercessioni o colloqui di Venturi. Non ne accenna nemmeno uno.
Kesserling non era un fanatico di Hitler, anzi proprio sulla difesa che stava approntando (a Roma e in Val di Sangro) era in disaccordo con il Furher. Era e si dimostrò di essere un buon generale, un ottimo stratega, e rispetto agli altri non finì con la corda al collo a Norimberga. Anche se - pur essendo molto simpatico, gioviale e sempre sorridente - proprio un santo non era.
Ma di Venturi nei suoi due libri di memorie Kesserling non ne parla proprio.

Però con opportunismo lo nominerà solo quando andò sotto processo a Norimberga; lui per negare le nefandezze che gli attribuivano, si appellò a quel "breve biglietto" del 23 marzo quando inviò a Venturi (che lui confermò) la notizia (alquanto vaga, unilaterale cioé con nessuna accettazione da parte degli anglo-americani) dell'accogliemento della sua tanto desiderata richiesta: "Chieti Città aperta". Fu però proprio quello scritto, sufficiente per risparmiargli la corda al collo a Norimberga.
Del resto in quel processo era mutato il clima politico internazionale, già qui vi era l’inizio della guerra fredda, con le democrazie occidentali contrapposte a quella del blocco sovietico.

Nè tantomeno santo o devoto lo era il comandante della piazza di Chieti a Palazzo Mezzanotte. All'inizio c'era stato sì un uomo più comprensivo, il maggiore Fuchs, che era anche cattolico. Ma quando fu sostituito, il nuovo, il gen Hauck, oltre che essere protestante e mal disposto verso i cattolici ma anche verso tutti gli italiani che avevano tradito i tedeschi, era un uomo cinico. Non era un uomo capace di ascoltare le suppliche e le preghiere di Venturi, né di chicchessia. Era semmai un'implacabile aguzzino. Nel cortile del palazzo (dove ogni voce rimbombava) lo sentivamo urlare come un ossesso quando gli portavano davanti uomini accusati di spionaggio o di sabotaggi. Con la tortura - la faceva lui personalmente - voleva sempre estorcere ai poveri malcapitati i nomi dei complici, e se non li otteneva, inesorabile era lui a mandarli alla fucilazione.
Altro che devoto cristiano, attento, timorato e umile ascoltatore dell'Arcivescovo Venturi. Appena il monsignore era fuori dalla porta, lui tornava ad essere un oppressore, un uomo spietato, un assassino!!

Così irriguardoso nei confronti della religione e dei chietini stessi, e così cinico, che nei giorni della Pasqua (che venne nel '44 il 9 aprile), pur svolgendosi la famosa Via Crucis del Venerdì Santo in una forma molto modesta, i tedeschi ebbero il coraggio di aspettare gli incappucciati fuori dalla cattedrale per fare una retata di uomini validi. Che però ebbe poco successo, perchè sotto i cappucci c'erano vecchi di 60 anni e oltre. Fu un operazione oltre che inutile, "indegna" (disse Venturi)!!

Il capitano Shaffer, volle poi scusarsi con Venturi, dicendo "anche a me ripugna personalmente di dare la caccia agli italiani per indurli a lavorare. Io però ritengo che ogni abile italiano di qualsiasi classe sociale e di qualsiasi età, dovrebbe considerare come suo sacrosanto dovere di contribuire modestamente per la parte che lo riguarda a ristabilire l'onore, l'orgoglio ed il grande passato del popolo italiano. Le forze armate germaniche i cui appartenenti si sacrificano per la difesa di Chieti, hanno per lo meno il diritto di pretendere che venga mobilitata la forza di lavoro di ogni italiano idoneo".
Anche qui Venturi aveva tutte le ragioni per indignarsi, anche se nel farlo faceva solo innervosire i suoi rozzi e sprezzanti interlocutori.
E in uno di questi incontri vedendomi nel cortile di Palazzo Mezzanotte, lui che mi conosceva bene, mi volle accanto in uno di quei vani colloqui (forse per impietosire i tedeschI) c'ero quindi anch'io a 8 anni accanto a lui, e lui tenendomi stretto alla sua tonaca, non so se lui incoraggiava me o se io incoraggiavo lui.


Volendo guardare ad un altro aspetto di queste e altre incomprensioni, scopriamo che Venturi se non era ben visto dai tedeschi non era nemmeno ben visto dagli americani.

Nella sua decennale attività su Chieti, lui aveva costruito numerosi asili, conventi, scuole, seminari. Era andato perfino a Roma di persona da Mussolini per chiedergli i fondi per restaurare la Cattedrale che fino allora era in uno stato pietoso e di abbandono, quasi un rudere dopo il terremoto aquilano del 1707.
(vedi qui le immagini del tempo......
http://foto.inabruzzo.it/provincia%20Chieti/Chieti/Chieti-cattedrale-di-San-Giustino/foto-restauri%20s.%20giustino%20cab.html

Dopo solo qualche mese che era arrivato a Chieti, il suo primo pensiero fu quello di riparare la Cattedrale che era in uno stato pietoso.Andò di persona a Roma da Mussolini per chiedere i contributi necessari. E li ottenne: 300.000 lire.

Poi negli anni successivi aveva fatto collocare le 5 campane sul campanile, costruire le travature in acciaio per sostenerle e la ardita scaletta lungo le pareti che saliva a 65 metri fino alla torre campanaria.

Per queste sue instancabili attività, coronate da tanti buoni risultati, Vittorio Emanuele III l'aveva insignito del titolo di grand'ufficiale dell'Ordine dei Santi Maurizio e Lazzaro. Un ordine cavalleresco benemerito dei sabaudi.

Ma anche i fascisti a Roma avevano ammirazione per la fascistissima Chieti. Ricordiamo che come sede per il processo per il delitto Matteotti, fu scelta il palazzo di giustizia della città di Chieti, proprio perchè la popolazione locale dava al fascismo buone garanzie di ordine pubblico. Oltre che nutrire simpatia per lo stesso fascismo e soprattutto per il Re.

Nè avevano dimenticato gli americani - che i Chietini nel '29 avevano esultato alla firma dei Patti Lateranensi, e ci tennero poi a rimarcare con sarcasmo quando nell'occasione dissero - “firma che... avvenne con l’alta sapienza di un Re ” - suggellando così l’instaurazione nella città di un regime sabaudo-clerico-fascista.

Da ricordare che proprio all'indomani del "Concordato" del '29, il vescovo di Chieti Monterisi, fu rimosso, e al suo posto fu appunto destinato Venturi, un prelato non proprio accomodante ma forse meno irrascibile. Monterisi da tempo (dal 1924) era un insofferente al fascismo. Proibiva le benedizione dei gagliardetti fascisti. Non partecipava a manifestazioni pubbliche del fascismo. E cosa gravissima proprio all'indomani del Concordato, Monterisi non andò - come avevano fatto tutti i Podestà in Italia su indicazione di Mussolini - ad abbracciare il locale Podestà e il Federale.
Monterisi pagò di persona, rimase al suo posto solo per pochi giorni, poi da Roma dal Vaticano, lo liquidarono. All'inizio del '31 giunse a Chieti Giuseppe Venturi, un veronese, dove proprio in questa città era stato nominato Vescovo. Lui era un po' più allineato, come lo era la Santa Sede con Roma tutta fascista e sabauda.
(lo si vedrà anche nel Referendum dove Chieti non votò a favore della Repubblica ma Monarchia).

REFERENDUM ABRUZZO
459.478 a favore monarchia 347.570 Repubblica
ELEZIONI '51 - MSI 3617 voti (18, 6%) , il PC 2553 voti (13,1) la DC 7160 voti (36,9)
ELEZIONI '53 il MSI/PNM 7774 voti (33%). - PCI E PSI insieme 4744 (19,1%) voti la DC 9187.(38,9)



Fra l'altro Venturi non aveva mai accennato dal '38 in poi, alle disposizioni riguardo alla campagna razzista, fatta con il Manifesto della Razza contro gli ebrei. Seguitò a dire messa, dove (paradossalmente) c'è alla fine di questa la famosa locuzione-condanna degli ebrei accusati di deicidio.

Riguardo proprio al ventennio fascista, fin dall'inizio ci furono molti cambiamenti nella comunità teatina. In primis la riforma Gentili sulla scuola, che rese obbligatorie le 5 classi elementari, ma in scuole di Stato, e non più alle private scuole di preti e monache, dove queste ultime avevano il monopolio delle scuole materne. Che furono abolite anche queste con la OMNI, una istituzione che si occupava degli asili materialmente dando contributi e moralmente alle madri assistite anche sotto il profilo sanitario, visto che prima su 6-700.000 morti in Italia, 200-300.000 bambini che morivano di malattie infettive, di polmoniti, e denutrizione
(all'Unità D'Italia del '60 vi era ancora l'84,8 di analfabeti, e fino alla fine '800 erano ancora al 69,8%. (non molto diversa era l'Italia del 1900. vedi la tabella qui sotto). Nel '41 - dopo il ventennio - si aveva recuperato il 35,2%.

Estratto dal Libro-Agenda "FINO AL 2001 E..RITORNO"
di Francomputer
( Copyright - deposito SIAE))

 

Anno

Italia

Spag

Ger-Aus

Sviz

Franc

Sv-N-D

Be-Ol-

Inghilt

(USA)

(Giapp)

1900

48,6

51

1

1

17

0,5

19

3

11

12

1941

13,8

17

1

1

12

0,5

11

2

5

4

1950

12,9

16

1

1

4

0,5

3

2

3

2

1960

8,3

12

1

1

3

0,5

2

1

2

1

anni di freq.scuola

7,6

6,9

11,6

11,6

12

11,4

11,3

11,7

12,4

10,8


Ma non solo si ebbe nell'istruzione un cambiamento epocale. Ma soprattutto lo si ebbe sulla vita quotidiana della gioventù, quando fu costruito alla Trinità l'imponente ONB, con palestra interna mentre nel piazzale era usato per i numerosi raduni del sabato. In particolare si ebbe un cambiamento epocale non solo in quella maschile ma anche nella gioventù femminile.
Sempre escluse dalla socialità e dagli incontri maschili, queste diventarono attive nei raduni e soprattutto negli sport, con grande scandalo degli ecclesiastici; secondo loro gli italiani non dovevano vedere "le cosce al vento" né i loro seni dentro le attillate magliette. Erano quelle "tentazioni di Satana".
Le povere fanciulle prima erano costrette a vivere in casa, erano esclusi gli incontri con i loro coetanei, erano tutto "casa e chiesa", indossando gonne nere fino alle caviglie e neri anche i copricapi come delle monache.

Nel '35 queste giovani donne erano già in Italia reggimenti. Ricordiamo che i preti sconsigliavano non solo lo sport alle donne, ma anche di andare in bicicletta, c'era il rischio con la sella di lesionare l'imene, e quindi pregiudicare la loro immacolata verginità. Le volevano tutte sante, come la illibata Maria Goretti).

Putroppo finito il fascismo, nell' immediato dopoguerra, l'oscurantismo dei preti tornò a farsi sentire. E le donne pur avendo conquistato il "voto" tornarono nuovamente a coprirsi fino alle caviglie, ancora escluse dal farsi belle, di profumarsi, attillarsi. O di uscire a passeggio con un suo coetaneo. Era guardata male, scambiata per p....
Si dovrà aspettare il '58 quando giunse anche il Italia il mito della donna emancipata e priva di inibizioni.
Vi giunse quando arrivò in Italia il film "Et Dieu crea la femme"
, con lei BRIGITTE BARDOT. Un modello di bellezza indistintamente accettato da tutti. Così anche il suo spregiudicato modo di vivere al pari del suo sex-appel e del suo modo di vestire antidivistico valsero a fare di Brigitte il simbolo di un nuovo stile femminile, imitato dalle donne di tutto il mondo. Un emblema della donna libera e disinibita che ha cambiato un epoca, non solo quella legata al divismo del mondo dello spettacolo ma a una comune intera società.
Dilagò così anche il Italia il mito della donna emancipata priva di inibizioni. I preti dissero che lei era "una esaltazione della corruzione". E oltre la audace scollatura (fu la prima a farlo) lanciò la pettinatura alla "Bardot", le scarpe basse dette "ballerine" . Addio veli di clausura, la "satana la tentarice" ebbe la meglio. I bacchettoni ebbero molto da fare e da dire. Forse perchè anche loro ebbero delle notti insonni pensando alla scollatura della "Bardot".



PASSIAMO ORA ALLA POLITICA. Lo stesso inizio della guerra - giugno del 1940 - a Chieti - oltre che benedire il vescovo i gagliardetti - la sfilata di fascisti con Starace in testa fu salutata sul corso Marrucino con tante ovazioni, e un significativo "Duce siamo pronti" scritto per terra sul Corso Marrucino.
Mai più immaginavano i chietini un 8-9 settembre e una lunga e drammatica guerra proprio nella loro città.

 

Dopo l'8-9 settembre anche i tedeschi avevano solo odio e rancore per il Re per il suo tradimento, e anche gli americani da parte loro nutrivano per i Sabaudi fuggiaschi un gran disprezzo. Ovvio che di riflesso certe colpe ricadevano anche sull' arcivescovo Venturi. E se i tedeschi appena appena lo ascoltavano, gli americani invece Venturi lo ignoravano del tutto. Per loro la guerra era un lavoro scientifico, tayloristico, non volevano ingerenze, né sermoni di etica né scene di misticismo.
Addirittura sia i tedeschi e gli anglo-americani, di Venturi come dei suoi collaboratori che si davano molto da fare in entrambi i due fronti, si fidavano poco, li credevano perfino dei doppiogiochisti, delle spie. De resto Gasbarri, il bravo ex Podestà, anche se era stato ovviamente un fascista, si comportava come uno che non lo era. Si dava infatti molto da fare per i suoi cittadini. Ma questo atteggiamento dissimulatore disturbava sia i tedeschi che gli angloamericani.

A tal riguardo bisogna dire, che purtroppo certi compromessi in quel periodo caotico non mancarono ed erano anche necessari. Per non far peggiorare le cose. Più che doppio gioco, si faceva buon viso a cattiva sorte. Ma il buon viso era solo quello degli italiani e di questo vescovo. Gli altri, da una parte e dall'altra erano implacabili, sordi a qualsiasi clemenza e pietà.
Basterebbe ricordare non solo i sopra ricordati cinici bombardamenti degli anglo-americani, ma anche da parte tedesca gli eccidi, le rappresaglie che...
.... ricorderemo più avanti, durante le gesta dei primi (apolitici) partigiani d'Italia.

 

Si certo, Chieti non è diventata come Ortona, o come Orsogna, perché Venturi, con l’intelligente e tenace attività diplomatica, riuscì - in parte, solo in parte e solo quasi alla fine - a ottenere dai tedeschi quanto abbiamo ricordato sopra. Gli diamo tutti i meriti a Venturi, ma bisogna anche dire che ci riuscì perché gli alleati, dopo i cambiamenti avvenuti nella campagna adriatica il 1° gennaio 1944 (smobilitazione sulla valle del Sangro e il prelievo di Montgomery dalla sua 8a armata per andare a fare lo sbarco in Normandia) non considerarono più l’espugnazione della città di Chieti un obiettivo militare così tanto indispensabile.

Leese che prese in mano la situazione, sostituendo Montgomery - lo abbiamo già ricordato sopra - doveva svolgere solo "attività di difesa senza l'impegno di avanzare via terra". Churchill non voleva più morti come a Ortona e Orsogna!! C'erano gli aerei, bastavano quelli per terrorizzare tedeschi ma.... anche gli italiani... come lui voleva. E purtroppo ci riusciva !!

Ma in seguito anche i tedeschi non insistettero più di tanto nè con Chieti nè con la valle del Sangro, visto che dovettero spostare le truppe belligeranti dal settore adriatico, al fronte di Montecassino dove da gennaio fino a maggio 1944 si svolsero quattro ciclopici scontri, dove i tedeschi persero migliaia di uomini.

Tutto quell'impegno fatto fa Venturi per ottenere Chieti Città Aperta, quando la ottenne il 23 marzo - ma solo da parte di Kesserling - dal lato pratico fu quasi insignificante. Primo: perchè non era stato avallato dagli angloamericani.
Secondo: i tedeschi erano ormai spacciati. Prima - fino a gennaio - Piazza Grande era piena di mezzi militari; ma poi per le battaglie a Cassino, in piazza non c'era più neppure una motocicletta. Per due mesi riamase vuota. E pur continuando i bombardamenti (per terrorizzare, come diceva Churchill) di avallare ciò che aveva fatto Kesserling era ritenuto insignificante. Tutto il materiale bellico tedesco era impegnato a Montecassino.


E non dimentichiamo che già il 22 gennaio gli Alleati erano anche sbarcati ad Anzio. Quindi gli eventi in Abruzzo avrebbero da un momento all'altro potuto precipitare con la liberazione di Roma, e di conseguenza anche una ritirata delle armate di Kesserling sulla Gustav. Ma purtroppo, la prima (per la svogliatezza di un Clark) non avvenne e la seconda riuscirono solo a resistere fino alla fine di maggio.

Quindi da quel 22 gennaio e ancor di più a fine maggio le sorti della guerra erano ormai decise. Gli alleati anche se svogliati, con la loro schiacciante superiorità in uomini e in mezzi ormai dominavano e avevano sferrato l'attacco decisivo, con i bombardamenti e con un'avanzata incontenibile (anche se lenta) verso il Pescara.

Sia a febbraio come a marzo, i tedeschi non avevano nè tempo e neppure i mezzi per far sfollare i 100.000 profughi che erano presenti a Chieti e né i chietini, e nemmeno era facile trasferire i loro stessi uomini - circa 3-4000 - feriti che già giacevano a Chieti.
A un certo punto furono quasi quasi delusi perfino i chietini del non avvenuto esodo degli sfollati.

Perchè se siamo onesti, far sfollare i 100.000 profughi sarebbe stata una "liberazione" per i chietini, non perchè erano diventati tutto ad un tratto poco solidali, ma perchè dopo sei mesi, per malattie e soprattutto per la scarsità di prodotti alimentari era diventato per tutti un grosso problema di sopravvivenza. In giro non si trovava più nulla, nemmeno a borsa nera. Le tessere servivono solo più per il pane, e per soli 150-100 grammi a testa. C'era insomma in giro tanta fame. Oltre che esserci il morale a terra.
Inoltre con gli ospiti che gli giravano per casa, o a oziare nelle strade, il chietino ospitante era diventato un po' insofferente.

Forse qui nacque la reciproca insofferenza dei chietini e dei pescaresi che abbiamo già ricordato sopra. Del resto quasi un terzo dei profughi era pescarese. Si verificarono alcuni episodi di violenza e discriminazione verso i rifugiati. Il nervosismo costante di alcuni teatini rimasti in città portò pure a loro a nutrire sentimenti di antipatia e perfino odio verso gli sfollati, che a volte furono costretti ad abbandonare immediatamente le case dove erano stati ospitati, per evitare delle ritorsioni o la segnalazioni della loro presenza.

Anche noi nella nostra casa in via Arcivescovado avevamo dato ospitalità a 6 lontani e quasi sconosciuti parenti di mia nonna di Tollo (quelli vicini a noi di Renzo Arbore erano una ventina) ma la stessa mia nonna dopo 6 mesi non ne poteva più di loro. Li avevamo sempre in mezzo ai piedi in casa a far nulla, e ovviamente (non avendo loro la tessera) solo a mangiare quel poco che avevamo. Nella casa, mia nonna era una meticolosa con l'ordine e la pulizia, e questo venne subito a mancare con le loro brutte abitudini di gente abituata alle case di campagna. Con la scusa che tre galline facevano ogni giorno una due uova, se le erano portate dietro dentro una cesta e le avevano sistemate nel nostro terrazzo, che ben presto era diventato un puzzolente letamaio. E anche le nostre latrine che prima erano luccicanti erano diventate un porcile. E pur con tutta la sua buona volontà stava diventando anche mia nonna insofferente.
Come ciliegina su questa torta, tanto amara, uno di loro - un figlio di 17 anni - si ammalò pure di tifo.


Io a scuola, apprendevo che uno dei miei compagni che era assente era morto (o di tifo o di polmonite). Ma anche per tutta Chieti si apprendeva che si moriva, ed erano tanti. Abbiamo già ricordato che prima Chieti di solito aveva un decesso al giorno, per lo più nelle persone anziane.
Ma in questo infame periodo i morti erano diventati 20, poi anche 30 al giorno, e morivano vecchi e bambini. Potete immaginare quando scoprimmo che uno malato di tifo ce l'avevamo in casa anche noi. Il vivere stava diventando drammatico anche per noi.

A quel punto mio zio - in qualche modo - trovò il sistema per farli ritornare da dove erano venuti, a Tollo che era ormai già in mano agli anglo-americani. Ci ritornarono a piedi attarverso i colli.
La stessa cosa accadde a molti altri, con discussioni piuttosto intolleranti e con sempre reciproco astio.
Una astiosità che sembrò solo transitoria ma che seguitò ad esserci anche in seguito, tra pescaresi e chietini, anche con quelli (e senza una ragione precisa) che non vissero questo brutto periodo, di reciprochi rancori.

Passarono ancora un paio di mesi (aprile e maggio) poi Chieti ai primi di giugno si risvegliò da un incubo durato 10 mesi. Radio Londra che ascoltavamo clandestinamente, la sera del 8 giugno, anche se in codice, fu abbastanza chiara con i pochi chietini che l'ascoltavano e che capivano i messaggi: "il babbo è morto; stanno arrivando i parenti"!!!!
Ma nella tarda serata dell'8 giugno 1944, giovedì, fui io ragazzino di quasi 9 anni, uno dei primi a capire cosa sarebbe successo da lì a 24 ore.
Tutto il personale del comando tedesco che era dentro Palazzo Mezzanotte, nel corso della serata, era in trambusto (a fare fagotto) e verso le ore 21-22, sparì precipitosamente in fretta e furia, abbandonando una infinità di materiale nelle stanze, nei saloni, nelle cantine. E come era già successo in quel famoso 9 settembre con la fuga nella notte dei fuggiaschi reali di Roma, anche questa volta - perchè spesso dopo cena ero in mezzo agli sfollati che c'erano dentro - ad aggirarsi per le loro stanze vuote, c'era un bambino curioso, il sottoscritto. Vi erano rimasti dentro in una parte del palazzo solo alcuni sfollati che la N.D. Mezzanotte aveva dato loro rifugio.

Io di solito ero sempre in mezzo a loro. E visto che non vi era più alcun tedesco oltre che riferire a casa, in piena notte corremmo e riferire anche al ns. amico curato - Mons. Muffo - che abitava proprio davanti a noi, dirimpetto a palazzo Mezzanotte, sempre in via Arcivescovado. Muffo a notte fonda corse subito ad avvertire Venturi quanto era accaduto in modo precipitoso nella tarda serata a Palazzo Mezzanotte.
Passammo quelle ore della notte tutti svegli e con il cuore in gola. Cosa stava succedendo??
Perché erano fuggiti. Stavano forse arrivando gli angloamericani?

 

Forse in quelle ore - tutto solitario dentro quelle deserte stanze di palazzo Mezzanotte - io bambino presi forse coscienza che era forse finito un incubo. Chi ha vissuto quei giorni, sa cos'è l'istinto di conservazione e sa anche cos'è la guerra. Se il primo è innato, la seconda non è facile dimenticarla per tutto il resto della vita. Ad ogni piccolo dramma di oggi, ti vengono in mente quei giorni. E' impossibile dire a noi stessi "non ci pensare", dire "quel tempo è passato", è impossibile !! Se di giorno cerco di portare alla mente quei ricordi, e poi voglio spegnere la memoria, non ce la faccio; nella stessa notte autonomamente si svolgono come da un gomitolo il filo degli altri ricordi collaterali, una cosa richiama in associazione l'altra, senza che io possa fermarli.
Nel fare queste righe mi si è aperto un argine dove non sono più riuscito a fermare tutto il resto. Addirittura sono tornati in mente fatti che avevo per tanti anni completamente dimenticati. Tornati in mente come tante nitide e drammatiche fotografie.
Si acquisisce però un vantaggio. Quando sei davanti a qualche difficoltà - per la disperazione - tutto ti sembra superabile, i problemi esistenziali diventano sciocchezzuole e diciamo a noi stessi "me la sono cavata lì, e adesso vuoi forse cedere quì".
Questo è il bello di quando si esce fuori dalle brutte esperienze. Chi è invece allevato nella bambagia al primo sternuto del gatto sobbalza e preso dal panico e si rifugia sotto il tavolo.


E così venne la sera del venerdì 9 giugno 1944, ore 19,30. Da una strada in fondo alla Villa (oggi Via della Liberazione) entrarono i liberatori. Ma non erano quelli che tutti aspettavamo, ma dei soldati italiani!!! E fu proprio una sorpresa, perché tutti aspettavano i "liberatori" americani.

Erano infatti i soldati del reparto Nembo del Gruppo Paracadutisti della "Folgore". L'unico reparto italiano che gli angloamericani si fidarono come loro alleati, e li aggregarono.

A comandarli un giovane generale dei paracadutisti Giorgio Morigi (53 anni). Questi - dopo essere stato aggregato ai "liberatori" - (fu l'unico reparto in Italia) doveva attenersi agli ordini anglo-americani; i suoi settori d'azione erano stati ben chiaramente delimitati. Ad entrare prima a Chieti il mattino del 10 giugno era stata destinata una divisione indiana-canadese, poi, e solo dopo di loro sarebbero seguiti i paracadutisti di Morigi.
Ma gli indiani se la stavano prendendo con comodo, mentre il generale Morigi era impaziente di entrare in azione.
(( E lui era un uomo d'azione!! era un parà.!! Aveva già un passato di uomo d'azione fin da quando era in Africa all'Asmara, e d'azione lo sarà anche dopo Chieti (3 medagle d'argento e 2 di bronzo al valore ) ed era anche un "principe" dell'equitazione. Ancora a 65 anni, lui possedeva il migliore cavallo d'Italia, The Rock, ceduto poi a Piero d'Inzeo, puledro con il quale poi lui ci vinse tutte le grandi competizioni negli anni '50 )).

Morigi passò l'intera giornata del 9 in agitazione, impaziente; poi quando vide che alle ore 19 gli indiani non si muovevano, lui montò a cavallo - ma questa volta - su una motocicletta e come un condottiero d'altri tempi si trascinò dietro tutta la 38a compagnia del tenente Cavallero e del tenente Mei e tutto il 184° reggimento della Folgore Nembo. Facendo infuriare il comandante della divisione indiana.

Morigi nell'avanzare - e aveva avuto ragione a farlo - lungo la strada non trovò quasi nessuna resistenza

In un lampo tutta Chieti apprese da un ragazzino ("festoso fanciullo") la notizia che stavano entrando in città i liberatori. E quel "ragazzino" gridava sul Corso come un ossesso: "Gli "americani"! gli Americani sono alla Villa !!!" E quel "fanciullo" ero io.

Era come detto l'ora di cena, e fino al giorno prima la città era come al solito sempre buia e deserta, ma in quel momento in corso Marrucino tutta la cittadinanza al mio passaggio e alle mie grida da ossesso, iniziò a uscire dalle case, a chiedermi "ma è vero??", avuta la mia conferma "si gli americani sono già quasi arrivati alla Trinità" tutti si accodarono mentre io corrervo verso la Villa, e quando Morigi giunse al piazzale della Trinità, tutta Chieti era già in strada e sul Corso delirante, poi quando sentirono che addirittura parlavano italiano ed erano proprio italiani, corsero loro incontro con le braccia aperte per abbracciarli tutti. Una allegria incontenibile, un tripudio memorabile con due ali di folla osannante sul Corso. Tutti capimmo che la libertà era arrivata e che la morte che ci correva sempre dietro non c'era più; non come quei maledetti giorni quando - in pieno Corso - sentivi all'improvviso il rumore lontano di un caccia, poi sempre più forte e in picchiata ti arrivava sulla testa; attorno a te sentivi degli urli della gente terrorizzata che fuggiva in cerca di un riparo. Era più agghiacciante di un bombardamento, perchè avveniva tutto in un lampo in pieno mezzogiorno mentre eri sul Corso; come il sottoscritto.

"Il popolo, chiamato..... dalle voci festose dei fanciulli, fece corteo ai nuovi venuti...felicitandoli..."
(disse poi l'arcivescovo Venturi al discorso della Liberazione in cattedrale la successiva domenica 11).

UN PASSO INDIETRO - Di chi era la voce del festoso fanciullo ? Venturi sapeva che ero stato io; infatti uno dei primi - come già detto sopra - oltre a sapere della smobilitazione notturna avvenuta a Palazzo Mezzanotte, uscendo alla sera dalla tipografia io e mio zio nell'andare a casa passammo da Venturi. Lui era sempre in contatto con gli angloamericani. Lui ci confermò quanto aveva detto la radio clandestina, che sarebbero arrivati il mattino dopo gli americani.

Venturi ci stava confermando quanto già sapevamo pure noi dalla radio clandestina, ma mezz'ora dopo mentre eravamo ancora lì da lui, ricevette un radio, che diceva che un reparto dei "liberatori" in quelle stesse ore stava arrivando ed era già nei pressi della Villa in quella che oggi si chiama Via della Liberazione. Quasi non ci credevamo. Ma lui dopo pochi minuti ebbe una ulteriore conferma ancora via radio . Stavano veramente arrivando!!! Erano quasi alla Villa.

Io a quel punto con una gioia incontenibile mi precipitai fuori al Pozzo, gridando come un ossesso "arrivano, arrivano!!! gli americani, sono alla Villa !!!" e gesticolando e gridando a destra e a manca come un matto feci di corsa tutto il Corso Marrucino, e tutti i negozi e le case si svuotarono con la gente quasi incredula a riversarsi sul Corso.
I liberatori li incontrai mentre erano già arrivati alla Trinità, ma non erano americani ma - sorpresa - non parlavano solo italiano... ma erano proprio italiani !!!

Così precedendoli in testa come un invasato percorsi tutto il Corso che si era riempito di gente fino a Piazza san Giustino, quasi davanti a casa; io come tanti altri dalla gioia abbracciavo loro e loro abbracciavano me portandomi perfino a cavallo sulle spalle; 3-4 diventarono subito miei amici, e visto che era sera e avevano una fame da lupi, me li portai a casa che era li accanto per fargli mangiare qualche panino. Il pane non ci mancava e avevamo da alcuni giorni anche un intero prosciutto. Ma poi mia nonna felice per la fine di tante tribolazioni - disse "adesso vi faccio una bella spaghettata" "e che ci vuole?" 5 minuti!") in un lampo impastò un chilo di farina e i maccheroni alla chitarra furono pronti. E lì tra una forchettata e l'altra, per tutta la serata ci raccontarono le lora gesta, e mi.... "stregarono".

Per me erano come degli eroi troiani cari al mio professore. Non vedevo l'ora di diventare anch'io un paracadutista. E con questo imprinting-desiderio ci riuscii pochi anni dopo. A 18 anni a Biella, diventavo uno dei primi paracadutisti civili d'Italia (il 131°), poi a 20 anni quando militare ai paracdutisti ci andai???? A Viterbo, alla Scuola dei Carabinieri Sabotatori nella appena ricostituita "Divisione Folgore" !!! Poi a fare per 4 anni antiterrorismo in Alto Adige, dove vi erano i primi ("bombaroli") terroristi.
vedi qui le mie immagini , e dove ho fatto anche la "STORIA DEL PARACADUTISMO" > >

 

Purtroppo molti uomini del generale Morigi, che avevo conosciuto in quella emozionante serata, proseguirono il giorno dopo verso Pescara, e andarono poi a combattere il 6 luglio a Filottrano, in quella che è stata definita l'azione più gloriosa e più dura durante tutta la guerra di liberazione (ma la nostra Boldrini non lo sa!!! non conosce la Storia). Ben 135 parà su 300 morirono in uno scontro con i tedeschi. E forse chissà era morto anche quello che mi aveva portato sulle spalle sul corso Marrucino e che avevo invitato a casa. Ne rimasi rattristato. Purtroppo la guerra è anche questo, una cosa infame !!!
(Ho accennato alla Boldrini, perchè alla sfilata a Roma del 2 Giugno 2020, la stessa ha evitato di applaudire quelli della Folgore. Definiti "fascisti". Non sa la "presidentessa" che prima a Chieti e poi a Filottrano, morirono proprio quelli della Folgore, che avevano contribuito non solo alla liberazione di Chieti. E Così pure anche tanti uomini (apolitici) della "Maiella" - Anche questi l'unico reparto riconosciuto come "alleati" dagli angloamericani).
(E anche quando poi andai alla Scuola di Sabotatori a Viterbo, in un reparto speciale
pagato dalla Nato (dove prendevano 10 volte di più del normale stipendio degli altri militari) cioè nei Paracadutisti, la Boldrini direbbe che eravamo dei "fascisti". E solo perchè per entrarci in quel reparto bisognava avere nemmeno un lontano parente comunista. Il Comandante era stato chiaro "chi tradisce una volta, tradisce anche una seconda volta". Lo abbiamo poi visto e lo vediamo ancora oggi, i voltagabbana. Il "proletariato" dimenticato, meglio essere dalla parte delle banche e dei capitalisti).
Chieti in quel 9 giugno sera si era risvegliata come da un lungo letargo. Quella sera la città impazzì di gioia, tutti si erano riversati sul Corso Marrucino e in Piazza Grande; c'era tutta la città. Poi tutte le sere (fino allora sempre deserte per il coprifuoco), da largo Valignani alla Villa, una fiumana di gente passeggiava avanti e indietro fin quasi a mezzanotte, nessuno voleva andare a dormire. Sembrava di essere alla processione del Venerdì Santo. Una rivalsa dei tanti coprifuoco subìti in dieci mesi, una vera "liberazione". Sembrava di essere in un gigantesco Luna Park, poi vedevi ad ogni passo un incontro festoso di vecchi amici, un altro passo e subito dopo un abbraccio fatto a un vicino o lontano parente, un altro ancora e baci e abbracci a destra e poi a sinistra. A guardare questa folla festosa mi sembravano i Chietini tutti parenti stretti di una grande famiglia.


((( Venturi due giorni dopo la liberazione, l'11 - era di domenica - a San Giustino aveva messo in programma nella grande messa del mezzogiorno il suo discorso sulla liberazione di Chieti.


Oltre ad accennare nel suo discorso quella frase sopra riportata (
"Il popolo, chiamato..... dalle voci festose dei fanciulli - cioè il sottoscritto) fece nei miei confronti a "questo fanciullo" una cosa che mi ha riempito di orgoglio, in quell' istante e per il resto della mia vita, anche se sono poi diventato uno scettico cattolico non molto praticante.
Io come chierichetto ero già molto abile con il turibolo, in un modo molto compito incensavo i presenti nelle quotidiane funzioni serali nella Cripta, oltre che alla Messa della Domenica. Non era questa una pratica molto diffusa in altre chiese, ma Venturi l'aveva introdotta. E lui sapeva - essendoci anche lui nelle funzioni - quant'ero io bravo col turibolo.

Nella messa solenne di quella famosa domenica, Venturi - per dare un tocco di maggiore commozione al sacrificio della Messa, volle - non era mai stato fatto prima da altri - che l'innocente ("festoso fanciullo") dall'alto della gradinata dell'altare maggiore incensasse tutti i fedeli raccolti giù nella straripante navata centrale. Io ne ero orgoglioso, ma ero così emozionato che mi tremavano le gambe. Accesi la carbomella, versai 2-3 pastiglie di incenso, mi portai in cima alla scalinata, poi accompagnandolo con gli abbinati tre inchini, a destra, sinistra e al centro, diressi verso la navata piena di folla il turibolo fumante alzandolo e abbassandolo per altrettante tre volte verso i fedeli.
Mia nonna che assisteva alla messa - mi raccontò poi mia zia - si era messa a piangere e a sibghiozzare a dirotto dalla commozione, e per giustificarsi con i vicini, disse loro: "scusate, ma quel bambino lassù è mio nipote !!!" )))
Potete immaginare quanta emozione provai io essere in cima alla gradinata dove si domina tutta la navata!! La cattedrale era per l'occasione piena all'inverosimile e tutta quella gente era davanti a me !! Una favola !!!

 

 

 

Poi abbiamo detto arrivarono .....

PIENO DI GENTE IL CORSO MARRUCINO....

 

E PIENO DI MEZZI AMERICANI ..IN PIAZZA SAN GIUSTINO



.... infatti il giorno dopo, al mattino (sabato 10) arrivarono a piazza san Giustino anche gli anglo-americani, e anche loro scelsero Palazzo Mezzanotte per metterci il comando. Nei magazzini sottostanti casa nostra iniziarono ad arrivare camion, camion e camion con ogni ben di Dio: montagne di scatolette, cioccolato, latte in polvere, zucchero. Montagne e montagne di cibo che - così tanto - non avevo mai visto in vita mia.

Erano facce meno truci di quelle tedesche, erano serene, perfino dei bontemponi, dinoccolati, sempre allegri. Ma quello che non andava al ragazzino che qui sta raccontando ed era nel palazzo anche in questa circostanza in mezzo a loro, era la sfrontatezza, soprattutto quando li vedevo buttare in piazza una manciata di chewing gum o una cioccolata ai ragazzini; lo facevano solo per vedere i miei piccoli amici accapigliarsi, e quasi li odiavo per questa sadica strafottente abbondanza.
Inoltre io non avevo affatto dimenticato i loro bombardamenti, nè avevo dimenticato che solo pochi giorni prima mi avevano mitragliato proprio in quella stessa piazza dove ora stavano tutti giubilando per il loro arrivo.



Fra l'altro di anglo-americani veri e propri cen'erano ben pochi, solo gli ufficiali superiori. Gli altri erano tutti indiani. Misero due carri armati davanti a casa nostra e Palazzo Mezzanotte,
sotto gli alberi nel piazzale alberato verso il Pescara .....
.....e allestirono delle grosse tende sotto i pini e lì...
<< li vedevo dal mio terrazzo .) e non avendo altro da fare per tutto il giorno, fin dal mattino o che facevano da mangiare con degli intrugli e odori incredibili, oppure passavano il tempo ad agghindarsi e a cospargersi come dei damerini di profumi orientali, penetranti, dolciastri.

Il rito del turbante poi era meticoloso, maniacale, durava ore, metri e metri di una striscia di seta che si avvolgevano al capo. Si facevano belli per fare conquiste femminili; ma in alcuni casi non si comportarono bene con le donne del posto, che però per la fame purtroppo molte giovani donzelle giravano sempre attorno a loro, entravano e uscivano dalle tende. Alla sera c'era perfino la coda.

Dal nostro balcone vedevamo tutto e non sempre era un bello spettacolo. Soprattutto quando alcune le vedevamo scendere dalle Jepp spinte quasi dentro le tende ...e non solo quasi.... spinte con la violenza.

Ci furono anche delle indignazioni dei cittadini per alcune di queste violenze, ed alcuni padri e madri vennero proprio al Comando di Palazzo Mezzanotte a lamentarsi dai superiori (che non erano santi neppure loro).
Ma questi dissero che era la guerra, che c'erano fra i soldati le solite mele marce. Che non tutti erano così. Amen!

Alcuni cittadini non avevano dimenticato il precedente cinismo dei loro bombardamenti. Anche se gli obiettivi militari erano forse importanti,  ma questa non era la sola ragione principale, loro volevano (così aveva detto e voleva Churchill) terrorizzare, visto che i caccia spesso facevano incursioni a bassissima quota sulle città mitragliando chi aveva la sfortuna di essere su una strada, sul corso, o si trovava con i bambini alla Villa. Erano azioni disumane, ad "effetto" (da vigliacchi!) che per il morale erano peggiori di un bombardamento.


Chi scrive vedeva dal terrazzo - come averva visto a Pescara quel famoso 31 agosto - gli stormi di aerei che sganciavano bombe sulle case; era terrificante vederli, poi sentire le esplosioni, ma non ti riguardavano personalmente; (un po' come oggi li vediamo in Tv). Solo il giorno dopo venivi a sapere dove erano cadute e se c'erano morti e feriti. Ma non ti coinvolgeva più di tanto.


Mentre invece quando all'inizio di Corso Marrucino (che divide in due Chieti) perfino a mezzogiorno quand'era pieno di gente che tornava a casa dal lavoro o i bambini che uscivamo dalla scuola san Camillo come il sottoscritto. L'aereo comparve all'improvviso in un lampo, un caccia anglo-americano, percorrendo a bassa quota tutto l'intero corso dalla Trinità fino a Largo Valignani, mitragliava tutti quelli che vi si trovavano.
Lo chiamarono il famigerato il “pippetto”, quell'uomo che sistematicamente mitragliava, a tutte le ore.

La cosa riguardava tutti, ma era più angosciante dei bombardamenti, per la rapidità di come avveniva, all'improvviso, tutti si sentivano indifesi e vulnerabili. Dopo lo scampato pericolo non si parlava d'altro. Anche se le vittime erano trascurabili rispetto ai veri e propri bombardamenti.

((( quattro anni dopo tornando a Chieti, sulla facciata di san Domenico, c'erano ancora i buchi di quella terrorizzante mitragliata sul Corso all'altezza e quasi difronte al san Camillo da dove un mezzogiorno stavo uscendo come facevo di solito per andare - 100 metri più in là - da mio zio alla Tipografia Moderna, nella piazzetta Vico, per poi andare a casa a pranzo))))

Poi - come ho già detto - il 10 mattina entrarono loro, gli americani, si piazzarono sempre accanto a casa nostra, a Palazzo Mezzanotte, dove prima c'era il comando tedesco. I "grandi" mi dissero che erano quelli i "liberatori" non più gli "assassini" che prima ci bombardavano e ci mitragliavano, ma che erano ora i nostri "amici alleati"; non più gli altri - i tedeschi e i fascisti - che prima - preti e monache - mi dicevano di pregare per la loro incolumità e per la loro vittoria sui cosiddetti "nemici".... americani invasori.

E io cosa e come potevo capire? Diventai - con tutto quel ben di Dio che poi ostentarono - anch'io un opportunista. Portavo così a casa ogni ben di dio.
Come si fa a fare domande agli adulti in simili ipocrite circostanze? Si diventa muti, smarriti e sgomenti. Si tace. Il guaio è che quella domanda che vorresti fare ti rimane poi dentro per tutta la vita. Perchè anche dopo, sai che nessuno ti darà mai una risposta; alla fine di domande non ne fai più, perchè sai  già (questo lo avverti) che tutti mentiscono.
Non esisteva più il fascismo, ma solo improvvisamente "l'antifascismo". Ovviamente dopo essere tutti saliti sul carro del vincitore.

La N.D. Maria Mezzanotte, il giorno dopo, nel cortile del suo palazzo, finalmente sgombro di tedeschi, con il ben di dio degli americani, volle allestire (con l'abbondanza di alimentari degli americani) una gran tavolata, per tutti coloro che avevano fame, per lo più bambini della mia età. Per la prima volta vedevamo il pane bianco come la neve, la cioccolata, il latte in polvere, e decine e decine di varie scatole con dentro anche gli spaghetti, la carne, i fagioli, ecc. ecc. Chissà se qualche chietino ricorda ancora quella gran mangiata. Io poi ero il più fortunato, sotto casa, nei grandi saloni delle cantine del palazzo, avevano stipato tutti i viveri che arrivavano con i tanti camion. E ovviamente per me c'era sempre un abbondante regalino; ma preferivo per lo più il latte condensato, la cioccolata. A mia nonna non piacevano proprio tutte quelle scatole, dal sapore del cibo sempre dolciastro.

Un'altra mia antipatia era dovuta al loro denaro. Con pianti e disperazione di tante persone, le nostre lirette da un giorno all'altro non valevano più nulla. C'erano le AM-Lire. Prima, la sera con la mia solita 1 liretta in mano scendevo le scale e andavo a prendere quasi sotto casa all'osteria il solito litro di vino per la cena. Ma da allora per farmelo dare ci volevano, 5 am-lire, poi 8, poi anche 10.
Chi vendendosi qualche bene o qualche gioiello, di lire ne aveva messe da parte un po' per le varie necessità (la borsa nera) quei pezzi di carta d
a un giorno all'altro non avevano più nessun valore, erano carta straccia. E purtroppo solo chi lavorava e veniva pagato con le nuove monete poteva far la spesa. Nessun negoziante ritirava più le vecchie lire. L'inflazione fu disastrosa. L'inflazione era stata nel '40-41-42 ogni anno del 18-20 %. Nel 1943 fu del 68%. Ma nel '44 con le am-lire fu un disastro, le vecchie 1000 lire valevano appena 100-200 am-lire (american-lire).
Questi biglietti era normale che ricevessero tanto odio. Stavano distruggendo per molte persone i risparmi di una vita intera.

ne stamparono 114 miliardi
e occorrevamo 100 Amlire per fare 1 dollaro.
Rimasero in circolazione fino al giugno 1950.
Ancora nel 1947 un chilo di pane costava 35 volte in più che all'inizio della guerra.
Un uovo 15 lire, 30 volte di più.
10 sigarette 5 volte di più, ma non c'erano in giro, quindi a borsa nera 20 volte di più.
(queste (4 nazionali) erano date con la tessera, tagliando n.65, ma non c'erano per mesi.
Poi arrivarono "LORO" e in Piazza Grande buttavano alla folla che aspettava
le Chestelfield, ma solo 3-4 pacchetti, così i ns. fumatori si prendevano a botte per arraffarle
.
Ma loro si divertivano !!! -
E si divertivano anche quando anch'io - così piccolo - mi accendevo una sigaretta.

Lasciamo questa guerra ... però....

 

NON DIMENTICHIAMO QUI GLI AUDACI UOMINI DELLA RESISTENZA,

DOVE PROPRIO A CHIETI PRIMA DI TUTTE LE ALTRE CITTA' SORSERO DEI NUCLEI DI
UOMINI DISPOSTI A TUTTO PUR DI LIBERARE I LORO PAESI.
PURTROPPO CI FURONO LE RAPPRESAGLIE
E GLI ORDINI PARTIVANO PROPRIO DA PALAZZO MEZZANOTTE.
ANZI ERA LI' CHE AVVENIVANO GLI INTERROGATORI
E DOPO QUESTI, PER ALCUNI LA LORO CONDANNA E LA FUCILAZIONE.

 

A Chieti e nei dintorni già nella notte fra il 9 e il 10 Settembre del '43 si erano formati dei piccoli gruppi decisi a a combattere i nazisti anche nei piccoli paesi dove i tedeschi intendevano far sfollare per metterci le loro difese. Questi primi gruppi furono in assoluto i primi pionieri delle forze partigiane in Italia. Con un coraggio da leoni!!

Si sapeva che gli americani erano appena al di là delle colline chietine e quindi loro speravano in un tempestivo appoggio; ma chi avrebbe immaginato che Montgomery che dalla Calabria al Sangro aveva impiegato pochi giorni ed invece dal Sangro a Chieti la sua armata avrebbe impiegato 7 mesi, proprio lui che voleva arrivare a Pescara al massimo a Novembre e a Roma per il Natale del '43
Cosicché la sua 8a armata rimase inchiodata sul Sangro nonostante la tremenda e drammatica battaglia ad Ortona e dintorni proprio nel Natale '43.
KESSELRING gli aveva fatto trovare un "muro", fino al punto che Churchill (lo abbiamo già ricordato pià sopra) gli ultimi giorni dell'anno - in gran segreto
(non ne parla nemmeno nelle sue memorie - sparì dalla circolazione per 4-5 giorni - ma poi più avanti accenna "ciò che ho visto a Ortona non doveva più succedere") - andò di persona a vedere la situazione che gli fece decidere di portarsi via Montgomery. Sostituito il comandante della VIII Armata con Leese, questi rimase lì a Orsogna per sei mesi a fare melina, con i tedeschi di fronte a nemmeno mille metri. Ad agire c'erano solo i bombardieri anglo-americani e le loro artiglierie.

Non così nel resto dell'Abruzzo, sconvolto dalle rappresaglie tedesche. Su questo territorio  - con grave perdite e mostruosi  eccidi di civili - le azioni di guerriglia partigiana iniziarono subito all'indomani del 10 settembre e termineranno solo il 9-10 giugno 1944.
Pochi storici ufficiali parleranno di questi episodi della resistenza abruzzese contro i tedeschi.
Non ne parlano perchè questa, sorse spontanea, fu pionieristica, e dentro non c'erano solo antifascisti, ma anche fascisti, cristiani, liberali, comunisti ecc.. Di tutto !!

Simili gesta si possono rintracciare solo in pubblicazioni locali. Col tempo quasi scomparse dalla circolazione.

L'autore che scrive - come già ampiamente detto - allora fanciullo viveva a Chieti presso suo zio che stampava anche un giornale locale. Ad ogni eccidio, ad ogni rastrellamento, il comando tedesco (che era addirittura dentro nel nostro stesso palazzo (Palazzo Mezzanotte) ci comunicava di darne (con i caratteri, con gli occhielli, o con i manifesti da affiggere sui muri) ampio risalto sulla stampa, per sgomentare i ribelli ma anche per terrorizzare i civili che offrivano loro rifugio.
Da notare che fino a notte tarda con la scusa di fare i tanti manifesti, comunicati, fogli unici di giornale ecc,  noi stampavamo con tanto rischio anche i fogli clandestini, con il batticuore, in silenzio, con un vecchio torchio a mano, normalmente usato per fare le poche copie dei cosiddetti "manifesti da morto". E dopo, rimanendo fino a notte inoltrata scomponevamo subito la matrice, per paura di qualche improvvisa incursione tedesca in tipografia. Com' era già accaduto.

L'ABRUZZO a partire dal Lanciano, tra il 5 ed il 6 ottobre 1943 scrive una delle pagine più gloriose della sua storia. Ma anche della storia (sconosciuta) d'Italia.

Tutto iniziò infatti a Lanciano, poi a Teramo a Bosco Matese. Dove si formano i primi nuclei di partigiani con numerosi sbandati dell'esercito. Ad Avezzano un gruppo formato da solo 8 partigiani in un'azione coraggiosa perfino quasi disperata,  riuscì a liberare da un campo di concentramento tedesco centinaia di prigionieri americani, inglesi e di altre nazionalità.
I tedeschi reagirono e inviarono sul posto un intero battaglione al comando di un certo Hartmann che seminò il terrore; catturarono sette partigiani e nei pressi del Mulino li fucilarono subito,  ma altri partigiani di Bosco Matese con una altrettanta impresa disperata, diedero a loro volta l'assalto allo stesso reparto di tedeschi e riuscirono a catturare addirittura proprio il comandante del battaglione Hartmann. Questa cattura fu quasi una beffa per i tedeschi; ma da questo momento nella regione iniziò l'apocalisse con la rappresaglia, anche perchè i partigiani che si erano formati, ebbero l'ardire di fucilare proprio lo stesso comandante Hartmann.

A prendere in mano le redini o meglio dire cosa dovevano fare a questo gruppo di partigiani c'era un esperto di vera guerriglia, uno slavo, il maggiore serbo Mattiasevic, che inizia a dare consigli preziosi a queste formazioni: "non concentrarsi, ma formare piccole bande". Era la diabolica tecnica che era stata riservata a Hitler in Iugoslavia: "ogni uomo deve essere soldato, comandante e uno stratega di se stesso".

Di queste bande se ne formarono poi nei dintorni di Chieti non una ma delle decine, con circa 3500 uomini. Ma la prima si formò proprio a Lanciano e fu guidata da Ettore Troilo, con un gruppetto di un centinaio di uomini divisi in gruppi di ca. 20 uomini come aveva indicato il Serbo. Questo primo nucleo prese il nome "Patrioti della Maiella".
Di altre bande ne ricordiamo solo alcune: Ammazzalorso, Pizzoferrato, Arischia, La Duchessa, Valviano, Gran Sasso, Campo Imperatore, e tante altre, e i già accennati eroici Patrioti della Maiella .

Perchè nacquero a Lanciano. Quando ci erano arrivati i tedeschi vi era stata una rivolta dell'intera popolazione; scovate le armi da chissà dove, per tre giorni dai tetti, dalle finestre e dai balconi seguitarono a sparare. I tedeschi catturarono un povero giovane, La Barba, lo legarono in piazza a un palo con la testa in giù, per estorcergli i nomi dei capi dei "ribelli". Infastidito del suo ostinato silenzio, un tedesco prima gli cavò gli occhi con la baionetta, poi gliela infilò nella pancia. Gli abitanti furono costretti inorriditi ad assistere al crimine.

Di conseguenza nei giorni successivi la rivolta si accese ancora di più, ma venne poi repressa nel sangue. I primi dodici che capitarono sotto mano li arrestarono e li giustiziarono. Ma molti altri caddero nelle strade, inseguiti e raggiunti dalle sventagliate delle mitragliatrici. Lanciano, per questa drammatica insurrezione ( furono 500
le vittime) verrà poi decorata con la medaglia d'oro al valor militare.
Fu quello - il 5 ed il 6 ottobre 1943 - a Lanciano il primo cruento scontro e la prima rappresaglia dei tedeschi in Italia. Ma era solo l'inizio!
E l'inizio lo diede proprio il gruppo della "Maiella" che formò - come già detto - il primo nucleo di partigiani a Lanciano guidati da ETTORE TROLIO.
Non erano legati ad alcun partito (anche se prima erano stati tutti fascisti di fatto) . Non erano quindi in linea con la successiva demagogica e monopolizzata Resistenza partigiana di sola sinistra (antifascista). Erano stati pure loro fascisti, e ora erano pure loro erano dei disertori, quindi l'invito a una collaborazione con gli angloamericani di Montgomery suscitavano un po' di diffidenza.
Ma Troilo fra l'altro era anche un bravo mediatore, si incontra con il maggiore Wigram, fa presente che avevano perfino liberato dai tedeschi dei prigionieri americani e inglesi. A quel punto avuta la dimostrazione del loro valore gli fu loro concesso la possibilità di combattere con il comando Alleato. (gli unici in Italia che in seguito poterono dire di essere stati veramente "alleati" senza alcuna divisa e alcuna stelletta) .
E come veri alleati si comportarono combattendo al loro fianco. Tanto più che non avevano connotati partitici, loro volevano solo il bene dell'Italia, non come i comunisti a Nord che lottavano pure loro ma guardando alla Russia e volevano farla occupare l'Italia dai bolscevici. Questi abbruzzesi quanto alla "lotta partigiana" erano atipici, ecco perché nella lotta della Resistenza se ne parla poco. Addirittura il CVL (Corpo Volontari della Libertà) li disconobbe solo perché non avevano la loro bandiera e che la "Maiella" non aveva mai fatto parte del CVL.
(ipocrisia!!)

Ma qui ricordiamo che il gruppo della "Majella" (circa 1000 audaci uomini) dopo essersi messi alle dipendenze dell'8a Armata, in cooperazione tattica - anche dopo la liberazione di Chieti - inseguì i tedeschi a Sulmona, poi all'Aquila, proseguì lungo le Marche, partecipò alla liberazione di Pesaro, a marce forzate raggiunsero la Romagna, liberarono diversi paesi, poi entrarono a Bologna accolti da deliranti manifestazioni di simpatia, poi senza concedersi un adeguato riposo, con altre marce forzate il 1° maggio raggiunsero il Vicentino, salirono l'Altopiano ed entrarono ad Asiago, abbracciati fraternamente dal gruppo partigiani "7 Comuni", che li accolsero con queste parole: "...Siete stati tenaci nel combattimento e forti come la roccia dei nostri e dei vostri monti".
Dalla Maiella ad Asiago, purtroppo ebbero anche loro morti, feriti e invalidi, che si guadagnarono 15 medaglie d'argento.
E ci risulta anche essere stato l'unico gruppo (anomalo) partigiano in Italia ad aver ricevuto la Medaglia d'oro al "Valore Militare.
 


Alla fine della guerra
ci furono le parole encomiabili del generale Mc. Greery Comandante dell'8a armata Britannica rivolgendosi proprio al gruppo "Patrioti della Majella":
"Voi siete stati i pionieri di quel movimento partigiano italiano che ha contribuito al successo della campagna d'Italia e grazie al quale potrà essere ricostruita la nuova Italia.
Ora che tornate alle vostre case mantenete vivo quello spirito e quella purezza di intenti che avete dimostrato in guerra, nell'opera di ricostruzione del vostro Paese, di questo vostro Paese che ha tanto sofferto per le rovine e i lutti causatigli dalla guerra. E' questo lo spirito che farà dell'Italia ancora una volta un paese libero e democratico e le ridarà il posto che le spetta per la sua antica civiltà, nel quadro di quella nuova Europa per la quale tutti abbiamo combattuto e che tutti auspichiamo".
PIONIERI !!!

E a proposito della Maiella come "montagna" e come bonaria esclamazione ("Per la Maiella") mia nonna che era nativa di Fara S. Martino, rimase addolorata quando seppe che lassù in paese i tedeschi avevano distrutto il grande molino De Cecco, la fabbrica della pasta e arrestato lo stesso proprietario De Cecco.
Nulla potè fare la banda "Palombaro" sempre a Fara San Martino già dal settembre 1943.

Da anni ogni tanto da Fara scendeva a trovarci a Chieti una sua parente e ci portava tanti pacchi di pasta della De Cecco. Per mia nonna quella pasta non era solo del suo paese (lei da bambina - a 10 anni l'aveva vista nascere la fabbrica De Cecco!!) ma la considerava la migliore del mondo, ed esclusa quella che faceva lei, solo di quella pasta si fidava.
(era stato infatti proprio De Cecco a inventarsi una macchina per la immediata essicazione della pasta, che prima la si faceva in alcuni saloni aerati dall'aria, che se mal fatta, la pasta che ne usciva cuocendola andava a pezzi o diventava colla.)


Per fortuna finita la guerra un pastificio De Cecco ricostruito sorse poi molto vicino a Chieti nella Valle del Pescara e mia nonna tornò ad apprezzarla. Ma m
ai più avrebbe allora immaginato mia nonna (e nemmeno io) la fama odierna "mondiale" della Pasta De Cecco. Considerata la migliore in assoluto allora come oggi.


Torniamo alle rivolte che come abbiamo detto sorsero spontanee... fra questi uomini c'era anche l'ex presidente della Repubblica Ciampi. Che in una recente visita proprio a Sulmona ha così sintetizzato le motivazioni primarie di queste bande non ancora ideologizzate: "fu un impulso istintivo a ribellarci e a unirci".
Ora dato che erano istintive e non seguivano una razionalità educativa, ognuno seguì la propria coscienza.
Alcuni agirono con i riflessi incondizionati formatasi in quell'educazione
(piuttosto pressante) ricevuta in gioventù in vent'anni dal fascismo. Non dobbiamo quindi condannare chi scelse un'altra barricata dove combattere. Tutti fino a poche settimane prima

facevano parte del regime, avevano l'imprinting che avevano ricevuto dai loro "padri" e "maestri". Prima di tutto sacra era la Patria!!. Mica potevano ad un tratto girarsi da soli l'interruttore della propria coscienza. Ecco perchè molti aderirono alla Repubblica di Salò. E bisognava - volenti o nolenti - farlo, altrimenti si era accusati di renitenza alla leva o se scappavano sui monti, di diserzione; i manifesti affissi non scherzavano!! C'era la "Pena di morte!!" per i renitenti.

Ognuno avvertì che l'onore, l'avvenire, l'esistenza stessa della Patria restavano ormai affidati solo ed esclusivamente al coraggio ed all'iniziativa dei singoli. E quindi ognuno agì con la istintiva coscienza, anche se alcuni dicono con "incoscienza". Ma o fascisti o non fascisti erano - non dimentichiamolo - prima di tutto Italiani ! E fin da bambini era stati allevati dai loro padri e insegnanti come "fascisti". (facile poi dire (il giorno dopo) dagli improvvisati antifascisti:"sporchi fascisti"). Ma detto da chi? Da chi per opportunismo era stato anche lui un fascista, e per opportunismo erano poi diventati "ammiratori" del bolscevismo, che prometteva in Russia "latte e miele per tutti".

Tanto più che i vari superiori agivano così (sia da una parte che dall'altra, fuggivano o si riciclavano per fare i capi "antifascisti") e i loro sottoposti cosa potevano fare di più? se non seguirli in quella che in entrambe le due fazioni era diventata una lotta disperata, perchè contrapposte; ma ognuna era convinta che i diritti e l'onore erano dalla sua parte.

Ma illegalmente lo erano solo da una parte, quella datisi alla macchia, sulle montagne, quindi disertori, passibili di tradimento e puniti anche con la fucilazione, perchè recita la convenzione...
'Art. 3 (firmata e accettata da tutte le nazioni del mondo nel 1907) che "le bande non riconosciute sono quelle che NON hanno una uniforme, NON hanno un capo responsabile, NON si attengono alle leggi e agli usi di guerra".
Art 7: "L'uso dei mezzi bellici è lecito SOLO fra coloro che hanno la qualità di legittimi belligeranti";
Art.6: "Le persone NON considerate legittime belligeranti e che compiono atti di ostilità sono punite secondo la legge penale di guerra" "e sono passibili di fucilazione". LA PENA DI MORTE !!

E i tedeschi che comandavano (chiamati da noi per difenderci dagli americani) applicarono ciò che diceva il manifesto sopra.


Ma i tedeschi andarono oltre, non si fermarono con le rappresaglia per i traditori. Al podestà di Teramo -Umberto Adamoli- chiesero 100 cittadini da tenere come ostaggi, da fucilare  (come consente la Convenzione)
qualora si fossero ripetuti episodi come quello di Bosco Matese e Lanciano. Il podestà pur essendo un fascista, non ci sta. Si indigna, si offre perfino lui in cambio. I tedeschi temporeggiano e soprassiedono; ma solo per non farlo diventare un martire con il rischio di sollevare un'altra insurrezione come quella di Bosco Matese e di Lanciano.

Ma in tipografia avevamo iniziato a stampare i manifesti con i bandi dei tedeschi. Ogni giorno per un paese diverso. Sfollamento compreso. Che voleva dire essere quel paese condannato alla distruzione totale. Infine arrivò anche la bozza per il manifesto per la evacuazione della Città di Chieti; e si era arrivati tutti alla disperazione, si temeva anche qui una insurrezione a causa dei lutti, delle distruzioni e per la fame e per il freddo e per le malattie.

E ci sarebbe stato un valido motivo per farla una insurrezione - per fortuna che noi (mio zio in tipografia) stampavamo anche le tessere, in gran segreto anche false (un'idea questa di Gasbarri) e dato che dal fornaio bastava (solo per il pane) presentare solo i bollini, il pane non mancava mai. E anche noi - da quelle tessere - regalando qualche bollino non lo facevamo mancare a chi ne aveva necessità e doveva sfamare qualche bambino, perchè -come già detto- molti sfollati non avevano la tessera. Tuttavia anche con queste c'erano delle file interminabili da fare.... dalle 7-8 del mattino fino a mezzogiorno. Per 150 grammi di pane a testa quasi immangiabile, nero, pesante. E nel periodo critico anche solo 100 grammi a testa. Un panino !!! Poi più tardi il panino fu di 200 grammi. Ma ai
forni si facevano lunghe code per aspettare la distribuzione; alcuni si piazzavano davanti al negozio alle 4 di mattina, quand'era ancora notte.
(come fanno oggi molti per comprare l'ultimo modello dell' I-Pad
)

Chi viveva in campagna, era un po' più fortunato perché aveva di che vivere.
Mentre in città esisteva la borsa nera dove quei pochi cibi che si trovavano venivano acquistati a caro prezzo perchè con la tessera annonaria si riceveva poco e niente e mica subito, bisognava aspettare gli arrivi mensili, e spesso bimensili. Trovare un banale dolce in tutta Chieti era un impresa. La pasticceria D'Orazio era sul lastrico.
IO ero fortunato, perchè fra i miei amici avevo il figlio di un singolare artigiano: abitava nel cortile di quell'entrata a fianco del Comune, in Piazza Grande. In 4-6 locali aveva allestito una dolciaria usando fichi secchi. Con questi confezionava dei torroni con i fichi farciti di mandorle, noci, nocciole. E ovviamente le mie visite erano assidue.

Oltre ai torroncini, mi portavo a casa anche i sacchetti di gusci, che sul braciere duravano un giorno intero.

 


Non vi era scelta; (uno solo) 66 grammi di pasta o di farina o di riso al giono .
che poi il 10 aprile del 1945 !! diventò 39 grammi a testa.

VEDI LA PAGINA DELLE TESSERE, DEI RAZIONAMENTI, DEL MERCATO NERO, ECC.

Le atrocità da questo periodo in Abruzzo non si contarono più; a Ortona, a Palombaro, a Palena, a Guardagliele, a Sulmona, a Popoli, a Roccaraso, a Bisenti, a Civitella, in altre contrade e nella stessa Chieti.
Il 21 novembre ci fu la strage con 122 morti di cittadini donne vecchi e bambini a Limmari per aver loro offerto rifugio ai ribelli.
Al casolare Macerelli  massacrano 15 persone, tra cui cinque bambini. Al casolare De Virgilio 30 ammazzati fra cui un lattante. Al casolare D'Aloiso 4 fra cui una paralitica di settant'anni. A Capistrello dopo una delazione circondarono una casa, catturarono e uccisero  32 partigiani tra cui 8 alleati. Altrettanto a Francavilla, 20 giustiziati.
A Bussi fucilarono 11 "ribelli" catturati a Chieti.

Altri 10 li catturarono sempre a Chieti e li andarono a fucilare alla pineta di Pescara.
A Filetto altri 17 uomini massacrati. A Onna 16 donne e bambini messi dentro un casolare poi fatto saltare con la dinamite. Poi la grande strage a Pietransieri; 128 abitanti del paese che rifiutandosi di dire dov'erano gli uomini, furono tutti trucidati: donne, vecchi e bambini. Fu un massacro.

A Chieti, a Palazzo Mezzanotte al comando dei tedeschi c'erano viscide persone a fare delazione per vecchi rancori, antichi odi o più semplicemente per guadagnare dello sporco denaro. Dopo la spiata c'erano poi i rastrellamenti, gli arresti, gli interrogatori, le sevizia, le urla e poi...dal cortile di Palazzo Mezzanotte, sul solito camion che io conoscevo bene ma non i poveracci che ci salivano sopra, via dietro le mura del cimitero S.Anna ( in mezzo agli ulivi) per essere fucilati. E il solito biondo tenentino a dare il colpo di grazia. Sempre lui. Gli piaceva! Era una bestia patentata!

Nel cortile del palazzo Mezzanotte per tutto il giorno risuonava (anzi rimbombava) a tutto volume la radio tedesca che prima di dare le notizie dal fronte iniziava sempre diffondendo la Cavalcata delle Varchirie, poi alla sera, nello stesso cortile,  seduti per terra per due-tre ore di fila il tenentino e i suoi colleghi canticchiavano con un filo di voce la struggente canzone di LILI' MARLEN (VEDI QUESTA SINGOLARE CANZONE SU TUTTI I CAMPI DI BATTAGLIA >>> ).
Il filo di voce era perché non arrivavano più le buone notizie da Montecassino oltre che dalla Russia.

Il tenentino si prendeva qualche volta sulle ginocchia quell'unico bambino che c'era in giro di 8 anni, "Frankie" mi chiamava (che ora sta scrivendo questa Storiologia) che si aggirava in mezzo a loro, con i boccoli biondi; lui mi parlava in tedesco e ovviamente io non capivo;  forse gli ricordavo il figlio con la stessa mia età lasciato in Germania. Era perfino gentile, ma giuro che quelle mani quando per accarezzarmi mi passavano sulla testa mi turbavano sempre. Avendo una giovane zia piuttosto bellina, gli faceva la corte, e spesso proprio perchè lui era molto gentile, qualche volta veniva a mangiare gli spaghetti alla chitarra di mia nonna (noi in cambio da lui ci guadagnavamo qualche sacco di farina o le ossa con tanta carne attorno, dei maiali che loro avevano rapinato da qualche contadino).
Ma mi seguitava a turbare la sua presenza, non riuscivo a guardagli le mani, quelle mani che spaccavano i crani mi facevano rabbrividire. Io penso di non avergli mai fatto un sorriso. E nemmeno capivo come potevano farlo gli altri.

Dall'alto della sua innocenza, chi  scrive aveva quasi 9 anni, non era ancora entrato nel "tempio della saggezza (!)  dei grandi", degli "uomini superiori", c'era una sola constatazione nel guardare i visi di quelle persone che sparavano e che infierivano sui corpi diventati cenci prima ancora di esser morti. Provavo sempre lo stesso sbigottimento nel vedere con quanta indifferenza - ma spesso con sadico piacere-  alcuni "uomini" eliminavano altri uomini come loro senza pietà, con alcuni malcapitati piangenti, imploranti a terra, altri rassegnati, altri disperati; nessuna pietà fino in fondo, ed infine scaricavano su di loro - a chi aveva ancora un respiro e si rantolava a terra - il colpo di grazia, che provocava in quei crani un effetto devastante. Le teste si spaccavano come angurie e dalle crepe  provocate dal proiettile il cervello continuava per molti minuti a uscire lentamente fuori come la spuma di una birra.

( ( mi meraviglio che nessuno a Chieti ricorda quelle fucilazioni dietro le mura del cimitero S. Anna. Dove scavano delle fosse per 8-10 cadaveri. Sotto gli ulivi, che essendo autunno erano carichi di olive mature. Quando un giorno andammo a vedere, sui cumuli di terra dei seppelliti, erano cadute una montagna di grosse olive, che nessuno osava raccogliere- Con mia nonna che diceva "quanto spreco").

Non certo mi diedero l'impressione che erano "uomini", ma "bestie", nè potevo capire perchè lo facevano. In casa, fuori, i parenti, gli insegnanti e perfino nella  cattedrale (ci abitavo quasi dentro) mi davano degli insegnamenti contrastanti, mi dicevano dove stava il bene e il male, chi erano gli eroi e chi gli assassini, per chi dovevo pregare, chi maledire, chi  ammirare e chi odiare.


Poi....ci fu il contrordine..,.. non più quelli, ma gli altri. Oltre che sbigottito rimanevo inebetito.
In quale direzione poteva andare la mia empatia? Agli uomini o alle bestie? E chi erano uomini e bestie i primi o i secondi?
Se quando si diventa grandi - pensavo - si diventa cinici, falsi, traditori e bestie, speriamo che Dio mi faccia rimanere piccolo, che non mi faccia diventare "grande". Ma grande di cosa? Già a nove anni mi avevano coinvolto, forse plagiato, a far danzare anche a me di gioia sul cadavere del mitragliatore volante che voleva colpirci mentre giocavamo con i miei coetanei a pallone in piazza grande.  Lui ci mancò, ma volle riprovarci, e virando a destra, andò a toccare il campanile; precipitando davantio a noi. Facemmo festa. Sputavamo addosso al suo cadavere boccheggiante nella carlinga. Eravamo diventati "pazzi" anche noi bambini !!

Non erano solo pagine oscure e senza senso nella vita di un singolo bambino, ma erano pagine di una vita senza senso di tutta una umanità che mi circondava. Forse non erano nè più nè meno di quelle altrettante pagine oscure, immotivate e folli del 1915-18, del 1861, giù e giù fino alle caverne e nelle tane dei primi selvaggi ominidi. Dov'era la differenza? E soprattutto dov'era la tanto decantata civiltà?

Civilta? Morale? Etica? Umanità? Quanti scuotimenti di testa quando diventato grande (e si diventa grandi in fretta con queste esperienze) iniziai a leggere testi di filosofia o di teologia di tanti uomini cosìdetti "colti";  dove ti spiegano cos'è la civiltà, l'etica e la morale e perfino la religione con un Dio; dopo queste letture (mi sono costruito perfino una biblioteca di 30.000 volumi) ma mi sono convinto di una cosa sola: che per duemila e più anni  le dispute sul male e il bene hanno solo riempito inutilmente montagne di pagine. Quando ripenso ai fatti di Chieti, a quelle follie, e guardo la mia biblioteca, mi verrebbe voglia di buttare tutto sul fuoco. Non servono a nulla quando c'è un pazzo in circolazione e tanti altri pazzi che lo imitano. (ed é così - purtroppo - anche nel momento attuale).

Infatti era bastato un proclama di un paio di pazzi (i cosidetti "uomini superiori"
) e la civiltà, fatta di gente che aveva studiato, gente all'apparenza perbene, era ritornata subito nelle caverne, negli anfratti, nelle grotte in montagna, a fuggire e a nascondersi, "animali" cacciatori e "animali" da cacciare. Insomma delle BESTIE. Non un degno spettacolo né da una parte né dall'altra, pur avendo dentro nelle loro file - loro dicevano- uomini colti, che "lottavano per la giustizia". E poi dicevano pure, ognuno di loro, e quindi tutti, da una parte e dall'altra di "avere accanto Dio ad assisterli". Oppure che - dicevano - quella era la "vera" lotta per la "libertà". Da una parte ma anche dall'altra!!

Forse per capire l'animo umano degli uomini in aiuto ci viene leggendo alcuni personaggi di Dostoevskij, quando le identità morali sono incarnate in figure che si scontrano su di una sorta di palcoscenico di anime contorte: dove appaiono le ipocrisie delle convenzioni imposte; quelle ipocrisie degli "uomini superiori" che contrastano con quelli che dovrebbero essere i saldi principi degli umani. In Dostoevskij il "sottosuolo" dell'anima è qualcosa di spaventoso che coincide con l'assolutezza del male. Uomini privi di certezze e punti di riferimento solidi cui uniformare il proprio comportamento morale. Ecco perché ancora oggi il grande scrittore russo é reputato come l'autore della filosofia contemporanea.

Ma per noi pur finita la guerra nel giugno del '44, le notizie che ci giungevano dal Nord non erano affatto rassicuranti; fino all'aprile del '45 eravamo sempre col fiato in gola. Era in atto una guerra civile e sconvolgente come la fine di Mussolini appeso a Piazzale Loreto a Milano. Infine la notizia tanto attesa. Il 29 aprile erano entrati a Milano gli angloamericani, quindi vi era stata la "liberazione" anche al Nord, il 30 con la firmata resa dei tedeschi finalmente terminava la guerra. In Italia e in Europa.

Ma le brutte notizie non erano mancate nemmeno prima.

Per noi a Chieti era tornata la vita già da tre mesi. Si erano riaperte le scuole. E anche se non vi era tanto da mangiare, sembrava che le giornate drammatiche erano state tutte dimenticate. Non così nel nord italia.
Il 28 ottobre a Milano c'era stata un orrenda carneficina.
Il giorno dopo come al solito mi diceva di fare mio zio, come tutti i giorni, andai ad acquistare il giornale. Quello che poi andavo a leggere in Piazza Grande non solo ai miei coetanei ma agli attenti anziani, che o perchè analfabeti o perché i giornali non li acquistavano, ne avevo sempre attorno una decina. Era diventato quello quasi un appuntamento pomeridiano.
Quel giorno la notizia e le immagini erano terrificanti. A Gorla a Milano un bombardiere aveva centrato una scuola elementare. Con l'allarme che era suonato avevano svuotato le classi e stavano ancora sulle rampe delle scale per correre ai rifugi. Proprio in quell'istante una bomba ad alto potenziale, cadde proprio nelle rampe distruggendole oltre aver ridotte in maceria l'intera scuola. Morirono 200 bambini della mia età, 7 maestre e 10 mamme che erano accorse per prendersi i figli, che avevano in braccio o per mano una decina bambini da 0 a 2-3 anni.

Una carneficina
(che RIPORTO QUI - ma se siete impressionabili non guardate >>>>>>

Potete immaginare lo sgomento nel leggere questa lugubre notizia. Per fortuna che da noi i bombadamenti erano solo più un brutto ricordo. Eppure quando io e i miei coetanei scendevamo dalle scale della scuola, non potevamo dimenticare quel massacro.

Ma non era finita !! Anche se da noi la guerra era finita.

UNA GIORNATA PARTICOLARE, SCONVOLGENTE FU QUELLA DEL 7 AGOSTO 1945.
Come detto sopra anche quel giorno nei gradini sotto i grandi lampioni di Piazza Grande, c'era il solito appuntamento di 4-5 anziani che volevano che io leggessi nei giornali (che mio zio voleva che acquistassi ogni giorno per quando lui tornava a casa) almeno i titoli. (negli altri giorni invece leggevo i "giornaletti" ai miei coetanei). Ma quel giorno 7 agosto attorno a me di anziani erano 15-20, tutti in attesa di sapere cosa era successo in Giappone.



Anche il giornale del 8 agosto i titoli erano terrificanti. Quel giorno di anziani ne avevo attorno a me noni soliti 4-5 ma quiasi 20, tutti attenti a cosa leggevo, increduli, impressionati, sconvolti.
Anche se la guerra da noi a Chieti era finita già nel giugno del '44, e dimenticato anche il selvaggio bombardamento di Pescara, questo era ben impresso nei nostri ricordi. Anzi lo avevamo sempre temuto anche noi a Chieti da un momento all'altro anche in pieno giorno. Pur se per noi la guerra era finita l'angoscia era ancora ben viva. E leggere quella notizia fu terrificante).

Si parlava di una sola bomba!!
- I particolari che via via leggevo sbigottiva tutti. Io non ho più cancellato dalla mia memoria quella lettura davanti a quelle facce stravolte. Nessuno di noi riusciva a concepire nè a redersi conto della portata di quel immane disastro. Una bomba sola che fa 200.000 morti !!!!

CHE NEI PARTICOLARI TROVERETE QUI >>>>>>>>>>>>>

E ANCHE QUI (MA NON GUARDATE SE SIETE IMPRESSIONABILI) >>>>>>>>>>>>>>

Il pomeriggio mio nonno volle che acquistassi anche un altro giornale, Il Corriere della Sera, per avere altre notizie.
E questo confermava nei particolari cosa era accaduto in Giappone. In quella nuvola che si innalzava al cielo c'erano le polveri e gli atomi di 200.000 esseri umani volati cielo!! Io penso che nella futura storia umana questo giorno verrà sempre ricordato come una "follia umana".
Ma gli umani - si chiederanno - avevano iniziato a scheggiare le pietre, a scrivere graffiti, papiri, tanti libri, fatto tante invenzioni per arrivare a questa alienazione mentale?



L'opera degli "intelligenti e sapienti umani" dell'anno 1945.

Purtroppo di "intelligenti e sapienti umani" così
("GENI")
ne abbiamo ancora oggi anni 2000 !!

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PERCHE' IO CAPITAI A CHIETI
LA MIA STORIA

CHIETI -- Anno 1900 - Un giovane falegname di nome TOBIA DI PAOLO, salito a Fara san Martino per alcuni mesi per fare alcuni lavori alla De Cecco, incontrò una bella giovane donna di nome Concetta De Rentis. Entrambi si inammorarono, si fidanzarono e quando il falegname finiti i lavori ripartì per Chieti se la portò dietro come sposa. Qui mise su un suo laboratorio di falegnameria e gli nacquero due maschi e 4 femmine: Alfredo, Cesare, Iole, Flora, LINDA, ANNA. (Attenzione alle ultime due).

BIELLA - Si ripete la stessa storia di Fara nello stesso anno 1900 - Un giovane meccanico tessile di telai e filature di Schio (VI), Giovanni GONZATO parte per Biella, dove quì è richiesta la sua opera di montatore per alcuni mesi. Qui incontra una giovane fanciulla, ci si fidanza, la sposa, e a Biella ci rimane, mette su casa e poi insieme mettono al mondo due figli Gonzato Elso e Gonzato Giuseppe che appena grandi li avvia e li affianca al suo stesso lavoro, montatori di macchine tessili.

28 anni dopo, nel 1929 a Chieti un imprendittore, un certo Corradini, vuole mettere una filatura. Si rivolge a Biella dove si costruiscono queste macchine, ne acquista una e ovviamente chiede dei meccanici montatori per installarla.
I tre meccanici che partone per Chieti sono il montatore Gonzato Giovanni con i suoi
due figli Elso e Giuseppe.
Queste filande erano allora macchine gigantesche occorrevano alcuni mesi per assemblarle. I tre biellesi prendono alloggio presso una famiglia che aveva due stanze libere in una casa molto grande accanto alla filatura. La famiglia ospitante è la famiglia accennata all'inizio, Di Paolo. Nella frequentazione quotidiana, le due giovani donne Linda e Anna, provano simpatia per i due giovani Elso e Giuseppe. E prima che finiscano il lavoro nella filatura, i 4 giovani si fidanzano, si sposano, e quando i due biellesi terminano il lavoro partono per Biella assieme alle loro spose a mettere su casa e a creare entrambi una famiglia.

Soffermiamoci ora solo su Gonzato Giuseppe e Anna Di Paolo. Questi hanno prima due figli nel 1930 e '31, poi nel marzo del 1936....


scende da Chieti a Biella mia nonna Concetta
per accudire mia madre alla nascita del qui presente narratore Franco,


(< QUI IN FOTO) anche perchè in quel marzo
mia madre era rimasta sola, mio padre Giuseppe nel giugno 1935
era andato ("vado e torno")
come tanti altri a conquistare l'Impero in Africa.


Dopo la conquista, per le grandi possibilità che si stavano offrendo agli Italiani lui decise di rimanere nella città di Asmara dove insieme ad un ingegnere dei trasporti iniziarono una attività proprio nei trasporti facendo la spola dal porto marino di Massaua all'altissima Asmara posta a 2300 metri.

 


Qui, mio padre e la mia famiglia nel 1938

 

Una attività di grande interesse e anche di alti guadagni. Del resto la cittadina di Asmara con il lavoro e l'ingegno italiano in pochi anni divenne (e lo è ancora) una delle più belle città dell'Africa. Dal 1936 la città ebbe un notevole sviluppo e decisivo fu l'incremento nelle strade, nelle ferrovie, nei traffici. Nel 1935 c'erano circa 30.000 abitanti eritrei, a inizio degli anni '40 vi si contavano già 58.000 italiani che avevano trasformata la città in un grosso centro dell'attività commerciale ed industriale dell'Eritrea.


Mio padre oltre i trasporti non aveva perso la sua attività di montatore nel tessile, fino al punto che con il suo socio torna a Biella, compra le vecchie macchine che stanno sostituendo con quelle moderne e le porta all'Asmara, dove nascono le prime filature e tessiture nella città africana.

Dopo i primi due anni, rientrando in Italia nel 1938, ci fece queste foto, poi volle rientrare all'Asmara. "Ancora un paio d'anni - disse - faccio ancora un po' di soldi, costruisco una bella casa - poi vi mando a chiamare e ci sistemiamo tutti lì" - "Il futuro é all'Asmara".

Ma nel 1940, l'Italia entra in guerra. Gli requisiscono i camion, e come autista degli stessi lo aggregano nell'esercito; sappiamo poi come andò a finire.
Prima cacciato dall'Eritrea, poi inviato in Libia ad Al Aleimein, infine - insieme ad altri 120.000 - fatto prigioniero in Tunisia, e inviato nei campi di concentramento in sud Africa, in Rodhesia, da dove poi tornerà solo nel marzo del 1946. (di tutto quello che aveva, perse tutto. Dopo una vita di duro lavoro si ritrovò in mano nulla. Salvo invece un deposito in banca (per fortuna depositati in Italia)- di 280.000 lire - che allora voleva dire il valore di 10-15 case. Ma rientrato in Italia, pur ottenendo il rimborso (e solo nel 1949) , con la svalutazione non valevano più nulla. Erano appena il valore di 10 magri stipendi e nemmeno il valore una di casa. Mi ricordo i pianti amari che fece sopra quel pezzo di carta che riportava la somma del rimborso. Questo mio papà che negli anni me lo avevano sempre descritto un uomo coraggioso, che uccideva serpenti e leoni, un quasi eroe, invece ora era sempre davanti a me un rudere di uomo, scoraggiato, con una vita spenta, un esuarimento nervoso infinito, che in pochissimi anni lo portò alla morte.

 

 

Torniamo a inizio 1940. A Biella prima della guerra, durante quell'assenza di mio padre - dal '36 in poi - mia madre non aveva problemi, era tranquilla, aveva vicino i suoceri, vicino la sorella che si era sposata con il fratello di mio padre, aveva una bella casa con in mezzo a un bel giardino, ed economicamente stava bene. Ogni anno o i miei zii o mia nonna scendevano a Biella alle vacanze di Pasqua, poi nel far ritorno a Chieti si portavano dietro o mia sorella o mio fratello, poi come il solito noi li avremmo - due mesi dopo - raggiunti per la vacanze al mare in una loro casa a Francavilla per tutti i 3 mesi di Giugno Luglio e Agosto.

Nella Pasqua del 1940, avvenne la stessa cosa. Avendo io appena compiuti a marzo i 4 anni, con i miei fratelli che già andavano a scuola, toccò a me il viaggio verso l'Abruzzo.

Purtroppo due mesi dopo, il 10 giugno dello stesso anno l'Italia e le 8 milioni di baionette entrarono in guerra con la Francia.
Ho un vago ricordo di quel 10 giugno, essendo ancora molto piccolo; ma mi ricordo che zii e nonni ma anche tutta Chieti andammo tutti alla villa, nella piazza della Trinità, davanti al grande palazzo dell'ONB; come in tutte le piazze e le contrade d'Italia, dove Mussolini doveva dare via radio il fatale annuncio.
C'era tutta Chieti ad ascoltare!! E anche ad applaudire!!!



Doveva essere - come diceva Mussolini -"breve". Ben presto con le prime mosse di Hitler e dell'Italia nella sfortunata alleanza per invadere noi la Francia, tutti capirono che non sarebbe finita molto presto. Ci fu la ns. guerra alla Grecia anche questa sfortunata. Poi la notizia che mio padre - dopo avergli requisito i camion e poi averlo anche aggregato - era stato anche lui chiamato a partecipare alla guerra. E questo non era di buon auspicio. Non era certo una situazione rosea come quella del '36.

Poi nel '42 le cose peggiorarono pure quando lui cadde prigioniero in Tunisia.

I miei nonni e miei zii a Chieti, all'inizio nel '40 avevano creduto a quel "breve" mussoliniano", di conseguenza si misero d'accordo con mia madre di fargli innanzitutto saltare i mesi di mare a Francavilla e di restare con mia sorella e fratello a Biella, loro mi avrebbero trattenuto a Chieti in attesa che passasse la bufera. Tanto io nel corso dell'anno non dovevo andare a scuola, avevo appena compiuti i 4 anni e a Chieti con i Nonni e zii ci stavo proprio bene. Ero amato, coccolato - e non avendo in casa rivali - anzi, stavo meglio di casa mia a Biella.
Purtroppo le cose si fecero serie quando la guerra cominciò ad essere mondiale ed era incerta la fine della stessa a breve termine. La guerra fu poi lunga, così a Chieti ci rimasi per 6 anni. E che anni !!! E che bufere !!!

Il clima di casa dei miei nonni e zii a Chieti era decisamente di antifascismo; e io non essendo un loro diretto congiunto ma solo ospite per un tempo limitato (così almeno si credeva), al compimento dei 5 anni (nel '41) mi evitarono di diventare un "figlio della Lupa" come erano allora tutti quelli della mia età.

Il mio tempo libero lo passavo quasi sempre nella tipografia di mio zio.

Essendo quasi tutti loro impegnati in servizi alla cattedrale, cominciarono a trasformarmi prima in un assiduo frequentatore di san Giustino, poi appena diventato grandicello già a 6 anni diventai un chierichetto tuttofare. Un onnipresente in cattedrale.
Dai 6 anni in poi divenni presente a tutte le messe domenicali, e a tutte le funzioni che si tenevano la sera quasi sempre nella cripta, (tridui, novene, settimane sante ecc. ecc.). Insomma diventai un chierichetto fisso e la cattedrale diventò la mia seconda casa.

Poi dopo il 25 luglio del '43 a Chieti sembrava che non ci fosse più nessun fascista. Le 8 milioni di baionette che avevano abbracciato fin da quando avevano 6 anni (< < < qui sopra i "figli della Lupa") si erano sciolte, o al sole dell'Africa o si erano congelate in Russia assieme alle loro membra.
Mi ricordo il mattino del 25 luglio di quel '43, mio nonno si era alzato presto per andare alla consuetudinaria messa a S. Anna. Quando tornò a casa ci portò la notizia che nella notte era caduto il fascismo e che Mussolini era stato arrestato, era euforico e seguitava a mettersi e a togliersi e a sbattere a terra il cappello accompagnandolo con un Tiehéééé !!!
Tiehéééé !!!
Questo perché anni prima in una visita del Duce, assistendo alla parata sul Corso Marrucino, mio nonno si era tenuto il cappello in testa. Un solerte fascista con un violento manrovescio lo colpì in testa facendogli ruzzolare per terra il cappello. Da allora diventò un irriducibile antifascista. Ed ecco spiegato il gesto, "liberatorio" atteso da anni e anni.

....

 


Qui alla Villa appena arrivato a Chieti

Inzia così la mia vita chietina che ebbe così tanta influenza nella mia vita successiva.


la persiana dietro, è di Palazzo Mezzanotte

qui sopra la mia famiglia "adottiva", le due zie Flora e Jole, mio zio Cesare,
mia nonna Concetta, mio nonno Tobia ed io, qui nel 1941 a 5 anni

e qui sotto nell'agosto del '43, pochi giorni prima del gran disastro di Pescara e Francavilla;
Con mio zio CESARE DI PAOLO e mia Zia Jole
Per tutto l'agosto che belle giornate di mare...!! Poi..... l'inferno.
proprio nel nostro ultimo giorno al mare, martedì 31 agosto.

 

Mio nonno nonostante l'età aveva ancora una modesta falegnameria in fondo a via Arniense. Mia zia Jole era la ragioniera contabile di una famosa ditta di liquori: la Barattucci. Mia zia Flora aiutava in casa. Mio zio Cesare era capo tipografo alla Tipografia Moderna, qui sotto nella foto nella piazzetta (non so come si chiama oggi)

dove sorge il palazzo della Camera di Commercio.

In tipografia ci passavo moltissimo tempo, mi piacevano moltissimo i caratteri da stampa; quando mio zio dopo aver stampato i manifesti doveva scomporre le matrici, faceva rimettere a me a posto i caratteri nei vari cassetti. Prima iniziai con quelli grandi, poi via via con quelli più piccoli. (si prende l'intera parola, la si legge e la si scompone carattere per carattere facendoli cadere nei rispettivi vani dei "cassetti").

E metti via oggi metti via domani. Dai 5 ai 6 anni via via sapevo riconoscere non solo tutti i caratteri, ma sapevo perfettamente leggere tutte le parole che via via dalle righe in piombo andavo scomponendo.

Dopo un altro anno, a 6 anni, leggevo come una mitraglia. Quando mi iscrissero a scuola per la prima elementare nella vicina san Camillo, sul corso Marrucino, stupivo tutti. Leggevo come un grande, come lo stesso maestro.

Ma non era poi così tanto difficile, se uno tocca tutti i giorni e in tutte le ore i caratteri dell'alfabeto e le parole con questo composte e poi scomposte, penso che anche un asino impara a leggere.
Comunque ne ero orgoglioso, e ben presto nelle bande di ragazzini e non solo della mia stessa età, ero ovviamente non solo invidiato e tenuto in alta considerazione, ma anche molto rispettato fino a diventare il capo banda di tutti i ragazzini di "Piazza Grande" (san Giustino), dove molte volte seduto nei gradini sotto i due grandi lampioni della piazza per ore e ore leggevo a tutti loro i giornaletti preferiti. (soprattutto quando poi - per tenerli impegnati - ci furono con gli sfollamenti tanti tanti bambini "randagi"). (ma di solito alla sera venivano sempre 4-5 vecchietti che essendo analfabeti pure loro seguivano le mia letture.


Se non ero in tipografia ero in falegnameria da mio nonno in Via Arniense, dove con lui,
con i ritagli di legno mi facevo vari tipi di giocattoli, sciabole, scudi, e soprattutto le "taboghe" (scivoli di legno con delle ruote di legno, ed anche con queste facevo divertire un mondo tutti i miei amici
nelle discese da Piazza Grande verso san Francesco, o nella stessa mia via arcivescovado che é in discesa.
Oppure a giocare sotto il portico del Palazzo di Giustizia, dove essendoci un pavimento con un lungo cordolo di mattonelle che vanno da un estremità all'altra del portico, facevamo degli accalorati "giri d'Italia".

Erano delle partite interminabili !! Alle volte con 10-12 partecipanti. Ci divertivamo insomma molto anche con poco.
Con i tappi metallici delle bottiglie,
con scritti i vari nomi dei famosi ciclisti dell'epoca: Bartali, Ortelli, Malabrocca (l'eterno ultimo del Giro), Girardengo, e....Fausto Coppi, il nostro mito; un 21 enne già vincitore di un Giro d'Italia - ma che poi ... militare fu anche lui catturato nel '43 ed era finito in un campo di concentramento in Tunisia. Poi gli inglesi - benevoli - gli offrirono di arruolarsi con una divisa fittizia nei servizi delle retrovie a Napoli guidati dai loro uomini.
Paradossalmente anche suo fratello Serse pure lui militare nel Regio Esercito fu anche lui - in Piemonte
-
arruolato ma di forza nella RSI per dare la caccia ai disertori fuggiti sui monti (i partigiani).
Questa fu la sciagurata guerra civile
!!!: due fratelli che a loro insaputa si combattevano l'un l'altro.

 

 

Passata poi la "bufera" della guerra, ma c'era ancora tanta miseria,
nell' a
prile e poi nel giugno del 1946 ci fu anche Chieti come nel resto d'Italia
la prima le elezioni amministrative poi il Referendum.

 

Per tre mesi aiutai mio zio a stampare una vera montagna di manifesti e volantini. Vi erano tutte le case con le pareti piene di manifesti ( non vi era nessun divieto). Predominanti erano sempre quelli della Dc.
La Sinistra con la sua "falce e martello" la "affogavano".


Questi furono poi i risultati e come votarono i Chietini.


Notare alle politiche del 2 giugno '46,

la Monarchia fece un pieno di voti: il 22,5%
Mentre nel '51 e '53 il MSI e la Monarchia

ottennero una delle percentuali più alte d'Italia: il 37,3 e il il 33%.

In Abruzzo 459.478 voti per la Monarchia, contro 347.479 voti per la Repubblica.


Tabella presa dal mio link, ELEZIONI IN ITALIA
DOVE TROVATE I RISULTATI DI TUTTE LE CITTA' ITALIANE

Mia terza occupazione, era il mio impegno alla cattedrale. Non perchè ero un mistico, ma è che in casa, zii e nonni, tutti avevano dentro san Giustino una occupazione volontaria. Una zia responsabile del settore fiori, ceri, piante ecc.; l'altra del settore cucito per le vestimenta; mio zio curava alcuni settori logistici e tipografici; mia nonna di conseguenza non mancava mai ad una messa o a una funzione serale, ed io accompagnandola non potevo su sua sollecitazioni che diventare un chierichetto. Un onnipresente chierichetto (mi sono fatto tutte le messe nella cattedrale, tutte le funzioni serali nella cripta, tutte le novene, i tridui, e riti vari, per sei anni di fila).

Ben presto sveglio com'ero, a 8-9-10 anni sapevo più io i segreti della cattedrale che non il curato e il sacrestano stesso. San Giustino - curioso com'ero - l'avevo perlustrata da cima a fondo come non l'aveva fatto mai nessuno. Dalla cella campanaria del campanile, fino all'ultimo cunicolo dentro la cripta.
Una volta molto incuriosito, volli aprire (quasi sfondare) un armadio a muro che aveva il fondo mimetizzato da una parete di tavole. Da uno spiraglio vidi che dietro c'era uno spazio vuoto che stranamente non coincideva all'esterno con la profondità dell'armadio stesso. Con l'aiuto di un leva e di una torcia, aprii una delle tavole e scoprii che c'erano dentro dei paramenti sacri, quelli che si usano nella messa; stole, piviali, pianete tutti ricamati in oro. Chiamato il curato, aprimmo del tutto le tavole del fondo e scoprimmo così quei paramenti che forse - da chissà da quanto tempo erano lì - visto che c'era tanta polvere sopra - erano stati nascosti proprio perché preziosi. Ma nessuno seppe dire da quanti anni erano lì. Forse da un secolo, forse da due, durante le razzie.


Insomma la sacrestia e l'intera cattedrale era diventata la mia seconda casa.
A 10 anni alle ore 14 della Domenica, io avevo le chiavi del grande portale della Cattedrale, suonavo la campanella (quelle nella torretta nell’estremità sinistra della serie di colonnine tortili con gli archetti trilobati) e aprivo per l'ora di catechismo ai miei coetanei il grande portone.

Ma ero anche un discolo, dentro, nel vicino seminario. Nella cattedrale c'era una scaletta interna e un corridoio che metteva in comunicazione la sacrestia e il seminario; io per tanti motivi ci andavo spesso e incontravo - facendo amicizia - quei ragazzi dai 14 ai 18 anni che indubbiamente a quella età avevano certi giovanili inconfessabili ormoni in crescita.
Ridendo e scherzando in gran segreto mi davano dei soldini per acquistare fuori certe riviste; mi dicevano loro i titoli, poi io le acquistavo all'edicola, le nascondevo nel petto sotto il maglione e le portavo dentro, rallegrandoli non poco, visto che in quelle riviste comparivano
tante donnine e le relative storie romantiche; vi era la rivista "La Donna", "Bellezza", ma dall'inizo del '46 ci fu una vera e propria invasione di settimanali femminili con la diffusissima "Intimità" (con storie e scene d'amore a profusione ).

Ovviamente le guardavo prima io. Ma ero a 10 anni più "navigato" di loro. Non solo sapevo giù tutto sulla sessualità ma avevo avuto l'occasione di aver provato i primi turbamenti. Durante gli allarmi per i bombardamenti, ci rifugiavamo nelle notti nelle cantine, dove avevamo allestito qualche pagliericcio. Sotto casa avevamo una famiglia di francesi con una bellissima ragazza di 17 anni. Sotto le coperte mi coricavo sempre con lei per tutta la notte. E lei oltre che tenermi abbracciato e stretta, mi copriva sempre di baci oltre a fare tanti giochini sotto le coperte, come l'anello che nascondeva in mille posti, e spesso in quello che lei chiamava il "fiorellino".
Con lei ebbi i primi turbamenti (che però mi piacevano) e lei mi spiegava il perché e cos'era l'amore. Confessandomi un giorno ne parlai al curato. "Non temere Franco, non è un gran peccato, basta che ti confessi per gli atti impuri". E di impuri ne aveva anche lui. Io che - come detto - perlustravo la cattedrale nei posti più nascosti, dentro uno di questi un giorno lo sorpresi a fare calorose "
effusioni" "sopra" una bella e giovane parrocchiana. Si raccomandò tanto e me lo fece giurare di non rivelare a nessuno l'"incidente"- Ma ne parlammo a lungo, comprese le sue e le mie "effusioni" della "mia" francese"
(Ho poi saputo tornando tre anni dopo a Chieti, che lui aveva buttato via la tonaca ed era scappato con la parrocchiana - (Chi ha ancora questo ricordo mi scriva sono curioso di come é andata poi a finire).

Come detto ero diventato un boss di tutti i chierichetti miei conterranei, anche perchè questi venivano in cattedrale per un mese o due, poi andavano via, mentre io ero sempre lì, onnipresente; conoscevo ogni tipo di intervento nelle messe, nelle funzioni, sapevo come preparare gli strumenti delle messe e delle funzioni, i turiboli con l'incenso, i manti occorrenti, i libri che andavano sull'altare per ogni tipo di funzione o varie cerimonie, ero un factotum che alcune volte diventavo indispensabile, quando arrivavano a celebrare i riti i nuovi sacerdoti che non conoscevano l'ambiente ne' sapevano dove erano le cose per le funzioni varie.

Alla settimana di Pasqua io e il sacrestano andavamo sul campanile (una scalata di 67 metri di gradini interni (400) addossati alle 4 pareti - una salita da brivido!! ) a legare le campane (che erano allora 5) ; poi sceso per dare il "mezzogiorno" andavo per le strade girando la "troccola" o "tric e trac". Poi il sabato santo, grande giorno, si saliva nuovamente sul campanile si scioglievano le corde delle campane e via per la grande scampanellata "a festa", e "a distesa". Ma lo si faceva anche per qualche altra celebrazione o feste importanti.

Allora le grandi 5 campane erano ancora con le corde e bisognava essere anche abili a trattenerle e tirarle al momento giusto per l'inclinazione delle campane stesse, affinchè il battocchio le percuota. Una volta per poco non volavo fuori dal campanile dalla parte di santa Maria;

Quando la campana va all'esterno con la corda che abbiamo tirato bisogna trattenerla in mano, perchè poi quando poi la campana rientra nella cella la corda se non la si trattiene, tornando verso l'alto agisce come una frusta.

In una di queste fasi sguscitami la corda dalle mani mi si era attorcigliata al collo, la corda mi sollevò per aria con me appeso e invece di buttarmi fuori verso Santa Maria, mi lasciò cadere all'indietro in mezzo alle grosse putrelle di ferro interne. Me la cavai quella volta con un grosso bernoccolo in testa e una piccola ferita (ho ancora la cicatrice sotto i capelli) ma anche per una settimana mi rimase sul collo il segno lasciatomi dalla corda .

Come già ricordato Venturi oltre alla ricostruzione della cattedrale, aveva fatto ricostruire anche le scale interne del campanile, e sempre lui nella cella campanaria aveva fatto intelaiare le 5 grandi campane sulle putrelle di ferro. La campana "dolorosa" nel corso dell'anno era usata per i grandi funerali; la si chiamava così perchè il suo suono assomigliava molto a un lungo lamento.
Vicino alla campana 4, quella verso la piazza e la città, avevano fatto correre dalla base un filo elettrico e questo faceva funzionare la sirena per gli allarmi aerei. Che iniziarono a fine settembre del '43, fino al giugno del '44.

Salirci fino in cima attraverso i ca. 400 gradini addossati alle 4 pareti di 9 metri per lato, era come fare una scalata in montagna, era temeraria
oltre che essere una gran faticaccia. Ma il sacrestano si fidava di me, sapeva che ero sveglio oltre che coraggioso. All'interno guardando in giù mentre si sale é impressionante. ( e lo dico io che ho fatto il rocciatore e il paracadutista).
Nella cella campanaria attrarverso una scala a piuoli in ferro, si può salire sopra la cella fino alla base della guglia. Il sacrestano mi disse che in 10 anni che era lì non ci aveva mai accompagnato nessuno. Ne ero ogoglioso.
Lo spettacolo da 67 metri è UNICO. L'intera città con i tetti e le case ti appaiono piccole, piccole, poi alzi lo sguardo e gli occhi non si stancherebbero mai di guardare attorno: vedi la Maiella, il Gran Sasso, il mare. In pratica da lì vedi quasi tutto l'Abruzzo.
(con un po' di iniziativa la si potrebbe fare un'attrazione turistica UNICA !! IN ITALIA !!! Ma cosa aspettano? )
So che la usano solo per metterci le antenne.
E che l'interno è diventato un magazzino di ferraglie.

LA SCUOLA - Questa - nelle critiche condizioni ambientali durante la guerra rappresentò per me un grosso problema, soprattutto in quei tre anni di conflitto, con le tante assenze e le chiusure, che poi ebbero per me anche delle ripercussioni future. (ma non è che ci ho rimesso poi più di tanto, come vedremo più avanti).
Le cause: la guerra. Nel settembre del 42 fino al giugno del 43 frequentai al San Camillo la 1a elementare.
Ma nel settembre del 43, si erano appena aperte le scuole per fare la 2a, quando iniziarono i problemi. (Dell'8 settembre).
Le prime difficolà furono causate dai tedeschi che davano la caccia agli uomini fascisti che avevano "tradito" o perché validi a lavorare; non si facevano scrupolo a prenderli fra gli insegnanti, che poi rimpiazzavano con dei vecchi maestri o professori in pensione.
Dallo stesso settembre-ottobre in poi iniziarono i bombardamenti. Le sirene d'allarme, le corsa ai rifugi, le sospensione a scuola ecc. ecc.
A novembre cominciarono pure le artiglierie e si andò di male in peggio. Infine a dicembre le prime bombe, ed infine la minaccia degli sfollamenti forzati a metà gennaio-febbraio, dove la situazione si era fatta molto critica, quindi tutte le scuole furono chiuse.

Qui un mio brutto ricordo!! Proprio nel settembre del '43 per la 2a elementare mi avevano iscritto - non più al San Camillo sul Corso, ma in un istituto di suore perché più vicino a casa (evito di fare il nome). In una stessa aula vi era la 1a la 2a e la 3a. E su uno stesso grande tavolo.

In un altra la 4a e la 5a. Altro che pie suore. Erano sadiche !! Oltre che schiaffoni, vergate sulle mani ad ogni ns. birichinata. In una di queste toccò a me subire il castigo più crudele; mi fecero uscire dall'aula e per la punizione mi misero in una cappella davanti a una madonna, dopo aver prima cosparso il pavimento di chicchi di sale grosso e con io in ginocchio. Quando alla sera tornai a casa con le ginocchia sanguinanti e raccontai la cosa, mio zio Cesare (che non mi toccava nemmeno con un dito) andò a fare un sfuriata di indignazione alle sadiche suore. Togliendomi immediatamente da quella scuola, con tanta sua delusione e anche con tanto sdegno.

Mi iscrissetoro poi alla scuola statale (dietro il Teatro Marrucino). La delusione e lo sconforto questa volta fu invece mia. C'erano .....

......bambini denutriti, con stracci addosso, qualcuno con le scarpe strette di 3 anni prima, qualcun altro con quelle larghe di suo padre, altri fatte con pezzi di copertone d'auto, ma anche alcuni senza scarpe a piedi nudi, ma allora da Bolzano a Palermo non c'erano ancora le scarpette tempestate di perline "Dolce&Gabbana" che oggi costano come 20 polli. Allora non c'erano in giro neppure i polli e se ce n'era uno solo alla domenica e attorno in 6-7 a mangiare ali, collo e zampette. E si utilizzavano poi anche le ossa per fare con la soda caustica il sapone.

Molti miei coetanei avevano la tosse, i geloni sulle mani che sembravano salcicce cotte alla brace. E in giro in quel periodo c'erano tante malattie, tubercolosi, tifo, denutrizione. Quando qualcuno era assente da più giorni, ci dicevano poi che era morto. A mezzogiorno si distribuiva la refezione, un pasto frugale. Di solito una minestra, una pastasciutta nera come la pece, qualche mela o qualche ‘fruttino’ dentro un involucro trasparente, circa 50 grammi. Fra tutti, ero solo io che - perché vicino e perché mangiavo meglio - in quell'ora di pausa tornavo a casa per il pranzo e la mia razione di minestra, di pastasciutta e quel fruttino che mi spettava, a discrezione del maestro, erano divise in 4 tra i più affamati del gruppo (e affamati lo erano tutti). Vi era lì accanto la famosa Pasticceria D'Orazio, ma i miei amichetti le paste che c'erano, a casa loro non le avevano nemmeno mai viste, anche perché non erano mai stati in questa famosa pasticceria.
Quando a scuola rientravo il pomeriggio da casa mi portavo dietro qualche panino con marmellate varie, che poi con noncuranza, davo i miei amici più cari.

Come maestri avevamo dei vecchi che erano da anni già andati in pensione, che però non ci insegnavano nulla. Uno era un nostalgico del fascismo e dei sabaudi, per ore e ore ci raccontava le imprese eroiche dei suoi personaggi prediletti. Un altro invece era un estimatore dei nazisti, e ci raccontava tutto sui Nibelungi, le gesta di Sigfrido, il Dio Wotan, e il suo dio del momento.... Hitler ecc. ecc.
Quanto al resto, quasi nulla, solo tante letture e come aritmetica solo qualche addizione. Tutto il resto, geografia, geometria, storia, tutto tabù. Insomma non imparavamo nulla. IN più avevo sempre il rischi di prendermi una malattia. A quel punto i miei zii e nonni preferirono farmi stare a casa.
La mia grande fortuna (ma proprio tanta, tanta) fu quella di avere un professore universitario in pensione proprio sotto casa mia - ma ne parlerò più avanti).

In quella scuola ci ritornai alla liberazione, vi frequentai la 3a, anche se a singhiozzo, poi nel settembre '45 ripresero i precari corsi regolari con io in 4a elementare che terminai nel giugno del '46. In agosto, finalmente rientrato dalla prigionia dal sud africa, mio padre venne a riprendermi per riportarmi a casa e iscrivermi a Biella nel settembre del 46 alla 5a elementare. Ma appena la iniziai mi dissero se venivo dalle scuole del Congo, non sapevo nulla nè di matematica, nè cos'era la geometria. Salvo saper leggere molto bene e conoscevo la mitologia greca e la storia romana meglio del maestro stesso. (più avanti dirò il motivo).

Mi retrocedettero a fare nuovamente la quarta elementare fino al giugno del 47; infine zoppicando zoppicando e ormai già alto come il maestro, terminai finalmente a Biella la quinta nel giugno del '48.
Avevo compiuti 12 anni e a questa età mi ero solo licenziato alle elementari, anche se ero molto sveglio, molto pratico, pieno di iniziative e piuttosto alto e robusto. E proprio per questo il maestro mi sfruttava punendomi per qualche marachella, ma mandandomi a casa sua quando gli arrivava la legna e il carbone e c'era bisogno di portarla al suo quarto piano. Si chiamava Casaccio, ma lo soprannominammo "il cagnaccio"

Rientrando a casa mia a Biella, lì non vi erano molte risorse economiche, quindi di farmi proseguire gli studi non se ne parlava proprio, anche se i miei fratelli - i cocchi che erano rimasti durante la guerra sempre con la mammina - di 18 e 17 anni andavano ancora a scuola e le mezze banane o i zabaioni erano solo per loro due perchè dovevano alimentare il loro cervello e il loro esile corpo, mentre io - dicevano - essendo piuttosto robusto non ne avevo bisogno.

Io per tutti - dato che parlavo con l'accento abruzzese - ero il "terrone" e quando facevo qualcosa di strano, avendo raccontato che ero uscito da sotto i bombardamenti, mi chiamavano lo "scemo di guerra"; e questo in casa erano per me queste parole peggio che delle sadiche vergate di quelle suore, perchè mi venivano dette proprio in casa.
Ci soffrivo tantissimo; non avevo più accanto il mio caro "Professore" di Chieti (vedi più avanti chi era) né a rincuorarmi, i miei nonni e i miei zii che a Chieti avevano tanta considerazione e stravedevano per me. Mia nonna a Chieti mi trattava come un Re, e mio zio come un Principino, e cosa singolare mi portava sempre con se anche quando usciva con gli amici a passeggio sul Corso. Mi faceva sempre sentire importante. Fra le altre cose - oltre che avermi insegnato a leggere a 5 anni - mi insegnava l'educazione, il comportamento, come si sta a tavola, come si parla, come si sta in mezzo alla gente, mille altre cose e l'amore dei libri e del sapere.
Mentre mia nonna - una vera maestra in cucina - mi deliziava con mille ghiottonerie, mattino, mezzogiorno e sera. Poi a sera, con lei e il nonno, accanto al focolare a raccontarmi tante tante storie.

Biella non era Chieti. E casa mia non era quella dei miei nonni e di mio zio. Io non ero certo abituato alla vita piemontese, dove alla sera mangiavano dentro una scodella solo polenta e latte oppure riso e latte. Nei negozi poi in giro c'era in abbondanza solo la miseria. Erano sconosciute tanti mie predilette tipi di verdure e tanti tipi di frutta. E se erano rari i mandarini, gli aranci, i meloni, erano ancor più rare le melanzane, i peperoni, le zucchine. Il pesce di mare manco sapevano cos'era, e non conoscevano nemmeno le pizze, fin quando più tardi un bel giorno un napoletano mise su la prima pizzeria anche a Biella, a Piazza Fiume sul Corso, facendo fortuna.
Insomma era molto triste sia la vita di fuori che quella in casa, che era sobria e frugale oltre che per me assente perchè avevo sì ritrovato e conosciuto mio padre, ma lui non parlava mai, non raccontava mai nella, era in pieno esaurimento che lo portò in breve alla morte.

Altro che frittelle, spaghetti alla chitarra, timballi, conigli al tegame, peperoni e pomodori ripieni, le pizzette col ferro, i taralli, i fiadoni, le pupe, il cavallo, la cicerchiata e altre mille dolci e marmellate varie di mia nonna, che spesso iniziava a far da mangiare alle 8 del mattino fino a mezzogiorno, in una spaziosa cucina, come quelle che si usavano allora.

E fra l'altro mia nonna spesso mi coinvolgeva: "girami il risotto qui ", "fai vento alla carbonella col ventaglio là", "vai a prendere la legna in cortile", "aggiungila al forno sennò il tarallo al forno si ammoscia". O a girare la ruota per abbrustolire l'orzo per il caffè.
Così imparavo pure a far da mangiare e a fare i dolci e le torte (sono poi diventato uno specialista. Mi sono poi comprato il ferro delle pizzette, la chitarra per gli spaghetti ecc. ecc.)
Poi complice i miei 10 anni in giro per le città d'Italia con le 100 specialità locali, sono diventato un vero chef. Soprattutto sui dolci e il pesce, dove svetta il "brodetto pescarese". Stupisco ancora oggi sempre i miei amici commensali, quando a loro servo sul piatto 10 tipi di pesce. Quelli che quando tornai in Piemonte nemmeno avevano mai visto in fotografia.


In quel clima rozzo che era Biella, Chieti mi mancava. E allora - come ho già accennato - un bel giorno - come mi venne in mente di fare una pazzesca cosa similie non lo so - scappai di casa, per tornare dai miei nonni e zii posti a 700 chilometri !!!!!! ; mi ripresero dopo che - camminando tutto il giorno - avevo già percorso 30 chilometri. Poi non contento - e ancora più esasperato di quella vita - dopo 5-6 mesi scappai un'altra volta, ma questa volta con una vecchia bicicletta; determinato riuscii a fare in qualche modo quasi 100 chilometri, dormendo dentro casolari di campagna. Poi qualcuno avvertì i carabinieri, mi fermarono, farfugliai poche convincenti spiegazione, e alal fine mi portarono per la notte in un istituto di preti; avvisarono mio padre, che il giorno dopo venne a riprendermi.

Non potei evitare le solite paternali, i rimproveri, le romanzine, i compatimenti. Da mio padre la prima razione subito, poi anche a casa, da madre, fratello, sorella. Mi commiseravano, ero del resto come detto "lo scemo di guerra". Inoltre tra di loro parlavano in dialetto piemontese che per me era arabo. Quindi nemmeno parlavano con me e io di rimando ero con loro più silenzioso che mai. Ero distaccato, sempre assente. Spesso mi rifugiavo a leggere libri e libri in quantità.
I miei fratelli lo facevano per dovere nello studio, io invece lo facevo per il piacere di leggere e la voglia di imparare.

Ma anche se io restavo silenzioso non me ne facevo minimamente una malattia, perchè ero già in grado - io dopo la mia ricca esperienza chietina - di compatirli. Con quello che avevo già passato a Chieti, mi sentivo un leone. Ero semmai io a commiserare loro che pur avendo 6-7 anni più di me li consideravo dei veri bamboccioni (e tali poi rimasero, mentre io pochi anni dopo, già "volavo" alto, e non solo metaforicamente). Più tardi nel fare il paracadutista iniziai a fare come fa un aquila sulle montagne, e ho imparato parallelamente che si può volare anche con la fantasia A me ciò che facevano loro due non mi interessava nulla, né davo importanza a chi non ne dava a me; a quel punto mi interessavo solo a ciò che facevo io, ed io ero già su un altro pianeta.

Ero sì fisiologicamente un ragazzo di 13-14 anni, ma di fatto non solo mi sentivo grande, ma anche nei rapporti sociali ero ormai maturo, infatti a 12-13 anni già lavoravo !! insomma l'apprendistato per presentarmi nella vita io lo stavo svolgendo, e non era di certo virtuale ma molto reale - dopo un periodo dove avevo visto uomini e bestie, angeli e diavoli - ne ero insomma uscito molto temprato. Non ero di certo uscito dalla "macchina educativa tradizionale". Per fortuna avevo avuto uno zio straordinario, quello che mi impresse l'imprinting di base nel periodo più critico dell'educazione, infondendomi la voglia di sapere, apprendere, agire. E mai scoraggiarmi. MAI !! Ero o no "invulnerabile"? visto che ero uscito vivo da sotto un bombardamento e da un mitragliamento?


Certo il non avere sostegno dei propri familiari non è solo umiliante per un ragazzo, ma è anche molto triste, e in un senso molto profondo. Ma avevo la fortuna di poter pensare a Chieti, alle persone con le qualità umane, affettive e intellettuali che avevo conosciuto a Chieti. Non mi sentivo mai solo. Inoltre
fuori casa (come a Chieti) ero esuberante, un vulcano in continua eruzione. Ciò che mi mancava in casa io lo cercavo e in abbondanza lo trovavo fuori perchè ero un ragazzo di grande compagnia. A Chieti non per nulla ero il "capo banda" dei ragazzini della mia età. Ma ben presto lo diventai anche a Biella in mezzo ai ragazzi non solo della mia età.

Tuttavia visto che ero già scappato per andare a Chieti, per non che succedesse la terza volta, alla fine in famiglia si decisero a fare finalmente una cosa "caritatevole" di mandarmi nelle ferie di agosto (io lavoravo già) al mio 14° compleanno a Chieti dai nonni e a riabbracciare mio zio e i nonni per qualche giorno. Ed anche a respirare quell'aria pura di libertà e cultura che lì da loro avevo conosciuto. Oltre aver ricevuto affetto, affetto, tanto affetto.

Con mia nonna e mio zio lì ho vissuto i giorni più belli della mia vita; con loro avevo pianto, riso, sognato, non c'era mai stato, nonostante le avversità - un mio giorno infelice, e mai avuto la paura di essere solo.

Ecco sotto nell'immagine, quando avevo lasciato Chieti a quasi 11 anni e quando ci sono ritornato a 14 anni.

 

Alcuni giorni dopo la mia licenza elementare - avevo già compiuto 12 anni - mio padre aveva fatto una cosa per me proprio indovinata. Sapeva che mi piaceva molto la tipografia, per averci vissuto con mio zio a Chieti, dove spesso l'avevo aiutato a stampare i manifesti nella grande macchina, a mettere poi in ordine i caratteri, macinare con la spatola gli inchiostri, a usare il torchio. E mi piacevono molto anche i libri, lì nella tipografia di mio zio avevo dall'operaio addetto anche imparato a rilegarli. Ma anche ad aprirli e guardarli e visto che sapevo leggere, leggevo non solo qualche pagina. Insomma iniziai a scoprire il meglio che c'era in circolazione dello scibile umano. (perché di solito si fanno rilegare appunto i libri più importanti).

Mio padre andò a chiedere a una tipografia di Biella se avevano bisogno di un garzone per le pulizie varie e per fare apprendistato. Era questa la Tipografia Marone, la più grande tipografia di Biella. Ed anche l'unica a fare i manifesti, con una macchina che era identica a quella di mio zio a Chieti, una Bollito per i fogli 70x100, una macchian lunga 5 metri x 2 . E ovviamente identici erano tutti i caratteri che si usavano per i manifesti.

Mi presero a fare il garzone apprendista, ma quando pochi giorni dopo - con sorpresa - si accorsero che ero già quasi un esperto, che conoscevo molto bene la macchina dei manifesti, i caratteri, le varie carte, come macinare gli inchiostri e i vari segreti tipografici, mi misero fisso a fianco di un anziano tipografo che era da anni e anni addetto proprio alla macchina dei manifesti; e qui lui mi insegnò tutto il resto, così bene, fino al punto che - dopo appena un anno - venendo lui settantenne a mancare fui in grado io di prendere in mano e a usare (solo io) la grande macchina, e i padroni pur avendo io soli 14 anni (soddisfatti com'erano, per le mie precoci competenze) mi misero subito in regola con i libretti di lavoro, mi diedero così uno stipendio e presero un altro ragazzo come garzone.
In questa tipografia ci rimasi quasi 5 anni.
Tornerò a parlare di questo secondo mio periodo tipografico, con un incontro importante, anche questo decisivo per il mio futuro. Pari a quello del mio "professore universitario" di Chieti (di entrambi ne parlerò qui sotto e più avanti).

 

DOBBIAMO NUOVAMENTE RITORNARE A CHIETI A FINE 1943,
QUANDO CI FU LA GRANDE CRISI NARRATA SOPRA

IO AVEVO 7-8-9-10-11 ANNI.
PER ME CI FU UN INCONTRO MOLTO IMPORTANTE
CHE EBBE POI UN SEGUITO
e fu l' imprinting per il resto della mia vita

 

continua Chieti 3 > > > >

 

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