LA PRIMA GUERRA MONDIALE
DAI BOLLETTINI UFFICIALI

1919

PARIGI: LA LIQUIDAZIONE DELL'EUROPA
LA QUESTIONE FIUME

GLI SCIOPERI PER IL CAROVITA - LA REAZIONE DEGLI ARDITI - LIQUIDAZIONE DELLA GERMANIA -
SCAPA FLOWW - LIQUIDAZIONE AUSTRIA, BULGARIA, UNGHERIA -
L'ALBANIA E L'ITALIA - LA QUESTIONE FIUME -
BATTAGLIA DI RIBELLI E ADDIO ALBANIA

GLI ESORDI DEL FASCISMO CON MUSSOLINI

 

VERSAILLES - al Mercato dei Popoli


Nell'aprile 1919 gli scioperi si fecero più frequenti e minacciosi; quello dei capotecnici metallurgici durò tutto il mese e fece sospendere il lavoro a 40 mila operai; 50 mila contadini della Valtellina scioperarono per tre giorni e riuscirono ad ottenere al posto delle 10-11 ore, le 8 ore e notevoli aumenti di salario.

Agli scioperi in apparenza economici si aggiunsero quelli verso la classe politica. Il primo si ebbe a Roma in segno di protesta contro il divieto di commemorare la settimana rossa di Berlino (la Spartachista - finita ingloriosamente, annientata dai corpi franchi militaristi da… un governo "double face" socialista (!).

Quattro giorni dopo a Milano, durante un comizio socialista, scoppiò un conflitto fra i comizianti e la polizia. Si deplorarono un morto e sette feriti; fu proclamato lo sciopero. Il 15 una colonna di diverse migliaia di rossi, uscita dall'Arena e diretta in piazza del Duomo, fu caricata con estrema violenza da un gruppo di arditi e di fascisti, fu rotta e messa in fuga. Nella mischia tre persone rimasero uccise e tre ferite; arditi e fascisti assalirono e poi distrussero e incendiarono la sede dell'Avanti.

Nel maggio e nel giugno gli scioperi furono più frequenti: degni di nota quelli del personale delle ferrovie secondarie e dei tranvieri, quello degli operai tessili del Biellese, quello dei camerieri e quello dei maestri elementari.
Più preoccupanti degli scioperi settoriali o politici furono le agitazioni contro il caroviveri, che si svolsero con particolare violenza alla Spezia e a Genova. Sia gli scioperi come le dimostrazioni, valsero a indebolire ancor più il prestigio del ministero, già minato dagli insuccessi di Parigi, e a determinarne la caduta.

Il 7 giugno -come già accennato sopra- Orlando era tornato a Parigi, per proseguire quello che era ormai un totale fallimento della politica estera italiana. Pochi giorni dopo Orlando tornava a Roma.

Il 19 giugno riaperto il Parlamento, l'on. Orlando, dopo aver letto le comunicazioni del Governo, propose che la Camera si riunisse in "comitato segreto" per discutere la politica estera; ma la sua proposta fu respinta con 262 voti contro 78, provocando le dimissioni del Gabinetto.


IL MINISTERO NITTI
LE PESANTI CONDIZIONI ALLA GERMANIA

La crisi di governo durò poco, due giorni. Il 21 giugno il Re affidò l'incarico per formare il nuovo ministero all'economista FRANCESCO SAVERIO NITTI.

Il giorno 23 giugno 1919 il nuovo Ministero era già formato. NITTI, prese la presidenza del Consiglio e gli Interni e affidò gli Esteri a TOMMASO TITTONI; alla Guerra e alla Marina furono messi ALBRICCI e SECHI, alla Giustizia MORTARA, al Tesoro SCHANZER, all'Agricoltura VISOCCHI.
Il nuovo governo che comprende diversi ministri legati a GIOLITTI, esclude invece gli interventisti organizzati nel Fascio parlamentare di difesa nazionale, che era stato costituito in concomitanza con il ministero Orlando.

Nel frattempo a Parigi era rimasto come plenipotenziario il barone SONNINO, essendo imminente l'accettazione da parte della Germania del Trattato di Versailles, che avvenne il 28 giugno, come già detto sopra.
Per l' Italia sullo storico documento firmarono SONNINO, il marchese IMPERIALI e l'on. SILVIO CRESPI.
Si componeva di 435 articoli, dedicati i primi alla "creatura" di Wilson (La definizione della Società delle Nazioni), gli altri a precisare gli oneri d'ogni genere imposti alla Germania vinta.

E se la prima parte parlava di pace, felicità nei popoli, autodeterminazioni, nella seconda alcuni già vedevano un'altra guerra; e che le armi anche se tacevano prima o poi per la disperazione avrebbero di nuovo iniziato a farsi sentire. E quando l'America, proprio lei che ne doveva essere la garante - volle rimanere fuori dalla Società delle Nazioni, molti non ebbero dubbi.

L'Europa torno alle "guerre di cortile" dei vari stati nuovi e vecchi. O sopsettosi uno dell'altro.

Il fallimento della Società delle Nazioni pur concepita da Wilson fu ben presto dovuto proprio  per l'assenza degli Stati Uniti che l'avevano promossa. Il segretario di stato KELLOG respinse la formula bilaterale e il principio delle sanzioni  contro un eventuale stato europeo aggressore di un altro (Questo perchè volevano seguitare a vendere indisturbati agli europei le merci, sia ai "cani" che ai "gatti" che si azzuffavano).

Se la dovevano sbrigare da soli gli europei.  Ma senza la "forza" militare di dissuasione  dell'America i litigiosi stati europei tornarono alla tradizionale politica delle (ambigue) alleanze e dei (fragili)  trattati difensivi (come ai tempi di prima, durante e dopo Napoleone) che erano solo carta straccia - vedi la precedente Triplice intesa).

Così  fu un susseguirsi di infrazioni al diritto, di fronte alle quali la "casareccia"  Società delle Nazioni, o rimase apatica o votò provvedimenti del tutto inadeguati. Fu così che ripartirono tutte quelle liti lasciate in sospeso nel primo conflitto; in quello italo-etiopico - più tardi - addirittura la Società delle Nazioni finì nel ridicolo. Ma ormai era quella che era: una nullità.

E se già all'inizio c'era insofferenza per l'idea di conferire un certo potere ad un organo internazionale, quando questo potere venne del tutto a mancare, l'era dei dittatori iniziava. L''inizio di un disastro pure.

Non va dimenticato che, per quanto possa sembrare assurdo, l'immagine della Russia prima leninista e poi quella stalinista godeva di un diffuso "rispetto democratico" anche in America.
Gli americani per anni fecero la corte ai bolscevichi. Soprattutto in funzione anti-inghilterra -che dopo il disastro economico del '29, tornò a chiudersi in se stessa. Nel 1933 gli stessi Stati Uniti (ovviamente per fare affari, facendo così un grosso dispetto agli inglesi) avevano riconosciuto l'U.R.S.S., e non furono pochi gli ambienti intellettuali americani disposti a concedere credito e credibilità al regime dello
"splendido georgiano".

Ma perchè meravigliarsi - I mezzi per capire c'erano. In un libro uscito in Italia nel 1921, Caracciolo, Bagliori  di Comunismo, Biblioteca di cultura storica,  c'è un intervista di Losowski, presidente dei sindacati operai della Russia soviettistica, e ai giornalisti occidentali (penne imperialiste) recatisi in Russia a studiare l'organizzazione del regime comunista russo, affermava:
"Se la sperata rivoluzione europea non avviene, la rivoluzione bolscevica russa è condannata a perire. Non possiamo sussistere se il comunismo non si propaga dappertutto, Se rimarremo soli, fatalmente cadremo. Come si potranno conciliare nelle relazioni commerciali l'economia comunista e quella borghese? Nella vita economica internazionale valgono le leggi dei vasi comunicante; perciò, o noi saremo costretti ad accettare le vostre leggi, o voi le nostre, e ciò in un breve periodo di tempo. Noi per guadagnare tempo dobbiamo utilizzare anche il più breve respiro, altrimenti è la morte!" 

Chi leggeva in questi anni 1920, se voleva poteva anche capire qualcosa e antevedere il 1933, e anche... il 1990! Cioè il crollo, e alla non apertura della Russia, all'economia di mercato occidentale; pardon... americana (che con gli europei che iniziarono a fare molti affari, soprattutto con la successiva guerra mondiale, perchè ben presto alla fine della stessa, l'Europa si trasformò in una "colonia" sotto il protettorato americano. (vedi NATO, ONU, e le oltre 700 basi americane messe in giro per tutto il mondo. (per "difenderci" dai "cattivi").

Ora qui ci basta accennare alle clausole essenziali imposte alla Germania, per capire la sua costernazione e il desiderio di rivalsa di tutto un popolo, con in testa - fra breve - un arrabbiato caporale


La Germania doveva cedere: al Belgio, Eipen e Malmedy; alla Francia, l'Alsazia, la Lorena, la proprietà delle miniere della Saar (il polmone carbonifero che alimentava la siderurgia tedesca); alla Danimarca, parte dello Slesvig; alla Polonia, parte della Posnania, della Prussica Occidentale, della Prussica Orientale, dell'Alta Slesia.
Danzica col suo territorio e Memel col il proprio, divenivano città libere, amministrate dalla Società delle Nazioni.
La Renania era neutralizzata - al pari di una fascia larga cinquanta chilometri lungo la destra del Reno e n'era prevista l'occupazione da parte degli Alleati per quindici anni.

Per quanto riguardava il bacino minerario della Saar anch'esso presidiato dagli Alleati (con i francesi sempre pronti ad invaderla con dei pretesti), la sua restituzione alla Germania era condizionata all'esito di un plebiscito da effettuarsi nel 1935. Qualora il plebiscito stesso risultava favorevole alla Repubblica teutonica, la Francia avrebbe corrisposto in oro il valore delle miniere.

Ma la stessa Francia, in barba ai principi enunciati da Wilson, era ben determinata a salvaguardarsi definitivamente dal militarismo tedesco, e per fare ciò, al grido della parola d’ordine l’Allemagne paiera, chiedeva il controllo della riva occidentale del Reno sotto forma di annessioni territoriali o con la creazione di uno stato cuscinetto; il disarmo perpetuo della Germania e il pagamento di pesanti riparazioni.
Tutto ciò in contrasto con altri opinionisti, che ritenevano fosse più costruttivo per un futuro di pace una limitazione generale degli armamenti e un atteggiamento meno mortificante contro i vinti; oltretutto, per le potenze occidentali un’entità statale forte al centro dell’Europa sarebbe stata un ottimo baluardo contro il temuto dilagare del fenomeno bolscevico.


Era fatto obbligo alla Germania: di non possedere più di 36 navi da guerra, con un effettivo massimo di 15 mila marinai; di non mantenere alle armi più di 4 mila ufficiali e 100 mila soldati raccolti per mezzo del volontariato con l'obbligo a 12 anni di ferma; di non possedere alcun aereo militare e neppure civile; di consentire il controllo sulle proprie industrie cui era vietata la produzione di materiale bellico.
La repubblica vinta s'impegnava inoltre a corrispondere l'importo dei danni causati dalla guerra nel Belgio, in Francia e sul mare.
Tutte indistintamente le floride Colonie tedesche furono affidate alle Potenze vincitrici mandatarie; così ripartite: il 70 per cento alla Gran Bretagna, il 24 per cento alla Francia, il 5 per cento al Belgio; l'l per cento al Giappone. All'Italia… la beffa e lo scorno. Ma il bello doveva ancora arrivare!


La Germania s'impegnava poi di firmare ed accettare senza riserve i futuri trattati di pace da imporre all'Austria, all'Ungheria, alla Turchia, alla Bulgaria; rinunciava all'unione doganale con il Principato di Lussemburgo, ricostruito com'era nel 1914, ed ai diritti acquisiti nel Marocco per mezzo degli accordi del 1906, del 1909, del 1911.
In attesa di conoscere l'ammontare del suo debito, da fissare ad accertamenti compiuti, la Repubblica vinta era tenuta: in un primo anticipo di 25 miliardi di marchi-oro entro il 1 ° maggio 1921, ad un secondo anticipo di 80 miliardi fra il 1921 ed il 1926, ad un terzo anticipo di 80 miliardi in data da fissarsi dalla Commissione delle riparazioni.

Qualora la Germania avesse dimostrato la propria correttezza nella solvenza del debito, le truppe dell'Intesa si sarebbero ritirate anzitempo dalla Renania.
Ma i tedeschi si chiedevano, se questi erano rate e si parlava solo di anticipi, quanto sarebbe mai stato allora il conto finale?"

SCAPA FLOW

 

A dimostrare l'animo con il quale i Tedeschi accolsero le imposizioni dell'Intesa, basti ricordare quanto avvenne a Scapa Flow il 21 giugno 1919 (pochi giorni prima della fatidica firma a Versailles).
Secondo gl'impegni assunti già con la firma dell'armistizio, la Germania doveva disarmare la propria formidabile Flotta (ancora integra) e acconsentire al suo internamento in uno scalo neutrale o appartenente agli Alleati.
Sia per lo scarso interessamento dell'Intesa a questo riguardo, sia perché i Paesi europei rimasti assenti dall'immenso conflitto erano ben pochi, il porto neutrale non si trovò. Nel colloquio avvenuto il 15 novembre fra sir Davide Beatty ed il contrammiraglio tedesco Meurer, restò pertanto convenuto, che la flotta imperiale sarebbe stata "ospitata" dal Regno Unito nel suo Firth of Forth.
Gli equipaggi marittimi prussiani avevano abbracciato il Comunismo, tuttavia -invitandoli ad osservare che ottemperando alle imposizioni dell'Intesa si sarebbero facilitate le trattative di pace - fu possibile far tornare a bordo il personale sufficiente alla navigazione.

Senza artiglierie, né siluri a bordo, piuttosto malconcia e a rilento, la grande flotta tedesca salpò dalla rada di Shillig alle 2 pomeridiane del 19 novembre 1918. I marinai avrebbero voluto innalzare la bandiera rossa, ma avvertiti che con quel vessillo, non compreso nelle tavole delle insegne riconosciute dagli Alleati, sarebbero stati trattati da corsari e presi a cannonate - si accontentarono di mettere un banale segnale scarlatto a prora.
Agli ordini del viceammiraglio von Reuter, la "Hochsee Flotte" muoveva alla volta del mare aperto. Ma non per combattere i nemici della patria ma per offrire il pietoso e umiliante spettacolo della propria impotenza.


Durante la navigazione, nonostante le precauzioni prese, la torpediniera "V. 30" urtò contro una mina micidiale che squarciò l'esile silurante, uccidendo due uomini e ferendone tre. Colata a picco l'equipaggio fu salvato fino all'ultimo naufrago.
Alle 8 antimeridiane del 21 novembre 1918, la "Hochsee Flotte" incontrava la "Grand Fleet" nello specchio di mare prestabilito, a cinquanta miglia dall'isola May.

Per quanto la giornata fosse nebbiosa, ogni nave scorgeva le altre navi. I marinai britannici videro così, dopo cinquantadue mesi, le maestose "dreadnoughs", i superbi incrociatori di battaglia, gli incrociatori leggeri, le numerosissime torpediniere, che avevano tanto a lungo pattugliato il bellico mare tempestoso, in mezzo al turbinare sinistro dei venti, di giorno sotto il sole torrido, o nelle notti nei lividi raggi della luna.

Sorvolata dai dirigibili, preceduta e fiancheggiata dalle unità britanniche, la "Hochsee Flotte", raggiunse il Firth of Forth, dove rimase fino al 25 novembre 1918.

Quel fatidico giorno, i Tedeschi salparono per l'ultima volta. Il 26, l'Armata tedesca giungeva a Scapa Flow.
Per sette mesi i Prussiani, rimpatriati gli uomini eccedenti alla necessità del servizio, rimasero a bordo delle loro navi internate nella base britannica. Furono sette mesi di clausura, durante i quali - salvo l'ammiraglio Reuter- nessuno poteva scendere a terra, né passare da un'unità all'altra. A bordo, si verificavano attriti frequentissimi fra i Consigli dei Marinai e gli ufficiali, mentre il rigore della censura ed il ritardo della corrispondenza rendevano ancora più penoso l'isolamento assoluto in un angolo squallido del mondo in mezzo ad un paesaggio selvagge e nudo d'acqua e di scogli.

Dal "Times" del 16 giugno 1919, l'ammiraglio Reuter venne a sapere che, in seguito alle condizioni di pace presentate il 7 maggio, la Germania doveva cedere agli Alleati le navi internate a Scapa Flow. Sconvolto e indignato, deliberò allora di affondare l'Armata che era ai suoi ordini.

Presi segreti accordi con i comandanti delle singole unità, poco dopo le ore 10 antimeridiane del 21 giugno 1919, faceva innalzare sulla propria nave il segnale convenuto che significava: - Affondate immediatamente!
Tutto era stato predisposto. A bordo di ogni nave, erano pronti gli sportelli trasversali e longitudinali sotto la linea di galleggiamento, le porte dei corridoi, gli sportelli di comunicazione con le stive, le condutture di ventilazione. Non restava che spalancarli all'acqua per finire in fondo al mare.
Mentre gli equipaggi, compiuto l'ultimo servizio, si mettevano in salvo sulle scialuppe, le belle navi condannate s'immergevano una dietro l'altra nei flutti. La prima a colare a picco in pochi minuti, fu la super corazzata "Friedrich der Grosse", alle ore 12,16. Ultimo a scomparire fu l'incrociatore di battaglia "Hindenburg", alle 5 pomeridiane.

In quattr'ore e quarantaquattro minuti, 10 corazzate, 5 incrociatori di battaglia, 5 incrociatori leggeri, 32 torpediniere, andarono a coricarsi sui fondali di roccia che stanno intorno alle isole, alle isolette, agli scogli che circondano la baia di Scapa Flow, diventando in breve la tomba dell'orgoglio marinaro della Germania vinta.

Bastarono quei 284 minuti perché si perdessero decenni di sacrifici, di fatiche, d'intesa geniale e operosità costruttiva. Vanto dei tecnici, amore degli equipaggi, espressione della volontà ambiziosa di un grande popolo ansioso del dominio oceanico; cinquantadue navi andarono distrutte senza sparare un colpo di cannone, sconfitte senza gloria.
Furono invase dalle acque, ma non affondarono, la Baden, l'Emden II e la Frankfurt. Gli Inglesi spezzarono gli ormeggi del "Nurnberg" e lo rimorchiarono, mentre altre 18 torpediniere, rimasero danneggiate, ma senza inabissarsi.
Per quanto accusato di tradimento, l'ammiraglio Reuter se la cavò -al pari degli altri ufficiali e dei marinai-con qualche mese di prigionia.

Quando, il 9 luglio del 1919, il Parlamento tedesco ratificava la pace, nel cuore del popolo vinto risuonava il comandamento dell'ammiraglio Reuter: "Affondare, ma non cedere".

Fino all'ultimo, la Germania tenterà poi di sottrarsi agli impegni economici e morali sottoscritti a Versailles. Ma a dire la verità, molti non credevano che quelle condizioni sarebbero state applicate con rigore. Inutilmente si sperò nella magnanimità del nemico.
Liquidata la Repubblica tedesca, fu la volta dell'Austria.

LA LIQUIDAZIONE DELL'AUSTRIA

Il secondo trattato di pace conseguente alla grande guerra fu quello sottoscritto dall'Austria a Saint-Germain-en-Laye il 10 settembre 1919. La cerimonia relativa, piuttosto breve, si svolse nel salone Luigi XIV dalle 10 antimeridiane alle 11,10. Un quarto d'ora dopo le 10 poneva la sua firma il cancelliere della Repubblica austriaca RENNER.
In seguito ai patti di San Germano, facevano parte della nuova Repubblica: l'Alta Austria, la Stiria, la Carinzia, il Burgenland, il Tirolo ed il Voralberg, la bassa Austria. (ben poca cosa per quell'Impero che era stato il più potente d'Europa. La grande Vienna diventò un "paesino".).

Alla vigilia della Prima guerra mondiale, l'Austria era un impero di 51 milioni di abitanti, esteso per 670.000 kmq. Ora era diventato un piccolo Paese di soli 83.000 kmq e con circa soli 6.000.000 milioni di abitanti con capitale Vienna che prima era un quarto di tutta la popolazione; una grande metropoli che appariva e appare ancora oggi, una città macroscopica rispetto al piccolo Paese che l'Austria era diventata e com'è attualmente. Nessuna città europea possiede quei grandi monumentali palazzi e i "Ring" (= strade di una larghezza enorme), che conserva ancora tutta la struttura creata sotto il dominio absburgico. Qui, da oltre un secolo, vi era tutta l'organizzazione territoriale del Paese; ma in alcune regioni non bene accetta, criticata, osteggiata anche con l'estremismo di un nazionalismo tedesco che tornava ( e tornerà più tardi) a farsi sentire; a torto o ragione, questo è materia storica.
L'Austria si ritrovava composta da nove territori: Austria Inferiore, circa 1.480.000 abitanti Austria Superiore 1.340.000; Salisburgo 483.000; Tirolo 630.000; Vorarlberg 333.000; Carinzia 552.000; Stiria 1.184.000; Burgenland 273.000.

L'84% della popolazione cattolica, il 16% protestante. La lingua il tedesco. Negli ultimi anni questo Paese era stato soggetto a un'intensiva immigrazione di elementi di altre etnie; ma non era dovuto a un destino ma fu una precisa scelta fatta da Vienna (che giardava più a Est che non a Nord).
Si chiamava ai tempi di Carlo Magno Ost-mark (Marca ovest della Germania Carolingia), poi Deutchosterraich, vale a dire Stato tedesco ovest; ma dopo Westfalia, perse il Deutch, e cessò di essere identificato in uno stato germanico quando gli Asburgo nel 1648, dopo la guerra dei trent'anni, dovettero rinunciare all'egemonia sugli stati germanici.
L'Austria si rinchiuse nel suo territorio ma si spaccò in due, in osterraich superiore e in osterraich inferiore, che non significa in senso figurativo alto o basso, ma il primo è il territorio a sinistra di Linz, l'altro si trova a destra di Linz: quest'ultimo sempre vissuto sotto la chioccia dello statalismo della corte di Vienna. Un imponente apparato burocratico amministrativo concentrato in un piccolo territorio, che creò uno stato dentro lo stato.

L'Austria superiore aveva sempre guardato alla Germania (protestante, nazionalista, prussiana, creata da Federico) l'Austria inferiore si era sempre invece appoggiata a Vienna, agli Asburgo (fanatici cattolici, conservatori, con il sostegno e i consensi di una miriade di Principi o funzionari "viennesi" che dalla corte erano stati sempre imposti nei territori assoggettati esercitandovi l'autorità imperiale ma anche quella personale; e tutto questo in Paesi con una etnia non austriaca e tanto meno tedesca, cioè slavi, boemi, italiani, cechi, magiari, croati, sloveni; e sempre senza concedere a loro nulla, neppure le tradizioni e le espressioni culturali.
Una politica suicida e quindi - lo abbiamo visto - alla prima sua debolezza, non di mezzi, ma interni, intimi e latenti, tutto iniziò a precipitare.

L'Austria dopo la firma non possedeva più una flotta, tanto meno quella subacquea, né aerei militari né civili. Il suo esercito ridotto a 30 mila uomini con esclusivi compiti di polizia. Incombeva alla Repubblica l'obbligo di risarcire i vincitori per i danni causati dalle sue truppe e dai sommergibili.
Il Trentino, l'Alto Adige, la Venezia Giulia, l'Istria, passavano all'Italia. Rimaneva insoluta la questione fiumana. La Boemia e la Moravia costituivano uno Stato indipendente. La Polonia un tempo soggetta agli Absburgo si univa alle terre polacche affrancate dal dominio della Russia e della Germania. La Croazia e la Slavonia furono incorporate nella Jugoslavia.
Il principato di Lichtenstein cessava di fare parte dell'unione doganale austriaca per aggregarsi economicamente alla Svizzera.

BULGARIA - Il 27 novembre 1919 fu firmato a Neuilly il trattato di pace imposto alla Bulgaria. Il piccolo Regno balcanico perdeva la Tracia, passata alla Grecia, e qualche lembo del territorio sullo Stenmitza e sul Timok, ceduto alla Jugoslavia. Con la Romania tornavano in vigore le frontiere del 1914.
La Bulgaria perdeva inoltre tutta la sua flotta di guerra, s'impegnava a non tenere alle armi più di 20 mila, uomini, incominciava a versare ratealmente un contributo di guerra di 2 miliardi e 250 milioni.

UNGHERIA - Un quarto d'ora dopo le quattro pomeridiane del 4 giugno del 1919 si svolse, nel salone del Castello del Grand Trianon, la cerimonia della firma del trattato di pace imposto alla Repubblica ungherese. Erano presenti i delegati di ventidue Stati. Dimessosi fin dal 19 maggio il conte APPONYI, primo presidente della Commissione magiara per la pace, l'Ungheria era rappresentata dal ministro del Lavoro BENÀRD e dall'inviato straordinario DRASCHE-LÀZÀR.
Bernàrd firmò per primo. Dopo di lui, tutti gli altri. Non furono pronunciati discorsi. I due magiari dopo la firma in un silenzio tombale lasciarono il salone e la riunione si sciolse.
Il 15 novembre del 1920, l'Assemblea Nazionale magiara ratificava gl'impegni assunti il 4 giugno dell'anno prima, fra solenni manifestazioni di lutto.

Il trattato del Trianon - terzo e penultimo -fu ricalcato su quello di San Germano. Anch'esso incominciava con il solito preambolo di 26 articoli concernente la Società delle Nazioni. Seguivano altri 238 articoli, con numerosi annessi.
L'Ungheria cedeva: il Burgenland all'Austria; alla Jugoslavia, la regione della Backa, i territori alla sinistra della Drava, la parte meridionale del Banato; alla Romania, il restante del Banato, salvo un piccolo lembo, e tutta la Transilvania; alla Cecoslovacchia, tutta la Slovacchia.

L'articolo 53 del trattato riportava:

"L'Ungheria rinuncia ad ogni diritto e titolo su Fiume e sui territori adiacenti appartenenti all'antico Regno d'Ungheria e compresi fra i confini che saranno stabiliti in seguito.
L'Ungheria s'impegna a riconoscere le stipulazioni contenute, relativamente a questi territori, specie per quanto concerne la cittadinanza degli abitanti, nei trattati destinati a completare il presente assetto".

La questione fiumana rimaneva, dunque, tuttavia insoluta.
Entro tre mesi dalla firma del trattato, la Repubblica magiara doveva smobilitare le proprie forze armata, riducendo il suo esercito a 35 mila uomini impegnati ad una ferma non inferiore ai 12 anni consecutivi. Le era vietata il possesso di aerei militari e navi belliche.
Al pari della Germania e dell'Austria, anche l'Ungheria s'impegnava a risarcire i danni di guerra.
Il 10 agosto del 1920, infine, fu sottoscritto a Sèvres, l'ultimo trattato di pace. Con questo, la Turchia cedeva alla Grecia la Tracia e Smirne col suo territorio. La Siria fu posta sotto il protettorato della Francia; la Palestina e la Mesopotamia cadevano in potere del Regno Unito; i Sultanati d'Arabia soggetti un tempo al Governo di Costantinopoli acquistavano la propria indipendenza.

Nonostante gli impegni solennemente assunti verso gli italiani -a San Giovanni di Moriana -da Parigi e da Londra, l'Italia nulla otteneva dallo smembramento dell'Impero Ottomano: né Smirne, né Adalia.
Il giorno stesso della firma del trattato di Sèvres incominciava la guerra della Turchia contro la Grecia, finita con perdita da parte del Regno Ellenico, divenuto Repubblica in seguito alla rivoluzione provocata dai disastri militari, della Tracia e di Smirne, tornate agli Ottomani.
Il trattato di Sèvres comprendeva anche un regolamento il quale fu risolto -almeno in via provvisoria -la secolare questione relativa al transito attraverso gli Stretti.

L'ALBANIA A L'ITALIA

Modesto compenso alle delusioni atroci sofferte a Parigi avrebbe potuto essere per l'Italia l'assegnazione dell'Albania, d'indubbio valore, almeno strategico.
Alla data dell'armistizio di Villa Giusti, il Paese degli Schipetari - come abbiamo già visto nelle precedenti puntate, completamente occupato dalle truppe grigioverdi agli ordini del generale PIACENTINI - sembrava apparentemente pacificato e pronto ad iniziare la marcia verso la rinascita civile.
Si trattava di costituire un Governo locale autorevole e amico dell'Italia.

Il problema non fu risolto. In breve, ricomparvero le bande fornite di armi e di munizioni di provenienza sconosciuta, largamente provviste di oro, accese di odio fanatico contro gl'Italiani il cui sangue era corso per assicurare all'Albania l'integrità, l'unità, l'indipendenza.

Tranquillo e ordinato pochi mesi prima, il popolo di Giorgio Castriota cadde nell'anarchia. Il Paese cadde in potere delle orde ribelli che si davano ai massacri, agl'incendi, alle devastazioni. Avvicinandosi l'estate del 1920, la situazione si fece critica; prima preoccupante, disperata poi per le truppe che presidiavano il campo trincerato di Vallona, troppo scarse contro le turbe avversarie.
Il Generale Piacentini chiese nuovi contingenti. La risposta fu questo telegramma del Ministro della Guerra
"Condizioni interne del Paese non consentono prelevamento truppe per l'Albania; tentativo invio rinforzi provocherebbe sciopero generale, dimostrazioni popolari, con grave nocumento della stessa compagine dell'Esercito che non occorre mettere a dura prova".

Abbandonati a se stessi, i difensori del campo trincerato di Vallona sostennero aspri combattimenti.
Presidiavano le posizioni più avanzate piccoli reparti staccati del 72° Fanteria, comandato da ENRICO GOTTI. Promosso generale, uno dei valorosi che non volle abbandonare i suoi Fanti.

Il 6 giugno, le avanguardie italiane furono assalite da forze quindici volte superiori. Il Gotti fu l'animatore che diresse la prodigiosa resistenza, durata ben dieci ore, molto efficace, tale da causare perfino ai nemici perdite enormi. Alla fine, i Fanti si trovarono senza munizioni, senz'acqua, senza il concorso dei due soli pezzi d'artiglieria di cui disponevano, inutilizzati dal fuoco avversario.
GOTTI dispose allora affinché fossero posti in salvo la bandiera e i fondi del Reggimento. Quindi, pronto al sacrificio estremo purché i suoi avessero tempo e modo di ripiegare, si avviò a trattare con i ribelli, ma lo uccise a tradimento un capo albanese.
Alla memoria di Enrico Gotti fu decretata la medaglia d'oro.

Fra i valorosi combattenti d'Albania dobbiamo qui ricordare il popolarissimo, amato ed ammirato da tutti, VITTORIO MONTIGLIO un ufficiale appena adolescente.
A quattordici anni, era giunto in Italia dal lontano Cile - dove risiedeva - per partecipare alla guerra. Con la sua possente prestanza fisica, nascose l'età immatura, e ottenne di far parte prima in un reparto territoriale delle truppe combattenti poi per le sue gesta fu promosso Sottotenente del 7° Alpini (aveva 15 anni) e comandò gli Arditi del Battaglione Feltre, seguitando ad offrire prove di valore. Promosso Tenente (aveva 16 anni), passò con il suo reparto in Albania. In seguito ai nuovi atti d'eroismo compiuti, gli fu decretata la medaglia d'oro, mai tributa prima ad un combattente di così giovane età (ma solo dopo si scoprì la sua vera età).

Poiché, nonostante il proprio valore, i Grigioverdi si trovarono ridotti dal numero degli avversari in grave pericolo, il Governo vinse le proprie riluttanze e si accinse ad inviare soccorsi.
Ma la rivolta popolare scoppiata ad Ancona (di cui abbiamo già menzionato in altre pagine dell'anno 1920) impedì la partenza dei Bersaglieri ammutinati, mentre la Sinistra parlamentare levava il grido:
"Via dall'Albania!", "Basta le guerre!"

Si rinnovò la vergogna di Adua. Vittoriosa nel massimo conflitto della storia, per la debolezza dei suoi politici, per l'aberrazione delle irrazionali folle, l'Italia cedeva senza dignità e senza rivincita alle orde remunerate dal soldo straniero.
Il 3 agosto 1920 l'Italia sottoscriveva a Tirana l'impegno di sgomberare Vallona, conservando soltanto l'isolotto di Saseno. In seguito fu ritirato anche il presidio rimasto a Durazzo.

E VENIAMO A FIUME

Durante la discussione svoltasi in seno alla conferenza della Pace per la definizione del trattato da imporre all' Ungheria, il delegato americano POLK, strenuamente sostenuto da Clemenceau, perorò la cessione di Fiume alla Jugoslavia. Si oppose con forza, passione e argomentazioni il delegato italiano SCIALOJA, ma mancato l'accordo, si giunse alla compilazione dell'art. 53 che abbiamo già citato.
La questione fiumana rimaneva aperta. Per risolverla, i delegati italiani e quelli jugoslavi si riunirono il 12 novembre 1920 a villa Spinola, tra Rapallo e Santa Margherita. Le odiose pressioni fatte dalle Potenze straniere al Governo italiano debole oltre l'immaginabile, indusse l'Italia a sottoscrivere un trattato (da molti italiani dichiarato indegno, il primo infuriato fu D'Annunzio) per cui l'Italia s'impegnava a sgombrare tutta la Dalmazia, salvo Zara; a cedere tutte le isole della Dalmazia, tranne Cherso, Lussino, Unie, Sàntego, Lagosta e Cazza; a riconoscere l'indipendenza (città detta "libera") di Fiume con il suo piccolo territorio.

Lo sgombro della Dalmazia poté avvenire pacificamente perché l'ammiraglio MILLO - Governatore di quel territorio dal 12 novembre 1918 - non tenne fede alla promessa, fatta a Gabriele D'Annunzio cui aveva dichiarato: "Mi no mollo".
Ritirate le truppe Grigioverdi, partite le belle navi giunte all'altra sponda quando all'indomani del 4 novembre splendeva sull'Adriatico la luce della Vittoria italiana, Traù, Spalato, Sebenico: le belle città, una volta venete, ancora tradite nella lunga attesa, caddero in potere dei nuovi "padroni".


Non fu così a Fiume.

Fin dal 12 settembre del 1919, la città che gli Alleati intendevano sottomettere al proprio governo - era stata occupata di sorpresa da Gabriele D'Annunzio e dai Granatieri (ne parleremo ancora nelle pagine dedicate). In sintesi per non provocare spargimento di sangue, Francesi, Inglesi e Jugoslavi erano stati costretti ad andarsene, lasciando Fiume al Poeta ed ai suoi Legionari.
Questi animati da un nazionalismo estremo, non intendevano piegarsi all'infamia di Rapallo. Dopo inutili trattative, il Governo italiano inviò contro Fiume il generale CAVIGLIA le cui truppe, fra il 24 ed il 31 dicembre, 1920 (nel giorno poi definito "Natale di Sangue"), vinta la fiera resistenza dei Legionari, s'impadronivano della città.
Presidiata dai Grigioverdi, Fiume attese il compimento del suo destino che fu decretato molto molto più tardi.


Era infatti il 25 gennaio 1924, quando giungevano a Palazzo Chigi i ministri Jugoslavi PASIC e UNCIC, invitati da Benito Mussolini, che il 30 ottobre di due anni prima (nel '22) aveva già assunto il potere. L'accordo presto concluso riconosceva all'Italia il diritto di annettersi Fiume ed il suo territorio.
Il 17 marzo, sciogliendo il voto secolare, la città ospitava Vittorio Emanuele III giunto a rendere più solenne con la sua presenza augusta la cerimonia per cui la gemma del Carnaro era congiunta per sempre alla Madre Patria.

L'articolo 13° del Patto di Londra riconosceva all'Italia -come sappiamo - il diritto di chiedere compensi nel caso di un'estensione dei possedimenti coloniali francesi ed inglesi in Africa a spese della Germania.
Tale estensione era avvenuta con l'assegnazione dell'Africa Orientale e Occidentale Tedesca alla Gran Bretagna, del Togo e del Camerun alla Francia.
Mentre i Governi precedenti non erano riusciti a far valere nemmeno quest'altro diritto italiano, Mussolini faceva presente a Londra l'opportunità di addivenire al definitivo assetto dell'Africa equatoriale mediante la cessione dell'Oltregiuba promessa quale ben meritato compenso.
Di pieno accordo reciproco, il XXIV maggio 1924, ricorrendo il IX anniversario dell'intervento italiano, la bandiera britannica fu ammainata a Chisimaio e sostituita dal tricolore.


"Le richieste italiane all'Inghilterra
- disse Mussolini - per la cessione del territorio del Giubaland rimontano al maggio 1919 e da quell'anno in poi, furono proseguite, senza alcun risultato positivo, trattative con il Governo britannico che incontravano seri ostacoli tanto di ordine politico quanto di ordine tecnico locale, per le difficoltà di risolvere delicati problemi inerenti sopra tutto alla sistemazione delle popolazioni nomadi delle regioni poste in prossimità delle nuove frontiere".

Il Governo nazionale riuscì felicemente superare gli ostacoli di ordine politico che avevano fino allora ritardato la conclusione dell'accordo. Una volta chiarita la situazione, anche le difficoltà di ordine tecnico furono eliminate, giungendo così alla stipulazione di un accordo che teneva in maggior conto possibile gli interessi delle Altre Parti contraenti e delle popolazioni locali.
Il territorio acquistato all'Italia misurava un'estensione di 91.122 Kmq, abitati da circa 150.000 indigeni, su un territorio principalmente desertico, anche se lungo i fiumi, si stendono ampie vallate che potevano avere un avvenire agricolo
Gli accordi preventivi furono definitivamente codificati nella Convenzione di Londra del 15 luglio 1924.

Fu questo l'ultimo documento che contemplava vantaggi territoriali derivati all'Italia per la sua partecipazione alla Prima grande guerra mondiale.


Ma torniamo indietro. Conclusa la pace fra gli Alleati e i singoli Paesi che costituivano la Quadruplice, permaneva lo stato di Guerra fra la Confederazione Stellata, la Germania, l'Austria, l'Ungheria. Esso cessò in seguito ai trattati di Vienna, stipulato il 23 agosto 1921; di Berlino, sottoscritto due giorni dopo; e di Budapest.

Gli Stati Uniti si disinteressavano delle variazioni territoriali avvenute, limitando la loro competenza alle clausole economiche.

Incominciò poi il lavorio lungo e lento delle Commissioni incaricate di tracciare i confini sul terreno. E' notevole il fatto che la Conferenza degli Ambasciatori, fissando - nel luglio del 1922 - le nuove frontiere fra la Jugoslavia e l'Albania, non tenne conto alcuno del Montenegro. Il piccolo Regno fu soppresso ed il suo territorio incorporato nella coalizione quanto mai eterogenea che aveva come capitale Belgrado.
A molti non sembrò nemmeno possibile, che uno Stato europeo si potesse cancellare dalla carta politica del Continente con un procedimento così tanto sbrigativo e da alcuni ritenuto irregolare.
Così, ogni nuova unità etnico-politico-economica in cui fu diviso il mondo ebbe i suoi termini precisi. Le occupazioni militari temporanee cessarono, salvo per il bacino della Saar (in sospeso, in attesa della totale capitolazione della Germania- già sopra ricordata).


Mentre in Oriente fin dal 1919 e poi nel corso del 1920, l'Intesa aveva iniziato a ritirare le proprie truppe della Manciuria e della Siberia, lasciando la Russia al suo destino.
Rispettivamente il 27 agosto 1919 ed il 2 aprile 1920 giungevano a Torino e a Napoli i reparti Grigioverdi, che in Murmania e nell'Estremo Oriente avevano portato in quelle lontane contrade la bandiera italiana.

Furono i giorni in cui l'Italia, militarmente, mise definitivamente fine alla Prima Guerra Mondiale.

I Continenti mutarono la propria configurazione politica; gli Stati, i loro confini; i Governi, la propria forma; i Popoli, le aspirazioni e i convincimenti. La Grande Guerra aveva cambiato il volto dell'Europa, e ne era uscita una nuova, con piccoli e grandi Stati che faticavano a trovare un proprio equilibrio stabile e s'incepparono nella faticosa marcia pure quelle che seguitavano a considerarsi Potenze, due in particolar modo, Francia e Inghilterra.
Tutto questo perché la "costruzione" della nuova Europa (solo minimamente fatta dagli europei) non era stata perfetta.
Del resto le architetture umane non resistono ai decenni perché o che si fondano sulle sabbie mobili o sulle chiacchiere dei principi mutevoli, anzi su interpretazioni pratiche dei principi astratti, ancor più che variabili.

Se qualcuno sognò all'inizio di abolire, oppressori e oppressi, o di applicare il principio di nazionalità, creduto un giusto diritto, questo si è poi dimostrato un mito teoretico, perché i popoli tendono a congiungersi e a disgiungersi secondo le necessità insoddisfatte dalle ripartizioni etniche. Né le genti si contengono entro confini definiti, per cui l'appartenenza delle zone unite ma mescolate è causa di altri soprusi e questi lentamente accendono rancori pieni di pericoli.

La guerra segnò la fine di un'era. Le grandi dinastie dell'Europa centrale ed orientale - i Romanov, gli Asburgo e Hohenzollern - furono spazzate via. Il conflitto segnò così la fine del dominio dell'Europa sulla scena mondiale e l'inizio della politica globale. Aprì la strada alla dissoluzione degli imperi coloniali, al trionfo del comunismo in Russia, e all'ingresso degli Stati Uniti sulla scena mondiale come grande potenza.

Crollarono tre imperi storici, dallo sfacelo nacquero nuovi stati, risorsero vecchie nazioni, ma da un altro punto di vista tutti i belligeranti europei nell'incapacità di mettersi d'accordo, uscirono dal conflitto tutti sconfitti, in quanto la guerra segnò - se non la causò direttamente - uno spostamento della potenza internazionale dall'Europa all'America da un lato, alla Russia sovietica dall'altro. Per rimanere da questo momento in avanti (i 2 blocchi) padroni assoluti dell'Europa. Quanto alla seconda guerra mondiale, questa fu null'altro che la prosecuzione della prima; e che rafforzarono ancora di più i due blocchi.

Retorici, poeti, romanzieri, o semplici giornalisti dalle colonne dei loro giornali, dissero a fine guerra che gli eroi non erano caduti invano, che l'umanità si era inebriata di luce raggiante dell'avvenire e che il futuro sarebbe stato migliore. Purtroppo l'attesa di questo futuro sereno tardava a venire, anzi all'orizzonte di questa nuova alba già si stavano formando nubi minacciose.

A vedere certi sguardi dei "biscazzieri" di Versailles, a loro importava poco il tanto sangue versato, il mare di lacrime di tanti pianti, quello che interessava era una catalogazione di crediti, il possesso di un bacino minerario, una serie di privilegi doganali, una flotta marina o aerea. E ogni cosa aveva un costo.
Uno di loro, SHUTS delle Nazioni Unite, a Wersailles, fece un'amara constatazione:

"l'intera Europa, oggi, sta per essere liquidata per 2 miliardi di sterline". Insomma l'Europa era stata messa in vendita".
Ed anche Sir GEORGE (inglese) fece il suo commento:
"Ho la sensazione crescente che gli USA si stiano comportando da prepotenti"
.

E fu profeta quando scrisse: "Non riesco ad immaginare più grave motivo di una guerra futura se non il fatto che il popolo tedesco, che si è dimostrato uno dei più forti e potenti del mondo, possa trovarsi circondato da tanti piccoli stati formati per lo più da popoli che non abbiano mai avuto prima un governo stabile, ma che comprendono un gran numero di tedeschi desiderosi di riunirsi con la madre patria"
( Lloyd George, "The Truth About the Peace Treaties", Vol I, p.622").

Mentre lo diceva, un arrabbiato caporale austro-tedesco, stava già maledicendo la mano di chi aveva firmato la pace, ed entrava nel Partito Arbeitpartei; il caporale era Adolf Hitler, e con lui nei primi iscritti il generale Lundendoff, il decorato Hermann Goring, i fratelli socialisti Otto e Gregor Strasse, Alfred Rosemberg, Rudolf Hesse, Julius Streicher, l'anno dopo Joseph Goebbels. Vogliono loro risolvere i problemi della Germania.

IL PESANTE "CLIMA" POLITICO IN ITALIA

Nel frattempo anche in Italia erano iniziati altri più gravosi e complessi problemi di carattere politico, economico, di ordine pubblico e, soprattutto, di carattere sociale. Tutto era diventato vecchio, la classe politica, l'Italia liberale, la borghesia, e dopo quattro anni o di trincea o di sacrifici, erano diventati "vecchi" anche gli italiani; e perfino quelle ventate di sano socialismo dei primi anni del secolo erano diventate antiquate, o almeno per gli italiani che al fronte si erano ormai emancipati, acculturati, e molti avevano imparato perfino a leggere o a udire cos'era il sindacalismo, i partiti e di conseguenza anche "a credere alle utopie" (lo dirà Nenni, più avanti).

Il Paese, finita la guerra, per tutta una serie di questi motivi, non era solo inquieto, ma per molte altre ragioni, pur sempre legate a quelli; era nel disordine e stava vivendo un clima quasi insurrezionale, facendo così sperare ad una compagine politica la "Rivoluzione del proletariato", e ad un'altra una "Rivoluzione dei borghesi o piccolo-borghesi ", o come si iniziò a dire della "classe media" o "ceto medio emergente", cioè piccoli borghesi aggressivi, che pure loro in trincea avevano imparato qualcosa: a reagire aggredendo. E li avevano pure premiati.

MA QUESTA E' UN' ALTRA STORIA
CHE INIZIA COSI'

Mussolini lo abbiamo visto, lo scorso novembre aveva tante speranze. Dopo aver condotto una campagna molto attiva, si era presentato alle elezioni -nella ciscoscrizione di Milano- con i Fasci di combattimento, ma non ha ottenne nemmeno un seggio. Appena 4795 voti contro i 170.000 dei socialisti e i circa 74.000 dei popolari di Don Sturzo nella stessa circoscrizione. Dunque non viene eletto nemmeno deputato.
Sembra la fine politica! L'uscita di scena!

Subisce perfino un arresto (per aver creato - dissero - un "covo" di ribelli) poi è rimesso il libertà per l'intervento del direttore del Corriere d.S. Albertini, che ritiene che quei miseri voti presi dal suo collega -nonché capo dei tanto celebrati Fasci di combattimento- "politicamente sia finito". A Nitti che vorrebbe lasciarlo in galera, Albertini gli consiglia di non farlo, "Mussolini è un rudere. E' uno sconfitto, non occorre farne un martire".
Più che per l'arresto, Mussolini era ovviamente avvilito per il clamoroso insuccesso e la figuraccia che aveva fatto dopo tanto agitarsi, dopo tanti articoli, tante riunioni, tanti discorsi.
Un giornale socialista suo nemico, pubblicò perfino un velenoso trafiletto: "Trovato un cadavere nel fiume. E' forse Mussolini?".

Mussolini preso da un momento di sconforto, voleva mollare tutto, il giornale, la politica, le lotte: "so fare altri mestieri, il muratore, il l'autista, e so suonare anche il violino, farò il magnifico mestiere del rapsodo errante".
Chi mai direbbe che quest'uomo su tutta la linea perdente, in soli due anni riuscirà a prendere il potere?

Si era tuttavia ripreso subito dallo scoramento il giorno dopo i risultati delle elezioni; e su "Il Popolo d'Italia" (n.317, del 18 novembre 1919), il suo primo intervento a botta calda fu sommesso. Tuttavia promise nuove battaglie.

 "La nostra doveva essere ed è stata una semplice affermazione, limitata alla ciscoscrizione elettorale di Milano. Non voleva essere qualche cosa di più. Scriviamo questo non già per esibire delle eufemistiche nonché postume giustificazioni e consolazioni a noi e agli altri, ma semplicemente perché è la pura, la sacra, la documentabile verità. Noi siamo scesi in campo per affermarci e ci siamo riusciti. La nostra non è né una vittoria né una sconfitta: è un'affermazione politica. La nostra non è stata una battaglia elettorale....[...]..non abbiamo mai vantato, oltre il giusto, l'entità e l'efficienza delle nostre forze....[...].Il nostro movimento, che ha un suo speciale carattere politico e che non deve essere confuso con altri fasci (quelli della sinistra socialista del 1882 - Ndr.) ha appena sei mesi di vita. Non è schedaiolo. Ha accettato la lotta elettorale, ha deciso di scendere in campo perchè ci si batte non sempre sul terreno preferito, ma anche su quello che uomini, eventi e nemici qualche volta impongono.
[...].In queste specialissime condizioni l'aver accettato la lotta potrebbe costituire un titolo sufficiente di orgoglio per noi e l'aver raccolto ciò malgrado alcune migliaia di voti (4795 Ndr), di cittadini veramente nostri, perché noi non li abbiamo in alcun modo sollecitati, può essere motivo di legittima fierezza. [...]. Se noi avessimo cinquant'anni di vita e di organizzazione come hanno i socialisti ufficiali o venti secoli di storia come hanno i preti, potremmo dolerci per le cifre uscite dalle urne: ma giovanissimi come siamo - e in un certo senso come desideriamo restare - dichiariamo che i risultati della consultazione attuale non ci hanno né sorpresi, né modificati. Rimandiamo altre considerazioni "comparative" a quando saremo in possesso di altri risultati.
La "nostra" battaglia continua".
Mussolini" (Popolo d'Italia, n.317, del 18 novembre 1919)

Poi a Capodanno...con il ....
 
"POPOLO  D'ITALIA, N.1, DEL 1° GENNAIO 1920" 
Mussolini esce ancora con questo titolo dal contenuto poetico-letterario, ardito, fiducioso; è deciso a lottare, ha fede nel popolo, e nel finale è anche sovversivo e perfino irriverente.
(Testo integrale)

TRA IL VECCHIO E IL NUOVO
"NAVIGARE NECESSE"

"Un anno è finito. Un anno incomincia. Un'altra goccia è caduta a perdersi nell'oceano infinito del tempo che non passa, perché siamo noi che passiamo. E i cronisti, in quest'ora che richiama echi sentimentali, si affrettano a ricapitolare, in tutte le manifestazioni salienti della vita individuale e collettiva, l'anno che fu. Certamente tempestoso è stato il primo anno di pace. La bellicosità innata e immortale, checché si dica dei rammolliti di pacifismo arcadico e arcadigheggiante, si è semplicemente spostata nello spazio e dalle trincee è venuta a manifestarsi nelle piazze e nelle strade delle città. Tutta Europa, e non soltanto l'Italia, è stata percossa e scossa dai "bradisismi" sociali. Il movimento continua e il travaglio oscuro e tormentoso dei popoli all'interno e all'esterno non è cessato. Ha delle soste e delle riprese acute; modifica, attenua o esaspera le sue espressioni, ma l'equilibrio psicologico non è ancora dovunque raggiunto.

La crisi economica è aggravata da una vera e propria crisi di nervi. Noi non ci facciamo illusioni. Non entriamo nel 1920 con la speranza che le cose ritorneranno alla normalità. Anzitutto: in quale normalità? Nuove e fiere lotte ci attendono, poichè molti dei problemi che furono posti devono essere risolti o negati. Comunque, non ci associamo al pessimismo imbelle e nemmeno ci lusinghiamo in un ottimismo panglossiano.

L'esame della situazione generale italiana è tale da confermarci al nostro ottimismo basato sulla realtà e sulla nostra volontà. La pace che l'Italia non ha ancora - a quattordici mesi dalla sua vittoria!- e che avrà attraverso un faticoso compromesso diplomatico, qualunque sia, nei riguardi territoriali, non potrà annientare lo "slancio vitale" dal quale sembra animata la nostra nazione. Può, anzi, acutizzarlo, tonificarlo. Qualcuno si meraviglia della nostra incrollabile fede nell'avvenire del popolo italiano. Si tratta, in genere, di individui affetti da "masochismo" nazionale. Oppure, di persone che vedono soltanto il lato più rumoroso e superficiale dell'attività nazionale e da quello appaiono ipnotizzate. Quella che chiama "politica" non è che una parte, nella vita complessa di una collettività umana. Al di sotto o al di sopra di quella detta comunemente "politica" ci sono mille forme d'attività -silenziose e ignorate- che avviano un popolo alla grandezza.

Al di là e al di sopra degli schiamazzatori parlamentari e comiziaioli, ci sono, in ogni nazione, alcune centinaia di migliaia di persone che "lavorano". Accanto e al di sopra degli Abbo e dei Barberis ci sono degli uomini che si affaticano su gli alambicchi, che "ricercano" nella materia inerte le fonti vive della ricchezza, che "osano", che trafficano, che navigano, che producono; e quest'ultima parola non va intesa nel gretto senso materialistico delle "cose", ma in quello più alto che abbraccia tutti i valori della vita: il poeta, il musicista, l'artista, il filosofo, il matematico producono e produce anche l'astronomo che dalla sua specola remota segue e scruta gli innumerevoli mondi stellari. 

I nomi di tutti questi individui non escono quasi mai dal ristretto cerchio della loro scuola, della loro categoria, del loro cenacolo; non corrono sui giornali, se non in occasioni rarissime, ma tuttavia è a questi produttori della materia e dello spirito che le fortune sostanziali e immanenti della nazione sono affidate.

Per l'anno nuovo, noi prendiamo, quale parola d'ordine, il motto che prima di essere dell'anseatica Brema, fu di Roma imperiale: navigare necesse.  Navigare non soltanto per i mari e per gli oceani. Che l'Italia di domani debba navigare va diventando verità acquisita alla coscienza italiana: non la croce vorremmo vedere sullo stemma nazionale, ma un'ancora o una vela. E' assurdo non gettarsi sulle vie del mare, quando il mare ci circonda da tre parti. Ci sono anche in questo campo dei "frigidi pessimisti" dall'anima perdutamente e irrimediabilmente libresca, che sollevano delle obiezioni e dei dubbi: poveri di spirito che saranno sorpassati dalla realtà dei fatti. Ma per noi "navigare" significa battagliare. Contro gli altri, contro noi stessi. La nostra battaglia è più ingrata ma è più bella, perchè ci impone di contare soltanto sulle nostre forze. 

Noi abbiamo stracciato tutte le verità rivelate, abbiamo sputato su tutti i dogmi, respinto tutti i paradisi, schernito tutti i ciarlatani -bianchi, rossi, neri- che mettono in commercio le droghe miracolose per dare la "felicità" al genere umano. Non crediamo ai programmi, agli schemi, ai santi, agli apostoli; non crediamo soprattutto alla felicità, alla salvazione, alla terra promessa. Non crediamo a una soluzione unica - sia essa di specie economica o politica o morale- a una soluzione lineare dei problemi della vita, perché - o illustri cantastorie di tutte le sacrestie- la vita non è lineare e non ridurrete mai a un segmento chiuso fra bisogni primordiali. Ritorniamo all'individuo.  Appoggeremo tutto ciò che esalta, amplifica l'individuo, gli dà maggiore libertà, maggiore benessere, maggior latitudine di vita; combatteremo tutto ciò che deprime, mortifica l'individuo. 

Due religioni si contendono oggi il dominio degli spiriti e del mondo: la nera e la rossa. Da due Vaticani partono, oggi, le encicliche: da quello di Roma e da quello di Mosca. Noi siamo  gli eretici di queste due religioni. Noi, soli, immuni dal contagio. L'esito di questa battaglia è, per noi, d'ordine secondario. Per noi il combattimento ha il premio in sé, anche se non sia coronato dalla vittoria.
Il mondo d'oggi ha strane analogie con quello di Giuliano l'Apostata. Il "Galileo dalle rosse chiome" vincerà ancora una volta? O vincerà il Galileo mongolo del Kremlino? Riuscirà ad attuarsi il "capovolgimento" di tutti i valori, così come avvenne nel crepuscolo di Roma?

Gli interrogativi pesano sullo spirito inquieto dei contemporanei. 
Ma, intanto, "navigare necesse". Anche contro corrente. Anche contro il gregge. 
Anche se il naufragio attende i portatori solitari e orgogliosi della nostra eresia".
Mussolini.
(Popolo d'Italia, n.1, del 1°  gennaio 1920)

Il 1920 fu in realtà, uno degli anni più duri del dopoguerra italiano. Sotto il governo Nitti che, privo di dignità, si barcamenava tra socialisti e popolari, l'Italia andava verso la rovina. Gli scioperi si moltiplicavano: scioperavano i tranvieri, gl'impiegati dei telefoni, gli stovigliai, gli spazzini, i ricevitori postali, i parrucchieri, i postelegrafonici, i ferrovieri, i tessili, gli impiegati delle aziende librarie, editoriali e grafiche, i metallurgici, gli elettricisti, i pasticcieri, i fornai, i muratori, i cappellai, i lavoratori d’albergo e mensa, gli agrari, gli zolfatari, i vetturini, i tipografi ecc.

La grande ondata delle rivendicazioni sociali in Italia non accennarono a diminuire, e fu impressionante l'aumento del costo della vita.

Fissandolo a 100 nel 1913, il costo della vita era già salito a 365,8 nel 1919, ma ha compiuto un drammatico balzo a 624,4 in questo 1920. Il 100% in un anno! L'oro era a 3,49 lire al grammo nel 1913, nel 1919 era a 5,82, e schizza quest'anno 1920 a 14,05 (240% in un anno). Con una guerra "vinta" dicono i politici, quelli che l'hanno voluta.

Aumenta il debito pubblico, il disavanzo della bilancia è enorme, e l'industria nel tardare a riconvertirsi, dopo i grandi profitti della guerra, non solo non ha potuto riassorbire i milioni di ex combattenti tornati dal fronte, ma sta lasciando a casa perfino quelli che erano stati impiegati nel processo produttivo bellico, ovviamente bvenuto a mancare.
La Fiat e l'Ansaldo impiegavano prima della guerra 5000 operai, ma negli ultimi giorni di guerra erano saliti a 50.000 ognuna. E ovviamente, senza la produzione bellica, entrambe entrarono subito in crisi.
Ma non fu il solo settore in gravi difficoltà, anche nelle campagne la crisi tocca alcune fasi critiche. Se dal 1901 al 1913 gli scioperi contavano una media annua di 100.000 lavoratori agricoli, nel 1919 (il primo anno del dopoguerra) erano stati 500.000 e nel 1920 la previsione era di 1.000.000.

L'amarissimo paradosso, quello che indignava gli ex 5.000.000 di reduci “a spasso”, era che il denaro ricavato dal maggior prelievo fiscale (che stava mandando in crisi tutta l'economia, facendo salire i prezzi) serviva buona parte solo per pagare gli interessi dei Buoni del Tesoro (90 miliardi che erano stati emessi per finanziare la guerra) posseduti da chi la guerra non l'aveva fatta, e che ora con il paese dissanguato ci guadagnavano pure!

FINE

Ci fermiamo qui.
perchè ora inizia tutta un'altra storia.
Inizia il fascismo!

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