"LA COMUNITA' CRISTIANA"
"DALLE ORIGINI AL MONACHESIMO"
Un saggio storico di Franco Savelli


< Primo capitolo: Le comunità delle origini – I sec.

II cap.
Le persecuzioni ed il riconoscimento (II-IV sec.)

I padri del primo Concilio di Nicea mostrano il testo del Credo

Sommario

- La questione “cristianesimo” nel II sec. : i “rescritti” di Traiano ed Adriano e l’ostilità al tempo di Marco Aurelio.
- Lo sviluppo del cristianesimo sotto da dinasta dei Severi.
- Le difficoltà dell’Impero e le persecuzioni di Decio e di Valeriano.
- Dal tentativo di integrazione di Gallieno alla restaurazione di Diocleziano.
- Costantino ed il riconoscimento del cristianesimo.
- L’intervento di Costantino nelle dispute teologiche: “donatismo” ed “arianesimo”.
- Il concilio di Nicea.

 

2.1 La questione “cristianesimo”

(le note qui con l' * rimanda alle note del precedente capitolo)

La distruzione del tempio di Gerusalemme (* n.17) aveva causato la diaspora (* n.51) del popolo ebreo nei vari paesi dell’Impero romano e prodotto due effetti: quello di dare uno scossone alla tradizione e leggi degli antichi ebrei, entro cui ancor più si accentuò la differenziazione dai cristiani, che, ormai numerosi, li incolpavano dell’uccisione del Messia; e quello di favorire ancor più la penetrazione del Cristianesimo in Africa, in Medio Oriente ed anche in Occidente. A Roma in particolare e nei principali centri urbani della Gallia e della Spagna l’attecchimento restava comunque limitato agli orientali poiché sia gli scritti che andranno a costituire il Nuovo Testamento che le liturgie utilizzavano la lingua greca, fino a quando, da Cartagine, alla fine del I sec., iniziò l’uso del latino nella divulgazione e nella liturgia.
A Roma, successivamente alla flessione verificatasi qualche decennio prima al tempo della persecuzione di Nerone (* § 1.2.1), era ripresa la diffusione del cristianesimo, senza che la repressione di Domiziano ne avesse arrestato il processo e dove i vescovi, succeduti a Pietro, risiedendo nella capitale dell’impero, tendevano ad assumere un ruolo guida primario.

2.1.1 I “rescritti” di Traiano ad Adriano

In Medio Oriente lo sviluppo del cristianesimo dilagante nelle città ed anche nei villaggi e nelle campagne era tale da indurre il governatore del Ponto e della Bitinia, Plinio il Giovane (2) ....
(2) Plinio il Giovane (61-113) autore delle Epistolae, nella X, 96, scrive “ …nihil aliud inveni quam superstitionem pravam, immodicam”. Va sottolineato che egli adopera il termine superstitio per riferirsi al credo praticato dai cristiani. Altri autori, Tacito (56-120) negli Annali (XV, 44, 3), Svetonio (75-140) in Nero (16, 3), con riferimento alla nuova religione, utilizzano lo stesso termine supersticio, corredato da aggettivi, illicita, prava, malefica, ecc., atti ad esprimere un giudizio nettamente negativo assimilabile a “credenza scaramantica, esagerata e fanatica” estranea alla tradizione e priva di pubblico riconoscimento, venendo così ad alterare l’originale significato positivo che la lingua latina attribuiva al termine: “culto ragionevole e moderato”.

... a sollevare il problema (112 dC), convinto com’era che si dovesse intervenire per arrestarne l’imponente diffusione. A tal fine si decise di prendere l’iniziativa e coinvolgere l’imperatore Traiano (3)...
(3) L’imperatore Traiano (98-117), nato in Spagna, fu il primo principe provinciale. Di indiscusso prestigio, per equilibrio, realismo, rispetto della tradizione, rappresentò, secondo Tacito, un termine di confronto al punto che il senato (114) gli conferì il titolo di optimus. Cordiale ed aperto informò la sua azione all’etica del bene pubblico, mostrando fermezza e decisione nel perseguire i suoi programmi. La tolleranza contraddistinse tutto il periodo degli imperatori Antonini (96-161) in cui si sono succeduti Nerva (96-98), Traiano (98-117), Adriano (117-138), Antonino Pio (138-161), Marco Aurelio (161-80), Commodo (180-192).

... informandolo che “Non sono mai stato presente a istruttorie sui cristiani; ignoro come ed in quale misura si soglia condurre un’inchiesta o punire ... sono incerto se si debba fare qualche distinzione d’età e se i fanciulli, per quanto ancor teneri debbano essere trattati come i più grandi, inoltre se si debba perdonare a chi si pente …... li interrogai chiedendo se fossero cristiani. Se confessavano li interrogavo una seconda volta …minacciando di morte; se persistevano, li facevo giustiziare. Non dubitavo infatti, qualunque cosa fosse quella che professavano, era senz’altro da punire la loro caparbietà e l’inflessibile loro ostinazione ….. In seguito, per il fatto che si costruivano i processi, le denunce si moltiplicarono …. Mi fu rimesso un elenco anonimo con molti nomi ….Giudicai che si dovessero mandare liberi quelli che, secondo una formula da me proposta dichiaravano di non essere cristiani o di non essere stati cristiani ed invocavano gli Dei … ed infine imprecavano contro Cristo, cosa di cui si dice che non possono lasciarsi costringere quelli che veramente sono cristiani …. Altri, denunziati per nome da un delatore, dissero di essere cristiani e poi negarono: erano si stati ma non erano più …. Altro non trovai al di fuori di una perversa e fanatica superstizione. … Ed il contagio di questa superstizione si è propagato non nelle sole città ma anche nei villaggi e nelle campagne; sembra però possa essere arrestato e represso … ” e sollecitando istruzioni sul comportamento da tenere nei confronti delle denunce contro i cristiani a cui, come è sottolineato nel testo della lettera: “nulla poteva essere addebitato al di fuori di una perversa e fanatica credenza”

Traiano, personaggio dotato di equilibrio e comprensione ma anche legato alla tradizione, si uniformò all’etica dominante nell’entourage imperiale del tempo, espressione del giudizio negativo verso la religione cristiana, largamente diffuso presso l’opinione pubblica. Pertanto rispose con un rescritto (4)...
(4) Risposta data dagli imperatori romani su questioni di incerta soluzione loro sottoposte.

... in cui, pur condannando la credenza dei cristiani, ne riconosceva la irreprensibilità dei loro comportamenti e poneva il principio che non dovevano essere inquisiti (“conquirendi non sunt”) ma “… se vengono denunciati, è doveroso punirli in modo però che se qualcuno di loro nega di essere cristiano e lo dimostra adorando i nostri dèi, benché sia sospettato di esserlo stato in passato, ottenga il perdono a causa del suo pentimento ..” (Plinio, Epistola X, 98). In sostanza egli, volendo mantenere una posizione di equilibrio ed, allo stesso tempo, rispettare la tradizione, riconobbe il comportamento morale dei cristiani (non dovevano essere inquisiti) ma ne condannava la credenza, sostenendo la punizione nel caso venissero denunciati. Ambiguità resa ancor più evidente dalla considerazione che il sistema giuridico romano, pur possedendo una religione di Stato ed un imperatore definito pontifex maximus (5),..
(5) Il titolo di pontifex maximus attribuito dai romani all’imperatore rappresentava il massimo grado religioso, benché formale. Era capo del collegio dei sacerdoti (pontefici) che presiedevano alla sorveglianza ed al governo del culto. Il titolo venne assunto da Caio Giulio Cesare e da gli imperatori che lo seguirono fino al 375, allorché gli imperatori cristiani Graziano e Teodosio (cap. seg.) rinunciarono al titolo in quanto incompatibile con la loro religione.

... tollerava i culti religiosi più vari, tra cui magia ed astrologia, finché questi non venissero a costituire pericolo per lo Stato. Una considerazione aggiuntiva è che la richiesta di un uomo colto ed informato come Plinio sul comportamento da tenere nei riguardi dei cristiani e la risposta di un imperatore altrettanto accorto come Traiano dimostrerebbero che, fino ad allora, non esisteva alcuna legge relativa all’accusa di professare il cristianesimo (cfr *, n.28). Plinio si uniformò al rescritto di Traiano, assumendo nei riguardi dei cristiani una posizione di vigilanza, non accogliendo denunce anonime, non promuovendo indagini ed accontentandosi di una invocazione rivolta agli déi da parte dei sospetti cristiani.
Questa del tempo di Traiano, in Bitinia, pur annoverata fra la decina di “persecuzioni” subite dai cristiani, non presenta quegli elementi di implacabilità che caratterizzò quella, pur circoscritta, di Nerone e le altre, pur violente ma limitate, praticate nelle regioni dell’Impero fino alla metà del III sec., allorquando alle motivazioni fideistiche prevalsero diverse e contingenti situazioni socio-politiche.

Dopo le accuse infamanti di cui furono oggetto i cristiani, al tempo di Nerone, da parte di una animosa e rozza cittadinanza romana, all’inizio del II sec., l’opinione pubblica più colta concentrò su di loro quella di “sacrilegio” legata al disprezzo degli dèi pagani e dell’imperatore, favorendo il diffondersi della convinzione che l’appartenenza al cristianesimo comportasse atteggiamenti contrari alla tradizione romana ed all’autorità imperiale e, pertano, dovesse essere oggetto di condanna. Convinzione che, in linea con l’editto di Traiano, trovò via via maggiore accoglienza da parte della magistratura romana che, secondo quanto emerge dalle testimonianze, adottò, a seguito di denunce nei confronti dei cristiani, procedimenti di tipo penale e provvedimenti di condanna.

Nel decennio successivo l’imperatore Adriano, successore di Traiano (n.3), rispondendo alle sollecitazioni pervenute dall’assemblea delle città dell’Asia (128) favorevoli ad un irrigidimento della legislazione contro i cristiani, forniva indicazioni nel senso che “Se dunque i provinciali sono in grado di sostenere questa richiesta contro i cristiani, si rivolgano ai tribunali e non si servano di petizioni ….. Se dunque qualcuno li accusa e dimostra che fanno qualcosa contro le leggi, si decida secondo la gravità della colpa. Ma se qualcuno presenta denuncia a scopo di calunnia, si deve punire questa condotta vergognosa”. Posizione analoga assunse l’imperatore Antonino Pio (n.3) che, in un rescritto alla provincia d’Asia, avrebbe persino vietato ogni accusa di ateismo contro i cristiani.

I rescritti sopra citati rimasero per vari decenni l’unico riferimento su cui i vari governatori poterono uniformare la loro azione. Da essi emerge non tanto animosità nei confronti dei cristiani, ma l’intento di controllare l’ostilità popolare contro di essi al fine di mantenerla nello stretto ambito della legalità. Osservazione che indusse la speranza di poter arrivare ad un riconoscimento della religione da parte dell’Impero (6).
(6) Anche in questo periodo governato da una dinastia di imperatori tolleranti non mancarono i martiri. Sotto Traiano sembra sia caduto martire in Egitto l’evangelista Marco (* n.9); è stato crocefisso il vescovo di Gerusalemme Simeone; il vescovo di Antiochia Ignazio (* n.47) fu condotto a Roma e dato in pasto alle belve. I cristiani della Palestina, non avendo partecipato alla rivolta contro Roma (132-35), vennero sottoposti a rappresaglie da parte degli Ebrei. Nello stesso periodo a Roma (136) subì martirio, assieme ad altri undici cristiani, il vescovo Telesforo (125-136), settimo successore di S.Pietro.

2.1.2 Il tempo di Marco Aurelio

Speranza che non si realizzò, essendo la “questione cristianesimo” ancora di scarsa rilevanza se rapportata ai conflitti di potere che dividevano l’imperatore dal Senato e dall’esercito e che riguardavano i problemi derivanti dall’instabilità causata dalle pressioni delle popolazioni germaniche che, fin dalla fine del I sec., avevano iniziato a porre in pericolo la sicurezza ai confini dell’impero. Questa pressione, già emersa ai tempi di Traiano, costrinse i successivi imperatori, ad iniziare da Marco Aurelio, ad un susseguirsi di azioni militari (7) ....
(7) Traiano fu costretto ad intervenire contro i Daci della Pannonia. Marco Aurelio dovette contenere i Parti, invasori dell’Armenia, le tribù dei Quadi, Marcomanni, ecc., in difesa delle Alpi orientali.

... Per i quali si dovette produrre un enorme impegno finanziario ed umano a presidio delle frontiere, conferendo ai militari, a capo di un esercito che aveva visto dilatarsi l’inserimento di elementi barbari, un crescente potere politico che fu causa di successive e frequenti insubordinazioni.

Marco Aurelio, personaggio rigoroso, severo ed improntato a principi di tolleranza ed umanità (8) ...
(8) L’umanità di Marco Aurelio traspare dai suoi scritti, Ricordi, in cui egli trasfuse il frutto delle sue meditazioni fatte in solitudine. Uno dei migliori codici morali dell’antichità che mal si associa al giudizio negativo che mantenne verso i cristiani.

... avversò i cristiani per la negativa impressione ricavata dall’esaltazione teatrale e per il disprezzo con cui essi affrontavano la morte, persuasi che il Signore, rendendoli insensibili ai patimenti, avrebbe loro spalancato la porta dei cieli. Comportamento che, pur nella incomprensione per l’ostinazione con cui essi subivano, aveva destato rispetto in uomini di cultura come Epitteto (I-II sec.) ed ammirazione nel medico Galeno (129-200), rispettoso della moralità con cui i cristiani conducevano la loro vita.

E’ controversa la portata della persecuzione subita dai cristiani al tempo di Marco Aurelio che non fu ispirata dall’imperatore ma verosimilmente conseguente ad una situazione di disordine causata dall’epidemia di peste (200.000 vittime) scoppiata al rientro delle milizie che avevano combattuto i Parti . L’esasperazione popolare si indirizzò contro i cristiani, presunti portatori di sciagure e le conseguenze subite da essi furono dure e non attribuibili a nuove esplicite misure imperiali quanto all’applicazione di quelle già esistenti. Le torture patite sono testimoniate dagli Atti relativi ad una serie di martiri fra cui il filosofo apologista Giustino (9) ...
(9) Giustino (100-165) autore di due apologie (una indirizzata a Marco Aurelio) e del Dialogo con Trifone con cui, criticando implacabilmente la religione pagana, divulgò il cristianesimo ed istruì pubblicamente quanti volevano apprenderne la dottrina. Motivo che ne causò la denuncia e, venutagli meno la tolleranza ufficiale, fu condotto in tribunale dove, rifiutandosi di sacrificare agli dei, fu condannato a morte assieme a sei compagni (168), sostenendo “Spero di ricevere i doni del Signore se sopporto il supplizio, perché so che a tutti coloro che hanno vissuto bene dura il favore divino fino alla conservazione del mondo”(dagli Atti del processo a Giustino). Policarpo vescovo di Smirne (*, n.47), nel 166, fu condannato al rogo perché si rifiutò di onorare Cesare “Da ottantasei anni servo Cristo, come posso bestemmiare il re che mia ha salvato?.....Tu minacci un fuoco che arde per un’ora e poco dopo si spegne perché ignori il fuoco del giudizio futuro e della pena eterna riservata agli empi”

...il vescovo Policarpo ed i cristiani di Lione e di Scilli (Cartagine) (10) ...
(10) A Lione (177) dopo un tumulto venne catturato un gruppo di cristiani molti dei quali, avendo confessato la fede, furono condannati tra essi il vescovo FOTINO. Per coloro che rinnegarono la fede si cercò di applicare, con false testimonianze, una condanna per delitti comuni. Marco Aurelio, richiamandosi alle disposizioni di Traiano, intervenne e fece condannare solo i rei confessi.
A Scilli (180) un gruppo di fedeli portati presso l’ufficio giudiziario si rifiutò di sacrificare in omaggio all’imperatore sostenendo per voce di uno di loro, Sperato: “io non conosco l’impero in questo mondo ma servo quel Dio che nessun uomo ha veduto e lo riconosco re dei re ed imperatore di tutte le genti ”. Molti rifiutandosi di tornare al rito romano (“rei confessi di vivere secondo il rito cristiano ed essendo stata offerta loro la possibilità di tornare al culto romano, hanno ostinatamente perseverato”) vennero condannati alla decapitazione, accogliendola con “siano rese grazie a Dio, oggi siamo martiri in cielo” (dagli Atti dei Martiri scillitani).

... L’animosità contro i cristiani si attenuò con la successione al potere del figlio di Marco Aurelio, Commodo, presumibilmente per l’influsso o diretto intervento della concubina Marcia, essa stessa cristiana.
La estensione degli atti persecutori (in Africa ed Europa) conferma quanto fosse diffuso il cristianesimo che, con le proprie regole estranee alle tradizioni ed all’etica dell’impero, andava a potenziare le difficoltà emergenti a livello sociale. Cosa che cominciava a destare preoccupazione nei responsabili dell’amministrazione.

I cristiani tuttavia, pur in un fase di stabilità come quella, si erano trovati in difficoltà per le accuse che continuavano ad essere loro rivolte (supertitio illicita, vedi sopra nota 2) (11)...
(11) Per la prima volta, intorno al 180, un intellettuale platonico, Celso, scrisse contro i cristiani una intera opera, Vera dottrina che, con puntigliose argomentazioni sovente denigratorie su Gesù ed i suoi seguaci, intese dimostrare la sostanziale irrazionalità della fede cristiana. Lo scritto di Celso mirava a difendere la civiltà romana già messa in pericolo dalle pressioni dei barbari ai confini e dalla crisi sociale all’interno. Lo scritto venne confutato da Origene (185-254)(n. 14,19, 20, 23, 47), insegnante della scuola catechetica di Alessandria che, con Contra Celsum, fece la prima organica replica alle accuse rivolte ai cristiani dalla cultura pagana, conducendo una riflessione sistematica sul pensiero cristiano. Origene fu chiamato, dalla imperatrice Giulia Mamea (nipote di Settimio Severo; n.15), da Antiochia a Roma per discutere di problemi religiosi. Origene, incarcerato durante la persecuzione di Decio, morì per le torture subite.

... cercarono di modificare il loro atteggiamento di chiusura ed uscire dalla clandestinità, pur mantenendosi distaccati rispetto agli affari della vita pubblica. In questo tentativo e nel momento in cui i testi in lingua latina si diffondevano al di fuori dei tradizionali ambienti orientali, si sforzarono di superare la fervida fase del proselitismo del I sec. per aprirsi anche alle fasce culturalmente più elevate ed avviare un periodo di informazione sul loro modo di vivere e di pensare e di divulgazione attraverso lo sviluppo della letteratura apologetica. Mediante la quale, accanto ai riti liturgici ed ai temi teologici della nuova religione, vennero divulgati quelli di carattere morale e disciplinare, intesi a convincere le autorità della assoluta lealtà dei cristiani verso l’Impero e rivendicare una giusta applicazione delle leggi che garantisse una equa vita sociale . (12) ...
(12) Motivi che si ritrovano negli scritti apologisti di Ippolito (?-236; deportato e martirizzato in Sardegna; con scritti di argomento teologico e liturgico) e Tertulliano (160-220; autore di Apolgetico), autori che hanno prodotto il primo sforzo per dotare il pensiero cristiano di quegli elementi culturali indispensabili a competere con la cultura pagana. Tra altri apologisti si può ricordare Melitone (II sec.; in Apologia argomenta la comunanza di destini che lega la Chiesa all’Impero romano; probabilmente a lui va attribuita l’accusa di deicidio rivolta agli ebrei); Atenagora di Atene (II sec.; in Supplica per i cristiani, dimostra l’infondatezza delle accuse), Clemente Alessandrino (n.14) ed Eusebio vescovo di Cesarea (265-339; * e n.19, 29, 32, 34, 35, 38, 43, 49). Riferimenti in merito sono presenti nel famoso scritto A Diogneto (*) (5, 5 e 5, 10): i cristiani “partecipano a tutto come cittadini … ed obbediscono alle leggi stabilite”.

Nello stesso periodo si verificò l’emarginazione delle comunità cristiane di origine giudaica a favore di quelle di origine pagana che, progressivamente, attraverso l’elaborazione di concetti nuovi come quello di eresia (scelta) e di dogma (verità dichiarata ed obbligatoria per la fede), si avviavano a definire il rigore dottrinale della Chiesa.
Alla fine del II sec. Roma era divenuta il centro di irradiazione missionaria in Europa, dando avvio alla nascita delle diocesi (13) ...
(13) Comunità cristiana territoriale affidata al governo pastorale di un vescovo.

... del settentrione (Milano, Ravenna, Aquileia) e della Gallia (Lione, Marsiglia) mentre nell’Africa romana si svilupparono importanti centri culturali, tra cui la scuola di Alessandria (14) ...
(14) La scuola di Alessandria fu la prima di dottrina cristiana. Tra i suoi rappresentanti più illustri vi furono Origene (n.11) e Flavio Clemente Alessandrino (150-215) che fu a capo della scuola e fautore dell’accordo fra religione e filosofia.

... dove si formarono minoranze cristiane economicamente potenti. Molte di esse, grazie ai lasciti ed alle attività imprenditoriali, si dotarono di risorse economiche su cui non tardò a focalizzarsi l’interesse delle dissestate risorse finanziarie dello Stato.

2.1.3 Il tempo dei Severi

La dinastia dei Severi (193-235) (15) ...
(15) Settimio Severo (193-211); Caracalla (211-17), benché allevato da precettori cristiani, se ne scostò; Alessandro Severo (222-235) accentuò durante il suo mandato l’aspetto mistico (nella sua casa, domus divina sembra tenesse le statue di Cristo ed Abramo) e consentì liberamente il culto cristiano. Fece scrivere su edifici pubblici massime morali cristiane universalmente valide come: “non fare agli altri quello che non vorresti fosse fatto a te”.

... di origine afro-siriaca e meno legata alle tradizioni romane, prolungò il periodo di pace che consentì una ulteriore espansione della Chiesa, pur se all’inizio non mancarono episodi di persecuzione in Egitto, ad Alessandria (202) dove numerosi furono i martiri, in Numidia, in Mauritania ed in Gallia (211). Tali episodi erano riferibili anche in questa evenienza all’accanimento del popolo contro i cristiani ed alla solerzia di funzionari che applicavano puntualmente le leggi esistenti, non al volere dell’imperatore Settimio Severo che anzi, sollecitato dalla moglie Giulia Domna, intervenne per limitare gli eccessi. In particolare con Alessandro Severo (vedi 13) si instaurò a favore dei cristiani un clima favorevole ad aperture in cui la Chiesa poté allargare territorialmente la sua influenza, consolidare la propria organizzazione gerarchica (16) ...
(16) Vi erano nella Chiesa oltre ai vescovi, presbiteri, diaconi, sottodiaconi, chierici, esorcisti, lettori, ostiari. Accanto vi erano ordini semilaici, catecheti, confessori, vedove, vergini, diaconesse.

... rafforzare le strutture amministrative collegando le varie chiese sotto l’autorevole guida dei vescovi, penetrare in ambienti sociali fino ad allora preclusi e rivendicare la proprietà dei luoghi di culto, di riunione e dei cimiteri, fino ad allora rimasti sotto protezione di privati. I cristiani che in tempi precedenti, per timore di ritorsioni, non avevano dichiarato la loro fede, lapsi , chiesero di essere riammessi nella Chiesa. (17)...
(17) I lapsi (coloro che sono scivolati) erano stati differenziati sulla base dei comportamenti: quelli che avevano consegnato i libri sacri vennero definiti traditores; quelli che avevano offerto il sacrificio agli déi, sacrificati; quelli che avevano bruciato incenso davanti all’altare pagano thurificati; quelli che erano riusciti a procurarsi un falso certificato, libellati. Terminata la persecuzione sorse il problema della richiesta dei lapsi di essere riammessi alla pratica delle fede. La posizione di rifiuto dei rigoristi si scontrò con quella possibilista che a sua volta era differenziata. A Cartagine, Cipriano (n.18, 23,24, 27) sosteneva che potevano essere ammessi dopo penitenza e, tra questi i libellati subito ed i sacrificati solo se in pericolo di Vita. Tra le varie Chiese si diffuse la disputa e mentre Cipriano sosteneva che i “riammessi” dovevano essere di nuovo battezzati, da Roma che si avviava ad affermare il suo primato su tutte le Chiese, il vescovo Stefano (254-257), ritenendo ancora valido il battesimo ricevuto, sosteneva sufficiente la sola imposizione delle mani.


... In quel tempo i cristiani, rispetto al mondo pagano, mantennero moralità e comportamenti decisamente differenziati negli aspetti più qualificanti della vita sociale e famigliare: il matrimonio, adattato alla sensibilità cristiana che lo caratterizzava con la indissolubilità e con una sessualità volta soltanto alla procreazione, veniva celebrato in presenza del vescovo e dei fedeli in preghiera. Per la particolarità del sentire si diffidava pertanto delle unioni miste. Venne disconosciuta la sessualità fine a se stessa e consacrate la continenza e la verginità, quale discipline contro la peccaminosità. Nei comportamenti familiari vennnero applicati gli insegnamenti di Pietro e Paolo (*) e, malgrado l’affermazione di eguaglianza di tutti gli uomini dinnanzi a Dio, viene riconosciuta la sottomissione dello schiavo al padrone, della moglie al marito.
Con l’allargamento della comunità dei credenti, si verificò un cambiamento etnico con la prevalenza dell’elemento latino rispetto al greco ed all’ebraico ed anche un mutamento della composizione sociale delle comunità la cui la gestione fu assunta dagli appartenenti ad uno strato più colto, professionisti e piccoli borghesi. Questi, interessati a mantenere legami di affari con la componente pagana, indussero un declino del livello di moralità e spiritualità (18) ....
(18) Situazione decisamente condannata da Cipriano (200-258) (n.17), vescovo di Cartagine (248-258), santo e martire, perseguitato da Valeriano : “attendeva ognuno ad aumentare le proprie sostanze … non splendeva più nei sacerdoti la pietà religiosa … v’era chi con perfidia ingannevole mirava …. si combinavano matrimoni con i pagani … si spargevano calunnie … molti vescovi invece di …. Diventavano amministratori di interessi mondani … mentre i fratelli nelle loro chiese pativano la fame ..”

... con un inevitabile e generale allentamento del rigore, occasione per il manifestarsi di diverse eresie.
E benché l’eroismo degli inizi andasse scemando, il cristianesimo si era ormai culturalmente affermato e ben radicato in tutti gli strati sociali. Tuttavia non si attenuava la diffidenza del mondo pagano malgrado le aperture degli apologisti e l’inserimento del mondo cristiano nelle attività sociali. Qui i cristiani pur nel rispetto della legalità, mantenevano una carica unitaria di solidarietà e di comportamenti, separati dai valori su cui si reggeva l’impero e tali da apparire un corpo di cittadini politicamente non condizionabili ed il cui peso sociale finì per destare l’attenzione di chi gestiva la vita pubblica. Emerse così la convinzione che, per contenere la componente cristiana capace di destabilizzare l’Impero, doveva essere abbandonata la linea morbida istituita da Traiano che aveva lasciato ai singoli prefetti la discrezionalità di intervento ed intraprendere una globale azione di contrasto.

2.2 Le persecuzioni del III sec.

2.2.1 Il periodo di Decio e Valeriano

Alla metà del III sec. crescevano ai confini settentrionali i problemi derivanti dagli sfondamenti di orde barbariche con l’intento di razziare. Gli imperatori provvedevano in larga misura al loro contenimento patteggiando compensi. Situazione di allerta che fece spostare l’asse politico-economico verso Milano che, nella gestione della cosa pubblica acquisiva importanza rispetto a Roma, la cui sua posizione decentrata subiva un processo di emarginazione non compensato dalla nominale considerazione di capitale dell’impero.
L’anarchia seguita alla fine della dinastia dei Severi, segnata dall’uccisione a Magonza dell’imperatore Alessandro Severo (n.15), impegnato a contenere le pressioni dei Parti nella regione danubiana, durò per circa un cinquantennio, fino all’affermazione di Diocleziano.

Con la successione sigillata dall’investitura da parte dell’esercito del loro comandante, un trace di origine contadina, Giulio Vero Massimino (235-238), si avviò un periodo di totalitarismo in cui l’impero, flagellato da continui disastri politici e sociali, divenne alla mercè dell’esercito. Questo, per i cambiamenti strutturali che aveva subito con il travaso dei vecchi militari nell’apparato amministrativo, sostituiti da soldati di bassa estrazione in cui cominciavano a prevalere gli elementi barbari, rappresentava una forza avulsa dal contesto sociale. La profonda e disordinata trasformazione che l’esercito aveva subito, permise alle varie legioni di assumersi facoltà di nominare per acclamazione imperatori i loro stessi comandanti. Nomine sovente contemporanee ed in contrapposizione che solo lo scontro contribuiva a risolvere.
Massimino, in odio ai suoi predecessori imperatori della famiglia Severo, mutò il corso della politica conciliativa tenuta nei riguardi dei cristiani e, proibendo loro ogni forma di proselitismo, “suscitò una persecuzione ingiungendo di uccidere i capi delle Chiese perché su essi pesava la responsabilità della predicazione del vangelo” (Eusebio di Cesarea , Historia Ecclesiae VI, 28). (19)
(19) Eusebio di Cesarea (265-339) (n.12), vescovo e scrittore greco-cristiano, autore di Cronaca, Storia Ecclesiastica (sull’affermazione del cristianesimo, ricchissima di citazioni), Vita di Costantino e delle opere apologetiche come Preparazione Evangelica, Dimostrazione Evangelica (teorizza la distinzione tra i modelli etici, precetti, validi per tutti i cristiani e consigli, liberamente accettati da chi ricerca la perfezione), Apologia di Origene in cui si allinea alla posizione dottrinaria di questi relativa ad un Dio, principio primo di tutti gli esseri e di ogni bene e virtù, da cui traggono origine tutte le forme di vita. Subì la persecuzione di Diocleziano (313).

Nel trentennio successivo (238-268) si evidenziò la degradazione dell’impero con un confuso alternarsi di imperatori (cinque nel solo 238) di cui solo alcuni lasciarono un segno del loro passaggio e tra essi Filippo l’Arabo (20) ...
(20) Filippo l’Arabo (244-249), originario della Palestina, succedette a Giordano III (238-244), a sua volta nominato dopo una rapida successione di imperatori. Filippo ebbe rapporti con Origene e festeggiò il primo millenario di Roma ma, nell’esaltazione collettiva, le legioni danubiane si rivoltarono prima nominando imperatore Marino Pacanziano e poi eliminandolo. Si creò una situazione favorevole a nuove invasioni barbariche (Vandali, Goti, ecc) per il cui contenimento Filippo affidò l’onere a Quinto Decio (249-51). Le legioni coinvolte, per gratitudine, acclamarono Decio imperatore inducendolo allo scontro con Filippo che venne sconfitto ed ucciso.

...viene ricordato per la tolleranza mostrata verso i cristiani, ma sulla cui conversione esistono dubbi essendovi elementi a sostegno di ambedue le ipotesi.
A Filippo subentrò Quinto Decio (n.20, 22), un senatore di origine illirica che, durante mandato di Filippo si era fatto interprete del sentimento popolare di avversione per la politica favorevole verso i cristiani, di cui conosceva il rigore e l’esclusivismo religioso. Egli era portatore di una posizione tradizionalista e nettamente avversa al mondo cristiano e volendo eliminare i pericoli di disgregazione che minacciavano l’impero di cui voleva affermare l’unità morale, impostò la sua azione di governo nello spirito del più genuino conservatorismo della tradizione romana (restitutor sacrorum) cercando di ricondurre nell’alveo della romanità tutti coloro che avevano fatto scelte diverse. Sentendo manifestarsi il favore del popolo che, consapevole del clima mutato, reclamava già dalla fine dell’anno precedente (249) la condanna dei cristiani, l’imperatore emanò un editto che imponeva a tutti i cittadini, qualunque fosse la religione professata, di rendere omaggio agli déi pagani (base del tessuto sociale) ed all’imperatore, attraverso un solenne sacrificio propiziatorio (supplicatio).
Contro gli esitanti si sarebbe dovuto procedere con mezzi coercitivi. La personale adesione a quanto richiesto doveva essere dimostrata, attraverso il rilascio di un apposito certificato di compiuto sacrificio (libellus) (21) ...
(21) In un libellus si legge “Io, sempre, senza interruzione sacrificai agli dei e adesso alla vostra presenza, in conformità con quanto prescrive l’editto ho fatto un sacrificio della carne della vittima sacrificata”.

... attestante la lealtà verso lo Stato. La soddisfazione della richiesta che poneva le basi giuridiche per una repressione non destò imbarazzo per i seguaci dei vari culti ma, per i cristiani, soprattutto in Oriente ed in Africa dove erano più numerosi, rappresentò il travaglio di una scelta dolorosa, consapevoli delle conseguenze cui sarebbero andati incontro . (22) ....
(22) Decio viene descritto da Lattanzio (250-324): “Dopo molti anni a tormento della Chiesa apparve Decio, bestia esecrabile … e, come se appunto per questo fosse stato innalzato alla dignità imperiale, incominciò subito ad incrudelire contro Dio ..” (De mortibus persecutorum, 4).

... Secondo alcuni attenti osservatori (Tertulliano, Ippolito, Origene) che avevano già denunciato il decadimento dei cristiani, molte furono, nelle città di Alessandria, Cartagine, Smirne e Roma, le defezioni tra coloro che non seppero restare fermi nella fede (lapsi; n.17) ed elevato fu il numero di chi subì prigionia, torture, deportazione, confische e, per una minoranza, condanne a morte . (23) ...
(23) tra cui il vescovo di Roma Fabiano (236-250). Origene (n.11) subì tortura ed il vescovo di Cartagine, Cipriano (n.17) scelse la criticata decisione di nascondersi per dirigere dall’esilio la sua comunità.

... L’azione di repressione, per difficoltà organizzative, non ebbe grande successo e la bufera cessò dopo pochi mesi con la morte di Decio (marzo 251) per riprendere dopo poco tempo con l’avvento di Publio Lucio Valeriano (253-260) che, ormai settantenne, associò al potere il figlio Gallieno.
Valeriano, pur rivelandosi al suo esordio favorevole ai cristiani, successivamente per gli allarmi destati dalla pressione barbara alle frontiere e per il dissesto economico che assillava l’impero, si piegò alla necessità di fronteggiare la conseguente crisi finanziaria, ricorrendo a due editti che prevedevano : il primo (257), la confisca dei beni che ormai la Chiesa possedeva in larga misura e l’invio in esilio degli ecclesiastici, il secondo (258), l’esecuzione del clero arrestato, tra cui Cipriano (24) ...
(24) Cipriano (n.17) scrisse : “.. quel che pare più probabile è che Valeriano abbia mandato un rescritto al Senato ordinando che i vescovi, i preti ed i diaconi siano subito giustiziati; che i senatori, i nobili, i cavalieri siano degradati ed i loro beni confiscati; se, malgrado ciò continuano ad essere cristiani, siano decapitati …. che le matrone …. I funzionari di corte ..” (Epistola LXXX).

... ed il vecovo di Roma, Sisto II (257-258), e la confisca dei beni. La novità di questa persecuzione consistette nel fatto che non furono i singoli cristiani a venire perseguitati ma la Chiesa nel suo complesso. Processo che, paradossalmente, le fece acquisire il riconoscimento di entità con cui lo Stato doveva contrapporsi.

Anche la persecuzione di Valeriano non raggiunse i suoi scopi e, nel 259, impegnatosi in una guerra contro i persiani di Sapore I, finì prigioniero e ridotto in schiavitù.

 

2.2.2 Dal tentativo di integrazione di Gallieno alla persecuzione di Diocleziano

Gallieno (258-268) comprese l’opportunità di un diverso approccio nei riguardi dei cristiani e per riconciliarsi l’Oriente dove il cristianesimo, malgrado tutto, aveva continuato a diffondersi, mise fine alla persecuzione (25) ...
(25) Salutato dai cristiani come “nostro imperatore tanto amato da Dio”. Egli riammise a corte tutti i cristiani che Massimino il Trace, Decio e Valeriano avevano allontanato e che nei primi anni di regno di Diocleziano divennero maggioranza, annoverando tra essi la moglie e la figlia dell’imperatore.

... concedendo ai cristiani (260) libertà di culto ed il recupero dei beni confiscati. Concessione che, di fatto, riconobbe la gerarchia ecclesiastica come istituzione con capacità giuridica che, nel quarantennio di pace che seguì, ebbe modo di ricostruirsi sotto l’amministrazione dei vescovi.

Nell’Occidente la situazione alle frontiere divenne difficilmente controllabile, essendo in atto movimenti separatisti che mettevano in crisi l’integrità dell’impero e che impegnarono Gallieno in azioni militari di contenimento sul Danubio, interrotte dall’urgenza di rientrare in Italia per controllare la rivolta di un suo generale (Aureolo). Un complotto fomentato dai suoi stessi ufficiali lo uccise, facendo emergere la vigorosa figura del futuro imperatore Aureliano (270-275), un militare con la stoffa dell’uomo di Stato deciso a restaurare l’unità dell’impero. Roma, attratta dall’llusione di essere ridiventata caput mundi, gli conferì il titolo di restitutor. Aureliano riuscì a controllare la pressione sulle frontiere danubiane ma subì un rovescio a Piacenza dove erano giunti i contingenti barbari dei Lutungi. La minaccia così vicina terrorizzò Roma per la cui difesa fu costruita una poderosa cinta muraria, ancora oggi visibile (mura aureliane). Ripreso il controllo della situazione, dopo aver preso posizione (272) a favore del vescovo di Antiochia, l’ortodosso Domno nella controversia con il vescovo eretico Paolo di Samosata (26) ...
(26) Paolo di Samosata (200-275) la cui dottrina sosteneva che il Figlio e lo Spirito santo, essendo saggezza e scienza di Dio, erano semplici attributi del Padre (n.43). La scelta di Aureliano di sostenere Domno, cui assegnò le Chiese di Antiochia contro le pretese di Paolo, fu dettata dal fatto che quest’ultimo era sostenuto dalla regina Zenobia di Palmira, sua avversaria.

... Aureliano emanò (274) alcuni provvedimenti di natura autoritaria volti a risolvere il conflitto religioso che divideva l’Impero creando una nuova religione ufficiale (culto del sole, officiato da Eliogabalo). Questa, di derivazione orientale, cercava di conciliare il culto per i vecchi déi pagani con il Dio cristiano in una fusione di elementi mitologici, culturali e dottrinali (sincretismo) con cui si tentava di affermare l’unità dell’impero nella persona dell’imperatore (dominus et deus). Progetto che fu accolto con scetticismo dai sudditi e con avversione dai cristiani, la cui resistenza ad adeguarsi al culto fu assunta come componente antiunitaria e disgregante dell’impero e pertanto meritevole di essere perseguita. La sua morte a seguito di un complotto pose fine al progetto.

La “questione religiosa” rimase uno dei problemi cui si doveva far fronte nel quadro del ripristino delle tradizioni più genuine del mondo romano.

Il cristianesimo, nel periodo terminale del III sec (da Gallieno in poi) si era ancor più diffuso con la costruzione di templi e cimiteri e penetrato anche negli ambienti amministrativi con l’inserimento di cristiani in funzioni a carattere culturale ed educativo ad elevata responsabilità e con la creazione di numerose scuole e biblioteche nei principali centri dell’area mediterranea. Una crescita vistosa che non mancò di deteriorare ancor più che in precedenti periodi, la morale dei credenti, sfociata nell’abbassamento del livello del fervore, sfrontatezza nei comportamenti e confusione nei riti, di cui il rigoroso Cipriano ha lasciato una cruda e forse eccessiva testimonianza (27) ...
(27) “Attendeva ognuno ad aumentare le proprie sostanze, dimentichi delle gesta dei credenti dell’età apostolica e di ciò che un cristiano deve sempre praticare, con insaziato ardore di cupidigia si davano attorno per accumulare ricchezze …. C’era chi con perfidia ingannevole mirava ad illudere la gente semplice a tendere trappole ai fratelli con intento di frode …. Si disprezzavano con orgogliosa tracotanza i superiori, si spargevano con velenoso labro reciproche calunnie, si contrastava vicendevolmente con odi inveterati. Molti vescovi invece di essere d’incitamento e d’esempio agli altri diventavano amministratori di interessi mondani..” (Cipriano, De lapsis 6).

Nell’arco di un decennio, in un contesto di complotti e sopraffazioni, si susseguirono diversi imperatori , fino a riconoscimento, quale unico imperatore (28) ...
(28) Ad Aureliano successe Claudio Tacito (275-276) e dopo l’assassinio di questi furono riconosciuti Annio Floriano (in Occidente) e Marco Aurelio Probo che eliminò Floriano e si insediò fino alla sua uccisione (282). Fu nominato quindi Marco Aurelio Caro ed, alla sua scomparsa (283) gli succedettero i figli Carino e Numeriano e, dopo l’eliminazione di questi, emerse Diocleziano

...sia in Oriente che Occidente, di un illirico della Dalmazia, Aurelio Valerio Diocleziano (284-305) che, ben consapevole delle disastrose condizioni in cui versavano tutti i settori dell’impero (29) ...
(29) Nell’opera di riassetto politico e militare, Diocleziano istituì un sistema di tetrarchia, definendosi “augusto” ed associandosi come imperatore Massimiano (secondo “augusto”) cui assegnò il controllo dell’Occidente (Italia ed Africa) dove la situazione era confusa e piena di incognite e si stabilì a Milano. Quindi conferì il titolo di “cesare” a due fedeli collaboratori: Galerio (cui affidò Norico, Pannonia e Mesia e si stabilì a Mitrovizza) e Costanzo Cloro (cui affidò Spagna, Gallia e Britannia e si stabili a Treviri). Per se riservò il controllo di Tracia, Macedonia, Asia ed Egitto con capitale Nicomedia, in cui si fece costruire un ampio palazzo. Il riassetto istituzionale prevedeva che entrambi i cesari sarebbero succeduti ai due augusti i quali avrebbero scelto due nuovi cesari. Tra le riforme economiche e fiscali, Diocleziano creò il catasto ed emanò un editto per contenere i prezzi stabiliti, prevedendo gravi sanzioni per chi avesse violato la legge.

...si pose l’obiettivo di procedere ad una riforma radicale ed unitaria dell’impero impostata su criteri di pacificazione e di un conservatorismo che gli fece prendere posizione a favore dell’unità delle famiglie (30) ...
(30) Istituì vincoli contro lo scioglimento del matrimonio, sanzionò l’adulterio e proibì la vendita di bambini che avrebbero dovuto continuare la professione paterna.

... Secondo una visione unitaria di potere e di religione, questa non poteva che essere quella tradizionale, vedendo nel cristianesimo la capacità di scuotere la compattezza che si era imposto di restaurare (31) ...
(31) Diocleziano riteneva “E’ un grandissimo crimine rimettere in questione quel che una volta è stato stabilito e definito dagli antichi”. E su questa base al fine di rinsaldare la compattezza formale, si dispose di unificare nell’esercito i comuni riti di propiziazione e, per i più riluttanti, stabilì epurazioni e condanne.

... Con queste premesse, dopo aver impiegato quasi un ventennio ad attuare riforme miranti a costituire una struttura dello Stato gerarchica ed accentrata sull’imperatore, egli si trovò a doversi scontrare con la forte organizzazione dei cristiani da cui, non essendo riuscito ad attrarli nel suo progetto di Stato, pretese il riconoscimento della sua sacra autorità. Tra il 303 ed il 304, convinto del potere disgregante dei cristiani, sollecitato da Galerio (n.29), e rifacendosi agli interventi di Decio e Valeriano, emanò e con determinazione cercò di rendere esecutivi quattro editti, il primo relativo alla proibizione del culto cristiano, l’abbattimento dei templi e la distruzione delle scritture. Negli altri tre venne decretata la incarcerazione dell’intera gerarchia ecclesiastica (a condizione che non vi fosse spargimento di sangue) e la concessione della libertà a chi si fosse ravveduto e sacrificasse agli dei. Quindi venne emanato l’ordine per tutti gli abitanti dell’impero di sacrificare agli dei, pena la condanna a morte o la deportazione (32).
(32) Eusebio di Casarea (n.12) che diverrà il più importante teologo cristiano alla corte di Costantino, subì la persecuzione cristiana di Diocleziano (313). In Historia Ecclesiae VIII, riferisce : “… furono affissi dappertutto gli editti imperiali con i quali si comandava che le chiese fossero atterrate, le sacre scritture gettate in preda alle fiamme e si proclamava che quelli che erano investiti di cariche scadevano se persistevano nella professione di cristiani …. A Nicomedia i cristiani, senza distinzione, per ordine imperiale furono messi a morte … “.

... In seguito a questi editti, per sottrarsi alla persecuzione si verificarono numerosi casi di abiura della propria fede (lapsi).

La persecuzione ebbe diversa applicazione a seconda delle regioni. In Occidente Massimiano (n.29) applicò gli editti senza clemenza facendo arrestare e condurre al supplizio con i familiari preti e diaconi che avevano confermato la loro fede (confessores), determinando numerosi martiri (33)
(33) Fra essi S.Sebastiano trafitto da frecce sul Palatino; la giovane S.Agnese portata in un lupanare e decapitata; martiri consacrati santi: il veterano Vittore a Milano; Vitale ed Agricola a Bologna; Cassiano ad Imola.

.... Invece in Gallia Costanzo (n.29) assunse un atteggiamento più protettivo facendo abbattere gli edifici “perché si possono ricostruire” ma salvaguardando gli uomini “che sono il vero tempio di Dio”. Nell’Oriente di Diocleziano (e dei suoi successori Galerio e Masimino Daia; n.36) la persecuzione fu sistematica ed assunse tragiche dimensioni (34) ...
(34) Eusebio (n.12) riporta: “Abbiamo assistito noi stessi a decapitazioni in massa ed al supplizio del fuoco; i carnefici erano stanchi e dovevano darsi il cambio”.

... Le modalità con cui tali disposizioni vennero attuate, in mancanza della pressione accusatrice dell’opinione pubblica, permisero ai funzionari governativi lentezze ed occasioni di elusione. Comunque la persecuzione non durò a lungo ed il tentativo di sopprimere una religione così radicata non solo si rivelò arduo ma dannoso alla stessa struttura statale, cosa che lo stesso Galerio, dopo breve tempo, nel 311, dovette avvertire (35) ...
(35) Lo stesso Eusebio (n.12) riporta (Hist. Eccl. : VIII, 17) quanto convenne Galerio : “Con gli editti che abbiamo emanato … noi avevamo cercato di riformare ogni cosa secondo le antiche leggi ed i pubblici ordinamenti di Roma e di far sì che i cristiani che avevano abbandonato la religione dei loro padri ritornassero a migliori consigli … Quando promulgammo gli editti molti si sottomisero vedendo il pericolo e molti furono puniti. Ma moltissimi persistevano nella loro religione e noi, per impulso della nostra mitissima clemenza ed in ossequio alla consuetudine con la quale siamo soliti di perdonare a tutti gli uomini, abbiamo creduto di concedere anche a costoro il nostro perdono, permettendo che vi siano di nuovo cristiani e che tengano le loro adunanze, purché non facciano nulla che sia contrario alle leggi; i cristiani, in compenso, preghino il loro Dio per il nostro bene e quello dello Stato”.

... e con un editto di tolleranza riconobbe ai cristiani il diritto di esistere e di riunirsi liberamente, ponendo fine, in sostanza, alla situazione di illiceità giuridica con cui fino ad allora essi erano stati emarginati. Il riconoscimento però fu condizionato “ne quid contra disciplinam agant” mentre nuovi eventi politici stavano per modificare il panorama dell’impero.
Va sottolineato che, malgrado la persecuzione fosse stata vasta e talvolta cruenta, e diffuso il fenomeno dell’apostasia (traditores), il sacrificio dei martiri non costituì un deterrente ma un esempio in quanto non si arrestarono le adesioni al cristianesimo che, provenienti anche dalle classi più colte e meglio inserite nel sistema, conferirono maggiori potenzialità all’organizzazione.

2.3 Costantino ed il riconoscimento del Cristianesimo

2.3.1 La conquista della supremazia

Diocleziano, insoddisfatto del decorso delle sue riforme e dell’esito insoddisfacente riportato dagli editti contro i cristiani, si dimise (305) ritirandosi a Spalato (primo esempio di imperatore ritornato allo stato di privato cittadino) ed analoga decisione assunse Massimiano (n.29) (ritirandosi probabilmente nella villa di Piazza Armerina). La successione, secondo il nuovo riassetto della tetrarchia (n.29) si operò automaticamente e ad essi subentrarono nel ruolo di imperatori (augusti) Costanzo Cloro e Galerio che scelsero come cesari Flavio Valerio Severo e Massimino Daia (nipote di Galerio), rispettivamente per Occidente ed Oriente. Con la morte di Costanzo Cloro (n.29) in Britannia il sistema di successione andò in crisi ed, anziché subentrargli Severo, i soldati acclamano augusto il figlio di Costanzo, Costantino (306) ...
(36) Costantino (imperatore 306-337) nacque a Naissus (Dacia) nel 280 da Elena che Costanzo Cloro. Divenuto cesare, dopo aver ripudiato la prima moglie Minervina, sposò Fausta, figlia dell’imperatore Massimiano (n.29, 37). Costantino, cresciuto alla corte di Diocleziano, ricevette una ottima preparazione militare e culturale. Alla morte del padre (Costanzo Cloro), Costantino, avendo vinto i Franchi sul Reno, fu nominato augusto al posto di Severo ed al di fuori delle regole di successione. Da qui si scatenò una lunga e violenta controversia, temporaneamente risolta con il riconoscimento di Costantino quale cesare in una tetrarchia costituita, rispettivamente per Occidente ed Oriente, dagli augusti Galerio e Severo e dai cesari Massimino Daia e Costantino. Seguì un dissidio con nomine e sovrapposizioni: Massenzio (vedi 37) figlio di Massimiano, con l’aiuto dei pretoriani e della popolazione si proclamò imperatore e venne affiancato dal padre. Entrambi vennero affrontati da Severo che, tradito, fu catturato dalle sue stesse truppe e messo a morte. Galerio cercò di ricostituire una tetrarchia con l’inserimento, in qualità di augusto di Valerio Liciniano Licino. Nomina non condivisa dai cesari Massimino Daia e Costantino che pretesero ed ottennero il titolo di augusto. I quattro augusti si ripartirono così i territori: Gallia, Britannia e Spagna affidata a Costantino, l’Est europeo a Licino, l’Oriente a Massimino Daia ed Africa ed Italia a Galerio.
Esplose quindi il contrasto che contrappone i quattro augusti (Galerio, Licino, Daia e Costantino) con gli usurpatori Massenzio affiancato da Massimiano. Eliminato Massimiano (310), morto Galerio (311), sconfitto Massenzio (312) a Ponte Milvio, morto Daia (313), Costantino, imperatore di territori di Occidente, strinse alleanza con Licino che governava l’Oriente. Intesa che non durò a lungo e, dopo temporanei accordi, lo scontro definitivo (324) ad Adrianopoli (sul Bosforo) ed a Crisopoli (Asia) determinò la fine di Licino ed il riconoscimento di Costantino incontrastato padrone dell’impero.
Egli, politico freddo, calcolatore ed energico realizzatore, trasformò lo Stato in monarchia assoluta, instaurando il sistema di successione dinastica. Iniziò la costruzione di Bisanzio che scelse come nuova capitale, ribattezzata Costantinopoli (330). Con lui si affermò la concezione dell’imperatore, per volontà di Dio.

... Costantino, aperto al rinnovamento che, secondo la sua visione, l’organismo sociale esigeva, si impegnò in una cruenta e complicata lotta per il potere che lo vide infine prevalere sull’usurpatore Massenzio portatore di una visione antica e chiusa alle innovazioni (37).
(37) Massenzio, figlio di Massimiano, sfruttando il malcontento dei pretoriani e della popolazione romana, si autoproclamò imperatore assumendo il titolo di princeps. Agì, senza scontentare la parte cristiana, da restauratore della tradizione romana, di cui ne rivendicava il primato ed avviando la costruzione di opere pubbliche (tra cui la grandiosa basilica di Massenzio) che misero in crisi le finanze e, con esse, il sistema di approvvigionamento di viveri. Il tracollo di popolarità provocò una sollevazione brutalmente sedata.

Nella decisiva battaglia contro Massenzio di ponte Milvio (ottobre 312) alle porte di Roma, Costantino ritenne di aver ricevuto, attraverso un signum (cerchio dorato) l’ispirazione per la vittoria (istinctu divinitatis) dal Dio cristiano, verso cui si sentì obbligato. (38) ....
(38) Molto si è scritto in merito alla leggenda che riguarda sogni e visioni che Costantino avrebbe avuto prima della battaglia, cui Eusebio di Cesarea (Vita di Costantino) tende ad attribuire un significato prevalentemente apologetico piuttosto che storico. Il fatto poi, non unico, che un pagano possa credere all’intervento di Dio, va attribuito all’aspetto polimorfo della religione pagana, del tutto diversa da quella esclusiva cristiana. Restano le molteplici interpretazioni ed ipotesi ricavate dalla numismatica e dai bassorilievi dell’arco di Costantino a Roma (quod istinctu divinitatis) secondo cui nel pensiero dei romani si fece strada la credenza che la vittoria di Costantino fosse da attribuire all’ispirazione divina. Vi è anche una singolare interpretazione che sostiene che nella notte precedente la battaglia, 21 ottobre, i pianeti Saturno, Marte e Giove si siano trovati in una particolare congiunzione che avrebbe potuto dare luogo ad uno strano fenomeno celeste. Comunque è verosimile che prima della battaglia Costantino abbia distribuito ai suoi soldati, da apporre sulle loro armi, un amuleto misterioso auspicio di vittoria, simbolo della religiosità solare che poteva prestarsi ad interpretazioni diverse. Non era il simbolo della croce ma ad essa poteva essere assimilato e quando i cristiani si appropriarono di quello che poteva ritenersi il frutto della religiosità vissuta in quel tempo, Costantino non contraddisse tale interpretazione, in quanto nei due culti (pagano e cristiano) egli vedeva la manifestazione di un sommo Dio creatore e comprensivo dei vantaggi che ne poteva ricavare lo Stato.

L’esito della battaglia e la concentrazione nelle sole mani di Costantino delle regioni occidentali, costituì l’occasione per una riflessione sul rilancio dell’Impero sul piano politico, amministrativo e sociale ad integrazione dell’opera avviata da Diocleziano. Costantino, da politico saggio e di larga visione e non interprete credulo di visioni, avendo constatato il fallimento delle persecuzioni contro i cristiani, ritenne indispensabile l’inserimento, tra le forze vive dello Stato, di quella potente ed avvolgente rappresentata dal cristianesimo che considerava un eccellente fattore di ordine e stabilità, inavvedutamente ritenuto disgregatore dai suoi predecessori. Una riflessione, non solo di politica religiosa, che fu la premessa di una audace e geniale decisione che veniva a trasformare il nemico di ieri nel migliore alleato che veniva a dotare, dei contenuti ideali riconosciuti ai cristiani, un sistema statale minato da una profonda crisi d’identità. Progetto che portò alla elaborazione di una scelta di tolleranza religiosa che, attuata nell’anno successivo (313), costituì un cambiamento di identità anche nel panorama dell’Impero. Infatti si veniva a concentrare nel vescovo di Roma il primato religioso su un mondo in cui il cristianesimo sempre più penetrava con il suo messaggio di salvezza, premessa per il successivo passaggio che consistette nel trasferimento della capitale in Oriente (n.36). Operazione che troncava ogni speranza della città di Roma di recuperare l’effettivo primato politico ed, in sostanza,, decretava la nascita di un nuovo Impero che, sostituendo il vecchio, relegava l’Italia al marginale ruolo di provincia.

Costantino e l’augusto della regione orientale, Valerio Liciniano Licino (n.36), concordarono in un incontro a Milano del febbraio 313 una comune politica (editto di Milano) da tenere nei territori di loro competenza, suggellata dall’unione di Licino con la sorella di Costantino, Costanza. A Milano vennero anche fissate le istruzioni per i governatori (39) ...
(39) In effetti quello che viene ricordato come editto di Milano non si riferisce alla stesura di un documento ma si trattò piuttosto di un accordo i cui termini sono riportati in un rescritto di Licino (giugno 313) che fa riferimento all’accordo di Milano. Le “istruzioni” sono raggruppate in due lettere inviate ai governatori delle province in cui si legge: “.. abbiamo risoluto di accordare ai cristiani e a tutti gli altri la libertà di seguire la religione che ciascuno crede …. Noi vogliamo che siano soppresse le restrizioni precedenti a proposito dei cristiani … ordiniamo che se i luoghi dove essi avevano l’uso di radunarsi sono stati per l’addietro alienati o dal fisco o da qualche privato, subito, senza alcun prezzo o formalità vengano restituiti. Coloro poi che questi luoghi avessero ritenuti in dono, debbano quanto prima restituirli ai cristiani ..”

.... sull’atteggiamento da tenere nei riguardi dei cristiani, cui venne accordato non soltanto il diritto di esistere ma la assoluta libertà di praticare la loro religione. Il cristianesimo venne riconosciuto religio licita e godette dell’abrogazione di tutte le precedenti misure persecutorie, in merito alle quali venivano inoltre precisate le riparazioni ed i compensi da riconoscere ai cristiani, tra cui la restituzione delle chiese e dei beni confiscati. Ufficialmente si assunse una posizione di accettazione di qualsiasi forma di religione ma, di fatto, da allora divenne sempre più favorevole l’atteggiamento politico tenuto verso il cristianesimo che, con diretti interventi e con l’ispirazione cristiana di buona parte di legislazione, fu colmato di privilegi ed inserito nell’organizzazione imperiale (40).
(40) Costantino colmò di attenzioni i cristiani. Oltre a quanto riportato nel testo, riconobbe ai vescovi competenza di giudizio nelle loro circoscrizioni (diocesi), riconobbe come persone giuridiche le associazioni dei fedeli, donò il palazzo del Laterano al vescovo di Roma, fece costruire edifici di culto in cui si affermò la struttura della basilica cristiana.

Si trattò di quella che venne definita “svolta costantiniana” che concludeva la storia del cristianesimo antico e che consentiva alla religione cattolica ampia diffusione in Occidente.

La domanda che la storia si è posta è se si sia trattato di una effettiva conversione di Costantino. Egli ben conosceva l’estensione e la penetrazione della religione cristiana e, secondo le risposte che l’analisi degli avvenimenti ha fornito, era consapevole di non riuscire ad emarginarla. Conscio delle necessità dello Stato cui subordinava ogni decisione, per porvi rimedio, non ebbe difficoltà ad interpretare i bisogni del tempo ed accostare alle proprie credenze quelle altrui, motivate e vincenti, cercando di difenderne unità e compattezza al fine di utilizzarli sia per ambizioni personali che per la coesione dell’impero. Per quanto lo riguardò personalmente è verosimile che la sua adesione al cristianesimo sia rimasta molto rudimentale perché, in ambiti privati, si mosse tutt’altro che in conformità con i principi del Vangelo ed, anche se poi sembra si sia fatto battezzare (però in punto di morte, ma lo racconta il solo Eusebio), continuò sempre a mantenere il titolo di pontefice massimo della religione pagana. (41)
(41) Nel 315 dal vescovo di Roma Silvestro (314-335), ma più verosimilmente, sul letto di morte dal vescovo ariano, Eusebio di Nicodemia (n.45) ed è infatti solo lui a riportare questa notizia.

Intorno al 320 si preparava lo scontro con Licinio (n.36) attribuibile prevalentemente a motivi di supremazia, anche se questi, sconfessando quanto concordato a Milano, aveva ripreso, nei territori amministrati, la persecuzione contro i cristiani. Nella battaglia (324) prima ad Adrianopoli e poi a Crisopoli (attuale Scutari), sconfitto definitivamente l’ultimo contendente, Costantino vide apparire sullo stendardo (labarum: lunga asta dorata che portava in cima una corona con le insegne di Cristo) lo stesso signum di Ponte Milvio, interpretato come conferma della protezione che gli riservava il Dio cristiano. Da qui, senza assumere atteggiamenti contrari agli dei pagani, si accentuò la propensione a privilegiare i cristiani con l’esenzione del clero dalle imposte (come per i pagani), validità degli arbitrati episcopali con effetti analoghi a quelli dei tribunali civili, giurisdizione dei vescovi sul clero, facoltà delle chiese di ricevere legati, eredità e donazioni, riconoscimento della domenica come giorno festivo, assunzione dei cristiani negli uffici, interventi con opere pubbliche a favore delle chiese (costruzione della basilica dell’apostolo Pietro sul luogo riconosciuto della sua sepoltura), avvio della costruzione dei santuari di Betlemme e Gerusalemme, patrocinati dalla madre Elena.

 

2.3.1 L’intervento di Costantino nelle controversie religiose

Costantino, nella convinzione che il responsabile di uno Stato che riconosceva nella religione cristiana il suo carattere più rilevante ne dovesse garantire il più efficace sviluppo e, coll’intento di redimere ogni disputa religiosa nell’interesse della pace sociale, intervenne personalmente con tutta la sua autorità nelle dispute, tra queste il Donatismo e l’Arianesimo, che si stavano sviluppando all’interno della Chiesa.


---- Donatismo

Movimento circoscritto ai confini dell’Africa settentrionale ed a cui aderivano i credenti di più umile condizione sociale, raggruppava i fautori del massimo rigore verso i peccatori pubblici (tra cui i lapsi) che li ritenevano fuori dalla Chiesa e, pertanto non riconoscevano validi i loro sacramenti. Il rigorismo dei donatisti faceva dipendere il valore dei sacramenti dall’integrità personale degli ecclesiastici che li somministravano.
Il movimento di pensiero, nato nei primi anni del IV sec., dalla critica che veniva rivolta ai vescovi che non avevano resistito alle persecuzioni di Diocleziano, aveva trovato un intransigente riferimento in un personaggio colto ed energico come Donato di Casae Nigrae (detto il Grande per la sua eloquenza). La contestazione emerse a seguito dell’elezione, a vescovo di Cartagine, del diacono Ceciliano ritenuto un traditor ed operata da un collegio tra i cui componenti vi era il vescovo Felice di Abtungi presunto “traditor” (n.17). I donatisti si contrapposero con l’elezione, in una Chiesa scismatica, del vescovo Maiorino (312), a cui, morto subito dopo, successe Donato.

Poiché la contestazione, acuita anche da motivi economici in quanto le agevolazioni concesse da Costantino riguardavano solo i cattolici, si estese mettendo in contrapposizione la Chiesa “dei santi”, ostile ad ogni compromesso, con quella accomodante “dei traditori”, l’imperatore fu indotto ad intervenire. Inizialmente affidò (febbraio 314) la soluzione della controversia al vescovo di Roma Milziade (311-314), il cui primato non era ancora riconosciuto con atti formali (42) ...
(42) Il riconoscimento avvenne successivamente, nel Concilio di Nicea in cui venne riconosciuta la preminenza della sede di Roma, accanto alle sedi patriarcali di Antiochia ed Alessandria cui, dopo il 330 (n.36) si aggiunse la sede patriarcale di Costantinopoli.

..., quindi ad un concilio convocato ad Arles (luglio 314) che, composto da diciotto vescovi di Italia e Gallia, confermò l’elezione di Ceciliano e condannò i Donatisti che, malgrado una repressione con vittime attuata dal potere imperiale (317), persistettero nella loro intransigenza ed acquisirono consenso, al punto da indurre Costantino (321) ad un editto di tolleranza verso il gruppo scismatico.
L’azione scismatica si protrasse fino al secolo successivo allorché, nel 411, l’imperatore del tempo Onorio convocò il Sinodo di Cartagine aperto ai vescovi donatisti e cattolici, questi ultimi disponibili alla ricomposizione ma senza alcun esito. Ad essa partecipò S. Agostino (cap. succ.) che, dal 393, si era impegnato nella polemica contro i donatisti pronunciandosi per una disciplina cattolica oggettiva in cui le posizioni personali del celebrante erano da ritenersi irrilevanti.
L’eresia perse consenso negli anni successivi a seguito dell’invasione dei Vandali (429) e si estinse con la conquista musulmana del Magreb.


--- Arianesimo e Concilio di Nicea

l’Arianesimo prese il nome da un austero ed onesto presbitero, il libico Ario (43) ...
(43) Ario (256-336) si era impegnato nel contrapporsi al Manicheismo ed il Modalismo o Sabellianismo, a seguito degli insegnamenti ricevuti da Paolo di Samosata (n.26) e dal suo allievo Luciano di Antiochia (235-312; n.44), maestro di Ario. Il quale elaborò la sua dottrina per cui fu condannato per eresia dal sinodo egiziano . A seguito della condanna si recò in Palestina trovando, a Nicomedia, rifugio e sostegno da parte di un consigliere di Costantino, Eusebio di Nicomedia (n.44) con cui creò un centro di diffusione della dottrina. Dopo il concilio di Nicea fu esiliato nell’Illirico (regione balcanica). Morì alla vigilia della sua reintegrazione da parte di Costantino.
- Manicheismo è una forma di gnosticismo che contrappone il bene, luce e Dio, con il male, tenebre e diavolo, e quindi il mondo perfetto di Dio a quello terreno imperfetto in cui siamo esiliati; la salvezza è rivelata da Dio a pochi eletti, in contrapposizione con la dottrina cristiana per cui la salvezza è patrimonio di tutti grazie alla fede).
- Modalismo o Sabellianismo (dal nome del suo principale rappresentante Sabellio) era una eresia trinitaria del II-III sec. che considerava le Entità della Trinità come modi di manifestarsi e di agire di un’unica Entità divina.

... che, a seguito di una riflessione dogmatica tendente a preservare l’assoluta trascendenza del Padre, di cui sosteneva il carattere assolutamente unico, assegnava al Figlio un ruolo subordinato (da cui la teoria definita subordinazionismo): “Dio Padre, ingenerato e diverso dal Figlio da lui generato e non creato”. Quindi un Figlio di natura intermedia fra la Divinità suprema ed immutabile e gli uomini, pertanto di rango inferiore e “del tutto differente da Dio” (anàmoios : differente ; i sostenitori di questa dottrina vennero definiti anamei).
Dottrina che veniva a negare la base dogmatica del cristianesimo (cristiani ortodossi) che sosteneva in Cristo identità di natura e sostanza con la Divinità suprema (homooùsios : uguale; omousi vennero definiti i suoi sostenitori).
Da questi ultimi si differenziarono successivamente coloro che assunsero una posizione meno radicale, ritenendo Cristo “somigliante a Dio” (homoioùsios : somigliante; omeisti i suoi sostenitori).

A contenere tale dottrina diffusasi da Alessandria in tutto il Medioriente, essendo inadeguate le misure utilizzate dalla Chiesa contro gli eretici, dovette impegnarsi l’imperatore a redimere una controversia prettamente teologica che si domandava “se Cristo era della stessa natura divina del Padre (consustanzialità : identità di natura e sostanza), ovvero inferiore a Lui, anche se superiore ad ogni altra creatura”. Questa ultima eventualità avrebbe potuto indurre una diversa posizione dottrinale che, negando a Cristo la natura divina, faceva perdere alla Chiesa da Lui fondata la funzione di mettere in comunicazione il credente, attraverso i sacramenti, con una vita soprannaturale. Privata di questa funzione, la Chiesa sarebbe stata ridotta ad una organizzazione puramente terrena con scopi educativi ed, in mancanza della prerogativa spirituale, divenire strumento di collaborazione con l’etica stabilita dello Stato ed asservibile al suo potere.

Costantino, consigliato da Eusebio di Nicomedia (44) ...
(44) Eusebio di Nicomedia (?-340), educato alla scuola di Luciano di Antiochia (n.43), vescovo ariano prima di Berytus (Beirut), quindi di Nicomedia e successivamente di Costantinopoli, fu il vero animatore della dottrina ariana. Esiliato dopo il Concilio di Nicea durante il quale intervenne, sostenendo la palese diversità di Cristo da Dio, con una analisi così puntigliosa da alienarsi il favore dei moderati. Nel 328 Costantino decise di richiamarlo dall'esilio. Il successore di Costantino, il figlio Costanzo II, di fede ariana (v. cap. successivo) gli assegnò il seggio di vescovo di Costantinopoli che aveva destinato ad Ario. Prima di morire nominò vescovo Ulfila (v. cap. seg.) che diffuse l’arianesimo tra i Goti.

... ed attribuendo alle dispute solo una valenza terminologica, cercò dapprima di contenere i contrasti esplosi a seguito della condanna di eresia attribuita ad Ario dal vescovo Alessandro di Alessandria (319) ... (45)
(45) Alessandro vescovo di Alessandria (250-328) dal 313 all’anno della sua morte. Santo delle Chiese cattolica, ortodossa e copta.

... e del sinodo dei vescovi egiziano (321) (46)...
(46) Osio (256-357) vescovo di Cordoba, famoso per prudenza ed abilità politica, consigliere di Costantino, era presente, in qualità di legato del vescovo di Roma, Silvestro (n.41). Osio era presente a Milano, accanto a Costantino, nel corso degli accordi preparatori dell’editto di Milano e sembra sia stato il principale estensore del Credo niceno.

... che, peraltro, non registrò il consenso di tutto l’episcopato. Per dirimere la disputa fra ariani integralisti e cristiani ortodossi ed affermare la posizione ufficiale della Chiesa, Costantino decise di convocare, nel giugno del 325 nel palazzo imperiale di Nicea (vicino a Nicomedia), gli ecclesiasti più rappresentativi del tempo per il primo Concilio ecumenico della storia della Chiesa (primo caso di cesarepapismo) che, costituendo la prima manifestazione dell’unità religiosa dell’impero, riunì, con il loro seguito, circa 300 (318, secondo l’opinione del tempo, molto meno secondo altri autori) vescovi, di cui solo cinque europei e la stragrande maggioranza orientali, provenienti da Egitto e Siria e su cui il potere imperiale aveva posto la sua egemonia. Vescovi cui, in qualità di successori degli apostoli, competeva di indicare, sul piano formalmente religioso, il giusto indirizzo alla fede che contrapponeva cristiani ed ariani. Al concilio non intervenne il vescovo di Roma Silvestro (n.41) che non voleva nemmeno sentir messa in discussione la tesi identitaria (consustanzialità).
Costantino, sfolgorante nelle insegne del suo grado e circondato dalla sua corte avviò, con un discorso centrato sulla concordia quale auspicio di pace religiosa, i lavori che successivamente fece seguire dal vescovo Osio (n.45), suo consigliere e portavoce. Mancando precedenti esempi, il dibattito affrontò inizialmente problemi procedurali, che successivamente, perfezionati, assunsero valore normativo in ambito canonico. Dopo una serie di conflitti di natura prettamente politica tra cui il ruolo del vescovo di Roma e quello dell’imperatore, l’elaborazione di canoni (norma giuridica della Chiesa) di natura disciplinare, abbandonato il principio di separazione fra Chiesa e Stato, il dibattito si centrò sul tema sostanziale della tesi di Ario. Il vescovo di Alessandria, Atanasio (47) ....
(47) Atanasio di Alessandria (295-373) patriarca (328) e dottore della Chiesa, sostenitore dell’ortodossia. Ancora diacono, accompagnò Alessandro (n.45) al concilio di Nicea, contrapponendosi all’arianesimo e, per questo, fu l’oggetto di una serie di ritorsioni che saranno sviluppate nel capitolo seguente. Autore di diverse opere tra cui Vita di S.Antonio.


... sostenne la tesi cristiana ortodossa mentre quella ariana fu affidata ad Eusebio di Nicomedia.
In merito alla controversia, la quasi totalità dei Padri (48) ...
(48) Il temine Padre che, di origine orientale identificava i “maestri”, fu inizialmente applicato ai vescovi quali testimoni della successione apostolica e depositari del patrimonio dottrinale della Chiesa. A partire dal IV sec. si è valutata soprattutto l’autorità dottrinale ed il termine è stato utilizzato per indicare un gruppo di autori ecclesiastici del passato caratterizzati da dottrina ortodossia e santità di vita. A cui, successivamente per selezionare coloro che rientrano nel “canone” (adesione all’autenticità dottrinale del cristianesimo) è stata aggiunta la caratteristica di “approvazione della Chiesa” che si esplicitava con la semplice citazione in un Concilio. Il titolo è stato successivamente esteso a semplici preti, S.Girolamo. Il periodo aureo della letteratura patristica è quello che va dal Concilio di Nicea (325) alla morte di S. Agostino (431) e comprende:
- i padri della Chiesa orientale : S. Atanasio (n.47), S. Basilio (n.51), S. Gregorio Nazianzeno (n.51), S. Giovanni Crisostomo (344-407 (predicatore e moralista, scrisse omelie, e trattati morali e dottrinali), Cirillo Di Alessandria (370-444) (teologo dell’Incarnazione; v. cap. successivo);
---- I padri della Chiesa occidentale: S. Girolamo (dottore delle Scritture), S. Ambrogio (dottore dell'indipendenza della Chiesa), S. Agostino (ispiratore del pensiero cristiano occidentale), Leone Magno (Papa, 440-461), Gregorio Magno (540-604).
---- Per il Periodo antico si possono ricordare Clemente Alessandrino (n.14), Ignazio (n.6), Policarpo (n.9) i cui scritti sono immediatamente successivi a quelli degli apostoli, quindi Tertulliano (n.12), Origene (n.11), Atenagora di Atene (n.12).


... malgrado la difficoltà e l’estenuante ampiezza della discussione e malgrado perdurasse il dissenso di Ario e due suoi vescovi (49), ....
(49) Eusebio di Cesarea (n.12) aderì alle risoluzioni del Concilio, ma, restando sostanzialmente ariano, si differenziò dalle posizioni di Atanasio.

.... affermò la consustanzialità del Padre e del Figlio da intendersi come “identità di natura e sostanza” : una è la sostanza divina e tre le Entità divine: il Padre ingenerato, il Figlio Gesù o Verbo generato e lo Spirito Santo che procede dal Padre (50) ...
(50) Le tre Entità si trovano associate in una unica formula nell’invocazione battesimale “nel nome del Padre, del Figlio e dello Spirito Santo” (Matteo 28, 19).

... Concetto definito nel “Credo cristiano” (Simbolo di Nicea): “Dio vero da Dio vero; generato non creato; della stessa sostanza del Padre”.
Questa formula trinitaria rappresenta il dogma centrale del cristianesimo e lo differenzia dagli altri monoteismi. Successivamente il Concilio di Costantinopoli (381) lo riprenderà per una ulteriore definizione (Dogma Trinitario) e S.Agostino ed i padri cappadoci (51) ....
(51) Basilio Magno di Cesarea (330-379) autore di scritti ascetici e dottrinali, Sullo Spirito Santo, per la definizione del problema trinitario. Gregorio di Nazianzio (330-390), autore di 45 Orazioni e 5 Discorsi teologici. Gregorio di Nissa (335-395), fratello di Basilio, partecipò alle dispute contro l’arianesimo; autore di Oratio catechetica in cui sistema i dogmi della Chiesa.

... lo analizzeranno con rigore.
Ario con i suoi seguaci furono esiliati nell’Illirico.

Le decisioni del concilio, imposte dallo Stato e con soddisfazione accolte dal vescovo di Roma, non trovarono opposizione in Occidente mentre in Oriente rappresentarono motivo di una serie di contrasti fra i cristiani ortodossi ed ariani integralisti che, rimasti comunque maggioranza, indussero Costantino, su suggerimento dei consiglieri di corte (52) ...
(52) Tra cui la madre Elena, la figlia Costantina ed Eusebio di Nicomedia (n.44) che dalla sua influente posizione, si adoperò per riuscire a condannare all'esilio il suo avversario Atanasio (n.46) strenuo sostenitore della tesi raccolte nel Credo di Nicea.

... alla convocazione, nel 335, di un altro concilio (Tiro; cap. seguente) che ribaltò le decisioni di Nicea.

Con Costantino ed il Concilio di Nicea si concludeva il periodo di definizione del Cristianesimo antico che, da allora, si avviò verso la completa ufficializzazione (53) ...
(53) Editto di Tessalonica dell’imperatore Teodosio (380) (v. cap. seguente).

... con cui divenne elemento costitutivo dell’impero.

Accantonati i timori delle aggressioni, la Chiesa si volse ad affrontare le controversie teologiche (trinitarie e cristologiche) per giungere con i concili di Costantinopoli (381), Efeso (431) e Calcedonia (451) e, con l’età aurea della letteratura patristica (n.48) , a più precise e durevoli definizioni dogmatiche.

Segue il capitolo III
L’affermazione e le dispute teologiche
(II-VI sec)
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