"LA COMUNITA' CRISTIANA"
"DALLE ORIGINI AL MONACHESIMO"
Un saggio storico di Franco Savelli


< Primo capitolo: Le comunità delle origini – I sec.

< Secondo capitolo: Le persecuzioni ed il riconoscimento ( II - IV )

 

III cap.
L’affermazione e le dispute teologiche
(II-VI sec) (1)

(1) Le note con il simbolo * rimandano al capitolo precedente
"Le persecuzioni ed il riconoscimento" (II-IV sec) (stesso sito).

SOMMARIO:

--- Profilo storico dei secoli IV-VI: da Costantino a Teodosio: costituzione dell’Impero d’Oriente e crollo dell’Impero d’Occidente. S.Ambrogio ed il riconoscimento del Cristianesimo quale religione di Stato. Da Teodosio a Giustiniano.

--- Movimenti eretici: Marcionismo e Montanismo.

--- Dispute Cristologiche: dal Concilio di Nicea (325) a quello di Costantinipoli (381): contrapposizione cristiani-ariani sul Credo Niceno. Macedonismo e divinità dello Spirito Santo. Nestorismo e Monofisismo: rapporto fra natura umana e divina di Cristo (Concilio di Calcedonia, 451). Monotelismo e volontà di Cristo (III Concilio di Costantinopoli, 680). Pelagianesimo e S.Agostino: contrapposizione su “libertà e grazia”( Concilio di Cartagine, 411)

 

Il Cristianesimo, affrancatosi dai timori di aggressioni e repressioni dopo il riconoscimento ricevuto da Costantino, si avviò verso la completa affermazione ed ufficializzazione che riconosceva quella cristiana, Religione dell’Impero “secondo il Credo niceno” (*). Il suggello si ebbe nel 380 coll’editto di Tessalonica (attuale Salonicco) promulgato dall’imperatore Teodosio (n.5) su pressione del vescovo di Milano Ambrogio (n. 37).

Il Concilio di Nicea, convocato dallo stesso Costantino coll’intento di dirimere la disputa fra ariani radicali e cristiani ortodossi ed affermare la posizione ufficiale della Chiesa, concludeva il periodo definito Cristianesimo antico, con la condanna dell’eresia ariana. (2)
(2) Eresia (hairêisthai, scelta), dottrina o opinione religiosa che contraddice una verità rivelata proposta dalla Chiesa ai fedeli. Eretico è colui che sceglie o accetta solo una parte della dottrina ortodossa (ortho-doxa: retto-pensiero); il termine non implica un giudizio dispregiativo.

Non si placarono invece le dispute cristologiche che conobbero la massima radicalizzazione mentre la riflessione sul cristianesimo, con l’età d’oro della letteratura patristica (*n.47), esprimeva il contributo più profondo alla definizione della dottrina cristiana.

 

3.1 Profilo storico del IV-VI sec.

3.1.1 Da Costantino a Teodosio

Costantino non ebbe il tempo di attuare il progetto di successione che, alla sua morte (337), fu gestita dai soldati che eliminarono i parenti in linea maschile (3)...
(3) Metodi non estranei alla famiglia di Costantino il quale aveva fatto giustiziare il figliastro Crispo, strumentalmente accusato dalla moglie Fausta (figlia di Massimiano) che venne a sua volta condannata a morte.
... a parte i giovani nipoti Flavio Gallo e Giuliano (figli di Giulio Costanzo fratellastro di Costantino) che da allora crebbero in domicilio coatto. I tre figli di Costantino, e Costanzo II (337-361) divennero augusti (* n.27), assumendo Costantino II (337-340) il controllo delle regioni occidentali dell’Impero (Gallia, Spagna e Britannia), il diciassettenne Costante (337-350), sotto tutela del fratello Costantino, delle regioni centrali (Italia, Africa ed Illirico) e Costanzo II (337-361) delle orientali (Oriente e Tracia). Dal contrasto sorto tra loro...(4)
(4) Costante si ribellò alla tutela di Costantino II che, nel tentativo di invadere l’Italia per ricondurlo alla ragione, venne ucciso in una imboscata ad Aquileia (340). Costante si assicurò così il controllo anche delle regioni occidentali che mantenne, senza contrapposizioni col fratello Costanzo II, fino al 350. In quell’anno, a seguito di una rivolta in Gallia, Costante si uccise ed, al suo posto, il generale Magnenzio si autonominò imperatore. Costanzo II, dopo aver avuto la meglio su Magnenzio (353), restò unico imperatore per le regioni di Oriente ed Occidente.

... emerse Costanzo II che, dopo essersi disfatto del cugino Flavio Gallo, sospettato di congiura (355), sottrasse agli studi filosofici il cugino Giuliano, cui diede in sposa la sorella Elena e gli affidò il controllo della Gallia.
Costanzo II, in campo religioso, seguì la politica paterna a favore della Chiesa cattolica ai cui vescovi confermò il potere giurisdizionale ed ai cui componenti concesse esenzioni fiscali. Tuttavia si venne a trovare in difficoltà per il contrasto tra il cristianesimo in espansione ed il mondo pagano sostenuto da una vasta componente sociale (aristocrazia, intellettuali, militari e masse rurali) ed, all’interno del cristianesimo, per i conflitti teologici difficilmente governabili. Per contrastare l’invasione del persiano Sapore II, chiese aiuto al cugino Giuliano il quale, dalla Gallia, si fece proclamare imperatore e si mosse contro il cugino Costanzo II, verso cui nutriva un antico sentimento di ripulsa, ritenendolo responsabile del massacro patito dalla sua famiglia ad opera di cristiani fanatici ed infatuati. La morte di Costanzo avvenuta mentre si apprestava ad affrontare Giuliano, lasciò quest’ultimo unico imperatore, ricordato con il nome di Giuliano l’Apostata (361-363) per aver rinnegato il cristianesimo, senza ostacolarne il culto, ma proibendo l’insegnamento e ponendo un limite all’impiego dei cristiani nell’amministrazione. Egli, nel suo breve periodo, governò con rigore ed equità, stroncando la corruzione e gli abusi ed avviando un processo di ripristino dei valori del passato con il ritorno al paganesimo. Ma il disagio in cui vennero a trovarsi molti cristiani inseriti nell’esercito e nelle amministrazioni, costretti all’abiura, allarmò le autorità ecclesiastiche e causò disordini. Che Giuliano si predisponeva a perseguire allorché fu indotto ad un intervento militare contro i Persiani durante il quale trovò la morte, senza aver designato un successore che, nella sua concezione, doveva essere scelto nell’interesse del bene pubblico, al di fuori del principio dinastico.
Gli successe Gioviano (363-364), il più anziano dei comandanti che ebbe il tempo di concludere una favorevole pace con i Persiani prima di morire accidentalmente. Gli subentrò un austero generale della Pannonia, Valentiniano I (364-375) che si insediò prima a Milano e poi a Treviri, mantenendo per sé il governo delle province occidentali ed attribuendo al fratello Valente (365-378) l’autorità di governo sulle province orientali con facoltà di autonomia legislativa. Di fatto si venne a determinare l’evento storico della sostanziale separazione dell’Impero in Impero di Occidente ed Impero d’Oriente. Pur allineandosi ambedue, ma senza diretti coinvolgimenti, con la linea teologica prevalente nei due territori, si mostrarono tolleranti verso il paganesimo, senza però consentirne rivalse ai cristiani.

Alla morte di Valentiniano, venne nominato imperatore il figlio Valentiniano II (4 anni, 375-392) affiancato dal fratellastro Graziano (n.5) che, per la giovane età del fratello e per la morte di Valente, caduto nel tentativo di contenere l’avanzata dei Goti sui confini danubiani, si trovò a capo di tutto l’impero. Riconoscendo le difficoltà che ne sarebbero derivate dal governo di tutto l’impero, tenne per sé il governo dell’Occidente ed affidò l’Oriente ad un comandante spagnolo Teodosio che si insediò a Costantinopoli. Graziano e Teodosio ... (5)
(5) Graziano (375-383) cercò, in collaborazione con Teodosio (379-395), di rinvigorire l’esercito con larghi arruolamenti di Goti per fronteggiare la pressione dei barbari (sul Reno e Danubio) e piuttosto che lo scontro con essi, preferì stabilire un rapporto di collaborazione con l’istituzione, al di qua del Danubio, di un vero e proprio Stato germanico confederato. La scelta suscitò la reazione dell’esercito che in Britannia, nominò imperatore d’Occidente Magno Clemente Massimo (383-388). Questi riuscì a sopraffare ed uccidere Graziano, non difeso da Teodosio con cui i collaborativi rapporti si erano deteriorati, ed a sovrapporsi al legittimo imperatore Valentiniano II, cui sottrasse Italia ed Africa. Valentiniano II trasferì la corte da Milano a Tessalonica, avvicinandosi a Teodosio, quindi affrontò Massimo che rimase ucciso. Lo stesso Valentiniano venne a sua volta assassinato (392) mentre era in attesa del vescovo di Milano, Ambrogio (n.37) che doveva battezzarlo. Teodosio nominò a succedergli il retore pagano Flavio Eugenio (392-394). Teodosio, assunta una posizione di preminenza su tutto l’Impero, rientrato dall’oriente soggiornò tra Milano e Roma, dove celebrò il trionfo (389), cerimonia tipicamente pagana, utilizzata per mantenere un rapporto interlocutorio con i pagani ed affermare la sua indipendenza dalla Chiesa e dal vescovo di Milano, Anbrogio, che cercava di condizionarne l’azione politica e che reagì alla nomina di non-cristiani a cariche elevate. Reazione che si espresse con l’imposizione a Teodosio, nel corso di una celebrazione a Milano, di allontanarsi dal presbiterio dove aveva preso posto alla maniera orientale. Anche in seguito un eccidio ordinato nel 390 a Tessalonica, impose a Teodosio una penitenza riparatrice. L’attrito non durò a lungo e, compiuta la penitenza, Ambrogio ammise di nuovo alla comunione (Natale 390) Teodosio che, nel 392 emanò misure decisive contro il paganesimo, quali chiusura dei templi ed abolizione di ogni forma di culto pagano. I templi pagani divennero oggetto di sistematica distruzione da parte di fanatici cristiani appoggiati dalle locali autorità ecclesiastiche. Quando Flavio Eugenio, cui facevano capo le correnti filopagane, si ribellò a Teodosio, questi lo affrontò e sconfisse (fiume Frigido, 394) rimanendo assoluto padrone dell’Impero. Rinnovò con un atto di prostrazione la sua sottomissione ad Ambrogio e profuse una grande quantità di risorse per ampliare a Roma la basilica di San Palo Fuori le Mura. Fece cessare i giochi olimpici (394) ed allontanò Quinto Aurelio Simmaco (340-402) oratore pagano e prefetto dell’Urbe in polemica con Ambrogio.
A Teodosio, morto a Milano, accompagnato dall’orazione di Ambrogio, successe in Occidente il figlio undicenne Onorio (395-423) che, insediato a Milano, fu affiancato da Stilicone (padre vandalo e madre romana) alle cui ambizioni dovette sottostare. L’Oriente fu affidato ad Arcadio (395-408) che, insediato a Costantinopoli ed affiancato da Rufino ed Eutropio, fu il primo imperatore della regione Orientale stabilmente divisa da quella Occidentale.
Dopo Arcadio, si succedettero in Oriente: Teodosio II (408-450), Marciano (450-457), Leone I (457-474), Leone II (474), Zenone (475-491) inframmezzato da Basilisco nel 476, Anastasio (491-518), Giustino I (518-527), Giustiniano (n.11).


... ambedue cristiani praticanti, rinunciarono al titolo di pontefice massimo spettante all’imperatore (*n.5) e favorirono gli interessi della Chiesa cattolica avversando il paganesimo. Successivamente Teodosio, assunta una posizione di preminenza, credendo nell’unità dello Stato in cui l’imperatore mantenesse la supervisione sulle attività della Chiesa, con l’Editto di Tessalonica (380) firmato anche dagli imperatori Graziano e Valentiniano II, proibì i culti pagani e promosse il cristianesimo a Religione ufficiale, accentuando così la tendenza teocratica dello Stato che si era già palesata all’inizio del secolo con Costantino. L’Editto riconosceva anche il primato delle sedi di Roma ed Alessandria in materia di teologia.

 

3.1.2 Da Teodosio a Giustiniano

Inizialmente fra le regioni di Oriente ed Occidente non vi fu contrasto ma le divisioni emersero con la ripresa della pressione barbarica allorché Rufino (n.5) si accordò con Alarico (370-410) re dei Visigoti, che diresse la sua pressione sull’Occidente (395). Stilicone, consolidata la propria posizione con un programma di tolleranza religiosa fra pagani e cristiani, nel tentativo di contenere i barbari, incorse in una azione di sconfinamento che irritò corte e Senato d’Oriente, i quali reagirono aggregando alle forze orientali dell’impero, Alarico, in qualità di magister militum. Questi si inoltrò in Italia conquistando Aquileia e marciando su Milano. Da dove Onorio (n.5), per motivi precauzionali, trasferì la sua corte ad Arles per ritrasferirsi, dopo che Stilicone era riuscito a respingere l’azione di Alarico, a Ravenna che, ritenuta più protetta di Milano, divenne la nuova capitale dell’impero d’Occidente. (6)
(6) I Vandali di Genserico, dalla Gallia invasero la Spagna (411) e, successivamente sconfitti dai Visigoti, si rifugiano in Africa, sostituendosi ai Romani (occasione in cui, nell’assedio di Ippona, morì S.Agostino),. Partendo dall’Africa invasero Sicilia, Sardegna, Corsica e Baleari e, nel 455, misero Roma a ferro e fuoco.

Silicone, nel 406, contenne la pressione delle orde barbariche che, con famiglie e beni al seguito, si spinsero verso Occidente . Quindi, travolto dagli intrighi di corte e dalla perdita del consenso di Onorio, venne ucciso a Ravenna, scomparendo con lui l’elemento di garanzia per la stabilità politica dell’Impero. Infatti Alarico, dopo la scomparsa di Silicone, si spinse ad assediare Roma che, il 24 agosto 410, fu messa a sacco per tre giorni con incendi, violenze e massacri . (7)
(7) Alarico non avendo ottenuto insediamenti in Italia si diresse verso il sud, razziando in Campania e Bruzio, coll’intento di sbarcare in Africa. Morì a Cosenza. La sua sepoltura nell’alveo del Basento è ancora avvolta nel mistero.

Alla morte di Stilicone, non avendo Onorio eredi diretti, subentrò, nella conduzione delle vicende dell’Impero la sorella di Onorio, Galla Placidia (390-450), in nome del figlio e successore Valentiniano III (425-455) ancora bambino. Seguì un convulso periodo di intrighi e cambiamenti fino all’effettiva assunzione di potere di Valentiniano III che affidò la difesa del suo Impero ad un generale, Ezio, dimostratosi abile nel controllare i barbari militarmente e diplomaticamente. Timoroso del potere assunto da Ezio, Valentiniano lo uccise con le proprie mani, prima di venire a sua volta ucciso dai fedeli di Ezio. Con la sua scomparsa ebbe termine la discendenza di Teodosio.
In questo periodo la pressione di tribù germaniche provenienti da est assunse un carattere di permanente emergenza che provocò la rottura dei precedenti equilibri e favorì la nascita di nuove formazioni politiche, i Regni romano-barbarici ... (8)
(8) Il regno romano-barbarico dei Burgundi (bacino del Rodano) costituitosi autonomo (443) fu assorbito dai Franchi. Il regno dei Suebi o Svevi (stanziatisi inizialmente nel Brandeburgo e spinti ad occupare, III sec., la parte occidentale della penisola iberica) venne assimilato dai Visigoti. Vandali (n.6) ed Ostrogoti crollarono sotto l’offensiva di Bisanzio. Sopravvissero i Visigoti in Spagna fino alla conquista araba (711). I Franchi di Clodoveo giunsero a controllare, VI sec., tutta la Gallia, assorbendo gli Alamanni. Sassoni ed Angli. Questi giunti dalla Germania e dalle coste danesi occuparono la maggior parte dell’isola britannica, spingendo i Britanni ad attraversare la Manica ed a stabilirsi nell’attuale Bretagna.

... che costituirono un complesso di popolazioni eterogenee per lingua e cultura. Alcuni di essi si dissolsero entro il V sec., minati da lacerazioni interne (Burgundi) o sopraffatti dall’offensiva militare di Bisanzio (Vandali, Ostrogoti) (n.8). La loro tenuta dipese in buona parte dai rapporti che riuscirono ad intrattenere con le società locali dove prevalevano i cristiani e con cui, per evitare di essere isolati ed osteggiati, dovettero scendere a patti fino alla conversione.

Fra il 455 ed il 475 si succedettero, in Occidente, una serie di imperatori fantocci nominati dagli imperatori d’Oriente... (9)
(9) Petronio Massimo (455-457), Giulio Valerio Maggiorano (457-461), Libio Savero (461-465), Antemio (467-472) e, senza effettivi poteri Glicerio (473), Giulio Nipote (474-475), non gradito al Senato e costretto ad allontanarsi dal patrizio romano, Oreste, che fece nominare il suo figliolo tredicenne Romolo Augustolo (475-476).

... fino a Romolo Augustolo, deposto (476) da un re germanico, Odoacre, che inviate le insegne imperiali all’imperatore d’Oriente, Zenone (474-491), venne nominato (480) luogotenente (patricius) per l’Italia. Da questo evento che segnò la caduta dell’Impero d’Occidente, il potere restò vacante.
L’incubo di aggressione da parte degli Ostrogoti di Teodorico che minacciavano di occupare Costantinopoli indusse Zenone a proporre loro, in alternativa, l’Italia verso cui si mossero in massa (489) costringendo Odoacre a ritirarsi a Ravenna. Teodorico dopo aver patteggiato con lui, lo uccise ed, acclamato re (493-526) dal suo popolo, venne riconosciuto dal nuovo imperatore d’Oriente Anastasio I (491-518). Teodorico, di fede ariana, lasciò immutate le istituzioni civili e religiose preesistenti mostrando tolleranza verso i cattolici. Stabilì, a favore del suo popolo, una moderata distribuzione di terre, gravando soprattutto sui maggiori proprietari; si servì di collaboratori romani e cattolici quali Cassiodoro, Boezio e Simmaco ... (10)
(10) Tra i collaboratori di Teodorico, il questore Flavio Magno Aurelio Cassiodoro (485-580) che redisse, in elegante latino, gli editti regi. Fra i numerosi scritti, Chronica e la storia dei Goti (De origine actibusque Getrarum) e, quando il potere gotico si avviò al declino, si ritirò a Squillace per fondare un monastero (cap.succ.). Altri collaboratori furono il filosofo Boezio e Q.A.M. Simmaco che, con papa Giovanni I, vanno anche annoverati tra le vittime. Il filosofo Severino Boezio (480-524) filosofo e letterato, si prodigò per la convivenza fra cultura romana e germanica. Cercò di divulgare in latino i testi di Platone ed Aristotile. Caduto in disgrazia, fu imprigionato, periodo in cui scrisse De consolatione philosophiae. Quinto Aurelio Memmio Simmaco (-525) letterato romano suocero di Boezio. Papa Giovanni I (523-526), nel 525 era stato inviato da Teodorico convinto difensore dell’arianesimo, a Costantinopoli, presso l’imperatore Giustino I che, nel 523, aveva promulgato un severo editto contro gli ariani. La missione, sotto minaccia, era di far pressione sull’imperatore per indurlo ad usare discrezione contro gli ariani, non potendo come capo della Chiesa spingere l’imperatore a favore dell’eresia. Il papa ebbe accoglienza sia dall’Imperatore che dal clero orientale. Il risultato deludente della missione indusse Teodorico che si era già macchiato delle condanne di Boezio e Simmaco, ad incarcerarlo a Ravenna dove morì poco dopo.

... riservando ai suoi il controll o dell’esercito. Il nuovo imperatore d’Oriente Giustino I (518-527), ispirato dal nipote destinato a succedergli, Giustiniano ... (11)
(11) Giustiniano (482-565) imperatore dal 527, si impegnò nella riconquista dei territori occidentali (Gallia e Spagna escluse) e con i suoi generali Belisario e Narsete sconfisse i Vandali in Africa (534) ed i Visigoti in Italia (guerra gotica; 535-553). Riordinò la struttura amministrativa e finanziaria dello Stato ed elaborò una ideologia monarchica di tipo teocratico tendente ad unificare nelle mani dell’imperatore l’autorità religiosa e politica. Inserendosi nelle vicende della Chiesa intervenne nelle questioni religiose favorendo l’ortodossia cattolica contro il paganesimo (chiusura della scuola filosofica di Atene) e contrio l’ebraismo (abbattimento delle Sinagoghe). Di fronte all’ampio seguito dei monofisiti (3.3.4) in Siria, cercò di forzare papa Vigilio (537-555) ad un compromesso che rigettasse la formula ortodossa del concilio di Nicea. Formula che venne confermata dal II Concilio di Costantinopoli del 553.

... sferrò, con l’appoggio della Chiesa romana e del regno romano-barbarico dei Franchi, una persecuzione contro gli ariani cui ordinò di cedere le proprie chiese ai cattolici (524). Teodorico reagì infierendo contro quelle personalità cui aveva accordato la sua fiducia (vedi nota 10).


Teodorico, prima di morire (526), investì suo successore il nipote di dieci anni, Atalarico, affidando la reggenza alla madre Amalasunta che, per la morte prematura del figlio (534), sposò Teodato con cui si contese il potere, contando sull’appoggio di Giustiniano. L’assassinio di Amalasunta (535) fu assunto da Giustiniano quale pretesto per iniziare una lunga guerra di conquista dell’Italia (guerra gotica; 535-553). In seguito alla quale Giustiniano estese all’Italia la legislazione imperiale, confermando Ravenna nel ruolo di capitale della nuova unità amministrativa bizantina, L’Esarcato. Dominio bizantino messo in crisi dall’avanzata (568-572) nell’Italia centrosettentrionale dei Longobardi che, guidati da Alboino (526-572), installarono la loro capitale a Pavia.

 

3.2 Movimenti eretici

Prima di focalizzare l’attenzione su alcune deviazioni dottrinali che, fin all’inizio, hanno animato la crescita e la diffusione del cristianesimo, è opportuno precisare che esse sono state molto più numerose (importanti o pittoresche che fossero) di quelle che verranno prese in esame. Il manifestarsi di scelte comportamentali ed interpretative nell’ambito della religione cattolica fornisce l’idea della originaria rigogliosità partecipativa di coloro che, accostatisi alla fede, fra il I e IV sec., furono attratti da numerosi movimenti. Questi, discostandosi dalla ortodossia cristiana definita dai Concili, furono considerati eresie (n.2) e condannati per la loro eterodossia. Alcuni di esse, sostenute da sofisticate dottrine ed articolati dibattiti, consolidarono consenso ed arrivarono ad avere una diffusione talmente vasta da essere contenuta solo nel momento in cui si instaurò una opinione dominante, stabilita da un’Autorità rappresentativa e divulgata ed accettata dai più come verità ufficiale.
E’ doveroso precisare che può risultare arbitraria la preferenza, dettata da finalità illustrative, di differenziare i movimenti eretici che si riferiscono a scelte comportamentali ed intellettuali in merito a determinati eventi, dalle controversie cristologiche che, più stimolanti la riflessione sul funzionamento della spiritualità, riguardano la definizione della Entità-Cristo.


3.2.1 Novazianismo

E’ stato illustrato nel capitolo precedente il donatismo (*) la cui dottrina si fondava sullo stesso rigorismo predicato dal presbitero intellettuale romano Novaziano ... (12)
(12) Novaziano (220-258) resse la Chiesa di Roma per un breve periodo dopo il martirio subito dal vescovo Fabiano (236-250) durante la persecuzione di Decio (250)(*). Si contrappose per la successione a Cornelio che venne eletto (251-253) vescovo di Roma mentre Novaziano riuscì a farsi nominare in contrapposizione e divenire il secondo antipapa della Storia del cristianesimo (Il primo fu Ippolito che venne eletto contro Callisto I da un gruppo scismatico nel III sec.). Egli scrisse diverse opere fra cui De Trinitate che riguarda la trascendenza e la grandezza di Dio e, cercando di provare la divinità del Figlio, sostenne che è un insulto al Padre, che è Dio, ritenere che non abbia potuto generare un Figlio che è allo stesso tempo Dio. Commise però l’errore comune a molti teologi del tempo di separare il Padre dal Figlio che è “la seconda Persona dopo il Padre” meno del Padre ma come Lui “per concordia, amore ed affetto” (Diteismo). I seguaci di Novaziano, autodefinitisi Katharoi (puri; denominazione ripresa nel Medioevo dai Catari; cap.succ.), estesero la loro dottrina intransigente a tutti i “peccati mortali” ed il loro vescovo di Costantinopoli venne invitato al Concilio di Nicea. Novaziano, molto probabilmente, finì martirizzato nel corso delle persecuzioni dell’imperatore Valeriano (*).

...in merito all’atteggiamento rigoroso ed intransigente da tenere non solo nei confronti dei lapsi (*) ma anche di coloro che, dopo il battesimo, si fossero macchiati di qualche grave peccato, secondo quell’inflessibilità che S. Paolo nella L. agli ebrei (6, 4) suggerisce per “.. quelli che sono stati una volta illuminati ed hanno gustato il dono celeste e sono diventati partecipi dello Spirito Santo ed hanno gustato la parola bella di Dio e le energie del mondo futuro, e caddero, è impossibile rinnovarli a pentimento, perché per loro conto di nuovo crocefiggono il Figlio di Dio ..”. Novaziano fu sostenitore del rinnovamento della Chiesa che sarebbe dovuta essere costituita solo da spirituali (profeti e martiri) e pertanto non riconosceva ad essa il diritto di ammettere alla comunione coloro che ne avevano negato l’appartenenza ed il cui perdono era riservato solo a Dio. (13)
(13) Problema dell’opportunità del perdono che non si pone nel mondo protestante dove non esiste il sacramento della penitenza.

Posizione che lo collocò in netto contrasto con quella cattolica ufficiale che vedeva nella Chiesa la riunione di tutti i fedeli portatori di un diverso livello di spiritualità.
Novaziano fu scomunicato dal Concilio romano del 251.

 

3.2.2 Marcionismo

Nel II sec., periodo in cui il cristianesimo era poco tollerato ed ancora perseguitato, un austero vescovo e teologo greco Marcione (85-160)... (14)
(14) La carica di vescovo vantata da Marcione, uomo coltissimo, e la presunta scomunica subita da parte del padre vescovo furono motivo di discussione. Fatto è che egli, a Roma, era in grado di disputare con competenza sulle Sacre Scritture e, secondo Tertulliano (3.2.2), dovette rinnovare la sua professione di fede, cose del tutto estranee ad una posizione di laico.

 

... giunto a Roma, probabilmente intorno al 140, durante la sede vacante seguita alla morte del vescovo Igino (136-140), fondò ed organizzò una Chiesa scismatica. Questa, permeata da un forte senso di fratellanza, conobbe una certa diffusione in Occidente ed ancor più in Oriente, ad opera del suo allievo Apelle, e sopravvisse fino al VI sec., allorquando, abbandonate le idee del fondatore, si accostò allo gnosticismo. (15)
(15) Lo gnosticismo (gnosis: conoscenza), un movimento che fonde sincretismo (tendenza a conciliare elementi filosofici o religiosi eterogenei) e cristianesimo, dando alla dottrina cristiana una interpretazione dominata da un forte dualismo tra spirito e materia. Elementi caratterizzanti furono una forte tendenza al dualismo tra divinità e mondo terreno e la possibilità di salvezza limitata ad un ristretto gruppo di persone, unici ad avere dentro di se la conoscenza dello spirito divino e quindi la possibilità di salvezza. Pertanto salvezza non veniva legata alla fede ma alla ma alla comprensione intellettuale. Ragion per cui attribuisce un valore simbolico alla incarnazione di Cristo (donatismo) ed alla resurrezione dei corpi.

Marcione basava il fondamento della sua dottrina sull’antitesi tra Nuovo ed Antico Testamento di cui non apprezzava l’implacabilità del suo Dio e, in una sorta di diteismo asimmetrico contrapponeva il “Dio sommo e misericordioso” del Nuovo Testamento ... (16)
(16) Contrapposizione che alcuni hanno intravisto anche in Paolo, ragione per cui si parlò di “Paolismo di Marcione”.

... che aveva inviato il Figlio Gesù per operare la salvezza di tutti al “Dio giusto ed inflessibile” dei giudei che non era lo stesso rivelato da Gesù. Non è chiaro se Marcione ammettesse la Trinità ma certo identificava Cristo con Dio, segno che la Divinità di Cristo era, in quel tempo, un dogma centrale. Marcione individuando in Cristo il Dio Manifesto, non il Dio Incarnato, si allineava con il docetismo (vedi nota 26) che negava la natura umana di Cristo.

La relazione fra le due Divinità, degli ebrei e dei cristiani, e quella fra le due Scritture crearono non pochi problemi a Marcione che, per uscirne, creò un suo “Nuovo Testamento” composto da due parti. (17)
(17) Esso iniziava con “Nel XV anno dell’imperatore Tiberio Dio discese in Cafarnao ed insegnò agli ebrei …”. Marcione aveva proposto di modificare il passaggio del Padre Nostro “.. Non ci indurre in tentazione …” con “.. Non lasciare che siamo messi alla prova ..” in quanto l’idea di un “Dio tentatore” lo ripugnava.

Nella prima (Instrumentum) utilizzava una riduzione del testo di Luca, maggiormente differenziato rispetto alla tradizione ebraica e, nella seconda (Apostolicon) le epistole di S. Paolo più ostili al giudaismo, avendo cura di eliminare tutti gli elementi in contraddizione con il suo dogma e ripudiando i “falsi apostoli” più legati al giudaismo. Creò quindi la sua Chiesa, quanto più simile a quella cattolica ma puramente neotestamentaria ed intessuta del suo puritanesimo.
L’etica predicata da Marcione era molto severa ed oltre al disprezzo del mondo materiale ed alla indifferenza nei riguardi dello Stato, prevedeva una rigorosa astinenza alimentare, la rinuncia al matrimonio (18) e la preparazione al martirio.

(18) I convertiti, se sposati, dovevano abbandonare il coniuge. Egli battezzava solo quelli che non vivevano nel matrimonio (vergini, vedove, celibi ed eunuchi), gli altri restavano catecumeni.

La domanda del perché la Chiesa non abbia appoggiato Marcione nella sua dottrina di rottura con l’ebraismo, ha trovato qualche motivazione che risiedono nel fatto che non si poteva far scomparire dal Nuovo Testamento ogni traccia del Vecchio perché era necessario, per contrapporsi al paganesimo, dotare la nuova religione di un impianto antico.
Il marcionismo ebbe notevole diffusione e si protrasse per diversi secoli scindendosi in varie sette finché le due Entità, che nella dottrina originale erano differenziate ma non in conflitto, vennero assimilati dai manichei ... (19)
(19) I manichei, seguaci di Mani (o Manes, III sec.), si collegavano allo gnosticismo con una dottrina sincretista (sintesi di zoroastrismo, buddismo e cristianesimo) basata sulla inconciliabilità dei due principi, bene e male, luce e tenebre, tra loro contrapposti. Pertanto Dio, assimilato a bene e luce viene contrapposto al diavolo, assimilato a male e tenebre. E così il mondo perfetto di Dio a quello terreno imperfetto. La salvezza è rivelata da Dio a pochi eletti, in contrapposizione con la dottrina cristiana per cui essa è patrimonio di tutti grazie alla fede. S.Agostino, pur mantenendo un certa autonomia intellettuale, aderì alla dottrina per allontanarsi successivamente, attratto da nuove esperienze: lo scetticismo prima della conversione.

... e più tardi dai catari (cap.succ.).

 

3.2.3 Montanismo

Alla fine II sec. in Asia Miniore (Frigia e Lidia) si diffuse un movimento religioso fondato da Montano, verosimilmente un ex sacerdote frigio evirato proveniente dal paganesimo. (20)
(20) Gli avversari accusarono Montano di essere un epilettico e di soffrire di sonnambulismo.

Egli, affidandosi ai passi del Vangelo di Giovanni (16, 12; “ .. Ancora molte cose ho da dirvi … Quando verrà lo Spirito di Verità, egli vi guiderà in tutta la verità … e vi annuncerà le cose venture ..”), sosteneva di parlare a nome dello Spirito Santo e di avere, nell’ambito della fede cristiana, una reviviscenza di visioni profetiche in cui, attraverso egli stesso, si compirebbe la promessa di Gesù di inviare il Paraclito (Giovanni 16, 7; “.. perché se non parto, il Paraclito non verrà a voi … e quando egli verrà confuterà il mondo in fatto di peccato, di giustizia e di giudizio.”). Malgrado la Chiesa ufficiale disconoscesse il movimento definendolo eretico, esso poté vantare fra i suoi aderenti uno scrittore cristiano come Tertulliano ... (21) (vedi anche cap.1-2)
(21) Dal tempo della sua adesione, intorno al 203, i suoi scritti divennero polemici nei riguardi della Chiesa cattolica da cui si distaccò nel 207, scrivendo De Estasi in cui si allineò alla “profezia di Montano sul futuro giudizio”.

... che, prima dell’adesione, era annoverato tra i più grandi apologisti cattolici ed aveva per primo adoperato il termine “Trinità”. Egli, nell’allinearsi a Montano, rivelava la posizione intransigente del movimento che negava la possibilità di perdono dei peccati da parte della Chiesa.

Il montanismo non aveva un vero apparato dottrinale ma si basava su quello cristiano modificato da una serie di comportamenti e precetti che riguardavano l’eliminazione del peccato con la pratica della castità, evitando i matrimoni, osservando severi periodi di digiuno e penitenza e condannando inflessibilmente i peccati più gravi (adulterio, omicidio, ecc.) e coloro che si sottraevano alle persecuzioni. Il punto focale del movimento era rappresentato dall’attesa del ritorno di Cristo (parusia; cap.1, n.14), ispirato dall’influenza che l’Apocalisse di Giovanni (cap.1, n.3, 10) ebbe sul mondo cristiano dell’epoca. Credenza che li portò al totale disinteresse verso le cose del mondo che presto sarebbero finite ed a giudicarle con inflessibilità e, da parte dei praticanti più estremi, alla mancanza di timore di fronte al martirio. Un ritorno a quella febbre escatologica che, abbinata ad un certo fanatismo, doveva essere abbastanza diffusa nelle comunità cristiane se indussero l’avversione di Marco Aurelio (*).

Tra i predicatori degli esordi vanno segnalate, per la notorietà raggiunta ... (22)
(22) Al punto da essere citate da Eusebio di Cesarea (* n.12) nella Storia ecclesiastica.

... le chiacchierate profetesse Massimilla e Priscilla. La prima faceva intendere di essere, durante l’estasi (23) ...
(23) L’estasi differenziava i profeti montanisti dagli antichi profeti che parlavano con volontà propria “in nome dello Spirito”.

... l’incarnazione di Cristo, la seconda predicava la castità come preparazione all’estasi durante cui riceveva rivelazioni da Cristo. Ella indicò nella città frigia Pepuza (da qui il nome di
pepuziani con cui sono riconosciuti i montanisti) la nuova Gerusalemme. Malgrado questi aspetti folcloristici e le persecuzioni subite al tempo di Settimio Severo (*) il movimento si diffuse dalla Frigia all’Asia Minore, Africa, Gallia e Roma dove ebbero un certo seguito le scuole montaniste di Eschine e Proclo, quest’ultimo molto stimato da Tertulliano.

Il movimento continuò a crescere e trovare consensi fino al IV sec. allorché iniziò il suo declino a seguito del riconoscimento che la Chiesa cattolica ricevette da Costantino e la condanna di eresia sancita dal Concilio di Costantinopoli del 381 nei riguardi di tutti i movimenti eretici.

 

3.3 Controversie cristologiche

La cristologia, volta a definire la natura di Gesù (umana, divina o ambedue?) in relazione a quella ingenerata di Dio, centra la sua attenzione sui concetti di incarnazione, trinità e redenzione. Questi furono oggetto interpretativo di diverse linee di pensiero che si differenziarono in un vasto dibattito all’interno della Chiesa e rappresentarono i temi di discussione dei grandi concili ecumenici del V-VII sec. ... (24)
(24) Ecumenico vuol significare la partecipazione di tutte le componenti confessionali al fine di superare gli attriti dottrinari e recuperare i comuni valori religiosi.

...dove vennero codificati i dogmi del cristianesimo e definita la dottrina della Chiesa. Tra le definizioni più importanti del cristianesimo ortodosso si devono evidenziare il Credo niceno -costantinopolitano (Concilio di Costantinopoli del 381) e le definizioni del concilio di Calcedonia (451) in merito alla natura di Cristo.
Le dottrine che vantarono ampia diffusione e diedero vita ad aspre controversie possono essere così selezionate:
- arianesimo, cui si collegavano il modalismo o sabellianismo, l’adozionismo, il monarchismo ed il subordinazionismo, tutte dottrine tendenti a limitare la figura del Figlio rispetto a quella del Padre, venendo così a compromettere la fede trinitaria professata dai cristiani fin dall’antichità.
- macedonesimo, collegato all’arianesimo, negava la divinità dello Spirito Santo;
- nestorianesimo enfatizzava la natura umana di Gesù, contrapponendosi al docetismo che la negava (vedi nota n.26) ed avversato dal monofisismo che tendeva a far prevalere quella divina.

A queste va aggiunta la dottrina di Pelagio (vedi nota 56), il pelagianesimo che centra la sua attenzione sul tema della “grazia”.

3.3.1 Arianesimo e contrapposizione sul Credo niceno

Nel capitolo precedente sono state illustrate le fasi della nascita e della condanna proclamata dal Concilio di Nicea (riunitosi su iniziativa di Costantino) della dottrina elaborata dal presbitero libico Ario. Essa, tendente a preservare l’assoluta trascendenza del Padre, (
“Dio Padre, ingenerato e diverso dal Figlio da lui generato e non creato”) si differenziava al modalismo o sabellianismo... (25) (*)
(25) Modalismo o Sabellianismo (dal nome del suo principale rappresentante Sabellio) era una eresia trinitaria del II-III sec. che, sostenitore dell’Unità divina, riteneva che Dio si sarebbe manifestato sotto tre forme: come Padre creando il mondo, generando il figlio attraverso la nascita da una vergine e donando la legge al popolo ebraico; come Figlio, incarnandosi in Gesù ai fini della redenzione; come Spirito, attraverso la discesa della luce sugli Apostoli e dimorando nelle anime dei cristiani credenti. Considerava pertanto le Entità della Trinità come tre aspetti di manifestarsi e di agire di un’unica Entità divina. Teoria condannata dal Sinodo di Alessandria del 261.

... che definiva Gesù una emanazione accidentale della vita divina ed al docestismo ... (26)
(26) Il docetismo (dokéin : apparire), dottrina manifestatasi nel corsi del I-IV sec. nell’ambito delle correnti dello gnosticismo, negava in Cristo la presenza della natura umana accanto a quella divina, essendo rispettivamente rappresentazioni del male e del bene (n.19). La dottrina pertanto riteneva che Gesù fosse soltanto apparso agli occhi degli uomini e, negandone la reale natura umana e ritenendolo soltanto un corpo etereo, non venivano riconosciute la sofferenza durante la sua esperienza terrena, la nascita da Maria, il rito dell’eucarestia (assenza del corpo di Cristo). Il primo a confutare questa dottrina fu S.Ignazio (cap.1, n.47; cap.2, n.5). Questa dottrina ricomparve, nella storia del Cristianesimo, periodicamente sotto varie linee di pensiero (manichei, priscillianisti, pauliciani, catari fino all’attuale dottrina teosofica).

... che
negava nel Cristo la presenza di una vera natura umana.
La dottrina ariana traeva spunto da una convinzione esistita in ogni tempo e centrale in molte eresie che vedeva in
Gesù prima di tutto un uomo, una creatura di Dio, in seguito elevata al rango di divinità e che fu identificata come adozionismo (27).
(27) L’adozionismo fa di Gesù una creatura (Figlio adottivo) che Dio ha destinato ad una missione particolare e che, al momento del battesimo sul fiume Giordano, ha adottato elevandola al rango di Figlio di Dio e conferendogli natura divina. La dottrina che ebbe nel vescovo di Antiochia, Paolo di Samosata (*n.26), il più importante sostenitore, compromette la fede cristiana ortodossa basata sulla “trinità”. In realtà questa teoria cristologia, in vari periodi, ha assunto una diversa formulazione fino a quella (VIII sec.) del vescovo di Toledo, Elipando. Questi sosteneva la doppia figliolanza di Cristo, una come Dio (Cristo è Dio) e l’altra come uomo (Cristo è uomo). Cristo, in quanto Dio, è figlio di Dio per generazione e natura ed, in quanto uomo, è figlio di Dio per adozione e grazia. La teoria fu sostenuta dal colto vescovo catalano Felice di Urgel (-818) che divenne capo di un movimento, (eresia feliciana), che ebbe un certo seguito e che sostenne con la citazione di diverse espressioni rinvenuti nella letteratura patristica quali: “adozione”, “uomo adottivo”, ”figlio adottivo”. La teoria che si dissolse con la scomparsa dei suoi sostenitori, venne condannata da papa Adriano I (772-795) con due lettere, una diretta ai vescovi di Spagna (785) e l’altra a Carlo Magno (794) che, nello stesso anno, convocò il Concilio di Francoforte. Questo, presieduto da un legato del Papa e considerato “sinodo universale”, respinse la filiazione adottiva di Gesù e sostenne la filiazione naturale divina.
Nel XII sec. Abelardo (1079-1142) riprese la meditazione sostenendo in Cristo la fusione della natura umana con quella divina ed, intendendo l’umanità di Cristo come “abito esterno”, negava il “Cristo uomo” (Cristo come uomo non è una realtà sostanziale, ma si può solo dire che è un modo di essere). Teoria che trovò in Europa numerosi sostenitori e che venne condannata da papa Alessandro III (1159-1181): “Vietiamo, sotto pena di anatema che chiunque in futuro osi asserire che Cristo come uomo non è una realtà sostanziale poiché così come è veramente Dio, così è veramente uomo”. Abelardo venne dichiarato eretico dal Concilio Lateranense del 1139.
Il dibattito sull’adozionismo venne, nei secoli successivi, sottoposto ad ulteriore riflessione che, pur confermando le conclusioni del sinodo di Francoforte, aggiunse ulteriori definizioni. Ed al di là della figliolanza naturale che si basava sulla unione ipostatica (unione, ad opera dello Spirito Santo, della natura divina e della natura umana nell’unica Persona del Verbo-Figlio) si ritenne che vi fosse spazio per una filiazione che faceva leva sulla grazia. “Filiazione” che non escluderebbe la connotazione emersa dal concilio di Francoforte.


Una teoria quella del adozionismo cui si collegava il monarchismo ... (28)
(28) Il Monarchismo esalta a tal punto l’Entità divina, Dio, da vedere, nelle diverse Entità della Trinità, solo aspetti provvisori dell’unica Entità. Da esso si differenzia l’adozionismo (n.27) solo per il fatto che questo focalizza l’analisi sulla umanità di Cristo (Gesù si unisce a Dio all’atto del battesimo, dell’assunzione e della filiazione per adozione) che vede subordinato alla potenza del padre, in maniera del tutto simile al subordinazionismo.

... mirante a conservare intatta, illimitata ed assoluta l’Entità divina e riservare a Gesù Cristo una Entità umana che ospitava una forma divina. Il legame, poi, dell’arianesimo con il subordinazionismo consisteva nel fatto che questo attribuiva al Figlio un ruolo subordinato al Padre ed allo Spirito Santo un ruolo subordinato ad entrambi, accentuandone l’umanità di Cristo e sottoponendola alla potenza del Padre di cui non è consustanziale. Tutte dottrine che negavano la base dogmatica del cristianesimo e cioè la consustanzialità: identità di natura e sostanza del Figlio con il Padre, trasformando Gesù nella prima creatura di Dio, cioè “creato, non generato” e pertanto non esistente da sempre in Dio.
L’accezione che il Padre sia “più grande del Figlio” corrisponde in sostanza all’orientamento dei vangeli sinottici nei quali è presente l’espressione “tranne il Padre”, quasi una subordinazione del Figlio al Padre. Diversamente in quello di Giovanni, dove, pur trovandosi (10, 30) “
.. Io e il Padre siamo uno”, si ritrova anche (14, 28) “.. se mi amaste godreste che io vado al Padre, perché il Padre è più grande di me” che rafforza la posizione degli Ariani. Nel Vangelo di Giovanni, redatto in tempi leggermente posteriori, la posizione del Figlio assume una valenza più divina, come se risentisse della forte pressione del popolo credente, in quel tempo molto partecipativo, e cresciuta nel corso dei primi secoli, tendente ad attribuire maggiore rilevanza alla figura del Figlio. Tendenza che ha assunto tale prevalenza da elevare la figura di Gesù a livello di Dio incarnato.

Benché il Concilio ecumenico di Nicea (325) avesse condannato la dottrina ariana del Figlio non consustanziale al Padre imponendo la definizione “.. Credo in un solo Signore, Gesù Cristo, unigenito Figlio di Dio, nato dal Padre prima di tutti i secoli: Dio da Dio, Luce da Luce, Dio vero da Dio vero, generato, non creato, della stessa sostanza del Padre ..”, Ario replicò che colui che genera esiste prima di colui che è generato e pertanto, essendovi un tempo in cui il Figlio non era, il “prima di tutti i secoli” è privo di senso. Ed inoltre ribadì la teoria che vedeva un Dio incompatibile con la pluralità delle entità divine, ragion per cui a Cristo non poteva essere attribuita la stessa natura del Padre (Dio) ma poteva essere riconosciuto come sua prima creatura, in quanto il Padre è eterno e sorgente di tutte le realtà mentre il Figlio è dissimile ed inferiore al Padre, in natura e dignità, in quanto creato e generato dal Padre stesso. Quindi “Cristo del tutto dissimile da Dio” ... (29)
(29) I sostenitori della Consustanzialità vennero definiti omousi, mentre quelli che sostenevano la tesi ariana vennero definiti anomei. Successivamente si fece strada una posizione intermedia in coloro che accettavano un “Cristo somigliante a Dio” e vennero definiti omeisti (*).

... concetto quello sopra che continuava a negare l’incarnazione e la resurrezione di Gesù Cristo.
La definizione del Credo (Simbolo Niceno), dichiarato vincolante per tutti i cristiani, e la condanna dell’arianesimo non fermò la sua diffusione né placò le dispute sulla interpretazione dogmatica ariana. Anzi essa fu rimessa in discussione trascinatasi successivamente in una lunga serie di controversie disputate in sinodi regionali e concili contraddittori ... (30)
(30) In un ventennio se ne tennero molti e di essi I più significativi appaiono quelli di Tiro e Gerusalemme (335), Antiochia (340), Filippopoli ed Arles (353) e Milano (355) che decisero in antitesi al concilio di Nicea; mentre quelli di Roma (340), Sardica (343), Rimini (359) in accordo con la fede Nicea.

... in cui l’incomprensione terminologica tra il greco, utilizzato dai rigorosi cristiani d’Oriente, ed il latino dei vescovi d’Occidente, portatori dell’ortodossia cristiana che aveva il più fervido sostenitore in Atanasio di Alessandria ... (31)
(31) Atanasio (295-373) (*), dottore della Chiesa, santo sia per la Chiesa cattolica che ortodossa e copta. Accompagnò il vescovo Alessandro di Alessandria al concilio di Nicea (*n.46) e da allora divenne il più convinto sostenitore della tesi cattolica ortodossa. A causa di questa sua testimonianza subì, dal momento in cui successe ad Alessandro (328), almeno cinque esili e numerose calunnie, motivo per cui viene ricordato come “Atanasio contro il mondo”. Scrisse “Sull’Incarnazione” in cui esponeva le tesi sulla vera identità di Cristo “vero Dio e vero Uomo”. Atanasio si insediò nella sede vescovile di Alessandria, per intervento di Costanzo II, solo nel 346, dopo la morte di Giorgio di Cappadocia.

... Atanasio giocò un ruolo non marginale.


- Sinodo di Tiro e di Gerusalemme (335)

Mentre in Occidente il credo Niceno non trovava ostacoli ad affermarsi, in Medioriente continuò a diffondersi la dottrina ariana al punto da indurre Costantino, sollecitato da consiglieri e familiari (*) e sorretto più da considerazioni politiche ... (32)
(32) Costantino si convinse infatti che la dottrina ariana, che faceva della Chiesa un organismo di origine terrena meglio rispondeva alle esigenze imperiali. La dottrina di Nicea faceva invece della Chiesa un corpo di origine divina che trovava il suo fondamento solo nell'autorità ecclesiastica.

... che dal fatto che i sostenitori dell’arianesimo fossero maggioranza in Oriente, a tentare di correggere le decisioni di Nicea con la convocazione di un concilio non-ecumenico. Questo, avviato a Tiro e conclusosi a Gerusalemme, in occasione della consacrazione della basilica del Santo Sepolcro (335), capovolse le conclusioni di Nicea e proclamò “dottrina” quella ariana che a Nicea era stata condannata come “eresia”. Costantino assunse un atteggiamento favorevole all’arianesimo ed il concilio decise il reintegro dei vescovi ariani esiliati dopo il concilio di Nicea e la sconfessione di Atanasio di Alessandria che andò in esilio prima a Treviri dove, accolto con onori dalla comunità cristiana e dal vescovo Massimino, iniziò a diffondere la conoscenza del monachesimo egiziano (cap. succ.) e poi a Roma (341). Al suo posto gli ariani nominarono Pisto.
Conclusioni che fecero riesplodere la contrapposizione fra la fazione occidentale ortodossa e quella orientale a prevalenza ariana.

 

- Sinodi di Antiochia (339) e Roma (341)


Atanasio, estromesso da Alessandria, malgrado il sostegno del sinodo egiziano, decise di illustrare la sua posizione mediante l’invio di emissari al vescovo di Roma Giulio I (337-352) (33)
(33) In quel tempo il vescovo di Roma non aveva ancora assunto il titolo di Papa. Giulio I (337-352) dopo il Concilio emanò un'enciclica, Anegnon, relativa alla fede nicena.

Giulio I, nei giorni immediatamente precedenti, aveva ricevuto una ambasciata di vescovi ariani (guidata da Macario) in cui venivano illustrate la validità delle conclusioni del concilio di Tiro con la richiesta di deporre Atanasio e riconoscere la nomina del vescovo Pisto. Manovre che portarono alla pressoché contemporanea convocazione di due sinodi, a Roma e ad Antiochia (341).
Il sinodo di Roma, convocato da Giulio I che aveva fatto recapitare un invito anche ai vescovi orientali, vide la partecipazione di 50 vescovi, tra cui solo una rappresentanza orientale. Il concilio esaminò testi e documenti ed ascoltò testimonianze prima di allinearsi con le conclusioni del concilio di Nicea e stabilire la reintegrazione dei vescovi cristiani ortodossi (Atanasio ed altri estromessi dal concilio di Tiro). In quella sede venne riaffermato il formale primato della sede vescovile di Roma (* n.41) e la sua indipendenza dal potere imperiale.

Il controsinodo di Antiochia organizzato dal sostenitore della tesi ariana, Eusebio di Nicomedia (*n.43) che aveva accresciuto il suo prestigio con la nomina di vescovo di Costantinopoli (*), pur proponendo una formula di compromesso, “Cristo ed il Padre coesistevano eternamente” e, senza affrontare direttamente la questione della consustanzialità, fece togliere dal testo del Credo di Nicea la frase “genitum non factum consustantialem Padri” che, di fatto, confermava le conclusioni di Tiro (335). Eliminazione che, rifiutata dai cristiani, non piacque nemmeno agli ariani che sembra avrebbero potuto accettare la sostituzione di “consustanziale” con “simile”. Venne inoltre ribadita la rimozione di Atanasio dalla sede di Alessandria dove, la precedente nomina di Pisto venne sostituita con quella di Gregorio di Cappadocia.
Conclusioni che acuirono i vivaci contrasti tra i sostenitori di ambo le posizioni che giunsero perfino a scontrarsi per le vie di Costantinopoli.


- Concilio generale di Sardica (343)

Il tentativo di trovare un posizione di conciliazione, indusse gli imperatori Costante che regnava sulle province occidentali e centrali di fede ortodossa e Costanzo II, sostenitore della tesi ariana, a tentare di comporre le divergenze nella ricerca di un credo comune, assumendo l’iniziativa di convocare (343) il concilio generale di Sardica (odierna Sofia, ai confini fra i due imperi) esteso sia ai vescovi occidentali che a quelli orientali. Questi ultimi abbandonarono la seduta e si riunirono separatamente, segno di una contrapposizione che confermava l’incomunicabilità fra le due componenti cristiane. Il concilio ribadì le conclusioni di Nicea, confermando Atanasio alla sede vescovile di Alessandria ed attribuendo al vescovo di Roma il potere giudiziario di appello per i vescovi che venivano deposti da concili provinciali. Potere non accettato dai vescovi orientali che, nel frattempo riuniti a Filippopoli (città della Tracia), scomunicarono il vescovo di Roma, Giulio I, negandogli l’autorità di intervenire negli affari della Chiesa orientale, e ribadendo la condanna di Atanasio.

 

- Sinodi di Arles (353) e Milano (355)

Di fronte alla palese divisione fra i rappresentanti delle due Chiese, Costanzo II, rimasto unico imperatore di Oriente ed Occidente (n.4), coll’intento di mantenere saldamente in mano il potere ed imporre una propria linea (“la mia volontà è canone”)... (34)
(34) Costanzo II, determinato sostenitore della dottrina ariana, impose al vescovo centenario di Cordoba, Osio (*n.45), di uniformarsi alla sua linea. Osio, avendo rifiutato di abiurare, come gli era capitato di fare nel corso della persecuzione di Diocleziano, fu processato da vescovi ariani, torturato ed esiliato.


... convocò numerosi concili nella sua residenza di Sirmio ed i sinodi di Arles (353) e di Milano (355). Ad Arles vennero ribaltate le conclusioni del concilio di Roma. In seguito a tali conclusioni, il vescovo di Arles, Saturnino, cercò allora di imporre l’arianesimo in tutte le chiese galliche, in ciò contrastato da Ilario di Poitiers (315-368), una delle figure emergenti tra i vescovi europei. (35)
(35) Contrapposizione è vista come il segno dell’approfondimento culturale-ideologico che stava sorgendo in Occidente, fino ad allora scarsamente partecipe al dibattito. Cosa che può giustificare il tiepido sostegno dell’imperatore d’Occidente.

A Milano parteciparono i vescovi occidentali che si riunirono nella Chiesa principale (Basilica nova) assieme agli orientali. Questi entrati in conflitto con gli occidentali si trasferirono nella cappella del palazzo imperiale. Senza assumere specifica posizione rispetto al credo niceno, l’imperatore impose con un intervento intimidatorio la condanna di Atanasio e dei suoi seguaci antiariani oltre a sancire la negazione del primato del vescovo di Roma, a quel tempo Liberio (della gente Savella, 352-366).
I vescovi che si contrapposero vennero rimossi. Tra essi Il vescovo di Milano Dionigi esiliato in Cappadocia e sostituito con l’ariano Aussenzio (n.37). Liberio, successore di Giulio I, non accettando le conclusioni emerse, venne esiliato in Tracia (Ilario di Poitiers che lo aveva sostenuto fu esiliato in Frigia) e sostituito dall’antipapa Felice II. Finché, assunta (358) una posizione apparentemente più conciliante, Liberio poté rientrare a Roma per essere reintegrato. (36)
(36)
Occasione in cui vengono buttate le basi per un conflitto di supremazia tra potere temporale e potere religioso che scavalcherà il Medioevo.


- Sinodo di Rimini (359)

Nell’anno successivo, ad Ancira (capitale della Galazia), dagli ariani integralisti si staccò la corrente dei semi-ariani (omeisti) guidati dal vescovo della sede, Basilio, da Giorgio di Laudicea e da Eustachio di Sebaste che, costituendo la maggioranza, proposero la formula compromissoria omeista del “Cristo somigliante a Dio”. La qualcosa indusse Costanzo II, nella convinzione che questa potesse trovare un generale consenso, a convocare il sinodo di Rimini (359) per imporla a tutto il clero occidentale. Questo, ampiamente rappresentato, si allineò invece al Simbolo Niceno, respingendo la formula proposta (definita “blasfemia” da Ilario di Poitiers). Formula respinta anche dagli ariani integralisti riunitisi a Seleucia.

Tale contrasto intorbidò e rianimò ancor più la controversia, interrotta soltanto dal breve periodo di paganesimo (361-363) imposto dall’imperatore Giuliano l’Apostata.

- Primo Concilio ecumenico di Costantinopoli (381)

Ambrogio ... (374) (37)
(37) Sant’Ambrogio (339-387) (n.5) di nobile famiglia senatoria romana, istruito nei migliori centri di Roma, dopo 5 anni di magistratura a Sirmio fu nominato governatore delle province settentrionali con sede a Milano dove, alla morte del vescovo ariano Aussenzio, fu nominato vescovo (374) benché non fosse battezzato e non possedesse conoscenze dottrinali e teologiche. Competenze di cui si dotò con lo studio ed approfondì con la pratica pastorale. Intraprese con vigore e successo la lotta per eliminare l’arianesimo dall’Italia e ad affermare i diritti della Chiesa rispetto al potere politico imperiale. Dopo la morte di papa Damaso I (366-384), Ambrogio diventò, di fatto, il capo della chiesa d’Occidente (la Sede di Milano fu successivamente dimensionata a causa della creazione del patriarcato di Aquileia e dell’importanza acquisita dalla Chiesa di Ravenna dove si trasferì la corte imperiale). Ebbe ruolo nella rinuncia da parte degli imperatori del titolo di pontifex maximus (n.5) e fu determinante nella conversione di S.Agostino (n.57). Impose inni e testi liturgici istituendo il rito ambrosiano ispirato a liturgie orientali e tutt’ora in vigore nella diocesi milanese. Con S.Agostino, S.Girolamo (347-420) e Papa S. Gregorio I Magno (540-604) è riconosciuto come “massimo dottore della Chiesa antica” (*n.47). Scrisse diverse opere teologiche: De fide (contro l’arianesimo), De abitu Theodosi (sul rapporto Stato Chiesa). Caratteristica di Ambrogio fu l’accentuata impronta antigiudaica che lo portò ad opporsi a Teodosio fino al ritiro del decreto che consentiva la ricostruzione di una sinagoga (a Callinicum sull’Eufrete) distrutta da un incendio provocato dai cristiani.

... Ambrogio personaggio risoluto e motivato, dal momento della sua nomina a vescovo di Milano, cercò di influenzare le dispute religiose ed asservire il potere politico a quello religioso. Infatti riuscì sia ad imprimere alla disputa teologica una svolta tale da far prevalere la posizione cattolica ortodossa che ad indirizzare la evoluzione politica, giuridica ed amministrativa dell’Impero nel senso degli interessi della Chiesa cattolica. A tal fine indusse l’imperatore Teodosio (n.5) a ripudiare l’eresia ariana a favore del credo niceno sostenuto dalla parte occidentale dell’Impero, malgrado la perplessità di Teodosio, timoroso che la scelta potesse divenire strumento per la prevalenza dell’Occidente sull’Oriente.

Nel I Concilio di Costantinopoli del 381 (II ecumenico della storia della Chiesa), convocato da Teodosio, parteciparono 150 vescovi ma non quello di Roma Damaso I (366-384) né il suo successore Papa Siricio (38)
(38) Siricio (384-389) fu il primo vescovo di Roma ad assumere ufficialmente il titolo di “Papa” (papas : papà). Fino ad allora al vescovo di Roma veniva riconosciuta una posizione di privilegio (*n.41) che giustificavano interventi incisivi nella vita della Chiesa. Da allora, riprendendo i tratti essenziali della figura dell’imperatore (assolutismo ed universalismo), i papi assunsero in Occidente, accanto al potere pastorale e spirituale, autorità istituzionale e giuridica. Potere che, già messo in dubbio dalle rivendicazioni dei patriarcati di Costantinopoli e di Antiochia, nel momento i cui fu codificato con la riforma gregoriana (Gregorio VII, 1020-1085; contro concubinaggio e simonia, e divieto di investitura di vescovi ed abati da parte dei sovrani), mirante a liberare la Chiesa dai condizionamenti feudali, indusse le Chiese d’Oriente allo scisma (separazione) d’Oriente (1054). Altri motivi di separazione si erano avuti precedentemente (v. n.42).
La Chiesa d’Oriente da allora si sviluppò in maniera differenziata da quella romana ed, anziché entrare in contrapposizione con il potere imperiale, stabilì un rapporto simbiotico in cui l’imperatore bizantino era anche capo della Chiesa d’Oriente (cesarepapismo) benché la guida fosse affidata a patriarchi autonomi ed indipendenti, uniti dalla comune fede. Le differenze tra le due Chiese erano anche di ordine dottrinale (interpretazione meno cristocentrica in quella orientale), liturgico e disciplinare (rifiuto del celibato dei preti orientali).



Ambrogio e Cirillo di Gerusalemme (315-386) assunsero il ruolo di paladini del primato romano e dell’ortodossia. Teodosio manifestò subito le proprie intenzioni ed appena giunto a Costantinopoli, con un gesto dimostrativo del suo progetto, espulse il vescovo ariano Demofilo, sostituendolo con Gregorio Nazianzieno (*n.50) che presiedette il concilio. (39)
(39) Dopo la morte del vescovo Melezio di Antiochia che ne aveva guidato la prima parte. Gregorio Nazienziano abbandonò (“ … sono stanco di sentirmi rimproverare le mie condiscendenze, sono stanco di lottare contro i pettegolezzi, l’invidia, i nemici …”) e venne sostituito dal vescovo Nettario designato a sostituire Demofilo a Costantinopoli.

Il Concilio si concluse con l’affermazione che Cristo vero Dio e vero uomo ha assunto dalla vergine Maria la natura umana al momento dell’incarnazione. Lo stesso concilio completò il testo del Credo Niceno in una formula in uso anche ai nostri giorni nella liturgia cristiana (Simbolo niceno-costantinopolitano)... (40)
(40) “Crediamo in un solo Dio, Padre onnipotente, creatore del cielo e della terra, di tutte le cose visibili e di quelle invisibili: e in un solo signore Gesù Cristo, figlio unigenito di Dio, generato dal Padre prima di tutti i secoli, luce da luce, Dio vero da Dio vero; generato, non creato, della stessa sostanza del Padre, per mezzo del quale sono state fatte tutte le cose. Per noi uomini e per la nostra salvezza egli discese dal cielo, prese carne dallo Spirito Santo e da Maria vergine, e divenne uomo. Fu crocifisso per noi sotto Ponzio Pilato, fu sepolto e risuscitò il terzo giorno secondo le Scritture, salì al cielo, si sedette alla destra del Padre: verrà nuovamente nella gloria per giudicare i vivi e i morti, e il suo regno non avrà fine. Crediamo anche nello Spirito Santo, che è signore e dà vita, che procede dal Padre; che col Padre e col Figlio deve essere adorato e glorificato, ed ha parlato per mezzo dei Profeti. Crediamo la Chiesa una, santa, cattolica e apostolica. Crediamo un solo battesimo per la remissione dei peccati e aspettiamo la resurrezione dei morti, e la vita del secolo futuro. Amen”.

... estendendo la consustanzialità allo Spirito Santo che con il Padre ed il Figlio forma la Santissima Trinità (dogma trinitario) (41)
(41) La Chiesa fa riferimento al “mistero della Trinità”, mistero che non si può comprendere ma a cui bisogna credere. S.Agostino precisò le relazioni tra le Entità divine comparando la “generazione del Figlio da parte del Padre” all’atto della conoscenza e consapevolezza di Sé e riconoscendo nella generazione dello Spirito Santo l’amore scambievole del Padre con il Figlio.

Questa verità dogmatica, assieme al riconoscimento della doppia natura di Cristo (vero Dio e vero Uomo) e della “risurrezione” ed “effusione dello Spirito Santo”, rappresentano i cardini della soteriologia cristiana (dottrina che riguarda la salvezza nel senso della liberazione dal male), simboleggiano il Cristianesimo e lo differenziano dagli altri monoteismi.
Il concilio di Costantinopoli vietò ogni modifica alla l’interpretazione cristiana ortodossa elaborata nel Simbolo che impose a tutto il clero e condannò ogni posizione che da quella si sarebbe differenziata . (42)
(42) Questo rimase un motivo di contrasto fra le chiese di Oriente ed Occidente. Contrasto che emerse nell’863 e contrappose papa Nicolò I (858-867) ed il patriarca di Costantinopoli Fozio (820-892). Questi non aveva accettato la modifica del testo del Simbolo Niceno-Costantinopoliano, da parte della Chiesa d’Occidente, che aveva alterato il significato del quadro trinitario emerso da Costantinopoli con l’inserimento, nel Credo (n.40), del termine “Filioque” (“.. Credo nello Spirito Santo che è Signore e dà la vita e procede dal Padre e dal Figlio ..”. Per la Chiesa d’Oriente tale aggiunta, non-canonica e dogmaticamente pericolosa, venne considerata eretica. A seguito del concilio di Lione del 1274 le due Chiese riconobbero, per un breve periodo, l’aggiunta. Nel concilio di Firenze (1439) si verificò una formale riunificazione, fallita nei fatti. Solo successivamente si sviluppò pienamente la concezione trinitaria del Dio cristiano in risposta alle incomprensioni ed alle eresie condannate dai vari concili.
Attualmente il termine
filioque è utilizzato dalla Chiesa cattolica nelle liturgie latine (riti romano ed ambrosiano), luterane e calviniste. Tra gli anglicani è ancora aperta la questione della sua rimozione. Nei riti orientali (Chiese ortodosse) si utilizza la versione del Credo senza l’aggiunta.

L’arianesimo, pur condannato, non fu comunque sconfitto, anzi sopravvisse per altri due secoli diffondendosi fra le popolazioni di stirpe germanica convertite al cristianesimo da missionari ariani.
Assieme all’arianesimo il concilio condannò tutta una serie di movimenti eretici ad esso collegati.

 

3.3.2 Il Macedonismo

Una formula, quella del Simbolo niceno-costantinopoliano, che serviva a condannare anche il macedonismo, dottrina divulgata da Macedonio ... (43)
(43) Macedonio (-370) era un presbitero di fede ariana. Alla morte di Eusebio di Nicomedia (*n.43) fu eletto vescovo di Costantinopoli nel 341, in concorrenza con il cattolico ortodosso Paolo.

... che ammetteva la somiglianza sostanziale del Figlio con il Padre ma negava la divinità dello Spirito Santo che riduceva a creatura del Verbo, una espressione figurata dell’energia divina.

La dottrina teologica (definita pneumatomachia: ostile allo Spirito), allineata al subordinazionismo (n.28) ed a tutti i movimenti antitrinitari, trovò tra i più importanti assertori il vescovo e monaco armeno Eustazio di Sebaste (300-377), discepolo di Ario e capo della comunità degli Pneumatomachi (ostili allo Spirito Santo) e Maratonio (vescovo di Nicomedia ed animatore della comunità macedoniana). Essi, rifacendosi ad una interpretazione letterale della Bibbia che non menziona esplicitamente la divinità dello Spirito Santo, e dai Vangeli (Giovanni 15, 26: “.. lo Spirito di verità che discende dal Padre..”), sostenevano che lo Spirito che discende dal Padre non può essere allo stesso tempo Padre, la cui assoluta trascendenza escludeva pari dignità allo Spirito. Spirito che, non essendo ingenerato come Dio, né generato come il Figlio, dovrebbe appartenere alla categoria delle “creature”. Per elevarlo dalla condizione di “creatura”, i macedoniani hanno posto lo Spirito in un livello semidivino o divino subordinato. La dottrina, nel negare la divinità dello Spirito Santo, riteneva fosse una creatura superiore agli angeli ma non consustanziale al Padre ed al Figlio.

La teoria fu combattuta da Atanasio di Alessandria (n.31) e dagli aderenti al credo di Nicea che la ritenevano un attacco ancor più profondo al “dogma trinitario” in quanto gli ariani che già negavano la divinità del Figlio, avrebbero a maggior ragione negato la divinità dello Spirito Santo.
La dottrina, oltre che dal Concilio di Costantinopoli (381), fu successivamente condannata da quelli di Efeso (391), di Calcedonia (451) e Lateranense (1139).

 


3.3.3 Nestorismo

Il nestorianesimo prese in esame il rapporto fra natura umana e divina di Cristo. La dottrina, insegnata dal monaco cristiano Nestorio ... (44)
(44) Nestorio (380-451), nato in Siria, divenne, per sostegno della corte imperiale che ne aveva appezzato le doti di virtù ed eloquenza, patriarca di Costantinopoli (428)

... che, come Ario, non riteneva, secondo il Simbolo di Nicea, che Gesù fosse un Dio “prima di tutti i secoli” (n.40) incarnatosi temporaneamente, prima del suo ritorno in Cielo. Egli tende invece ad enfatizzare la natura umana di Gesù sostenendo la presenza in Lui di due distinte nature, una umana (come ciascuno di noi) e l’altra divina che coesistono senza fondersi. Ciò lo rende, allo stesso tempo vero Dio e vero uomo, partecipe di “qualcosa” che lo innalza al di sopra di Sé. Ed in questa sua duplice natura (umana, da un lato e dall’altro aperta al divino solo dopo la sua nascita) assume il ruolo di mediatore fra Dio e gli uomini . (45)
(45) Concetto che si ritrova in diverse lettere di Paolo: (I l. Timoteo 2, 5) “..Unico infatti è Dio, unico anche il mediatore fra Dio e gli uomini, l’uomo Cristo Gesù ..”; (l. Galati 3, 19) “..legge .. promulgata per mezzo degli angeli, tramite un mediatore..”; (l. Ebrei 8,6) “..Ma Cristo ha ricevuto un ministero …. di cui egli è mediatore..”; ecc.

Ciò indusse la considerazione che, se Dio è immutabile, la sostanza umana (mutabile) non può fondersi con quella divina e, se ad ogni sostanza deve corrispondere una persona, in Cristo vi sono due distinte nature che coesistono. Teoria che si contrapponeva alla comunione di sostanza fra Padre e Figlio e quindi alla possibilità di redimerci attraverso di Lui.
In base alle stesse considerazioni precedenti, Nestorio riteneva che Maria aveva dato vita ad un “uomo” e pertanto le negò la qualifica di Madre di Dio (Theotokos), per riconoscerle quella di Madre di Cristo (Christotokos).

Ambrogio, da Milano, intrecciò rapporti con teologi orientali ... (46)
(46) Tra cui Basilio di Cesarea (*n.50), Cirillo vescovo di Alessandria (370-444), autore di trattati esegetici e Girolamo (347-420)(cap. succ.).

... per promuovere un movimento volto a riaccendere la riflessione teologica sulla tesi nestoriana, protrattasi fino alla metà del V sec., per sostenere la sovrapposizione in Cristo le due nature, umana e divina, integre e complete.
La dottrina nestoriana fu affrontata nel concilio di Efeso del 430 (III concilio ecumenico della storia) ... (47)
(47) In questo Concilio furono anche proscritte senza distinzione tutte le grandi eresie apparse fino a quel momento.

... a cui parteciparono approssimativamente 200 vescovi in un'atmosfera dibattimentale abbastanza conflittuale in cui si giunse alla condanna della dottrina nestoriana con l’approvazione del dogma cristologico della doppia natura (uomo e Dio) nella sola persona di Gesù con anima e corpo razionali. Alla Vergine Maria venne inoltre riconosciuta la qualifica di Madre di Dio, in quanto aveva dato alla luce un Dio in qualità di uomo. (48)
(48) Lo stesso concilio vietò ogni altro cambiamento al Simbolo niceno-costantinopoliano, ribadì e definì alcuni canoni tra cui la scomunica per chi non si fosse attenuto alle conclusioni del concilio di Nicea e di Efeso. Dibattè anche del pelagianesimo (v. seguito).

Un gruppo di nestoriani, non accettando le conclusioni del concilio di Efeso confluirono nella Chiesa cristiana orientale. Questa era sorta fin dal II sec. ma si rese indipendente nel V sec. quando, in seguito alla confluenza preponderante di componenti di fede nestoriana ne adottò la dottrina, divenendo Chiesa nazionale della Persia. Essa si espanse verso l’estremo oriente (India, Tibet e Cina) fino a raggiungere la sua massima espansione nel XII sec., svolgendo una importante funzione nella traduzione in arabo di numerose opere dell’antica Grecia.

 

3.3.4 Monofisismo

Nei decenni successivi l’archimandrita di Costantinopoli Eutiche ... (49)
(49) Eutiche (378-454), archimandrita (comandante di un ovile equivalente a buon Pastore) era il capo di una comunità di monaci.

... si inserì nel dibattito per avversare la dottrina di Nestorio e sostenere che in Cristo coesistevano le due nature, umana e divina che, all’atto dell’incarnazione, si erano fuse, facendo prevalere la natura divina (monofisismo; physis: natura), in un processo assimilabile alla goccia d’acqua che si mescola al mare. La teoria, secondo molti, era stata anticipata da Apollinare ... (50)
(50) Apollinare vescovo di Laodicea (320-390), difensore del credo niceno, sosteneva un Gesù Cristo privo di anima ma animato dal Verbo di Dio, dalla cui unione con il corpo si era fatto sostanza discesa dal cielo e non formata dalla Vergine Maria. Dopo il concilio di Costantinopoli fu esiliato dall’imperatore Teodosio I. Alla sua morte i suoi seguaci si dispersero nel monofisismo di Eutiche.

... che enfatizzava ancor più la natura divina di Cristo a scapito di quella umana (apollinarismo). Dottrine che non potevano essere accettate dalla Chiesa ufficiale per una duplice ragione. La prima, nella tentazione di eliminare l’Entità-Figlio a vantaggio del Dio-Padre, esponeva a riflessioni opposte rispetto a quelle contro i nestoriani ma alla stessa conclusione. Infatti la natura divina che aveva assorbito quella umana del Gesù veniva a negare la consustanzialità tra Cristo e noi e quindi faceva cadere la nostra possibilità di redenzione. La seconda consisteva nel rilievo che il “Gesù messo in croce”, Gesù in cui la natura divina aveva assorbito quella umana poteva essere assimilato a “Dio crocefisso”, assunzione rifiutata dai cattolici i quali accettavano solo “Gesù Cristo sottoposto a supplizio”.
Il monofisismo (euticianesimo), denunciato dal patriarca di Antiochia Domno, fu condannato dal sinodo di Costantinopoli (448) presieduto dal vescovo della città, Flaviano, e lo stesso Eutiche fu deposto dal suo incarico.

Papa Leone I , ... (51)
(51) Leone I Magno (440-461) aumentò il prestigio del primato di Roma che si fece strada di fronte al progressivo disfacimento dell’impero romano d’Occidente ed alla controversie teologiche. Beneficiò di alcune favorevoli situazioni, come quella del potere politico centrato a Costantinopoli, per espandere il suo potere religioso. Ebbe un ruolo di rilievo nel fermare, sul fiume Mincio, la marcia verso Roma degli Unni di Attila (452), presumibilmente ormai logorati. Nel 455, si adoperò per attenuare le conseguenze della conquista di Roma da parte dei Vandali di Genserico. Nel vuoto politico che si era creato, con Leone I, il papato fece sentire sempre più il suo peso nelle cose del mondo.

... mosso da intento di immagine, volle assumere un ruolo nella disputa ed usare l’occasione anche per avversare il patriarcato di Costantinopoli a favore di quello di Alessandria, in lotta per la supremazia nella Chiesa d’oriente dell’epoca. Sollecitò pertanto il patriarca di Alessandria Dioscoro a proporre un nuovo dibattito sulla dottrina di Eutiche ed indurre l’Imperatore Teodosio II (n.5) a convocare un nuovo sinodo.

Al II sinodo di Efeso (449) presieduto da Flaviano, Leone I non partecipò direttamente ma inviò una rappresentanza con una missiva (Tomus ad Flavianum) in cui esponeva la sua posizione avversa sia alla dottrina nestoriana che a quella monofisita. I lavori si svolsero in una atmosfera intimidatoria e di competizione in cui i fanatici monaci alessandrini, guidatati da Dioscoro, ebbero il sopravvento accanendosi, più per campanilismo che per dottrina, contro i teologi antiocheni, accusati di nestorianesimo. Il sinodo, ribaltando le decisioni del precedente di Costantinopoli, si concluse con il riconoscimento della dottrina monofisita di Eutiche e con la destituzione dei più importanti teologi antiocheni cui si aggiunse la scomunica di Flaviano. L’aggressione da questi subita durante i lavori ne causò subito dopo la morte (martire della fede). Ne uscì scomunicato anche Papa Leone che, scosso dall’insuccesso, annullò le decisioni del sinodo che definì “latrocinium Ephesinum”.

Teodosio II aveva riconosciuto la validità del II sinodo di Efeso, ma il suo successore, il cognato Marciano (n.5), sollecitato dalla moglie Pulcheria fervente cattolica ortodossa e col favore di Papa Leone I, indisse la convocazione, nel 451, del Concilio di Calcedonia (IV ecumenico) al fine di recuperare le motivazioni dei dissidenti cattolici ortodossi. Sul concilio si fecero probabilmente sentire le pressioni dell’imperatore d’Occidente Valentiniano III (3.1.2), cugino di Pulcheria che, incurante della crisi che in quegli anni l’Impero attraversava a causa delle invasioni barbariche, non si trattenne dall’evitare di acuire le divisioni fra Occidente ed Oriente.

Dalle conclusioni del concilio ne uscirono condanne divaricanti per i due settori dell’Impero ed un testo dogmatico ... (52)
(52) Il dettato del testo fu: “Insegniamo a confessare un solo e medesimo Figlio: il Signore nostro Gesù Cristo, vero Dio e vero uomo, uno e medesimo Cristo Signore unigenito; da riconoscersi in due nature, senza confusione, immutabili, indivise, inseparabili, essendo stata salvaguardata la proprietà di ciascuna natura, e concorrendo a formare una sola persona e ipostasi; Egli non è diviso o separato in due persone, ma è un unico e medesimo Figlio, Verbo e Signore Gesù Cristo”.

... che i padri cappadoci (*n.50) espressero con la formula una sola sostanza ripartita in tre
ipostasi,... (53)
(53) “Ousia treis hypostaseis”: Basilio di Cesarea (*n.50) per esprimere la formula in termini divulgativi si rifaceva all’esempio del “trifoglio”: da un unico stelo nascono tre foglie. Si tenga conto che: ousia significa “sostanza” ed hypo-staseis è l’equivalente greco di sub-stantia. Nel Nuovo Testamento il termine potrebbe essere identificato con “irraggiamento” (l. Ebrei, 1, 3).

... Padre, Figlio e Spirito Santo, con la seconda che assume, in virtù dell’Incarnazione (unione detta ipostatica), le due nature divina ed umana.
Accanto a quella della dottrina monofisista fu decretato l’esilio sia di Dioscoro che di Eutiche che morì subito dopo. Il concilio riconobbe il primato del Papa ed assegnò il secondo posto al Patriarca di Costantinopoli con un rango ecclesiastico pari a quello di Roma, rango non riconosciuto dalla Chiesa di Roma . (54)
(54) Rifiuto che unito a diverse altre differenziazioni contribuiva ad allargare il dissenso che porterà allo scisma. Lo separazione della Chiesa d’Oriente da quella Cattolica (riconosciuta come Scisma dei latini per i primi e Grande Scisma d’Oriente per i secondi) che diede origine alla Chiesa Ortodossa si verificò, con la reciproca scomunica, nel 1054, quale esito della questione dottrinale del Filioque (n.42) e sul primato del vescovo di Roma rifiutato dai cristiani d’Oriente. Esistevano inoltre cause, pur se poco significative, riguardanti riti liturgici, e rivendicazioni conflittuali di giurisdizione. In precedenza, oltre a quello sopra citato, vi erano stati contrapposizioni sull’iconoclastia: l’imperatore bizantino Leone III, nel 726, coll’intento di stroncare il commercio delle immagini e combattere una venerazione che sfociava nella idolatria, ordinò che in tutte le province dell’Impero fossero rimosse e distrutte le immagini sacre o icone; i monaci, rifiutandosi di obbedire, promossero ribellioni che si trasformarono in una decennale guerra civile. Le due Chiese ebbero successive occasioni di contrasto a causa delle distruzioni e saccheggi dei crociati (sacco di Costantinopoli del 1204) e delle conclusioni dei alcuni concili (II di Lione, 1274; di Firenze, 1472, ecc.). Tuttora le due Chiese si autodefiniscono “una, santa, cattolica ed apostolica”.


Le conclusioni non coinvolsero i delegati della Chiesa d’Oriente (Egitto, Siria ed Etiopia) che si differenziò fino a giungere alla divisione da quella di Occidente.

La dottrina monofisita non si spense malgrado i tentativi di composizione con i cattolici ortodossi operata dall’imperatore Zenone (484) che, preoccupato per la ribellione dei monofisiti, emanò un decreto che, anziché unire (Henotikon), com’era nelle sue intenzioni, provocò una azione scismatica ispirata dal patriarca di Costantinopoli Acacio. Azione fatta temporaneamente rientrare dall’iniziativa di Papa Ormisda (514-523) con una confessione di fede nota come Formula Homisdae (519) sottoscritta dai vescovi orientali.
Ancora oggi la dottrina monofisita trova seguaci nelle chiese orientali copta, siriana ed armena in cui, con la valenza attuale del termine “monofisismo”, si attribuisce a Cristo una unica natura in cui l’aspetto umano e divino indivisibili sono presenti in ugual misura.

 

3.3.5 Monotelismo


Il patriarca di Costantinopoli Sergio (565-638), negli anni successivi al 610, convinto di trovare consenso anche presso i vescovi monofisiti (riconoscevano in Cristo una sola natura divina), propose una sua riflessione secondo cui in Cristo esiste una unica volontà o energia (monotelismo; monos-thelo: voglio), all’occorrenza concorde o sottomessa a quella del Padre. Formula che, accogliendo le conclusioni del Concilio di Calcedonia (riconosceva in Cristo due nature, umana e divina..) fu rivista nel senso che Cristo opera azioni divine ed umane con una unica volontà o energia, trovò il consenso del vescovo di Alessandria Ciro. Questo riuscì a riconciliare cattolici e monofisisti di Egitto ma mise in allarme i cattolici ortodossi che, nell’espressione “unica”, vedevano la negazione in Cristo di una volontà umana e, di conseguenza, limitarsi in Lui il potere di redenzione.

Nel tentativo di trovare una soluzione di compromesso, Sergio propose la formulazione secondo cui “Nostro Signore Gesù Cristo ha operato il divino e l’umano e che ogni energia, tanto divina che umana, proviene indivisibilmente da un solo ed unico Verbo fatto uomo”. Formulazione in sostanza ed imprudentemente accettata da papa Onorio I (625-638) che (634) ammettendo “..confessiamo una sola volontà di nostro Signore Gesù Cristo, unico agente della Divinità e dell’umanità ..” veniva a sostenere una posizione eretica rispetto alla ortodossia cattolica (55)
(55) L’invocazione “Sia fatta la tua volontà!” presente nella versione del Padre Nostro di Matteo (6, 9) e mancante in quella di Luca (11, 2) può aver favorito l’equivoco ed anche la disputa .

Affermazione che Sergio utilizzò in un editto intitolato Ekthesis (Esposizione).
La dottrina, smentita, attraverso Papa Giovanni IV (640-642), dalla Chiesa romana che categoricamente affermava l’esistenza in Gesù di due volontà, l’una umana e l’altra divina, contrappose polemicamente Costantinopoli e Roma per qualche decennio. L’imperatore Costante II (640-642) nel tentativo di frenare le polemiche emanò un editto, Typos, che non bastò a papa Martino I (649-655) che convocò un sinodo in Laterano (649) per affermare la posizione della Chiesa ostile sia alla dottrina di Sergio che ai due editti (Ekthesis e Typos). La condanna provocò la reazione di Costante II che fece imprigionare Martino per esiliarlo in Crimea, dove morì di stenti.

Con la scomparsa dei primi protagonisti e dei diretti successori, si riuscì a concordare una conclusione della controversia favorita dall’imperatore Costantino IV (668-685) che, accordatosi con papa Agatone (678-681), convocò il III Concilio di Costantinopoli (680; IV ecumenico) che condannò il monotelismo, affermando che “Cristo ha due volontà naturali e due operazioni naturali, senza divisione, commutazione, separazione, confusione, secondo gli insegnamenti dei Padri: due volontà non contrarie ma la sua volontà umana segue la sua volontà divina ed onnipotente, senza opposizione, né ribellione ma interamente sottomessa”. Il concilio scomunicò, per eresia, anche papa Onorio I . (56)
(56) Papa Leone II (682-683) approvò le decisioni del concilio tramutando la condanna di Onorio I da eresia a negligenza pastorale perché “non si curò di spegnere agli inizi la fiamma dell’eresia a la favorì con la sua negligenza”. La condanna rappresentò un riferimento per coloro che, successivamente, avversarono la ”infallibilità” del Papa. Tuttavia il dogma dell’infallibilità, emanato nel luglio 1870, si riferisce ai dogmi ed alle dottrine rivelate ex cathedra, non agli ordinari documenti emanati dal Papa.

 

3.3.6 Pelagianesimo e disputa su libertà e grazia

La dottrina elaborata da Pelagio ... (57)
(57) Pelagio (354-418), monaco britannico, ed oratore di grande talento, si trasferì a Roma (384) dove conobbe Celestio quindi in Nordafrica (410) dove elaborò la sua dottrina e successivamente in Palestina. Moralista severo, predicava povertà e castità per contenere la superficialità e la svogliatezza delle masse pagane convertite.

... tendeva a limitare le conseguenze del peccato originale al solo Adamo, sostenendo il valore della libertà dell’uomo capace di operare il bene grazie alle sue sole forze e sfuggire il peccato senza l’aiuto imprescindibile della grazia per raggiungere la salvezza. Si opponeva alle conseguenze dogmatiche del peccato originale, respingendo l’idea che da esso potesse essere stato annullato il libero arbitrio.

Il pelagianesimo, credendo nell’autosufficienza della ragione e della volontà umana, consisteva in una forma di razionalismo permeato di spirito religioso volto a contrastare la dottrina cristiana ortodossa che considerava, dopo il peccato originale, l’uomo incapace di ricevere il dono della salvezza senza l’ausilio della grazia di Dio. Il movimento assunse un posizione antifatalista e, rifiutando il pensiero che la vita dei cristiani si appiattisse nella quotidianità, tendeva a ridurre la funzione della grazia divina e ad accentuare il valore salvifico della libertà dell’uomo. Questi poteva, con la sua volontà, sorretta dalle preghiere e dalle opere buone, evitare il peccato e raggiungere un valore di santità molto alto, pur restando consapevole della difficoltà di raggiungere tale livello.
La dottrina negava pertanto la
predestinazione in quanto essa verrebbe ad annullare la libertà della volontà dell’uomo che può decidere di peccare o meno, essendo stato creato libero ed autonomo da Dio che, alla fine della vita, lo giudica sulla base del buono o cattivo uso fatto della sua libertà. Alla “grazia” veniva attribuita una valenza naturale ed esteriore, assimilandola rispettivamente al dono di Dio ricevuto con la creazione ed all’esempio derivante dalla dottrina salvifica di Cristo.

La teoria pelagiana, pur ritenuta degna di essere discussa, senza meritare una condanna precipitosa né una frettolosa accoglienza, fu contrastata da S. Agostino . (58)
(58) S. Agostino (354-430) (*n.47; n.6, 37) nativo di Tagaste (Numidia), padre della Chiesa, studiò retorica a Cartagine dove la insegnò (375) e così a Roma (383) e poi nella capitale dell’Impero, Milano (384). Qui conobbe Il vescovo Ambrogio (“Quell’uomo di Dio mi accolse paternamente e si rallegrò della mia venuta con una carità veramente degna di un vescovo”) che lo indusse ad abbandonare l’eresia manichea (“mi rifiutavo decisamente di confidare la cura della mia anima languente a queste a queste filosofie che ignoravano il nome di Gesù”), ad avvicinarsi al cristianesimo (“dovevo credere per guarire, perché gli occhi del mio spirito, una volta purificati, potessero dirigersi in qualche modo sulla tua eterna ed indefettibile verità”) ed a ricevere il battesimo (387). Ordinato presbitero venne eletto vescovo di Ippona (396) dove morì (n.5). Imponente la sua produzione di 93 trattati di filosofia (Conta accademicos, De vita beata, ecc.), contro i manichei (Contra Faustum manicheum), contro i “donatisti” (*) (De baptismo contra donatistas), contro il pelagianesimo (Ad Simplicianum, De peccatorum meritis et remissione) di teologia (De Trinitate, De civitate Dei) e l’autobiografia (Confessioni, da cui sono tratte le meditazioni in parentesi).


Agostino abbandonò il principio dell’autonomia morale dell’uomo sostenuta da Pelagio (“nella soluzione di questa né mi sono dato molto da fare per sostenere il libero arbitrio della volontà umana, ma ha vinto la grazia di Dio”) per abbracciare quella della visione di un uomo debole ed incline al male incapace di salvarsi con le sole sue forze. Riconobbe, in una rigida formulazione cui si è rifatto ogni dibattito concernente la “grazia”, l’azione di questa ai fini della salvezza, l’esistenza del peccato originale e la necessità del battesimo. In sostanza S. Agostino, nell’evoluzione del suo pensiero, negò inizialmente all’uomo qualsiasi capacità di contribuire alla redenzione e non prese in considerazione i meriti umani se non in quanto condizionati dalla grazia. Successivamente concesse all’uomo, ritenendolo responsabile della disponibilità di “credere” o meno, la possibilità di cooperare attivamente per la salvezza . (59)
(59) La “salvezza”, per i cristiani d’oriente, è legata all’Incarnazione (il Figlio di Dio salva l’uomo assumendo la natura umana decaduta dopo il peccato originale e abbattendo il muro di separazione con Dio) e pei i cristiani d’occidente è legata al martirio della Crocefissione (Gesù sacrificando se stesso paga il prezzo della redenzione e riscatta il peccato dell’uomo).

Il conflitto fra la Chiesa africana guidata da Agostino ed i teorici pelagiani ... (60)
(60) Molti hanno individuato nell’opposizione della Chiesa alla teoria della autonomia e libertà del singolo il tentativo della gerarchia ecclesiastica di mantenere per se un ruolo di mediazione fra Dio e gli uomini. Va tuttavia sottolineato che il clero protestante, pur avendo rinunciato al ruolo di mediazione, ha mantenuto il ruolo della “predestinazione” e della “grazia”.

... si svolse a livello teologico senza coinvolgere il popolo e nei dibattiti dottrinali dei vari sinodi succedutisi nell’arco di un decennio.

Nel sinodo di Cartagine (411) fu condannato il pelagiano Celestio (-430)... (61)
(61) Celestio (-430), cui più tardi si aggiunse Giuliano di Elcano (386-455), riteneva che il “peccato originale” fosse un’eresia perché condannerebbe i bambini morti senza il battesimo purificatore.

... che relativizzava il valore salvifico del battesimo infantile, riconoscendolo solo come espressione di accoglienza nella comunità cristiana, in quanto i bimbi non possono nascere colpevoli del peccato originale.

I sinodi di Gerusalemme e Diospolis (415) si conclusero invece senza condannare le tesi di Pelagio. I vescovi africani seguaci di Agostino, l’anno successivo, promossero la convocazione dei sinodi di Cartagine e Milevi che si espressero per la condanna del pelagianesimo.
Condanna ribadita nel sinodo di Roma (417) promosso da Papa Innocenzo I (401-417). Poiché il suo successore Zosimo (417-418), convinto da Celestio, ritenne di poter considerare ortodosse le teorie pelagiane, riunì i vescovi africani nel sinodo plenario di Cartagine (418) che, confermarono la condanna già espressa a Milevi (416) ed indussero Zozimo ad emanare l’enciclica Epistola tractoria per intimare a tutto l’episcopato di accogliere le decisioni del sinodo africano e condannare il pelagianesimo e decretare il trionfo della dottrina fatalista della grazia.

Dopo il concilio di Cartagine, l’impertore Onorio (n.5) scese in campo per emanare un ordine di espulsione per tutti i pelagiani e coloro che non avessero approvato l’enciclica Epistola tractoria, tra questi Celestio che si rifugiò a Costantinopoli, protetto dal patriarca Sertorio.
Il pelagianesimo ebbe, nel corso del tempo, numerosi ma non convincenti ritorni di interesse, sia in ambito cristiano che protestante, dove l’esasperazione fatalista di Calvino venne contrastata dal semipelagianesimo della Chiesa gallicana.



segue il IV capitolo:

Spiritualità e Monachesimo > >

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