HENRI SANSON - "LE MEMORIE DEI CARNEFICI DI PARIGI"

LIBRO PRIMO
ORIGINE DELLA MIA FAMIGLIA

( da pag. 15 a pag. 52 )

Carlo Sanson de Longval
L'oroscopo
La morte di Colomba

 

Il principio essenziale d'una confessione, e sia pure profana, è l'umiltà: come primo dovere essa impone il sacrificio dei sentimenti personali alla verità.
E dunque mio dovere raccontare che, per un'amara irrisione dei destino, colui che legò a suo figlio l'eredità terribile che a mia volta ho raccolto, era un gentiluomo; sarà mio dovere confessare al principio di questo libro che fu una colpa quella onde sei generazioni dei miei antenati si trovarono precipitati sull'obbrobriosa via, dove fino a me stesso la fatalità li mantenne.

Nel secolo XV la mia famiglia era stabilita ad Abbeville. Essa vi teneva un posto onorevole; parecchi Sanson si succedettero nella dignità di scabini della maggiore città del Ponthieu. Uno dei membri della famiglia fu ai servizi di Enrico IV in tutte le sue guerre, ed ebbe una grave ferita a Fontaine-Francaise, dove il Bearnese stesso corse pericolo d'essere circondato ed ucciso da cavalieri spagnoli. Il figlio suo fu uno degli uomini più notevoli della prima metà del secolo XVII : si chiamava Nicola Sanson, e fu il padre della geografia moderna, carissimo al cardinale di Richelieu.
Piacere all'onnipossente ministro era il più sicuro modo di conquistare le buone grazie del regale fantasma, nel cui nome il poderoso ministro esercitava il governo.

Nel 1638, quando Luigi XIII fece il suo ingresso ad Abbeville, egli rifiutò l'offerta d'una dimora degna della regale maestà, e malgrado l'insistere dei magistrati, volle essere ospite del suo geografo di Corte.
Un re di Francia, un Borbone, dormì due notti sotto l'umile tetto d'una famiglia, un discendente della quale doveva un giorno, in nome d'una barbara e sacrilega legge, mettere le sue mani sopra un altro Borbone, sopra un altro re di Francia....
Giochi singolari giuoca la sorte!

Carlo Sanson, capostipite del miserabile ramo di cui io sono l'ultimo rampollo, apparteneva, secondo ogni tradizione, allo stesso lignaggio di Nicola Sanson.
Ed ora ho finito con quegli antenati miei che furono cittadini. Largo a quelli che si sono chiamati carnefici.

CARLO SANSON DE LONGVAL

Carlo Sanson era nato ad Abbeville nel 1635. Era ancora nella culla quando perdeva il padre e la madre. Aveva un fratello, Giambattista, nato fin dal 1624, e quindi undici anni più vecchio di lui.
Un fratello della loro madre, Pietro Brossier, signore di Limeux, raccolse i due orfanelli. La sua bontà, la sua tenerezza, addolcirono la loro situazione triste. Egli aveva una figlia di nome Colomba. I suoi nipoti furono amati e circondati di cure al pari di lei.
Colomba Brossier e Carlo Sanson avevano suppergiù la stessa età. La dolce età dell'infanzia rinvigorì i legami del sangue e li predispose a un reciproco affetto.
L'età di Giambattista lo teneva discosto da suo fratello e da sua cugina. Suo zio lo destinava alla magistratura, lo studio surrogò per lui ben presto i giuochi : egli incominciava ad approfondire le formule austere del diritto, quando gli altri due balbettavano ancora nei primi scambi delle loro tenerezze.
Crebbero queste tenerezze con loro, ma si modificarono il giorno che essi compresero di potersi dare un nome più dolce che quello di fratello e sorella.
La loro amicizia divenne amore.
Questo amore nè Pietro Brossier, nè Giambattista Sanson l'avevano veduto nascere; nè l'uno nè l'altro si accorsero che esso stava diventando passione.

Per loro Colomba e Carlo erano sempre fanciulli; i sentimenti dei due giovani erano da loro commisurati all'età che essi supponevano di poter loro ancora attribuire.
Frattanto, una domenica, dopo il pranzo sempre un poco solenne, che separava la messa dai vespri, Pietro Brossier annunciò a sua figlia che il giorno prima egli aveva ottenuto per Giambattista la carica di consigliere al tribunale di Abbeville.
Colomba e Carlo erano per rallegrarsi col nuovo consigliere, ma Pietro Brossier accennò che doveva ancora dir qualche cosa, e aggiunse che, prima di prender possesso della sua carica, gli pareva necessario che Giambattista si ammogliasse.

Senza essersi comunicate le loro impressioni, i due giovani si gettarono l'occhiata angosciosa di due povere gazzelle che il piombo del cacciatore ha colpito a morte ad un punto: un presentimento sinistro li agghiacciava, temevano di sentire la conclusione dei vecchio, e lunghe come secoli sembravano le pause che questi metteva tra una parola e l'altra.
Pietro Brassier non aveva ancora finito che già la giovinetta, levatasi dalla sua seggiola e accennando a un subitaneo malessere, si rifugiava nella sua stanza per lasciarvi scoppiare i singhiozzi che per un momento aveva temuto la soffocassero. Il padre attribuì alla commozione questa scomparsa improvvisa: la trovò naturale in una fanciulla innocente che per la prima volta sentiva menzionare il suo matrimonio.

Poche parole scambiate poi con Colomba e la febbre che per tutta la notte divampò nel suo sangue. resero a Carlo un poco della sua energia.
L'indomani attese l'ora che suo fratello era solito uscire, e si recò dal suo padre adottivo, che faceva la siesta della colazione accanto al fuoco della sala a terreno dove già s'apparecchiava il pranzo. Egli si gettò ai ginocchi del buon uomo, e con un accento che avrebbe commosso una statua, gli confessò il suo amore per la cugina, e lo scongiurò di non separare coloro che Dio aveva tanto palesemente destinati l'uno per l'altra.

Mentre Carlo parlava, Pietro Brossier andava versando la sua birra scura dal recipiente di stagno alla coppa, e la beveva a piccoli sorsi. Egli ne aveva, appunto bevuto un goccio, quando a un tratto, perdendo la gravità che era nel suo carattere, scoppiò in un riso così spontaneo e così violento da fargli uscir di bocca il bruno liquore più presto che non vi fosse entrato e da farne schizzare la schiuma tutto intorno.
A questo ridere succedettero dei colpi di tosse dove ancora persisteva la giocondità che n'era stata cagione, ma che a volte dovette essere abbastanza dolorosa, giacchè gli strappava qualche angoscioso singhiozzo. Carlo era rimasto stupefatto.
Ma i suoi sentimenti erano troppo caldi di passione per restarsene a lungo compressi dallo stupore. Egli ricominciò a dolersi, a cercar d'intenerire suo zio.
Il signor di Limeux metteva il diritto di progenitura così in alto come l'avrebbe fatto un sire di Coucv, se ancora ve ne fosse stato uno a quei tempi.
Non era un cattivo uomo; era un uomo rimasto del tutto ignoramte delle passioni e che trovava molto logico il negare quello che non conosceva. L'insistenza di Carlo feriva i suoi sentimenti di tradizione; egli parlò a suo nipote con una severità alla quale non era abituato. Gli disse che alla sua età doveva pensare a farsi una posizione servendo il re e non ad arricchire prendendo moglie.
Aggiunse che, se non avesse risoluto di far sposare sua figlia al nipote anziano, destinato dalla Provvidenza a perpetuare la sua stirpe, nulla al mondo lo avrebbe potuto decidere a darla a un cadetto. E gli fece duri rimproveri della sua ingratitudine. Carlo si alzò barcollando e uscì dalla sala a testa bassa. Dietro la porta del corridoio egli scorse una forma di donna accasciata sui gradini.

Colomba aveva ascoltalo la conversazione di suo padre e dell'amato suo; ella piangeva, col viso nascosto tra le mani. Sentendo il passo del suo amico non levò la testa; Carlo da parte sua passò in silenzio, inabissato nella sua disperazione. Avevano compreso entrambi che tutto era finito per loro a questo mondo. Il giovane abbandonò immediatamente l'asilo della sua infanzia.
Ma a Parigi si sentì ancora troppo vicino a Colomba.

Quando vide avvicinarsi il giorno fissato per il matrimonio di Giambattista e di Colomba, la battaglia che l'amore dava nell'anima sua al sentimento del dovere gli fece temere di smarrir la ragione.
Risolvette dunque d'andare in capo al mondo per sottrarsi all'ossessione.
Visti appena i suoi titoli, il grande ammiraglio di Francia lo ammise tra gli alfieri della flotta di Sua Maestà; egli partì immediatamente per Rochefort, sollecitò un ordine di imbarco, e pochi giorni dopo il suo arrivo in quella città gli fu dato l'ordine di far vela per il Canadà.
A Quebec ritrovò una sorella di suo padre, e ne fu accolto in casa.

Ma l'imagine di Colomba lo seguiva dovunque, e ogni giorno essa gli appariva più radiosa e più seducente che non la vigilia. Così, dopo che egli ebbe viaggiato dalla Nuova Francia alle Antille, dalle Antille a Tolone, e da Tolone agli scali di Levante, l'amore di Carlo Sanson de Longval per Colomba era tanto vivace, tanto possente, quanto il giorno che egli avea messo piede la prima volta sopra una nave del re.
Tornando a Tolone per la seconda volta, vi trovò una lettera che lo aspettava. Era di Colomba, ed essa lo chiamava di andare senza indugio presso di lei. Carlo si prese appena il tempo di chiedere un congedo, e partì.
La lettera di Colomba era breve, e lasciava presumere che una grande sciagura l'avesse colpita: ella non parlava a Carlo di suo fratello.
Giambattista era forse morto?
Ci volevano a quel tempo quasi cinque settimane per recarsi da Tolone ad Abbeville. Carlo viaggiò giorno e notte, e vi giunse dopo dodici giorni.
Il suo cuore batteva non tanta violenza che egli temeva di vedersi rompere le pareti del proprio petto prima di finire i pochi passi che lo separavano ancora da Colomba.
Svoltando l'angolo di una via, si trovò dinanzi alla casa di Pietro Brossier, col suo tetto aguzzo, le sue finestre tagliate ad ogive, la sua facciata bianca striata d'assicelle nerastre.
Guardò da tutte le parti : Colomba non doveva attenderlo ansiosa sulla porta?
Il giovane marinaio sollevò il martello di quella porta con mano tremante. Le assi tarlate risuonarono nel corridoio con mille mormorii; ma nessuno comparve. Egli non ebbe risposta.
Un vicino finalmente sopraggiunse, lo riconobbe, e lo informò che la figlia e il genero di Pietro Brossier non abitavano più la loro casa, ma si erano stabiliti da più di un anno nel sobborgo di Amiens.
Gli fu indicata la nuova abitazione di suo fratello. Era, all'esterno, una casa modesta, quasi povera, e Carlo incominciò a indovinare quale fosse la sciagura di cui la lettera di Colomba gli dava il presentimento.
Picchiò. Una voce che fece passare un brivido nella sua carne gli gridò : - Entrate. - Ma egli rimaneva dinanzi a quella porta, immobile come una statua di pietra.
Si senti all'interno un rumore di passi che sfioravano l'impiantito, la porta girò dolcemente sui suoi cardini, una figuretta di donna si disegnò nella penombra. Quella donna gettò un grido acuto, e cadde nelle braccia di Carlo.
Era Colomba : egli la ritrovava così tenera come al tempo che quel suo cugino sembrava dover essere l'unico oggetto della sua tenerezza. Tutta arrossendo, ella prese la mano del marinaio, lo
introdusse nella casa, e lo portò davanti ad un uomo che pareva sonnecchiare disteso in una larga poltrona.
Il viso di quest'uomo era solcato e sfigurato da cicatrici numerose e profonde. Il suo atteggiamento e le sue stimmate accusavano sofferenze recenti e violente; quando egli sollevò le palpebre, scoperse due pupille atone, fisse, senza sguardo, orribili a vedere.
In quello spettro di suo fratello, Carlo a mala pena riconobbe Giambattista.
Volse lo sguardo a Colomba : ella piangeva a qualche passo di là.
Allora, non più dubbioso, straziato dalla commozione, si slanciò verso il compagno della sua infanzia, coperse di baci e di lacrime le tracce delle crudeli ferite, e con voce inarticolata mormorò confuse parole, domandando perdono.

Era avvenuto questo. Sei mesi dopo la partenza di Carlo, Pietro Brossier era venuto a morte, e pareva che quella prima disgrazia avesse aperto la porta a tutte le altre.
Il feudo di Limieux, che costituiva tutta la sostanza di Colomba, era stato rivendicato dal suo signore, che faceva appello ad un'antica costituzione vitalizia. I titoli di Pietro Brossier non erano in regola : ma, attaccato sul terreno dei cavilli, il consigliere di tribunale aveva accettato la lotta con lo stesso disdegno che l'uomo di spada avrebbe avuto per lui se si fosse trattato di combattere in campo chiuso. Contro ogni sua presunzione, egli aveva perduto il processo. E non solo era stato spogliato del feudo di Limieux, ma gli era toccato vendere la sua piccola casa per pagare le spese messe a suo carico.

Giambattista non resistette a così crudeli traversie. Qualche tempo dopo, il fallimento d'uno dei suoi amici, mercante di tele ad Amiens, a cui Carlo aveva confidato il suo patrimonio, ridusse anche il patrimonio di quest'ultimo a un solo podere, le cui rendite bastavano appena a farlo vivere.
Sotto l' impressione di tanti infortuni, ricomparvero vecchi accidenti nervosi che avevano afflitto l'infanzia di Giambattista, ma dei quali egli si credeva guarito.
Un giorno che sua moglie, uscendo, l' aveva lasciato accanto al fuoco, egli fu preso da un terribile accesso di epilessia e cadde dalla sua seggiola sul focolare in così malo modo che quando la servente, accorsa ai rumore, riuscì a sollevarlo, non solo il suo viso era coperto delle orribili bruciature di cui si vedevano i segni, ma gli erano stati dalle fiamme anche annientati gli organi della vista era cieco.
Allora egli aveva dovuto vendere la sua carica, e s'era rifugiato con la moglie in quella casetta del sobborgo.
Terminando il racconto dei suoi tristi casi, Giambattista esaltò con viva commozione la tenerezza e la devozione di Colomba, alle cui cure, disse, egli doveva il suo sopravvivere.
Carlo s'avvicinò a lei, e con una voce che si sforzò di mantenere pacata --- Sorella, le disse, calcando su questa parola, volete che d'ora innanzi noi siamo due a vegliare su lui? Un sorriso d'orgoglio passò sulle abbra di Colomba.
- No m'aspettavo meno da voi, fratello mio, riprese, e vi ho chiamalo perchè desideravo questo.

Credevano evidentemente entrambi che bastasse l'aver scambiato quei due nomi per cancellare ogni traccia del sentimento che incontrastato aveva per tanto tempo regnato sui loro cuori.
Carlo rinunciò dunque alla sua carriera. Egli portò nella casa la rendita del suo feudo di Longval; vi fece entrare un'agiatezza di cui il povero infermo aveva tanto bisogno. Nella sollecitudine per l'infermo, egli lottava di zelo con Colomba, e le sue chiacchierate, i racconti dei suoi viaggi, non contribuivano poco a raddolcire la spaventosa monotonia dell'esistenza del cieco.
Questa devozione penetrava Giambattista di una gratitudine che egli attestava ad ogni occasione. Pietro Brossier non aveva probabilmente fatto conoscere a Giambattista la vera cagione della partenza di Carlo, o tutt'al più le avevano parlato come di un capriccio da ragazzo, senza conseguenze. Pregando dunque Carlo di distrarre Colomba accompagnandola a passeggio o alle funzioni sacre, egli provocava tutte le occasioni che potevano riavvicinar l'uno all'altra. Colomba da parte sua era tanto casta da non sospettare il pericolo a cui s'esponeva.

Con l'egoismo proprio a tutti quelli che soffrono, Giambattista si preoccupava sopra tutto di quello che riguardava la sua salute. La presenza di Carlo aveva siffattamente migliorato le sue condizioni, che non poteva pensare senza terrore all'eventualità che egli ripartisse.
Un giorno, sul cader della sera, Carlo e Colomba camminavano insieme per uno stretto sentiero incassato fra due muraglie di spine. Il braccio della giovane donna riposava sul braccio dell'amico suo; con innocente abbandono ella appoggiava la testa sulla sua spalla, e i suoi lunghi capelli riccioluti, tormentati dal vento, venivano a serpeggiare sul viso di lui con la loro carezza di seta.
Colomba pareva calma come la natura che li circondava, in quell'ora bruna del suo riposo. Ella sembrava non pensare ad altro che a dissipar le nubi ammassate sulla fronte di quel fratello, e non aveva trovato di meglio che ricordargli le scene più amabili del loro affetto infantile.

Ma Carlo diveniva sempre più cupo; la sua agitazione si faceva strana. A volte affrettava il passo come se avesse voluto trascinare la sua compagna in una solitudine ancora più grande; a volte s'arrestava, sembrava voler tornarsene, e Colomba lo sentiva rabbrividire.
- Carlo -- gli disse ella - è vero, come Giambattista pretende, che tu rimpiangi la tua vita d'avventure?
Carlo non rispose. - Carlo - insistette ella - non sei dunque felice tra il fratello che hai così caro e la sorella....
Quest'ultima parola morì sulle labbra di Colomba; ella non osò continuare; Carlo rimaneva sempre silenzioso.
Un presentimento di ciò che doveva avvenire nell'anima del compagno della sua infanzia attraversò ad un tratto lo spirito di Colomba: ella trasalì come si fosse svegliata da un sogno.
- Carlo, Carlo - ella mormorò con voce velata d'emozione - Dio ha voluto che noi restassimo per sempre fratello e sorella. Rispettiamo la sua volontà, amico, senza rimpianto per il sogno della nostra infanzia. La santa affezione che ci unisce non saprà essa dunque bastare alla nostra felicità; vorresti mostrarti ingrato verso la Provvidenza, che ha concesso che io possa ancora amarti senza peccare?
Ciò dicendo, Colomba aveva rialzato il capo per presentare la fronte al suo compagno. Questi si era inclinato verso di lei; ma, in luogo della fronte della giovane donna, furono le sue labbra che vennero incontro alla sua bocca.
Durante un secondo essi restarono inabissati in una estasi che faceva loro dimenticare e il cielo e la terra.
Ma Carlo fu il primo a rinvenire. Levò il pugno verso la volta celeste, proferì un' imprecazione e fuggì perdutamente attraverso i campi.
Colomba rimase sola in casa.

Due giorni dopo, Giambattista ricevette una lettera di suo fratello che gli annunciava la sua risoluzione di abbandonare Abbeville, e nella quale lo pregava di perdonargli se non aveva avuto il coraggio di dirgli a viva voce questa sua decisione.
E poco dopo, acquistò un posto di luogotenente nel reggimento de la Boissière.
Non aveva voluto più riprendere la vita del mare: egli comprendeva che se il dovere esigeva ch'egli si allontanasse, nondimeno gli comandava di vegliare sugli esseri cari di cui egli rimaneva il solo appoggio.
Giambattista accusò suo fratello d'ingratitudine. In quanto a Colomba, mai più, dopo quell'epoca, fu vista sorridere.

L'OROSCOPO

Una sera di febbraio del 1662, la grande sala dell'albergo dell' « Ancora rugginosa » a Dieppe risuonava di canzonette e di scoppi di risa, misti al tintinnio dei bicchieri cozzati.
Gli ospiti di mastro Baudillart proprietario e cuciniere dell'« Ancora », erano in realtà meno numerosi che non avrebbe potuto supporli, al loro fracasso, l'imaginazione dei passanti.
Non c'erano che tre persone intorno alla lunga tavola di quercia dai piedi ritorti a spirale, che costituiva il mobile principale della grande stanza. E vero che quella tavola era carica di un tale ammasso di vettovaglie, d'una si leggiadra collezione di fiaschi di tutte le forme e di tutte le dimensioni, da giustificare che, avendo bevuto e mangiato come se fossero sei, i tre ospiti di mastro Baudillart s'arrogassero il diritto di far chiasso per dodici.

Le tre spade sospese ai chiodi sulle muraglie, i costumi dei proprietari di queste tre spade, li denunziavano appartenenti alle illustri categorie dei signori dei dintorni o degli ufficiali del reggimento de la Boissière.
Due di loro erano giovani; il terzo toccava quell'età nella quale, in difetto della ragione, la salute comanda la saggezza; e tuttavia, stando alle apparenze, era proprio lui l'indiavolatore del gruppo.
Era un uomo al di là dei quaranta: alto, scarno, ossuto. La sua fisionomia accentuata, quasi angolosa, attestava la sua origine meridionale non meno che ii nome di cavaliere di Blignac che gli era dato dai compagni. Tutte le cupidigie, tutte le audacie del guascone si traducevano su quella fisionomia. Lo sguardo del signor de Blignac ben s'espandeva sotto la duplice influenza dell'allegria e del bicchiere, ma egli aveva un bel mostrare i suoi denti corti, acuti, come i denti di un gatto; non giungeva a comunicare il sorriso alle sue labbra sottili dalle alette fortemente abbassate verso il mento. Così, malgrado la regolarità dei lineamenti, malgrado la vittoriosa ritorta dei mustacchi che sprizzavano fino alle sopracciglia le loro punte affilate, quel difetto d'armonia dava un'impressione alquanto sinistra alla faccia del gentiluomo.
Il signor de Blignac portava i colori del reggimento de la Boissière.

Il secondo convitato non aveva più di vent'anni. Era vestito con grande ricercatezza. Ma sotto quell'esteriorità azzimata, il giovane conservava tutta la foga, tutta l'ingenua impulsività della giovinezza. Il suo linguaggio e la sua parola erano immuni dall'affettazione pretenziosa dei raffinati damerini di quei tempi. La sua fisionomia rimaneva semplice nel tradurre ogni suo sentimento. Godeva dei piaceri, forze nuovi per lui, con tutto il trasporto della sua età; più riscaldato ancora dal chiasso che dal vino bevuto. Lottava col signor de Blignac di grida, di risate, di frasi equivoche; ripeteva con entusiasmo tutti i ritornelli intonati dal vecchio buontempone.

Il terzo compagno non pareva di umore tanto espansivo quanto i due altri. Era un uomo tra i venticinque e i trenta, dalla fisionomia maschia e severa. Prima di notare la bellezza caratteristica dei suoi tratti, già colpiva la sfumatura di melanconia che si conservava sul suo viso in mezzo alla più strepitosa baldoria, già si domandava quali affanni, quali penosi dolori avessero scavato tante rughe sulla sua giovarne fronte. Come il signor de Blignac, egli apparteneva ai reggimento de la Boissière.

Benchè facesse onore a tutte le sorsate che gli versava il signor de Blignac, il quale s'era attribuito la parte di scalco, egli aveva conservato tutto il suo sangue freddo, e la sua allegria era ben lontana dall'espansività che aveva assunto nel più vecchio e nel più giovane dei suoi compagnoni. Se gli avveniva di sorridere, era per qualche slancio della gioconda ebbrezza dell'adolescente, per il grazioso viso di costui imporporato dalla febbre della gozzoviglia: allora si alzava ad abbracciarlo con un'affettuosità che oggi si troverebbe strana, ma ch'era legittimata dalle abitudini del tempo.
Il signor de Blignac aveva appunto sturato una nuova bottiglia : egli riempì il suo bicchiere, fece scintillare il rubino nella sua prigione di cristallo, alzandolo ed abbassandolo contro la luce, poi cominciò a libarlo con la concentrazione estatica d'un conoscitore.
L'altro ufficiale intanto si piegava verso il più giovane
- Dunque, Paolo, tu pensi di tornare soltanto fra un arino nella Nuova Francia?
- Sì, rispose quegli; e quest'anno lo voglio tutto passare vicino a te, mio buon Carlo.
- A noi sembrerà un anno breve; ma tua madre lo troverà molto lungo, caro ragazzo. Povera zia! Ah, se io avessi una madre da amare, nulla al mondo mi deciderebbe a separarmi da lei. Quando ci lasciamo su questa terra, si sa mai se ci ritroveremo?
Questo colloquio aveva già eccitato l'impazienza del signor de Blignac.
- Sangue di Diana - egli disse -, miei giovani amici, mi pare che se avete un anno da passare insieme, non vi mancherà al tempo di scambiarvi le vostre piccole confidenze, e mi permetterete di farvi osservare che è sconveniente, dopo aver desiderato l'onore della mia compagnia, il lasciarmi in un cantuccio come una bottiglia da cui si sia tratto tutto il liquido. Dico a voi, luogotenente di Longval, poichè il vostro cugino d'America, il signor Bertaut, non dimenticherebbe certo i riguardi che si debbono ai gentiluomini.
- Non se ne dolga il mio cugino Carlo - s'intromise l'adolescente -, io devo dire, signor cavaliere, che voi siete intervenuto molto a proposito. Egli si era messo all'umor nero, e pareva s'accingesse a guastarmi la più gradevole serata della mia esistenza....
- Paolo!
- Perbacco, cugino, si vede bene che tu non arrivi come me dal paese dei selvaggi. Tu non puoi capire quale felicità sia sentir cantare, urlare, sacramentare in francese.
Carlo di Longval, davanti a tanto entusiasmo, dovette lasciar spianare le rughe del suo viso.
- Andiamo! gridò Paolo. - Per la prima volta vi colgo in fallo, signor de Blignac, noi manchiamo di vino!
- Baudillart! Olà! Baudillart! - urlò il gentiluomo guascone con una spontaneità che provava la sua contrizione. - Oste maledetto! Triplice furfante, ti deciderai a venire quando ti si chiama?
Il cavaliere de Blignac non aveva ancora finito quando il bramato Baudillart si mostrò alla porta, in un atteggiamento umile e sommesso.
--- Baudillart, avvicinati e saluta - continuò il signor de Blignac - tu hai in questo momento l'onore di albergare nella tua casa un giovane signore più illustre che tutta insieme la nobiltà del viscontado, poichè ha in America tanta ricchezza da comperare, se così gli piace, tutte le loro baronie. Di più, è mio amico. Portaci dunque un paio di bottiglie d'un nettare superiore a quello che ci hai servito. Non fare osservazioni! Il vino deve andare come l'allegria, crescendo: così dicono i nostri vicini italiani. Vino dunque e carte.
Carte, perchè? - domandò il signor de Longval. - Voi avete dimenticato che io non giuoco mai, mio caro cavaliere.
- E' vero, sangue di Diana! Che il diavolo vi porti, avete sbagliato vocazione, amico mio; una tonaca vi andrebbe meglio che la casacca.
- Forse la vestirò un giorno per farvi piacere. Ma questa prospettiva, intanto, non vi dà il terzo per giocare a lanzichenecco.
In quel momento violenti colpi scrollarono la porta dell'albergo.
- Perdinci! - gridò il cavaliere de Blignac. - Il caso intelligente ci manda ora quello che ci occorre! Baudillart, va ad aprire al viaggiatore che ti arriva, e chiunque egli sia, conducilo qui.
L'albergatore obbedì, e qualche momento dopo un uomo avviluppato fino agli occhi in un gran mantello di panno rossigno, si fermò sulla soglia della sala. Vedendo i tre gentiluomini, esitava a proseguire.
Ma il signor de Blignac gli mostrava con gesto così grazioso le vivande rimaste sulla tavola e il fuoco che fiammeggiava giocondamente nel caminetto, che lo straniero si decise a inoltrarsi, e si avvicinò alla fiammata inchinandosi profondamente verso i cordiali cavalieri.
Egli si sbarazzò della sua palandrana molle di pioggia, e il Guascone, che non perdeva il suo tempo a stabilire i connotati del nuovo venuto, notò che egli portava alla cintura, accanto a uno spadone di formidabile aspetto, una borsa di cuoio gradevolmente tondeggiante, che ad ogni movimento del suo proprietario faceva sentire un amabile tintinnio argentino.

Lo straniero poteva quasi dirsi un vecchio. La lunga barba, i capelli brevi e crespi intorno alle cinque punte d'una fronte poco alta ma di forte sviluppo in larghezza, erano di quel tono grigiastro su cui il giuoco delle luci getta talvolta riflessi metallici.
Di statura, egli era mediocre. La leggera pinguedine alla quale sfuggono così raramente gli uomini di cinquanta anni, cominciava a ingrossare i suoi contorni: tuttavia, dall'attaccatura possente del collo, dall'ampiezza delle spalle e del petto, dalla vivacità della camminatura, dalla fermezza con cui le sue gambe si piantavano al suolo, si comprendeva che egli aveva conservato tutto il vigore.
Il suo costume somigliava molto a quello d'un soldato giustacuore di panno rosso cupo, e su questo infilata una casacca di bufalo, senza maniche, che gli copriva il petto. Un paio di brache della stessa stoffa del giustacuore si perdeva nei gambali di cuoio, aperti da un lato, che coprivano la gamba dal ginocchio alla scarpa, come ne portano tuttora i Normanni in sostituzione degli stivaloni.
Lo straniero aveva levato gli occhi una o due volte soltanto, e Paolo Bertaut era rimasto colpito della loro espressione selvaggia.
Benchè il suo viso fosse calmo, gli occhi scintillavano sotto le sopracciglia folte e grigiastre; gettavano lampi simili e quelli d'una lama di spada che fischia nell' aria prima di fendere, e come il ferro avevano qualche cosa d'acuto che entrava nelle carni e si configgeva fino al cuore.
Senza rendersi conto delle loro impressioni, i due giovani provavano dinanzi a quell'uomo un indefinibile malessere. Solo il cavaliere de Blignac non aveva perduto il suo brio: egli disponeva un coperto, allineava le bottiglie, correggeva l' armonia un po' compromessa delle vivande già attaccate, con una destrezza che avrebbe reso certamente goloso mastro Baudillart.
Pure fu lo straniero il primo a rompere il silenzio.
- Dopo avervi ringraziato della vostra cortesia, signori, mi resta da sapere che cosa desiderate da me.
In quel momento il Guascone aveva collocato uno sgabello presso la tavola, e stava considerando l'apparato gastronomico da lui creato con una certa orgogliosa soddisfazione.
- Che voi sediate a questo posto - egli rispose -voltando la schiena al fuoco e appoggiandovi da destra a questo battaglione di bottiglie che sarà la riserva; poi che allarghiate la breccia di questo pasticcio con un regolare assalto: infine vi resterà ancora da spazzar via l'esercito di soccorso rappresentato da questo rombo in salsa di gamberi. E impegnate pure l'artiglieria - continuò il signor de Blignac vuotando un intero fiasco nel più gran calice che potè trovare; le munizioni non vi mancheranno.
Lo straniero si fece pregare, ma non a Lungo. Egli sedette sullo sgabello, e l'enorme fetta di pasticcio che il signor de Blignac gli aveva messo nel piatto non tardò a scomparire.
Ma con grande sorpresa del Guascone, invece di servirsi del pantagruelico nappo che quegli aveva riempito fino all'orlo, lo sconosciuto stese il braccio, prese una brocca piena d'acqua che i convitati avevano lasciato intatta, se ne versò un bicchiere e lo bevve.
Il signor de Blignac era divenuto muto e quasi paralizzato da ciò che succedeva sotto i suoi occhi.
- Come! gridò Fra tanta bottiglieria, non trovate altro da scegliere!
-- E perchè no? Io non bevo mai vino, signore -- rispose semplicemente lo straniero.
-- Non bevete mai vino! Oh, perbacco, si può saperne la ragione?
- Che ve ne importa? Forse perchè è rosso, disse lo sconosciuto con una voce sorda.
La fisionomia del signor de Blignac, dinanzi alla rivelazione d'una sobrietà che comprometteva i progetti da lui vagheggiati, esprimeva un disinganno così perfettamente comico che Paolo Bertaut non potè trattenere uno scoppio di risa.
Lo straniero credette che volessero burlarsi di lui : le sue sopracciglia si aggrottarono, e con rapido gesto egli portò la mano all'elsa della spada.
Il giovane ufficiale gli trattenne il braccio e, subito calmatosi, l'uomo lasciò ricadere la lama nel fodero.
- Perdono, signori, -- egli disse, prendendo un atteggiamento rispettoso che non s'accordava molto con l'espressione minacciosa del suo volto - voi siete dei giovani cavalieri in cerca di distrazioni; io sono un povero diavolo che non pretende certo d'incrociare il suo ferro col vostro, anche se vi piacesse di divertirvi alle mie spalle. Tuttavia, nella mia umile condizione, ho conservato abbastanza orgoglio per sentire un'offesa in ciascuna delle vostre canzonature. Permettete dunque che io ritorni alla mia prima ispirazione ritirandomi nella stanza che m'è destinata all'albergo.

La dolorosa agitazione dello straniero, il tono moderato con cui egli esprimeva la sua legittima suscettibilità, toccarono Paolo Bertani e suo cugino.
- Una franca spiegazione ci giustificherà tosto - disse il giovinotto, dopo che Longval gli ebbe fatto le sue scuse. - La cortesia del nostro amico, il signor de Blignac, verso di voi, non era così disinteressata come potevate forse supporlo. Egli aveva sperato...
- Diciamo pure egli spera ancora - esclamò il Guascone intervenendo e mescolando con vivacità un pacco di carte che l'oste aveva deposto sulla tavola. - Sì, signore, se io ho manifestato una certa sorpresa del vostro gusto per un liquido che, a parer mio, riabbassa l'uomo al livello del bruto, non ho però mancato di riconoscere dalla fierezza con cui avete messo mano all'arma dei gentiluomini, che voi non siete di condizione così volgare come ci vorreste far credere, e io resto convinto che voi riconoscerete dopo cena esservi di meglio da fare per uomini dabbene che perdere il loro tempo a dormire solitari fra due lenzuola.
- Difatti, essi possono impiegarlo a perdere il loro denaro.
- O a guadagnare quelle del prossimo - replicò il signor de Blignac, facendo risuonare un po' di moneta nella tasca dei suoi calzoni.
- Vedendovi, io m'ero detto ecco un galantuomo che non ci rifiuterà, al signor Bertaut ed a me, di tenerci una posta al giuoco; e più coltivo la vostra conoscenza, e più sono sicuro di non essermi ingannato.
- Voi non siete perspicace, signor cavaliere.
- Un momento - esclamò il Guascone, che non era uomo da lasciar cascare la sua idea per una parola ambigua - io tengo ad informarvi che, generalmente fortunato in amore, il giuoco mi tratta con un rigore inaudito. Vi offro dunque una vera occasione di fortuna in questo momento, e vi credo uomo di troppo buon senso per perderla.
- vero - disse lo sconosciuto che da qualche momento avvolgeva il signor de Blignac nel penetrante suo sguardo -- è vero, il caso non vi ha mai favorito finora, benchè non abbiate a rimproverarvi, io credo, d'aver lasciato sfuggire l'occasione di tentarlo.
- Chi vi ha informato così bene? - disse il Guascone.
Un sorriso strano scivolò sulle labbra del suo interlocutore, i cui occhi continuavano a figgersi nei suoi occhi.
- Rinunciate al giuoco, signor de Blignac - fece lo straniero con una voce sorda.
Il Guascone scoppiò in una risata.
--- Ah! il bello scherzo -- esclamò ---; ma lo riconosco, non è mal pensato: ve lo ispira la tenera sollecitudine che provate per quella vostra saccoccia gonfia come un canonico. Bravo, mio caro signore, ma non ci penso al principale: un Blignac non rinuncia mai al giuoco; sorride alla sua ultima pistola, e non dispera mai di guadagnarne delle altre.
- Conosco troppo il cuore umano per non aver previsto il conto in cui voi avreste tenuto i miei consigli. Tuttavia vi ripeterò ancora una volta, rinunciate al giuoco, signor cavaliere de Blignac.
- E perchè ciò, vediamo? - fece il Guascone, mettendo i gomiti sulla tavola e affettando un'aria gioviale. -Vorrei sapere alla mia volta se voi non usurpate il vostro naso di frate predicatore, e vi prego dunque di sviluppare il vostro esordio.
- Non è vero, signor cavaliere de Blignac, che il giuoco vi è riuscito finora singolarmente fatale?
- Ve lo confessavo io stesso or ora : non mi pare che voi siate dunque un grande indovino.
- La morte inaspettata d'un fratello primogenito vi aveva messo, voi cadetto, in possesso dell'eredità dei vostri padri. Signor de Blignac, dove se n'è andato il vostro patrimonio?
- Dove se ne vanno le nevi, come dice il poeta - ribattè il cavaliere. - Pare che voi mi conosciate, mio caro signore. E non è affatto straordinario che mi possiate raccontare la mia storia.
- Dove è stata inghiottita la dote che le due vostre nipoti, destinate a prendere il velo, dovevano apportare al convento?
- Il Signore le ha prese senza denaro : cosa troppo onorevole per loro perchè abbiano il cattivo gusto di lamentarsene. E'' qui tutto?
- Un po' di pazienza, signor cavaliere; durante i conflitti della Fronda voi eravate, credo, sottufficiale nel reggimento del signor di Corinthe.
- Diavolo - fece Paolo Bertaut - non pare sia di ieri il vostro incontro col cavaliere de Blignac.
- Il signor duca di Beaufort - continuò lo straniero - vi teneva in grande stima : voi eravate un valoroso e un allegro compagno : quanto ci voleva a piacere al nipote di Enrico IV. La vostra compagnia gli divenne cosi preziosa che egli vi ammise all'onore che voi volevate fare a me questa sera. Disgraziatamente questo illustre signor di Beaufort aveva ereditato da suo padre un vero orrore per tutto ciò che poteva somigliare ad una sconfitta. Egli perdeva una partita dopo l'altra, e nel suo dispetto, osò pretendere che i dadi fossero accomodati. Io non lo credo, ma se si dovesse, prestar fede a ciò che allora si raccontava, il cattivo umore del principe inverti singolarmente le parti. Da battente, voi diveniste battuto, signor cavaliere.

Il Guascone, il cui viso da qualche momento passava per tutti i colori dell'arcobaleno, gettò una spaventevole bestemmia, e prima che i suoi compagni avessero pensato a fermarlo, aveva spiccato la sua spada e si precipitava sullo straniero.
Il viso di questi conservò la sua espressione motteggiatrice e non manifestò la minima emozione; egli stese il braccio, strinse nella sua larga mano il polso del cavaliere, e lo serrò con tanta violenza che questi senza poter trattenere una contrazione di dolore, lasciò cader l'arma sul pavimento.
- Tu menti per la gola! - urlava il Guascone. - Se le cose fossero avvenute come tu dici, avrei chiesto ragione al signor di Beaufort, per quanto duca, per quanto figlio di re.
- E lo faceste difatti, poichè presunzione non vi manca come non vi manca valore: ma la vostra provocazione non ebbe altro risultato che quello di portarvi alla Bastiglia, dove perdeste la fortuna d'ottenere la compagnia che il signor di Montigny vi aveva promessa nel suo reggimento. Sono o non sono bene istruito dei fatti vostri, signor cavaliere de Blignac?
- Perbacco - disse Paolo Bertant - mi pare che vi divertiate meno di quanto avevate supposto, signor de Blignac.
Questi aveva infatti un'aria alquanto compassionevole; egli si accostò allo straniero.
- Chi siete voi? - gli domandò. - Ho un bel frugare nel mio cervello; non ci posso trovare nè voi nè la vostra faccia.
- E'abbastanza naturale, signor cavaliere; un gentiluomo come voi non abbassa gli occhi per guardare l'insetto che rasenta i suoi piedi.
- Queste chiacchiere non mi dicono il vostro nome; è il vostro nome quello che io voglio.
- Non me lo avete domandato quando mi avete fatto l'onore di invitarmi a sedere alla vostra tavola; ora sono in diritto di rifiutarvelo.
- Lo saprò, giuraddio - esclamò il cavaliere, raccogliendo la sua spada e mettendosi in guardia. - Fuori quel tuo spadone, furfante, e difenditi!
Il giovane ufficiale si lanciò tra Blignac e lo straniero che, incrociate le braccia, non aveva fatto alcun movimento.

-- Con mio grande rammarico - egli disse con la sua voce ferma e grave - io sarò costretto a prender partito per il signore e contro voi, mio caro de Blignac : le vostre intenzioni a suo riguardo erano abbastanza poco caritatevoli perchè la vostra suscettibilità possa essere ora una cosa di buon gusto.
- Partita a quattro, sangue di Diana - gridava il Guascone. - A me, a me, caro signor Bertant, un buon duello! Questo vale anche meglio che il lanzichenecco.
L'adolescente diede in una risata.
- Tirar la spada contro mio cugino: vi pare, cavaliere? Decisamente questa notte non siete in vena. E' una fortuna per voi che abbiate rinunciato a giuocare alle carte. Rinfoderate! rinfoderate! Che diavolo! non tirerete già di scherma contro un uomo che non si difende meglio di un bersaglio.
- Ti ritroverò, furfante.
- Dio ve ne scampi, signor cavaliere - disse lo straniero. E ora permettetemi di spiegarmi. Se vi ho ricordato un passato che non sembrate gradire, ciò non è stato con l'intenzione di offendervi. Volevo soltanto che voi mi ascoltaste con un po' d'attenzione quando vi parlerò dell'avvenire.
- Dell'avvenire! - ripeterono simultaneamente i tre compagni.
- Sissignori, dell' avvenire. - La voce dello sconosciuto era semplice, ma piena di convinzione.
Ogni traccia di corruccio si era dileguata istantaneamente dal viso del signor de Blignac.
- Vivaddio, egli esclamò, siete voi l' astrologo di quel facchino di Concini, l'ultimo che si sia visto in Francia? Credevo che lo si fosse impiccato in piazza di Greve dopo aver bruciato la sua amante.
- Non sono un astrologo, signor cavaliere; sono un uomo che osserva, raffronta e ricorda : nient'altro.
- E che mi accadrà, se io trascuro le vostre raccomandazioni?
- La vostra passione, che ha cagionato la vostra rovina, che ha compromesso la vostra fortuna di soldato, vi costerà la vita, signor cavaliere de Blignac.
- Mi soffocherà forse la commozione nel vincere centomila pistole ai cardinale Mazarino?
- No, signore; voi morrete di morte violenta.
- E' la morte d'un soldato, e vi ringrazio della vostra profezia, mio caro.
-- Non mi ringraziate tanto, signor cavaliere - ribatte lo straniero - poichè devo aggiungere che voi morrete di corda.
- Impiccato?
- Impiccato.
- Questo mi par meno probabile, caro signore; giacchè voi mi conoscete così intimamente, non potete ignorare che son gentiluomo, e che i gentiluomini non s' impiccano.
- Non voglio spiegar nulla, signor cavaliere; rilevo i fatti, ecco tutto.
- Perdio, signore - disse Paolo Bertaut avvicinandosi allo straniero - voi avrete bene qualche cosa da predire anche a me.
- Dopo quello che ho preannunziato al vostro compagno, la vostra curiosità, signore, è una bella audacia.
Così parlando, egli prese la mano del giovane, e ne scrutò attentamente le linee.
Ma il cavaliere de Blignac intervenne.
- Vi avverto, signore - egli disse - che questa seconda esperienza non avrebbe per me nulla di concludente. Si decifra facilmente un viso che, come il mio, porta paragrafate tutte le passioni del suo proprietario; è altrettanto facile il leggere copie un libro aperto una fisionomia di vent' anni : poi, con un po' d' immaginazione, si stabiliscono congetture che non siano troppo inverosimili, e si canzonano con storielle le oneste persone che si accusano, molto a torto, d'aver voluto prendersi spasso di voi. Volete che io presti intera fede alla prospettiva che avete delineato sul mio orizzonte? Esercitate dunque la vostra scienza sulla faccia di marmo del nostro terzo compagno : spiegateci le cause di una tristezza che è talvolta più annuvolata del nostro porto di Dieppe nei giorni di burrasca: se voi riuscite a trovare quello che io cerco invano da tre anni che lo conosco, io crederò alla cabala come se vivessimo ai tempi di Caterina de' Medici.

Carlo di Lonvval aveva presentato la mano a sua volta; dopo che l' ebbe considerata, lo straniero s'immerse nella febbrile contemplazione del dotto per ciò che ai suoi occhi prende l'aspetto di un fenomeno.
- Strano! Strano! - egli mormorò.
- Ebbene, per tutti i diavoli - disse il Guascone - la vostra stregoneria è già in imbarazzo?
L'uomo s'era levato; una grave commozione alterava il suo volto.
- Voi siete nato sotto un astro terribile, signore egli disse a mezza voce - e sulle rughe della vostra fronte, come nei profondi solchi della vostra mano, io vedo la vostra esistenza dominata da una fatalità di cui s'incontrano pochi esempi.
- Hum! hum! - fece il cavaliere de Blignac - ecco una divinazione che non si compromette.
- State zitto - esclamò il giovane ufficiale.
- Voi avete amato; l'oggetto del vostro amore si è avvicinato a voi coi vincoli del sangue, e questo amore, così puro dapprima, è divenuto un delitto... Voi avete voluto fuggire; voi avete messo l'immensità dell'Oceano tra voi e quella che non poteva appartenervi; fu inutile. La sua immagine vi ha perseguitato senza tregua, senza interruzione, senza misericordia. La prova era superiore alla vostra età; non vi avete resistito. E' venuta un'ora in cui, per rivederla, avreste giocato la salute della vostra anima. L'avete riveduta. Ella pure vi attendeva. Ella pure aveva sofferto. Chiedeva il vostro appoggio, vi supplicava di tornarle vicino. Voi avete obbedito, e da quel momento la vostra esistenza non è stata che un'orribile lotta fra dovere e passione. Ora, per soffocare questa passione, voi cercate di suscitare nel vostro cuore nuovi sentimenti....
- Basta, basta, di grazia, signore - disse il giovane ufficiale con una voce affannosa.
Paolo Bertaut era pallido come uno spettro.
Il signor de Blignac aveva raccolto un turacciolo, e lo andava tagliando macchinalmente, senza perdere di vista gli attori di questa scena.

Tutti e quattro rimasero silenziosi per qualche istante, lo straniero fu il primo a riprendere la parola.
- Mi duole, signore - disse rivolgendosi al giovane ufficiale che s'asciugava la fronte bagnata di sudore - mi duole -di aver toccato le piaghe del vostro cuore per rispondere a quella specie di sfida che mi faceva il cavaliere de Blignac, e ve ne domando perdono.
- Signore - rispose de Longval, che da qualche momento passeggiava agitatamente per la sala - voi non mi avete parlato che del passato, e questo passato è abbastanza fosco perchè voi mi riconosciate il diritto d'interrogarvi sull'avvenire. Abbiate dunque la bontà, vi prego, di accondiscendere alla mia domanda.
Lo straniero prese il suo mantello e se lo gettò sulle spalle.
- Lasciatemi partire - disse - lasciate che me ne vada, mio signore. Credetemi, non cercate di sollevare la tenda di piombo che la provvidenza ha posto tra i vostri occhi e i giorni che vi restano da vivere. Se ha rivelato al signor de Blignac la sorte che, secondo le mie congetture.. deve metter fine alla sua esistenza, ciò è stato perchè, senza che egli lo sappia, il signor de Blignac è una mia vecchia conoscenza e c'è da parte mia verso di lui un piccolo rancore. Ma voi avete stornato il ferro che minacciava il mio petto; vi prego ancora una volta, lasciate che io me ne vada.
- No, no; io invocherò anzi il servizio che vi ho reso per ingiungervi di spiegarvi.
- E sia; parlerò. D'altronde, se io so discernere sulla fronte dell'uomo i segni misteriosi del planisfero cabalistico, non ho affatto la presunzione di supporre che la mia scienza sia infallibile. Se credo alla predestinazione umana, credo anche come cristiano che la volontà e la misericordia dell'Altissimo possano lottare e dominare questa predestinazione. Dunque parlerò.
L'ufficiale cercò di sorridere.
- Ciò che mi dovete annunciare dev'essere bene spaventevole, se giudico dalla precauzione che mettete al vostro discorso. Quella fatalità che avete scoperta nel mio oroscopo mi perseguiterà dunque fino alla mia ultima ora?
- Vi perseguiterà di là dalla tomba, si estenderà alla vostra razza.
- E durante la mia vita?
Lo straniero esitava; era divenuto non meno pallido di quelli che gli stavano intorno, e le sue palpebre agitate da un trasalire convulso rendevano inquieti i suoi occhi.
- Voi amate questo giovane - egli esclamò tutt'a un tratto.
- E' mio cugino : un amico, un fratello.
- Ebbene! questo giovane è destinato a morire di vostra mano.
L'ufficiale rimase muto per qualche istante, volgendo intorno uno sguardo smarrito come se non avesse compreso; poi gettò le braccia al collo di Paolo Bertaut e serrandolo sul suo cuore con invincibile affetto, disse con la voce serrata nella gola
- Paolo, mio caro Paolo, io divenire il tuo assassino!
-- Si può uccidere senza essere un assassino, signore riprese lo straniero con una violenza quasi brutale.
- Non vi comprendo.
- Il boia non è nemmeno un omicida; signore, non lo sapete?
L'ufficiale cadde disfatto sopra una seggiola e mentre Paolo Bertaut si sforzava di richiamarlo ai sensi, mentre il cavaliere de Blignac, lasciava andare il suo turacciolo e preso un pacco di carte, le lacerava ad una ad una e le gettava metodicamente nel fuoco, lo straniero abbandonò la sala e si sentì il suo passo pesante che faceva scricchiolare la scala del primo piano.

LA MORTE DI COLOMBA

La predizione che annunciava al mio avo il destino che lo attendeva ebbe sul suo spirito un'influenza notevole.
La sua melanconia si modificò e divenne una misantropia feroce.
Fino a quel tempo egli aveva condiviso con indifferenza i piaceri e le gioie dei suoi compagni; ma dopo la scena nell'Albergo dell'Ancora, la stessa società di quei compagni gli venne in odio, e fuggiva perfino il suono delle loro voci. Se talvolta i suoi doveri lo riaccostavano a loro per qualche ora, egli scambiava con loro appena qualche parola e, appena era libero, si affrettava a rientrare nella sua solitudine.
La sua maniera di contenersi con l'adolescente a cui lo abbiamo veduto prodigare le attestazioni d'un'amicizia così seria, era veramente strana: quando lo incontrava, dalla commozione della sua fisionomia e dalla sua voce, dalla tenerezza dello sguardo, era evidente che nulla s'era alterato nella sua affezione per il giovane, e tuttavia egli metteva ogni cura nel tenerlo lontano.

Paolo Bertaut aveva il temperamento ardente della sua giovinezza. Il ritiro in cui viveva Carlo de Longval lasciava suo cugino in balia del cavaliere de Blignac: e questi, non trovando alcuno a contrastare le sue velleità precettorali s'era costituito a mentore del giovane creolo e, con la suggestione dell'esempio, lo traeva per una via che avrebbe certamente fatto inorridire i virtuosi istinti di un altro Telemaco.
Frattanto, le nuove che Carlo Sanson riceveva da Abbeville venivano ad accrescere i suoi tormenti.
Dalle lettere di Colomba era evidente che lo stato di Giambattista peggiorava di giorno in giorno.
La sua malattia aveva esaurito le risorse della disgraziata casa.
Carlo aveva mandato a suo fratello il poco denaro che egli possedeva; ma egli aveva compreso, dalle reticenze dolorose della lettera di Colomba, che quel sacrificio era stato ben lungi dal bastare ai bisogni che dovevano aumentare col male.

Un pomeriggio, mentre il mio avo stava per rientrare nella casa dove abitava, trovò sulla soglia un messaggero che lo attendeva, quell'uomo gli consegnò una lettera.
Gettati appena gli occhi sulla soprascritta, egli divenne pallidissimo: barcollò, e per non cadere dovette lasciarsi andare sulla panca dove l'uomo s'era seduto.
Egli aveva riconosciuto la scrittura della cognata, e questa scrittura era per metà sbiadita dalle lagrime che avevano gualcito il foglio. Prima d'aprir la lettera, Carlo aveva indovinato che Giambattista era morto.
E difatti, Colomba gli annunciava la disgrazia ch'egli aveva preveduto. E soggiungeva, che la sua disperazione si faceva ancor più grande, sentendosi costretta a doverlo intrattenere d'altre cose ancichè soltanto di colui che avevamo perduto. I resti mortali del povero cieco non erano ancora resi alla madre terra, che già i suoi antichi confratelli, gli uomini della legge, si erano gettati sulla sua povera spoglia. Colomba era stata scacciata dall' umile tetto che aveva ospitato la rovina di suo marito: ella non aveva trovato nè soccorso nè pietà presso i parenti che avevano ad Abbeville; allora ella aveva pensato a suo fratello, ella si era messa in cammino per raggiungerlo, ma le sue forze avevano tradito il suo coraggio: ella si era fermata al villaggio d'Envermeu, a qualche lega da Dieppe, ove attendeva ch'egli venisse a prenderla per condurla nell'asilo ch'egli le sceglierebbe.
Carlo rimase per un istante immobile, muto, e come fulminato dalla notizia ricevuta.
E quando potè finalmente riaversi, congedò il messo, sellò egli stesso il suo cavallo e si slanciò a spron battuto nella direzione d'Envermeu.

Aveva appena oltrepassato le ultime case del sobborgo di Potlet, e si trovava sul deserto ripiano sopra gli scogli che fanno ai marosi dell'Oceano una cintura di granito, quando vide, a qualche passo da lui, un uomo accovacciato nella frenatura d'una roccia, con gli occhi fissi sulle finestre d'una casa isolata, che si scorgeva a distanza, sopra una piccola altura in mezzo a un povero campicello.
Quell'uomo, era vestito da marinaio, e Carlo probabilmente non avrebbe notato la sua presenza se, al rumore degli zoccoli del suo cavallo, il personaggio non si fosse colto mostrandogli la faccia di Paolo Bertaut.
L'ufficiale inviò un cordiale saluto a suo cugino, ma nonostante i dolorosi pensieri che lo agitavano, non potè fare a meno di chiedersi chè mai poteva attirare Paolo in quella solitudine : e si rimproverò amaramente l'abbandono in cui aveva lasciato il giovane amico.
Arrivò a Envermeu verso le cinque di sera. Presso il villaggio, alla fine dell'ultima erta, si trova una croce di pietra; dal fondo della valle, Carlo vide una donna vestita di nero che stava seduta ai piedi di quel calvario; il suo cavallo, tutto anelante per la rapidità della corsa, voleva rallentare il passo, ma spronato vigorosamente, l'animale riprese il galoppo, e in pochi secondi ebbe raggiunta la sommità della collina.

Quand'ella lo vide avvicinarsi, nascose il viso tra le mani; Carlo era disceso da cavallo e stava ritto dinanzi a lei, ma ella non rialzò la faccia; si udiva solamente lo schianto dei suoi singhiozzi e si vedeva il suo petto sollevarsi e torcersi in uno spasimo convulso.
Carlo la chiamò e si protese verso la cognata, ma Colomba, sollevandosi, evitò il suo abbraccio e mostrandogli il calvario che dinanzi a loro stendeva le sue braccia nere e muscolose, sembrava gli dicesse che verso quella croce la quale sostiene e consola in tutte le avversità e in tutte le disgrazie, bisognava volgersi prima di muovere un passo verso di lei.
Tutti e due si inginocchiarono sulla pietra nuda, e i loro cuori si confusero nella stessa preghiera per colui che non era più.

Allorchè si levò, Carlo sentì la sua anima singolarmente rinfrescata e fortificata. Gli sembrava che quella comunità di dolore e di preghiere avesse per sempre liberato la sua tenerezza da tutte le impurità; un'amicizia senza limiti, una devozione profonda sopravviveva soltanto ai suoi antichi sentimenti per Colomba, e il nome di sorella, le sue labbra potevano ora pronunciarlo senza balbettare.
Le prese la mano, e, a quel contatto, non senti come un tempo un brivido correre nella sua carne; contemplandola, bella ancora nel suo pallore e sotto le stigmate della sofferenza, egli rimase calmo.
Respirò lungamente e con gioia.
Egli comprese che con la forza di un puro e casto affetto, avrebbe potuto con sicurezza nell'avvenire sfidare la fatalità.
Camminarono così, l'uno vicino all'altro, fino all'abitato dei contadini, che commossi per la disgrazia di Colomba, le avevano dato ospitalità.
Carlo desiderava che Colomba, la quale sembrava debole e sofferente, si fermasse ancora un giorno nella casa ospitale; ma ella, rassicurata per la franchezza con cui il suo amico le aveva confessato i suoi torti, per la calma del suo linguaggio e dei suoi modi, aveva fretta di lasciare Envermeu e d'arrivare a Dieppe.
Carlo la fece salire sul cavallo, prese in mano le briglie e camminando al suo fianco si diresse verso la città.
Per via parlarono del passato, quanto del loro avvenire.
Le lotte dell'amore e della virtù, la rinuncia che era stata la conseguenza di quelle lotte, la vita di tormento muto e di sofferenze celate, le difficoltà infine della sua nuova posizione, avevano commosso Colomba. Le annotazioni che ci ha lasciate il mio bisavolo sono piene di ricordi di quella fatale giornata; e allorchè egli parla delle vie che le sagge previsioni della sorella beneamata tracciavano per il suo avvenire, sembra di udire il grido di un dannato che fosse accecato dal raggio piovuto da quel paradiso di cui ha sfiorato la soglia e che ha perduto per sempre.
Ella gli fece comprendere ch'erano tutti e due troppo giovani perchè la purità dei loro sentimenti potesse fare a meno d'un'egida salutare.
Gli annunciò che aveva deciso d'entrare in una di quelle congregazioni religiose che non impongono legami irrevocabili, e che si chiamano nel Nord Bèguignages. Poi, quando l'età li avrebbe messi al riparo delle calunnie del mondo e del pericolo di non poter sottostare alla ragione, si sarebbero riuniti, e nella dolce intimità che non avrebbe avuto un solo istante di debolezza, avrebbero trascorso gli ultimi anni che Dio avrebbe loro accordato.

Nel momento in cui Colomba tracciava con parole ben più eloquenti della mia penna, il quadro della felicità di quei due vecchi, che non avendo partecipato all'amore e dopo essersi sacrificati l'uno all'altra con un'abnegazione sublime si danno la mano prima di entrare in quell'eternità che sola concede la vera unione, arrivarono in vetta ad una montagna con dinanzi agli occhi l'Oceano che si stendeva in tutta la sua immensità.
Il calore di quella giornata era stato asfissiante. Delle grosse nubi d'un nero a riflessi di rame si erano addensate sul loro capo e vagavano pesantemente. Ma le nubi non avevano ancora coperto l'orizzonte verso occidente, e, attraverso uno stretto spiraglio che assomigliava all'incendio d'una fornace, il sole al suo declinare, lottava vittoriosamente contro le doppie tenebre dell'uragano e della notte. Il mare, al largo, fiammeggiava come un braciere, i suoi fiotti ribollivano come fossero stati dei fiotti di lava. Più vicino alla costa, le acque dell'Oceano, immobili alla superficie, erano oscure come il cielo; ma di quando in quando un getto di fiamme si slanciava dal cratere ardente e la cappa nerastra si irradiava di riflessi sanguigni.

Colomba aveva fermato la sua cavalcatura; ella rimaneva muta, inabissata nella contemplazione di quello spettacolo grandioso.
Larghe gocce di pioggia cominciavano a cadere. Si era levato un vento leggero che sollevava la polvere della strada in densi turbini le cui raffiche spazzavano le grigie spirali che per un momento erano sembrate voler salire verso le nubi.
La nota sanguigna in fondo all'orizzonte aveva a poco a poco perduto la sua violenza; cielo e mare si confondevano in una striscia d'un rosso cupo che si colorava di riflessi violacei, e da qualche istante si vedevano correre rapide alla superficie lunghe frange di schiuma bianca.
Tutto annunciava una terribile tempesta; i viaggiatori avevano ancora da camminare per più d'un'ora prima d'arrivare in città, e per quanto Paolo guardasse lontano, non scorgeva alcuna capanna ove potesse chiedere ricovero.
Disse perciò a Colomba che bisognava affrettarsi : e mise il cavallo al trotto.
Dopo alcune centinaia di passi, il rumore sempre più stridente della sua respirazione, allarmò Colomba, ella lo scongiurò di salire con lei, facendogli osservare che in tal modo potrebbero proseguire più rapidamente.
Carlo acconsentì.
Si mise in sella, avviluppò la compagna del suo mantello, allacciò con il braccio destro la cintura svelta della giovane donna, e riservando la mano sinistra per tenere le briglie si slanciò al galoppo.
In quel momento l'uragano esplodeva in tutta la sua violenza.
I tuoni si succedevano senza interruzione; cascate di fiamme univano il cielo alla terra; il vento urlava, ai suoi muggiti si univano i clamori rauchi del mare in tempesta; gli alberi lungo la strada torcevano le loro cime fronzute con cigolii sinistri.
La pioggia veniva giù a torrenti, e ben presto le tenebre divennero talmente profonde, che Carlo non distingueva il cammino se non quando il cielo si apriva per lasciare il passaggio a qualche gigantesco serpente di fuoco.

Egli serrava contro il suo petto il prezioso fardello; copriva Colomba con il suo corpo, come se avesse cercato opporre quella difesa ai bagliori del fulmine che rombava sulle loro teste.
La giovane donna aveva messo il suo braccio intorno al collo del compagno e nascondeva il viso nel giustacuore di lui. Il suo cuore batteva con violenza ed i suoi battiti si confondevano con quelli di Carlo.
Una strana emozione non tardò a impadronirsi del giovane.
Egli respirava con sforzo i caldi vapori che turbinavano nell'atmosfera, e di quando in quando un sospiro d'angoscia gli erompeva dal petto.
Colomba mormorò qualche parola che si perdette nel fracasso della tempesta.
-- Colomba, Colomba, - esclamò ad un tratto Carlo con voce vibrante, - morire così, essere colpito l'uno sul cuore dell'altra, non sarebbe il solo mezzo con cui Dio potrebbe ricompensare le nostre pene? Scoppi il fulmine, muggisca la tempesta, s'inabissi la terra! Purchè possa portarti così attraverso l'eternità; benedirci il fulmine, la tempesta e il cataclisma.
La giovane donna staccò il capo dal cuore del suo compagno.
- Non parlare così, Carlo - disse con un accento rotto dall'angoscia; Carlo, tu oltraggi delle ceneri ancora tiepide.

Ma Carlo non l'ascoltava.
Egli sembrava in preda ad una ebbrezza folle como se il fuoco di quell'uragano fosse passato nelle sue vene. Aveva abbandonato le redini; i suoi speroni che si conficcavano brutali nei fianchi del cavallo avevano comunicato all'animale una rapidità vertiginosa.
Essi passarono nella notte come un gruppo di spettri trasportato dal turbine. Nello stesso tempo le sue braccia stringevano Colomba; egli la premeva sul suo cuore con indicibile passione, e la giovane donna sentì due labbra brucianti come carboni ardenti che si posarono sulla sua fronte.
In quel momento un lampo solcò la nube e, per un secondo, illuminò le tenebre di luci splendenti.
Colomba gettò un grido d'angoscia, poichè scorgendo quella figura livida che si inchinava verso di lei, incontrando quegli occhi dilatati iniettati di sangue, che si fissavano su lei come quelli d'un avvoltoio sui passerotti che sta per divorare, ella credette di intravvedere una faccia del demonio.
Con uno sforzo sovrumano, ella cercò di svincolarsi dalle braccia di Carlo e di precipitarsi giù dal cavallo, ma sembrava che fosse trattenuta da legami di ferro.

- Carlo, Carlo, grazia, pietà, -- mormorò con voce smorta, - in nome di tuo fratello, in nome di Dio!
Carlo rispose con una imprecazione.
Nello stesso momento, come se la folgore ch'egli aveva invocata fosse accorsa docilmente al suo richiamo, la nube si squarciò e vomitò la fiamma : una tromba di fuoco li circondò; a dieci passi dal posto in cui si trovavano, un albero turbinò nella fiamma e precipitò.
Il cavallo, pazzo di terrore, si era impennato e si riversò all'indietro prima che coloro che lo montavano potessero rendersi conto di ciò che succedeva.
La violenza della scossa aveva strappato Colomba dalle braccia del mio bisavolo.
Egli si risollevò tramortito, ferito, ma pensando a Colomba, non poteva sentire il suo sangue che colava.
La cercò invano.
La chiamò.

Nessuno gli rispondeva; non udiva che il rumore della pioggia che sferzava la terra, e lo scalpito remoto del suo cavallo, che rimessosi in piedi, fuggiva dalla parte della città.
Allora gli si rizzavano i capelli; sentì il freddo della risorte passare nelle sue vene.
Non osava stendere le braccia; gli sembrava di sentire un cadavere sotto la sua mano.
Non osava più pensare, perchè il suo primo pensiero gli avrebbe mostrato Colomba uccisa da quella spaventevole caduta.
Ciò non durò che un istante, ma per ricuperare l'uso delle sue facoltà, gli occorse uno sforzo così penoso come se avesse dovuto sollevare il mondo.
Infine, riuscì a rendersi conto che dalla parte ove erano caduti, un burrone costeggiava la strada, vi si precipitò e non tardò a imbattersi nel corpo di Colomba, ma questo corpo era inerte, sembrava disanimato.
Tentò invano di richiamarla in vita, le cure che le prodigò furono inutili quanto le sue preghiere, i suoi singhiozzi, le sue grida, i suoi appelli disperati di soccorso, che il vento coinvolgeva nei suoi sibili.
Allora prese Colomba nelle sue braccia e si mise a correre perdutamente attraverso i campi, senza rendersi conto da qual parte si dirigeva, tanto era il disordine del suo spirito.

Nel momento in cui attraversava una siepe, dei rami gli tagliarono il viso, ma nello stesso tempo scorse una luce che scintillava attraverso il fogliame d' un giardino nel quale era penetrato, e non sentì alcun dolore. Si slanciò da quella parte, trovò la porta, la spinse, la scrollò con un colpo del ginocchio, e perdute le ultime forze, cadde svenuto sulla soglia.
Stette a lungo a lungo senza riprendere conoscenza. Il fulgore del sole, penetrando da un'apertura alta e stretta nella stanza, la rischiarava vivamente e abbagliò i suoi occhi quando li aperse.
Pure, egli aveva distinto la testa radiosa di una giovinetta in mezzo ai flutti di luce che le facevano nimbo; elle era assisa nello strombo delle finestra e pareva intenta a raccogliere in un mazzo i gambi di alcuni fiori di campo.
Per qualche istante egli non potè staccare gli occhi da quell'apparizione graziosa; un vago, un istintivo rimorso ben gli rimproverava di prestar tanta attenzione a una donna che non fosse Colomba, ma gli era impossibile di raccogliersi in un altro pensiero, il suo cuore non era ritornato alla vita, e la sua vacillante intelligenza, capace di percepir sensazioni, era ancora muta ai sentimenti.
Poi una febbre violenta s'impadronì di lui. Egli ebbe violenti accessi di delirio. Infine cadde in una specie di letargo che durò per qualche giorno.
Ma quando gli fu dato ricuperare le sue facoltà, non era più nella stanza la leggiadra infermiera del primo giorno, bensì una vecchia.
Qualche volta altresì egli vedeva avvicinarsi al suo letto un uomo la cui fisionomia lo colpiva singolarmente, poichè gli pareva che non lo incontrasse la prima volta.
Una sera, essendosi Carlo appena risvegliato, il suo ospite entrò nella stanza, gli prese il braccio e ne ascoltò attentamente le pulsazioni.
- Mi accerto con gioia - disse alfine - che la morte non vi ha voluto questa volta, signor di Longval.

Al suono di questa voce, i ricordi del mio avolo s'eran fatti precisi; egli aveva riconosciuto lo strano personaggio che il cavaliere di Blignac aveva invitato a cena nell'Albergo dell'« Ancora » e che aveva pronunciato così strane parole.
Ma in questo momento della sua vita, il mio avo incomincia il suo racconto.
Poichè nella specie di confusione che egli abbozza, egli serba il silenzio intorno al proprio amore per la cugina divenuta la moglie di suo fratello; poichè non ne parla mai che in modo indiretto; poichè allude a vaghe torture, a grandi travagli, ad ansietà cocenti senza potersi decidere a precisarli, era necessario che io ricomponessi quello che fu una passione la quale, nella determinazione terribile che gli vedremo prendere, ebbe parte non meno importante che il suo nuovo incontro e il suo nuovo amore.
Ora io lascio la parola a lui.


LIBRO SECONDO - AL MANOSCRITTO DI CARLO SANSON > >

RITORNO INDICE

HOME PAGE STORIOLOGIA