HENRI SANSON - "LE MEMORIE DEI CARNEFICI DI PARIGI"

LIBRO TERZO
L'ARRIVO A PARIGI

( da pag. 60 a pag. 123 )

Processo ed esecuzione della signora Tiquet
I libelli sotto Luigi XIV
Nicola Larcher
Un covo di malviventi nel secolo XVIII
Il mendicante

Alla fine del 1685 il mio antenato Carlo Sanson de Longval abbandonò la Normandia, dove lasciava la salma di quella Margherita Jouanne che egli aveva preso in moglie con una dote così funesta.
Tutti gli avvenimenti di cui ho fatto il tragico racconto avevano quasi scossa la sua ragione; egli era costantemente in preda a una inquieta tetraggine, che s'accusava nel sinistro aspetto venutogli dalla professione a cui s'era rassegnato.
A Rouen la gente si scostava con sgomento al suo passaggio; l'uno mostrava all'altro da lontano quell'uomo invecchiato prima dell'età; egli portava in tutta la sua persona le tracce di un'esistenza devastata.
Il mio antenato fu dunque lieto di sfuggire a questa triste notorietà e di abbandonare al tempo stesso un paese pieno per lui di ricordi crudeli e strazianti. Egli accettò di buon grado la proposta fattagli di venire a Parigi e di scambiare la sua giurisdizione provinciale con quella della capitale del regno.
Al suo arrivo, egli aveva dovuto prendere l'abitazione alla Gogna delle Halles, che il popolo designava col nome di casa del boia. Era infatti una fosca costruzione ottagonale, sormontata da una lanterna di legno che girava sopra un perno e terminava in un'acuta freccia. In questa lanterna erano attaccati i criminali condannati alla pena della gogna, e la loro faccia veniva voltata successivamente verso i quattro punti cardinali. Questa specie di esposizioni si facevano abitualmente i giorni di mercato, perchè il pubblico vi potesse assistere in maggior moltitudine e potesse accrescere coi suoi fischi e coi suoi sarcasmi l'umiliazione a cui era condannato il paziente.

Davanti a questo edifizio singolare s'ergeva una croce, a piè della quale i bancarottieri dovevano venir a dichiarare che facevano cessione dei loro beni; dopo di che ricevevano il berretto verde dalle mani dell'esecutore di giustizia. Tutto intorno erano botteghe, che l'inquilino affittava a suo vantaggio. Finalmente gli spettavano ancora una scuderia ed uno sgabuzzino, una specie di tettoia, dove si custodivano la notte i corpi dei suppliziati, in attesa della sepoltura.
E sotto questa tettoia, al cospetto delle vittime della sua feroce missione, di quei cadaveri lividi ai quali egli dava un'ultima e funerea ospitalità, il capo della mia famiglia si senti morso al cuore da una strana ambizione. Se, a forza di dar la morte, egli potesse sorprendere i segreti della vita; se, prima di far gettare nella fossa dei condannati, come gli si comandava, tutte quelle spoglie umane, egli le avesse interrogate, sostituendo alla spada che uccide, la lancetta che investiga, che sonda i misteri dell'organismo, per ricavarne induzioni utili al lenimento delle sofferenze umane, e a quella grande lotta della vita contro la morte che è l'impulso irresistibile della natura?...

Le sue ricerche non rimasero sterili; noi abbiamo conservato sue osservazioni curiose sul giuoco dei muscoli e delle articolazioni, e parecchie sue ricette contro le affezioni di queste parti dell'organismo.
Lo studio dell'anatomia e la manipolazione di certi rimedi si sono del resto perpetuati nella mia famiglia. Nessuno di noi se n'è astenuto, e avevamo tra altro un balsamo di sovrana efficacia contro i più inveterati dolori.
Noi vendevamo quei rimedi molto cari, lo confesso, all'aristocrazia e alla gente facoltosa; ma ai poveri li davamo per nulla. Una cosa compensava l'altra.

Ritorno a Sanson de Longval. La casa della Gogna, situata in mezzo a un affollato e rumoroso mercato e cinta di botteghe che ne facevano parte integrante, non gli parve nè abbastanza discreta per i suoi lavori nè abbastanza raccolta per le condizioni del suo spirito. Essa presentava inoltre un inconveniente non meno grande: le frequenti liti che i giorni di mercato, il mattino, allora dell'apertura, scoppiavano fra i campagnoli e gli ufficiali incaricati di prelevare la tassa sulle derrate. In mezzo al tumulto e all'agitazione del mercato, questi ultimi non potevano adoperare altro, mezzo per riconoscere quelli che avevano ottemperalo al loro dovere, che quello di segnarli sui vestito con una striscia di creta bianca. Questo contrassegno diveniva argomento di schermi e quasi d' ingiurie da parte dei venditori che erano esenti dell'imposta o anche semplicemente del pubblico.
Sanson de Longval abbandonò dunque la casa della Gogna, giacchè la sua carica non lo obbligava a risiedervi. Egli si stabilii nel quartiere deserto chiamato la Nuova Francia, dopo aver affittato la Casa della Gogna per 600 lire, che erano una notevole somma in quell'epoca. La mia famiglia si stabili definitivamente in quel quartiere, e non lo abbandonò più.
I primi anni dall'arrivo di Carlo Sanson de Longval a Parigi non presentano nulla che sia degno di nota, fino all'esecuzione della signora Tiquet, di cui tutta Parigi si occupò verso la fine del secolo decimosettimo.
Quasi tutte le sentenze di morte erano pronunciate da una camera del Parlamento chiamata camera della Tournelle. Spettava a questa il decidere sulle istanze dei condannati che si appellavano contro le sentenze del Chàtelet e d'altre giurisdizioni di pertinenza del Parlamento. Le forme giudiziarie erano brevi e sommarie. Quando un condannato persisteva a negare il crimine che gli si imputava, la corte ordinava per lo più la tortura preparatoria, e si cercava di strappargli per mezzo di orribili sofferenze la confessione rifiutata. In altre circostanze, quando la colpevolezza pareva dimostrata da prove sufficienti, la camera delle Tournelle, pronunciando la sentenza di morte, aggiungeva che il condannato, prima d'esser condotto al supplizio, avrebbe dovuto subire la tortura ordinaria e straordinaria per far conoscere i suoi complici, se egli ne avesse.

Questa bisogna dell'applicare i tormenti non apparteneva fortunatamente alle attribuzioni dell'esecutore; era delegata a funzionari speciali denominati « questionari », o torturatori.
Il giorno che la condanna doveva avere esecuzione, il commissario principale della cancelleria criminale, accompagnato da un usciere della corte dello Chàtelet, si portava nella camera della tortura; era una vasta stanza, abbastanza oscura perchè non vi si vedessero distintamente le fisionomie e chiusa con grandi precauzioni perchè non se ne avessero ad udire le grida al di fuori. Vi era quindi condotto il condannato; lo si faceva mettere in ginocchio e gli si leggeva ad alla voce la sua sentenza. Poi egli era afferrato dal torturatore, legato e disteso sopra un cavalletto. In quel momento entravano nove consiglieri al Parlamento, quali delegati per interrogarlo.

L' interrogatorio incominciava. Ad ogni nuova domanda, era una nuova tortura inflitta al paziente; gli si serravano le membra in una specie di torchio, gli si strappavano le carni, gli si rompevano le ossa. Perchè risparmiare un corpo che la sera doveva essere un cadavere?
Alle intimazioni reiterate che gli eran fatte di palesare i suoi complici, il disgraziato per lo più non rispondeva che con grida di dolore e singhiozzi. Molti spiravano in questi atroci tormenti; ben si era calcolato quanto loro restasse di forze per soffrire, ma parecchie volte si sbagliava questo calcolo odioso.
I più robusti non potevano resistere al di là di un certo limite alla barbara prova. Allorché una bava sanguigna montava loro alla bocca e il sudore dell'agonia colava sulle loro tempie livide, si procedeva a slegarli in fretta e li si stendeva sopra un materasso. Ciò accadeva quasi sempre all'ottava applicazione dello stivaletto.
Ecco quello che era ancora, alla fine del secolo decimosettimo, l'ultimo giorno di un condannato. La sera, si abbandonava all'esecutore quello che ancora rimaneva della creatura umana. Il cancelliere e l'usciere accompagnavano quella rovina d'uomo fino al luogo del supplizio, gli intimavano un'ultima volta di nominare i suoi complici, poi si ritiravano dopo averlo salutato con solennità. lo trovo che v'era qualche cosa di sinistro in questo saluto, di più sinistro ancora che l' ave, Caesar, morituri te salutant dei martiri.

Era allora la volta dell'esecutore. A lui toccava finire un'opera di distruzione così ben cominciata : rompere con un bastone di ferro le articolazioni di quelle membra mutilate, e attaccare ad una ruota quell'anticipato cadavere, con la faccia rivolta verso il cielo, finchè esso spirasse. Perchè dunque la faccia rivolta al cielo? Era forse perchè si levasse da lui fino a lassù un grido di vendetta contro la crudeltà umana?
Prima di arrivare alla signora Tiquet, io menzionerò rapidamente, con la data dell' esecuzione, alcune vittime cadute prima di lei sul campo dei supplizi. Sono: nel 1685, Claudio Vauttier, rotto vivo per assassinio complicato di furto; - l'11 febbraio 1688, Giovanni Nouis figlio, per delitto consimile; - il 18 maggio 1689, Francesco Maniquin, per falsa testimonianza; questo sciagurato non aveva che ventun anno, e durante il processo aveva preteso di non averne che diciassette, sperando d'intenerire con la sua giovinezza i suoi giudici. Il 21 gennaio 1690, Gabriella Henry, moglie dell'aiutante maggiore dei conte di Chemilly, rea di omicidio; - il 26 settembre 1691, Urbana Attibard, moglie di Pietro Barrois, d'anni trentacinque, che avendo avvelenato il marito, fu condannata a fare ammenda onorevole, ad avere tagliata la mano, ad essere impiccata : indi, bruciato il suo corpo, le ceneri dovevano essere gettate al vento. Infine, il 16 dicembre 1693, Clara Lermenet, moglie di Michele Cloqueteur, serva di cucina presso il signor de Breteuil, messa a morte, dopo torture inaudite, per furto domestico.

PROCESSO ED ESECUZIONEDELLA SIGNORA TIQUET

Al principio del 1699, uno strano avvenimento produsse una profonda impressione a Parigi. Un magistrato molto stimato, il signor Tiquet, consigliere al Parlamento, scampò per miracolo ad un audace complotto ordito contro di lui. Dopo aver provato il fuoco d'una banda d'assassini appostati al suo passaggio, era caduto insanguinato e quasi esanime sulla strada, non lungi dalla sua abitazione, e senza il pronto soccorso del suo valletto, che avendo inteso il rumore delle detonazioni si era precipitato in suo soccorso, è probabile che egli non sarebbe sopravvissuto all'attentato.
Destò forte sorpresa l'apprendere che il signor Tiquet, nel pietoso stato in cui si trovava, si era ostinatamente ricusato a lasciarsi trasportare a casa, preferendo l'ospitalità d'una signora amica, la contessa di Villemur, al proprio domicilio, dove pure lo attendevano le amorevoli cure di sua moglie e dei suoi due figliuoli.
Questa condotta, per lo meno singolare, avrebbe dato luogo a interpretazioni poco favorevoli sulla moralità del consigliere, se non fossero corsi subito dei sussurri molto più gravi. Si seppe che la signora Tiquet, alla notizia , dell'attentato, era accorsa dalla signora Villemur per chiedere di vedere suo marito, ma che questi si era rifiutato di riceverla e aveva risposto al magistrato incaricato di
cominciare un'inchiesta sul crimine, che egli non conosceva altri nemici all'infuori di sua moglie.


Angela Nicola Carla Tiquet era nata a Metz nel 1657. Suo padre, un ricco libraio, aveva lasciato alla sua morte una sostanza di più di un milione che doveva esser divisa tra lei e un fratello maggiore. Orfana a quindici anni, non aveva avuto altra tutela che quella di suo fratello, che l'aveva fatta educare in un convento. Quando ella fece la sua comparsa nel mondo, era una giovanetta compita, adorna di tutte le seduzioni. Andò presto in matrimonio a un uomo molto più anzieno di lei, uno scialbo impiegato consigliere.
Nondimeno la signora Tiquet aveva dei gusti fastosi; teneva la casa in gran pompa, con equipaggi, molti domestici, e tutto il lusso.
Suo marito, che non possedeva nulla fuori che il suo stipendio, e aveva contratto dei debiti abbastanza considerevoli per arrivare a quell'unione, faceva di quando in quando alla sua giovane moglie qualche timida ed amichevole osservazione sopra i suoi gusti spenderecci. Va da sè, ch'ella non ne faceva alcun conto e continuava a sprecare danaro.
Le rimostranze, prima tenere, poi severe ed infine imperiose di suo marito non fecero alcuna impressione su di lei. Al contrario, ella passò insensibilmente dalla stima all'indifferenza, da questa all'ira, e ben tosto all'avversione.
Suo fratello, senza avvedersi, aveva largamente concorso al cambiamento dei sentimenti di Angela verso suo marito. Egli aveva introdotto nella sua casa un giovane ufficiale, il signor De Montgeorges, capitano nella guardia francese. Questi, giovane, bello, di statura vantaggiosa, dotato di maniere eleganti, formava con il modesto marito della signora Tiquet tale contrasto che finì con lo svegliare il cuore della giovane donna.
La signora Tiquet non ebbe la precauzione di far mistero di questo suo amore. Ella era pervenuta a quel punto di passione esaltata in cui una donna si abbandona tutta intera, senza scrupoli per il mondo e le sue leggi. Il vecchio consigliere, malgrado l'accecamento, che si attribuisce ai mariti come una grazia dello Stato, ne fu consapevole per le chiacchiere che suscitava la condotta scandalosa della moglie.
Grande fu il suo stupore e grande anche il suo furore. Cominciò col mettere alla porta Montgeorges e col sopprimere i ricevimenti di sua moglie. Questo colpo di stato d'autorità coniugale non era certo atto a ristabilire la buona armonia domestica. Angela giurò che non si sarebbe mai sottomessa al nuovo genere di vita che voleva imporle il marito, e che con tutti gli sforzi avrebbe tentato di scuotere il giogo aborrito. Le sembrava tanto più facile poter raggiungere il suo proposito in quanto si era maritata sotto il regime dotale. Disgraziatamente trovò nello stesso suo fratello e nella zia che l'aveva precipitata in un'unione così male assortila, dei complici devoti.
In seguito alla loro intesa, una muta di creditori spietati si accanì contro Tiquet, ottenendo contro di lui sentenze sopra sentenze. Si arrivò al punto di parlare di vendere la loro casa.
La signora Tiquet approfittò di quest'occasione per chiedere giudizialmente la separazione dei beni.
Il marito, da parte sua, non rimase inattivo. Si lagnò delle molte e scandalose infedeltà della moglie, impietosi i suoi colleghi del Parlamento, e finì con l'ottenere, per l'intromissione del primo presidente, una « lettre de cachet » contro Angelica.
Da quel momento egli si credette padrone della situazione e volle tenere un linguaggio ancor più arrogante di quello tenuto fino allora.

Le ingiunse di essere più sommessa, se ella ci teneva alla sua libertà, di giammai cercare di rivedere il bel capitano, e di sospendere tutta la procedura della separazione. Angelica, irritata, si armò d'una incredibile energia di resistenza. Fece al marito degli amari rimproveri sullo spionaggio ch'egli aveva organizzato intorno a lei, stabilendo delle basse connivenze con i domestici.
La scena fu delle più violente. Tiquet, spinto agli estremi, agitò trionfalmente la « lettre de cachet » giurando che andava a farne uso.
Angelica, quasi egualmente forte di suo marito e molto più agile, si slanciò sopra di lui e gli strappò senza difficoltà la lettera che gettò nel fuoco.
Non si potrebbe farsi un'idea del disappunto, della rabbia del signor Tiquet in tal modo mistificato.
Fece dei vani tentativi per ottenere una seconda « lettre de cachet ». I grandi personaggi ai quali si rivolse accolsero le sue doglianze con rifiuti e mal contenuta ilarità.
Quest'avventura rese ridicolo Tiquet in città e alla corte. Sua moglie, intanto continuava con insistenza a chiedere la separazione dei beni che finì per esserle accordata. Ma ciò non era per lui che una soddisfazione incompleta; ella voleva sopra tutto rompere la catena che le era divenuta odiosa. E fu allora, probabilmente, che decise di disfarsi di suo marito con il proposito di rimpiazzarlo con Montgeorges, ch'ella continuava a vedere di nascosto. Confidò questi suoi progetti al suo portiere, Giacomo Moura, che acconsentì ad esserle complice. Furono anche accusati di complicità in questo dramma, Claudio Desmarques, soldato nel reggimento delle guardie, Filippo Langlet e Claudio Roussel, domestici della signora Tiquet; Giovanna Lemmerault e Maria Lefort, cameriere; Giovanni Desmarques, nobile decaduto; Giovanna Bonnefond, l'amante del consigliere Tiquet; Maddalena Millotet che conviveva con la Bonnefond; Margherita Lefèvre, cuoca della signora Tiquet; Giovanni Luiseau, il suo cocchiere; Maria Briarche, moglie di Renato Chesneau Grandmaison, soldato nella compagnia dei granatieri di Montgeorges; Grandmaison Seigneure, nipote di quest'ultimo; e tre altri individui scappati alle mani della giustizia.

La sera fissata per l'esecuzione dell'attentato, tutte queste persone si sarebbero appostate al passaggio di Tiquet; ma all' ultimo momento ad Angelica mancò il croraggio, o per il rimorso o per paura d'essere tradita, ella avrebbe dato un contrordine e ognuno si sarebbe ritirato intascando il prezzo del silenzio.
Tiquet, sebbene inviperito contro la moglie, non per questo ne era meno geloso. Sospettando della infedeltà del suo portiere, Giacomo Moura, lo scacciò dopo averlo colmato di rimproveri e minacce; e non volendo confidare più a nessuno quel posto delicato, si adattò lui, grave magistrato, a fare il portiere. Prendeva con sè la chiave quando usciva, e la nascondeva di notte sotto il suo guanciale.
Questa inquisizione minuziosa e questa quasi assoluta clausura esasperarono la signora Tiquet, e non fecero che confermarla nell'idea fissa di sbarazzarsi di quella insopportabile tirannide. Un giorno ella credette di cogliere l'occasione favorevole. Il vecchio consigliere ammalato stava nella sua stanza; sua moglie, piena di improvvisa sollecitudine, gli fece portare dal cameriere un brodo che aveva preparato lei stessa; ma l'intelligente servitore, avendo subodorato il disegno della padrona, finse di fare un passo falso, lasciò cadere la tazza, domandò il suo congedo, ed uscì. Egli non fece alcuna indiscrezione. Tiquet non seppe nulla di questa macchinazione abortita. Da allora, sua moglie tornò alla prima idea dell'assassinio.

Una sera, Tiquet si trovava presso la contessa di Villemur, che egli visitava spesso, e che abitava in una casa vicina. Si era appena accomiatato, e aveva fatto solo qualche passo sulla strada, quando una sequela di colpi d'arma da fuoco lo presero di mira. Egli cadde a terra ferito in più parti, ma fortunatamente, nessuna ferita ebbe esito mortale.
Il giorno dopo l'attentato, allo scopo di allontanare i sospetti che cominciavano a cadere su di lei, la signora Tiquet, che doveva aver passata una notte orrenda, si levò di buon'ora, avendo tanta padronanza su sè stessa da non lasciar trapelare alcun turbamento. Ella si recò come di consueto, dalla signora d'Aunay, la quale le chiese subito se Tiquet aveva qualche sospetto sugli assassini.
- Quand'anché egli li conoscesse, dichiarò Angelica, si guarderebbe bene dal nominarli. Ah, amica mia, me sola assassinano oggi.
La contessa tentò di calmarla dicendole che un'accusa così odiosa certo non poteva neppur sfiorarla.
- Meglio di tutto sarebbe, aggiunse l'amica generosa, di assicurare alla giustizia il portiere che vostro marito ha scacciato. Probabilmente il bisogno di vendicarsi lo ha spinto al gesto delittuoso.
Queste parole furono come un raggio di luce per la signora Tiquet; ella subito comprese il partito che poteva venire comodo alla sua difesa: quel licenziamento di Giacomo Moura, che più volte aveva espresso il suo rancore contro l'antico padrone fino a lasciarsi scappare terribili minacce.

Alquanto rassicurata, ella decise di attendere gli avvenimenti e fu sorda alle voci ansiose che la consigliavano di riparare in qualche luogo sicuro. E passò più di una settimana senza che Angelica cedesse a questi prudenti consigli. Le coscienze colpevoli sono colpite da vertigine; è per questo che il crimine rimane di rado impunito.
Nondimeno, malgrado la sua apparente sicurezza, la signora Tiquet era tormentata da mortali inquietudini. Dopo qualche giorno, ella ricevette la visita della contessa d' Aunay che, convinta della sua innocenza, le rimase fedele sempre. Nel momento ch'ella stava per accommiatarsi, Angelica le prese le mani dicendole
- Rimanete.... Ho un terribile presentimento: qualche cosa mi dice che verranno ad arrestarmi; e se ciò dovesse avvenire, sarei più tranquilla avendovi vicina.
Aveva appena detto questo, che entrò un tenente della polizia criminale, seguito da diversi arcieri. Quell'apparizione, che avrebbe agghiacciato chiunque, non la sconcertò minimamente.
- Avreste potuto, signore, ella disse, risparmiarvi una scorta così numerosa. Mi guardo bene dal porre la più piccola resistenza all'ordine che viene a privarmi della libertà, e se avessi avuto l'intenzione di fuggire non avrei atteso fino ad ora.
Ella pregò il magistrato di far apporre i sigilli nell'appartamento e chiese di poter salutare i suoi figlioli. Le venne condotto dinanzi un fanciullo che non aveva ancora nove anni. Ella lo abbracciò versando qualche lacrima.
- Mio povero bambino, gli diss'ella, ti portano via la mamma. Ma rassicurati, questa separazione non sarà di lunga durata. La calunnia sarà ben tosto scoperta e potrò ancora stringerti nelle mie braccia.

La signora Tiquet fu da prima condotta al Petit-Chàtelet, e poi al Granal. Il processo fu avviato con una celerità inconsueta. L'arresto era appena avvenuto, che un tale di nome Augusto Cathelain, andò spontaneamente a dichiarare che tre anni prima, Giacomo Moura, l'antico portiere, gli aveva offerto del denaro, in nome di Angelica, per assassinare il signor Tiquet.
In seguito a questa denuncia, Giacomo Moura e lo stesso denunziatore furono arrestati. Essi subirono diversi interrogatori e furono messi a confronto con i principali accusati.
Malgrado le più attive ricerche, non si potè trovare alcuna prova che essi fossero gli autori dell'ultimo attentato; ma ne furono trovate moltissime sulla macchinazione del primo complotto.

Sanson de Longval aveva seguìto con angoscia tutte le fasi degli interrogatori, prevedendo, purtroppo, che ci sarebbe stato bisogno del suo terribile intervento. Fu dunque con dolore che apprese, primissimo fra tutti, il 3 giugno 1699, che una sentenza dello Chàtelet, portando la data di quei giorno stesso, condannava Angelica Nicola Carla, moglie di Tiquet, ad aver recisa la testa in piazza di Grève; Giacomo Moura, l'antico portiere, al capestro; i loro beni confiscati, diecimila lire prelevate a favore dell'erario; centomila a favore di Tiquet per danni e interessi.

Augusto Cathelain, il delatore ufficiale, fu condannato alla galera perpetua, e gli altri accusati rinviati fuori causa. Generale fu il giudizio che il Parlamento aveva troppo severamente vendicato il signor Tiquet il quale, infine, ormai era guarito; e del resto non aveva prove che l'attentato fosse opera di Angelica o dei suoi complici. Ella dunque non veniva condannata se non per il primo complotto che, come si sa, non aveva avuto effetto.
E poi, bisogna dirlo, la signora Tiquet era bella, distinta, spiritosa e della migliore società; i suoi amori con Montgeorges, a cui il processo aveva dato ampia notorietà, quel suo matrimonio con un vecchio al quale era stata sacrificata da giovanetta, tutto contribuiva a renderla interessante.
Luigi XIV, avrebbe forse fatto grazia se non fosse stato ricondotto all'inflessibilità dal cardinale di Noailles, arcivescovo di Parigi, che sembrava presentisse il rilassamento dei costumi del prossimo regno e volesse prevenirlo con esempi salutari.
E ogni speranza così fu perduta. Il mio antenato non aveva più che ad attendere il momento in cui avrebbe dovuto immolare questa nuova vittima delle passioni umane; questo momento non tardò a venire.
L' esecuzione non potendo aver luogo il giorno del Corpus Domini, venne rimandata al domani di questa pia solennità. Non si erano ancora del tutto tolti i paramenti da festa, quando Sanson de Lonail arrivò sulla piazza di Grève per far erigere il patibolo e collocare il ceppo. Una folla immensa contemplava con occhio inquieto quei preparativi.

Durante quel tempo la signora Tiquet era nella stanza della tortura, dinanzi all'ufficiale criminale, che le leggeva la sentenza ch'ella ascoltò senza impallidire e rassegnata. L'ufficiale le impose nuovamente di confessare il suo crimine e di svelare i suoi complici: si voleva risparmiarle gli orrori della tortura. Sembrava che avessero paura di distruggere una così graziosa creatura.
Ella si rifiutò recisamente di fare alcuna confessione. Ma dopo aver bevuto il primo boccale d'acqua e dinanzi ai preparativi d'altri supplizi, ella si decise a confessare tutto. Interrogata se Montgeorges avesse avuto mano nel crimine - Mio Dio! esclamò, mi sarei ben guardata di confidargli una cosa simile : sarebbe stato espormi a perdere la sua stima, che mi era più cara della vita.
Ella fu tosto consegnata alle mani dell'abate de la Chétardie, curato di Saint-Sulpice, il suo confessore. Egli salì con lei sulla fatale carretta, ove già si trovava Giacomo Moura, accompagnato anche lui da un ecclesiastico.

Il funebre corteggio filò lentamente attraverso la folla fino alla piazza di Grève. La signora Tiquet seguendo l'uso, era interamente vestita di bianco, e ciò faceva risaltare il fulgore della splendida bellezza che avevano rispettato i suoi quarantadue anni e le prove per le quali era passata. Allorquando scorse quella moltitudine di gente venuta da tutte le parti per vederla, che riempiva la piazza, le vie adiacenti e financo i tetti delle case, un vivo rossore colorò il suo viso. Forse per la prima volta ella provò un sentimento di vergogna. Il suo confessore volle approfittarne per toccarle l'anima, ch'egli non considerava ancora abbastanza compenetrata di vero pentimento.
Il carro era appena arrivato sulla piazza di Grève, che scoppiò un violento uragano : una pioggia mista di grandine, di lampi e tuoni cadde a torrenti, senza che alcuno dei tanti spettatori sognasse di ritirarsi. Durante la mezz'ora che durò quello scroscio, Angelica ebbe sotto gli occhi tutto l'apparato del supplizio, e una vettura parata a lutto con i suoi propri cavalli che doveva ricondurre la sua spoglia mortale reclamata dalla sua famiglia.
E nondimeno, ella parlava affettuosamente con il suo compagno di supplizio. Lo pregava di perdonarle d'essere stata la causa della sua morte per averlo trascinato a quel delitto, e lo esortava al pentimento e alla rassegnazione.

Il fatale momento era venuto: Giacomo Moura doveva essere giustiziato per primo. Prima che gli aiutanti del mio antenato si avvicinassero, egli s'inginocchiò dinanzi ad Angelica:
- Oh mia buona padrona, -- disse congiungendo le mani, -ditemi -ancora che mi perdonate ed io morirò consolato. -- Troppo commossa per parlare, ella fece un segno di consentimento agitando dolcemente il fazzoletto. I due confessori piangevano a calde lacrime. Un istante dopo Giacomo Moura aveva cessato di vivere.
Ora toccava ad Angelica. Ella s'avanzò, simile a Maria Stuarda, salutò graziosamente il mio antenato e gli tese la mano perchè l'aiutasse a salire i gradini del patibolo. Egli prese con rispetto quella mano che la morte tra pochi secondi avrebbe agghiacciato. Allora la signora Tiquet salì sollecitamente con quell' incedere imponente e maestoso che aveva succitato tanta ammirazione. Arrivata sul palco, si mise in ginocchio, fece una corta preghiera poi, volgendosi verso il confessore:
-- Signore, gli disse con effusione, - io vi ringrazio delle vostre buone e consolanti parole nell'ora in cui sto per avvicinarmi al nostro Signore.
Ella si aggiustò la cuffia e i lunghi capelli, poi dopo aver baciato il ceppo, chiese al mio antenato fissando su di lui i suoi begli occhi
-- Signore, avreste la bontà di dirmi in quale posizione devo mettermi?

Sanson de Longval, turbato da quello sguardo, ebbe appena la forza di indicarle che doveva solamente poggiare la testa sul ceppo.
Angelica si mise in posizione da sola, e con la testa china chiese ancora
-- Sto bene così?
Una nube oscurò gli occhi del mio antenato; egli sollevò con tutte e due le mani la pesante spada a doppio taglio, le fece descrivere una specie d'arco nello spazio e la lasciò cadere di peso sul collo di quella bella vittima.
Il sangue spruzzò, ma la testa non cadde .
Un grido d'orrore s'inalzò dalla folla.
Sanson de Longval colpì ancora una volta. Questa volta, come già prima, s'intese uno stridore nell'aria, e il rumore sordo dell'acciaio che risuonava sul ceppo; ma la testa non si era staccata. Alle persone più vicine sembrò che il corpo avesse avuto un fremito.
Gli urli della moltitudine divennero minacciosi.
Accecato dal sangue che spruzzava ad ogni colpo, Sanson brandì per la terza volta l'arma omicida e l'abbattè con una specie di frenesia.
Finalmente la testa di Angelica ruzzolò ai suoi piedi. La giustizia degli uomini era fatta, come dicono i giornali giudiziari. Io vorrei sapere ciò che ne pensa la giustizia di Dio.

I LIBELLI SOTTO LUIGI XIV

Ora ho da raccontare un triste fatto che si verificò non molto dopo la tragica fine della signora Tiquet.
L'opera dell'unità francese, che Luigi XIV aveva ricevuto dalle mani di Richelieu, e ch'egli aveva continuato così gloriosamente, non era senza spine. Luigi XIV non poté arrestarsi quando si trovò di fronte all'esagerazione del principio al quale doveva la sua grandezza. Quell'unità dopo averla imposta al governo, egli voleva introdurla nella coscienza dei suoi sudditi. Il 17 ottobre 1685, aveva revocato l'editto di Nantes e coperta la Francia di quegli strani apostoli che Louvois chiamava i suoi missionari in stivaloni. Nel gennaio del 1686, un altro editto tolse ai protestanti il diritto di tenersi i loro fanciulli. I fedeli di quella religione emigrarono in massa. Quelli che per l'età, la infermità o la pusillanimità delle loro anime decisero a una mentita abiura, non lo fecero se non maledicendo il potere che li opprimeva.
Allora, lo spirito frondeur della nazione si risveglia, una sorda resistenza si manifesta; la rivendicazione incomincia con la guerriglia dei libellisti; gli insetti s'attaccano al trono; lo rodono, lo minano, lo distruggono; lo riducono a polvere destinata a sperdersi al primo soffio possente delle rivoluzioni.

Questi libelli divennero tanto più pericolosi in quanto il prestigio dell'uomo in Luigi XIV, non era sopravvissuto alla grandezza del monarca; i due raggi dell'aureola erano spariti insieme; l'eroe dei caroselli, il cavalleresco amante delle La Vallière, delle Fontanges, delle Montespan, aveva sposato nel 1697 la vedova cinquantenne dello stroppio Scarron!
Questa eclissi borghese del semidio fornì ai suoi nemici un'arma terribile: l'arma del ridicolo; mortale addirittura per un popolo, che non sapendo resistere alla tentazione di ridere a spese di quelli che ama, avrebbe reputato un crimine l'astenersi trattandosi del padrone che detestava.
Nel 1689, un libello intitolato : « I sospiri della Francia schiava, che aspira alla libertà » aveva avuto un'immensa diffusione. Le aspirazioni liberali che propagava erano teorie così nuove che, malgrado la loro forma dogmatica, compenetrarono anche gli spiriti più superficiali; e per qualche mese fu una vera lotta tra pubblico e polizia che cercavano gli esemplari con la stessa avidità: il primo per leggerli e la seconda per distruggerli. Questa faccenda condusse naturalmente una quantità di gente alta Bastiglia senza contare quelli che vennero sottoposti alla tortura.

Nel 1694, qualche esemplare d' un libello intitolato « L'ombra del signor Scarron », cominciò a circolare a Parigi ed a Versailles. L'opuscolo era preceduto da un disegno che parodiava il monumento che Lafeuillade aveva fatto erigere sulla piazza delle Vittorie, in gloria del suo signore. Il re, in luogo d'avere quattro statue incatenate ai suoi piedi, era rappresentato incatenato lui stesso da quattro donne : la Vallière, la Fontanges, la Montespan e la Maintenon. Tra i principi del sangue e alla corte, la "vieille", come la chiamava la Principessa Palatina, aveva i suoi nemici più accaniti. Il loro odio vinse in astuzia la polizia per quanto vigilante; prima che il signor de la Reynie fosse a conoscenza dell'opuscolo, il re ne trovò uno alla sua tavola celato sotto il tovagliolo, e la signora Maintenon ne ricevette un altro alla stessa ora e nel medesimo modo.

Questo oltraggio, che lo colpiva nell'intimità del suo palazzo, esasperò ii carattere già oltremodo irascibile di Luigi XIV. Il signor de la Reynie fu chiamato immediatamente a Versailles; il re lo rimproverò aspramente di ciò ch'egli qualificò una colpevole indifferenza e gli ordinò di ricercare attivamente gli autori del libello e d'essere senza pietà.
Ma sia che i provocatori di quel regale corruccio fossero mollo potenti o molto destri, o che le possibilità d'un ufficiale di polizia di quell'epoca fossero insufficienti, il fatto è, che il signor Reynie, seppur aiutato dai suoi più esperti famuli, non giunse a scoprire nè colui che l'aveva scritto nè quegli che l'aveva stampato. Ma infine Dio, o piuttosto il diavolo, ebbe pietà del povero signor de la Reynie, che intravedeva in un orizzonte molto prossimo, lo spettro che un ministro teme più della morte: cadere in disgrazia.

Un giorno, egli ascoltava con aria distratta la denuncia di un artigiano al quale, la notte precedente, avevano rubato cinquemila duecento lire.
Costui gli spiegava, con la prolissità di chi è colpito da infortunio, che quella somma era destinata ad un pagamento importante; che per completarla era stato forzato ad accettare le economie d'un suo figliolo, che non potendo far fronte ai suoi impegni sarebbe stato rovinato per sempre, quando un segretario entrò bruscamente e consegnò al magistrato una lettera che doveva essere letta sul momento.
L'ufficiale aveva appena gettato uno sguardo su quella carta, che balzò dalla sedia esterefatto. La sua emozione era così profonda, che aveva completamente dimenticato l'uomo dalle cinquemila duecento lire, non accorgendosi che costui, in piedi, a due passi dalla scrivania, poteva leggere tutto ciò ch'egli scriveva, avendo anche dimenticato di calar giù la tela verde che serviva di solito a nascondere le carte, quando riceveva qualche visitatore.

L'artigiano guardava scrivere il signor de la Reynic con l'ingenua confidenza d'un uomo talmente convinto dell'importanza del suo affare, da non poter neanche dubitare che qualcosa d'altro potesse assorbire l'attenzione del magistrato; ma il segretario rientrato, seguito da un agente, lo tirò bruscamente indietro. A quel gesto, il signor de la Reynie rialzò la testa e fu spiacevolmente sorpreso di vedersi ancora intorno quell'importuno.
-- Scrivete il vostro nome e cognome - gli disse bruscamente - ci occuperemo del vostro affare.
-- Permettete che vi faccia osservare, Monsignore --gli disse quegli, umilmente, - ch'ebbi già l'onore di declinarvi il mio nome e le mie qualità, e che voi le avete ritenute così bene da rimaner meravigliato della vostra buona memoria quando or ora, non credendo di essere indiscreto, vi ho veduto scriverle, con la maggiore esattezza.
Il signor de la Reynie si morse le labbra e con impercettibile strizzare dell'occhio, fece segno al segretario di avvicinarsi all'artigiano.
- Vi chiamate dunque Giovanni Larcher, -- gli disse. - Sì, Monsignore.
- E siete legatore di libri nella via Lions-Saint-Paul, dirimpetto all' Hòtel de Ficuber, all' insegna del Libro d'oro.
- Monsignore non ha dimenticato proprio nulla, - disse il povero Giovanni Larcher tutto sorridente, mentre stringeva tra le mani le sue carte.
Anche il signor de la Reynie sorrideva, ma con altra intenzione; attirò il suo famulo nel vano della finestra, gli disse alcune parole all'orecchio e presentandolo al querelante
- Ecco il signore che vi accompagnerà a casa; farà tutte le necessarie ricerche per arrivare alla scoperta del furto di cui siete stato vittima, e non trascureremo nulla perchè possiate ottenere la giustizia che vi è dovuta.
L'ufficiale di polizia sottolineò queste sue ultime parole, e l'uomo, meravigliato d'aver avuto un'accoglienza così cordiale da un magistrato alquanto temuto, non finiva di prodigarsi in ringraziamenti e in atti di riconoscenza.
Lasciò l'ufficio senza altra scorta apparente che quella del compagno che gli aveva assegnato il signor le Reynie.
Costui, strada facendo, faceva parlare il querelante, il quale si mise a ripetere ad uno ad uno tutti i particolari del furto, senza dimenticare neanche la topografia degli ambienti che il suo nuovo compagno si mostrava particolarmente curioso di conoscere.
A mastro Giovanni non pareva vero che l'agente del signor de la Reynie prestasse una così grande attezione al suo affare: ormai non dubitava più del prossimo ricupero delle sue cinquemila e duecento lire, e volendo dargli una prova anticipata della sua gratitudine, gli offerse il miglior vino che poterono trovare in una osteria.

Dopo quella sosta, si diressero verso la via Lions-SaintPaul.
Dei soldati e degli agenti erano affollati intorno alla casa dei rilegatore.
Questi si mostrò più soddisfatto che sorpreso di quell' apparato militare, dicendo con aria maliziosa al suo compagno, che se la sua casa fosse stata così ben vigilata anche la notte scorsa, tutta quella brava gente non sarebbe stata obbligata di incomodarsi per lui.
Il rilegatore aveva con tale esattezza informato il suo compagno, che questi, precedendolo, non sbagliando uscio aprì la porta del magazzino in cui era stato commesso il furto; andò diritto al grande armadio nel quale mastro Larcher teneva nascosto il suo tesoro.
Ma mentre l'artigiano, mettendo a scompiglio i mucchi di stoffe che avevano così mal nascosto quel suo tesoro, si sforzava di attirare l'attenzione del sergente sul nascondiglio, l'uomo del signor de la Reynie, facendosi scala dei palchetti inferiori, si alzava a livello della cornice dell'armadio, allungava il braccio e gettava a terra un piccolo fascio d'opuscoli, su cui un commissario, che era li pronto come per incanto, si gettò con l'avidità di un avvoltoio che senta la preda sotto gli artigli.
Mastro Larcher, stupefatto che si accordasse tanta attenzione a quello che non gli sembrava aver rapporto alcuno con l'affare che gli aveva menato in casa la giustizia, si sbracciava a tirare il sergente per la manica, affinché egli osservasse le tracce dell'effrazione rimasta sulla porta dell'armadio. Le maniere di costui a suo riguardo parevano singolarmente modificate : egli sembrava non aver più orecchi per quegli che, pochi momenti prima, egli trattava da intimo amico.

Frattanto il commissario incominciava a interrogare il legatore. Gli fece vedere gli opuscoli e gli domandò se li riconoscesse come cosa di sua proprietà.
Nella sua impazienza, mastro Larcher rispose con un po' di sconsideratezza che indubitatamente tutto quanto era nella casa doveva considerarsi possesso suo o dei clienti che egli serviva.
Allora il commissario, che aveva sciolto il fascio degli opuscoli, ne prese uno e lo pose sotto gli occhi di mastro Larcher, comandandogli di dichiarare da chi avesse avuto lo scritto criminoso che s'era trovato presso di lui.
Leggendo sulla prima pagina il titolo del libello, L'ombra di Scarron, di cui data la sua professione, aveva avuto notizia, mastro Larcher divenne livido, le sue ginocchia vacillarono, egli portò la mano alla fronte sgocciolante sudore, e rimase muto, quasi schiacciato dal rivelarsi del pericolo che Io minacciava.
Invano egli moltiplicò i suoi giuramenti, invano cercò di giustificarsi ricordando che aveva egli stesso condotto la giustizia nella sua casa, con tutta la sicurezza di una coscienza senza macchia; invano egli fece osservare che sarebbe stato più facile, a chi avesse voluto perderlo, il collocare il fatale libello sul suo armadio che non aprire l'armadio e rubarvi il denaro. I sergenti gli risposero che egli avrebbe detto tutto questo ai giudici e s'accinsero a portarlo via.
In un angolo dell'appartamento, la moglie di Giovanni Larcher, col viso nascosto nel grembiule, faceva sentire grandi gemiti e pareva in preda alla costernazione.

Nel momento che Larcher stava per passar la soglia della casa, egli pregò il sergente che gli permettesse di dire addio a colei che temeva di non veder mai più. Questi fece segno ai compagni di fermarsi, e il disgraziato marito gridò tre volte : - Marianna! Marianna! Marianna!
Ma ella parve non aver udito la voce del marito, fra i singhiozzi che proprio allora erano raddoppiati di violenza.
Quelli che la circondavano la spinsero verso di lui : ella esitò ancora un istante; poi, tutt'a un tratto, lanciandosi verso Giovanni Larcher, lo abbracciò con un caldo sfogo di dolore e di tenerezza.
Quell'esitazione non era sfuggita al sergente, il quale notò che la Larcher aveva pianto al modo dei bambini, vale a dire che i suoi occhi erano asciutti, e le sue guance senza traccia di lacrime.
Ciò gli parve strano. E quando il suo prigioniero fu sotto chiave allo Chàtelet, egli si recò a comunicare le sue impressioni al signor de la Reynie. Gli ricordò che il luogo preciso dove Giovanni Lercher teneva nascosti i libelli era stato segnalato da una denunzia anonima : gli espose quanto aveva veduto, gli fece vedere la presunzione che il disgraziato legatore potesse essere vittima di qualche odioso complotto.

Ma il luogotenente di polizia aveva già comunicato al re questo arresto, e il re gli aveva fatto complimenti per il suo successo: egli teneva un colpevole, e non era uomo da lasciarsi sfuggire la preda per l'ombra, cioè per le incerte fortune di un'inchiesta.
Se alcune supposizioni tornavano a favore dell'accusato, gravi considerazioni parlavano contro di lui. I precedenti di Giovanni Larcher gli facevano gran torto. Protestante convertito, egli aveva sofferto che suo figlio restasse fedele alla religione dei padri e se ne andasse in Inghilterra a cercare asilo contro le persecuzioni. A questo « delitto », ne aveva aggiunto un altro, quello di mantener relazioni costanti col suo figliuolo: un numero di lettere sequestrate nella sua casa lo dimostrava.
Giovanni Larcher rimase dunque il solo sospettato. Egli fu messo tre volte alla tortura, e la sopportò con una fermezza che nessuno si aspettava da un povero borghese già avanti negli anni. Rifiutò costantemente d' indicar complici. In tutti gli interrogatori rispose « che per la coscienza dei giudici bastava la morte d'un innocente; e che non voleva aggravarla con il rimorso d'altro sangue all'infuori del suo ».

Condannato a morire impiccato, fu condotto al supplizio il 19 novembre 1697, alle sei di sera.
Allorquando il carro sostò ai piedi della forca, Ramult, condannato per i libelli egli pure, scese per primo, e mentre gli aiutanti s'impossessavamo di lui, Carlo Sanson de Longval s' avvicinò a Larcher che, stretto nei lacci, faticava a scendere, trovando però la forza di dire al mio antenato
L un innocente colui che conducete a morte; volete però ch'egli vi perdoni la parte che vi è stata assegnata in questa ingiustizia`
-- Parlate, mio signore.
-- Il mio cadavere e le mie spoglie saranno tra poco in vostre mani. Forse la donna che porta il mio nome si crederà obbligata di venire a reclamare il mio corpo per dargli una sepoltura; giuratemi di non renderglielo senza aver prima tolto lo scapolare che vedete sul mio petto; giuratemi di conservarlo e di rimetterlo a mio figlio, se venisse a interrogarvi sugli ultimi momenti di suo padre.
Il mio antenato fece al povero Giovanni Larcher la promessa di esaudirlo.
La signora Larcher non fece alcuna domanda per ottenere l'autorizzazione di dare una sepoltura decorosa a suo marito; e invano il mio bisavolo lasciò tre giorni il corpo del suppliziato nella sala bassa della gogna, dopo avere, secondo le raccomandazioni del defunto, messo in luogo sicuro il prezioso scapolare.

NICOLA LARCHER

Il mio bisavolo conservò per sei anni il deposito che gli aveva affidato Giovanni Larcher.
Nel 1699, giunto all'età di sessantaquattro anni, e avendo saputo sopportare fino allora con rassegnazione, il tremendo compito, sentì ad un tratto, affievolirsi le sue forze.
Prese in orrore la solitudine che gli era stata tanto cara, inquieto, trasaliva ad ogni rumore, e nello stesso tempo aveva bisogno di sentire intorno a lui delle voci umane: il silenzio lo impauriva.
Questo suo disordine spirituale prese una forma così impressionante, che gli amici e sopra tutti suo figlio, lo consigliarono di scegliersi una compagna, la presenza e le cure della quale avrebbero addolcito le angoscie dei suoi ultimi anni.
Il cielo, che forse se ne era impensierito, aveva messo sul suo cammino una donna saggia, modesta e pia, che lungi dallo spaventarsi d'unire la sua sorte a quella d'un vecchio, sembrava avesse compreso la grandezza della santa missione che avrebbe potuto compiere.

Questa donna si chiamava Giovanna-Renata Dubut. Apprezzando coteste sue buone qualità, il mio bisavolo la sposò l'11 luglio 1699.
Giovanna-Renata realizzò le speranze fondate su quella unione. La sua presenza calmò lo spirito del mio bisavolo che in grazia sua, in mancanza della felicità che non poteva più pretendere sulla terra, trovò la consolazione d'un attaccamento puro e devoto.
Il giorno dell'Epifania dell'anno 1700, c'era una riunione numerosa nella casa di Carlo Sanson de Longval. Dieci convitati sedevano alla mensa del mio avo, e Carlo Sanson, riservando la porzione del povero, aveva appunto tagliato undici fette di torta, quando si picchiò all'uscio.
II primo pensiero di tutti fu che Dio mandasse colui che si aspettava, e il mio avo, convinto di ciò al pari degli altri, riempì di vino un gran calice, e ordinò a uno dei suoi servi d'introdurre lo straniero.
Qualche momento dopo, un giovane fra i ventiquattro e i venticinque anni, vestito con modestia, ma pulito, e recante sotto il braccio un pacchetto, si presentava nella sala.

Egli parve sorpreso di trovarvi una compagnia così numerosa, e domandò a Carlo Sanson, che vedeva seduto a capo della tavola, se era entrato proprio presso il masetro delle alte opere di giustizia.
Il mio avo rispose affermativamente, e lo straniero, lo supplicò di accordargli un colloquio di pochi minuti.
Carlo Sanson lo pregò di voler gustare qualche cosa; poi prese il giovane per mano e lo condusse nella sua stanza da letto, che era situata al primo piano.
Qui coquell'uomo raccontò che si chiamava Nicola Larcher, ed era figlio di Giovanni Larcher, il mastro legatore impiccato sei anni prima per l'affare dei libelli. Egli si trovava in Inghilterra al momento di questa catastrofe.
Qualche mese prima della morte, il padre gli aveva scritto. Era una lettera triste, piena di reticenze dolorose. Egli doveva effettuare un ragguardevole pagamento, gli mancava un importo per farlo, domandava a suo figlio, impiegato allora presso un legatore di Londra, se potesse disporre di questa somma.
Il figlio aveva risposto mandando tutto quello che possedeva al padre suo, e questi aveva accusato ricevuta del denaro: poi Nicola Larcher non aveva più avuto alcuna notizia.

La guerra, la sorveglianza esercitata sulle relazioni dei protestanti emigrati, rendevano le comunicazioni difficili, se non impossibili, tra Francia e Inghilterra.
Nicola, sapendo tutto ciò, non s'inquietò troppo. Ma poichè il silenzio dei suoi si prolungava, egli capì infine che qualche grave disgrazia doveva aver colpito la sua famiglia; ma soltanto dopo la pace di Rystwick egli venne a sapere da un francese la fine miserabile di suo padre.
Avrebbe voluto partire senz'altro per raggiungere sua madre, che doveva aver bisogno della sua consolazione e del suo appoggio: disgraziatamente una grave malattia aveva assorbito tutti i suoi risparmi, e sprovvisto di mezzi, era anche troppo debole per intraprendere un simile viaggio : dovette contentarsi di scrivere.
Tutte le sue lettere erano rimaste senza risposta.

Allora, appena gli era stato possibile mettersi in viaggio, era partito, ottenendo il passaggio dalla carità di un capitano, mendicando il pane, nascondendosi sotto un nome d'accatto, per non dovere, se riconosciuto, essere messo a vogare sulle galere del Be, secondo il tenore degli editti.
Dopo molte traversie, egli era arrivato a Parigi, e subito s'era diretto alla Rue des Lions, più per chiedere informazioni che non perchè pensasse ritrovarvi sua madre.
Ma appena gettato uno sguardo nella via, egli scorse con sua grande sorpresa, l'insegna del Libro d'oro che dondolava sulla sua asta di ferro, più splendente che mai. Egli aveva accelerato il passo: ed ecco aveva dovuto fermarsi di botto come se le gambe gli fossero prese dalla paralisi: aveva riconosciuto sua madre in una donna comparsa sulla soglia del magazzino.
Aveva voluto gridare; ma come già le gambe, ora gli mancava la voce: non aveva potuto che balbettare un nome e tendere le braccia.
La vedova di Giovanni Larcher aveva guardato da quella parte : il suo viso era divenuto bianco come il suo colletto, e tuttavia non poteva aver riconosciuto suo figlio, giacchè era rientrata a precipizio nella casa.
Nicola, barcollante come un ubriaco, s'avvicinò alla casa: nel momento che egli metteva la mano sulla maniglia della porta richiusa da sua madre, quella porta s'aprì, ed egli vide dinanzi a sè un uomo a lui sconosciuto che, con sua grande sorpresa, chiamandolo per nome, lo invitava ad entrare.
Fattolo salire nel magazzino del primo piano, con un imbarazzo che egli riusciva a nascondere soltanto malamente, quello gli aveva chiesto quali motivi lo riconducessero a Parigi dove il minor pericolo che lo minacciasse era la prigione. Indi, senza preamboli, senza aspettare una sua risposta, gli aveva detto che si chiamava Chavance e che aveva sposato la vedova di Giovanni Larcher.
Aveva soggiunto che, non rispondendo alle lettere del figlio, sua madre aveva sperato fargli comprendere che doveva anche lui, da parte sua, cercare di sposarsi e di crearsi una nuova famiglia.
E poichè Nicola gli obiettava che nulla al mondo poteva sostituire una madre, egli ribattè con una specie di violenza che la religione aveva liberato la signora Chavance di ogni dovere verso un figlio ostinato nell'eresia, che essa aveva altri figlioli dal suo nuovo matrimonio, e quindi anche altri doveri che non poteva sacrificare a nessun altro. Infine, e con un equivoco sorriso, gli disse ancora che, se pensava di poter raccogliere una parte dell'eredità paterna, credeva carità avvertirlo senz'altro che questa eredità non esisteva. Giovanni Larcher era morto insolvente, i creditori avevano fatto vendere la casa, ed era stato lui, Chavance, a riscattarla : la vedova si trovava ridotta alla più profonda miseria quando l'amore e la devozione del suo antico operaio l'aveva salvata.

Nicola aveva respinto con la mano il fascio dei documenti che Chavance gli mostrava, chiedendogli con insistenza di poter almeno abbracciare sua madre.
Ma, fatto ardito dalla dolcezza e dalla sopportazione del giovane, il linguaggio di Chavance aveva assunto un tono più imperioso. Egli aveva risposto che quanto da lui si sollecitava era impossibile, che la sua sola presenza nella casa costituiva un grave pericolo per tutti, che non ci teneva a finire come Giovanni Larcher, e che doveva abbandonare Parigi e tornarsene in Inghilterra, giacchè altrimenti, premendogli soprattutto di obbedire a Dio ed al suo re, sarebbe andato egli stesso a denunziare la presenza del calvinista nel suo domicilio.

Nicola, soffocato dalla commozione e vincendo ogni antipatia, era caduto a ginocchi, supplicandolo di non costringerlo a tornare in esilio senza portarvi il conforto di un'ultima carezza di quella che gli aveva dato la vita.
Ma il patrigno l'aveva respinto con ruvidezza e con nuove minacce, quando a un tratto la porta s'era aperta e la signora Chavance, che probabilmente aveva ascoltato tutto dalla camera vicina, si precipitò angosciosamente nel magazzino e si gettò nelle braccia del povero Nicola.
Chavance aveva avuto allora un accesso di furiosa collera, alfine, vinto dalle lacrime e dalle preghiere della donna, le aveva concesso dieci minuti per dire addio al suo figliuolo, ed era uscito dal magazzino.
Sia terrore sia amore, Chavance pareva esercitare sulla madre di Nicola un tale ascendente che questa, appena trovatasi sola col figliuolo, lo aveva scongiurato, in nome della sua pace, a non tentar resistenze insensate e ad andarsene al più presto. Gli prometteva, per temperar l'amarezza di quel congedo, di scrivergli d'ora innanzi; e avendo notato le povere vesti di cui era coperto, aveva preso in un cassetto alcune monete d'oro e gliele donava;
e così, come dilaniata tra i suoi sentimenti di moglie e quelli di madre, abbracciando il figlio e pregandolo di partire al più presto, piangendo sulla crudeltà di quell'addio e spingendo per le spalle il disgraziato, lo aveva ricondotto fino alla porta, e questa si era rinchiusa fragorosamente dietro di lui.

Allora, prima d'allontanarsi, ilo giovane aveva deciso di andar a domandare a colui che avea ricevuto l'ultimo sospiro di Giovanni Larcher, i ragguagli che aveva aspettato invano da sua madre.
Quando la legge ha pronunciato la sua parola, la finzione vuole che la scure esecutrice sia sorda, muta e cieca; colui però che tiene cotesta scure è ben lontano dal far cadere tutte le teste con la stessa calma e la stessa impassibilità.
Da sei anni, il mio avo non aveva mai dimenticato Giovanni Larcher, e la sua ultima protesta, nel momento che dal palco stava per essere lanciato nell'eternità, non aveva mai cessato di risuonare ai suoi orecchi.
Come, il sergente che aveva arrestato il povero legatore, egli era convinto che questi non era colpevole.
La parte indiretta ch'egli aveva avuto in quella iniquità, turbava la sua coscienza; non il caso, ma un intervento provvidenziale aveva condotto a lui il figlio della vittima : decise di fare tutto il possibile per essergli utile.
Gli trasmise le ultime raccomandazioni di suo padre, e levato fuori da un astuccio lo scapolare che Giovanni Larcher gli aveva ordinato di togliere dal suo petto, lo consegnò al giovane.
Il piccolo oggetto era uno di quei monumenti della meravigliosa pazienza di cui è capace un uomo segregato in una prigione.
Esso consisteva di un pezzo di panno nero piegato a diversi doppi ch'erano stati cuciti o meglio assicurati gli uni agli altri con dei capelli. I due aghi che probabilmente avevano servito a quel lavoro erano rimasti attaccati, formando una croce, sopra un lato dello scapolare.
Il povero giovane esitava ad aprirlo; senza dubbio pensava quanto il padre suo doveva aver sofferto mentre le sue dita univano quei pezzi di stoffa; il mio avo glielo prese di mano, e d'un colpo di forbice lo divise in due.
Lo scapolare conteneva un altro pezzo di panno nero sul quale il condannato, con dei capelli che dalla loro bianchezza si capiva che erano i suoi, aveva ricamato un nome a caratteri leggibilissimi e perfettamente tracciati.
Il nome era quello di Chavance.

Il mio avo si era fatto pensieroso; guardò Nicola Larcher; e tosto s'avvide che un'improvvisa metamorfosi si era operata nella fisionomia dolce, candida, quasi femminile del giovane; i suoi occhi scintillavano e il suo viso si era stravolto in un'espressione minacciosa.
-- Che cosa intendete fare? - s'affrettò a chiedergli il mio avo, assalito da un terrore improvviso; la legge ha colpito vostro padre; se colui che sembra egli accusi è colpevole, ancora e soltanto con la legge bisognerà colpirlo. Pensate d' altronde che il pover' uomo, inasprito dalla disgrazia, può essersi sbagliato nelle sue supposizioni. Io conosco il sergente che aveva arrestato il vostro disgraziato genitore; domani potrò darvi delle informazioni più sicure. Nel frattempo considerate questa casa come vostra, vi condurrò nella vostra camera ove cercherete di prendere un po' di riposo.
L' indomani, alle prime ore del giorno, Nicola Larcher bussò alla porta del mio avo che stava già vestendosi per uscire.
Egli sembrava ancor più scosso della sera prima, e mostrando al mio avo una moneta inglese di venticinque lire gli disse di riconoscerla come una di quelle che facevano parte del piccolo peculio da lui inviato a suo padre. Era la prima che egli avesse guadagnato in Inghilterra, e vi aveva inciso sul rovescio una data.
Carlo Sanson esaminò la moneta d'oro, lo pregò di affidargliela e uscì dopo avergli dato convegno sulla spianata di Notre Dame.
Si ritrovarono qui due ore dopo; il mio avo trasse Nicola Larcher in un sito appartato sulla riva del fiume, e dopo avergli raccomandato d'armarsi di forza e di coraggio, gli comunicò ciò che aveva appreso dal sergente.

Qualche mese dopo la partenza di Nicola, Giovanni Larcher aveva assunto quale aiutante nella sua officina un operaio di nome Chavance. Era allora un uomo di ventisei anni, che, sotto un'esterna compunzione austera, nascondeva i sentimenti più perversi.
Era stato lui probabilmente che, dopo aver introdotto in casa il pacco dei libelli, aveva scritto al luogotenente di polizia la lettera anonima indicante il luogo dove essi dovevano trovarsi. Ma se si potevano soltanto formare congetture su tale denuncia, non c'era dubbio quanto al
furto delle cinquemila e duecento lire: Chavance era sicuramente il ladro. Rendere vedova la moglie di Larcher era nulla, se egli non riusciva a impadronirsi del suo patrimonio. Se Giovanni Larcher avesse potuto pagare i suoi creditori prima di morire, il figlio avrebbe reclamato la sua parte dell'eredità. Per sottrarsi a questa rivendicazione, bisognava provocare un fallimento postumo e far sparire le cinquemila e duecento lire che all'indomani sarebbero passate in altre mani. Questa sottrazione sbarazzava Chavance di Nicola Larcher e gli permetteva in seguito di riscattare l'officina del suo padrone. A coloro che si meravigliavano di vedere i novelli sposi desistere dalle indagini avviate da Giovanni Larcher sul furto patito, essi rispondevano che quel preteso furto era stata una simulazione con cui il defunto aveva sperato di far pazientare i creditori.

Mentre il mio avo svolgeva questa trama odiosa, Nicola Larcher tremava come un uomo in un violento accesso di febbre. Pallidissimo, ripeteva con una voce rauca, e cadenzata, simile a un rantolo : - Mia madre! Mia madre!
Carlo Sanson doveva ancora esporre al suo giovane amico che il sergente non credeva utile di condurre questo affare dinanzi alla giustizia. Il mio avo gliene aveva parlato, ma egli aveva scosso la testa, accennando alla parentela di Chavance col padre La Chaise, confessore del re. Compromesso nella faccenda dei libelli al pari di Rambault e di Giovanni Larcher, l'alta protezione del gesuita lo aveva salvato dalle conseguenze di quell' intrigo. Era stato il solo. La vedova Caillouc, proprietaria di tipografie a Rouen, era morta alla Bastiglia; la vedova Chernot e suo figlio erano banditi; il solo Chavance sfuggiva al castigo per un ordine di remissione arrivato miracolosamente in Piazza di Grève mentre già vi era piantata la forca. Ci doveva essere stato dunque l'intervento di una mano ben forte, e pareva pertanto probabilmente inutile, e senza dubbio fuori d'ogni prudenza, che un proscritto entrasse in lotta aperta col protetto dell'onnipotente confessore. Meglio avrebbe fatto il figlio della vittima a lasciare alla Provvidenza la punizione dei colpevoli.

Carlo Sanson s'aspettava di veder Nicola Larcher ribellarsi all'idea che gli uomini potessero lasciare impunito così grande misfatto: non fu così. Il giovane pareva aver perduto ogni forza e ogni volontà: camminava così assorto nei suoi pensieri da urtare parecchie volte la gente che veniva in direzione opposta. L'esecutore delle alte opere gli prese il braccio ed egli si lasciò ricondurre a casa con la docilità d'un fanciullo.
Dopo cena, trovandosi soli un momento, il giovane gli domandò bruscamente se pensava che lui, Sanson, avrebbe dovuto rendere conto a Dio del sangue che aveva sparso.
Sorpreso di tale domanda, il mio antenato gli rispose che emanando la giustizia da Dio, non avrebbe potuto Dio punirlo per essere stato l'umile strumento dei decreti resi in suo nome. Soggiunse che il Cristo aveva dello-. « Beati quelli che soffrono », e ch'egli aveva sofferto abbastanza per andarsene, pieno di fede e di confidenza al suo tribunale, quando l'ora fosse suonata per lui.
Un lampo di soddisfazione passò negli occhi di Nicola Larcher; egli rimase pensoso. Questa strana calma spaventava il mio avo, esperto nel dedurre dai movimenti della fisionomia le impressioni dell'anima umana; egli ci vedeva l'indizio di qualche risoluzione terribile; così ebbe cura di ben rinchiudere il suo ospite nella stanza che gli aveva assegnata.

Ma l' indomani, quando volle recarsi presso il giovane, non lo trovò più. La finestra era aperta, e le lenzuola che avevano aiutato Nicola Larcher a scendere nella via spenzolavano dall'intelaiatura.
Presentendo una disgrazia, egli andava vestendosi in fretta, quando uno dei suoi inservienti lo informò che uno di quei crimini che colpiscono tutta una popolazione di stupore, era stato commesso durante la notte: un figlio aveva assassinato sua madre e il suo patrigno.

I l mio avo indovinò subito chi fosse il colpevole e quali le vittime. Accorse in via Lions-Saint Paul con quanta fretta gli permetteva la sua età, e attraverso la folla che circondava la casa del legatore, riconobbe Nicola Larcher seduto sopra un banco nella stanza a terreno, in mezzo a sbirri e soldati.
Egli fu condotto allo Chàtelet, e il mio avo ottenne qualche giorno dopo il permesso di visitarlo.
La solitudine e l'oscurità della sua cella avevano già prodotto su di lui un' impressione profonda; egli si lagnava tormentosamente di non poter più trovare nè riposo nè sonno, e a poco a poco il suo cuore s' intenerì. Quanto il mio avo, cercando di provocare in lui il pentimento, gli rappresentò l'enormità del suo delitto, egli abbassò la testa, e alfine, lasciandosi cadere nelle braccia di Carlo Sanson, pianse lungamente, appoggiata la testa alla spalla del vecchio giustiziere.

Questi ottenne alfine di calmarlo; allora, e senza aspettare che egli facesse alcuna domanda, Nicola Larcher raccontò che avendo sentito essere assicurata l' impunità a così grandi colpevoli, aveva innalzato l'anima a Dio, e gli aveva chiesto se egli non li avrebbe puniti; allora aveva sentito una voce interna che gli gridava : « Colpisci! », e da quell'istante non aveva più pensato che ai mezza di compiere la sentenza della giustizia divina.
Egli aveva scelto sulla tavola dove cenava un coltello dalla punta aguzza e l'aveva nascosto sotto il vestito. Rientrato alle nove nella sua stanza, si era messo a pregare, e aveva sentito che più pregava, e più forte gli diveniva la risoluzione dell'anima. Allora aveva abbandonato la casa e, sempre correndo, si era portato nella via LionsSaint Paul.
Penetrando nel giardino attiguo, scalando il muro, Nicola aveva potuto discendere nella corte della casa. Dalla finestra aperta egli vedeva nel laboratorio a piano terra; avvicinandosi, aveva scorto Chavance che s'attardava per terminare qualche lavoro. Poichè faceva caldo, i vetri erano sollevati, il giovane aveva potuto introdursi nel laboratorio senza essere avvertito dal legatore. Ma questi, avendo sentito il pavimento scricchiolare sotto i piedi dell'assassino, si era voltato, aveva domandato chi fosse là, e cedendo a un improvviso istintivo terrore, si era lanciato verso la porta chiamando aiuto. Ma prima che egli avesse potuto raggiungere il viale, Nicola lo aveva aggredito d'un balzo, e benché egli fosse esile e scarno, benchè Chavance fosse corpulento e vigoroso, lo aveva rovesciato sotto di sè al primo scatto. Soltanto al lampo che fece la lama del coltello sulla sua testa, il legatore aveva riconosciuto il suo avversario. Egli aveva ben compreso ch'era perduto, poiché, rinunciando a chiamar soccorso, si era ridotto a implorare con voce strozzata la pietà del figlio della sua vittima, e per deciderlo a fargli grazia, non aveva esitato a gettare tutta la colpa sulla sua complice, giurando che di lei sola era il delitto e non suo.
Queste accuse avevano raddoppiato l'ardore di vendetta che divorava Nicola : egli aveva colpito Chavance , con tanta violenza da ferire la sua stessa mano, e Chavance non faceva più movimento ed egli lo colpiva ancora. Poi si era teso per qualche istante in ascolto : nulla si era mosso nella casa.

Egli aveva allora salito le scale.
- Mi pareva - narrava egli al mio avo -che le mie gambe fossero di piombo, e tuttavia una volontà più forte che non potesse essere la mia, mi faceva avanzare senza rumore e senza sforzo sui gradini di pietra. -- Aveva veduto l'oscurità popolarsi di spettri che lo scongiuravano che cercavano di fermargli il passo; ma un altro fantasma, avvolto in un lenzuolo che gli copriva il viso, sviluppandosi dalle tenebre, aveva camminato innanzi a lui e gli aveva sgombrato la via.

Era arrivato così alla porta della stanza di sua madre, e prima che egli mettesse la mano sulla serratura, quella porta aveva girato silenziosamente sui cardini. Egli aveva fatto qualche passo nella stanza; non si era svegliata colei che dormiva; ma Nicola aveva udito distintamente il rumore della sua respirazione, e gli era sembrato che ogni suo sospiro fosse una preghiera : sentiva una specie di mormorio che andava modulandosi sulle cantilene con cui ella lo aveva cullato fanciullo e che gli domandava se avrebbe osato immergere il ferro nei fianchi che lo avevano portato, nel seno che l'aveva nutrito.
Il coltello era scivolato fra le sue dita tremanti, era rotolato sul pavimento; egli stesso era caduto in ginocchio ai piedi del letto, in un abbattimento d'ogni forza così assoluto che la facoltà di pensare gli sfuggiva.
Allora il fantasma che lo aveva protetto s'era avvicinato a lui e, sollevando il suo sudario, gli aveva scoperto un viso orribile dagli occhi tumefatti, dalle labbra violacee, dalla lingua enfiata e spenzolante.
In quella visione spaventevole, egli aveva riconosciuto suo padre.

L'impiccato aveva raccolto il pugnale, rimettendolo nelle mani del figlio. Gli aveva mostrato i solchi azzurrastri che il capestro aveva impresso sul suo collo; indi, teso il braccio verso il letto, con una voce rauca, ma così possente - diceva il giovane - che la si sarebbe potuta sentire di là dalla strada, egli aveva ripetuto tre volte : - Colpisci! colpisci! colpisci!
Nicola aveva levato la mano e l'aveva lasciata ricadere a caso.
Si udì un grido d'angoscia; la Chavance mormorò un nome che non era nè quello del suo secondo marito, nè quello d'alcuno dei suoi figli, e poi tutto era tornato nel silenzio.

Nicola Larcher non disse quello che il mio avo aveva appreso da quelli che avevano operato l'arresto; non narrò che quando, dopo aver scoperto il corpo inanimato di Chavance nel laboratorio, si era entrati nella stanza da letto, si era trovato l'assassino che pregava e piangeva dinanzi al secondo cadavere fatto dalle sue mani.
Il vecchio esecutore aveva compreso che i dolori, la miseria, sopra tutto l'esaltazione religiosa, avevano scosso la ragione del povero Nicola, talchè, commettendo il suo delitto, aveva ceduto all'ossessione del mondo occulto.

Comunque, poichè la giustizia di quei tempi non aveva, in generale, le caute riserve della nostra, quand' anche fosse stato dimostrato che Nicola Larcher aveva agito in un accesso d'alienazione mentale, ciò non l'avrebbe salvato dall'espiare sulla ruota il suo duplice crimine: ma la febbre ardente gli risparmiò quell'espiazione paurosa; due giorni dopo la visita del mio avo, egli cadde malato, e morì in un furioso delirio prima che si fosse ottenuto il permesso di trarlo dalla sua cella dello Chàtelet.

UN COVO DI MALVIVENTI NEL SECOLO XVIII

Sanson de Longval era stato sempre pio; ma negli ultimi anni della sua vita, egli praticò rigorosamente i suoi doveri religiosi. Frequentava la chiesa di Notre Dame da Bonne Nouvelle, oggi distrutta. Attiguo a questa chiesa era un cimitero, e Sanson de Longval, scendendo dall' altura della Nouvelle France, doveva attraversare questo cimitero per entrare nel tempio.
Secondo l'uso, una ventina di mendicanti, uomini e donne, stazionavano, parte nell'angolo della porta del cimitero, parte sotto il portico della chiesa.
Il mio antenato passava raramente davanti a costoro senza fare un po' d'elemosina.
Tra quelli che egli soccorreva, aveva notato un vecchio che, dal canto suo, ogni volta che egli passava, lo seguiva con un'attenzione singolare nello sguardo.
Quell'uomo, doveva avere sessant'anni. Nè l'età nè la miseria avevano alterato la regolarità dei suoi tratti. Con la sua grande fronte calva, con la lunga barba grigia che gli scendeva fino al petto, egli poteva passare fino al busto per un apostolo staccatosi dalle nicchie ogivali della chiesa; ma dal busto in giù, l'umanità si rivelava in tutto il suo orrore. I calzoni del mendicante erano spaccati sulla coscia, ed egli ostentava alla pubblica commiserazione un'orribile piaga che aveva alla gamba.

Egli teneva con sè una fanciulla, la cui intercessione era divenuta irresistibile per il vecchio giustiziere.
Quando Sanson de Longval vide la fanciulla per la prima volta, ella aveva circa dieci anni, ed egli fu colpito dalla bellezza e dall'originalità della sua fisionomia. Ella sembrava appartenere a quelle razze orientali, il cui tipo era divulgato in Francia dagli zingari ancora abbastanza numerosi.
Il vecchio la chiamava sua figlia e le dimostrava un'eccessiva tenerezza. La sua faccia impassibile si animava quando egli seguiva con l'occhio i giuochi della fanciulla tra le tombe del cimitero.
Con gli anni, ella divenne una giovinetta di singolare bellezza, anche sotto i cenci che la coprivano. Ogni qualvolta il vecchio Sanson la incontrava, non poteva a meno di pensar con tristezza allo spaventevole destino che aspettava così bella creatura. E chiedeva a sè stesso se la massima carità che egli potesse farle non fosse quella di cercar di sottrarla a quella miserabile sorte.

Una mattina, uscendo dalla messa, e poichè la ragazza s'era allontanata, Sanson de Longval si avvicinò al mendicante e gli propose di indirizzarlo ad alcune persone caritatevoli che avrebbero potuto assicurare alla povera figliuola un'esistenza onorevole in qualche istituto d'educazione.
Una viva commozione s'era dipinta sul volto del mendicante quando il mio avo gli si era avvicinato; ma questi aveva appena formulato la sua proposta, che egli lo interruppe per respingere le sue profferte con una collera sorda e concentrata; e poichè Sanson de Longval insisteva, gli disse con un accento in cui si esprimeva tutto il posto che l'affetto paterno occupava nella sua vita
- Chi mi amerebbe dunque se essa non fosse più qui?
Da quel giorno, non solo la giovane non venne più a sollecitar l'elemosina del mio antenato, ma allorchè questi le passava dinanzi, egli la vedeva sorridere con un'espressione beffarda, e il vecchio mendicante si affrettava a volger la testa da un'altra parte.

Alcuni mesi passarono.
Una sera, Sanson de Longval tornando a casa, nel momento che entrava nella via del Puils d'Amour, grandi scoppi di risa lo fecero voltare da quella parte. Colei che rideva era una bella creatura che usciva da una taverna al braccio d'un bellimbusto, e per quanto ella fosse vestita con fastosa eleganza, egli ravvisò la figlia del mendicante di Notre Dame de Bonne Nouvelle.
Sanson de Longval comprese che le sua previsioni si erano avverate.
Dal tempo del suo secondo matrimonio, egli si faceva vedere raramente fuori di casa dopo il tramonto del sole. Le sue terribili funzioni gli creavano tante inimicizie tra i malfattori dai quali era allora infestata Parigi, il quartiere che egli abitava era così deserto, che il rimanere a casa sarebbe stata saggia prudenza, anche se egli non ne avesse trovato il motivo nel piacere che gli dava lo star vicino alla sua giovane moglie.
Una sera tuttavia egli s'era attardato, e rincasava accompagnato da un solo servo che lo precedeva con una lanterna. Avevano passalo la via Sant' Eustachio, la via Poisonnière, la via Sant'Anna, e stavano per varcare il ponte di legno che scavalcava il canale scorrente a quei tempi in mezzo agli orti, quando cinque o sei uomini si slanciarono fuori da uno di questi orti e pareva volerli attaccare.
Il servo indietreggiò verso il mio avo; ma non aveva fatto due passi per raggiungerlo che un colpo di pistola - la pistola rincominciava a divenir l'arma favorita dei malandrini - lo stendeva morto sulla strada.
li mio avo aveva già estratto la larga daga che aveva sostituito la spada alla sua cintura e, poichè era tanto risoluto quando vigoroso, stava per affrontare gli aggressori quando uno di questi, cacciatosi alle sue spalle, gli cinse il corpo con le braccia e gli impedì di far uso della sua arma. In un momento, Sanson de Longval si trovò rovesciato, imbavagliato, legato, con una destrezza e prestezza che affermavano la esperienza dei suoi avversari in questa sorte di cose.
Un uomo di statura gigantesca e vestito di panni da pellegrino lo caricò sullo, sue spalle, e tutta la banda, alcuni camminando innanzi in ricognizione, gli altri circondando il prigioniero, prese la via attraverso gli orti ed i colli.

Parevano conoscere a meraviglia quelli di cui s'erano impadroniti. Durante la strada, non gli risparmiavano le più sinistre piacevolezze.
Colui che portava Sanson de Longval e che i camerati chiamavano il « coquillard » (mendicante travestito da pellegrino), staccò un sacchetto che portava a bandoliera e vi cacciò dentro la testa del prigioniero, serrandola fortemente intorno al collo, in modo da renderlo cieco come già prima gli aveva privato della parola.
Le riflessioni del vecchio giustiziere erano necessariamente le più fosche; egli conosceva l'odio dei malviventi contro quelli a cui la legge ha affidato il castigo dei loro misfatti; non aveva alcun dubbio che quell'agguato fosse stato concertato per lo sfogo di odiose vendette; ma pensava che, fosse pure umilissimo l'ufficio suo, agli occhi dei nemici della società esso rappresentava tuttavia la giustizia, ed era deciso a fare coraggiosamente il sacrificio della sua vita.

I banditi si preoccupavano evidentemente di far smarrire il senso d'orientamento del loro prigioniero. Dopo avergli fatto descrivere parecchi cerchi dal diametro abbastanza largo, si erano rimessi in via. Evitando di salire la collina di Montmartre che egli aveva intravista, si era camminato per qualche tempo su terreno perfettamente piano; si era poi discesa una china abbastanza ripida e abbastanza prolungata. Poi si era incominciato a scalare un'altura, ma quest'altura la si era presa a sinistra, mentre se fosse stata quella di Montmartre, a lui sembrava, la si sarebbe dovuta prendere a diritta. Quelle discordanze topografie confondevano tutti i suoi calcoli.
Il parlare dei suoi aggressori cessò tutt'a un tratto; essi ebbero cura di attutire il rumore dei loro passi; Sanson de Longval capì che dovevano trovarsi in luogo abitato; procedettero così per un centinaio di passi, indi si fermarono, e attraverso la sordida tela che gli serviva da maschera, il mio avo respirò quell'odore acre e nauseabondo di grasso caldo che è proprio delle taverne di Parigi.
I suoi conduttori (lo avevano messo a terra) gli fecero discendere una scala. Le parole di quelli a cui si avvicinavano, divenivano sempre più distinte: le grida « il boia! il boia! » scoppiavano tra applausi ironici in un concerto infernale; ma nel momento che il piede del giustiziere toccava l'ultimo gradino, una voce comandò silenzio e il fracasso cessò immediatamente.

La stessa voce ingiungeva a quelli che menavano « il signor ufficiale del re » di sbarazzarlo dei suoi lacci e del suo bavaglio: ciò che fu subito eseguito.
Benchè per tante precauzioni usate riguardo a lui, Sanson de Longval avesse finito col convincersi che non si voleva la sua pelle, questo non tolse che aprendo gli occhi egli riconoscesse di trovarsi in mezzo a una riunione dei più terribili banditi della città.
V'erano là una ventina d'uomini e cinque o sei donne: tutte le specialità della delinquenza: ladri solitari, svaligiatori, mendicanti abituati a estorcere l'elemosina fingendosi morsi da un cane rabbioso e minacciando di mordere, soldati caduti nel vizio e nella mendicità! Ma la maggior parte appartenevano a quella specie di malfattori ben vestiti e ben armati che non arretravano mai dall'omicidio, se esso era necessario al successo delle loro rapine.

Tutti i personaggi che si trovavano nello stanzone illuminato da tre o quattro lampade fumose e che era stato un'immensa cantina, dopo il rumore suscitato dalla presenza del carnefice, avevano ripreso le loro occupazioni interrotte. Giocavano alcuni; altri bevevano; altri, bisbigliando tra loro, parevano concertare qualche spedizione. I più vecchi e i più giovani scherzavano con le ragazze, pezzi di diavolesse costruite solidamente, dall'occhio luccicante, dai gesti arditi, dai profili che bastavano a classificarle nella classe che loro spettava nella gerarchia sociale.
A Sanson de Longval non pareva di poter meglio impiegare il suo tempo che analizzando un certo vecchiardo, il quale, per la deferenza di cui lo vedeva circondato, doveva stimarsi la principale autorità del luogo.
Era una figura strana, quasi fantastica.
Pareva aver toccato gli ultimi limiti della vecchiezza umana; la sua pelle era incartapecorita, grinzosa, solcata di una rete indescrivibile di rughe. Dalla lunghezza delle braccia e delle gambe, si vedeva che egli era stato uomo d'alta statura; ma il busto curvandosi aveva perduto della sua altezza, così che, seduto, egli pareva poco più alto d'un nano. La vecchiezza non aveva lasciato un atomo di carne sui suoi muscoli; la sua magrezza era estrema, e quando egli mescolava le carte, si era stupiti di non sentir le sue dita risuonare come quelle di uno scheletro. Sotto coteste apparenze di decrepitezza, non solo egli aveva conservato tutte le sue facoltà, ma rivelava ad ogni istante una vigoria ed un ardore quali appartengono solo alla giovinezza. S'era tanto riscaldato nel giuoco che, senza farsi riguardo di mostrare la zucca pelata, si era levato la parrucca, che una grande sgualdrina rossa, seduta al suo fianco, portava sul pugno come un falcone, e non senza una certa riverenza. Il taglio dei suoi vestiti era un po' antico, le loro gale un po' stinte, un po' fruste, ma egli li portava con una grand'aria che contrastava con l'eleganza d'accattone dei suoi confratelli, e c'era nel suo modo di ricondurre tra le gambe la lunga spada dall'elsa di ferro, una disinvoltura meglio da gentiluomo che da bandito.

La fortuna non gli fu favorevole, egli perdette, e gettò le carte lontano da sé con una bestemmia guascona che fece trasalire il mio avo. Quel modo di bestemmiare, gli sembrava d'averlo già udito.
Intanto il vechio giuocatore s'era seduto sulla botte che or ora gli serviva da tavola: con un gesto aveva chiamato tutti dintorno a sè, e allora, rivolgendosi a Sanson de Longval con una cortesia affettata, gli domandò se egli era proprio il maestro delle alte opere della città di Parigi.
- Sì, - gli rispose il mio avo col suo tono più rude; che volete da me? I vostri pari di solito mi evitano e non mi cercano.
- C'è qui un uomo condannato a morte, fece il vegliardo con un ironico sangue freddo. Noi ci guarderemo bene dall'arrogarci i vostri diritti e privilegi. Lo si affiderà alle vostre mani, e noi speriamo che non ci rifiuterete l'onore d'essere testimoni della vostra perizia.
-- Condannato! --- esclamò Sanson de Longval, scoppiando in una risata. - Condannato da chi? Dallo Chàtelet, dalle Tournelles, o del signor luogotenente di polizia? Voi che mi parlate, siete probabilmente il cancelliere della Corte e senza dubbio per significarmi la sentenza nelle debite forme? Dov'è la procedura? dov'è l'ordine d'esecuzione? che io possa ordinar tosto ai miei uomini di lubrificare le mie funi o di dare il filo alla spada.

Uno dei presenti, che dall'incontro mottegiatore di mio nonno pareva esasperato, s'avvicinò a lui, e mettendogli una buona pistola sulla fronte:
-- L'ordine d'esecuzione, eccolo, Charlot; e non ti pare che questo ne valga un altro?
Con un'agilità sorprendente in un uomo della sua età, il vegliardo saltò giù dalla botte, e tirò indietro colui.
-- Signore - egli riprese - voi dovreste essere convinto che ogni tentativo di resistenza è inutile. Questi signori hanno deciso di prendersi il capriccio di un'esecuzione capitale in tutte le regole, alla quale nulla mancherà, nemmeno voi; e se voi sapeste fino a qual punto essi spingono la loro testardaggine, avreste il garbo di risparmiarci le vostre proteste. D'altronde, per liberare d'ogni ombra di rimprovero la vostra coscienza, io e tutti costoro vi assicureremo che l'uomo sul quale avrete da esercitare la vostra ingegnosità non è meno colpevole di qualsiasi altro che abbiate appeso ai vostri graziosi capestri.
-- Bella cauzione mi offrite! - disse impetuosamente Sanson de Longval - La mia spada è la spada della legge, sappiatelo. Essa si snuda contro di voi, ma non uscirà mai dal fodero per conto vostro. Se avete bisogno di compiere un assassinii chiedete aiuto ai vostri pugnali; essi non ve lo rifiuteranno.
Un mormorio di collera corse nell'assemblea. Il vegliardo fece un gesto, e il silenzio tornò.


IL MENDICANTE

Sanson de Longval incominciava a stupirsi della magnaminità di colui nel sopportare le offese; egli sospettava che vi si nascondesse qualche fine misterioso.
- Signore - riprese il capo dei banditi - voi siete completamente in nostro potere, e voi potete quindi, senza viltà, mostrarvi più prudente che non siate stato finora. Sentirete ora il nostro accusato confessare il suo delitto, e i vostri scrupoli non resisteranno, spero, alla convinzione della sua sceleraggine.
Egli fece un cenno, e due individui si diressero verso un'enorme botte e ne spinsero il fondo che girava come una porta. Il mio avo sentì un gemito, a indicare che quel nascondiglio di nuovo genere era abitato; difatti i banditi ne trassero un uomo legato strettamente, e lo trascinarono per i piedi dinanzi a quel tribunale singolare.
Il vegliardo ridiscese dal suo seggio, e accostò una delle lampade al viso del miserabile!
--- Lo conoscete? - egli chiese all'esecutore.
Sanson de Longval avendogli risposto che da molti anni egli vedeva quel pover'uomo mendicare sotto il portico di Notre Dame de Bonne Nouvelle, uno strano sorriso errò sulle labbra del capo dei banditi.
Era infatti il mendicante, la cui figliuola il mio avo aveva veduto pochi giorni prima.

- Signore - riprese il vegliardo - quest'uomo ha derubato i suoi fratelli. E' d'uso nella... famiglia di cui ho l'onore d'essere il capo che una parte sia prelevata su tutta la manna che il cielo ci manda; questa parte rimane in riserva per i giorni cattivi, o per quelli di noi che hanno qualche infortunio. Io avevo confidato il denaro a quest'uomo; egli se l'è appropriato. Quando gli ho domandato i conti, la sua tasca era vuota come il cervello d'un abate. Ho detto il vero?
Il mendicante annui con la testa.
- Quando hai scelto il tuo posto tra i pezzenti - continuò il vegliardo - tu non ignoravi che anche la loro società ha le sue leggi. Tu non ignoravi la pena che essa infligge al tradimento?
- Lo sapevo - mormorò il miserabile.
- La morte! la morte! - gridarono tumultuosamente tutti i presenti. - Morte all'ubriacone! morte al ladro!
- Sii sincero - continuò il capo - e per l'amicizia che ho avuto per te, lo giuro, dovessi pur dividere la tua sorte, impedirò che tu sia torturato. Che cosa hai fatto del loro denaro?
- Te l'ho già detto, capo - rispose il mendicante - quel denaro io l'ho dissipato.
-- Tu menti. Il tuo posto al cimitero non ti rendeva meno di uno scudo al giorno, e tu non spendevi dieci soldi per te e per tua figlia; noi conosciamo l'avarizia che t'ha preso da vecchio. Tu menti, ti dico. Hai nascosto il denaro in qualche luogo. Dì il posto ai tuoi confratelli, ed essi ti perdoneranno, e ti accorderanno il diritto di sceglierti il genere di morte.

Il vecchio mendicante rimase muto, e i più violenti della banda volevano scagliarsi sopra di lui. Il vegliardo ancora una volta lo protesse, ma era evidente che per quanto grande la sua autorità sopra i pezzenti, essa sarebbe stata ben presto ridotta all'impotenza. Egli si avvicinò al mio avo:
- E così, signor de Longval - gli disse con una voce sorda e calcando sopra il titolo - quest'uomo è per voi soltanto il mendicante a cui gettavate qualche soldo nel cimitero di Notre-Dame de Bonne Nouvelle? Non è proprio altro?
Il vecchio esecutore indietreggiò colpito di stupore. I vaghi ricordi ai quali, per la loro somma improbabilità, non aveva osato fermarsi, si precisarono. Egli contemplò i due personaggi che aveva dinanzi a se, e in un secondo, nei loro tratti decaduti, sotto le loro pelli di cartapecora, ritrovò i due compagni della sua giovinezza. Egli gettò un gran grido, e lanciandosi verso il mendicante
- Blignac - esclamò - Paolo... tu qui... tu in mezzo a questi...
Il signor di Blignac non lo lasciò finire.
- Sangue di Giuda, signor de Longval - gli disse col suo accento sarcastico - mi pare che non abbiamo da farci rimproveri l'un l'altro. Benchè camminando su vie differenti, possiamo vantarci di aver fatto tutti e tre una bellissima strada.

L'impudenza che il signor de Blignac conservava nella sua obiezione aveva rivoltato Sanson di Longval: ma al tempo stesso egli provava una dolorosa pietà per il suo sciagurato cugino così giustamente, ma così crudelmente punito delle sregolatezze della sua esistenza.. Egli s'era inginocchiato vicino a lui e cercava ora di ricondurlo a sentimenti di pentimento, ora di deciderlo a confessare quello che si esigeva da lui.
Ma Paolo Bertaut rimaneva sordo a tutte le insistenze, e come se avesse voluto metter fine a tante sollecitazioni, esclamò con una voce vibrante:
- L'ho confessato : quel denaro l'ho dissipato; vi dico, l'ho dissipato. Mio Dio, undicimila liraccie, che cosa sono? Ne ho dissipate ben altre! Undicimila lire, signore Gesù! Sfumavano in un giorno! Poichè lo confesso, ho rubato il vostro denaro, fatemi morire. Fatemi morire al più presto; voglio morire, voglio morire!
Ma Blignac si piegò verso il suo vecchio amico
- A che scopo tu lo faccia - gli disse -- m'è ignoto: ma quello di cui son certo è che tu cerchi d'ingannarci. Dimmi dunque, tua figlia che tu ami tanto, quella da cui non ti separi mai, perchè l'hai fatta sparire dalla tua casa il giorno che io ci dovevo venire per fare i conti? Dimmi perchè tutte le nostre ricerche per ritrovarla sono state inutili?

Gli occhi di Paolo Bertaut splendettero al nome di sua figlia, ed il petto gli si sollevò in un profondo sospiro, ma egli mantenne il silenzio.
Il mio avo prese allora la parola, e raccontò a Blignac come avesse incontrato la fanciulla l'ultima volta, in quegli abbigliamenti che lo avevano stupefatto, e con quel compagno dall'aspetto poco rallegrante.
Il capo dei pezzetti gettò una sonora bestemmia, ed alzandosi
- Sangue di Giuda - esclamò - è tua figlia che t'ha derubato! Perchè non lo dici?
- Derubato - protestò il mendicante, in preda a una agitazione straordinaria - derubato, non è vero! Intendi, capo? non è vero! Derubato! mia figlia! una fanciulla che ama tanto suo padre! Ah, mio Dio chi ha potuto inventare una cosa simile?...
Blignac alzò le spalle, e scambiò uno sguardo con Sanson de Logval. Egli aveva ormai la sua certezza.
Tuttavia egli cercò ancora di salvare il suo vecchio amico e cominciò a chiedere ai suoi uomini se qualcuno di loro avesse incontrato la fanciulla che conoscevano col nomignolo di « Occhi Belli ».
Vi fu taluno che credeva di averla effettivamente veduta nella diligenza di Rouen, accanto a un individuo che gli era noto per la sua doppia professione di reclutatore e di spia.

- Ebbene! - fece il capo, che cercava di guadagnar tempo, - Drillon e La Marmotte andranno a Rouen, e quando sapremo qualche cosa di lui, l'affare di questo ubriacone sarà a buon punto.
Nell'assemblea corse un grande rumore, e lo avvertì che la maggioranza era ben lungi dal dividere la sua opinione. Un tale si levò, più audace degli altri, e disse che c'era un solo mezzo di far confessare al mendicante se la figliuola lo avesse derubato, ed era il metterlo alla tortura.

L'autorità del capo, in quella repubblica della Bohème, era più nominale che reale. Egli non aveva influenza che in ragione della sua forza, della sua audacia e sopra tutto del numero di partigiani che egli si faceva associandoli alle sue intraprese personali. In questa situazione ora si trovava l'antico ufficiale dei reggimento de la Boissière.
Egli si inginocchiò presso il mendicante; non gli comandò più di far confessioni, ma lo supplicò; mise tanta commozione, tanta tenerezza nel dolersi dell'afflizione che gli cagionava l'incomprensibile testardaggine del vecchio compagno, che, per un momento, il mio avo potè crederlo sincero.
Paolo Bertaut rimaneva sordo a tutta quella eloquenza. Non rispondeva se non per dichiarare innocente sua figlia, chiamava il cielo a testimonio che egli solo era il colpevole.
Blignac si alzò simulando un profondo scoraggiamento. Con un gesto sembrò dire a Sanson de Longval: - Non ci posso far più nulla.
Fece un movimento per allontanarsi. Il cerchio che attorniava il gruppo si rinchiuse, lampi sanguigni passarono in tutti gli occhi, il fremito di tutti quei petti oppressi divenne più rapido e più ardente, parole sinistre furono scambiate a bassa voce. Per quanto abituato fosse il mio avo alle scene più orribili, egli si sentì rabbrividire; afferrò il braccio di Blignac e lo fermò:
- Voi non abbandonerete già colui di cui certamente avete provocate tutte le sciagure? - gli disse.
Il viso del vecchio capo impallidì sotto la sua maschera di rughe; egli esitò un attimo; ma tutti i suoi uomini si erano avvicinati siffattamente che dovevano sentire ciò che si diceva fra loro.

- Ebbene - egli disse con un'indifferenza troppo mostruosa per non essere simulata - all'età nostra, morire un po' prima o un po' dopo, che importa?
- Precisamente perchè importa poco che teste canute come le nostre cadano oggi o domani, bisogna morire qui per difendere costui.
Un uragano d'imprecazioni partì dal circolo dei banditi, e il loro capo, avendo compreso che bisognava fìnirla, diede un segno. La triplice fila si ruppe, e quaranta braccia si tesero sopra la destinata vittima.
Sanson de Longval aveva cercato di respingerli, aveva tentato di far riparo dei suo corpo al povero Bertaut; ma travolto dal flutto umano, era stato sbalestrato lontano da suo cugino, e poichè voleva afferrare una pistola dalla cintura d'uno di quei banditi, quegli prevenne il suo movimento e gli assestò un pugno tale da gettarlo a terra.
Il colpo era stato così rude che una nube passò sugli occhi di Carlo Sanson; per un momento, di tutta la orrenda tempesta d'urla e di bestemmie, non percepì che una specie di sordo sciacquio, simile a quello delle onde quando si frangono contro gli scogli.

Quando egli tornò in sè, Blignac gli era accanto e si sforzava di rianimarlo versandogli qualche goccia di acquavite sulle labbra.
Ma nello stesso momento risuonava un grido orribile. Era il primo grido d'angoscia che il dolore strappava a Paolo Bertaut.
I banditi avevano già improvvisato la tortura che doveva fargli rivelare il nascondiglio del tesoro rubato. La loro immaginazione superava gli orrori che la giustizia dei tempi riservava ai colpevoli.
Era stato portato un braciere, e gli si bruciavano le piante dei piedi alla fiamma.
Sanson de Longval respinse il suo antico camerata, si alzò, fece l'atto di slanciarsi, ma, stordito ancora dalla caduta, barcollò come un ubriaco e ricadde pesantemente a terra.
Il capo serrò nella mano il polso del mio avo.
- Un movimento, un gesto, un grido - sussurrò - e chiamo aiuto, e vi faccio legare. Avete visto tigri qualche volta? Pensate che, nella condizione di spirito di costoro, che sono peggiori delle tigri, non solo ogni tentativo d'intervento vi sarebbe fatale, ma non farebbe se non prolungare un'agonia che io cercherò d'abbreviare per quanto sta nelle mie forze.
E il capo andò a raggiungere i suoi compagni.

Sanson de Longval s'addossò al muro, e puntando i gomiti sui ginocchi, cacciò i pollici negli occhi, si coperse gli occhi con le mani. Voleva esser sordo, esser cieco.
Ma se pur gli orecchi non udivano, il suo cuore percepiva una voce che non somigliava ad alcun'altra, una voce di fratello, una voce che lo chiamava in aiuto, ed entrandogli nel petto, lo lacerava come la lama d'un pugnale.
Invano, irrigidendo la sua volontà, egli torceva gli sguardi, una forza irresistibile ributtava le sue mani contratte. I suoi occhi s' aprivano per richiudersi subito; ma nel lampo l'orribile scena si era disegnata in ogni particolare e gli restava incisa nello spirito.
Venti volte egli si risollevò per correre in soccorso del povero Paolo Bertaut e venti volte ricadde a terra, schiantato ugualmente dal dolore fisico e del sentimento della sua impotenza.

Le associazioni dei banditi parigini, ma soprattutto quelle delle campagne, facevano in quell'epoca uso molto frequente della tortura, a volta per punire i loro affiliati caduti in fallo, a volte per costringere le vittime a rivelare dove fossero gli oggetti che avevano destato la loro cupidigia.
Per lo più, come nell'avventura che qui racconto, essi adoperavano la tortura del fuoco.

Paolo Bertaut la sosteneva con una fermezza che non si smentì un solo istante. I suoi piedi erano calcinati; l'odore della carne bruciata era divenuto sì orribile che i più furiosi di quei miserabili erano costretti a torcer la testa; una donna era svenuta. Egli non cessava di sostenere la favola che aveva inventata, di discolpare sua figlia, di gridarla innocente.
Quando la sciagurata macchina umana incominciava ad affievolirsi, quando l'aculeo del dolore portato al suo parossismo travolgeva il suo essere, in quel disordine dell'angoscia che somiglia tanto al delirio, la sua risoluzione non veniva meno. Per sostenere il suo coraggio vacillante egli pregava, e colei che invocava era la fanciulla ingrata e colpevole che lo aveva abbandonato e gli cagionava col suo fallo la morte.

A dispetto degli sforzi che egli faceva per dominare la sua emozione, il signor di Blignac era livido. Egli dimenticò sè stesso, forse per la prima volta nella sua vita, e senza curarsi delle conseguenze che poteva avere la sua risoluzione, si decise a metter fine a quella scena, ordinando si cessassero le crudeltà inutili, e poiché il paziente si rifiutava a confessioni, gli si accordasse il beneficio della sua costanza.
Questa decisione contrariava gli istinti sanguinari e l'avidità dei banditi, ancora speranzosi di riavere il loro tesoro moltiplicando i tormenti; ma il capo aveva parlato con tanta risolutezza che si rassegnarono ad obbedirli.
Un gancio fissato nella volta fece l'uffizio di forca; vi si attaccò una corda, si introdusse la testa di Paolo Bertaut in un nodo scorsoio, ed uno degli assistenti si slanciò sulle sue spalle.
Ma la corda, troppo debole, si ruppe sotto il peso che essa doveva sopportare, e boia e paziente rotolarono al suolo.
Il mendicante soffocato un momento, si riebbe e si risollevò trascinandosi sulle mani e sui ginocchi, e sempre mormorando quel nome di Teresa di cui faceva la litania del sentimento che doveva assorbirlo fino all'ultimo soffio.
Mentre si cercava, non senza confusione, una nuova corda, uno dei pezzenti osservò ironicamente che il mendicante di Notre-Dame de Boline Nouvelle era un gentiluomo e aveva dunque diritto a morire di ferro.

Uno dei trespoli sui quali s'erano accavalcate le botti fu portato in mezzo a fungere da ceppo. Si costrinse l'infelice Bertaut e posare su quel ceppo la testa, e il più vigoroso della banda, armatosi di una specie d' accetta, gliene assestò un colpo sulla nuca.
Ma fosse inettitudine, fosse che il miserabile avesse obbedito all'ispirazione infernale di prolungare le sofferenze della vittima, il colpo, cadendo in falso, aperse un orribile squarcio nelle carni senza giungere alle sorgenti della vita.
Prima che egli avesse il pensiero di rinnovarlo, il paziente, obbedendo a quell'orrore della morte che accresce a dismisura le forze umane, si rialzò, ruppe i ceppi che lo stringevano, e si mise a correre perdutamente intorno alla cantina.
Da qualche istante Sanson de Longval aveva riacquistato la forza di pregare; convinto che la lugubre tragedia dovesse toccare alla sua catastrofe, domandò a Dio di accogliere nella sua pietà la povera anima che stava per salire verso di lui. Ma ad un tratto si sentì urtare bruscamente nell'angolo dove s'era ridotto e, aprendo gli occhi, vide intorno a sè una scena infernale.

Le donne, nascosto il viso tra le mani, gettavano grida confuse di terrore, gli uomini andavano e venivano disordinatamente e come in preda a vertigine, mentre Paolo Bertaut, innondato di sangue, invocando la morte con una voce che non aveva più nulla d'umano, fuggiva tuttavia d'innanzi a quello che doveva ammazzarlo.
A tale vista, il mio avo dimenticò tutti i pericoli che andava incontro; non ebbe più che un pensiero, strappare il suo infelicissimo congiunto alla crudeltà dei suoi persecutori e far vendetta sopra uno di essi.
Con un gesto irresistibile, e prima che il signor di Blignac avesse potuto opporsi al suo piano, egli aveva tratto dal fodero la spada che quegli portava al fianco.
In quel momento il paziente, sempre inseguito dal suo improvvisato carnefice, passava davanti a lui. Quest'ultimo s'accingeva a vibrare un nuovo colpo alla vittima; ma ad un tratto la larga spada maneggiata dal vecchio esecutore di giustizia fischiò nell'aria. Paolo Bertaut, ricevendo da mano amica la morte, beneficio unico che gli potesse attendere, cadde senza gettare un sospiro, e prima che il bandito, immobile, si fosse riavuto dal suo stupore, Sanson de Longval aveva rialzato la sua lama insanguinata e gliela aveva immersa nel petto.
In quel momento passò sugli occhi del mio antenato una nube; le forze lo abbandonarono; e benchè non una arma si fosse levata su di lui, cadde egli stesso al suolo come colpito dal fulmine.

L' indomani, sul far del giorno, certi contadini che venivano in città con le loro derrate, riconducevano il vecchio esecutore alla sua casa.
L'avevano trovato disteso in un fossato della strada di Piccardia e, siccome era sembrato loro che egli respirasse ancora, lo avevano caricato sopra uno dei loro carri.
Un medico subito chiamato, aveva dichiarato che Sanson de Longval era stato colpito da un attacco di apoplessia, e si meravigliò molto che vi fosse potuto sopravvivere. Quando gli coperse il braccio per fargli un salasso, si accorse con anche maggior sorpresa che quell'operazione era già stata praticata e che a ciò si doveva probabilmente se il mio avo era ancora tra i vivi.
Per molto tempo non si potè spiegarsi questo mistero, giacchè una paralisi locale era stata la conseguenza dell'attacco apoplettico e finchè essa durò, Sanson de Longval fu nell'impossibilità di raccontare ai suoi ciò che era avvenuto nella terribile notte.

Il soggiorno a Parigi gli divenne così odioso che egli, avendo già ceduto l'ufficio al figlio, finì col rinunciarvi; si ritirò con Renata Dubut, sua moglie, in una casetta colonica a Condè, nel Brie, da lui acquistata pochi anni prima, e dove ritrovò alfine il solo riposo che i nostri pari possano sperare: la morte.
Sembra che qualche tempo prima della sua fine, Sanson de Longval abbia appreso la tragica morte del signor de Blignac, a cui, secondo tutte le apparenze, egli doveva d'essere uscito sano e salvo dalla cantina dei malviventi. Il vecchio gentiluomo si spezzò la colonna vertebrale cadendo dal palco di una forca, dove per burla, egli simulava di dover esser impiccato, durante una delle sue tante imprese avventurose. Egli ci lasciò la vita sul serio, volendo farsi impiccare per ridere.

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