HENRI SANSON - "LE MEMORIE DEI CARNEFICI DI PARIGI"


LIBRO SETTIMO
- DANTON

( da pag. 279 a pag. 342 )

Lucilla Desmoulins
La ghigliottina infuria
Il 9 termidoro
L'esecuzione del 9 termidoro
La fine di Robespierre
Fouquier-Tinville e i Giacobini

" 5 germinale. Ieri c'era festa su tutti i visi: essi sono oggi ben allungati. Si era sparso il rumore che i cittadini Robespierre e Danton avevano fatto la pace e che dopo alcune prossime esecuzioni, il tribunale avrebbe ricevuto l'ordine d'essere giusto. Questa mattina si era tanto inquieti quanto ieri rassicurati, e le voci sono divenute sinistre. Si diceva che, ben lungi dal riavvicinarsi a Danton, Robespierre non aveva colpito i nemici di quest'ultimo che per finire più sicuramente lui stesso, e aver l'apparenza di serbare una specie d'imparzialità nei colpi che vuol menare.

Il fatto é che la nostra democrazia somiglia abbastanza ad un despotismo, perchè quelli che esercitano il potere non si rassegnano di dividerlo. Uno dei giurati, Naudin, diceva oggi a Sellier:
- Per camminare dietro Robespierre, Danton ha la testa di troppo; bisogna raderlo.

Si racconta pure che Danton è stato avvertito d'essere in pericolo. Egli avrebbe detto:
- Non lo oseranno, io sono l'arca santa, e se supponessi in Robespierre questo pensiero, gli mangerei le viscere.
Credo che egli si inganni : non c'é ora che una sola arca santa: la ghigliottina. Danton parla, agisce sempre come un uomo, Robespierre come un profeta: l'impero sarà sempre dei profeti. Bisognava che un pugnale trafiggesse il cuore di Marat perchè si adorasse questo pezzo di carogna; l'uomo dall'abito azzurro, Robespierre, é vivo, e già possiede i suoi devoti, le sue devoti: la moglie di Desmorets, il mio primo aiutante, recita sera e mattina le sue preghiere davanti a un ritratto di Robespierre che ha sostituito il buon Dio sopra il letto; molti fanno come lei.

Per quanto ardente sia il tribunale nelle sue funzioni, le prigioni restano sempre piene. I vuoti che fa il patibolo sono subito colmati dai sospettati arrestati a Parigi e dai cospiratori dei dipartimenti che i rappresentanti in missione ci mandano. Oggi abbiamo giustiziato tre privati del dipartimento dell'Àllier, accusati di aver tenuto discorsi controrivoluzionari. Erano due fratelli, e, il figlio d'uno di loro.

" 7 germinale. Si dice ovunque che i comitati discutono l'arresto di Danton. Nel mio piccolo giudizio, credo probabile che i grossi cani si preparino a mordersi, giacché i botoli si fanno sentire troppo arditamente. Lo sfrontato Villate ha detto in piena bettola:
- Entro otto giorni, avremo Danton e Camillo Desmoutins.
Se essi sono presi, sarà colpa loro, poiché la voce è pubblica. Ma non si fugge, quando si ha nome Danton.

" 11 germinale. Oggi, prima di mezzogiorno, i cittadini Danton, Camillo Desmoulins, Lacroix e Philippeaux sono stati arrestati in casa e condotti al Lussemburgo.

" 13 germinale. Il cittadino Danton e i suoi complici sono stati trasferiti nella notte : il loro processo comincerà questa mattina, nella sala della Libertà.


Le note di Carlo Enrico Sanson non mi forniscono alcun ragguaglio sul processo dei Dantonisti. Per quanto rigorosamente si condanni la condotta politica di Danton, per quanto scarsa simpatia si tributi al celebre tribuno, non si può disconoscere che il suo processo é il grande processo del periodo rivoluzionario. Fino a quel momento, la Rivoluzione non aveva colpito se non quelli che le davano il diritto di trattarla come nemici; essa incomincia ora ad attaccare le proprie viscere, essa le dilania. Opera di repubblicani, la morte di Danton non è per questo meno il primo sintomo della reazione che deve tanto rapidamente travolgere la Repubblica.

Danton in quel momento rappresentava I' idea di generosità e di clemenza. Se egli aveva potuto guardare con occhio indifferente il sangue che colava nell'ardore della lotta, i massacri giuridici gli ispiravano tuttavia una ripugnanza che somigliava al disgusto; era d' altronde troppo indolente per odiare nemmeno i suoi nemici; così I' opinione pubblica lo aveva giustamente associato alle pagine sublimi in cui Camillo Desmoulins espandeva la sua patriottica indignazione.

Il 13 germinale essi comparivano davanti al Tribunale.
La composizione di questo Tribunale era stato oggetto di tutte le cure da parte dei concitati. I giurati erano gente preparata : si erano scelti quelli che da loro stessi si qualificavano « solidi » : quelli che aveano dato prove del loro ardore nell'eseguire il "fuoco di fila" sui disgraziati che si conducevano davanti a loro. Tra questi un certo Gamrey, di cui Michelet dice che essendo idiota e non comprendendo né le domande né le risposte, per non sbagliare ammazzava sempre. Presiedeva Herman.
Per giustificare le accuse di Saint-Just si erano conglobati nel processo di Danton i rappresentanti accusati di malversazioni : Chabot, Delaunav e Bazire, poco meno che convinti di avere, i due primi per avidità, il terzo per debolezza, trafficato la loro influenza sull'affare delle azioni della Compagnia delle Indie; Fabre d'Eglantine, la cui complicità nel falso a cui questo affare aveva dato origine, non era mai stata provata, ma la cui penna era temuta da Robespierre non meno di quella di Desmoulins. Fondandosi sulle concussioni rimproverate a Lacroix, a Danton, durante le loro missioni in Belgio, si era potuto stabilire una apparenza di connessione tra loro e i falsari o presunti tali; per Hérault de Séchelles, arrestato perchè aveva dato asilo a un proscritto e su vaghe incolpazioni del Comitato di sicurezza generale; per Philippeaux, colpevole di scritti violenti nei quali egli stigmatizzava la condotta degli agenti della Repubblica nella Vandea, la cosa era più difficile; ma si era deciso di contentarsi d'una verosimiglianza a buon mercato, e aggiungendo all'infornata un Danese, uno Spagnolo e due Tedeschi, si era composto un tutto che giustificasse, senza troppe sottigliezze, il titolo generale che si era dato al processo: cospirazione con lo straniero. Erano tredici uomini sul banco.

Riunendo in una sola causa tre categorie d'accusati, i cui presunti delitti erano differenti, Fouquier aveva seguito una tattica tradizionale al tribunale rivoluzionario, che consisteva nel soffocare nel pubblico ogni sentimento di commiserazione, mettendo a contatto i prevenuti dei quali sì temeva la popolarità con uomini verso i quali la commiserazione non era possibile.
Quando si erano veduti affiancati a frodatori, Camillo, Philippeaux e Lacroix avevano protestato energicamente; Danton taceva; un sorriso di disprezzo gli increspava le grosse labbra; insistendo Camillo, egli lo persuase a sedere, dicendogli:
- Lasciali fare il loro mestiere; tutto quello che essi possono fare è ammazzarci; quanto a disonorarci, li sfido.

Gli interrogatori cominciarono.
Fabre d'Eglantine spiegò la falsificazione di un decreto che gli si rimproverava; disse che il documento, del quale si parlava e che non si produceva, non era che un progetto libellato in seguito alla discussione del comitato e recante tutte le varianti emergenti dalla discussione. Chabot pretese che non si era immischiato dell'affare che per coglierne le fila e denunciarlo; Delaunay e Bazire negarono di averne avuto conoscenza.
Il processo, per quanto riguardava Lacroix, Philippeaux e Hérault de Séchelles, era un vero processo di tendenza; quelli che s'incriminavano erano le loro opinioni e perfino i loro voti di rappresentanti del popolo. Essi erano non solo i più devoti, ma i più intelligenti amici di Danton; potevano non sostituirlo, ma divenire i capi di quella frazione della Convenzione alla quale ripugnavano le diffidenze, le forme rudi, i costumi austeri dei robespierriani e la politica sanguinaria del Terrore.

- Se è un delitto - Philippeaux rispose a un rimprovero di Fouquier -- il denunziare al governo misfatti che si commettono in suo nome, io sono allora colpevole. Ma la morale è dunque pervertita a tal punto da mutare in delitti le azioni virtuose?
Bisognava bene arrivare a Danton.
Herman temeva con ragione il momento che egli avrebbe parlato. Infatti, il Titano rivoluzionario aveva appena aperto la bocca, che la sala della Libertà si trasformava: sotto gli schianti di quella voce formidabile, i giudici diventavano accusati, l'accusato diventava giudice, i giurati non osavano sollevar gli occhi da quella maschera leonina.
- I vili che mi accusano - esclamava Danton -oserebbero attaccarmi in faccia? Si mostrino essi, e ben presto io li avrò coperti dell'ignominia e dell'obbrobrio che devono essere la loro spettanza. La mia testa è qui, e risponde di tutti; la vita mi è un peso; mi tarda d'esserne liberato.

Herman, pieno di spavento, s'affrettò ad interromperlo, dicendogli che « l'audacia s'appropriava al delitto, la calma all'innocenza ».
- Senza dubbio - replicò Danton - senza dubbio, l'audacia individuale è riprovevole, e non mi potrà mai essere rimproverata: ma l'audacia nazionale, di cui ho tante volte dato l'esempio, che ho messo tante volte al servizio della cosa pubblica, quest'audacia è permessa, è necessaria, e di essa mi onoro! Quando mi vedo così gravemente e così ingiustamente accusato, posso io esercitare padronanza sul sentimento d'indignazione che mi solleva? Tu, Saint-Just, tu risponderai alla posterità della diffamazione lanciata contro il migliore amico del popolo.

Herman lo fermò una seconda volta; egli temeva forse che, dopo Saint-Just, venisse la volta dell'attacco di Danton a Robespierrre e che il capo del partito fosse polverizzalo nella stretta. Egli consigliò l'accusato a moderarsi nel suo stesso interesse, proponendogli ad esempio la condotta di Marat in circostanze simili, con l'intenzione certamente di suggerirgli che, come Marat, egli sarebbe potuto uscire assolto e forse trionfante dalla prova.
Si può supporre che Danton fosse per un momento preso al tranello, poichè egli cominciò a discutere ad una ad una le incolpazioni del rapporto di Saint-Just; ma ben presto l' impetuosità della sua natura riprese il sopravvento.
Lacroix aveva raccomandato a Danton di commuovere il popolo; il popolo era più che commosso, era fremente; tutti i cuori palpitavano, nella sala e fuori, poichè i ruggiti del tribuno, per le finestre aperte, riecheggiavano fino al di là della Senna. I giudici erano fulminati. Herman agitava invano il suo campanello.
- Non mi senti? - egli chiese a Danton.
- La voce d'un uomo che difende il suo onore e la sua vita deve coprire il rumore del tuo campanello.

Sotto il pretesto che egli doveva esser stanco, gli si tolse la parola. Herman interrogò Hérault de Séchelles sulla sua corrispondenza con Dumouriez, sulla parte che egli aveva avuto nella ritirata dei Prussiani. Riprese vecchie accuse, già logorate nel processo dei Girondini.
Passando a Desmoulins, egli lo accusò di aver tentato d'avvilire la rappresentanza nazionale mediante i suoi scritti. E per darne un saggio, incominciò la lettura del violento libello che la legge dei sospetti aveva ispirato all'indignazione di Camillo.

Linguaggio generoso: ma colui che l'aveva tenuto non ebbe nè l'audacia di Danton, nè la fermezza di Lacroix: egli non sconfessò le sue pagine immortali, ma non rivendicò a titolo di gloria il generoso sentimento che le aveva dettate.
Il processo tuttavia prendeva una piega inquietante per quelli che avevano accettato la missione di uccidere Danton e i suoi amici. Nella seduta del 14 la loro perplessità fu molto viva. Danton aveva ripreso la parola con una energia che ingrandiva a misura che i dibattimenti si prolungavano; il suo gran nome, l'atteggiamento così nuovo d'un accusato che faceva tremare il suo tribunale, avevano attratto una calca enorme nel recinto, e ad ogni scoppio di quella voce possente come un soffio di tempesta, si sentivano correre in quelle masse compatte i fremiti indicatori della commozione popolare e precursori del tuono di plauso che da un istante all'altro poteva soffocare il processo e rendere la condanna impossibile.
La seduta fu tolta con precipitazione.

Fouquier corse ai comitati; Herman si recò da Robespierre; questi, sempre prudente, aveva chiuso la sua porta; i violenti, che, dominavano soli alle Tuileries, minacciarono Fouquier che osava proporre di accondiscendere al reclamo degli accusati che chiedevano testimoni.
Fu in seguito a questo passo che Herman e Fouquier compilarono una lettera che al minimo mormorio da parte di Danton o dei suoi, doveva invocare l'intervento della Convenzione; fu durante quella notte concepita l'idea di trasformare in cospirazione l' agitazione sorda che dalla città si era comunicata alle prigioni.

Da parte loro gli accusati vedevano chiaramente che il sentimento pubblico si piegava in loro favore: il coraggio tornava ai più deboli, l'audacia degli indomabili si esaltava nella prospettiva del trionfo. Al principio dell'udienza del 15, le loro istanze per ottenere la comparsa di testimoni divennero imperiose e quasi violente.
Quelle grida, quelle imprecazioni, quel tumulto erano ciò che Fouquier attendeva. Egli tirò fuori la lettera preparata, la lesse ad alta voce e la inviò ai Comitati.
Insieme con questa lettera, con la quale in sostanza si chiedeva loro di armare il tribunale di poteri che esso non possedeva, per il rifiuto delle testimonianze, il Comitato riceveva notizie dalle prigioni.

Vi sono a questo proposito due versioni: gli uni pretendono che la cospirazione del Lussemburgo fosse esclusivamente opera di agenti provocatori mantenuti dalla polizia nelle carceri. Altri affermano che il pensiero di una sollevazione fosse realmente esistito, e che ne fosse ispiratrice la generosa Lucilla, la moglie di Desmoulins. Respinta da Robespierre, che non aveva voluto riceverla, la povera donna, pazza di dolore, aveva formato il proposito di lanciarsi in mezzo al popolo per invocare da esso la salvezza dei primi apostoli della libertà. Nella sua angoscia, ella avrebbe comunicato il proprio disegno a Dillon, l' amico di suo marito, detenuto al Lussemburgo; questi poi si sarebbe preso a confidente un miserabile, certo Laflotte, che all'indomani lo denunciò.
La denunzia era stata inviata al Comitato di sicurezza generale.

Saint-Just salì alla tribuna, e per ottenere più sicuramente le teste che desiderava veder cadute, egli aggravò la lettera di Fouquier con una odiosa menzogna, affermando che la rivolta degli accusati avea fatto sospendere i dibattiti della giustizia. Tracciò poi un quadro fantastico dei pericoli della patria; designò gli accusati come capi della congiura delle prigioni che gli era segnalata; e infine ottenne che la Convenzione votasse un decreto, col quale si stabiliva che tutti i mezzi fossero impiegati per reprimere ogni tentativo d'intorbidamento della quiete pubblica da parte degli accusati e che ogni prevenuto il quale resistesse alla giustizia nazionale o la insultasse, fosse escluso immediatamente dall'aula.

Tre membri dei Comitati, Amar, Vouland e David, nella febbre del loro odio contro Danton, vollero incaricarsi di portare al tribunale il decreto omicida. Il Michelet afferma che i tre convenzionali non poterono resistere alla tentazione di veder disperati i loro nemici: mentre Fouquier dava lettura del decreto, essi mostrarono i visi allo spioncino del tipografo Nicolas, il cui gabinetto era situato dietro i banchi dei giurati. Danton li riconobbe, ed esclamò mostrandoli a Desmoulins:
- Guarda i vili assassini; essi ci perseguitano fino alla morte.

La lettura della denunzia di Laflotte, che accompagnava il decreto, aveva recato all'infelice Camillo una nuova disperazione. Il farabutto dichiarava che la moglie di Desmoulins aveva offerto a Dillon mille scudi per prezzolare il pubblico al tribunale rivoluzionario; il disgraziato capiva che era quella la sentenza di morte della sua Lucilla, e all'idea di trascinarla con sè nella morte, si torceva le mani e smaniava:
- I mostri! non contenti di assassinarci, essi vogliono assassinare mia moglie!

Danton scatta sul suo banco; con le frasi violenti e cozzanti che erano la sua eloquenza, ora si volge alla coscienza dei giudici e dei giurati, ora irrompe sdegnato contro i tiranni e, sollevando il velo dell'avvenire, esclama:
- Infame Robespierre! il patibolo ti domanda; tu non godrai l'impunità, tu mi seguirai!

Alfine si rivolge al popolo, gli chiede se lascerà consumare tanta iniquità, lo scongiura a dichiarare se da lui fu invocata altra cosa che l'imprescrittibile diritto dell'accusato di far comparire i testimoni della sua innocenza. Lacroix dice:
- Ci si conduca al patibolo, abbiamo vissuto abbastanza per addormentarci nella gloria.

Il popolo freme e mormora. Herman minaccia. Camillo scarica su lui ingiurie violente e, stracciando la carta su cui aveva preparato la sua difesa, ne scaglia i pezzi davanti al tribunale. Allora Fouquier-Tinville si leva, e chiede l'applicazione del decreto della Convenzione; i giudici decidono che gli accusati saranno esclusi dall'aula, e su ordine di Herman, i gendarmi si presentano per condurli alla Conciergerie.
Non fu senza fatica.

Danton, in piedi sul suo banco, con la faccia infiammata, ruggiva le apostrofi più veementi: Lacroix bersagliava Fouquier dei suoi sarcasmi; Westermann si espandeva in imprecazioni; Camillo Desmoulins s'era aggrappato allo schienale del banco dei prevenuti, vi si teneva stretto, vi si difendeva contro quelli che cercavano di trascinarlo via; tre gendarmi riuscirono con difficoltà a vincere la sua resistenza. Si ebbe modo alfine di farli uscire, ed essi si ingolfarono nel corridoio oscuro.

La commozione era stata così intensa che, dopo il loro allontanamento, un lugubre silenzio regnò per qualche istante nella sala della Libertà: giudici, presidenti, giurati, si guardavano sbigottiti, più pallidi che spettri. Alfine, Herman riassunse i dibattimenti, e i giurati entrarono nella camera delle deliberazioni. Ne uscirono alle tre del mattino, con un verdetto di colpevolezza per tutti, a eccezione di Lullier; il tribunale li condannò alla pena di morte, e Fouquier propose che, viste le violenze da loro commesse, la sentenza fosse loro comunicata in carcere.

Riprende il giornale di Carlo Enrico Sanson.
" 16 germinale. Sono tornato questa mattina sul far del giorno alla Conciergerie. Como entravo, un gendarme mi battè sulla spalla e mi disse:
- Oggi hai grossa selvaggina.
E Rivière:
- Sono tutti condannati.

Aspettavo da una buona ora, quando un gendarme venne a cercarmi da parte del pubblico accusatore. Trovai nel suo gabinetto un buon numero di cittadini. Benché Fouquier fosse presente, fu Lescot-Fleuriot a darmi gli ordini. Egli mi disse che, essendosi i condannati ribellati contro il tribunale, era da supporre che avrebbero resistito all'esecuzione della sentenza: non dovevo dimenticare che la forza doveva restare alla giustizia del popolo: per prevenire le conseguenze della lotta contro tutta la banda di quei forsennati, essi mi sarebbero stati consegnati ad uno ad uno: avrei dovuto impadronirmene immediatamente e legarli senz'altro alla loro uscita dalla Cancelleria, per amore o per forza: una squadra di gendarmi risoluti si sarebbe trovata là e in caso di bisogno mi avrebbe dato man forte. Lescot-Fleuriot aggiunse che, qualora i ribelli fossero riusciti a suscitare la commozione popolare, le mie vetture e la scorta avrebbero dovuto prendere il trotto o il galoppo.

Egli mi disse ancora che, sulla piazza, tutto doveva esser fatto con grande prontezza: la repubblica sarebbe stata salva solo quando le teste di quegli scellerati fossero cadute. Restò stabilito che avrei impiegato due carrette.
Trovai l' anticamera della cancelleria piena di gendarmi, e con loro alcuni artiglieri dell'esercito rivoluzionario. Trascorsa una mezz'ora, un uomo passò tra le due file d'armati; era il cittadino Chabot; era molto abbattuto e camminava a stento; ciò dipendeva senza dubbio dalle sue condizioni di sofferente quanto dallo sgomento, giacchè egli si era avvelenato al Lussemburgo. Parve sorpreso e inquieto di vedersi solo in mezzo a noi, poichè mormorò più volte:
- E gli altri?
Lo si legò, e gli si tagliarono i capelli; non si era ancora finito, quando Bazire uscì dalla cancelleria a sua volta. Chabot si alzò e corse verso di lui, tendendo il viso per baciarlo. Egli piangeva e diceva con una voce in cui erano anche più lagrime che noi suoi occhi:
- Mio povero Bazire, tu stai per morire per causa mia.
Il cittadino Bazire lo strinse al petto, senza rivolgergli una parola di rimprovero.

I due Frey, Delaunay, l'ex abate Disderiksen, furono condotti in seguito. Li si chiamava nella cancelleria senza dir loro di che si trattasse: si leggeva loro la sentenza; poi si facevano passare nella sala dove li aspettavamo noi. Vennero quindi successivamente Philippeaux, Lacroix, Westerman e Fabre d''Eglantine: due secondini reggevano quest'ultimo, che appariva malato. Durante la toilette, egli dichiarò che aveva ancora una comunicazione da fare; uno degli aiutanti ne avvertì l'usciere, che rispose non essere possibile. Il cittadino Fabre battè il piede con ira, e gridò:
- Non sarebbe abbastanza l'assassinarmi; bisogna spogliare colui che si scanna.
E soggiunse, alzando la voce:
- Protesto pubblicamente contro l'infamia degli scellerati del Comitato; essi mi hanno rubato una commedia del tutto estranea al mio processo, e se la tengono.

Lacroix guardava, intorno con un occhio rattristato. Philippeaux era molto calmo.
Fabre parlava ancora quando un grande rumore fu udito nella cancelleria. Si riconobbe la voce del cittadino Danton, e tutti tacquero per sentir meglio. La vivacità con la quale egli si esprimeva non consentiva di distinguere tutte le sue parole; spesso erano simili ad urla. A un certo momento egli disse chiaramente:
- Della tua sentenza, io me ne straf....; noi rivoluzionari abbiamo come giudice la posterità; essa metterà il mio nome nel Pantheon e il vostro alla egemonie.
Più volte egli interruppe la lettura, e sempre più terribilmente, chiamando il tribunale un luogo di prostituzione e accusando il popolo d'imbecillità. Alfine, spinto dai secondini, fu condotto nell'anticamera. Tosto che egli vide i condannati già legati e noi che eravamo lì, il suo aspetto mutò così subitamente che non lo si sarebbe creduto lo stesso uomo, se non fosse stato ansante per la scena che aveva fatta. Egli prese un'aria indifferente, quasi fredda; mosse con passo deliberato verso di me, si lasciò cadere sopra una seggiola, si strappò il colletto della camicia, e mi disse:
- Fa il tuo ufficio, cittadino Sanson.

Lo preparai io stesso. Egli aveva i capelli duri e aspri come crine. Frattanto egli continuava a parlare, e disse rivolto ai suoi amici:
- E' il principio della fine; ora essi ghigliottineranno i rappresentanti del popolo a infornate, ma l'isolamento non è la forza. Dei Comitati condotti da un Couthon senza gambe e da un Robespierre... se ancora ci potessi lasciare le gambe mie, ciò potrebbe durare per qualche tempo... ma no... e la Francia si sveglierà in un pantano di sangue... Noi abbiamo compiuto la nostra funzione; andiamo a dormire.

I cittadini Hérault de Séchelles e Desmoulins furono condotti insieme. Il primo pareva indifferente; il secondo piangeva e parlava di sua moglie e del suo bambino con parole che cavavano le lacrime; tosto però che egli ci vide, si operò in lui una rivoluzione tanto immediata come quella avvenuta in Danton, ma ben differente : egli si scagliò sugli aiutanti, come se fossero stati essi i condannati ed egli l'esecutore; Li respinse e li colpì; le sue vesti furono lacerate nella lotta, e questa non finì se non perchè i gendarmi intervennero. Egli non era di grande corporatura, era un po' pingue; tuttavia resistette come un uomo vigorosissimo. Egli si trovava, è vero, in uno di quei momenti in cui l'anima passa nei muscoli. Per tagliargli i capelli, ci vollero quattro uomini che lo tenessero sulla sedia. Dibattendosi, egli ci copriva di invettive; i suoi amici cercavano di calmarlo; Fabre con parole molto dolci, Danton in un tono d'autorità. Quegli gli disse:
- Lascia in pace costoro; perchè te la prendi con gli inservienti della ghigliottina? Essi fanno il loro mestiere; fa tu il tuo dovere.

Alfine tutti furono pronti. Ducray, che era rimasto lì, diede il segnale della partenza. Ogni condannato fu posto tra due gendarmi, gli altri gendarmi facendo spalliera. Siamo usciti così.
I deputati e Westermann salirono nella prima vettura. lo stavo dinanzi; Enrico e un aiutante dietro; nella seconda vettura, quattro aiutanti con gli altri condannati.

La scorta era non meno forte che quella della Regina e dei cittadini Girondini. Chabot era il solo che stesse seduto; pareva soffrir molto, ed ebbe assalti di vomito durante il tragitto.
Nel momento che il carrettiere frustò il suo cavallo, Danton esclamò:
- Queste bestie f... grideranno « viva la Repubblica » al vederci passare. Fra due ore, la Repubblica non avrà più testa.

Fabre continuava a lamentarsi della perdita della sua commedia, e lo stesso Danton gli disse ridendo: - Dei versi (des vers: giunco di parole: dei vermi), fra otto giorni ne farai più che tu non n'abbia voglia, e noi altrettanti.
Nel momento che sboccavamo sulle rive del fiume, Camillo Desmoulins si abbandonò a nuovi eccessi ed esclamava sporgendosi dalla carretta
- Non mi riconoscete? La Bastiglia è caduta al suono della mia voce. Non mi riconoscete? Sono il primo apostolo della Libertà. A me, popolo del 14 luglio; non lasciarmi assassinare.

Gli si rispose con improperi. Ciò raddoppiò il suo furore; temetti che egli si precipitasse sotto le ruote della carretta. Danton, il quale vedeva chiaramente che il popolo da cui erano circondati non si sarebbe mosso, si chinò sopra la testa di Philippeaux e gettò a Camillo queste parole:
- Taci, taci; che speranza hai tu d'intenerire questa vile canaglia?
E Lacroix:
- Calmati; pensa a incutere loro rispetto, anziché ad eccitare la loro pietà.

Danton aveva ragione; sarebbe stato più facile intenerire le pietre. La folla si manteneva serrata e compatta, procedendo di conserva con noi e gettando tali clamori da rendere impossibile che i cittadini assiepati alle finestre o lungo le case distinguessero le parole dei condannati.
Passando davanti a un caffè, vedemmo un cittadino seduto sul davanzale d'una finestra, in atto di disegnare i condannati sopra un cartone. Questi alzarono tutti la testa e mormorarono:
- David! David!
Lo riconobbi difatti alla sua bocca storta. Danton alzò la voce e gli gridò:
- Sei qua, servo; va a raccontare al tuo padrone come muoiono i soldati della libertà.
Lacroix l'apostrofò alla sua volta e gli diede dello scellerato; David continuò a disegnare.

Porte, finestre, persiane, tutto era chiuso nella casa di Duplay. I condannati la cercarono con gli occhi ben prima di scorgerla. Quando vi furono dinanzi, lanciarono mille sarcasmi a quei muri tristi e muti che celavano Robespierre:
- Vile tartufo! - diceva Fabre
- Lacrorix strillava:
- Il vile! Si nasconde come s'è nascosto il dieci agosto!
Camillo:
- Mostro ! avrai ancora sete, dopo esserti abbeverato del mio sangue? ci vorrà anche quello di mia moglie per ubriacarti?

La voce di Danton dominava tutte le altre; il suo viso, che sempre era stato rosso, diveniva violetto, la sua bocca schiumava e i suoi occhi scintillavano come tizzoni ardenti:
- Robespierre - egli vociava - invano ti nascondi; ci verrai anche tu; e l'ombra di Danton ruggirà di gioia nella tomba quando sarai a questo posto.
Poi aggiungeva alle parole grossi epiteti ingiuriosi.

Danton rimase lo stesso fino davanti alla ghigliottina. Passando senza transizione dall'ira più violenta alla serenità più calma, a volte brutale, a volte sarcastica, sempre cosi fermo che chi non avesse guardato che lui avrebbe potuto prendere la triste vettura in cui lo conducevo per il carro di un trionfatore. Nell'istante che sboccammo sulla piazza, egli scorse il patibolo; i colori del suo viso si sbiadirono, e io vidi inumidirsi i suoi occhi. L'attenzione con cui lo guardavo parve spiacergli; egli mi urtò rudemente col gomito, dicendomi con una specie di rabbia:
- Non hai anche tu una donna, dei piccoli?
Risposi di sì; allora egli riprese con lo stesso accento:
- Anch'io; ebbene, pensando a loro, ridivento un uomo.
Egli abbassò la lesta, e lo sentimmo mormorare:
- Moglie mia benamata, non ti vedrò più; bambino mio, io non ti potrò più vedere.
(La moglie di Danton era infatti incinta).

La carretta, fermandosi, lo richiamò a sè stesso; egli scosse la testa, come se sperasse che ciò l'avrebbe liberato d'una idea importuna, e discese dicendo:
- Nessuna debolezza, Danton.

Delaunay, Chabot, Bazire, i due Frey, Gusman, Disdericksen, d'Espagnac, morirono per primi.
Quando Camillò giunse sulla piattaforma, egli si fermò dinanzi a me, chiedendomi se volessi rendergli un ultimo servizio; comprese dalla mia fisionomia che ci poteva contare; mi pose allora nella mano una ciocca di capelli, e mi disse di portarla alla madre di sua moglie, la signora Duplessis. Egli pianse nel pronunciare queste parole, e mi sentivo voglia di piangere come lui. In quel momento si alzava il coltello che aveva appena decapitato Chabot; egli guardò il ferro tutto marmoreggiato di sangue, e disse a mezza voce:
- La mia ricompensa, la mia ricompensa.
Guardò il cielo, e si lasciò condurre sull'asse, ripetendo più volle il nonne di Lucilla. Diedi il segno e il coltello cadde.
Fabre, Lacroix, Westermann, Philippeaux furono giustiziati dopo di lui. Fabre diceva, parlando a se stesso - Sappiamo morire. - Ma la sua commozione era grande, ed egli durava gran fatica a dominarla. Lacroix voleva parlare al popolo, ma avevamo l' ordine di non permetterlo, e gli aiutanti lo trascinarono con loro.

Hérault de Séchelles salì in seguito, e Danton salì con lui, senza aspettare che glielo si comandasse, e senza che alcuno osasse opporvisi. Gli aiutanti si erano già impadroniti d'Hérault quando egli si avvicinò per baciarlo. Hérault, spinto verso l'asse, non gli potè rendere quell'ultimo saluto, e Danton esclamò:
- Imbecilli! Impedirete alle nostre teste di baciarsi in fondo al paniere?

Egli guardò la morte del suo amico con un sangue freddo che non appartiene alla specie nostra; non un muscolo del suo viso si mosse. Pareva sfidare non la paura della morte, ma la stessa morte. L'asse non era ancora sgombra nè ripulito il coltello che già egli s'avanzava; lo trattenni, lo volli far voltare mentre si toglieva il cadavere; egli alzò le spalle con sdegnosa:
- Un po' più, un po' meno di sangue sulla tua macchina, che importa? Non dimenticare sopra tutto di mostrare al popolo la mia testa; non ne vede ogni giorno di simili.

 

Quando, conforme al suo ultimo voto, si ostentò la testa di Danton intorno al patibolo, fu gridato: - Viva la Repubblica! - ma le grida erano circoscritte alle vicinanze della ghigliottina.
Questa sera, attraversando il ponte, incontrai Desboisseaux e Villate, giurati, che s'accompagnavano con Vaucannu e Langlois, membri della Comune : essi vollero sapere come era morto Danton: raccontai ciò che avevo veduto; Langlois m'interruppe dicendo:
-- Lo credo bene: egli era ubriaco come un prussiano.
Assicurai che non era più ubriaco di me: allora essi mi trattarono da scellerato, ed ero già lontano che ancora udivo le loro ingiurie.

LUCILLA DESMOULINS

" 17 germinale. Ho adempiuto la missione di cui il povero cittadino Desmoulins m'aveva incaricato. La portinaia della sua casa mi diede l'indirizzo del cittadino e della cittadina Duplessis, nella rue des Ares. Mi son fatto scrupolo di salire. Ho fatto chiamare la domestica; senza dirle chi io fossi, le ho detto che, avendo assistito alla morte di Desmoulins, questi m'aveva pregato di recare un medaglione alla madre di sua moglie. Le ho messo l'involto nella mani e mi sono allontanato. Non avevo fatto cento passii quando sentii che si correva dietro di me e mi si chiamava; era la domestica; ella mi disse che il cittadino Duplessis voleva vedermi; risposi che avevo fretta e che sarei tornato un altro giorno; ma in quel momento giunse lo stesso cittadino; era un uomo in età, di aspetto molto venerabile. Gli ripetei ciò che avevo raccontato alla ragazza; egli mi rispose che io dovevo avere ancora qualche cosa da dirgli e che egli doveva ringraziarmi. Mi schernivo sempre, allegando le mie occupazioni, ma egli insisteva in modo molto vivace, i passanti si fermavano, e alcuni avevano l' aria di voler ascoltare. Potevano conoscermi: io pensai dunque che il meglio era seguirlo, e sono andato con lui. Abitava al secondo piano: mi fece entrare in una grande stanza ammobiliata riccamente, mi offerse una seggiola, e lasciandosi cadere in una poltrona davanti a una tavola carica di carte, nascose il viso tra le mani.

Avendo sentito il pianto d'un bambino, m'accorsi che nell'angolo d'una biblioteca c'era una culla dalle cortine chiuse. Il cittadino Duplessis corse alla culla e ne trasse un fantoccio che pareva malato e continuava a gemere. - E' il loro figlio - mi disse. La sua voce piangeva, ma i suoi occhi, rossi come il ferro delle fornaci, erano asciutti. - E il loro figlio - mi ripetè. Egli lo abbracciò con una specie di rabbia; poi, mentre lo rimetteva nel letto, con uno sforzo: - Voi eravate là, voi l'avete veduto? - Accennai di sì. - Da uomo di cuore, da repubblicano, non è vero? - egli aggiunse, senza pronunciare la parola: morto. Risposi che le ultime sue parole erano state per quelli che egli amava. Dopo un silenzio abbastanza lungo, torcendosi le mani e divenendo pallidissimo, egli uscì in una esclamazione: - E lei? E mia figlia? La mia povera Lucilla! Saranno spietati con lei come sono stati con suo marito? Piangerne due, non è troppo, per miserabili vecchi come siamo? Ci crediamo filosofi, signore, ci crediamo fortificaii dalla ragione contro questa idea della distruzione... Ma che filosofia, che ragione, quando è minacciata la nostra figliuola! Quando si è impotenti a difenderla, a combattere, a versare il proprio sangue per salvarla... Mio Dio, pensare che non ci sarà permesso di raccogliere il suo ultimo respiro; che ella si dibatterà. che ella agonizzerà per due ore, mentre noi saremo qui, sicuri, in questa casa dove ella è nata, in mezzo a questi mobili sui quali ella ha giuocato, davanti a questo focolare che la riscaldava! Dirsi che forse, meno fortunata di Camillo, ella non avrà altro messaggero per portarci il suo ultimo addio che il boia miserabile da cui sarà stata uccisa!

Sentii un fremito per il mio corpo, e un freddo nei miei capelli. Egli andava e veniva nella stanza, scuotendo i suoi capelli bianchi, i pugni stretti, l'occhio smarrito, l'aria selvaggia. Passando davanti al busto della Libertà che si trovava sul caminetto, egli lo rovesciò con furore, e ne schiacciò i pezzi col piede. Io ero costernato e atterrito. Non trovavo parola di consolazione da dirgli: rimpiangevo amaramente di aver ceduto alla insistenza del povero uomo. In quel momento si suonò; una cittadina sui cinquant'anni, ancora bella, ma col viso disfatto della disperazione, entrò e si lasciò cadere nelle braccia del cittadino Duplessis esclamando: - Perduta: ella è perduta; dovrà comparire al tribunale fra tre giorni. - Era la madre.

Ebbi il terrore di esser riconosciuto da quella donna che avevo vedovato della felicità di sua figlia, che probabilmente dovevo privare di sua figlia stessa, e me ne scappai come se avessi commesso un delitto. Non ho mai sofferto come alla presenza di quei disgraziati.

" 20 germinale. La moglie di Desmoulins è alla Conciergerie coi suoi sedicenti complici della sedicente cospirazione del Lussemburgo; essi compaiono domani davanti al tribunale col cittadino Anassagora Chaumette, Gobel, ex vescovo, il rappresentante Simon e molti altri.

" 24 germinale. Il processo della moglie del cittadino Desmoulins si è chiuso oggi alle dieci del mattino; alle cinque della sera erano chiusi la sua vita e il suo dolore

Quando ella era giunta alla Conciergerie, aveva toccato tutti con l'aspetto della sua disperazione. Un momento la si era creduta pazza, e quantunque fosse sperar troppo, si credeva che lo smarrimento della sua ragione la potesse preservare dal patibolo. Ma il pensiero di ritrovare il suo Camillo sussisteva in quel cervello turbato, e tale pensiero prese siffattamente il sopravvento che al tribunale ella ricuperò tutta la lucidità delle sue idee. Ella rispose con molta energia e vivacità a Dumas che presiedeva. La si sarebbe sbrigata molto più prontamente, poichè il processo non occupò meno di tre sedute, ma si era stimato opportuno riunire con gli imputati della chimerica cospirazione del Lussemburgo i complici di Hébert, Vincent e Rousin, vale a dire gente che si esecrava reciprocamente; erano venticinque sul banco, e diciannove furono condannati e giustiziati.

La cittadina Desmoulins aveva impiegato i pochi istanti che le restavano, dopo la condanna ad adornarsi come se quella giornata fosse dovuta essere per lei un'altra giornata di nozze. La vedova Hébert, che era fra i condannati, piangeva molto; la cittadina Desmoulins invece era sorridente; ella baciò più volte la moglie dell'uomo che era stato il più accanito nemico di suo marito, e fece quanto potè per consolarla. Nel momento di salire sulla carretta, Dillon, un altro condannato, le si avvicinò; ella gli disse che rimpiangeva amaramente d'essere la causa della sua morte; Dillon rispose che ella tutt'al più ne poteva essere il pretesto, e s'intenerì della sorte che cadeva sopra una così giovane e graziosa creatura. La cittadina Desmoulins lo interruppe :
- Guardate dunque se il mio viso è quello d'una donna che ha bisogno d'essere consolata. Da otto giorni, io non faccio più che un voto: quello d'andar a raggiungere Camillo. Questo voto sta per compiersi. Se non odiassi quelli che m'hanno condannato, perchè hanno assassinato il migliore e il più onesto degli uomini, io li benedirei per il servizio che oggi mi rendono.
Quindi ella disse addio a Dillon, senza commozione e con la vivacità di una donna che si divide da un amico che ella sa di dover rivedere ben presto. Dillon era nella prima carretta: la cittadina Desmoulins nella seconda, coi Grammont, Nourrv, Lacroil, Lapalu, Lassalle e la vedova Hébert.

Durante il tragitto, ella chiacchierò coi due compagni più giovani: Lapalu aveva ventisei anni e Lassalle ventiquattro. Ella scherzava con tanto brio da costringerli a sorridere più d'una volta. Il loro colloquio era turbato dal pianto della vedova Hèbert e dai due Grammont, che vilmente altercavano: il figlio rimproverava al padre di essere stato, coi suoi consigli e col suo esempio, cagione della sua morte. Nel terrore di cui era in preda, il giovane si lasciò trasportare fino a trattar suo padre da scellerato. - Signore - gli disse la cittadina Desmoulins - si pretende che voi abbiate insultato Antonietta nella carretta: non me ne stupisco; ma voi avreste dovuto serbare un poco della vostra baldanza per sfidare un'altra regina, la morte, alla quale andiamo incontro. - Il giovane Grammont le rispose ingiuriandola; ella si voltò dall'altra parte con disgusto. Quando venne la sua volta, ella salì il patibolo bravamente, impallidendo appena. Come Adamo Lux, che se ne andava con la persuasione che l'anima di colui che amava l'attendesse sull'altra riva, Dillon gridò: - Viva il re. -- Al momento di morire, Grammont intenerito volle baciare suo figlio; questi lo respinse.

" 25 germinale. Questa mattina ho mandato i capelli della cittadina Desmoulins a suo padre e a sua madre. Ho dato il pacchetto a un savoiardo, che ero andato a cercare alla barriera San Giacomo e con cui avevo parlato lungamente per esser sicuro che egli non mi conosceva e che non avrebbe potuto dir loro il nome di colui che metteva nelle loro mani queste reliquie. Probabilmente l'idea di dovermi una qualche riconoscenza avrebbe loro cagionato orrore.

LA GHIGLIOTTINA INFURIA

" 3 floreale. I grandi cittadini, gli uomini da bene si succedono senza interruzione sulla ghigliottina. Quanti ne divorerà essa ancora? Quelli che ci governano dovrebbero tuttavia accorgersi che questo macello quotidiano é divenuto odiosissimo. Gli invasati della ghigliottina hanno perduto essi stessi il loro calore e la loro rabbia, e quanto ai veri cittadini, è ben altra cosa che nel pluvioso. Quando le carrette passano, è come se passasse la peste: porte, finestre, botteghe tutto è chiuso, la via é deserta : quando noi la attraversiamo con la nostra muta di abbaiatori e di furie, si direbbe che entriamo nella città della Bella Dormente nel Bosco.
Oggi abbiamo condotto al patibolo il cittadino Lamoignon de Malesherbes, quegli che al tempo del, processo del Re aveva scritto così coraggiosamente alla Convenzione : « Io sono stato chiamato due volte al Consiglio di colui che voi state per giudicare, nei giorni che questa funzione era ambita da tutti; gli devo bene lo stesso servizio quando molta gente trova questa funzione pericolosa. » Egli era stato arrestato nella sua villa di Malescherbes insieme con tutta la sua famiglia; il presidente de Rosambo, giustiziato prima di lui, era il suo genero. Sua figlia e la sua nipotina sono state ghigliottinate oggi con lui. Dopo il suo arresto, lo si era chiuso nel carcere di Port-Libre; arrivandovi, incontrò un vecchio commesso del suo ministero che, tutto stupito, esclamò : - Voi qui, signore? - Egli rispose sorridendo : Sì, amico mio, nei miei vecchi giorni io divengo un cattivo soggetto e mi faccio mettere in prigione. -

Lamoignon-Malesherbes mi ricordò Socrate e Catone: egli morì con la sorridente fermezza di un saggio e con la calma che viene da una coscienza tranquilla. Nel momento in cui mi sono avvicinato a lui per invitarlo a sedere, egli caricava il suo orologio; continuò dicendomi:
- Sono con voi in un minuto - e mi seguì, rimettendolo nel taschino.
Quando gli si furono aggiustati i capelli e legate le mani, egli mi pregò di rimettergli la parrucca: non già perchè un'infreddatura, mi disse, avrebbe avuto per lui grandi inconvenienti, ma perché il freddo gli era spiacevole, ed egli vedeva bene che doveva morir calduccio com'era vissuto. Scendendo i gradini per uscire dalla Conciergerie, egli incespicò, e sarebbe caduto se non lo avessimo sorretto; rivolgendosi alle sue figliuole, disse:
- Ecco quello che si chiama un cattivo presagio; un Romano al mio posto sarebbe tornato indietro. - Le sue figliuole si posero accanto a lui nella carretta; il loro colloquio era oltremodo toccante; esse lo assicuravano che erano felici di morir con lui; Malesherbes parlava loro con una tranquillità ,che non si smentì un solo istante.

" 6 floreale. Questa mattina alle dieci, Clara Tabouillot e Barbara Henry sono state esposte sulla ghigliottina, dove ieri erano morte, fra i trentaquattro cittadini di Verdun, la loro madre e le loro sorelle. Esse dovevano restarvi per sei ore, ma dopo un'ora Barbara Henry é svenuta, e si dovette slegarla per farla tornare in sè. Clara Tabouillot era così pallida che tutti s'accorgevano del suo imminente deliquio. Si gridò : -- Basta! - debolmente sì; ma visto lo stato degli spiriti, questo grido é un sintomo che rianima un cuore onesto. Enrico si portò da FouquierTinville per avvertirlo di ciò che avveniva; Naudin, sostituto, gli ordinò di staccare le due giovani e di consegnarle ai gendarmi per ricondurle in prigione, ciò che fu fatto alla mezza dopo mezzodì.

" 9- floreale. Oggi il cittadino Fouquier s'è mostrato un uomo : il fatto è abbastanza raro perchè io lo consegni nelle mie note. Quando i suoi disordini lo forzarono a vendere la sua carica di procuratore allo Chàtelet, il luogotenente civile Angrand d'Alleray gli rese alcuni servizi; Fouquier se n'è ricordato. Angrand d'Alleray era stato incarcerato a Port-Libre: era un vecchio inoffensivo e rispettato da tutti: si poteva presumere che lo si sarebbe dimenticato. Disgraziatamente basta non solo avere un nemico tra i funzionari del Comitato di Sicurezza generale, ma avere un nome spiacente ad uno di questi cittadini, perché chi porta tal nome prenda senz'altro la via della Conciergerie, vale a dire del patibolo. In tal caso il funzionario mette l' incartamento in evidenza; e quando coteste scartoffie hanno importunato per tre o quattro volte lo sguardo dei nostri padroni, essi se ne sbarazzano a profitto dell'accusatore pubblico.

Fu così probabilmente che il nostro venerabile luogotenente civile fu portato davanti al tribunale; giacché Fouquier ha provato che egli non voleva la sua morte, osando raccomandarlo a Sellier, uno dei giurati meno arrabbiati. Mentre il presidente Dumas interrogava Angrand, che era accusato di aver trasmesso dei soccorsi ai suoi figli emigrati, Sellier prese la parola e fece osservare che forse il buon uomo non conosceva la legge che proibisce ogni comunicazione con quelli che hanno preso le armi contro la patria. Angrand respinse questa mano che si tendeva per salvarlo, e rispose con molta fermezza che quel tanto che gli restava di vita non valeva la pena d'essere comperato con una menzogna: egli conosceva la legge, ma le leggi della natura passano innanzi a quelle della Repubblica. Fu giustiziato, con trentadue altri condannati, quasi tutti magistrati e gran signori d'una volta.

" 17 floreale. La Convenzione ha emesso oggi un decreto che rinvia al tribunale rivoluzionario i «fermiers généreaux», gli intendenti generali, per esservi giudicati conforme alle leggi. Il cittadino Dupin, rappresentante, ha redatto il rapporto che formula nove capi d'accusa. I ventidue milioni che essi hanno abbandonato alla Nazione non li salveranno. Si parlava alla Casa di giustizia del processo di Elisabetta, sorella del defunto re, che si farebbe prossimamente. Essa sarà trasportata alla Conciergerie, i fanciulli resteranno al Tempio.

" 19 floreale. La sentenza sugli intendenti generali é stata pronunciata questa mattina. Quattro sono stati assolti, tutti gli altri, in numero di ventotto, condannati a morte, sono stati giustiziati alle due del pomeriggio; ne restano sei da giudicare. Fra loro c'era Lavoisier, un sapiente chimico. Egli chiese a Coffinhal, presidente, una proroga di quindici giorni per terminare un lavoro di scoperta che avrebbe avuto interesse per tutta la Nazione. L'alvergnate gli rispose:
- Il popolo non ha bisogno di chimica, e non si cura delle tue scoperte. -
La maggior parte di loro sembrava morire senza rimpianti; alcuni però si desolavano : non si é ricchi impunemente. Papillon d'Hauteroche diceva guardando la folla:
- Quello che mi amareggia e di aver così poco piacevoli eredi.

" 20 floreale. Madama Elisabetta é stata condotta questa sera alla Conciergerie. Mentre si apprestava una cella nel riparto delle donne, la si è deposta nella cancelleria, dove mio figlio l'ha veduta : ella é molto dimagrita e molto pallida. Era seduta e leggeva un libro di preghiere, senza accorgersi del movimento che si svolgeva intorno a lei. Ella deve essere interrogata questa notte da Fouquier-Tinville. Il processo comincia domani.

" 21 floreale. Ho assistito a una parte dell'udienza in cui fu condannata la sorella del defunto re. Dumas presiedeva. Mille voci circolano a proposito di questo processo. V'ha di quelli che pretendono sapere che Robespierre sarebbe stato a visitare Madama Elisabetta al Tempio e le avrebbe fatto intendere che dipendeva solo da lei il risalire sul trono dei suoi padri, purchè accettasse la sua mano; ella lo avrebbe cacciato, e la sua indignazione legittima sarebbe la cagione della sua morte. Conviene essere ben sempliciotti per credere che un uomo di cui nessuno contesta l' intelligenza abbia arrischiato un simile passo. Altri invece assicurano che egli si é costantemente opposto nei comitati a questo processo, per lo meno inutile. A giudicar dai riguardi di Dumas per la povera donna, io propenderei per quest'ultuna opinione. Il contegno della principessa davanti al tribunale non somigliava a quello di Maria Antonietta. Questa, col suo occhio fisso e fiero, con la piega altera del suo labbro inferiore, non aveva mai rappresentato meglio la regina. Col suo sguardo velato, che pareva sempre cercare il cielo, anche quando Fouquier la accusava di essersi associata a tutti i complotti della sua famiglia e le prodigava gli epiteti più oltraggiosi, la ex principessa somigliava a una santa discesa dal paradiso. Essa rispose con molta calma e con molta presenza di spirito a tutte le domande.

Poichè la si accusava di aver medicato le ferite delle guardie nazionali che, ai campi Elisi, prima del 10 agosto, avevano attaccato i marsigliesi , ella disse:
- Non ho mai saputo che mio fratello abbia ordinato d'assassinare chicchessia; se mi é avvenuto di prestar soccorso ad alcuni feriti, l'umanità sola mi ha condotto a cercare di medicarli. lo non dovevo informarmi della causa dei loro mali per occuparmi del loro sollievo. Non me ne faccio un merito; ma non so immaginare che si possa farmene una colpa.

Poichè una cospirazione non procede mai senza complici, ventitre accusati erano stati aggruppati con la principessa. lo ho abbandonato l'udienza mentre si procedeva al loro interrogatorio. Era l'una del pomeriggio. Verso le tre, Desmorets, che era rimasto là, venne a dirmi che erano stati condannati tutti, dopo soli venticinque minuti di deliberazione. Egli mi portava l'ordine di provvedere immediatamente all'esecuzione della sentenza. Stavo per entrare nella stanza di Richard quando vidi una donna seduta che si teneva un fazzoletto sul volto : dalla sua veste la riconobbi per la ex principessa, e mi ritirai, temendo che qualcuno nominandomi non le desse l'angoscia di vedermi all'improvviso.
Richard mi raccontò che la mattina dell'udienza, scendendo dal tribunale, essa aveva parlato lungamente con sua moglie : si informava dalla Richard sulla vita della regina alla Conciergerie; voleva conoscere tutti i particolari della sua morte. La Richard mi raccontò che la narrazione aveva tanto intenerito la principessa da renderla completamente dimentica di sé, quasi non pensasse che la aspettava la stessa sorte.

Mentre mio figlio Enrico e gli aiutanti preparavano gli altri condannati nell'anticamera della cancelleria, Richard venne ad avvertirla che era l'ora; ella disse addio alla Richard con bontà, ma senza quello slancio che all'ultimo momento aveva spinto Maria Antonietta, tanto più fiera in apparenza, ad abbracciare la figlia di Bault, che l'aveva servita.
Richard condusse madama Elisabetta al deposito delle donne. Vi entrai poco dopo. Ella era già seduta, i capelli sciolti e pendenti sulle spalle; aveva ripreso il libro, pregava e si batteva il petto, benché dopo una così santa vita verosimilmente non avesse a temere della misericordia di Dio. Aveva lunghi e folti capelli castani. Nel momento che mi accingevo a prenderle le mani per legarle, ella fece il segno della croce. Non la trovai così dimagrita come mi aveva detto Enrico e come mi era sembrato all'udienza. La sua figura era un po' robusta, come quella del re; il suo viso molto calmo. La carnagione, perduto ogni colorito, era divenuta d'un bianco opaco che dava risalto alla limpidità dei suoi occhi azzurri.

Quando ella entrò nell'anticamera, tutti i condannati si inchinarono; le donne che piangevano tacquero; ella chiamò a sé uno dei fratelli Loménie e gli parlò, ma non sentimmo ciò che gli diceva. Dopo alcuni minuti di quel colloquio, ella abbassò la testa, e vedemmo sulle labbra di Loménie che egli mormorava una preghiera, senza dubbio un'assoluzione, giacché egli era vescovo.
Durante il tragitto, il vescovo Loménie le parlava di Dio, ella gli disse sorridendo:
- Vi siete abbastanza occupato della mia salute; la carità non deve farvi dimenticare la cura della vostra anima, monsignore.
Come capo del complotto, giacché i giurati avevano trovato un complotto, ella doveva essere giustiziata ultima; Lucray mi aveva dato a questo proposito istruzioni molto severe. Ella restò sulla piazza, in mezzo ai gendarmi, mentre i suoi compagni subivano il supplizio. La guardai più volte; ella pregava sempre, col viso rivolto al patibolo, ma senza che alcun rumore la facesse alzare gli occhi. Il giovane Montmorin e il domestico Lhote gridarono : - Viva il re -, ciò eccitò gran furore nel pubblico. A ogni discesa del coltello, si levarono applausi e grida di «Viva la nazione! ». La principessa, assorta in più alti pensieri, sentiva quelle grida e quegli applausi con indifferenza.

Quando venne la sua volta, ella ascese i gradini con passo molto lento; aveva un leggero brivido; la testa era inchinata sul petto. Nel momento che ella fu dinanzi all'asse, uno degli aiutanti sciolse il fisciù che le copriva le spalle. Ella fece un movimento ed esclamò con un sublime accento di pudore
- Oh, signore, per pietà!...
Quasi subito fu legata sull'asse, che si abbassò subito: e la testa cadde. Ella fu sepolta a Mousseaux con gli altri condannati, alle undici di sera; si sparse molta calce sul suo corpo, come si era fatto per il re e per la regina.

" 23 floreale. Si dice che i prigionieri si agitano nelle prigioni, che bisogna spazzarli, che essi vi fanno complotti per rovesciare la Repubblica. In ciò non v'é nulla che mi stupisca: da quello che vedo alla Conciergerie, indovino ciò che deve succedere nelle altre carceri. Dappertutto si sono messi agenti provocatori che non hanno altra missione che quella di far chiacchierare i prigionieri; essi li riscaldano, con la speranza del riacquisto della libertà, il che si capisce, essendo oggi la libertà e la vita una cosa sola; allora, per una parola, per una speranza, per un' imprecazione, il falso fratello guadagna il suo denaro denunziando il disgraziato e fabbricando una pretesa cospirazione.
Per conto mio, mi si son dati sedici aiutanti. Ciò che diviene più rattristante, si è che tutto quanto concerne il nostro servizio viene organizzato assolutamente come se tutto dovesse durar sempre a questo modo.

" 29 floreale. Oggi mi è venuto un pazzo, arrabbiato di meccanica e di patriottismo, per pregarmi di esaminare il modello di una ghigliottina a tre coltelli da lui fabbricata; se io sapessi ancora ridere, i suoi discorsi mi avrebbero dato molto -spasso. Egli vedeva niente meno che il Pantheon come premio della sua scoperta.

" 14 pratile. Agenti del Comitato, di quella gente che in altri tempi noi chiamavamo semplicemente «mosconi», sono mescolati a quelli che ci seguono sulla piazza della Rivoluzione. Ogni giorno essi redigono un rapporto di ciò che é avvenuto intorno al patibolo. Se é veritiero il resoconto di ciò che han veduto, non devono esser soddisfatti quelli che li mandano. Il popolo ha sempre maggior disgusto per queste carneficine. Non si chiudono più soltanto le case; si levano mormorazioni. Ieri si é gridato «basta»; oggi, alla seconda esecuzione, é partito dalla folla un gran fischio. E' vero che subito si reagì con applausi e grida di «Viva la Repubblica »; ma un mese addietro nessuno avrebbe osato tanto.

" 17 pratile. Il cittadino Robespierre é stato per la seconda volta e all'unanimità rieletto presidente della Convenzione. Malgrado questa unanimità, i Comitati sono discordi com' erano prima della morte di Danton. Billaud-Varennes, Collot, Vadier, Amar, Voulland, sono in rivolta contro l'ascendente che Robespierre ha preso sulla Convenzione e a bassa voce lo accusano di essere un tiranno. Robespierre é molto indignato di questa che egli chiama una perfidia; l'ha dichiarato ad alcuni dei suoi intimi. Quelli che vogliono sperare, anche quando non c'é più speranza, affermano che egli approfitterà di queste manovre ostili per romperla coi terroristi e assumere la parte che egli non ha voluto lasciar prendere a Danton; essi dicono che nell'imminente festa dell'Essere Supremo, egli lascerà alfine cadere la parola clemenza. Oggi tutto viene da lui e tutto va a lui: i settantatré deputati incarcerati dopo il 31 maggio vivono per sua grazia; la moderazione sua verso di loro, conciliandogli quella che si chiama la pianura della Convenzione, gli assicura una maggioranza compatta. Nessun dubbio che egli possa imporre la sua volontà non soltanto ai Comitati, ma alla Francia. Lo vorrà egli?

" 21 pratile. La festa dell'Essere Supremo si é celebrata ieri; ma il suo pontefice non ha lasciato cadere le parole di misericordia che s'aspettavano da lui. Noi abbiamo smontato il patibolo nella notte è ritirato di esso fino all'ultimo pezzo, ciò che aveva contribuito non poco a dare credito alle voci di amnistia. A mezzanotte abbiamo cominciato a rimetterne in piedi l'impalcatura, quando ancora attardati portatori di ghirlande passavano per i Campi Elisi, e poche ore dopo il coltello cadeva ventidue volte.


Il giornale del mio avo continua fino al 9 messidoro, e bruscamente finisce, senza che egli abbia determinato le ragioni che lo decisero a sospenderlo. Egli non menava vanto di sensibilità, e tuttavia la sua robusta costituzione, quell' inflessibilità del suo cuore davanti alla morte, che non manca di accusare egli stesso, non avevano resistito alla violenza delle impressioni quotidiane. Dopo l'esecuzione delle camicie rosse, una crisi della terribile malattia che, alcuni mesi dopo messidoro, doveva deciderlo a rinunciare alle sue funzioni, l'aveva già costretto a mettersi a letto. Suo fratello, che in quei casi lo sostituiva, racconta che in quell'epoca, la più critica di tutto il periodo rivoluzionario, egli era pallido, agitato, inquieto; cercava la solitudine, e molto spesso la solitudine gli era cagione di inesplicabili spaventi. Ogni rumore inaspettato gli dava un brivido. Egli non raccontava più a sua moglie e ai suoi figli le scene delle quali era stato testimonio.

In quell'epoca, il solido Fouquier aveva anche lui delle debolezze, puramente nervose, è vero: un giorno - mentre si architettavano i processi per le « cospirazioni delle prigioni », e solo al Lussemburgo si denunziavano cento e cinquantaquattro cospiratori, e le esecuzioni quotidiane non ascendevano mai a meno di trenta al giorno, e una volta toccarono le sessanta - un giorno Fouquier raccontava a un membro del Comitato che venendo alle Tuileries aveva creduto veder la Senna travolgere flutti di sangue. E mentre egli parlava, il suo interlocutore notava che egli era pallido più di uno spettro e che i capelli gli si erano drizzati sul capo.

IL 9 TERMIDORO

Il dubbio in cui si era sulle vere intenzioni di Robespierre diveniva per i membri della Convenzione più spaventevole che non sarebbe stata una proscrizione immediata. Dove avrebbe egli preso il suo nuovo tributo di teste? Sarebbe stato a destra? Sarebbe stato a sinistra della Convenzione?
L'abile dissimulazione del triunviro doveva volgersi contro di lui.
Egli aveva avuto dapprima per avversari gli amici di Danton e di Camillo, alcuni deputati della « pianura » che non avevano dimenticato il 31 maggio, e i rappresentanti che aveva attaccato direttamente per la loro condotta nelle missioni. Le sue pretese all' incorruttibilità, le sue forme dogmatiche e assolute, l'autorità conquistata, le serie qualità d'uomo di Stato, che lo designavano al più alto ufficio, non meno che la sua ambizione e il suo disdegno per i pregiudizi della giustizia e dell'umanità, gli avevano creato molti invidiosi; quando ognuno si potè credere minacciato, quando molti ebbero il diritto di supporre che la libertà era in pericolo quanto le loro teste, questi e quelli si trovarono riuniti in una inimicizia implacabile.

Tallien era il più accanito : egli aveva due vite da difendere: la sua e quella d'una donna che egli amava: la signora di Fontenay, figlia del banchiere Cabarrus, arrestata per ordine diretto di Robespierre, e che dal fondo della sua prigione scriveva a Tallien : « Morrò colla vergogna di avere amato un vile come voi. »
Ben presto tutta la Montagna fu unita in un pensiero comune, che la caduta dei triunviri - quando si parlava di Robespierre, erano sempre sottintesi anche Saint-Just e Couthon - diveniva necessaria alla salvezza di tutti. Tuttavia, appoggiato sulla «pianura » e sui pochi montagnardi isolati che gli restavano fedeli, Robespierre dominava ancora l'assemblea con la maggioranza: si trattava dunque di assicurarsi il concorso di questi deputati. A quelli con cui avrebbero votato i rappresentanti che si erano bollati dei titolo di « rospi della palude » sarebbe appartenuta la vittoria; quelli che essi abbandonassero, avrebbero avuto la ghigliottina.

Fouchè, Tallien, che s'erano incaricati di guadagnare la pianura, la presero dapprima per il suo debole, la viltà. La virilità della frazione moderata della Convenzione era stata annientala coi Girondini : non furono nè i lutti, né i rimorsi, nè la vergogna, nè la collera a trionfare delle sue vaghe simpatie; furono più di tutti i sentimenti umani, la paura. Le si fecero leggere liste di morte sulle quali erano scritti i nomi dei suoi membri più influenti; la si persuase che Robespierre meditasse contro di essa una seconda edizione del 31 maggio.

I Comitati portarono i primi colpi : - essi proposero alla legge di pratile una modificazione un po' vaga, ma che colpiva tuttavia questa legge di origine robespierriana; soppressero l'ufficio della polizia generale, sul quale Herman aveva la mano, riunendolo alla polizia del Comitato di sicurezza pubblica; e allontanarono da Parigi una parte degli artiglieri addetti alle sezioni capitanate da Henriot e partigiane di Robespierre.
Questi da parte sua si preparava alla lotta; aveva richiamato Saint-Just dall' esercito, e confidando nel suo ascendente oratorio, egli preparava il discorso che doveva smascherare e annientare i suoi nemici. Un tentativo di conciliazione fattosi il 5 termidoro in seno ai Comitati non servì che ad accusare più profondamente le discordie dei componenti; il 6 e e il 7, i giacobini si agitarono e si levarono contro le tendenze degli avversari di Robespierre, e il giorno 8 vi fu il primo cozzo tra i due partiti.

Le manovre degli avversari di Robespierre erano necessariamente segrete. «Bisognava dissimulare col tiranno vestito della porpora dal popolarismo », aveva detto Barrère; le conferenze della coalizione restavano misteriose, e tuttavia la moltitudine aveva presentito gli avvenimenti; era nell'aria la sensazione della lotta che stava per impegnarsi. L'8 termidoro, una folla immensa era accorsa alla Convenzione; essa inondava le tribune, traboccava nei corridoi, copriva tutte le vie adiacenti al palazzo.
Robespierre comparve alla tribuna e incominciò il suo discorso. Era un'opera laboriosa, a cui egli aveva consacrato parecchie settimane: ed era tuttavia molto oscuro. Pareva meditato così lungamente soltanto allo scopo di riuscire a meglio nascondere il pensiero di chi lo pronunciava. Col cuore amareggiato dall'esperienza di tanti tradimenti, egli diceva, credo alla necessità di fare appello alla probità e a tutti i sentimenti generosi in soccorso della Repubblica. Sento che dovunque si trovi un uomo da bene, dovunque egli s'assida, bisogna tendergli la mano e stringerlo al cuore. Poi, credendo d'aver inquietato i partigiani dei rigori rivoluzionari egli si volgeva verso di loro e diceva :
- Lasciate per un momento allentare le redini della rivoluzione; voi vedrete che il despotismo se ne impadronirà, e che i capi delle fazioni rovesceranno la rappresentanza eletta.

Tutto ciò incorniciato da quella eterna apologia di sé stesso che si trova in tutti i discorsi di Robespierre. Respingeva con veemenza, l'accusa di aspirare alla dittatura, e passando poi dalla difesa all'attacco, sollevava il perpetuo fantasma delle cospirazioni, e senza designare alcuno, chiedeva alla Convenzione di schiacciare la fazione e di punire i traditori.
Nel pensiero di Robespierre, questo discorso doveva certamente servire da esordio a un altro discorso di Saint-Just, a cui lasciava la cura di designare le teste da abbattere.

Lecointre, uno dei minacciati, domandò la stampa del discorso di Robespierre : sarebbe stato dargli la sanzione dell'Assemblea. Bourdon, de l'Oise, si oppose alla stampa e domandò il rinvio ai Comitati, ciò che sottometteva l'esame degli attacchi a quelli che erano stati attaccati. La discussione si impegnò; un discorso di Couthon strappò il voto dell'Assemblea, che decise non solo la stampa, ma I' invio a tutti i Comuni della Repubblica.
Questa mobilità spaventò i rappresentanti, la cui esistenza poteva dipendere da un altro voto, che un altro discorso poteva strappare alla Convenzione; essi si ricordarono della parola di Danton; compresero che solo l'audacia li poteva salvare, e per la prima volta Robespierre incontrò non soltanto resistenza, ma accuse dirette e precise.

Ecco Cambon terminare così il suo discorso:
- « E tempo di dire tutta intera la verità; un uomo solo paralizzava la volontà della Convenzione nazionale; l'uomo è quegli che or ora ha tenuto un discorso; é Robespierre; giudicatene. »

Ecco Billaud-Varennes che esclama:
- « Bisogna strappare la maschera, qualunque sia il viso che la porti; amo meglio che il mio cadavere serva da trono a un ambizioso, che non divenire, col mio silenzio, complice dei suoi trascorsi.»

Ecco Carlier che gli getta questa apostrofe:
-
«Quando uno si vanta di avere il coraggio della virtù, egli deve avere quello della verità. »

Ecco Thirion dichiarare:
- "....di non comprendere come Robespierre solo potrebbe aver ragione contro tutti i suoi colleghi"
e la Convenzione tutta applaude.

I rumori, di minaccia o di scherno, che erano corsi sui banchi della Convenzione durante questa scaramuccia, potevano premunire Robespierre sulla tempesta di domani; parve che egli li avesse considerati soltanto come uno di quei passeggeri capricci che confermano la docilità di una assemblea. Tornato a casa, secondo Luigi Blanc, egli si mostrò molto sereno. Andò poi a passeggiare ai Campi Elisi con la sua fidanzata. Camminarono per qualche tempo in silenzio, seguiti dal fedele Brount. Eleonora era triste e pensierosa. Robespierre le faceva notare che il sole al tramonto era molto rosso. -
_ E' il bel tempo per domani ella disse.

Dopo quella passeggiata, egli andò a trionfare ai Giacobini. Vi lesse il suo discorso, che fu accolto da acclamazioni frenetiche. L'entusiasmo fece sbocciare le risoluzioni più minacciose; fu proposto di liberare la Convenzione, come si era fatto il 2 giugno. Da parte loro i robespierristi della Comune, precipitando il movimento, autorizzavano Henriot a far prendere le armi alle sette del mattino a un corpo scelto di guardie nazionali.

Due membri dei Comitati, Collot d'Harbois e Billaud-Varennes, avevano assistito alla seduta dei Giacobini; ne uscirono smarriti. Fatto ritorno alla sala dei Comitati, vi trovarono Saint-Just che, con la sua audacia impassibile, si era stabilito in mezzo al campo nemico per meglio osservarlo. Ecco come de Thoulongeon racconta la scena che seguì tra loro:
- « Durante il tempo che aveva preceduto il ritorno di Collot d'Herbois e del suo collega, SaintJust era rimasto a scrivere sulla tavola dove gli altri membri del Comitato erano in seduta con lui. Nella vivacità dell'alterco che sorse tra loro e Saint-Just, questi si affrettò a ritirare lo scritto che aveva cominciato. Tale movimento diede sospetto. I suoi colleghi afferrarono i fogli; vì trovarono la loro denuncia; allora si assicurarono di lui, chiusero le porte e decisero di guardarlo a vista prolungando la seduta per tutta la notte. Egli stesso s'impegnò a non far uso del suo scritto; ma il mattino, all'ora che la Convenzione stava per riunirsi, egli riuscì a sottrarsi alla vigilanza dei suoi custodi.

La seduta della Convenzione incominciò a mezzodì. I Comitati deliberavano ancora, quando si venne ad avvertirli che, mancando alla parola data, Saint-Just legge il suo rapporto alla Convenzione; ne aveva letto poche righe e già Tallien lo aveva interrotto.

Lascio parlare, il Moniteur su questa scena, una delle più palpitanti della storia moderna.

« Tallien. - Domando la parola per una mozione di ordine. L'oratore ha incominciato col dire che egli non apparteneva ad alcuna fazione. Io dico la stessa cosa: io non appartengo che a me stesso, alla libertà... Ieri, un membro del Governo se n'é isolato, ha pronunciato un discorso in suo nome particolare; oggi un altro fa la stessa cosa... Domando che il velo sia interamente lacerato. » (Si applaude tre volle, molto vivacemente).

« Rillaud-Varenne. - Domando la parola per una mozione d'ordine. Ieri la società dei Giacobini era piena di uomini appostati, poichè nessuno aveva la sua legittimazione. Ieri si é sviluppata in questa società l'intenzione di scannare l'assemblea. Ieri vi ho veduto uomini che vomitavano apertamente le infamie più atroci contro quelli che non hanno mai deviato dalla Rivoluzione. Vedo sulla Montagna uno di quegli uomini che minacciavano i rappresentanti del popolo. Eccolo! (e indica Robespierre)
(Da tutte le parti si levano voci: Arrestatelo! Arrestatelo! in mezzo ai più caldi applausi)....
« Voi fremerete d'orrore quando saprete che la forza armata è affidata a mani parricide: quando saprete che il capo della guardia nazionale è stato denunziato ai Comitato di salute pubblica, dal tribunale rivoluzionario, come complice di Hébert e infame cospiratore.
« Quando Robespierre vi dice che egli si é allontanato dal Comitato perché vi era oppresso, egli ha cura di non farvi conoscer tutto...
« Si vorrebbe distruggere, mutilare la Convenzione, e questa intenzione è tanto reale, che si era organizzato uno spionaggio sui rappresentanti del popolo che si volevano scannare. E infame il parlare di giustizia e di virtù quando la si sfida.
(Robespierre si slancia verso la tribuna).
« Gran numero di voci: - Abbasso! Abbasso il tiranno!
« Io domandavo poco fa che si lacerasse il velo: vedo con piacere che esso é lacerato interamente, che i cospiratori sono smascherati, che essi saranno annientati ben presto, che la libertà trionferà. (Forti applausi.) Il nemico della rappresentanza nazionale cadrà sotto i suoi colpi. Non ho serbato il silenzio se non perchè sapevo da un uomo che avvicinava il tiranno della Francia che egli aveva compilato una lista di proscrizione. Non ho voluto recriminare, ma ho veduto ieri la seduta dei Giacobini; ho veduto formarsi l'esercito del nuovo Cromwell, e mi sono armato d'un pugnale per spaccargli il petto, se la Convenzione non avesse il coraggio di decretarne l'arresto (Fragorosi applausi)....
«Accusiamolo con leale coraggio al cospetto del popolo francese... Io faccio appello a tutti i vecchi amici della libertà, a tutti i vecchi Giacobini, a tutti i patrioti, perchè si uniscano a noi nel difendere la libertà ».

Tallien domandò l'arresto di Henriot e di tutto il suo stato maggiore, e il sedere dell'Assemblea in permanenza. Le sue due proposte sono approvate tra i più vivi applausi e tra grida di : «Viva la Repubblica! » Billaud-Varennes chiede alla sua volta l'arresto di Dumas, di Boulanger, di Dufraisne; esso è decretato.
Robespierre, che vede la corrente della proscrizione muovere verso di lui, insiste per avere la parola, ma invano: la sua voce é soffocata da nuove grida : « Abbasso il dittatore! Abbasso il tiranno! »
Due membri dei Comitati, Barrére e Vadier, parlarono lungamente e mollemente. Essi volevano umiliare Robespierre; ma, come già nella seduta della notte, non erano decisi ad abbatterlo. Vincitori con l'aiuto della Destra, il potere sfuggiva loro anche più sicuramente che se fossero stati vinti.
Tallien comprese le conseguenze mortali di questa tattica; egli gridò
- Domando la parola per ricondurre la discussione al suo vero punto.
Robespierre:
- Saprò ben io ricondurla. (Mormorii).

Tallien:
- "Cittadini, non é su fatti particolari che io debbo in questo momento richiamare l'attenzione della Convenzione; é sul discorso pronunciato ieri in quest'aula e ripetuto poi ai Giacobini. State bene attenti. E là che io incontro il tiranno; é là che io trovo tutta la cospirazione; è, in quel discorso che con la forza della verità, della giustizia e della Convenzione, io voglio trovare le armi per atterrare quest'uomo di cui erano tanto vantati la virtù e il patriottismo, ma che si era veduto, all'epoca memorabile del 10 agosto, non farsi vivo che tre giorni dopo la rivoluzione; quest'uomo che, dovendo essere nel Comitato dì salute pubblica il difensore degli oppressi, che, dovendo essere al suo posto, l'ha abbandonato da quattro decadi, per venir a calunniare i Comitati che salvavano la patria".

Assalito da questo avversario, che egli sa implacabile, Robespierre perde tutto il sangue freddo; egli interrompe Tallien con le sue grida, con le sue insistenze per ottenere la parola; l'Assemblea gli risponde con mormorii violenti, e un membro della Montagna, Louchet, dominando il tumulto, getta, la frase che nessuno ancora aveva osato pronunciare:
- Domando il decreto d'arresto contro Robespierre.
Louseau:
_ Consta a tutti che Robespierre fu dominatore. Domando solo per questo il decreto d'accusa.
Louchet:
- La mia domanda è appoggiata; ai voti l'arresto.
Robepierre junior
- Io sono colpevole quanto mio fratello, io ho comuni con lui le virtù; domando il decreto d'arresto anche contro di me.
Robespierre:
- Presidente di briganti, concedimi la parola, o dichiara che vuoi assassinarmi.

Collot, che presiede, agita il campanello: Carlo Duval si rivolge a lui
- Presidente, sarà un uomo il padrone della Convenzione?
Robespierre, pallido, livido, vuole interrompere Billaud-Varennes, che è succeduto a Tallien sulla tribuna; i suoi sforzi per dominare il tumulto sono impotenti; sia sfinimento, sia commozione, egli non articola che grida rauche, inintelligibili
- Il sangue di Danton ti soffoca! gli grida Garnier de Saintes.

Un silenzio succede a questa terribile apostrofe; Robespierre ne approfitta:
- Voi siete dei vili! egli dice alla Montagna. E volgendosi alla Pianura:
- A voi mi rivolgo, uomini puri, alla virtù mi rivolgo, non ai briganti...

Thuriot, un altro dantonista, che é succeduto nella presidenza a Collot d' Herbois, scuote il campanello, gli impedisce di continuare; e da ogni parte si grida - L'arresto! L'arresto!
Esso è posto ai voti, e votato all'unanimità.
Louchet:
- Noi abbiamo inteso votare l'arresto dei due Robespierre, di Saint-Just e di Couthon.
Lebas:
- Non voglio condividere l'ignominia di questo decreto. Domando anch'io d'essere arrestato.
Fréron:
- Cittadini e colleghi, patria e libertà in questo giorno risorgono dalle loro rovine.
Robespierre:
- Si, perché i briganti trionfano.

Furono le sue ultime parole alla Convenzione.


L' ESECUZIONE DEL 9 TERMIDORO

Un vago rumore aveva portato qualche speranza ai quarantacinque disgraziati che il tribunale condannava nel momento stesso che Robespierre e i suoi erano colpiti dal decreto d'accusa.
Le angosce di quella povera gente, che la fatalità stava per uccidere nel momento che il presagio di tutti salutava l'ora della risurrezione, mio nonno e mio padre le dividevano. La voce dell'arresto di Robespierre era stata diffusa prematurarnente nel mattino; smentita, essa aveva ripreso consistenza verso le quattro del pomeriggio, e alle cinque, proprio mentre i condannati erano condotti nell'anticamera della cancelleria, un aiutante veniva ad avvertire che il sobborgo Sant'Antonio era in fermento: quasi al momento stesso un ufficiale d'Henriot si presentava alla Conciergerie e portava via la maggior parte dei gendarmi destinati a scortar le carrette.

Fino a quell'istante, Carlo Enrico Sanson cercava istintivamente di guadagnar tempo. Ma non vedendo venire alcun contrordine, egli non lasciò sfuggire il pretesto di ritardare di ventiquattr'ore l'esecuzione. Salì a palazzo; Fouquier-Tinville era uscito da poco, ma gli si indicò la casa dove era andato a pranzare. Mio nonno incontrò il pubblico accusatore ancora per via, ed esagerando l'effervescenza dei sobborghi, gli propose di rinviare al domani le esecuzioni. Fouquier con un gesto d'impazienza gli rispose:
- Questo non ci riguarda. La sentenza é pronunciata; nulla potrebbe fermare la giustizia sulla sua strada. - E continuò la sua via.

Carlo Enrico Sanson tornò alla Conciergerie a testa bassa. I funebri preparativi della toilette erano terminati; i quarantacinque erano acconciati per la morte. Aspettavano: gli uni piangendo, gli altri pregando o fantasticando: tutti in un'ansietà più facile a comprendere che a descrivere.
Mio nonno diede il segnale della partenza. Uscendo, disse a Lariviére:
- Non andremo oltre la Bastiglia; il popolo è tanto stanco di tutto ciò che ce li prenderà. Confermo che io non correrò loro dietro, e tu nemmeno.
L'ufficiale di Rerriot aveva lasciato sei gendarmi per accompagnare le carrette. Ma nella via Sant'Antonio questi furono chiamati da un distaccamento d'altri gendarmi che correvano al galoppo, con la sciabola in pugno, e non esitarono un istante a raggiungerli.

Nulla dunque poteva opporsi più al movimento di liberazione dei prigionieri, che mio nonno attendeva dalla moltitudine.
Sulla riva del fiume, nella via Sant'Antonio, si era udito qualche grido di « Grazia! Basta con la ghigliottina! », ma questo era stato tutto. Sulla piazza della Bastiglia, la folla era compatta, e le grida divenivano più numerose, più veementi. Mio nonno, che era nella prima carretta, si chinò verso un giovane chiamato Couter de Doulot, che era accanto a lui, e gli disse a mezza voce - Fra poco, mi pare, le nostre parti potrebbero invertirsi, e noi potremmo cambiare di posto.

L'intelletto del giovane era scombussolato dal terrore della morte che egli parve non comprendere.
-- Sì, ripetè Carlo Enrico Sanson, se io fossi al vostro posto e voi ai mio, non so se resisterei a una così bella occasione di divenire da ghigliottinato ghigliottinatore.
Couter de Boulot guardò mio nonno con occhi spenti, inebetito; ma una donna aveva perfettamente afferrato l'intenzione di quella parola, e tosto, rivolta alla folla, ella si pose a gridare
- Grazia, cittadini; non siamo nemici del popolo; liberateci, liberateci!

A questa invocazione, le preghiere, le suppliche scoppiarono da tutte le carrette; i condannati tutti scongiurarono il popolo di restituirli ai bambini che erano per divenire orfani, alla madre di cui essi erano il sostegno, alla patria, questa madre comune, che essi giuravano di amare e di difendere.
Il popolo non aveva che da volere, ma esso non volle, varie testimonianze di compassione, inutili grida di grazia, risposero solo ai lamentevoli appelli dei disgraziati. Vi fu un momento che, sotto la pressione delle masse, gli spettatori più vicini bloccavano così tanto le carrette da impedire a queste di muoversi né avanti né indietro. Quasi subito e subendo l'effetto d'un incredibile panico, come se le ruote o i fianchi di quelle vetture fossero stati di ferro rovente, tutti i più vicini si ributtarono indietro, la prima fila sfondando la seconda, tutti discostandosi disperatamente. Il vuoto si fece intorno ai veicoli, che non ebbero più una ragione, un pretesto qualsiasi per sospendere il loro cammino verso il patibolo.

Tale fu questa esecuzione del 9 termidoro, sfigurata dagli storici, poetizzata dagli artisti della penna e del pennello. Fu inesattamente asserito che i cittadini erano intervenuti per fermare le ultime carrette, che Henriot e il suo stato maggiore avevano fatto una carica per disimpegnarla, che la via della ghigliottina era stata aperta a colpi di sciabola. Il tragitto dalla Conciergerie al luogo delle esecuzioni si effettuò come io l'ho raccontato. Il racconto è meno pittoresco, che altre narrazioni, lascia un'impressione più triste; ma almeno è vero.

LA FINE DI ROBESPIERRE

Rientrando a casa alle otto di sera, mio nonno e mio padre trovarono un ordine di Fouquier che li chiamava al Palazzo di giustizia. Vi si recarono, ed egli ordinò che restassero, essi e i loro aiutanti, in permanenza tutta la notte.
Il fiuto di Fouquier-Tiuville era sicuro: egli sentiva un'ampia imbandigione per il domani; che i suoi amici o i suoi nemici ne facessero le spese, era quello di che lo strano personaggio meno si dava pensiero.
I rappresentanti arrestati erano rimasti per qualche tempo rinchiusi in uno dei gabinetti del Comitato di sicurezza generale: di là erano stati condotti, Robespierre al Lussemburgo. Saint-Just agli Scozzesi, Couthon alla Bourbe, e Robespierre junior alla Force.
Nel momento che uscivano dalle Tuileries, Henriot e i suoi aiutanti di campo vi entravano, legati e ammanettati, tutti ubriachi o giù di lì, essi avevano tentato di sollevare il popolo. Incontrato Merlin de Thionville, essi lo avevano fatto arrestare; ma in via Sant'Onorato, due rappresentanti, Robin de l'Aude e Courtois, avevano ordinato in nome della Convenzione ai soldati della scorta di impadronirsi del loro capo: alla magica potenza di tal nome quegli avevano obbedito, e la spada dei robespierristi era prigioniera.

Da parte sua, la Comune aveva proclamato l'insurrezione, chiuso le barriere, mandato emissari a tutte le sezioni per raggrupparle e lanciarle sulla Convenzione. Si batteva la diana, e la squilla dell'Hotel-de-Ville suonava a distesa. I giacobini frattanto si mettevano in rapporti colla Comune. Una parte della guardia nazionale, gli artiglieri, si era dichiarata per Robespierre e puntava i cannoni sulle Tuileries. Col loro aiuto, Coffinhal, che cercava Robespierre, penetrato negli uffici del Comitato, vi aveva trovato Henriot e lo aveva fatto liberare. Questi monta a cavallo e riprende il comando dell'insurrezione; ma invece di marciare direttamente sull'Assemblea, egli corre all'Hotel-de-Ville per concertarsi con Robespierre, che il guardiano del Lussemburgo s'era rifiutato di ricevere e che era stato liberato all'amministrazione di polizia dove si trovava.

La poca iniziativa di Henriot in questa circostanza salvò la Convenzione. Dinanzi all'imminente pericolo, quei rappresentanti già così indecisi e timidi spiegarono un grande coraggio e una vigorosa energia.
Collot d'Herbois presiedeva. Il pubblico che gremiva le tribune comprese che la sala della Convenzione stava per divenire il teatro d'un combattimento, e fuggì con tanta precipitazione che parecchie persone rimasero ferite. Goupilleau, Elia Laconte, annunziano l'insurrezione, la liberazione di Robespierre e d'Henriot; domandano che i rappresentanti sottrattisi al decreto, il generale e i municipali ribelli siano messi fuori della legge. In questo pericolo, da tutti abbandonata, la Convenzione, così pusillanime pochi giorni prima, ritrovò una calma e una fermezza-eroica. Barras fu nominato comandante della forza armata; gli si aggregarono sei commissari che dovevano recarsi alle varie sezioni per invocarne l'aiuto alla Convenzione; giacchè questa, nominando il suo generale, non sapeva ancora se avrebbe avuto un soldato da dargli.

Lo spirito delle sezioni fortunatamente non era più con Robespierre. Gli emissari del Comune avevano preceduto i commissari della Convenzione in ciascuna sede; ma esse avevan rifiutato il loro concorso ai magistrati della municipalità. Solo i sobborghi Saint-Marceau, Saint-Antoine e Saint-Martin, mandarono uomini e cannoni all'Hotel-de-Ville : ma anche questi, fra i quali era mio padre, erano là in gran parte colti da sorpresa, ignorando che appoggiavano un'insurrezione. Altre sezioni invece si levarono alla voce di Leonardo Bourdon e si dichiararono pronte a morire per la convenzione. Quegli si pose alla loro testa e, preceduto dagli uscieri dell' Assemblea, marciò verso la Casa Comune, per soffocare l'insurrezione nel suo centro. Gli uscieri leggevano il decreto alla folla, su tutto il passaggio della colonna, e le parole fuori della legge producevano su questa una profonda impressione. Le masse si diradavano senza tentare la minima resistenza. I robespierristi più dichiarati sentivano anch'essi l'ascendente di quelle parole terribili. E permettevano a Leonardo Bourdon di schierare la sua gente dinanzi all'Hòtel-de-Ville e di investire la cittadella dove la ribellione deliberava.

Deliberare: dalle nove della sera Robespierre e i suoi non facevano altro. Il tribuno possedeva la dissimulazione, l'abilità, la tenacia che danno l'abbozzo dell'uomo di stato, ma non aveva nè le pronte decisioni nè il vigore dell'eseguire che lo completano. Di là la sua predilezione per il sistema dell'altalena, che esige spirito d'osservazione più che spontaneità, calcolo più che genio. Trasportato nella sfera dell'azione, egli si mostrò capo di partito volgare, senz'autorità, senza iniziativa, senza audacia. Gli apologisti di Robespierre onorano nelle sue irresolutezze l'esagerazione del rispetto della legalità del loro eroe. Un'allegazione siffatta potrebbe esser verosimile se si cancellasse ill 31 maggio dalla storia della Rivoluzione, se si dimenticassero i discorsi che egli pronunciò allora. Ma prima di riuscire in questa fatica, non é forse più ragionevole accettare il suo contegno nella notte del 9 termidoro come la conseguenza logica del suo carattere?

Leonardo Bourdon, con una sciabola tra i denti, una pistola in ciascuna mano, forzò l'ingresso dell'Hòtel-deVille, e i suoi uomini di punta entrarono nell'aula delle sedute. I due Robespierre, Saint-Just, Couthon, Lebas, Henriot, Payan, Coffinhal, Dumas erano in questa sala coi membri del Comune. Una grande oscurità regnò per molto tempo su ciò che avvenne all'irrompere della forza armata; ecco il racconto che ne fa Barrère nel suo rapporto del 10 termidoro:
« Quando le sezioni di Parigi si presentarono alla Casa Comune, il terrore invase i colpevoli. Lehas si uccise con un colpo di pistola, Couthon si ferì cadendo, Robespierre il giovane si gettò dalla finestra, Robespierre si ferì, Saint-Just fu preso, Dumas, più amico della vita, si nascose in un bugigattolo, Henriot prese la fuga per le viuzze attigue alla Casa Comune, si tenne per qualche tempo nascosto e si fece poi giustizia da sè, gettandosi dalla finestra ».

La storia ha mostrato una diffidenza legittima non accettando la relazione ufficiale di Barrére senza beneficio di inventario. Leonardo Bourdon narrava la cosa altrimenti, presentando alla Convenzione il gendarme Carlo Andrea Mèdal come l'uomo che aveva ucciso di sua mano due cospiratori:
_ « Noi abbiamo trovato Robespierre armato di un coltello, che gli fu strappalo da questo bravo gendarme, egli ha colpito pure Couthon, che era armato d'un coltello anche lui. »

Toulongeon, ex membro della Costituente, scrivendo nel 1812, afferma che Robespierre ricevette un colpo di pistola che gli fracassò la mascella.
A questa concludente versione, io aggiungerò un'affermazione che, per quanto modesta, ha il suo valore. In un tempo in cui il tentativo di suicidio di Robespierre era accettato dagli storici più seri, mio padre mi raccontava il colpo di pistola di Médal, le conseguenze che esso aveva avute per la promozione di costui ad ufficiale, le collera che questo avanzamento aveva suscitato tra i suoi vecchi camerati, molti dei quali erano stati robespierristi arrabbiati.
Comunque sia, un quarto d'ora dopo l'ingresso di Leonardo Bourdon alla Casa Comune, la situazione era suppergiù quella che ci ha descritto Barrère.

Massimiliano Robespierre giaceva a terra ferito gravemente e coperto di sangue; Robespierre il giovane, dopo essersi tolto le scarpe aver camminato per qualche tempo sul cornicione del primo piano, s'era precipitato sulle punte delle baionette; Couthron, leggermente contuso, era stato trasportato dagli amici sulla via, dove lo avevano abbandonato; Henriot era stato precipitato da Coffinhal, sdegnato della sua vigliaccheria, da una finestra che dava sopra una delle corti interne, ed era caduto sopra un mucchio di rottami di vetro; così malconcio, s'era trascinato in una fogna, dove non lo sì ritrovò qualche ora dopo. Saint-Just, Dumas, Payan, Lescot, Fleuriot erano arrestati.
Robespierre fu posto sopra una barella e portato alla Convenzione.

- Il vile Robespierre é là; volete che entri? - annunziò Charlier, che presiedeva.
- No, no, si gridò da tutte le parti.
Robespierre fu fatto salire in una delle sale del Comitato e adagiato sopra una tavola. Gli si diede come guanciale una cassa che conteneva campioni di pani da munizione: ivi egli rimase dalle tre alle otto del mattino, esposto ai sarcasmi di quelli che due giorni prima tremavano dinanzi a lui. Alfine fu medicata la sua ferita, e lo si trasportò alla Conciergerie, dove arrivavano anche gli altri arrestati.
Si voleva dapprima giustiziare Robespierre sulla piazza di Grève, poi venne un contrordine, e fu deciso che egli avrebbe subito il supplizio sulla piazza della Rivoluzione; si raccomandò a Carlo Enrico Sanson di far passare i carri che portavano il patibolo in modo da evitare il sobborgo Saint-Antoine sul quale ancora si avevano inquietudini. Una folla immensa, compatta, assistette all'erezione della ghigliottina e rese necessario l'intervento della forza pubblica per sgombrare il posto necessario. Il lavoro fu terminato alle due.

Mio nonno e mio padre erano tornati alla Conciergerie coi loro aiutanti verso mezzodì. Robespierre era stato rinchiuso in una cella e adagiato sopra un letto dove già una notte aveva dormito Danton. Egli non aveva emesso nè un lamento né un gemito; parlò due o tre volte soltanto, e a motivo della sua ferita, quasi inintelligibili erano le sue parole. Gli si offerse acqua e biancheria; egli chiese un chirurgo. Fu allora condotto all' Hòtel-Dieu e medicato una seconda volta. Al suo ritorno alla Conciergerie, egli cercò di dormire, i dolori gli impedirono di prender sonno; egli si risollevò a sedere e chiese al secondino di portargli da scrivere; essendovi ordini formali in proposito, ciò gli fu rifiutato. Il secondino gli significò il rifiuto con la rozzezza che era nelle abitudini della sua professione. Robespierre si lasciò sfuggire un gesto di collera e di minaccia, ma riprese quasi subito la sua impassibilità, chiuse gli occhi e s'assorbi nei suoi pensieri.

Robespierre il giovane era in una cella vicina; più felice di lui, egli riuscì ad assopirsi qualche istante. Couthon era stato deposto nel gabinetto dei secondini di guardia; SaintJust era in una cella rimasta sinistramente celebre per i massacri di settembre.
Il tribunale era stato convocato per le dieci; ma la seduta potè iniziarsi soltanto dopo mezzodì. Seillier presiedeva:, Fouquier era al suo banco. Robespierre fu portato sopra una barella; suo fratello era sostenuto da due gendarmi: due altri gendarmi portavano Couthon sopra una poltrona. Riconosciuta la loro identità, essi furono rimandati alla Conciergerie, e il tribunale continuò a procedere contro quelli che gli si conducevano dinanzi, man mano che lisi arrestava o che li si traeva dalle prigioni dov'erano stati chiusi il mattino.

Verso le due, Carlo Enrico Sanson, suo fratello e due aiutanti entrarono nella cella di Robespierre. Egli era disteso, con gli occhi fissi alla finestra dirimpetto al suo letto. Egli non fece un movimento sentendoli venire; non volse il capo. Mio padre lo invitò ad alzarsi; il suo sguardo rimasto vivo e parlante domandò:
- Perché? -
Prima che gli si fosse risposto, egli aveva compreso; mettendosi a sedere e sostenendo la testa con la mano destra, egli porse la nuca, manifestando così il desiderio di non lasciare il letto. Gli si fece osservare che, in quella posizione, sarebbe stato difficile non muovere l'apparecchio della sua ferita; i due aiutanti lo sollevarono sulle braccia e lo posero sopra una seggiola. Si tolse la larga benda che assicurava l'apparecchio di sostegno alla sua mascella fracassata, e mentre mio zio tagliava i capelli, Carlo Enrico Sanson, collocatosi davanti al tribuno, manteneva il pannolino all'altezza delle tempie. Quando fu finito, mio nonno riaccomodò la benda, e Robespierre, prima di dirigersi al suo letto, gli fece un segno della testa che voleva dir bene; e forse anche grazie.

Saint-Just camminava su e giù per la sua cella quando gli esecutori vi entrarono. Egli era un po' pallido, benché il suo occhio nulla avesse perduto della sua sicurezza e della sua fierezza. Egli sedette e si lasciò tagliare i capelli senza dir parola; quando fu finito, egli tese da se le mani a Carlo Enrico; ma poiché questi gli disse : - Non ancora -- Saint-Just mormorò: - Tanto peggio! - Fu la sola parola da lui pronunciata, e ciò senza che si modificasse l'espressione di superba indifferenza della sua fisionomia o che si manifestasse sul viso l'impazienza che quella parola faceva supporre.
Couthon era il solo dei triunviri che fosse abbattuto ma più dalla tristezza che dalla paura.

Alle quattro il Tribunale aveva riconosciuto un numero sufficiente d'individui « fuor della legge ». Vi fu un nuovo scambio di messaggi tra magistrati e Comitato di sicurezza generale a proposito dei condannati che dovevano essere giustiziati quel giorno. Essi furono in numero di ventuno.
Nulla di più lugubre che la loro discesa dalle scale delle Conciergerie: due moribondi e un infermo camminavano alla testa, e il sinistro corteo finiva con un morto. Il cadavere di Lebas seguiva Robespierre, come il cadavere di Valazé aveva seguito i Girondini.

Alle quattro e mezza le carrette uscirono. Tutta Parigi era là ad attendere, non più curiosa, ma avida: il cuore gonfio dei suoi lutti inconfessati, delle sue lacrime divorate in silenzio; palpitante di collera, d'odio, di vendetta, di rimorso, dei mille sentimenti per tanto tempo spietatamente rattenuti, che rigurgitavano tutta un tratto come un fiume dagli argini rotti dalla tempesta.

Tutti gli storici hanno raccontato gli episodi di quella marcia funebre. Ho poco da aggiungere a quello che essi hanno detto. Il dramma era intorno agli esecutori ben più che in essi, nelle vie meglio che nelle carrette. Massimiliano Robespierre, seduto nel fondo della vettura (e non in piedi e sostenuto da corde, come racconta Michelet), sopra un po' di paglia che uno degli aiutanti gli aveva accomodato, aveva il viso più tumefatto che il mattino ed era anche più livido. Le grida, le apostrofi più veementi lo trovavano insensibile; egli tenne quasi costantemente gli occhi chiusi. Suo fratello era quasi privo di sensi. Couthon pareva stupito della rabbia del popolo. Quando Dumas rispose agli ingiuriatori:
-- Non ho che il rimpianto di non aver fatto ghigliottinare tutti gli scellerati che ci insultano. Couthon scosse la testa in segno di dubbio. Solo SaintJust sdegnava di sottrarsi alla terribile manifestazione del sentimento pubblico; egli vi assisteva senza ira, senza rincrescimento, senza debolezza. Una sola volta egli discese dalle altezze del suo implacabile fanatismo per mescolarsi a ciò che avveniva intorno a lui. Una donna s'era avanzata, rimproverando a Robespierre la condanna di sua figlia. A quegli accenti singhiozzanti, Saint-Just aveva abbassato gli occhi; egli la contemplava con una espressione che si sarebbe potuta credere di pietà. Ma quando la carretta fu
passata, un amaro sorriso increspò la sua maschera di bronzo, e lo si sentì mormorare:
- Sua figlia! Ella forse l'avrebbe venduta per venti lire!

Quando si giunse alla casa di quella famiglia Duplay, di cui Robespierre era stato l'ospite e l'amico, i veicoli furono fermati; si danzarono dei balli intorno alle carrette; un fanciullo portò un secchio di sangue da una macelleria del vicinato, e con una granata ne fu imbrattata tutta la fronte della casa. Invano Carlo Enrico ordinava ai gendarmi di aprirgli un passaggio; invano egli invocava il dovere e il rispetto della sventura; i gendarmi voltavano i loro cavalli, si confondevano nelle urla delle furie e le eccitavano.

La spaventevole sosta durò più di cinque minuti. Nel momento che le carrette si rimettevano in via, una donna, che al vestito pareva appartenere alla borghesia, si attaccò alla vettura, rischiando di farsi schiacciare; e gridava
- Va all' inferno, scellerato! Tutte le spose e tutte le madri ti maledicono!
Robespierre parve non sentirla. La si distaccò a viva forza, poiché ella non voleva togliersi di là, e il convoglio si mosse.
Erano le sei e un quarto quando esso giunse sulla piazza della Rivoluzione. I pazienti furono fatti discendere. Gobeau, ex sostituto dell'accusatore pubblico al tribunale criminale, fu decapitato per primo. Massimiliano Robespierre era rimasto in piedi, appoggiato sulla carretta, volgendo le spalle al patibolo. Suo fratello era sostenuto dai gendarmi: le ferite non gli permettevano di reggersi in piedi. Una seggiola era stata preparata per Couthon, ed egli vi fu posto. Quando toccò salire a Saint-Just, egli abbracciò il paralitico, e passando davanti a Robespierre gli disse null'altro che : - Addio. - Nessuna commozione nella sua voce. Robespierre gli rispose con un cenno del capo, si voltò e lo seguì con gli occhi fino a tanto che egli fu collocato sull'asse mobile.

Venne poi la sua volta di salire; era il decimo. Andò solo e senza aiuto. Nel suo passo non c'era iattanza né pusillanimità; il suo sguardo, la sola parte della sua faccia che avesse vita, era freddo ma calmo. Carlo Enrico aveva avvertito uno degli aiutanti che si dovevano levare le fasce dalle quali la testa del paziente era avvolta; l'uomo fece ciò che gli era ordinato e liberò la ferita dalla sua fasciatura. Il dolore fu orribile; Robespierre cacciò un grido. La mascella disarticolata pendeva, la bocca era spaventosamente spalancata e ne colava il sangue. Si fu solleciti a spingerlo sull'asse mobile, e in meno d'un minuto il coltello cadeva. La testa di Robespierre fu mostrata al popolo come si era fatto di quella del re e di Danton; la folla la salutò con ripetuti scoppi d'applausi.

Un sentimento di convenienza, che chiunque apprezzerà, mi costringe a collocar qui un'osservazione che mi credo in diritto di muovere a un eminente storico. Luigi Blanc scrive nella sua Storia della Rivoluzione:
« Quando Robespierre fu sulla piattaforma della ghigliottina, il boia, realista esaltato, gli strappò con un movimento brusco e barbaro l'apparecchio che copriva la sua ferita, ed egli nell'eccesso improvviso del dolore, gettò un grido straziante ».
In verità, nella circostanza che il signor Blanc ricorda, Carlo Enrico Sanson dimenticò ogni sua antipatia per pensare soltanto a rendere meno crudele l'agonia della vittima. La ferita di Robespierre era chiusa da una larga compressa, sostenuta da un panno incrociato sulla testa. Una doppia fascia di tela circondava la fronte e la nuca e teneva fermo l'apparecchio. Tentar di decapitare il paziente in queste condizioni significava esporsi a rinnovare tristi scene che non c'era bisogno ricordare: e io mi credo in diritto di sostenere che, per quanto acuto fosse stato il dolore dell' infelice, esso era necessario per risparmiargli dolori ben altrimenti atroci, e che non si é fatto se non quanto l'umanità comandava di fare.

FOUQUIER-TINVILLE E I GIACOBINI

Il sistema dei rigori spietati era penetrato sì addentro negli spiriti che il pensiero della clemenza non si affacciò neppure a quelli che pretendevano di vedervi la conseguenza della nuova rivoluzione. Durante la giornata del 10 gli arresti erano continuati. Il giorno 11, settanta ribelli, quasi tutti appartenenti alla Comune, erano riuniti alla Conciergerie. Il 13 si arrestò Coffinhal.
L'ex presidente del Tribunale rivoluzionario era un uomo d'energia poco comune. Dopo aver gettato, in un accesso d' indignazione, il vile Henriot dalla finestra, egli era riuscito a evadere dail'Hòtel-de-Ville. Sulla via, incontrò un operaio che gli vendette i suoi abiti; attraversò la Senna e si rifugiò nell' isola dei Cigni, allora deserta. Ma il cielo, come gli uomini, spingeva i robespierristi alla tomba. Per due giorni e due notti piovve continuamente, e in pieno agosto le notti divennero glaciali. Insieme col freddo, Coffinhal dovette soffrire la fame. Passò il fiume una seconda volta; a mezzanotte andò a chiedere asilo a una donna che aveva amata; questa gli fece un'accoglienza così fredda da inquietarlo; egli prese un pretesto ed uscì. Per via fu riconosciuto da un uomo che egli credette gli fosse devoto per debito di gratitudine. Costui gli offerse ospitalità e lo condusse a casa prodigandogli attestazioni di attaccamento illimitato. Coffinhal si credeva in salvo quando, alle dieci del mattino, sentì un tintinnare d' armi sul pianerottolo; erano le guardie che il suo miserabile ospite era andato a chiamare.
La constatazione dell'identità sua e d'altri condannati di quel giorno fu l'ultimo atto del Tribunale rivoluzionario.

Il 14, la frazione moderata della Convenzione portava l'ultimo colpo all'organizzazione micidiale del Terrore, ottenendo l'abolizione della legge del 22 pratile e il ristabilimento delle leggi, da essa abrogate. Fréron salì alla tribuna
- Ho veduto - egli disse - con uno stupore misto d'orrore, sulla lista dei nuovi membri preconizzati a formare il Tribunale rivoluzionario, degli uomini riprovati dalla pubblica stima. Tutta Parigi vi chiede il supplizio giustamente meritato di Fouquier-Tinville. (Applausi).
A mezzogiorno la proposta di far arrestare Fouquier-Tinville e di tradurlo al Tribunale rivoluzionario era accolta e applaudita: alle quattro Fouquier si costituiva spontaneamente prigioniero alla Conciergerie, dove trovava il suo ex collega del Tribunale, Coffinhal.
La sospensione del Tribunale rivoluzionario aveva a questi prolungato la vita di qualche giorno : ci volle un decreto della Convenzione per autorizzare il Tribunale criminale ad accertare l'identità del condannato e mandarlo a morte.
Questo decreto fu dato il 17, e il 18 Coffinhal era condotto alla ghigliottina. Egli era solo nella carretta. Il buon popolo di Parigi, ad altro avvezzo, non si scomodava per così poco. Si sentiva dire sulla piazza
- Piccolo paniere quest'oggi; andiamo via.
I rimasti coprivano il condannato di scherni. Molti, imitando l'accento dell'ex presidente, ripetevano la frase sacramentale con cui egli aveva interrotto la difesa di tanti disgraziati "...tu non hai la parola". Tuttavia egli morì con coraggio.
Dopo la sua esecuzione, la ghigliottina fu smontata per non essere rimessa sul posto che i giorni di esecuzione.
Frattanto si riorganizzava il Tribunale rivoluzionario, ed esso teneva la sua prima seduta solenne il 25 termidoro. Il presidente disse ai giurati:
- Il popolo vi ha confidato funzioni che attirano lo sguardo dei cittadini; queste funzioni devono essere confidate ad uomini virtuosi; la sorte dell'innocente e quella del colpevole sono nelle vostre mani, e di grave peso sono le vostre funzioni; se tra voi si trovassero cittadini che non hanno abbastanza virtù per adempierle, essi dovrebbero astenersi dal seder qui. Questo santuario non sarà mai profanato; la legge colpirà il colpevole e restituirà la libertà all' innocente.

Dopo queste parole rassicuranti, ma che tuttavia nulla ancora provavano, poiché gli Herman e i Dumas non avevano lesinato in fraseologia sentimentale, il Tribunale entrò in funzione. Esso svolse la sua missione con tanta moderazione quanta si poteva attendere da uomini in cui la febbre rivoluzionaria era appena intepidita. Le esecuzioni erano meno frequenti; le assoluzioni più numerose. Un'enorme risonanza ebbe il processo dei novantaquattro cittadini di Nantes, mandati a Parigi da Carrier, che li accusava di aver mantenuto intelligenze coi ribelli della Vandea. Questo processo s' iniziò il 22 fruttidoro, e fu una rivelazione. Si apprese, con costernazione meglio che con orrore, che uno di quegli spaventevoli tiranni che si credevano per sempre sepolti nelle tombe sulle quali Svetonio e Tacito hanno inciso l'epitaffio, era risuscitato e aveva vissuto la sua vita di vampiro, trasformando in deserto una gran città, una citta che col suo patriottismo aveva preservato la Francia dall'invasione vandeana.

Carrier dovette comparire al processo dei novantaquattro, e Tronjoily, l'ex sindaco di Nantes, che era sul banco, invertendo le parti, si fece accusatore di colui che si presentava come testimonio, e gli rinfacciò gli annegamenti, le fucilazioni, i massacri che egli aveva ordinato durante il suo proconsolato. La quantità di cadaveri inghiottiti dalla Loira era stata tale che l'acqua del fiume ne fu infetta, e un'ordinanza di polizia dovette vietarne l'uso agli abitanti e proibire perfino la pesca.
I cittadini di Nantes furono assolti. Applausi, grida di "Viva la Repubblica!" salutarono il verdetto che li restituiva alla libertà.

Dopo ciò che era avvenuto, quell'entusiasmo assumeva il significato d'un atto d'accusa popolare. Carrier aveva negato tutto; ma il processo dei membri dei Comitato rivoluzionario di Nantes, degli agenti del suo sanguinario delirio, rivelò verità spaventose. Il 15 brinaio cento e trentadue vittime erano state votate alla morte : l'ordine di fucilarle era stato dato, e ne esisteva il documento con tre firme. Così diceva l'accusatore pubblico Leblois:

La notte dal 24 al 25 brinaio, cento e ventinove prigionieri, presi a caso, erano stati legati, ammanettati, trascinati al porto, imbarcati sopra una zattera e fatti inghiottire dall'acqua. Goullin teneva la lista fatale, Joly legava i disgraziati e Grandmaison li precipitava nella Loira. Vittime innocenti, fanciulli appena usciti dalle mani della natura, erano designati da quei nuovi Caligola. Un altro, Perrochaux, mercanteggiava freddamente la libertà dei cittadini. La ragazza Brettenville va a pregare per la salvezza di suo padre. Come prezzo della sua libertà, egli esige che la ragazza gli sacrifichi il suo onore. Alla cittadina Ollemard-Dudan egli domanda cinquantamila franchi per non farla incarcerare. Grandmaison, Jolly, Bachelier s'appropriano l'argenteria che sequestrano; Pinard saccheggia le campagne e taglieggia i cittadini. Uno dei testimoni aveva accusato quel Comitato rivoluzionario di aver fatto annegare e fucilare da quattro a cinquecento ragazzi, i più vecchi dei quali non avevano quattordici anni. Tutte le accuso convergevano sul commissario della Convenzione Carrier. Il popolo gridava il suo nome. La Convenzione dovette decidersi a farlo arrestare. Egli fu condannato a morte, con Grandmaison e Pinard.
- Vile popolo, come rimpiango di averti servito! - si sentì il feroce uomo mormorare, sotto gli insulti della folla, un minuto prima che la sua testa cadesse.

Dopo la morte di Carrier, venne la volta di Fouquier-Tinville. Nella seduta del 21 termidoro era stata letta alla Convenzione una sua lettera dove egli prometteva rivelazioni di fatti importanti per la cosa pubblica, e quella gli aveva accordato la grazia di comparire dinanzi ads essa, che però aveva rifiutato a Danton e a Robespierre. Nel discorso che egli aveva tenuto, poco eloquente e pieno di recriminazioni contro Robespierre che non poteva difendersi, egli si era mostrato convinto che lo si fosse arrestato non per la parte avuta nel Tribunale, ma per la sua complicità con la fazione caduta. La sua autodifesa aveva suscitato scarso interesse; lo si era ricondotto in carcere, dov'era rimasto fino a nevoso. Allora lo si portò dinanzi alla Corte; ma durante il suo interrogatorio, un usciere della Convenzione consegnò una carta al presidente del Tribunale. Era il decreto che ordinava un secondo rinnovamento del Tribunale stesso. La seduta fu tolta, e Fouquier visse qualche giorno di più.
L'8 germinale, egli fu ricondotto davanti ai suoi nuovi giudici; ma questa volta non era solo: gli si era fatto un corteo di ventiquattro suoi ex colleghi del tribunale di sangue.
L'atto d'accusa faceva a Fouquier queste colpe:
1) di aver presentato atti d'accusa pieni di cancellazioni, richiami, interlinee, senza approvazione, sia firmati, sia presentandone altri in bianco, ed altri dove i nomi degli accusati erano stati scritti dopo la compilazione, al momento dell'udienza, da mano estranea e con un inchiostro diverso;
2) di aver scritto in un atto d'accusa il nome di un individuo condannato un mese prima e già giustiziato, ciò che dimostrava che i giudizi si pronunciavano spesso su semplici liste senza vedere gli accusati;
3) di aver ordinato di portare al patibolo il cadavere di un imputato che s'era pugnalato nel momento che si pronunciava la sua sentenza di morte;
4) di aver chiesto al Tribunale di ordinare l'esecuzione di parecchie donne condannate a morte, ma che si dichiaravano incinte, anziché aspettare il responso degli ufficiali sanitari sulla verità o sulla falsità di tale dichiarazione.

Agli altri imputati si muovevano accuse consimili o più gravi: fra altro che Harny e Bravet avevano firmato una sentenza il 18 messidoro condannando a morte un individuo che fu difatti giustiziato benché non fosse compreso nell'atto d'accusa né figurasse nel questionario sottoposto ai giudici; che Barbier e Foucault avevano firmato un'altra sentenza l'8 termidoro condannando il padre invece del figlio; che Lohier e Harny, il 1 termidoro, avevano invece condannato un padre in luogo del figlio.
Il pubblico accusatore Judicis infierì pure contro i giurati, e chiese se avessero adempiuto ai doveri imposti dal loro giuramento quando toglievano la parola agli accusati e ai loro difensori, che non avevano ancora potuto dir nulla a discolpa, sotto il pretesto che erano abbastanza illuminati, benché il simulacro di dibattimento non fosse durato spesso che un'ora e mezza e ancorché vi fossero sessanta accusati o anche più; quando, entrati nella stanza deIle loro deliberazioni, vi ricevevano Fouquier o altri, prevenuti d'aver diretto o influenzato le loro opinioni; quando rientravano nella sala delle udienze cinque o sei minuti dopo esserne usciti, per emettervi le loro opinioni, spesso sopra un numero d'accusati così notevole che il tempo dell'udienza non era bastato per interrogarli sui loro nomi, prenomi, professioni e domicili; quando dicevano che, non essendovi dei delitti, bisognava immaginarne; quando dicevano che per acquistare una convinzione bastava loro vedere gli accusati; quando denunciavano, arrestavano o facevano arrestare, traducevano al Tribunale rivoluzionario i loro nemici per farsene giudici, benché ricusati dagli accusati; quando si vantavano di non aver mai votato che la morte, esasperandosi contro quei giurati che non li imitavano.
Le deposizioni dei testimoni cominciarono dopo la lettura dell'atto d'accusa; erano in tutto 419. Gli accusati si difesero, come già Carrier, allegando la gravità delle circostanze in mezzo alle quali si erano trovati, e rifiutando al Tribunale il diritto di chieder loro conto delle sentenze che avevano pronunciato conforme alla loro anima e alla loro coscienza. In una parola, essi sostenevano che un Tribunale d'eccezione, come era il Tribunale rivoluzionario, non era tenuto al rispetto delle forme e all'osservanza delle regole del diritto come un solito tribunale.

Fouquier-Tinville era meglio consigliato quando, nella sua difesa, egli invocava il beneficio della sua posizione di pubblico accusatore, incaricato dalla legge di tradurre gli accusati davanti al Tribunale e di sostenervi la loro colpevolezza. Si poteva fargli un delitto di quello che era il carattere principale delle sue funzioni? era possibile renderlo responsabile di sentenze, che egli provocava, è vero, ma delle quali la giuria rimaneva l'arbitra indipendente e suprema? Si doveva imputare a lui la condanna degli innocenti?

Questa difesa era speciosa; ma non riusciva a togliere le irregolarità mostruose che avevano segnalato il passaggio di Fouquier negli uffici del sanguinario tribunale. Il 16 floreale, alle dieci di sera, i giurati entrarono nella loro stanza; il 17, a un'ora del pomeriggio, dopo quindici ore di deliberazione, essi pronunciarono il loro verdetto. Quattordici imputati erano assolti. Fouquier-Tinville, Herman, Sellier e tredici altri erano condannati alla pena di morte.

Alla lettura della sentenza, quegli stessi uomini che tante volte avevano pronunciato con indifferenza la parola che recideva uno dei loro simili da questo mondo, per l'unico delitto di non condividere la loro opinione, si lasciarono trascinare agli eccessi del più indecente furore; quello stesso Herman, che aveva firmato la fangosa lettera "Gli accusati ubbriachi di rabbia", quello stesso Herman che aveva spietatamente infierito contro la violenza di Danton per escluderlo dai dibattimenti, quello stesso Herman lanciò in faccia al presidente Agier un libro che teneva in mano.

L'indomani, alle otto del mattino, gli esecutori arrivavano alla Conciergerie. Una calma straordinaria era succeduta alle furiose escandescenze di Herman; egli parlava con grande libertà di spirito degli ultimi avvenimenti, e profetava che la sua morte e l'assassinio - diceva egli -di Robespierre sarebbero stati vendicati da rappresaglie terribili. Fouquier faceva colazione quando mio nonno entrò da lui; scorgendolo, la sua fronte s'increspò, le sue sopracciglia si corrugarono; e adoperando un epiteto che già non era più di moda, gli disse
- Ah, scellerato, speravo bene di mandarti dove tu stai per condurmi!

Egli era pallido, febbricitante, agitato; si vedeva la sua mano tremare; i suoi piccoli occhi rotolavano nelle orbite, e tuttavia mangiava con un'avidità che si sarebbe potuta prendere per appetito. Egli dichiarò a Carlo Enrico Sanson che intendeva finire il suo pasto; e senza transizione, si pose a discutere della sua condanna, chiamandola un'iniquità e dando degli assassini ai giudici come tante volte si era dato a lui. Egli disse a mio nonno che doveva aspettarsi d'essere tratto anche lui ben presto al Tribunale e alla ghigliottina.
- Giacché si condanna l'accusatore - egli diceva - non c'è ragione di non condannare anche l'esecutore, che è precisamente altrettanto colpevole.

Abbandonandosi alla vivacità delle sue impressioni, Fouquier aveva cessato di mangiare; allora mio nonno gli fece osservare che era necessario finir presto la colazione, poiché i suoi momenti erano contati. Allora Fouquier fu preso da una di quelle collere che mio nonno conosceva bene, indignandosi che il boia osasse rivolgergli degli ordini. Mio nonno non volle rendere la sua posizione più crudele, costringendolo a notare che le parti erano molto cambiate; egli tacque ed aspettò.
Il popolo fu più severo ancora per Fouquier-Tinville che per lo stesso Carrier. L'atteggiamento dei condannati e di lui principalmente, doveva contribuire non poco alla esasperazione della folla: essi sembravano sfidarla con gli sguardi, con le parole: ai motteggi rispondevano con motteggi, agli insulti con insulti, alle maledizioni con maledizioni. Tutto ciò che il vocabolario dei rivenduglioli può
fornire di più grossolano andava dalla siepe degli spettatori alle carrette, dalle carrette alla siepe degli spettatori.
Si sentiva Fouquier gridare ai popolani, facendo allusione alla terribile carestia che desolava Parigi:
- Imbecille canaglia morta di fame, va dunque alla sezione a chiedere le tue quattro oncie di pane; io me ne vado con la pancia piena!

Tuttavia, e per la prima volta, ai piedi del patibolo parve a un tratto che i rimorsi si facessero luce in quel cuore di granito. Egli era divenuto livido, e quello sguardo fisso e duro che costringeva i più risoluti ad abbassar gli occhi, sfuggiva alla sua volta gli sguardi di quelli che gli erano intorno. Lo si vedeva fremere, agitato da brividi convulsi; lo si sentiva mormorare frasi incoerenti in mezzo alle quali si percepiva, ripetuta più volte, la parola addio. Herman, Sellier, Renaudin erano morti con fermezza. Quando venne la volta di Fouquier, si poté credere che egli fosse per cadere in deliquio. Finalmente la sua testa cadde sotto il ferro, e fu mostrata al popolo.

La morte di Fouquier fu preceduta e seguita da altre esecuzioni. Si è parlato molto dei furori della fazione termidoriana, al terrore rosso si é contrapposta una fantasmagoria di terrore bianco. Il sangue chiama il sangue, dice un proverbio arabo; non si potrebbe dunque aspettarsi che la reazione seguita a quei quattordici mesi di violenza e di barbarie fosse rimasta immune da ogni eccesso; ma quello che facilmente si può stabilire, si è che il terrore bianco, dato che esso ci fosse, rispettava almeno il freno delle leggi e non oltraggiava le forme tutelari della giustizia. Per dimostrarlo, basta ricordare i processi sommari della legge di pratile, e osservare che la magistratura termidoriana richiese trentanove giorni per convincersi della colpabilità di Fouquier-Tinville e che il processo di Carrier, cominciato il 25 vendemmiale, non finì che il 27 brinaio.

I moderati della Pianura, rinforzati dei 73 deputati eliminati dopo il 21 ottobre e ora ritornati alla Convenzione, perseguitavano ormai il giacobinismo. Gli attacchi dei quali erano oggetto fecero comprendere agli uomini di questo partito che essi erano ridotti a combattere non più per il potere, ma per la vita. Essi agitarono il popolo; la fame, conseguenza dei cattivi raccolti e del discredito della carta moneta, lo disponeva alla sommossa. Si ebbero assembramenti quotidiani, e il 12 germinale una folla d'uomini e di donne invase la sala della Convenzione gridando e "Pane, e la costituzione del 1793 ».

Le sezioni presero le armi e liberarono l'Assemblea, che subito decretò la deportazione di numerosi suoi membri apparsi favoreggiatori del disordine. I torbidi non cessarono. Il 1° pratile, le scene del 12 germinale si rinnovarono con maggior violenza; il deputato Feraud, che aveva tentato opporsi alla violazione dell'Assemblea, fu assassinato accanto alla tribuna; la sua testa, infissa sopra una picca, portata per le strade, ricondotta nella sala delle sedute, fu presentata al presidente Boissy d'Anglas, che s'inchinò davanti al coraggioso martiro. Appena alle undici di sera, Legendre, a capo della forza armata, riuscì a cacciare i ribelli. Gli assassini di Feraud furono messi fuori della legge; per molti molti fu ordinato l'arresto. L'indomani fu una giornata terribile asserragliati nei sobborghi Saint-Antoine e Saint-Marceau, i ribelli costringevano la Convenzione a parlamentare. Ma il giorno seguente, questa, radunate forze militari, riusciva a schiacciarli. Si arrestava quel giorno un uomo in cui alcuni membri delle sezioni dichiaravano di riconoscere il miserabile che avea ucciso Feraud. Egli era un certo Tinelle, un fabbro. Carlo Enrico Sanson ricevette l'ordine di condurlo immediatamente al patibolo. La ghigliottina però non potè essere pronta che alle sette di sera.

Il corteo non poté giungere fino alla piazza di Gréve. Lungo il tragitto, una folla d'uomini si precipitò sulla scorta, la avvolse, paralizzò col suo numero la resistenza dei gendarmi, e liberò Tinelle, che del resto non aveva mai cessato di protestarsi innocente. Fu quello l'ultimo sforzo della Rivoluzione in agonia. Il 24 pratile incominciava il processo dei Giacobini. Il loro atteggiamento fu dignitoso e fiero; essi si difesero con nobiltà e senza sconfessare i loro principii. Condannati a morte, i sei deputati abbandonarono da sala delle udienze; ma scendendo le scale, riuscirono a scostarsi dai gendarmi, e Romme, che aveva potuto sottrarre un coltello alla vigilanza dei carcerieri, si colpì con quest'arma; morendo, la porse a Duquesnoy, che alla sua volta s'immerse la lama nel petto. Il ferro passò così dall'uno all'altro dei quattro che restarono, e tutti seguirono l'esempio dei loro compagni.
Romme era morto sul colpo; Duquesnoy e Goujon spirarono appena portati alla Conciergerie; Duroy, Soubrany e Bourbotte vivevano ancora; e il Comitato decise che quel loro resto di vita appartenesse al patibolo. I preparativi dell'esecuzione furono affrettati. Al popolo fu offerto ancora una volta lo spettacolo lamentevole di mezzi cadaveri sfigurati e trepidanti nel sudore e nel rantolo della loro agonia, trascinati alla morte; e ciò, devo dirlo, per opera di uomini che non avevano più la scusa della tremenda parola d'ordine che la Rivoluzione dava ai suoi.
Soubrany, col ventre mezzo aperto, gli intestini pendenti, stremato dalla perdita di sangue, era disteso nella carretta, e dieci volte durante il percorso si credette che egli spirasse. Bourbotte, seduto, si comprimeva con la mano una larga ferita che aveva al fianco, sforzandosi di dominare il dolore, come per sostenere la propria fama di stoicismo e per provare con la sua fermezza che non la paura del patibolo lo aveva spinto al suicidio. Duroy, ferito più leggermente parlava al popolo con grande esaltazione. Egli fu giustiziato per primo; Soubrany fu il secondo; indi Bourbotte seguì i suoi amici.
Di quella terribile Montagna, che aveva asservito la Francia, umiliato i re, fatto tremare l'Europa, che cosa restava? Dei convenzionali che la componevano, alcuni erano banditi, altri proscritti, altri ancora riscattavano la loro esistenza politica con codarde abiure dei loro principi; la ghigliottina aveva divorato i più celebri di loro e i più grandi.

(Nota: Durante il periodo rivoluzionario, dal 14 luglio 1789 al 21 ottobre 1796, furono, secondo uno specchietto pubblicato dai Sanson, giustiziate a Parigi 2918 persone: tra questo 2548 uomini e 370 donne. Dei condannati 22 erano sotto i diciotto anni; 45 dai diciotto ai venti; 336 dai venti ai venticinque; 1669 dai venticinque ai cinquanta; 528 dai cinquanta ai sessanta; 206 dai sessanta ai settanta, 103 dai settanta, agli ottanta, 9 oltre gli ottant' anni.

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