HENRI SANSON - "LE MEMORIE DEI CARNEFICI DI PARIGI"

LIBRO OTTAVO
LA COSPIRAZIONE DI BABEUF

( da pag. 343 a pag. 365 )

Le congiure sotto il Consolato
L'innocenza di Lesurques


Nel mese di floreale dell'anno IV, sotto il Direttorio, si era scoperta una cospirazione che tendeva nientemeno a sconvolgere la società anche più profondamente che non fosse stata dalla Rivoluzione: giacché i cospiratori non attaccavano più gli istituti, ma le fondamenta stesse dell'ordine sociale, la proprietà, la libertà individuale.

Fin dal principio della Rivoluzione, alcuni spiriti audaci e violenti avevano dichiarato che, per essere efficace, questa rivoluzione non doveva limitarsi a liberare il popolo dalla servitù politica, e conferirgli diritti che il suo stato di miseria rendeva illusori e dotarlo di un'immaginaria uguaglianza; bisognava altresì, essi pensavano, che, riformando l'antica iniquità della disuguale distribuzione delle ricchezze, essa mettesse il popolo in possesso della porzione della terra e dei suoi frutti, che sola, poteva rendere effettiva la sua indipendenza.

Era in una parola la teoria del comunismo, che più tardi abbiamo visto nascere. I suoi settari, poco numerosi, si aggruppavano nella sezione di Granvilliers intorno a Giacomo Roux, che primo aveva professato quei principi. Dopo la morte di Roux, il comunismo aveva trovato un apostolo ben più ardente, ben più influente di lui: ra Gracco Babeuf, il capo della cospirazione di floreale.

Nato a Saint Quentin, di genitori poveri, Francesco Natale Babeuf era stato allevato da un cittadino di Rove, che trovandolo intelligente, lo aveva fatto istruire. Si pretende che Babeuf gli attestò la sua riconoscenza sostenendo una lite contro il suo benefattore. Egli diventò commissario a Horrier e fu compromesso in una faccenda di falso, in seguito alla quale lo si chiuse nella cittadella di Arras, e non riebbe la sua libertà che nel 1789. A quell'epoca egli venne a Parigi, e si associò coi rivoluzionari più avanzati. Fu allora che, seguendo l'esempio degli ultrapatrioti, egli cambiò i suoi prenomi, e assunse il nome di Gracco : e subito, come i suoi celebri predecessori, si diede a predicare la spartizione dei beni, l'invasione delle proprietà, la sollevazione delle classi povere.

Pubblicò un giornale, Le Tribun du peuple, e dopo la caduta di Robespierre fu arrestato parecchie volte e carcerato : ma nulla poteva intimidirlo nè abbatterlo.
Sfruttando con grande abilità il risentimento dei patrioti contro la moderazione del governo, egli strinse alleanza coi convenzionali esclusi in seguito agli avvenimenti di germinale e di pratile. Nel mese di germinale dell'anno IV, le disposizioni popolari gli parvero favorevoli, ed egli stabilì le basi della cospirazione definitiva.

Egli costituì un direttorio segreto di salute pubblica, nel quale si aggregò Laignelot, ex convenzionale, Antonelle, ex giurato al Tribunale rivoluzionario, Buonarroti, scultore, Darthé e lo scrittore Maréchal. Questo direttorio nominò dodici agenti rivoluzionari, ciascuno dei quali doveva dirigere il movimento di quattro sezioni, comunicando con loro per mezzo di quattro agenti di circondario. Silvano Maréchal compilò il Manifesto degli Eguali, che definiva lo scopo e le aspirazioni dei congiurati. Eccone una citazione per dare idea dell'avvenire che la setta di Babeuf riservava al suo paese: « Non ci occorre soltanto quella uguaglianza che é trascritta nella dichiarazione dei Diritti dell'uomo e del cittadino; ma la vogliamo anche in mezzo a noi, sotto il tetto delle nostre case. Noi consentiamo a tutto per lei, a far tabula rasa per tenerci lei sola. Periscano, se occorre, tutte le arti, purchè ci resti l'uguaglianza reale ».

Babeuf non indietreggiava davanti ad alcuna conseguenza delle sue incredibili teorie: egli aveva formulato a priori il codice della Repubblica degli uguali, e quel codice sopprimeva il commercio, i rapporti con gli stranieri, confiscava l'individuo a vantaggio dello Stato, gli toglieva il governo dell'educazione dei suoi figli, non gli riconosceva che il diritto d'usufrutto sui beni a lui accordati dai magistrati, proscriveva le arti, regolamentava l'esistenza individuale del cittadino, la sue vesti, i suoi mobili, e infine istituiva un governo popolare direttamente esercitato.

I dissensi scoppiati tra i congiurati fecero fortunatamente abortire questi insensati disegni che avrebbero ricondotto la società alla più selvaggia barbarie. I montagnardi avevano creduto sfruttare a beneficio dei loro odi e delle loro ambizioni la popolarità di Babuef e l'influenza che egli attingeva dal radicalismo delle sue opinioni. Ma avvicinandolo meglio, essi compresero che, data la sua energia indomabile e la sua superiorità, in caso di buon successo, non avrebbero sostenuto che le parti secondarie di una nuova rivoluzione: essi si rifiutarono dunque a sottoscrivere il manifesto degli eguali e separarono ben presto la loro causa dalla sua.
Drouet, l'uomo di Varennes, fu l' unico deputato che persistette nella comunanza con Babeuf. Questi non si scoraggiò: ma tra gli agenti militari che dovevano ammutinare l'esercito, s'era insinuato un traditore, che rivelò al Direttorio il piano della cospirazione e i nomi dei congiurati.

Il 20 floreale, Babeuf, Buonarroti, Darthè, Germain e Drouet erano arrestati, e pochi giorni dopo, trentasei loro complici erano nelle mani della giustizia.
L'Alta Corte incominciava l'istruttoria, quando i partigiani che Babeuf aveva a Parigi si decisero, per salvarlo, a tentare l'insurrezione. Nella notte del 23 fruttidoro, una banda di uomini armati, da seicento a settecento, si portò sui campo di Grenelle, con la speranza di trascinare i soldati alla rivolta e d'impadronirsi dei cannoni. La banda fu respinta: un gran numero dei suoi componenti perirono con le armi alla mano; gli altri, arrestati, furono tradotti davanti a una commissione militare.

I dibattimenti si apersero a Vendóme il 2 ventoso dell'anno V. Quarantasette accusati erano presenti. Essi si difesero con la violenta energia che conveniva aspettarsi da quei rivoluzionari induriti. Babeuf mantenne il suo atteggiamento minaccioso; non solo egli sdegnò di negare i fatti che l'accusa produceva a suo carico, ma difese l'insurrezione d'aprile, rivendicò le sue dottrine, ne proclamò la giustizia, sostenne la legittimità della cospirazione. Il 6 pratile, la giuria mandò assolti trentasei accusati, e dichiarò colpevoli i nove altri, due dei quali senza circostanze attenuanti. In conformità a questo verdetto, Buonarotti, Cazin, Germain, Mauroy, Blondeau, Menessier e Blondin furono condannati alla deportazione, Babeuf e Darthé alla pena di morte.

Nel momento che il presidente dell'Alta Corte pronunciava la sentenza, un gran tumulto sorgeva a un tratto: Babeuf e Darthè si erano feriti di due colpi di pugnale, e i loro compagni gridavano: -- Aiuto! Vengono assassinati! - Ma la debole qualità dei pugnali non aveva permesso ai due condannati di togliersi la vita : i gendarmi strapparono loro le armi, e li trascinarono via insieme coi complici destinati alla deportazione.

Il 27 floreale, Carlo Enrico Sanson riceveva l'ordine di recarsi a Vendome per eseguirvi la sentenza dell'Alta Corte. Gli esecutori di Charter e di Blois dovevano assistere mio nonno, che aveva con sè due soli aiutanti.
Alle nove dell'8 pratile, essi furono introdotti nelle celle dov'erano chiusi i condannati. Erano indeboliti entrambi dalla perdita di sangue, ma non parevano abbattuti. Le sofferenze di Babeuf sembravano crudeli: il ferro del pugnale s'era spezzato nella ferita, e il chirurgo aveva giudicato l'atto operativo dell'estrazione troppo doloroso per infliggerlo a un uomo la cui morte era tanto imminente. Malgrado le sofferenze, il condannato aveva impiegato la notte a scrivere alla moglie e ai figliuoli, quindi aveva apportato qualche correzione alla sua difesa, alla quale teneva molto.

Egli era adagiato sopra un pagliericcio quando gli esecutori si presentarono; si alzò precipitosamente e andò loro incontro, dicendo che «malgrado il rimpianto di separarsi da una moglie e da figliuoli amati teneramente e le inquietudini che gli cagionava la loro sorte, egli considerava il giorno in cui sarebbe morto per il popolo come il più bello della sua vita».
Tutte le parole che egli pronunciava denunciavano meglio il fanatico sincero e convinto che l'ambizioso il quale lusinga le passioni della moltitudine per arrivare al potere.
Né la sua fermezza nè quella di Darthè si smentirono durante i lugubri preparativi o sul breve percorso dalla prigione alla piazza dove si era eretta la ghigliottina. Più volte, lungo la strada, egli si rivolse agli spettatori, con proteste d'amore per il popolo e raccomandazioni per la sua famiglia, dalle quali la folla fu talora intenerita. Forse sperava che, commossa, essa sarebbe intervenuta a salvarlo; ma rigorose erano le misure militari per proteggere l'esecuzione, e notevoli forze circondavano il patibolo.

Darthè fu giustiziato per primo; tre volte egli gridò " Viva la Repubblica ", e ogni volta Babeuf gli rispose. Quando la testa di Darthè fu caduta, egli salì sulla piattaforma con passo fermo e sicuro. Accennò a parlare al popolo ancora una volta; ma gli ordini erano precisi, gli aiutanti lo trascinarono, lo gettarono sull'asse, e mio nonno diede il segno della sua morte.

LE CONGIURE SOTTO IL CONSOLATO

L'epoca muta: il tempo delle vuote utopie è svanito come quello dei saturnali demagogici. L'indolenza effeminata del Direttorio ha permesso a un giovane generale, tornato dalle pianure d'Egitto come Cesare dalle foreste delle Gallie, di raccogliere con la mano vittoriosa le redini dello Stato.
Vincitore delle fazioni, Napoleone Bonaparte doveva divenire necessariamente l'oggetto dell'odio dei faziosi. La polizia osservava i repubblicani molto da vicino; essa era meno attenta alle mene dei realisti, supponendoli incapaci di qualsiasi intrapresa all'infuori della Vandea.

Nel settembre 1800, un capitano addetto alla 458 brigata, di nome Harel, aveva avvertito la polizia che uno dei suoi amici, un certo Demerville, già impiegato dei Comitati, gli aveva proposto di pugnalare il primo console all'Opera, assicurandolo che il numero degli aderenti al complotto era già così ragguardevole da non potersi dubitare del successo dell'impresa.
II ministro, tenendoci a fornire una prova di zelo, anzichè ordinare l'arresto immediato dell'individuo denunziato, ordinò a Harel di accedere alla proposta del suo amico per scoprire tutti i rami della cospirazione, e questi si prestò alla triste parte che gli era assegnata.

Egli sostenne questa sua parte con tanta perfezione da indurre Demerville a palesargli tutti i suoi segreti. Costui lo presentò a Cerrachi, rivoluzionario esaltato, uno dei fondatori della Repubblica romana del 1799. I tre decisero il giorno della esecuzione del complotto. Essa fu fissata per la prima rappresentazione dell'opera Gli Orazi, alla quale il Primo Console doveva assistere. Harel ricevette denaro per guadagnare quattro uomini risoluti che dovevano vibrare i primi colpi, e per comperare delle armi.
Il 10 ottobre, alle due del pomeriggio, Harel si trovò con le sue quattro comparse alle Tuileries, distribuì loro le armi, e si presero le ultime disposizioni. Demerville doveva appostarsi nel giardino del Padais-Royal con gran numero di giovani destinati a favorire lo scampo degli assassini. Cerrachi diede appuntamento a Harel al Caffé dell'Opera, ove doveva condurre un uomo che avrebbe colpito Bonaparte.
L'individuo era un ex notaio di nome Diana. Alle sette Cerrachi lo portò al Caffè dell'Opera. Essi entrarono tutti nel teatro, dove era stato dato l'ordine di allontanare la gente dal palco del Primo Console, per provocare i congiurati all'ardimento; e nel momento che Cerrachi si avvicinava al palco, egli era arrestato dall'aiutante generale de Laborde, e Diana, che s'era messo di stazione nel corridoio, era afferrato dagli agenti. In seguito a questi arresti, la polizia si portò in casa di Demerville. Egli non era ritornato; ma una sua cugina, o sua amante, Maddalena Fumey, ex istitutrice, vi si trovava con due individui, il negoziante Delavigne e lo scultore Daitey. Furono incarcerati tutti. La giustizia pose quindi le mani su Arena, aiutante generale, membro del Consiglio dei Cinquecento, denunziato da Harel come il capo della cospirazione, e su Topino-Lebrun, pittore, già giurato al Tribunale rivoluzionario, accusato di aver fornito i pugnali per compiere l'attentato.

Al processo, i prevenuti si chiusero in un sistema di quasi assoluta negazione, attribuendo tutto alla immaginazione di Harel. Ciò egli non poteva negare; onde le sue affermazioni tendevano soltanto a provare che la premeditazione dell'attentato era anteriore alla sua denunzia e al suo intervento.
Il 9 gennaio 1801, il tribunale assolse Diana, Daitey, Delavigne e Maddalena Fumey, e condannò a morte Arena, Dermevilie, Topino-Lebrun e Cerrachi. Essi furono giustiziati il 29 gennaio, e morirono con grande coraggio.

Il 27 dicembre, alle otto di sera, il Primo Console uscì dalle Tuileries per recarsi all'Opera, dove si doveva sentire per la prima volta l'Oratorio della Creazione del mondo di Haydn. I generali Lannes e Bessiéres e il secondo console Lebrun erano nella sua carrozza, preceduta e scortata da uno squadrone di granatieri della guardia consolare. La scorta trovò la stretta via Saint-Nicaise, che essa dovea attraversare, ostruita dalla botte d'un portatore d'acqua e da una vettura pubblica; essa volle sgombrare il passaggio; uno dei soldati ributtò indietro un uomo che si trovava nel mezzo della via, e questi, che fu preso per il portatore d'acqua, si avvicinò con vivacità alla sua botte; in quell'istante la carrozza consolare arrivava al gran trotto, ed essa aveva appena superato i due ostacoli, quando una spaventevole detonazione, simile all'esplosione di una mina, si faceva sentire; la via era tutta piena di morti e di feriti, le case sconquassate precipitavano, seppellendo altre vittime sotto i rottami; ma quegli contro cui era diretto d'odioso agguato sfuggiva miracolosamente alla morte e faceva il suo ingresso all'Opera tra frenetici applausi.

I primi sospetti della polizia si portarono sui repubblicani; tuttavia le indagini le fecero riconoscere che se ai giacobini si doveva attribuire l'idea prima dell'attentato, non erano questi gli esecutori. L'esplosione aveva lasciato pochi indizi che potessero guidare le investigazioni; la botte carica di polvere era in pezzi, il cavallo che l'aveva condotta era ucciso; e fu pure con l'aiuto di quei resti che si risalì agli autori dello spaventevole delitto. Tutti i mercanti di cavalli di Parigi furono chiamati; uno di essi riconobbe il cadavere dell'animale; egli diede i connotati dell'uomo a cui lo aveva venduto; i cerchi di ferro che circondavano il barile erano intatti; il fabbro che li aveva foggiati fece ugualmente il ritratto dell' uomo che glieli aveva commessi, e i due ritratti erano identici. Essi corrispondevano a un certo Francesco Giovanni, detto Carbon, detto il Piccolo Francese, detto anche Costante, ex marinaio ed ex sciuano, segnalato come agente di Giorgio Cadoudal: e da quella parte si diressero le ricerche. Si arrestarono la sorella di Carbon e le sue due figlie, presso le quali egli abitava prima del delitto; esse dissero che egli aveva trovato ricovero da tre donne che abitavano in uno stesso appartamento, Diaria Anna Duquesne, già superiora del convento di San Michele, la signora Goyon di Beaufort, e la signorina de Champion de Cicé, sorella dell'ex arcivescovo di Bordeaux.

Carbon fu arrestato con quelle che lo avevano accolto: fu riconosciuto per il compratore della vettura e del cavallo, e si decise a confessioni. Secondo le sue dichiarazioni, l'idea dei delitto sarebbe stata portata dall"lnghilterra da Picot de Limoélan de Beaumont, ex ufficiale vandeano devoto a Giorgio Cadoudal, e da un ex ufficiale di marina, chiamato Pietro Rubinault, detto Saint-Regent, che sotto falso nome aveva comandato una banda di sciuani; Carbon era stato incaricato di provvedere la vettura e il cavallo; Limoélan aveva presieduto all'organizzazione, e Saint-Régent s'era assunto di dar fuoco al barile.
Fu impossibile rintracciare Limoélan; ma Saint Régent fu arrestato, e con lui un chirurgo che gli aveva prestato le sue cure dopo il delitto, nonchè i coniugi Leguilloux che gli avevano dato asilo, ed altri personaggi minori. Il processo accertò che la sera del 3 nevoso, quando SaintRégent era entrato dalla Leguilloux, si trovava in uno stato deplorevole. « L'ho trovato », disse il chirurgo Collin, « in condizioni gravi; sputava sangue, e sangue gli usciva dalle narici; respirava a fatica; il polso era concentrato; nessuna specie di contusione esterna, ma forti dolori addominali, gli occhi malati, e sordo l'orecchio sinistro ».

Saint-Regent, che opponeva una risoluta negativa alle affermazioni di Carbon, sosteneva di essersi trovato per caso vicino alla rue Saint-Nicaise, e d'essere stato rovesciato dall'esplosione; due individui da lui non conosciuti l' avrebbero sollevato e ricondotto a casa; l' incomodo della sordità sarebbe stato d'antica data.

Il 16 germinale, dopo la deposizione dei testimoni e la commovente comparsa delle vittime, il tribunale pronunciò la sua sentenza. Limoclan, Lahaye de Saint-Hilaire e quattro altri cospiratori furono condannati a morte in contumacia; Saint-Régent e Carbon furono ugualmente condannati a morte; Leguilloux, sua moglie e il chirurgo a tre mesi di carcere; gli altri furono assolti. L'appelilo in cassazione di Saint-Régent e di Carbon fu respinto, e il 1° floreale essi furono condotti al patibolo.

Ma non soltanto contro i partiti ostili doveva lottare Bonaparte; il prodigioso ascendere della sua grandezza gli rendeva nemici i suoi antichi emuli di gloria; i generali non vedevano senza rabbia il prossimo avvento al trono del loro collega dell'armata d'Italia.
Fra questi ce n'era uno che già sotto il Direttorio non aveva respinto le profferte del pretendente e si era mostrato disposto ad aiutarlo a riconquistare la corona dei suoi padri : era il generale Pichegru.
Scoperti questi suoi intrighi e denunziato al Direttorio, egli era stato richiamato a Parigi e privato del comando dell'esercito del Reno. Egli si era ritirato nel suo dipartimento, e di là continuava a mantener relazioni coi principi esiliati. Ben presto gli elettori del Giura lo mandarono al Corpo legislativo, dove lo si nominò presidente. Ma il Direttorio, che aveva nelle mani le prove dei suoi complotti, lo proscrisse, mandandolo a Caienna. Ma egli evase di là con alcuni compagni, lanciandosi sull'Oceano in una piroga, con pochi viveri e una vecchia bussola; e raggiunto il forte di Saint-Krich, potè passare in Inghilterra e riprendere da lì i conciliaboli con la famiglia reale. Ma ormai lo si considerava cospiratore troppo notorio per non aver perduto l'ascendente sui soldati: si sentiva la necessità di opporre a Bonaparte un altro dei grandi capi, dal nome rispettato e puro, e si gettarono gli occhi sul generale Moreau.

Questi non faceva mistero della sua ostilità contro il Primo Console: ma in qualunque disposizione egli si trovasse, si aveva una troppo alta idea del suo carattere per sperare che egli entrasse mai in una congiura la quale si servisse dell'assassinio.
Giorgio Cadoudal si trovava a Londra. Audace partigiano, settario inflessibile, egli era pronto ugualmente a uccidere e a farsi uccidere per gli oggetti del suo fanatismo. E probabile che il famoso capo vandeano fosse a conoscenza del terribile attentato del 3 nevoso, e che lo avesse approvato. L'insuccesso e la punizione dei suoi complici non poterono scuotere la sua anima di bronzo; ma il grido di riprovazione che era sfuggito a tutte le bocche lo rese più scrupoloso nella scelta dei mezzi da impiegarsi. Egli concepì un piano d' attacco più cavalleresco : egli stesso, con un numero di sciuani non superiore a quello dei soldati che scortavano ogni giorno la carrozza del Primo Console sulla via della Malmaison, avrebbe attaccato il corteo con la sciabola e la pistola in pugno e nel combattimento avrebbe ucciso Bonaparte.

Morto il Primo Console, Moreau non poteva più esitare a valersi della sua influenza sull'esercito per provocare una restaurazione. I primi tentativi su di lui erano stati infruttuosi. Pichegru suppose che egli avrebbe avuto un maggiore ascendente sul suo ex collega, e si decise a passare in Francia, dove già era stato preceduto da Cadoudal.
Il governo era avvisato. Il Primo Console aveva ricevuto biglietti misteriosi che gli consigliavano prudenza. Uno di essi era così concepito : «Vi sono pugnali nell'aria; guardatevi ». La costa era vigilata con un rigore che rendeva ogni sbarco difficile; esso si compì tuttavia sugli scogli di Béville con un'audacia che annientò tutte le precauzioni prese.

Due degli sciuani, Picot e Lebourgeois, segnalati dagli agenti segreti che la Francia teneva a Londra, furono arrestati a Pont-Audemer: essi dichiararono alla commissione militare d'essere venuti in Francia per attentare alla vita di Bonaparte; ma non si lasciarono strappare alcuna rivelazione né sulla congiura né sui loro complici. Essi furono fucilati entrambi.
Pochi giorni dopo, si arrestò un ex ufficiale di Cadoudal, il bretone Guerelle. Egli non seppe morire con la fermezza dei due primi, e per guadagnare qualche ora di vita, promise rivelazioni. Non si sospettava quanto esse dovessero essere importanti. Egli palesò la presenza di Giorgio Cadoudal in Francia, raccontò lo sbarco sulla scogliera di Béville e comunicò che uno dei principi della casa reale si sarebbe introdotto in Francia per quella via.

Contemporaneamente, mercé l' arresto dell'ex abate David, già intermediario fra Pichegru e Moreau, si veniva a conoscere l'accordo subentrato fra realisti e repubblicani: il pericolo assumeva proporzioni tali da non esservi un minuto da perdere per scongiurarlo. Una legge straordinaria fu fatta contro la congiura e i ricettatori di congiurati.
Frattanto un aiutante di Cadoudal, Bouvet de Lauzier, arrestato e condotto al Tempio, dopo aver cercato d'uccidersi spiattellava tutto, rivelando specialmente, in odio al generale repubblicano, la parte che Moreau aveva preso nella congiura.

Questi nel frattempo aveva smascherato le proprie ambizioni personali. Nei colloqui con Pichegru, egli aveva respinto l'idea di chiamare un principe della casa di Borbone a Parigi, dichiarando che il ristabilimento della monarchia era una chimera irrealizzabile : egli valeva sì rovesciare Bonaparte, ma per sostituire la propria dittatura al suo consolato. - Usurpatore per usurpatore - aveva detto Cadoudal - preferisco colui che tiene il potere a questo gallinaccio che vuol prenderlo.

In seguito alla dichiarazione di Bouvet, Moreau fu arrestato; l'8 ventoso un ex ufficiale di stato maggiore, Leblanc, si offerse per centomila franchi a consegnare Pichegru, che egli nascondeva in casa. Il miserabile, mediante una chiave falsa che aveva fatto preparare in precedenza, aperse la stanza di Pichegru, e vi introdusse un commissario di polizia e alcuni gendarmi, i quali, dopo un quarto d'ora di lotta, riuscirono a impadronirsi del proscritto.
Lo stesso giorno la polizia faceva affiggere i connotati di Cadoudal e dei suoi complici, a Parigi e nei sobborghi.
"Cinque piedi e quattro pollici - diceva la segnalazione di Cadoudal - estremamente vigoroso, spalle larghe, testa di spaventosa grossezza, collo molto corto, dita brevi, grosse, gambe e cosce poco allungate, naso schiacciato e come tagliato in alto, occhi grigi, uno dei quali sensibilmente più piccolo: andatura bilanciata; voce dolce, senza accento; vestito bene; biancheria sempre pulita ».

Dopo l'arresto di Picot e di Pichegru, che toglieva ogni prospettiva favorevole alla cospirazione, Cadoudal, il quale per mantenersi inafferrabile aveva mutato quattro volte d' alloggio, pensava ad abbandonare Parigi e a restituirsi nel Morbihan.
Il 18 ventoso, al tramonto, un « cabriolet » venne a prenderlo alla porta della sua abitazione. Egli uscì con quattro compagni; tre se n'andarono a piedi, il quarto, Léridant, salì nella vettura con lui. Nel momento che sboccavano sul quadrivio dell'Odeon, due agenti di polizia che l'avevano seguito, si gettarono sulle redini del cavallo e lo fermarono. Giorgio Cadoudal li stende a terra con due colpi di pistola e cerca di saltar giù dal « cabriolet »; ma altri agenti arrivavano in aiuto dei loro camerati, e dopo una lotta disperata, egli e il suo complice sono presi e legati.

Condotti alla prefettura di polizia, egli fu subito interrogato. La calma e la perspicacia delle sue risposte, in simile momento, permettono di giudicare la tempra del suo carattere. Egli negò le sue relazioni con Pichegru e Moreau, ma ammise con una sorta d'orgoglio che era venuto a Parigi con l'intenzione di assalire il Primo Console, e che non aspettava se non l'arrivo di un principe in Francia per effettuare il suo disegno.
Uno dei due agenti che lo avevano arrestato, colpito da una palla in fronte, era morto; l'altro, con una palla nel petto, era in grave pericolo. Si cercò d'intenerire quell'anima di bronzo, rimproverandole l'assassinio commesso.
- Non ho fatto che respingere la forza con la forza --- rispose Cadoudal.
E poiché gli si rappresentava la vittima come un padre di famiglia:
- E' colpa vostra - egli ribatté - potevate farmi arrestare da celibi.

Tutti i complici della cospirazione erano nelle mani della giustizia; i signori de Polignac e de Riviére erano stati presi il 14 ventoso; uno sciuano. Raoul Gaillard, era stato ucciso con un colpo di carabina nel momento che attraversava la Senna per sfuggire ai gendarmi che lo inseguivano.
L'istruttoria seguiva il suo corso, quando una mattina, il secondino, entrando nella stanza di Pichegru, lo trovò morto nel suo letto.
La vigilia, il conquistatore dell'Olanda aveva domandato in prestito un Seneca; il libro era aperto alla pagina dove il celebre filosofo dice : « Colui che vuole ordire congiure deve, prima di tutto, non temer di morire ». Egli si era strangolato con una cravatta di seta nera fortemente ritorta grazie a un pezzo di legno che egli aveva tolto da un fastello destinato alla stufa.

Il 28 maggio 1804, dieci giorni dopo la proclamazione di Napoleone a imperatore, gli accusati, quarantadue in tutto, comparvero dinanzi al tribunale. Nella seduta dell'11 pratile, una discussione abbastanza animata s'impegnò tra il presidente e il generale Moreau. Il prevenuto Rolland assicurava che il conte d'Artois aveva detto: « Se i nostri due generali giungono a intendersi, io sarò fra breve a Parigi. » Moreau negava che questa frase lo concernesse.
- Tuttavia - gli ribatte il presidente - quando si vede che Pichegru viene a Parigi e che ha dei convegni con voi?
Moreau lo interruppe
- Quando si vede che Pichegru non s'intende con me, allora è evidente che io non ci entravo in quel discorso.
Il presidente: - Perché voi volevate essere dittatore.
- Io, dittatore! - esclamò Moreau con grande animazione. - Con tutti i partigiani dei Barboni, farmi dittatore? Si cerchino i miei partigiani. I miei partigiani sono l'esercito francese, di cui ho comandato i nove decimi e salvato più di cinquantamila uomini. Sono là i miei partigiani. Perchè mi si vuole attribuire la follia di farmi far dittatore dai partigiani dei vecchi principi francesi, che combattono per la loro causa dal 1792? Volete che quella gente lì, in ventiquattr'ore, decida d'innalzarmi alla dittatura?

Le parole del generale Moreau furono accolte da una triplice salva d'applausi, che il presidente represse a stento; l'opinione pubblica era per lui, per il vincitore di Hohenlinden. La commozione era così generale e così profonda che, all'uscire dall'udienza, Cadoudal disse a Moreau : - Generale, ancora una seduta come questa, e voi dormite alle Tuileries.
La personalità di Moreau s'era levata così alta durante il processo, che la sua assoluzione avrebbe opposto un potentato al potentato così recentemente salito in trono. Il governo giudicava la sua condanna necessaria, e non esitò a farlo sapere al tribunale, il quale fu ufficiosamente preavvisato che, se rimandasse libero il generale, avrebbe messo i pubblici poteri nella necessità di riformare la sentenza con un colpo di Stato.

I dispareri dei giudici si risolsero con un compromesso. Moreau fu tra i condannati a due anni di prigione, con Giulio di Polignac, Léridant, Rolland e Maria Michelina Hazay. Venti altri furono condannati a morte : fra questi Giorgio e Pietro Cadoudal, Bouvet de Lozier, Armando di Polignac, Carlo d' Hosier, Coster de Saint-Victor. I rimanenti erano assolti, o rinviati al correzionale. I condannati ascoltarono la sentenza senza manifestare il minimo turbamento.
Molte furono poi le intercessioni per i condannati, e il 6 messidoro giunse la lettera imperiale che commutava la pena di morte in quella della deportazione a Bouvet de Lozier, Armando de Polignac, d'Hosier e ad altri cinque signori. Giorgio Cadoudal e i suoi sciuani restavano soli in faccia al patibolo.
Non già che fossero a lui mancati gli avvocati per sostenere la sua causa presso Napoleone. V'era alla corte un uomo cavalleresco, a cui il coraggio indomabile, l'energia, la rudezza del vandeano dovevano essere simpatici : quest'uomo era Murat. Il futuro re di Napoli perorò con gran calore la causa dei condannati, e Napoleone era disposto a cedere alle sue preghiere; ma Cadoudal esigeva che la grazia fosse estesa fino all'ultimo dei suoi complici, e la clemenza imperiale credette di doversi fermare.

Le esecuzioni erano divenute in quell'epoca abbastanza infrequenti perché mio padre non conservasse che quattro aiutanti. Dato il numero dei condannati, egli dovette provvedersi dì aiutanti supplementari. Si era già ripresa l'abitudine di permettere ai condannati di farsi accompagnare da un prete fino al luogo del supplizio; di conseguenza il numero delle carrette che si richiedevano per quel corteo funebre fu portato a tre. Alle nove del mattino i condannati furono introdotti nell'anticamera della cancelleria per la toilette; essi pregavano in grande raccoglimento.
Entrando nella sala, Cadoudal disse qualche parola al secondino che l'accompagnava; e dopo la risposta di lui, andò diritto da mio padre.

Il suo passo era fiero, il suo occhio sicuro, la sua carnagione aveva il solito colorito, nulla tradiva commozione sul suo volto o nel suo accento.
- Signore - egli disse - voi siete l'esecutore di Parigi?
Mio padre rispose affermativamente.
- In questo caso -- soggiunse Giorgio - voi sapete che io voglio essere giustiziato per primo. Sta a me il dare ai miei camerati l'esempio del coraggio e della rassegnazione; d'altronde io non voglio che alcuno di essi se ne vada da questo mondo con l'idea che io possa sopravvivergli.
Secondo gli ordini, Cadoudal avrebbe dovuto morire ultimo. Mio padre approfittò della lunghezza dei preparativi richiesti da si gran numero di condannati per far trasmettere la domanda di Giorgio al gran giudice. Il cancelliere tornò con un rifiuto. Il rude capo di partigiani dovette rassegnarsi.
Prima di abbandonare la Conciergerie, egli volle essere abbracciato dai suoi compagni, tutti obbedirono; quelle ruvide facce si addolcirono nel supremo addio all'amato capo; alcuni occhi si bagnarono di lacrime. Quando fu finito egli disse:
- Ed ora si tratta di mostrare ai parigini come muoiono dei cristiani, dei realisti e dei Bretoni.

Fece cenno al suo confessore di dargli il braccio; e senza attendere l'ordine dell'esecutore, comandò « In marcia! », con tanto slancio e vigore come se si fosse trattato di muovere all'assalto.
Egli era nella prima carretta con suo cugino Pietro, col suo domestico Picot e con Coster de Saint Victor. Quest'ultimo non eccitava minore curiosità che il suo capo. La sua bellezza, il suo portamento altero, la sua eleganza, le fortune amorose che gli si attribuivano, ne avevano fatto il prediletto del pubblico, e al passaggio del corteo si sentirono più volte parole di compassione innalzarsi dalla folla.
Durante il tragitto, Giorgio, divenuto cupo e taciturno dopo il rifiuto del favore che egli aveva sollecitato, era rimasto costantemente in preghiera. Egli vide discendere senza far parola tutti i suoi compagni, e lo stesso Coster Saint-Victor che, essendo l'ultimo a precederlo sul patibolo, volle abbracciarlo ancora una volta, e gli disse baciandolo
- Addio, mio generale.
Giorgio, pur lasciandolo fare, alzò le spalle come davanti a un atto di debolezza e di puerilità. Poi, quando la bella testa del suo giovine complice fu caduta, egli salì con passo lento, ma sicuro, i gradini del patibolo, e quando fu giunto sulla piattaforma, gridò con voce potente
- Camerati vi raggiungo. Viva il re!

Dopo quest'ultima esecuzione, vi fu un momento di disordine. Le precauzioni erano state prese male. Quando cadde la testa di Cadoudal, i panieri portati erano già pieni. Il cadavere colossale del cavaliere assassino rimase più di un quarto d'ora sul patibolo, fino a tanto che mio padre ebbe avuto il tempo di mandar a comperare della tela per fargli un lenzuolo a parte.

L' INNOCENZA DI LESURQUES

La politica aveva preso tanta parte nella storia del patibolo, che essa dovette assorbirmi interamente e farmi passare sotto silenzio parecchi drammi più oscuri che negli stessi anni venivano pure alla loro risoluzione sulla piazza di Gréve.
Nella primavera dell'anno IV, durante il tempo che le bande degli chauffeurs infestavano la Francia depredando le popolazioni e applicando alle vittime gli orrori della tortura a fuoco lento per far loro rivelare i nascondigli del denaro, durante il tempo che le passioni politiche servivano di pretesto a ogni genere d' imprese criminali, si seppe un giorno che la corriera adoperata al servizio postale tra Parigi e Lione era stata oggetto di un assalto a mano armata. Il corriere e il postiglione erano stati trovati sanguinanti ed esanimi a poca distanza l'uno dall'altro, sul luogo dell'aggressione. Una vettura abbandonata e un cavallo ancora trattenuto da un brandello delle redini restavano come pezzi in testimonianza della audace attentato.
Un'istruttoria fu iniziata per scoprire gli autori. Si era messa la mano sopra un accusato la cui colpevolezza pareva non potesse essere revocata in dubbio: era un certo Courriol, che era stato arrestato a Chateau Thierry, nella casa di un tale Golier, impiegato ai trasporti militari e trovato in possesso di somme e di valori importanti che non potevano provenire se non dal furto di cui si cercavano gli autori.
Courriol e Golier furono condotti a Parigi, insieme con un altro impiegato ai trasporti militari, di nome Guesno che abitava nella stessa casa.
Contro Golier e Guesno non c'erano indizi; quest' ultimo era stato anzi prosciolto definitivamente dai sospetti e non tornava all'ufficio centrale che per riprendervi le carte da lui lasciate, quando fece l'incontro d'un suo compatriota, Lesurques, a cui si diede a raccontare la brutta avventura che gli era toccata. E poiché il racconto andava per le lunghe, Guesno invitò Lesurques ad entrare con lui all'ufficio centrale, - dove avrebbe avuto tutto il tempo di continuare la storia mentre si sarebbero cercate le sue carte. Quegli accondiscese.

Fatale compiacenza! Guesno e Lesurques erano appena entrati nell'anticamera del giudice istruttore Daubanton, quando si sentirono addosso gli occhi di due testimoni chiamati dal luogo del delitto per aiutare la giustizia nelle sue investigazioni sulla misteriosa faccenda.
Questi due testimoni, che erano due donne, credettero di riconoscere perfettamente in Guesno e Lesurques due dei presunti autori dell'attentato, ossia due degli uomini che avevano veduto quella stessa sera a poca distanza dal luogo dove esso era stato commesso. Ed esse non esitarono a dichiararlo al giudice Daubanton. Il magistrato, che ben conosceva il cuore umano, non voleva credere che due colpevoli di un fatto così grave venissero a gettarsi per così dire nella gola del lupo: però le affermazioni delle due donne erano così precise che egli non poté esimersi dal mettere i due disgraziati in stato d'arresto.

Finchè l'istruttoria rimase affidata a Daubanton, i due prevenuti ebbero grande possibilità di far risaltare la loro innocenza; ma quando l'affare fu portato dinanzi al tribunale criminale di Melun, il magistrato, privato degli elementi che nel suo collega di Parigi avevano fatto nascere dubbi possenti, non pose mente che a rilevare le prove di colpevolezza e a dar tale carattere ad indizi assolutamente molto contestabili.
Un terribile atto d'accusa fu dunque lanciata contro Courriol, Guesno e Lesurques, ai quali erano venuti ad aggiungersi altri supposti complici. Il processo stava per cominciare quando fu accolta l'istanza degli accusati perchè la causa fosse deferita al Tribunale criminale della Senna.
Disgraziatamente, la nuova giurisdizione cercò i suoi lumi piuttosto nell'incompleta e parziale procedura del tribunale di Melun che nei preziosi elementi raccolti da Daubanton. Lesurques, al dibattimento, non aveva cessato dal protestare la sua innocenza, ma con quella calma e quel sangue freddo che denotano bene, se si vuole, una coscienza tranquilla, ma non hanno né il calore nè l'indignazione dell'innocenza ingiustamente accusata. Era un flemmatico uomo del Nord : se avesse saputo dare un accento più vibrante alle sue negazioni, forse si sarebbero aperti gli occhi dei giudici.

Nel momento che i giurati si ritiravano per deliberare. una donna implicata nel processo al principio delle ricerche, Maddalena Breban, l'amante del principale accusato Courriol, chiese di fare al presidente un'importante comunicazione. Ella dichiarò che, dei sei accusati presenti, il suo amante era il solo colpevole : che non bisognava dar valore al preteso riconoscimento di Guesno e di Lesurques da parte delle due donne, perché entrambi erano vittime di una fatale rassomiglianza, l'uno con certo Vidal, l'altro con certo Dubosc, veri autori del delitto, che avevano trovato l'impunità nella fuga.
Il presidente non rispose a questa rivelazione, che sarebbe dovuta essere un lampo di luce, se non con il più secco e più sterile degli argomenti di procedura:
- Troppo tardi! Il processo é chiuso.

Il tribunale, udita la dichiarazione dei giurati, liberò Guesno e un altro accusato; condannò invece Lesurques, con Courriol e un certo David Bernard alla pena di morte.
Invano Courriol si affaticò poi a confermare punto per punto le rivelazioni della sua amante, ed altri testimoni deposero in conformità; invano il difensore di Lesurques, convinto dell'innocenza del suo infelice cliente, ottenne che il Direttorio si occupasse della cosa, e questo ne incaricò il Consiglio dei Cinquecento. Ivi si passò maestosamente all'ordine del giorno : era la ratifica della sentenza di morte pronunciata contro una vittima degli errori delle giustizia umana.

Il 9 brumaio dell' anno V, giorno fissato per l'secuzione, Lesurques, placido e calmo come il giorno del dibattimento, in quella serenità che solo può venire dalla pace della coscienza, al veder comparire mio nonno, si avanzò verso di lui e gli consegnò una lettera aperta. Era una lettera indirizzata a quel Dubosc, invece del quale egli veniva giustiziato. L'infelice pregava Carlo Enrico Sanson di dare la massima pubblicità alla lettera, composta in questi termini:
"Al cittadino Dubosc.
Voi, in cui vece io sto per morire, contentatevi del sacrifizio della mia vita. Se mai siete tradotto davanti alla giustizia, ricordatevi dei miei tre figliuoletti coperti d'obbrobrio, della loro madre alla disperazione, e non prolungate tante sventure, cagionate dalla somiglianza più funesta. »

ll tragitto fino al patibolo fu il più lugubre e il più stupefacente che mai si fosse avuto dalla Conciergerie alla piazza di Gréve. Lesurqùes e Coùrriol erano in piedi nella parte anteriore della carretta, che procedeva difficilmente causa la folla. A ogni movimento dei cavalli, Courriol gridava con una voce stridula
- lo sono colpevole, Lesurqùes é innocente!
Durò così per tutti i venti minuti che ci vollero a percorrere la via. Quelle proteste d'un uomo che confessava il suo delitto, ma proclamava l'innocenza d'uno dei suoi compagni di supplizio, si ripercuotevano nella folla e la agghiacciavano di stupore e d'orrore.
Ai piedi del patibolo e sulla stessa piattaforma, Courriol ripeté le sue proteste, e il rumore del coltello che scivolava nella scanalatura si confuse con la voce che proferiva con indicibile energia quelle parole poi ratificate dall'avvenire
- Lesùrqùes é innocente.

Questi, da quando era salito sulla carretta, non aveva più pronuncialo una sola parola. Solo a quando a quando volgeva uno sguardo intenerito verso Coùrriol.
Egli salì a sua volta sul patibolo con passo fermo, e quì disse soltanto
- Dio perdoni ai miei giudici come io loro perdono!
Il terzo condannato, Bernard, fu l'ultimo a venire sotto la ghigliottina : in lui, come avveniva spesso, essa non ebbe che una preda priva di sensi.
La riabilitazione, intravveduta dall'infelice Lesurques come un baleno di speranza al momento supremo, non e ancora venuta. Invano la sua disgraziata famiglia, colpita da tutte le sciagure, l'ha perseguita con nobile costanza, aiutata da spiriti generosi e da cuori devoti.
Tuttavia l'innocenza del suppliziato dell'8 brumaio non tardò ad avvicinarsi alla più fulgida conferma, quando lo stesso Dubosc, quegli con cui Lesurques era stato scambiato, cadde nelle mani della giustizia, insieme con gli altri colpevoli dell'assalto alla corriera di Lione. Era però un malfattore della peggiore specie; egli rimase sordo all'appello dell'infelice morto in sua vece, e nella vaga speranza di una salvezza impossibile, giuocò sull'equivoco di quella identità. Non scampò per questo alla pena di morte.
Ma ecco due anni dopo, l'ultimo degli arrestati per quel delitto, un certo Roussy, prima di salire sul patibolo consegnò al suo confessore uno scritto in cui attestava la innocenza di Lesurques. Quest'ultima esecuzione portava a sette il numero degli 'individui condannati per l'assalto alla corriera, mentre era sempre risultato dall'istruttoria e dai dibattimenti che l'attentato era stato commesso da cinque persone.

Durante questo tempo, la famiglia di Lesurques piombava in tutti gli orrori della miseria e della disperazione; confiscati i suoi beni; impazzite la moglie e la madre; la prima ricuperò la ragione dopo sette anni, la seconda mai più. Soltanto venticinque anni dopo, sotto la Restaurazione, si ottenne il riconoscimento che la confisca dei beni era ingiusta; la riabilitazione morale del condannato fu sempre invece dagli eredi invocata invano. L'innocenza di Lesurques era passata perfino in proverbio. Ma scrupoli di uomini di legge hanno sempre soffocato la voce della umanità e della giustizia che perorava la causa postuma dell'uomo decapitato nel 1796.

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