PRIMA DELLA MARCIA SU ROMA

* ANALISI DELL'ANNO 1922
* INTERVENTI DI MUSSOLINI SU "IL POPOLO"



* GLI ULTIMI DISCORSI PRIMA DELLA "MARCIA"

 

Oltre a quanto accennato nelle pagine della "Biografia", vogliamo attingere qui, ad una più accurata analisi di questo stesso periodo, fatta da un uomo molto vicino al Re; autore di una serie di articoli (11), pubblicati nel 1949-1950, apparsi sul settimanale Oggi: Alberto Consiglio, in "Vittorio Emanuele III, il Re silenzioso", lo citiamo riguardo a Mussolini e ai rapporti che ci furono nel corso di questo fatidico anno della Marcia su Roma e la sua presa del potere.
POI, PIU' AVANTI RIPORTIAMO GLI ULTIMI SCRITTI E DISCORSI DI M. PRIMA DELLA "MARCIA"

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"La personalità di Mussolini era veramente un fatto nuovo nella società politica italiana. Nel partito socialista egli difettava quasi, completamente delle virtù, che rendevano ammirabili, anche agli avversari, uomini come Treves, Turati, Modigliani, Prampolini, Caldara; ma possedeva in abbondanza le qualità di cui questi illustri personaggi difettavano. La sua cultura era scarsa e superficiale, appena sufficiente per un buon giornalista di provincia. Possedeva largamente la virtù giornalistica di afferrare con estrema rapidità i più disparati problemi; ma era inadatto ad approfondirli. D'ogni questione egli pensava quel tanto che gli era necessario per un articolo o per un corsivo, e per simulare, agli occhi dello sprovveduto lettore, una larga competenza. Aveva un grande gusto per l'azione; ma lo esplicava soprattutto nella polemica giornalistica ed oratoria. A differenza di molti socialisti autorevoli, che provenivano dalla borghesia, egli era uscito dal proletariato. Aveva, quindi, un acuto senso della massa.

ERRORI DEI GIOLITTIANI

Mussolini capì però che delle due rivendicazioni, quella nazionalista e quella proletaria, bisognava fare una formula unica. In fondo, le grandi masse che seguivano il socialismo chiedevano la stabilità economica e temevano la disoccupazione e la diminuzione del tenore di vita conquistato durante la guerra. Solo un governo autoritario che avesse largamente promosso l'intervento dello Stato nella vita economica del Paese, poteva rispondere alle esigenze delle masse.
Che cosa voleva, all'altro estremo dello schieramento politico, la gioventù borghese e nazionalista? Anche questa era bisognosa di decorose occupazioni: la naturale aspirazione dei giovani laureati e diplomati del nostro Paese agli impieghi statali, si faceva sempre più larga e pressante. D'altra parte,
tutta la borghesia attiva, industriale, commerciale e agricola, che per tradizione appoggiava il moderatismo giolittiano, non poteva non vedere senza apprensione il ritorno alla politica del "piede di casa" proposto da Giolitti.

Naturalmente, solo una grande superficialità giornalistica poteva tentare una formula di conciliazione tra queste due opposte esigenze. Ma Mussolini non si preoccupò eccessivamente delle facili e fondate critiche degli esperti e colti politici della democrazia giolittiana.
Lui era prima di tutto un istintivo, non proveniva da quell'ambiente dei compromessi, era pur sempre un socialista uscito dal proletariato, si era fatto una esperienza di giornalista spesso scomodo a Trento come a Forlì, era uno dei tanti che erano tornati dalla guerra, infine aveva solo 39 anni!! ma aveva carisma dentro il suo nutrito gruppo del movimento dei Fasci. Dalla sconfitta elettorale del novembre 1919, per nulla scoraggiato era riuscito, dopo poco più di un anno, alle elezioni del maggio 1921 a portare dentro la Camera 35 suoi deputati. Una minoranza, ma piuttosto agguerrita.
Nell'anno 1922 il progresso compiuto dal Fascismo nell'organizzazione - su basi nazionali- fu addirittura imponente. A favorirne una ulteriore ascesa venne poi il clamoroso fallimento dello "Sciopero legalitario" di agosto proposto dal sindacalismo della sinistra, con la precisa intenzione di fare pressioni sul governo, mentre questo, ancora una volta, si dibatteva dentro in una profonda crisi di partiti e di uomini incapaci di riportare il Paese nella legalità e alla pace sociale.

L'Italia era stanca di scioperi, e attendeva solo un governo capace di essere all'altezza della grave situazione in cui era precipitato il Paese. E guardò con simpatia, o come al male minore, al fascismo, nonostante le violenze che alcune squadre esercitavano. Violenze che Mussolini in più di una occasione giustificò essere "necessario" per riportare l'ordine. Un prezzo da pagare, insomma, per uscire dal vicolo cieco in cui si era. Perfino Nitti scrivendo ad Amendola fu dell'opinione che "Bisogna che l'esperimento fascista si compia indisturbato: nessuna opposizione deve venire da parte nostra".

La democrazia giolittiana, da parte sua, non comprese l'importanza disgregatrice di questo movimento. Con un'ingenuità senza pari, essa si pose, tra fascisti e comunisti, nella stessa posizione di indulgente moderatrice che aveva presa di fronte agli agrari e ai socialisti della fine del secolo scorso. Ad un certo punto, in quel vecchio tempo, i Marcora e i Bissolati si erano distaccati dalla sinistra rivoluzionaria e i Saracco, i Sonnino, i Salandra dalla destra reazionaria, e tutti insieme erano saliti al potere con Giolitti, per instaurare il rispetto della legge e l'ordinato progresso nella legge.
Così si sperava che, ad un certo punto, Mussolini e Turati sarebbero andati al governo con Giolitti e con Salandra e che insieme avrebbero messo in prigione Gramsci e Farinacci!
Invece, in un crescendo sanguinoso di risse e di omicidi, che spingevano sempre più perfino gli amanti del quieto vivere verso la prepotenza fascista, si arrivò alla metà del 1922. La situazione si poteva riassumere in poche parole: coloro che avevano il diritto di vivere in pace, si domandavano se il governo era in grado di difendere la vita e la proprietà dei cittadini. Chi poteva dare una risposta favorevole a questa domanda? Era, dunque, naturale che non solo gli sfrontati ma anche i timidi si volgessero speranzosi verso il fascismo.
Ma questo era proprio il punto culminante che la democrazia giolittiana attendeva. Furono i popolari e i socialisti che determinarono, sulla questione dell'ordine pubblico, la caduta del ministero Facta.

Ma per la prima volta, dopo Peschiera, rientrò in scena il re; il "Re silenzioso", tuttavia attento a sondare gli animi; anche nella guerra era sempre rimasto in disparte, non aveva mai interferito; ma che poi a Peschiera minimizzò Caporetto, quando tutti i suoi generali erano già nella disperazione; per non dire sconfitti come uomini e come soldati.

Appena cessate le ostilità della Grande Guerra, il parlamentarismo aveva ripreso tutte le sue funzioni. Le crisi determinate dalla caduta dei ministeri Orlando, Nitti, Giolitti e Bonomi, non avevano presentato difficoltà per il re: rovesciato un ministero dal voto della Camera, i gruppi parlamentari, gli ex-presidenti del consiglio e i presidenti delle due assemblee avevano sempre designato un parlamentare capace di radunare sul suo nome la necessaria maggioranza. Invece, col 25 luglio '22 si iniziava, più che una crisi ministeriale, la crisi del parlamentarismo italiano.

Il Re iniziò le consultazioni. Quale era l'opinione di Giolitti? Lo statista piemontese era a Vichy. Invece di venire a Roma per essere consultato dal re, come era suo diritto e suo dovere, egli continuò la cura delle acque. Ma scrisse, in data 26 luglio, una lettera a Olindo Malagodi, direttore della Tribuna, che era notoriamente l'interprete autorizzato del suo pensiero politico. Giolitti esprimeva il seguente giudizio: "Il governo si getterà a capofitto nella lotta contro il fascismo e porterà ad una vera guerra civile: oppure userà la necessaria prudenza e i paurosi che provocarono questa crisi, lo rovesceranno".

Era dunque proprio Giolitti che lasciava chiaramente intendere come la formazione di un governo senza i fascisti o contro i fascisti poteva significare la guerra civile.
Il re, in base alle designazioni, affidò l'incarico a Orlando. Lo statista siciliano tentò di attirare nella combinazione rappresentanti del fascismo e del socialismo. Ma, mentre i primi avrebbero aderito, i secondi opposero un rifiuto. Orlando a quel punto rinunciò.
Il Re passò al secondo nell'ordine delle designazioni, e affidò l'incarico a Bonomi. Costui tentò di formare un governo di centro-sinistra, ma i gruppi giolittiani si rifiutarono di aderire. Bonomi rinunciò pure lui.
Il sovrano si rivolse, allora, al terzo designato, che era Meda, il più autorevole rappresentante del partito popolare; ma costui declinò l'incarico perché il suo partito avrebbe sì acconsentito ad entrare in una combinazione di centro-sinistra, ma non ad assumere direttamente la responsabilità della formazione del ministero.

DE NICOLA RIFIUTA

C'era un quarto designato, il demoliberale De Nava: il suo tentativo di pacificazione e di conciliazione degli estremi fallì in poche ore. A questo punto il Re richiamò Orlando, ed era un passo logicissimo: poteva darsi che il prolungarsi della crisi avesse logorato le eccessive intransigenze e disposti gli animi ad una considerazione molto più realistica dei fatti. Orlando rispose con molto patriottismo e bruciò tutte le formule: o Mussolini e Turati; o un minore rappresentante di destra, Maury, e un minore rappresentante di sinistra, Canepa; o un ministero di centro-destra con appoggio socialista.
Niente. Anche questa volta Orlando dovette declinare l'incarico.

Allora il re si rivolse a De Nicola, che era stato auspicato da popolari e da socialisti come presidente di un governo di centro-sinistra e che si era sottratto all'incarico. Il gesto del sovrano aveva un significato chiarissimo. Si erano determinate due sole correnti d'opinione, nel corso delle consultazioni: una sosteneva l'opportunità di un governo di centro-sinistra, che avrebbe in pratica raccolto solo l'adesione dei popolari e dei socialisti, che non erano certamente tutti sinceri nel sostenere il ritorno al conclamato rispetto di una legge eguale per tutti, anche per loro che erano una delle parti in conflitto; l'altra, sosteneva la formazione di un governo di coalizione di cui avessero fatto parte fascisti e socialisti a titolo di garanzia e di avallo.

Senonché, la prima soluzione non avrebbe raccolta una stabile maggioranza ed avrebbe accentuato i pericoli di guerra civile; e nessuno dei capi gruppo si era rivelato capace di raggiungere la seconda.
Era una classica situazione di paralisi parlamentare in cui si imponeva l'intervento della Corona. Il re si rivolse non all'on. De Nicola, come autorevole rappresentante della democrazia, ma al presidente della Camera. Era evidente che solo il presidente della Camera, che godeva delle universali simpatie,
poteva assumersi la responsabilità di raggiungere una qualsiasi soluzione della crisi.
Questa era l'opinione del re. Ma De Nicola fu di diverso avviso: egli non ritenne di potersi assumere la responsabilità di risolvere la crisi; ma consigliò la Corona di riaffidare l'incarico a Facta. Costui era stato rovesciato, sì, da un voto della Camera; ma l'ordine del giorno Longinotti-Granchi concerneva la politica interna; quindi, se l'onorevole Facta abbandonava il ministero dell'interno e lo affidava ad un senatore indipendente, ad un prefetto di provata energia, egli poteva ripresentarsi alla Camera e ottenere la maggioranza!
Poteva il sovrano respingere questa soluzione? E se l'avesse respinta, a quali forze avrebbe potuto appellarsi per costituire un qualsiasi governo capace di ristabilire l'ordine e la legalità?
Non c'era che da rassegnarsi ad una riedizione riveduta e peggiorata del ministero Facta, che ebbe, incredibile a dirsi, la maggioranza.

"Noi abbiamo un documento molto serio su questo periodo, un documento freddo, obbiettivo, impressionante, che ci permette di formulare un giudizio preciso sul periodo che va dal luglio all'ottobre 1922 e sui rapporti tra Parlamento e Corona e tra i vari partiti politici. Si tratta delle Memorie del consigliere di stato EFREM FERRARIS, che fu capo di gabinetto al ministero dell'interno durante il primo e il secondo ministero Facta. L'autore non pubblica solamente le impressioni scritte giorno per giorno nel suo Diario; ma le copie di verbali, di intercettazioni telefoniche e di informazioni di polizia che, d'ordinario, vengono sepolti nel segreto degli archivi e solo dopo molti decenni vengono messi a disposizione degli studiosi. Questo documento ci consente di prescindere da tutto quello che è stato detto e scritto posteriormente sulla Marcia su Roma e sull'avvento del fascismo al potere".

TRATTATIVE CON MUSSOLINI

Risulta chiaramente che la soluzione della crisi era stata adottata in linea provvisoria. Si voleva, in quell'ultimo scorcio di estate, condurre delle trattative comode e segrete per raggiungere, verso ottobre, la soluzione definitiva. In realtà, tutti o quasi tutti pensavano che solo Giolitti poteva condurre ii fascisti al potere. Il presidente del consiglio Facta si manteneva in stretto contatto con Giolitti che, da Dronero, dirigeva le operazioni. Prefetto di Milano era il senatore Lusignoli, uomo di fiducia di Giolitti. Fu costui che, pochi giorni dopo la provvisoria soluzione della crisi, coadiuvato dall'on. Corradini, si mise in contatto con Mussolini e si fece tramite tra il capo del fascismo e il capo della democrazia per la formazione del governo di ottobre. La cosa era tanto pacifica e scoperta, che Lusignoli teneva quotidianamente al corrente il presidente del consiglio dello sviluppo delle trattative.

Facta, buono buono, attendeva che da Dronero gli venisse l'ordine di dimettersi. Anzi, talvolta sollecitava con impazienza il suo congedo. Ma c'era un altro uomo di Stato che riteneva di poter dire la sua parola, ed era Salandra. Costui, a mezzo di Federzoni e di De Vecchi, si mise in contatto con Mussolini, per la formazione di un governo di destra, con la partecipazione dei fascisti. Mussolini si mostrò avverso a tale soluzione, e avvertì Facta che, invece di collaborare con Salandra, avrebbe collaborato con lui. In altri termini, il capo del fascismo si manteneva aperte tre vie di compromesso, Salandra, Giolitti e Facta, mentre i suoi uomini saggiavano attentamente la capacità di resistenza dell'avversario.
Il prefetto di Milano, Lusignoli, espose a Taddei, ministro degli interni, la situazione in termini chiarissimi. Subito dopo la soluzione provvisoria della crisi, i fascisti avevano iniziato i preparativi per l'insurrezione armata e per la conquista del potere per l'ottobre. Il governo era, giorno per giorno, ora per ora, minuziosamente informato. Lusignoli avvertì che non bisognava commettere l'errore di attendere che i fascisti prendessero l'iniziativa. Essi avevano ormai una organizzazione così estesa e così approfondita, che avrebbero simultaneamente attaccato in tutte le province. Quindi, bisognava attaccare, simultaneamente, in tutte le province. Poteva il governo far questo? Mobilitare, cioè, tutto l'esercito, contemporaneamente, e scagliarlo contro il movimento fascista?

Ricordiamo la parola d'ordine lanciata da Giolitti da Vichy: "Un governo senza i fascisti e contro i fascisti significa la guerra civile•. Oggi, a distanza di anni, si afferma che lo stato d'assedio, non in quell'ultimo scorcio di estate, ma alla fine di ottobre, avrebbe spazzato i fascisti in un batter d'occhio. Non era di questo parere, nell'agosto 1922, il più autorevole parlamentare del nostro Paese. Chi esitava di più, però, era proprio Mussolini che continuava a domandarsi che cosa avrebbe fatto l'esercito. Infatti, mentre si prendevano le misure per la mobilitazione generale dei fascisti, venne intensificata la propaganda e la penetrazione nell'esercito.
Ed anche negli alti gradi - nonostante tante dicerie- sembra che nessuno volesse esporsi, ma piuttosto stare alla finestra a guardare; compreso il chiacchierato Badoglio, uomo troppo furbo per rischiare tutta la sua carriera. Si comportarono tutti come i politici, la patata bollente la misero in mano a Vittorio Emanuele.

ATTEGGIAMENTO DELL'ESERCITO

Di questo, il governo venne informato. Il ministero dell'interno, per esempio, seppe che Mussolini aveva fatto parecchi viaggi in incognito a Napoli sotto il nome di Lo Presti. Era facile comprendere che egli si era incontrato con DIAZ e forse col DUCA D'AOSTA. In quel periodo, il fascismo si costituì in milizia e si dette un regolamento di disciplina. Nei circoli militari si disse che autore di questo regolamento (molto militare) era stato l'ammiraglio THAON DE REVEL.
Insomma, da una parte e dall'altra esistevano tutti i dubbi su quello che sarebbe stato il comportamento dell'esercito nel caso che si fosse venuti ad una politica di repressione violenta.
D'altra parte i governi democràtici e giolittiani che si erano sueceduti al potere, avevano assunto un atteggiamento nettamente e ostentatamente antimilitarista e salvo quelli molto vicini al Re, gli altri anche se non li avevano potevano porsi dei dubbi.
Il governo Facta e quelli che lo avevano preceduto erano, dunque, direttamente e consapevolmente responsabili della dubbia posizione morale delle forze armate.

Le trattative Giolitti-Mussolini, per il tramite di Lusignoli, si trascinarono fino all'ottobre. Si arrivò ai particolari: Giolitti offrì quattro ministeri e cinque sottosegretariati ai fascisti. Sotto l'assillante pungolo di Michele Bianchi, si faceva però intanto strada, nell'animo di Mussolini, il disegno di impadronirsi di tutto il potere.
OLtre agli altri raduni a Udine, Cremona, MIlano, il 24 ottobre si tenne a Napoli il congresso e l'adunata delle camicie nere. La manifestazione riuscì di una tale imponenza, che dette coraggio a Mussolini e la certezza agli uomini politici che il momento era giunto. La crisi parlamentare venne scatenata da una mossa di Salandra. Costui voleva evitare la combinazione Giolitti-Mussolini, per assumere egli stesso la presidenza con gli elementi di destra e del fascismo. Egli, quindi, si recò da Facta e lo invitò a dimettersi. Giolitti, da Dronero, dette all'amico lo stesso consiglio.
Facta, dopo essersi fatto consegnare i portafogli dai colleghi, avvertì il re a San Rossore. Il sovrano arrivò a Roma la sera del 27 alle diciannove. Il giornalista Sinibaldo Tino, che era presente all'incontro di Vittorio Emanuele col presidente del consiglio, riferisce che il re, molto scuro in volto, parlò subito e distintamente di stato d'assedio. Poi iniziarono i dubbi.
Intanto, al Viminale arrivavano notizie sempre più gravi da ogni parte d'Italia. Ferraris riferisce, e le sue informazioni devono essere documentate nell'archivio del ministero dell'interno, che si trattava di "prefetture occupate, di uffici telegrafici invasi, di presidi che fraternizzavano coi fascisti fornendoli di armi, di treni che le milizie requisivano e che si avviavano carichi di armati verso la capitale".
Tutto questo prima delle ore diciannove del giorno 27. Nel pomeriggio di quello stesso giorno, il ministro Taddei aveva ricevuto assicurazione dal comandante del presidio di Roma che, se fossero stati impartiti ordini precisi, cioè scritti, la capitale sarebbe stata efficacemente difesa. Senonché, alle ore 21, in considerazione delle notizie non buone che arrivavano, Facta decise di presentare le dimissioni.
Certamente, nel momento in cui presentava le dimissioni, Facta deve aver parlato al Re dello stato d'assedio.
Secondo le consuetudini, il governo rimaneva in carica per l'ordinaria amministrazione. Tuttavia, la situazione del Paese, con una insurrezione armata in atto che investiva tutto il territorio nazionale, richiedeva ben altro che un'ordinaria amministrazione. Come una mente equilibrata potesse conciliare le dimissioni del governo con il progettato stato d'assedio, è molto difficile comprendere.
Comunque, l'aiutante di campo del re, generale Cittadini, si recò al Viminale proprio mentre, alle quattro e mezzo del mattino, si iniziava la seduta del consiglio dei ministri. Il capo gabinetto Ferraris gli mostrò gli ultimi telegrammi delle prefetture: il generale Cittadini poté farsi un'idea molto precisa della situazione dei presidi, delle questure e delle prefetture.

Alle otto e mezzo del 28 l'ordine di stato d'assedio veniva diramato a tutto il Paese e affisso a Roma. Solo dopo l'inizio dell'esecuzione, Facta si recò al Quirinale per sottoporre il decreto alla firma reale. Ma Vittorio Emanuele rifiutò la sua sanzione. Non ci sarebbe bisogno d'altre informazioni e d'altri documenti, per giudicare il comportamento politico del Re. Bastavano le notizie raccolte al ministero dell'interno dal generale Cittadini per comprendere che la proclamazione dello stato d'assedio sarebbe stata una pura e pericolosa follia. O meglio non sarebbe stata una follia, ma un atto di grande saggezza, se nel 1921 Giovanni Giolitti, sciolta la Camera, avesse gettato nella stessa prigione i violenti di destra e di sinistra e avesse dimostrato, con severe misure e con severe condanne, che il governo voleva e poteva difendere il prestigio della nazione e promuovere il progresso, senza dover aprire le porte né alla rivoluzione di destra, né a quella di sinistra. Ma ciò non era stato fatto.

É necessario precisare che nella notte fatidica tra il 27 e il 28 Vittorio -Emanuele, come era suo dovere di comandante supremo delle Forze Armate, chiese il parere dei capi dell'esercito. Egli chiese specialmente ai marescialli Diaz e Pecori Giraldi quale contegno avrebbe tenuto l'esercito, nella eventualità di uno stato d'assedio. I due marescialli risposero che "l'esercito avrebbe fatto il suo dovere, ma che sarebbe stato bene non metterlo alla prova". Questa informazione capitalissima venne fornita nel 1945 al Ferraris, con lettera autografa, dal generale on. Roberto Bencivenga, che l'aveva saputa dalla viva voce del maresciallo Pecori-Giraldi. Fu in conseguenza di questa testimonianza che Bencivenga modificò il suo giudizio sull'operato del Re in quel fatale 28 ottobre.
D'altra parte, è il caso di domandarsi che cosa il re avrebbe potuto fare di diverso. In regime di stato d'assedio, ogni possibilità di collaborazione di Mussolini con i gruppi democratici sarebbe sfumata.
Chi di quegli uomini, che non avevano avuto il coraggio di assumere il potere nell'agosto, lo avrebbe assunto nell'ottobre, in regime di stato d'assedio, con la sola prospettiva di sommergere in una atroce guerra civile il regime parlamentare e la dinastia?

Il Re avrebbe dovuto rivolgersi ad un generale e ripetere il deprecato esperimento Milano 1898?. Ma con quali forze questo generale avrebbe combattuta la guerra civile? Era evidente che solo una parte dell'esercito avrebbe obbedito agli ordini del re. L'altra parte era stata già guadagnata alla causa fascista.
Questa era la situazione che la democrazia giolittiana consegnava nelle mani di Vittorio Emanuele III. Il re rifiutò di firmare lo stato d'assedio e incaricò Salandra di costituire un governo che riportasse il Paese nella legalità. Chi aveva designato Salandra? Giolitti era a Dronero. Comunque, era saggio tentare una soluzione di destra, che presentava almeno il vantaggio d'essere più parlamentare e che aveva almeno la possibilità di esercitare una certa autorità morale sui fascisti. Ma proprio per questo Mussolini avversava, più di ogni altra, proprio la soluzione Salandra. Egli, da Milano, rifiutò seccamente di intavolare trattative con lo statista pugliese; lo liquidò con un secco "Non stiamo qui facendo la rivoluzione per prendere solo quattro portafogli"..

MUSSOLINI AL POTERE

Il re, che aveva già domandato con molta ansietà se ci si poteva fidare di Mussolini, aveva posto chiaramente le sue condizioni: o il Paese ritornava nella legalità o egli avrebbe abdicato. Questa minaccia venne comunicata a Mussolini e lo rese molto perplesso. In quel momento non si trattava di sapere se il fascismo avrebbe o non avrebbe preso il potere. Era evidente che Mussolini non intendeva dividere la sua vittoria con nessuno. Il problema era un altro: bisognava adottare la tesi di Michele Bianchi, cioè la conquista violenta, o seguire una forma legale, pure approssimativa?
Mussolini, nel suo discorso a Udine e a Milano sulla monarchia aveva detto pur qualcosa ma nel discorso di Napoli, aveva ritirata la riserva repubblicana e aveva fatta una dichiarazione di monarchismo. Più che una sincera conversione, il suo fu un atto di realismo e di opportunismo. Tuttavia, apparve evidente in lui un certo timore reverenziale. Gli venne comunicato a Milano che il re intendeva consultarlo. Era un momento della prassi costituzionale: perchè nella crisi, fino allora, il sovrano non aveva ancora consultato il capo del gruppo fascista. Egli fece rispondere che in nessun caso sarebbe venuto a Roma per essere consultato, ma che attendeva che gli si desse l'incarico ufficiale: solo in questa eventualità egli sarebbe andato immediatamente a Roma per presentare la lista dei ministri che era già nella sua tasca.
Si fece ancora qualche tentativo per indurlo a più miti consigli. Alfine, Salandra declinò l'incarico e si assunse la responsabilità di consigliare al re di affidare l'incarico a Mussolini. E volle che l'invito del Re fosse scritto di suo pugno e dal generale Cittadini.

Finalmente Mussolini venne a Roma in gambali e calzoni grigio-verde, che aveva dovuto indossare appositamente, non certo perché ve lo costringessero le fatiche guerresche, e presentò al re una lista di ministri, composta di deputati e di senatori, scelta in base a suoi criteri personali, senza aver trattato né con i partiti, né con gli individui. Buona parte della lista la compilò in treno, durante il viaggio.
Vittorio Emanuele all'incontro, gli chiese prma di tutto se avesse dato gli ordini necessari per impedire che le squadre e le bande fasciste entrassero nella capitale. Mussolini rispose che il movimento di afflusso non poteva essere arrestato da un momento all'altro. Il re insistette con energia. Infine si venne ad un compromesso: i fascisti sarebbero entrati nella capitale al solo scopo di sfilare ordinatamente innanzi al Quirinale e sarebbero usciti da Roma prima di notte.
Mussolini aveva incluso nel ministero dei liberali, dei demoberali, dei democratici, dei nazionalisti, dei popolari, con l'aggiunta dei due capi della guerra vittoriosa, Diaz e Thaon de Revel. Ogni ministro partecipava al governo a titolo personale. Nessuno dei gruppi ai quali appartenevano i ministri osò sconfessarli. Il presidente del consiglio, presentatosi alla Camera, spiegò "Mi sono rifiutato di stravincere e potevo stravincere. Mi sono imposto dei limiti...a un mio ordine, io potevo castigare tutti coloro che hanno diffamato e tentato di infangare il Fascismo. Potevo fare di quest'Aula sorda e grigia un bivacco di manipoli; potevo sprangare il Parlamento e costituire un Governo esclusivamente di fascisti. Potevo, ma non ho, almeno in questo primo tempo, voluto".

La Camera, riconoscente di tanta generosità, gli votò la fiducia a grande maggioranza!
306 a favore, 116 contrari e 7 astenuti.
Avendo Mussolini in Parlamento solo 35 deputati, 271 onorevoli gli si erano affiancati.
Quasi non credeva neppure lui a un successo così facile!
Una cosa era certa: che Mussolini si era riappropriato dell'inizitiva politica.

Lasciamo ora i fatti e andiamo a leggere alcuni discorsi e scritti di Mussolini fatti e pubblicati nel corso dell'anno 1922

VERSO L'EPILOGO - (Il Popolo d'Italia, N. 44) (21 febbraio 1922)
L'INDIRIZZO POLITICO DEL PNF - (Il Popolo d'Italia, N. 80) (5 aprile 1922)
POLITICA INTERNA - DOPO LA VISITA - (Il Popolo d'Italia, N. 9) (16 aprile 1922)
PASSATO E AVVENIRE - (Il Popolo d'Italia, N. 95) - ( 21 aprile 1922)

" L'ULTIMO DISCORSO DAL BANCO DI DEPUTATO " (19 luglio 1922)
NOI E IL PARTITO POPOLARE - (Il Popolo d'Italia, N. 178) - (27 luglio 1922)
LA SITUAZIONE POLITICA IN ITALIA - (Il Popolo d’Italia” - (27 luglio 1922)
CREPUSCOLI - (Il Popolo d'Italia, N. 181) - (30 luglio 1922)
LA FU ALLEANZA DEL LAVORO - (Il Popolo d'Italia, N. 199) - (20 agosto 1922)
LA FIUMANA - (Il Popolo d'Italia, N. 204) - (26 agosto 1922)
DISCIPLINA ASSOLUTA! - (Il Popolo d'Italia, N. 214) - (7 settembre 1922)

DISCORSO ADUNATA DI UDINE ( 20 settembre 1922 )
DISCORSO ADUNATA DI CREMONA - (24 settembre 1922)

DISCORSO ADUNATA DI MILANO - (4 ottobre 1922)
CIRCOLO VIZIOSO - (Il Popolo d'Italia, N. 240) - (7 ottobre 1922)
ESERCITO E FASCISMO - (Il Popolo d'Italia, N. 246) - (14 ottobre 1922)
DISCORSO ADUNATA DI NAPOLI ” - (24 ottobre 1922)
LA SITUAZIONE - (Il Popolo d'Italia, N. 259) - (29 ottobre 1922)

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Nel corso della crisi ministeriale, dopo le dimissioni del Governo Bonomi, Mussolini indignato, parla esplicitamente dell’eventualità di una dittatura militare come unico mezzo idoneo per porre rimedio all’”acuto senso di disgusto che l’attuale regime parlamentare provoca” ….

“ VERSO L'EPILOGO ”
(Il Popolo d'Italia, N. 44)
(21 febbraio 1922)


"La crisi ministeriale sta rapidamente volgendo al suo termine per sboccare in un ministero di coalizione - altri ministeri non sono possibili e pensabili data la situazione - ministero che avrà a capo uno di questi due uomini: Giolitti od Orlando, o, terza ipotesi, tutti e due.
Diciamo subito che questo non è il nostro ministero, non è il Governo migliore in senso assoluto; lo è in senso relativo, molto relativo nel senso, cioè, del meno peggio. Bisognerà, per giudicare su elementi concreti di fatto, attendere il programma. Comunque questo ministero relega fra le eventualità dell'avvenire una reincarnazione di Nitti. A questo obiettivo e non altro tendeva la manovra congegnata dal Basilisco, in tenero accordo con quella faccia ed anima ripugnante che risponde al nome del demagogo nero Miglioli e con lo stratega (fama usurpata!) del pussismo montecitoriale Modigliani. Pronubo o mezzano l'on. Celli, uno zittellone del riformismo più inacidito, grand'uomo oramai irreparabilmente mancato, sfruttatore del fascismo e segnato perciò nella lista nera del fascismo abruzzese, che ricorderà e farà giustizia.
Alla mattina intanto l'on. Turati aveva avuto al Viminale un lungo colloquio con l'on. Bonomi, non più « rinnegato e assassino », ma ridivenuto, attraverso gli incredibili acrobatismi morali e politici del Pus, il buon compagno, traviato ma pentito, della vigilia riformista. L'ordine del giorno Celli doveva provocare una reincarnazione Bonomi: ecco perché costui - con le orecchie ancora ronzanti dalle sollecitazioni turatiane - puntò, nel suo discorso del pomeriggio, risolutamente il timone della sua barca verso l'estrema sinistra. Ma il ministero Bonomi reincarnato non era, non doveva essere che la passerella per un ministero Nitti-Modigliani da approntarsi fra sei mesi. Tutte queste manovre dovevano naufragare davanti non tanto alla contromanovra di Mussolini, come alla cristallina evidenza dei fatti.
La mia non fu una « manovra » nel senso obliquo che si può dare alla parola entro e fuori Montecitorio. Il dubbio che il mio intervento nella discussione potesse apparire come dettato dalla necessità tattica della discussione mi rendeva esitante; ma le insistenze di tutti i colleghi fascisti, e in particolare dell'on. Federzoni (e ciò valga a smentire le stolide insinuazioni del foglio cagoiano) e dell'on. Oviglio, vinsero le mie riluttanze. Non di una manovra si trattava, ma di una sincera rivendicazione di idee, che poteva sembrare strana e paradossale solo a coloro che non conoscono il fascismo.
L'ordine del giorno Celli non era un rospo per il fascismo, bensì un rospo in proporzioni piramidali per il socialismo italiano, quello nato a Genova nel 1892 e morto l'altra sera nell'atmosfera asfittica di Montecitorio. Vi si parla di una ,« pacifica convivenza delle classi ». Non più di due classi, secondo il semplicismo delle dottrine socialiste, ma venti o duecento classi. Non più la lotta tra queste classi, la lotta condotta fino all'annullamento della classe borghese da parte della classe proletaria, ma la « pacifica convivenza tra le classi ».
Il fascismo non tende forse a questo? Non tende forse a conciliare il capitale e il lavoro nell'interesse superiore della produzione e della nazione? Libertà di lavoro e di organizzazione? Ma se è per questo che il fascismo lotta da due anni nel tentativo oramai riuscito di infrangere i tirannici monopoli socialisti dalla Valle Padana al porto di Napoli.
Il fascismo, che fin dal suo nascere ebbe in programma la costituzione dei Consigli tecnici nazionali, non può respingere l'idea di un « concorso delle rappresentanze lavoratrici nello sviluppo della legislazione sociale », come sta scritto nell'ordine del giorno Celli. Dire che esiste in Europa una specie di unità di interessi economici è ricalcare uno scritto di Mussolini che reca la data del 10 gennaio 1921 (quattordici mesi fa). E quanto agli egoismi e alle sperequazioni, quale nazione più dell'Italia ne ha sofferti? Pare che i sinistri di nome e di fatto non pensassero all'Italia. Questo rivela ancora una volta la loro immutabile psicologia di lavoratori dello straniero.
Di crudeli egoismi e sperequazioni non soffrono soltanto Germania, Austria e Russia, ma soprattutto l'Italia vittoriosa. Questi crudeli egoismi mutilarono a Rapallo la nostra pace adriatica; questi crudeli egoismi delle nazioni plutocratiche ci hanno negato ogni modesta partecipazione al bottino coloniale, salvo la cosiddetta « gocciola del Giuba »; e, attraverso l'accaparramento esoso delle materie prime, ci hanno insidiato la necessaria autonomia della nostra vita economica.
Che il signor Celli pensasse ad altro quando stillava il suo ordine del giorno può darsi e poco ci importa: l'essenziale è di stabilire, di documentare che esso non contrasta affatto collo spirito programmatico dell'azione fascista. La quale si adegua alle circostanze e agli ambienti. E’ di piazza o di Parlamento, a seconda dei casi. Non è mai pigra farneticazione di impotenti contemplativi, ma dura fatica quotidiana, aspro ed incessante travaglio. Poiché non è questo il tempo per le attese ed i rinvii. Quando la casa brucia non si discutono le cause dell'incendio si corre a spegnerlo. Quando la nave pericola non si disserta sulla rotta, ma si azionano le pompe. Quando la nazione soffre e si tortura nella faticosa crisi del dopoguerra bisogna agire giorno per giorno fino a che il pericolo ancora incombente di una catastrofe sia definitivamente passato.
A questi criteri generali, non ad obiettivi di ordine puramente parlamentare obbedirono i deputati fascisti quando sventarono la manovra di Modigliani, quando svergognarono il Pus col costringerlo a rinnegare nella maniera più scandalosa se stesso e la sua tradizione nei suoi programmi, quando impedirono la risurrezione di Nitti.
Si comprende che i sinistri avessero, a seduta finita, l'aria di cani sonoramente legnati. Si erano sconciamente esibiti senza successo. Come i pifferi di montagna, anzi della montagna...- MUSSOLINI
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" L'INDIRIZZO POLITICO DEL PARTITO NAZIONALE FASCISTA "
(Il Popolo d'Italia, No. 80)
(4, 5 aprile 1922)


Come vi dicevo ieri, questa discussione in un certo senso è inutile, se si tratta di arrivare attraverso a questa discussione ad una modificazione programmatica, che non può essere fatta che da un congresso nazionale. Ma è utile in quanto la situazione politica, economica, morale e nazionale del fascismo, muta di giorno in giorno; ragione per cui necessita di quando in quando prospettarci tutti gli elementi della situazione per vedere quale tattica noi dobbiamo seguire di fronte alla nuova situazione di fatto.
Dopo l'articolo di Grandi, che tutti avrete letto, il dibattito ha esaurito gran parte del suo interesse perché Grandi ha fissato chiaramente i termini di questo preteso dissidio. In gran parte tutti i dissidi sono dissidi di temperamento e di mentalità e di stato d'animo. Vi sarebbero, insomma, due concezioni: quella del colpo di Stato, e della marcia su Roma, e l'altra, che è la mia da due anni a questa parte. Ora bisogna sappiate che in un certo periodo di tempo non ho escluso dai calcoli delle probabilità la rivoluzione violenta, come non la escludo in modo assoluto per il domani. Non si può ipotecare l'avvenire.
Oggi si tratta, come dice Grandi nel suo articolo, di inserire, sempre più intimamente e profondamente, il fascismo nella vita totale della nazione italiana. Bisogna intanto porsi dinanzi agli occhi tutti gli elementi della situazione, assai complessa: la situazione economica accenna a migliorare; i cambi sono stabilizzati e c'è un sintomo di ripresa industriale. Gli operai hanno superata l'ondata di pigrizia ed hanno una manifesta riluttanza a scioperare. Evidentemente, per dirla in volgare, gli operai non vogliono rinunziare all'uovo oggi per la ipotetica gallina social-comunista di domani.

Quanto alla situazione politica, ecco alcuni elementi degni di rilievo; spuntano da ogni parte giornali nittiani; l'Epoca, il Mondo, il Paese, ed a Milano il Secolo ed altri minori. Alcuni di questi giornali nittiani, sembra tendano a circuire elementi che vivono in margine al fascismo. E’sintomatico che taluni legionari, dopo avere inclinato al comunismo, trovano larga ospitalità sul Mondo, organo di quei nittiani che una volta sputarono tutto il veleno della loro anima obliqua contro D'Annunzio e l'impresa di Fiume. Quando io parlo di dittatura militare non bisogna intendere che essa sarebbe esercitata necessariamente e soltanto come forza di reazione contro gli operai e i contadini. Niente affatto. I primi ad essere puniti sarebbero qualche dozzina di bolscevichi borghesi, più o meno « democratici », che hanno fatto all'Italia certamente tanto male quanto ne hanno fatto gli incoscienti e fanatici del Pus.
La tendenza di molte forze politiche di sinistra e del centro è chiara. Si cerca di isolare moralmente e materialmente il fascismo. Il voto della Camera non ha molta importanza: 82 contro 71. Si dirà che è un voto raccattato all'ultima ora. Dovete però considerare che all'estero la vita politica di una nazione appare attraverso le discussioni parlamentari.

In Europa si è constatato che il Parlamento italiano ha isolato il fascismo. La nostra situazione oggi non è dunque brillante. Ed è per questo che mi piace lottare. Quando il vento è in poppa, tutti sono capaci di tenere il timone. Traccio la situazione colla freddezza di un clinico. Quell'alone di simpatia che ci seguì nel 1921 si è attenuato. Popolari, repubblicani, socialisti, comunisti, democratici, ci sono contro. Non faremo più assolutamente blocchi. I democratici che hanno utilizzato i nostri giovani deputati per presentarsi alle folle ed oggi li abbandonano, dovranno pagare la loro truffa. Il fascismo nelle prossime elezioni cercherà di determinare la massima ecatombe dei deputati appartenenti all'equivoca sinistroide plutocratica democrazia parlamentare.

Chi sono i nostri amici? I liberali sono ancora quelli che non ci fanno la forca. Questi liberali in fondo sono innocui: hanno una simpatia per noi come in genere i vecchi hanno simpatia per i giovani. Ma io comincio a diffidare energicamente delle attestazioni di simpatia dei nazionalisti. Non vorrei che essi fossero i pescicani del fascismo; che ci sfruttassero e si arricchissero alle nostre spalle. Intanto non faremo più il loro gioco parlamentare, che consiste nel farci fare le parti di forza. L'on. Misuri, che continua a rivolgermi delle epistole chilometriche, dopo essere stato convalidato dal fascismo, passa al nazionalismo e il nazionalismo lo accoglie. Riassumendo noi non abbiamo amici. Le simpatie del vasto pubblico si sono attenuate e sono in ogni caso mutevoli.
Dobbiamo contare solo sulle nostre forze; sulla nostra saggezza e sulla nostra fede. Perché accanto ai pericoli esterni del fascismo, vi sono anche i pericoli interni. Bisogna che la Direzione del Partito sia straordinariamente severa nel soffocare tutti quei tentativi di secessionismo automatico, alcuni dei quali possono spiegarsi per ragioni passionali (come a Firenze), ma altri hanno un carattere grottesco, come a Taranto.
Un altro fatto sul quale richiamo la vostra attenzione è quello di un possibile contrasto o meglio della possibilità che gli elementi squadristi possano ad un dato momento imporre la loro volontà agli elementi dirigenti politici del fascismo. Questo pericolo è stato sempre chiaro agli occhi dei dirigenti. Ora bisogna dire due cose: prima di tutto che bisogna mantenere in assoluta efficienza tutto il nostro esercito, il suo inquadramento, il suo attrezzamento. Non bisogna farsi illusioni che la bestia social-comunista abbia rinunziato alla lotta, malgrado i suoi pianti e le sue false lamentazioni.

D'altra parte però bisogna evitare il pericolo che questi elementi diventino materia malleabile per tutti quelli che vogliano figurare per poco o per molto come i capitani di ventura del fascismo.
Poiché di blocchi non si parlerà più, bisognerà affrontare il problema dell'elezionismo. Bisogna sapere se siamo parlamentari o antielezionisti. Ed in questo caso saremo con gli anarchici o con. i mazziniani puri.
Gli uni e gli altri non contano affatto come forza politica. Bisogna che il fascismo dichiari nettamente che è elezionista e cioè che partecipa coscientemente alla lotta elettorale. La volta scorsa abbiamo fatto i blocchi; la prossima volta non li faremo più. Ma tutti i partiti sono elezionisti: i comunisti ed i nazionalisti stessi. E nessuno mai ha avuto paura che il parlamentarismo sia l'infangatore di tutte le coscienze. Nello stesso Parlamento italiano vi sono stati uomini e ve ne sono ancora che in trenta anni di vita parlamentare si sono mantenuti onesti e illibati. Se uno è corruttore e corrompibile, lo sarà anche fuori del Parlamento. E soprattutto bisogna dire che è ora di non tenere i deputati nello stesso conto nel quale erano tenuti dai socialisti: di farne la testa di turco ad ogni occasione. Non deve essere permesso diffamare uomini come quelli che siedono sui nostri banchi. Non è permesso chiamarli complici della delinquenza nazionale. E soprattutto non bisogna credere che noi siamo là per tramare, per fare la politica di corridoio. E non bisogna credere che questi corridoi siano una specie di misteriose catacombe dove si va a cospirare. Il fascismo fa parte della maggioranza: benissimo. Deve forse imitare il Partito del Rinnovamento, che alla fine si è sbandato senza nulla avere combinato?

Non bisogna nemmeno escludere l'eventualità di una partecipazione dei fascisti al potere dello Stato. Bisogna affermare che se domani sarà necessario ai fini supremi della nazione, i fascisti non esiteranno a dare i loro uomini al governo dello Stato.
Si dice: ritorniamo alle origini ! Alle origini non si ritorna. Il grido ritornare alle origini applicato nella vita e nella storia è di una imbecillità perfetta: è il preciso sintomo della impotenza senile. Il fascismo è grande perché è nato da un piccolo gruppo e da una immensa passione; ma oggi è grande anche perché si è sviluppato e non è rimasto una conventicola di impotenti. Se uno resta alle origini resta bambino. La forza è di non ritornare alle origini. Non è possibile storicamente e moralmente tale ritorno. D'altra parte non c'è da attendere. A Milano, l'on. Grandi disse due cose importanti: che il fascismo doveva considerarsi come una sintesi eretica e di tre movimenti a loro volta eretici; e disse anche che il fascismo non doveva rimanere sulla montagna, ma scendere sulla pianura della realtà. E ciò perché il mondo oggi va in fretta. Noi oggi siamo già dei veterani. La nazione oggi non può attendere: essa è malata moralmente ed economicamente. Sarebbe ridicolo, bestiale e criminoso che noi in questo momento eccezionale imitassimo il gesto prudente di Ponzio Pilato.

E veniamo alla violenza. Bisogna avere il coraggio di dire che c'è una violenza fascista legittima e sacrosanta. Ma mettersi dietro una siepe, andare nelle case, non è fascista. Non è umano e non è italiano. Anche la cronaca delle bastonature deve finire. A poco a poco si determina uno stato d'animo negativo nei nostri confronti. A poco a poco la opinione pubblica si allontana da noi. Bisogna ridurre la violenza alla legittima difesa.
La conclusione è questa: permettere al fascismo parlamentare di agire e non vessarlo, con un pignolismo critico, deprimente e intollerabile; mantenere in efficienza le nostre squadre perché sono una garanzia del nostro movimento e delle nostre idee; imporre assolutamente l'egemonia del pensiero politico fascista; e, soprattutto, mantenersi fedeli al nostro statuto e al nostro programma.
Bisogna avere uno spirito un po' largo di tolleranza. Non possiamo essere tutti uguali: appunto in questa varietà è la forza e la bellezza della vita.
Ho fiducia nel movimento fascista soprattutto ora. Perché credo che a poco a poco tutti questi elementi venuti a noi da tante parti finiranno per amalgamarsi. E un'opera un po' difficile, ma non impossibile.
Il Partito Fascista deve essere Partito di azione politica, non frammentaria o caotica e profittatrice per certi individui e per certe categorie. Deve essere un movimento di realizzazione in cui ognuno, capo e gregario, si affatica giorno per giorno con l'animo e la volontà tesa verso la meta: il benessere e la grandezza della nazione italiana. – Mussolini.
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Alla visita del Re a Milano, i fascisti non hanno partecipato alla manifestazione

" POLITICA INTERNA - DOPO LA VISITA "
(Il Popolo d'Italia, N. 9)
(16 aprile 1922)


"Mentre i giornali monarchici milanesi - non esclusa la molto vecchia, ma sempre rispettabile Perseveranza - non trovano niente da ridire sul contegno tenuto dai fascisti in occasione delle tre giornate regali, salta in cattedra il Giornale d'Italia ad impartirci una lezione e a definire come « balorda » la decisione dei fascisti milanesi.
Di balordo, come spesso accade, non c'è che una cosa sola: il commento del giornale romano, il quale si è foggiato un fascismo suo speciale, che dovrebbe essere più realista del re. Né vale citare l'atteggiamento del Fascio fiorentino, perché i fascisti che acclamarono il principe ereditario appartengono al gruppo autonomo recentemente costituitosi in quella città e per motivi d'ordine puramente personale. Comunque, il Giornale d'Italia, colle sue arie di padre nobile censore, dovrebbe sapere che i partiti hanno una ragion d'essere e possono ripetere titoli di probità, e pretendere il rispetto del pubblico, soltanto quando seguono la loro intima e sostanziale linea di coerenza. Altrimenti sono turbe di saltimbanchi. Il Giornale d'Italia, prima di sputare le sue sentenze, avrebbe dovuto ricordarsi che se il suo fascismo non è repubblicano, non è
nemmeno monarchico. La posizione di fronte ai regimi e alle loro vicende è stata chiaramente fissata nelle sue tavole programmatiche fondamentali:
« Il Partito Nazionale Fascista subordina il proprio atteggiamento di fronte alle forme delle singole istituzioni politiche, agli interessi materiali e morali della nazione, intesa nella sua realtà e nel suo divenire storico».

Così sta scritto nel nostro statuto e finché tale statuto non sia cambiato, il fascismo in genere non può seguire altra tattica all'infuori di quella adottata - con unanimità piena - dai fascisti milanesi. I quali - anche nella recente occasione - hanno dato prova della più squisita maturità politica seguendo a puntino - dal primo all'ultimo - le prescrizioni del Direttorio. Dal primo all'ultimo, dico, poiché l'incontro personale e occasionale di Mussolini col Sovrano non poteva avere e non ha avuto carattere politico che impegnasse in qualsiasi modo il fascismo milanese e di ciò tutti i fascisti e il Direttorio stesso si sono resi facilmente e perfettamente conto. Certo, una sfilata dei fascisti milanesi avrebbe porto al re e agli altri dignitari che lo circondavano l'occasione di vederci e conoscerci un po' da vicino e data l'idea della nostra invincibile potenza. Ma questo non si poteva né si doveva fare poiché si sarebbero violate le norme programmatiche che reggono la milizia fascista. Tutto ciò è chiaro, anche per le oche del Campidoglio e dovrebbe esserlo anche per i paperi che, ai piedi dei ruderi capitolini, scrivono sui giornali e la fanno da padri eterni.
Del resto il fascismo milanese era il grande assente ed era il grande presente. La sua presenza era nell'aria e nell'anima e sulle bocche di tutti.

Assai complessi sono i motivi per i quali il popolo di Milano ha accolto così festosamente Vittorio Emanuele III. L'Avanti! può bofonchiare finché vuole, ma la realtà è superiore alle sue stolide freddure. La realtà è che il popolo milanese ha salutato il re con grandi manifestazioni di simpatia. Anche la curiosità era in gioco, ma la curiosità è già una forma iniziale di simpatia. Comunque è difficile stabilire e dosare gli elementi di ordine psicologico - quindi imponderabile - che hanno sospinto verso il re masse imponenti di popolo, ed è anche superfluo. Ma quello che bisogna dire e ripetere - in verità questa constatazione circolava fra la moltitudine - è che il merito di questa situazione fortemente cambiata spetta in massima parte ai fascisti. Non solo a quello milanese, che si batteva esattamente tre anni fa, ma al fascismo italiano. E il fascismo che ha spezzato - lo vogliano o non lo vogliano i profittatori della sesta giornata o i facili dimenticoni - la tirannia rossa; è il fascismo che ha smantellato i fortilizi rossi, fatto crollare gli idoli di creta, disperso gli eroi della Rivoluzione; è il fascismo soprattutto che ha tenuto vivo lo spirito della vittoria; che ha ridicoleggiato le buffe favole sociali del collettivismo, gabellate agli occhi degli imbecilli come intangibili verità scientifiche; è il fascismo che ha messo o rimesso nella circolazione dell'intelligenza italiana certi concetti che il secolo democratico e demagogo pareva avesse banditi per sempre: i concetti, cioè, di ordine, di tradizione, di disciplina, di gerarchia, di responsabilità. Da questa rinnovazione di valori, trae vantaggio anche l'istituto monarchico e non siamo così ingenui da non riconoscerlo, ma il maggiore vantaggio ricade sulla nazione, che a poco a poco va formandosi una sua ossatura morale, che la tiene egualmente lontana dalle incrostazioni statiche, come dagli acrobatismi avveniristici.

Le prime per non perdere il passato rinunciano all'avvenire; gli altri per anticipare l'avvenire rinnegano il passato. La saggezza umana e la fortuna dei popoli consiste nell'equilibrare i due principi opposti, ognuno dei quali è vitale, purché non sia assoluto. Questi sono i principi dell'etica fascista e questi principi hanno ispirato l'atteggiamento del fascismo milanese.
Che i nazionalisti, i quali sono pregiudizialmente monarchici, abbiano reso omaggio al re, non può meravigliare nessuno, mentre avrebbe meravigliato precisamente il contrario; ma i fascisti, che « non » sono pregiudizialmente monarchici, non potevano confondersi con i nazionalisti.
Nei giorni scorsi, come quelli che furono o che verranno, i fascisti - pure assistendo con rispettosa discrezione e riserbo alle manifestazioni degli altri - rappresentarono e rappresenteranno la forza e la riserva suprema, sulla quale - al disopra delle forme politiche più o meno effimere - la nazione può sicuramente contare. – MUSSOLINI
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Per la celebrazione della fascista “Festa del Lavoro” e “Fondazione di Roma”
(10 giorni prima del 1° maggio festa dei lavoratori dei sindacati di sinistra)

“ PASSATO E AVVENIRE ”
(Il Popolo d'Italia, N. 95)
( 21 aprile 1922)


"Il fascismo italiano si raccoglie oggi attorno ai suoi mille e mille gagliardetti, per celebrare la sua festa e quella del lavoro nell'annuale della fondazione di Roma. La manifestazione riuscirà severa e imponente, anche nei centri dove è stata vietata dalla polizia dietro ordine di un Governo che non sa e non vuole scegliere tra forze nazionali e forze antinazionali e finirà per morire di sua lacrimevole ambiguità.
La proposta di scegliere quale giornata del fascismo il 21 aprile, partì da chi traccia queste linee e fu accolta dovunque con entusiasmo. I fascisti intuirono il significato profondo di questa data.
Celebrare il natale di Roma significa celebrare il nostro tipo di civiltà, significa esaltare la nostra storia e la nostra razza, significa poggiare fermamente sul passato per meglio slanciarsi verso l'avvenire. Roma e Italia sono infatti due termini inscindibili. Nelle epoche grigie o tristi della nostra storia, Roma è il faro dei naviganti e degli aspettanti. Dal 1821, dall'anno in cui la coscienza nazionale si sveglia e da Nola a Torino, il fremito unitario prorompe nell'insurrezione, Roma appare come la mèta suprema. Il grido mazziniano e garibaldino di « Roma o morte! » non era soltanto un grido di battaglia, ma la testimonianza solenne che senza Roma capitale, non ci sarebbe stata unità italiana, poiché solo Roma, e per il fascino della sua stessa posizione geografica, poteva assolvere il compito delicato e necessario di fondere a poco a poco le diverse regioni della nazione.
Certo, la Roma che noi onoriamo, non è soltanto la Roma dei monumenti e dei ruderi, la Roma dalle gloriose rovine fra le quali nessun uomo civile si aggira senza provare un fremito di trepida venerazione. Certo la Roma che noi onoriamo non ha nulla a vedere con certa trionfante mediocrità modernistica e coi casermoni dai quali sciama l'esercito innumerevole della travetteria dicasteriale. Consideriamo tutto ciò alla stregua di certi funghi che crescono ai piedi delle gigantesche quercie.
La Roma che noi onoriamo, ma soprattutto la Roma che noi vagheggiamo e prepariamo, è un'altra: non si tratta di pietre insigni, ma di anime vive; non è contemplazione nostalgica del passato, ma dura preparazione dell'avvenire.

Roma è il nostro punto di partenza e di riferimento; è il nostro simbolo o, se si vuole, il nostro mito. Noi sogniamo l'Italia romana, cioè saggia e forte, disciplinata e imperiale. Molto di quel che fu lo spirito immortale di Roma risorge nel fascismo: romano è il Littorio, romana è la nostra organizzazione di combattimento, romano è il nostro orgoglio e il nostro coraggio: « Civis romanus sum ».
Bisogna, ora, che la storia di domani, quella che noi vogliamo assiduamente creare, non sia il contrasto o la parodia della storia di ieri. I romani non erano soltanto dei combattenti, ma dei costruttori formidabili che potevano sfidare, come hanno sfidato, il tempo.
L'Italia è stata romana, per la prima volta dopo quindici secoli, nella guerra e nella vittoria. Dev'essere ora romana nella pace; e questa romanità rinnovata e rinnovatrice ha questi nomi: disciplina e lavoro. Con questi pensieri, i fascisti italiani ricordano oggi il giorno in cui 2757 anni fa - secondo la leggenda - fu tracciato il primo solco della città quadrata, destinata dopo pochi secoli a dominare il mondo. – MUSSOLINI

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Alla caduta del 2° governo (per i fatti di Cremona) Facta chiede al Parlamento misure eccezionali (che non saranno per nulla adottate). Mussolini pronuncia l’ultimo suo discorso da parlamentare.

" L'ULTIMO DISCORSO DAL BANCO DI DEPUTATO "
(19 luglio 1922)

"Onorevoli colleghi !
La Direzione del Partito Nazionale Fascista ha invitato il Gruppo parlamentare fascista a passare all'opposizione, cioè a votare contro il ministero Facta. Io sono sicuro che tutti i miei colleghi deputati fascisti ottempereranno a questo ordine tassativo.
Le ragioni che ci spingono a questa decisione, la quale può avere anche delle ripercussioni in seno a quella che si costuma chiamare la destra nazionale, sono ragioni d'ordine squisitamente politico e che prescindono, in un certo senso, dalla situazione prettamente parlamentare.
In fondo, onorevoli colleghi, mi pare che sia l'ora di diradare tutti gli equivoci, e in questa Camera di equivoci, a mio avviso, ce ne sono quattro: l'equivoco collaborazionista, l'equivoco popolare, l'equivoco Facta e l'equivoco fascista.

Cominciamo dall'equivoco collaborazionista. Si tratta di vedere se questa famosa collaborazione sia una vescica piena di vento o un apporto concreto al governo di domani. Dalle statistiche parlamentari, da quel che già si vede, si può arguire che la collaborazione socialista, oramai, può essere definita le nozze con i fichi secchi.
Non sono più di sessanta i deputati socialisti disposti a votare per un ministero che nasca con programmi di antifascismo. Ma questo ministero, onorevoli colleghi, si troverebbe domani di fronte non solo alla opposizione fascista, ma anche alla opposizione di quel terzo partito socialista, che sorgerebbe inevitabilmente dalle assisi di Roma, quando i collaborazionisti si presentassero col fatto compiuto.
Ora vi dico brutalmente che abbiamo tutto l'interesse, giacché oramai il corso delle cose è fatale e inevitabile, che il socialismo si divida sempre più, che ne sorgano tre o trenta di partiti socialisti, perché dopo essere stato religione, dopo essere divenuto chiesa e setta e bottega, sarà
più facile batterlo diviso che non unito.

Bisogna anche chiarire la posizione del Partito Popolare, il quale è travagliato da una crisi che ha già avuto delle manifestazioni significative, anche se non importanti dal punto di vista numerico.
Io non credo che tutto il Partito Popolare italiano possa seguire il comunismo, che è stato definito nero, dall'onorevole Miglioli. Io non credo che il mondo cattolico italiano, da distinguersi dal Partito Popolare, che è massone (interventi al centro;« Questa è malafede; non ne avete quattordici dei massoni? possa abbracciarsi con quei socialisti che sino a ieri, e anche oggi, avevano sulla loro bandiera: né Dio, né padrone!
E poi il Partito Popolare non può rimanere continuamente nella posizione di fortuna in cui si è trovato fino ad oggi. Il Partito Popolare fa delle pressioni continue sul Governo, che si possono chiamare ricatti.
Non ama il Partito Popolare, non ha mai amato, e non ha mai sostenuto efficacemente il Gabinetto Facta. Scusate se l'immagine è un poco ordinaria: voi siete dei topi dai denti aguzzi, che state nel formaggio ministeriale per divorarvelo.
Quanto alla democrazia, altro equivoco, che ho incontrato per la strada, si deve dire che anch'essa non è animata dai più accesi entusiasmi per il Governo dell'onorevole Facta.

Finalmente, onorevole Facta! io vi dico che il vostro ministero non può vivere, perché ciò è indecoroso anche dal semplice punto di vista umano; il vostro ministero non può vivere, o meglio vegetare, o meglio ancora trascinare la sua vita, in grazia della elemosina di tutti coloro che vi sostengono, come la tradizionale corda sostiene il non meno tradizionale impiccato.
Del resto, le vostre origini sono là ad attestare il carattere del vostro ministero. Io scommetto che il primo ad essere sorpreso di diventare presidente del Consiglio, siete stato precisamente voi.
Tutti ricordano che alla vigilia della conferenza di Genova occorreva che l'Italia avesse un governo qualsiasi: così è sorto il Gabinetto Facta, il quale si è messo in una situazione di necessità. Ma noi, on. Facta, almeno teoricamente, abbiamo cercato di superare la contraddizione che ci tormenta tra il volere l'autorità dello Stato e il compiere spesso delle azioni che certamente non aumentano la forza di questa autorità.
Ed io deploro, on. Facta, le misure che avete prese contro i funzionari che rappresentavano il Governo a Cremona; perché quei funzionari hanno seguito le vostre direttive. Se non hanno ordinato di fare fuoco contro i dimostranti fascisti, evidentemente è perché voi, e giustamente, siete contrario ad ogni effusione di sangue.

Non dovevate soprattutto punire il rappresentante del potere giudiziario a Cremona, quando quei funzionari meritavano il vostro plauso.
Ed anche il vostro discorso non può piacere agli uomini che siedono da questa parte della Camera.
Il punto centrale del vostro discorso è stato un aspro richiamo alla magistratura, un aspro richiamo ai funzionari in genere; con ciò avete dato l'impressione che gli organi esecutivi dell'autorità dello Stato siano insufficienti, deficienti o complici di una delle fazioni che lottano attualmente nel paese.
Io devo dire invece che la magistratura italiana è ancora una delle poche gerarchie statali contro le quali sia assai difficile elevare critiche fondate, e che non partano da presupposti di ordine personale o di partito. E poi il Governo ha l'obbligo di coprire i suoi funzionari, di assumere esso le sue responsabilità. Il generale non punisce l'ultimo caporale. Ci sono altri elementi di critica contro il Governo Facta, da parte nostra, e per la politica finanziaria e per la politica estera.

D'altra parte la Camera deve prendere atto che il fascismo parlamentare, uscendo, come fa in questo momento, dalla maggioranza, compie un gesto di alto pudore politico e morale. Non si può essere parte della maggioranza, e nello stesso tempo agire nel paese come il fascismo è costretto per ora ad agire.
Il fascismo risolverà questo suo intimo tormento, dirà forse fra poco se vuole essere un Partito legalitario, cioè un Partito di governo, o se vorrà invece essere un Partito insurrezionale, nel qual caso non potrà più far parte di una qualsiasi maggioranza di governo, ma probabilmente non avrà neppure l'obbligo di sedere in questa Camera.
Questo che io ho chiamato equivoco fascista, sarà risolto dagli organi competenti del nostro Partito.
Ora, date queste mie dichiarazioni, voi comprendete subito che il problema della successione ci preoccupa fino ad un certo punto.
Io vi dichiaro con molta schiettezza che nessun governo si potrà reggere in Italia quando abbia nel suo programma le mitragliatrici contro il fascismo. Io non so neanche se questo sarà possibile, perché potrebbe darsi, anche per uno di quei paradossi assai frequenti nella politica e nella storia, che il Gabinetto il quale sorgesse sotto auspici e con origini nettamente antifasciste, fosse costretta a fare verso di noi una politica di grande liberalismo, perché il non farla gli procurerebbe assai maggiori noie.

D'altra parte, noi nel paese abbiamo forze molto numerose, molto disciplinate, molto organizzate. Se da questa crisi uscirà un governo che risolva il problema assillante, angoscioso nell'ora attuale, cioè il problema della pacificazione, inteso come una normalizzazione dei rapporti fra i diversi partiti, noi lo accetteremo con animo lieto, e cercheremo di adeguare tutti i nostri gregari alla necessità, sentita, del resto, intimamente da parte della nazione, alla necessità di ordine, di lavoro e di disciplina. Ma se, per avventura, da questa crisi che ormai è in atto, dovesse uscire un governo di violenta reazione antifascista, prendete atto, onorevoli colleghi, che noi reagiremo con la massima energia e con la massima inflessibilità. Noi, alla reazione, risponderemo insorgendo.

"Io debbo, per debito di lealtà, dirvi che dei due casi che vi ho testé prospettati, preferisco il primo, e per ragioni nazionali e per ragioni umane. Preferisco cioè che il fascismo, che è una forza, o socialisti, che non dovete più ignorare, e non dovete nemmeno pensare di distruggere, arrivi a partecipare alla vita dello Stato attraverso una saturazione legale, attraverso una preparazione alla conquista legale. Ma è anche l'altra eventualità, che io dovevo, per obbligo di coscienza, prospettare, perché ognuno di voi, nella crisi di domani, discutendo nei gruppi, preparando la soluzione della crisi, tenga conto di queste mie dichiarazioni, che affido alla vostra meditazione e alla vostra coscienza. Ho finito". Mussolini

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Mussolini interviene duramente sulle ambiguità di Don Sturzo e del suo Partito PPI....

“ NOI E IL PARTITO POPOLARE ”
(Il Popolo d'Italia, N. 178)
(27 luglio 1922)


"Gli ultimi avvenimenti di carattere non soltanto parlamentare hanno posto nettamente sul tappeto il problema dei nostri rapporti col Partito Popolare Italiano. Giova a tal uopo precisare le nostre posizioni mentali e pratiche. Fu detto e ripetuto a sazietà che il fascismo non è un movimento antireligioso. Esso non si propone di bandire, come pretendevano orgogliosamente e stupidamente insieme, talune parole materialistiche, « Dio dal cielo e le religioni dalla terra ». Il fascismo non conidera la religione come una invenzione dei preti o un trucco dei potenti a scopo di dominazione sulla povera gente. Tali idiote spiegazioni del fenomeno religioso appartengono all'epoca del più degradante anticlericalismo.

Non antireligioso in genere, il fascismo non è anticristiano o anticattolico in particolare. Il fascismo vede nel cattolicismo lo sfogo gigantesco e riuscito di adattare ad un popolo come il nostro una religione nata in Oriente fra uomini di altra razza e di altra mentalità. Il cattolicesimo è la sintesi fra la Giudea e Roma, fra Cristo e Quirino. E la religione praticata da secoli e secoli dall'enorme maggioranza delle popolazioni italiane. Universale, perché creato sull'armatura di un impero universale, il cattolicismo fa di Roma uno dei centri più potenti della vita dello spirito religioso nel mondo. Come si vede, la posizione del fascismo di fronte al cattolicesimo è ben diversa da quell'anticlericalismo in voga nell'Italia mediocre dell'anteguerra.
Eppure, ciò malgrado, il Partito Popolare Italiano, che si vanta di essere cristiano e cattolico, fa combutta coi socialisti e coi democratici atei e massoni ed assume atteggiamenti di ostilità contro il fascismo. Il Partito Popolare, che poteva mantenersi amico e neutrale, si è invece palesato nemico acerrimo e subdolo del fascismo. E naturale che il fascismo raccolga il guanto di sfida. L'antifascismo del Partito Popolare non è che un aspetto della concorrenza di bottega fra Partito Popolare e Pus e bassamente demagogico.

Il Partito Popolare ha un'ala sinistra, che potrebbe militare benissimo nelle file del Pus ed un'ala destra, che si fa rimorchiare. L'antifascismo è destinato a dividere il Partito Popolare. L'episodio Boncompagni è un sintomo rivelatore. Il Partito Popolare è infatti il Partito ambiguo per eccellenza. Per reclutare le sue masse elettorali si è certamente giovato delle parrocchie, di un fattore religioso quindi; per mantenere queste masse si abbandona ad un mimetismo teorico e pratico delle dottrine e dei metodi del socialismo il Partito Popolare è religioso e profano ad un tempo. Comincia con Cristo e finisce col diavolo. Don Sturzo, si dice, celebra ancora la messa, cioè il sacrificio, la rinunzia, l'accettazione di questa valle di lacrime e Miglioli pratica la lotta di classe come il più esasperato dei socialisti.
Come si concilia il cristiano « amore del prossimo » con la predicazione dell'odio contro talune categorie di uomini? Il materialismo senza scrupoli, veramente «mammonico » del Partito Popolare è documentato dalle cronache parlamentari del dopoguerra. La disinvoltura del Partito Popolare è già stata bollata da uno dei maggiorenti della sezione milanese, il quale ha definito il Partito Popolare come la « vedova allegra della politica italiana »: definizione scarnificante, ma esattissima.

Il Partito dei Cristiano-Cattolici si è rivelato come un Partito di grassatori che dell'anima e dei suoi futuri destini altamente si infischiano, mentre pensano a riempire il sacco e a svaligiare la nazione. Nell'azione disordinata, ricattatoria e arruffona del Partito Popolare manca una qualsiasi linea di dignità e di nobiltà. Quando si pensi che il leader di questo Gruppo è il trentino De Gasperi, che fu suddito sempre fedele di Francesco Giuseppe, che fu redattore della Reichpost, il foglio più ignobilmente italofobo di Vienna, un De Gasperi le cui polemiche contro l'irredentismo di Battisti nessuno a Trento ha ancora dimenticato; quando si pensi, dicevo, che De Gasperi viene presentato come la espressione più alta del Trentino redento, si ha subito quanto occorre per definire il patriottismo e la dignità del Partito Popolare.

Con i suoi ultimi gesti parlamentari, con i suoi « veti » ridicoli, con i suoi non meno ridicoli tentativi di combinare un ministero di estrema sinistra, il Partito Popolare ha smorzato le ultime superstiti illusioni: siamo dinanzi ad un Partito infetto di socialismo, quindi anticattolico, quindi anticristiano. Il Partito Popolare dichiara guerra al fascismo e guerra avrà. I modi di questa guerra dipendono dalle circostanze locali; gli sviluppi ulteriori di questa guerra non sono prevedibili, ma non ci sarebbe da stupirsi se la lotta contro l'insopportabile tirannia dei pescicani del Partito Popolare sboccasse in una insurrezione anticlericale, molto meno vacua delle campagne anticlericali di altri tempi.
Nelle alte sfere del Vaticano v'è chi si domanda se la nascita e l'origine del Partito Popolare non si risolveranno in un danno enorme per la Chiesa. Prodotti certo di queste sempre più acute apprensioni sono i comunicati con i quali la Santa Sede dichiara di non avere nulla di comune con l'azione del Partito Popolare. Sta bene. Ma, alla fine, qualcuno potrebbe domandare se questa distinzione fra popolari e cattolici non sia troppo comoda. Il Vaticano non ha giurisdizione sui popolari in quanto Partito? E sia! Ma la deve avere però sui popolari in quanto si professano cristiani e cattolici. Qui è il ponte dell'asino! Qui si palesa la falsità intima di una situazione per cui il popolare, come partitante, fa il comodaccio suo o il comodo di don Sturzo, e, come credente, deve obbedire alla suprema ed unica autorità della Chiesa: il papa.

Ci sono, insomma, due papi in Italia: il primo, don Sturzo, ha la cura della carne; il secondo, Pio XI, ha la cura delle anime. Non sarebbe, per caso, don Sturzo l'antipapa ed uno strumento di satana? Da mille sintomi appare ormai evidente che grosse tempeste sorgeranno all'orizzonte della Chiesa se il Partito Popolare continuerà a incanaglirsi nella sua politica materialistica, tirannica e anticristiana. – MUSSOLINI

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Commento dello stesso giornale all’intervento di sopra di Mussolini

“ LA SITUAZIONE POLITICA IN ITALIA ”
(Il Popolo d’Italia”
(27 luglio 1922)

Non bisogna esagerare -ha detto il deputato fascista - l'estensione della guerra civile che infierisce. Colui che percorre l'Italia nota presto che si tratta di avvenimenti parziali, che in molti luoghi si limitano a risse domenicali: Vi sono delle regioni intere in Italia dove la vita continua normalmente e dove la tranquillità regna e questo è particolarmente il caso delle grandi città come Roma e Napoli; tutto questo va notato. Certo, accanto a incidenti trascurabili, ne avvengono altri di una gravità incontestabile, in cui lo stato di spirito dei fascisti e dei socialisti comunisti si manifesta con molto ardore.
La pacificazione appare tuttavia possibile - ha continuano con grande sicurezza l'on. Mussolini. - Credo che si possa arrivare alla pacificazione, ma non mediante trattati o tregue simili a quelli che si videro l'anno passato e che non hanno dato nessun risultato.

Quello che occorre è che il ministro dell'Interno si presenti dinanzi al Parlamento e abbia il coraggio di mantenere questo semplice linguaggio: « Lo Stato rappresenta la generalità ed è al disopra di tutti e si eleva contro chiunque attenti alla sua sovranità assoluta ». Se non si arriva a questo lo Stato abdica e una forza deve sorgere a prendere il suo posto. In generale il popolo italiano non domanda che di obbedire a uno Stato che sia degno del paese. Forse questo Stato sorgerà sia grazie alla partecipazione diretta dei fascisti, sia attraverso una coalizione simile a quella che avevo intravisto un anno fa, coalizione che si baserebbe sui tre grandi Partiti di masse esistenti attualmente in Italia: Popolare, Socialdemocratico e Fascista.
O la crisi attuale si incammina verso questa soluzione o si avrà un ministero qualunque con un decreto di scioglimento in tasca. Io prevedo che le prossime elezioni raddoppieranno per lo meno il numero dei deputati fascisti, di modo che saremo circa settanta alla Camera. Queste elezioni si impongono, poiché vi è un fatto nuovo nélla politica italiana, cioè la formazione del Partito Socialdemocratico, il quale ha il dovere di consultare il paese per constatare esattamente quello che rappresenta e per sapere se il suo collaborazionismo tanto vantato è l'espressione di una forza reale oppure una mistificazione d'ordine puramente parlamentare.

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Nella grave crisi di governo di fine luglio, il Sovrano ha contattato invano l'on. ORLANDO per costituire un Gabinetto pacificatore; ha poi tentato senza risultati con BONOMI, DE NAVA, MEDA e ha fatto salire al Quirinale pure TURATI (Allarmando i fascisti).
Nello stesso giorno l’Alleanza del Lavoro decideva lo sciopero nazionale. Forse Turati sperava che messo con gli scioperi sotto pressione il Paese, sarebbe nato un governo antifascista ospitando alcuni ministri socialisti. In questo scritto che segue, dello sciopero Mussolini non sa ancora nulla. Lo apprenderà dopo poche ore dopo aver scritto il pezzo (vedi poi il successivo articolo)

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“ CREPUSCOLI ”
(Il Popolo d'Italia, N. 181)
(30 luglio 1922)


"Filippo Turati è salito al Quirinale. E stato consultato dal re. Il leader riformista ed il socialismo collaborazionista hanno, con questo gesto, varcato il Rubicone, gesto atteso, ormai, specie dopo la votazione dell'ordine del giorno del Gruppo socialista; ma tuttavia gesto di una innegabile importanza e significato politico. Anche il giorno contribuisce a porre in maggior rilievo l'avvenimento: il giorno in cui Turati varca le soglie della reggia è l'anniversario dell'uccisione di Umberto I. Dopo ventidue anni, quale formidabile cambiamento nelle cose e negli spiriti! Ci fu, dopo l'assassinio di Umberto I, un caso De Marinis. Il povero Enrico De Marinis fu processato ed espulso dal Partito perché, nella sua qualità di funzionario della Camera, aveva seguito i funerali del re. Non scherzava il socialismo di allora, in fatto di regime e di gesti di adesione al regime! Dopo ventidue anni - tempo breve, ma straordinariamente carico di destino! - ecco l'on. Turati che entra alla reggia invitato dal re e vi entra consenziente una cospicua parte del socialismo e del proletariato italiano. La posizione odierna di Turati non è paragonabile - se non limitatamente - a quella di Bissolati. Questi andò al Quirinale come una sentinella sperduta, come un generale senza soldati, perché il Partito Riformista nel paese non esiste. L'on. Turati è più fortunato del suo amico e precursore: egli dispone già di una forte solidarietà di ordine parlamentare, confederale e socialista.
Non vi è dubbio che questo clamoroso ralliement di una parte del socialismo - la migliore dal punto di vista intellettuale - alla monarchia è stato accelerato dall'azione del fascismo. Senza il fascismo è certo che il proletariato italiano non si sarebbe riscattato così rapidamente dall'ubriacatura bolscevica, né i riformisti si sarebbero precipitati a reclamare attraverso le istituzioni attuali la restaurazione dell'imperio della legge.
Non vi è dubbio che i socialisti ora agiscono in stato di necessità: non potendo innalzare le barricate, vanno al Quirinale.

Bisogna certamente tenere il dovuto conto dei moventi che iniziarono le azioni degli uomini, ma è soprattutto importante vedere quali conseguenze scaturiscono da determinate azioni. Dal punto di vista, che chiamerò interno, del socialismo italiano, è evidente che il gesto odierno di Turati crea l'irreparabile. La scissione è un fatto compiuto. Il congresso socialista imminente di Roma appare già svuotato di ogni interesse, perché dovrà limitarsi a prender atto di avvenimenti che si sono già svolti. Da oggi il Partito che si frazionò a Livorno torna a dividersi in due. E nata la social-democrazia. Partito di governo o partito di masse? Si può rispondere in senso affermativo anche a questo interrogativo. Alcune zone del proletariato italiano sono già mature per questo: non si scandalizzeranno. Del resto i riformisti difenderanno strenuamente le loro posizioni. Altra conseguenza di ordine assai importante: la Confederazione generale del lavoro dovrà decidersi: dovrà cioè ritornare un organismo egregiamente e squisitamente operaio, sottratto alle egemonie infauste dei partiti socialisti o non socialisti. I quali partiti si compongono in massima parte di borghesi falliti, che mangiano sul proletariato e si arrogano l'aria di rappresentarlo, di difenderlo e di indirizzarlo nell'attuazione delle loro più o meno assurde costruzioni mentali.

Il gesto di Turati avrà le immancabili conseguenze di ordine ministeriale; non è il caso di anticipare giudizi. E evidente che i socialisti hanno capito che non si poteva restare eternamente sospesi e che, dal bacio platonico del semplice voto di maggioranza, valeva la pena di passare alla concessione della loro oramai stagionata verginità, offrendo la diretta partecipazione al Governo. Ma, ecco che un Gabinetto con la partecipazione dei socialisti, e cioè sinistro, anzi sinistrissimo, non è più possibile, perché Parlamento e paese lo considererebbero non un ministero di pacificazione, ma di reazione e di guerra.
Ora il paese, cioè la nazione, cioè i trentanove milioni di italiani che non fanno la politica militante, hanno bisogno assoluto di tranquillità, di ordine, di disciplina. O si ottiene questo, o l'Italia perde la sua indipendenza economica e così la sua stessa unità nazionale. Un ministero in cui entrino direttamente i socialisti provoca la necessità di un controllo e contrappeso di destra.

Anche fascista? Non precipitiamo. Un anno fa esattamente il 23 luglio 1921, io prospettai alla Camera un governo di coalizione fra i tre partiti rappresentanti di masse. Varrebbe la pena di riferire interamente il brano di quel discorso, che parve paradossale, mentre era il risultato di quel « presbitismo », che è il privilegio ed il travaglio del mio spirito. Resta a vedere se oggi esistano le condizioni in base alle quali io facevo quella previsione.
Ciò richiede una fredda meditazione su tutti gli elementi. Bisogna tenere conto dell'interesse del fascismo e dell'interesse della nazione. La nazione è ad una svolta della sua storia: o ritrova un minimo di pacificazione, o decade. Noi, invece, la vogliamo prosperosa e grande. – MUSSOLINI

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Il giorno dopo, fu proclamato dall’Alleanza del lavoro lo sciopero generale, detto “sciopero legalitario”. Che fu un colossale fallimento. Mussolini interviene.

“LA FU ALLEANZA DEL LAVORO ”
(Il Popolo d'Italia, N. 199)
(20 agosto 1922)


"Schiantata in pieno dalla trionfale controffensiva del fascismo, l'Alleanza del lavoro - mostruosa creazione di una paura collettiva - è stata sepolta ieri dal padre che l'aveva messa alla luce: il Comitato centrale del Sindacato ferrovieri italiani. Sepolta con un funerale di quarta classe. Il Comitato centrale del predetto Sindacato riunitosi ieri a Bologna ha diramato a mezzo dell'Agenzia Stefani un laconicissimo comunicato per far sapere che è stato deliberato « l'immediato ritiro del Sindacato ferrovieri italiani dall'Alleanza del lavoro ». Nient'altro. Ma ci sono delle « laconicità » più eloquenti di qualunque discorso. Il Sindacato ferrovieri deve avere capito che l'aver assunta l'iniziativa e la responsabilità della costituzione dell'Alleanza del lavoro è stata una di quelle gaffes che tutta una vita non basta a scontare; in secondo luogo il Sindacato ferrovieri riconosce col suo gesto odierno che lo sciopero inscenato dall'Alleanza del lavoro è stato semplicemente pazzesco.

Il Sindacato ferrovieri si ritira in buon ordine, mentre cinquantamila ferrovieri che hanno seguito - per debolezza, incoscienza o fanatismo - l'ordine di sciopero, stanno per essere più o meno severamente puniti. Chi si aspettava ulteriori novità da parte dell'Alleanza dei lavoro ora può starsene tranquillo. L'Alleanza del lavoro, questa istituzione irresponsabile e oscura che ha regalato al proletariato italiano la più grande disfatta, è oggi morta per sempre; ben morta, ben schiacciata sotto la greve mole del suo delitto contro la nazione e contro la stessa massa operaia. I repubblicani, accusati di tradimento, si sono già - di fatto - staccati dall'ibrido organismo; i confederali che si sono lasciati rimorchiare nella più miserevole delle maniere non potranno tardare ad imitarli, ora che il gesto dei ferrovieri consacra lo sfacelo definitivo di quell'organismo che doveva - niente po' po' di meno - abbattere - poverini! - il fascismo italiano.

Dinanzi al gesto del Sindacato ferrovieri, coloro che devono rimaner assai male, sono i quattro comunisti italiani, i quali, con quello specifico senso di inattualità che li distingue, non più tardi di ieri proclamavano in uno dei troppi loro prolissi e sbrodolati manifesti che l'Alleanza del lavoro doveva vivere, lottare, vincere ancora e sempre!
No. L'Alleanza del lavoro, stroncata dal fascismo, è morta; tutto quello che accade in questi giorni appartiene al genere « pompe funebri »; nessuno in Italia riuscirà mai a risuscitare questo clamoroso e decomposto cadavere. C'è una nuova situazione. Dopo tre anni la Confederazione generale del lavoro, compulsando i suoi melanconici bilanci, si accorge del terribile errore commesso quando si sono consegnate le masse operaie inquadrate nelle leghe alle esercitazioni rivoltose e uterine delle diverse congreghe socialiste.

Ora la Confederazione generale del lavoro si staccherà dal Pus, il quale Pus tornerà a dividersi. Comunque, questa seconda eventualità poco ci interessa. Per noi sarebbe meglio che restassero insieme: si pesterebbero i calli a vicenda e non darebbero a noi la noia di scendere a troppe sottili distinzioni. Più importante - anche ai fini nazionali - è la rivendicazione dell'autonomia confederale. La Confederazione generale del lavoro è nel suo pieno diritto. Finché c'era un partito socialista solo, il quale poteva passare per l'unico interprete politico delle masse sindacate, il patto di Stoccarda e Firenze poteva essere accettato, subito o giustificato. Ma adesso di partiti socialisti ce ne sono almeno tre, anche in Italia, senza voler contare il riformista bonomiano. Davanti a questo frantumamento, alla Confederazione generale del lavoro, se vuol salvarsi dall'estrema rovina, non resta che una decisione da prendere: quella di fare da sé.
Noi ripetiamo qui quello che abbiamo detto mille volte, e questo toglie alle nostre parole ogni significato di lusinga o di ricatto: il fascismo deve modificare e modificherà immediatamente il suo atteggiamento di fronte a un organismo confederale che abbia nettamente e irreparabilmente tagliato tutti i ponti coi diversi partiti socialisti, ognuno dei quali crede ridicolmente e grottescamente di possedere la ricetta dell'autentico e infallibile socialismo.
Noi attendiamo questo evento da tre anni. Se i confederali fossero stati intelligenti, il corso della loro e della nostra storia avrebbe potuto forse essere diverso. Non tardino a riparare il loro errore. Essi sentono e sanno che il socialismo - teologia di una società futura- è cosa morta oramai nelle cose e negli spiriti; mentre il sindacalismo vive, in quanto è condizionato dallo stesso tipo della nostra civiltà. Grande industria e sindacalismo sono termini inscindibili dello stesso binomio. Ma non è detto che il sindacalismo sboccherà in uno dei tanti tipi di società socialista, quali ci sono descritti dai diversi teorici o ciarlatani del socialismo. Il sindacalismo è, prima di tutto, una difesa, poi una selezione, poi una elevazione. Noi non gli attribuiamo virtù taumaturgiche, ma sentiamo che nella foresta morta del cosiddetto « sovversivismo » esso è l'albero in cui scorre ancora qualche linfa di vita. - MUSSOLINI


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La clamorosa fine dello sciopero, affrettò il crollo della sinistra e fece un grosso favore al Fascismo. A confermarlo è la stessa Kuliscioff scrivendo a Turati pochi giorni dopo - il 14 agosto: "...anche qui pare che ci sia un gran esodo degli operai dalla Camera del Lavoro con numerosi passaggi, con armi e bagagli, al fascismo..." (Turati-Kuliscioff, Carteggio, p.558).

“ LA FIUMANA ”
(Il Popolo d'Italia, N. 204)
(26 agosto 1922)

"Il fenomeno del proselitismo fascista, che invece di illanguidire aumenta in proporzioni sempre maggiori col passare-del tempo, dà l'idea di qualche cosa di fatale che è oramai superiore alla volontà degli uomini. Il fiume del fascismo continua ad alzare il livello delle sue acque, che hanno già abbattuto parecchi argini e strariperanno fra poco dovunque. Ora ecco i nostri nemici che fingono di rallegrarsi di questo imponente e rapido crescere delle nostre forze e sperano di vederle, colla stessa rapidità, disperdersi e morire.
Non escludiamo in assoluto questa eventualità. Noi non siamo degli « scientifici » come i furfanti cantastorie del socialismo. Noi non mettiamo ipoteche sul futuro. Può darsi che la previsione, la quale allieta segretamente i nostri nemici, si avveri; ma può anche darsi che le cose prendano corso diverso.

Tra l'accrescimento del Pus nel 1919-'20 e l'attuale irrompente proselitismo fascista, le differenze sono parecchie e di molti rilievi. Anzitutto, noi non promettiamo nulla e non cerchiamo nessuno. Il fascismo nasce da sé. Spontaneamente, senza preliminari dissodamenti programmatici. Il fascismo non fa propaganda: non ha molti uomini ed ha scarse simpatie per l'attività parolaia. I fascisti, quando parlano, non promettono alle folle i paradisi incantati, come facevano i propagandisti bolscevichi nel biennio infausto. I fascisti non dicono: « Volete la salute? Bevete questa o quella droga; fate il leninismo », come gridavano i socialcomunisti nell'epoca della loro acuta «ubriacatura». No. I fascisti non vendono fumo. Parlano dell'Italia, del suo avvenire. Hanno il coraggio di esaltare l'intervento e rivendicare la guerra. Non rinunciano, spesso, ad affermazioni di carattere imperialistico. Non aprono, dunque, bottega.

Ora il troppo rapido ingrossamento delle file costituiva e costituisce un serio pericolo per i partiti combinati alla moda antica; per i partiti, cioè, che possono essere considerati come vaste assemblee diffuse su tutto il territorio; assemblee di disputanti, i quali, disputando, finiscono naturalmente per differenziarsi e detestarsi; da cui le innumerevoli « tendenze » e relative scissioni. Il fascismo è tutt'altra cosa. I suoi iscritti sono, prima di tutto, soldati. La tessera equivale al piastrino di riconoscimento. Le gerarchie d'ordine politico-militare sono oramai ferreamente costituite. La disciplina d'ordine militare comprende quella d'ordine politico. Le reclute del fascismo vengono inquadrate, selezionate. Il discutere troppo è segno infallibile di decadenza. Dato questo nostro tipo di organizzazione i pericoli del proselitismo sono infinitamente attenuati. Siamo troppo conoscitori del mondo e dei suoi poco simpatici abitatori, per ritenere che tutte le reclute del fascismo siano animate da motivi soltanto ideali. C'è anche fra di noi la zavorra. Ci sono anche fra noi gli arrivisti. Ci sono anche fra noi quelli che si giovano del fascismo per camuffare altri impulsi e altri interessi.

Ma come si fa a leggere nelle anime? Ogni aggregato umano ha di questi detriti. Il fascismo, però, li seleziona e li elimina energicamente. Esso deve continuamente preoccuparsi delle qualità e deve rendere la quantità qualitativa. Non siamo, dunque, eccessivamente preoccupati del rapido e continuo svilupparsi del proselitismo fascista d'ordine politico. Il fascismo ha energie sufficienti per controllare, dominare, eliminare gli elementi infidi o sospetti.
Ma il proselitismo fascista ha un altro aspetto: l'aspetto sindacale. Masse d'operai passano ai nostri sindacati. I socialpussisti, davanti al fatto, hanno sentito l'estremo pudore di ritirare dalla circolazione la storiella dei « prigionieri » del fascismo. I prigionieri sono oramai in numero così imponente che potrebbero avere ragione dei loro « carcerieri ». Inoltre questi passaggi sono accompagnati da manifestazioni clamorose e mortificanti di pentimento, come la consegna dei simboli e delle bandiere. Ora i nostri avversari sogghignano e aspettano. Voi dovrete, facendo dell'organizzazione economica, fare del monopolio. E noi rispondiamo che un conto è il monopolio, risultato ultimo di un processo naturale di solidarietà, e un conto è il monopolio, atto di coazione, gesto di prepotenza, accompagnato da quelle sanzioni punitive di cui furono piene le cronache delle baronie rosse.

Voi dovrete, ora, che avete dei sindacati, continuano i nostri avversari, fare della lotta di classe. Ma sì. Ma sì. Anche questo è possibile. Nessuno ha mai pensato di bandire dalla storia il fenomeno della lotta delle classi. C'è sempre stato e ci sarà sempre. Noi aggiungiamo, però, che nel corso della storia, altre forze che non sono precisamente di ordine economico giocano parti talora decisive. Per noi la lotta delle classi è un episodio. Siamo, di regola, collaborazionisti, specie in un periodo di miseria come l'attuale. Non si può lottare per la spartizione o migliore ripartizione di un bottino che oggi non c'è. Fare della lotta di classe oggi, significa suicidarsi; significa, cioè, rinunciare per il domani a qualsiasi anche legittima lotta, perché, assassinata l'economia di una nazione, non resta che l'universale miseria con forme di lotta che non hanno nulla di comune con l'organizzata, cosciente, razionale lotta marxistica delle classi. Insomma, per noi, la collaborazione è la regola; la lotta delle classi è l'eccezione.

I « modi » di questa eccezione non hanno che un'importanza secondaria, anche se per avventura fossero apparentemente poco difformi da quelli adottati dai socialisti.
A questi criteri, solennemente confermati, in manifestazioni teoriche e pratiche, si inspira il sindacalismo fascista. Esso non commercia la felicità. Non permette che si tolga alle maestranze tutto ciò che, nel campo morale, fu da solo conquistato. Se è necessario per salvare l'industria acconciarsi a sacrifici, il sindacalismo fascista, che non fa della demagogia, avrà il coraggio di tenere analogo linguaggio agli operai, salvo a chiedere la reciprocità e la proporzionalità del sacrificio da parte anche dei datori di lavoro.

Nell'organizzazione economica come in quella politica il sindacalismo fascista segue criteri più qualitativi che quantitativi. Il compito del sindacalismo fascista è certamente formidabile. Molti sono curiosi. Molti inquieti. C'è chi attende nell'ombra l'esito della prova. Ebbene noi sentiamo che la prova riuscirà. La mente degli operai è oramai sgombra dalle fumisterie avveniristiche e sta prendendo contatto colla semplice e umana realtà della nazione e della produzione.
Le nostre migliori speranze poggiano su quella cambiata situazione. – MUSSOLINI

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M. interviene invitando misure radicali contro alcune squadracce che disonorano il fascismo
e che stanno sfuggendo al suo controllo

" DISCIPLINA ASSOLUTA! ”
(Il Popolo d'Italia, N. 214)
(7 settembre 1922)


"I severi provvedimenti adottati a Torino e a Ferrara contro elementi faziosi o indisciplinati, che pretendevano - evidentemente! - servirsi del fascismo, non già servire il fascismo, hanno la nostra piena e incondizionata approvazione. Li commentiamo, per meglio segnalarli a tutti i fascisti d'Italia, perché dovunque sia necessario, si proceda nello stesso modo, senza esitazioni e senza colpevoli indulgenze. Sempre, in ogni fase passata del nostro movimento, la disciplina fu indispensabile, ma oggi lo è ancora di più e le ragioni di ciò sono evidenti. Il fascismo continua a diffondersi in ogni angolo d'Italia. Le domande di iscrizione affluiscono in quantità impressionante. Siamo una massa. Non abbiamo potuto evitare di diventare una massa. Non si doveva evitare di diventare una massa.

Questo è il caso di tutte le idee vitali; delle idee, cioè, che a un dato momento diventano sostanza essenziale di una data società. Le altre idee vivono e muoiono nel chiuso delle conventicole. Ma appunto perché non abbiamo potuto evitare di diventare moltitudine, è necessario che le gerarchie del fascismo si fortifichino, funzionino per coordinare i movimenti di questa massa, per selezionare i componenti di questa massa, per colpire inesorabilmente quanti non sono degni di restare all'ombra del Littorio romano.
Solo in questo modo la quantità diverrà qualitativa e la qualità non si corromperà diventando quantitativa. Ma c'è un'altra ragione ancora più forte, che impone la più rigida disciplina. Il fascismo è destinato fra poco ad assumere tremende responsabilità: quelle inerenti al Governo della nazione. Per la democrazia fatua, imbecille e criminale, il Governo è una specie di pratica, fra amministrativa e parlamentare, alla quale tutti i 156 campioni del dèmmos si ritengono egregiamente preparati; per il fascismo, invece, governare la nazione, specie in questo calamitoso periodo della storia europea, è prospettiva che fa tremare le vene e i polsi.

Per la via legale o per quella illegale - il dilemma più che da volontà di uomini sarà risolto dal peso di circostanze - il fascismo avrà domani la responsabilità del Governo della nazione. Ora deve prepararsi a questo formidabile dovere. Deve adeguare se stesso a questa non lontana eventualità. Deve, quindi, imporsi il più duro cilicio della disciplina, se vuole, domani, imporre una disciplina a tutta la nazione. Il Partito, in siffatta materia, dev'essere rapido ed inflessibile. Dove c'è una situazione malata, bisogna curarla col ferro e col fuoco. Quando diciamo «ferro e fuoco» non si deve credere a un'amplificazione rettorica. Intendiamo parlare di ferro nel senso di arma che ferisce e di fuoco nel senso più specificamente cauterizzatore della parola. Le deplorazioni e le espulsioni sono bagattelle d'indole democratica, da applicarsi nei casi leggeri. Ma ci sono casi in cui deplorazioni ed espulsioni non bastano più. Anche qui bisogna considerare due elementi di fatto:

Primo: la costituzione del nostro Partito a base militare, ragione per cui tutto deve essere in relazione con questo punto di partenza. Ora un esercito non può limitarsi ad espellere un traditore o un disertore. Misure assai più radicali s'impongono. Secondo: i sacrifici dei nostri militi, l'olocausto dei nostri morti. Gli altri partiti non conoscono questo calvario. Essi quindi possono essere leggiadri nel comminare e nell'applicare le pene. Noi, no. Chi disonora il fascismo, chi lo infanga, disonora ed infanga le centinaia e centinaia dei nostri morti. Bisogna dunque colpire con fredda inesorabilità disertori, traditori o indegni. Né la disciplina fascista deve fermare le sue sanzioni, se per avventura il « caso » avesse un contorno di principi, di idee, se, insomma, si volesse far credere che si tratta di tendenze.
E tempo di dire che il fascismo non conosce tendenze, nel senso che a questa parola viene data nei bagolatori degli altri partiti. Il fascismo ha un programma stampato, uno statuto stampato, un regolamento stampato. E ogni due anni un congresso, che può rivedere o abolire tutto ciò. Chiediamo che la Direzione del Partito, suprema depositaria dei nostri poteri, agisca senza indugio, senza incertezze e senza preoccupazioni. Non c'importa di ritornare un pugno d'uomini, come nel marzo del 1919. – MUSSOLINI

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DISCORSO di UDINE all’adunata del 20 settembre.
Uno dei più importanti per il contenuto ideologico del fascismo in questo anno 1922.

“ L'AZIONE E LA DOTTRINA FASCISTA
DINNANZI ALLE NECESSITA STORICHE DELLA NAZIONE ”

"Con il discorso che intendo pronunciare innanzi a voi, io faccio una eccezione alla regola che mi sono imposta: quella, cioè, di limitare al minimo possibile le manifestazioni della mia eloquenza. Oh, se fosse possibile strangolarla, come consigliava un poeta, l'eloquenza verbosa, prolissa, inconcludente, democratica, che ci ha deviato per così lungo tempo! Io sono quindi sicuro, od almeno mi lusingo di avere questa speranza, che voi non vi attenderete da me un discorso che non sia squisitamente fascista, cioè scheletrico, aspro, schietto e duro.

Non attendetevi la commemorazione del XX Settembre. Certo, l'argomento sarebbe tentante e lusingatore. Ci sarebbe ampio materiale di meditazione riesaminando per quale prodigio di forze imponderabili ed attraverso quali e quanti sacrifici di popoli e di uomini, l'Italia abbia potuto raggiungere la sua non ancora totale unità, perché di unità totale non si potrà parlare fino a quando Fiume e la Dalmazia e le altre terre non siano ritornate a noi, compiendosi con ciò quel sogno orgoglioso che fermenta nei nostri spiriti.
Ma vi prego di considerare che anche col Risorgimento ed attraverso il Risorgimento italiano, che va dal primo tentativo insurrezionale che si verificò a Nola in un reparto di cavalleggeri, e finisce con la Breccia di Porta Pia nel '70, due forze entrano in gioco: una è la forza tradizionale, la forza di conservazione, la forza necessariamente un po’ statica, tardigrada, la forza della tradizione sabauda e piemontese; l'altra, la forza insurrezionale e rivoluzionaria, che veniva su dalla parte migliore del popolo e della borghesia; ed è solo attraverso la conciliazione e l'equilibrio di queste due forze che noi abbiamo potuto realizzare l'unità della Patria. Qualche cosa di simile forse si verifica anche oggi e di ciò mi riprometto di parlare in seguito.

Ma perché (ve lo siete mai domandato?), perché l'unità della Patria si riassume nel simbolo e nella parola di Roma? Bisogna che i fascisti dimentichino assolutamente - perché se non lo facessero sarebbero meschini - le accoglienze più o meno ingrate che avemmo a Roma nell'ottobre dell'anno scorso e bisogna avere il coraggio di dire che una parte di responsabilità di tutto ciò che avvenne la si dovette a taluni elementi nostri che non erano all'altezza della situazione. E non bisogna confondere Roma con i romani, con quelle centinaia di cosiddetti «profughi del fascismo» che sono a Roma, a Milano ed in qualche altro centro d'Italia e che fanno naturalmente dell'antifascismo pratico e criminoso. Ma se Mazzini, se Garibaldi tentarono per tre volte di arrivare a Roma, e se Garibaldi aveva dato alle sue camicie rosse il dilemma tragico, inesorabile di «o Roma o morte», questo significa che, negli uomini del Risorgimento italiano, Roma ormai aveva una funzione essenziale di primissimo ordine da compiere nella nuova storia della nazione italiana.

Eleviamo, dunque, con animo puro e sgombro da rancori il nostro pensiero a Roma, che è una delle poche città dello spirito che ci siano nel mondo, perché a Roma, tra quei sette colli così carichi di storia, si è operato uno dei più grandi prodigi spirituali che la storia ricordi; cioè si è tramutata una religione orientale, da noi non compresa, in una religione universale, che ha ripreso sotto altra forma quell'imperio che le legioni consolari di Roma avevano spinto fino all'estremo confine della terra. E noi pensiamo di fare di Roma la città del nostro spirito, una città, cioè, depurata, disinfettata da tutti gli elementi che la corrompono e la infangano; pensiamo di fare di Roma il cuore pulsante, lo spirito alacre dell'Italia imperiale che noi sogniamo.

Qualcuno potrebbe obiettarci: «Siete voi degni di Roma, avete voi i garretti, i muscoli, i polmoni sufficientemente capaci per ereditare e tramandare le glorie e gli ideali di un imperio?». Ed allora i critici arcigni si industriano a vedere nel nostro giovane ed esuberante_ organismo dei segni di incertezza.
Ci si parla del fenomeno dell'autonomismo fascista: dico ai fascisti ed ai cittadini che questo autonomismo non ha nessuna importanza. Non è un autonomismo di idee o di tendenze. Tendenze non conosce il fascismo. Le tendenze sono il triste privilegio dei vecchi partiti, che sono associazioni comiziali diffuse in tutti i paesi e che non avendo niente da fare e da dire, finiscono per imitare quei sordidi sacerdoti dell'Oriente che discutevano su tutte le questioni del mondo mentre Bisanzio periva. Gli scarsi, sporadici tentativi di autonomia fascista o sono liquidati o sono in via di liquidazione, perché rappresentano soltanto delle rivalse di indole personale.

Veniamo ad un altro argomento: LA DISCIPLINA. Io sono per la rigida disciplina. Dobbiamo imporre a noi stessi la più ferrea disciplina, perché altrimenti non avremo il diritto di imporla alla nazione. Ed è solo attraverso la disciplina della nazione che l'Italia potrà farsi sentire nel consesso delle altre nazioni. La disciplina deve essere accettata. Quando non è accettata, deve essere imposta.
Noi respingiamo il dogma democratico che si debba procedere eternamente per sermoni, per prediche e predicozzi di natura più o meno liberale. Ad un dato momento bisogna che la disciplina si esprima, nella forma, sotto l'aspetto di un atto di forza e di imperio. Esigo, quindi, e non parlo ai militi della regione friulana, che sono - lasciatemelo-dire - perfetti per sobrietà e compostezza, austerità e serietà di vita, ma parlo per i fascisti di tutta Italia, i quali se un dogma debbono avere, questo deve portare un solo chiaro nome disciplina! Solo obbedendo, solo avendo l'orgoglio umile ma sacro di obbedire si conquista poi il diritto di comandare. Quando il travaglio sia avvenuto nel vostro spirito, potete imporlo agli altri. Prima, no.

Di questo debbono rendersi ben conto i fascisti di tutta Italia. Non debbono interpretare la disciplina come un richiamo di ordine amministrativo o come un timore dei capi che possono paventare l'ammutinamento di un gregge. Questo no, perché noi non siamo capi come tutti gli altri, e le nostre forze non possono portare affatto il nome di gregge. Noi siamo una milizia, ma appunto perché ci siamo data questa speciale costituzione dobbiamo fare della disciplina il cardine supremo della nostra vita della nostra azione.

E vengo alla VIOLENZA. La violenza non è immorale. La violenza è qualche volta morale. Noi contestiamo a tutti i nostri nemici il diritto di lamentarsi della nostra violenza, perché paragonata a quelle che si commisero negli anni infausti del '19 e del '20 e paragonata a quella dei bolscevichi di Russia, dove sono state giustiziate due milioni di persone, e dove altri due milioni di individui giacciono in carcere, la nostra violenza è un gioco da fanciulli. D'altra parte la nostra violenza è risolutiva, perché alla fine del luglio e di agosto in quarantotto ore di violenza sistematica e guerriera abbiamo ottenuto quello che non avremmo ottenuto in quarantotto anni di prediche e di propaganda. Quindi, quando la nostra violenza è risolutiva di una situazione cancrenosa, è moralissima, sacrosanta e necessaria.

Ma, o amici fascisti, e parlo ai fascisti d'Italia, bisogna che la nostra violenza abbia dei caratteri specifici, fascisti. La violenza di dieci contro uno è da ripudiare e da condannare. La violenza che non si spiega deve essere ripudiata. C'è una violenza che libera ed una violenza che incatena; c'è una violenza che è morale ed una violenza che è stupida e immorale. Bisogna adeguare la violenza alla necessità del momento, non farne una scuola, una dottrina, uno sport. Bisogna che i fascisti evitino accuratamente di sciupare con gesti di violenza sporadica, individuale, non giustificata, le brillantissime splendide vittorie dei primi di agosto.
Questo attendono i nostri nemici, i quali da certi episodi e, diciamolo francamente, da certi ingrati episodi come quello di Taranto, sono indotti a credere ed a sperare od a lusingarsi che la violenza, essendo diventata una specie di secondo abito, quando noi non abbiamo più un bersaglio su cui esercitarla, la esercitiamo su noi o contro di noi o contro i nazionalisti. Ora i nazionalisti divergono da noi su certe questioni, ma la verità va detta ed è questa: che in tutte le battaglie che abbiamo combattuto li abbiamo avuti al nostro fianco.

Può darsi che tra di loro vi siano dei dirigenti, dei capi che non vedono il fascismo sotto la specie con la quale lo vediamo noi, ma bisogna riconoscere e proclamare e dire che le camicie azzurre a Genova, a Bologna, a Milano ed in altre cento località furono al fianco delle camicie nere. Quindi sgradevolissimo è l'episodio di Taranto ed io mi auguro che i dirigenti del fascismo agiranno nel senso che rimanga un episodio isolato da dimenticarsi in una riconciliazione locale ed in una affermazione di simpatia e di solidarietà nazionale.

Altro argomento che si può prestare alle speranze dei nostri avversari: le masse. Voi sapete che io non adoro la nuova divinità: la massa. E una creazione della democrazia e del socialismo. Soltanto perché sono molti debbono avere ragione. Niente affatto. Si verifica spesso l'opposto, cioè che il numero è contrario alla ragione. In ogni caso la storia dimostra che sempre delle minoranze, esigue da principio, hanno prodotto profondi sconvolgimenti nelle società umane. Noi non adoriamo la massa, nemmeno se è munita di tutti i sacrosanti calli alle mani ed al cervello, ed invece portiamo, nell'esame dei fatti sociali, delle concezioni, degli elementi almeno nuovi nell'ambiente italiano. Noi non potevamo respingere queste masse. Venivano a noi. Dovevamo forse accoglierle con dei calci negli stinchi? Sono sincere? Sono insincere? Vengono a noi per convinzione o per paura? O perché sperano di ottenere da noi quello che non hanno ottenuto dai socialpussisti? Questa indagine è quasi oziosa, perché non si è ancora trovato il modo di penetrare nell'intimo dello spirito. Abbiamo dovuto fare del sindacalismo. Ne facciamo.

Si dice: « Il vostro sindacalismo finirà per essere in tutto e per tutto simile al sindacalismo socialista; dovrete per necessità di cose fare della lotta di classe ».
I democratici, una parte dei democratici, quella parte che sembra avere il solo scopo di intorbidare le acque, continua da Roma (dove si stampano troppi giornali, molti dei quali non rappresentano nessuno o niente) a manovrare in questo senso.
Intanto il nostro sindacalismo diversifica da quello degli altri, perché noi non ammettiamo lo sciopero nei pubblici servizi per nessun motivo. Siamo per la collaborazione di classe, specie in un periodo come l'attuale di crisi economica acutissima. Quindi cerchiamo di fare penetrare nel cervello dei nostri sindacati questa verità e questa concezione. Però bisogna dire, con altrettanta schiettezza, che gli industriali ed i datori di lavoro non debbono ricattarci, perché c'è un limite oltre al quale non si può andare; e gli industriali stessi ed i datori di lavoro, la borghesia, per dirla in una parola, la borghesia deve rendersi conto che nella nazione c'è anche il popolo, una massa che lavora, e non si può pensare a grandezza di nazione se questa massa che lavora è inquieta, oziosa, e che il compito del fascismo è di farne un tutto organico colla nazione per averla domani, quando la nazione ha bisogno della massa, come l'artista ha bisogno della materia greggia per forgiare i suoi capolavori.
Solo con una massa che sia inserita nella vita e nella storia della nazione noi potremo fare una politica estera.

E sono giunto al tema che è in questo momento di attualità grandissima. Alla fine della guerra è evidente che non si è saputo fare la pace. C'erano due strade: o la pace della spada o la pace della approssimativa giustizia. Invece, sotto l'influenza d'una mentalità democratica deleteria, non si è fatta la pace della spada occupando Berlino, Vienna, Budapest, e non si è fatta nemmeno la pace approssimativa della giustizia.
Gli uomini, molti dei quali erano ignari di storia e di geografia (e pare che questi famosi esperti, che noi potremmo chiamare italianamente periti, ne sapessero quanto i loro principali, ed abbiano scomposto e ricomposto la carta geografica d'Europa) hanno detto: «Dal momento che i turchi danno fastidi all'Inghilterra, sopprimiamo la Turchia. Dal momento che l'Italia, per diventare una potenza mediterranea, deve avere l'Adriatico come un suo golfo interno, neghiamo all'Italia le giuste rivendicazioni di ordine adriatico». Che cosa succede? Succede che il trattato più periferico naturalmente va in pezzi prima degli altri. Ma siccome tutto consiste nella costruzione di questi trattati, per cui tutti sono in relazione tra di loro, così il disgregamento, la frantumazione del trattato di Sèvres riconduce nella eventualità il pericolo che anche tutti gli altri trattati facciano la stessa fine.

L'Inghilterra, a mio avviso, dimostra di non avere più una classe politica all'altezza della situazione. Infatti voi vedete che fin qui, da quindici anni un solo uomo impersona la politica inglese. Non è stato ancora possibile di sostituirlo. Lloyd George, che, a detta di coloro che lo conoscono intimamente, è un mediocre avvocato, rappresenta la politica dell'impero da ben tre lustri! L'Inghilterra anche in questa occasione rivela la mentalità mercantile di un impero che vive sulle sue rendite e che aborre da qualsiasi sforzo che sia suo proprio, che gli costi del Sangue. Fa appello ai Dominions ed alla Iugoslavia ed alla Romania. D'altra parte, se le cose si complicano in -questo senso, voi vedete spuntare l'eterno ed indistruttibile cosacco russo, che cambia di nome ma che non cambia anima. Chi ha armato la Turchia di Kemal Pascià? La Francia e la Russia. Chi può armare la Germania di domani? La Russia. E grande fortuna al fine della nostra politica estera, è grande fortuna che accanto ad un esercito che ha tradizioni gloriosissime, l'esercito nazionale, vi sia l'esercito fascista.

Bisognerebbe che i nostri ministri degli Esteri sapessero giocare anche questa carta e la buttassero sul tappeto verde e dicessero: «Badate che l'Italia non fa più una politica di rinunce o di viltà, costi quello che costi!"

Dicevo, dunque, che mentre negli altri paesi si comincia ad avere una chiara coscienza della forza rappresentata dal fascismo italiano anche in tema di politica estera, i nostri ministri sono sempre in atteggiamento di uomini che soggiacciono. Ci domandano quale è il nostro programma. Io ho già risposto a questa domanda, che vorrebbe essere insidiosa, in una piccola riunione tenuta a Levanto davanti a trenta o quaranta fascisti e non supponevo che avrebbe potuto avere una ripercussione così vasta il mio discorso, il mio famigliare discorso.
Il nostro programma è semplice: vogliamo governare l'Italia. Ci si dice: «Programmi? ». Ma di programmi ce ne sono anche troppi. Non sono i programmi di salvazione che mancano all'Italia. Sono gli uomini e la volontà!. Non c'è italiano che non abbia o non creda di possedere il metodo sicuro per risolvere alcuni dei più assillanti problemi della vita nazionale. Ma io credo che voi tutti siate convinti che la nostra classe politica sia deficiente. La crisi dello Stato liberale è in questa deficienza documentata. Abbiamo fatto una guerra splendida dal punto di vista dell'eroismo individuale e collettivo. Dopo essere stati soldati, gli italiani nel '18 erano diventati guerrieri. Vi prego di notare la differenza essenziale.

Ma la nostra classe politica ha condotto la guerra come un affare di ordinaria amministrazione. Questi uomini, che noi tutti conosciamo e dei quali portiamo nel nostro cervello la immagine fisica, ci appaiono ormai come dei superati, degli sciupati, degli stracchi, come dei vinti. Io non nego nella mia obiettività assoluta che questa borghesia, che con un titolo globale si potrebbe chiamare giolittiana, non abbia i suoi meriti. Li ha certamente. Ma oggi che l'Italia è fermentante di Vittorio Veneto, oggi che questa Italia è esuberante di vita, di slancio, di passione, questi uomini, che sono abituati soprattutto alla mistificazione di ordine parlamentare, ci appaiono di tale statura non più adeguata all'altezza degli avvenimenti. Ed allora bisogna affrontare il problema « Come sostituire questa classe politica, che ha sempre, negli ultimi tempi, condotto una politica di abdicazione di fronte a quel fantoccio gonfio di vento che era il socialpussismo italiano? ».

Io credo che la sostituzione si renda necessaria e più sarà radicale, meglio sarà. Indubbiamente il fascismo, che domani prenderà sulle braccia la nazione (quaranta milioni, anzi quarantasette milioni di italiani), si assume una tremenda responsabilità. C'è da prevedere che molti saranno i delusi poiché una delusione c'è sempre: o prima o dopo, ma c'è sempre, e nel caso che si faccia e nel caso che non si faccia.

Amici! - Come la vita dell'individuo, quella dei popoli comporta una certa parte di rischi. Non si può sempre pretendere di camminare sul binario Decauville della normalità quotidiana. Non ci si può sempre indirizzare alla vita laboriosa e modesta di un impiegato del lotto, e questo sia detto senza ombra di offesa per gli impiegati delle cosiddette «bische dello Stato». Ad un dato momento bisogna che uomini e partiti abbiano il coraggio di assumere la grande responsabilità di fare la grande politica, di provare i loro muscoli. Può darsi che falliscano. Ma ci sono dei tentativi anche falliti che bastano a nobilitare e ad esaltare per tutta la vita la coscienza di un movimento politico, del fascismo italiano. Io mi ripromettevo di fare questo discorso a Napoli, ma credo che a Napoli avrò altri temi.

Non tardiamo più oltre ad entrare nel terreno delicato e scottante del regime. Molte polemiche che furono suscitate dalla mia tendenzialità sono dimenticate, ed ognuno si è convinto che quella tendenzialità non è uscita fuori così improvvisamente. Rappresentava, invece, un determinato pensiero. E sempre così. Certi atteggiamenti sembrano improvvisi al grosso pubblico, il quale non è indicato e non è obbligato a seguire le trasformazioni lente, sotterranee di uno spirito inquieto e desideroso di approfondire, sempre sotto veste nuova, determinati problemi. Ma il travaglio c'è, intimo, qualche volta tragico. Voi non dovete pensare che i capi del fascismo non abbiano il senso di questa tragedia individuale, soprattutto tragedia nazionale. Quella famosa tendenzialità repubblicana doveva essere una specie di tentativo di riparazione di molti elementi che erano venuti a noi soltanto perché avevamo vinto. Questi elementi non ci piacciono. Questa gente che segue sempre il carro del trionfatore e che è disposta a mutare bandiera se muta la fortuna, è gente che il fascismo deve tenere in grande sospetto e sotto la più severa sorveglianza.

E’ possibile - ecco il quesito - una profonda trasformazione del nostro regime politico senza toccare l'Istituto monarchico? È possibile, cioè, di rinnovare l'Italia non mettendo in gioco la monarchia? E quale è l'atteggiamento di massima dà fascismo di fronte alle istituzioni politiche?
Il nostro atteggiamento di fronte alle istituzioni politiche non è impegnativo in nessun senso. In fondo i regimi perfetti stanno soltanto nei libri dei filosofi. Io penso che un disastro si sarebbe verificato nella città greca se si fossero applicate esattamente, comma per comma, le teorie di Platone. Un popolo che sta benissimo sotto forme repubblicane non pensa mai ad avere un re. Un popolo che non è abituato alla repubblica agognerà il ritorno alla monarchia. Si è ben voluto mettere sul cranio quadrato dei tedeschi il berretto frigio; ma i tedeschi odiano la repubblica; e per il fatto che è stata imposta dall'Intesa e che è stata una specie di Ersatz, trovano in Germania un altro motivo di avversione per questa Repubblica. (dalla folla si ode un grido “Viva Mazzini”)
Dunque le forme politiche non possono essere approvate o disapprovate sotto la specie della eternità, ma, debbono essere esaminate sotto la specie del rapporto diretto fra di loro, della mentalità dello stato di economia, delle forze spirituali di un determinato popolo. Questo in tesi di massima. Ora io penso che si possa rinnovare profondamente il regime, lasciando da parte la istituzione monarchica. In fondo, e mi riferisco al grido dell'amico, lo stesso Mazzini, repubblicano, maestro di dottrine repubblicane, non ha ritenuto incompatibili le sue dottrine col patto monarchico della unità italiana. L'ha subìto, l'ha accettato. Non era il suo ideale, ma non si può sempre trovare l'ideale.

Noi, dunque, lasceremo in disparte, fuori del nostro gioco, che avrà altri bersagli visibilissimi e formidabili, l'Istituto monarchico, anche perché pensiamo che gran parte dell'Italia vedrebbe con sospetto una trasformazione del regime che andasse fino a quel punto. Avremmo forse del separatismo regionale poiché succede sempre così. Oggi molti sono indifferenti di fronte alla monarchia; domani sarebbero, invece, simpatizzanti, favorevoli e si troverebbero dei motivi sentimentali rispettabilissimi per attaccare il fascismo che avesse colpito questo bersaglio.
In fondo io penso che la monarchia non ha alcun interesse ad osteggiare quella che ormai bisogna chiamare la rivoluzione fascista. Non è nel suo interesse, perché se lo facesse, diverrebbe subito bersaglio, e, se diventasse bersaglio, è certo che noi non potremmo risparmiarla perché sarebbe per noi una questione di vita o di morte. Chi può simpatizzare per noi non può ritirarsi nell'ombra. Deve rimanere nella luce. Bisogna avere il coraggio di essere monarchici.

Perché noi siamo repubblicani? In certo senso perché vediamo un monarca non sufficientemente monarca. La monarchia rappresenterebbe, dunque, la continuità storica della nazione. Un compito bellissimo, un compito di una importanza storica incalcolabile.
D'altra parte bisogna evitare che la rivoluzione fascista metta tutto in gioco. Qualche punto fermo bisogna lasciarlo, perché non si dia la impressione al popolo che tutto crolla, che tutto deve ricominciare, perché allora alla ondata di entusiasmo del primo tempo succederebbero le ondate di panico del secondo e forse ondate successive, che potrebbero travolgere la prima. Ormai le cose sono molto chiare. Demolire tutta la superstruttura socialistoide-democratica.
Avremo uno Stato che farà questo semplice discorso: « Lo Stato non rappresenta un partito, lo Stato rappresenta la collettività nazionale, comprende tutti, supera tutti, protegge tutti e si mette contro chiunque attenti alla sua imprescrittibile sovranità ».

Questo è lo Stato che deve uscire dall'Italia di Vittorio Veneto. Uno Stato che non dà localmente ragione al più forte; uno Stato non come quello liberale, che in cinquant'anni non ha saputo attrezzarsi una tipografia per fare un suo giornale quando vi sia lo sciopero generale dei tipografi; uno Stato che è in balia della onnipotenza, della fu onnipotenza socialista; uno Stato che crede che i problemi siano risolvibili soltanto dal punto di vista politico, perché le mitragliatrici non bastano se non c'è lo spirito che le faccia cantare. Tutto l'armamentario dello Stato crolla come un vecchio scenario di teatro da operette, quando non ci sia la più intima coscienza di adempire ad un dovere, anzi ad una missione. Ecco perché noi vogliamo spogliare lo Stato da tutti i suoi attributi economici. Basta con lo Stato ferroviere, con lo Stato postino, con lo Stato assicuratore. Basta con lo Stato esercente a spese di tutti i contribuenti italiani ed aggravante le esauste finanze dello Stato italiano. Resta la polizia, che assicura i galantuomini dagli attentati dei ladri e dei delinquenti; resta il maestro educatore delle nuove generazioni; resta l'esercito, che deve garantire la inviolabilità della Patria e resta la politica estera.
Non si dica che così svuotato lo Stato rimane piccolo. No! Rimane grandissima cosa, perché gli resta tutto il dominio degli spiriti, mentre abdica a tutto il dominio della materia.
Ed ora, o amici, io credo di avere parlato abbastanza e questa mia opinione ritengo sia condivisa anche da voi.

Cittadini! - Io vi ho sinteticamente esposto le mie idee. Bastano, a mio avviso, a individuarle. Del movimento si chiedono sempre i connotati, ma più connotati di così....
Se non bastasse questa nostra mentalità, c'è il nostro metodo, c'è la nostra attività quotidiana che non intendiamo di rinnegare, pur vigilando che non esageri, non trascenda e non danneggi il fascismo. E quando dico queste parole le dico con intenzione, perché se il fascismo fosse un movimento come tutti gli altri, allora il gesto dell'individuo o del gruppo avrebbe una importanza relativa. Ma il nostro movimento è un movimento che ha dato alla sua ruota fior di sangue vermiglio. Di questo bisogna ricordarsi quando si fa dell'autonomismo e quando si fa della indisciplina. Bisogna pensare ai morti d'ieri soprattutto. Bisogna pensare che tale autonomismo e tale indisciplina possono solleticare anche i bassi miserabili istinti della belva socialpussista, che è vinta, fiaccata, ma che cova ancora segretamente i propositi della riscossa; che noi impediremo con azione collettiva e col tener sempre la nostra spada asciutta. In fondo i romani avevano ragione: «Se vuoi la pace, dimostra di essere preparato alla guerra». Quelli che non dimostrano di essere preparati alla guerra, non hanno pace e hanno la disfatta e la sconfitta.

Così noi diciamo a tutti i nostri avversari: «Non basta che voi piantiate troppe bandiere tricolori sui vostri stambugi e circoli vinicoli. Vi vogliamo vedere alla prova. Sarà necessario tenervi un po' in una specie di quarantena, politica e spirituale. I vostri capi, che potrebbero reinfettarvi, saranno messi nella condizione di non nuocere». Solo così, evitando di cadere nel pregiudizio della quantità, noi riusciremo a salvare la qualità e l'anima del nostro movimento, che non è effimero e transitorio, perché dura da quattro anni, e quattro anni, in questo secolo tempestoso, equivalgono a quaranta anni. Il nostro movimento è ancora nella preistoria ed ancora in via di sviluppo e la storia comincia domani. Quello che il fascismo finora ha fatto è opera negativa. Ora bisogna che ricostruisca. Così si parrà la sua nobilitade, così si parrà la sua forza, il suo animo.

Amici! - Io sono certo che i capi del fascismo faranno il loro dovere. Sono anche certo che i gregari lo faranno. Prima di procedere ai grandi compiti, procediamo ad una selezione inesorabile delle nostre file. Non possiamo portarci gli impedimenti; siamo un esercito di veliti, con qualche retroguardia di bravi, solidi territoriali. Ma non vogliamo che vi siano in mezzo a noi elementi infidi.
Io saluto Udine, questa cara vecchia Udine, alla quale mi legano tanti ricordi. Per le sue ampie strade sono passate generazioni e generazioni di italiani che erano il fiore purpureo della nostra razza. Molti di questi giovani e giovanetti dormono ora il sonno che non ha più risveglio nei piccoli cimiteri isolati delle Alpi o nei cimiteri lungo l'Isonzo, tornato fiume sacro d'Italia.
Udinesi! fascisti! italiani!
Raccogliete lo spirito di questi nostri indimenticabili morti e fatene lo spirito ardente della Patria immortale.

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Pochi giorni dopo, a Cremona…

“ DISCORSO DI CREMONA ”
(24 settembre 1922)


"Principi! Triari! Avanguardisti! Balilla! Donne fasciste! Popolo, lavoratore di Cremona e provincia!
La realtà ha superato, come spesso accade, le lusinghiere aspettative. La vostra adunata, o fascisti cremonesi, è la più solenne fra tutte quelle alle quali ho assistito. Sono venuto fra voi non per pronunciare un discorso, poiché la eloquenza mi dà un senso irresistibile di fastidio; sono venuto ad esprimérvi di persona la mia solidarietà, che va dal vostro magnifico capo Roberto Farinacci all'ultimo squadrista. Qui, in tempi che ormai possono dirsi remoti, furono agitate delle grandi idee; qui sorse una democrazia, che ebbe il suo periodo di splendore prima di diventare slombata e rammollita ai piedi del socialpussismo. E malgrado il fierissimo dissidio che ci separò dopo la guerra, io non posso non ricordare un'altra nobile figura espressa della. vostra terra, feconda di messi e di spiriti: parlo di Leonida Bissolati.

Coloro che sulla falsariga di informazioni tendenziose e bugiarde parlano di uno schiavismo agrario, dovrebbero venire a vedere coi propri occhi questa folla di autentici lavoratori, di gente del popolo, con le spalle, i garretti, le braccia abbastanza solide per portare le fortune sempre maggiori della Patria.
Solo da canaglie e da criminali noi possiamo essere tacciati di nemici delle classi lavoratrici; noi che siamo figli di popolo; noi che abbiamo conosciuto la rude fatica delle braccia; noi che abbiamo sempre vissuto fra la gente del lavoro, che è infinitamente superiore a tutti i falsi profeti che pretendono di rappresentarla! Ma appunto perché siamo figli di popolo non vogliamo ingannare il popolo, non vogliamo mistificarlo, promettendogli cose irraggiungibili, pure prendendo solenne, formale impegno di tutelarlo nella rivendicazione dei suoi giusti diritti e dei suoi legittimi interessi.

Vedendo passare le vostre squadre, disciplinate, fervide di energia, di passione; vedendo passare i piccoli Balilla, che rappresentano la primavera ancora acerba della vita; poi gli squadristi, che sono nel pieno della giovinezza; finalmente gli uomini dalla solida virilità, non esclusi i vecchi, io mi dicevo che la gamma della razza è perfetta, in quanto abbraccia la fase prima e la fase ultima della vita.
Ebbene, o fascisti, principi e triari ! Grandi compiti ci aspettano.
Quello che abbiamo fatto è poco a paragone di quello che dobbiamo fare. C'è già un contrasto vivo, drammatico, sempre più palpitante di attualità fra una Italia di politicanti imbelli e l'Italia sana, forte, vigorosa, che si prepara a dare il colpo di scopa definitivo a tutti gli insufficienti, a tutti i ribaldi, a tutti i mestieranti, a tutta la schiuma infetta della società italiana.

Né si illudano gli avversari. Supponevano nell'infausto '19, quando noi, qui in Cremona ed in tutta Italia, eravamo un manipolo di uomini, supponevano, per lusingare la loro immensa viltà, che il fascismo sarebbe stato un fenomeno passeggero. Orbene, il fascismo vive da quattro anni ed ha dinanzi a sé il compito necessario per riempire un secolo. Né si illudano gli avversari di poter fiaccare la nostra compagine, perché noi vogliamo sempre più renderla compatta, disciplinata, militare, affiatata, attrezzata per tutte le eventualità, perché, o amici, se sarà necessario un colpo risolutivo, tutti, dal primo all'ultimo - e guai al disertore od al traditore, ché sarà colpito! - tutti, dal primo all'ultimo, faranno il loro preciso dovere. Insomma, noi vogliamo che l'Italia diventi fascista!

Ciò è semplice. Ciò è chiaro. Noi vogliamo che l'Italia diventi fascista, poiché siamo stanchi di vederla all'interno governata con principi e con uomini che oscillano continuamente fra la negligenza e la viltà; e siamo, soprattutto, stanchi di vederla considerata all'estero come una quantità trascurabile.
Che cosa è quel brivido sottile che vi percorre le membra quando sentite le note della Canzone del Piave? Gli è che il Piave non segna una fine: segna un principio! E’ dal Piave; è da Vittorio Veneto; è dalla Vittoria, sia pure mutilata dalla diplomazia imbelle, ma gloriosissima; è da Vittorio Veneto che si dipartono i nostri gagliardetti. E’ dalle rive del Piave che noi abbiamo iniziata la marcia che non può fermarsi fino a quando non abbia raggiunto la meta suprema: Roma! E non ci saranno ostacoli, né di uomini, né di cose che potranno fermarci!
Ed ora, popolo fascista di Cremona, io voglio ringraziarti per le accoglienze che mi hai tributato. Io so e mi piace di pensare che non a me andavano gli onori, ma all'idea, alla nostra causa, che è stata consacrata da tanto sangue purpureo della migliore gioventù italiana. Abbiti, o popolo di Cremona, il mio ringraziamento cordiale e fraterno, ed abbracciando il mio vecchio e fedele amico Farinacci, io abbraccio tutto il fascismo cremonese al grido di « Viva il fascismo! Viva l'Italia! ».

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Dopo i discorsi di Udine e di Cremona, ecco quello di Milano,
Mussolini parla della violenza, di Monarchia, dell’Alto Adige, e della nuova Italia.


DAL MALINCONICO TRAMONTO LIBERALE
ALL'AURORA FASCISTA DELLA NUOVA ITALIA


(4 ottobre 1922)

"Ho accettato di venire a parlare questa sera al gruppo Sciesa per un triplice ordine di motivi: un motivo sentimentale, un motivo personale ed un motivo politico. Un motivo sentimentale, perché volevo tributare il mio attestato di ammirazione e di devozione profonda ai nostri indimenticabili magnifici caduti, Melloni, Tonoli e Crespi; i primi due della vostra squadra, il terzo della Sauro. Io li ricordo perfettamente. Poi ho accettato di parlare per il carattere che il gruppo ha voluto dare a questa celebrazione. Finalmente, data l'attesa generale che tiene sospesi gli animi di tutti gli italiani nel presagio di qualche avvenimento che dovrà arrivare, non volevo mancare l'occasione di precisare alcuni punti di vista; precisazione necessaria nel tormentoso periodo che attraversiamo.
Voi sentite, a giudicare dal vostro atteggiamento austero e silenzioso, che se la materia è corrompibile, lo spirito è immortale.

Voi sentite, stasera, che in questo piccolo ambiente aleggia ancora lo spirito dei nostri caduti. Sono presenti. Noi sentiamo la loro presenza. Poiché l'anima non può morire. E sono caduti nell'azione più eroica compiuta dal fascismo italiano nei quattro anni della sua storia.
Poiché molte volte, quando i fascisti si sono precipitati a distruggere col ferro e col fuoco i covi della ribalda e vile delinquenza socialcomunista, non hanno visto che schiene in fuga; ma gli squadristi della Sciesa ed i due caduti che qui ricordiamo e tutti gli squadristi del Fascio Milanese sono andati all'assalto dell'Avanti! come sarebbero andati all'assalto di una trincea austriaca. Hanno dovuto varcare dei muri, spezzare dei reticolati, sfondare delle porte, affrontare del piombo rovente che gli assaliti gettavano con le loro armi.

Questo è eroismo. Questa è violenza. Questa è la violenza che io approvo, che io esalto. Questa è la violenza del fascismo milanese. Ed il fascismo italiano - io parlo al fascisti di tutta Italia - dovrebbe farla sua.
Non la piccola violenza individuale, sporadica, spesso inutile, ma la grande, la bella, la inesorabile violenza delle ore decisive.
E’ necessario, quando il momento arriva, di colpir con la massima decisione e con la massima inesorabilità. Non dovete credere che qui mi facciano velo i sentimenti di simpatia fortissima che io ho per il fascismo milanese: ma è soprattutto l'amore che io porto alla nostra causa.
Quando una causa è santificata da tanto sangue purissimo di giovani, questa causa non deve venire in nessun modo ed a nessun costo infangata.
Eroi sono stati i nostri amici ! La loro gesta è stata guerriera. La loro violenza santa e morale. Noi li esaltiamo. Noi li ricordiamo. Noi li vendicheremo. Non possiamo accettare la morale umanitaria, la morale tolstoiana, la morale degli schiavi. Noi, in tempi di guerra, adottiamo la formula socratica: «Superare nel bene gli amici, superare nel male i nemici ! ».

La nostra linea di condotta è correttissima. Chi ci fa del bene, avrà del bene; chi ci fa del male, avrà del male. I nostri nemici non potranno lagnarsi se, essendo nemici, saranno trattati duramente, come duramente devono essere trattati i nemici. Siamo in un periodo storico di crisi che accelera ogni giorno i suoi tempi. Lo sciopero generale, che fu stroncato dal sacrificio di sangue dei fascisti, è un episodio che si inquadra nella crisi generale.
Il dissidio è fra nazione e Stato. L'Italia è una nazione. L'Italia non è uno Stato. L'Italia è una nazione, poiché, dalle Alpi alla Sicilia, c'è una unità fondamentale dei nostri costumi; c'è una unità fondamentale del nostro linguaggio, della nostra religione. La guerra combattuta dal '15 al '18 consacra tutte queste unità e se queste unità formidabili bastano a caratterizzare la nazione, la nazione italiana esiste: piena di risorse, potentissima, lanciata verso un glorioso destino.

Ma alla nazione deve darsi lo Stato. E lo Stato non c'è. Oggi il giornale che rappresenta il liberalismo in Italia - il giornale più diffuso in Italia, e che perciò qualche volta ha fatto molto male agli italiani sostenendo tesi assurde - constatava che in Italia ci sono due governi e quando ce ne sono due, ce n'è uno di più. Lo Stato di ieri e lo Stato di domani. «Occorre un governo», diceva oggi il Corriere della Sera. Siamo d'accordo. Occorre un governo!
Ma ci sono in questi giorni due episodi, sintomatici che dimostrano che lo Stato fascista è infinitamente migliore dello Stato liberale e che perciò lo Stato fascista è degno di ricevere l'eredità dello Stato liberale. Due episodi: uno in cui entra la pietà ed un altro in cui entra la legge.
A San Terenzio di Spezia, se i morti sono stati sepolti tutti, se i feriti sono stati portati tutti all'ospedale, se il paese è stato ripulito dalle macerie, se i mobili ed i beni sono stati salvaguardati dagli sciacalli umani, se San Terenzio potrà rivivere, se il rancio è stato distribuito ai soldati in tempo utile, lo si deve allo Stato fascista. Ed il sindaco di Lerici - che non risulta essere fascista - non manda un telegramma a Facta, ma ne manda uno, traboccante di riconoscenza, a Mussolini, come avrete appreso dal Popolo d'Italia.
Qui siamo nel campo della pietà, della solidarietà nazionale ed umana.

Saltiamo a Bolzano. Siamo nel campo della legge e del diritto italiano. Chi li ha tutelati? Il fascismo. Chi ha imposto l'italianità in una città che deve essere italiana? Il fascismo! Chi ha bandito quel Perathoner che per quattro anni ha tenuto in scacco cinque ministeri italiani? È stato il fascismo, che ha dato una scuola agli italiani, una chiesa agli italiani, un senso di dignità agli italiani nell'Alto Adige! Chi ha collocato il busto del re nell'aula consiliare? (Il re, passando da Bolzano, se n'era dimenticato: evidentemente non ci teneva!). Il fascismo!
I tedeschi sono meravigliati e stupiti di vedersi dinanzi la gioventù fascista, che è bella fisicamente ed è magnifica moralmente. Hanno l'aria di domandarsi, questi tedeschi che popolano abusivamente il territorio italiano: « Che Italia è questa? ». Noi rispondiamo: « Voi, tedeschi, attraverso i ministeri della disfatta e della mala pace, eravate -abituati all'Italia di Abba Garima: dovete famigliarizzarvi con l'Italia di Vittorio Veneto, che è una Italia di qualità, di forza, di energia, che dice Al Brennero ci siamo e ci resteremo! Non vogliamo andare ad Innsbruck; ma non pensate affatto che Germania ed Austria possano ritornare mai più a Bolzano! ».

Questo è lo Stato fascista quale si rivela agli occhi degli italiani in due momenti tipici della cronaca attuale: il disastro di San Terenzio e la occupazione fascista di Bolzano.
I cittadini si domandano: « Quale Stato finirà per dettare la sua legge agli italiani? ». Noi non abbiamo nessun dubbio a rispondere « Lo Stato fascista! ».
Il Corriere della Sera dice: « Bisogna far presto! ». Siamo d'accordo! Una nazione non può vivere tenendo nel suo seno due Stati, due governi, uno in atto, uno in potenza. Ma quali sono le vie per arrivare a dare un governo alla nazione? Diciamo governo; ma quando noi diciamo Stato intendiamo qualche cosa di più. Intendiamo lo spirito, non soltanto la materia inerte ed effimera! Ci sono due mezzi, o signori: se a Roma non sono diventati tutti rammolliti, dovrebbero convocare la Camera ai primi di novembre, far votare la legge elettorale riformata, convocare il popolo a comizio entro dicembre. Poiché la crisi Facta, come invoca il Corriere, non potrebbe spostare la situazione.

Fate trenta crisi al Parlamento italiano, così come è oggi, ed avrete trenta reincarnazioni del signor Facta. Se il Governo, o signori, non accetta questa strada, allora noi siamo costretti ad imboccare l'altra. Vedete che il nostro gioco ormai è chiaro. D'altra parte non è pensabile più, quando si tratta di dare l'assalto ad uno Stato, la piccola congiura che rimane segreta sì e no fino al momento dell'attacco. Noi dobbiamo dare degli ordini a centinaia di migliaia di persone, e pretendere di conservare il segreto sarebbe la più assurda delle pretese e delle speranze. Noi giochiamo a carte scoperte fino al punto in cui è necessario di tenerle scoperte. E diciamo: «C'è un'Italia che voi, governanti liberali, non comprendete più. Non la comprendete per la vostra mentalità arretrata, non la comprendete per il vostro temperamento statico, non la comprendete perché la politica parlamentare vi ha inaridito lo spirito. L'Italia che è venuta dalle trincee è un'Italia forte, un'Italia piena di impulsi, di vita».
E’ un'Italia che vuole iniziare un nuovo periodo di storia. Il contrasto è quindi plastico,drammatico, fra l'Italia di ieri e la nostra Italia di oggi.
L'urto appare inevitabile. Si tratta ora di elaborare le nostre forze, i nostri valori, di preparare le nostre energie, di coordinare i nostri sforzi perché l'urto sia vittorioso per noi. E del resto su di ciò non può esservi dubbio.

Ormai lo Stato liberale è una maschera dietro la quale non c'è nessuna faccia. E una impalcatura; ma dietro non c'è nessun edificio. Ci sono delle forze; ma dietro di esse non c'è più lo spirito. Tutti quelli che dovrebbero essere a sostegno di questo Stato, sentono che esso sta toccando gli estremi limiti della vergogna, della impotenza e del ridicolo.
D'altra parte, come dissi ad Udine, noi non vogliamo mettere tutto in gioco, perché non ci presentiamo come i redentori del genere umano, né promettiamo niente di speciale agli italiani. Anzi, può essere che noi imporremo una più dura disciplina agli italiani e dei sacrifici. Può darsi che noi li imporremo tanto alla borghesia quanto al proletariato, perché c'è un proletariato infetto, come c'è una borghesia più infetta ancora.
C'è un proletariato che merita di essere castigato per poi dargli la possibilità di redenzione, e c'è una borghesia che ci detesta, che tenta di gettare la confusione nelle nostre file, che paga tutti i fogli che fanno opera di calunnia antifascista; una borghesia che si è gettata fino a ieri ignobilmente ai piedi delle forze antinazionali; una borghesia verso la quale noi non avremo un brivido di pietà.
Siamo circondati da nemici: ci sono i nemici palesi e quelli occulti. I nemici palesi vivono nei cosiddetti partiti sovversivi, che ormai si sono specializzati nell'agguato e nella imboscata assassina.
Ma ci sono dei nemici ambigui, che, sotto il tricolore e sotto bandiere analoghe, cercano di ferire il movimento fascista, di insinuarsi nelle nostre file, di creare dei simulacri di organismi per indebolire il movimento nostro proprio nella fase in cui è necessario di tenerlo maggiormente compatto ed unito.
Ora bisogna dire che se non avremo remissione per coloro che ci attaccano dietro le siepi, non avremo nemmeno remissione per coloro che ci attaccano con ambiguità. Quando al quadrante della storia battono le grandi ore, bisogna parlare da contadini: semplicemente, duramente, schiettamente e lealmente.

Non abbiamo grandi ostacoli da superare, perché la nazione attende, la nazione spera in noi. La nazione si sente rappresentata da noi. Certamente non possiamo promettere l'albero della libertà sulle pubbliche piazze; non possiamo dare la libertà a coloro che ne profitterebbero per assassinarci. Qui è la stoltezza dello Stato liberale: che dà la libertà a tutti, anche a coloro che se ne servono per abbatterlo.

Noi non daremo questa libertà. Nemmeno se la richiesta di questa libertà fosse avvolta nella vecchia carta stinta degli immortali principi !
Infine, quello che ci divide dalla democrazia non sono gli ammennicoli elettorali. La gente vuole votare? Ma voti! Votiamo tutti fino alla noia e fino alla imbecillità! Nessuno vuol sopprimere il suffragio universale. Ma faremo una politica di severità e reazione. Questi termini non ci fanno paura. Se si dirà dagli organi rappresentativi della democrazia che noi siamo reazionari, non ci adonteremo affatto. Perché quel che ci divide dalla democrazia è la mentalità, è lo spirito. La storia non è un itinerario obbligato: la storia è tutta contrasti, è tutta vicende; non ci sono secoli di tutta luce e secoli di tutte tenebre. Non si può trasportare il fascismo fuori d'Italia, come non si è potuto trasportare il bolscevismo fuori dalla Russia.

Dividiamo gli italiani in tre categorie: gli italiani « indifferenti », che rimarranno nelle loro case ad attendere; i « simpatizzanti », che potranno circolare; e finalmente gli italiani « nemici », e questi non circoleranno.
Non prometteremo nulla di speciale. Non assumeremo atteggiamenti di missionari che portano la verità rivelata. Non credo che i nemici ci opporranno ostacoli seri. Il sovversivismo è a terra. Voi vedete il congresso di Roma. Quale cosa pietosa è stata! Quando leader di un congresso diventa un Buffoni qualunque, come quel avvocato di Busto o di altro paese che sia, voi capite che siamo già all'ultimo gradino della scala. C'era un socialismo. Oggi ce ne sono quattro, con tendenza ad aumentare. E quel che più conta, ognuno di costoro intende essere il rappresentante dell'autentico socialismo. Il proletariato non può che sbandarsi. E sfiduciato, schifato dal contegno dei socialisti. Ho già detto, del resto, che il socialismo non è soltanto tramontato nel partito è tramontato nella filosofia e nella dottrina. Ci vogliono gli italiani ed in genere gli occidentali a bucare con gli spilli della loro logica le grottesche vesciche del socialismo internazionale.

Forse, vista la cosa sotto l'aspetto storico, è una lotta fra l'Oriente e l'Occidente: fra l'Oriente famoso, caotico, rassegnato (vedi la Russia) e noi, popolo occidentale, che non ci lasciamo trasportare eccessivamente dai voli della metafisica e che siamo assetati di concrete, dure realtà.
Gli italiani non possono essere a lungo mistificati da dottrine asiatiche, assurde e criminose nella loro applicazione pratica e concreta. Questo è il senso del fascismo italiano, il quale rappresenta una reazione all'andazzo democratico per cui tutto doveva essere grigio, mediocre, uniforme, livellatore; in cui, dal capo supremo dello Stato all'ultimo usciere di Pretura, si faceva di tutto per attenuare, nascondere, rendere fugace e transitoria l'autorità dello Stato.
Dal Re, troppo democratico, all'ultimo funzionario, noi abbiamo subìto le conseguenze di questa concezione falsa della vita.

La democrazia credeva di rendersi preziosa presso le masse popolari e non comprendeva che le masse popolari disprezzano coloro che non hanno il coraggio di essere quello che devono essere. Tutto questo la democrazia non ha capito. La democrazia ha tolto lo « stile » alla vita del popolo. Il fascismo riporta lo « stile » nella vita del popolo: cioè una linea di condotta; cioè il colore, la forza, il pittoresco, l'inaspettato, il mistico; insomma, tutto quello che conta nell'animo delle moltitudini.
Noi suoniamo la lira su tutte le corde: da quella della violenza a quella della religione, da quella dell'arte a quella della politica. Siamo politici e siamo guerrieri. Facciamo del sindacalismo e facciamo anche delle battaglie nelle piazze e nelle strade. Questo è il fascismo così come fu concepito e come fu attuato e come è attuato, soprattutto, a Milano.

Bisogna, o amici, mantenere questo privilegio. Tenere sempre il fascismo magnifico in questa linea meravigliosa di forza e di saggezza. Non abbandonarsi alla imitazione; poiché quello che è possibile in una data plaga agricola, in un dato momento, in un dato ambiente, non è possibile a Milano. Qui la situazione è stata capovolta più per maturazione spontanea di eventi che per violenza di uomini o di cose. Qui il nostro dominio si afferma sempre più solido, sicuro, effettivo. Ed allora, o amici, noi dobbiamo prepararci con animo puro, forte, sgombro di preoccupazioni ai compiti che ci aspettano. Domani, è assai probabile, è quasi certo, tutta la impalcatura formidabile di uno Stato moderno sarà sulle nostre spalle. Non sarà soltanto sulle spalle di pochi uomini: sarà sulle spalle di tutto il fascismo italiano.

E milioni di occhi, spesso malevoli, e milioni di uomini, anche oltre le frontiere, ci guarderanno. E vorranno vedere come funzionano le nostre gerarchie; vorranno vedere come si amministrerà la giustizia nello Stato fascista, come si tutelano i galantuomini, come si fa la politica estera, come si risolvono i problemi della scuola, della espansione, dell'esercito. Ed ognuno che sia colto in fallo riverbererà il suo fallo e la sua vergogna su tutta la gerarchia dello Stato e, necessariamente, del fascismo.
Avete voi, o amici, la sensazione esatta di questo compito formidabile che ci attende? Siete voi preparati spiritualmente a questo trapasso? Credete voi che basti soltanto l'entusiasmo?
Non basta! E' necessario però, perché l'entusiasmo è una forza primitiva e fondamentale dello spirito umano. Non si può compiere nulla di grande se non si è in stato di amorosa passione, in stato di misticismo religioso. Ma non basta. Accanto al sentimento ci sono le forze raziocinanti del cervello. Io credo che il fascismo, nella crisi generale di tutte le forze della nazione, abbia i requisiti necessari per imporsi e per governare. Non secondo la demagogia, ma secondo la giustizia.

Ed allora, governando bene la nazione, indirizzandola verso i suoi destini gloriosi, conciliando gli interessi delle classi senza esasperare gli odii degli uni e gli egoismi degli altri, proiettando gli italiani come una forza unica verso i compiti mondiali, facendo del Mediterraneo il lago nostro, alleandoci, cioè, con quelli che nel Mediterraneo vivono, ed espellendo coloro che del Mediterraneo sono i parassiti; compiendo questa opera dura, paziente, di linee ciclopiche, noi inaugureremo veramente un periodo grandioso della storia italiana.
Così ricorderemo i nostri morti; così onoreremo i nostri morti; così li iscriveremo nel libro d'oro dell'aristocrazia fascista.
Indicheremo i loro nomi alle nuove generazioni, ai bambini che vengono su e rappresentano la primavera eterna della vita che si rinnova. Diremo: «Grande fu lo sforzo, duro il sacrificio e purissimo il sangue che fu versato; e non fu versato per salvaguardare interessi di individui o di caste o di classi; non fu versato in nome della materia; ma fu versato in nome di una idea, in nome dello spirito, in nome di quanto di più nobile, di più bello, di più generoso, di più folgorante può contenere un'anima umana. Vi domandiamo di ricordare ogni giorno, con l'esempio, i nostri morti; di essere degni del loro sacrificio; di compiere quotidianamente il vostro esame di coscienza ».
Amici, io ho fiducia in voi! Voi avete fiducia in me! In questo mutuo leale patto è la garanzia, è la certezza della nostra vittoria! Viva l'Italia! Viva il fascismo! Onore e gloria ai nostri martiri!

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Quattro giorni dopo: “Così non si può andare avanti!”

“ CIRCOLO VIZIOSO ”
(Il Popolo d'Italia, N. 240)
(7 ottobre 1922)

"Da ogni parte si grida. con una concitazione che rivela la innegabile gravità del momento: « Così non si può andare avanti! La nazione non può ospitare due governi, anzi due Stati. Bisogna dare un solo governo alla nazione ».
Perfettamente. Il postulato ci trova pienamente consenzienti. Anche noi, con maggiore diritto di tutti gli altri, ci uniamo al coro e diciamo occorre un governo per la nazione. Ma questo universale riconoscimento di una necessità che moltiplica la sua urgenza di giorno in giorno, e si potrebbe dire d'ora in ora, non basta. L'importante è di stabilire come si fa a dare un nuovo, un unico, un forte governo alla nazione. Qui nasce il disaccordo. Due mentalità stanno di fronte; l'una che guarda al paese, l'altra che tiene precipuamente conto delle forze parlamentari. Si vuole una crisi, perché Facta ha dimostrato la sua insufficienza.

Povero Facta ! Io che ho scritto parole acerbe su di lui, sarei, ora, tentato di tesserne l'apologia. Quest'uomo che si vuole defenestrare, non è un vanitoso, non è un procacciante, non ha voluto il potere, non ha fatto nulla per ottenerlo.
Lo hanno messo al Viminale a viva forza. Poiché tutti rifiutavano, egli ha dovuto fare il Cireneo. Un Governo che reca fin dalla nascita queste stigmate, non può essere, non sarà mai forte, anche se per avventura lo componessero uomini di una tempra assai più dura.
Al posto di Facta ci doveva essere Meda. Ma il pingue deputato lombardo ha fatto per viltade il gran rifiuto. Non è il fascismo, sebbene l'ignobile Parlamento italiano che - abbattendolo e quindi resuscitandolo - ha esautorato in maniera irreparabile e sin dal bel principio il ministero Facta.

Il ministero Facta e l'attuale Camera si condizionano a vicenda. Ragione per cui l'attuale Camera non potrà dare che un ministero Facta, anche se si cambierà la persona del presidente del Consiglio. L'on. Giolitti, malgrado la sua lunga esperienza di uomini e di cose, non potrebbe fare, nei confronti del fascismo, che una politica « factiana ». Ci sono dei precedenti. Quando nel giugno-luglio dell'anno scorso i socialisti tentarono a Montecitorio di imporre al Governo una linea di condotta antifascista, fu proprio l'on. Giolitti a dichiarare che non si poteva pensare a provvedimenti di polizia contro un movimento che annoverava allora 156 mila iscritti, mentre oggi ne ha almeno tre volte tanti.

Un nuovo ministero, sia pure presieduto da Giolitti, non può fare una politica di antifascismo. Vero è che gli zelatori della crisi non la chiedono questa reazione, anche perché ne avvertono, oltre gli enormi pericoli, la pratica impossibilità. Si pensa allora di girare l'ostacolo proponendo questa soluzione: Giolitti con una rappresentanza del fascismo. Questa soluzione, anche parlamentarmente, si presenta di assai difficile attuazione.
Un ministero Giolitti più i fascisti, quale base avrebbe a Montecitorio? Ad ogni modo è inutile perdersi in queste indagini per il semplice motivo che il fascismo non intende di vendere la sua primogenitura ideale per il famoso piatto di lenticchie, che potrebbe consistere in un portafoglio e in un paio di sottoportafogli. (Parlamentarmente, con trentacinque deputati e dovendo accogliere nel ministero, com'è naturale, anche i delegati degli altri gruppi, il fascismo non potrebbe avere una più numerosa rappresentanza).

Date le forze di cui dispone nel paese, il fascismo non può andare al potere dalla porta di servizio. Per uscire dalla crisi, per risolvere il problema e non soltanto per mettere una ridicola pezza sopra una falla che si allarga ogni giorno di più, bisogna incamminarsi su una strada diversa. Tutti i pretesti per non convocare la Camera ai primi di novembre sono inconsistenti. Tre o quattro giorni di discussione bastano per riformare la legge, anche perché su taluni punti c'è già l'unanimità di tutti i partiti. Dopo di che si scioglie la Camera e si convocano i comizi elettorali entro il dicembre.
La divisione del Pus è un altro fatto da aggiungere ai precedenti, che denunciano una situazione politica profondamente cambiata. Il Gruppo di destra del Pus allinea ben settanta deputati; ma che cosa e chi rappresentano costoro? Ci troviamo di fronte a quattro partiti socialcomunisti, ognuno dei quali pretende di rappresentare il proletariato; è necessario di vedere, di constatare quale dei quattro abbia maggiore titolo per rivendicare questo diritto.

Il Partito Popolare è scosso da una crisi profonda, che trapela oramai da mille sintomi, i quali vanno dal voto dell'onorevole Boncompagni Ludovisi alla recente lettera dei senatori tesserati nel Partito Popolare.
Situazione cambiata, dunque, e qua e là assolutamente capovolta. Con questo la convocazione dei comizi è pienamente giustificata. Ora, poiché bisogna dare un governo solo alla nazione; poiché questo governo non può essere dato dalla Camera attuale, la conclusione che ne segue è logica. Il dilemma del fascismo è di un'attualità sempre più bruciante. Esso rappresenta un'esigenza improrogabile della coscienza nazionale. – MUSSOLINI

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Mussolini attacca Badoglio, ostile al “fascismo” e per aver detto “al primo fuoco si sfascia”

“ ESERCITO E FASCISMO ”
(Il Popolo d'Italia, N. 246)
(14 ottobre 1922)


"In una riunione tenutasi a Roma fra alcuni borghesi - borghesi del giornalismo, borghesi della finanza, borghesi della politica, quei borghesi, insomma, che hanno molte ragioni per odiare il fascismo, perché il fascismo si propone di eliminarli e li eliminerà! - è intervenuto anche il generale Badoglio.
Il generale Badoglio si sarebbe espresso, in questi precisi termini: « Al primo fuoco, tutto il fascismo crollerà ».
Noi non chiediamo al generale Badoglio la conferma o la smentita di questa frase, perché sappiamo da fonte ineccepibile che è stata pronunciata.
Del resto, altre notizie la rendono attendibile. Il generale Badoglio, insomma, si sarebbe assunto il compito di affogare nel sangue il fascismo italiano. Questo l'incarico che gli ha dato Taddei. A tale uopo, il generale Badoglio - che non ricopre oggi gradi definiti nella gerarchia militare essendo egli «a disposizione del ministero» - ha cominciato con l'ordinare il richiamo di ufficiali, specialmente del Mezzogiorno e delle Isole, sul cui lealismo il generale crede di potere assolutamente contare.

Inoltre si è iniziata una propaganda fra gli ufficiali, intesa a dimostrare che il fascismo minaccia la monarchia e quindi obbligo degli ufficiali è di sparare sui fascisti, anche se, lasciando da parte la dinastia, si trattasse solo di spazzare la miserabile genia politica che ha rovinato la nazione.
Tutta questa preparazione dovrebbe rendere possibile l'esecuzione del massacro in grande stile.

Il generale Badoglio s'inganna. Si è già fatto fuoco sui fascisti. A Sarzana ne caddero quattordici, a Modena otto. Ora, nella zona di Sarzana, il fascismo è così formidabilmente inquadrato, che dispone di regolari reparti di cavalleria, come documentiamo in questa stessa pagina. Quanto a Modena, il dominio del fascismo è incontrastato.
Noi crediamo che i torbidi propositi del generale Badoglio non avranno mai una realizzazione. L'esercito nazionale non verrà contro l'esercito delle « camicie nere » per la semplicissima ragione che i fascisti non andranno mai contro l'esercito nazionale, verso il quale nutrono il più alto rispetto e ammirazione infinita. Gli ufficiali non dimenticheranno che se la loro divisa non è oggi sputacchiata come lo fu nel biennio 1919-'20; che se possono circolare in divisa liberamente e non già travestiti in borghese, come furono costretti a fare ai tempi del nefando Cagoia; se c'è, insomma, un'atmosfera cambiata nei riguardi dell'esercito nazionale, lo si deve esclusivamente al fascismo.
Malgrado tutto, noi crediamo che il generale Badoglio si rifiuterà al tentativo inutile di fare il carnefice del fascismo italiano. – MUSSOLINI

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Prova generale per la Marcia su Roma. Mussolini al Teatro San Carlo, interviene con un discorso, preannunciando “O ci daranno il governo o lo prenderemo calando su Roma”

“ IL DISCORSO DI NAPOLI ” - (24 ottobre 1922)
(Il Popolo d'Italia, N. 255)
(25 ottobre 1922)


"Fascisti! Cittadini! - Può darsi, anzi è quasi certo, che il mio genere di eloquenza determini in voi un senso di delusione, in voi che siete abituati alla foga immaginosa e ricca della vostra oratoria. Ma io, da quando mi sono accorto che era impossibile torcere il collo alla eloquenza, mi sono detto che era necessario ridurla alle sue linee schematiche ed essenziali.
Siamo venuti a Napoli da ogni parte d'Italia a compiere un rito di fraternità e di amore. Sono qui con noi i fratelli della sponda dalmatica tradita, ma che non intende arrendersi; sono qui i fascisti di Trieste, dell'Istria, della Venezia Tridentina, di tutta l'Italia settentrionale; sono qui anche i fascisti delle isole, della Sicilia e della Sardegna, tutti qui ad affermare serenamente, categoricamente, la nostra indistruttibile fede unitaria che intende respingere ogni più o meno larvato tentativo di autonomismo e di separatismo.

Quattro anni fa le fanterie d'Italia, maturata a grandezza in un ventennio di travaglio faticoso, le fanterie d'Italia, fra le quali erano vastamente rappresentati i figli delle vostre terre, scattavano dal Piave dopo avere battuto gli austriaci, con l'ausilio assolutamente irrisorio di altre forze, si slanciavano verso l'Isonzo; e solo la concezione assurdamente e falsamente democratica della guerra poté impedire che i nostri battaglioni vittoriosi sfilassero sul ring di Vienna per le vie di Budapest!
Un anno fa, a Roma, ci siamo trovati in un momento avviluppati da un'ostilità sorda e sotterranea, che traeva le sue origini dagli equivoci dalle infamie che caratterizzano l'indeterminato mondo politico della capitale. Noi non abbiamo dimenticato tutto ciò. Oggi siamo lieti che tutta Napoli, questa città che io chiamo la grande riserva di salvezza della nazione, ci accolga con un entusiasmo fresco, schietto, sincero, che fa bene al nostro cuore di uomini e di italiani; ragione per cui esigo che nessun incidente, neppure minimo, turbi la nostra adunata, poiché, oltre che delittuosa, sarebbe anche enormemente stupido: esigo che, ad adunata finita, tutti i fascisti che non sono di Napoli abbandonino in ordine perfetto la città.

L'Italia intera guarda a questo nostro convegno perché - lasciatemelo dire senza quella vana modestia che qualche volta è il paravento degli imbecilli - non c'è nel dopoguerra europeo e mondiale un fenomeno più interessante, più originale, più potente del fascismo italiano.
Voi certamente non potete pretendere da me quello che si costuma chiamare il grande discorso politico. Ne ho fatto uno a Udine, un altro a Cremona, un terzo a Milano. Ho quasi vergogna di parlare ancora.
Ma data la situazione straordinariamente grave in cui ci troviamo, ritengo opportuno fissare con la massima precisione i termini del problema perché siano altrettanto nettamente chiarite le singole responsabilità.
Insomma noi siamo al punto in cui la freccia si parte dall'arco, o la corda troppo tesa dell'arco si spezza!
Voi ricordate che alla Camera italiana il mio amico Lupi ed io ponemmo i termini del dilemma, che non è soltanto fascista, ma italiano: legalità o illegalità? Conquiste parlamentari o insurrezione? Attraverso quali strade il fascismo diventerà Stato? Perché noi vogliamo diventare Stato ! Perché il giorno 3 ottobre io avevo già risolto il dilemma.

Quando io chiedo le elezioni, quando le chiedo a breve scadenza, quando le chiedo con una legge elettorale riformata, è evidente a chiunque che io ho già scelto una strada. La stessa urgenza della mia richiesta denota che il travaglio del mio spirito è giunto al suo estremo possibile. Avere capito questo, significava avere o non avere la chiave in mano per risolvere tutta la crisi politica italiana.
La richiesta partiva da me, ma partiva anche da un Partito che ha masse organizzate in modo formidabile e che raccoglie tutte le generazioni nuove dell'Italia, tutti i giovani più belli fisicamente e spiritualmente, che ha un vasto seguito nella vaga ed indeterminata opinione pubblica.
Ma c'è di più, o signori. Questa richiesta avveniva all'indomani dei fatti di Bolzano e di Trento, che avevano svelato ad oculos la paralisi completa dello Stato italiano, e che avevano rivelato, d'altra parte, la efficienza non meno completa dello Stato fascista. Occorreva, o signori, affrettarsi verso di me, perché io non fossi più ancora agitato dal dilemma interno.
Ebbene: con tutto ciò il deficiente Governo che siede a Roma, ove accanto al galantomismo bonario ed inutile dell'ora. Facta stanno tre anime nere della reazione antifascista – alludo ai signori Taddei, Amendola ed Alessio - questo Governo mette il problema sul terreno della pubblica sicurezza e dell'ordine pubblico!

L'impostazione del problema è fatalmente errata. Degli uomini politici domandano che cosa desideriamo. Noi non siamo degli spiriti tortuosi e concitati. Noi parliamo schiettamente: facciamo del bene a chi ci fa del bene, del male a chi ci fa del male. Che cosa volete, o fascisti? Noi abbiamo risposto molto semplicemente: lo scioglimento di questa Camera, la riforma elettorale, le elezioni a breve scadenza. Abbiamo chiesto che lo Stato esca dalla sua neutralità grottesca, conservata tra le forze della nazione e le forze dell'antinazione. Abbiamo chiesto dei severi provvedimenti di indole finanziaria, abbiamo chiesto un rinvio dello sgombero della zona dalmata ed abbiamo chiesto cinque portafogli più il Commissariato dell'aviazione.
Abbiamo chiesto precisamente il ministero degli Esteri, quello della Guerra, quello della Marina, quello del Lavoro e quello dei lavori pubblici. Io sono sicuro che nessuno di voi troverà eccessive queste nostre richieste. Ed a completarvi il quadro aggiungerò che in questa soluzione legalitaria era esclusa la mia diretta partecipazione al Governo; e dirò anche le ragioni che sono chiare alla mente quando pensiate che per mantenere ancora nel pugno il fascismo io debbo avere una vasta elasticità di movimenti anche ai fini, dirò così, giornalistici e polemici.

Che cosa si è risposto? Nulla! Peggio ancora, si è risposto in un modo ridicolo. Malgrado tutto, nessuno degli uomini politici d'Italia ha saputo varcare le soglie di Montecitorio per vedere il problema del paese. Si è fatto un computo meschino delle nostre forze, si è parlato di ministri senza portafogli, come se ciò, dopo le prove più o meno miserevoli della guerra, non fosse il colmo di ogni umano e politico assurdo. Si è parlato di sottoportafogli: ma tutto ciò è irrisorio.
Noi fascisti non intendiamo andare al potere per la porta di servizio; noi fascisti non intendiamo rinunciare alla nostra formidabile primogenitura ideale per un piatto miserevole di lenticchie ministeriali!
Perché noi abbiamo la visione, che si può chiamare storica, del problema, di fronte all'altra visione, che si può chiamare politica e parlamentare.
Non si tratta dì combinare ancora un governo purchessia, più o meno vitale: si tratta di immettere nello Stato liberale - che ha assolti i suoi compiti che sono stati grandiosi e che noi non dimentichiamo di immettere nello Stato liberale tutta la forza delle nuove generazioni italiane che sono uscite dalla guerra e dalla vittoria. Questo è essenziale ai fini dello Stato, non solo, ma ai fini della storia della nazione. Ed allora?

Allora, o signori, il problema, non compreso nei suoi termini storici, si imposta e diventa un problema di forza. Del resto, tutte le volte che nella storia si determinano dei forti contrasti d'interessi e d'idee, è la forza che all'ultimo decide. Ecco perché noi abbiamo raccolte e potentemente inquadrate e ferreamente disciplinate le nostre legioni perché se l'urto dovesse decidersi sul terreno della forza, la vittoria tocchi a noi. Noi ne siamo degni, tocca al popolo italiano che ne ha il diritto, che ne ha il dovere, di liberare la sua vita politica e spirituale da tutte quelle incrostazioni parassitarie del passato, che non può prolungarsi perennemente nel presente perché ucciderebbe l'avvenire.
E allora si comprende perfettamente che i governanti di Roma cerchino di creare degli equivoci e dei diversivi; che cerchino di turbare la compagine del fascismo e cerchino di formare una soluzione di continuità tra l'anima del fascismo e l'anima nazionale; che ci pongano di fronte a dei problemi. Questi problemi hanno il nome di monarchia, di esercito, di pacificazione.

Credetemi, non è per rendere un omaggio al lealismo assai quadrato del popolo meridionale, se io torno a precisare ancora una volta la posizione storica e politica del fascismo nei confronti della monarchia.
Ho già detto che discutere sulla bontà o sulla malvagità in assoluto ed in astratto, è perfettamente assurdo. Ogni popolo, in ogni epoca della sua storia, in determinate condizioni di tempo, di luogo e di ambiente, ha il suo regime.
Nessun dubbio che il regime unitario della vita italiana si appoggia saldamente alla monarchia di Savoia. Nessun dubbio, anche, che la monarchia italiana, per le sue origini, per gli sviluppi della sua storia, non può opporsi a quelle che sono le tendenze della nuova forza nazionale. Non si oppose quando concesse lo Statuto, non si oppose quando il popolo italiano - sia pure in minoranza, una minoranza intelligente e volitiva - chiese e volle la guerra.
Avrebbe ragione di opporsi oggi che il fascismo non intende di attaccare il regime nelle sue manifestazioni immanenti, ma piuttosto intende liberarlo da tutte le superstrutture che aduggiano la posizione storica di questo istituto e nello stesso tempo comprimono tutte le tendenze del nostro animo?

Inutilmente i nostri avversari cercane di perpetuare l'equivoco.
Il Parlamento, o signori, e tutto l'armamentario della democrazia, non hanno niente a che vedere con l'istituto monarchico. Non solo, ma si aggiunga che noi non vogliamo togliere al popolo il suo giocattolo (il Parlamento). Diciamo « giocattolo » perché gran parte del popolo italiano lo stima per tale. Mi sapete voi dire, per esempio, perché su undici milioni di elettori ce ne sono sei che se ne infischiano di votare? Potrebbe darsi, però, che se domani si strappasse loro il giocattolo, se ne mostrassero dispiacenti. Ma noi non lo strapperemo. In fondo ciò che ci divide dalla democrazia è la nostra mentalità, è il nostro metodo. La democrazia crede che i principi siano immutabili in quanto siano applicabili in ogni tempo, in ogni luogo, in ogni evenienza.
Noi non crediamo che la storia si ripeta, noi non crediamo che la storia sia un itinerario obbligato, noi non crediamo che dopo la democrazia debba venire la superdemocrazia!
Se la democrazia è stata utile ed efficace per la nazione nel secolo XIX, può darsi che nel secolo XX sia qualche altra forma politica che potenzi di più la comunione della società nazionale. Nemmeno dunque, lo spauracchio della nostra antidemocrazia può giovare a determinare quella soluzione di continuità, di cui vi parlavo dianzi.

Quanto poi alle altre istituzioni in cui si impersona il regime, in cui si esalta la nazione - parlo dell'esercito - l'esercito sappia che noi, manipolo di pochi e di audaci, lo abbiamo difeso quando i ministri consigliavano gli ufficiali di andare in borghese per evitare conflitti!
Noi abbiamo creato il nostro mito. Il mito è una fede, è una passione. Non è necessario che sia una realtà. E una realtà nel fatto che è un pungolo, che è una speranza, che è fede, che è coraggio. Il nostro mito è la nazione, il nostro mito è la grandezza della nazione! E a questo mito, a questa grandezza, che noi vogliamo tradurre in una realtà completa, noi subordiniamo tutto il resto.
Per noi la nazione è soprattutto spirito e non è soltanto territorio. Ci sono Stati che hanno avuto immensi territori e che non lasciarono traccia alcuna nella storia umana. Non è soltanto numero, perché si ebbero nella storia degli Stati piccolissimi, microscopici, che hanno lasciato documenti memorabili, imperituri nell'arte e nella filosofia.

La grandezza della nazione è il complesso di tutte queste virtù, di tutte queste condizioni. Una nazione è grande quando traduce nella realtà la forza del suo spirito. Roma è grande quando da piccola democrazia rurale a poco a poco allaga del ritmo del suo spirito tutta l'Italia, poi si incontra con i guerrieri di Cartagine e deve battersi contro di loro. E’ la prima guerra della storia, una delle prime. Poi, a poco a poco, porta le aquile agli estremi confini della terra, ma ancora e sempre l'Impero Romano è una creazione dello spirito, poiché le armi, prima che dalle braccia, erano puntate dallo spirito dei legionari romani. Ora, dunque, noi vogliamo la grandezza della nazione nel senso materiale e spirituale. Ecco perché noi facciamo del sindacalismo.
Noi non lo facciamo perché crediamo che la massa, in quanto numero, in quanto quantità, possa creare qualche cosa di duraturo nella storia. Questa mitologia della bassa letteratura socialista noi la respingiamo. Ma le masse laboriose esistono nella nazione. Sono gran parte della nazione, sono necessarie alla vita della nazione ed in pace ed in guerra. Respingerle non si può e non si deve. Educarle si può e si deve; proteggere i loro giusti interessi si può e si deve!
Si dice: « Volete dunque perpetuare questo stato di guerriglia civile che travaglia la nazione? ». No. In fondo, i primi a soffrire di questo stillicidio rissoso, domenicale, con morti e feriti, siamo noi. Io sono stato il primo a tentare di buttare delle passerelle pacificatrici tra noi ed il cosiddetto mondo sovversivo italiano.
Anzi, ultimamente ho firmato un concordato con lieto animo: prima di tutto, perché mi veniva richiesto da Gabriele d'Annunzio; in secondo luogo, perché era un'altra tappa, o ritengo che sia un'altra tappa, verso la pacificazione nazionale.
Ma noi non siamo, d'altra parte, delle piccole femmine isteriche che sogliono ad ogni minuto allarmarsi di quello che succede.
Noi non abbiamo una visione apocalittica, catastrofica della storia. Il problema finanziario dello Stato, di cui molto si parla, è un problema di volontà politica. I milioni e i miliardi li risparmierete se avrete al Governo degli uomini che abbiano il coraggio di dire no ad ogni richiesta. Ma finché non porterete sul terreno politico anche il problema finanziario, il problema non potrà essere risolto.

Così per la pacificazione. Noi siamo per la pacificazione, noi vorremmo vedere tutti gli italiani adottare il minimo comune denominatore che rende possibile la convivenza civile; ma d'altra parte non possiamo sacrificare i nostri diritti, gli interessi della nazione, l'avvenire della nazione a dei criteri soltanto di pacificazione che noi proponiamo con lealtà, ma che non sono accettati con altrettanta lealtà dalla parte avversa. Pace con coloro che vogliono veramente pace; ma con coloro che insidiano noi, e, soprattutto, insidiano la nazione, non ci può essere pace se non dopo la vittoria !
Ed ora, fascisti e cittadini di Napoli, io vi ringrazio dell'attenzione con la quale avete seguito questo mio discorso. Napoli dà un bello e forte spettacolo di forza, di disciplina, di austerità. E bene che siamo venuti da tutte le parti a conoscervi, a vedervi come siete, a vedere il vostro popolo, il popolo coraggioso che affronta romanamente la lotta per la vita, che non crea un argine per il fiume, ed il fiume per un argine, ma vuole rifarsi la vita per conquistare la ricchezza lavorando e sudando, e portando sempre nell'animo accorato la potente nostalgia di questa vostra meravigliosa terra, che è destinata ad un grande avvenire, specialmente se il fascismo non tralignerà.
Né dicano i democratici che il fascismo non ha ragione di essere qui, perché non c'è stato il bolscevismo. Qui vi sono altri fenomeni di tristizia politica che non sono meno pericolosi del bolscevismo, meno nocivi allo sviluppo della coscienza politica della nazione.

Io vedo la grandissima Napoli futura, la vera metropoli del Mediterraneo nostro - il Mediterraneo ai mediterranei - e la vedo insieme con Bari (che aveva sedicimila abitanti nel 1805 e ne ha centocinquantamila attualmente) e con Palermo costituire un triangolo potente di forza, di energia, di capacità; e vedo il fascismo che raccoglie e coordina tutte queste energie, che disinfetta certi ambienti, che toglie dalla circolazione certi uomini, che ne raccoglie altri sotto i suoi gagliardetti.
Ebbene, o alfieri di tutti i Fasci d'Italia, alzate i vostri gagliardetti e salutate Napoli, metropoli del Mezzogiorno, regina del Mediterraneo!
(Il capitano Padovani, segretario provinciale politico, bacia Mussolini, poi grida ad alta voce:
“Bacio Mussolini, duce di oggi e di domani, e formulo l'augurio che i due vertici dei grigioverdi e delle camicie nere possano ricongiungersi sulla medesima strada per raggiungere gli scopi comuni”.
“Oggi, senza colpo ferire, - continuò Mussolini - abbiamo conquistata l'anima vibrante di Napoli, l'anima di tutto il Mezzogiorno d' Italia. La dimostrazione è fine a se stessa e non può tramutarsi in una battaglia, ma io vi dico con tutta la solennità che il momento impone:
o ci daranno il Governo o lo prenderemo calando su Roma. Oramai si tratta di giorni e forse di ore. È necessario per l'azione che dovrà essere simultanea e che dovrà in ogni parte d' Italia prendere per la gola la miserabile politica dominante, che voi riguadagniate sollecitamente le vostre sedi”.

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L’ultimo articolo scritto da Mussolini poche ore prima dell'invito del Re a Roma
per formare il governo

“ LA SITUAZIONE ”
(Il Popolo d'Italia, N. 259)
(29 ottobre 1922)


La situazione è questa: gran parte dell'Italia settentrionale è in pieno potere dei fascisti. Tutta l'Italia centrale, Toscana, Umbria, Marche, Alto Lazio, è tutta occupata dalle « Camicie Nere ». Dove non sono state prese d'assalto le questure e le prefetture, i fascisti hanno occupato stazioni e poste, cioè i gangli nervosi della vita della nazione.
L'autorità politica - un poco sorpresa e molto sgomentata - non è stata capace di fronteggiare il movimento, perché un movimento di questo genere non si contiene e meno ancora si schiaccia. La vittoria si delinea vastissima, tra il consenso quasi unanime della nazione.
Ma la vittoria non può essere mutilata da combinazioni dell'ultima ora. Per arrivare a una transazione Salandra non valeva la pena di mobilitare. Il Governo deve essere nettamente fascista.
II fascismo non abuserà della sua vittoria, ma intende che non venga diminuita. Ciò sia ben chiaro a tutti. Niente deve turbare la bellezza e la foga del nostro gesto. I fascisti sono stati e sono meravigliosi. Il loro sacrificio è grande e deve essere coronato da una pura vittoria.
Ogni altra soluzione è da respingersi. Comprendano gli uomini di Roma che è ora di finirla con i vieti formalismi, mille volte, e in occasioni meno gravi, calpestati. Comprendano che sino a questo momento la soluzione della crisi può ottenersi rimanendo ancora nell'ambito della più ortodossa costituzionalità, ma che domani sarà forse troppo tardi. L'incoscienza di certi politici di Roma oscilla tra il grottesco e la fatalità. Si decidano! Il fascismo vuole il potere e lo avrà! – MUSSOLINI

 

Mussolini 24 ore dopo era a Roma, a formare il nuovo governo. A godersi il trionfo.

DISCORSO DI APERTURA IN PARLAMENTO e altri seguenti

E ci fu subito dopo, in Italia, la corsa a tesserarsi al PNF.
Nell'ottobre 1922 il PNF aveva 300.000 iscritti,
Alla fine del 1923 erano diventati 783.000.
Nel successivo 1924 alle elezioni politiche il listone fascista fu votato da 4.305.936 italiani.

 

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