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anni 1 - 222
222 - 336
336 - 432
432 - 530
530 - 606
607 - 640
640 -752
752-816
816-882
882-928
928-999
999-1048
1048-1119
1119-1292
1294-1455
1455-1691
1691-1831
1831- 2005

ANNI DAL 1119 AL 1292



CALLISTO II, Guido di Borgogna
(pontificato 1119-1124)
Come già detto, prima di morire si narra che Gelasio abbia suggerito di far eleggere al trono pontificio il vescovo OTTONE di Palestrina; ma questi rifiutò l'offerta e in sua vece fu eletto l'arcivescovo Guido di Borgogna (o di Vienne).
Non era questa un'elezione regolare essendo stata fatta dai soli sei cardinali che avevano seguito Gelasio in Francia; eppure, appena diffusa la notizia, giunsero entusiastiche adesioni da parte del clero, della nobiltà francese e dello stesso re Luigi VI; ed otto giorni dopo, il 9 febbraio 1119, Guido fu consacrato col nome di papa CALLISTO II.
Il nuovo Pontefice apparteneva al clero secolare e, poiché tra questo e il clero regolare esistevano molti dissidi, l'elezione di Guido suonava promessa di riconciliazione fra i due cleri. Callisto II inoltre faceva sperare una politica più energica di quella seguita dal suo predecessore; per le sue potenti parentele e per le sue tendenze. Egli, infatti, si vantava discendente degli ultimi re d'Italia, era del resto figlio del conte Guglielmo di Borgogna, era cognato di Umberto II di Savoia ed era imparentato con le case regnanti di Castiglia, di Francia, d'Inghilterra e di Germania. Questo gli permetteva di rivolgersi a loro come a dei pari.

Aveva inoltre dimostrato di essere un uomo di carattere forte e inflessibil, infatti lui era quello stesso "energico" Guido che, convocato di propria iniziativa un concilio a Vienne, aveva scomunicato Enrico V e minacciato di togliere l'obbedienza a Pasquale II se non avesse revocato quell'"ignominioso" privilegio concesso a Roma.
Nonostante i precedenti, che facevano temere un inasprimento della lotta tra il Papato e l'Impero, CALLISTO II mostrò fin dagli inizi del suo pontificato di essere disponibile alla conciliazione e, accogliendo la preghiera dei cardinali di Roma, convocò per il 20 ottobre 1119 un concilio generale da tenersi a Rheims e inviò ad ENRICO V, a Tribur, legati affinché la sua elezione fosse riconosciuta anche dall'imperatore.
Enrico rispose che rimandava la decisione delle questioni ecclesiastiche alla fine del concilio. E prima che questo si riunisse, si adoperarono in tentativi di pacificazione l'abate di Cluny e il vescovo Guglielmo di Chàlons, i quali si recarono dal sovrano e, ricordandogli che in Francia non si praticava l'investitura allo stesso modo che in Germania e che tuttavia non ne soffriva l'autorità della monarchia, lo esortarono a rinunciare al diritto di investitura.
Sembrò per un momento, che la missione dei due autorevoli prelati dovesse avere un esito felice, infatti, Enrico si mostrò disponibile alla rinuncia purché i diritti del regno di fronte ai vescovi non risultassero dagli stessi danneggiati. Al loro ritorno i due mediatori persuasero il Pontefice ad inviare plenipotenziari con i quali furono redatti documenti che contenevano il risultato dei colloqui e dovevano essere firmati e scambiati in un successivo convegno fra l'imperatore e il Papa.

CALLISTO II, sospese le sedute conciliari, e si era già mosso da Rheims; ma tornò subito indietro convinto che un accordo era impossibile. Nel concilio, che si chiuse il 29 ottobre del 1119 e al quale intervennero re Luigi e settantacinque vescovi, in gran parte francesi e borgognoni, furono presi nuovi e severi provvedimenti contro la simonia e il matrimonio dei preti ed altri decreti intesi a tutelare i beni e i privilegi ecclesiastici; riguardo invece alla questione delle investiture non fu presa nessuna decisione; diversamente sull'anatema che fu lanciato su Enrico V, l'antipapa e i loro sostenitori.
Nel marzo del 1120, Callisto II ripassò le Alpi; attraversò la Lombardia accolto festosamente in tutte quelle città nemiche del giogo tedesco e, componendo vari dissidi e consacrando chiese, si avvicinò a Roma, mentre l'antipapa, abbandonato dai suoi partigiani e intimorito dalle accoglienze festose che ovunque lungo il percorso riceveva il suo rivale, fuggiva dal Vaticano e andava a chiudersi e fortificarsi nel castello di Sutri sperando forse in una nuova discesa in Italia di Enrico.

CALLISTO II, entrò a Roma il 3 giugno, accolto con straordinarie dimostrazioni di affetto dalla cittadinanza. A rendere completa la sua vittoria non restava che la caduta dell'ultimo baluardo dal quale il suo rivale sperava aiuto dall'imperatore. Ma prima di muovere contro l'antipapa, Callisto si recò nell'Italia meridionale a mettere un po' di pace nel gran disordine che vi regnava e l'8 agosto, riuniti a Benevento il duca Guglielmo, il principe Giordano di Capua ed altri baroni, si fece offrire l'omaggio feudale.
Per porre termine alle discordie che dilaniavano il mezzogiorno, il Papa convocò un concilio a Troia e vi decretò la "tregua di Dio" che però fu subito dimenticata non appena il Pontefice si allontanò per andare a stanare l'antipapa Gregorio VIII dal suo rifugio.
Sutri fu assediata dall'esercito pontificio capitanato dal cardinale Giovanni da Crema; ma non era un'impresa facile prendere una piazza munita di fortissime opere di difesa, e chi sa quanto sarebbe durato l'assedio se gli abitanti, stanchi della lotta, non avessero catturato e consegnato l'antipapa nelle mani del Pontefice (aprile del 1122).

Lo scisma era finito: Gregorio VIII fu usato come un barbaro ornamento al trionfo del suo rivale. Messo a cavalcioni a rovescio su un cammello, con la coda dell'animale tra le mani e il corpo ricoperto di pelli caprine, fu messo a seguire il vincitore per le vie di Roma; condannato poi a perpetuo esilio, passò da un carcere all'altro finché nel convento della Cava trovò con la morte la fine alle sue miserie.
Eliminato l'antipapa e avendo i suoi sostenitori fatto atto di sottomissione al Pontefice, fu possibile iniziare, e poi portare a termine, le trattative per risolvere la questione che da circa mezzo secolo teneva di fronte il Papa e l'Imperatore. La buona volontà non mancò da nessuna delle due parti, l'ostinazione del sovrano fu vinta dalla situazione favorevole in cui si era venuta a trovare la Santa Sede; e l'oculatezza dei mediatori - tra cui degno di menzione il vescovo AZZONE D'AQUI parente di Callisto e di Enrico - fece il resto.

Nella dieta di Virzburgo, nell'ottobre del 1122, furono accettate dall'una e dall'altra parte le proposte di pace. ENRICO V prometteva obbedienza alla Santa Sede; doveva conservare ciò ch'era suo e del suo regno; la Chiesa doveva rimanere nel possesso di quanto le spettava; tutti i vescovi nominati secondo i canoni, compresi quelli di Spira e di Worms, rimanevano in carica, fino a quando, presentatisi al Pontefice, questi non avesse deciso della loro sorte; i prigionieri e gli ostaggi erano rimessi in libertà; fino alla soluzione della contesa i vescovi potevano avere libero accesso alla corte sovrana e i principi assicuravano il loro intervento in favore di quelli che erano venissero colpiti da eventuali rappresaglie imperiali.
Approvate le proposte fu proclamata la pace per tutto l'impero e si minacciò la pena di morte contro chi avesse tentato di violarla. A Callisto fu inviata un'ambasceria con l'invito di convocare un concilio per concludere definitivamente la pace tra la Chiesa e lo Stato; il concilio prima indetto a Magonza, fu poi convocato a WORMS.

In questa città, il 23 settembre del 1122, furono portate a termine le trattative per la conciliazione che furono sancite in due atti contenenti le concessioni anteriormente concordate a Virzburgo. L'atto dell'imperatore, firmato da diciotto principi, conteneva la rinunzia all'investitura con il pastorale e l'anello; il rispetto della libertà delle elezioni ecclesiastiche; la promessa di restituire a San Pietro le regalie che sotto il suo regno e sotto quello del padre gli erano state tolte.
Mentre l'atto del Pontefice conteneva la concessione fatta al sovrano di assistere personalmente e per mezzo di legati alla elezione dei vescovi e degli abati nel regno tedesco e di conferire agli eletti le regalie per mezzo dello scettro. Quanto alle elezioni episcopali nel territorio dell'impero, entro il regno germanico l'atto del Pontefice stabiliva che le regalie con lo scettro dovevano esser conferite durante i primi sei mesi.
Il concordato di Worms fu un trattato di pace tra i due poteri, ognuno dei quali firmò un documento che garantiva concessioni all'altro. L'imperatore, oltre ad assicurare in genere la proprietà della chiesa e la libertà di elezione, abbandonava per sempre l'investitura con l'anello e il pastorale. Il papa, nelle sue concessioni, fece un'importante distinzione tra i vescovadi e le abbazie che si trovavano in Germania e quelli che si trovavano in Italia e in Borgogna. In Germania le elezioni avrebbero avuto luogo alla presenza del re, al quale il pontefice concedeva una certa autorità nei casi controversi.
Nel frattempo due fattori avevano ridotto l'importanza dei vescovadi italiani: anzitutto il crescente potere dei comuni, spesso assecondato dagli stessi vescovi, aveva comportato un declino dell'autorità episcopale; in secondo luogo i vescovi avevano in genere accolto i decreti di riforma pontificia, e così erano sempre meno disponibili al controllo imperiale. Per quanto riguardava la Germania, era di estrema importanza che il re mantenesse il controllo sulle elezioni, dato che l'autorità temporale dei vescovi continuava inalterata; e qui, sebbene l'abolizione del deprecato uso dei simboli spirituali soddisfacesse gli scrupoli pontifici, il controllo sulle elezioni rimase effettivo. Non si può tuttavia negare che il concordato fu un vero affare per il papato.

L'imperatore rinunciò a una pratica già in atto, mentre il papa si limitò a concedere ciò che, della procedura esistente, intendeva approvare.
L'11 novembre una dieta a Bamberga confermò il concordato, che divenne parte integrante della legge costituzionale dell'impero. A dicembre il papa scrisse una lettera di congratulazioni a Enrico, inviandogli la sua benedizione; poi, nel sinodo quaresimale del marzo 1123, ci fu la solenne ratificazione del concordato di Vorms, presenti trecento vescovi, e fu il nono concilio ecumenico, primo nel Laterano. In esso si diede lettura dei documenti del concordato, e furono approvati. Indi vennero stabiliti vari canoni, in particolare contro la simonia e il concubinato dei chierici, contro le usurpazioni dei laici negli affari della Chiesa, contro i matrimoni vietati, contro la violazione della tregua di Dio, il falsare monete, il disturbare i pellegrinaggi a Roma, il mancare al voto di recarsi coi Crociati a difendere il santo Sepolcro. Di più si celebrò la canonizzazione del vescovo Corrado di Costanza, e si chiusero altre vertenze, specialmente quelle dei monasteri con i vescovi.
Il documento imperiale fu accolto dal sinodo con entusiasmo; ci furono alcune critiche alle concessioni pontificie, ma, per amor di pace, furono momentaneamente tollerate. Fu riconosciuto che esse non erano irrevocabili, e la loro formulazione permise di sostenere che, mentre le concessioni di Enrico avrebbero impegnato anche i suoi successori, quelle del papa si limitavano alla durata della vita di Enrico.

Il primo grande scontro tra impero e papato si era praticamente già concluso, ma il concordato di Worms aveva dato sistemazione a un problema minore, il grande dilemma invece, quello della supremazia, rimaneva irrisolto. Esso rimase tacitamente ignorato da entrambe le parti finché fu di nuovo portato alla ribalta dalle parole di sfida di Adriano IV.
Ma il cambiamento che si era verificato nelle relazioni tra i due poteri era di per sé una grande vittoria della politica pontificia.

Nell'ambito ecclesiastico, il papa si era conquistato una posizione che non avrebbe mai più perduto. Che egli fosse il capo spirituale della chiesa non era mai stato messo in discussione, in precedenza, ma la sua autorità era stata piuttosto quella di un signore feudale, dal quale ci si attendeva che non interferisse nell'autonomia locale dei vescovi e degli arcivescovi.
Imitando la politica dei sovrani temporali il papa aveva tentato, con ampio successo, di convertire questa sua signoria feudale in una vera e propria sovranità.
A quanto pare, Gregorio VII aveva concepito l'idea di una Europa sottomessa al papa, ma i suoi successori si limitarono agli stati pontifici, che comprendevano l'intera Italia meridionale, dove i normanni riconoscevano la supremazia papale. L'alleanza con i normanni, così spesso utile, quasi necessaria, era pericolosa e avvilente; essa aveva condotto ai risultati fatali degli ultimi anni di Gregorio, e avrebbe dato per qualche tempo ai normanni una considerevole influenza sulla politica papale, mentre la richiesta pontificia di supremazia sul meridione avrebbe condotto alla terribile lotta con l'Hohenstaufen e al conseguente conflitto tra angioini e aragonesi. Nella stessa Roma l'autorità papale, che non era mai stata messa in discussione durante l'arcidiacono e il pontificato di Gregorio fino al 1083, ricevette un duro colpo dalla brutalità normanna. E sarebbe trascorso molto tempo prima di poterla ristabilire.

A Worms dunque f
iniva così la lotta per le investiture, e mentre la Chiesa riaveva la libertà nelle elezioni vescovili, l'imperatore conservava una considerevole ingerenza sulla elezione dei prelati suoi vassalli.
Se Gregorio VII aveva concepito (o meglio iniziato) questo progresso dell'autorità pontificia, tanto spirituale quanto temporale (e aveva spinto il suo pensiero più lontano di quanto i suoi immediati successori fossero disposti a seguirlo) indubbiamente Callisto nel continuare l' "avventura" ne ebbe i meriti, anche se poi nell'ambito dell'attuazione pratica, bisognerà arrendere prima il frettoloso impeto di Adriano IV, poi il maggior intuito e la determinazione di Innocenzo III.

Tuttavia parlando dei meriti di Callisto, lo storico tedesco GREGOROVIUS così scriveva:
«....da secoli sulla cattedra di S. Pietro aveva seduto papa alcuno, che fosse e sentisse di essere così avventurato come Callisto: e merito ne aveva la sua prudenza del pari che la sua energia. La Città obbedì reverente all'autore della pace; si acquietarono le lotte dei partiti, e, finchè egli visse, per le rovine di Roma non suonarono più grida di battaglia. In questo bel periodo di pace, il pontefice potè perfino pensare al bene della Città. Deplorevole era la condizione di Roma dopo la lotta delle investiture; la città era mezzo in rovina; i templi di pace e di amore s'erano con massima profanazione tramutati in castelli guerreschi, avevano provato le sorti di vere fortezze. Callisto in un concilio dovette espressamente proibire che le chiese diventassero rocche; vietò ai laici di spiccare le offerte votive dagli altari e bandì anatema a chi maltrattasse le genti che venivano a Roma peregrinando".

Quanto al resto, Callisto dopo averle promosse nel concilio lateranense, non vide l'esito delle nuove crociate. Morì poco tempo dopo la sua vittoria, il 13 dicembre 1124.

Cinque mesi dopo, il 23 maggio del 1125, cessava di vivere ad Utrecht Enrico V.
Aveva appena 44 anni, ed era l'ultimo della casa salica, che con lui si spegneva dopo avere regnato per 101 anni sulla Germania e sull'Italia. La corona sta per passare alla potente famiglia degli HOHENSTAUFEN (Svevi) non senza contrasti. Callisto era appena spirato, e già risorgevano a Roma nuovamente gli antagonismi che la pacificazione del Papato con l'impero pareva che avesse per sempre eliminati.

Di questo parleremo nella successiva biografia, dedicata a ONORIO II

ONORIO II, Lamberto di Fiagnano, Imola
(pontificato 1124-1130) Con il corpo di Callisto ancora caldo (era morto il 13 dicembre) ma non si aspettarono - com'era stato concordato - nemmeno i tre giorni per procedere alla elezione del suo successore; i Frangipani (del partito imperiale) il 15 avevano già eletto il "loro" papa: Lamberto di Ostia. Se il partito imperiale era rappresentato dai Frangipani guidato dal cardinale Aimerico, quello filo-papale era capitanato dai Pierleoni (di origine giudaica, ricchissimi e potenti); questi fatti riunire i cardinali in Laterano, avevano pure loro eletto "loro" papa Teobaldo di Boccadipecora col nome di Celestino II. Questi aveva appena accettato la nomina, quando Roberto Frangipane, apparso in Laterano con uno stuolo d'armati, avventandosi contro destituisce con la forza Teobaldo, e riconferma Papa Lamberto di Ostia, originario di Fagnana, presso Imola, cardinale al tempo di Pasquale II, compagno d'esilio di Gelasio II, uno degli esecutori del concordato di Worms, consigliere quindi di Callisto II.

Dunque da un atto di violenza commesso daI Francipani fu decisa l'elezione del nuovo Pontefice. Teobaldo che nello scontro era stato anche ferito, morirà pochi giorni dopo, mentre Lamberto di Ostia fu, sei giorni dopo, il 21 dicembre consacrato con il nome di Onorio II.

La lotta delle due fazioni e quindi lo scisma, fu scongiurato non solo per la soccombenza di Teobaldo ma anche per l'onestà di Lamberto. Il primo subendo un atto di forza dovette rinunciare alla dignità, il secondo, non essendo stata del tutto regolare la sua elezione, ritenne di deporre le insegne; ma poi fu all'unanimità dai servili cardinali riconfermato. Lamberto fu consacrato il 21 dicembre del 1124 col nome di ONORIO II.
Sei mesi dopo la morte di Callisto II, e dall'elezione di Onorio, di ritorno da una campagna contro la Francia alla quale aveva partecipato come alleato del re d'Inghilterra, suo suocero, ENRICO V cessava di vivere ad Utrecht il 23 maggio del 1125.
Enrico V aveva appena 44 anni, ed era l'ultimo della casa salica, che con lui si spegneva dopo avere regnato per 101 anni sulla Germania e sull'Italia. La corona -come vedremo - sta per passare, com'era già prevedibile, alla potente famiglia degli HOHENSTAUFEN (Svevi) non senza contrasti con la famiglia della Sassonia.

Di questi contrasti approfittarono molte città italiane per trarne profitto, e metteranno fatalmente di fronte l'Impero e i Comuni; vale a dire un'altra lotta più aspra e più lunga tra la forza e il diritto, tra la libertà e il dispotismo. Lotte che se faranno scrivere a molti borghi d'Italia pagine di storia senza eguali, lasceranno in futuro, indistruttibilmente nelle coscienze delle successive generazioni, ricordi che sembrano legati al Dna degli abitanti di quelle città.
Spesso ancora oggi, quella che è definito "esasperato campanilismo" (con rancori, odi, disprezzi, risentimenti, rivalse, grulle vendette) ha la sua origine proprio da queste lotte fra Comuni, che spesso erano città molto vicine, ma che le sorti affidavano a questo o a quel potente signore, la propria prosperità e la pace, la miseria e la guerra; spesso ad oltranza, gli uni abbattendo le mura delle difese, gli altri erigendole per difendersi.

Nel suo quinquennale pontificato, Onorio seppe comunque farsi ben volere da entrambi le fazioni. Nessuna insurrezione turbò i suoi anni. Nemmeno la morte di Carlo V aveva innescato incidenti, anzi al trono di Germania quando vi salì Lotario di Sassonia, alla delegazione che si era recata a Roma, Onorio diede il suo consenso; l'incoronazione l'avrebbe fatta poi più avanti.

Onorio ebbe così modo di occuparsi delle cose d'Italia. E fra queste dovette intervenire negli affari del monastero di Farfa; risolvere la questione che si era innescata a Cluny per la nomina del nuovo abate; infine dovette andare a Montecassino a deporre Oderisio, che nel suo monastero dava ancora protezione all'antipapa Gregorio VIII e non riconosceva Onorio, che invece lo scomunicò, anche se Oderisio aveva dalla sua parte molti monaci del monastero. Alla fine cedette e il monastero fu affidato all'abate Nicola, non senza anche lui una disputa con l'abate Seniorietto.

Altro gravoso fastidio gli fu dato con la morte di Guglielmo duca di Puglia, che morto il 26 luglio 1127, essendo senza prole, Ruggero II di Sicilia (che era suo cugino) avanzò pretese sulla sua eredità, non rispettando i diritti che aveva invece Boemondo II allora come crociato in Palestina, e senza rispettare la volontà del papa supremo signore feudale di quelle terre.

Ruggero aveva ereditato da suo padre Ruggero I una Sicilia completamente libera dagli Arabi. E proprio per questo pretendeva di essere l'unico erede naturale di Guglielmo. Ma questa sua pretesa era considerata dal papa una indebita appropriazione, cioè Onorio voleva che quelle terre tornassero in possesso della Chiesa, sotto la sovranità pontificia.

Onorio scese di persona in Puglia e a Troia pronunciò la scomunica contro Ruggero e tentò pure di muovergli guerra convinto che molti signori l'avrebbero appoggiato. Ruggerò non rispose alla provocazione e cercò di tirare alla lunga le cose, fin quando morto in Palestina Boemondo, il papa non più appoggiato dai signori locali, fu costrettoa nel luglio 1128 a concludere con Ruggero una pace. Le concessioni fatte sulla linea del compromesso, diede al papa l'opportunità di recuperare qualche dominio in terra di Puglia, ma non riuscì ad impedire il formarsi di una monarchia napoletana.

Nel frattempo in Germania contro Lotario di Sassonia, iniziavano a lottare gli Hohenstaufen con in testa Corrado. Questi dai vescovi tedeschi nel natale del 1127 fu scomunicato; anatema poi confermato da papa Onorio II il 22 aprile 1128, che riconfermò così la nomina a Lotario di Sassonia.
Corrado però trovò aiuto a Milano nell'arcivescovo Anselmo, già da tempo in contrasto con Onorio, che al ribelle arcivescovo e quindi ai milanesi voleva imporre il pallio. Di questi contrasti ne approfittò appunto Corrado che sceso a Milano, accolto con gran pompa, ovviamente si aspettava di ricevere dal potente clero milanese la corona di imperatore e di re. Anselmo a quel punto volle temporeggiare, si allontanò da Milano rifugiandosi al suo castello di Brebia. Ma fu inutile, perchè una delegazione di milanesi raggiunse il castello annunciandogli che a Milano popolo e preti avevano deciso di incoronare Corrado. Tornato a Monza il 29 giugno 1128 Anselmo nella basilica di S. Ambrogio incoronò Corrado.
Ovviamente a Roma a partire dai primi mesi del 1129, Onorio scrisse a diversi vescovi lombardi rimproverando l'incoronazione fatta da Anselmo a Corrado e ribadendo che il legittimo re rimaneva Lotario.
Un appoggio in Lombardia Onorio l'aveva, ed era il suo legato, il cardinale Giovanni di Crema, che dandosi molto da fare, a Pavia adunò un concilio di vescovi filo-papali, per giudicare Anselmo e che sortì in una scomunica. L'appoggio inoltre lo ottenne anche dai Pavesi, Cremonesi e Novaresi da tempo in lotta con la capitale lombarda, e che videro una buona occasione per dichiarare guerra ai Milanesi, che come abbiamo visto erano per la maggior parte schierati per Corrado e Anselmo.
La miglior cosa -prima che la questione degenerasse in una lotta fra città - la fece Corrado che non proprio convinto di quella incoronazione, lasciò MIlano e se ne tornò in Germania.

Oltre che occuparsi di cose italiane, Onorio prese viva parte al movimento delle Crociate e nel 1128 approvò l'Ordine dei Templari destinati a salvaguardare i pellegrini che andavano in Terrasanta.
Qualche fastidio lo diede anche Pietro Abelardo, ma prima di risolvere le agitate questioni, sentendosi mancare si fece trasportare al monastero di S. Gregorio, e lì iniziò ad agonizzare, poi il 13 febbraio 1130 moriva; e mentre la sua salma veniva portata a S. Giovanni, già nelle vie di Roma i seguaci dei due partiti si azzuffavano per la nomina del successore.

Non era la prima volta, e nemmeno sarà l'ultima. I Frangipani e i Pierleoni erano due potenti famiglie, i primi avevano l'appoggio del collegio dei cardinali, i secondi di origine giudaica erano con tempo divenuti ricchissimi e potenti. Così potenti che il loro maggior rappresentante - Pietro Pierleoni - molto ambizioso, fin dall'elezione di Onorio, mirava al pontificato. Dunque si preparava alla rivincita rompendo quella tregua che c'era stata negli ultimi cinque anni.

Inutilmente, perchè nella stessa notte del 13-14 febbario 1130 i Frangipane con i loro cardinali, nel chiuso della rocca della potente famiglia, in una sorte di "conclave" eleggevano Gregorio Papareschi, che assumeva il nome di.....
INNOCENZO II

INN0CENZO II, Gregorio Papareschi, romano
(pontificato 1130-1143) Come abbiamo già accennato nel precedente capitolo, mentre ancora Onorio II agonizzava e nella notte del 13-14 moriva, i rappresentanti delle due potenti famiglie i Frangipane e i Pierleone, già lottavano per la successione. Soprattutto i secondi, con Pietro Pierleoni, molto ambizioso, che fin dall'elezione di Onorio, aveva mirato al pontificato.

Aimerico Frangipane, che era al monastero di San Gregorio, al capezzale del papa morto, fece celebrare le esequie alla svelta, fece portare il corpo a S. Giovanni, poi chiudendosi nella sua rocca con una quindicina di cardinali del suo partito, in una sorta di "conclave" procedettero alla elezione del nuovo pontefice, scegliendo il cardinale Gregorio Papareschi, che prese il nome di INNOCENZO II; che già nelle prime ore della stessa mattina del 14 fu nominato.

Gli altri 14 cardinali del partito di Pierleone, davanti al fatto compiuto, si rifiutarono di riconoscere la validità di quella elezione, e poche ore dopo riunendosi nella chiesa di San Marco, procedettero alla elezione, che non poteva che essere Pietro Pierleoni, che assunse il nome di ANACLETO II.

La cosa strana è che dopo breve tempo, alcuni cardinali che avevano eletto Innocenzo II, approvarono l'elezione di Anacleto, in tal modo Pierleoni con questo consenso ebbe la maggioranza del collegio dei cardinali, fra l'altro appoggiati dai rappresentanti del popolo e da tutta la nobiltà.

Ma il primo non era disposto a rinunciare alla nomina e il secondo con l'appoggio appena detto sopra, nemmeno lui era disposto a farsi da parte.
Entrambi per la consacrazione scelsero lo stesso giorno, il 23 febbraio. Innocenzo II in Laterano (ma poi in gran fretta - viso il clima non proprio a lui favorevole - l'abbandonò per rifugiarsi nella fortezza dei Frangipane), e Anacleto in San Pietro, con grande partecipazione di popolo, clero e nobili. La potenza dei Pierleoni dunque si impose; del resto a parte le ricchezze che possedevano, godendo molto credito sull'amministrazione della città, i Romani scelsero l'uomo che poteva degnamente fare il Pontefice. Anche perchè poteva contare sul collegio dei cardinali pilotato all'esterno da elementi laici.

Ciononostante, decisi a imporsi anche i Frangipane, lo scisma era nell'aria. Ma non per un conflitto religioso, ma perchè nella lotta delle due potenti famiglie erano subentarti molti interessi non proprio ecclesiastici.
Ma escludendo questi motivi, il mondo cristiano romano a chi dava la preferenza? E anche se l'avessero nettamente espressa i Romani non avrebbero potuto decidere un bel nulla; a farlo solo gli Stati d'Europa, che indubbiamente non si sarebbero fatti condizionare nè da motivi religiosi nè da interessi locali; la loro decisione sarebbe venuta solo sulla base apertamente politica.
Le settimane che seguirono le due consacrazioni furono pietose, col rischio di far scoppiare uno scisma pericoloso, perchè i due papi nel personale conflitto ricorsero a mezzi piuttosto bassi. Come osserva l'Ullman, " ..i discorsi pubblici per conto di ciascun papa si concentrarono su uno scambio di ingiurie e di attacchi ripugnanti, e in questi la fazione innocenziana fu particolarmente virulenta, prendendo a bersaglio della sua polemica, con spirito poco cristiano, l'origene ebraica di Anacleto II".

Anacleto ebbe vita dura; infatti, Germania, Inghilterra, Francia e gran parte dell'Italia e tutti gli ordini monastici riconoscevano papa Innocenzo II, mente lui con commiserazione veniva indicato il "povero papa del Ghetto".
Chi erano i due papi.
Gregorio Papareschi (Innocenzo II) nato da nobile famiglia romana, fu creato cardinale da Pasquale II. Di costumi integerrimi, animato da profonda fede e da vivo zelo per la grandezza della Chiesa, si manifestò subito una figura eminente ed ebbe incarichi di legato in Francia ed in Germania. Prese parte attiva alla stipulazione del concordato di Worms del 1122. Godeva insomma a Roma di una buona reputazione oltre che l'appoggio della potente famiglia dei Frangipane.

Pietro Pierleoni ( Anacleto II) era tutt'altro tipo: aveva per nonno un giudeo molto ricco, aveva studiato a Parigi, indi nel monastero di Cluny, poi richiamato a Roma sotto Pasquale II, per i meriti e ovviamente per la potenza del denaro di suo padre fu fatto cardinale da Callisto II, il quale gli affidò varie legati. Ma da quel momento inizia l'ambizione di riuscire a diventare lui papa, e forte del suo partito (e dei suoi soldi) all'elezione di Onorio poco ci mancò che salisse sul soglio.
Ma non perse le speranze, e quando morì Onorio, sceso di nuovo in campo il suo servile collegio cardinalizio, e come abbiamo visto, indossò la tiara. Nei precedenti cinque anni Pietro come cardinale aveva fatto parlare molto di se; a parte le non nascoste mire ambiziose, le critiche erano soprattutto per la vita che conduceva, circondata dal lusso più sfrenato; i maligni lo accusavano di aver spogliato le legazioni di volta in volta destinato.

In questa lotta scismatica, a chiedersi chi era il legittimo papa, furono i Francesi. E proprio in Francia (dove si era rifugiato Innocenzo II) re Luigi VI e i vescovi francesi rimisero la decisione nelle mani di S. Bernardo, che era allora l'oracolo della Chiesa di Francia. Lui si dichiarò per Innocenzo II, considerandone la dignità della vita.
Innocenzo II che ne frattempo si era rifugiato a Cluny, convocò un sinodo a Clermont nel novembre 1130 e vi ricevè gli omaggi di molti vescovi, ed una legazione del re di Germania. La Spagna e l'Inghilterra aderirono a lui, così le chiese più illustri d'Italia, ad eccezione di Milano.

Nel gennaio 1131 Innocenzo II era a Orleans col re di Francia, subito dopo a Chartres con Enrico d'Inghilterra, il 22 marzo acclamato entrò trionfalmente a Liegi ricevuto da Lotario e sua moglie Richenza. Sollecitato da S. Bernardo, il papa ottenne dal sovrano germanico la promessa di essere scortato e condotto a Roma e di muovere guerra ai Normanni. In compenso, il Papa promise al re di incoronarlo a Roma imperatore e gli conferì l'investitura dei beni allodiali di Matilde, che Lotario passò al proprio genero ENRICO di BAVIERA.

In questo clima di "fratellanza", Lotario volle approfittarne per ottenere dal papa più ampie concessioni sulla questione delle investiture, ma Innocenzo nonostante le precarie condizioni, rifiutò categoricamente di parlarne. La questione venne rimandata ad ottobre al sinodo di Reims.

Nel frattempo Anacleto a Roma (assente Innocenzo II) si era rafforzato, obbligando i Frangipani a riconoscerlo. Poi per ottenere l'appoggio dei normanni, e quindi volendo concludere la questione del Sud, diede in sposa una sua sorella al normanno duca Ruggero. Questi sfruttando abilmente lo scisma, trasformò il suo ducato in un regno. Infatti il papa promise a Ruggero II, in cambio del proprio riconoscimento, l'incoronazione regale e il duca normanno non si fece sfuggire l'occasione; conclusa nel settembre del 1130 un'alleanza difensiva e offensiva con il papa, un cardinale-legato, sceso in Sicilia, nel giorno di Natale dello stesso anno, a Palermo incoronò Ruggero II re di Sicilia, Puglia e Calabria.
Ma i due imperi (germanico e bizantino) non avevano mai considerata legittima l'occupazione normanna dei territori sui quali entrambi avanzavano dei diritti.
Pertanto l'incoronazione di Ruggero voluta dal papa fu considerato un affronto vero e proprio. Fino al punto di unirsi come alleati per schiacciare il re normanno. Ma era abbastanza singolare che lo stesso papa non nutriva verso il normanno dei buoni sentimenti, perchè Anacleto II temeva nel Sud la nascita di un potente Stato. Cosicchè quando era in buoni rapporti con i tedeschi incitava l'imperatore di Germania a distruggere l'impero normanno; quando i rapporti non erano buoni incitava i normanni a distruggere l'impero di Lotario e i seguaci di Innicenzo II.
Ma la stessa ambiguità la manteneva Innocenzo II in Francia. Tuttavia la promessa spedizione di Lotario in Italia ebbe inizio nel settembre del 1132. Innocenzo II lo aveva preceduto per preparargli il terreno. Alla testa di un piccolo esercito, per la via del Brennero, il re germanico entrò in Italia senza incontrare alcuna resistenza, ma non conseguì subito i successi che lui sperava, perché Milano era rimasta sempre sostenitrice di Corrado di Hohenstaufen, inoltre le scarse truppe tedesche che Lotario aveva a disposizione non erano sufficienti per costringere alla resa la città.
La propaganda però di Innocenzo che l'aveva preceduto portò i suoi frutti; infatti Pavia, Cremona e Brescia si schierarono dalla parte di Lotario e quindi di Innocenzo, e Pisa e Genova, pacificatesi per la mediazione del Pontefice, promisero di aiutarlo nella lotta contro papa Anacleto e il normanno Ruggero.

Rafforzata così la propria posizione, LOTARIO svernò nell'Italia superiore e, nella primavera del 1133, valicati gli Appennini, marciò attraverso la Toscana, dirigendosi a Roma. A Viterbo incontro al sovrano andarono i legati di Anacleto che gli chiesero di sottomettere a un concilio il giudizio dello scisma; ma Lotario seguito da Innocenzo si rifiutò e proseguì per Roma. Il 30 aprile fece il suo ingresso nella città vecchia, ma non riuscì a penetrare nel Vaticano e nella città Leonina, saldamente difesa da Anacleto e dai suoi partigiani.
Tuttavia Innocenzo II prese ugualmente dimora in Laterano e qui, cedendo ai consigli dell'arcivescovo di Magdeburgo, LOTARIO si fece incoronare.
La cerimonia avvenne il 4 giugno del 1133 e il sovrano, prima di ricevere la corona, giurò solennemente di proteggere la vita e la libertà del Pontefice. Ma i suoi sforzi per cacciare Anacleto dai quartieri romani che occupava furono inutili e verso la metà di giugno, lasciato Innocenzo II sotto la protezione dei seguaci dei Frangipani, se ne tornò in Germania dove gli premeva di ridurre all'obbedienza gli scalpitanti Hohenstaufen.

Ruggero nel frattempo, non disturbato, aveva fin dal 1131 ripreso la lotta contro i suoi vassalli. Aveva già domato una rivolta guidata da Tancredi di Conversano e Grimoaldo di Bari, poi nel '32, su istigazione di Innocenzo II dovette subire da loro una sconfitta sulle rive del Sabato. Lotario non ne aveva approfittato per dargli ilcolpo di grazia quando era sceso a Roma nel '33; lui se ne era tornato in Germania (deludendo papa Innocenzo II e i vassalli del sud ribelli). Cosicchè Ruggero riuscì nuovamente a domare i ribelli. Nel '35 li dovette nuovamente affrontare, poi nel '36 diffusasi la voce che stava nuovamente scendendo in Italia Lotario, la rivolta si fece più aspra e Ruggero non riuscì a domarla. Lotario nell'invadere il sud non ebbe quindi resistenze, anzi ebbe appoggi, e i due suoi maggiori successi furono quelli di occupare Bari e Salerno. Poi nominò Rainolfo di Alife duca di Puglia e anche questa volta Lotario decise di tornarsene in Germania. S'incamminò senza fermarsi a Roma, verso l'Italia settentrionale dove però vi giunse gravemente ammalato. Presentendo prossima la fine, nel novembre dello stesso 1137, Lotario si mise in viaggio per la via del Brennero, ma giunto in Tirolo, nei pressi del villaggio di Breitenwang, non riuscì a proseguire oltre per la gravità del male, portato in una misera capanna di un contadino, lì morì il 4 dicembre.
La salma fu portata in Sassonia e sepolta nel convento di Lutter.

Anacleto II sempre trincerato a Castel San'Angelo, morì due mesi dopo, il 25 gennaio 1138, lasciando libero il campo a Innocenzo II, anche se i Pierleoni hanno subito eletto un nuovo antipapa con il cardinale Gregorio col nome di Vittore IV. Che però il solito zelante Bernardo - il 29 aprile - lo convince a rinunciare alla nomina, a pentirsi, a riconoscere Innocenzo II. I Pierleoni alla fine pure gli omaggio.
Tutto ciò finalmente pose fine allo scisma. Innocenzo II abrogando tutti gli atti dell'antipapa, perseguitò tutti i suoi sostenitori, infine scomunicò Ruggero; il quale non si era dato per vinto e stava riconquistando tutti i territori persi con Lotario. Scatenò una guerra senza tregua. All'inizio della primavera del '39, Innocenzo radunò un esercito e con lui in testa scese a sud per ristabilire la situazione così come l'aveva lasciata Lotario. O per le forze di scarsa levatura, o perchè Ruggero si era rafforzato, il normanno con un fortissimo esercito raccolto in Sicilia, apparve sulla terraferma per scatenare una preventiva offensiva. Innocenzo II ostinato, sempre convinto che la Chiesa non poteva avere pace se non trionfava su Ruggero, dopo la scomunica, ancora una volta riuscì a radunare un esercito e nell'estate del 1139 lo guidò lui, personalmente nell'Italia meridionale contro il normanno; al suo fianco come subalterni alcuni cardinali e vescovi che lasciati i messali e le prediche, dovettero prendere le armi e fare sermoni di strategia militare. Di appena valido c'era solo Roberto di Capua. La spedizione così improvvisata non poteva che avere un esito infelice.

Il 22 luglio, nei pressi di Galluccio sulle rive del Garigliano, l'avanguardia pontificia, comandata da Roberto di Capua, cadde nell'agguato teso da Ruggero e fu annientata senza che il Papa dietro nemmeno se ne accorgesse di modo che si trovò improvvisamente circondato dalle truppe siciliane; così l'esercito, Innocenzo, il suo cancelliere Bimerico, i cardinali e i nobili romani, furono fatti tutti prigionieri.
Innocenzo dovette fare buon viso a cattiva sorte e concludere la pace. Due giorni dopo, il 25 luglio del 1139, con bolla pubblicata a Mignano il 25 luglio, Innocenzo concedeva a Ruggero il titolo di re di Sicilia, lo assolveva dalla scomunica e riconosceva all'"Augusto e famoso sovrano" il possesso delle terre da lui conquistate, esclusa Benevento.
In questa situazione, anche dalle bocche dei suoi nemici si alzavano alte le lodi e i panegirici al Re Normanno, come Bernardo di Chiaravalle, che gli scriveva:
"Per tutto il mondo si è sparsa la vostra potenza: e dove mai non sarebbe penetrata la gloria del vostro nome?"
, e l'abate di Cluny esclamava: "Sicilia, Calabria, Puglia, una volta covo di Saraceni e di ladroni, sono oggi, grazie a voi, divenuti luogo di pace, posto di riposo e regno nobilissimo, in cui impera un secondo pacifico Salomone".

False lodi. Quando nel 1143, Innocenzo fu in punto di morte (24 settembre) ritrattò il patto di Mignano, perché - disse - "fatto in stato di soggezione".
Il testimone passò al suo successore CELESTINO II, che volle tener fede alla volontà di Innocenzo II e (nel suo brevissimo pontificato) non riconoscere il regno dei normanni. Negli ultimi anni di vita, Innocenzo II a Roma non aveva avuto un attimo di serenità. Tivoli da sempre rivale dei romani, sempre animata da uno spirito d'indipendenza, quando si era trattato di schierarsi o con un papa o con l'altro, non solo non riconobbe nè uno nè l'altro, ma con una certa arroganza, si era fortificata e più volte uscendo dalla fortezza si era impadronita di alcuni castelli vicini. Più volte l'esercito pontificio attaccò Tivoli, inutilmente, fin quando Innocenzo nel 1142 fece una vera e propria spedizione punitiva in grande stile, e Tivoli dovette arrendersi e giurare con un trattato fedeltà al papa. I Romani (la borghesia, collegata con le corporazioni e con la nobiltà inferiore) non furono soddisfatti di questo trattato, loro avrebbero voluto la distruzione totale di Tivoli. Innocenzo invece si era opposto e i dissidenti ricusarono il papa e la nobiltà alta.

Era appena stato fatto il trattato di pace con Tivoli, quando all'interno della stessa Roma le idee tivolesi di indipendenza iniziarono a serpeggiare. I romani si erano stancati del potere dei papi, e iniziarono una vera e propria rivoluzione che assume il significato di rivolta democratica. Quando Innocenzo morì il 24 settembre 1143, morì proprio in mezzo a questi tumulti. Ma questi non avvenivano solo a Roma (che non era certo una città di commerci), questi fermenti si stavano sviluppando in moltre altre città italiane. I germi delle lotte comunali stavano appena iniziando. A contribuire a questo desiderio di indipendenza, furono indubbiamente le contese dei re contro la Chiesa e lo scisma dentro la stessa Chiesa, ma non poca incidenza ebbe il ridestarsi dei commerci che avevano reso floride alcune città; e proprio con il commercio era sorta una intraprendente e dinamica borghesia accanto a una nobiltà e un clero che invece non erano nè attivi nè in evoluzione con i tempi.

Le lotte contro clero e nobiltà del popolo e della borghesia - due soggetti finora vissute nel lavoro e nell'ombra - d'ora innanzi saranno sanguinose. Anche perchè le seconde hanno la consapevolezza di essere forze nuove capaci di lottare per le conquiste sociali.
Ma oltre questa presa coscienza di forza, si ravvivò lo spirito nazionale, e si sentì la necessità di rinnovamento delle antiche leggi e costituzioni: il diritto romano veniva di nuovo esaltato e le rimembranze dell'antica grandezza erano stimolo ad accrescere i mezzi di difesa ed a creare nelle città consoli e magistrati quali nuovi esponenti del nuovo rivolgimento sociale.
Tutto questo stava avvenendo nelle città settentrionali e centrali, ma i Romani (pur spesso estranei alla vita politica) vollero imitare l'esempio. Ma non era facile la lotta contro il potere dei papi. Anche se questo potere finì in mano a un pontefice che durò solo sei mesi..
.... Biografia CELESTINO II


CELESTINO II, Guido, di Città di Castello
(pontificato 1143-1144) Abbiamo detto che Innocenzo II morì mentre in Roma iniziavano tumulti di cittadini che volendo imitare quelli delle città settentrionali e centrali, pure loro mirando a una repubblica, stavano conducendo una rivoluzione democratica contro il potere del papa e dei suoi feudatari.

A Innocenzo era successo il 26 settembre 1143 Guido de Castellis, nativo di Città di Castello; poi consacrato il 3 dicembre col nome di Celestino II, fra l'indifferenza generale.
Eppure era di stirpe nobile toscana. Era stato discepolo di Abelardo. Innocenzo II lo aveva creato cardinale e suo legato in Francia. Era un uomo di vasta cultura. La nomina aveva forse ancora il suo significato religioso (infatti avvenne senza contrasti all'interno dei collegio cardinalizio), mentre il significato politico era assente. Questa era del tutto assente nel collegio, mentre fuori era in piena lotta, con la città in fiamme.

La mossa veniva dalla borghesia, insieme collegata con le corporazioni, con la nobiltà inferiore, con il popolo, e mirava a battere la nobiltà alta e il potere del papa.
Una lotta che non era facile, perchè il popolo di Roma da sempre era vissuto del tutto estraneo alle cose politiche; un vero e proprio ceto borghese di mercanti e di industriali non esisteva; c'erano gli artigiani, ma questi con le loro antiche forme stavano sotto la clientela dei maggiorenti; c'era la nobiltà inferiore, ma proprio per questa sua condizione contava poco nei centri di potere. Non esisteva in sostanza alcuna associazione politica di difesa fra liberi cittadini romani; non così in altre città dell'italia settentrionale dove invece stava nascendo una nuova coscienza, che inizia con una nuova luce a farsi strada nelle tenebre del medioevo.
La sola associazione politica difensiva che unisse i cittadini di Roma era la milizia. Ed era troppo poco per andare a formare i Romani, un Comune, una repubblica. Tuttavia le lotte continuarono e Celestino sotto questo immane peso ebbe vita breve. Dopo solo quattro mesi di pontificato, l'8 marzo 1144 moriva nel monastero San Cesario sul Palatino, dove probabilmente si era rifugiato sotto la protezione dei Frangipani contro eventuali assalti di teste calde rivoluzionarie.

Morì mentre stava esercitando la sua torbida missione Arnaldo da Brescia. Questo chierico bresciano, esiliato dall'Italia nel sinodo lateranense del 1139, sotto Innocenzo II, si recò in Francia mentre infieriva la contesa tra S. Bernardo e Abelardo. Arnaldo si schiero per Abelardo. Condannati nel 1140, il primo si rifugiò a Parigi, dove cominciò a inveire contro la vita mondana del clero e dei vescovi. Virulento fu anche l'attacco a S. Bernardo, che accusava di vanità e di invidia per chi non lo seguiva. Tuttavia S. Bernardo era riuscito a riconciliare con Celestino il re di Francia Luigi VII, scomunicato da Innocenzo II, perchè si oppose illegalmente in una controversia vescovile; così potè influire presso il re, per far espellere il suo nemico Arnaldo dalla Francia. Il ribelle predicatore si rifugiò in Svizzera, poi nei primi giorni del 1144 scese a Roma, raccomandato a Celestino da un celebre abate tedesco di Reichersberg, Gerhoh.
Una raccomandazione fatale. Arnaldo capitò a Roma mentre erano in corso i fatti narrati sopra, e qui incominciò la sua missione che doveva, più tardi, essere avversa al potere dei papi, ed agitare lotte gravissime.

Morto a marzo Celestino, a succedergli fu chiamato il cardinale bolognese Gerardo Caccianemici, che alla consacrazione del 12 marzo, prese il nome di papa Lucio II.
.... biografia di PAPA LUCIO II ....


LUCIO II, Gerardo Caccianemici, di Bologna
Morto l'8 marzo 1144 il timoroso Celestino II, il 12 marzo veniva consacrato il cardinale bolognese Gerardo Caccianemici, ex cancelliere e bibliotecario di Innocenzo II poi legato in Germania presso re Lotario. Prese il nome Lucio II. Meno timoroso del predecessore (tenendo fede al suo cognome) i Romani repubblicani che avevano occupato il Campidoglio, impavido, volle andare a cacciarli di persona lasciandoci però la pelle.

Appena salito sul soglio cercò di trattatre con Ruggero di Sicilia a Ceprano, ma non riuscì a ottenere la pace che avrebbe desiderato, anzi il normanno iniziò a devastare i territori fino a Ferentino.
Lo scopo della pace era quello di avere nel normanno un alleato per otersi così opporre alla insurrezione romana. Questa aveva ormai ottenuto buoni risultati migliorando la repubblica, eleggendo il patrizio Giordano, fratello dell'antipapa Pierleone. Che per prima cosa volle che il papa rinunziasse a tutte le regalie, e si accontentasse delle decime e delle oblazioni.
I più esaltati repubblicani si comportarono piuttosto male, esercitando violenze sui cardinali e i nobili. Lucio a quel punto chiese aiuto allo straniero, invitando Corrado III di Germania a scendere in Italia. Ma questi gli mandò a dire che non poteva intervenire per i vari problemi che aveva al suo Paese. Forse non volle perchè non si fidava di questo papa, e pur accogliendo bene la legazione pontificia, si mostrò cordiale anche verso una legazione repubblicana che era andata in Germania a chiedergli un riconoscimento ufficiale del Comune di Roma.
Del resto ricordiamo che Corrado era della stirpe degli Hohenstaufen, a suo tempo scomunicata da Onorio II.

Nel frattempo il nuovo comune di Roma si rafforzava in Campidoglio, però senza i consoli, essendo questo un titolo aristocratico; i repubblicani si accontentarono del patrizio Giordano.
Roma considerato decaduto il potere del pontefice, iniziò dal 1144 perfino a contare gli anni della "nuova era" repubblicana.

Lucio era indignato, preso dal desiderio di farsi da solo giustizia si improvvisò condottiero e guerriero. Riunite poche milizie volle dare l'assalto al Campidoglio. Nei tumulti che seguirono, il papa - secondo la testimonianza di Goffredo di Viterbo - fu colpito da una pietra tirata dall'alto della rocca che lo ferì gravemente. Trasportato nella chiesa di S. Gregorio, morì subito dopo. Era il 15 febbraio 1145.

Nel suo breve pontificato (quasi un intero anno) si era preso cura di alcuni problemi religiosi in Francia e in Inghilterra, inviando suoi fidati legati. Fece erigere alcuni monasteri in Germania. Ripristinò e arricchì la basilica di S. Croce in Gerusalemme, di cui portava il titolo cardinalizio.
Lucio fu poi sepolto nella basilica Lateranense.

Nello stesso giorno i cardinali si riunirono in gran fretta per leggere un nuovo pontefice.
...vedi la successiva biografia di PAPA EUGENIO III > >


EUGENIO III, Bernardo, di Montemagno (PI)
(pontificato 1145-1153) Morto nelle circostanze che abbiamo narrato, l'elezione del nuovo pontefice avvenne in circostanze piuttosto critiche, cioè nel mezzo dei tumulti. I cardinali, si riunirono in gran fretta e piuttosto timorati dai fatti esterni, nella chiesa di San Cesario sul Palatino.
Qui ( dissero poi ) per disposizione divina ( e in effetti sembrarono lontane le considerazioni politiche) elessero un uomo semplice e di chiostro, che fra l'altro non apparteneva al loro collegio.

Era l'abate del monastero dei Santi Vincenzo e Anastasio in Roma, alle Tre Fontane; si chiamava Pier Bernardo, e sembra che egli appartenesse alla famiglia aristocratica dei Paganelli di Montemagno. Le fonti corcordano nel dirlo pisano.
Era un abate educato da S. Bernardo nella solitudine di Chiaravalle. Non era stato di certo educato alle cose del mondo esterno al monastero, quindi impreparato per affrontare la situzione politica che si era venuta a creare dopo la proclamazione della Repubblica. Ma proprio per questo ai cardinali elettori - in tempi così tribolati - parve il più degno di salire nella cattedra di S. Pietro.
S. Bernardo, pur essendo stato il nuovo papa un suo allievo, quasi biasimò i cardinali di averlo scelto; ma poi promise comunque che l'avrebbe aiutato con i suoi consigli.

Lo elessero col nome di Eugenio III, lo stesso giorno ch'era morto Lucio. Doveva essere consacrato nella basilica di S. Pietro, ma i senatori della nuova repubblica romana, gli impedirono di raggiungerla, dopo che il nuovo pontefice si rifiutò di riconoscere la nuova costituzione repubblicana della città, nè volle accettare di rinunziare alla potestà civile.
Con questi dinieghi fu però costretto ad allontanarsi da Roma, rifugiandosi nella Sabina nell'antica abbazia di Furfa, dove tre giorni dopo, il 18 febbraio 1145, fu consacrato. Poi si trasferì nella sede pontificia di Viterbo, dove rimase otto mesi in attesa degli eventi (da Viterbo bandì la seconda Crociata - vedi più avanti)

Roma nel frattempo era in pieno subbuglio. Il popolo aizzato dai repubblicani, si era messo a percorrere le strade e le contrade saccheggiando i palazzi dei cardinali e dei nobili. O aggredendo i pellegrino che si recavano a S. Pietro, che con le macchine di guerra era diventato un campo di battaglia.
I capi repubblicani abolirono la prefettura ed elessero "patricius" Giovanni Pierleoni, con ampi poteri rappresentativi del Senato e del popolo.

La scomunica di Eugenio III contro il patrizio non si fece attendere. Poi iniziò a riunire i nobili della Campagna con l'intenzione di formare una Lega, capace di isolare la città di Roma.

O perchè minacciava di scomunicare anche i cittadini, o perchè l'isolamento cominciò a funzionare, i repubblicani ai primi di dicembre proposero un accordo col papa; affermando che avrebbero abolito il "patricius" e prestato omaggio al pontefice al suo rientro a Roma, ma in cambio volevano che egli permettesse- con una investitura pontificia - la conservazione del Comune.
Non venne subito deciso nulla, ma tuttavia il papa a Natale potè rientrare a Roma.

Arnaldo da Brescia, nel soggiorno viterbese del papa, era andato a promettergli obbedienza, e sembrò estraneo alle vicende di Roma. Quando poi vi rientrò Eugenio, anche lui - dopo che gli era stata revocata la scomunica - fece il suo ingresso come un pellegrino penitente e come tale aveva promesso di vivere.
Ma ben presto, pur mostrando uno spiccato carattere religioso, incominciò a mescolarsi alla vita pubblica, predicando alla folla contro la mondanità di alcuni cardinali e che bisognava riportare la Chiesa alla sua originaria vita apostolica. Le predicazioni avevano tutta l'aria dell'ascetismo, ma non risparmiava con acredine invettive all'alta gerarchia ecclesiastica, ai cardinali e allo stesso papa.
I beni terreni -affermava- appartengono ai laici e ai principi; gli ecclesiastici nulla devono possedere.

Ovviamente parlando in quel modo, oltre che procurarsi seguaci fra il popolo ignorante, Arnaldo stava diventando un energico difensore della Repubblica, e gli elementi politici del nuovo regime s'infiltravano in queste prediche e avevano vita facile, visto che Arnaldo nella sua idealità predicava la separazione del potere temporale da quello spirituale. Quello che appunto volevano i repubblicani.
Ma oltre Arnaldo, predicava anche S. Bernardo, in ben altro modo e rivolgendosi con una "Lettera ai Romani", scriveva "Che mai vi è caduto in pensiero di esacerbare i principi del mondo, vostri singolari patroni? Perchè irritate contro di voi con una ribellione prepotente non meno che sconsigliata, il re della terra, il Signore del Cielo, mentre con sacrilego ardire vi affaticate a deprimere l'Apostolica Sede per divini e umani privilegi cotanto sublimata e che voi dovreste in caso di bisogno difendere contro tutti? I Vostri padri hanno assoggettato alla Città tutto il mondo; voi a tutto il mondo le rendete ludibrio e scherno. L'erede di Pietro è da voi scacciato dalla città di Pietro; i cardinali e i vescovi di vostra mano derubati. Che sei più Roma, al presente se non un corpo senza capo, un capo senza occhi, un occhio senza luce?".

Tuttavia nonostante queste accorate domande, i Romani ascoltavano più volentieri Arnaldo, che stava guadagnandosi anche l'appoggio del clero inferiore, quello dimenticato delle piccole chiese; questi negarono perfino obbendienza ai loro superiori. Un bel pasticcio, insomma.

Si era dunque in una situazione piuttosto critica, con la città sempre in tensione, ed essendo palesi le ostilità verso il papa, Eugenio nel marzo del 1146 lasciò Roma e andò a rifugiarsi di nuovo a Viterbo; l'anno dopo lo troviamo in Francia, dove Luigi VII stava organizzando e preparandosi per la seconda crociata, bandita il 1° dicembre 1145 a Viterbo dallo stesso Eugenio.

Durante la sua assenza da Roma, padroni del campo i repubblicani, il Senato scrisse a Corrado III di Germania, invitandolo a scendere in Italia, a Roma, dove dalla capitale del mondo avrebbe governato Italia e Germania, riprendendo così tutti i diritti e i domini spettanti all'Impero, come ai tempi di Costantino e di Giustiniano.
Le stesse suppliche Corrado le riceveva dal papa o dall'instancabile S. Bernardo. Ma Corrado non ascoltò le richieste della democrazia romana, nè quelle della Chiesa. Tuuttavia volle partecipare alla seconda Crociata. In Oriente nel 1144 era caduta Edessa. La città invocava aiuti dall'Europa. Queste richieste di aiuto giunsero a Eugenio durante il suo soggiorno a Viterbo. Il 1° dicembre 1145 bandiva la Crociata concedendo a principi e re grandi indulgenze e favori. Nel 1146 - come abbiamo già visto sopra - Eugenio andava di persona in Francia a convincere Re Luigi VII. Opera facilitata dal solito zelante S. Bernardo che riuscì con le sue prediche a guadagnare anche l'appoggio anche di Corrado III di Germania.
I due re oltre che preparare un poderoso esercito (non proprio formato da professionisti, ma da indisciplinati rapaci avventurieri) trattarono con l'imperatore bizantino Manuele Comneno per fare di Costantinopoli la base delle operazioni.
Corrado III di Germania partì nel 1147, precedendo di poco il re franco. Quando il primo giunse a Costantinopoli, prima il suo esercito fece ogni genere di violenze saccheggiando la città, poi con la marmaglia rimasta passò in Asia, ma fu subito messa in fuga nei pressi di Dorilea.
Corrado con un piccolo gruppo superstite (fra cui Federico di Svevia e suo zio Ottone di Frisinga) raggiunse la Siria, unendosi con gli avanzi dell'esercito francese che nel frattempo era stato battuto dai Turchi Selgiuchidi; poi indotto da Baldovino III (re di Gerusalemme) tentarono di impadronirsi di Damasco.
L'assalto tentato il 28 luglio 1148, fallì e Corrado sfiduciato oltre che irritato contro Baldovino (che accusò di tradimento) a settembre lasciò la Terrasanta facendo ritorno a Costantinopoli, dove con l'Imperatore Comneno strinse un accordo contro i Normanni di Sicilia. Poi se ne tornò in Germania.
Mentre accadevano questi fatti, Eugenio III, dopo aver visto partire Luigi VII per la Crociata, e visitato diversi monasteri di Francia, il 16 giugno 1148 si trovava a Vercelli. Poi con l'aiuto del normanno Ruggero, potè rientrare in Roma. Il 28 ottobre del 1149, scriveva a Corrado (reduce della Crociata) di scendere in Italia per... difenderlo dai repubblicani ma anche dai normanni (proprio quelli che l'avevano aiutato a rientrare in Roma !). Ma la stessa cosa avevano chiesto al re tedesco i repubblicani, rinnovandogli l'invito precedente del Senato (del 1145), ma ora anche quello di far guerra ai normanni che si erano alleati col papa e lo difendevano (ignorando il doppio gioco che stava conducendo il papa). Il papa aveva promesso a Corrado di incoronarlo, i repubblicani avevano promesso i castelli e le terre che avevano portato via ai nobili feudatari ed agli ecclesiastici e l'intenzione di mettersi sotto la sua protezione.
Corrado non sappiamo se veramente ebbe l'intenzione di scendere in Italia, ancora nel 1151, rispondeva con buone parole al papa (ci teneva forse all'incoronazione), e con i repubblicani si teneva sulle generali, prendendo tempo. Ma il tempo non fu benigno con lui, il 15 febbraio 1152 Corrado III moriva.
La successione non fu facile, i contrasti fra Guelfi e Ghibellini s'inasprirono. Essendo morto il primogenito, Corrado prima di morire raccomandò ai principi elettori il nipote Federico di Svevia (Federico "Barbarossa") Che fu eletto a voce unanime in Francoforte, ed incoronato ad Aquisgrana, il 9 marzo 1152.
Un principe il Brabarossa che farà risorgere grandi lotte fra papato e impero. Tuttavia all'inizio Federico scrisse al papa lettere ossequiose e a sua volta il papa rispose affettuosamente.

Nello stesso anno in Roma i repubblicani decretarono una nuova costituzione, che stabiliva un imperatore, due consoli e cento senatori. Rimase però tutto sulla carta. I potenti nobili rimanevano sempre i nemici della repubblica e, intorbidendo le acque, sempre fedeli al papa; in qualche modo, muovendo il popolino, e indicandolo come l'uomo della pace, riuscirono a far rientrare a Roma Eugenio III. In dicembre il papa fu accolto e salutato al suo rientro da tutta Roma e parve che il suo potere si fosse pienamente ristabilito. Questo anche perchè la repubblica stava andando in crisi, stavano sorgendo due fazioni, i moderati e gli intransigenti, cioè stava verificandosi una scissione.
I primi seguitavano a scrivere e a offrire la corona di imperatore a Federico, gli altri non si fidavano, e forse pensavano ad un altro imperatore.

L'anno successivo (marzo 1153) i legati del papa fecero un buon lavoro. Andarono a concludere un buon accordo ("Patto di Costanza") con Federico. Questi firmando e giurando prometteva di restaurare la signoria del pontefice negli Stati della Chiesa, difendere la cattedra di S. Pietro, di fare abbandonare ai bizantini ogni dominio in Italia, di non concludere nessuna pace con i Romani repubblicani (avevano quindi ragione gli intransigenti a non fidarsi) e nemmeno con Ruggero di Sicilia senza il beneplacito del papa.
Il papa a sua volta prometteva di onorare Federico come il figlio più devoto a S. Pietro, gli prometteva (appena sarebbe sceso in Italia) l'incoronazione imperiale a Roma e di sostenerlo con le armi spirituali contro tutti i nemici.

Eugenio III trascorse i suoi ultimi mesi tranquilli, aspettando l'attuazione concreta di quel patto, cioè la venuta in Italia di Federico per l'incoronazione a S. Pietro; che avrebbe messo definitivamente termine alla (ormai spenta) repubblica romana.
Purtroppo non vide la conclusione, morì a Tivoli quattro mesi dopo, l'8 luglio 1153.
A Roma ci furono magnifiche e imponenti onoranze funebri e venne sepolto in S. Pietro.
Beatificato, la Chiesa lo venera fra i santi.

Lo seguì nella tomba un mese dopo ( il 20 di agosto) anche il suo "maestro", S. Bernardo. Pure lui venerato fra i santi.

A quattro giorni dalla morte di Eugenio, fu eletto e consacrato il nuovo papa

.... vedi biografia di PAPA ANASTASIO IV......


ANASTASIO IV, Corrado, romano
(pontificato 1153-1154) A quattro giorni dalla morte di Eugenio III, il 12 luglio dell'anno 1153, con un voto concorde e per nulla turbato da alcun moto popolare, venne eletto il cardinale della Suburra, l'anziano romano Corrado, figlio del nobile romano Benedetto, già canonico e priore di S. Anastasio, creato nel 1126 da papa Onorio II, cardinale vescovo di Santa Sabina, . Fu consacrato lo stesso giorno, con nome di Anastasio IV.

Era noto come elettore di Innocenzo II, e fiero oppositore dell'antipapa Anacleto II. Quando Innocenzo fuggì in Francia per i tumulti romani, fu lui a rimanere a Roma come vicario d'Italia.

Era putroppo già molto vecchio, e davanti ai problemi che avevano costellato la vita dei suoi due predecessori (la repubblica romana, il patto di Costanza, ecc.), pare che non volle occuparsene. Non volle attaccare la costituzione repubblicana, non volle sollecitare Federico, nè premere sull'attuazione del patto.
Visse così i suoi 16 mesi di pontificato nella massima tranquillità, e per i repubblicani Anastasio divenne un papa ideale.

Ci fu comunque un'incrinatura nei rapporti con la Germania di Federico. Il re tedesco venendo meno ai canoni del concordato di Worms, aveva nominato Vickman vescovo di Naumburg, arcivescovo di Magdeburgo. Anastasio inviò un legato in Germania per discuterne e far osservare il concordato. Ma alla fine, naufragata la missione, Anastasio convalidò la nomina. Preferì la tranquillità.
Quando Vicmanno scese a Roma per ottenere il pallio, il papa non volle consegnarglielo, e davanti a molti prelati raccolti in S. Pietro, solennemente gli disse di prendere il pallio dall'altare con le sue mani "se era sicuro della sua legittima elezione".


Tranquilli non furono i suoi successori. La questione "Magdeburgo" probabilmente raffreddò i rapporti tra il Papato e Federico. La lotta per le investiture tornava sulla scena.

Nel 1154, il 3 dicembre 1154, dopo 17 mesi di pontificato, Anastasio moriva.
Fu sepolto in Laterano.

La successione fu abbastanza singolare, per la prima volta (e fu anche l'unica),
sulla cattedra di S. Pietro salì un cardinale inglese.
... vedi PAPA ADRIANO IV .....


ADRIANO IV
, Niccolò Breakspear, inglese
(pontificato 1154-1159) Il giorno stesso la morte di Anastasio, il 12 luglio fu eletto l'inglese Nicholas Breakspear, già cardinale di Albano e legato pontificio in Norvegia. Fu poi consacrato il 5 dicembre 1154 in San Pietro con il nome di Adriano IV.
Il nuovo papa che doveva restare l'unico inglese della storia ad assumere il pontificato era nato in Inghilterra, a Langley, presso San'Alban. Di umilissima condizione (suo padre era un semplice prete di nome Roberto) si era recato in Francia, dove con l'ingegno e la tenacia era riuscito a percorrere tutti i gradi della gerarchia ecclesiastica; divenendo poi priore nel 1137 del monastero di S. Rufo, presso Arles.
Il cronista Giovanni di Salisbury lo descrive di smoderata avarizia finalizzata in una smania di potere, ma sembra che appena divenuto pontefice, cosciente ai suoi doveri, si sarebbe redento.
Ma come nota il Gregorovius, non venne mai meno ai principi di grandezza, e prese a modello Gregorio VII "applicando il principio della signoria universale del papato"
Dante, su questa avarizia ne fa un accenno, lo mette nel suo Purgatorio (XIX, 97-145), ma fece un po' di confusione, perchè lui lo chiama Papa Adriano V, anche se intendeva parlare di Papa Adriano IV; nello stesso errore cadde poi il Petrarca, che però si accorse dell'errore e lo corresse.

L 'Abate Nicholas Breakspear sceso in Italia quando sul soglio vi era Eugenio III per chiedere una più rigida riforma per il suo monastero. Le sue particolari doti e la sua dottrina impressionarono il Pontefice che lo trattenne e lo promosse cardinale vescovo di Albano. Gli fu poi data la legazione in Svezia e Norvegia, che condusse con molta prudenza durante in breve pontificato di Anastasio. Questo papa lo aveva mandato in Scandinavia per organizzarvi le diocesi e renderle sempre più obbedienti alla Santa Sede.
Era da poco tornato dalla sua missione, per la quale dagli storici doveva esser chiamato "l'Apostolo del Nord". E lui era l'uomo che ci voleva per risollevare il Papato dalle difficili condizioni in cui versava: seguace fervente delle dottrine di Gregorio VII, era - e questo allora contava - dotato di volontà e di polso fermissimo, i cardinali non ebbero dubbi nell'eleggerlo.

Con meno prudenza del suo predecessore, ma anzi con risolutezza, si apprestò ad agire appena salito sul soglio. Della sua energia fornì subito indubitabile prova, scacciando dal suo cospetto i deputati del popolo andati a chiedergli la cessione dei diritti sovrani.
Vedendo che i moti popolari non cessavano, vedendo Arnaldo da Brescia che con le sue prediche infatuava i romani, quando nella Via Sacra venne ferito a morte il cardinale di S. Prudenziana, entrò subito in conflitto con la repubblica romana e scagliò l'interdetto su Roma. Fece cessare tutte le cerimonie religiose nella città, ad eccezione dell'olio santo ai moribondi, che però non potevano essere sepolti in terra consacrata.
L'anatema scagliato contro un'intera città privava i cittadini da ogni conforto religioso. Tutti i crocifissi e le immagini dei santi venivano coperti con un lugubre velo nero.
Mai la città era stata colpita da una pena tanto severa, e ovviamente se ne sentì impaurita, l'interdetto voleva dire una sorta di punizione divina sulla città

Eugenio III con la sua morte non era riuscito nell'attuazione concreta del patto di Costanza, nè era riuscito a vedere Federico a Roma per l'incoronazione; Anastasio che gli era succeduto -come abbiamo visto nella sua biografia - non volle occuparsi della questione romana, nè tantomeno sollecitò la discesa in Italia di Federico; i suoi 17 mesi di pontificato furono così tranquilli e di pacifica convivenza che ai repubblicani sembrò Anastasio il papa ideale.

Adriano invece riaccese il conflitto fin dal giorno della sua consacrazione. Lui non riconosceva il Senato ma anche il Senato non riconosceva lui come papa e tantomeno il suo potere temporale.
L'interdetto fece però cambiare atteggiamenti ai cittadini di Roma; il Senato resisteva con spavalderia, ma il popolo privato delle cerimonie, quando senza funzioni, messe ecc. giunse la Settimana Santa che precedeva la Pasqua del 1155, sentendosi abbandonato da Dio, insorse contro il Senato sollecitando la richiesta di perdono al papa. Il Senato a quel punto non più appoggiato dal popolo si adeguò, una delegazione si fece interprete dell'opinione pubblica - e finalmente riconoscendolo papa- chiese ufficialmente perdono a papa Adriano. Che promise di sciogliere l'interdetto ma a condizione che Arnaldo fosse cacciato da Roma e punito con l'esilio. Ottenuta la promessa andò a celebrare la Pasqua in Laterano col tripudio della folla.
Arnaldo nel frattempo era stato arrestato e consegnato al cardinale Gerardo di S. Niccolò, ma i fanatici del ribelle predicatore, compresi alcuni conti della Campagna, lo liberarono e seguitarono ad onorarlo come "profeta". Dopo aver vagato da un posto all'altro, i visconti di Campagnano gli diedero ospitalità. Qui anticipiamo le conclusioni: quando poi scese in Italia Federico, Adriano per sondare le sue vere intenzione, gli chiese la consegna di Arnaldo. Il re lo accontentò con questo stratagemma: fece arrestare uno dei visconti, e grazie all'ostaggio, si fece dai Campagnano consegnare Arnaldo. Affidato ai legati pontifici, il monaco fu condannato a morte per impiccagione, il suo cadavere bruciato su un falò, le sue ceneri - per impedire che il popolo le venerasse come reliquie di un santo - buttate nel Tevere.
Spariva così il monaco che per nove anni con il suo entusiasmo e il suo talento si era messo a servizio della libertà cittadina.

Adriano come abbiamo detto, fin dal primo momento della sua consacrazione, era intenzionato a rovesciare il Comune e, deciso a mettere in pratica il patto di Costanza, sollecitò quello che aveva sottoscritto Federico, cioè la sua discesa in Italia e a Roma per ricevere la corona imperiale, ma anche per mettere in pratica quello che il patto stabiliva: restaurare la signoria del pontefice negli Stati della Chiesa, difendere S. Pietro dai repubblicani, lottare contro i normanni.
Ma ricordiamoci che anche i repubblicani avevano richiesto l'intervento di Federico promettendogli di mettersi sotto la sua tutela e offrirgli il Senato la corona Imperiale dei Cesari.
L'uno sapeva della richiesta dell'altro, e quindi sia i repubblicani che il papa, con l'arrivo di Federico a Roma, si chiedevano con timore come avrebbe agito.

Federico Barbarossa, prima ancora dell'interdetto lanciato dal Papa su Roma, nell'ottobre del 1154, si era già mosso con un esercito ed era già sceso in Italia per farsi incoronare a Pavia re dell'Alta Italia. Poi avrebbe raggiunto Roma per cingere la corona imperiale.
Nell'alta Italia i Comuni, specialmente Lodi e Como, impegnati con la loro potenza, in una tremenda lotta di predominio, venivano inconsapevolmente a invocare, per la tutela dei loro interessi, l'aiuto di un potere, in contrasto col nuovo diritto sorto dalle autonomie cittadine. Federico giunse e cinse la corona di re a Pavia. Ma subito dovette accorgersi che non era facile impresa restaurare in Lombardia l'autorità imperiale. Se a Roncaglia, Lodi, Como, Pavia, il conte di Monferrato ricorrevano a lui come a Signore, Milano, che era poi la vera città che dominava tutta la Lombardia, mostrò subito la sua fiera ostilità. Il re distrusse Rosate, Galliate, Asti, Chieri, Tortora, mostrando la sua decisa volontà di trionfare.

Infine scese a Roma per cingere la corona imperiale. Adriano IV che aveva turbato la repubblica romana con l'interdetto, fatto cacciare Arnaldo da Brescia, aspettava il re con saggia diffidenza. Alla notizia del suo avvicinarsi, inviò lettere da Viterbo con tre cardinali che dovevano conferire con lui e conoscerne le intenzioni. Federico li accolse affabilmente e giurò che dopo il ritorno dei messi del papa, egli avrebbe difeso e mantenuto il pontefice e i suoi cardinali nella libertà, nei loro beni e diritti. In un abboccamento poi seguito fra il papa e l'imperatore tra Sutri e Nepi, il 9 giugno 1155, il giovane monarca, orgoglioso della sua dignità, voleva scansare l'umiliazione di tener la staffa del pontefice. Vi si lasciò indurre dopo che i principi più anziani gli ricordarono essere quest'omaggio antica tradizione, praticato pure da Lotario verso Innocenzo II.

Tanto il papa quanto il re dovettero capire di essere molto lontani nell'amicizia, ma il momento non era opportuno per manifestare i profondi dissensi. Si misero d'accordo. Federico desiderava la corona; Adriano aveva urgente bisogno di aiuto contro i Normanni e per la pace di Roma. Il 18 giugno 1155 fu celebrata in S. Pietro la solenne incoronazione. I repubblicani ne furono esasperati perchè Federico rigettò, la loro offerta di fondare un Impero democratico. Presero quindi le armi contro le milizie tedesche, ma l'imperatore punì gravemente i rivoltosi.
Federico, con l'esercito stanco e con l'esperienza dura della resistenza italica, ritornò in Germania, dove alcuni vassalli gli si erano ribellati. Il papa rimase deluso dell'aiuto sperato, trovandosi davanti alla minaccia normanna.

Questi nel frattempo, dopo la morte di Ruggero, avevano un nuovo re. Senza alcun'intesa col papa, il 26 febbraio 1154, Guglielmo di Sicilia occupò il regno. Adriano IV (come avevano fatto i suoi predecessori) protestò per i suoi prioritari diritti ereditari di signore feudale pontificio. Come risposta Guglielmo incominciò a saccheggiare gli Stati della Chiesa; Adriano lo scomunicò. Alcuni suoi baroni passarono allora al papa, mentre anche i Bizantini premevano sul regno normanno. Guglielmo si avvicinò allora al pontefice, il quale era impedito dai cardinali di far pace, ricordandogli il patto di Costanza e le promesse fatte a Federico. Ma prima ancora che il papa prendesse un partito, Guglielmo decise di farsi le sue ragione con le armi. E alla fine il papa cedette.
Si concluse una pace molto favorevole ai Normanni. Il papa riconosceva Guglielmo, sciolto da ogni scomunica, re di Sicilia e duca delle Puglie, e gli conferiva l'investitura. E Guglielmo dal canto suo prestava a lui giuramento come vassallo della Sede romana, e si obbligava al tributo annuo di seicento scudi d'oro. Il diritto di visitare le chiese, d'inviare legati, accettare appelli era riservato al papa quanto ai domini continentali del re, ma per la Sicilia, conforme al privilegio di Urbano II, fu ristretto a certi confini e segnatamente fatto dipendere dal consenso reale. Parimenti fu assicurata la libertà delle elezioni, le quali però in Sicilia dovevano restare sottoposte all'approvazione del re. La condizione politica in cui il pontefice venne a trovarsi -si disse - fu obbligato a fare questi patti, dai molti cardinali condannati.

A Federico non piacquero proprio per nulla queste convenzioni, che erano contrarie al trattato di Costanza, e anche perchè mettevano in pericolo i suoi disegni sull'Italia meridionale. L'imperatore fu spinto ad opporsi al papa dal cancelliere Rainaldo di Dassel e da un gruppo di cardinali tedeschi; trattò segretamente con i Bizantini per turbare le buone relazioni con Roma; infine inviò un proclama ai sudditi dell'impero, tendente a screditare l'autorità pontificia, avvalorando il concetto che la sua potesta imperiale gli veniva solo e direttamente da Dio; e chi lo avesse seguito avrebbe raggiunto autonomia al proprio potere, duca, conte o Comune che fosse.

L'arcivescovo Eskillo di Lund, tornando da Roma in Danimarca, fu maltrattato presso Thionville, spogliato e fatto prigioniero. Federico, nonostante le proteste di Adriano, non punì gli autori, nè liberò il prelato. Il papa mandò a lui, nella dieta di Besanzone, dell'ottobre 1157, i cardinali Rolando e Bernardo, richiamandolo benevolmente alle sue promesse. Rainaldo di Dassel, nella traduzione tedesca della lettera pontificia, voltò la parola beneficia, anzichè in benefici, con la parola feudi, quasi che l'Impero fosse un feudo pontificio. Sembrò un'affermazione arrogante, come se Federico restasse agli occhi del papa, un suo umile vassallo. Ci fu un tumulto tra i principi, perchè Adriano avrebbe affermato che era disposto a conferire maggiori feudi all'imperatore. I legati pontifici furono indegnamente congedati.
Federico in una sua lettera circolare, ritornando sull'equivoco, accusò il papa di ledere i suoi diritti, interdisse ai suoi sudditi il viaggio a Roma, e procurò di tirare al suo partito i vescovi ed i cardinali.
Questi prelati diedero torto al papa, quando con essi si lamentò del cattivo trattamento dei suoi legati, lo pregavano a tranquillizzare con altra lettera l'imperatore. Adriano IV, inviò un'altra lettera nel 1158, dando opportuna spiegazione. Disse non trattarsi nella prima epistola di feudi, ma di favori. Federico si dichiarò soddisfatto, ma la pace non poteva essere così assicurata.

La superba dichiarazione dei diritti imperiali, la dieta di Roncaglia dell'11 novembre 1158, la seconda discesa di Federico in Lombardia, le esazioni compiute dagli ufficiali dell'imperatore nelle terre della Chiesa provocarono il risentimento del
papa, che, nell'aprile del 1159, affermava solennemente essere diritto di S. Pietro conferire le magistrature ed esigere le regalie di Roma; negava all'imperatore il diritto di trattare direttamente con i Romani; le terre di S. Pietro non esser tenute al fodro, salvo per l'incoronazione imperiale; Tivoli, Ferrara, Massa, Ficarolo, i beni della contessa Matilde, il territorio di Acquapendente a Roma, il ducato di Spoleto, la Sardegna e la Corsica doversi restituire alla S. Sede. A queste rimostranze l'imperatore rispose punto per punto: che non lui, ma papa ADRIANO IV aveva violato la "fede giurata" perché si era pacificato con i Romani e con Guglielmo di Sicilia; che i vescovi erano suoi vassalli perché in possesso di feudi imperiali; che Roma non apparteneva al Pontefice, ma a lui che portava il titolo di Re dei Romani.
Infine disse ai legati papali, che non avevano il regolare permesso da lui accordato, pertanto vietava loro di passare attraverso il territorio dell'impero; e vietava di alloggiare nei palazzi vescovili che erano tutti di proprietà dell'impero, perché edificati sopra il suolo imperiale.
Queste dichiarazioni di Federico provocarono una delle più tremende lettere della storia; quella scritta e inviata da ADRIANO IV agli arcivescovi di Magonza, Colonia e Treviri; redatta nei seguenti termini:

"Il vostro principe, nato da ingiusta stirpe, dimentico di ogni gratitudine e d'ogni timor di Dio, è entrato come volpe nella vigna del Signore e minaccia di distruggerla. Egli non ha mantenuto nessuna delle sue promesse; ha sempre e dovunque mentito; ribelle a Dio, da vero pagano, egli merita l'anatema. Né soltanto egli lo merita, ma (e lo diciamo per vostro avviso) chiunque gli tiene mano, chi palesemente o segretamente lo approva.
Egli ardisce paragonare alla nostra la sua potenza, come se la nostra fosse, al pari della sua, limitata a quell'angolo di terra che è la Germania, che era uno degl'infimi regni prima che i Papi la innalzassero. Come Roma è superiore ad Aquisgrana così noi siamo superiori a questo sovrano, il quale mentre si vanta della signoria del mondo, è incapace di ridurre all'obbedienza i suoi vassalli e di sottomettere la razza dei Frisi.
Egli possiede l'impero solo per merito nostro e noi abbiamo il diritto di riprendere quello che accordammo a chi credemmo capace di gratitudine. Riconducete sulla retta via il vostro principe; altrimenti, se nuovo conflitto scoppierà tra il regno e la Chiesa, anche voi sarete trascinati in un'irreparabile rovina".

L'Imperatore si rifiutò sdegnosamente, chiedendo che la questione fosse discussa in un collegio arbitrale di cardinali e di vescovi, minacciando di intendersi con la repubblica romana contro il papa. Affermava inoltre esorbitanti diritti sopra la Chiesa. Adriano non cedette. Si era già, nel 1157, adoperato a conciliare l'imperatore bizantino Emanuele Comneno con Guglielmo I di Sicilia, pacificandoli nel 1158. Continuò le sue buone relazioni col re e si avvicinò a quella parte di Milanesi, avversi all'Impero. Ad Anagni si univa in alleanza con Brescia, Piacenza, Milano (fu il primo progetto di una Lega Lombarda) e prometteva di scomunicare l'imperatore.
Ma prima del termine fissato di quaranta giorni, moriva improvvisamente ad Anagni, il 1° settembre del 1159. Venne sepolto nella cripta di S. Pietro.

« Questo prete, sorto di basso stato, --- scrive lo storico tedesco GREGOROVIUS -ebbe animo maschio e forte e stette avverso al potentissimo dei monarchi con tanto orgoglio, come se non soltanto gli fosse stato pari, ma superiore. Pregevolissima energia di volontà, grandezza conseguita per meriti suoi propri, scienza esperta della vita accrebbero in lui le doti naturali dell'animo.
«Adriano fu uomo prudente, di idee pratiche e di tempra indomita, come sogliono essere gli Anglosassoni. Pari a Gregorio VII, volle condurre ad effetto l'idea della signoria universale pontificia. Un sogno ardito".

Adriano morì in pieno disaccordo con l'imperatore, con i romani e con i normanni, mostrando però fino all'ultimo la capacità di "fronteggiare i più potenti monarchi", e fra questi uno forte, guerriero, abile, pratico, inflessibile, che però trovò ben presto sulla sua strada il successore di Adriano ch'era quanto lui forte, guerriero, pratico, inflessibile. Nei 22 anni successivi ci fu un vero e proprio scontro di due "giganti".
.... vedi sotto biografia di PAPA ALESSANDRO III ....


ALESSANDRO III, Rolando Bandinelli, di Siena
(pontificato 1159-1181) La morte di Adriano diede luogo subito ad uno scisma. Il collegio dei cardinali-vescovi, appare nettamente diviso in due fazioni, una filoimperiale, con a capo il cardinale Ottaviani (ambizioso di salire lui sul soglio), e una seconda decisamente autonoma, capeggiata da Bosone, nipote del papa morto. Radunatosi dentro San Pietro il collegio dopo tre giorni di dispute, i voti della maggioranza conversero su quel Rolando Bandinelli, teologo e canonista insigne, che a Besanzone aveva osato sostenere il diritto teocratico al cospetto del Barbarossa mandandolo in collera (un anticipazione di ciò che avverrà in ventidue anni tra i due "giganti").

Due soli cardinali si opposero a quella scelta: GIOVANNI di S. MARTINO e GUIDO di S. CALLISTO, i quali, strapparono di dosso al Bandinelli il manto papale, lo misero addosso al loro capo e gridarono papa, col nome di Vittore IV, il cardinale Ottaviano di Santa Cecilia. Un senatore indignato a sua volta strappò il manto da Ottaviano, il quale riesce a riaverne il possesso mettendoselo sulle spalle al rovescio, facendo ridere tutti i presenti, che però dal riso passarono subito ai fatti.

Ne nacque un tumulto, soffocato da un gruppo di armati guidati da GUIDO di BIANDRATE, dal conte palatino OTTONE e da ERIBERTO, che allora si trovavano a Roma. ROLANDO BANDINELLI, si rifugiò, con gli altri cardinali in una torre di Trastevere, aspettando, che il popolo, saputa la verità dei fatti, si dichiarasse in suo favore.
Ma il popolo e il basso clero presero le parti di Vittore seguendolo in una lunga processione per condurlo in Laterano.
Bandinelli, riuscì a lasciare Roma, si recò in terra Normanna, a Ninfe, dove il 20 settembre il vescovo di Ostia Ubaldo che lo aveva seguito lo consacrò papa, col nome di Alessandro; e qui ottenne il riconoscimento dal re GUGLIELMO di Sicilia e la sua protezione.

Ottaviano rimasto padrone di Roma, si fece invece consacrare nell'abbazia di Farfa. Entrambi i due contendenti Pontefici si rivolsero all'imperatore, scrivendogli lunghissime lettere, e FEDERICO, il cui desiderio era quello di avere un papa ligio ai suoi doveri, si finse indignato alla notizia della duplice elezione ed espresse il proposito di risolvere lo scisma convocando un concilio che doveva tenersi a Pavia il 13 gennaio del 1160 con i vescovi e gli abati d'Italia, di Germania, di Francia, d'Inghilterra e di Spagna.
Latori delle lettere imperiali, annunzianti il concilio ai due Pontefici, furono i vescovi di Praga e di Verdun. VITTORE IV, che era spalleggiato dal popolo romano e dalla fazione imperiale, accolse lietamente l'invito di recarsi a Pavia; ALESSANDRO III invece (l'audacia non gli mancava, inoltre era un esperto giurista) rispose che...
"....non riconosceva all'imperatore il diritto di convocare concili senza il consenso papale, che lui non era un vassallo del sovrano e perciò non aveva l'obbligo di ubbidire alla sua intimazione; che infine spettava solo al Pontefice di esaminare, giudicare e definire le questioni ecclesiastiche e che egli non avrebbe mai sacrificato la libertà della Chiesa, redenta dal sangue di tanti martiri".

Invece del giorno fissato, il concilio, durando l'assedio di Crema, si tenne non il 13 gennaio (la resa di Crema fu il 25 gennaio) ma il 5 febbraio. Federico, sceso per la terza volta in Italia, presentatosi con un numeroso stuolo di baroni, e cinquanta vescovi tedeschi e lombardi, esortò i convenuti alla giustizia e, dicendo di non volere influire con la sua presenza sulle decisioni dell'assemblea, si ritirò, anche se la sua volontà era apparsa chiara.
Il concilio durò sei giorni; l'11 febbraio (non potevano andare le cose diversamente) fu confermato pontefice Vittore IV; e Alessandro e il re Guglielmo di Sicilia furono da lui scomunicati. Federico Barbarossa, dopo avere reso grandi onori al papa, scrisse ai grandi e ai vescovi dell'impero minacciando con un bando chi si fosse dichiarato fedele ad Alessandro.

Alessandro III, lo attacca fin dal primo giorno. Ricevuta notizia delle decisioni del concilio pavese, dal duomo di Anagni, il Giovedì Santo, scagliò l'anatema su Vittore IV e su Federico Barbarossa, sciolse i suoi sudditi dal giuramento di fedeltà, scomunicò tutti i partigiani dell'antipapa ed inviò legati a tutti i re del mondo cattolico perché riconoscessero solo lui legittimo capo della Chiesa.
Dovunque, fuorché in Germania, Alessandro III ebbe il desiderato riconoscimento; in Lombardia, come nelle altre province della penisola fu predicata la difesa del vero Pontefice e a Milano l'arcivescovo Oberto - proprio lui che alla dieta di Roncaglia aveva sostenuto i diritti imperiali del Barbarossa - ora annunciava al popolo la scomunica lanciata da Alessandro al Barbarossa e a Vittore, e anche lui calcò la mano scomunicando per proprio conto i vescovi di Mantova, di Lodi, di Cremona, e i consoli di Cremona, Novara, Pavia, Lodi e Vercelli, Guido di Biandrate, il Marchese di Monferrato, i conti del Seprio e della Martesana e il castellano di Baradello.
L'avversione all'imperatore si diffonde in molte città italiane, assume forti tinte politiche, e papa Alessandro ben presto diventa il simbolo di questa avversione.

Il Barbarossa che non aveva potuto esautorare Adriano IV -come desiderava-, a Pavia si era presa la rivincita, ma non potè nascondere la sua rabbia e il suo disappunto nel vedere la disapprovazione di quasi tutti gli stati europei; che non era solo una disapprovazione religiosa ma politica. La rabbia la sfogò, concentrando le forze militari su Milano, deciso a punire la città considerata la responsabile principale della rivolta dei Comuni del nord Italia all'autorità imperiale.
Dopo due anni di resistenza, nel 1162, Milano dovette aprire le porte al Barbarossa, che nel punirla fece abbattere tutte le mura di cinta e gran parte delle case che all'interno a queste si appoggiavano. Nel frattempo Vittore IV si era rifugiato in Germania, e a Treviri convocò un concilio per farsi rinnovare la precaria dignità pontificia, che ovviamente la ottenne. Rientrato poi in Italia, il 20 aprile del 1164 moriva a Lucca. Fu rimpiazzato immediatamente con un suo amico, il cardinale Guido di Crema, consacrato dal vescovo di Liegi il 26 aprile con il nome di Pasquale III.
Federico Barbarossa punita Milano fece ritorno in Germania.

Alessandro nello stesso periodo era rientrato a Roma, ma battagliero com'era, non volle limitarsi a fare solo il vescovo di Roma, ma prese a cuore i comuni dell'Italia del Nord, la cui maggior parte avevano preso non solo le sue difese, ma il pontefice era diventato il simbolo della libertà. Stavano stringendo leghe, Milano aveva ricostruito le mura, Alessandro da Roma lanciava appelli a tutti i popoli cristiani; insomma il clima guerresco stava nuovamente riscaldandosi. Divenuto caldissimo, Federico Barbarossa decise questa volta di scendere per la quarta volta in Italia, ma questa volta volle puntare direttamente su Roma. Vi entrò il 22 luglio 1167; gli scontri in città furono tremendi, e a fatica con le armi in mano i tedeschi riuscirono ad occupare San Pietro. Ci misero dentro Pasquale III, il quale servile e zelante mise la corona imperiale sul capo del Barbarossa.
Fra saccheggi, devastazioni, tumulti, scontri armati, Alessandro III era comunque riuscito a sfuggire alla cattura, travestito prima da pellegrino a Terracina, poi riparando a Benevento presso i Normanni.

Barbarossa era convinto che ormai Roma era sua, che era padrone della grande città dell'impero, e non aveva bisogno della nomina a Cesare che gli avevano promesso di dare i romani repubblicani, nè aveva bisogno dell'approvazione del papa. Era Dio che aveva voluto così.
Ma aveva appena ragionato così, quando le prime avvisaglie negative iniziarono a minare il successo. Fra le truppe germaniche nell'afoso fine luglio-agosto iniziò a circolare la peste, la voce popolare diffuse subito in giro che quella era la punizione divina per gli invasori, "gli angeli sterminatori". Infatti il morbo iniziò a decimare l'esercito, gli ufficiali, i nobili al seguito e lo stesso cancelliere Rainaldo di Dassel. Morirono l'arcivescovo RAINALDO di Colonia, che era stato il braccio destro della politica di Federico, il giovane, bello e cavalleresco duca di Svevia, cugino dell'imperatore, GUELFO VII, i conti di NASSAU, di STULTZBACH, di ALTOMONTE, di LIPPE, di TUBINGA, i vescovi di RATISBONA, di PRAGA, di VERDUN, di SPIRA, di LIEGI e molti altri grandi laici ed ecclesiastici. Morì, fra gli altri, il cronista ACERBO MORENA, figlio di Ottone, storico imperiale anche lui. Il terrore e l'angoscia iniziò a serpeggiare nelle file germaniche distruggendo il morale. La resistenza che intanto a Roma si era andata formando, guidata dai Frangipane e dai Pierleoni , riuniti nella circostanza contro un comune nemico, stava colpendo senza pietà le malate truppe tedesche; a quel punto il Barbarosa prese la decisione di abbandonare a tutta fretta il campo, perseguitato da un vessetto biblico tirato fuori per l'occasione dai suoi nemici: "E il Signore mandò un angelo, il quale distrusse ogni valente uomo ed ogni capo e capitano che era nel campo del re degli Assiri; laonde egli se ne tornò svergognato al suo paese".

Ed è quello che fece Barbarossa: mesto mesto volle far ritorno a Pavia. Ma fu un Odissea nell'attraversare le contrade d'Italia. Molte città sbarrarono i passi, costringendo i tedeschi a percorsi micidiali sugli Appennini. La metà del suo esercito febbricitante avanzava disordinatamente, l'altra metà si trascinava dietro carri o barelle con sopra i più autorevoli comandanti in fin di vita, o le loro salme da riportare in patria.
A metà del settembre del 1167 il Barbarossa era a Pavia. Non rassegnandosi all'insuccesso della spedizione romana, pensava ancora alla Lombardia. Nemmeno immaginava che la situazione era - da come l'aveva lasciata - completamente diversa.
Quando volle riunire una dieta a Pavia per organizzare una seconda punizione a Milano, pochissimi furono i rappresentanti di quelle città che credeva amiche. Ne poteva far da solo in quelle misere condizioni in cui era il suo esercito. Inoltre le milizie delle leghe si erano rafforzate e i pochi attacchi che fecero i tedeschi e i loro scarsi alleati, furono egergiamente respinti.
" Fino al mese di marzo 1168 -scrive l'Emiliani-Giudici - Barbarossa continuò a fare una guerra magra, evitando sempre di correre il rischio di impegnarsi in una gran giornata campale: con delle ripetute scaramucce s'ingegnava solo per poter coprire la propria impotenza, la quale si rendeva in ogni scontro più manifesta, e gli tolse perfino la reputazione; e siccome era l'epoca dei giudizi di Dio, da questo suo continuo indietreggiare, scansarsi, o fuggire, i popoli e perfino le sue genti credevano che il cielo ora proteggesse la giusta causa dei ribelli contro la malvagità del loro oppressore.
Federico a quel punto era moralmente sconfitto; restare ancora a lungo in Italia sarebbe stato un irreparabile errore.

Prima che finisse l'inverno, Barbarossa stimò prudente lasciare Pavia, perché un atto di ferocia commesso in città da un tedesco contro un nobile pavese, aveva suscitato una generale indignazione e malcontento. Con poco seguito, evitando di passare dalla Lombardia (in quelle condizioni l'avrebbero annientato) fece un lungo giro, si portò in Piemonte e alla chetichella si trasferì nel Monferrato, e da qui pensò di passare in Borgogna; ma il passaggio di Susa gli fu negato da UMBERTO III di SAVOIA, detto "il Santo" ma "indiavolato" contro l'imperatore perché ai vescovi della sua contea aveva concesso privilegi che oltraggiavano la sua sovranità e occorsero i buoni uffici del marchese Guglielmo del Monferrato e la promessa di revocare le concessioni per far desistere il conte dal rifiuto.
Ma nel passare da Susa, poco mancò che il Barbarossa non finisse ingloriosamente la sua vita, perché, avendo fatto impiccare un nobile bresciano, uno degli ostaggi che si portava dietro in Germania dalla Lombardia, il popolo, sdegnato, si levò a tumulto ed obbligò con le minacce l'imperatore a rimettere in libertà gli altri. Ma poi corsa la voce che in città si era ordita una congiura contro di lui, si travesti da servo e, lasciato nel suo letto un cavaliere che gli rassomigliava, con il favore della notte fuggì e valicò, nel mezzo del 1168, quelle Alpi per le quali, fuggiasco da Spira, Enrico IV era disceso, subendovi al pari di lui un'umiliazione per opera di un altro Savoia. Un'umiliazione quella fuga nella notte, come un ladro, che Barbarossa inizia a rimuginare; il suo primo pensiero nella prossima discesa sarà quello di andare a punire Susa, per poi, con altrettanta ostinazione andarsi ad impantanarsi ad Alessandria, una città che gli fu fatale. Appena Barbarossa si era messo in fuga, a Milano si preparavano alla riscossa e progettavano come metterlo in "trappola" se tornava a scendere in Italia. Nel frattempo a Roma sempre con il sopravvento - solo formale - del partito imperiale: PASQUALE III era morto e il 20 settembre del 1168 gli era stato dato per successore l'ungherese Giovanni da Struma col nome di CALLISTO III, il quale si barricò per mesi e mesi dentro la città papale protetto dai suoi seguaci.
Tuttavia, sebbene fuori, Alessandro III, nella stessa Roma iniziò a godere dell'appoggio dei Frangipani, si era guadagnata l'amicizia di Tusculo ed acquistato in Italia tanta autorità. Le trattative per una pace tra l'imperatore e il Pontefice erano già iniziate quando il papa era a Benevento nella primavera del 1169, ma non approdarono a nulla; furono riprese nel marzo del 1170, a Veroli, dove si recò, inviato da Federico, il vescovo EVERARDO di Bamberga, cui Alessandro III fieramente rispose che il Barbarossa, "se voleva pacificarsi con la Chiesa, doveva umilmente piegare l'orgoglioso capo al Pontefice, mostrarsi benevolo, riverente e grato alla Santa Sede che lo aveva innalzato alla dignità imperiale e non osare di togliere al Papato la libertà che il suo divino istitutore gli aveva concessa". Successo migliore non ebbero le trattative che il Barbarossa cercò d'intavolare con GUGLIELMO II di Sicilia; ma gli riuscì d'impedire che le città dell'Italia centrale aderissero alla Lega Lombarda che già andava propagandosi pure nella Romagna. A quel punto decisie di scendere per la quinta volta in Italia, dopo quell'ignominiosa fuga nel '67 da Susa, per due motivi: riportare l'autorità imperiale in Lombardia, e isolare Alessandro, che stava diventando pericolosamente la bandiera delle lega dei Comuni in Alta Italia.
Barbarossa diede l'annuncio della spedizione in una dieta convocata a Ratisbona nel maggio del 1174 e per allettare i principi a seguirlo non accennò a Roma e al Papato, ma parlò sole di città lombarde. Ciononostante l'annuncio fu accolto con molta freddezza dai grandi, e pochi risposero all'appello.

Nella città lagunare, oltre la pace con l'impero, Alessandro fu riconosciuto dal Barbarossa legittimo papa, e abbandonò al suo destino l'antipapa. Anche il re normanno Guglielmo concluse una pace quindicennale con l'impero; mentre per i Comuni fu stipulata una tregua di sei anni (poi con la pace di Costanza del 1183, otterranno la piena autonomia).

Alessandro finalmente poteva far rientro a Roma a prendere il legittimo possesso della sua sede, questa volta protetto dal vicario imperiale Cristiano di Magonza. Il 12 marzo del 1178 entrò in città accolto da una moltitudine di folla che gli buttava nel percorso fiori, cui seguirono tante feste e tanti giuramenti di fedeltà; ma forse furono feste eccessive perchè Roma si era illusa di veder rispettati gli ideali di quelle libertà comunali che il papa era andato a difendere in Alta Italia lottando contro il Barbarossa suscitando un entusiasmo patriottico in ogni contrada.
Onorato in tutta Europa, solo a Roma cominciò ad essere mal visto. Il popolino e i repubblicani erano come già detto delusi, ma paradossalmente anche i nobili (del suo partito aristocratico-papale) amareggiati, si sentirono traditi, e non ritennero opportuno appoggiare un papa che si era schierato con i Comuni, decisamente contrari a qualsiasi tipo di aristocrazia.
Quanto al Comune, il Senato, anche se era protetto dalle armi della milizia, non era in grado di far rispettare le leggi emanate e tanto meno quelle riguardanti la tutela del papa.

Con questo clima, Innocenzo III si allontanò più volte da Roma. I suoi ultimi anni di pontificato le visse in esilio in varie località del Lazio; nel giugno del 1181 era a Viterbo; e sembra che sollecitasse un intervento a Roma dal vicario imperiale Cristiano di Magonza.
Due mesi dopo, si trovava a Civitacastellana quando il 30 agosto dello stesso anno, morì.

Trasportato a Roma per essere sepolto in Laterano, nel percorso della processione non mancarono degli indegni Romani che furono irriverenti verso la bara di uno dei più grandi pontefici: invece di buttargli i fiori (come quando era rientrato da Venezia a Roma) la bara la presero a sassate.

Indubbiamente con Alessandro il papato emerse alla fine del suo lungo pontificato, più forte, più rispettato e più vitale di quando era salito sulla cattedra di San Pietro.
Quello che però lascia perplessi - lui che era stato nella Lega dei Comuni vessellifero di libertà e al rientro da Venezia era stato ricoperto di fiori - è quella sua non tolleranza a dare queste libertà agli stessi Romani. Pontefice amico delle libertà comunali egli non fu di certo, né del resto, un Papa di quei tempi poteva essere.
Ciò che mise fuori gioco una volta per tutte il democratico spirito del Comune, fu la grande preparazione giuridica di Innocenzo, le sue decretali, l'applicazione della teoria del diritto canonico. Consolidando l'amministrazione papale, creò un perfetto meccanismo e una buona organizzazione di governo, che sviluppandosi in larga misura, quelli del Comune non riuscirono a contrastare.
Del resto, alleandosi con i comuni lombardi Alessandro III non pensò di giovare alla causa della libertà dei Lombardi, ma all'interesse esclusivo del Papato e soltanto da questo interesse fu ancora mosso, quando ad Anagni, tradendo la causa dei Comuni, si accordò con Federico senza nemmeno convocare e interpellare i rappresentanti delle città unite nella Lega che a Legnano avevano sconfitto duramente Barbarossa, pagando con molto sangue e rovine.

Rientrato a settembre del 1178 da Venezia, come si era convenuto in quell'assise, nel marzo del 1179, indisse il terzo concilio lateranense (11° ecumenico). Vi presero parte più di 300 vescovi e un migliaio furono gli interventi.
Furono promulgati molti decreti: quello che impediva gli scismi; la validità dell'elezione del papa solo se c'era una maggioranza di voti dei due terzi; furono deposti tutti quelli che erano stati promossi dagli antipapi; e altri decreti dei vizi del tempo: contro la simonia, contro le usure, l'incontinenza del clero. Poi personalmente Alessandro con attività instancabile, mandò suoi legati nei diversi paesi, si occupò della disciplina monastica ed ecclesistica, trattò con Bisanzio per la riunione della chiesa greca alla latina, aiutò Luigi VII di Francia a liberarsi dai Catari (contro i quali emanò condanna di scomunica), concesse la dignità regia ad Alfonso di Portogallo e il possesso delle terre che avrebbe tolto agli infedeli, confermò l'ordine dei Certosini, canonizzò San Bernardo di Chiaravalle e TOMMASO BECKET (
prelato nominato dal papa arcivescovo di Canterbury, che in perenne ostilità con il re d'Inghilterra che voleva sottrarre al clero la giurisdizione feudale, fu assassinato per essersi opposto e per aver scomunicato i prelati nominati da Enrico).

La storia deve ricordare che, se Alessandro sofferse impavido l'esilio, se riuscì a liberare la chiesa dallo scisma, se ottenne che il Barbarossa gli baciasse i piedi ed umilmente gli tenesse la staffa, si deve anche non dimenticare che coronò la sua politica abile ma tortuosa accettando per ritornare a Roma l'ausilio delle armi imperiali e per mezzo di queste a Roma riuscì ad uccidere la risorta repubblica.

Morto lui, i cardinali, raccolti a Velletri, il 6 settembre 1181 elessero ed ordinarono Pontefice UBALDO ALLUCINGOLI di Lucca, che prese il nome di ....
.... vedi sotto BIOGRAFIA DI PAPA LUCIO III .....


LUCIO III, Ubaldo Allucingoli, di Lucca
(pontificato 1181-1185) Morto Alessandro III il 30 agosto 1181, i cardinali, raccolti a Velletri, il successivo 6 settembre elessero ed ordinarono Pontefice UBALDO ALLUCINGOLI di Lucca, che prese il nome di LUCIO III.
Era vescovo di Ostia e Celletri, già vecchio, ma esperto di cose ecclesiastiche. Innocenzo II lo aveva creato cardinale prete di S. Prassede e lo aveva mandato suo legato in Francia. Papa Eugenio II lo promosse all'ordine dei vescovi e lo inviò in Sicilia. Nei 22 anni, sotto il pontificato di Alessandro III ebbe difficili missioni pontifiecie presso l'Imperatore Federico Barbarossa, dal quale era particolamente stimato.

Appena eletto dovette subito lottare con i Romani per i diritti che essi si arrogavano, volendo concretizzare la libertà comunale in un preciso trattato, mentre il papa - fedele alle consegne del suo predecessore - si mostrava contrario e non voleva affatto riconoscere il Comune.
C'era inoltre fra questi contrasti la causa della città di Tuscolo, contro la quale i cittadini di Roma coltivavano sempre un accanito astio, decisi a sottomettere al loro municipio.

Lucio che solo alla fine dell'inverno andò a risiedere in Roma, fin dalla sua elezione si era chiuso a Segni, e di qui chiamò dalla Tuscia, il vicario imperiale Cristiano di Magonza, che intervenuto con le sue truppe riuscì a disperdere i Romani. Ma quando Cristiano morì proprio a Tuscolo colpito da una grave febbre maligna, nell'estate del 1183, i Romani tornarono minacciosi sotto le mura del turrito castello dopo aver devastato il territorio circostante. Gregorovius riporta così la cronaca: "il loro odio contro il clero era selvaggio e barbaricao; una volta catturarono un certo numero di preti nella Campagna, li accecarono tutti salvo uno, li fecero montare su degli asini e dopo averli incappucciati con mitre e pergamene su cui erano scritte nomi di cardinali, comandarono a quello che avevano rispsarmiato di condurre al papa questo macabro corteo".

Lucio riuscì a fuggire a Verona presso l'imperatore, che pochi mesi prima, il 25 giugno 1183 aveva sottoscritto la pace dei Comuni nella città di Costanza.
(vedi qui i particolari della PACE DI COSTANZA).
Furono soppressi i decreti di Roncaglia, e le città equiparate ai grandi vassalli, ricevendole nella sua grazia, dimenticando il passato, concedendo ad esse le libertà già godute dai Comuni, esigendo solo un tributo e il giuramento di fedeltà delle magistrature liberamente elette.
In quanto alla Chiesa manteneva intatto il concordato di Worms.
Nel novembre 1184, Lucio, celebrò un sinodo alla presenza di Federico Barbarossa, di molti nobili e vescovi. E sempre da Verona fu emanato un decreto comune contro gli eretici di allora, i Catari e i Valdesi, banditi dalla Chiesa e dall'Impero e che stavano rialzando il capo nell'Alta Italia.

Tuttavia in diversi punti sorsero dei forti contrasti di Lucio con l'Imperatore. Quest'ultimo non intendeva cedere alcuni diritti sui beni della contessa Matilde, reclamati dal papa, nè si mostrava disposto ad aiutarlo contro i suoi ribelli romani.
Inoltre Federico voleva incoronare suo figlio il giovane re Enrico, vivente ancora il padre, Lucio si rifiutò di farlo, aggiungendo che "l'esistenza contemporanea di due imperatori era incompatibile con la vera natura dell'Impero". Nè volle confermare i prelati promossi in Germania durante lo scisma. Infine sorse la controversia per l'elezione alla sede di Treviri: Lucio era contro Rodolfo che era stato promosso da Federico, mentre appoggiava Volcmaro.

Contrasti che fecero ben presto riaprire la disputa tra la chiesa e l'impero, che tornarono entrambe sulle strade delle controversie che erano sembrate a Venezia finite.

Si arrivò alla rottura papato-impero. Federico poco benevolmente abbandonò Verona, se ne tornò in Germania, e da qui preannunciò pericolose prospettive per lo Stato della Chiesa.
Infatti annunciò il fidanzamento ufficiale tra suo figlio Enrico (18enne) e Costanza d'Altavilla (30enne), figlia di Ruggero II di Sicilia, zia di Guglielmo, ed erede del regno di Sicilia e di Puglia.
Stava insomma nascendo un legame tra Impero e Normanni. E l'ambizioso Federico stava coltivando un "grande sogno".
Quel che le armi non avrebbero potuto fargli ottenere poteva esser conseguito pacificamente con una unione parentale. Così invece di usare la forza iniziò ad usare i sentimenti per giungere a ciò che bramava: un vasto impero formato dalla Germania, dalla Borgogna, dall'Italia, dai domini bizantini, dalle isole mediterranee, dal regno latino di Terrasanta; insomma qualcosa come la ricostruzione dell'antico impero romano: ecco il sogno meraviglioso del Barbarossa.

Era quello che da sempre temevano i papi, di vedere lo Stato della Chiesa stritolato da nord e da sud.
Ma lo stravolto Lucio non riuscì a vedere più nulla, morì a Verona il 25 novembre 1185. Fu sepolto nel duomo di quella città.

Il giorno stesso, sempre a Verona, fu eletto l'arcivescovo di Milano, Umberto Crivelli e consacrato in duomo il 1° Dicembre col nome di Urbano III.

....vedi biografia di PAPA URBANO III .....



URBANO III, Uberto Crivelli, di Milano
(pontificato 1185-1187) Il giorno stesso della morte di Lucio, sempre a Verona fu eletto l'arcivescovo di Milano, Umberto Crivelli e consacrato in duomo il 1° Dicembre col nome di Urbano III.
Apparteneva alla nobile famiglia milanese dei Crivelli, Studiò a Bologna, fu poi nominato arcivescovo di Bourges, e da Alessandro III creato cardinal prete di S. Lorenzo in Damaso. Era già vescovo di Vercelli quando fu eletto arcivescovo di Milano. Una curia che Urbano volle conservare anche dopo la sua elezione a pontefice.

Salì sul soglio molto preoccupato, perchè la politica che stava facendo Federico era indubbiamente tale da preoccupare. Guglielmo di Sicilia era vecchio e non aveva figli, e acconsentendo che la matura Costanza sua zia e figlia di Ruggero diventasse sua erede e sposasse il giovanizzimo figlio di Federico Barbarossa, voleva dire che a breve termine l'imperatore con i suoi tentacoli avrebbe chiuso in una morsa da nord e da sud lo Stato della Chiesa.

I contrasti intanto proseguivano e nonostante le numerose trattative, non ne venne risolto alcuno. Anche perchè nella residenza forzata di Verona, Urbano stava subendo un forte isolamento.
Federico, senza preoccuparsi del papa, e a onta delle sue proteste, anzi a suo dispetto, celebrò le nozze del figlio che ebbero luogo in Milano, il 27 gennaio del 1186 nella basilica di Sant'Ambrogio, splendidamente addobbata per l'occasione. Dopo il matrimonio, FEDERICO fu coronato re di Borgogna per mano dell'arcivescovo Ainardo di Vienne. COSTANZA fu coronata regina di Germania ed ENRICO VI ricevette la corona d'Italia dal patriarca d'Aquileia.

Il Pontefice volle vendicarsi sospendendo dagli uffici divini il patriarca, sospendendo i vescovi che avevano partecipato a quella cerimonia, consacrando l'arcivescovo di Treviri appartenente alla fazione antimperiale, e infine cercò di muovere a nuove ribellioni le città lombarde. Anche se poi in seguito cambiò parere, e nell'ultimo periodo del suo pontificato cercò diplomaticamente di riaccostarsi al Barbarossa, mostrandosi aperto a delle trattative.

L'imperatore inviò a Verona una delegazione, ma Urbano volle ribadire che sulla questione di Treviri non cedeva e che la cosa più opportuna da farsi era semmai una nuova elezione, che Federico sembrò anche accettare. Mentre ribadendo Urbano il possesso della Chiesa dei beni matildiani, Federico non volle sentir ragione, anzi insediando nei domini imperiali del centro Italia come reggente il figlio Enrico IV, questi sconfinava spesso nel Lazio, trovando sulla sua strada ottimi alleati i comunali Romani, che continuavano a maltrattare il clero rimasto nella sede papale senza papa.

Urbano da Verona stava lanciando la scomunica all'imperatore e a suo figlio, ma a dissuaderlo furono i Veronesi intimoriti di una vendetta di Federico sulla loro città.
Anzi le autorità di Verona, più fedeli a Federico che non a Urbano, gli imposero di togliere la sua residenza da Verona. Caduta ogni speranza di poter tornare a Roma, il papa si trasferì a Ferrara, dove poche settimane il trasloco il 10 ottobre 1187 morì, mentre forse stava preparando a bandire la terza Crociata in Terrasanta. Ma si hanno dei dubbi che sapesse cosa era successo soli sei giorni prima della sua morte.

Dalla cronaca però noi sappiamo che era suonate ore drammatiche a Gerusalemme. Le due potenze confinanti islamiche, Siria ed Egitto si erano unite per opera del sultano di Aleppo, Nue ed-din, e del suo successore Saladino. Quest'ultimo - favorito da una scarsa prudenza dei baroni e dei principi latini (sempre litigiosi fra di loro) - dopo aver predicato la "guerra santa" e la guerra totale contro Gerusalemme, investì Tiberiade, Nazareth, Accona, Ascalona, poi a Hattin massacrò l'esercito regio venuto in soccorso della Città Santa. Questa, assediata da Saladino, cadde nelle sue mani il 3 ottobre 1187, e contemporaneamente fu occupato tutto il regno di Gerusalamme, salvo poche città della Siria settentrionale.

I cronisti posteriori panegiristi di Urbano, scrissero che il dolore provocato dalla caduta di Gerusalemme gli commosse il cuore così tanto da morirne, sussurrando nella sua agonia la Crociata.

Più verosimile appare la versione che Urbano colpito dalle gravi notizie che giungevano da qualche tempo dall'Oriente, e a conoscenza dei grandi preparativi degli islamici, in quell'isolamento in cui si trovava, forse - per riunire nuovamente la ostile Europa che quasi intera gli aveva voltato le spalle - ebbe l'idea di concepire la nuova crociata.

Comunque sia, prima o dopo, quando giunse l'annuncio della caduta del Santo Sepolcro nelle mani degli infedeli, produsse grandissima commozione in tutta l'Europa. Sovrani, baroni e popoli arsero improvvisamente del desiderio di liberare la Città Santa. Il successore di Urbano non fece nessuna fatica per stimolare questo desiderio, e aggiunse che queste "erano le ultime volontà del pontefice morto".
Alla salma di Urbano III i ferraresi resero solenni onoranze funebri
e lo vollero seppellire nella loro cattedrale.

Passarono alcuni giorni, poi il il 21 ottobre, nella stessa Ferrara venne eletto a succedergli Alberto di Mora di Benevento, consacrato il 25 dello stesso mese papa col nome di GREGORIO VIII.

.... vedi sotto biografia di PAPA GREGORIO VIII ....

GREGORIO VIII, Alberto de Morra. di Benevento
(pontificato 1187) Abbiamo riportato nelle pagine precedenti che l'annuncio della caduta del Santo Sepolcro nelle mani degli infedeli produsse grandissima commozione in tutta l'Europa. Sovrani, baroni e popoli arsero improvvisamente del desiderio di liberare la Città Santa, e il nuovo Pontefice Alberto de Morra, papa GREGORIO VIII (eletto a Ferrara il 21 ottobre, consacrato il 25), bramoso di giovare alla nobile causa per cui si era reso famoso Urbano II, iniziò subito trattative di pace con re Enrico e si recò a Pisa per riconciliarla con Genova e spingere le due repubbliche marinare alla nuova crociata.

Alberto di Morra di Benevento, già maestro di studio di Bologna e dal 1155 cardinale. Nel 1167 ebbe da Alessandro III la legazione in Dalmazia e Ungheria, e dal 1171 al 1173 in Inghilterra.
Era tuttavia un devoto a Federico Barbarossa e favorì una politica di concilizaione tra lui e la Chiesa. Nel 1178 fu nominato Cancelliere della Chiesa Romana.
Di esperienza, fra l'altro internazionale, ne aveva. Purtroppo era già molto anziano quando a Ferrara fu scelto successore di Urbano III. Un compito molto difficile, con le condizione della Chiesa in gravissime condizioni. Con la stessa sede pontificia vuota per grave colpa dei Romani; e appena eletto non dimenticò di rinnovare a loro la scomunica.

Proprio per i buoni rapporti che aveva con Federico gli scrisse benevolmente, esprimendo il desiderio di far pace; gli promise di ripettare i suoi diritti sulla Sicilia, si mostrò propenso a conferire a Enrico VI l'incoronazione imperiale negata da Urbano, gli accennò la Crociata.
Per infervorare questa, volle riconciliare anche Pisa e Genova (utile entrambe alla Crociata) si recò a dicembre nella prima città, fece pubbliche preghiere, e proclamò una "tregua di Dio" a tutti gli stati per sette anni, per favorire la Crociata.
Fece tutto questo in nemmeno due mesi di pontificato (53 giorni), ma proprio mentre si trovava a Pisa, il 17 dicembre lo colse la morte.

Due giorni dopo, il 19 dicembre, gli fu dato come successore il romano Paolino Scolari che prese il nome di CLEMENTE III.
.... vedi sotto biografia PAPA CLEMENTE III .....


CLEMENTE III, Paolo Scolari, romano

(pontificato 1187-1191)
Il 17 dicembre moriva Gregorio VIII, due giorni dopo, il 19 dicembre 1187, il collegio cardinalizio elesse a Pisa e consacrato in duomo il giorno successivo il cardinale vescovo Paolo di Palestrina, che prese il nome di Clemente III.
Lui Romano di nascita, primo obiettivo che si prefissò immediatamente fu quello di far pace con la repubblica romana, che dai tempi di Innocenzo II e di Arnaldo di Brescia aveva sempre combattuto contro i papi.
Da Pisa iniziò subito le trattative, e già ai primi di febbraio, accompagnato da Leone console, accolto con molto onore, fece il suo ingresso a Roma. Poi il 31 maggio stipulò l'accordo con il Senato che si impegnava con un giuramento a riconoscere il papa come principe supremo, mentre lui investiva il Campidoglio della dignità sua.
Oltre questo, il papa si riservò il diritto di coniare moneta; tornarono a lui tutti i precedenti redditi; con i donativi si impegnò a riparare tutti i danni di guerra e a finanziare gli ordini amministrativi; a spendere cento libbre d'oro all'anno per restaurare le mura di Roma; a concedere dei donativi in denaro ai Senatori; a impiegare- pagandola- la milizia romana per la difesa del suo patrimonio.
Quello strumento che compilò e giurò il Senato nell'anno quarantaquattresimo della sua istituzione, l'ultimo giorno di maggio del 1188, ci fu per buona fortuna conservato.
"Da quarantaquattro anni, da quando - scrive il Comani - esisteva il Senato romano, i Pontefici erano stati incessantemente vittime di questa rivoluzione civica: vedemmo Innocenzo II e Celestino II finir tristemente la vita; Lucio II morire di una sassata; Eugenio, Alessandro, Lucio III, Urbano III, Gregorio VIII passar la vita erranti ed esuli. Adesso finalmente Clemente III riconduceva il Papato a Roma, ma concludeva una pace con la città, come una potenza autonoma che lui ufficialmente per tale riconosceva".

Questi passi pacifici e di riconoscimento del papa verso la repubblica romana, ovviamente obbligò l'alta nobiltà a riconoscere il Senato e, non volendo rimanere fuori gioco, alcuni nobili dicendo che volevano dargli (come nell'antica Roma) un senso aristocratico, vi inserirono dei loro membri. Cosicchè ben presto l'origine democratica della Repubblica comincio ad essere stravolta. Anzi le conquiste liberali dei democratici (del popolo e della borghesia) i nobili le fecero proprie.
Era comunque un grosso successo, e il Comune di Roma godette alcune conquiste al pari degli altri Comuni italiani.
Questo era il frutto delle vittorie lombarde, ma anche dell'energica resistenza opposta dai Romani contro l'imperatore, contro il papa, contro l'alta nobiltà. L'affermazione della democrazia romana è un avvenimento rilevante di questa periodo; ed infatti, quantunque mancassero quelle buone fortune e quei solidi ordinamenti che avevano avute e conseguite le città della Lombardia e della Toscana, tuttavia i Romani diedero prova di dignità, di fermezza e di circospetta accortezza.
Nel complesso, Roma si pose con il papa in quei medesimi obblighi che le città lombarde avevano stabilito tra loro e l'imperatore, ossia si tornò ai trattati conclusi ai tempi di Eugenio III e di Alessandro III.
Non vi era alcun articolo che definiva se la repubblica aveva il diritto di far guerra e pace con i suoi nemici senza l'intervento del papa; ma questo era sottinteso perché Roma era libera, e il Santo Padre nella sua città si trovava in condizioni eguali a quelle di altri vescovi nelle città libere, sebbene con gran riverenza gli fossero tributati titoli e onori di podestà temporale.

"In tal modo la costituzione dell'anno 1188 segnò un rilevante progresso del comune romano; fu così spazzata via la podestà imperiale dell'età dei Carolingi, e analogamente la podestà patrizia del tempo dei Franchi. Ai diritti imperiali non si dava più retta. Veniva sciolto ogni vincolo di Roma con l'impero, dal momento che i Papi avevano acquisito libertà di elezione.
FEDERICO I nella sua investitura -quella del 1155 quando si fece incoronare con tutta la città in piena ribellione- aveva disprezzato i voti dei Romani, ma poi nel trattato di Anagni, rinunciando alla prefettura, aveva nel contempo rinunciato alla podestà imperiale.
La città dunque, era uscita dai lacci degli antichi legami; il papa non aveva più potere di governo né di legislazione, il suo stato temporale era ristretto al solo possedimento di regalie e di beni ecclesiastici, tuttavia non cessavano i concreti e speciali caratteristici rapporti feudali.
"Quindi il Pontefice era ugualmente potente, perché continuava ad essere il maggior possidente di terre, perché aveva e poteva disporre dei suoi maggiori feudi, e perché su questi avendone l'antico diritto poteva chiamare in armi numerosi vassalli.
Mentre la sua autorità - su Roma- come principe territoriale, consisteva soltanto nell'investitura che egli concedeva ai magistrati della repubblica liberamente eletti dal Comune; nell'associazione dei suoi ordini giudiziari con quelli civici; nelle controversie di natura mista.
Pertanto la cessazione della potestà pontificia, che avvenne grazie alla sola forza del Comune romano, è uno dei fatti più gloriosi nella storia di Roma, ai tempi di mezzo: soltanto adesso la città riuscì nuovamente a pretendere la stima del mondo civile"(Comano). Chiusa nel miglior modo la questione, Clemente III rivolse le sue premure alle Crociate. Ormai in Europa -dopo le umilianti vittorie di Saladino (1187) che aveva espugnato prima S.G. d'Acri poi Gerusalemme- non si pensava che alla crociata. Per promuoverle il papa doveva però prima risolvere i vecchi problemi che avevano inquinato i rapporti della Chiesa con l'Impero; infatti, le vecchie discordie non erano ancora state ancora appianate. Con Federico Barbarossa, compose la questione del vescovado di Treviri, e alla Dieta di Magonza del 27 marzo 1188, lo stesso imperatore gli promise di partire subito per la Crociata (anche se poi il realtà partì l'anno dopo).
Quanto alla Francia e all'Inghilterra, Filippo II Augusto di Francia ed Enrico II d'Inghilterra, pure loro si riconciliarono e acconsentirono di partire per la Santa missione.
Genova e Pisa, messi in disparte gli odi, si misero ad allestire flotte; i Veneziani in lotta con gli Ungari per la città di Zara, stipularono una tregua e richiamarono navi e i marinai che risiedevano nei porti stranieri

Nel marzo del 1188, aderì anche Guglielmo II di Sicilia, il quale - primo a muoversi - inviando una flotta nei mari della Siria, il suo intervento si rivelò abbastanza felice, perchè impedì a Saladino di occupare Tripoli.
Francia e Inghilterra dovevano partire per la Palestina nella primavera del 1189, ma il progettò andò a monte per la improvvisa morte di Enrico II d'Inghilterra. Il figlio e successore Riccardo Cuor di Leone, fu costretto a rinviare la partenza all'anno successivo.
Nel frattempo, l''11 maggio 1189 Federico Barbarossa con un esercito di 100.000 uomini era già partito per l'Oriente preceduto da un'armata tosco-romagnola, capitanata dagli arcivescovi di Pisa e di Ravenna.
L'esercito del Barbarossa prese la via dell'Ungheria; dopo aver attraversato il Bosforo, entrato nel territorio bizantino dovette aprirsi il passo con le armi, per l'alleanza che l'imperatore greco (rovesciando così le alleanze) Angelo Isacco aveva stretto con il Saladino;
Per le violenze e l'arroganza dei nuovi arrivati Bisanzio era stata costretta ripetutamente ad allearsi con i turchi perché si era accorta che la presenza latina le causava più danni che vantaggi. Isacco come aveva fatto prima Commeno, si convinse che invece di aiutarli i crociati era meglio ostacolarli.
Non li aveva apertamente incitati a combattere gli uomini di Barbarossa, ma aveva dato l'ordine di creare una serie di ostacoli lungo il percorso. E di ostacoli l'imperatore ne trovò molti. Del resto i paesi che i centomila soldati attraversavano, diventavano desolati come il passaggio di uno sciame di cavallette.
Queste brutte notizie precedevano il loro arrivo e causarono la fuga degli abitanti lasciando i paesi lungo il percorso senza alcune risorse. cosicchè l'esercito affamato si stava già dirigendo verso Costantinopoli proprio come "cavallette"
Forse Federico intuì il doppio gioco bizantino, e invece di inviare messaggeri a Costantinopoli, scrisse al figlio in Italia, di procurarsi subito una flotta e dirigersi verso la Grecia.
Preso dal panico, Isacco inviò a Barbarossa aiuti e un'ambasceria per riferire che acconsentiva ad approvvigionare l'esercito; poi gli andò perfino incontro con i viveri, e promise pure che appena arrivati sul Mar Nero, era disponibile a trasportarlo via mare in Asia Minore. Così fu, impedendo all'esercito di nemmeno sfiorare la capitale.
ISACCO evitò così, con 14 anni d'anticipo quanto accadrà poi al suo successore: il feroce saccheggio di Costantinopoli, con le "cavallette" della Quarta Crociata.

Messo piede in Asia Minore, Barbarossa espugnò Iconio e, vincendo gli ostacoli del nemico, l'arsura della sete, le fatiche delle marce e il tormento dei calori estivi, oltrepassato il Tauro, puntò verso la Siria. Stava per congiungersi con i Cristiani in Siria quando all'esercito dei crociati tedeschi mancò improvvisamente il capo.
Era il 10 di giugno del 1190, poco dopo mezzogiorno; prendendo un bagno dopo il pasto nel fiume Salef, forse per un malore dovuto ad una congestione o una crisi cardiaca (aveva 68 anni) Barbarossa si accasciò in pochi centimetri d'acqua, e lentamente senza che nessuno si accorgesse del dramma, scivolò via lungo la corrente.
" L'acqua - scrisse Athir che era presente - arrivava appena all'anca; l'Imperatore scomparve all'improvviso e quando riemerse a sole poche decine di metri più a valle era già un cadavere che galleggiava".
Il suo già malridotto esercito senza validi condottieri capaci di essere all'altezza di una situazione così disperata, in una zona come abbiamo appena letto così ostile, rimase in balia degli eventi per qualche ora, poi nella confusione si disperse con una massiccia diserzione.
Finiva così in un dramma della fatalità dentro una pozzanghera d'acqua, la imponente spedizione di centomila uomini dell'imperatore tedesco che aveva le intenzioni di conquistare l'Asia, che aveva fatto parlare di sé tutta Europa, che aveva terrorizzato sei volte l'Italia, dominato in Germania, sfidato cinque papa, lottato contro le autonomie locali, assediato cento città, incenerito Milano.
Moriva affogato in un banalissimo rinfrescante pediluvio, l'uomo che voleva coronare la sua carriera con le gesta di Alessandro Magno.

Per la stessa meta finalmente partirono i crociati inglesi e francesi nella primavera del 1191. La città di S. Giovanni d'Acri si arrese il 12 luglio 1191; ma la vittoria venne guastata oltre che dalle gravi perdite delle milizie latine, dalla discordia fra il re di Francia e Riccardo Cuor di Leone. Il primo ripartì il 31 luglio, e lasciò l'altro a combattere con le idee molto confuse.

Clemente a Roma non seppe nulla di questi ultimi avvenimenti in Terrasanta, in marzo dello stesso anno 1191 era già morto. Ed era morto senza aver risolto un altro grosso problema, che dopo di lui diventerà ancora più grande, quando poi (9 giugno) venne a mancare il Barbarossa e la successione passò al figlio Enrico VI.

Ma prima ancora della morte di Clemente e dello stesso Barbarossa, erano nate delle grosse complicazioni fra Papato e Impero. Per raccontarle noi dobbiamo ritornare al Regno Normanno. Pochi mesi dopo la partenza di Barbarossa, il 18 novembre del 1189 moriva GUGLIELMO II "il Buono" a soli 36 anni di età, e 24 di regno; senza prole, lasciando la corona alla normanna Costanza d'Altavilla, andata in moglie al figlio di Barbarossa, appunto ad Enrico VI. Quindi la Sicilia era suo appannaggio anche se il regno, secondo l'ordinamento feudale, ricadeva alla Sede Pontificia.
Enrico avanzò subito queste pretese al Papa ed era così determinato che minacciò di scendere armato in Italia per riprendersi il regno che gli spettava. Ancora più determinato quando - morto il 9 giugno 1190 il padre - Enrico VI gli succedette come imperatore.

Senonchè, nel frattempo spuntò fuori un figlio naturale di Ruggero II, Tancredi di Lecce (ramo illegittimo della dinastia normanna; favorito dal popolo per il timore di una dinastia germanica). Pretendeva lui il regno di Sicilia. Clemente era ancora vivo, e probabilmente fu lui a suggerire (o certamente ad approvare) l'incoronazione di Re Ruggero fatta dall'arcivescovo di Palermo. Indubbiamente a Roma il papa si preoccupava molto di vedere unita la Sicilia normanna all'Impero germanico, e la "carta" giocata con Tancredi anticipava le pretese del tedesco.
Ma il 13 febbraio del 1191 Enrico era già a Bologna e si preparava a scendere su Roma, dove Clemente l'avrebbe incoronato imperatore nel giorno di Pasqua e certamente con lui avrebbe discusso sul regno di Sicilia.
Ma prima di mettersi in viaggio per Roma, Clemente in marzo moriva, liberandosi da quell'increscioso incontro.

L'eredità che lasciò era piuttosto complicata e la situazione inoltre rischiava di precipitare, perchè Enrico VI con il suo esercito stava marciando su Roma. Ne erano ben coscienti i cardinali riuniti a collegio per l'elezione del nuovo pontefice. Infatti il 30 marzo in gran fretta decisero di eleggere il successore di Clemente III nella persona di un vecchio di 85 anni, Giacinto Bobone (Bobo), un romano della famiglia degli Orsini. Fu consacrato il 14 aprile 1191 col nome di Celestino III.

...vedi sotto biografia PAPA CELESTINO III ...


CELESTINO III, Giacinto Bobone Orsini, romano
(pontificato 1191-1198)
Clemente III era morto in marzo, Enrico VI stava marciando con il suo esercito su Roma per farsi incoronare imperatore, ma anche per avanzare le sue pretese sul regno di Sicilia, dove con l'approvazione dell'investitura papale, a Palermo la corona era stata già data a Tancredi.
Nessuno tra i grandi vassalli del reame di Sicilia, vedeva di buon occhio che il regno passasse sotto lo scettro tedesco di Enrico VI. Fu per questo motivo che i baroni e i prelati del regno, riunitisi a parlamento, avevano eletto re TANCREDI conte di Lecce.

Il collegio dei cardinali in gran fretta il 30 marzo
decisero di eleggere il successore di Clemente III nella persona di un vecchio di 85 anni, Giacinto Bobone (Bobo), un romano della famiglia degli Orsini. L'anziano cardinale volendosi sottrarre all'obbligo di incoronare il giovine Enrico VI, indugiò a prendere l'ordinazione, senza la quale non avrebbe potuto conferire al sovrano la corona imperiale. A rompere gl'indugi e a vincere i pretesti del Papa ci fu una circostanza imprevista. I Tusculani ( da sempre irriduciibili rivali dei romani) avevano chiesto aiuto ad Enrico ed avevano già ricevuto un presidio tedesco nella loro città. Questo fatto aveva irritato i Romani, i quali fecero sapere ad Enrico che si sarebbero opposti all'incoronazione se lui non avesse ritirato la guarnigione. Il re promise di consegnare Tusculo nelle mani del Papa, dal quale i Romani l'avrebbero ricevuta, ma solo se lo avessero indotto a incoronarlo. Era un infame compromesso-ricatto contro il quale Il vecchio cardinale non osò alzare la voce. Il 14 aprile fu consacrato col nome di Celestino III, e il dì seguente, a S. Pietro, concesse la corona imperiale ad Enrico VI ed alla regina Costanza.

Com'era nei patti, il 17 aprile il nuovo imperatore diede Tusculo al Papa e questi la consegnò agl'implacabili suoi nemici i quali gioirono con la vendetta covata da anni; distrussero l'antichissima patria dei Catoni e fecero scempio degli abitanti, i cui pochi superstiti trovarono asilo a Frascati e nei luoghi vicini.
Nel patto c'era anche l'ammonizione del papa di non toccare il regno di Sicilia, ma Enrico VI sordo a questa richiesta, lasciò Roma e con la moglie al seguito partì
con il suo esercito verso la Puglia.

Qualcosa l'imperatore concluse, impadronendosi di tanti territori; ne poteva conquistare degli altri, dare scacco a Tancredi, ma poi un'epidemia che colpì gran parte del suo esercito e lui stesso, fu costretto a tornarsene indietro, anche perchè in patria erano sorti dei problemi con i Guelfi. Sua moglie Costanza che si era pure lei ammalata e si era rifugiata a Salerno per farsi curare da quella famosa scuola di medicina, fu però presa in ostaggio dai salernitani e inviata poi a Tancredi.
Tancredi e ra da poco tornato in Sicilia, quando, sul finire del 1193, una grande sventura si abbatté sul suo capo: moriva Ruggero, suo amatissimo primogenito, che era stato dal padre associato al regno ed aveva preso in sposa la bella e giovane Irene, figlia dell'imperatore bizantino ANGELO ISACCO di Costantinopoli.
Tancredi, provvide subito alla successione eleggendo il secondogenito Guglielmo III, ancora fanciullo, ma non riuscì a sopportare a lungo il dolore cagionatogli dalla perdita del figlio e, ammalatosi, cessò di vivere anche lui non molti giorni dopo, il 20 febbraio del 1194, lasciando la tutela dell'erede alla regina Sibilla.
Liberatosi dei Guelfi e favorito quindi dalle luttuose circostanze, Enrico VI calò nuovamente in Italia quattro mesi dopo, nel giugno del 1194 con un poderoso esercito; sicuro questa volta di non incontrare nessuna resistenza nel regno normanno. E in effetti la nuova campagna fu migliore della precedente. Molte città si diedero a lui, altre furono prese con le armi, in Puglia come in Sicilia.
Resosi padrone anche di tutta la Sicilia orientale, all'imperatore non restava che la capitale, e quindi marciò su Palermo. Vi giunse nel mese di novembre e, intimata la resa, si vide aprire le porte. Un gesto che i Palermitani si dovettero amaramente pentire, ma del resto non avrebbero mai potuto resistere alla numerosa soldataglia che l'avrebbe conquistata comunque e, guardando alla triste fine di Salerno, Catania e Siracusa, anche Palermo non sarebbe stata certamente risparmiata dalla distruzione dei nuovi barbari.

Alcuni storici affermano che furono i costumi troppo rilassanti della corte Normanna a impedire che i Palermitani reagissero, perchè sembra impossibile la scomparsa di quel potente esercito che esisteva all'epoca di Ruggero II. Forse il partito che non aveva molte simpatie per Tancredi, sperò in un provvidenziale ritorno di Costanza, la figlia di Ruggero, ora consorte di Enrico VI. Ma quando suo marito iniziò a colpire gli avversari con le feroci repressioni, si accorsero ben presto che Costanza non era più la figlia di Ruggero II, bensì un'imperatrice plagiata dal sovrano germanico. Conquistata con facilità pure la capitale, tutto il reame normanno era caduto nelle mani dell'imperatore Germanico.
Per le feroci le repressioni, e quando l'autoritarismo del tedesco divenne ancora più spietato, nel 1196-97 a Palermo scoppiò un'insurrezione generale; Enrico calcò la mano e ordinò altre sanguinose repressioni, esecuzioni in massa, accecò molti nobili che vi avevano preso parte, e fatti uscire i nobili che erano già in prigione da due anni, fece strappare gli occhi anche a loro.
Con il pretesto della congiura e di voler punire i colpevoli Enrico VI sfogò ferocemente i suoi istinti sanguinari. Le carceri di Palermo rigurgitarono di prigionieri appartenenti alle più cospicue famiglie del regno; processi sommari furono istruiti a carico di baroni, vescovi e dignitari della corte normanna, e i carnefici ebbero un gran da fare, impiccando, scorticando, bruciando, accecando, mutilando orribilmente i condannati.
Non contento di avere sfogata la sua crudeltà sui vivi, il tedesco inferocì sui morti: ordinò che i cadaveri di Tancredi di Lecce e del figlio Ruggero fossero dissepolti solo per togliere dal loro capo le corone.
Quanto alla regina Sibilla, prestando fede alle parole del vincitore, si recò con il figlio a Palermo, fece atto di sottomissione e depose la corona; ma ben presto conobbe a quale belva si era affidata. ENRICO radunato il parlamento, riceveva la corona dall'arcivescovo Bartolomeo Offamill succeduto al fratello Gualtiero. La notte di Natale del 1194 Enrico VI, figlio di Federico Barbarossa, fu incoronato Re di Sicilia.
In un angolo, appartati, erano presenti anche il piccolo Guglielmo III d'Altavilla, ultimo Re Normanno, e la madre Sibilla. Enrico offrì al detronizzato re la contea di Lecce e Taranto, ma dopo tre giorni, con la scusa di un complotto, lo fece arrestare insieme alla madre e ad altri nobili. L'atto indegno - vista la giovane età di Guglielmo ed il fatto che la povera Sibilla non aveva nemmeno un difensore - in alcuni nobili risvegliò un senso di ribellione.
L'imperatore costituì reggente del reame normanno la moglie Costanza - che il giorno dopo la sua incoronazione, passando da Jesi, nella marca d'Ancona, dava alla luce un figlio cui era posto il nome di FEDERICO.
I timori che nuttiva il papa, iniziarono ad essere giustificati, quando anche il fratello di Enrico VI, Filippo, messo a governare la Toscana, iniziò ad effettuare in continuazione scorrerie nel Lazio, finchè si prese la scomunica dal papa. Era chiaro che l'Imperatore voleva annientare lo Stato della Chiesa per riunire tutta l'Italia all'impero, stritolando in mezzo il papato. Tuttavia Enrico o come diversivo su ciò che andava tramando, o per vendicare il padre morto in Siria nell'ultima Crociata, o perchè non voleva rompere del tutto con il papato, rinnovò la sua fedeltà al vicario di Cristo e concepì una nuova Crociata in Terrasanta. E il papa non poteva certo tirarsi indietro di fronte ad una santa iniziativa come quella.

Ma per quanto vecchio, quasi novantenne, Celestino ebbe molti dubbi sui propositi e sulla fedeltà del tedesco, rimase diffidente e respinse le tante proposte che l'imperatore gli aveva sottoposto. E fra queste, una audace, che nemmeno il Barbarossa si sarebbe mai sognato di fare: l'investitura dell'impero mediante la consegna di un globo d'oro. Significava in tal modo che l'impero sarebbe stato dichiarato un impero-feudo conferito dal papa e che lo stesso papa diventava solo una autorità spirituale e non più temporale.
Celestino chiese prima una proroga per decidere, poi non accettò l'offerta. Lui e la Chiesa avevano fatto la scelta. Se lui acconsentiva, e dava il riconoscimento alla dinastia Sveva del vasto impero che andava dalla Germania alla Sicilia, la Chiesa finiva nella morsa dello strapotere imperiale, e finiva per essere uno Stato vassallo, apparente, perchè senza un proprio territorio. Infatti, il suo potere era era ridotto a nulla, lui stesso era vacillante dentro le mura di Roma.
A mettersi di traverso alla questione ci si mise la morte. Il 20 settembre 1197 (a Messina dove si erano concentrati numerosi crociati) a solo 32 anni moriva Enrico VI, lasciando l'eredità al figlioletto (Federico II, di soli tre anni) e a sua madre Costanza.
Morte misteriosa, (alcuni dicono) dopo aver bevuto un bicchiere d'acqua fredda, forse una congestione, o forse avvelenato
(dicono altri) per ordine della moglie Costanza. Ad ogni modo, l'uomo che voleva conquistare il mondo, seguendo lo stesso progetto del padre miseramente annegato in una pozzanghera, Enrico VI penosamente annegava in un bicchier d'acqua.
Mentre Celestino III, a 92 anni, spirava poco più di due mesi dopo, l'8 gennaio 1198.

Il primo moriva in un tempo molto pericoloso per la Chiesa, perchè Enrico VI era giovane, audace, senza scupoli, spietato, inoltre ben protetto dagli altrettanti audaci e valorosi fratelli, Corrado di Svevia e Filippo di Toscana.
Il secondo moriva nel momento in cui c'era non bisogno di un uomo di 92 anni, per quanto valido, ma occorreva nel delicato momento un giovane papa vigoroso, preparato alla lotta.
E più che una elezione liturgica, occorreva nella scelta un atto laico, politico, e poi altrove far seguire le cerimonie sacre. Insomma il pontificato si presentava quanto mai difficile, con tante incertezze; e anche se la grande contesa fra papato e impero con la morte di Enrico VI parve sopita, era chiaro che presto sarebbe ricominciata con gravi conseguenze.

L'uomo giusto, giovane, fu trovato in quello che viene considerato il primo conclave della storia.
La scelta cadde sul 37enne cardinale Lotario dei Conti di Segni, Papa Innocenzo III.
...vedi sotto biografia PAPA INNOCENZO III ...

INNOCENZO III, Lotario, conti Segni, di Anagni
(pontificato 1198-1216)
Morto Celestino III, l'8 gennaio 1198, l'elezione del successore avvenne in un vecchio casolare, nel Septizonio sul Palatino, trasformato in una fortezza. Il rudere era di proprietà dei Frangipane; il collegio dei cardinali vi tennero un conclave, che alcuni storici considerano il primo della storia; per la prima volta sono distribuite delle schede per esprimere i voti del prescelto. Schede che vengono poi bruciate dopo la conta onde non lasciar traccia al pontefice che viene eletto dei nomi di chi non lo ha votato.

Come abbiamo già detto in fondo alla biografia di Celestino, per la nuova candidatura
la scelta si presentava quanto mai difficile. L'autorità spirituale e temporale del papa era in decadenza, a causa dei soprusi imperiali e delle ribellioni romane. Occorreva per il delicato momento un giovane papa vigoroso, preparato alla lotta, dunque più che una elezione liturgica, occorreva nella scelta un atto laico, politico.

La scelta con voto unanime cadde sull'uomo che occorreva in quel momento: sul cardinale Lotario, figlio di Trasamondo conte di Segni e della romana Claricia Scotti. Nato ad Anagni nel 1160, quindi aveva 37 anni. Come i nobili romani destinati alla vita ecclesistica, giovanissimo aveva studiato telologia a Parigi, dove ebbe maestro Pietro di Corbeil. A Bologna frequentò la scuola di diritto e tornato a Roma verso il 1185, venne creato suddiacono nel 1187, e nel 1190 cardinale diacono da Clemente III, che era suo zio per parte di madre. Tuttavia, se doveva la rapidità della sua carriera allo zio, il giovane possedeva di suo ingegno, cultura e prudenza. Prova ne sia che essendoci state delle rivalità degli Orsini (alle quali apparteneva il precedente Celestino III) nei confronti dei Conti, avendolo il papa messo in disparte, senza polemizzare, si era ritirato nelle sue terre e nella solitudine aveva cercato conforto vergando le pagine di quel famoso libro, intitolato "De contemptu mundi", in cui il futuro Pontefice si scagliava atrocemente contro le vanità del mondo.

L' elezione fu suggerita certamente dalla fama che già circondava il giovane cardinale. Ma si trattò di un vero e proprio colpo di mano, al quale il popolo non volle o non seppe reagire. Questo più che alla democratica conquista, pensò alle ricche elargizioni di denaro che certamente sarebbero seguite nell'eleggere il rampollo della potente famiglia dei Conti che proprio in questi ultimi anni andava affermando la propria potenza nella Campagna e nella Marittima.
Tuttavia, fu una buona scelta, che andò oltre ogni previsione; il risultato finale fu quello che la vita religiosa dell'Europa occidentale fu organizzata e diretta come mai prima; dinuovo "tutte le strade conducevano a Roma"; e mai come prima fu vera quella frase che ogni fedele recitava "Adbveniat regnum tuum"; Stato e Chiesa sotto la teocrazia di Innocenzo militò per quasi vent'anni.

Il colpo di mano fu completato, quando il papa prima ancora della sua incoronazione, iniziò a rivendicare il Senato come privilegio pontificio. E gli fu anche facile esautorarlo, perchè se l'anno prima (1197) erano stati nominati 56 senatori, al momento della sua elezione ne era in carica solo uno, che fu subito rimosso e il sostituto si apprestò a fare giuramento di fedeltà al papa che "avrebbe tenuto il segreto sugli affari più delicati, ed aiutato il papa alla riconquista dei beni perduti".

Poi venne il turno dei giudici, fino allora eletti dal Campidoglio, furono sostituiti con uomini pontifici, assolvendo un lavoro di impiegati. E così il Prefetto, che Innocenzo costrinse a sottomettersi e prestargli giuramento di vassallaggio, diventando anch'egli una specie di impiegato del papa.

In sostanza, prima ancora della sua incoronazione, il nuovo papa - con una concezione altissima della sua divina supremazia - riuscì ad avere in mano l'amministrazione civile della città, creando una effettiva riorganizzazione del potere. Nel farlo, Innocenzo III dimostrò di non essere solo un teorico. Aveva il senso della realtà e le doti pratiche dell'uomo politico. Sapeva dominare gli eventi più difficili, cogliere con tatto di fine diplomatico, le occasioni per vincere.
Del resto salendo sul soglio scelse un'omelia sul passo di Geremia, 1,10 " Vedi, io ti costituisco oggi sui popoli e sui regni, per sradicare e distruggere, per rovinare e abbattere, per edificare e piantare".
Gregorio VII quando aveva assunto il suo ruolo fra lacrime e conflitti spirituali disse che aveva sentito "amara angoscia e grande ansietà", Innocenzo parlò invece subito che il papato era "la più gloriosa posizione sulla terra", e che il "rappresentante di Cristo e la Santa Sede è "posta a metà tra Dio e l'uomo, al di sotto di Dio, ma al di sopra dell'uomo"
Il 22 febbraio del 1198, Innocenzo III fu consacrato in S. Pietro; indi fece la sua entrata solenne nel Laterano, accompagnato dal prefetto e dal senatore (entrambi da lui eletti), dalla nobiltà, dai baroni della provincia, dai consoli e dai rettori della città che vennero a fargli omaggio.

Poi venne il seguito. Innocenzo III pensò di imporsi alla repubblica con abile politica, conciliativa ma ferma. Favorì in modo speciale la borghesia dei mercanti, legata da molti interessi alla S. Sede, e anche qui si servì molto della potenza della sua famiglia, specialmente del fratello Riccardo; questi dopo vari accordi con il popolo era riuscito a farsi arbitro della nomina dell'unico senatore. Abbattè così quella sovranità del Comune romano, ch'erano iniziate nelle burrascose giornate di Arnaldo da Brescia.

Abbiamo già visto, nella repubblica democratica che i nobili con la scusa di voler dare un senso aristocratico alle cariche, si erano si erano inseriti nel Comune; ora con questo cambiamento di rotta impresso e voluto da Innocenzo, grazie proprio a questi nobili si riuscì a creare una sorta di potere oligarchico che precedette poi quello teocratico. Ma per i già accennati antichi contrasti dei Conti con gli Orsini, a quest'ultimi toccò questa volta loro ad essere messi da parte dalle cariche pubbliche. E ovviamente furono gli Orsini e altri nobili a far nascere sollevazioni popolari, fino al punto che Innocenzo III a fine maggio 1203 fu costretto ad abbandonare Roma. Giovanni Capocci che guidava la plebe (con l'appoggio dei nobili ribelli filo-orsiniani, rispolverò gli ideali repubblicani, e il diritto popolare di eleggere il Senato. Ma il denaro dei Conti gli fecero rinunciare a qualsiasi rivendicazione. Nel 1205 ci fu poi la pace, ma il potere esecutivo rimase ben saldo nelle mani dell'unico senatore-podestà e del prefetto, nominati direttamente dal papa.

Tutta questo impegno su Roma, per riorganizzare il potere pontificio, faceva parte di un progetto molto più ampio che tendeva a dare prima di tutto una base sicura al papato, per poi avviare all'esterno la "politica dei recuperi" dei territori sottrattigli.
A favorire il progetto fu l'improvviso crollo della sovranità germanica in Italia dopo la morte di Enrico VI. Innocenzo ne approfittò sfruttando l'innata avversione degli italiani verso i tedeschi. E senza tanta fatica tornò a far germogliare lo spirito nazionalistico nelle contrade italiane. Ben presto fecero omaggio alla sovranità papale gli abitanti del ducato di Spoleto e della marca di Ancona; qualche difficoltà si ebbe in Romagna, dove il vescovo di Ravenna pretendeva una sua autonomia dalla Chiesa; e anche in Toscana il papa non riuscì ad ottenere il possesso dei beni di Matilde di Canossa.
Ciononostante con i territori riconquistati e la riorganizzazione della sovranità pontificia, Innocenzo iniziò a sentirsi forte e prendeva corpo la formula precisa dell'ideale teocratico, secondo la quale al papato spettava il dominio assoluto su tutti i poteri della terra. "L'anima è superiore al corpo e lo spitito deve dominare sulla materia"; si afferma che all'amministrazione delle cose spirituali deve essere subordinata l'amministrazione delle cose terrene, per cui il papato deve essere considerato superiore all'impero e l'imperatore potrà ricevere il potere solo dal papa, "...come la luna riceve la luce dal sole".
E' con questo spirito che Innocenzo II si accinse ad affrontare prima la questione della Sicilia per affermare la signoria feudale della S. Sede; poi la questione della successione all'impero, visto che anche in Germania la maggior parte dei principi, senza curarsi della successione ereditaria assicurata da Costanza al piccolo Federico, elessero Filippo duca di Svevia, fratello del defunto imperatore, mentre un'altra minoranza di principi si schierò con il duca Ottone IV di Brunswick, figlio di Enrico il Leone. Questi fu incoronato nel luogo adatto, ad Aquisgrana dall'arcivescovo di Colonia a ciò deputato. Ottone notificò al papa la sua elezione, supplicandolo della corona imperiale, e gli dichiarò inoltre che rinunciava ai diritti germanici in Italia.
Vi erano insomma in Germania due imperatori, che stavano provocando una guerra civile; ma nessuno era tanto forte da impensierire il papa. Vedremo subito il perchè.

Facciamo un passo indietro. Quando morì Enrico VI (
20 settembre 1197) Federico II non aveva che tre anni. Costanza d'Altavilla, sua madre morì l'anno dopo, il 27 novembre 1198. Ma pochi mesi prima - a maggio - nella cattedrale di Palermo era riuscita a far incoronare il figlioletto. Prima di morire (sei mesi dopo) lasciò stabilito per testamento che Innocenzo III avrebbe assumere la tutela del figlio e la reggenza del regno di Sicilia durante tutto il periodo di minorità di Federico II.
Così facendo, Costanza diede al papa - che l'accettò con soddisfazione - in mano un'arma potente; data per scontata la reggenza sul regno di Sicilia, Innocenzo III diventava anche l'arbitro della situazione in Germania in quel quasi vuoto di potere che si era creato. Ma non più di tanto, perchè Innocenzo III - anche per la Germania - aveva in mano il legittimo erede di Enrico VI, cioè il suo pupillo Federico.
"Ora - scrive il Bertolini - si apre un nuovo periodo triste sulla misera Italia meridionale: da tutte le parti si levano pretendenti; mentre il Papa approfitta della tutela del re fanciullo per ristabilirvi la signoria feudale della Chiesa" educa e forma Federico come un devoto vassallo della Chiesa, e altra scelta il "bambinello" non poteva di certo fare, attorniato com'era da accorti ecclesiastici da mattina a sera".

In Germania, Innocenzo non intervenne subito, la guerra civile giocava a suo vantaggio. Quando il papa iniziò a esaminare la situazione a favore o contro i tre candidati, i diritti di questi furono valutati secondo l'opportunità e la convenienza della Chiesa, poi emise la sentenza evidenziando in termini inequivocabili i principi basilari sul governo della società cristiana.
Nella contesa riconobbe imperatore Ottone IV, e dato che il Brunswick rinunciava ai diritti germanici in Italia, questo significava per il papa due cose, primo: il recupero di tutte le terre comprese quelle di Matilde; secondo: allontanava la tanto temuta unione dell'Impero con la Sicilia.
Inoltre Innocenzo III riconosceva Ottone IV perchè aveva il favore del re d'Inghilterra suo zio, del conte di Fiandra e dei Milanesi, e perchè Ottone gli prometteva di difendere la Chiesa.
Protestarono però i principi tedeschi che avevano eletto Filippo; e ad affiancarsi a loro furono anche alcuni vescovi; lo stesso arcivescovo di Colonia si schierò con Filippo e rinnovando ad Aquisgrana la cerimonia dell'incoronazione già fatta da lui ad Ottone, gli pose sul capo la corona imperiale con tutti i crismi formalmente riconosciuti dal papa. Mettendo in forte imbarazzo Innocenzo III; che però visto come si mettevano le cose, con Filippo che guadagnava terreno, mentre Ottone era in una situazione precaria perchè isolato, mutò immediatamente politica e cercò di avvicinarsi al primo. Ma nel bel mezzo delle trattative, Filippo veniva assassinato a Bamberga nel giugno del 1208.
Probabilmente questa morte non dispiacque a Innocenzo III. Tornò così a Ottone, che gli rinnovò le sue promesse; poi per l'incoronazione imperiale nell'agosto del 1209 scese in Italia, s'incontrò con il Papa a Viterbo a ratificare i patti, e il successivo 4 ottobre veniva solennemente incoronato in San Pietro.
A quel punto - pur con tanti dietro-front, la politica di Innocenzo III sembrò trionfare.

Invece Ottone tradì le aspettative del papa. Appena ricevuta la corona imperiale mutò condotta. Forse
sentì tutta la difficoltà della posizione che si era lui stesso creato con gli impegni da lui precedentemente contratti: da un lato, egli - per tenerseli buoni- aveva promesso ai principi tedeschi che avrebbe serbata inviolata la maestà dell'impero e rivendicati tutti i diritti perduti: e dall'altro, aveva fatto al Papa delle promesse, le quali erano in aperta contraddizione con quelle fatte ai principi.
Infatti, pochi mesi prima di scendere in Italia a Roma, a Spira, aveva fatto un patto con i principi tedeschi con la rinuncia alle prerogative imperiali riconosciute dal concordato di Worms e rivendicava i diritti su tutti i territori del papato, inclusi i beni matildini e la Sicilia. Messo alle corde, Ottone, dovendo scegliere fra le due promesse, seguì quella che il suo interesse gli consigliava, e si mise in opposizione con il Papa.
L'anno dopo occupava alcune zone dell'Italia meridionale, inviava truppe in Sicilia, e recuperando i feudi che il papa si era già ripreso, usurpandoli alla Chiesa li diede in mano a funzionari tedeschi. Inoltre osò pretendere il regno del giovane Federico mettendosi in marcia verso la Puglia.

Davanti alle armi e al nutrito esercito dell'imperatore, Innocenzo III non poteva certo difendersi; ed allora usò la sua arma: nel Giovedì Santo del 1211 lo scomunicò, e liberava i principi tedeschi all'obbedienza ad Ottone per il suo reiterato spergiuro.
L'unica carta che gli rimaneva ora, era Federico II che nel frattempo aveva compiuto 16 anni. In Germania Ottone - come abbiamo già visto sopra - non aveva grandi appoggi, quindi fu facile a Innocenzo III convincere i principi tedeschi ad appoggiare il ragazzo. In una dieta di principi tedeschi a Norimberga, Ottone fu deposto dagli arcivescovi di Magonza, Treviri, Nagdeburgo, dal margravio di Turingia, dal re di Boemia e da altri signori.
A Ottone fu contrapposto Federico II con ovviamente tutto l'assenso del papa. Il ragazzo che - con Ottone in Puglia- stava già abbandonando la Sicilia e il suo regno per fuggire in Africa, ritornò sui suoi passi e con un fortunoso viaggio raggiunse la Germania per farsi riconoscere re dai principi a Francoforte nel dicembre 1212 e a Eger nel luglio del 1213 firmando la Bolla d'Oro, nella quale rinnovava le promesse fatte in precedenza da Ottone: la separazione della Sicilia dall'Impero e i famosi "recuperi territoriali" dello Stato della Chiesa; il giuramento di fedeltà.
Ottone tentò un rientro in Germania, anche perchè Federico II era ancora un ragazzo, ma vi trovò poco seguito. Inoltre morendogli la moglie Beatrice di Svevia, perse ogni titolo giuridico per intromettersi nel regno di Sicilia. Nel frattempo contro di lui si era aramato Filippo Augusto di Francia che in Ottone vedeva il pericoloso alleato dell'Inghilterra. A Bouvines, nel 1214 Ottone fu sconfitto, e la sciagura sanzionò la sua decadenza. Andò a ritirarsi nei suoi paesi ereditari e lì quasi sconosciuto morì pochi anni dopo.
Federico, il 25 luglio del 1215, fu incoronato re di Germania dall'arcivescovo di Magonza.

Innocenzo III in questa disputa tedesca si dimostrò abilissimo. Per il successivo autunno (11 novembre) convocò in Laterano il duodecimo concilio ecumenico, il quarto lateranense. Vi comparvero inviati di Federico II, inviati dell'imperatore di Costantinopoli, dei re di Francia, d'Inghilterra, di Aragona, di Ungheria, di Cipro, di Gerusalemme; presenti 412 vescovi, 800 abati e un gran numero di rappresentanti di prelati di molti stati. Nel corso della nutrita assise fu ratificata la elezione di Federico II al trono di Germania, e come già aveva affermato due anni prima (dopo le due Crociate fallite, quella del 1199 e 1207 ) ribadì il suo desiderio di voler celebrare - prima della sua morte - una Pasqua con Gerusalemme liberata. La Crociata fu bandita per il 1° giugno del 1217. Doveva essere condotta sotto la direzione personale della Chiesa per evitare quelle politiche deviatrici come erano state quelle precedenti, con una Venezia che l'aveva condotta non con uno spirito religioso ma puramente commerciale. Partì per il nord per i preparativi cercando di comporre le controversie esistenti tra le due città marinare Pisa e Genova necessarie alla nuova impresa in Terrasanta. Ma la morte colse Innocenzo III il 16 luglio del 1216, quando non aveva ancora compiuti i 56 anni.
Durante il pontificato di Innocenzo, oltre che svolgersi la tanto discussa 4a Crociata ce ne furono altre due molto singolari:

*** LA CROCIATA DEI FANCIULLI - Fanciulli di 10-12 anni!, piccolo rampolli di famiglie nobili, eccitati dalla esaltazione e dal fanatismo della fede, furono mandati allo sbaraglio in oriente a combattere gli infedeli.  Guidata dal monaco Stefano de Cloies, il frate imbarcò a Marsiglia 30.000 giovani su sette navi. Due colarono a picco già alla partenza, le altre raggiunsero la Tunisia poi Alessandria. Qui i proprietari delle navi  per rifarsi dei danni subiti dal fortunale, vendettero i "bambini" scampati come schiavi ai turchi   Federico II quando vi sbarcò sedici anni dopo nel 1228,  incontrò 700  sopravvissuti, che erano  ormai trentenni e che facevano ancora gli schiavi.

*** LA CROCIATA DEI PASTORELLI - Come i precedenti anche questi non furono fortunati. Li guidava un "profeta" lui stesso "bambino", il tedesco Nicholaus di 12 anni, che assicurava ai suoi fanatici coetanei che "avrebbe camminato sul mare". Raccolse 8000 adolescenti creduloni. Recatisi a piedi a Roma, il papa non concesse la benedizione, e li rimandò a casa. Nel riattraversare le alpi in pieno inverno morirono quasi tutti congelati in una bufera di neve.
Da ricordare anche un'altra "crociata dei pastorelli" dell'anno 1251, sotto la guida di un altro fanatico pseudo-monaco di nome Giacobbe; un vecchio pastore che stregava i giovani con un piffero da pecoraio (da questo episodio nacque probabilmente la famosa leggenda del pifferaio di Hamelin). Formò un esercito di ragazzini francesi. Nell'attraversare città e paesi quelli devastavano le proprietà dei ricchi, massacravano ebrei, razziavano ogni cosa. Avanzando, nell'avvicinarsi alle città, gli abitanti  li attesero al varco e furono uccisi tutti.
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Indubbiamente dopo il quarto concilio lateranense, la potenza pontificia con Innocenzo III era parsa ritornare all'autorevolezza di Gregorio VII. Ed infatti la sua autorità si estese a molte nazioni, dov'era invocato come arbitro di ataviche contese. Fu investito anche dalle controversie teologiche, e quando in Inghilterra scoppiò la persecuzione reale contro il clero fedele a Roma (Innocenzo si era imposto nella questione dell'elezione dell'arcivescovo di Canterbury), il Papa fulminò d'interdetto il regno, scomunicò il re (Giovanni Senzaterra), sciolse i sudditi dal giuramento di fedeltà, minacciò di deporre lo stesso Giovanni e di mettere a capo del regno un altro sovrano.
Con il re di Francia ( Filippo Augusto) Innocenzo III in precedenza era entrato in un duro conflitto (per motivi coniugali), ma poi riconciliatosi, il francese volle approfittare della caduta in disgrazia di Giovanni per invadere l'Inghilterra a nome del papa. Il Re inglese però, nel frattempo, si era piegato al papa riconoscendo il suo regno feudo della Chiesa. Una pace che dispiacque a Filippo che non riuscì a portare il suo esercito sull'isola.

Anche nei popoli slavi Innocenzo III intervenne in quelle due tendenza che lo scisma orientale aveva creato. Difendendo i diritti della Chiesa con la sua saggia e vigorosa politica (ma anche approfittando delle circostanze) riuscì a far ritornare a Roma, la Bulgaria, la Serbia e la Galizia.
Ed altrettanto si mosse contro i re di Norvegia, Svezia, Polonia, ed Ungheria.
Riuscì insomma ad innalzare la potenza del papato in un modo mai visto prima. Con la sua autorità spirituale riuscì ad affermare un suo programma politico, ponendosi al vertice di una gerarchia di Stati vassalli, in dipendenza diretta o indiretta dalla Chiesa. Grazie all'opera di questo papa Roma era tornata ad essere, dopo parecchi secoli, il centro della politica mondiale e il Papato aveva raggiunto il suo apogeo. Pieno il trionfo della nuova teocrazia innocenziana.

Un altro cruccio per Innocenzo furono le sette ereticali, che approfittando della lotta dei papi con gli imperatori, si erano infiltrati nelle famiglie, minacciando (secondo la Chiesa di Roma) non solo la vita religiosa, ma anche l'ordinamento civile. Questi gruppi (impropriamente dette sette) ebbero vari nomi, i più noti chiamati Catari; e quelli che si diffusero dalla città di Albi in Linguadoca chiamati Albigesi e dentro questi erano compresi i Valdesi. Innocenzo affermava che questi "eretici" erano più malvagi e pericolosi degli stessi Saraceni. Usò quindi tutta la sua energia per colpirli, e nel marzo del 1208, sollecitato dai sovrani e dai barono francesi, fece predicare la Crociata contro gli eretici in tutta la Francia.
Per la prima volta l'esercito della croce combatteva sul suolo europeo, colpendo uomini che, seppure nel loro particolare modo, credevano in Cristo. La questione religiosa fu insomma solo un pretesto; il sovrano di Francia, Filippo, voleva cogliere al volo l'occasione per estendere il proprio dominio sulle riottose province provenzali, orgogliose della propria secolare indipendenza rispetto al potere sovrano. Ed anche i baroni del nord del paese immediatamente ci videro possibilità di arricchimento e di conquista in questa spedizione contro una delle contrade più floride della nazione.  In effetti questi "eretici" propagandavano solo una vita cristiana all'insegna del Vangelo, condannavano il malcostume ecclesiastico, mettevano sotto accusa vescovi e sovrani, denunciavano il declino religioso. E anche se le loro teorie dogmatiche erano un miscuglio di errori, non erano come volle vederli Innocenzo III, che li considerava come gli eretici dei primi secoli della Chiesa, come ad esempio i Manichei. In realtà queste eresia medioevali non nascevano dal non credere, ma da un bisogno di credere e di vivere diversamente la propria religione. E' quindi grande la distinzione tra coloro che erano da considerare veramente eretici e gli ortodossi. Era l'aspirazione di numerosi laici e monaci che volevano tornare al modello ideale di chiesa descritto nei vangeli e negli atti degli apostoli. E questi movimenti evangelici si caratterizzarono per un radicale "anticlericalismo" che rimetteva in discussione l'esistenza delle strutture e del personale ecclesiastico. Purtroppo questo diverso modo di vivere la religione, era visto come eresia, cioè come disobbedienza alla Chiesa, e quindi punito. Si tentò prima con i predicatori per ricondurre all'ovile questi "eretici", ma quando accadde un fatto di sangue ad Arles, INNOCENZO III, pur riluttante si farà convincere da alcuni monaci francesi ad aderire al loro punto di vista, inquietante sotto molti aspetti, ed inaugurò (ma senza il suo controllo) contro gli eretici un'azione sistematica di violenza.
Il fatto che accese la miccia accadde nel gennaio del 1208, a Saint-Gilles, presso Arles, il cardinale Pietro di Castelnau, legato pontificio, fu assassinato da un cavaliere del conte RAIMONDO di Tolosa, uno dei tanti che si era rifiutato di restituire alle chiese ciò che si era guadagnato con le armi. Fu questo il segnale della crociata che Innocenzo III bandì contro gli Albigesi e i loro protettori, fra i quali era il sunnominato conte di Tolosa che fu scomunicato.
All'appello del Pontefice si rifiutò di aderire il re di Francia Filippo Augusto, ma come scrive uno storico - "rispose l'odio di razza che divideva le province settentrionali dalle meridionali della Francia, rispose il fanatismo popolare, la cupidigia dei Signori, la speranza di preda; e ben presto tre eserciti furono scatenati su quelle infelici contrade. Erano capitanati dal DUCA di BORGOGNA, dai CONTI di NOVERA, di AUXERRE, di Ginevra, dai vescovi di Rheims, Sens, Rouen, Autun; ed alla testa di tutti si trovava un crudele e fanatico castellano dei dintorni di Parigi, SIMONE di MONFORT.
Il primo olocausto fatto all'ortodossia fu la città di Bèziers. I Crociati se ne impadronirono, ma non sapevano discernere gli eretici dai fedeli.
"Uccidete tutti, gridò il ferace legato pontificio, ARNALDO di CITEAUX, Dio conoscerà i suoi".

Alla fine di quest'orribile tragedia, che si risolse in un inutile massacro, più di duecentomila furono le vittime immolate alla supremazia sacerdotale. I "santi" vincitori diventarono i padroni delle ricche baronie della Provenza, e della Linguadoca (ed era quello che volevano fin dall'inizio).
"Sulle cruente rovine dell'indipendenza occitanica trionfò il dogma cattolico, ammutolì la scienza gaia, e la lieta famiglia dei trovatori fu per tutto il mondo disseminata e perseguitata".
Nel corso del famoso quarto Concilio Lateranense, nasce e viene sottoposta alla diretta dipendenza della Chiesa anche l'Inquisizione, che prende forma come una istituzione locale  presso le diocesi con particolari tribunali che punivano gli eretici, poi in un secondo tempo (1231) vennero affiancate dai Tribunali dell''Inquisizione Papale per trattare i casi più gravi di eresie. Tribunali affidati e gestiti dall'ordine dei Domenicani e che ebbe il compito non solo di punire ma anche di scovare gli eretici. 
Nello stesso periodo viene introdotta in Francia ed in Germania la pena di morte per gli "eretici", con l'accusa di "lesa maestà".
Sempre nel corso del 4° Concilio Lateranense fu stabilita l'esclusione degli Ebrei da ogni genere di uffici,  l'obbligo di portare una uniforme ben distinguibile ed infine istituiti i ghetti per ospitarli con delle limitazioni di orario per l'entrata e l'uscita dagli stessi. A parte gli Ebrei, odiati da sempre, risulta da queste severe disposizioni, quanto era grande la preoccupazione del Pontefice per il diffondersi delle varie sette. Nel rafforzare la sua autorità in tempi così calamitosi, riconoscendo il sommo valore di un rinnovamento spirituale, Innocenzo III approvò -anche se solo verbalmente e con qualche diffidenza (indubbiamente ci vedeva forse il pericolo di una dottrina che era decisamente ostile alla potestà temporale della Chiesa) - la regola di un poverello giunto a Roma proveniente da Assisi, Francesco, che aveva fondato in Umbria il nuovo ordine di "Frati predicatori". E queste prediche erano impostate sull'"umiltà" e la "povertà".
"Lo si beffeggiò, - citiamo il Gregorovius - fu chiamato pazzo, ma di là a qualche tempo torme di uomini pii diedero ascolto alla sua portentosa eloquenza; e discepoli da lui conquistati, vestiti di abiti a brandelli, seguirono il suo esempio, in quella che lui fondava come prima comunità in una cappella presso Assisi".
La Chiesa vietava la fondazione di nuove regole, per il motivo che ormai il numero degli ordini monastici era esageratamente salito, e tutti ridotti mondani; perciò a Francesco, ossia ai suoi seguaci, non fu cosa agevole ottenere buona accoglienza a Roma. Ciò nondimeno il Santo trovò nella Città Eterna degli amici potenti, il ricco cardinale GIOVANNI COLONNA, il cardinale UGOLINO DI SEGNI, uomo pronto ad appassionarsi e zelantissimo dei suoi protetti, che più tardi diventò papa GREGORIO IX (Scomunicò Federico II, affidò l'Inquisizione ai Domenicani), ed inoltre l'illustre MATTEO ORSINI, padre del futuro papa, NICCOLÒ III.
"Il futuro S. Francesco chiese con umiltà ad Innocenzo III che confermasse il suo ordine monastico, ma il grande Pontefice, pur non essendo alieno dal confermare l' istituzioni che rappresentava una forte milizia e che, con la predicazione e con l'esempio, costituivano un mezzo potentissimo per combattere nel mondo cattolico l'eresia e difendere la Chiesa, non ne ebbe il tempo perchè morì, e fu poi suo successore, ONORIO III, che solo nel novembre del 1223 confermò a Francesco l'Ordine dei "Francescani" sotto il nome di "Frati minori" e sotto la regola dei "Benedettini".(Gregorovius)

Alla morte di Innocenzo III, moriva anche la teocrazia papale, mentre, per opera di FEDERICO II, si preparava una nuova lotta tra l'autorità pontificia e quella imperiale.

Federico (alla morte di Innocenzo III, appena ventenne) era stato un docile strumento nelle mani del grande Pontefice, tanto docile che lo aveva opposto a Ottone IV; ma, scomparso Innocenzo dalla scena del mondo, Federico mutò atteggiamento e iniziò l'attuazione del suo programma politico che, per la potenza del defunto Papa e per la gratitudine che a lui lo legava, aveva tenuto sempre nascosto.
Non dimentichiamo che il nuovo papa (Onorio III) era stato il suo precettore, ed era mite d'animo, non dotato dell'energia, della perspicacia e dell'ambizione che erano state proprie del suo predecessore. Tuttavia da Federico pretese -pena la scomunica- che partisse per la crociata in oriente. Una crociata che Federico portò poi a termine non con le armi ma con la diplomazia, scandalizzando: perchè aveva trattato con degli "infedeli".
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Come già detto sopra, Innocenzo morì a soli 55 anni di età, il 16 luglio del 1216 a Perugia, e nella cattedrale di questa città fu sepolto. I suoi resti furono portati a Roma per volere di Leone XIII solo nel 1890 alla basilica del Laterano, dove qui gli fu eretto un monumento.

Gregorovius così commemorò Innocenzo II: " Può chiamarsi veramente l'Augusto del papato; non fu genio creatore come Gregorio I e Gregorio VII, ma pur fu uno dei più ragguardevoli uomini del Medio Evo; spirito severo, sodo, mesto; completo principe; statista d'intelletto acuto; sommo sacerdote di fede sincera e ardente".
Di Gregorio VII fece sue le concezioni teocratiche, secondo cui "la dignità regale non è che un riflesso della dignità pontificia" e tentò di metterle in pratica con un'energia senza precedenti. Con lui la Santa Sede si orientò decisamente verso "l'imperium mundi", interferendo nella maggior parte degli stati cristiani, nelle vicende matrimoniali dei sovrani, usando la forza contro le eresie, imponendo rigide regole agli ordini dei mendicanti, pubblicando i 70 canoni che finirono nella loro integrità nel "Corpus iuris canonici" . La sua azione politica vastissima è sempre mossa da questi alti scopi religiosi, fondata sul principio che è alla base della concezione cristiana del Medio Evo: che tutti gli interessi umani, della città del secolo, devono essere subordinati agli interessi spirituali, della citta di Dio. Questa teoria doveva quindi regolare le relazioni tra Stato e Chiesa, spesso agitando le acque della guerra. Indubbiamente la sua opera va studiata al lume di quel concetto che egli aveva della sua sovrana missione, per cui tutto doveva obbedire al trionfo dei principi cattolici. Quelli che lo accusano di grande ambizione, forse hanno una visione inesatta dello spirito che lo animava. Innocenzo III attraverso le alte conquiste spirituali e attraverso il temporale impero della Chiesa era indubbiamente intenzionato a porre quest'ultima alla guida del mondo.

Non mancano però i critici che affermano che fu solo un grande uomo di potere, e che mascherò i propri intenti con una conquista cristiana del mondo. "Che la sua signoria feudale sulle monarchie europee - come ha osservato il Falco -poggiava su un potere per gran parte illusorio, fondato su una fede che veniva meno" e che doveva cedere il campo ai nuovi organismi nazionali e comunali "la sua teocrazia diventa, contro l'Europa che essa ha creato e che si fa ogni giorno più insofferente di tutela, uno strumento di ordine e di conservazione".
In un'Europa siffatta non avevano più il significato di una volta le crociate e la lotta contro gli eretici: che sono le due questioni che Innocenzo III ebbe particolarmente a cuore dal suo primo giorno di pontificato fino all'ultimo.
Una cosa è certa: la sua immatura morte, impedì il proseguimento di imprese che per la sua autorità, sembravano destinate ad alti risultati.
Il nuovo papa - piuttosto vecchio - potè fare molto poco, anche se - nonostante l'età- rimase sul soglio per ben 11 anni. ... PAPA ONORIO III ....



ONORIO III, Cencio Savelli, romano 
( pontificato 1216-1227) Al grande Innocenzo III, morto il 16 luglio 1216 a Perugia, gli succede il 18 luglio con il nome di ONORIO III, il cardinale CENCIO SAVELLI (già precettore di Federico). Fu consacrato sempre a Perugia il 24 dello stesso mese. Romano, mite d'animo, non dotato dell'energia, della perspicacia e dell'ambizione che erano state proprie del suo predecessore.
Eletto quando la sua età era già molto avanti, riuscì a restare sul soglio per 11 anni, ma non vide la guerra che metteva i fratelli contro i fratelli né la lotta che di lì a poco doveva rinascere tra il Papato e l'Impero; lui morì il 18 marzo del 1227.

Solo a settembre si insediò in Laterano accolto con giubilo dai romani perchè era pur sempre un loro concittadino, e come cardinale era venerato da tutti per la sua bontà e mitezza.

Dei suoi natali e della sua famiglia si sa molto poco, che il padre si chiamava Amalarico, e che forse, la sua famiglia, pur con un nome di antica stirpe latina, era di origine tedesca e forse per questo motivo che fu incaricato da Innocenzo III a fare il precettore di Federico.
Savelli era già canonico di Santa Maria Maggiore, ed era stato amministratore di Santa Romana Chiesa, sotto Clemente III e Celestino III. Proprio sotto quest'ultimo aveva compilato un importantissimo documento, "Il libro dei censi", che conteneva tutte le rendite della Chiesa, e le entrate che la stessa riceveva da tutte le province. E accanto a questo documento l'elenco di tutte le donazioni che la Chiesa riceveva, compresi i privilegi, molto simili a quelli di una Signoria, anche se molto speciale (che in seguito destarono molte critiche).
Anche Onorio, nonostante l'età e di animo buono, mise molto zelo per la causa della Chiesa, e quando Federico venne fuori allo scoperto, il precettore cominciò a dolersi della condotta del suo allievo, non solo perchè non seguiva i desideri di Innocenzo, ma faceva il sordo quando veniva invitato a prepararsi per la crociata che Innocenzo prima di morire aveva bandita per il 1° giugno del 1217.

Fino alla morte di Innocenzo, Federico ( cioè fino 20 anni) era stato un docile strumento nelle mani del grande Pontefice, tanto docile che lo aveva opposto a Ottone IV; ma, scomparso dalla scena del mondo Innocenzo, Federico mutò atteggiamento e iniziò l'attuazione del suo programma politico che, per la potenza del defunto Papa e per la gratitudine che a lui lo legava, aveva sempre tenuto nascosto.
Morto il suo protettore, Federico inizia timidamente a fare i primi passi e a rivelare gli intenti e i modi di una sua politica autonoma, per poi colpire tutta la politica separatista di Innocenzo.
Prima di morire Innocenzo come abbiamo visto nella sua biografia, aveva infranto il pericolo dell'unità italo-tedesca. Aveva sì trionfato, favorito anche dalle lotte in Germania di Filippo e Ottone, che appoggiò alternativamente; ma poi deluso da entrambi, si decise infine a incoronare il suo protetto - credendolo plasmato- in compenso della ostentata devozione alla Chiesa. Ma morto lui iniziamo a conoscere non più il Federico "ragazzo", ma il vero Federico "uomo", che per quanto la sua formazione (14 anni in mezzo soto l'ala protettiva del papato) fosse stata plasmata, rivelò immediatamente una spiccata personalità.


Onorio - come detto sopra - si aspettava e aveva esortato Federico a partecipare alla Crociata, ma lo Svevo finchè era in vita Ottone IV non voleva abbandonare la Germania; ma anche dopo la morte del suo rivale, avvenuta nel maggio del 1218, cercò di rimandare la partenza, forse perchè non credeva più a queste cose. Ma non solo questo, infatti, cominciò con il venir meno all'impegno di tener divisa la corona di Sicilia da quella di Germania. Suo intento era di riunire i due regni e di assicurare alla sua famiglia la successione ereditaria nell'impero. Per meglio raggiungere questo scopo, guadagnò a sé i principi ecclesiastici tedeschi, concedendo loro nuove franchigie.
Non mancò il Pontefice di protestare; ma Federico lo acquietò attestando devozione alla Chiesa, scrivendo al Papa: "Cessino le vostre preoccupazioni sulla riunione della Sicilia all'impero, perché, anche se la Chiesa non avesse alcun diritto a quel reame, noi stessi glielo daremmo se dovessimo morire senza eredi legittimi".
Né questa fu la sola assicurazione data dal sovrano tedesco al Pontefice.
Prima di partire dalla Germania, nella Dieta di Francoforte del 1220, e all'insaputa del papa, aveva fatto eleggere dai principi tedeschi il piccolo figlio Enrico re dei Romani. Poi si giustificò che era stata una decisione della Dieta, che preoccupata della sua assenza per la crociata, e i pericoli connessi, temeva di restare con un impero senza sovrano.

Affidata la reggenza della Germania, in nome del minorenne Enrico VII, all'arcivescovo ENGERLBERTO di Colonia e tornato in Italia, Federico, molto accortamente, appena entrato in Italia, da Verona scriveva a Onorio III:
"Veniamo ai piedi della Vostra Santità, fidando nel vostro paterno affetto,
e sperando che sarà da Voi raccolto il frutto dell'albero piantato, nutrito e coltivato dalla Chiesa".

In sostanza riassicurava il papa sulla separazione della Sicilia dall'Impero e gli annunciava la sua visita a Roma.

Onorio fu doppiamente contento della sua discesa in Italia, e soprattutto a Roma. Qui - fin dalla morte di Innocenzo - il partito democratico stava tentando di riconquistare la libertà comunale abbattuta da Innocenzo III. Non c'era più la sua mano robusta, e l'anno prima della lettera di Federico (1219) il clima era diventato così preoccupante che per tre volte Onorio fu costretto a lasciare Roma, rifugiandosi una volta a Rieti, e due volte a Viterbo. Quando nell'ultima fuga da Viterbo rispose alla lettera di Verona, lo informò della critica situazione, si dichiarò contento delle sue buone disposizioni e gli promise la corona imperiale.
L'abile Federico, intervenne
tramite l'abate di Fulda, inviando una lettera ai Romani, che pubblicamente l'abate diede lettura in Campidoglio. Ammoniva i Romani di ubbidire al papa e annunciava la sua venuta a Roma.
Anche i Romani - con il senatore Parenzo - risposero, promettendogli di incoronarlo a Roma, ma nel medesimo tempo protestavano sulle perdute libertà. Altro non potevano fare, il Comune non aveva la forza di opporsi al poderoso esercito di Federico. In questa speranzosa attesa, con una città ritornata tranquilla, papa Onorio fece ritorno a Roma.

Nel frattempo Federico - o per farsi vedere zelante dal papa, o perchè mirava a non avere nemici in Italia, nel settembre del 1220 giungeva in Lombardia. Nelle tante città che toccò, anche se non fu accolto con giubilo, non ebbe però alcune dimostrazione di ostilità. Vi cassò qualche legge, con attenzione ascoltò di ognuna i vari problemi, poi scese in Toscana, convincendo anche qui i nobili a prestare al papa il giuramento di vassallaggio per i beni matildini.
A novembre accompagnato dalla moglie Costanza, con un grande esercito e molti principi dell'Impero, raggiunse Roma; si accampò a Monte Mario, e fece recapitare al papa tramite i legali pontifici che gli erano andati incontro, una dichiarazione scritta in cui escludeva l'unione della Sicilia all'Impero e confermava diritti e privilegi della Chiesa su altri territori, fra i quali Ancona, Spoleto, Ceprano, Radiocofani. Poi si mise d'accordo con i legati per la cerimonia della sua incoronazione a San Pietro.
Ricevute queste dichiarazioni-assicurazioni, Onorio pochi giorni dopo lo fece entrare in Roma e il 22 novembre in San Pietro incoronò imperatore Federico e sua moglie Costanza. La cerimonia si svolse in mezzo a una quiete perfetta, con giubilo di popolo e non ci fu - come era sempre avvenuto di solito all'incoronazione di un tedesco - alcun incidente, e neppure alcuna insofferenza.
Il furbo Federico ottenuto dall'ingenuo papa l'investitura, tre giorni dopo con vari pretestuosi motivi riuscì ad ottenere da lui un altro rinvio per la Crociata; Onorio la concesse anche se amareggiato, ma era nulla il suo rammarico in confronto a ciò che gli comunicò subito dopo. Ed era l'intenzione di Federico di recarsi in Sicilia. Con nelle vene il sangue materno, lo Svevo-Normanno, fremeva dal desiderio di vedere il regno che tutti riconoscevano essere il più interessante, bello e colto d'Europa.

Onorio a quella notizia ci rimase male, ma l'abile Svevo per raddolcire il suo animo, nel corso del suo viaggio nel sud, convocò a Capua i baroni, comunicò che aveva intenzione di ordinare con nuove leggi il reame che era tutto in disordine. E in effetti lo era, da anni c'era l'anarchia. Ogni cosa era caduta in balia dei baroni, che avevano innalzato non autorizzate fortezze, si erano impadroniti delle terre demaniali e varie prerogative regie, trattavano tirannicamente le popolazioni ed erano per tutte queste cose la causa di frequenti gravi disordini.
Anche per Roma Federico fece pubblicare le "costituzioni augustali" in cui decretava che fosse messo a bando dell'impero chi invadesse i possessi della Chiesa. A queste costituzioni fece seguito un editto con il quale si incaricavano gli ufficiali imperiali di aiutare quelli pontifici a rimettere la Chiesa nel possesso di quei beni. Decretò inoltre nulli gli atti di chi si trovasse colpito dalla scomunica, e che non dovessero gli ecclesiastici essere giudicati dai tribunali laici.

"Era questa -scrive il Bertolini- la prima volta che lo Stato metteva a disposizione della Chiesa le sue forze, perché potesse usarle contro i propri nemici; e fu dovuto a questo se le eresie non riuscirono allora a far breccia; e se ancora per tre secoli si riuscì a mantenere in Occidente l'unità religiosa".

Poi sempre da Capua, comunicò al papa la riconferma dello Stato Ecclesiastico, il possesso delle terre matildine e altri diritti e concessioni vantati dalla Chiesa (promesse in realtà mai integralmente mantenute).

Nel febbraio 1221, Onorio, sembrò quasi soddisfatto del comportamento del neo-imperatore, ma pochi mesi dopo fu nuovamente rattristato quando nel giugno dello stesso anno, Federico creò Goffredo di Biandrate a conte della Romagna. Qualcosa di simile avvenne anche a Spoleto, dove furono cacciati i rappresentanti del papa e insediati rappresentanti imperiali.
E fu ulteriormente rattristato quando i Romani tornarono ad essere in guerra con Viterbo, e dato che Onorio si era schierato con i viterbesi a Roma scoppiò una rivolta. E un principio di rivolta ci fu anche a Perugia; qui i cittadini tentarono di dar vita a un Comune democratico.


Nel frattempo Federico sempre da Capua, deciso a mettere ordine nel Reame istituì una corte suprema e stabilì che nessun barone e nessuna comunità era consentito conservare possessi e privilegi di cui non fosse in grado di presentare i titoli legittimi, che dovevano essere abbattuti i castelli abusivi innalzati in quegli anni e che l'esercizio della giustizia criminale fosse rimesso nelle mani del sovrano.
Queste disposizioni colpivano un gran numero di nobili della Puglia, della Calabria e della Sicilia, i quali per difendere tutte le loro illegali ruberie, iniziarono a mettersi in aperta lotta con Federico. Ma il "brigantaggio nobilesco", anche se per i successivi anni riuscì a distogliere Federico da altre imprese, fu infine sopraffatto dalle forze che lo Svevo disponeva. Molti dovettero riconsegnare le terre, e così vari feudi furono riuniti al presistente dominio reale normanno.

E neppure gli ecclesiastici, ai quali tanta strapotere e arroganza erano venuti dal precedente sostegno di Innocenzo III, furono risparmiati da quei primi provvedimenti. I vescovi, che (apooggiandole) avevano fomentato le rivolte di quella nobiltà detta sopra, furono anche loro cacciati dalle loro sedi.
Nè risparmiò i Saraceni siciliani che nell'anarchia, pure loro si erano resi padroni di tutta la Val di Mazzara. Ma alla fine anche di questi ribelli Federico ebbe ragione e l'emiro Ben-Abid, caduto prigioniero, fu appeso alle forche con i suoi due figli. Poi trasferì e trapiantò settantamila Saraceni dalla Sicilia nella terraferma, assegnando loro la città e il territorio di Lucera. Costoro tuttavia ebbero libertà di culto, rimasero sotto i loro capi, costruirono fortezze, ebbero molti privilegi e formarono una potente colonia militare, che rimase fino in ultimo, devota e fedele alla dinastia Sveva, cui fornì numerosi ed agguerriti contingenti nell'esercito.

Federico insomma si accingeva non solo a recuperare tutte le antiche prerogative della corona siciliana, ma ad istituire in quelle province un nuovo ordine di cose. Ma tutte queste operazioni per restaurare la sua sovranità nel regno siciliano impedirono a Federico di mantenere la promessa che aveva fatto prima a Innocenzo e poi allo stesso Onorio, di partire, cioè, per la Terrasanta, non più tardi dell'estate del 1221 e di riunirsi alla sua avanguardia, la quale, già partita nel 1217, aveva liberato dagl'infedeli Damietta. Questa città però, l'8 settembre del 1221, ricadde nelle mani dei Musulmani, e il Pontefice, allora, tornò con accorate lettere ad insistere perché Federico sollecitasse la sua partenza. Vane furono le sollecitazioni del Pontefice; all'imperatore non mancarono scuse e, nell'aprile del 1222, incontratosi a Neroli con il sovrano, il Papa riuscì soltanto a farsi promettere da Federico di convocare un congresso per discutervi della situazione della Terrasanta e prendere gli ultimi accordi per la crociata".
"Il congresso ebbe luogo nel marzo del 1223, a Ferentino e fu fissata all'estate del 1225 come ultimo termine per la spedizione. A Ferentino fu pure deciso il matrimonio dell'imperatore - che era rimasto vedovo di Costanza - con JOLANDA, figlia di GIOVANNI di BRIENNE, re di Gerusalemme; queste nozze, che furono poi celebrate a Brindisi nel novembre del 1225, fecero credere al Pontefice che questa volta la spedizione non si sarebbe più differita, avendo Federico tutto l'interesse di muoversi per mettere la mano sopra un regno sul quale con il matrimonio aveva acquistato dei diritti ereditari". Forse pensava che il regno Latino di Oriente l'avrebbe distolto da quello di Sicilia. "Ma le speranze di Onorio III andarono deluse: erano in grande attività, è vero, i preparativi e un centinaio di galere erano nei porti meridionali pronte a prendere il mare e si lavorava ad allestire navi da trasporto per la spedizione; ma giunto il termine stabilito, Federico non si mosse. Motivi, importantissimi per lui, scaturiti dalla sua politica, lo trattenevano in Italia. O meglio in Sicilia di cui era rimasto ormai affascinato.
Ma un altro punto del suo programma era costituito dall'unificazione della penisola e non poteva di certo attuarla questa politica lasciando in piedi le libertà comunali e rispettando il trattato di Costanza. E per fa questo doveva anche fare una puntata nell'Italia settentrionale.
il 25 luglio del 1225, tuttavia recatosi a San Germano, s'impegnò con giuramento di partire per l'Oriente non più tardi del 15 agosto del 1227 e accettò di versare, come pegno, centomila once d'oro e di tener pronte cinquanta navi da trasporto e cento galere.
Se non avesse mantenuto la promessa sarebbe stato scomunicato.
Vincolato dal giuramento, l'imperatore cercò di trarre partito dalla ritardata spedizione per ridurre all'obbedienza i comuni lombardi e con il pretesto di passare in rassegna le forze dei crociati e discutere sui provvedimenti da prendersi per assicurare la pace dell'impero convocò per la Pasqua del 1226 a Cremona, città a lui devota, una dieta alla quale invitò l'aristocrazia feudale, i vescovi, i magistrati delle città e il figlio Enrico VII. Alcuni comuni però non si lasciarono ingannare e, compresi i veri propositi imperiali, stabilirono di difendere contro il nipote del Barbarossa le loro libertà". Fu insomma guerra tra le città filo-tedesche e città che volevano conservare le proprie indipendenze comunali!! Guerra di Guelfi e Ghibellini.
Mentre si svolgevano i fatti di questa guerra che metteva i fratelli contro i fratelli, facendo rinascere la lotta tra il Papato e l'Impero, Onorio morì il 18 marzo del 1227. Venne sepolto nella stessa chiesa dov'era stato canonico - prima di essere eletto papa- a Santa Maria Maggiore. Suo successore PAPA GREGORIO IX ....


GREGORIO IX, Ugolino, di Anagni
(pontificato 1227-1241) A Onorio III, morto il 18 marzo 1223, gli fu dato come successore il cardinale UGOLINO dei CONTI di SEGNI, vescovo di Ostia, parente di Innocenzo III, che eletto il giorno dopo, il 19 marzo 1227, prese il nome di GREGORIO IX. Nato ad Anagni 82 anni prima, era dunque già molto vecchio, ma dotato di una vitalità straordinaria (morirà a 96 anni!), di carattere fiero e tenace, di temperamento più energico del suo predecessore, non amava i mezzi termini ed odiava la politica fatta di indugi, di tentennamenti e di compromessi. Era insomma un indomito battagliero.
Lui nella sua lunga carriera aveva visto e vissuto il governo di molti papi e di molti imperatori e in tutte quelle occasioni che abbiamo narrato, si era potuto fare una grande esperienza, a diversi livelli.

Era stato creato cardinale da Innocenzo III, suo parente. Che lo inviò legato pontificio varie volte in Germania, per assistere da vicino il suo protetto Federico, con il quale Gregorio entrò in amicizia.
Morto Innocenzo, nel pontificato di Onorio, era stato di nuovo legato pontificio, ma questa volta nell'Italia settentrionale. Compito che assolse così bene, che nei duri contrasti nati nelle città fra guelfi e ghibellini, lui era riuscito a metter pace sfoderando una inusitata energia.
Forse fu proprio per questo - nonostante l'età - che gli elettori lo prescelsero, sperando di avere nuovamente un papa autoritario capace di contrastare l'imperatore.
Era l'uomo politico che ci voleva, cionostante era un uomo di fede. Fu proprio lui Ugolino a divenire protettore di San Francesco, facendo approvare da papa Onorio nel 1223 il suo "Ordine Francescano", e - quando lui divenne papa- a canonizzare il frate di Assisi il 16 luglio del 1228.
Consacrato papa in San Pietro il 21 marzo, tre giorni dopo scrisse a Federico per annunciargli l'elezione e ricordandogli che il 15 agosto scadeva il termine per la partenza della crociata. Impegno preso con Onorio, pena la scomunica.
Era, quella di Gregorio, una lettera indirizzata a un "amico", quindi cordiale, cionostante il tono era fermo. Del resto Federico lo conosceva, quindi sapeva con chi aveva a che fare. I preparativi questa volta li fece per davvero, radunando in luglio a Brindisi un potente esercito, così grande che le navi che erano state predisposte non erano sufficienti per il trasporto in Terrasanta, bisognò attendere altre navi. Ma durante questa attesa scoppiò un principio di epidemia fra le truppe.
Tuttavia appena fu reso possibile, Federico era poi salpato da Brindisi, ma non andò oltre Otranto. Qui l'epidemia colpì ancora gli equipaggi. Pure lui assalito da una violenta febbre, cedendo alle preghiere delle truppe scoraggiate, tornò a dirigere le prore verso terra ed approdò ad Otranto. Federico a quel punto rinunciò alla crociata e si rifugiò a Pozzuoli per ristabilirsi dalle febbri.

Questi fatti erano veri, ma dato i precedenti (dieci anni di rimandi), quando con le varie ambasciate Federico informò Gregorio IX, il papa credette poco alla storia delle malattie, lo prese come un altro pretesto. Con molta impulsività, il 29 settembre scomunicò Federico, e con una enciclica distribuita all'intera cristianità, denunciava l'imperatore di spergiuro, di dissolutezza, e aggiunse di tirannia.
Federico gli rispose il 6 dicembre, confermandogli gli inconvenienti e gli comunicava che appena rimesso in salute era intenzionato a partire il maggio successivo (1228).
Gregorio convinto di esser preso in giro, non credendo alle sue giustificazioni, nè alla sua precaria salute, il 23 marzo del 1228 gli rinnovò la scomunica.
Giunse perfino a dire che Federico aveva messo di proposito l'esercito in luoghi malsani per farlo decimare dalla pestilenza e di avere così, con questo pretesto, violato il giuramento ed abbandonato le insegne di Cristo.

Ma più per la mancata partenza per la Crociata, il Papa temeva quella sua presenza nel Sud, e nella stessa scomunica non mancò di affermare che Federico stava esercitando delle pressioni sul clero siciliano custodi dei beni papali.
Federico, sdegnato, rispose alle accuse papali molto aspramente con una lettera terribile che inviò a tutti i principi e nella quale si difendeva e dipingeva a foschi colori gli ambiziosi disegni della Curia romana. (questa lettera la riportiamo assieme ai fatti nelle pagine di questo periodo - VEDI > >)

La scomunica, le affermazioni del papa, e la lettera di Federico, non mancarono a Roma di suscitare ostilità verso il papa. Primi a muoversi fu quella parte di nobiltà che faceva capo ai Frangipane; questi, filo-imperiali erano stati già agganciati alla causa imperiale da Federico. E quando Gregorio in San Pietro nel dì di Pasqua ( 23 marzo 1228) tenne una omelia accanendosi con degli anatemi contro Federico, scoppiarono i tumulti, i rivoltosi interruppero il papa, poi lo cacciarono dalla chiesa. Gregorio dovette riparare prima a Viterbo poi a Perugia, da dove lanciò la scomunica ai sudditi romani ribelli. I quali misero in sobbuglio la città.

Federico poteva benissimo ora rinunciare alla crociata, invece fece la mossa che metteva dalla parte del torto il diffidente Gregorio. Voleva dimostrare che le accuse mossegli dal Papa erano calunnie.
Alla notizia il fiero 80enne Pontefice che prima tanto aveva fatto per invitarlo a compierla, ora per impedire al monarca scomunicato di offrire al mondo lo spettacolo di una crociata guidata da un principe colpito dall'anatema, anziché pregare per la vittoria delle armi cristiane, scongiurò il Cielo di colpire l'empio sovrano e di non far riuscire la sua sacrilega impresa.

Invece in giugno Federico salpò ugualmente da Brindisi; e quando giunse a Gerusalemme invece di guerreggiare contro gli "infedeli", con un'abile manovra politica e varie trattative diplomatiche ottenne i Luoghi Santi stipulando in febbraio (1229) con il sultano d'Egitto Al-Kamil, un trattato di reciproca pacificazione. I due erano due grandi statisti, amanti della cultura e rapporti umani, non impiegarono molto tempo per intendersi senza far ricorso alle armi.
AL-KAMIL cedeva a FEDERICO la città di Gerusalemme al patto però che la moschea di Omar restasse proprietà dei Musulmani e questi potessero esercitare liberamente il loro culto; cedeva inoltre Betlemme, Nazareth e tutti i villaggi posti sulle vie che da Gerusalemme conducevano a Joppe e di qui ad Accona e s'impegnava di restituire tutti i Cristiani da lui fatti prigionieri.

(vedi nella pagina dedicata, questi reciproci rapporti di stima > > ).

Federico si fece poi incoronare re di Gerusalemme nella chiesa del Santo Sepolcro e nel giugno dello stesso anno faceva già rientro in Italia. Senza colpo ferire Federico aveva messo nella mani dei Cristiani la Città Santa.
Ma gli scongiuri di Gregorio tramite due francescani inviati dal Pontefice e "volati" in Terrasanta, erano già giunti a Gerusalemme, e rimproverarono severamente, a nome del Capo della Chiesa, i Cristiani d'Oriente di avere accolto un principe su cui pesava la scomunica.
Piombo a Gerusalemme anche l'arcivescovo di Cesarea che lanciò l'interdetto sui Luoghi Santi, suscitando così lo sdegno dei Cristiani del luogo che sostenevano Federico.
Quando poi seppero della pacificazione, inorridirono. E quando poi i francescani rientrarono in Italia a portare a Roma la lieta novella, ad inorridire fu il papa.
Federico fu considerato come un "nemico della religione perché, invece di portar guerra agli infedeli, aveva loro portato la pace", fu chiamato "empio, violatore dei giuramenti, corsaro", Gregorio lo paragonò a quegli "empi monarchi che la collera del Signore aveva altre volte fatto sedere sul trono di David".
Inoltre, mentre era stato assente Federico, aveva fatto di tutto per cercare un legittimo erede per il trono di Sicilia. Inoltre ne aveva approfittato per lanciare il suo corpo di milizie contro quegli stati pontifici che Federico gli aveva sottratto. Dalle Romagne e fino a Benevento gli ex territori pontifici furono devastati dagli invasori, non proprio tanto "evangelici".
Nel suo rientro, per prima cosa Federico con i reduci della Crociata, puntò sul Lazio, deciso a domare le insurrezioni, ma anche intenzionato a incontrarsi e a rappacificarsi col papa. Ma Gregorio non ne volle sapere di incontrare Federico. Anzi per fronteggiarlo chiamò in aiuto i Guelfi dell'Italia settentrionale, che tutto era, meno che guelfa; era Ghibellino, ossia imperiale, vale a dire antipapale. Infatti risposero in pochi all'appello. A quel punto, con le armi spuntate, Gregorio decise di riconciliarsi con il suo grande avversario che dal canto suo - per non provocare ulteriori contrasti - non era contrario. Le circostanze favorirono questa pace. Roma colpita in febbraio da una drammatica inondazione del Tevere, i danni e la carestia che poi seguirono, fecero ritornare la tranquillità, e convinti i Romani che quella era stata una punizione divina per aver cacciato il papa, invitarono Gregorio a far rientro in Roma. Riaccolto con grandi onori, lui ne approfittò per ribadire che quelle disgrazie erano proprio "castighi divini" contro i nemici della Chiesa che imperversavano in ogni angolo, a Roma, in Italia e negli altri stati.
La pace fu conclusa a Ceprano (San Germano) il 23 luglio del 1230, e fu vantaggiosa al Papa. Questi si obbligava di togliere la scomunica a Federico e a tutti i suoi sostenitori; l'imperatore dal canto suo s'impegnava di perdonare tutti quei sudditi che avevano favorito la causa papale; di richiamare i fuorusciti; di restituire i beni ai nobili; di perdonare ai monaci e ai prelati; di conformarsi nelle faccende della Chiesa al diritto ecclesiastico; di non portare i sacerdoti davanti ai tribunali laici e di non gravarli con tributi straordinari.
Il 1 luglio ad Anagni in un ulteriore incontro Impero e Papato restauravano buoni rapporti, Federico promise di sottomersi alla Chiesa, e riconobbe il legame di vassallaggio della Sicilia con Roma.
Ma nell'apparente cordialità e nell'atteggiamento di sudditanza, Federico non aveva proprio per nulla rinunziato al suo sogno monarchico in Italia, nè quello di restaurare un nuovo impero romano.
E oltre che emanare in Germania - tramite suo figlio Enrico nuove leggi contro le libertà delle città e in favore dell'assoluta sovranità del principi, anche nel sud d'Italia e in Sicilia, al termine di quella restaurazione monarchica già iniziata prima della crociata, iniziò a regolare i rapporti fra l'impero e i principi germanici.
Infine promulgò un nuovo ordinamento al regno siciliano con le "Costitutiones Regni Siciliane" che furono poi pubblicate a Melfi nel 1237 ed hanno un'importanza straordinaria nella storia del diritto perché costituiscono il primo serio tentativo di stabilire in mezzo alla società feudale uno stato moderno.
Federico mette da parte la concezione feudale germanica e ritorna alla concezione romana dell'unità del "potere sovrano e dell'eguaglianza giuridica dei cittadini e identifica lo stato con la persona del re, il quale, secondo lui, ha un carattere divino, è l'interprete della volontà di Dio e il ministro della giustizia".
(la cosiddetta "Costituzione di Melfi" )
Da come abbiamo appena letto nel corsivo, stabilendo la costituzione di Melfi l'assoluta onnipotenza del re, tale concetto danneggiava la Chiesa, perchè introduceva leggi in contrasto col diritto vigente.
Il Papa non è che si oppose, ma rispose indirettamente con la sua raccolta di "Decretali", promulgate in cinque libri il 5 settembre 1234 (affidate e compilate dal domenicano Raimondo di Pennafort). Non erano queste leggi, anche se venivano indicate da tempo costituzioni pontificie di carattere generale, ma erano norme canoniche, che emanate dal sommo pontefice avevano la forza obbligatoria per tutti i fedeli. (Le "Decretali" sono cumunemente indicate come "Liber extra", e costituì poi la base del "Corpus iuris canonici" di Pio X e Benedetto XV).

Federico che da alcuni anni stava emanando le sue leggi in ogni contrada, non ne fu contento, e già era in procinto di causare nuovi contrasti quando due singolari circostanze (perfino paradossali) permisero di riavvicinare i due avversari.
Mentre Gregorio promulgava i "Decretali", nello stesso anno a Roma erano nuovamente scoppiati tumulti dei romani contro l'odiata Viterbo; nuovamente messo in fuga, il papa, andò a rifugiarsi in Umbria, e Federico nel ruolo di fedele protettore della Chiesa era accorso in suo aiuto, affrontando e sconfiggendo i romani a Viterbo. Con i ribelli definitivamente sottomessi, Gregorio potè rientrare a Roma, e proprio grazie all'intervento armato di Federico riuscì a mantenere a Roma il potere temporale della Chiesa. Poi gli fu riconoscente in questa seconda singolare circostanza:

Federico, fu infatti investito da una singolare ribellione in famiglia. Il figlio Enrico, ambizioso com'era, nonostante i suoi 16 anni (e forse aizzato da quei principi tedeschi che non tollerando la perenne assenza di Federico, oltre a tanti malcontenti della stessa politica imperiale, fecero facilmente presa sul debole carattere del ragazzo) si ribellò al padre minacciando il suo trono imperiale. E oltre che avere dalla sua parte i principi ribelli tedeschi, tentò pure di stringere un alleanza in Italia con quelle città lombarde che pur essendo chi più chi meno antipapali erano nello stesso tempo contro Federico che con le sue leggi imperiali minacciava la loro autonomia. E forse si illusero che schierandosi col figlio, Enrico li avrebbe trattati meglio! Infatti il giovane per averli alleati promise loro a piene mani che rinunciava a qualsiasi credito e prometteva di non esigere da loro né tributi né pegni né milizie.
La cosa era seria per Federico, avere buona parte dei lombardi sul piede di guerra non era proprio raccomandabile, Barbarossa ne aveva fatto a suo tempo le spese. Ma paradossalmente a salvare i ribelli Comuni democratici e a salvare la corona dello Svevo, gli corse in aiuto con la "sua potente arma" Gregorio, che scomunicò Enrico e punì gli ecclesiastici lombardi suoi fautori. Enrico fu catturato, detronizzato, sbattuto poi in prigione dal padre che ve lo tenne fino alla morte, avvenuta nel 1242.

Allontanato per il momento questo pericolo, Federico su istanza del papa si riammogliò per la terza volta il 18 luglio 1235 con Elisabetta, sorella di Enrico III d'Inghilterra. Poi a Magonza fece promulgare una legge sulla pace universale, ma nello stesso tempo pensò alla guerra, volendo punire quei Comuni Lombardi che si erano ribellati alla sua sovranità appoggiando suo figlio Enrico.
I rapporti dei lombardi con il papa erano piuttosto singolari e ambigui, Gregorio si teneva in intimo contatto con la Lega Lombarda, i cui Comuni se manovrati bene da lui potevano costituire potenziali alleati contro l'impero, ma nello stesso tempo (e questo era quanto mai singolare) stroncava a Roma -da quando era salito sul soglio- quelle le stesse aspirazioni che erano invece vive nei comuni settentrionali.
Ma singolari e ambigui erano anche i comportamenti dei lombardi. Le città erano sempre divise apparentemente in due, ma spesso erano come quelle clessidre, scesa la sabbia in uno dei due contenitori, basta un tocco, si capovolge e inizia lentamente un altro travaso.
Così nelle città, bastava un nulla, e subito ricominciava il trasformismo; appena erano vinti i sostenitori imperiali, all'improvviso spuntavano da tutte le parti i partigiani papali, oppure quando decidevano di essere i cittadini autonomi, appena sorgevano dei reciproci contrasti, una o l'altra fazione era pronta a chiamare il papa o l'imperatore per farsi aiutare a sconfiggere gli avversari; e questo fino al prossimo capovolgimento, in una continua alternanza.
Ma molto spesso ad entrambe le due fazioni mancava spesso la risolutezza, la volontà; la loro forza era insidiata e indebolita quasi sempre dalle discordie interne dei due grandi partiti, e dalle periodiche guerre comunali che mettevano Cremona contro Milano e Mantova, Bologna contro Modena, Parma contro Piacenza e Reggio, Padova contro Verona, Verona e Padova contro Vicenza, Venezia contro Ferrara, senza contare quelle altrettanto ricorrenti tra Pistoia e Lucca, tra Firenze e Siena, Firenze e Pisa ecc. ecc.
Nel 1236, la pace universale promulgata da Federico a Worm nel 1235 durò poco. A fine anno Federico si preparò a combattere i Lombardi, perchè questi stavano aumentando di numero e di forze, anche se l'imperatore poteva contare dalla sua parte alcune città ghibelline (soprattutto per merito del sanguinario Ezzelino da Romano, che era riuscito a sottomettere molte città venete).
Federico ripassò le alpi, scese subito in Veneto, prese la ribelle Vicenza, che poi donò a Romano, poi con il suo potente esercito, con altre forze del tiranno veneto, e diecimila Saraceni fatti venire dalle Puglie, il 27 novembre 1237 a Cortenuova venne a battaglia con l'esercito dei Comuni; questo fu in breve disfatto (10.000 furono i morti e i prigionieri) e Federico fece il suo trionfale ingresso a Cremona alla maniera di "Cesare", con davanti gli avanzi del "Carroccio", al cui albero era legato Pietro Tiepolo, figlio del doge di Venezia, e podestà di Milano e dietro a lui trascinati in umilianti catene come bestie i nobili catturati, e via via tutti gli altri prigionieri.
Finita la parata, i resti del "Carroccio" furono mandati a Roma, ma non al Papa, fu portato invece in trionfo al Campidoglio (sede e simbolo dei comunali), come a voler far capire a chi doveva intendere che il potere era in mano all'Impero.

Nell'eccitazione dei comunali in festa e della bassa plebe, come al solito imbevuta dalla demagogia di qualche opportunista filo-imperiale (che vedeva giunto il suo momento), presagendo un assalto al palazzo papale, Gregorio pensò bene nel luglio del 1238 di lasciare Roma per rifugiarsi nella città di Anagni. Ma a Roma non accadde nulla, e già in ottobre il pontefice tornò a Roma riuscendo ancora una volta a imporre a quel manipolo di esaltati ribelli la sua obbedienza. Poi nella primavera successiva - non avendo digerito quell'atto di superbia del "Carroccio" al Campidoglio - Gregorio ricorse alla sua terribile "arma" scomunicando -il 24 marzo 1239- nuovamente Federico e re Corrado, e sciogliendo i sudditi dal giuramento di ubbidienza ai due sovrani.

I due, pur vittoriosi a Cremona, negli stessi giorni dovettero impegnarsi seriamente, dato che Brescia resisteva eroicamente ai loro attacchi. Ciononostante proprio da queste lontane contrade Federico seguitava ad aizzare i Romani contro il papa; faceva imprigionare vari legati pontifici; impediva le nomine vescovili; in Sicilia faceva arrestare il nipote del re di Tunisi che si stava recando a Roma per ricevere il battesimo; non impediva che i "suoi" Saraceni nel sud distruggessero chiese e monasteri; faceva violare in ogni luogo la pace di San Germano; ed infine, Federico fece sposare Adelasia, vedova di Ubaldo Visconti con suo figlio Enzo, cui concesse il titolo di re di Sardegna; ma questo un feudo vantato dalla Chiesa, quindi un dono indebito che fece infuriare Gregorio.

Le relazioni di Federico con il papa si fecero quindi ancora più aspre. Quest'ultimo inviava a parroci e vescovi di ogni cantone terribili accuse contro l'imperatore, mentre il primo a sua volta inviando altrettanto lettere furiose a principi, cardinali, e sudditi cristiani, non solo irrideva e accusava il papa di essere un tiranno, ma lo accusava di essere un protettore degli eretici. Poi minacciando quei comuni che gli davano appoggio, che accusava di essere stati corrotti, da Verona, il 13 giugno 1239, li mise tutti al bando dell'impero, cominciò a perseguitare i seguaci, interdisse ogni commercio con le città pontificie, ed infine cacciò dal suo regno i religiosi fedeli al "papa impostore".
Nonostante i suoi anni, Gregorio invece di fare felpati passi per la pace, rispose il 20 giugno con un aspro e battagliero manifesto, indirizzato a principi e vescovi, descrivendo la tirannide e la crudeltà di Federico che bollò come il "preambolo dell'anticristo".
Federico rispose per le rime, definendolo pazzo, stolto, infedele, profanatore del tempio, seme di Babilonia, bestia dell'Apocalisse, che sedeva sul soglio nonostante considerasse Cristo un impostore.

Tuttavia, molti principi non furono insensibili al papa, alcuni, più cristiani degli altri a causa della scomunica iniziarono ad abbandonare Federico. Ne approfittò subito Gregorio facendo predicare una crociata contro "l'anticristo", e nel contempo - anche se invano - offriva la corona al fratello del re di Francia; poi il 22 settembre 1239 si alleava con Venezia e con Genova e, ammirandola - improvvisatosi come vindice della libertà- si offriva perfino paladino della resistenza vittoriosa della Lega Lombarda. Era un paradosso, ma il machiavellico opportunistico mezzo giustificava il fine.

Federico in effetti cominciò ad avere alcuni problemi, e dato che la sua azione militare non era per nulla incisiva, colse pochi successi. Invano tentò di impadronirsi di Bologna e di Milano, invano tentò di domare rivolte antimperiali scoppiate a Treviso e Ravenna.
Qualche successo lo ottenne invece in Toscana e in Lunigiana, che furono tali da spingerlo nel marzo del 1240 a prepararsi per una marcia verso sud, su Roma per assediarla e fare infine prigioniero Gregorio, annunziando a destra e a manca che "quel papa" era un vero e proprio "pubblico nemico" da annientare; nel contempo lungo il percorso in Italia centrale, Federico seguitava ad incamerare beni ecclesiastici, esiliava preti e vescovi, e colpiva perfino i monaci dei più isolati monasteri.

Il vegliardo papa (alla bella età di 95 anni) alla brutta notizia delle cattive intenzioni dell'Imperatore, non si scoraggiò minimamente. Scese in molte vie di Roma in solenne processione, impugnando le reliquie della santa Croce e i teschi dei Santi Apostoli Pietro e Paolo, poi al termine giunto nella basilica vaticana, con un possente discorso, esprimendo tutto il suo sdegno per delitti di Federico contro la Chiesa, riuscì ad infiammare gli animi di tutti i Romani.
Teatralmente, lacrimando, si tolse la tiara dal capo e con mano tremante la depose sui teschi di S. Pietro e S. Paolo, esclamando a singhiozzi: "Difendetela voi, o Santi, la città che i Romani lasciano alla mercé dei nemici !". A queste parole e alla vista del vecchio Papa piangente il popolo si commosse, s'inginocchiò, ricevette la benedizione pontificale. Alla commozione seguì l'esaltazione subito ravvivata dai frati domenicani e francescani che predicarono la guerra santa contro l'eretico imperatore. Gli animi furono talmente infiammati che ecclesiastici e laici vollero ricevere dallo stesso Gregorio la croce, simbolo della guerra contro Federico.

Lo sdegno dell'imperatore fu enorme, solo due anni prima aveva aiutato il papa a riconquistare il potere temporale a Roma, e ora trovava papa e romani contro di lui, e addirittura lo stesso Gregorio protettore dei Comuni della Lega Lombarda.
Federico ordinò che ad ogni romano crocesegnato, che fosse caduto in potere degli imperiali, si stampasse sulla fronte con un ferro rovente il segno della croce

Con qul clima di pericoloso fanatismo, Federico ritenne però opportuno non assediare Roma, proseguì infatti per Napoli e andò ad attaccare per dispetto la papale Benevento. Intanto Gregorio temendo un nuovo attacco su Roma, raccoglieva milizie a Ferentino con gli aiuti provenienti dalla Francia e Inghilterra.
Da Benevento, tornando indietro dalla via adriatica, Federico assediò Ascoli; poi risalendo la penisola trovando Faenza a resistergli, con una parte dell'esercito lasciato sul luogo, la assediò per otto mesi. Tuttavia pur queste strenue resistenze Federico non rinunciava agli attacchi, e, scrivendo al figlio Corrado, si ripromettava a breve termine di "vincere con la spada il vecchio papa, fino a chiudergli la bocca".

Pur evitando l'assedio di Roma, e pur rinforzate da un certo numero di francesi e inglesi, le milizie papali non erano certamente pronte per scatenare una concreta offensiva contro l'esercito imperiale, anzi non erano quasi neppure capaci di difendersi se attaccati; fu quindi proposta una tregua, che però Federico non accettò, perchè nell'armistizio erano compresi i Lombardi. Se i Romani li voleva annientare, i Lombardi lui li voleva innanzitutto punire. Inoltre cominciò ad informare i principi e le genti di tutto l'impero, che voleva indire un concilio ecumenico per giudicare "quel papa" che era indegno di sedere nella cattedra di San Pietro (un papa che gli stava dando tanto fastidio, nonostante i suoi 95 anni).

Ma anche questa volta, Gregorio per nulla intimorito dall'iniziativa di Federico, nè dal peso degli anni, il 9 agosto 1240, annunciò per la Pasqua dell'anno seguente il "suo" concilio ecumenico, invitando a Roma tutti i veri cristiani d'Europa, principi, vescovi, e prelati fedeli a Cristo.

L'iniziativa di Gregorio spiazzò Federico, che cercò di impedire la futura assise, facendo sistematicamente occupare i passi delle Alpi, i porti e le strade che conducevano a Roma, per arrestarvi tutti quelli che volevano recarsi al concilio. Fermò e assalì le navi francesi e inglesi che portavano a Roma i prelati, ne catturò e imprigionò molti che stavano percorrendo le strade della Lombardia, del Genovese, delle Puglie. Alcuni arrestati finirono in carcere, altri furono eliminati fisicamente.
A quel punto, Gregorio, travagliato nella coscienza nel vedere tanti crimini, ma anche perchè dopo aver preso Benevento, dopo aver fatto cadere la eroica Faenza, dopo essersi impadronito di Spoleto e Tivoli, giunto nel Lazio, Federico ora puntava su Roma, il pontefice voleva giungere a una tregua, e per le trattative gli mandò il domenicano Bartolomeo da Trento. Federico le condizioni di una tregua le respinse, perchè da lui il papa, pur dandogli l'assoluzione e revocandogli la scomunica, pretendeva una penitenza.
Respinte le proposte del domenicano, Federico si accampò con il suo esercito a Grottaferrata e lì - fra i calori di un torrido agosto - cingendola in assedio - aspettò che Roma cadesse come una pera matura.

Tutto questo -ricordiamo- accadeva mentre i Mongoli di Gengis Khan stavano devastando la Russia, la Polonia e le terre bagnate dal Danubio, mettendo in pericolo non solo la Germania ma anche i paesi balcanici e quindi lo stesso nord-est dell'Italia. Eppure i due rappresentanti della suprema autorità terrestre si stavano combattendo a vicenda; con uno che si definiva anche autorità spirituale, e l'altro che ne aveva fatto una questione personale, mostrando entrambi di avere poco interesse dei sudditi e dei cristiani occidentali, affidati alla loro protezione. Cosicchè al capo dello Stato e al capo della Chiesa, nessuna influenza esercitarono i terribili eventi e gli orrori sparsi ovunque dai mongoli; rimasero entrambi sordi alla gravi esortaziono di quelle popolazioni che chiedevano aiuto. A cosa serviva allora il Papato e l'Impero?
Fortuna volle che morto Gengis Khan, il figlio decise di rinunciare ad altre conquiste sui territori germanici e slavi, per tornarsene verso le steppe dell'Asia. Cosicchè la guerra tra i due potè continuare indisturbata dalle cattive notizie.

Con Federico accampato a Grottaferrata, non solo a Roma il 9 agosto non si tenne il concilio indetto da Gregorio, ma il 21 dello stesso mese cessò di vivere il fiero e indomabile papa, quasi guardando in faccia al di là delle mura leonine il suo nemico. Un nemico al quale non aveva mai dato tregua, in una lotta accanita, che non fu - per l'avvenire - senza conseguenze.

Quanto a Federico II - anche se lo conosciamo per altri lati colto e intelligente - alla ferale notizia non si comportò da leale nemico (di un 96 enne per giunta), accampato a Grottaferrata annunziò la morte agli altri principi con villana letizia. Lui, pur comandando il possente e formidabile esercito imperiale, nell'apprendere la morte di un vecchio quasi centenario, sentì la gioia di una liberazione. Per 14 anni, fin dall'inizio, quell'indomito vecchio prete con un piede già nella fossa, gli aveva attraversato sempre la strada, impedendogli di realizzare il suo grande disegno: far risorgere il potente Impero Romano
Lui 45enne, nel pieno delle forze, si dimostrò però molto piccolo, avendo interposto ragioni di stato a ragioni di infantile rancore personale. E lo dimostrò pure che il suo sconsiderato comportamento era un rancore, perchè appena gli giunse la notizia che il suo "nemico" era morto - oltre che gioire come detto sopra - per dimostrare al mondo che il suo nemico non era la Chiesa ma soltanto Gregorio, tolse l'assedio a Roma e se ne tornò nel proprio regno.
Eppure Gregorio, quando Federico si apprestò a partire per la Crociata, gli aveva scritto "Iddio vi ha messo in questo mondo come un cherubino armato di una spada fiammeggiante per mostrare a coloro che si smarriscono, la via dell'albero della vita".


L'anziano papa forse non vinse la sua ultima battaglia, ma anche il testardo Federico, per come operò, pur sopravvivendogli dieci anni non è che vinse la guerra eliminando il potere della Chiesa. Forse Gregorio fu machiavellicamente ambiguo, ma ebbe sempre fin dal primo momento la lungimirante capacità del geniale uomo di stato perfino superiore all'imperatore. E se Federico è ricordato come uno dei più grandi e illuminati sovrani, un campione della libertà e dei diritti delle genti, Gregorio è ricordato come uno dei più grandi papi, anche lui campione della libertà e dei diritti della Chiesa. Cioè ognuno fece bene il suo lavoro. Forse è questa la chiave di volta per capire i due soggetti, entrambi avevano la capacità di opporsi da pari a pari, pur con diversi fini.

Gregorio non era nè un imperatore nè un condottiero, anche se dimostrò una natura di dominatore. Ebbe come arma solo (nè poteva essere diversamente per un papa) una grande e irremovibile fiducia in Dio, e da Dio prese la forza per essere impavido nelle difficoltà e nel pericolo. Pur profondamente sincera e profonda la sua pietà tinta di misticismo, fu irremovibile nei diritti della Chiesa e nel voler difendere l'ortodossia, comportandosi anche senza riguardi fino a raggiungere una estrema durezza. Come testimoniano i tribunali dell'Inquisizione da lui istituiti nel 1232 per la repressione degli eretici e affidati con una bolla del 20 aprile di quell'anno ai Domenicani.
Contro questi eretici Gregorio volle che fossero applicate sanzioni più severe delle leggi canoniche; e organizzando i tribunali, tolse al potere laico la pericolosa iniziativa di difendere l'ortodossia.
Fra le sue altre iniziative; commise a tre maestri della Chiesa la correzione di alcune opere filosofiche di Aristotele perchè fossero favorevoli alla filosofia cristiana.

"Cionostante pur sfoderando grandi energie di dominatore - scrive Seppelt - Gregorio non fu affatto insensibile ai teneri moti dell'anima".
Continuò il favore agli Ordini religiosi, appoggiò la riforma dei Cluniacensi, confermò il nuovo ordine dei Mercedari, appoggiò quello di San Francesco, canonizzò lo stesso San Francesco, poi Sant' Antonio di Padova, San Domenico, Sabt'Elisabetta di Turingia; organizzò le diocesi, si impegnò per la purezza dei costumi, tentò la fine dello scisma orientale, difese la monarchia inglese contro le tendenze disgregatrici dei baroni, e sostenne contro lo stesso Luigi IX re di Francia i privilegi della Chiesa.
Un temperamente insomma oltre che fiero, anche passionale, che fecero di lui una delle maggiori personalità religiose del suo tempo e della Chiesa di tutti i tempi.
Gregorio IX alla sua morte venne sepolto in S. Pietro. A parte la gioia espressa da Federico, la dipartita dell'avversario fu per lui una fortuna?
Gregorio morendo in quel frangente - con Roma assediata - lasciava un pesante eredità al nuovo papa; questo non incise molto sugli eventi perchè campò poco (17 giorni), ma il successivo diede del filo da torcere a Federico.
Ma iniziamo con il successore di Gregorio...

CELESTINO IV ....


CELESTINO IV, Goffredo Castiglione, di Milano
( Pontificato 1241) Come accennato nella sua biografia, la morte di Gregorio IX , anche se fu accolta da Federico con "villana letizia"- lasciò al suo successore una pesante eredità, ma non per questo fu per Federico una fortuna, perchè questa andava e veniva - e la dipartita di Gregorio non è che fece cessare la guerra tra il Papato e l'Impero, anche se Federico voleva dimostrare l'incontrario.
Infatti, l'imperatore per far credere che non contro la Chiesa aveva lottato, ma contro il Papa, lasciò con il suo esercito Grottaferrata e andò ad accamparsi a Tivoli, e per provare con i fatti di essere animato da intenzioni pacifiche mandò liberi a Roma, perché partecipassero al conclave, i due cardinali fatti prigionieri alla battaglia dell'isola del Giglio, facendosi però promettere - e la promessa fu mantenuta - che, dopo l'elezione, sarebbero tornati nella prigione di Capua.
Da soli dieci cardinali (più i due liberati) era costituito il conclave riunito a fine agosto nel monastero del Septizonio a Roma per eleggere il nuovo papa. Sembrava che lo scarso numero dei porporati oltre la clausura a loro imposta dovesse render più sollecita l'elezione del nuovo Pontefice e invece non fu facile per mettersi d'accordo, perché alcuni sostenevano la scelta di un Papa moderato, altri, insistendo sull'opportunità di un Pontefice che continuasse la politica intransigente di Gregorio, proponevano che si eleggesse il cardinale ROMANO, vescovo di Porto, ostile a Federico II.

Dopo due mesi di discussioni, non potendo più tollerare la clausura del Septizonio - imposta dal capo del Comune il senatore in carica Matteo Rosso - diventata insopportabile per il caldo e le malattie (un cardinale non sopravvisse), i due partiti si accordarono, stabilendo di eleggere un Papa di transizione. La scelta cadde sul cardinale GOFFREDO da CASTIGLIONE, che il 25 ottobre una volta eletto prese il nome di CELESTINO IV.
Goffredo era figlio di Giovanni Castiglioni e di Cassabdra Crivelli, sorella di Urbano III, monaco del monastero di Altacomba, dove scrisse la storia del regno di Scozia, poi cardinale del titolo di S. Marco e vescovo di Sabina

Ma vecchio e infermo com'era lasciò il soglio a soli 17 giorni della sua elezione, perchè morì il successivo 10 novembre del 1241, prima ancora di essere consacrato. Gli altri otto cardinali l'avevano abbastanza previsto questa dipartita, infatti appena il loro collega era stato eletto, convinti di dover tornare dopo pochi giorni alla micidiale clausura del Septizonio per rieleggere un nuovo papa, non attesero nemmeno la consacrazione di Celestino, abbandonarono subito Roma.

Celestino alla sua morte fu sepolto in San Pietro e, anche se non era stato consacrato, la Chiesa nel suo Annuario pontificio lo annovera nel numero dei papi.
Dopo una lunghissima (due anni) e travagliata elezione, il successore di Celestino fu...

INNOCENZO IV ....


INNOCENZO IV, Sinibaldo Fieschi, di Genova
(pontificato 1243-1254)
Fin dall'elezione di Celestino IV, vedendolo malandato com'era, con un piede già nella fossa, i cardinali, terrorizzati dall'idea di tornare dentro in quella micidiale clausura per un secondo, più lungo conclave, o forse per mostrare che la vicinanza dell'imperatore toglieva loro la libertà di decidere sulla scelta, lasciarono in fretta e furia Roma e si ritirarono una parte ad Anagni, e una parte nei loro castelli.
Cosicchè, morto prematuramente Celestino, per circa due anni la Santa Sede rimase senza Pontefice, e Roma restò in balia delle fazioni, delle quali la ghibellina dovette subire le persecuzioni feroci degli avversari che si rivolsero specialmente contro i Colonna.
Per ben due volte Federico II comparve davanti a Roma, devastando ville e poderi e sfogando la sua ira contro numerose proprietà dei suoi nemici; ma questo suo modo di fare, anziché intimorire i Romani a lui contrari, maggiormente li incitava, provocando altrettante rappresaglie.
Ma non solo a Roma; in quasi tutto il resto d'Italia si svolsero le feroci lotte intestine di Guelfi e Ghibellini, di Comuni contro altri Comuni...

Gli otto reduci del conclave del 1241, nel febbraio del 1242 si riunirono ad Anagni per procedere alla nuova elezione. Ma prima di farlo, in una condizione di scarsa sicurezza, e sempre sotto l'incubo di un assedio, non trovarono di meglio che iniziare delle trattative di pace con Federico, il quale volendo dimostrarsi magnanimo, mise prima in liberta i due cardinali che teneva in carcere (e questi si unirono agli altri otto del Sacro Collegio), poi si allontanò col suo esercito da Roma e andò nel marzo 1242 a devastare la terra dei Marsi, nel successivo luglio toccò ai monti Albani, e qualche devastazione la fece a fine 1242 in Campagna.
Fino al successivo maggio del 1243, i cardinali non si erano ancora messi d'accordo chi scegliere, tante erano le diversità di vedute. Poi il 25 giugno all'unanimità fu eletto il cardinale Sinibaldo di S. Lorenzo in Lucina, conte di Lavagna, della potente famiglia genovese dei Fieschi.
Sinibaldo aveva studiato diritto a Bologna, e al tempo di ONorio III era uditore della Curia romana. Promosso poi vice-cancelliere della Chiesa, fu creato cardinale da Gregorio IX nel 1227, e rettore della Marca d'Ancona tra il 1235 e il 1240. Fu uno degli otto che parteciparono al conclave da cui uscì il brevissimo pontificato di Celestino.

Uscito eletto il 25 giugno, quattro giorni dopo, il 28 giugno Sinibaldo fu consacrato col nome di Papa Innocenzo IV. Con lui, fin dal primo momento, la Chiesa inizia una nuova lotta con l'Impero. Eppure poco prima della sua elezione Innocenzo era un pacifista ghibellino, lui e la sua casata erano sempre stati devoti alla causa imperiale, e proprio lui aveva sempre perorato dentro la Chiesa un accordo con Federico. Ma una volta salito sul soglio, vedendo l'imperatore col suo esercito accanirsi in battaglie ingiuste contro la Chiesa, i suoi sentimenti - già nati quando aveva visto colare a picco la vane che conduceva al concilio i cardinali- si erano tramutati in guelfi e la soluzione pacifica l'abbandonò quasi subito. Deludendo chi - visto i precedenti - si aspettava una pacificazione.
Perfino il nome che si era scelto, era, infatti, tutto un programma di non dubbio significato e, se si deve credere allo storico Galvano Flamma, all'annunzio dell'elezione, Federico II stesso trasalendo esclamò: "Perdidi bonum amicum quia nullus papa potest esse ghibelinus". Sapeva di perdere un amico, e che la nuova amara realtà era, che nessun papa poteva essere ghibellino.

Infatti, Innocenzo IV, dimostrandosi di carattere fermo, iniziò ad impiegare tutte le sue energie per raggiungere al suo obiettivo: la completa disfatta di Federico II. Quest'ultimo mostrando una certa paura di averlo come avversario, da Melfi dove si trovava, gli scrisse frasi concilianti, forse con davanti il fantasma che aveva portato quello stesso nome, che aveva con tanta determinazione prima perseguitato e poi distrutto la reputazione di Federico Barbarossa.
Rammentando ciò, e mostrandosi animato dalla migliore volontà di pace, e perfino sicuro di ottenerla, Federico II gli scrisse: "Il nome d' Innocenzo vi fu dal Cielo destinato ad indicare che per Voi ciò che è nocivo scomparirà e sarà mantenuta l'innocenza". Poi in Germania, dando l'annuncio del fausto evento, fece sapere prossima la riconciliazione; in tutte le chiese del regno ordinò di cantare il Te Deum; infine inviò ad Anagni una delegazione per confermare al Papa la sua devozione alla Chiesa.
Innocenzo, iniziò a dimostrare quello che ora era diventato. Non si lasciò commuovere dalle parole, dalle apparenze, e dalle promesse, ma inviò i suoi deputati a Melfi chiedendo che l'imperatore liberasse i prigionieri; restituisse subito tutti i beni che aveva portati via alla Chiesa; che concedesse amnistia e pace a tutti i fautori ed alleati della Santa Sede; che accettasse di sottomettere ad un concilio di grandi laici ed ecclesiastici la decisione delle vertenza che Federico aveva con la Chiesa. Accettati questi patti, sarebbe stato assolto dalla scomunica.

Federico, se accettava tutto questo voleva dire rinunciare al suo programma politico ed abbattere il prestigio della monarchia non solo di fronte al Papato ma anche di fronte ai Comuni; pertanto rifiutò e chiese a sua volta che il Pontefice richiamasse il legato che nella Lombardia predicava la guerra contro di lui. Quanto ai beni ecclesiastici occupati, proponeva di restituirli ma voleva che la Santa Sede glieli ritornasse sotto forma di feudi. Ma nel frattempo non cessava le ostilità, andò perfino ad assediare Viterbo, anche se invano perchè la città si difese, ma nel farlo massacrò qualche ghibellino e mise in prigione qualche conte filo-imperiale. Il papa era estraneo a questi eccessi, ma Federico se ne lamentava mentre continuava a trattare per la pace.
Finalmente, dai plenipotenziari imperiali, questa fu giurata e stipulata il 31 marzo del 1244 con la cosiddetta "Pace di Roma". (che durò però veramente poco).

Con il patto, Papa ed Imperatore perdonavano reciprocamente ai sostenitori della Chiesa e dell'Impero, e Federico si obbligava di rimettere in libertà i prigionieri, di annullare le confische, di restituire le terre sottratte alla Santa Sede, accettando la mediazione di Innocenzo nella contesa con i comuni lombardi. Su questi ultimi Federico aveva dei sospetti sulla politica pontificia. In effetti il Pontefice non si asteneva di tramare contro l'imperatore; persuase perfino Adelasia di Sardegna a chiedere lo scioglimento del matrimonio con Enzo, figlio di Federico, dichiarandolo illegittimo. E se Federico si procurava di rafforzare il suo partito romano, anche il pontefice andava alleandosi con Azzone d'Este, Guido Guerra, e guadagnava dalla sua parte Parma.

Tuttavia in un clima di reciproca diffidenza, Federico chiese a Innocenzo un colloquio; il primo lo voleva a Narni, il secondo a Civita Castellana. Il primo non del tutto sincero, stava tramando un suo arresto. Ma anche Innocenzo subdorando qualcosa di losco, si era rivolto per un aiuto a Genova ai tre cugini Fieschi, che messi in mare un naviglio il 27 giugno gettavano l'ancora a Civitavecchia (appena in tempo).
L'incontro doveva avvenire il 28, ma mentre Innocenzo si trovava ancora a Sutri per poi recarsi all'incontro con Federico, ebbe la cattiva novella da fidati informatori che all'appuntamento trecento cavalieri erano in attesa pronti ad impadronirsi di lui appena vi sarebbe giunto.
Senza quindi recarsi all'abboccamento imperiale, Innocenzo si portò a Civitavecchia e salito sulle navi genovesi appena giunte il giorno prima, il papa con parecchi cardinali salpò per la Francia. Il naviglio il 4 luglio attraccò a Porto Venere per far riposare il papa colpito da una indisposizione, il 7 luglio giunse a Genova salutato dal popolo festante, poi Innocenzo prese dimora al convento di S. Andrea, vicino a Genova e vi rimase tre mesi; rimessosi in salute, proseguì per la Francia, arrivando a Lione il 2 dicembre 1244.
La notizia del losco tranello imperiale andato però a vuoto per la provvidenziale fuga del papa, raggiunse ogni angolo e commosse tutto il mondo, dando un colpo grave alla dignità di Federico.

Innocenzo IV dalla Francia il 3 gennaio 1245, intimò un concilio ecumenico da tenersi a Lione, invitando tutti i re, i principi e prelati del mondo cristiano. L'invito lo estese anche a Federico in persona, ma lo Svevo con la cattiva fama messa in giro dal papa, per non far la figura del tiranno, inviò dei suoi consiglieri. I quali riferirono solo le solite vecchie artificiose proposte. Poi forte per l'aiuto che gli veniva da alcuni signori italiani filo-imperiali, Federico nello stesso anno a giugno 1245 tenne una grande dieta a Verona, dove intervennero oltre quelli italiani con lui schierati, molti principi e vescovi tedeschi.
Quello invece indetto dal papa a Lione, aperto nello stesso giugno del 1245 nel monastero di San Giusto vi parteciparono centocinquanta vescovi, in gran parte della Francia, della Spagna e dell'Inghilterra. Pochi erano quelli dell'Italia e della Germania.
Nel discorso inaugurale della prima seduta, Innocenzo IV rivolgendosi all'assemblea, dopo aver paragonati i suoi dolori alle ferite di Gesù Cristo, pronunciò le parole di Geremia: "O voi che passate, volgetevi dunque e guardate se vi sia sofferenza eguale al dolore da cui sono stato colpito", quindi si soffermò a parlare delle colpe dell'imperatore e delle persecuzioni con le quali lui affliggeva la Chiesa.

La seconda seduta si tenne il 5 luglio 1245. Il Pontefice con maggiore accanimento rinnovò le accuse contro il monarca, rimproverandogli specialmente la fondazione della città saracena di Lucera, i commerci che lui aveva con i paesi arabi, i rapporti che teneva con i dotti musulmani, ed infine, se la prendeva pure con quelle donne saracene che erano addette al servizio della corte.
Una appassionata difesa di Federico fu fatta da Taddeo di Sesso, ma i suoi argomenti furono molto sterili e quindi respinti, intervenendo il papa stesso; ma Taddeo di rimando disse che il clima conciliare lionese era viziato essendoci solo sostenitori del papa e nessuno a pro dell'imperatore, quindi non era nè generale nè imparziale. Fu tuttavia proposta all'assemblea un giureconsulto imperiale, richiesta che fu non appoggiata ma comunque accettata da Francia e Inghilterra e, dopo aver proposto una sospensione dei lavori di dodici giorni, invitarono Federico ad inviare a Lione suoi vescovi, procuratori, ambasciatori, non più tardi del 17 luglio 1245.
Questi soggetti non giunsero in tempo all'assise, e gli imperiali proposero di prorogare la scadenza e di attendere ancora tre giorni, ma respinta questa proposta, il giureconsulto imperiale dichiarò incompetente a decidere quel concilio, in cui molti vescovi erano assenti e non avevano mandato i loro procuratori; quel concilio al quale la maggior parte dei sovrani cristiani non avevano inviato i loro ambasciatori; quel concilio in cui i più degli intervenuti erano mossi da partigianeria.
Dopo questa sfuriata fu letta la sentenza già preparata prima, nella quale si rinnovavano contro Federico le accuse d'infedeltà alla Santa Sede, di cui -precisavano- come Re della Sicilia lui era solo un vassallo; violazione dei trattati altre volte stipulati con la Curia; di sacrilegio; di tirannide e di eresia. La sentenza si chiudeva con queste parole:

"Noi dunque, che, sebbene indegni, rappresentiamo in terra Nostro Signore Gesù Cristo; noi, ai quali nella persona di S. Pietro furono rivolte queste parole: "tutto ciò che avrete legato in terra sarà legato in Cielo"; noi, insieme con i cardinali nostri fratelli e con il sacro Concilio, abbiamo deliberato intorno a questo principe che si è reso indegno dell'impero, dei suoi regni e di ogni onore e dignità. Per i suoi delitti e per le sue iniquità Dio lo respinge e più non tollera che sia re o imperatore. Noi facciamo soltanto conoscere e denunciamo che, a motivo dei suoi peccati, è respinto da Dio, è privato dal Signore di qualsiasi onore e dignità, e frattanto anche noi di ciò lo priviamo con la nostra sentenza.
Tutti quelli che sono legati a lui da giuramento di fedeltà sono da noi in perpetuo sciolti e resi liberi da tale giuramento; e noi vietiamo loro espressamente ed assolutamente con la nostra apostolica autorità di prestargli obbedienza come imperatore o re o per qualunque altro titolo da lui preteso. Coloro che l'aiuteranno o favoriranno come imperatore o re, incorreranno ipso facto nella scomunica. Quelli cui nell'impero spetta l'elezione dell'imperatore eleggano pure liberamente il successore di questo; riguardo al regno di Sicilia, sarà nostra cura provvedervi e nel modo più conveniente con il consiglio dei cardinali nostri fratelli".
Quando il Pontefice ebbe pronunziata la sentenza di scomunica e deposizione, e i cardinali, ripetutala ebbero rivolti a terra i ceri che tenevano in mano accesi, Taddeo di Sessa, percuotendosi il petto, gridò: "Questo è il giorno della collera, delle calamità e della sciagura ! Or gioiranno gli eretici, non avranno più freno i Carismìi e d'ogni parte irromperanno le orde mongoliche !". Ed uscì dal concilio.
"Ho fatto il mio dovere. Dio provveda al resto secondo la Sua volontà",
rispose Innocenzo IV chiudendo il Concilio e intonando Te Deum mentre le campane di Lione suonavano a distesa.
"Il concilio era finito. Esso - scrive il Grogorovius - diede il colpo fatale all'antico impero germanico; ma la Chiesa n'ebbe in pari tempo bruciata la mano dal suo proprio fulgore. I due princìpi, che erano stati fin qui i motori della civiltà, dell'autocrazia imperiale e della teocrazia papale, cedono il posto ad altri princìpi più consoni all'indipendenza ed alla libertà delle nazioni.
Il papato continuerà ancora a comandare alle anime, però alla condizione che esso abbandoni le antiche velleità d'imperare anche sui re e sulle nazioni".
La scomunica di Federico fece un'enorme impressione sull'Europa, anche se la cancelleria imperiale di Federico la invase di editti ed appelli perchè insorgesse contro quell'Anticristo rappresentato da Innocenzo IV. Si ritornò insomma a quella guerra ideologica e militare già conosciuta da Federico ai tempi di Gregorio IX.

Il papa dopo la scomunica, la degradazione e lo scioglimento del giuramento all'imperatore, diede facoltà agli elettori di Germania di nominare un re, mentre lui avrebbe provveduto da solo per quanto riguardava il regno di Sicilia e sul resto d'Italia.
In Germania i principi tedeschi devoti alla Chiesa elessero il margravio di Turingia Enrico Raspe. Costui dovette affrontare subito gli oppositori guidati dal figlio di Federico, Corrado, che riusciva a sconfiggere a Francoforte il 5 agosto 1246, ma pochi mesi dopo, il 17 febbraio 1247 Enrico moriva. In ottobre lo rimpiazzarono con il giovane conte Guglielmo d'Olanda, incoronato poi ad Acquisgrana il 1° novembre 1248.
In Sicilia invece, molti nobili messi al potere da Federico, tradendolo si unirono al papa; altrettanto fecero il vicario di Toscana, i De Morra, Tebaldo Francisco podestà di Parma. In mezzo a tanti voltafaccia, Federico con l'aiuto del figlio Enzo e del feroce Ezzelino da Romano, riuscì a riprendere Parma che poi punì con uno sterminio. Ma in una nuova ribellione dei parmensi, questi gli assalirono la tendopoli piazzata fuori Parma e il 18 febbraio 1248 Federico riuscì a stento a salvarsi fuggendo a Cremona, dove maturò intenzioni di fare pace con il papa, ma nel frattempo continuava la guerra. Il 26 maggio 1249, attaccando Bologna, suo figlio Enzo alla battaglia di Fossalta fu catturato dai bolognesi; lo rinchiusero in una tetra prigione e ve lo tennero dentro fino alla sua morte. (vedi nel periodo storico indicato in calce)

Qualche speranza di rivincita gliela diede l'Ezzelino che con la sua ferocia vinceva e dominava nell'Italia settentrionale; ma al centro e nel sud Federico era ormai solo, e trasferitosi proprio nel sud, qui diffidando anche dei suoi più fedeli collaboratori (fra cui Pier della Vigne, che accusato di intese col papa, fece accecare e buttare in prigione. Ma in attesa del processo il cancelliere si suicidò), si ritrovò ancora più solo. Per poco tempo però, il 13 dicembre 1250 Federico moriva a Fiorentino nella Puglia, all'età di 56 anni per un attacco di febbri intestinali. Fu sepolto nel duomo di Palermo.

Come Federico aveva gioito alla morte di Gregorio IX con "villana letizia", a gioire questa volta fu Innocenzo IV; e tale gioia la manifestò scrivendo lettere (rimaste famose) a tutti i sovrani europei, annunciando con tono sprezzante e poco lodevoli per un uomo di chiesa, che era finalmente morto il "nemico giurato della Chiesa cristiana"...."Esultino i cieli ! Si rallegri la terra, perché con la morte del vostro persecutore sembra, per l'ineffabile misericordia di Dio, che si siano mutati in dolci zeffiri e in fresche rugiade i fulmini e le procelle che sono stati lungamente sospesi sulle vostre teste. Tornate dunque subito nel grembo della Santa Chiesa, vostra madre, dove soltanto in questa potete trovare riposo, pace, libertà".
Il 16 aprile 1251 Innocenzo ricevette il re di Germania Guglielmo (che riconfermò il 1° luglio 1252) indi sbarcando a Genova ritornò in Italia; per oltre due anni visitò varie città della Lombardia,
Le accoglienze che Milano fece al Pontefice furono indescrivibili: tutta la città andò ad incontrarlo e oltre ducentomila persone fiancheggiavano la strada per un tratto di dieci miglia, dove passò Innocenzo sotto un baldacchino di seta, sorretto dai più autorevoli cittadini.
Due mesi dimorò a Milano il Pontefice, poi attraverso Brescia, Mantova e Ferrara scese a Bologna, accolto ovunque festosamente, e di là, per la Romagna, andò a Perugia e infine ad Anagni, dove dimorò alternativamente fino all'ottobre del 1253 prima di rientrare a Roma dopo aver ricevuto l'invito dal Senatore.

Disponendo ora come un suo feudo il regno di Sicilia, si diede da fare per cercare un re a lui gradito, ignorando del tutto Manfredi. Ne scelse diversi e fra questi tutti di alto lignaggio: Riccardo di Cornovaglia, fratello di Enrico III d'Inghilterra; Carlo d'Angiò, fratello di Luigi IX di Francia; poi con lo stesso figlio di Enrico III, Edmondo di nove anni. Le trattative fallirono tutte, perchè il papa poneva delle condizioni che furono dai potenziali beneficiati considerate inaccettabili.

Nel Sud a resistere come re del regno di Sicilia era rimasto lo scomunicato Manfredi, principe di Taranto (Manfredi era figlio nato da una relazione dell'imperatore con la contessa Bianca Lancia, e fungeva da luogotenente in Italia del fratellastro Corrado).
Benvisto e apprezzato anche dai siciliani per le sue grandi doti di magnanimità e ingegno, Manfredi con la maggior parte della popolazione a suo favore divenne temerario nei confronti dell'usurpazione della Chiesa. Tenne prima testa ad alcuni ribelli schieratisi col papa; poi temendo le trame con gli stranieri di Innocenzo IV, chiese aiuto in Germania al fratellastro Corrado, che nell'ottobre 1251 era già sceso a Verona accolto da Ezzelino. Proseguì subito per il Mezzogiorno iniziando fin dalle prime battute una guerra fortunata, che gli permise di mettere al sicuro il regno meridionale e di entrare trionfalmente a Napoli nell'ottobre del 1253.
Innocenzo IV da Assisi scomunicò pure lui, ma Corrado sentendosi sicuro, pensò di risalire l'Italia e di marciare contro le città lombarde. Era appena partito, quando nei pressi di Lavello, tra Melfi e Venosa, il 21 maggio 1254, a soli 26 anni moriva, lasciando suo erede il piccolo Corradino, che sua moglie Elisabetta di Wittelsbach, gli aveva appena partorito il 25 marzo 1252.
Era riuscito a fare testamento, lasciando in eredità il regno di Sicilia al piccolo Corradino, pur mettendolo sotto la tutela a quel papa che lui aveva tentato di strappare il regno stesso. Il fratellastro Manfredi nemmeno lo nominò.

Morto Corrado, instabili com'erano i nobili del Mezzogiorno, o per un innato odio contro i tedeschi, ne approfittarono subito per rivolgersi al Papa. Manfredi saggio com'era, invece di continuare una guerra a oltranza, cercò di accordarsi col papa, cercando di perorare non la sua causa ma di far riconoscere come erede il piccolo Corradino. Ma Innocenzo IV non voleva più saperne di dominazione sveva in Italia. Da Manfredi voleva piena sottomissione alla Chiesa; quanto ai diritti di Corradino - disse - se ne sarebbe parlato a suo tempo, allorchè questi fosse stato in grado di esercitarli. Tuttavia concluse il 27 settembre del 1254 un accordo con Manfredi, nominandolo solo vicario di Taranto e Adria.
Manfredi si fidò poco di questo accordo, e quando venne a sapere che il papa stava raccogliendo danari dai banchieri e dai beni della Chiesa per formare un esercito e marciare contro di lui, anticipò le mosse con i suoi fidi Saraceni e presso Foggia il 2 dicembre 1254 li sbaragliò mettendoli in rotta.
Il 27 ottobre, pregustando una sicura vittoria, Innocenzo IV era già sceso a Napoli accolto dalla mutevole popolazione. Ma all'annuncio della disfatta di Foggia del 2 dicembre, lo colse un malore; cinque giorni dopo, il 7 dicembre 1254, moriva.

Innocenzo IV era andato molto vicino al sogno di alcuni suoi predecessori, ma forse fu troppo avventato, quando invece avrebbe potuto con più coerenza e con più calma affrontare i quattro anni del dopo-Federico.
La sua politica con l'impero è giudicata sfavorevolmente, soprattutto dagli storici tedeschi.
La Chiesa nei dieci anni del suo pontificato non era più forte ( basterebbe ricordare il vano appello rivolto a Lione a tutte le nazioni per una nuova crociata, che poi accettò solo Luigi IX e che si risolse oltretutto in un disastro) e l'impero con la morte di Federico nei quattro anni che seguirono stava decadendo come forza politica.
Ma Innocenzo IV - preso nella furia contro gli svevi - non riuscì a capire nè a vedere che agendo così anche per il papato si preparavano tempi di decadenza.
Più favorevole e anche più redditizia fu invece la sua attività missionaria, con una serie di iniziative di ampio respiro evangelico. Basterebbe ricordare le missioni in Africa e in Asia. In quest'ultima, ai Mongoli ed ai Tartari invasori della Russia mandò fino al Caracorum il (leggendario) missionario Giovanni da Piano di Carpino. Approvò la Congregazione dei Servi di Maria, nata a Firenze nel 1233; confermò agli Slavi il privilegio di celebrare gli uffici divini nella loro lingua; scrisse un libro sulle Decretali e difese con altri scritti la supremazia della Chiesa.

Poco evangelica - ed è rimasta come una indelebile macchia del suo pontificato - fu la bolla Ad extirpanda emanata due anni prima di morire, nel 1252, con la quale permise all'inquisizione di fare uso della tortura.
Sepolto in un primo tempo a Napoli nella chiesa di S. Restituta, nel 1318 le sue ossa furono traslate nella nuova cattedrale di S. Gennaro e messe dentro il monumento funebre che gli fu eretto nel 1318. Nella stessa Napoli i cardinali si riunirono per eleggere il successore

ALESSANDRO IV....


ALESSANDRO IV, Rinaldo conti Segni, di Anagni
(pontificato 1254-1261)
I cardinali, riuniti in conclave a Napoli, dopo sette giorni, sceglievano come successore di Innocenzo IV, il vescovo REGINALDO (o Rinaldo) di Ostia, della famiglia dei conti di Segni, che prese il nome di ALESSANDRO IV quando il 20 dicembre fu consacrato..
Era figlio di una sorella di Gregorio IX, e proprio lo zio nel 1227 lo aveva creato cardinale diacono e in seguito, nel 1231, vescovo di Ostia

Il nuovo Pontefice, sebbene di carattere mite e amante più degli studi che della politica, diede subito l'impressione che non era all'altezza della situazione.
Gregorovius ne fece questo ritratto: " un papa che non si curava di guerre, un signore corpacciuto e bonario, giusto e timoroso di Dio e però amante del denaro e debole" tuttavia dovette continuare
la guerra, "e tentò di avanzare nella strada pericolosa tracciata da Innocenzo IV, addentrandosi in un labirinto con scarse capacità di venirne fuori".
Tutta la sua politica fu improntata alla tradizionale avversione papale contro gli Svevi, e anche se in precedenza, personalmente non era stato mai ostile con Federico II, non sapendo come opporsi a Manfredi, provvide a rinnovargli la scomunica, a ignorare i diritti di Corradino, a fare molti tentativi di cercare un nuovo sovrano del regno. Lo assegnò nel febbraio 1255 ad Alfonso di Castiglia, poi a Guglielmo d'Olanda e alla morte di questi nel gennaio del 1256, tornò nuovamente ad offrirlo al figlio del re d'Inghilterra, Edmondo. Enrico III accettò, ma dovette stipulare un contratto che anticipava al papa le decime della Chiesa inglese. Con questi denari Alessandro ebbe così i mezzi per proseguire una guerra sconclusionata, che alla fine non solo si risolse in un nuovo disastro per l'esercito pontificio, ma fece saltare anche il contratto con Enrico che - sollecitato dai suoi ambienti ecclesiastici - non ne volle più sapere di prendere in considerazione una conquista militare del regno di Sicilia.
L'incapacità di Alessandro, fu la fortuna di Manfredi. Questi, non lasciandosi ingannare dalle proposte della Curia romana che fingeva di esser disposta a riconoscere i diritti di Corradino, nell'estate del 1255 marciò su Napoli, costringendo il nuovo Pontefice a ritirarsi nella solita protettiva Anagni, e nella primavera del 1256, ridotta all'obbedienza tutta la terraferma, passò in Sicilia.
Dopo tanto avvilimento la fortuna della casa Sveva era risolutamente risorta nell'Italia meridionale e il merito era tutto di Manfredi, in cui rivivevano e si assommavano le migliori qualità della sua famiglia.

"L'intrepida sua costanza nella sventura, - scrive il Prutz - e la sua audacia, quando tutto pericolava erano tuttavia superati dalla sua moderazione, dalla sua clemenza nel momento della vittoria, dalla sua elevatezza e perspicacia diplomatica, dalla sua politica chiara e ben determinata, mediante la, quale lui si applicò ad assicurare, ad estendere tutto ciò che un ribaltamento quasi miracoloso della fortuna gli aveva permesso di conquistare, e ad indurre, con misure abili ed opportune, altre potenze, a riconoscere e favorire il nuovo stato di cose. E in tutti i suoi atti non procedeva di sua autorità, ma si presentava sempre come reggente in nome del nipote minorenne Corradino".

Alessandro IV, dopo aver abbandonato Napoli, si era come già detto, rifugiato ad Anagni. Fece il rtientro a Roma nel luglio del 1255, quando buona parte dei territori dello Stato della Chiesa erano perduti, e la stessa Roma non era più sotto la sovranità del pontefice. Da tre anni governava un senatore forestiero, il bolognese Brancaleone degli Andalò. Con un rinnovato spirito repubblicano, aveva domato i nobili ribelli, costituito un popolo armato, dominato con il terrore.

All'arrivo del papa stavano per scadere il suo governo, e fu proprio il ritorno a Roma del papa che fece scoppiare una nuova ribellione, promossa dai nobili filo-papali, contro Brancaleone accusato di simpatie filo-tedesche. Nei tumulti la fazione dei nobili riuscì anche a catturarlo, a rinchiuderlo in prigione, ad eleggere un nuovo Senatore, il bresciano Emanuele De Madio. Ma non vi era rimasto a lungo perché, essendo lui una creatura dei nobili e del clero ed opprimendo con il suo governo partigiano il popolo, rimase vittima di una tumultuosa reazione popolare.

Di nuovo vincente, il popolo richiamò Brancaleone, affidandogli, nel 1257 per altri tre anni la carica di senatore. Brancaleone tornò in Roma, vi restaurò il governo democratico, si alleò con Manfredi e per vendicarsi delle offese precedentemente sofferte mandò al supplizio alcuni nobili della famiglia degli Annibaleschi, altri li inviò in esilio e costrinse pure il Papa a ritirarsi prima a Viterbo poi ad Anagni.
Centoquaranta torri di nobili furono rase al suolo e i loro beni confiscati. Scomunicato da Alessandro IV, Brancaleone minacciò di radere al suolo Anagni, e l'anatema fu così revocato. Brancaleone però non riuscì a godere a lungo dei suoi trionfi: colto da violenta febbre mentre assediava Corneto, si fece condurre a Roma e, pochi mesi dopo che aveva assunto la carica, nel 1258 cessò di vivere in Campidoglio.
Nello stesso anno in Italia settentrionale terminava anche la tirannide di Ezzelino da Romano, dopo le numerose vittorie in Veneto, giunto a Brescia, si lasciò convincere da alcuni fuoriusciti milanesi, di invadere la capitale lombarda. Nell'attacco del 27 settembre 1259, il tiranno fu ferito sul ponte di Cassano sull'Adda, fatto prigioniero, moriva quattro giorni dopo a Soncino. L'intero suo esercito che da anni aveva terrorizzato tutta l'Alta Italia, in un baleno si disperse.
Con la morte di Ezzelino, preceduta da quella di Brancaleone, cioè i due potenziali alleati di Manfredi, si era chiuso un capitolo, ma papa Alessandro, come il suo predecessore, preso pure lui dalla furia contro gli svevi non seppe approfittarne; forse pure lui non ebbe buoni consiglieri.

Come i precedenti, non aveva i mezzi finanziari, ciononostante era sempre sul piede di guerra contro Manfredi; o in cerca di alleati per fargli guerra; soprattutto quando Manfredi si fece proclamare re e cinse la corona nella cattedrale di Palermo il 10 agosto 1258.
Ne approfittò anche per fare delle alleanze nell'Italia centrale; sfruttando la guerra dei Guelfi contro i Ghibellini, aiutò quest'ultimi rifugiatisi a Siena per fa guerra a Firenze. Nella battaglia di Montaperti il 4 settembre 1260, l'esercito guelfo venne pienamente disfatto e Guido Novello divenne vicario di Manfredi.
Fu un altro brutto colpo per il papa e per i suoi guelfi. Ricorse alla solita arma scomunicando Siena e i Ghibellini, ma la sua voce non valse a scongiurare il formarsi di una potente lega toscana contro i guelfi.
Perfino nella stessa Roma, dopo la morte di Brancaleone, i nobili pur riuscendo a nominare due senatori della propria fazione, non si mostrarono favorevoli alla presenza del papa a Roma. E come al solito, dimostrando ancora una volta la sua debolezza, Alessandro decise di lasciare la propria sede, tornando nuovamente a rifugiarsi nella ospitale Viterbo.

Affranto da tutti questi dispiaceri, Alessandro IV morì pochi mesi dopo proprio a Viterbo il 25 maggio 1261.
Pur giudicato uomo e sacerdote irreprensibile, fu un uomo debole, privo di energia; forse a causa della sua etào a causa di cattivi consiglieri; quando in questi tempi così difficili, di energia ne occorreva molta e di buoni consiglieri pure.
Gli otto cardinali che si trovavano a Viterbo che dovevano nominare un successore, si resero conto che ci voleva un pontefice risoluto. Non mancarono i pro e i contro, ed infatti la decisione venne con molto ritardo, bisognò aspettare la fine di agosto, quando la scelta cadde sul francese Jacques Pantaleon, col nome di... URBANO IV .....



URBANO IV, Giacinto Pantaleon, di Troyes
( pontificato 1261-1264 ) Alla morte di Alessandro IV avvenuta il 25 maggio 1261, gli otto cardinali che si trovavano a Viterbo che dovevano nominare un suo successore, si resero conto che ci voleva un pontefice risoluto. Non mancarono i pro e i contro, ed infatti la sofferta decisione venne con molto ritardo. Nè riuscirono a far convergere i voti su uno di loro. Bisognò aspettare quasi la fine di agosto, quando la scelta cadde sul francese Jacques Pantaleon, un elemento estraneo al Sacro Collegio.
Si stabilì di dare la tiara pontificale a un prelato non cardinale: JACQUES PANTALEON nato a Troyes nella Champagne nel 1220, da famiglia di bassa condizione, suo padre era calzolaio. Aveva studiato a Parigi ed era stato canonico a Leon e arcidiacono a Liegi. Innocenzo IV lo aveva nominato nel 1251 vescovo di Verdun e, in qualità di legato di Germania, si era fatto apprezzare per la notevole attività religiosa e diplomatica. Fornito di grande ingegno, pieno di profonda dottrina e dotato di straordinaria energia, Alessandro IV nel 1255 lo aveva inviato in Terra Santa come patriarca di Gerusalemme.

Alla morte di Alessandro si trovava in Italia
per una questione inerente i Cavalieri di S. Giovanni, e fu sbigottito quando gli venne comunicata la inaspettata nomina. Che durò poco, tuttavia fece in tempo a sconvolgere l'Italia, perché poco prima di morire chiamando gli Angioini, questi anche senza di lui non se ne andarono più via.

Il nuovo pontefice prese il nome di URBANO IV, e fin dall'inizio del suo pontificato si mostrò nemico di Manfredi e continuatore della politica dei suoi predecessori. Ordinò, infatti, allo svevo di richiamare i Saraceni che, durante la Santa Sede vacante, erano penetrati nella campagna romana; bandì contro il re di Sicilia una crociata; nominò capo delle milizie papali, fra cui arruolò tutti i fuorusciti del mezzogiorno, Ruggero di Sanseverino, acerrimo nemico di Manfredi; cercò di dissuadere Giacomo D' Aragona di dare in moglie al figlio Pedro la sveva Costanza (figlia di Manfredi); e infine, il 6 aprile del 1262, rinnovata la scomunica contro il figlio di Federico, lo citò a comparirgli dinanzi per giustificarsi delle gravissime colpe di cui era accusato; che come quelle dei suoi predecessori erano tutte false, infamanti, e dato che colpivano anche la cultura, i commerci, la mondanità, le domestiche gioie, i diletti, erano anche fuori del tempo, retrograde. Tuttavia le accuse verso la "lasciva corte", erano che in quella, si "rovinavano le genti". Ma oltre le lettere papali c'erano i predicatori, i flagellanti, a spargere il terrore indicando il castigo divino sull'intera umanità, corrotta, da un insopportabile sovrano, e che quindi era "meritevole schiacciarlo".
Ma URBANO IV ben sapeva che le armi spirituali non erano sufficienti a debellare MANFREDI. Convinto che occorreva suscitare contro lo svevo un competitore valoroso, potente, ambizioso, che potesse con le sue forze togliere il regno al rivale, capeggiare il Guelfismo e mantenersi devoto alla Santa Sede, il Pontefice posò lo sguardo su CARLO D'ANGIÒ, del quale, nel 1248, in occasione della spedizione di Luigi IX in Egitto aveva ammirato il coraggio, il valore e la costanza.

CARLO era l'uomo che, più d'ogni altro, avrebbe potuto giovare alle trame della Curia romana contro Manfredi, sebbene non fosse di tal natura da rimanere, dopo il successo, assolutamente ligio ai voleri del Papato.
"Saggio, di sano consiglio e prode in arme - lo descrive il Villani - e aspro e molto temuto e riguardato da tutti i re del mondo, magnanimo e d'alti intendimenti nel fare ogni grande impresa, sicuro, in ogni avversità, fermo, e veritiero d'ogni sua promessa, poco parlante e molto adoperante, non rideva quasi mai o pochissimo; onesto come un religioso; cattolico ma aspro in giustizia e spesso feroce; grande di persona, possente come corporatura, colore del viso olivastro con un gran naso; e più che un signore nella sua imponenza pareva proprio una maestà reale; molto vegliava e poco dormiva, e usava ricordare che, dormendo si perdeva tanto tempo; era largo con i cavalieri d'arme, ma sempre bramoso di conquistare terre e signorie, oltre che essere avido di denaro necessario per le sue imprese e le sue guerre; di gente di corte, di menestrelli o giocolieri lui non si dilettò mai"
Carlo, possedeva già domini molto estesi; come principe della casa reale di Francia le contee del Maine e dell'Angiò, e come marito di Beatrice, ultima figlia del conte Raimondo, tutta la Provenza; ma la sua grande ambizione era spronata da quella ancor più grande della moglie, la quale - secondo quel che si narra - non sapeva darsi pace di esser una semplice contessa mentre le sorelle erano regine.
Con Carlo d'Angiò, il Pontefice iniziò trattative, che furono affidate alla scaltrezza dell'arcivescovo di Cosenza BARTOLOMEO PIGNATELLI. Questi, mosso da odio per Manfredi, seppe con grande astuzia rimuovere ogni difficoltà: ottenne che Edmondo d'Inghilterra rinunciasse ai diritti sul regno di Sicilia conferitigli da Alessandro IV, piegò Luigi IX di Francia, che, pur essendo ossequente alla Santa Sede, non voleva che il fratello Carlo togliesse quello che per diritto era di Corradino e riuscì a far concludere al Papa un trattato con Carlo d'Angiò, mediante il quale questi riconosceva alla Santa Sede l'alta sovranità sul regno siciliano, ne riceveva dal Pontefice l'investitura, rinunciava al possesso di Benevento e si obbligava a pagare alla Curia romana un annuo tributo di diecimila once d'oro.
E poiché durante le trattative, il partito guelfo romano aveva eletto senatore della città Carlo d'Angiò, questi giurò poi al papa di deporre la potestà senatoria appena veniva in possesso del regno siciliano.
Ciò significa che Carlo con astuzia trattava con i Romani e contemporaneamente con il papa che era decisamente contrario a quella carica di senatore. I due onori dovevano essere assolutamente divisi, e se Carlo insisteva, le trattative per l'infeudazione del Regno di Sicilia dovevano rompersi.
Le pratiche tra la Curia romana e Carlò d'Angiò non erano rimaste ignote a Manfredi. Sapeva che il rivale che la Santa Sede gli metteva di fronte era un uomo temibile ed ambizioso, e prevedeva pure che con lui si sarebbero schierati tutti i Guelfi d'Italia, ed era sicuro che, all'avvicinarsi dell'Angioino, i tiepidi amici lo avrebbero abbandonato ed avrebbero ripreso animo i numerosi occultati nemici che contava nel regno, pronti a salire sul carro di un qualsiasi suo avversario, rinnegando amicizie, fede e anche la ragione. Volendo rafforzare la sua posizione e intimorire gli avversari prima che Carlo sarebbe sceso in campo, Manfredi, ideò un piano audace: impadronirsi di Roma e di Orvieto, dove risiedeva la corte pontificia. A tale scopo chiamò nella marca d'Ancona le milizie del conte GIORDANO; mandò PERCIVALLE d'ORIA con un forte contingente di cavalieri ed arcieri saraceni nel ducato di Spoleto; ad Ostia inviò il romano TEBALDO ANNIBALDI per chiudere la via del mare ai Guelfi di Roma; e contro di questa lanciò alcune gruppi di fuorusciti romani comandati da PIETRO DI VICO. L'impresa però ebbe un esito felice solo in parte: infatti, PERCIVALLE D'ORIA, mentre marciava su Orvieto, morì annegato nelle acque della Nera e PIETRO di VICO, giunto alle porte di Roma, fu respinto dai Guelfi.
Mentre nella marca d'Ancona due capitani delle milizie pontificie, il conte D'ANGUILLARA e dal vescovo di Verona furono sconfitti e fatti prigionieri. Ad Orvieto il Papa corse pericolo di cadere in mano delle truppe sveve con tutta la sua scorta e a stento riuscì, nel settembre del 1264, a fuggire e a rifugiarsi a Perugia.
Da questa città Urbano IV inviò un urgente appello all'angioino, ma non riuscì a vedere le armi della Francia che aveva chiamate, scendere contro lo scomunicato svevo; ammalatosi nella difficoltosa fuga da Orvieto, cessò di vivere il 3 ottobre del 1264 a Perugia, e nel duomo di Perugia fu sepolto. Il suo pontificato non fu grande, e la chiamata di Carlo d'Angiò in Italia non giovò nè alla Chiesa nè al Regno di Sicilia. Inoltre morì senza vedere in pratica attuata nessuna delle sue iniziative.

Migliore fortuna le sue iniziative di carattere religioso e fra queste la venerazione del Sacramento Eucaristico, con l'istituzione della festa del "Corpus Domini", che però - a causa della sua morte - divenne effettiva ed operante solo dopo il concilio di Vienne del 1311.
Fece anche in tempo a decretare una ulteriore e definitiva riforma dell'Inquisizione medioevale: le inchieste dovevano essere controllate da un pubblico notaio, e le confessioni dovevano essere recepite da persone religiose prudenti, da consultarsi prima di pronunziare le sentenze.
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Dopo la morte di Urbano, avvenuta come già detto sopra il 2 ottobre 1264, i cardinali (fra l'altro quasi tutti francesi, creati appunto dal francese Urbano) che si riunirono per eleggere un successore, la decisione per la scelta del nome - anche questa volta - fu piuttosto laboriosa, e come tempi furono più lunghi dell'elezione di Urbano. Ci vollero quattro mesi. Il 5 febbraio 1265 elessero.... CLEMENTE IV ....

CLEMENTE IV, Guido Le Gros Fulcodi, francese
( pontificato 1265-1268 ) Dopo la morte di Urbano, avvenuta come abbiamo già letto il 2 ottobre 1264, i cardinali (fra l'altro quasi tutti francesi, creati appunto dal francese Urbano) si riunirono nella stessa Perugia per eleggere un successore. Ma la decisione per la scelta del nome - anche questa volta - fu piuttosto laboriosa, e come tempi furono più lunghi dell'elezione di Urbano.
Una fazione saggia proponeva un papa che fosse in grado di fare pace con Manfredi, un'altra fazione era favorevole a mettere un uomo favorevole a Carlo d'Angiò. Ovviamente prevalse questa fazione, non smentendosi come connazionali

Ci vollero tuttavia quattro mesi per giungere alla scelta. Il 5 febbraio 1265 finalmente fecero il nome di un nobile di Tolosa nato a St. Gilles presso Nimes: GUIDO, figlio di FOLCO LE GROS (nome originario Guy Foulques)
All'inizio della sua carriera Guido era stato un giurista di grido alla corte di Luigi IX re di Francia. Si era sposato, aveva avuto due figli, ma mortagli prematuramente la moglie si era fatto monaco certosino. Con le sue qualità di alta giustizia e una grande perizia diplomatica, era entrato nell'ordine ecclesiastico salendo ben presto ad alta dignità. Fu infatti eletto vescovo di Puy nel 1257, poi arcivescovo di Narbona nel 1259, infine creato da Urbano IV cardinale di Santa Sabina nel 1262.

Eletto il 5 febbraio del 1265, Guido trovandosi a Roma, quando gli giunse la notizia della sua elezione, non sentendosi sicuro, si travestì da anonimo frate e si recò a Perugia dove il 15 dello stesso mese fu consacrato papa col nome di CLEMENTE IV.

Se la morte di Urbano aveva ridato speranza a Manfredi di pacificarsi con la Curia romana, l'avvento al papato di Clemente IV, altro suddito diretto di Carlo d'Angiò, fece cadere dall'animo dello svevo questa speranza. Comprendendo che la grande contesa con la Santa Sede doveva essere risolta dalle armi, il figlio di Federico II si preparò alla difesa; chiamò mercenari dalla Germania e Saraceni dall'Africa, ordinò ai vassalli del regno di radunare le milizie, fornì di vettovaglie le fortezze che guardavano il confino, fece sbarrare con travi l'imboccatura del Tevere e, per impedire che i Francesi sbarcassero sulle coste del Lazio, comandò che ottanta navi siciliane e pisane incrociassero tra la Corsica la Sardegna e la penisola.
CARLO D'ANGIÒ intanto si preparava anche lui alla spedizione, aiutato dall'ambiziosa moglie, che impiegava tutte le sue ricchezze e perfino vendeva e impegnava i suoi gioielli per assoldare gente, e dal clero francese che acconsentì alla levata della decima sui beni ecclesiastici.
Al principio della primavera del 1265 un esercito di cinquemila cavalli, quindicimila pedoni e diecimila balestrieri si era radunato sulle rive del Rodano. L'Angioino aveva ricevuto dal Pontefice una bolla, con la quale gli era stata confermata l'investitura del regno di Sicilia, ma con la stessa fece anche pressioni perché rompesse gli indugi e che si decidesse a partire per l'Italia.
Carlo aveva promesso di trovarsi a Roma prima della Pentecoste e poiché non aveva navi sufficienti per far passare l'esercito nel Lazio per la via mare e temeva le insidie della flotta nemica, diede il comando delle truppe al conestabile di TRAISIGNIES con l'incarico di condurlo in Italia attraverso le Alpi; poi per fare più presto, nell'aprile del 1265, s'imbarcò a Marsiglia con un corpo scelto di mille cavalieri distribuiti in venti galee e sciolse le vele diretto alle coste del Lazio. La navigazione non fu senza incidenti: era giunto presso le coste della Toscana, quando fu sorpreso da una violenta tempesta che disperse la flottiglia francese e gettò la galea su cui era montato l'Angioino verso Porto Pisano, dove poco mancò che Carlo non fosse catturato dal conte GUIDO NOVELLO, luogotenente di Manfredi.
La tempesta però fu la sua salvezza perché la flotta siculo-pisana fu costretta a prendere il largo e Carlo d'Angiò, rimessosi in mare, riuscì a giungere indisturbato fino alla foce del Tevere, risalire il fiume e andare ad alloggiare nel convento di San Paolo fuori le mura, e qui rimase fino a quando non lo raggiunsero i suoi cavalieri. Il 24 maggio, vigilia della Pentecoste, alla testa dei suoi e seguito da una grande moltitudine, l'angioino fece il suo ingresso trionfale a Roma, accolto dal popolo che applaudiva al senatore, al re di Sicilia, al liberatore e imprecava a Manfredi. Feste splendide seguirono e pochi giorni dopo, nel tempio d'Aracoeli sul Campidoglio, davanti alla folla plaudente, Carlo indossò la toga senatoriale. Qualche tempo dopo, tra l'Angioino e i cardinali inviati dal Pontefice si veniva ad un accordo, in cui fra l'altro, Carlo s'impegnava ad osservare le seguenti condizioni: avrebbe pagato dopo la conquista del Regno di Sicilia, in cinque rate, cinquantamila marche alla Santa Sede, e alla stessa un tributo annuo di ottomila once d'oro; avrebbe tenuto il regno di Sicilia in qualità di vassallo della Chiesa per sé e i suoi legittimi eredi; in mancanza di figli maschi la successione sarebbe passata alle femmine; non sarebbe mai diventato imperatore né re di Germania o dei Romani né signore della Toscana o della Lombardia; l'erede, se donna, sarebbe decaduta da ogni diritto sposando l'imperatore; Carlo avrebbe potuto ottenere la corona imperiale solo rinunciando al regno in favore dei suoi discendenti; non avrebbe, pena la scomunica, mai occupato alcun territorio della Chiesa, alla quale avrebbe restituito tutte quelle occupate dagli svevi; che avrebbe tenuto la carica di senatore solo temporaneamente, fino vale a dire alla conquista del regno; riconosciute le immunità ecclesiastiche, avrebbe revocate le costituzioni contrarie alla libertà della Chiesa e ai sudditi del regno avrebbe concesso tutte quelle immunità e quei privilegi ch'essi godevano al tempo di Guglielmo II.

Intanto l'altro esercito francese radunato alle rive del Rodano si preparava a partire. Il conestabile di Traisignies, portandosi dietro la contessa Beatrice (impaziente di coronare la sua ambizione di regina) , verso la fine dell'estate del 1265, guidò il suo esercito attraverso le Alpi, in Italia. Molti avventurieri si erano aggregati al suo esercito per la paga che vi si distribuiva, altri erano convinti che nella spartizione dell'Italia c'era una fetta di penisola per tutti. Sulle incursioni fatte in Lombardia, in Toscana e nella marca di Ancona, queste sono meglio illustrate nel periodo in "Storia d'Italia".

Quando Carlo d'Angiò era giunto a Roma, era in penose difficoltà perché lui non aveva danaro per pagare le truppe e papa CLEMENTE IV, che gli aveva dato tutto il suo per mantenere i mille cavalieri condotti da Marsiglia (aveva perfino chiesto denaro dagli usurai) richiesto insistentemente, rispondeva: "Io non possiedo né monti né fiumi d'oro. Dopo che per te ho fatto tutto quel che ho potuto, dopo che ho stancato i mercanti, i quali non ci vogliono prestar più nulla, non capisco come tu possa ancora importunarmi. Io stesso soffro la povertà e per far fronte ai miei bisogni sono dovuto ricorrere a tutti i mezzi, eccettuate le estorsioni e le ingiustizie. Tu conosci bene le cause di tanta miseria: l'Inghilterra ci è contraria, l'Alemagna non ci obbedisce, la Francia è malcontenta e si lagna, la Spagna basta appena a se stessa. Pretendi tu forse che io faccia miracoli e cambi la terra e i sassi in oro ?".
Il linguaggio aperto e rude del Papa era dovuto, oltre che all'impossibilità di dare ancora aiuto all'Angioino, al contegno sfrenato dei francesi, i quali, attraversando l'Italia, si erano dati ai saccheggi, non rispettando neppure i beni ecclesiastici, e, giunti a Roma, avevano commesso e continuavano a commettere rapine e violenze, che lo stesso Carlo non sapeva o non poteva impedire. A lui, cui era stato rimproverato di aver preso con i suoi uomini alloggio nel Laterano (che era la sede vacante del papa), il Pontefice scriveva:
"Noi non siamo affatto disposti a sopportare ancora il tuo contegno, né vogliamo lasciare inascoltate le lagnanze che da ogni parte ci inviano gli ecclesiastici, i baroni, i cavalieri e le città che hanno subito i torti che tu a tutti hai fatto da quando lasciasti il tuo paese. Noi non ti abbiamo chiamato perché nel malaffare tu imitassi i nostri nemici, ma per sostenere i nostri diritti, pago di quanto ti spetta; e non smetterò mai di ricordarti che il tuo primo dovere è di obbedire e prestar difesa alla Santa Madre Chiesa".
Alle rimostranze papali, CARLO D'ANGIÒ rispondeva reclamando che lui doveva raggiungere Roma per incoronarlo; ma Clemente indugiava, prendendo come pretesto o la stagione poco propizia, o la scarsa sicurezza del territorio che avrebbe dovuto attraversare, o la molestia che i creditori di Roma gli avrebbero data e, a sua volta, invitava l'Angioino a recarsi a Perugia per ricevervi la corona.
Alla fine il Pontefice incaricò cinque cardinali d'incoronare Carlo. La cerimonia avvenne il giorno dell'Epifania del 1266, nella basilica lateranense, dove, presenti i magistrati, numerosi prelati e i baroni francesi e provenzali, l'Angioino prestò nelle mani del cardinal vescovo di Albano il giuramento di vassallaggio alla Chiesa e dell'osservanza assoluta dei patti e infine riceveva la corona del regno di Sicilia insieme con la moglie Beatrice.


Dopo alcuni giorni di feste, il nuovo re, giudicando dannoso aspettare la primavera per iniziar le ostilità contro Manfredi, anche perché sarebbe stato abbandonato dalle sue milizie male o per niente pagate, diede all'esercito il segnale della partenza e, attraverso la strada di Ferentino, iniziò a marciare verso l'Italia meridionale.
Qui Manfredi non era rimasto inoperoso: convocati a Benevento i baroni, i feudatari e i rappresentanti delle città demaniali, aveva a loro ordinato di chiamare alle armi i vassalli; aveva rafforzato con truppe ed opere di difesa, i confini del regno, aveva presidiato Rocca d'Aree e messa una numerosa guarnigione di Saraceni, Lombardi e Tedeschi a San Germano; al conte Riccardo di Caserta, suo cognato, aveva affidato la custodia del ponte di Ceperano, incaricando il conte Giordano Lancia di guardare con la cavalleria tedesca i guadi del Garigliano; lui invece con il grosso dell'esercito aveva messo il campo a Capua, punto strategico, e da dove avrebbe potuto accorrere in difesa delle truppe di prima linea e, in caso di sfondamento, ritirarsi nell'interno del regno
Se ai sapienti preparativi dello Svevo avesse corrisposto la costanza dei suoi vassalli, forse agli Angioini non sarebbe mai stata possibile la conquista del regno; infatti, a Manfredi, mancò purtroppo la fedeltà dei suoi baroni, e perciò furono vani il valore di pochi e le sagge disposizioni del re.
Fu detto e ripetuto che il conte di Caserta tradisse il suo sovrano lasciando libero il passaggio del Garigliano alle milizie angioine. È questa una leggenda smentita dai moderni storici; ma tutti sono concordi nel riconoscere la verità dei versi di Dante che scrisse: "là dove a Ceperan fu bugiardo ciascun pugliese".
E al ponte di Ceperano, infatti, si videro i primi disastrosi effetti della propaganda degli agenti pontifici, delle promesse del Papa e di Carlo, e dell'instabilità dei baroni del reame svevo, i quali, all'apparire dell'esercito angioino, abbandonarono slealmente e codardamente quel punto importantissimo della difesa agli invasori.
Questi, dopo avere occupato Rocca d'Arce ed Aquino, si spinsero, quasi senza colpo ferire, fin sotto le mura di San Germano, dove giunsero il 4 febbraio 1266. Famosa fu la resistenza che opposero i Saraceni coadiuvati da Tedeschi e Lombardi e prove di indubbio valore diede il conte di Caserta; ma il numero dei nemici prevalse; periti la maggior parte dei difensori musulmani e dei baroni rimasti fedeli al re, S. Germano cadde il 10 febbraio 1266 nelle mani dell'Angioino, che subito dopo riceveva l'omaggio dell'abate di Montecassino. La caduta di questa fortezza consigliò Manfredi a levare il campo da Capua e trasferirlo presso Benevento, dove più facilmente avrebbe potuto ricevere rinforzi dalla Puglia, dagli Abruzzi, dalla Calabria e dalla Sicilia. Saggio consiglio. La guerra era al suo inizio e il disastro di San Germano non era irreparabile. Manfredi, se avesse dato ascolto alla voce della prudenza, avrebbe dovuto evitare di scontrarsi in giornata campale con Carlo. La tattica migliore da seguire era quella di temporeggiare; così avrebbe dato tempo ai rinforzi di giungere ed avrebbe messo in cattive, forse disperate condizioni il nemico, privo di vettovaglie e di foraggi e lontano dalle sue basi. Forse Manfredi aveva stabilito di adottare questa tattica in un primo tempo, e ne fa fede il ripiegamento su Benevento; purtroppo però fu di breve durata questa sua intenzione e forse nel cambiare piani fu consigliato dalla defezione dei suoi, dal desiderio di lavar l'onta di San Germano e dalla speranza di evitare un'ulteriore e più vasta defezione dei suoi vassalli. Anche per non dare lo sconfortante spettacolo di soccombere davanti all'insolente Angioino, che, imbaldanzito dai facili successi, gli devastava i territori, lo Svevo decise di aspettare il nemico e dargli battaglia; ma quando, il 26 febbraio del 1266 gli Angioini, dopo una difficile marcia per la via di Venafro, Alife e Talese, si affacciarono sulle alture dominanti la pianura di Santa Maria della Grandella, a due miglia da Benevento, dove era accampato Manfredi, questi tentennò e, ritornato al primo disegno, cercò di prender tempo, inviando al nemico ambasciatori con proposte di accomodamento. Giovanni Villani ci riferisce -la spavalda riposta di Carlo d'Angiò: "Andate, e dite al sultano di Lucera che io voglio battaglia e che oggi o io manderò lui all'inferno o egli manderà me in Paradiso". Ferito nel suo orgoglio, Manfredi accolse la sfida e ordinò subito ai suoi di passare il fiume Calore, il quale divideva i campi opposti, e di assalire il nemico. I primi ad ingaggiar battaglia furono i Saraceni. Questi, passato il fiume, tempestarono di frecce la fanteria angioina procurandole delle sensibile perdite, poi l'assalirono vigorosamente e la sbaragliarono.
In soccorso dei fanti Carlo mandò una parte della sua cavalleria, comandata da GUIDO DI MONFORTE e dal conte di MIREPOIX. Questa, dopo avere ricevuto la benedizione e l'assoluzione dal vescovo di Auxerre, lanciando il grido di guerra "Montjoie ! Montjoie" ! si scagliò contro i Saraceni, ne arrestò l'impeto e li avrebbe decimati se non fosse stata a sua volta assalita dalla cavalleria tedesca che operò un formidabile attacco di fianco al grido di "Svevia".
A quel punto la battaglia divenne generale ed accanitissima e poiché il vantaggio stava, dalla parte delle truppe di Manfredi, i Francesi ricorsero ad un mezzo che dai cavalieri d'allora era considerato sleale: cominciarono con le daghe ad abbattere i cavalli tedeschi, lanciando poi sui cavalieri caduti i mazzieri che li finivano a colpi di mazza. Questo sistema di combattere produsse enormi vuoti nella cavalleria tedesca che iniziò a ripiegare. A sostenerla Manfredi fece partire alcune compagnie che aveva conservato come riserva e senza dubbio il vantaggio degli Angioini sarebbe stato annullato se gli ordini dello Svevo impartite a quelle fossero stati eseguiti. Invece, proprio allora, fra le truppe della riserva iniziò la diserzione che doveva decidere delle sorti della battaglia.
Primi a dare l'esempio furono il conte di Molfetta, gran camerario del regno, i conti di Caserta e d'Aquino, cognati del re, e il conte d'Acerra. Li imitarono altri baroni di Puglia e così non solo la cavalleria fu completamente sopraffatta, ma divenne chiaro ai Francesi e lo sfaldamento delle milizie sveve.
La battaglia era ormai irrimediabilmente perduta per il figlio di Federico. Non volendo lui essere tra i superstiti del suo esercito disfatto, decise di trovare nella battaglia una morte gloriosa che preferiva ad una vita ignominiosa. Alcuni cavalieri, pochi fedelissimi, gli stavano intorno, pronti a seguirlo ovunque e a perire con lui, che, a cavallo, era affaccendato ad allacciarsi l'elmo.
In quel momento si verificò uno di quei segni di sinistro augurio che avrebbero fatto arretrare dal campo perfino un romano antico: l'aquila d'argento che faceva da cimiero all'elmo del biondo e cavalleresco sovrano cadde sulla groppa del destriero. Manfredi vide in quel segno la fine ed esclamò: "Hoc est signum Dei; avevo attaccato il cimiero con le mie mani e se cade non è per puro caso". Così detto, spronò il cavallo, seguito dal valoroso romano TEBALDO degli ANNIBALDI, e si cacciò dentro nella mischia come un uomo che cerchi più di mettere fine ai suoi giorni che non di procurare agli altri la morte.
Poco dopo un destriero, quello del re, a sella vuota, galoppava tra i cadaveri che ricoprivano il campo di battaglia e chi dei Ghibellini riuscì a vederlo capì che con la battaglia e con la sfortuna era anche finita la vita del re.
Ma pochi riuscirono a vedere quel cavallo senza cavaliere; i più fuggivano alla volta di Benevento, inseguiti dai vincitori, che entrarono a tarda serata, quasi al buio, in città, dove furono fatti prigionieri, fra gli altri baroni, GIORDANO LANCIA e PIETRO degli UBERTI.
La sera stessa della battaglia (26 febbraio 1266) annunciando al Pontefice la vittoria, CARLO D'ANGIÒ fra le altre cose, scriveva: "Di Manfredi si ignora se sia caduto in battaglia o preso o fuggito. Il suo cavallo è in nostre mani, e ciò potrebbe far credere che sia già morto. Do' l'annuncio alla Santità Vostra di questa grande vittoria affinché ne porga grazie all'Onnipotente che ce la concesse, combattendo con il braccio mio per la causa della Chiesa. Se giungerò ad estirpare dalla Sicilia le radici del male, assicuro che ristabilirò in questo reame l'antico obbligo di vassallaggio che deve alla Chiesa stessa: l'avvierò di nuovo, ad onore e gloria di Dio, all'esaltazione del suo nome e pace della Chiesa ed al bene del paese". Tre giorni dopo giunsero notizie più precise sulla sorte di Manfredi; da un suo valletto, sul campo di battaglia, fu riconosciuto il cadavere, tutto crivellato di ferite. Giaceva accanto a quello del fedele Tebaldo degli Annibaldi, che era stato, durante il combattimento, sempre accanto al re e vicino a lui era morto. Il corpo del sovrano fu messo sopra un asino e portato al cospetto di Carlo, che, per assicurarsi che fosse proprio quello del suo rivale, lo mostrò a tutti i baroni prigionieri.
Tutti lo riconobbero; quando GIORDANO LANCIA lo vide scoppiò in dirotto pianto ed esclamò: "O mio signore, che siamo, noi diventati!". I cavalieri francesi, presenti alla scena, commossi chiesero che si rendessero funebri onoranze alla salma, ma Carlo tirando fuori come pretesto la scomunica di Manfredi, lo fece seppellire in un'improvvisata comune fossa scavata presso la strada maestra, vicino al ponte Valentino sul Calore; i cavalieri vi posero solo qualche pietra sopra da rendere il luogo riconoscibile.
Ma neppure lì doveva aver pace lo sventurato eroe. Si sostenne che il luogo dove era stato sepolto era dominio della Chiesa e quindi sacra era la terra dov'era la fossa, perché era accanto ai ruderi di un'antica chiesa di Marciano. Fu perciò ordinato a Tommaso d'Aqui, arcivescovo di Cosenza, di rimuovere il corpo dello scomunicato, e il prelato, che era fiero nemico dello Svevo, si affrettò ad ubbidire e di notte lo fece esumare e trasportare oltre il Garigliano (il Verde).
Dante, che di questo fatto dà notizia, fa dire a Manfredi nel Purgatorio

"Se il pastor di Cosenza, che alla caccia
Di me fu messo per Clemente, allora
Avesse in Dio ben letta questa faccia,
L'ossa del corpo mio sarieno ancora
In co del ponte, presso a Benevento,
Sotto la guardia della grave mora.
Or le bagna la pioggia e muove il vento
Di fuor del regno, quasi lungo il Verde,
Dov'ei le trasmutò a lume spento.
Dopo la sconfitta di Manfredi, Benevento la successiva mattina del 27 febbraio 1266, aprì le porte ai Francesi e questi, fin dall'ingresso nella città mostrarono ai nuovi sudditi di Carlo che razza di padrone guadagnavano. Benevento che non era accusata di nessuna colpa, fu ugualmente e selvaggiamente messa a sacco dalle soldatesche accecate di sangue e di rapina. Nulla fu rispettato, né i beni dei laici, né quelli delle Chiese, né l'età, né il sesso degli abitanti; per otto giorni la città visse solo di terrore e di stragi; furono uccisi uomini e donne, vecchi e fanciulli, violati i monasteri violentate le monache (lo accenna lo stesso papa), vuotate le case, dati alle fiamme gli edifici con tale furia che, dopo una settimana, della ricca e prosperosa Benevento non rimaneva che uno squallido insieme di case deserte, in gran parte distrutte, e tutte lorde di sangue. Il papa dovette subito accorgersi che il fratello del pio S. Luigi (Luigi IX re di Francia) non sarebbe stato degno della sua protezione. Gli Svevi erano stati distrutti, non governavano più in Italia, ma coi Francesi entrò una nuova tirannia. E le campane che Clemente fece suonare a Perugia, all'annunzio della vittoria di Carlo, non erano certo degne dell'evento.

Clemente credeva ora di poter tornare a Roma, ma Carlo non solo non lo aiutava, ma volle mantenere -contro la promessa- la dignità senatoriale in Roma. Inoltre iniziò ad operare di proprio arbitrio negli Stati della Chiesa, imponendo grosse contribuzioni, chiudendo gli occhi alle ruberie dei suoi soldati, sordo ad ogni ammonimento del papa, nè tenne conto dei vari trattati conclusi con lui alla sua incoronazione.


Il Pontefice era irritato e il 12 aprile del 1266 scrisse a Carlo in tono risentito:
"I Crociati che dovevano protegger templi e i conventi, li hanno invece assaliti e saccheggiati, hanno arso le sante immagini, e perfino recata violenza alle vergini sacre al Signore. Né le rapine, le uccisioni e gli orribili delitti di ogni maniera furono compiuti nel primo furore della battaglia, ma durarono per ben otto giorni sotto i tuoi occhi, senza che nulla venisse da te fatto per impedirli. Apertamente si dice che questo è stato fatto a bello studio (premeditato), per il motivo che la città non sarebbe rimasta al re, ma al Pontefice. Nemmeno Federico, il nemico della Chiesa, si è mai comportato così indegnamente".
Ma Carlo continuò a spadroneggiare. E non gli occorsero nemmeno altre battaglie per la conquista del regno che era stato di Manfredi. Le città e i castelli si dichiaravano subito per Carlo e gli inviavano rappresentanti a giurargli, obbedienza. Da Benevento l'Angioino passò a Capua dove fu festosamente accolto, poi a Napoli. Trionfale fu l'ingresso del vincitore in questa città destinata ad esser la capitale del regno. Dopo avere ricevuto le chiavi e l'omaggio del sindaco FRANCESCO ROFFREDO, Carlo d'Angiò entrò a Napoli a cavallo, seguito da un brillante stuolo di baroni e cavalieri e dalla (ambiziosa e finalmente) regina trasportata su un carro coperto di velluto azzurro e ricamato a gigli d'oro. Carlo distribuiva ai suoi cavalieri le baronie che aveva confiscato a suo profitto, e dava a quelli anche di minor grado tutte le cariche più redditizie.
In pochi giorni si videro partire dalla sua corte, per tutte le parti dei nuovi suoi stati, sciami di giustizieri, ammiragli, comiti, ispettori dei porti, gabellieri, ispettori di magazzini, maestri giurati, balivi, giudici e notai.
A tutti gl'impieghi dell'antica amministrazione aveva aggiunto tutti gli impieghi corrispondenti che lui conosceva in Francia, di modo che il numero dei pubblici ufficiali era più che raddoppiato. Gonfi di boria per le nuove loro dignità, ignorando, come il loro padrone, la lingua del paese, e disprezzando i costumi nazionali, questi plebei, diventati possenti e arroganti, percorrevano le province con un solo proposito: impossessarsi di ogni cosa in ogni contrada.
Volevano essere accolti come vincitori, ma in ogni luogo gli abitanti manifestavano il più alto disprezzo per la nazione soggetta. I loro arrivi deprimevano le popolazioni, e le loro dimore che si sceglievano diventavano subito simili a lussuosi palazzi reali a spese dei cittadini; infatti furono mantenute tutte le imposte già vigenti sotto Manfredi, riportate alla luce quelle che Manfredi aveva da qualche tempo abolite, e non bastanti le une e le altre per mantenere il lusso dei vincitori ("liberatori") ne imposero altre.
Sulle dolorose e tragiche vicende della vedova di Manfredi e dei suoi figli, vi rimandiamo al già citato sopra periodo della Storia d'Italia.
A questo punto non solo i Ghibellini ma anche il resto della popolazioni italiane, accolse con favore la notizia che il giovane Corradino incitato dai partigiani della sua casa, all'inizio del 1267 aveva deciso di passare le Alpi con a fianco Federico d'Austria, lo zio Lodovico il patrigno Mainardo.
Più volte dato per morto Corradino aveva compiuto il quindicesimo anno di età; era alto, bello, biondo, dotato d'ingegno vivace e di grande gentilezza e, quel che più conta, le sventure della sua casa gli avevano affinato lo spirito e avevano fatto raggiungere al suo pensiero quella maturità che solo con gli anni si acquista.
Di carattere fiero ed orgoglioso come tutti gli uomini della sua stirpe, Corradino non sapeva rassegnarsi alla perdita del regno e alle tristissime condizioni in cui era caduta la dinastia degli Hohenstaufen. Corradino pensava che la missione della sua vita doveva esser quella di vendicare l'avo Federico, il padre Corrado e lo zio Manfredi e rialzare all'antico splendore la propria famiglia.

Nonostante l'amara esperienza fatta con i Francesi, Clemente, sempre con la irragionevole furia antisveva, fece la cosa più sbagliata; ammonì prima il tedesco, poi lo scomunicò.
Ma il giovane principe a fine anno era già a Verona, ove MARTINO della SCALA lo accolse festosamente e corsero a giurargli fedeltà ed aiuto i Ghibellini fuorusciti di Padova, Vicenza, Mantova, Ferrara, Brescia e Bergamo. il 20 gennaio 1268 era a Pavia, che lasciò il 22 marzo per dirigersi a Vado ligure e di qui per mare si portò a Pisa, incontrandosi con l'esercito che Federico d'Austria aveva invece condotto attraverso gli Appennini.

Clemente temendo una discesa su Roma - che stava - repentinamente - già anch'essa per darsi allo Svevo - sollecitò Carlo d'Angiò alla difesa e, per averne l'aiuto concedeva al re la carica di Senatore per sei anni.
Ma prima ancora che Carlo si muovesse da Napoli, l'esercito di Corradino, vincendo qualsiasi resistenza, il 24 luglio del 1268 era già a Roma, e sul Campidoglio i Romani lo avevano già proclamato imperatore.
Ma se voleva compiere l'opera fino in fondo Corradino doveva andare incontro a Carlo, ed infatti il 18 agosto uscì da Roma ed il 23 avvenne il grande scontro con l'esercito di Carlo a Scurcola, nella famosa battaglia detta anche di Tagliacozzo. Lì si decisero le sorti di Corradino, del regno di Sicilia e del futuro dell'Italia.
Ma più che per l'abilità di Carlo, la battaglia fu vinta dalla bravura, dall'alta strategia, e da alcuni stratagemmi, da chi aveva ricevuto l'alta direzione della battaglia: ALARDO di VALERY, ciambellano di Francia.
L'esercito di Corradino pur inizialmente vittorioso, andò incontro a un disastro. Corr
adino per consiglio dei suoi fedelissimi, quando vide persa la battaglia si mise in salvo con il duca Federico d'Austria, con i conti Gualfresco, Galvano Lancia, Gerardo e Galvano di Donoratico di Pisa. Pensava di trovare sicuro rifugio a Roma, memore delle trionfali accoglienze ricevute solo poche settimane prima; ma quando il 28 agosto, vi giunse, trovò che gli animi degli incostanti Romani erano già mutati a suo riguardo. Il fuggiasco fu ricevuto freddamente; gli stessi Ghibellini, che da una sua vittoria si ripromettevano vantaggi considerevoli e nulla più avevano da sperare da uno sconfitto, che anzi la sua presenza poteva riuscir loro dannoso, gli fecero capire che era pericoloso per lui fermarsi a Roma, e lo consigliarono di lasciare la città. Corradino imbarcandosi via mare sperava di trovare sicuro rifugio a Pisa. Si credeva salvo, quando GIOVANNI FRANGIPANE, signore del castello di Astura, un tempo ghibellino e beneficiato da Federico II, poi diventato guelfo e sostenitore della Curia da cui aveva ricevuto l'investitura di Taranto, lo fece inseguire lo catturò e lo chiuse nel castello. Invano Corradino minacciò, pregò, invocò l'antica fedeltà del barone alla casa Sveva, offrì per sé e per i suoi amici il prezzo del riscatto. Il Frangipane non si commosse, ovviamente sperando maggior guadagno se lo consegnava all'Angioino.
Intanto Carlo entrava trionfante a Roma, poi
lasciata la città al suo vicario, andò personalmente a Palestrina a prendersi i prigionieri e li condusse in catene a Napoli e dopo averli bene esposti come allegorie del suo trionfo li fece chiudere in un'oscura prigione di Castel dell'Ovo, nella stesso castello dove c'era dentro un'altra sveva a languire: la figlia di Elena e Manfredi.

Corradino rimase in carcere pochi giorni, dal 20 al 26 o al 29 ottobre, e intanto, per pura formalità, Carlo convocava a Napoli due rappresentanti di ogni città della Terra di Lavoro e del Principato e, dando a questa assemblea autorità di tribunale, li incaricava di giudicare i prigionieri. Li condannarono alla pena capitale.
Il 26 o il 29 ottobre del 1268 veniva eretto il patibolo nel Campo Moricino, (l'attuale Piazza del Mercato). Sopra una torre stava seduto per godersi il sanguinoso spettacolo, Carlo d'Angiò con la sua corte. Con la vittoria di Scurcola prima e con le spietate repressioni poi, Carlo rafforzò la propria posizione e quella del partito guelfo nella media e nell'alta Italia. In Toscana la lega guelfa, formata da Firenze, Prato, Pistoia, Lucca, Volterra, Massa, Colle, San Gemignano, Arezzo, Borgo San Sepolcro, Cortona, Montepulciano, San Miniato e alla quale dovettero aderire Pisa e Siena, si mise sotto la protezione dell'Angioino.
Nell'Italia settentrionale un'altra lega, costituita a Cremona, si formò tra i comuni di Alessandria, Bergamo, Bologna, Como, Ferrara, Milano, Modena, Novara, Parma, Pavia, Piacenza, Reggio, Torino, Tortona, Vercelli e il Marchese di Monferrato; anche questa sotto il protettorato del re di Sicilia.
Un mese dopo il supplizio di Corradino, il 29 novembre del 1268, a Viterbo, cessava di vivere CLEMENTE IV. La morte gli impedì di assistere ai successivi atti di inaudita ferocia di coloro che proprio lui aveva chiamati in Italia come campioni della Chiesa.

Così campione il D'angiò, che per tre anni, mise il terrore addosso ai cardinali impegnati ad eleggere un nuovo papa. Una parte (i cardinali francesi) era ovviamente a favore di Carlo, l'altra parte a favore della restaurazione dell'impero, ma non perchè questi erano filo-tedeschi, ma per ridimensionare le pretese angioine che si erano rivelate non proprio positive per il papato, con questo perfino costretto a vivere fuori sede, dopo aver concesso a Carlo la carica decennale di senatore, il quale per Roma il nuovo tiranno aveva altri progetti in cui non c'era posto per il pontefice.

La "sede vacante" fu di quasi tre anni, la più lunga di ogni tempo. E passerà alla storia anche per un altro motivo: i viterbesi spazientiti,
misero i diciotto cardinali a pane e acqua fin quando avrebbero eletto il Papa, ma non avendo ottenuto nulla, inferociti decisero di murare le porte e finestre e di scoperchiare il tetto del Palazzo dei Papi dov'erano riuniti in conclave; freddo, pioggia avrebbe dovuto far schiarire velocemente le idee ai cardinali. Ma non fu solo questa singolare protesta ad accelerare i lavori quando alla fine elessero... GREGORIO X ....

GREGORIO X, Teodaldo Visconti, di Piacenza
( pontificato 1271-1276 ) A sollecitare l'elezione del papa, non fu soltanto la singolare protesta dei Viterbesi, ma vi era ben altro. A Roma Carlo aveva iniziato a comportarsi da padrone, mettendo da parte tutti gli ecclesiastici distribuiva benefici a piene mani solo ai suoi uomini; si era messo a battere moneta e legiferava sempre a suo vantaggio ogni cosa. Tutto questo fece scoppiare a Roma dei tumulti anti-angioini, non solo attizzati da nobili rimasti con le mani vuote, ma anche dallo stesso clero messo da parte. Ma non solo a Roma, perchè il sistema tirannico angioino esteso nell'Italia centrale, era giunta come notizia e aveva provocato una forte reazione ghibellina anche in Lombardia. Addirittura a Genova il governo guelfo guidato da Guglielmo di Monferrato, non solo era caduto, ma lo stesso Guglielmo (fino allora amico di Carlo) si era messo a capo di un gruppo di ghibellini che appoggiavano i diritti dei tedeschi.
Insomma queste notizie giungevano anche ai cardinali in conclave, e la scelta diventava sempre più sofferta, fin quando anche i francesi trovarono che la corrente italiana era la più dignitosa, compresero la grandezza del loro dovere e alla fine dei diciassette che componevano gli elettori, undici si trovarono d'accordo a nominare un papa italiano.
Forse avuto sentore di una tale scelta, Carlo si era portato a Viterbo, convinto di influenzare con la sua presenza una scelta francese; ma sembra proprio che non fece una eccessiva impressione, anzi sembrò quasi una sfida, e alcuni dicono dispetto.

Il 1° di settembre del 1271 i cardinali diedero i loro voti a TEOBALDO VISCONTI, piacentino, che si trovava allora in Palestina a San Giovanni d'Acri in Crociata con Edoardo d'Inghilterra.
Era un semplice arcidiacono di Liegi, ma pur conosciuto per rettitudine di carattere e mitezza d'animo, non si era distinto in nessun campo. Era però un esperto di affari temporali, e aveva viaggiato molto. Con il cardinale Pecorara era stato a Lione, poi con il cardinale Fieschi a Londra, dove aveva stretto amicizia con Edoardo. E con lui era partito per la Crociata in Terra Santa.

Tebaldo Visconti, saputa la sua elezione, partì dall'Oriente il 1° gennaio del 1272, approdò a Brindisi, il 13 marzo entrò a Roma, fu ordinato subito prete, e due settimane dopo il giorno 27 fu consacrato papa col nome di GREGORIO X.
Paradossalmente ad accompagnarlo - ma non potette esemirsi dall'incarico - fu lo stesso Carlo. Dopo tre anni di sede vacante, oltre i precedenti anni con il Laterano vuoto, un pontefice poteva rimettere piede nella naturale residenza dei papi.
Il nuovo Pontefice non aveva l'animo di un riformatore né il temperamento di un uomo politico; anche se in cima ai suoi pensieri stava la liberazione del Santo Sepolcro, sapeva che i tempi non erano per nulla propizi per una crociata; e giustamente pensava che per portare i Cristiani d'Occidente alla guerra contro gl'infedeli occorreva prima pacificarli.
Invece come abbiamo visto in Italia la pace, dopo tante lotte sanguinose, era intensamente desiderata, ma trovava un grande ostacolo nella politica dell'Angioino, il quale, inoltre, con la sua smodata ambizione stava diventando pericoloso alla stessa autorità pontificia.
Si faceva strada nei progetti del papa l'idea che doveva risorgere l'impero senza il quale la Chiesa non aveva più l'alter ego, che appoggiasse il riassetto del suo Stato.

La politica di Gregorio X pertanto fu tutta rivolta prima alla riconciliazione degli animi, così necessaria nel suo periodo, con Pisa che era travagliata dai Guelfi, con Genova in guerra con Carlo, con Venezia e la stessa Genova in armi contro Bologna.
Gregorio X cominciò dalla Toscana. Accompagnato da Carlo e da Baldovino II, il 18 giugno del 1273 giunse a Firenze. Da qui inviò un legato ai Pisani per riconciliarli alla Santa Sede, poi fece firmare un trattato di pace tra i Ghibellini e i Guelfi a Firenze, ordinando che i primi tornassero nelle loro case e rientrassero in possesso dei loro beni, facendosi consegnare ostaggi dall'una e dall'altra parte e minacciando di scomunica chi osasse violare i patti.

Non ottenne granchè, anche perchè il subdolo Carlo, agiva alle spalle del papa per rompere quelle paci che Gregorio X faceva firmare, seminando zizzania fra le varie correnti, o promettendo benefici a chi gli era contro.

Persuaso il Pontefice che il maggiore ostacolo alla sua politica di pace in Italia e alla liberazione della Terrasanta fosse ormai costituito da Carlo d'Angiò e temendo inoltre - e non a torto - che l'Angioino, con la potenza che si era guadagnata nella penisola e con i progetti che maturavano per impadronirsi dell'impero bizantino, arrecasse un grave colpo all'autorità della Santa Sede, stabilì di minare il prestigio di Carlo in Italia dando all'impero d'Occidente un imperatore e nello stesso tempo impedire una spedizione angioina in Oriente.
Gregorio con energia si assume il difficile compito di far rinascere dalle rovine il Sacro Romano Impero e lo fa perentoriamente - e a pochi giorni dalla sua elezione - quando giunse la notizia che era morto Riccardo di Cornovaglia, e con un Alfonso di Castiglia pronto a mettersi in testa la corona imperiale.

Dopo la morte di Federico II la dignità imperiale era stato un titolo vano. Dal 1254 in poi erano stati eletti imperatori Guglielmo di Orange, Riccardo di Cornovaglia e Alfonso di Castiglia, ma nessuno aveva esercitato il potere, e il trono era stato considerato vacante; così n'avevano approfittato i principi feudali per accrescere le loro prerogative, e le città, per acquistare l'autonomia e confederarsi tra loro.
Gregorio fece subito sapere ad Alfonso di Castiglia che le sue pretese erano infondate, e nello stesso tempo ordinò al collegio elettorale germanico di procedere - subito! - ad un'elezione, di un re e imperatore, minacciando di trasferire l'impero ai Francesi.
L'assemblea dei principi feudali, con questo diretto e perentorio intervento del Pontefice, il 29 settembre del 1273, eleggeva RODOLFO di ABSBURGO, dei conti d'Alsazia, che il 24 ottobre dello stesso anno fu incoronato ad Aquisgrana dall'arcivescovo di Colonia.
Annunciando al Papa la sua elezione, Rodolfo lo pregava di volerlo assistere e di accordargli il diadema imperiale; Gregorio a sua volta, congratulandosi con lui, gli raccomandava di coadiuvarlo nella pacificazione. Lo riconobbe re di Germania e imperatore eletto dai Romani e lo invitò per l'anno dopo a ricevere la corona imperiale, tuttavia - lo informava - si riservava ogni decisione definitiva dopo la fine dei lavori del concilio che aveva deciso di convocare a Lione per il maggio 1274.
Infatti subito dopo, mettendosi in viaggio per Lione, si fermò a Firenze in preda a tumulti tra gulfi e ghibellini. Tentò invano di sedarli, poi fortemente contrariato, lasciò la città lanciando l'interdetto sulla città, esteso in tutta la Toscana, di cui Carlo era il vicario. Poi proseguì per Lione.
Il concilio, che si riunì a Lione il 7 maggio del 1275, s'inaugurò con un grave lutto della Chiesa, essendo morto, mentre si recava pure lui a Lione, il grande TOMMASO D'AQUINO. I lavori durarono fino al 17 luglio Oltre il Pontefice, intervennero al concilio di Lione, i cardinali e i patriarchi latini, i patriarchi di Costantinopoli e di Antiochia, cinquecento vescovi, settanta abati mitrati, un migliaio di ecclesiastici degli ordini inferiori, i rappresentanti dei sovrani di Germania, di Francia, d'Inghilterra, di Sicilia e i plenipotenziari dell'imperatore di Oriente.
Una delle leggi emanate dal concilio fu quella che stabiliva la disciplina del conclave, provocata dai pericoli che le lunghe vacanze della Santa Sede presentavano. Secondo questa legge, i cardinali dovevano rimanere, per tutto il tempo del conclave ( e senza alcun reddito), allo scopo di non prolungarlo troppo, chiusi e senza altra comunicazione con l'esterno che quella procurata da un domestico, il quale doveva portar loro una sola pietanza il mattino e la sera, e in caso di prolungamento - oltre gli otto giorni - ridotti a solo a pane e acqua.
I risultati del concilio furono invece importanti politicamente e molto dannosi per le ambizioni dell'Angioino, perchè la pace tra papato e impero sembrò ufficialmente raggiunta e venne perfino concordata la data dell'incoronazione imperiale a Roma per il 2 febbraio del 1276. Ma anche per discutere in merito a una nuova Crociata.
La liberazione della Terrasanta era difatti il pensiero costante di Gregorio. L'impresa era già stata deliberata; doveva essere iniziata verso la fine del 1275 con la partecipazione di FILIPPO III "l'ardito", re di Francia, ODOARDO, re d'Inghilterra, GIACOMO, re d'Aragona, e CARLO D'ANGIÒ e RODOLFO D'ABSBURGO, che doveva capitanarla; e dal Pontefice erano state concesse ai principi le decime ecclesiastiche per sei anni per fare i necessari preparativi di guerra e per organizzare la spedizione.

Quanto alla questione orientale, i plenipotenziari di Costantinopoli dichiararono, in nome di Michele Paleologo e della nazione bizantina, di riconoscere la fede e il primato della Chiesa Romana e di prestare obbedienza alla Santa Sede. Un motivo c'era di questo accostamento al papa, sapendolo ormai in grado di condurre una politica indipendente dall'Angioino. Michele infatti vedeva con preoccupazione le conquiste di Carlo d'Angiò in Albania, che passato all'acquisto dell'Acaia e alleandosi con Baldovino di Fiandra, stava mirando palesemente a Costantinopoli.
Quest'unione della Chiesa greca alla latina che non doveva però essere sanzionata da Costantinopoli, faceva per sempre tramontare la speranza di Baldovino II, presente al concilio, di ritornare sul trono di Bisanzio e, mettendo questo sotto la protezione papale, mandava a monte i disegni di Carlo d'Angiò.

GREGORIO X però non riuscì vedere realizzato nulla di quanto detto sopra: da Lione tornando a Roma, si ammalò gravemente in viaggio e cessò di vivere ad Arezzo il 10 gennaio del 1276.
Le discordie si riaccesero subito in ogni parte d'Italia fra guelfi e ghibellini. (vedi particolari in "Storia d'Italia").
E' indiscutibile che in soli cinque anni di pontificato, Gregorio X fece moltissimo, e non solo mantenne fede agli impegni assunti fin dal primo giorno con tanto rigore, ma lasciò anche una traccia ai suoi successori, semprechè questi avessero voluto operare con altrettanta oculatezza e l'energia dimostrata da Gregorio. Purtroppo alla sua morte non ci furono degni successori, e se molti lo piansero, molti malevoli gioirono della sua morte, causando nuove sciagure per la Chiesa. Per Carlo d'Angiò fu infatti una fortuna la morte di Gregorio, e per prima cosa cercò di annullare gli effetti della politica papale, intrecciando la trama della forza con l'ordito dell'arroganza, perché fosse eletto un Pontefice favorevole agli Angioini. E vi riuscì: i cardinali, riuniti in conclave ad Assisi, elessero undici giorni dopo, il 21 gennaio 1276, un suo partigiano, il savoiardo PIETRO di TARANTASIA, nato a Champigny, vescovo di Ostia, che prese il nome di... INNOCENZO V.....

INNOCENZO V, Pietro di Tarantasia, della Savoia 
( pontificato 1276-1276 ) Con il pericolo che stava correndo, Carlo si intromise subito nell'elezione del nuovo pontefice. Infatti cercò di annullare gli effetti della politica papale a lui contraria, intrecciando la trama della forza con l'ordito dell'arroganza, perché fosse eletto un Pontefice a lui favorevole. E vi riuscì: i cardinali, riuniti in conclave ad Assisi, elessero undici giorni dopo, il 21 gennaio 1276, un suo partigiano, il savoiardo PIETRO di TARANTASIA, nato a Champigny: consacrato il 22 febbraio prese il nome di INNOCENZO V.

Era un cinquantenne, proveniente da una famiglia francese illustre; giovanissimo era entrato nell'Ordine dei Frati predicatori (primo domenicano ad essere eletto papa) del quale fu provinciale e generale, succedendo a San Tommaso nell'ufficio di reggente dell'università di Parigi ove tenne anche la cattedra di teologia.
Al Concilio di Lione, dove Gregorio lo aveva nominato arcivescovo, mostrò tutta la sua dottrina ed esperienza sulla questione bizantina e fu proprio lui uno dei patrocinatori per l'unione delle due chiese.
Lasciò Lione accompagnando Gregorio X nel suo ritorno in Italia, e si trovava con lui ad Arezzo quando il pontefice morì, dopo averlo nominato arivescovo di Ostia.

Pur preso in simpatia e beneficiato da Gregorio, Innocenzo non seguiva la sua politica, infatti al conclave oltre ad essere stato eletto dalla schiera cardinaliza filo-angioina, confermò subito a Carlo d'Angiò la dignità senatoriale a Roma e il vicariato imperiale di Toscana.
Ovviamente Rodolfo d'Asburgo con questa elezione iniziò a vedersi danneggiato su ciò che aveva pattuito con Gregorio, e scrisse subito a Innocenzo, ricordandogli la corona imperiale promessagli dal suo predecessore, e contemporaneamente inviò dei suoi plenipotenziari a farsi prestare giuramento di vassallaggio dal re angioino. Questo perchè la Toscana era sempre appartenuta all'impero, dagli Ottoni in poi, promessa sì alla Chiesa ma la donazione non era mai avvenuta. Di rimando il papa gli mandò a dire di tenersi lontano dall'Italia, che lui non era stato ancora incoronato, e - a proposito di Toscana - gli ricordava la restituzione della Romagna che era della Chiesa ma che gli imperiali avevano da tempo occupata.
Si accinse anche a fare altro, togliendo l'interdetto alle città Toscana; scomunicò i Ghibellini di Verona e Pavia; tentò di pacificare Genova straziata dalle lotte pro e contro gli angioini; inviò lettere a Costantinopoli invitando la cessazione dello scisma e alla pace con il D'Angiò.

Di tutto questo ottenne poco, perchè il suo pontificato fu brevissimo. Cinque mesi dopo la sua elezione, il 22 giugno 1276 a Roma, cessava di vivere. Fu sepolto in Laterano.
Si era appena a metà anno e tutto ricominciava da capo. Un altro difficile conclave aspettava i cardinali per mettere sul soglio un altro papa. L'ELEZIONE DI PAPA ADRIANO V ....

ADRIANO V, Ottobono de Fiesco, di Genova
( pontificato 1276-1276 ) Alla notizia della morte di Innocenzo V, Carlo d'Angiò in quel momento si trovava a Roma e non perse anche questa volta l'occasione di manovrare il Collegio dei cardinali a suo favore.
Come senatore spettava a lui la sorveglianza del conclave; e ricordò ai partecipanti alla lettera le disposizioni che Gregorio aveva lasciato sulla durata dello stesso. E le norme severe contenute, che applicò quando passati gli otto giorni senza avere i cardinali accennato ad alcun nome, fece servire loro a pranzo e cena solo pane e acqua.
Non sfuggì ai critici, e agli stessi partecipanti che tale trattamento fu riservato solo ai cardinali italiani, mentre i francesi consumavano lauti pasti.
Giovanni Gaetano Orsini che guidava il gruppo italiano, ne era indignato, e non dimenticò facilmente questo trattamento discriminatorio, se ne ricordò quando in seguito fu lui eletto papa: futuro Niccolò III.

L'11 luglio 1276, finalmente dai "reclusi" conclavisti venne fuori il nome del genovese OTTOBONO de FIESCO. Era sì italiano, ma era un filo-angioino, un fautore della politica antimperiale; del resto era un nipote di Innocenzo IV.
Lui era un semplice diacono nominato da suo zio, doveva quindi essere innanzitutto consacrato prete e diventare vescovo prima di essere incoronato papa. Ma a Roma in quel mese di luglio faceva un caldo torrido, e quasi tutti i cardinali furono d'accordo di rimandare le due cerimonie e la consacrazione a papa del Fieschi che già si era scelto un nome: ADRIANO V.

Lui stesso - avanti con gli anni, piuttosto malandato - lasciò Roma per un soggiorno a Viterbo. Ma a 38 giorni dalla sua elezione, morì in questa città il 18 agosto senza essere incoronato.

Fece però in tempo, nel giorno stesso dell'elezione, di abrogare quella singolare (e insopportabile) costituzione sul conclave, la "Ubi periculum", che il D'Angiò aveva imposto così duramente e anche in modo discriminatorio nei confronti degli italiani.
Con la morte così prematura del neo eletto, bisognava fare per la terza volta in un anno un altro conclave. Fra l'altro i cardinali elettori erano rimasti solo in sette, perchè dai tempi di Gregorio X non vi erano state più nomine.
La "sede vacante" si protrasse fino a settembre quando - quasi sotto minaccia - venne fuori il nome di un portoghese...
vedi GIOVANNI XXI ....



GIOVANNI XXI, Pietro di Giuliano, portoghese
( pontificato 1276-1277 ) Pur presenti tutti a Viterbo, a dieci giorni dalla morte di Adriano V (avvenuta il 18 agosto 1276) i cardinali riuniti in conclave non avevano ancora indicato un successore. Di sua iniziativa il podestà della città, avvalendosi della "Ubi periculum" iniziò la loro "reclusione", e a fornire loro la famosa dieta di "pane e acqua". I cardinali protestarono, affermando che Adriano V quella costituzione l'aveva abrogata.

Carlo D'angiò, favorevole all'iniziativa del podestà, mise in giro la voce che Adriano V in punto di morte aveva sospeso quell'abrogazione. I cardinali non smisero di protestare, ci furono anche dei tumulti, ma poi alla fine i conclavisti si riunirono il 15 settembre 1276, e il giorno stesso, fecero il nome del portoghese Pietro de Giuliani, cardinale e vescovo di Tuscolo.

Conosciuto nella storia della cultura anche con il nome di Pietro Ispano, era nato a Lisbona, aveva studiato a Parigi, insegnato medicina a Siena fra il 1247 a il 1252, scritto alcuni libri di medicina, di opere filosofiche.
Per un periodo rimase accanto al cardinale Ottobono (poi papa Adriano V), fu decano a Lisbona, arcidiacono di Vermuy, arcivescovo di Braga nel 1273.
Nello stesso anno Gregorio X lo aveva creato cardinale e vescovo di Tuscolo.
Più che un uomo di chiesa, era un uomo di scienza, non aveva quindi alcuna esperienza di affari di curia, e tantomeno cos'era il mondo politico-ecclesiastico. E proprio per questo appena eletto si appoggiò al molto più esperto cardinale Giovanni Gaetano Orsini, da tempo a capo del gruppo di cardinali italiani del Sacro Collegio

Di animo mite, Giovanni XXI tale rimase e incitò gli altri ad esserlo, quando appena eletto si diede molto da fare per conciliare Rodolfo d'Asburgo e Carlo d'Angiò. Col primo voleva rendere possibile l'incoronazione per avere una pace duratura in Germania, e col secondo mirava a rendere possibile una pace duratura in Italia.
Alcuni rimproveri non mancò di farli a Rodolfo per la Romagna. Minacciò pure di scomunica i due litiganti Alfonso di Castiglia e Filippo III di Francia se non giungevano a un accordo. Incitò gli indolenti principi d'Europa a partecipare a una nuova crociata. A Costantinopoli inviò suoi legati per far firmare a Michele Paleologo la tanto attesa fine dello scisma. E intervenne pure in Inghilterra invitando quel monarca ad essere più mite con i suoi nemici.

Come uomo di scienza, si interessò anche di ciò che si studiava all'università di Parigi, dove furoreggiavano le dottrine averroistiche; incaricò il vescovo di farne precise relazioni. Per questa attività e questo interessamento alle dottrine profane, si prese da cronisti ignoranti l'accusa di "mago", e fu accusato perfino di avversare gli ordini religiosi. Accusa falsa perchè proprio lui si era preso accanto il francescano Giovanni da Parma, con l'intenzione di poterlo creare presto cardinale.

A nove mesi dalla sua elezione, il 20 maggio 1277 Giovanni XXI era già morto, colpito dal crollo di un soffitto. Politicamente tutto ciò che aveva fatto, rimase nel vago, anche se segnò un cambiamento di rotta al vertice della politica pontificia. Ma non dimentichiamo che si era preso in questi complessi affari come consulente l'Orsini che morto lui - dopo essersi nel frattempo preparato bene il terreno alla propria opera - salì poi sul soglio col nome di papa Niccolo III.
Con ancora Giovanni in vita, proprio l'Orsini, gli fece rinnovare l'abrogazione della "Ubi periculum", che lui stesso al conclave aveva subito.

Carlo d'Angiò nei mesi di pontificato di Giovanni, aveva rinnovato il giuramento feudale al papa, come senatore di Roma e come vicario in Toscana, ma Giovanni non si era esposto con una esplicita dichiarazione di conferma come avevano fatto i suoi predecessori. Non aveva abrogato e negato nulla, ma nemmeno aveva confermato.
Anche Rodolfo d'Asburgo non essendo riuscito ad entrare in trattative prima della morte del pontefice, la sua incoronazione era finita in alto mare e le varie questioni erano rimaste tutte aperte ai nuovi sviluppi della nuova politica pontificia. Che non tardò a svilupparsi.
L'ELEZIONE DI PAPA NICCOLO' III ....

NICCOLO' III, Giovanni Gaetano Orsini, romano 
( pontificato 1277-1280 ) Dalla morte di Giovanni XXI (avvenuta il 20 maggio 1277) erano passati sei mesi, ma i cardinali riuniti a Viterbo non riuscivano a mettersi d'accordo sul nome del nuovo pontefice. In effetti questo collegio elettorale era piuttosto ristretto, contava solo sette cardinali. Dal tempo di Gregorio X non vi erano più state nomine di cardinali e la morte nel frattempo se n'era portati via più di uno.
Tuttavia pur essendo in pochi fu un combattuto conclave, metà di loro erano francesi e quindi favorivano i desideri di Carlo, mentre l'altra metà sostenevano nomi italiani. Su entrambi gli intrighi di Carlo d'Angiò non mancarono.
Nè mancarono le sollecitazioni dei Viterbesi che ignorando l'abrogazione della "Ubi periculum", chiusero anche questa volta i cardinali dentro le mura del palazzo dei Papi.

In qualche modo si giunse al 25 novembre, quando venne fuori il nome di uno dei più potenti cardinali di Roma, da anni a capo degli italiani del Sacro Collegio.
GIOVANNI GAETANO ORSINI, figlio del senatore Matteo Rosso Orsini, creato cardinale da Innocenzo IV e che seguì la sua fuga a Lione nel 1245.
Fu consacrato il 26 dicembre 1277 nella basilica di San Pietro col nome di Niccolò III.

Aveva: Lui compiuto numerose missioni per Alessandro IV; Lui nel 1265 diede l'investitura a Carlo d'Angiò del Regno di Sicilia per mandato di Clemente IV; e Lui iniziò a comporre per incarico di Gregorio X la contesa fra l'Angiò e il re dei Romani Rodolfo circa il vicariato imperiale in Toscana.
Fu eletto grazie al sostegno di quel nuovo partito nato per opporsi alla egemonia angioina. Ma anche da quel nutrito gruppo di suoi sostenitori che il ruolo di egemonia lo voleva riservato solo alla Chiesa.
Sotto Innocenzo IV era stato eletto cardinale di S. Nicola in Carcere, protettore dell'Ordine minoritico, ed inquisitore generale.
Aveva servito otto pontefici e preso parte ai conclavi per la successione di sette di loro.
Come abbiamo visto nelle precedenti pagine, lui a favorire l'inesperto e mite Giovanni XXI, e a diventarne suo consigliere (preparandosi quindi il terreno di futuro papa).
Era insomma un uomo dotto, un uomo esperto, pratico, e nella agitatissima Italia prima ancora di essere eletto e di salire sul soglio aveva concepito un grande disegno.
Non solo pensava di volersi servire di RODOLFO D'ABSBURGO, per frenare l'ambizione del re di Sicilia, ma aveva intenzione di sferrare un grave colpo alla potenza di Carlo ingrandendo il dominio territoriale della Santa Sede, che nel suo grande disegno doveva costituire una barriera tra l'Italia meridionale e quella settentrionale, tra quella parte cioè della penisola di cui il provenzale era stato investito e quella parte in cui aveva in modo preoccupante esteso la propria influenza. Agendo così avrebbe privato Carlo di tutte le cariche che rivestiva e avrebbe fatto sentire ovunque, nella media ed alta Italia, il peso della propria autorità con un'attività febbrile in pro della pacificazione. La situazione degli ultimi due tre anni, avevano del resto portato tanta acqua al mulino di questo grande disegno. Del resto era lo stesso Carlo agendo sconsideratamente a convogliare queste acque.

Stava infatti assistendo - indubbiamente a causa del dispotico comportamento di Carlo d'Angiò - a una generale reazione contro i Guelfi e indirettamente questa reazione stava crescendo anche contro il papato che fino ad oggi aveva appoggiato l'angioino. Queste reazioni erano avvenute in Piemonte e a Genova. In Lombardia i guelfi Torriani di Milano erano stati spodestati dai potenti Visconti. A Verona si erano solidamente insediati gli altrettanto potenti Scaligeri. In Romagna dominava Guido da Montefeltro, passato da guelfo a ghibellino.
Solo in Toscana, specialmente a Firenze il partito guelfo resisteva. Ma vi era una ragione plausibile, più economica che politica. Gli affari di Firenze con gli Angioini andavano a gonfie vele e perfino molti ghibellini rappresentanti delle arti maggiori avevano smesso di fare la guerra ai guelfi. Il destino di Firenze era legato insomma ai grandi mercati angioini, che si estendevano fino in Sicilia.

Analizzata questa situazione, Niccolò III, appena eletto, pensò bene di riallacciare subito buoni rapporti con Rodolfo d'Asburgo. C'era la questione della Romagna, ma l'accorto papa non ne fece una questione rilevante, nel suo primo mese di pontificato, a Gennaio, gli scrisse, si lamentò con lui della ingiusta influenza nelle terre appartenenti alla Chiesa, ma nello stesso tempo - benevolmente - lo invitava di inviare legati a Roma per un "lodevole accordo".
A febbraio Rodolfo gli rispose con una disponibilità mai vista prima, si dichiarava "disposto ad una intesa secondo i suoi desideri". Gli restituiva infatti la Romagna, la Pentapoli, la Marca d'Ancona, Camerino, i ducati di Spoleto e Bertinoro.
Ma non inviò queste profferte solo per lettera, ma inviò a Roma, Corrado Prob dei Frati Minori di Germania, che lesse pubblicamente in un concistoro le dichiarazioni di Rodolfo, poi trattando gli affari con Niccolò, l'incoronazione di Rodolfo rientrò in questi colloqui.

Ovviamente con Rodolfo imperatore, Carlo d'Angiò doveva rinunziare a quella autorità che (convinto di fare un favore al papa) aveva usurpata in Romagna e in altre città; doveva rinunziare al vicariato in Toscana fatta per nomina pontificia e non dall'imperatore (e che gli fu restituito); e dato che il 16 settembre 1278 scadeva il tempo (decennale) per l'ufficio di Senatore a Roma, l'angioino doveva rinunciare anche a quest'altra carica.

Quest'ultima prima ancora che scadesse, Niccolò, d'accordo col Comune romano, cambiò la costituzione con la "Fundamenta militantis ecclesiae". Vi si affermava che la carica di Senatore non poteva essere concessa a uno straniero, nè imperatore, nè re, nè principe, duca, marchese, conte, ma solo a cittadini romani e per la sola durata di un anno. E fu così abile che subito propose come nuovo Senatore - e i Romani acconsentirono a nominarlo - suo fratello Matteo Rosso Orsini.
Nell'agire in tal senso nelle antiche famiglie nobili romane si rinforzarono le ambizioni nel governo della città; ed infatti, ben presto dopo gli Orsini, seguirono nella carica senatoriale i Colonna, i Savelli e altri potenti nobili con gli stessi appetiti.

Il disegno-capolavoro al completo di Niccolò, fu portato a termine l'anno dopo, quando offrì la pace a Carlo con Rodolfo d'Asburgo, ricevendo da questi l'angioino il riconoscimento come re di Sicilia. Ma dovette anche giurare di non attentare nè di offendere i diritti del suo Impero.

Poi NIccolò fidandosi solo dei suoi numerosi parenti stretti, e dando loro la giusta protezione militare (paradossalmente con alcune truppe napoletane che Carlo era tenuto a fornigli come vassallo), come suoi legati li mandò a prendere possesso in nome della Chiesa tutti quei territori restituiti dall'imperatore e dall'Angioino, città per città, risalendo fino alle donazioni fatte da Ludovico il Pio, da Ottone, da Enrico II.
Dante poi condannò all'Inferno Niccolò per aver dato origine al nepotismo pontificio causando il grande male della Chiesa. Ma l'accusa era forse esagerata, Niccolò in quel momento non si fidava di nessuno, lui era veterano e ne aveva vista tanta di gente volubile, ipocrita, camaleonte nel corso degli otto precedenti pontificati, quindi dovette agire in quel modo se voleva avere saldamente in mano la situazione.
La necessità di trovare persone fedeli nel suo piano di ricostruzione temporale del potere pontificio può quindi in parte spiegare la tendenza del papa a favorire i suoi più stretti parenti.
Con i suoi congiunti oltre che fidarsi di loro maggiormente poteva più facilmente imporre le sue idee, farli partecipi dei suoi pensieri, i suoi voti, i suoi ardimenti. Era insomma una vera secolarizzazione dello Stato della Chiesa quella cui Niccolò III volle mirare, come circa due secoli dopo Alessandro Borgia.
Ma se vogliamo analizzare bene la cosa, Niccolò procendendo in tal senso avrebbe sì trasformato l'Italia in una vera e propria Signoria degli Orsini, ma dobbiamo anche riconoscere che in tale signoria, l'Italia si sarebbe finalmente affrancata dagli stranieri, ritrovando la sua unità e in parallelo la sua indipendenza sotto il profilo politico.

Infatti c'è da dire che appena Bertoldo Orsini, nipote del papa, come conte della Santa Sede prese possesso della Romagna, tutti i baroni vollero sottomettersi. Ossequianti i Malatesta a Rimini, riverenti i Polenta a Ravenna, e perfino il noto ribelle Guido di Montefeltro fece i suoi omaggi. Anche Bologna, prima rifiutò l'Orsini, poi a fine '79 concluse con lui la pace.

Pure a Firenze, Guelfi e Ghibellini si giurarono pace; il 18 ottobre 1278 nella piazza di S. Maria Novella, ci fu una grande solenne festa della riconciliazione e perfino l'abbraccio e lo scambio del "bacio della pace". L' "unione" delle genti italiche, anche se erano per il momento puramente formale, in realtà stava diventando di fatto, anche perchè non solo i commerci sarebbero rifioriti fra città e città, ma anche nella cultura il ritorno alle antiche tradizioni avrebbero accelerato questa unione.

Tutto questo - riconoscimento della sovranità della Chiesa, sottomissione del Campidoglio, pace nell'Impero, pace fra Guelfi e Ghibellini - era avvenuto nell'arco di nemmeno due anni di pontificato di Niccolò; Carlò d'Angiò si vide vacillare in Italia il terreno sotto i piedi. Poi per via di una eredità in Oriente, trasferì le sue mire e le sue ambizioni sull'impero bizantino, dove nei paraggi aveva già messo piede con un alleato. E proprio per questo Michele VIII che aveva riallacciato i rapporti con Roma, voleva - ritenendo quell'alleanza di Carlo una minaccia al suo impero - che Niccolò facesse troncare l'alleanza che il D'Angiò aveva fatto con il re dell'Epiro e della Tessaglia, con dei propositi che possiamo immaginare.
Niccolò si dimostrò anche qui abilissimo, evitando di schierarsi con una delle parti (per non compromettere una futura unione delle due Chiese), non intervenne su Carlo per far rompere l'alleanza col re d'Epiro, ma nello stesso tempo proibì severamente al "suo vassallo" di portare un attacco all'impero bizantino.

Niccolò ebbe anche tempo di occuparsi di questioni religiose, quando le discordie dentro l'Ordine francescano divennero eccessive e minacciavano uno scisma: fra gli spirituali rigidi senza il possesso di averi e quelli che volevano mitigare le regole desiderando l'uso effettivo delle cose indispensabili alla vita. Si accusavano e si calunniavano a vicenda. Con una bolla messa fuori nel 1279, Niccolò, come era abile fare, difese a spada tratta l'Ordine, ma non diede ragione nè agli uni nè agli altri. Diede solo consigli all'Ordine e a chi prendeva i voti, ma si guardò bene di tramutare i consigli in precetti. Mise pace, ma non accontentò nè i pii nè gli zelanti, e ben presto morto questo papa nei fraticelli tornarono le discordie e le prediche degli apocalittici.

Niccolò, aveva sempre amato il lusso, ma nei suoi pochi anni di pontificato, oltre averlo procurato ai suoi parenti (che oltre i benefici ai suoi nipoti gia detti sopra, ne fece tre di loro cardinali) non esitò a procurarselo anche a spese della Chiesa, tanto da meritarsi un posto tra i simoniaci nell'Inferno dantesco (XIX, 70-72).
Tuttavia - pur suscitando malcontenti e lasciar motivo a un giudizio storico poco benevolo - ne trasse giovamento Roma stessa. Spese somme enormi per riedificare la residenza del Laterano, procedette ad un rinnovamento della basilica di San Pietro, e dopo aver ampliato il palazzo del Vaticano - che divenne da allora residenza dei papi - iniziò la costruzione degli omonimi famosi giardini.
Presso Viterbo, a Soriano, fece edificare uno splendido palazzo,
e lì Papa Niccolò III morì, colpito da apoplessia, il 22 agosto del 1280.
Riposa nella cappella Orsini a San Pietro.

In soli 32 mesi di pontificato - come abbiamo visto sopra - aveva stravolto ogni cosa, purtroppo non aveva del tutto completato l'opera, anche perchè il suo successore non fu un degno erede.
Morto lui, a Roma subito scoppiarono tumulti, Carlo rialzò la testa, il partito Guelfo tornò ad essere forte. Non così in Sicilia dove, dopo il gravissimo avvenimento dei Vespri Siciliani, l'isola invocò la protezione del papa, ma questo commise dei gravissimi errori, invece di accettare su un piatto d'argento l'Isola (che avrebbe fatto impazzire di gioia Innocenzo IV) pronunciò la scomunica contro i siciliani, e arrivò perfino a predicare una crociata contro di loro.
Niccolò si era coperto di gloria imperitura, il suo successore si coprì di ridicolo, causando purtroppo non pochi danni

l'elezione di PAPA MARTINO IV ....

MARTINO IV, Simone de Brion, francese
( pontificato 1281-1285 ) Niccolò era appena spirato ( il 22 agosto 1280) e già a Roma erano scoppiati tumulti. I nobili messi un pò da parte dal precedente papa, aizzando il popolo si levarono contro gli Orsini. A istigare gli animi plebei gli Annibaldi aiutato da uno stesso Orsini, Gentile figlio di Bertoldo, che in disaccordo con la famiglia (forse perchè era stato poco beneficiato) si era messo a parteggiare con gli avversari dei suoi parenti.
Riuscirono a cacciare dal senato i senatori e insediare Pietro Conti (fazione Riccardo Annibaldi) e lo stesso Gentile Orsini (il ribelle).

Ma non solo a Roma, anche a Viterbo, Riccardo Annibaldi, d'accordo con Carlo precipitatosi di persona nella città del conclave, strapparono la carica di podestà a Orso Orsini, con il preciso scopo di vigilare l'elezione del nuovo pontefice, che ovviamente doveva essere come voleva Carlo, cioè un francese. Ma più che vigilare, il palazzo del conclave dov'erano riuniti i cardinali, lo assalirino, s'impadronirono di due cardinali Orsini, Matteo e Giordano, li maltrattarono e li rinchiusero in una stanza impedendo loro di partecipare al conclave, con l'accusa di essere dei perturbatori (erano italiani!). Quello inglese, Roberto arcivescovo di Canterbury, non sappiamo come e in che modo, ci lasciò pure la vita (un altro perturbatore in meno - qualcuno disse avvelenato).

Incitando il suo partito e i suoi alleati, Carlo tentò con ogni mezzo per avere un papa francese. Con tale influenza ma anche con le palesi continue minacce, gli impauriti cardinali alla fine, il 22 febbraio 1281, più che eleggere (ci tenevano ad uscire dal conclave vivi) costrinsero un cardinale francese, Simone de Brion, ad accettare la nomina.

Su questo prelato Carlo d'Angiò poteva tranquillamente contare; infatti era stato proprio lui, incaricato da Urbano IV a portare avanti le trattative per l'investitura feudale dell'angioino. Lui del resto, tutta la sua carriera ecclesiastica l'aveva svolta in Francia, arcidiacono e cancelliere di Tours, poi tesoriere di S. Martino nella stessa città, ed era stato perfino assunto dal re di Francia Luigi IX (ricordiamo, fratello di Carlo d'Angiò) come consigliere, diventando suo cancelliere e guardasigilli.

Ma a dire il vero non è che accettò con entusiasmo la nomina, e non era falsa modestia, forse - in un lampo di dignità - era cosciente che il suo nome era stato fatto solo per essere un facile strumento nella mani di Carlo, e se ne rese subito conto quando dallo stesso angioino fu costretto ad accettare la tiara e a lui sottomettersi.
Questa sottomissione fu anche eccessiva, perfino indegna, e l'angioino non si lasciò scappare l'occasione di abusarne nei quattro anni di pontificato, che andarono a vanificare tutta l'opera di Niccolò. Non si sa con quali mezzi, ma per il comportamento che assunse, questo papa dovette essere letteralmente plagiato dall'angioino, perchè iniziò a fare una serie di gravissimi errori che ridussero quella potente Chiesa riedificata da Niccolò, a una semplice parrocchia.
Inoltre questi gravissimi errori ebbero una gravissima conseguenza: causò la separazione Regno di Sicilia dal Regno di Napoli che sarebbe durata fino al 1816. Se nel suo disegno Niccolò aveva tracciato solo dei segni su una parte della penisola, Martino vi lasciò tracciato su metà di essa un profondissimo solco che durò oltre 500 anni.

Quando Simone de Bion uscì da conclave con la tiara di papa, a Viterbo scoppiarono subito tumulti, e per prima cosa ciò che lui fece, fu quella di lanciare un interdetto sulla città e a rifugiarsi ad Orvieto. Fu infatti, consacrato proprio in questa città il 23 marzo 1281 assumendo il nome di papa MARTINO IV.
Come di solito avveniva a Roma, il popolo infervorato da Riccardo Annibaldi, voleva il papa a Roma, e non solo per accoglierlo come pontefice ma voleva addirittura dargli la carica di Senatore. Non sappiamo chi ebbe questa idea, ma sappiamo che Martino all'inizio si mostrò titubante, poi l'accettò, ma per passarla a Carlo d'Angiò, che così la ebbe aggirando la famosa nuova costituzione che Niccolò III aveva introdotto con la "Fundamenta militantis ecclesiae", dove si affermava che la carica di Senatore non poteva essere concessa a uno straniero, nemmeno se re o imperatore, ma solo a cittadini romani.

Con un così servile papa, Carlo e il partito guelfo tornarono a dominare non solo a Roma ma anche dalla Sicilia alla Lombardia; in tutte le città della penisola tutti i poteri tornarono ai Guelfi-angioini. Solo in Romagna tenne duro il ghibellino Guido da Montefeltro. Cosicchè la Chiesa oltre a non aver più in mano gli altri territori, neppure in Romagna contava più nulla.

Ma il servilismo del papa andò oltre. Quando Carlo riprese in considerazione le sue mire sull'impero bizantino, nell'allestire la spedizione, Martino lo aiutò con i denari delle decime di sei anni raccolte in Sardegna e in Ungheria e che dovevano servire per una nuova crociata in Terra Santa.

Non solo, ma prendendo a pretesto la disunione delle due chiese d'Oriente e Occidente, scomunicò l'imperatore Paleologo Michele VIII, reo di essere il promotore di eresie e quindi lui il responsabile dello scisma. E se prima con il suo precedessore la questione stava quasi componendosi, con la scomunica lanciata da Martino lo scisma divenne ancora più netto e insanabile, perchè parlava di eresia.
Tutto questo a Carlo serviva per dare una giustificazione anche di carattere religioso alla spedizione che stava preparando contro i Bizantini, cioè una vera e propria Crociata contro gli eretici bizantini, anche se lo scopo primario era quello di mettere sul trono di Costantinopoli il marito di sua figlia Beatrice, Filippo, figlio di Baldovino II.

Carlo d'Angiò stava ormai guidando tutta la politica in un modo egemonico, e Martino lo stava aiutando in tutti i suoi progetti mandando in rovina tutta l'opera di Niccolò, e non solo l'opera ma anche la stessa Chiesa.
Ma prima che tale egemonia angioina sbarcasse anche in Oriente, accadde un fatto che la rimise tutto in discussione, anche se in parallelo ci furono i lati negativi.

Già l'Angioino aveva contratto alleanza con i Veneziani, già un corpo di tremila uomini era sbarcato nelle coste dell'Albania, già molte migliaia di cavalieri e di fanti si concentravano a Brindisi, Taranto, Messina e Manfredonia e moltissime navi da guerra e da trasporto erano pronte a salpare dai porti del regno, quando un avvenimento, provocato dalla sua tirannide, fece svanire i suoi disegni di conquista, e lo costrinse ad un'altra impresa; e questa su invito del suono squillante delle campane di Palermo. Ma non solo Palermo, ormai tutta la Sicilia, più d'ogni altra in Italia sentiva il peso della feroce dominazione francese.
Da tutte le classi sociali erano sentite le conseguenze funeste del tallone angioino, sia dal clero, sia dalla nobiltà, sia dalla borghesia come dalla plebe. Carlo d'Angiò, e i suoi nobili francesi cui aveva concesso tutte le cariche dell'amministrazione, non aveva risparmiato nessuno. Colpevole di essersi nel 1268 schierata con lo sfortunato ultimo principe svevo, la Sicilia conobbe una punizione ad aoltranza, più nulla fu rispettato, non leggi, non usi, non tradizioni; la violenza più crudele, le usurpazioni più sfacciate, la negazione d'ogni diritto furono innalzate dagli Angioini a sistema di vita e di governo. E la piaga più grossa erano i "Gabellieri" che oltre a riscuotere le inique tasse, la confisca dei beni - con un qualsiasi pretesto- l'avevano fatta diventare una infame arte.
"E se a ragione qualcuno parla, se qualcuno si lagna, e se subito non ubbidisce, questi tracotanti tipi sinistri ti alzano contro lo staffile, ti snudano il ferro della loro spada; loro sono sempre cinti di ferro, mentre sono inermi i cittadini per il rigoroso divieto di portare qualsiasi arma. E così percuotono, uccidono; e peggio del ferire, portano in prigione i cittadini che osano parlare; così alla violenza privata di quell'arrogante sgherro, subentra poi la violenza pubblica, e se non si ripara con il danaro all'oltraggio vero o falso (ma loro hanno sempre ragione, sempre creduti, il disgraziato suddito mai), il magistrato, invocando la legge e Dio, condanna a morte, alla prigione, all'esilio. E così un'altra confisca di beni è guadagnata per sua maestà il re!" (Così Michele Amari nella sua magistrale opera sulla "Guerra del Vespro siciliano").
"La giustizia così amministrata dai gregari iniqui e ingordi del re e dei suoi baroni si può facilmente capire a com'era ridotta, specie quando si pensi che ai giudici anziché dargli uno stipendio, a loro era chiesta una somma per la loro assunzione. Le somme versate se le dovevano poi procurare da soli con le loro sentenze, che erano sempre a favore di chi disponeva di tanti soldi e quindi poteva profumatamente pagare i corrotti giudici".

Né solo il popolo si lagnava, ma anche la nobiltà che doveva fornire le milizie feudali e le navi; e si lagnava il clero, prima quello basso, poi sempre di più anche quello alto del tutto esautorato.
Ma lagnarsi con il sovrano era inutile ed anche pericoloso; solo il Pontefice avrebbe potuto lenire gli affanni dei Siciliani, era stato del resto un Papa che aveva investito Carlo del regno, e a Carlo il Pontefice poteva toglierlo, così almeno pensavano i più ottimisti. Ma non avevano ancora conosciuto Martino, il servo dell'angioino.
Carlo per la sua ambiziosa spedizione bizantina voleva che anche gli isolani partecipassero alla guerra e i Siciliani invece non avevano nessuna voglia di battersi con i Bizantini, con i quali da qualche tempo erano in buoni rapporti per ragioni di commercio; inoltre a favore dell'odiato tiranno, non volevano di certo lasciar le famiglie ed i beni in balia dei ladri e oppressori governativi; né volevano affrontar la miseria, per quel misero soldo che l'Angioino forniva alle truppe per tre mesi soli e che poi spesso nemmeno pagava.
Carlo, sdegnato dalla riluttanza dei Siciliani alla spedizione, minacciava di passare nell'isola con tutto l'esercito radunato per la guerra, di sterminare gli abitanti e di ripopolarla con altre genti di stirpe diversa.
"Queste voci - citiamo sempre "Michele Amari" - si diffondevano con l'insensata millanteria e arroganza dei suoi serventi "padroni". Insomma in Sicilia albergava più solo il terrore.
Il viver di violenza, per sedici anni, aveva potentemente operato sull'indole, proprio per niente morbida, del popolo siciliano, e ne aveva modificate per fortuna solo le sembianze, perché la prima era rimasta sempre latente.
Ciò che era una volta festevole si era fatto tetro; sparirono i conviti, i canti, le danze, e "pendevano mute le arpe".
"Tutti i polsi battevano febbrili; i dubbiosi facevano scorrere i giorni, gli ansiosi riempivano le notti, e perfino i sogni erano turbati dalle minacciose sembianze degli oppressori; né si poteva vivere e neppure morire tranquilli. In cupe meditazioni, c'era la tristezza, la vergogna, un'animosità profonda, una volontà ardente di vendetta. Feroci passioni, che si propagavano a chi soffriva da sé per le ingiurie subite, o chi si tormentava nel vederle fatte ad altri; si diffondevano questi sentimenti negli svegli e nei ritardati, negli irascibili e nei muti, nei coraggiosi o nei paurosi; e coinvolse gente di ogni età, ogni sesso, ogni ordine di uomini. La foga delle passioni private, tutti i conti dei privati interessi, tacquero all' istante, o forse anche questi si rivolsero ad unico e universale pensiero, che era più possente di qualsiasi più forte congiura".

Questa era la Sicilia fino al 1282!

Questo clima, le trame e i preparativi per abbattere l'angioino
vi suggeriamo di leggerli qui nelle pagine dedicate in "Storia d'Italia"
Brevemente qui riepiloghiamo i fatti:
La misura abbiamo detto era colma, giunta al massimo era la tirannide, e così acuta l'angoscia e così profondo l'odio del popolo di Sicilia verso l'Angioino, che bastò una sola goccia per far traboccare il vaso; un ultimo sopruso, non certo il più perverso dei molti altri sofferti, doveva spingere gli esasperati Siciliani alla grande ribellione, e alla voglia incontenibile della vendetta.
Si era nei giorni dopo Pasqua dell'anno 1282,
era il martedì del 31 marzo…..

Qui le numerose pagine riassuntive dei "Vespri Siciliani"

Un mese dopo circa dai "Vespri" palermitani, quasi tutta l'isola fu libera dal giogo angioino, le città si diedero un governo repubblicano, si federarono tra loro e decisero a non ritornare più sotto l'odiata dominazione di Carlo; si prepararono dunque a fronteggiare un ritorno offensivo del re vettovagliando la strategica città di Messina per due anni e inviarono presidii di uomini e di navi a Siracusa, ad Augusta, a Catania, a Milazzo, a Patti e a Cefalù.


CARLO D'ANGIÒ si trovava presso il Pontefice quando gli fu portata la notizia della rivoluzione siciliana. Corse a Napoli e, informato della gravità della situazione, si diede a fare preparativi per risottomettere l'isola e richiese perfino l'aiuto di uomini e di denaro al re di Francia. Aiuti finanziari glieli fornì pure papa Martino IV sempre pronto a soddisfarlo, inoltre tentò a favore del re le armi spirituali, e, ad Orvieto, il giorno dell'Assunzione ordinò a tutta la Cristianità di non prestare aiuto di qualsiasi sorta ai ribelli siciliani e a questi minacciò la scomunica se non tornavano all'obbedienza dell'Angioino.


Ma i Siciliani non si lasciarono intimorire né dall'ira del sovrano né dalle minacce del Pontefice, al quale però con una relazione giustificarono la loro rivolta con una particolareggiata esposizione delle angherie angioine sofferte.
Vani sforzi questi di convincere un Papa che, come MARTINO IV, non era protettore degli italiani ma un ostinato protettore e -con i suoi denari e le sue scomuniche - pure fiancheggiatore di Carlo.

Tuttavia sia il Pontefice come il sovrano, insieme tentarono di riportare l'isola all'obbedienza con mezzi pacifici; il primo inviò come suo legato il cardinale GHERARDO da PARMA, il secondo promulgò uno statuto in cui, riversata la responsabilità del malgoverno agli ufficiali inferiori, "moderava", al dir dell'Amari, "i più grossi aggravi del fisco, dei magistrati e dei loro familiari, la crudeltà di alcune leggi, le usurpazioni dei castellani nelle faccende municipali, e loro violenze nei contadi".
Ma non era con le lusinghe che Carlo poteva convincere e vincere i Siciliani. Lo comprese pure lui e con tutte le forze che aveva radunato per l'impresa a Costantinopoli le rivolse contro l'isola ribelle; e a Catona, in Calabria, posta davanti a Messina, radunò duecento navi e un poderoso esercito di quindicimila pedoni e sessantamila fanti. Quando Carlo tentò lo sbarco a Messina con tutto il suo esercito il 25 luglio 1282, la trovò perfettamente in difesa e le milizie cittadine - formate da cittadini che non avevano mai prima di allora preso un'arma in mano - erano pronte a difendere "fino alla morte" la propria città; e per come poi andarono le cose, non era per nulla demagogica né campata in aria quella frase; mai fu usata con così tanta determinazione dalla popolazione di una città, che aveva davanti a sé duecento navi e settantacinquemila angioini, e che se fosse stata espugnata l'avrebbero ridotta in cenere. La leggendaria battaglia di Messina vi suggeriamo di leggerla nella pagine indicate all'inizio.

Sotto le mura dell'eroica Messina fu punita l'arroganza angioina e tramontava da questo momento e per sempre la fortuna di Carlo, mentre contemporaneamente nell'altra parte dell'isola la rivoluzione prendeva tutta un'altra via, la repubblica che era sorta dopo il vespro, sboccava un'altra volta nella monarchia; pure questa straniera.
Purtroppo i nobili siciliani convinti di non potersi difendere da soli dagli angioini, avevano già in precedenza invitato PIETRO D'ARAGONA a recarsi sull'isola. Questi avuta poi notizia della rivoluzione che vi era scoppiata, il 5 agosto 1282 sbarcava a Trapani, poi da qui, il 4 settembre fece vela per Palermo, dove all'arrivo fu subito acclamato re di Sicilia e suo figlio Alfonso suo legittimo erede.

Così mentre Carlo abbandonava l'Isola, umiliato dopo la disfatta di 60.000 fanti, 15.000 pedoni e 200 navi, l'Aragonese senza sparare nemmeno un colpo trionfava.
Carlo D'Angiò dopo Messina, contro Pietro D'Aragona iniziò la sua ormai "perdente guerra", che durerà fino alla sua fine; con una conseguenza: che nel Mezzogiorno, s'insediò un'altra monarchia, e causò quella separazione del Regno di Sicilia dal Regno di Napoli, che sarebbe durata fino al 1816.
Enorme fu il danno e poi l'influenza sul corso della storia: fu causa della rovina dell'impero, diede inizio al declino del papato, modellò i destini d'Italia.
Carlo nella disperazione in cui era caduto sfidò l'aragonese più volte in battaglia in mare e in terra..
La cronaca di questi due anni di guerra dell'angioino e dell'aragonese, se siete interessati, vi invitiamo a leggerne i particolari nelle pagine di Storia d'Italia. A fondo pagina il link delle altre successive pagine.
Carlo d'Angiò e suo figlio Carlo (lo zoppo), furono soccorsi ancora una volta dal Pontefice e pensavano alla riscossa, e vi si preparavano instancabilmente. Il servile Martino IV con le sue "armi spituali", aveva non solo scomunicato Pietro d'Aragona perchè dichiarava illegale l'invasione della Sicilia, ma il 21 marzo del 1283 privava il re del Regno di Aragona e della sua dignità regale, sciogliendo i sudditi dal giuramento di fedeltà, e con un altro solenne documento da Orvieto, il 27 agosto il suo regno veniva ceduto al re Filippo di Francia per uno dei suoi figli, a Carlo di Valois.

Martino non si fermò qui, nella frenesia di aiutarlo assegnava a Carlo le decime non ancora scadute delle chiese di Provenza, si impegnava, sebbene invano, a contattare Venezia perché fossero armate per gli Angioini venti galee e, ricevutone un reciso rifiuto, scomunicava pure la repubblica adriatica, metteva a disposizione del vicario del reame di Puglia ventinovemila once d'oro tratte dai tesori raccolti da papa Gregorio in tutta la cristianità per la liberazione di Terrasanta, consentiva che le truppe pontificie militanti in Romagna al comando di Giovanni D'Eppe entrassero nel reame di Napoli e, infine, il 2 giugno bandiva da Orvieto la crociata contro la Sicilia.

Era convinto che tutti i comuni italiani ascoltassero il suo invito e che questi si sarebbero impegnati a far risorgere gli angioini, fu l'ultimo a capire il nuovo ordine di cose, fino al punto di cadere nel ridicolo, e a quel punto a criticarlo aspramemente fu la stessa Curia.

Nella primavera del 1284, impaziente della riscossa, era anche il figlio di Carlo, Carlo lo zoppo: Entrambi avevano deciso di sferrare un attacco agli Aragonesi, ma il figlio non volendo aspettare il padre proveniente dalla Provenza, imprudentemente con circa tenta galee salpò da Napoli, e cadde nel laccio tesogli dai Siciliani, che avendo avuto sentore di una grande affensiva angioina, si erano portati con una grande flotta guidata dall'ammiraglio Ruggero di Lauria, dietro Capri e altre isole, ed era rimasto lì in attesa, dubbioso se assalire la flotta dello Zoppo radunata a Napoli o quella al largo che il re Carlo stava conducendo dalla Provenza.

II giovane angioino era stato dissuaso dai suoi ammiragli a uscire dal porto, ma il principe fu ancora più stimolato ad agire volendo cogliere la "sua" personale gloria, e con tanta sicurezza e strafottenza ordinò perfino d'imbandire a corte uno splendido pranzo per festeggiare la vittoria che da lì a poco avrebbe colto.
Ruggero non aspettava che quello, lo fece uscire dal porto, e lui con alcune galee fece finta di darsi alla fuga, e già gli angioini erano convinti di aver vinto, che per dileggio si misero ad inseguirli, e spavaldo com'era il giovane, mostrando delle catene, gridava a Ruggero: "Dove fuggi, eroe? Invano scappi, i tuoi ceppi sono qui già pronti !".

Una volta usciti al largo, scattò la trappola di Ruggero; come una morsa, uscendo da dietro le isole e isolette, le galee aragonesi, piombarono addosso alle navi angioine una alla volta, compresa la nave ammiraglia con Carlo sopra. Visto il disastro gli equipaggi angioini chiesero aiuto agli stessi siciliani "Salvateci! Vostra è la fortuna ! Qui è il principe, e qui a voi si arrendono le migliori spade di Francia !".
Carlo dovette arrendersi, consegnare la spada a Ruggero, il quale sapendo che a Castel dell'Ovo era rinchiusa da anni Beatrice di Svevia, la sventurata figlia di re Manfredi, ingiunse allo Zoppo di metterla subito in libertà se voleva salva la vita. Poi inviò l'ordine di liberazione a Napoli, aggiungendo che in caso di rifiuto, di fronte alle acque di Napoli, su una nave si sarebbe svolto lo spettacolo della decapitazione del principe. Beatrice fu liberata e Carlo finì prigioniero ma vivo.
A Napoli accadde ciò che accadeva in ogni città d'Italia da molti anni ogni volta che mutava il vento. "Morte a re Carlo ! Viva Ruggero di Lauria !", e per due giorni la plebe impazzita si diede a saccheggiar le case dei Francesi.

Napoli comunque non era stata ancora conquistata. L'8 giugno 1284 animato da spietati propositi vi giunse Carlo D'Angiò. Cominciò ad impiccare chi aveva gioito per la disfatta del figlio (la cui sorte minimamente lo preoccupò "Con lui ho perduto un imbelle, uno stolto" insomma ben gli sta). Poi i suoi pensieri furono rivolti non all'umiliazione subita nella sua stessa Napoli, ma alla vendicativa spedizione contro la Sicilia. Si fece aiutare dal Pontefice con altre quindicimila once d'oro, poi diede convegno a Reggio a tutte le forze di terra e di mare e il 24 giugno 1284 si mosse verso Brindisi, e da qui cavalcò verso l'estrema punta della Calabria. Ma quando vi giunse, gli audaci siciliani avevano ormai espugnato quasi tutte le città.

Dove aveva ancora qualche presidio, cercò denari, uomini, navi, ma ormai era tutto inutile. Avanzato negli anni torturato dalla rabbia, impotente, disfatto da una febbre malarica causata da una banalissima zanzara che l'aveva punto, Carlo non era più l'uomo di una volta. Febbricitante delirava e sognava i giorni della riscossa, invocava altri aiuti in denaro da Martino, impartiva ordini e faceva preparativi assurdi. Alla fine si convinse che per lui era finita, fece testamento, nominando erede non il figlio prigioniero, ma suo figlio dodicenne Carlo Martello.

Il 7 gennaio del 1285 mentre si trovava a Foggia, CARLO D'ANGIÒ cessò di vivere: aveva cinquantanove anni di età, e da poco più di diciannove era re. Nessuno lo rimpianse.

Alla morte dell'Angioino seguì, tre mesi dopo quella di papa MARTINO IV, causata, come alcuni raccontano, da una scorpacciata d'anguille di cui pare che il Pontefice fosse ghiotto se dobbiamo credere a Dante, che lo pone nel Purgatorio dove "…purga per digiuno, le anguille di Bolsena e da vernaccia".

Negli ultimi mesi non potendo più contare sul suo protetto, o forse perchè gli si risvegliò un minimo di dignità, o perchè voleva fa dimenticare i suoi tanti errori, fece ammenda di aver dato la carica senatoriale al D'Angiò, ripristinò la costituzione di Niccolò, riconobbe il consiglio dei priori, disse che era opportuno rinviare l'incoronazione imperiale, mantenendo così vivo una restaurazione imperiale, e aggiunse - a tutela dei diritti dei romani - che avrebbe provveduto personalmente a nominare i due senatori romani in Campidoglio.

Al popolo soddisfatto di vedersi tutelare i propri diritti, offrì poi uno spettacolo di vendetta (pardon, di "riparazione" come disse lui, pentito e affranto). Riccardo Annibaldi, il despota del conclave di Viterbo (anche se Martino proprio alla sua scellerata incursione doveva la tiara) fu per ordine del papa catturato, poi con la corda al collo fu fatto camminare e dileggiato per le vie di Roma, per recarsi al palazzo del cardinale Matteo Orsini per implorare in ginocchio perdono per i maltrattamenti subiti al conclave.
Da notare però che Martino IV non tolse mai l'interdetto con cui lui aveva punito Viterbo per i tumulti scatenatisi alla sua elezione.

Poche settimane dopo lo "spettacolo" (a due mesi dalla morte di Carlo) a Perugia il 28 marzo 1285, Martino IV moriva. Per la sua politica insensata anche lui non lo rimpianse nessuno.

Purtroppo lasciò in eredità al suo successore alcune malsane idee e l'arte degli errori. Infatti il nuovo papa mantenne la scomunica a Pietro D'Aragona, riconfermò il regno di Sicilia al figlio del re di Francia Carlo di Valois, e fu pure lui largo di aiuti finanziari per la guerra in Sicilia. Quindi la guerra fra angioini e aragonesi riprese più vigore. Teatro delle operazioni le terre e i mari di una Italia, ormai diventata campo di battaglia degli stranieri; a scannarsi o a finire in fondo al mare, spagnoli e francesi. Che erano poi gli stranieri chiamati dagli ultimi due papi, in controtendenza con Niccolò III che era giunto quasi al punto di cacciarli tutti.
A complicare le cose in questo stesso fatidico anno 1285, alla morte di Carlo d'Angiò e di Martino IV, avvenuta nei primi mesi dell'anno, si aggiunse la morte di Filippo re di Francia il 30 settembre, e seguì subito dopo - il 10 novembre - la morte di Pietro d'Aragona. In un arco di tempo brevissimo erano scomparsi i quattro protagonisti. La sciagurata disputa ora passava agli eredi; e gli effetti furono devastanti per l'intera penisola. Per secoli !!
l'elezione di PAPA ONORIO IV ....

ONORIO IV, Giacomo Savelli, romano 
( Pontificato 1285-1287 ) A Martino IV (morto il 28 marzo 1285) il Sacro Collegio cardinalizio riunito a Perugia (e questa volta senza le interferenze e le minacce di Carlo d'Angiò, morto anche lui a inizio anno) dopo soli sei giorni di conclave, il 2 aprile nominò successore l'illustre cardinale romano GIACOMO della potente famiglia SAVELLI (seconda solo agli Orsini e ai Colonna), figlio del senatore Luca e di Giovanna Aldobrandesca dei conti di S. Flora.

Cardinale a S. Maria in Cosmedin, Giacomo era un uomo anziano e infermo (quasi non si reggeva in piedi e con le braccia a fatica faceva l'elevazione dell'ostia) ma era abile ed energico. Ricevuta la nomina, con una Roma piuttosto tranquilla dopo le tardive pacificazioni promosse dal suo predecessore, decise di rientrare nella sua città e l'incoronazione la ricevette a San Pietro il 18 maggio 1285, assumendo il nome di ONORIO IV, in memoria del suo glorioso antenato, Cencio Savelli, cioè Onorio III, l'attivo papa nel turbolento periodo svevo-federiciano anni 1216-1227.
Con simili antenati, il popolo romano al suo rientro non solo lo festeggiò come pontefice, ma volle affidargli anche la carica senatoria a vita, che però lui trasferì al fratello Pandolfo, anche lui piuttosto anziano e anche lui malandato in salute (si appoggiava a delle grucce) ma pure lui come il fratello abile e di spirito vivo, energico ma prudente, tale da assicurare - con le due più alte cariche - entrambi un incontrastato dominio ma anche a far godere per tutto il loro periodo una pace perfetta, e senza alcun tumulto aizzato dagli avversari.

Appena eletto, Onorio, volle dimostrare di essere un uomo di pace: per prima cosa tolse l'interdetto punitivo a Viterbo (Martino IV non l'aveva mai abrogato); promise di restituire la pace allo Stato della Chiesa (e infatti s'impegnò a riappacificare la Romagna di Guido da Montefeltro; infine di rivolvere la questione siciliana, anche se aveva l'impressione che l'Isola era ormai perduta. Tutta la Sicilia si era schierata a fianco di Pietro d'Aragona, che appunto aiutati da loro, con una serie di successi, stava riconquistando tutti i territori angioini.
Il neo-pontefice pur mostrando di non volere essere schiavo degli Angioini, seguì però la politica del suo predecessore e sostenne la corte vacillante di Napoli alla cui sorte era legata strettamente anche quella del Guelfismo d'Italia.
Fu largo di aiuti finanziari al conte Roberto di Artois, confermò per provvedere ai bisogni della guerra "santa" siciliana le decime delle chiese italiane, raccomandò ai principi stranieri gli eredi di Carlo e pubblicò due decreti con i quali riconfermava i privilegi ecclesiastici promulgati nel parlamento di San Martino, e ampliava con nuove leggi quelle dello stesso parlamento vietando la spoliazione dei naufraghi, estendendo ai fratelli e loro discendenti il diritto di ereditare i feudi, limitando alle guerre entro i confini del regno il servizio militare, proibendo le collette straordinarie e precisando la somma delle ordinarie, permettendo il ricorso dei sudditi alla Santa Sede contro le violazioni degli ufficiali regi, e, infine, minacciando d'interdetto e in casi di recidiva la scomunica come pena alle infrazioni di queste leggi.
Insieme con queste buone leggi Onorio però suscitava in Sicilia congiure che, per fortuna, scoperte a tempo, fallivano miseramente. Intanto la guerra tra Aragonesi ed Angioini dalla Sicilia si era stata trasferita in Spagna. Martino IV, prima della sua dipartita, nel bandire la crociata contro re Pietro d'Aragona, aveva deposto questo ultimo dal trono; Martino IV considerava quel territorio feudo della Chiesa, e ne aveva dato l'investitura a FILIPPO di Francia che, a sua volta, l'aveva passato al suo secondogenito CARLO di VALOIS (21 febbraio del 1284).

Predicata la "guerra santa" contro l'Aragonese, vi avevano aderito Francesi, Piccardi, Provenzali, Guasconi, Borgognoni, Tolosani, Brettoni, Inglesi, Fiamminghi, Alemanni e Lombardi; e uomini e navi avevano offerto Genova e Pisa.

Nonostante stabilita sul finir dell'inverno del 1284, la guerra non fu iniziata che nella primavera del 1285, cioè dopo dopo la morte di Martino IV (avvenuta in marzo).
L'esercito allestito nei mesi precedenti era possente: contava diciassettemila cavalieri, diciottomila balestrieri, centomila fanti, e numerosa era pure la flotta, composta da centocinquanta galee e ad altrettante, navi da trasporto. Facevano parte della spedizione FILIPPO L'ARDITO, re di Francia, i suoi figli FILIPPO il "BELLO" e CARLO di VALOIS, il re di Maiorca, il legato pontificio GIOVANNI CHOLLET, cardinale di Santa Cecilia, e molti baroni.

Bisognava insomma regolare i conti con gli aragonesi che ovviamente stavano reagendo alla scomunica e alla destituzione del loro re fatta ancora da Martino IV che - come abbiamo detto sopra - aveva poi dato il regno a Filippo di Francia.
L'esercito francese appena morto Martino IV, si mosse verso l'Aragona, riuscì a varcare i Pirenei, a cogliere qualche successo fino a Gerona, mentre la flotta conquistava la costa catalana fino a Barcellona.
L'offensiva francese via terra subì una battuta d'arresto lasciando sul terreno diverse vittime, perchè le difese approntate da Piero d'Aragona, funzionarono a dovere, e conducendo una micidiale guerriglia con audaci assalti affrontarono e respinsero i francesi; questi poi si sbandarono e a complicare a loro le cose nei reparti ancora efficienti scoppiò una terribile epidemia causando parecchie vittime.
L'offensiva via mare ebbe uguale sorte, perchè Pietro d'Aragona, chiesto in Sicilia l'aiuto del geniale e audace Ruggero di Lauria; questi quando con una quarantina di galee, giunse a Capo S. Sebastiano, non rimase per nulla intimorito nel vedere in lontananza una potente flotta di 300 navigli francesi schierata nei pressi delle "rocce delle formiche".
Come a Napoli con il figlio di Carlo D'Angiò, Ruggero escogitò uno dei suoi tanti stratagemmi. Con l'aiuto delle tenebre e tenendosi al largo con dei piccoli lumi per non cozzare uno contro l'altro, ma invisibili dalla costa, dopo aver dato il segnale d'attacco, fu il primo ad avanzare e con gli altri che lo seguirono a mò di ventaglio che si richiudeva, e questa volta con tanti grossi lumi sul ponte per dare l'impressione che le navi erano centinaia, portò lo scompiglio, terrorizzò i francesi e in breve tempo gli aragonesi prima distrussero poi catturarono ciò che rimaneva dell'intera flotta angioina.
Si hanno solo notizie da parte Spagnola, che sembrano esagerate; ma lo strano (forse perché mortificante) silenzio delle fonti Angioine, indubbiamente fanno pensare che l'armata siciliana quella notte distrusse e catturò tutta la flotta francese.

Filippo a stento riuscì sull'ammiraglia a mettersi in salvo, comandò la ritirata, ma questa incalzata dagli aragonesi, affamata, lacera e decimata dall'epidemia che era in corso, con pochi superstiti riuscì faticosamente a piedi a rivalicare i Pirenei il 30 settembre 1285. Colpito dal morbo epidemico era anche Filippo, che sei giorni dopo cessò di vivere, lasciando l'Aragona (non conquistata) virtualmente in mano al figlio Carlo di Valois che, ricordiamo, dal papa - dopo aver spodestato Pietro d'Aragona - era stato nominato sovrano di quel regno.

Pietro d'Aragona godette per poco il suo grande successo, quaranta giorni dopo l'umiliazione impartira al re di Francia, il 10 novembre moriva, lasciando pure lui una difficile eredità al figlio Alfonso III l'Aragona, e a Giacomo quella del regno di Sicilia (che però il papa a entrambi non riconosceva).

La nuova situazione che si era venuta a creare, creò nuovi problemi a Onorio IV. Giacomo d'Aragona giunse a Palermo il 2 febbraio 1286, riunì un parlamento e questo alla presenza di sua madre Costanza, e con gli applausi del popolo, dei nobili e del clero, gli pose sul capo la corona del regno. Le bolle di scomunica e gli interdetti papali furono del tutto ignorati.

Altro problema per il papa era la prigionia del figlio di Carlo d'Angiò, Carlo lo Zoppo sempre in mano agli aragonesi che tuttavia lo trattavano bene, non l'avevano buttato dentro un carcere, ma gli avevano dato un appartamento adeguato al suo rango di principe ereditario. In questa situazione era intervenuto come mediatore Edoardo d'Inghilterra, proponendo a Carlo ( e lui era disposto) la rinuncia della Sicilia, e a Carlo di Valois (disposto pure lui) la rinuncia dell'Aragona. A Barcellona fu stipulato anche un patto, ma Onorio con una bolla, opponendosi dichiarò nullo il patto, e ribadiva ed esigeva la piena sottomissione alla Chiesa dell'Aragona e del regno di Sicilia.

Dalla disfatta di Filippo, Onorio era comunque cambiato: Cosa aveva in mente non lo sapremo mai. O perchè si era reso conto di aver puntato nel corso del suo pontificato sul cavallo di razza sbagliato, o perchè aveva visto clamorosamente fallire tutta la sua politica filo-francese, o perchè negli ultimi mesi di vita era rinsavito, quando (con tempismo) si rifece vivo Rodolfo D'Asburgo per chiedergli quall'incoronazione imperiale che non c'era mai stata, Onorio compie una invensione a centottanta gradi, e con lettera del 31 maggio 1286 sollecita Rodolfo a scendere in Italia e gli promette l'incoronazione a Roma per il 2 febbraio 1287. Che idee avesse non lo sappiamo,

Rodolfo si prepara, a gennaio parte, si attarda però qualche giorno a valicare le Alpi e quando giunge in Italia, Onorio nel suo palazzo di S. Sabina sull'Aventino, il 3 aprile era già morto.
I Savelli erano già molto ricchi, erano padroni dei monti latini a Civita Castellana, avevano il magnifico palazzo e una rocca sull'Aventino, palazzi e torri ai Parioli, ma quando morirono (quasi nello stesso periodo) papa Onorio e il fratello Senatore, i Savelli erano diventati ancora più ricchi e potenti pari agli Orsini e i Colonna; tre famiglie che - sempre con la partecipazione dei volubili cittadini - iniziarono a gareggiarono per il dominio della città, e lentamente lentamente le libertà comunali lasciarono il posto a un solo signore o principe dominatore.
Ma questo cambiamento non era solo una caratteristica a Roma, ma stava avvenendo in molte altre città italiane, dando appunto origine a quel periodo chiamato delle "Signorie".
Ma di questo si parla in altre pagine, noi ora dobbiamo occuparci del nuovo Pontefice,
l'elezione di PAPA NICCOLO' IV .....

NICCOLO' IV, Girolamo Masci, di Ascoli
( pontificato 1288-1292 ) Come abbiamo già riportato nella sua biografia, Onorio IV era morto a Roma il 3 aprile 1287. Nel suo stesso palazzo S. Sabina sull'Aventino si riunirono i cardinali per eleggere il successore. All'inizio dell'estate non avevano ancora raggiunto un accordo, e proprio nei mesi di caldo afoso, a Roma era scoppiata una terribile epidemia di malaria, che colpì anche i cardinali del conclave. Uno alla volta sei di essi morirono e gli altri presi dal terrore abbandonarono il palazzo. Solo uno, stoicamente sfidando la morte, rimase a S. Sabina: il cardinale Gerolamo Masci. Per il resto dell'intero anno e l'inizio del successivo, la sede pontificia rimase "vacante".

Passata l'estate, l'autunno e l'inverno, solo il 22 febbraio 1288 i cardinali tornarono a riunirsi nel palazzo dei Savelli a S. Sabina, ma si sbrigarono subito, nello stesso giorno - forse come premio allo stoicismo del cardinale che da quel palazzo non si era mai mosso - elessero Gerolamo Masci che prese i nome di papa NICCOLO' IV. Mai era stato eletto a un soglio pontificio uno degli umili "figli" di san Francesco.

Masci 58enne, era infatti generale dell'Ordine dei Francescani; di umili origini, nato a Lisciano (AP); monaco, altamente religioso, pio, senza egoismi, iniziò subito a distinguersi anche per le sue capacità e la sua zelante religiosità e, al tempo di papa Onorio X, questi lo scelse e lo inviò come legato in Oriente. Quando rientrò per i buoni servizi prestati alla Chiesa, papa Niccolò III lo creò cardinale, e successivamente papa Martino IV nel 1281 gli diede la sede vescovile di Prenestrina.

Appena eletto, con una Roma ancora in pace, i Romani gli fecero tante feste alla sua incoronazione e, pure a lui -come avevano fatto con Onorio - dato che era morto nel frattempo suo fratello, il Senatore Pandolfo, gli conferirono la dignità senatoriale a vita. Ma anche Niccolò cedette subito tale carica, prima affidandola ai due Orsini prima a Orso poi a Bertoldo.

La pace continuò nel corso del suo primo anno di pontificato, ma già nella primavera del 1289 uno dei soliti partiti nobili che aspirava al governo della città, in prima fila i Savelli (in seconda i Colonna) iniziarono dei tumulti che ben orchestrati portarono ben presto Roma in una situazione caotica, e anche pericolosa, tale che l'ex monaco, temendo qualche colpo di mano, per sentirsi sicuro lasciò la sua sede per rifugiarsi a Rieti. Poi vedendo che gli Orsini non riuscivano a controllare la situazione, fece un'inversione di rotta e si affidò ai Colonna nominandolo unico Senatore di Roma.
A uno di questi, a Giovanni, affidò la marca di Ancona, nominò il figlio maggiore di questi - Pietro - cardinale di S. Eustachio e l'altro più giovane - Stefano - conte di Romagna. Quest'ultimo piuttosto arrogante nel territorio affidatogli cominciò a comportarsi non da conte ma da re, e i suoi "sudditi" alla fine sfociarono in una insurrezione, guidata dai figli di Guido da Polenta, che catturarono il violento, lo chiusero in carcere e Niccolo IV con tutte le sue intermediazioni fece fatica a liberarlo.

Mentre accadeva questo in Romagna, il padre del giovane, Giovanni Colonna, fatto insediare dal papa in Campidoglio, al pari e più del figlio, pure lui cominciò a fare il padrone di Roma e della Campagna, esautorando ogni altro nobile da tutte le altre cariche, facendo nascere così il solito malcontento degli esclusi e il loro seguito, sempre pronti a innescare rivolte.

Questo in Romagna e Roma, mentre in meridione la situazione non era migliore. Ben presto la Sicilia (cioè gli Aragona che vi si erano insediati) comprese che nulla di buono avrebbe potuto aspettarsi dal nuovo Pontefice. Questi, seguendo la politica dei suoi predecessori, favorevole agli Angioini, il Giovedì Santo del 1288 lanciò una nuova scomunica contro di loro e, sapendo che Edoardo d'Inghilterra si adoperava per metter pace tra la Francia e l'Aragona, ne favorì le pratiche ma solo quelle che dovevano portare alla liberazione dell'angioino Carlo lo Zoppo (vedi più avanti).

Morto Pietro, Giacomo anche se - a dispetto del papa e della scomunica - si era fatto incoronare a Palermo re, sapeva che quello di Sicilia era un trono traballante e con la speranza di imporsi militarmente con una nuova guerra contro i francesi, chiese al fratello Alfonso III di unirsi e aiutarlo a compiere un'impresa simile a quella che il loro padre aveva compiuto in Aragona prima di morire.
Alfonso III valutò la situazione, poi si convinse a non intervenire e abbandonare il fratello Giacomo, perchè molti nobili siciliani con l'appoggio del Pontefice che non aveva compiuto nessun passo indietro con la scomunica (anzi l'aveva riconfermata) contro quelli che lui chiamava "usurpatori", erano tornati ad appoggiare gli angioini. Non era un vero e proprio appoggio, ma ritennero che era l'unica cosa da farsi, per non far scatenare un'altra guerra sull'isola.
Ma anche se avesse accettato, la situazione per Giacomo non sarebbe cambiata di lì a poco, perchè Alfonso morì nel giugno 1291.
Suo fratello invece di demordere, sentendosi erede naturale (era il secondo figlio di Pietro) volle riunire i due regni, dando la nomina di governatore della Sicilia a suo fratello minore Federico.

Torniamo al 1288 e a Carlo lo Zoppo. Dopo aver riconfermata la scomunica agli Aragona, accettando la mediazione di Edoardo d'Inghilterra, Niccolò IV riuscì a farlo liberare a novembre (Alfonso lo lasciò libero ma dietro il pagamento di trentamila marchi d'argento e la promessa giurata dell'Angioino di ritornare in prigionia se nel termine di un anno non convinceva la Francia e la Chiesa a pacificarsi con l'Aragona).
A ppena libero Carlo si incontrò con il Papa a Rieti, dove l'anno dopo il 29 maggio 1289 ricevette solennemente da Niccolò IV la corona per il regno Meridionale (ma non menzionò la Sicilia) che era stato di suo padre, ma in cambio dovette giurare omaggio di vassallaggio alla Chiesa, di dare alla Santa Sede un censo, che non avrebbe mai assunto la carica di Senatore a Roma, che avrebbe dato al papa ogni tre anni un cavallo bianco e sempre per il papa avrebbe armato 300 cavalieri e una flottiglia contro il pericolo di una qualsiasi incursione di nemici negli Stati della Chiesa.
In cambio Niccolò gli concesse di poter riscuotere per tre anni le decime sui beni del clero, in modo da crearsi i consoni mezzi economici per affermare la sua autorità nel regno.

Con la corona in testa, nel giugno del 1289, Carlo lo Zoppo fece il suo trionfale ingresso a Napoli, dove suo padre aveva dominato cinque anni prima, e dove lui aveva preso la famosa batosta da Ruggero dentro le acque del golfo e lì catturato e conosciuto anche la prigionia.
Per quanto fosse stato eletto legittimo re dell'Italia meridionale, a Carlo gli sembrò - ed era un legittimo suo dubbio -che rimaneva aperta la spinosa questione di come riunire al suo regno anche la Sicilia.
Ovviamente per farlo ci voleva una spedizione militare; erano infatti servite a poco le scomuniche del papa. Giacomo pur salendo sul trono aragonese dopo la morte del fratello Alfonso III, si era della Sicilia proclamato re, e come re, di fatto nell'isola si stava comportando continuando a mantenere i suoi possessi anche se aveva dato la luogotenenza a suo fratello minore Federico.
Tuttavia scavalcando il papa, non volendo iniziare un'altra onerosa guerra, Giacomo ormai regnante in Aragona, con la Sicilia affidata al giovane fratello che non sarebbe stato di certo in grado di respingere una spedizione francese partente da Napoli, cominciò a trattare con Carlo II, e sembra che fosse disponibile ad abbandonare la Sicilia. Ma Niccolò IV, fece fallire ogni trattativa, la Sicilia era e doveva rimanere feudo della Santa Sede. Carlo da lui incoronato, doveva regnare solo nell'Italia Meridionale.
E così la guerra non poteva che ancora continuare in mare e in terra con scarsi successi da una parte come dall'altra, nonostante alcuni patti, trattati e promesse reciproche di pace.
Giacomo non era uomo da temere una guerra, ma non aveva la tempra eroica del padre, che, pur abbandonato dai sudditi, aveva saputo scacciare dal suo regno gli invasori. Iniziò pertanto trattative segretissime con coloro che fino allora erano stati suoi nemici; ma queste mediazioni, per fortuna dei Siciliani, furono troncate da un avvenimento inatteso: la morte di Niccolò IV.
(vedi la cronache di questa guerra nel link "Storia d'Italia")
Mentre tutto queste manovre avvenivano in Italia, in Oriente le cose per la Chiesa si stavano mettendo molto male. Si stava concludendo miseramente il capitolo delle crociate. I Musulmani stavano dando del filo da torcere ai principi che si erano insediati da quasi duecento anni in Terra Santa. Avevano riconquistato Gerusalemme, e fatto capitolare la eroica ultima resistenza a San Giovanni d'Acri. Niccolò IV ne rimase sconvolto, predicò a destra e a manca una nuova crociata contro gli infedeli. Ma non solo in Europa i principi e re erano sordi ai suoi appelli, ma anche gli stessi principi e re latino-orientali l'antico entusiasmo per simili iniziative belliche non lo sentivano più, loro che da alcune generazioni vivevano lì con famiglie, averi, con l'opulenza materiale e culturale araba, già adattati perfino ai ricchi costumi arabi, avevano tutto l'interesse a condurre trattative diplomatiche e non belliche per il loro quieto vivere in Oriente. Anche l'imperatore di Costantinopoli, al quale Niccolò IV si era accoratamente rivolto, fece orecchie di mercante, anche se per altri noti motivi diversi dai principi. La scomunica - per eresia e perchè responsabile dello scisma- fatta ancora all'epoca di Martino IV non era stata per nulla revocata. Lo scisma era da allora diventato ancora più netto e insanabile, figuriamoci se erano disposti a dare a Roma un aiuto.

Inaspettatamente a far sapere che avrebbe preso la Croce per recarsi in Terra Santa, all'inizio del 1291 fu proprio l'aragonese Alfonso d'Aragona. Promettendo che si sarebbe mosso per la nobile causa, pensava che una investitura sulla Sicilia sarebbe stata la giusta ricompensa alle sue intenzioni, prima ancora della partenza. Ovviamente era solo una opportunistica mossa politica, tanto è vero che (anche lui come i principi latini in Oriente) lui stava trattando con il sultano segretamente.
Come sappiamo da altre pagine in "Storia d'Italia", e dalle pagine delle "Crociate" il capitolo delle bisecolari spedizioni punitive in Terra Santa si concludeva miseramente. Dall'Oriente tutti i cristiani (quelli attivi militarmente) furono cacciati fino all'ultimo uomo.

Nel frattempo in Italia, prima ancora della dipartita di Niccolò, a Roma era proseguito il malcontento nei confronti dei Colonna, sempre più autoritari, e tali da suscitare violenti reazioni da parte degli altri nobili. Niccolo IV, che aveva dato i pieni poteri ai Colonna ( e loro ne avevano approfittato nell'esercitarli) come ricorda il Gregorovius "...veniva deriso per essersi dato anima e corpo ad una sola famiglia"; comparvero perfino dei libelli con delle immagini dissacranti, con il papa che appariva solo con la testa in mezzo a due colonne (simboli nello stemma dei Colonna).
I Savelli e gli Orsini a queste irrispettose manovre, non erano estranei. Alla fine, nel 1291, proprio quando Niccolò predicava la crociate, le tre potenti famiglie si misero d'accordo per una alternanza. Il compromesso (con il popolo a tifare minacciosamente alternativamente per uno o per l'altro, in base al calcolo dei benefici che avrebbe tratto da uno di loro) fu che al Colonna nella carica senatariale successe prima un Savelli (Pandolfo), poi insieme, per accontentare subito entrambe le due famiglie, la carica senatoria fu duplice, con un Colonna (Stefano) e un Orsini (Matteo) entrambi in Campidoglio.

A Roma placate queste lacerazioni, come se non bastassero quelle degli stati e dei regni, per un qualche mese dell'anno 1290 tornò la pace, ma fu di breve durata. Pochi mesi dopo dell'anno successivo, il 4 aprile 1291 Niccolò si spegneva nel suo bellissimo palazzo vicino a S. Maria Maggiore dove lui in questa aveva fatto eseguire degli splendidi mosaici; e proprio in questa chiesa venne sepolto; ancora oggi a ricordarcelo è il grande monumento che Sisto V gli eresse.
Fra le sue iniziative vogliamo qui ricordare che Niccolò IV fu anche l'iniziatore dell'ineguagliabile e stupendo Duomo di Orvieto.

Per dare un successore a Niccolò IV, non fu un'impresa per nulla facile, quella pace con i compromessi e opportunismi era stata fatta solo per temporeggiare, e appena il papa esalò il suo ultimo respiro, si tornò a tumultuare nelle strade, mancò un' autorità che garantisse l'ordine, e ognuno a Roma si mise a saccheggiare palazzi e perfino le chiese.
Questo stato di cose durò quasi due anni.
vedi successiva biografie con l'elezione di PAPA CELESTINO V .....

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