"LA COMUNITA' CRISTIANA"
"DALLE ORIGINI AL MONACHESIMO"
Un saggio storico di Franco Savelli


< Primo capitolo: Le comunità delle origini – I sec.

< Secondo capitolo: Le persecuzioni ed il riconoscimento ( II - IV )

< Terzo capitolo : L'affermazione e le dispute teologiche (II-VI sec )

IV cap.

Spiritualità e Monachesimo (1)


Sant'Antonio Abate

SOMMARIO
--- La scelta di vita degli eremiti (III sec.): primi esempi di Paolo di Tebe, S. Antonio Abate e seguaci. S. Pacomio avviò l’esperienza del “cenobitismo”.
--- Il monachesimo orientale di S.Basilio, la sua “Regula” e l’insediamento dei monaci basiliani nei territori del meridione d’Italia (S. Nilo di Grottaferrata).
--- Il monachesimo occidentale, le prime esperienze e le iniziative di S. Martino di Tours, S. Cassiano, S. Agostino, S. Onorato di Arles, S. Paolino da Nola e S. Patrizio. San Benedetto, la “regola” e l’istituzione dell’Ordine benedettino. L’opera di S. Colombano. Gli ordini monastici di ispirazione benedettina dopo la riforma dei monasteri franchi (S. Benedetto d’Aniane): nascita e sviluppo del potente Ordine cluniacense, mentre sorgono gli Ordini camaldolese, cistercense e certosino nel solco del ritorno alla purezza della regola.
--- I movimenti eretici dei Catari (Albigesi, Patarni e Valdesii e la nascita degli Ordini mendicanti: Francescani, Domenicani, Carmelitani.
--- Il monachesimo femminile.
--- Il monachesimo attuale.

(1) Le note con il simbolo * rimandano al capitolo precedente, il cap. 3
"Affermazioni e dispute teologiche " (II-IV sec) (stesso sito).

 

”Gesù andò nel deserto dove rimase per quaranta giorni tentato dal diavolo. Per tutti quei giorni non mangiò nulla: alla fine ebbe fame. Allora il diavolo gli disse: - Se tu sei Figlio di Dio, domanda a questa pietra di diventare pane -. Gesù gli rispose - E’ scritto, non di solo pane vive l’uomo -. …. Alla fine avendo esaurito ogni genere di tentazione, il diavolo si allontanò da lui …” (Luca 2, 1-13).
La scelta di Gesù di ritirarsi nel deserto può essere ritenuta il primo esempio di monachesimo (monos-oikia : solo-casa) cristiano che trova modelli nell’ebraismo in cui si rinvengono sia l’idealizzazione del deserto da parte di alcuni profeti (soprattutto Osea) sia la scelta di vita da eremita (eremos : solitario (2) ) del profeta Elia e del suo successore Eliseo (I e II libro dei Re).
(2) Esempi di scelta di vita solitaria si ritrovano anche nelle religioni orientali antecedenti il VI sec. aC. come il Buddhismo, Taoismo, Induismo, ecc.. E’ tuttavia innegabile che l’esperienza dei cristiani, basata sull’imitazione di Cristo nella rinuncia alle cose del mondo per praticare la virtù, fu del tutto originale.

 

4.1 Ascetismo

Fin dalla prima diffusione, il cristianesimo fu veicolo di un orientamento ascetico volto a contrastare, con la rinuncia e la penitenza, i mali che affliggevano le comunità e che si identificavano nell’egoismo, nell’orgoglio e nella concupiscenza. Sono noti diversi esempi di cristiani che, già dagli inizi, vissero la fede praticando una vita ascetica fondata sulla castità, umiltà e mortificazione e, pur non separandosi dalla società, perseguirono la ricerca della perfezione, imitando Cristo nel rivendicare i più alti valori dello spirito con la rinuncia ai piaceri della vita.
Nel momento in cui il riconoscimento fece emergere il cristianesimo dalla clandestinità, coloro che perseguivano l’ideale di perfezione evangelica nell’ambito delle comunità, intrapresero un’altra via, seguendo solitari o in piccoli gruppi la scelta di condurre una vita contemplativa ed ascetica attraverso cui “la preghiera innalza l’anima a Dio in cui quasi si divinizza”. Così, ad imitazione dell’esperienza di Gesù, si ritirarono nel luogo in cui la solitudine è in grado di potenziare il valore mistico, il deserto che, luogo della prova, della tentazione, della lotta contro i demoni sostenuta da Gesù, divenne sede privilegiata per conseguire la vera perfezione e prepararsi per l’avvento del regno di Dio (attesa escatologica: cap.1).

Verso la seconda metà del III sec., col divulgarsi degli scritti apologetici, si diffusero le spiritualità che si manifestarono nella forma di vita che caratterizzò quella degli eremiti. Il primo esempio di questa forma di spiritualità viene fatto risalire ad un egiziano colto e benestante Paolo di Tebe ... (3)
(3) Paolo di Tebe (230-335), secondo la narrazione agiografica (Vita Sanctii Pauli primi eremitae di S.Girolamo; n.6, ripresa nella Legenda Aurea di Jacopo da Varagine; n.51), durante il suo ritiro, protetto da una tunica di palma intrecciata, fu nutrito dal pane procuratogli da un corvo e seppellito in una fossa scavata da due leoni (elementi che, con l’abate Antonio, si individuano nella icona riportata in apertura). A lui si ispira l’Ordine di S. Paolo Primo Eremita (Monaci Paolini) sorto in Ungheria nel XII sec. ed ancora presente in Polonia.

... che, denunziato durante la persecuzione di Decio (250; cap.2), si ritirò nel deserto dove visse per tutta la vita in completa solitudine. Ricevette la visita del conterraneo S. Antonio Abate (abbà : padre) ... (4)
(4) Le scelte di vita dell’asceta egiziano S.Antonio Abate (Il Grande, l’Anacoreta) (251-357) sono descritte da Atanasio di Alessandria (cap.2 e 3). Nato a Cuma da una ricca famiglia di agricoltori cristiani, dopo la scelta eremitica, in due occasioni rientrò temporaneamente nella società per sostenere i cristiani perseguitati da Diocleziano (cap.2) e (338) per affiancare Atanasio nella lotta contro l’arianesimo. A seguito della leggenda che vedeva il santo contendere le anime dei peccatori al demonio, vengono posti sotto la sua protezione tutti quelli che hanno a che fare col fuoco, così coloro che sono afflitti dal male degli ardenti (fuoco di S.Antonio) che si riferisce sia all’ergotismo (causato dall’ergot, sostanza contenuta nel fungo parassita delle graminacee) che all’herpes zoster (affezione virale) che si manifestano sotto forma di eritemi e vescicole.

...che, ispirato dalle parole di Gesù (“Se vuoi essere perfetto , va, vendi quello che hai e dallo ai poveri e avrai un tesoro in cielo: poi vieni a seguirmi”, Matteo 19, 21; “Chi ama la propria vita la perde e chi odia la propria vita in questo mondo la conserverà per la vita eterna”, Giovanni 12, 25), aveva rotto ogni rapporto con la società e, disfattosi dei suoi beni per seguire l’esempio di Paolo e di altri che lo avevano imitato, si ritirò (anachoresis: ritiro, da cui anacoreta) in solitudine per condurre una rigorosa ed assoluta vita di preghiera e di ascesi (askesis : esercizio) in una grotta inaccessibile del deserto della Tebaide.

L’iniziale esperienza di Antonio, ritenuto il padre del monachesimo fu seguita col tempo da gruppi di discepoli che, volendo imitarne l’esperienza e trovare nell’eremitismo una potenziale forma sostitutiva del martirio, si raccolsero in due gruppi (Padri del deserto) che si stabilirono in anfratti naturali o in grotte scavate nella roccia friabile (lavra o laura) situate sulle opposte sponde del Nilo. Qui diedero avvio, pur nell’isolamento, ad una forma di vita associata e guidata dall’eremita più anziano, ma in cui ciascuno seguiva le pratiche ascetiche secondo la sua individuale ispirazione. Antonio, rimasto in solitudine a praticare l’anacoretismo, divenne loro riferimento e guida spirituale.

Il modello di Antonio Abate ispirò il saggio ed austero egiziano Macario (300-390) ed il palestinese Ilarione di Gaza (291-371) che presero, sotto la loro autorità morale, discepoli che si riunivano regolarmente per l’ufficio divino, ascoltare la parola degli anziani e scambiare cibarie, superando così il modello dell’occasionale incontro con un “maestro”. Macario iniziò la sua vita ascetica a Scete (dove oggi sorge il monastero di Al-Baramus), Ilarione fondò a Gaza una comunità monastica e viaggiò a lungo nei territori dell’Impero Romano durante cui gli venne attribuita la fondazione di diversi monasteri.

L’esperienza più coinvolgente venne avviata nel IV sec. da S. Pacomio ... (5)
(5) L’egiziano S. Pacomio (290-346), fu il primo legislatore della vita cenobitica di cui, nel corso del V-VII sec., furono redatte numerose regole tra cui quelle di S.Basilio, S.Agostino, S.Benedetto e S.Colombano. Proveniente da famiglia pagana della Tebaide (Egitto) ed arruolato nell’esercito imperiale, fu imprigionato a Tebe dove, soccorso dai cristiani e costatato l’amore che essi avevano verso il prossimo, fu ispirato a seguire Dio. Tornato in libertà e fattosi battezzare (314) intraprese la vita ascetica durante la quale ricevette l’ispirazione di costruire un monastero e lasciare la vita eremitica per quella monastica.

... che, iniziato alla vita ascetica dall’eremita Palamone, maturò l’esigenza di vita associata che tradusse nell’esperienza del monachesimo cenobitico (koinas-baos : comune-vita) realizzata, nel 320, con la fondazione nel deserto della Tebaide (Tabennisi) di un vero e proprio monastero (il primo cenobitico) per spingere gli eremiti ad optare per una vita comunitaria in cui veniva consacrata la vita a Dio mediante la preghiera, la povertà, la continenza e l’ascesi. La nuova forma di vita monastica, costituita da una comunità cristiana (kainonia) a modello di quella iniziale di Gerusalemme guidata dagli apostoli, aumentò rapidamente l’iniziale numero di adesioni fino a raggiungere un numero considerevole di unità (sembra tuttavia poco verosimile le migliaia che da qualche fonte viene riportata) che impose, per accoglierli, la necessità di costruire, intorno alla metà del IV sec., uno dopo l’altro otto grandi monasteri maschili ed uno femminile, in cui parte della struttura venne destinata all’assistenza dei malati ed agli ospiti. Molti seguaci provenivano direttamente dal paganesimo o non erano stati ancora battezzati al momento dell’ingresso in monastero. Così trascorrevano un periodo come catecumeni (katechoumenos: che riceve istruzione) durante il quale imparavano a memoria brani delle Scritture che poi, nel corso delle loro attività, recitavano a voce bassa. Venivano quindi introdotti alla vita monastica con il battesimo solenne, in occasione della celebrazione della Pasqua, allorché tutti i monaci dei monasteri collegati si riunivano per la preghiera.

La novità consistette nel fatto che quella di Paconio non era una semplice raggrupparsi di eremiti attorno ad un padre carismatico come era avvenuto fino ad allora, ma una comunità di fratelli la cui effettiva comunione si manifestava nelle varie attività e si concretizzava nel “servizio reciproco” fatto di vicendevole umiltà. Forma di vita che conferì al cenobitismo ragion di essere e piena giustificazione perché, secondo gli insegnamenti di Cristo, non si può separare l’amore verso Dio da quello verso il prossimo. I monaci dovevano unirsi sotto l’autorità di un padre e maestro (abate), concepito come umile servitore di tutti i fratelli e verso cui l’obbedienza ha un fine comunicativo e non educativo. Essi assolvevano a tutta una serie di prestazioni che, benché non comportassero una gerarchia fra fratelli, si trasmisero anche alla tradizione occidentale. Tutti i fratelli dovevano rinunciare alla individualità negli esercizi ascetici ed accettare le norme fissate da S. Pacomio, primo legislatore della vita cenobitica, in una “regola” che prescriveva per essi, accanto all’attribuzione di celle individuali, una vita in comune, non solo per la preghiera ma anche per i pasti ed il lavoro manuale. S. Pacomio, in occasione della fondazione di nuovi monasteri, tracciava per i suoi discepoli i “precetti” o regolamenti per l’organizzazione del lavoro (coltivazione di ortaggi, fabbricazione di stuoie, preparazione di alimenti) e la cura dei malati. L’insieme di questi “precetti” raggruppati in quattro sezioni redatte in greco, nel 404, furono riuniti e tradotti in latino da Orsiesio nel Liber Orsiesii.
Questi, divulgati da S. Girolamo ... (6)
(6) S. Girolamo (347-420) di origine dalmata, dopo aver studiato a Roma, soggiornò a Costantinopoli e fu allievo di Gregorio Nazianzeno (Cap.2; n.52), quindi si ritirò nel deserto siriaco per abbracciare la vita eremitica che interruppe per rientrare a Roma (382) dove collaborò con papa Damaso I (366-384). Per allontanarsi dalle critiche che gli provenivano dal clero romano si recò a Betlemme per praticare vita ascetica. Si ritirò nel deserto per lo studio dell’esegesi biblica, traducendo dall’ebraico in latino l’Antico Testamento, Vulgata. Autore di una vasta produzione che comprende anche un Epistolario a carattere teologico e dottrinale. In oriente fondò alcuni conventi maschili e femminili.

...ebbero un impatto di ampie dimensioni in occidente dove le congregazioni di Paconio, visitate regolarmente da S. Atanasio di Alessandria (cap.2, n.47; cap.3) che voleva apprezzarne gli sviluppi, ricevettero grande rispetto dal mondo cattolico occidentale.
L’esperienza cenobitica impostata da Pacomio e proseguita (a parte un breve intermezzo di Orsiesio) dal suo primo discepolo e successore Teodoro (fino all’anno della sua morte, 367) si diffuse dall’Egitto alla Palestina ... (7)
(7) Ad opera di S.Caritone che (III-IV sec.), dopo aver subito le persecuzioni di Aureliano (cap.2) iniziò a condurre vira eremitica nella valle di Cedron (Gerico) dove, raggiunto da discepoli, divenne abate della laura di Pharan. Per sottrarsi all’ammirazione di discepoli e popolo, si ritirò poco distante da Betlemme per fondare il monastero di Souka.

... alla Siria, Persia, Cappadocia ed Armenia che, a parte innegabili differenze, ebbero in comune una spiritualità monastica radicata nella corrente dottrinale giudeo-cristiana.

Gli ordini monastici si diffusero dal IV sec. in poi sia in Oriente che in Occidente ad opera delle eminenti figure di S. Basilio vescovo di Cesarea ed organizzatore del monachesimo orientale e di S. Benedetto da Norcia, padre del monachesimo occidentale, alla cui diffusione influì in maniera determinante la Vita Antonii scritta da S. Atanasio e da egli stesso divulgata nel periodo di esilio a Treviri nel 335 (cap.3).

4.2 Monachesimo


Vita di eremiti (P. Uccello)

I lontani precursori dei monaci cristiani possono essere ritenuti i leviti, membri della tribù del patriarca israelita Levi che erano consacrati al servizio del tempio (ruolo ricoperto in quanto sempre fedeli alla religione dei padri) e si sostenevano con le decime, fruendo di uno statuto particolare. Così come si rileva dai manoscritti del Mar Morto, altre comunità giudaiche precristiane, come gli esseni di Qumran, erano dedite alla vita contemplativa ed alla scelta di celibato, cercando la perfezione nella pratica ascetica e nella preghiera.
Il monachesimo, un fenomeno presente in tutte le Chiese, contribuì in maniera determinante ad orientare la sensibilità della gente mediante la predicazione e l’insegnamento. Ebbe influenza sullo sviluppo della liturgia e nel favorire l’evoluzione delle manifestazioni artistiche del suo tempo.
L’opera svolta dal monachesimo è stata particolarmente pregiata nei più diversi campi dello spirito che vanno dall’esaltazione della santità alla dignità del lavoro, all’affermazione di un ideale di vita superiore contro la barbarie della violenza, dall’opera sociale di assistenza alla promozione della vita culturale.

4.2.1 Monachesimo orientale

In Oriente continuatore dell’opera di Pacomio fu S. Basilio vescovo di Cesarea ... (8)
(8) Basilio (330-379), nato a Cesarea da famiglia colta e di tradizione cristiana, studiò a Costantinopoli ed Atene. Rientrato a Cesarea e collegatosi con Gregorio Nazianzeno (cap.2, n. 50), insegnò retorica e dopo essere rimasto sensibilizzato dalla visita agli asceti del tempo, si disfece dei beni ed abbracciò la vita ascetica. Durante l’impero di Valente (*), sostenitore dell’ortodossia ariana (cap.3), rientrò a Cesarea per sostenere le dottrine dell’ortodossia cattolica (Contro Eunomio, vescovo ariano di Cizico, ed un Epistolario di 365 lettere ne illustrano il pensiero) e, nel 370, successe ad Eusebio (cap.2) nella carica di vescovo di Cesarea. L’imperatore Valente, malgrado il dissenso dottrinale che lo divideva da Basilio e che lo indusse a dividere la Cappadocia per limitarne l’influenza, ne rispettava la personalità e l’eloquenza ed a lui affidò incarichi diplomatici ed organizzativi. Combattivo, intervenne in tutte le dispute teologiche. Abile amministratore, seppe correggere abusi e devianze dottrinarie, difendere le immunità ecclesiastiche dal potere civile e proteggere i poveri da ingiuste accuse. Nell’opera di diffusione monastica ebbe il supporto dalla sorella Macrina che trasformò in monastero la sua proprietà di Annesi. Alla sua morte gli successe Gregorio Nazianzeno.

... il primo dei padri cappadoci (cap.2, n.50) e vero organizzatore e codificatore del monachesimo orientale (pur senza fondare un ordine monastico come S. Benedetto) che, dalle regioni egiziane, siriache e palestinesi, si estese fino a tutto l’impero bizantino e divenne rilevante modello di preparazione culturale, semplicità di vita e di relazioni con i fedeli. Egli, mantenendo considerazioni critiche rispetto alla numerosa aggregazione nel cenobitismo pacomiano ... (9)
(9) Malgrado Pacomio avesse codificato il sistema decadale, ossia la distribuzione dei monaci in gruppi di dieci.

... ed alla pratica eremitica che escludeva l’esercizio della carità, impostò, per la vita monastica cenobitica volta a raggiungere la perfezione cristiana, un sommario di 55 pratici e sapienti insegnamenti (Regula major e Regula brevior) riguardanti i doveri e le virtù di comunità piccole e partecipative di monaci. In detto sommario veniva evidenziata l’obbedienza dovuta all’abate quale esercizio di umiltà e delineata un’idea di comunità monastica che si distinguesse dall’associazione di singoli per avviarne una fondata sulla benevolenza reciproca e finalizzata ad una più intensa vita spirituale. Che, a parte il fermo proposito dei monaci di ubbidire e conservare stabile dimora nel monastero, era caratterizzata dalla comune partecipazione alla preghiera giornaliera che rinfranca lo spirito, agli uffici divini, ai pasti in refettorio, al lavoro manuale collettivo che rafforza il corpo, privilegiato quello intellettuale che illumina la mente. Un contesto che offriva un solido ed armonioso equilibrio, attraente per molti laici desiderosi di intraprendere la via della perfezione. A quelli che lo seguirono il “legislatore” Basilio diede una solida formazione morale ed ascetica e l’incentivo ad integrarsi con la comunità civile per dedicarsi all’esercizio del ministero pastorale ... (10)
(10) Tra i monaci basiliani vi erano anche dei preti, ciò che li distingue sia dai pacomiani che dai benedettini.

...motivo per cui i monasteri basiliani furono dislocati nelle città o nelle vicinanze in maniera che la dimensione del raccoglimento e della preghiera fosse completata dalla pratica caritativa verso i bisognosi.

Basilio, impegnato a combattere l’eresia ariana, fu vigile nel prevenire deviazioni nel suo clero, di cui ne controllò la regolarità per difenderlo dagli abusi del potere civile e ne organizzò la carità fino a realizzare il progetto, inteso a soddisfare le immediate necessità pratiche, di costruire a Cesarea una cittadella (Basiliade) che fungesse da locanda, ospizio ed ospedale.

Dai suoi scritti (Epistolario), emerge la figura di un Basilio pastore attento ai bisogni dei suoi fedeli a cui, con profondo intuito psicologico ed avvalendosi della sua vasta cultura, porge nella maniera più semplice ed accessibile la dottrina cristiana (*n.53). Il sommario basiliano costituì il fondamento teorico ed organizzativo per il monachesimo d’Oriente, modello di perfezione ascetica per tutto il mondo cristiano e culla di diverse comunità monastiche.
Di esse, una, sorta vicino al sepolcro del santo eremita Marone ... (11)
(11) Non si hanno notizie precise del santo eremita Marone i cui resti furono tumulati nel monastero di Beth-Maron ed a cui si fa risalire l’origine della Chiesa maronita. Il Santo, vissuto tra il IV e V sec. accompagnato dalla fama di taumaturgo, edificò, sulle rovine di uno precedente pagano, un tempio verso cui confluirono diversi eremiti. Nel corso del V sec. i maroniti, di origine siro-libanese, si divisero fra coloro che abbracciarono il Credo di Nicea e parteciparono al concilio di Calcedonia del 451 (*) e coloro che confluirono nella chiesa bizantina.
Secondo una altra ipotesi la Chiesa maronita sarebbe collegata a Giovanni Marone (VII sec.) divenuto vescovo di Botira su insistenza del monotelita (*) Macario, primo patriarca maronita. I cristiani maroniti, nel VII sec., si separarono dalla Chiesa adottando il monotelismo, condannato dal concilio di Calcedonia del 680 (*). Nel 684, diventarono indipendenti in seguito alla vittoria, sull’esercito di Giustiniano II conseguita da Giovanni Marone che viene eletto primo patriarca maronita. I maroniti entrarono in comunione con la Chiesa di Roma all'epoca dei crociati ed, in seguito, durante il periodo ottomano in cui vennero perseguitati più volte, furono protetti dalla Francia. Il Patriarcato dei Maroniti ha sede a Bkerke (Libano); il patriarca ha il titolo di "Patriarca di Antiochia e di tutto l'Oriente", sebbene sussistano dubbi circa il suo diritto di fregiarsi del titolo “di Antiochia”, diversamente dagli altri quattro Patriarchi residenti ad Antiochia (siriaco-ortodosso, greco-ortodosso, siro-cattolico e greco-cattolico), le cui origini affondano nella storia delle antiche divisioni cristiane.

... nei pressi di Apamea (Siria), mantenne rituali risalenti alle tradizioni delle popolazioni mediorientali (Chiesa maronita). Un’altra, la Comunità di monte Athos ... (12)
(12) La comunità di Monte Athos fu fondata nel 963 da Atanasio Athonita (920-1003) nel ramo più orientale della penisola Calcidica (Grecia). La Comunità forma una repubblica monastica autonoma sotto la sovranità greca, capoluogo Karyai. Costituita da una ventina di monasteri (costruiti nell’acro X-XIX sec.) sparsi lungo le coste ed abitati da 1500 monaci, divenne sede di eremiti legati alla regola basiliana (approvata dall'imperatore d'Oriente Costantino Monomaco, 1042-1055). Ogni convento, circondato da mura fortificate, comprende una chiesa e diverse cappelle in stile bizantino. Il priore, igumeno, eletto dai monaci e ritenuto il padre spirituale, ha autorità assoluta e garantita a vita. La comunità istituì intensi legami con la cultura monastica greca in Italia.

... sede di eremiti fin dalla fine del VII sec. e di numerosi monasteri (X sec.), resta ancora oggi il centro più rappresentativo della comunità monastica greco-ortodossa.

Si è visto, nei capitoli precedenti, come, dal IV sec. in Medioriente, a seguito delle dispute teologiche (*), fosse in atto un processo di differenziazione che, nella Chiesa, riguardava problemi sia disciplinari che dottrinali ed accendeva la rivalità fra le missioni di origine romano cattolica e di quelle di provenienza bizantina. Competizione che coinvolse le aree delle regioni slave e dell’Italia meridionale dove il monachesimo greco cominciò a diffondersi verso la metà del VI sec. e nella prima metà del VII sec. a seguito della fuga di monaci dalle regioni in cui era in atto l’aggressione di persiani ed arabi (Siria, Palestina ed Egitto) ed a questo periodo risalgono testimonianze di fondazioni greche nella Sicilia sud-orientale (Mazara, Siracusa, Taormina e Messina). Nell’VIII sec. l’esplodere della guerra iconoclasta (* n.54) ...(13)
(13) In seguito alla guerra iconoclasta l’imperatore bizantino aveva costretto le diocesi della Calabria ad adottare il rito greco fino a quando, nei territori controllati dai Longobardi, ritornarono al rito latino.

... e l’avanzata araba in vasti territori bizantini favorirono l’arrivo nel Meridione d’Italia di migliaia di monaci in fuga dall’Oriente, in particolare dalla Cappadocia, per sottrarsi alle persecuzioni ed ai massacri. Essi, attraverso il mare Ionio e percorrendo gli itinerari lungo cui si erano formate le prime comunità cristiane, trovarono rifugio nella valle di Leontini in Sicilia, nella Calabria ionica, nelle regioni pugliesi del Salento ed in alcune valli Lucane dove si ripararono laure per poi fondarvi numerosi conventi basiliani che divennero fiorenti centri di cultura . (14)
(14) L’abbazia di San Nicola di Casole in Otranto, fondata nel 1098 per volontà del principe normanno Beomondo I, divenne il centro propulsore di un movimento letterario (Scuola letteraria di Casole) che, favorito da Federico II di Svevia (XIII sec.) e guidato dall'abate Nettario (-1235) si proponeva di trattare temi sia religiosi che profani, promuovendo un vero e proprio umanesimo italo-bizantino che determinò la sopravvivenza della lingua greca come lingua letteraria del Salento, in un'età in cui invece a Palermo, alla corte dello stesso Federico II, l’italiano volgare prevaleva sulle lingue classiche. Il monastero fu distrutto dai Turchi nel 1480 e le sue rovine sono ancora oggi visibili.

Nella regione campana (Benevento, Salerno, Amalfi) successivamente (X-XI sec.) giunsero anche i monaci che, stabilitisi in Sicilia (Trigoria, VI sec.), fuggivano dalle incursioni saracene e dalla invasione araba (IX sec.) ed, accanto a quelle già esistenti, ricostruirono le strutture monastiche abbandonate . (15)
(15) La Certosa di S. Lorenzo di Padula (Salerno), uno dei monasteri più grandi e patrimonio dell’umanità, sorge sull’Abazia di Montevergine appartenuta ai monaci basiliani.

Il tipo di vita del monachesimo bizantino nel Meridione d’Italia non risulta del tutto definito e, pertanto, non si può stabilire quanto esso si sia intrecciato con le popolazioni locali. E’ tuttavia verosimile che in un territorio continuamente esposto alle scorrerie saracene, la necessità di sottrarsi abbia obbligato le due componenti, monastica e locale, a convivere e, la prima, ad influenzare i costumi della seconda con i suoi riti ed a sorreggerla nello sviluppo delle pratiche agricole.
La Calabria si era popolata di monaci basiliani ... (16)
(16) Questi monaci di lingua greca, organizzati in cenobi ed aiutati dalla popolazione locale, ricevettero dalla Chiesa occidentale e dai benestanti del luogo, donazioni consistenti in proprietà fondiarie e persone asservite. Costituirono una organizzazione religiosa e sociale che permise loro la costruzione di diverse basiliche su cui la Chiesa romana cercò di estendere il suo controllo. I Normanni (inizi dell’XI sec.) li utilizzarono nella fase di conquista del potere e li colmarono di privilegi, quindi, per assecondare il consenso del Papa, facilitarono l’arrivo di monaci cluniacensi (il normanno Robert de Grentemensil) che costruirono l’abazia di S.Eufemia e favorirono l’imposizione del rito cattolico latino.

... che hanno lasciato numerose vestigia di quel tempo a Rossano, Stilo e Gerace. Rossano vide nascere sette monasteri abitati da religiosi orientali, tra cui la Chiesa bizantina di San Marco che oggi è sede della Diocesi di rito greco-bizantina più importante d’Italia. Là si svolse l’attività di S. Nilo ... (17)
(17) S. Nilo (910-1004) nativo nella Rossano bizantina e quindi greco di origine e di rito, attratto dal monachesimo basiliano, visse dapprima in comunità, quindi, divenuto eremita per bisogno di solitudine e di studio, si diede alla composizione di inni ed alla trascrizione di testi. Avvicinato da discepoli, li accolse sottoponendoli a rigorosi studi, ma, allorché vide crescere attorno a se interesse e curiosità, si allontanò (980) per rifugiarsi in territorio longobardo presso Capua dove continuò la sua attività di educatore, intrattenendo buoni rapporti con monaci benedettini di Montecassino. Ormai avanti negli anni fondò l’abbazia di Grottaferrata che, completata da S. Bartolomeo (980-1045), divenne un operoso centro di attività ecumenica. Al suo interno si trova una delle biblioteche più fornite di testi in greco antico e latino.

... che dopo aver esercitato per qualche tempo l’ordinario ministero ecclesiastico si era ritirato in solitudine offrendo uno splendido esempio di vita eremitica, praticando un ascetismo severo, dedito alla preghiera, lettura e copiatura di manoscritti. Stilo, fondata dai siracusani, divenne una fortezza bizantina dove si trova un tempietto greco-bizantino del X sec. (Cattolica) affrescato con immagini di santi così come a Gerace, la Cattedrale (XI sec.) comprende una cripta ricavata da una laura basiliana.
In Puglia, oltre a Brindisi, Otranto, Monopoli ed Andria, Bari si arricchì di Chiese dedicate a santi orientali (Demetrio, Gregorio, Eustrazio, Sofia, Pelagia) su cui, in epoca romanica, furono edificati Chiese cristiane i cui resti stanno affiorando nella città antica.
Nello stesso periodo le regioni di Pannonia e Moravia furono sede della missione ed dell’importante opera di acculturazione di estrazione bizantina svolte dai fratelli SS. Cirillo e Metodio (cap. succ.).


4.2.2. Monachesimo occidentale

In Occidente, con la formazione spontanea delle prime comunità cristiane, si ebbero esempi di donne che si riunivano per vivere in comune e praticare la carità e dare inizio a forme di vita monastica. Fatto conoscere dalla predicazione di Atanasio di Alessandria, il monachesimo sul modello siro-egiziano caratterizzato da grande rigore ascetico e culturale ebbe in Europa una lenta penetrazione. Inizialmente esso si espresse come fenomeno isolato che vide la trasformazione di comunità cristiane in conventi e la realizzazione di diverse esperienze affidate alla ispirazione dei singoli che scrissero anche “regole” per i monasteri che avevano fondato. Tutto ciò finché S. Benedetto, nel VI sec., a modello di esperienze mistiche e penitenziali praticate in Africa ed in Oriente, diede al monachesimo occidentale una organizzazione significativa e durevole, di più ampie dimensioni e di maggiore impatto.

Tra le esperienze dell’inizio, si possono citare quelle realizzatesi nei paesi di origine celtica, tra cui le iniziative di S. Martino e di S. Cassiano. La scelta ascetica di S. Martino di Tours ... (18)
(18) S. Martino di Tours (315-397), nativo della Pannonia (regione danubiana), dopo aver militato nell’esercito romano fu attratto dalla vita contemplativa che, prima di Tours, avviò (357) ritirandosi in solitudine nell’isola di Gallinara (Liguria) dove organizzò una piccola comunità eremitica (conservatasi per secoli e raggiungendo il massimo splendore nel XII sec.), divenuta modello per altre iniziative nelle isole vicine (Capraia, Giglio, Palmaria, ecc.).

... lo portò a fondare (372) la prima comunità monastica in Gallia a Marmoutier (regione della Loira, presso Tours) con una pratica spirituale molto rigida ma affiancata dall’opera di evangelizzazione nelle campagne.
S. Cassiano ... (19)
(19) S. Cassiano (340-435) di origine scita, si recò a Marsiglia dove fondò il monastero di S.Vittore. Fondamentali per lo sviluppo del monachesimo occidentale le sue opere ascetiche (Conferenciae collationes patrum e De istitutis coenobiorum) con cui divulgò in Occidente, più di quanto avesse fatto Atanasio, l’ideale che in Oriente aveva ispirato i padri del deserto che ebbero grande influenza su san Benedetto. Sul problema della “grazia” assunse posizioni inclini al pelagianesimo (*).

...fondò un convento a Marsiglia dedicato al martire S. Vittore di cui scrisse la “Passio” oltre ad opere ascetiche fondamentali per lo sviluppo del monachesimo in occidente.
Dopo queste va sottolineata l’iniziativa di S. Agostino (*) successiva di qualche anno, allorquando, nominato vescovo di Ippona (396), volle riunire attorno a se alcuni chierici che non si erano completamente ritirati dal mondo ed a cui fornì alcuni precetti di vita cenobitica volta ad osservare povertà e carità, ponendo a fondamento della comunità da lui creata una ascesi meno rigida . (20)
(20) Sulla data della Regola agostiniana, composta da un complesso di tre scritti (Concensoria monacorum/regola I; Ordo monasterii/regola II; Praeceptum o Regula ad servos Dei/regola III), gli studiosi sono divisi ma la maggioranza ritiene sia stata redatta intorno al 400. La diffusione della regola agostiniana fino all'XI sec. fu limitata. Essa venne tramandata da un certo numero di codici altomedievali ma non dai molti testi che presso i monasteri rappresentavano la tradizione. Sono stati identificati influssi dell’ Ordo monasterii e del Praeceptum nella Regula ad virgines di San Cesario creato vescovo di Arles (502). Si riconosce un influsso agostiniano nella Regula Magistri e, per quanto riguarda il senso della persona e delle relazioni personali, nella Regola di S. Benedetto. Alcuni autori hanno sottolineato anche la presenza di relazioni tra l’impostazione agostiniana e la Regula monasterii Tarnantensis, la Regula Pauli et Stephani, la Regula Quattuor Patrum, la vita monastica di San Fulgenzio di Ruspe e varie forme di monachesimo femminile in Spagna.

Nonostante la eminenza degli istitutori, le iniziative di Martino e di Agostino non ebbero futuro in quanto la prima si affievolì con la scomparsa del fondatore e la seconda non sopravvisse alle invasioni dei Vandali (429).

Oltre le iniziative sopra citate vi fu quella che in Provenza segna la nascita del monachesimo occidentale e può individuarsi nell’esperienza della comunità cenobitica sorta (405) nelle isole di Lérins (oggi Saint-Honorat, al largo di Cannes) ad opera di S. Onorato di Arles (370-429) (21)
(21) S. Onorato (370-428) ed il fratello Venanzio, di educazione pagana, convertiti al cristianesimo ed attratti dalla vita eremitica, raggiunsero sull’isola di Lerins S.Caprasio (-430) che viveva da eremita e che divenne la loro guida spirituale. I tre intrapresero un viaggio in Oriente per conoscere le esperienze degli anacoreti. Durante il viaggio Venanzio morì ed i due rientrarono in Francia per dar vita all’esperienza monasteriale, illustrata (Lode all'eremo e Sul disprezzo del mondo) da S. Eucherio di Lione (380-450).

Il monastero nel giro di soli vent’anni si sviluppò sino a divenire il grande e celebre monastero di Lérins che, favorito da autorevoli vescovi, influenzò una importante fase di sviluppo del monachesimo in Gallia ed in Svizzera. Ma anche in Italia ed In Irlanda.
In Italia su iniziativa di S. Paolino (22)
(22) S. Paolino (355-431), nato a Bordeaux ed, impegnato nell’amministrazione imperiale, scelse di governare la provincia campana soggiornando a Nola dove era venerato S.Felice. Ormai adulto (35 anni) e dopo essere stato sposato ed aver perso il figlio si rifugiò nella fede. Nel corso dell’assalto alla città da parte dei visigoti di Alarico, Paolino cede i suoi beni ed anche la propria persona per riscattare i prigionieri. Portato prigioniero in Africa riuscì a farsi liberare e rientrare assieme agli altri prigionieri nolani (episodio commemorato con una festa il 22 giugno). Uomo di profonda cultura, scrisse i Carmina e l’Epistolario dove sono raccolte le lettere ai più noti religiosi del tempo. La moglie Terasia costituì il cenobio femminile.

... vescovo di Nola, venne fondato (IV sec.) un cenobio maschile ed uno femminile che si distinsero per l’intensa vita di preghiera e per l’assistenza ai poveri.

In Irlanda ed in Inghilterra dove, ad opera di S. Patrizio (387-461), penetrò il monachesimo celtico che, nel realizzare l’ideale evangelico di perfezione, si impose di raggiungere i luoghi più ostili e selvaggi per diffondere il cristianesimo. Il monachesimo celtico, costituendo una struttura distaccata da quella ecclesiastica, rimase inserito nell’organizzazione sociale, combinando inizialmente principi monastici con idee assolutamente estranee al monachesimo (cap. succ.).
Quindi S. Benedetto prima e S. Colombano poi provvidero a dotare il monachesimo occidentale di quelle regole che ne decretarono (VI sec.) la definitiva affermazione.


4.2.2.1 Monachesimo benedettino

Con San Benedetto da Norcia ... (23)
(23) S. Benedetto (480-547), nato a Norcia ma proveniente da una agiata famiglia di Roma dove trascorse i primi anni guidato nella sua formazione dalla sorella Scolastica. Avviato agli studi letterari e giuridici, rimase colpito dal degrado economico e sociale della città, determinato anche dalla contesa per il pontificato da parte di papa Simmaco (498-514) e “..disprezzò quindi gli studi letterari, abbandonò la casa ed i beni paterni e cercò l’abito della vita monastica perché desiderava di piacere soltanto a Dio ..” (da I Dialoghi di Gregorio Magno). Si recò con la nutrice nella valle dell’Aniene, quindi da solo nella valle di Subiaco dove incontrò il monaco romano Adeodato che gli indicò una grotta sul monte Taleo, dove Benedetto visse da eremita per circa tre anni. Dopo l’esperienza patita nel ritiro cenobitico di Vicovaro, in cui altri monaci che non condividevano la vita spirituale che egli tentava di imporre, cercarono di avvelenarlo, tornò a Subiaco. Qui rimase per oltre un trentennio durante cui accolse e guidò numerosi discepoli e favorì la nascita di tredici monasteri, ciascuno dei quali affidato, sotto la sua guida spirituale a dodici monaci ed un abate. Benedetto, avversato per il successo e la fama che si diffondeva, subì un nuovo tentativo di avvelenamento ed iniziative volte a discreditarlo. Si allontanò dirigendosi verso Cassino, un luogo dove era ancora diffuso il paganesimo. Qui, tra il 525 ed il 529, fece sorgere un nuovo monastero che, espressione definitiva di quell'ideale di vita monastica che aveva maturato nei lunghi anni di vita contemplativa, consacrò al monaco della Gallia S. Martino di Tours ed a S. Giovanni Battista, padre dei monaci del Nuovo Testamento. La costruzione dell’abazia di Montecassino vide Benedetto impegnato come architetto, ingegnere ed organizzatore. Là, resterà per sempre ad elaborare la sua Regula. A Montecassino affluirono numerosi discepoli e donne. Alcuni discepoli furono inviati a fondare un monastero nella vicina Terracina. Le donne furono affidate alla sorella Scolastica.

... il monachesimo occidentale assunse una funzione missionaria. Egli, intorno al 529, fondò il monastero di Montecassino ... (24)
(24) L’abazia di Montecassino, fondata a 519 metri sul livello del mare sul sito di un tempio dedicato ad Apollo, cosa che parrebbe confermata dal ritrovamento nell’area interessata di strutture murarie precristiane e reperti pagani, ha subito nel corso della sua storia una successione di distruzioni, saccheggi, terremoti e ricostruzione. Distrutta dai Longobardi nel 577, il futuro Papa Vittore III alla fine del IX sec. la fece ricostruire completamente ed ornò la chiesa di preziosissimi affreschi e mosaici. Distrutta dal terremoto nel 1349 fu nuovamente ricostruita nel 1366 assumendo l'aspetto tipico di un monumento barocco napoletano che si era conservato fino al febbraio del 1944, allorché venne distrutta nel corso della battaglia che contrappose i tedeschi alle forze alleate. Distruzione che non coinvolse gli archivi messi preventivamente in salvo. La ricostruzione iniziata nel primo dopoguerra ha riprodotto esattamente le antiche strutture. Nel medioevo l’abbazia fu un centro vivissimo di cultura in cui la sua ricchissima biblioteca che conserva molte opere dell’antichità venne dotata di numerose trascrizioni, testimonianze di elevato interesse: dai primi preziosi documenti in lingua volgare ai famosi codici miniati cassinesi, ai preziosi e rarissimi incunaboli (libri stampati appena dopo la scoperta della “stampa”).

... ed, elaborando il modello eremitico di S.Pacomio, gli insegnamenti di S.Cassiano (n.19) cui ricorse con più frequenza e quelli di S. Basilio (n.8), di S. Agostino (n.20) e dell’anonima Regula Magistri (VI sec.) (25)
(25) Essa viene attribuita a Cassiodoro (485-580) che, politico sapiente e lungimirante proveniente da una illustre famiglia di origine siriana, divenne ministro di diversi re Goti (Teodorico, Atalarico, Teodato e Vitige). Caduto il regno gotico (553) si trasferì nella natia Squillace intraprendendo un itinerario di santità ed attività religiosa che lo portò a fondare il Monastero di Vivarium (560) dove trasferì la sua biblioteca con l’idea della fondazione di una Università cattolica (primo esempio in Occidente) per la trascrizione di antichi codici. Diede alla regola benedettina un autonomo indirizzo in cui veniva privilegiato il contenuto intellettuale volto alla conservazione della cultura antica attraverso la fedele trascrizione dei testi ed esaltato il valore spirituale della liturgia.

... seppe adattarli alla esigenza della mentalità latina, esaltando i pregi e correggendone difetti, nella impostazione della Sancta Regula. Questa, avendo moderato ed addolcito l’ideale monastico primitivo, costituì un codice conciso ma preciso nelle norme, redatto per i monaci (e monache) che risiedono in un monastero ... (26)
(26) La Regula di S. Benedetto, scritta per il monastero di Montecassino, si sviluppa in settantatre capitoletti che riguardano struttura e legislazione (salmi, letture, clausura, accoglienza degli aspiranti, amministrazione e servizi). Nella clausura vivono oblati (fanciulli offerti dai genitori al monastero), novizi (in periodo di prova per la vita cenobitica scelta) e monaci (ruolo assunto dopo il pronunciamento del voto). Individuò anche altre categorie di monaci, i serabaiti che vivono in gruppi senza regola ed i girovaghi. Ogni gruppo di monaci ed ogni coenobium aveva naturalmente il suo superiore la cui scelta variava a seconda delle organizzazioni. Egli definì il superiore Praepositus, che adottata nell’Africa Romana, venne successivamente sostituita con Abbas, lasciando al Praepositus una posizione subordinata. L’organizzazione prevedeva vari ambienti: oratorio, dormitorio, refettorio, cucina, magazzini, infermeria, ambienti per gli ospiti.

... e che, nel VII sec., si diffuse al di fuori dell’Italia, accolta da tutti i monaci dell’occidente. Regola profonda nell’esempio e nella preoccupazione di creare uno spirito, al cui fine dettaglia tutte le osservanze della vita quotidiana, durevole nel significato e moderata nell’ascesi, ma organica nella definizione per militare in Cristo sotto la guida dell’abate, ritenuto padre dai suoi monaci e capo dell’organizzazione sociale ed economica che ebbe nell’Abbazia l’istituzione fondamentale. La regola benedettina organizzava la vita monastica su quattro momenti (preghiera comune e personale, studio delle Scritture, approfondimenti in arte e scienze, lavoro) e delineava una spiritualità che ha come fondamento l’obbedienza, l’umiltà e la pietà. L’obbedienza quale mezzo costitutivo della vita cenobitica che porta il monaco a rendere permanente e completa la sua soggezione alla regola ed all’abate. Dall’obbedienza deriva la principale virtù benedettina, l’umiltà che genera necessariamente la preghiera con cui può trovare il diretto rapporto con Dio. La pietà, una virtù fondata sull’amore, che obbliga al silenzio e favorisce il raccoglimento.

Benedetto fondò monasteri in luoghi lontani dall’influenza del popolo e contrappose al primitivo vagabondaggio la stabilità, per cui un monaco, pur restando stabilmente nella sua sede, si dedicava attivamente alla diffusione del messaggio cristiano. Pur lasciando largo tempo alla preghiera ... (27)
(27) Il monaco riposa su un pagliericcio in dormitorio ed indossa una tunica ed una cocolla (rappresentata da un ampio mantello con cappuccio e maniche larghe) leggera d’estate e di velluto nell’inverno. Si sveglia verso le due del mattino per l’ufficio notturno ed i salmi in Chiesa. Quindi il lavoro che si interrompe per la preghiera in comune. A mezzogiorno si consuma il pasto (frugale ma abbondante) quindi si riprende il lavoro fino al vespro, quindi la lectio divina ed un secondo pasto (questo è l’unico pasto nel corso della quaresima e nel corso dell’inverno).

... Benedetto sostenne la dignità del lavoro (ora et labora) come uno dei mezzi di ascesi, integrandolo con lo studio della parola di Dio (lectio divina). Nei conventi si impartì un insegnamento che si può assimilare al livello universitario ed umanistico . (28)
(28) Esperienza che anticipa la istituzione delle università vere e proprie inventate dall’Islam. La prima al mondo fu quella di Cairo, alAzhar, del 970.

Il monachesimo benedettino conobbe all’inizio una espansione relativamente modesta e l’impulso gli venne dal sostegno di papa Gregorio Magno (*n.37) e dal concilio di Aquisgrana (817) allorché la regola Benedettina si diffuse ad opera di S. Colombano al di là delle Alpi, nei monasteri franchi e nelle aree britanniche e germaniche (VII ed VIII sec.) dove venne ribadita l’importanza del lavoro intellettuale (trascrizione dei manoscritti) accanto a quello manuale, e si affermò definitivamente in età carolingia (IX sec.).

I monasteri si trasformarono via via, in tutto l’occidente, da santuari religiosi in centri di cultura ed aziende di produzione e crebbero, per tutto il medioevo, fino a contare circa 15.000 monasteri. (29)
(29) Le abbazie più importanti furono, in Italia, quelle di Montecassino e Pomposa (Ferrara); in Francia, S.Denis, Fleury, Cluny; in Germania Reichenau, Fulda, Carvey.

Questi monasteri svolsero un ruolo essenziale nella società in quanto, essendo prevista, fra le attività, la cura degli infermi, molti monaci si dedicarono allo studio della letteratura medica, alla individuazione e coltivazione di erbe medicinali ed alla loro elaborazione con la preparazione di vari estratti a fine terapeutico . (30)
(30) Può avere fondamento il fatto che la istituzione di una infermeria aperta alla comunità istituita nel monastero prospiciente la città di Salerno (IX sec.) abbia in qualche modo contribuito alla nascita della Scuola Medica di Salerno (XI sec.).

4.2.2.2 L’opera di S. Colombano

S. Colombano ... (31)
(31) S. Colombano (540-615) abate e missionario irlandese, ricevette una solida cultura caratterizzata dalla conoscenza del latino. Fondò numerosi monasteri e Chiese in tutta Europa (oltre a quelli citati nel testo, Fontenay, Remiremont, Jumieges, St Omer) collegati da numerose vie, tra le quali la futura via Francigena, seguite da studiosi e pellegrini. Esiliato nel 610, si recò prima in Svizzera poi in Italia dove, nel 614, fondò a Bobbio (Piacenza) un monastero attorno a cui che si formò poco per volta il tessuto urbano della cittadina. Come evangelizzatore convertì anche molti pagani ed ariani. Per il suo carisma e la sua attività può essere a buon diritto definito uno dei fondatori del monachesimo occidentale.

... dopo essere entrato ancor giovane nel monastero irlandese di Bangor, iniziò un peregrinare spinto dal desiderio di diffondere il monachesimo la dove non esisteva, fondò inizialmente in Borgogna il monastero di Annegray (nei Vosgi) prima di trasferirsi con alcuni monaci in un sito più erto, Lixovium (attuale Luxeuil). Qui fondò un importante monastero (585) e vi rimase un ventennio prima di intraprendere una nuova peregrinatio che lo portò, seguendo l’insegnamento di S. Cassiano (n.19), a diffondere il monachesimo di stampo egiziano mediante la fondazione di numerose comunità monasteriali nella Gallia orientale (Lorena e Renania), nella Svizzera tedesca (S. Gallo, Bregenz e Coira) ed Italia, a Bobbio, il cui monastero (614) con il suo scriptorium (luogo dove si scrive e dove era effettuata l'attività di copiatura da parte di scribi) ove si trascrivevano testi dell’antichità classica, divenne rapidamente centro di una attività culturale di risonanza europea paragonabile soltanto a quella di Montecassino.

A Luxeuil, Colombano compose la “regola” (Regula Monachorum e Regula Coenobialis) che, dando minor risalto all’eremitismo e privilegiando il cenobitismo, trattava innanzitutto delle virtù e della spiritualità dei monaci colombaniani che sono anche sacerdoti e devono mantenere uno stretto vincolo personale con il proprio abate. Oltre che al lavoro manuale, i monaci, abili miniatori e scrittori, dovevano dedicarsi al lavoro intellettuale dello scriptorium per contribuire, in collegamento gli altri monasteri, alla diffusione della cultura libera, delle scienze e delle arti in tutta l'Europa.

Fondatore della comunità di monaci colombaniani (sciolta dal papa Niccolò V nel 1448), alla morte di Colombano il monachesimo in occidente era ormai ben radicato ed i discepoli continuarono a creare nuove fondazioni in Francia (Normandia, Alsazia, Provenza), in Svizzera ed in Germania (Wurzburg fondato da S. Killian). Mentre nell’Italia settentrionale il monachesimo subiva le difficoltà conseguenti all’invasione longobarda (n.24), nell’Italia meridionale si affermavano monasteri che si ispiravano ai modelli orientali (4.2.1).


4.2.3 Ordini monastici di ispirazione benedettina

I secoli successivi (VII-VIII sec.) furono contrassegnati da profondi mutamenti che videro l’affermazione del monachesimo benedettino che successivamente conobbe una serie di trasformazioni interne, in parte indotti dalle difficoltà incontrate durante il periodo di espansione.
La regola di S. Colombano, malgrado il dinamismo dei suoi discepoli non riuscì ad imporsi per la gelosa autonomia di ciascun monastero che, sotto l’influenza di altre regole, abbandonò la stretta osservanza di quella originale che, alla fine del VII sec., sopravviveva solo in alcuni monasteri. A questo lento abbandono si sovrappose l’opera di promozione della regola benedettina da parte di papa Gregorio Magno che, ancor prima di assumere l’investitura, aveva trasformato la sua casa di Roma in un monastero Benedettino e, successivamente, affidò ai monaci benedettini del monastero romano di S.Andrea una iniziativa missionaria guidata dal britannico Agostino da Canterbury (534-604)(cap. succ.) da svolgersi tra le popolazioni anglo-sassoni.

Malgrado inevitabili contrasti con il monachesimo di diversa estrazione, quello benedettino, grazie al suo spessore culturale ed alla sua organizzazione, mostrò maggiore capacità di insediamento. Infatti, nel VII sec. favorito dal sostegno dei vescovi che vedevano nell’organizzazione benedettina un ordine improntato al rispetto della gerarchia, segnò nel continente europeo progressi che, nel momento in cui anche il monastero di Lerins adottò la regola benedettina, si ampliarono rapidamente inducendo la decadenza delle altre organizzazioni e la nascita di nuove fondazioni (Gorze, Aniane, Rohr, Corvey, Novalesa, ecc.). Una espansione che non portò ad un autentico sviluppo della vita monastica che, anzi, si scostò dalla tradizione ed i monasteri, nell’VIII sec., attraversarono un discusso e tormentato periodo in cui divennero oggetto dell’ingerenza secolare. Carlo Magno (742-814) infatti aveva cercato di ristabilire la stretta osservanza della regola benedettina imponendola a tutti gli abati dell’Impero ma trovando inutile un sostanziale e disinteressato appoggio a religiosi non uniformati ai suoi obiettivi, operò un controllo diretto sull’azione delle abbazie che divennero più scuole che monasteri. L’ingerenza finì col rallentare la creazione di nuove fondazioni ed avviò il monachesimo verso sentieri estranei alla vera vocazione, distogliendo i monaci dalle pratiche spirituali per inserirli nella vita culturale ed utilizzarli nella formazione di una civiltà nuova. I monasteri, venendo a smarrire quella sacralità che la rigorosa pratica religiosa garantiva, vennero trasformati in fondazioni con fini politici tali da assumere la fisionomia tipica delle strutture feudali.

Nel diffuso bisogno di un rinnovamento spirituale, l’opera di riforma dell’ordinamento monastico dovette misurarsi con le strutture secolari della Chiesa e con il suo forte radicamento nella società feudale, il ché richiese una spinta nel tessuto sociale e politico ben più profonda di quanto non fosse stato necessario per il superamento dell’isolata esperienza eremitica. Per cogliere i termini di questo sentito bisogno di rinnovamento, occorre rammentare che con la caduta dell’impero romano, la Chiesa si era prestata ad offrire legittimazione ideologica e culturale alle deboli autorità monarchiche ed imperiali che, una volta acquisita autorità, in quella stagione carolingia erano pervenuti a controllare l’ordinamento ecclesiastico e spartire il potere con i vescovi.

Il rinnovamento che presupponeva il ripristino dell’autonomia ed il ritorno alla pratica ascetica si avviò in Francia, a Cluny, e successivamente si estese in tutta Europa con la riforma dei monasteri franchi ad opera di Benedetto d’Aniane . (32)
(32) Benedetto d’Aniane (al secolo Vitiza, 750-821), proveniente dalla nobiltà visigota, cresciuto alla corte di Pipino il Breve (714-768, Figlio di Carlo Martello e padre di Carlo Magno) e con ruolo nell’esercito di Carlo Magno, dopo la campagna in Italia contro i Longobardi si ritirò nel monastero di Saint-Seine, prima di trasferirsi ad Aniane. Oltre all’attività di riformatore e di fondatore di monasteri (Maursmünster in Alsazia ed Inden nei pressi di Aquisgrana), rivolse il suo impegno a contrastare la dottrina adozionista sostenuta da Eliprando e da Felice di Urgel (*n.27).

Benedetto, su sollecitazione e col sostegno di re Ludovico il Pio (814-840), figlio di Carlomagno e più sensibile ai problemi religiosi, restaurò il patrimonio dell’ordine monastico gravemente intaccato da Carlo Martello (685-741) che aveva ricompensato i militari con i beni sottratti alle chiese. Benedetto, monaco dell’abazia borgognona di Saint-Seine, aveva studiato tutte le regole del passato, trovando che quella benedettina era la più idonea per rispondere alle necessità della vita corrente. Fondò ad Aniane (Linguadoca), su territori ricevuti dalla sua famiglia, un nuovo monastero dove impose ai suoi discepoli la regola benedettina secondo una nuova maniera di vita (Collectio capitularis) in cui, modificando l’equilibrio fra lavoro, preghiera privata e collettiva, veniva disciplinata la vita liturgica coll’accentuazione del significato comunitario (“Qui terminano i costumi monastici che è stato necessario aggiungere alla Regola del padre Benedetto: Amen”). Questa revisione del sistema benedettino che divenne l'unico regime del monachesimo occidentale conferì all'azione di Benedetto di Aniane un'importanza eccezionale nella storia monastica. Le regole contenute nel Capitulare monasticum (817) redatto dall’assemblea di tutti gli abati dell’Impero, furono imposte a tutto il monachesimo occidentale.

Dopo qualche decennio, i disordini politici iniziati durante il regno di Ludovico il Pio indussero i monaci a tornare ad occuparsi di affari politici e seminare discordie all’interno dei monasteri, favorendo l’ingerenza dell’aristocrazia laica che non perse occasione per depauperare i monasteri. La crisi si aggravò verso la fine del IX sec. con le scorrerie dei Normanni nel mari del nord (e dei Saraceni sulle coste del Mediterraneo) che saccheggiarono ed incendiarono monasteri, custodi di notevoli risorse alimentari. I monaci furono costretti a difendersi con le armi, a pagare ingenti riscatti o a rifugiarsi all’interno, come accadde ai monaci di Noirmoutier, un monastero fondato da S.Colombano sulla foce della Loira (677). In un momento di difficoltà, si cercò di reagire trasformando i cenobi in “capitoli” (assemblea di monaci con potere deliberante) ma era diffuso il desiderio di sostenere la rigenerazione dell’autentico ideale monastico.

4.2.3.1 Ordine cluniacense

Rifacendosi all’esperienza di Benedetto d’Ariane e su iniziativa dell’abate Bernone (860-926), proveniente da una esperienza monastica che lo aveva portato a fondare il monastero di Gigny (altopiano del Giura), venne fondato (909) sui terreni donati da Guglielmo I d'Aquitania nella contea di Macon (in Borgogna) il monastero di Cluny che nacque fornito di tutte le pertinenze ed i beni della contea. La comunità monastica che si insediò, adottando in linea di massima la regola di S.Benedetto modificata da Benedetto d’Ariane , ha ulteriormente proceduto nell’adattamento e l’ha interpretata commisurandola alle nuove circostanze. La nuova regola che, ritenendo la vera povertà legata alla spoliazione dell’anima e non alla quantità dei beni posseduti, creò una nuova forma di monachesimo in cui veniva accentuata la vita collettiva con la recitazione dei salmi e la valorizzazione del lavoro intellettuale. La regola cluniacense, stabilita da Bernone, modificò la pratica benedettina del monastero indipendente ed autosufficiente per creare un ordine potentemente centralizzato in cui all’abate (designato non necessariamente all’unanimità) era affidata la responsabilità dell’intero monastero che governava con l’aiuto di diverse figure (n.33) da lui scelte ed assumeva ogni importante decisione dopo aver consultato la comunità riunita in capitolo. L’abate riceveva il simbolo della sua autorità dal priore e non dal vescovo per evitare che questi potesse arrogarsi qualche potere sull’abate.

Le altre figure gerarchiche previste dalla regola benedettina, in subordine all’abate, erano il priore, sottopriore, il cantore, il cellario, il portinaio, il sagrestano, il foresterista, l’elemosiniere, l’economo, il refettorista, il cuciniere, l’infermiere, il maestro dei novizi ed il maestro degli ospiti, che, noti come ufficiali, godevano di alcune dispense e privilegi, rispetto agli altri monaci (claustrali) (33)
(33) Il priore assiste l’abate in tutti gli affari sia di ordine spirituale che temporale, lo sostituisce durante le assenze e batte i tempi delle varie attività; il sottopriore (ed il vicepriore che lo sostituisce), vicario del priore, è incaricato della disciplina claustrale. Il cantore, nelle funzioni solenni, dirige il coro con un bastone impreziosito da cristalli e pietre preziose. Il cellario è responsabile della cantina, provvede al nutrimento dei fratelli ed attualmente è responsabile dell’amministrazione del monastero. Il sagrestano (sacrista) deve vegliare sul tesoro del monastero ed adempie alle funzioni correnti (lampade, arredi sacri, decorazioni, ecc.) ed alle funzioni del giorno (suona le campane per svegliare i fratelli). Il foresterario e l’elemosiniere si dividono il compito di garantire l’ospitalità a viaggiatori e pellegrini, in stretto contatto con il cellario per ricevere gli alimenti.
L’economo, scelto in maniera che “non sia né avido di ricchezze passeggere, né di spirito frivolo, né dissipatore dei beni del monastero”, provvede al complesso dell’amministrazione fornendo l’utensileria necessaria per ciascun servizio ed a fornire o riparare ai fratelli gli abiti (una tunica, la cocolla/sopravveste con cappuccio, un mantello foderato di pelliccia per difendersi dal freddo, uno scapolare per il lavoro e sandali o scarpe). Sono abbastanza intuitive le funzioni del refettorire e dell’infermiere. A questi si devono aggiungere altri con particolari funzioni: il portinaio, il giardiniere ed il responsabile delle vigne e della vinificazione (fratello Bacco), ecc.

Figure questi ufficiali, che si allontanavano da quella dell’eremita e definivano la loro spiritualità non tanto nell’umiltà, quanto nel raccoglimento che si manifestava con la preghiera e con il silenzio.
La giornata dei monaci, scandita da una successione di preghiere (circa otto ore) e celebrazioni, inizia in piena notte (le due del mattino) per l’ufficio notturno che deve terminare prima del sorgere del sole. Segue un tempo riservato alla celebrazione delle messe private ed alle letture nel chiostro. Quindi si alterna la cura della persona ed un breve tempo dedicato alla conversazione (locutio) con la preghiera silenziosa (oratio) prima di partecipare alla messa solenne (solitamente se ne celebravano due), una celebrazione lunga e spossante, scandita da un cerimoniale minuzioso corredato da canti elaborati ma ben costruiti atti a suscitare emozioni ed a intensificare la preghiera. Dopo la messa si resta in preghiera fin al momento in cui i monaci, a digiuno fin dal mattino, consumano il pasto (verso le due del pomeriggio) seguito da letture nel chiostro fino all’ora dei vespri. Successivamente all’ordinamento benedettino è stato aggiunto la riunione quotidiana del capitolo dove si leggono alcune scadenze, le fasi lunari, gli anniversari dei fratelli defunti, suppliche, ecc.. Inoltre, nelle ricorrenze della Pentecoste e della Quaresima, si tenevano le processioni che si sviluppavano lungo le ampie navate laterali ed il chiostro, e le cerimonie delle nove feste principali occupavano un posto non trascurabile nella liturgia monasteriale. La consegna del silenzio era una eminente caratteristica della vita cluniacense in cui i monaci comunicavano attraverso un linguaggio muto fatto di segni ed ammiccamenti.

Cluny fu l’unica struttura a mantenere il rango di abbazia. Tutte le altre fondazioni per quanto importanti erano relegate al rango di priorati ed intesi come una estensione o un annesso. L’ordine trovò sviluppo ed accoglienza col l’abate Odone (927-942) (34)
(34) A Bernone, morto nel 927, successero: 1) Odone, in carica fino al 942, riformatore e promotore della musica; 2) Aimaro fino al 954; 3) Maiolo, abate fino al 994, operò la ricostruzione della chiesa originale (948-981). Il suo culto ha rivestito notevole importanza nel Medioevo; 4) Odilone (1048) profondamente ascetico; 5) Ugo di Semur (1109) consigliere di papi (fra cui il suo allievo Gregorio VII, Ildebrando di Soana; n.38, 40, 50) e di re; padrino di Enrico IV, coinvolto con Gregorio VII nella “lotta per le investiture” da cui l’abate riuscì a mantenere fuori Cluny.
Durante il suo abbaziato venne avviata la costruzione della chiesa di S.Pietro e Paolo (Cluny III) di dimensioni titaniche: cinque navate, un coro allungato e cappelle radiali, un doppio transetto e cinque torri. Fu il più grande edificio religioso fino alla costruzione di S.Pietro in Roma (XVI sec.). L’abbazia, dopo una lenta decadenza venne in parte devastata dagli Ugonotti (1562) e saccheggiata nel corso della rivoluzione francese, prima di essere messa all’asta (1798) e acquistata, per la disattenzione di Napoleone, da commercianti edili che ne utilizzarono i materiali. 6) Ponzio di Melgueil (1122) che accusò di viltà papa Pasquale II per le concessioni fatte in merito alle investiture. Sottopose Cluny all’umiliazione della inutile contesa con Callisto II per l’elezione al soglio pontificio ed ancor peggio, dopo la sostituzione con Pietro il Venerabile (1122-1156), tentò (1126) la riconquista dell’Abazia, armi in pugno.

... un personaggio Odone, colto e sensibile ai problemi della vita spirituale, in rapporto con la classe feudale e con la più alta aristocrazia del tempo da cui provenivano un gran numero di monaci, molti dei quali destinati ad assumere i priorati. Il ché spiega lo stretto legame che si venne a stabilire tra nobiltà ed ordine e che è indicativo del tipo di vita cui i monaci si adeguarono. In virtù di questa colleganza, Oddone fu in grado di intrattenere ed ampliare i contatti con l’episcopato di Francia e trovare garanti per la propria abbazia. Infatti durante la sua direzione il movimento cluniacense ricevette l’adesione di diverse strutture monastiche e seppe attirare molte e cospicue donazioni che lo arricchirono di terre e diritti, in parte utilizzati per ottenere amici ed alleati (vassalli) e lo circondarono di una serie di clientele ed amicizie. Il successo fu immediato, le donazioni si moltiplicarono ed il “movimento” arrivò perfino a conquistare l’antica e protetta abbazia di Fleury. Odone stabilì solidi collegamenti tra i vari monasteri sparsi per l‘Europa che ne adottarono la regola e, pur restando priorati autonomi, si sottomettevano al governo comune dell’inaccessibile abate di Cluny che aveva facoltà di dislocare ciascun monaco da monastero in monastero e sottometterlo ad un superiore che poteva egli stesso essere rimosso.

Principio gerarchico che, per quanto concerne il governo, conservava alla lettera la regola benedettina. Dopo il breve intermezzo dell’abate Aimaro che, infermo, già nel 948, lasciò la conduzione dell’abazia a Maiolo, personaggio deciso ed austero, brillante e seducente, capace di utilizzare il suo fascino per finalizzare i suoi progetti volti ad accrescere la potenza di Cluny. Con lui si inaugurò la stagione dei lunghi abbaziati che egli interpretò con energia e rigore, amministrando con cura le cospicue donazioni che affluivano ed allargando l’estensione patrimoniale che arrivò a comprendere 900 villaggi. Resta significativo il suo intuito politico che gli permise di stabilire strettissimi e duraturi rapporti con l’Impero, senza compromettere l’autonomia di Cluny. Il movimento ebbe, con il succedersi dei vari abati, una espansione tale da divenire il fulcro della rinascita benedettina, come reazione alle ingerenze politiche e conseguire tale autorità e potenza da generare una rinnovata fioritura del sistema abbaziale che arrivò a contare, nell’Europa del XII sec., circa 1100 priorati di cui alcuni in Terrasanta. (35)
(35) Fra cui cinque delle maggiori strutture ecclesiastiche del tempo che erano conosciute come le ”figlie di Cluny” : Souvigny, Sauxillanges, Charité-sur-Loire, Saint-Martin-des-Champs (Francia), Lewes (in Inghilterra). A fianco dei priorati si trovavano diverse altre abazie direttamente sottomesse o collegate (ne osservavano le norme) ma non subordinate. I monasteri che sorgevano in piccoli centri, talvolta fuori della cinta urbana, erano costituiti dalla Chiesa con amplissimo coro ed uno o più campanili; adiacente vi era Il chiostro, disposto a sud, ed il cortile da cui si accedeva all’abitazione dei monaci, alla sala capitolare, al refettorio, allo scriptorium ed all’infermeria. Strutture adiacenti erano destinati ai novizi ed ai servizi (laboratorio, forno, cucine, stalle, frantoio, cantine, ecc.), al cimitero Il tutto circondato da un muro.

Il successore Odilone creò un collegamento fra le varie abbazie e, pur mantenendo l’autorità centralizzata, lasciò una certa autonomia ai vari conventi. Con lui, attorno all’anno mille, si erano manifestati sia la ricchezza acquisita dai monasteri cluniacensi che lo splendore architettonico, ecclesiastico e culturale raggiunto dall’ordine che aveva ancor più incrementato l’enorme patrimonio fondiario. Ugo di Semur, un monaco cresciuto da Odilone a da questi indicato alla successione, divenuto abate a ventiquattro anni, trascorse gran parte dei suoi 61 anni di abbaziato in viaggi nei vari monasteri, all’estero per la partecipazione a sinodi ed in missioni diplomatiche presso i potenti dell’epoca. Dopo il controverso abbaziato di Ponzio di Melguil, un personaggio non inetto ma la cui mancanza di flessibilità segnò il suo mandato da una sequenza di errori che lo condurranno all’estromissione (n.35) ed alla elezione (1122) di Pietro il Venerabile, una delle personalità più autorevoli del suo tempo con cui l’organizzazione raggiunse il vertice della sua storia. Egli cercò soprattutto di restaurare la vita monastica messa in crisi dalla precedente gestione, ma dovette anche affrontare, fino alla morte (1156), un trentennio di difficoltà durante cui Cluny fu costretta a difendersi dai nemici, persino dai papi che non le dimostravano più il favore di un tempo. Pietro si adoperò in ogni modo per ridare a Cluny la consapevolezza della funzione che aveva smarrito ma dovette subire la crescente affermazione del nuovo ordine cistercense. Questo ordine, ascetico e convinto della propria vita religiosa, disposto a lottare per imporre un diverso tipo di monachesimo connotato da vita dura ed ascetica, attirò l’interesse dei potenti che finirono col preferirlo a quello dei monaci neri di Borgogna che avevano perduto ogni sembianza pastorale per annegare nel lusso . (36)
(36) Fatto che non cessò di scandalizzare per la ricchezza e l’innovazione dell’abito, fondamentalmente bruno, e per le sue fogge, i colori porpora e diversi, la qualità dei raffinati tessuti, gli orli di pellicce soffici e calde, panni sottili e preziosi, accessori che andavano ben oltre la tunica, la cocolla (n.33) e lo scapolare da lavoro di lana scura e grossolanamente cardata, prescritti dalla Regola. Comunque l’abito cluniacense fornì un modello unificante ai monaci della varie osservanze tanto che alla fine del XII sec. altri ordini lo avevano più o meno adottato.

L’organizzazione cluniacense non avrebbe potuto acquisire la potenza raggiunta se non avesse beneficiato del privilegio concesso dal papa che, assoggettandola alla sua sola autorità, la sottraeva alla giurisdizione del vescovo e, di fatto, conferiva all’abate un prestigio ineguagliato ed una autorità incontrollata.
Va comunque sottolineato che il monachesimo del tempo non era rappresentato soltanto dall’organizzazione cluniacense perché altrettanti erano i monasteri non cluniacensi (37)
(37) Si possono rammentare in Italia le abbazie di Montecassino (n.25), di S. Benigno di Fruttuaria, fondata nel 1003 dal monaco cluniacense Guglielmo di Volpiano (961-1031), di Cava dei Tirreni, fondata nel 1010 dal cluniacense Alferio e destinata ad assorbire numerosi monasteri greci, quali di Montesacro sul Gargano e di Monreale in Sicilia. In Europa si possono citare S. Vittore di Marsiglia, Mont-Saint-Michel in Bretagna, Trinità di Vendome e molte altre.

...che, benedettini o di ispirazione benedettina, non integrati in un complesso organico, esercitarono tuttavia molta influenza sul piano locale e talvolta assunsero iniziative culturali (riforma gregoriana (38)
(38) La riforma gregoriana riguarda una serie di riforme attuate nel corso dell'XI secolo, il cui nome deriva dal principale portatore di istanze di riforma radicale della Chiesa, papa Gregorio VII (1073-1085) (n.51), nel 1075 promulgò, con il Dictatus papae, norme volte a liberare la Chiesa dai condizionamenti imposti dai poteri laici e dal sistema feudale tra cui l’investitura di vescovi ed abati da parte dei sovrani.

... ed architettoniche (promozione dell’arte romanica) che ebbero largo influsso sulla cristianità.

Tra i fattori che contribuirono nell’XI sec. ad indurre il monachesimo ad un ripensamento furono i mutamenti intellettuali e la trasformazione economica. I primi volti a superare i limiti della tradizione cui era ancorato il monachesimo per studiare in maniera più scientifica la Sacra Scrittura e meglio comprendere il cristianesimo. La seconda fu indotta dalla crescita demografica che, se da una parte accrebbe la domanda alimentare e quindi la possibilità di lavoro legata dall’incremento agricolo, dall’altra creò una larga fascia di popolazione che non riusciva a soddisfare i propri bisogni e viveva nell’indigenza. Trasformazioni che crearono difficoltà al monachesimo tradizionale il quale, non sapendo in gran misura adeguarsi, perdette inevitabilmente influenza che si ripercorse al suo interno con l’affievolirsi del principio gerarchico. Molti monasteri divennero allora semplici priorati integrandosi nell’ordine Benedettino, altri, conservando il rango di abbazia, rimasero sotto l’autorità dell’abate di Cluny.
Nel frattempo si faceva pressante l’esigenza della Chiesa romana di avviare una fase di trasformazione spirituale ed etica riproponendosi come guida autorevole e moralmente accettabile dal mondo cristiano. Gli ordini religiosi, in questa fase di cambiamento sentirono il bisogno di promuovere un grande movimento di riforma nel corso della quale vennero rivalutate alcune espressioni più tipiche del monachesimo come l’eremitismo, volto a recuperare lo spirito della Chiesa primitiva con la comparsa di una figura di monaco che, alla potenza e ricchezza delle abbazie cluniacensi, preferiva l’isolamento assoluto.
Ciò diede corso a diverse iniziative che, orientate verso forme di vita religiosa animata dal richiamo del monachesimo originario, portarono alla costituzione di congregazioni ed ordini monastici, tra cui il cistercense, il camaldolese, il certosino che, riproponendo l’anacoretismo nel cenobitismo, erano destinati a diffondersi ampiamente.

4.2.3.2 Ordine cistercense

L’organizzazione cluniacense, gravata da una eccedenza straripante, uno sfoggio vistoso e da un pesante ritualismo si mostrava debole e bisognosa di rinnovamento: “Mi meraviglia di come ha potuto svilupparsi tra i monaci tanta intemperanza nel mangiare e nel bere, nei vestiti e negli arredi dei letti, nelle cavalcature e nella costruzione degli edifici, al punto che lì dove più studiosamente, più voluttuosamente, queste cose accadono, lì si dica che l’osservanza si tiene meglio, lì si reputi maggiore la vita religiosa ….. Per tacer d’altro, che manifestazione di umiltà è incedere con tanta pompa e tanto corteo di cavalli, talmente assiepati d’ossequi che a due vescovi basterebbe il seguito di un solo abate? Mento se non ho visto un abate avere nella sua scorta sessanta cavalli, e anzi più. Diresti se li vedi passare che non si tratta di padri di monasteri ma di signori di castelli, non di rettori di anime ma di principi di province … Lascio perdere delle immense altezze degli oratori, le smoderate lunghezze, le vacuissime larghezze, i sontuosi abbellimenti … o vanità delle vanità … rifulge la chiesa nelle pareti e manca verso i poveri. Veste d’oro le sue pietre, e lascia nudi i suoi figli, con le spese dei bisognosi serve gli occhi dei ricchi …” . (39)
(39) Da una lettera di Bernardo di Chiaravalle (n.42) che riferisce sulla basilica di Cluny. Bernardo, in un altro passo fa anche riferimento ai candelabri di bronzo che sembrano alberi da quanto eran grandi ed artisticamente ramificati e cosparsi di gemme; un esemplare dei quali è conservato nel Duomo di Milano

Roberto di Malesme ... (40)
(40) Roberto di Malesme (1028-1111) di nobile provenienza, novizio a Montier-la-Celle, abate a Saint-Michel, scelse di fondare, con l’autorizzazione di Gregorio VII (n.51), l’abazia di Malesme (1075) dove subito si crearono divisioni sul modo di vivere la vita cenobitica che lo indussero ad allontanarsi per ritirarsi in solitudine prima di rientrare a Malesme, reclamato dai monaci. Qui, dove aumentavano le vocazioni, non si erano spente le tensioni fra i fautori del mantenimento e quelli del rinnovamento nel senso di una maggiore austerità, sostenuto da Alberico e Stefano Harding. Dal trasferimento di questi che seguirono Roberto nacque l’esperienza del Nuovo Monastero, poi denominato “Citeaux”. Ma i monaci di Malesme dove perduravano i contrasti volevano il rientro di Roberto. Il papa Urbano II (1088-1099) diede mandato al vescovo di Lione di intervenire. Roberto, ricevuta l’ingiunzione (1099) di rientrare a Malesme con i compagni che lo desideravano, fece ritorno, da solo, sacrificando per concordia le aspirazioni personali o, forse, perché temeva che queste non sarebbero state comunque soddisfatte dalla esperienza di Citeaux.

... di fatto il fondatore dell’Ordine (Exordium Parvum), fin da giovane animato dalla vocazione fece la scelta di una rigorosa vita religiosa, lasciò il suo ruolo di abate dell’abazia cluniacense di Saint-Michel de Tonnerre per fondare, nel 1075, a Melesmes una abbazia che, per le donazioni ricevute dal duca di Borgogna, era ben presto passata dallo stato di povertà ad uno stato di fulgore tale da essere scelta quale sede di convegni feudali. L’abate Roberto, attratto da tutto ciò che legava S. Benedetto al monachesimo primitivo e desideroso di ritornare allo spirito originario della regola benedettina, scelse (1098) di infrangere il voto di stabilità (legato al monastero in cui ciascun monaco aveva fatto professione di condurre la vita monastica) per trasferirsi con il priore Alberico ed una ventina di monaci (tra cui Stefano Harding) in una località solitaria nei pressi di Digione, Citeaux (Cistercium: giunchi, da cui la denominazione) per fondare un nuovo monastero che non fosse emanazione di Malesme. Qui nacque l’ordine monastico cistercense che, contrassegnato dalla ricerca di una povertà diversa da quella dei grandi monasteri dove si viveva di decime e di entrate derivanti dalle proprietà fondiarie. Intendeva realizzare pienamente l’ideale di vita benedettino con la scelta di un rigoroso tenore di preghiera e di ascesi, volendo attuare un ritorno all’antico ed all’originario modello, da cui i cluniacensi si erano staccati e, rispetto a cui, si caratterizzava come “nuovo”.

I successori dell’abate Roberto completarono l’opera del fondatore, così Alberico di Citeaux (-1108), realizzando il ritorno alla purezza e rettitudine della regola applicata ad ogni dettaglio della vita, ottenne per il nuovo monastero l’assoluta indipendenza da Malesme ed il successore di Alberico, Stefano Harding (1060-1134) cui erano note le esperienze di Camaldoli (4.2.3.3) e Vallombrosa (n.49), elaborò (1119) un programma (Charta Charitatis) di osservanza letterale della regola di S.Benedetto al fine di rinnovare l’ardore originario dello spirito monastico e rispondere alle esigenze di completa riforma del cenobitismo.
La Charta Charitatis (prima carta costituzionale europea), approvata da papa Callisto II (1119-24), promuovendo un inflessibile spirito di povertà e di semplicità, prendeva le distanze dalla magnificenza della liturgia di Cluny e dallo sfoggio di decorazioni ed obbligava alla totale separazione dal mondo i monaci che restavano stabili nel proprio monastero di professione finche si mantenevano fedeli al proprio compito. Per differenziarsi dall’ordine cluniacense, vi era una maggior richiamo alla solitudine eremitica ed al silenzio che l’accoglienza di folle di pellegrini non avrebbe consentito. Rifiutava le grandi proprietà e rivalutava la pratica della povertà, sussidiarietà e del lavoro manuale condotto nel silenzio, interrotto solo dalla recita delle preghiere. La povertà si esprimeva con la rinnovata austerità nel dormire, nel cibo e nella semplicità della veste di lana bianca naturale per la devozione alla Vergine (monaci bianchi), dei riti liturgici privi del fastoso apparato di Cluny, dell’architettura sobria ma imponente e degli arredi. Il lavoro era volto alla bonifica e trasformazione dei terreni circostanti il monastero dislocato in luogo solitario per impiantare strutture agricole innovative, opere di colonizzazione ed industrie che gli stessi conversi gestivano, per realizzare ospedali, ospizi ed opere di carità di cui godevano le popolazioni che si erano alloggiate nei pressi del monastero. Poiché si constatò in breve che il solo loro lavoro non poteva assicurare la vita della comunità, si istituì una nuova categoria di religiosi, i fratelli conversi accolti nella comunità monastica che li trattava come fratelli, senza obbligarli alla osservanza della regola. (41)
(41) I conversi (convertiti), erano laici privi di istruzione che, dalla metà dell’XI sec., ebbero la vocazione di assistere e proteggere la solitudine dei padri che, senza il loro apporto,sarebbero stati obbligati a tradire la solitudine ed a trascurare la preghiera comune. Prima vissero all’interno della struttura senza impegnarsi di persona nella vita monastica, poi separati ed oggi abitano nello stesso monastero. Ai conversi si sono aggiunti i donati e gli innutriti. I donati erano operai che si donano al monastero per servire Dio, vivevano in città con le loro famiglie o alloggiati nel monastero; divennero monaci con abito e stile di vita analogo a quello dei conversi ma con regole meno vincolanti. Gli innutriti erano bambini, offerti dai loro genitori al monastero nel corso di un rito solenne (oblazione; prevista dalla regola benedettina) o orfani raccolti dai monaci di cui vivevano la stessa vita e che ricevevano l’accoglienza nella vita monastica in età conveniente (quindici anni). Guglielmo di S.Thierry (n.43) sosteneva opportuna la presenza dei bambini per insegnare loro la saggezza ma ”è molto pericoloso e rischioso fare vivere dei fanciulli tra i religiosi perché questo causa a volte gravi scandali e la distruzione dei monasteri”.

Nella stessa Charta si rompe con il principio benedettino dell’autorità assoluta concentrata nell’abate della casa fondatrice. Questi, per conservare l’autonomia delle singole unità monasteriali, autonome ma regolate da rapporti che ne salvaguardavano la funzionalità, non potrà introdursi nella gestione delle abazie da essa gemmate né disporre del suo personale ma mantenere facoltà di vigilanza a garanzia della purezza dell’osservanza, potere che consentiva, se necessario, la rimozione dell’abate locale. L’abate di Citeaux a sua volta era sottoposto allo stesso controllo da parte degli abati delle quattro più importanti fondazioni nate immediatamente dopo (Clairvaux, La Ferté, Morimond, Pontigny). Misure che si completavano privilegiando la fraternità nelle relazioni attraverso la regolare visita annuale dell’abate padre alle filiazioni che facevano capo al suo monastero e la partecipazione di tutti gli abati ad un Capitolo generale annuale che ne controllava le attività, salvaguardandole dal declino. Strappo che, rispetto al centralismo cluniacense, assicurava una maggior fedeltà alla linea di S. Benedetto.
Il monachesimo cistercense conobbe uno straordinario incremento ad opera di S. Bernardo di Chiaravalle ... (42)
(42) S. Bernardo di Chiaravalle (1090-1153), proveniente da una potente famiglia, dopo aver studiato grammatica e retorica si ritirò nella casa paterna per condurre una vita di ritiro e di preghiera finché, l'anno seguente, con una trentina di compagni si fece monaco nel convento di Cîteaux, fondato quindici anni prima. Dopo la fondazione del monastero di Clairvaux, entrò in polemica prima con i benedettini di Cluny accusandoli di negare i valori della povertà dell’austerità e della santità ed, opponendosi alla regola benedettina della stabilitas, sosteneva la legittimità del passaggio dai monasteri cluniacensi a quelli cistercensi. Quindi si contrappose al filosofo Pietro Abelardo (1079-1142) accusandolo più o meno propriamente di affermazioni teologiche erronee e continuò opponendo sermoni a quelle che riteneva posizioni eretiche. Nel 1130, alla morte di Onorio II (1124-1130), furono eletti due papi: Innocenzo II ed Anacleto II: Bernardo appoggiò il primo che, per quanto eletto con minor numero di consensi, sarà sostenuto dai maggiori regni europei e riconosciuto dalla Chiesa come l’autentico papa. Sembra abbia ispirato la regola per l’Ordine dei Cavalieri del Tempio (con sede in Gerusalemme) sorto per vigilare sulle strade percorse dai pellegrini e per cui scrisse L’Elogio della nuova cavalleria. Predicò a favore della II Crociata (1145), giustificando il suo fallimento con i peccati dei crociati. Le sue opere più significative sono De diligendo Deo e De gradibus humilitatis et superbiae.

... Bernardo, accolto da Stefano Harding nella comunià di Citeaux e divenuto figura dominante promosse, dopo i faticosi inizi, l’incontestabile e rapido sviluppo dell’organizzazione. Fondò su un terreno ricevuto da un parente, a Clairvaux (chiaravalle), un nuovo monastero che in breve divenne centro di richiamo ed irradiazione per la fondazione di altri conventi. Il monastero di Clairvaux con quello di Citeaux ed altri tre sopra citati, costituirono le abbazie madri da cui originarono rapidamente, attraverso filiazioni, numerosi altri complessi in Francia e diversi nelle nazioni europee, Italia, Spagna, Germania, Polonia, Svezia, Inghilterra ed in Terrasanta, fino a contarne, alla fine del XIII sec., circa 700 (e diecimila monaci) tali da indurre Guglielmo di Saint-Thierry (43) a rilevare che il desiderio di far riemergere la regola benedettina e di osservarla strettamente fosse diffuso ovunque.
(43) Guglielmo abate del monastero di Saint-Thierry (1075-1148), teologo e filosofo. L’incontro con Bernardo fu decisivo per indurlo a lasciare la carica di abate e per l’elaborazione delle sue opere (Commento al cantico biblico, De contemplando Deo, De natura et dignitate amoris, ecc.; di Bernardo egli scrisse (Vita di S. Bernardo): “lui mi spiegava con dolcezza e senza reticenze i giudizi della sua intelligenza e i risultati della sua esperienza, nel tentativo di insegnare a un inesperto tante cose che si possono imparare solo con l'esperienza”. Di Guglielmo si scrisse (J.M.Déchanet) che il suo ideale “lo prendeva dalla regola di S.Benedetto, ma della regola interpretata alla luce del vangelo e delle istituzioni monastiche dei primi tempi”. Guglielmo con Aelredo di Rievaulx (1109-1167) e Guerrico d’Igny, vennero definiti “evangelisti di Citeaux”.

L’ideale di vita monastica cistercense non durò inalterata per lungo tempo (un secolo al massimo) e l’organizzazione si venne ad incrinare allorché, con l’istituzione dei conversi, si lanciò in acquisizioni di vaste proprietà che, come era accaduto a Cluny, accelerarono la sua decadenza. Così non furono più i conversi ad apparire “monaci incompleti” ma i monaci stessi, arricchiti ed appesantiti dal loro apparato laico che non doveva avere altra finalità che aiutarli a rimanere “monaci completi”. In queste condizioni l’ordine conobbe una fase di rilassamento allorché le esperienze spirituali, con il successo che le abbazie ottenevano in campo economico e culturale ... (44)
(44) Gli ideali di vita cistercense, proposti come virtù che determinavano la grandezza dell’uomo e del cristiano influenzarono la poesia cortese che idealizzò il cavaliere (puro, bello, leale e coraggioso) ed affascinò gli ordini militari. Quanto all’arte, non è rimasto nulla o poco delle costruzioni più antiche di Cîteaux. Ma non c’è dubbio che tanto la chiesa quanto il monastero vennero costruiti secondo lo spirito di severa austerità che caratterizzava la qualità dei paramenti liturgici, i mobili e gli arredi. Molte strutture monastiche ispirate dall’esuberanza e dall’inventiva dello spirito dell’Arte romanica francese, pur suscitando l’ammirazione degli studiosi, ma furono molto apprezzati dai primi cistercensi.
La prosperità delle abbazie era maturata con la valorizzazione dei terreni ed il miglioramento della tecniche di coltivazione (cereali, vigne e fruttifere) e della produzione di vino e birra di qualità. Ed ove la qualità dei terreni non era idonea o mancavano le possibilità materiali per le bonifiche, veniva sviluppata la pastorizia e gli allevamenti di bovini, capre pecore, montoni.

... il successo si tradusse in un effettivo arricchimento, anzi si rivelarono eccessive e molti monaci, cominciando a dubitare sul significato della vocazione che non era più quella che aveva animato i fondatori, furono indotti ad alterare il loro stile di vita e le regole dell’ordine. Un decadimento che si ritrovava anche in altri ordini (non nei certosini), cosa che può spiegare il motivo per cui le nuove fondazioni finivano con l’avere uno sviluppo limitato tale da obbligare il Concilio Lateranense (1274) a vietare ogni “regola nuova” nata dopo il 1215, eccezion fatta per i Frati Minori (4.3.2).

Per risollevare le abbazie cistercensi cadute in grave difficoltà venne istituita la Commenda consistente nell’affidare il monastero in difficoltà ad un prelato (abate commendatario). Questi, estraneo all’ordine monastico, alloggiato altrove e senza dirigere spiritualmente la struttura, provvedeva ai suoi minimi bisogni traendone profitto dall’ingente patrimonio e finì, nella maggior parte dei casi, col peggiorarne la situazione. Le abbazie allora diedero origine a delle Congregazioni monastiche che, senza rinunciare agli obiettivi costitutivi dell’Ordine e riconoscendo l’autorità del Capitolo e dell’abate generale, si diedero una propria costituzione adattata alle necessità culturali e locali e riconosciuta dalle autorità ecclesiastiche.

Nella seconda metà del XVII sec., a causa del decadimento conseguente alla riforma protestante che mise in crisi gli ordini monastici, che sopravvissero fino al 1790, e dell’accentramento operato dalla gerarchia ecclesiastica che mal si conciliava con l’autonomia dalla potestà episcopale goduta dagli abati, il monachesimo conobbe una ripresa grazie ad iniziative individuali.

L’ordine cistercense fu modificato (1664) dall’abate Armand De Rancé del monastero cistercense di Soligny (Normandia) nell’Ordine Cistercense della Stretta Osservanza che esaltava gli aspetti ascetici. Ad esso aderirono numerosi monasteri i cui membri sono noti come Trappisti o Cistercensi riformati . (45)
(45) I monaci cistercensi della Stretta Osservanza (Trappisti o Cistercensi riformati) dormivano sei ore, per sei ore lavoravano nei campi e per dodici ore pregavano e studiavano, tenuti all’assoluto silenzio ed alla frugalità del cibo. Solo l’abate, il priore e l’economo potevano parlare tenendo il volto, seminascosto dal cappuccio, rivolto verso il basso. Ogni giorno, scostando una zolla di terra, preparavano la loro fossa, salutandosi con la frase “Fratello ricordati che devi morire”. Obblighi che sono stati attenuati nel 1967. La regola trappista permette alla comunità di ospitare, in apposite foresterie, pellegrini e poveri. Attualmente l’ordine trappista ha varie comunità in Canada, Irlanda, Stati Uniti, Belgio, Olanda dove sono noti come produttori di birra, vino, olio, ecc. In Italia il loro monastero più noto è quello romano delle Tre Fontane dove risiede l’abate generale dell’Ordine.

La Congregazione di S. Mauro (discepolo di Benedetto da Norcia, aveva introdotto la regola benedettina nelle Gallie) dell’ordine benedettino sorse presso l'abbazia parigina di Saint-Germain-des-Prés (1618) e si diffuse rapidamente in tutta la Francia fino alla sua scomparsa, nel corso della rivoluzione francese. Si assunse il compito di avviare, sotto la guida del primo generale della congregazione, l'abate Grégoire Tarisse, un ampio lavoro culturale ed i monasteri maurini divennero centri culturali, attivi nella ricerca storica e letteraria e nello studio dei testi patristici finché vennero soppressi al tempo della Rivoluzione francese e la congregazione benedettina di Solesmes, sorta nel 1837, ne recuperò l’eredità spirituale.

4.2.3.3 Ordine camaldolese

Attorno a Romualdo (925-1027) (46)
(46) S. Romualdo (952-1027), discendente da una nobile famiglia ravennate da cui, una volta coinvolta in uno scontro, si staccò per ritirarsi in S.Apollinare in Classe (VI sec.) ed imporsi una vita di preghiera, penitenza e meditazione. Da qui si allontanò e, nella ricerca inquieta di una forma eremitica più vicina alla sua spiritualità, seguì diversi eremiti fra cui l’abate Guarino che seguì a Cuxa, nei Pirenei. Rientrato in Italia (988), tentò di riprodurre la vita eremitica in situazioni e solitudini diverse. Fu nominato abate di S. Apollinare dall’imperatore Ottone III (980-1002) da lui convertito. Carica a cui rinunciò dopo un anno per rifugiarsi a Montecassino. Da qui si allontanò, alla ricerca di una sua spiritualità, per fondare un eremo ed accanto una abazia a Sitria (Perugia). Nel 1012 scoprì la meraviglia dell’Appennino casentinese (Arezzo) e vi fece sorgere un piccolo eremo ed un monastero. Così nacque Camaldoli, centro di preghiera e di cultura ancora nel XX secolo con una decina di comunità maschili presenti in Italia, Usa, Brasile ed India.. Quindi si ritirò definitivamente in un altro monastero da lui fondato in Val di Castro.

... Romualdo convinto che la vita eremitica costituisse il vertice dell’esperienza monastica e primo ad attuare in seno alla Chiesa latina il cenobitismo eremitico, si raccolsero comunità di discepoli che, nei monasteri di Camaldoli, vissero in povertà e penitenza.
L’inquieto e carismatico Romualdo, dopo aver peregrinato e vissuto diverse ed insoddisfatte esperienze, diede vita ad un movimento di riforma dell’istituto monastico, promuovendo dall’eremo di Camaldoli (Arezzo) nel 1012, il nuovo ordine religioso della Congregazione Camaldolese ispirato alla regola benedettina, coll’accentuazione della dimensione penitenziale. Cercò di coniugare la tradizione monastica orientale dell’anacoretismo con il cenobitismo benedettino (Ego vobis, vos mihi) espressi dalla presenza nella stessa struttura sia dell’eremo che del monastero e simbolizzati nello stemma da due colombe che bevono dallo stesso calice. Romualdo, disilluso del cenobitismo dei suoi tempi, fece vincolare la fondazione dell’eremo camaldolese ad una stabile vita solitaria, contemplativa, ancorata alla stabilità (stabilitas loci) e condotta con rigore, senza cui sarebbe stato difficile evitare di ricadere nelle comuni forme cenobitiche. Per questo il primo nucleo dell’eremo camaldolese, costruito su una radura (Campo di Maldolo) rimase per parecchi anni una piccola struttura rappresentata da cinque celle separate da un piccolo orto, quasi a garantire aree autonome di silenziosa solitudine.

Qui alcuni contemplativi conducevano una vita solitaria povera ed ascetica, seguendo la regola di digiunare, tacere e rimanere nelle cellette, ad eccezione di alcuni momenti di preghiera, della refezione in comune per cui era stato costruito un piccolo hospitium e del capitolo domenicale per cui facevano riferimento alla Fonte Avellana (Gubbio), un eremo fondato da Romualdo negli ultimi decenni del X sec. Il monastero sorto poco più in alto a completamento dell’eremo, si ingrandì nei secoli successivi. La Congregazione sostenuta dalla volontà riformatrice del vescovo di Arezzo, Teodaldo, ricevette il privilegio dell’esenzione dall’autorità vescovile e della protezione apostolica da papa Alessandro II (1061-1073) e l’ospizio fu subordinato all’eremo con la garanzia della sua assoluta autonomia.
Dopo la metà dell’XI sec., il monaco camaldolese Pier Damiani (1007-1072), priore di Fonte Avellana, noto per le sue qualità di maestro, attratto dal modello strutturale di Cluny, fu indotto ad espandere la Congregazione oltre la diocesi aretina ponendosi a capo di una piccola comunità di eremi che ebbero un successivo sviluppo e la cui intangibilità e la podestà assoluta del priore su tutta la congregazione furono sanciti dalla redazione di una Costituzione durante il priorato di Rodolfo (1074-1089). (47)
(47) Altri conventi della Congregazione Camaldolese furono istituiti (XII sec.) in Toscana : San Giovanni Evangelista di Boldrone, S. Giovanni Evangelista a Pratovecchio, Santa Flora di Arezzo, Santa Maria Annunziata alla Sovara; nella valle del Tevere : la grande abbazia di Sansepolcro; in Umbria : i priorati di San Pietro a Città di Castello, i monasteri di San Severo e Santa Trinità della Pallotta, il priorato di Sant'Angelo di Rosciano.

All’inizio del XII sec. il mutato clima generale indusse una revisione (Regulae eremticae vitae) che, sulla scia di Vallombrosa ... (48)
(48) Giovanni Gualberto (985-1073) monaco benedettino del monastero fiorentino (VIII sec.) di S.Miniato (martire della persecuzione di Decio; cap.2), nel 1036, si ritirò con pochi seguaci a Vallombrosa dove costruì una piccola chiesa in legno, ricostruita in pietra (1056) coniugando, sull’esempio di Camaldoli, anacoretismo e cenobitismo.

... anticipò la riforma cistercense con l’assunzione, per quanto riguarda i rapporti interni, di un modello più comunionale capace, allo stesso tempo, di garantire maggiore autonomia alle fondazioni dipendenti ed una rivalutazione della vita cenobitica ma, per quanto riguarda i rapporti esterni, accompagnato dall’esenzione dal potere di giurisdizione vescovile. Schema che viene a superare la rigidità istituzionale, consentendo che, nonostante le rotture che hanno colpito nei secoli successivi il monachesimo e la stessa Camaldoli, il rapporto di comunione fra le due forme di vita spirituale (cenobitica ed eremitica) sia continuato a rimanere fino ad oggi la caratteristica pressoché unica della congregazione camaldolese nel panorama monastico occidentale.
La prima comunità femminile con la regola degli eremiti camaldolese fu fondata dal beato Rodolfo Falcucci (1086) a Luco di Mugello.


4.2.3.4 Ordine certosino

Il monachesimo seppe di nuovo riformarsi, nel 1084, su iniziativa del tedesco di Colonia S. Bruno (Brunone) (49)
(49) S. Bruno (1035-110!), originario di Colonia e fondatore dell’ordine dei Certosini, professore di lettere e teologia a Reims, ebbe fra gli allievi Ottone di Châtillon divenuto poi papa Urbano II (1088-1099). Divenuto nel 1075 cancelliere dell’arcivescovado, denunciò per corruzione il vescovo Manasse di Gournay. Nel 1080 abbandonò ogni attività pubblica, si ritirò inizialmente nella foresta di Sèche-Fontaine nei pressi di Malesme dove ebbe contatti con l’abate Roberto (n.40) che lo incoraggiò nella scelta eremitica, quindi si trasferì per vivere radicalmente il Vangelo in una località vicino a Grenoble, denominata Chartreuse, ove edificò un piccolo monastero che divenne noto come la Grande Charteuse. Tra gli scritti a lui attribuiti vi sono di sicura attribuzione due lettere: una al prevosto di Reims (1094) e l’altra ai monaci della Grande Certosa; mentre sono attribuibili non in maniera certa gli scritti Expositio in salmos, Expositio in epistulas Pauli, ed un’elegia latina sul disprezzo del mondo. L’insegnamento e l’esempio di Brunone vennero accolti da molte comunità religiose che assunsero il nome della casa madre chiamandosi certose.

... Brunone filosofo e teologo, insofferente verso i corrotti costumi del tempo e divenuto tenace difensore dell’integrità morale dei pastori della Chiesa, guidò un gruppo di sei compagni (quattro chierici e due laici) in cerca di solitudine. Si recò dal vescovo di Grenoble, Ugo (Ugone) (1053-1132) che gli concesse una località nella parte più impervia nelle Alpi del Delfinato, sul Massif de la Chartreuse, dove (1084) fondò un piccolo monastero, Grande Certosa, da cui il nome certosini dell’ordine monastico che fondò sottolineando l’importanza della solitudine necessaria per l’attesa di Dio. A tal fine destinò una parte consistente del tempo alla vita solitaria e contemplativa, caratteristica che si è conservata nei secoli e che fa dei certosini l’unico ordine che si è mantenuto fedele all’iniziale ideale (una comunità mai riformata perché mai deformata).

S. Bruno nelle sue lettere descrisse i caratteri fondamentali delle regole di vita cui si uniformò: solitudine vigilante, comunione con i fratelli eremiti e comportamenti atti a conseguire la purezza che permette l’unione con Dio nella solitudine. La vita certosina implica una dimensione fraterna che si esplica nella celebrazione della Liturgia (“..quando ci raduniamo per l’Eucarestia, l’unità della famiglia trova il suo perfetto compiacimento nel Cristo presente ed orante..”) che stabilisce una completa comunione fra i fratelli in favore dei quali ogni certosino è capace di personali rinunce.
La loro vita non è circoscritta all’interno di una cella perché i padri si riuniscono tre volte al giorno per la celebrazione comunitaria delle lodi del mattino, della messa e dei vespri pomeridiani. Alternativamente alle preghiere in cella, i monaci devono provvedere alla cura della persona ed assicurare, possibilmente in solitudine, lo svolgimento delle incombenze pratiche (obbedienze), interrotte per la preghiera (a cui si dedica circa metà delle ore a disposizione) del mezzogiorno, un breve tempo dedicato alla conversazione (locutio), la recita dell’ufficio divino (oratio) ed una meditazione dedicata a studi teologici in cella. La celebrazione dei Vespri in coro, il pasto solitario e la preghiera concludono la giornata. Poi il riposo fino all’ufficio in comune del mattutino di mezzanotte. Quindi un riposo prima di partecipare, qualche ora dopo, alle lodi del mattino. Una volta alla settimana escono per una passeggiata (spaziamento) durante la quale si può parlare liberamente. Quel che differenziava la vita certosina dai cenobi iniziali era la presenza dei fratelli conversi (n.41) che, occupandosi delle necessità quotidiane della comunità, consentivano ai padri eremiti di dedicarsi totalmente a perseguire l’incontro con Dio. Altra scelta dei certosini è la devozione per la Madonna che è considerata loro madre particolare, in quanto tramite tra Dio e l’uomo.

L’ordine certosino, fedele all’itinerario tracciato da S. Bruno, è rimasto dedito alla contemplazione divina alternata alla vita comunitaria. Il primo compendio di regole, Consuetudines Cartusiae, redatte da Guigo (quinto priore della certosa di Grenoble) sulla base dello statuto stilato dal primo priore Pietro Guido di Chastel, ed approvato da papa Alessandro III (1159-1181), reinterpretava la regola di S.Benedetto accentuando l’aspetto eremitico: celle separate e riunioni solo per la preghiera e per i pasti in comune dei giorni festivi.

Bruno, dopo qualche anno venne convocato a Roma dal’ex discepolo papa Urbano II (n.49) che lo trattenne prima di proporgli la nomina ad arcivescovo di Reggio Calabria. Bruno, attratto dalla vita monastica, rifiutò per recarsi sul monte della Serra, in Calabria, dove in località Torre, fondò (1091) il primo insediamento certosino in Italia. Ricevette il sostegno del conte normanno Ruggero I d’Altavilla che gli fece battezzare il figlio Ruggero II, futuro re di Sicilia e gli consentì di costruire la Chiesa di S.Maria della Torre. I resti di Bruno riposano nella Certosa di Serra che fu costruita dopo la sua morte ed ampliata in periodo normanno. I certosini, fedeli alle regole del fondatore, non accettando possedimenti e ricchezze, nel 1193 abbandonarono la costruzione monasteriale che passò ai cistercensi e da questi (1411) agli abati commendatari (4.2.3.2) che ne alienarono i beni. Il rinvenimento dei resti di Bruno e del successore Lanuino nell’altare della Chiesa suscitò un ritorno di fede che indusse i certosini a riprendere il possesso dei pochi fabbricati per avviare la costruzione di un grande complesso monasteriale che, danneggiato dal terremoto (1783), venne interamente ricostruito e rimasto tutt’ora di stretta clausura.


4.3 Ordini mendicanti

Nonostante le recenti riforme avessero vivificato il monachesimo, esse erano rimaste prevalentemente circoscritte all’interno della organizzazione mentre gli influssi della nascente stagione umanistica che inaugurava nuovi modelli di studio, di ricerca e di partecipazione, avviava da un lato la fioritura della vita economica e sociale nelle città e dall’altro causava una nuova decadenza dell’organizzazione monastica. Essa infatti, dislocata nelle campagne e centrata sul lavoro rurale, si vide condannata a perdere influenza trovandosi tagliata fuori dalla nuova corrente socio-economico. Questa alimentata dal bisogno di cambiamento, si inseriva nella trasformazione strutturale che vedeva, con i comuni, la nascita di ricche città-stato in cui si verificava l’arricchimento di una parte di popolo (popolo grasso) che, acquisendo potere a scapito della vecchia nobiltà feudale, lasciava nell’indigenza larghissime fette di popolazione, soprattutto rurale. Il bisogno di cambiamento sociale si manifestò sia con l’avversione alla corruzione dei costumi degli ecclesiastici del tempo, attratti da interessi materiali e politici e coinvolti nelle lotte per le investiture, sia con il sostegno a quella fascia sociale che il nuovo assetto economico aveva emarginato.
Le contraddizioni e le difficoltà che si erano evidenziare tra i benedettini cistercensi suscitarono critiche che si spinsero a rinnegare ogni organizzazione ecclesiale e, da parte di chi aveva partecipato alle crociate del XII sec. o che era stato sedotto dall’ideale di povertà, a promuovere la nascita di movimenti, Catari (o Abilgesi), Patarini e Valdesi ... (50)
(50) Catari (Katharòs : puri o Albigesi da Albi), movimento eretico diffuso nella Francia meridionale (Provenza e Linguadoca) e nell’Italia settentrionale caratterizzato da un radicale anticlericalismo ed associato al bisogno di credere e vivere diversamente la propria fede, ritornando al modello ideale di Chiesa descritto dai Vangeli. Si ispirava ad una dottrina assimilabile a quella manichea (*) e si allineava in parte a Novazianismo (*) e Marcionismo (*) per cui professavano un dualismo tra due principi divini inconciliabili in base al quale il re dell’amore e il re del male rivaleggiavano con pari dignità per il dominio delle anime umane e rifiutavano in toto i beni materiali e tutte le espressioni della carne. Consideravano il mondo terreno e tutte le creazioni dell’uomo, tra cui la Chiesa, opere del male contro cui bisognava porsi in antitesi. Esercitavano povertà, umiltà e carità avvicinandosi alla povera gente che vedeva lontani gli alti prelati immersi in dispute teologiche. La convinzione che tutto il mondo materiale fosse opera del male comportava il rifiuto del battesimo d'acqua, dell'Eucarestia, del matrimonio suggello dell'unione carnale genitrice dei corpi materiali. L'atto sessuale era infatti visto come un errore, soprattutto in quanto responsabile della procreazione, cioè della creazione di una nuova prigionia per un altro spirito. Allo stesso modo era rifiutato ogni alimento originato da un atto sessuale (carni di animali a sangue caldo, latte, uova).
Nel momento in cui il catarismo costituì una sua Chiesa ed un centro organizzativo ad Albi, la Chiesa tentò invano di convertirli inviando (1145) Bernardo di Chiaravalle (n.42), prima di organizzare, con papa Innocenzo III (1198-1216) una vera crociata (1208-1229) guidata da Simone di Monfort che sterminò indiscriminatamente diverse migliaia di abitanti. La propaganda catara ebbe una forte presa tra i ceti più umili, gli stessi che avevano fatto la forza dei Patarini, movimento milanese nato dalla reazione del clero di base e dei ceti più umili contro la simonia e la ricchezza delle alte cariche ecclesiastiche. Il termine “pataria” deriva dalla parola dialettale milanese patee, stracci, usata per definire, in maniera spregiativa, il basso stato sociale dei suoi adepti. Essi sfruttarono il clima di delusione seguito alla riforma gregoriana (n.38), che aveva mancato di riformare la Chiesa secondo la povertà predicata da Cristo e ritenuta tipica del cristianesimo delle origini. In Lombardia i Patarini vennero a contatto con i Valdesi che ne subirono l’influenza fino ad adottare la scissione (1205) dal loro fondatore Pietro Valdo di Lione (1140-1217) per due motivi. Il primo fu che i predicatori della Lombardia entrarono a far parte di comunità di lavoratori, invece di vivere in povertà; il secondo fu che elessero dei ministri ai quali affidarono compiti sacerdotali, contro il parere di Valdo che riteneva fosse il primo passo per mettersi fuori dalla Chiesa, mentre egli voleva rimanere all’interno della Chiesa romana, anche se da scomunicato. La Chiesa fu estremamente dura anche nei riguardi dei Valdesi e della Pataria. E così contro analoghi movimenti come gli Umiliati.

... movimenti quelli accennati che, indirizzatesi su vie divergenti rispetto all’ortodossia cattolica ed avendo realizzato una massiccia penetrazione fra i ceti più umili, vennero aspramente avversati dalla Chiesa sostenuta degli apparati civili. Si scatenò allora una crociata purificatrice contro gli attivisti di questi movimenti che, dichiarati eretici, subirono una estesa e cruenta repressione con processi e condanne al rogo. Tra detti movimenti, quelli dei catari e dei valdesi, conobbero un successo che, puntando sulla morale e proponendo un ideale che si basava sulla rinuncia al mondo ed alle ricchezze, finirono col cadere nell’anticlericalismo pur se contribuirono a rendere evidente la crisi del modello monastico. La cui egemonia culturale ed ecclesiale, in contrasto con la nuova esigenza di povertà e di apostolato del XIII sec., andava perdendo importanza a favore di una nuova forma di vita religiosa, gli Ordini mendicanti (Frati predicatori e Frati minori) finalizzati a lottare contro l’eresia ed istruire le popolazioni contadine.

Su iniziativa rispettivamente di S. Domenico (Ordo praedicatorum;) ...(51)
(51) S. Domenico di Guzman (1170-1221) proveniente da agiata famiglia castigliana, fin da giovane si disfece dei suoi beni per darli ai poveri. Terminati gli studi seguì il vescovo Diego Acebes in missione diplomatica in Europa dove, attratto dall’entusiasmo della cristianità nordica, venne preso da zelo missionario che papa Innocenzo III orientò (1206) verso la predicazione nella Francia meridionale dove più attivi erano i catari (n.50). Qui concepì la fondazione dell'ordine domenicano avviandolo dapprima con l’istituzione di una comunità femminile quindi con la formazione di un nucleo stabile di predicatori (1216) che, seguendo la regola di S. Agostino (n.20), si adattarono al rigoroso stile di vita imposto. Ottenuto il riconoscimento ufficiale, l'ordine crebbe e, già dal 1217, fu in condizione di inviare monaci un po’ in tutta l'Europa, soprattutto a Parigi e a Bologna, principali centri universitari del tempo.
Nel 1220 e nel 1221 Domenico di Guzmàn prese parte personalmente a Bologna, ai primi due capitoli generali destinati a redigere la magna carta e a precisare gli elementi fondamentali dell'ordine: predicazione, studio, povertà mendicante, vita comune e spedizioni missionarie.
Sfinito dal lavoro apostolico ed estenuato dalle grandi penitenze, San Domenico morì nel 1221 nel suo convento di Bologna (Basilica di San Domenico) circondato dai suoi frati, in una cella non sua, perché lui il fondatore non l'aveva. I bolognesi lo proclamarono “Patrono e difensore perpetuo della città”.



... e di S. Francesco (Ordo fratum minorum;) (52)
(52) S. Francesco d’Assisi (1181-1226) della famiglia di Pietro Bernardone appartenente alla borghesia emergente che aveva raggiunto la ricchezza grazie ad attività di commercio con la Francia (da qui il cambiamento del nome iniziale di Giovanni in Francesco) a cui Francesco si dedicò fin dall’età di quattordici anni. Partecipò alla guerra che contrappose infelicemente (1202) la ghibellina Assisi a Perugia, durante la quale venne catturato. Esperienza che lo indusse ad un ripensamento della sua vita e ad avviare un cammino di conversione che lo portò a “vivere nella gioia di poter custodire Gesù Cristo nell’intimità del cuore”. Ammalatosi e liberato dietro riscatto dalla prigionia, trascorse la convalescenza nei possedimenti del padre in cui si risvegliò l’amore per la natura che vedeva come mirabile opera di Dio. Tentò di partecipare alla IV crociata ma dovette rinunciare per malattia mentre si risvegliava in lui un senso di vicinanza a tutte le persone deboli, sentimento che si sarebbe trasformato in febbre d’amore e che lo avrebbe indotto a disfarsi, in vari episodi, dei suoi averi in favore dei bisognosi, al punto da essere sospettato di squilibrio mentale e, su iniziativa del padre, essere processato. Evento che Francesco sostenne con coerenza privandosi dei suoi averi e dando inizio ad un nuovo percorso di vita (1206) che lo vedeva dedito al servizio dei lebbrosi di S.Lazaro di Betania, alla preghiera, al lavoro manuale ed all’elemosina. Nel 1208, dopo avere iniziato la predicazione e ricevuta l’adesione di alcuni compagni, tra cui il ricco mercante Bernardo di Quintavalle, ricevette l’approvazione dell’Ordine della Chiesa (papa Innocenzo III), cui Francesco offriva obbedienza, ritenendola sua “madre”. Con i suoi frati si stabilì presso la piccola badia di S. Maria degli Angeli, in località Porziuncola, concessa dall’abate di S. Benedetto del Subasio. Durante la notte di natale del 1223, con la rappresentazione vivente della nascita di Gesù, ebbe origine la tradizione del presepe. Francesco, ormai ammalato, si ritirò a pregare e comporre versi (Il cantico di Frate Sole) in posti solitari (l’eremo delle carceri d’Assisi, l’Isola maggiore sul lago Trasimeno, l’Eremo delle Celle a Cortona) e, mentre si trovava sul monte della Verna (dove successivamente sorgerà un santuario) comparvero, sulle mani, piedi e fianco di Francesco, ferite assimilabili a quelle di Cristo. Infermo, fu condotto alla Porziuncola dove lo colse la morte (3 ottobre 1226).

Per iniziativa dei due, sorsero i Domenicani ed i Francescani, due grandi ordini monastici che fecero segnare un netto distacco dalla vita religiosa tradizionale ed arriveranno a contendersi il primato nel dibattito teologico. Essi non furono delle congregazioni monastiche perché chi vi entrava non doveva fare voto di stabilità, anzi si riprometteva di girare il mondo di città in città, pur rifiutando i piaceri ed i beni del mondo. La lotta che si proponevano contro i catari doveva essere condotta sul loro stesso piano comportamentale, vale a dire, oltre alla predicazione, operare in povertà, umiltà e carità. Con tale proposito divennero molto più radicali dei cistercensi in fatto di povertà, rifiutando i grandi possedimenti e causando la distruzione di patrimoni secolari, in parte già dilapidati dagli abati commendatari. Non risedettero più in monasteri di campagna ma, per potersi dedicare a tutte le forme di ministero apostolico, si stabilirono entro le mura delle città in conventi la cui struttura riprese quella dei monasteri. Gli ordini religiosi mendicanti si caratterizzarono per la scelta di assoluta povertà, non solo personale ma anche dell’ordine nel suo complesso di cui la mendicità rappresentava la conseguenza più immediata ed il segno più eloquente. Le differenze con i precedenti ordini si evidenziarono, come si è detto, con la scomparsa del vincolo di stabilità sostituita con la mobilità entro vaste province, sottoposti alle decisioni di un superiore provinciale. L’ordine era affidato alla direzione centrale di un superiore generale mentre i responsabili delle province ed i superiori dei vari conventi, guardiani per i francescani e priori per i domenicani, venivano designati con mandato temporale.

4.3.1 Ordine di Domenicani

Fondato da S. Domenico di Guzman (n.51), abile oratore e grande teologo, l’Ordine fu approvato (1216), secondo la regola di S. Agostino (n.2), da Onorio III (1216-1227) ed unì alla vita contemplativa una intensa opera di studio e predicazione (Aliis tradere). L’ordine dei Frati Predicatori crebbe e, già dopo qualche anno i suoi aderenti, presenti in tutta Europa e nelle principali università del tempo (Parigi e Bologna), dovettero lottare contro l’opposizione dei vescovi finché Onorio III (1218) con una bolla ordinava a tutti i prelati di accordare assistenza ai domenicani. Nel 1220 e nel successivo anno convocò due capitoli generali per definire gli elementi costitutivi dell’ordine che, riportati nella magna carta, riguardarono l’attività rivolta alla predicazione, studio, povertà mendicante, vita comunitaria, missioni e diffusione geografica.
Il cammino spirituale dei domenicani prevedeva povertà, penitenza, ed ascesi. La povertà comportava un regime cenobitico che consentiva solo il possesso di quanto necessario alla sussistenza ed alla predicazione e, per differenziarsi da quegli ordini che avevano mantenuto la proprietà comunitaria, Domenico volle, per liberare l’anima da preoccupazioni materiali, una povertà concreta che obbligasse i conventi a vivere di mendicità. La penitenza, quale metodo di perfezione personale, obbligava alla rinuncia al mondo dei beni e dei piaceri, non alla fuga da esso. L’ascesi era volta a prepararsi all’azione di soccorso da rendere agli altri ed al servizio di predicazione.

Per poter predicare e diffondere la dottrina fra scismatici e pagani e contrastare le tesi degli eretici era necessario avere una solida conoscenza dogmatica, motivo per cui i frati mendicanti furono sottoposti a studi approfonditi nei singoli conventi e molti furono inviati nelle migliori università del tempo (Tolosa, Cambridge, Coimbra accanto alle più affermate Bologna, Parigi ed Oxford). Emersero eminenti figure sia tra i Domenicani (53) che tra i Francescani (vedi più avanti 57) ed, oltre a contrastare le eresie, furono utilizzati nella guida dei tribunali dell’Inquisizione (54) su nomina (1233) di papa Gregorio IX.
(53) Fra i domenicani di maggior prestigio vanno ricordati Tommaso d’Aquinio, Caterina da Siena, Jacopo da Varagine e, per altri aspetti, Girolamo Savonarola.
Tommaso d’Aquino (1225-1274), uno dei principali teologici della Chiesa cattolica, completò gli studi a Parigi. Dopo essere entrato nell’ordine domenicano e brevi soggiorni a Napoli ed a Roma, andò a Colonia (1248) per seguire le lezioni di Alberto Magno, filosofo e teologo tedesco che cercava di conciliare il Cristianesimo con l'Aristotelismo e di cui fu il continuatore. Insegnò all’Università di Parigi. Rientrato in Italia nel 1259, compose numerose opere (Summa contra gentiles, De regimine principium), si occupò della riorganizzazione degli studi teologici presso il convento di San Domenico, presso cui era annessa la locale Università. Nel gennaio del 1274 papa Gregorio X gli ordinò di presenziare al Concilio di Lione II, per verificare se fosse possibile appianare le divergenze tra la Chiesa latina e quella greca. Tommaso, in non buone condizioni di salute, morì durante il viaggio.
Caterina da Siena (1347-1380), mistica domenicana, patrona d'Italia e d'Europa. A sedici anni entra nel terzo ordine delle Domenicane (o Mantellate, per via del mantello nero sull'abito bianco), pur restando presso la sua abitazione. Si avvicinò alle Sacre Scritture pur essendo semianalfabeta ed imparerà anche a scrivere, ma la maggior parte dei suoi scritti e delle sue corrispondenze furono dettate. Caterina non si mostrò intimorita al cospetto dei potenti ed (1372) espose al legato pontificio la necessità di riformare i costumi del clero e di trasferire la Santa Sede a Roma da Avignone dove risiedeva dal 1309. A nome dei fiorentini che si erano ribellati al papa, Caterina si recò ad Avignone in missione di pace presso Gregorio XI. Malgrado l’insuccesso, Caterina continuò la sua opera di convincimento per indurre il pontefice a tornare a Roma, cosa che si verificò nel 1377. Mori a soli 33 anni, provata da una vita di digiuni e di astinenze forzate.
Jacopo da Varagine (o da Varazze/Voragine; 1228-1298), entrato nell’ordine nel 1244, divenne priore nel 1265. Fu arcivescovo di Genova dal 1262 ed autore di “Cronaca di Genova” e della “Leggenda Aurea” dove vengono riportati notizie e dettagli sulle biografie dei santi.
Girolamo Savonarola (1452-1498), predicatore politico i cui scitti (Trattato della vita viduale, Trattato dell’amore di Gesù, Trattato dell’umiltà, Trattato dell’orazione, ecc.) inserite nella prima edizione (1559) dell'Indice dei libri proibiti. Si dedicò allo studio della Teologia e scrisse canzoni De ruina mundi e De ruina ecclesiae dove vengono anticipati i temi delle sue predicazioni (la terra oppressa da ogni vizio e Roma papale assimilata alla corrotta Babilonia) e con questa visione di una forte decadenza dei costumi (“Scelgo la religione perché ho visto l'infinita miseria degli uomini, gli stupri, gli adulteri, le ruberie, la superbia, l'idolatria, il turpiloquio, tutta la violenza di una società che ha perduto ogni capacità di bene... Per poter vivere libero, ho rinunciato ad avere una donna e, per poter vivere in pace, mi sono rifugiato in questo porto della religione”) entrò nel convento bolognese di S. Domenico (1475). Inviato a Ferrara e poi a Reggio, viene eletto (1482) lettore del convento fiorentino di S. Marco. Da Firenze venne inviato a predicare in varie sedi (S. Gemignano, Ferrara, Modena, Piacenza, Brescia, Genova, ecc.) dove elenca le efferatezze cui sono soggetti gli uomini (lussuria, sodomia, idolatria, simonia ecc.) senza peraltro destare scandalo. Rientrato a Firenze su richiesta di Lorenzo de’ Medici inizia prediche rivolte contro i potenti e contro Lorenzo in particolare, a cui fa risalire i mali della città ed a cui attribuisce colpe di corruzione e sfruttamento dei poveri. Eletto (1491) priore del convento di S. Marco, dopo la morte di Lorenzo e della discesa in Italia del re di Francia Carlo VIII (1494) accentuò la sua predicazione profetica sostenendo che Firenze, nuova Gerusalemme aveva il compito di guidare il rinnovamento del mondo cristiano a partire da Roma dominata dalla mondanità e corruzione del papa Borgia (Alessandro VI). Dopo la cacciata dei Medici, divenne il capo effettivo della repubblica fiorentina (1494-98) da lui sottomessa ad un severo regime morale, senza alienarsi il favore del popolo. Scomunicato da Alessando VI (1492-1503) fu invitato dalla borghesia fiorentina ad interrompere la predicazione e, messo in minoranza rispetto al risorto partito dei Medici, viene arrestato, impiccato ed arso, mettendo fine all’esperienza della repubblica fiorentina. Ora è stato dichiarato Servo di Dio ed avviata la pratica di beatificazione.

(54) Il tribunale dell’Inquisizione medioevale fu istituito, al fine di perseguire i movimenti eretici, da Lucio III (1181-1185) e perfezionato dai successori che ne affinarono le procedure e chiarirono i principi a cui si doveva ispirare e le forme di collaborazione tra autorità civili e religiose.
Gregorio IX (1227-1241) decise di affidare l’Inquisizione agli ordini Mendicanti nati per contrastare le eresie. Nel 1252, con la bolla Ad extirpanda, Innocenzo IV (1243-1254) autorizzò l’uso della tortura e Giovanni XXII (1316-1334) estese i poteri dell’Inquisizione nella lotta contro la cosiddetta stregoneria. Esso si differenzia dall’ Inquisizione spagnola, istituita da Sisto IV (1471-1484) nel 1478 su richiesta dei sovrani Ferdinando d’Aragona e da Isabella di Castiglia ed estesa nelle colonie dell’America centro-meridionale e nel vicereame di Sicilia, e dall’ Inquisizione portoghese, istituita nel 1536 da Paolo III ( (1534-1549 )su richiesta del re Giovanni III di Portogallo ed estesa al Brasile, alle Isole di Capo Verde, Goa ed India. Per combattere la Riforma protestante, Paolo III (1542) instituì lInquisizione romana, ossia la Congregazione della sacra, romana ed universale Inquisizione del santo Offizio. I tribunali dell’Inquisizione furono soppressi (XIX sec.) negli Stati Europei mentre furono mantenuti dallo Stato pontificio che Pio X (1908) nominò “Sacra Congregazione del santo Offizio che, nel 1965, con il Concilio Vaticano II, assunse il nome di “Congregazione per la dottrina della fede”.

L’ordine dei Domenicani, che si divise fra chi voleva praticare una stretta osservanza e chi una regola più rilassata, è ritornato all’osservanza della originaria istituzione.

4.3.2 Ordine di Francescani


L’Ordine dei Minori, conosciuto anche come Primo Ordine, fondato da Francesco di Assisi (n.53), nacque attorno a Francesco che raccolse (1208) un piccolo gruppo per condividere le esperienze di povertà e castità e scelse di porsi quale “umile tra gli umili” e di definirsi “minore” (appellativo che individuava i popolani) ad imitazione dei poveri e mendicanti per portare sostegno materiale e spirituale al prossimo. Scelta che poteva, in qualche modo, confonderli con i catari (n.51) di cui esistevano numerosi gruppi in Toscana, ma da cui lo divideva l’obbedienza alla gerarchia ecclesiastica e l’amore per tutte le manifestazioni della vita, la natura e gli animali, che era superato solo dall’amore per gli esseri umani. Dopo il 1210 con l’approvazione orale della Formula vitae da parte di papa Innocenzo III, la schiera degli aderenti all’ordine crebbe notevolmente e Francesco presiedette, alla presenza di circa 5000 frati, il primo capitolo generale (1217) alla Porziuncola (n.53) in cui, oltre ad organizzare l’attività interna ed esterna, si assunse l’iniziativa di inviare missioni all’estero (Germania, Francia, Spagna) per promuovere l’espansione dell’ordine.
Egli stesso, in occasione della V crociata (1217-1221) si recò in Palestina nel vano tentativo di mettere fine alla guerra fra cristiani e musulmani. Nel 1221 Francesco pensò una regola che (1223) fu rimeditata ... (55)
(55) La Regola francescana prevede un Ordine composto da chierici e frati minori che per essere ammessi al noviziato non dovevano essere sposati e dovessero dare prova di vocazione autentica vendendo i beni personali e distribuendo ai poveri il ricavato. Il frate, in abito scuro marrone bruciato, in convento doveva esercitare l’ufficio divino e recitare il breviario e digiunare tutti i venerdì. Se stava fuori doveva attendere ai doveri di pietà, mendicare o predicare. I conventi, raggruppati in province e diretti da un ministro provinciale, erano retti da un custode. Al vertice stava il Ministro generale, eletto dal capitolo generale.

... ed approvata da Onorio III con la bolla Solet annuere in cui risultava attenuata la rigidità iniziale ed adeguata alla realtà di monaci colti che accettavano doni e ricchezze che comunque venivano incamerate dalla Santa Sede. Con la collaborazione di S. Chiara d’Assisi ... (56)
(56) Santa Chiara (1193-1253) entrò a far parte dell’Ordine di san Francesco (1212) e fu fondatrice delle Monache delle Clarisse. Proveniente da famiglia benestante, rifiutò il matrimonio predisposto per dedicarsi a Dio. A diciotto anni fuggì da casa per raggiungere S. Francesco che, per sottolineare la sua condizione di penitente, le tagliò i capelli, le diede una tunica e la fece entrare nel monastero benedettino di San Paolo delle Badesse (Bastia Umbra), per poi spostarla presso un altro monastero benedettino (Sant'Angelo di Panzo) dove venne raggiunta dalla sorella Agnese. Quindi si trasferì nel piccolo edificio contiguo alla chiesa di San Damiano dove Chiara venne raggiunta dall'altra sorella Beatrice, dalla madre Ortolana e da una cinquantina di donne. Qui trascorre quarantadue anni di cui ventinove in stato di malattia. Affascinata dalla predicazione e dall'esempio di Francesco, Chiara volle dare vita a una famiglia di claustrali povere, immerse nella preghiera per sé e per gli altri che saranno note come Clarisse. Elaborata una Regola fondata sulla povertà, Chiara seguì un modello di esperienza mistica impostata sulla preghiera e la povertà più assoluta e tale da ricevere come riconoscimento da papa Gregorio IX (n.55) il privilegio della povertà, poi confermato da Innocenzo IV (n.55) con una solenne bolla del 1253, presentata a Chiara pochi giorni prima della morte e due anni dopo papa Alessandro IV (1254-1261) la proclamò Santa. La sua vita è narrata nella Leggenda (Tommaso da Celano).

...
Francesco fondò il ramo femminile delle clarisse (Secondo Ordine) e quello dei terziari francescani che, nel tempo subì tali ramificazioni che a stento se ne riesce a dare un quadro d'insieme.
La eccezionale santità e l’originale spiritualità di Francesco, a cui piaceva condurre vita eremitica che lo portava ad amare in modo più intenso, si spiega con la dolcezza della sua persona, la semplicità del suo animo e l’umiltà del suo agire da cui si rivela la volontà di sottomettersi alle circostanze ed il dovere di ubbidire senza discussione alla Chiesa in cui vede rispecchiarsi l’intera umanità cristiana. L’itinerario spirituale di Francesco approdava infine alla letizia che è beatitudine e corrisponde all’attesa di Dio.

Alla morte di Francesco i Frati Minori erano presenti in tutti i paesi dell’Europa occidentale. In Italia i conventi ospitavano grosse comunità di frati mentre, negli altri paesi le comunità erano poco numerose perché distribuite su un maggior numero di basi volte ad estendere l’influenza su un più vasto territorio, essere presenti anche nell’Europa orientale e sostituire, nella considerazione dei fedeli, i cistercensi che continuarono a perdere influenza. Fra i frati sorsero tuttavia contrasti che portarono alla spaccatura tra Spirituali e Conventuali.
I primi, richiamandosi alla volontà di Francesco che vietava l’interpretazione della sua regola, ne rivendicavano l’osservanza scrupolosa, mentre i secondi, inclini a mitigarne il rigore, riconoscevano ai conventi la possibilità di possedere beni. E benché la Santa Sede avesse riconosciuto la posizione di questi ultimi, i contrasti non affievolirono l’attività dell’ordine nel campo della predicazione itinerante e dell’assistenza sia con fondazione di Monti di pietà che con opere di soccorso a malati e diseredati. A queste iniziative si aggiunsero i successi sul piano culturale in cui a componenti dell’ordine che ottennero cattedre di teologia nelle università di Parigi, Bologna ed Oxford ... (57)
(57) Bonaventura di Bagnoregio (1217-1274), teologo e filosofo, principale biografo di S. Francesco, è ritenuto uno dei pensatori maggiori della tradizione francescana, che, grazie a lui, si avviò a diventare una vera e propria scuola di pensiero. Autore di diverse opere, combatté apertamente l'aristotelismo, riprendendo la tradizione patristica, in particolare il pensiero di S. Agostino. Divenuto docente presso l’Università di Parigi, rinunciò alla cattedra allorché fu eletto (1252) ministro generale dei Frati Minori.
Ruggero Bacone (1214-1294), pensatore ed una delle intelligenze più autorevoli del tempo, divenne frate francescano (1223). Come filosofo diede grande importanza alle osservazioni dei fatti e va considerato come uno dei padri dell'empirismo. Per certi aspetti può considerarsi uno dei rifondatori del metodo scientifico. Ricevette una formazione prevalentemente aristotelica e divenne professore ad Oxford prima di trasferirsi in Francia all'Università di Parigi, maggior centro della vita intellettuale europea.
Guglielmo di Occam (1280-1349), teologo e filosofo francescano, professore ad Oxford. Accusato di eresia per aver sostenuto che le comunità cristiane potessero avere in uso dei beni ma giammai possederli, secondo la dottrina della povertà evangelica, contrariamente a quanto sosteneva il papato. Subì un processo (1324) da parte dell'Inquisizione, a seguito del quale cinquantuno sue enunciazioni teologiche vennero condannate dal pontefice Giovanni XXII (n.54). Fu successivamente assolto (1349) da Papa Clemente VI (1342-1352).

... si affiancava una intensa opera di predicazione mirante a promuovere la concordia in un periodo caratterizzato da violenti e sanguinosi scontri.

Il declino vissuto dall’ordine, nel XIV e XV sec., a seguito del tentativo di ripristinare l’osservanza della regola nella sua interezza fu combattuto dal movimento degli Osservanti ... (58)
(58) Rappresentato da Bernardino da Siena (1380-1444) in Italia, G. Brugmann nei Paesi Bassi e Diego da Alcalà in Spagna.

... movimento quello degli Osservanti, che si staccò dai Conventuali, tanto che Leone X (1513-1521), all'inizio del XVI sec., constatata l'impossibilità di far convivere sotto una stessa regola ed un medesimo governo i due movimenti, con la bolla Ite vos ne sancì ufficialmente il distacco (1517). Matteo da Bascio, nel 1552, organizzò gli osservanti nel nuovo movimento dei Cappuccini che applicarono la povertà totale, predicazione itinerante ed abito di panno grezzo con cappuccio.
Le varie ramificazioni ebbero diverse costituzioni e, pur facendo capo al ministro generale degli Osservanti, furono riunite (1897) da Leone XIII (1878-1903) nell'Ordo fratrum minorum, per cui da allora i Francescani si divisero in Frati Minori, Cappuccini e Conventuali.
Attualmente, accanto all’attività pastorale, missionaria e di studio, i campi di intervento riguardano lo sviluppo della pace internazionale, l’assistenza agli emarginati, la salvaguardia della natura.


4.3.3 Ordine di Carmelitani

L’Ordine della Beata Vergine Maria del Monte Carmelo, o semplicemente Carmelitani, sembra derivi da una comunità di tipo eremitico sorta in Palestina presso la grotta del profeta Elia sul monte Carmelo (giardino, in aramaico) in cui egli visse nel rispetto della fede del Dio di Israele. Nei secoli successivi al IV vi si stabilirono presumibilmente comunità cristiane di rito maronita. Alla fine del XII sec. si unirono al cenobio pellegrini cristiani che, giunti dall’occidente con la III crociata tra cui il nobile Bertoldo, edificarono una chiesa consacrata alla Vergine. All’inizio del XIII sec. papa Onorio III (4.3.1) con la bolla Ut vivendi normam ha approvato l’Ordine (1226) con il primo statuto, regola primitiva o formula vitae verosimilmente redatto da Alberto di Vercelli patriarca latino di Gerusalemme (con sede a S.Giovanni d’Acri), che prescriveva veglie notturne, digiuno ed astinenza rigorosi, pratica della povertà e del silenzio. Nel 1235, a causa delle incursioni saracene, i frati abbandonarono l'oriente per stabilirsi inizialmente a Messina, (località Ritiro) e quindi, con la fondazione di diversi conventi, diffondersi, sotto la guida del priore Simone Stock (1165-1265), nelle principali sedi universitarie d’Europa. Papa Innocenzo IV (n.54) confermò (1247) la regola dei frati Carmelitani (Quae honorem conditoris omnium) attenuandone la pratica eremitica e facendone un ordine di mendicanti che si propose di diffondere il culto mariano.
Nella stessa occasione Innocenzo IV sancì la formazione del quarto ordine mendicante, quello degli Eremitani di S. Agostino (Agostiniani).
Ben presto ai frati si affiancarono alcune donne, che nel 1452 diedero vita a vere e proprie comunità monastiche.
Nel XV si divisero in conventuali ed osservanti e, nel 1562-68, con la riforma di S. Teresa d’Avila e S. Giovanni della Croce ... (59)
(59) S. Teresa d’Avila (1515-1582) riformatrice degli ordini religiosi e fondatrice delle monache e dei frati Carmelitani Scalzi, raccolse in una Costituzione i suoi principi di povertà assoluta e di rinuncia alla proprietà. Nell’assoluta povertà del suo convento, pur sofferente, riuscì a trovare una fonte di estasi spirituale per scrivere, sull’esempio di scritti medioevali di S. Pietro d'Alcantara e di S. Ignazio di Loyola, l'Abecedario spirituale, quale guida all'autoconcentrazione spirituale ed alla contemplazione interiore. Nel 1567, ricevuto dal capo dell'Ordine carmelitano l'autorizzazione per fondare nuove case del suo ordine, si mise in viaggio per le province spagnole fondando diversi conventi (Libro delle Fondazioni).
S. Giovanni della Croce (1542-1591), dopo aver provato diversi mestieri, entrò nell’Ordine Carmelitano e completò gli studi nell’università di Salamanca. Quale teologo, fu autore di svariati trattati riguardanti il “
cammino spirituale dell'anima verso Dio”. E’ ritenuto uno dei maggiori poeti spagnoli cui viene riconosciuta intensità espressiva.

... ebbero origine i Carmelitani Scalzi (frati e monache) che, nel 1593, ottennero da papa Clemente VIII (1592-1605) una completa autonomia dai Carmelitani Calzati dell'antica osservanza. L’ordine, nei secoli successivi, ebbe un grande sviluppo tra i laici con l'istituzione del Terz'Ordine Carmelitano e delle Confraternite dello Scapolare del Carmine, fino al ridimensionamento subìto a seguito della rivoluzione francese.
Nell’ordine carmelitano esistono numerose congregazioni di suore che, avute origine nel 1452, oggi contano 75 comunità suddivise in Monache Carmelitane dell’antica osservanza e Monache Carmelitane Scalze (Teresiane).
Attualmente i frati carmelitani (contraddistinti da un mantello nero con cappuccio su tunica bianca) divisi in 20 province, sono impegnati nella cura dei santuari mariani, nella gestione di scuole e nell’attività missionaria in nazioni occidentali e numerosissime del terzo mondo.

4.4 Monachesimo femminile

Fin dalle origini del Cristianesimo lo spirito di consacrarsi a Dio suscitò un forte richiamo su molte donne per cui lo stato di verginità fu una scelta di consacrazione a Dio ed un impegno per il cui mantenimento, nel corso delle persecuzioni del III sec., patirono il martirio. Agli inizi le donne, per non incorrere in gravi rischi, non poterono scegliere la vita eremitica ma dedicarsi alla vita spirituale solo in ambito familiare. Nel corso dell’illustrazione si è fatto riferimento, oltre al monachesimo femminile legato ai diversi ordini (Camaldolesi, Domenicani, Francescani, carmelitani) a donne che legate a familiari che si erano votati alla vita spirituale ebbero un ruolo nella promozione del monachesimo femminile: cosi Macrina, sorella di S.Basilio (n.8), Scolastica sorella di S. Benedetto (n.23) che, dopo la fondazione del monastero di Montecassino, visse nei pressi con un gruppo di compagne, Terasia, moglie di S. Paolino da Nola (n.22) fondatrice di un cenobio femminile. S. Cesario (n.19) fece costruire un monastero (512) per la comunità sorella Cesaria per cui redasse una “regola” i cui elementi essenziali erano la perfetta clausura e l’esenzione dalla giurisdizione episcopale.
Queste strutture affidate alla direzione di una badessa, con dormitorio e refettorio comune, osservavano le regole della clausura, della povertà e si rendevano disponibili all’insegnamento della catechesi ed alla cura dei poveri e degli infermi. Si ha anche notizia di vocazioni più esclusive che si isolavano all’interno delle proprie famiglie come quella della consacrazione (353) da parte di papa Liberio (*) della sorella di S. Ambrogio (*) Marcellina che fece vita comunitaria con delle compagne venute da Roma. Un'altra forma di vita monastica era quella delle “recluse” in una cella dove si dedicavano alla preghiera al lavoro, alla trascrizione di manoscritti ed a scrivere.

Nei periodi di inasprimento delle condizioni socio-poliotiche si registrava comunque una diminuzione nelle vocazioni a cui si cercava di porre in qualche modo rimedio. Così i vescovi tendevano a raggruppare in una struttura le vocazioni che si isolavano in famiglia. Gli stessi Longobardi per riprendere un rapporto con la Chiesa cattolica, compromessa dopo la distruzione del monastero di Montecassino (n.24), favorirono la fioritura di comunità monastiche femminili.

Alla fine del IV-VI sec., collateralmente al monachesimo maschile si affermò quello femminile: in Medioriente per iniziativa di San Girolamo (n.6) attorno a cui, nel periodo romano, alcune donne dell’aristocrazia si erano riunite per condurre vita di preghiera, non comunitaria; in Occidente dove vi furono diverse spinte verso la vita cenobitica femminile sostenute da S. Agostino di Canterbury (4.2.3) che, nella sua opera di evangelizzazione delle isole britanniche, favorì la cultura dei monasteri femminili che divennero centri di divulgazione della dottrina cristiana. I monasteri sorsero in Europa anche per iniziativa di giovani donne che, intendendo consacrarsi si organizzarono una vita contemplativa che alternavano alla copiatura di manoscritti ed alla composizione di miniature artistiche. Fra le iniziative più rilevanti si possono ricordare quello di Witny (Inghilterra) e di Nivelles (Belgio).

La prima promossa e diretta, in qualità di badessa, da S.Ilda (614-680) che fondò diversi altri monasteri in Inghilterra promuovendo studi teologici ed artistici e diffondendo un insegnamento che partiva dalla vita pratica con l’assunzione delle virtù cardinali (giustizia, fortezza, prudenza e temperanza) per salire a quelle teologali della vita contemplativa (fede, speranza e carità).
La seconda, quello di Nivelles sviluppatosi per merito di S. Gertrude (626-659) che diede impulso alle iniziative culturali, fece erigere un ospedale per pellegrini e incentivò le missioni di evangelizzazione delle limitrofe terre germaniche.

L’esempio si diffuse in Germania ad opera di S. Bonifacio (680-754) che, fondatore dell’abazia di Fulda, diffusore del monachesimo benedettino (in Turingia) ed evangelizzatore delle terre germaniche, chiamò dall’Inghilterra la cugina S. Lioba (-762) per affidarle il compito di riunire intorno a sé un folto gruppo di monache animate dal suo stesso zelo spirituale. Tra queste vi era anche S. Valpurga (710-779) che collaborò con Bonifacio nell’opera di evangelizzazione e diresse il monastero “doppio” di Heidenheim formato cioè da una comunità maschile e da una femminile: una novità trapiantata dall’Inghilterra e diffusasi nel corso del IX sec. In queste istituzioni i monaci abitavano ambienti staccati da quello delle monache a cui prestavano assistenza spirituale.

Tra il lungo elenco delle spiritualità che hanno costellato il firmamento del monachesimo femminile si possono ricordare le figure di S. Adelaide (931-999) dedicatasi alla vita religiosa dopo essere stata regina d’Italia (moglie di Lotario II); S. Elisabetta superiora del convento di Schonau; S. Ildegarda fondatrice e badessa del monastero di Bingen; S. Lutgarda monaca cistercense di Ayuvieres; S. Gertrude “la grande” . (60)
(60) * Elisabetta di Schonau (1129-1165), di nobile famiglia, superiosa del convento delle benedettine, descrisse le sue visioni (Liber viarum Dei e il Liber revelationum sanctae Ursulae et sociarum) ed in numerose lettere denunciò la decadenza morale della chiesa.
* S. Ildegarda (1098-1179) (1098-1179) religiosa benedettina e mistica tedesca, riuscì a ribaltare il concetto monastico del tempo preferendo una vita di predicazione aperta verso l'esterno a quella claustrale tradizionale. Quando ormai era ritenuta una autorità all'interno della Chiesa, papa Eugenio III (1145-1153) lesse (1147) alcuni dei suoi scritti durante il sinodo di Treviri.
* S. Lutgarda (1182-1246), da quanto è riportato nella descrizione della sua vita mistica, avrebbe ottenuto miracolose guarigioni e premonizioni, tali da essere oggetto di viva devozione.
* S. Gertrude la Grande (1256-1301), a 5 anni, affidata a Santa Mechtilde di Hackern, fu accolta dalle monache Cistercensi di Helfta (Sassonia). Ricevette una formazione completa, letteraria, filosofica, teologica e musicale, ed a 25 anni scoprì la vita mistica, con una visione di Gesù. Consacratasi completamente a Dio, percorse la via della perfezione, dedicandosi alla preghiera e alla contemplazione, impiegando la sua cultura per la stesura di testi di fede (Exercitia e Rivelazioni). È ricordata tra le iniziatrici della devozione al Sacro Cuore. Ebbe grande popolarità per la fama di santità e lo scalpore delle sue visioni. La sua grandezza fu rivelata dalla pubblicazione da parte dei suoi scritti (XVI sec.).


Tra le italiane vanno ricordate S. Chiara di Assisi (n.56), Umiltà da Faenza, Margherita da Cortona, Angela da Foligno, Chiara da Montefalco (61)
(61) * Umiltà da Faenza (1226-1310) dopo il matrimonio e due figlioli morti entrambi in tenera età scelse, come il marito la via della clausura. Entrò a Vallombrosa nel monastero di S.Apollinare, fondato da S.Giovanni Gualberto (n.49). La raggiunsero altre compagne che la assunsero a loro guida e per cui dettò una Regola basata su quella di San Benedetto e delle Costituzioni Vallombrosane. Fece costruire a Firenze (1297) una casa per giovani. Dopo un anno dalla sua morte la riesumazione del suo corpo incorrotto, benché sepolto nella nuda terra, diede vita al suo culto, confermato da Benedetto XIII (1724-1730).
* Margherita da Cortona (1247-1297), da giovane ebbe un figlio da un nobile con cui conviveva. Dopo la morte di questi, conquistata dall’ideale francescano, educò il figlio che diventerà francescano e si dedicò, con altre volontarie all’assistenza (Poverelle) e, nel 1278, fondò l’ospedale della Misericordia e diede vita (1289) alla Confraternita delle Laudi. Nel 1728 Venne proclamata santa da Benedetto XIII, e Margherita divenne la patrona di Cortona, che custodisce il suo corpo incorrotto.
* Angela da Foligno (1248-1309), in gioventù visse in agiatezza accanto al marito ed ai figli, quindi provata dal dolore per la loro perdita entrò nel Terzo Ordine Francescano (1291). Raccolse attorno a se un cenacolo di compagne desiderose di misticismo e dettò le sue meditazioni autobiografiche per cui venne definita “maestra di teologia”.
* Chiara da Montefalco (1268-1308), fondò, con l’aiuto della famiglia, il Reclusorio di san Leonardo che diresse e dove si ritirarono diverse donne per ispirarsi alla regola di S.Francesco d’Assisi (non ancora riconosciuta). Fondò il Monastero della Santa Croce e di Santa Caterina d'Alessandria in cui fu introdotta la Regola di S.Agostino ed in cui vengono a fondersi la vocazione eremitica (tratta dall'esperienza del reclusorio) con la regola monastica. Fu proclamata Santa da Leone XIII nel 1881.


... ed altre fra cui quelle che trasformarono antichi ordini, adattandole alla vita femminile, come Santuccia Terebotti di Gubbio (-1302) e Francesca Romana (1384-1440) che fondarono rispettivamente La Congregazione Benedettina delle Serve di Maria e le Obliate Benedettine.


4.4 Monachesimo post-medioevale

Da quanto illustrato si può rilevare che per la successione dei vari ordini monastici non si può stabilire una scansione cronologica perché si sono verificati periodi in cui un Ordine, pur in presenza di esperienze vitali e caratteristiche diverse, ha avuto una maggior diffusione come testimonia la vasta influenza esercitata dai benedettini di Cluny sull’intera società del tempo mentre quelli di Citeaux, di Camaldoli e di Chartreuse, portatori di una ascesi più rigorosa, crescevano e si affermavano. Prima che gli eventi sociali maturassero il tempo degli Ordini Mendicanti.
Con la fine del Medioevo gli ordini monastici subirono vari mutamenti, spesso associati a quelli della Chiesa e si è visto come alcuni ordini si scomposero per percorrere o la linea del rigore e della tradizione o quella della flessibilità adeguandosi alle richieste della società e mantenendo una attiva presenza arrivata al tempo attuale.
Dopo il medioevo il monachesimo, a parte l’immutabilità di quello certosino, subì varie modifiche secondo quanto indicato di volta in volta nella illustrazione relativa vari ordini ed in alcuni casi si crearono fin dal medioevo gemmazioni di limitata diffusione come quella dei Celestini, fondati da Pietro del Morrone divenuto (1294) Papa Celestino V (da cui il nome), sopravvissuti al Concilio Lateranense del 1274 (4.2.3.2) per l’esenzione di Gregorio X (1271-1276) ed attualmente estinta.

Nel ramo dei benedettini sono tuttora presenti Silvestrini, Olivetani e Cassinesi, nati in epoca medioevale ed i Sublacensi di più recente istituzione. (62)
(62) * Silvestrini, fondati da Silvestro nel 1228 con il proposito di accentuate solitudine, austerità e semplicità. Attualmente gestiscono parrocchie e svolgono attività missionaria in Europa, Asia, America ed Africa.
* Olivetani, Congregazione di Santa Maria di Monte Oliveto che, fondata nel 1319 da Bernardo Tolomei, oggi vanta monasteri in Europa, America, Israele e Corea.
* Cassinesi, la Congregazione sorse dalla riforma introdotta dall'abate Ludovico Barbo nel monastero di Santa Giustina in Padova nel 1408 a cui ha aderito nel 1504 l’Abbazia di Montecassino (Congregazione Cassinese) ed a cui attualmente aderiscono una decina di abbazie in Italia.
* Sublacensi, fondata dall'Abate Pier Francesco Casaretto nel 1843 e fu eretta canonicamente nel 1872 con il titolo di Congregazione Cassinese della Primitiva Osservanza è attualmente presente in diversi Stati d’Europa, Africa, Asia ed America.

A partire dal XVII secolo le comunità religiose hanno preso il nome di Congregazione e gli Ordini religiosi, i cui membri emettono in forma solenne i voti di castità, povertà e obbedienza, comprendono:
- Ordini monastici a cui appartiene la Congregazione benedettina che raggruppa quelle dei Camaldolesi, Cassinesi, Celestini, Cluniacensi, Olivetani, Silvestrini, Sublacensi, Vallombrosani e la Congregazione di Solesmes (4.2.3.2).
I Cistercensi (4.2.3.2) negli ultimi decenni del ’700, subirono un periodo di flessione con la scomparsa di molti monasteri. Nel ’800 si manifestò una rinnovata vitalità con la istituzione di nuovi monasteri che attualmente conservano ognuno la propria autonomia, sono riuniti in 13 diverse Congregazioni tra cui, in Italia, la Congregazione di S. Bernardo (7 monasteri) e di Casamari (18 monasteri).
- Ordini mendicanti che comprende Francescani (Minori, Conventuali, Cappuccini), Domenicani (Predicatori), Carmelitani e Carmelitani Scalzi, Agostiniani nelle varie suddivisioni.
- Chierici regolari che comprende Gesuiti (63) , Scolopi (64) e Comboniani (65).

(63) Quello dei Gesuiti è un Ordine religioso fondato (1534) da un gruppo di studenti dell’Università di Parigi guidati da Ignazio di Loyola (1491-1556) e desiderosi di dedicarsi alla vita ascetica. Approvato da papa Paolo III nel 1540 col nome Compagnia di Gesù, si pose come obiettivo l'evangelizzazione attraverso la predicazione, l'insegnamento ed il servizio alla Chiesa. L'impegno educativo dell'ordine ha favorito sia gli studi teologici che le discipline secolari. I Gesuiti si diffusero rapidamente in Spagna, Portogallo ed Italia rivolgendo la loro attenzione alla formazione delle classi dirigenti alla luce delle istanze etico-religiose della Controriforma (azione della Chiesa cattolica finalizzata a riorganizzare la propria struttura messa in discussione dalla Riforma protestante di Lutero, XVI sec.) di cui costituirono un pilastro. I gesuiti svolsero anche una azione missionaria in estremo oriente (Francesco Saverio), in Cina e nell’America Latina.
Nella metà del XVIII sec., in epoca illuminista, i gesuiti furono oggetto di crescenti misure repressive degli Stati che non tolleravano l’influenza che esercitava l’ordine (Portogallo, Francia, Spagna, Regno di Napoli) e lo stesso Papa Clemente XIV (1769-1774) acconsentì alla soppressione della Compagnia (1773) rimasta attiva solo in Prussia e Russia. Papa Pio VII (1800-1823) ripristinò l’ordine che, con la rivista La Civiltà Cattolica (1850) sviluppò una intensa attività culturale in campo filosofico e nella dottrina sociale della Chiesa. Nel ‘900 l’ordine crebbe continuamente (36.000 membri nel ’65) e si impegnò, dopo il concilio Vaticano II, in un delicato sforzo di rinnovamento e di apertura sociale. L’attuale Superiore (definito “Papa nero” per il colore della tunica, per la durata a vita dell'incarico e per il peso dell'ordine nel cattolicesimo) è padre Adolfo Nicolás (eletto nel 2008).

(64) L’Ordine dei Frati Scolopi istituito da Giuseppe Colasanzio (1557-1648) che fondò (1597) a Roma, nella Chiesa di S. Dorotea, la prima Scuola pubblica e gratuita d’Europa dando vita ad una iniziativa educativa di ispirazione cristiana, ma attuata attraverso il ministero sacerdotale, non confessionale, aperta agli ebrei, ai quali non proponeva la conversione. A metà del XIX sec. l'ordine fu sciolto per volere dei Gesuiti, per motivi del tutto formali (abbigliamento troppo semplice) ma dopo circa un lustro fu riammesso da papa Pio IX.
(65) I Missionari comboniani fondato nel 1867 da S. Daniele Comboni (1831-1881), primo vescovo di Khartoum (Sudan) con finalità missionarie di evangelizzazione tra i popoli africani e di lotta contro la schiavitù. La congregazione è costituita da missionari, sacerdoti, fratelli e suore, attualmente attiva anche in altri continenti.


segue l'ultimo capitolo:


* Cap.v - La cristianizzazione dell'Europa

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