IL CLIMA POLITICO ALL'INIZIO DEL 1900



Il 7 maggio SONNINO informa il consiglio dei ministri
( nessun Parlamentare fino allora era a conoscenza delle sue trattative )

che l'ITALIA

si è impegnata ad entrare in guerra a fianco dell'Intesa
(Francia, Inghilterra, Russia)

 

Dopo un lungo dibattito il consiglio approvava la scelta dell'intervento e s'impegnava a dimettersi nel caso di un voto contrario della Camera.
L'8 maggio, il Re (unico a sapere delle trattative di Sonnino) si è impegnato con Inghilterra, Francia e Russia) e si dichiara pronto ad abdicare qualora la Camera bocci l'intervento a fianco dell'Intesa.

Mai, come in questa prima settimana di maggio, fu così attiva la stampa periodica italiana nel difendere il proprio punto di vista. Capitanava lo stuolo non piccolo dei fogli interventisti il battagliero "Popolo d'Italia", cui tenevano dietro l'"Idea Nazionale, il Corriere della Sera, il Secolo, il Mezzogiorno, la riformista Azione socialista, l'Idea democratica, l'Asino del Podrecca e, per non citarne altri, il battagliero "420" del Nerbini di Firenze.


Sosteneva il punto di vista ministeriale il Giornale d'Italia; una politica di vigile attesa caldeggiava la "Nuova Antologia" di MAGGIORINO FERRARIS; portavoce di Giolitti erano, fra gli altri, "La Tribuna e La Stampa; decisamente neutralisti, il "Popolo Romano, l'Avanti !, l'Osservatore romano, la Perseveranza, l'Unità Cattolica, il Mulo, il Bastone, ecc.

Intanto quasi quotidianamente si diffondevano notizie vere o false intorno a visite e colloqui di ministri e diplomatici, di modo che nelle grandi città, specie a Milano, a Genova e a Roma, avvenivano tumultuose dimostrazioni interventiste, antagonistiche a quelle pacifiste.

Una dimostrazione ostile fu fatta la sera del 5 maggio a Giolitti mentre partiva da Torino per raggiungere Roma e non meno ostile fu quella che l'accolse al suo arrivo nella capitale il giorno 6.
Giolitti rientra a Roma dopo un'assenza di tre mesi, e non sa nulla sul patto di Londra firmato pochi giorni prima.

Il giorno 7 l'on. GIOLITTI fu visitato dall'on. CARCANO, mandato da SALANDRA ad esplorare l'animo del deputato di Dronero con l'istruzione però di non rivelargli le stipulazioni del 26 aprile, ma di fargli solo qualche cenno degli impegni personali presi da Salandra e da Sonnino con i Governi dell'Intesa e dei vantaggi che venivano all'Italia da un'azione comune con la Francia, l'Inghilterra e la Russia.
L'on. Giolitti deplorò la denunzia della Triplice, ma, poiché CARCANO non gli parlò delle stipulazioni del 26, Giolitti non mostrò di allarmarsi della situazione.

La mattiná del 9 maggio, Giolitti fu ricevuto dal Re, al quale espose le ragioni contrarie alla guerra e gli assicurò essere avversa all'intervento italiano la maggior parte del Paese e del Parlamento. Richiesto dal Sovrano se non credesse opportuno prendere le redini del Governo, rispose esser meglio lasciare SALANDRA purché questi si conformasse alla volontà del Parlamento. Più tardi l'on. BERTOLINI si recò da Giolitti, gli portò uno schema delle ultime concessioni austriache e lo informò che Salandra desiderava parlargli.


Il colloquio tra gli onorevoli GIOLITTI e SALANDRA si svolse nel pomeriggio dello stesso giorno in casa di quest'ultimo. Un amico del primo, richiesto dal "Giornale d'Italia" sul colloquio, così rispose:
"Ognuno è rimasto nella sua opinione. L'on. Salandra ha spiegato lungamente, anche efficacemente, il suo punto di vista e il punto di vista del Governo: l'on. Giolitti ha ascoltato con vivo interesse e ha riconosciuto che le ragioni, le argomentazioni e i dati di fatto esposti dall'on. Salandra non erano certamente privi di valore, anzi avevano un valore incontestabile; ma ha concluso che, pur tenendo tutto ciò nel debito conto, egli rimaneva nella sua opinione, cioè non si sentiva di poterla mutare; perché al disopra di ogni argomentazione svolta e illustrata dall'on. Salandra, l'ex presidente del Consiglio ha sempre creduto, e crede tuttavia, che la guerra sia un grave pericolo date le condizioni del Paese e possa trasformarsi in un danno anche riuscendo vittoriosa".

I vantaggi della vittoria non avrebbero potuto né riparare i danni, né ristabilire l'equilibrio. Giolitti credeva che la neutralità italiana, sia pure negoziata contro compensi territoriali (quello che in una lettera chiamò il "parecchio" che si sarebbe potuto ottenere dall'Austria) avrebbe potuto abbreviare la durata del conflitto.
Vedeva e fu buon profeta nella prima parte ma cadde in errore nella seconda, non sulle conseguenze della guerra, ma nel credere che queste conseguenze potessero essere evitate prolungando in quel clima la sua felice politica di stare alla finestra a guardare, a fare il consueto gioco riuscito altre volte: lasciare agli altri il "problema" e ritornarsene in campagna.

Giolitti disse inoltre che, prima di ingolfarsi in una guerra, era meglio indagare circa le intenzioni dei neutri e di tentare ancora di accordarsi con l'Austria, le cui ultime concessioni gli sembravano accettabili.
Ma Salandra non si lasciò convincere.
Le concessioni austriache all'Italia rappresentavano l'ultima cartuccia degli Imperi centrali contro gl'interventisti italiani. Furono definitivamente concordate a Roma dal Bulow, da Macchio, da Erzberger e da altri e, con data del 10 maggio, giunsero il mattino dell'11 a Salandra e a Sonnino.

Il testo dello schema delle concessioni era il seguente:
"1°. Tutto il Tirolo che è di nazionalità italiana; (cioè il Trentino)
2°. Tutta la riva occidentale dell'Isonzo, che è di nazionalità italiana, con Gradisca;
3°. Piena autonomia municipale, università italiana e porto-franco per Trieste, che sarà città libera;
4°. La città di Valona in Albania;
5°. Disinteressamento completo dell'Austria in Albania;
6°. Salvaguardia degli interessi nazionali dei sudditi italiani in Austria-Ungheria;
70. Esame benevolo dei voti, che l'Italia mettesse ancora su tutto l'insieme delle questioni, formanti l'oggetto dei negoziati (segnatamente Gorizia e le isole); l'Impero di Germania assume ogni garanzia per l'esecuzione fedele e leale dell'accomodamento da concludersi fra l'Italia e l'Austria-Ungheria. L'ambasciatore d'Austria-Ungheria e l'ambasciatore di Germania garantiscono l'autenticità delle proposte summenzionate".

Poche ore dopo, con una lettera, il principe di BULOW precisava alcuni punti dello schema, dicendo che Trieste avrebbe ricevuto il titolo di libera Città imperiale, che il suo statuto municipale sarebbe stato rivisto, che avrebbe mantenuta la sua autonomia attuale, assicurando il carattere italiano e allargata la zona franca; che sarebbe riconosciuta la piena sovranità italiana su Valona e suo hinterland; che sarebbero benevolmente esaminati i voti italiani per Gorizia e le isole adriatiche e, infine, che l'Austria Ungheria avrebbe rinunciato a reclamare contro l'occupazione italiana del Dodecaneso.

Ma queste concessioni giunsero tardive e inoltre non erano accompagnate dall'assicurazione dell'immediata esecuzione. I ministri, riunitisi quel giorno stesso, le respinsero e decisero di dimettersi se il neutralismo trionfava. E a farlo trionfare si dava da fare GIOLITTI, sicuro di avere con sé oltre che la maggioranza della Camera anche quella del Paese.
Ma la parte attiva del Paese, quella che in ogni circostanza sa imporre la propria volontà, non era con l'ex-presidente del Consiglio, un po' germanofilo e molto neutralista; il Paese si agitava per far trionfar la sua tesi interventista che non era la tesi della Camera, quasi interamente neutralista. Né poteva essere diversamente; Giolitti aveva dato fisionomia ai singoli deputati, e questi non erano abituati a modificare le loro personali opinioni secondo il giudizio e i sentimenti dei loro elettori che li avevano mandati alla Camera alle elezioni del 1913 che però non si erano fatte sul tema della pace o della guerra. Quindi tra il 1914 e il 1915 era dunque fatale che si determinasse una frattura tra la Camera e l'opinione pubblica e che, inoltre cominciassero a prevalere, in quest'ultima, le simpatie per l'Intesa e sempre più antipatia per la Triplice
.

La sera dell'11 maggio gl'interventisti milanesi inscenavano una violenta dimostrazione e andavano a fischiare sotto il consolato germanico, facevano abbassare le insegne di negozi tedeschi, fra cui una birreria di via Dogana, dalla cui soglia FILIPPO CORRIDONI arringava i dimostranti; poi si recarono sotto le finestre del "Corriere della Sera" ad applaudirlo e lì pronunciarono brevi discorsi GASPAROTTO, AGNELLI, GUGLIELMO FERRERO e LUZZATTO, poi si diressero sotto quelle del "Popolo d' Italia", il cui direttore BENITO MUSSOLINI non si fece proprio pregare per arringare la folla:
"Io condivido pienamente la vostra indignazione profonda per le notizie pervenute da Roma. Sembra che, complice Giovanni Giolitti, si mercanteggi nel modo più abbietto l'avvenire d'Italia. Cittadini! Permetteremo noi che il turpe mercato si compia?... Permetteremo che -secondo le notizie che giungono da Roma, -si riesca a rovesciare il ministero Salandra ed evitare l'intervento, che solo può compiere i destini d'Italia? Cittadini!... Se l'Italia non avrà la guerra alla frontiera, essa avrà fatalmente, inevitabilmente la guerra interna! E la guerra civile vuol dire la rivoluzione. Cittadini ! Gridiamo ancora una volta qui: Viva la guerra liberatrice !".

Nel tardo pomeriggio, migliaia di persone con bandiera, dopo un'arringa di ARTURO LABRIOLA, dal corso Umberto si recavano in via del Tritone elevando grida ostili all'indirizzo di negozi tedeschi e giornali neutralisti, quindi andavano a fare un'entusiastica dimostrazione sotto la casa dell'on. SALANDRA, tentavano di recarsi sotto l'abitazione dell'on. GIOLITTI e, dopo avere applaudito sotto le finestre di SONNINO e fischiato sotto l'ambasciata d'Austria, si scioglievano.

GIOLITTI CHIAMATO "NEMICO DELLA PATRIA"
LA LETTERA A MALAGODI

Quella sera stessa, i rappresentanti di tutte le associazioni politiche di Roma sostenitrici dell'intervento, riunitisi in assemblea, deliberavano di costituirsi in Comitato di azione ed approvavano il seguente ordine del giorno :

"I rappresentanti di tutti i partiti interventisti romani e dei profughi irredenti, riconfermando il proposito di ispirarsi ad un'azione concorde in difesa dei supremi interessi délla Nazione, plaudono all'energico contegno tenuto dal Governo responsabile di fronte alle insidiose trattative con gli ambasciatori austro-tedeschi, aiutati da una fazione di politicanti che sacrificano a miserabili tornaconti di clientele le stesse ragioni di esistenza del proprio Paese; additano al risentimento di tutti gli italiani l'uomo che tali clientele impersona e protegge, responsabile ieri della disorganizzazione dell'esercito nazionale, colpevole oggi di illecite inframmettenze e di perfide pressioni sui poteri responsabili; dichiarano Giovanni Giolitti complice dello straniero e nemico della Patria; e, fidando che il governo ed il popolo sapranno "con ogni mezzo" tutelare l'onore e assicurare le fortune d' Italia, invitano i cittadini di Roma a riconsacrare davanti al Poeta dei Mille la passione dei padri con la nuova guerra liberatrice e redentrice dei figli".

Contro quest'ordine del giorno, protestava il giorno dopo Giolitti con una lettera "al caro MALAGODI", direttore della "Tribuna:
"Leggo in un giornale di Roma che in una riunione tenuta nella sede del Partito socialista riformista sono stato dichiarato nemico della Patria, perché colpevole di illecite ingerenze e di perfide pressioni sui poteri responsabili, tutto ciò perché - "neppure, di mia iniziativa, ma chiamato" - ho espresso, come era mio stretto dovere, un'opinione conforme alle mie convinzioni e coerente con le opinioni già manifestate e in un discorso parlamentare e nella pubblica stampa. È inesplicabile come partiti che professano principi di ampia libertà abbiamo così poco rispetto per le opinioni altrui"
.

Con le parole "neppure di mia iniziativa, ma chiamato" Giolitti alludeva al Re, che, infatti, l'aveva invitato a Roma il 5 maggio, in seguito ad una grave comunicazione fatta dall'on. FERRI, al suo aiutante di campo generale, BRUSATI.

 

G. D'ANNUNZIO A ROMA - IL SUO DISCORSO AI ROMANI

La sera dello stesso 12 maggio giungeva a Roma GABRIELE D'ANNUNZIO, accolto da molte migliaia di persone, alle quali dal balcone dell'Hotel Regina così arringava la folla:

"Romani, Italiani, fratelli di fede e d'ansia, amici miei nuovi e compagni miei d'un tempo, non a me questo saluto d'ardente gentilezza, di generoso riconoscimento. Non me che ritorno voi salutate, io lo so, ma lo spirito che mi conduce, ma l'amore che mi possiede, ma l'idea che io servo. Il vostro grido mi sorpassa, va più alto. Io vi porto il messaggio di Quarto, che non è se non un messaggio romano alla Roma di Villa Spada e del Vascello.
Dalle mura Aureliane stasera la luce non s' è partita, non si parte. Il chiarore s'indugia a San Pancrazio. Or è sessantasei anni (contrapponiamo la gloria all'onta) in questo giorno, il Duce di uomini riconduceva da Palestrina in Roma la sua Legione predestinata ai miracoli di giugno. Or è cinquantacinque anni (contrapponiamo l'eroismo alla pusillanimità), in questa sera, in quest'ora stessa, i Mille, in marcia da Marsala verso Salemi, sostavano; e a pie' dei lor fasci d'armi mangiavano il loro pane e in silenzio s'addormentavano.
Avevano in cuore le stelle e la parola del Duce, che è pur viva e imperiosa oggi a noi: "Se saremo tutti uniti, sarà facile il nostro assunto. Dunque all'armi !".

Era il proclama di Marsala; e diceva ancora, con rude minaccia:
" "Chi non s'arma è un vile o un traditore".
Non stamperebbe dell'uno e dell'altro marchio, Egli il Liberatore, se discendere potesse dal Gianicolo alla bassura, non infamerebbe Egli così quanti oggi in palese o in segreto lavorano a disarmare l'Italia, a svergognare la Patria, a ricacciarla nella condizione servile, a rinchiodarla su la sua croce, o a lasciarla agonizzare in quel suo letto che già talvolta ci parve una sepoltura senza coperchio
C' è chi mette cinquant'anni a morire nel suo letto. C' è chi mette cinquant'anni a compiere nel suo letto il suo disfacimento. È possibile che noi lasciamo imporre dagli stranieri di dentro e di fuori, dai nemici domestici e intrusi, questo genere di morte alla nazione che ieri, con un fremito di potenza, sollevò sopra il suo mare il simulacro del suo più fiero mito, la statua della sua volontà romana, o cittadini?
Come ieri l'orgoglio d'Italia era tutto volto a Roma, così oggi a Roma è volta l'angoscia d'Italia, che da tre giorni non so che odore di tradimento ricomincia a soffocarci.
No, noi non siamo, noi non vogliamo essere un museo, un albergo, una villeggiatura, un orizzonte ridipinto col blu di Prussia per le lune di miele internazionali, un mercato dilettoso ove si compra e si vende, si froda e si baratta.
Il nostro Genio ci chiama a porre la nostra impronta su la materia rifusa e confusa del nuovo mondo. Ripassa nel nostro cielo quel soffio che spira nelle terzine prodigiose in cui Dante rappresenta il volo dell'aquila romana, o cittadini, il volo dell'aquila vostra.
Che la forza e lo sdegno di Roma rovescino alfine i banchi dei barattieri e dei falsari. Che Roma ritrovi nel Foro l'ardimento cesariano. "II dado è tratto". Gettato è il dado su la rossa tavola della terra.
Il fuoco di Vesta, o Romani, io lo vidi ieri ardere nelle grandi acciaierie liguri,
nelle fucine che vampeggiano di giorno e di notte, senza tregua. L'acqua di Giuturna, o Romani, io la vidi ieri colare a temprar piastre, a raffreddar le frese che lavorano l'anima dei cannoni.
L'Italia s'arma, e non per la parata burlesca ma pel combattimento severo. Ode da troppo tempo il lagno di chi laggiù oggi soffre la fame del corpo, la fame dell'anima, lo stupro obbrobrioso, tutti gli strazi.
Calpesta dal barbaro atroce, o madre che dormi, ti chiama una figlia che gronda di sangue.
Or è cinquantacinque anni, in questa sera, in quest'ora stessa, i Mille s'addormentavano per risvegliarsi all'alba e per andare avanti, sempre avanti, non contro il destino, ma verso il destino, che ai puri occhi loro faceva con la luce una sola bellezza.

Si risvegli Roma domani nel sole della sua necessità, e getti il grido del suo diritto, il grido della sua giustizia, il grido della sua rivendicazione, che tutta la terra attende, collegata contro la barbarie.
Dov' è la Vittoria ? chiedeva il poeta giovinetto caduto sotto le vostre mura, mentre anelava di poter morire su l'alpe orientale, in faccia all'Austriaco.
O giovinezza di Roma, credi in ciò che ei credette; credi, sopra tutto e sopra tutti, contro tutti e contro tutto, che veramente Iddio creò schiava di Roma la Vittoria.
Com' è romano forti cose operare e patire, così è romano vincere e vivere nella vita eterna della Patria.
Spazzate dunque, spazzate tutte le lordure, ricacciate nella Cloaca tutte le putredini !
Viva Roma senza onta! Viva la grande e pura Italia!".
Il giorno 13 getta altra benzina sul latente fuoco delle frustrazioni, dell'impotenza sociale e politica, affidando agli ascoltatori un ruolo di potere, di giustizieri, di salvatori della patria, di eroi, eroi che debbono scagliarsi contro il "mestatore" Giolitti, colui che vuol venderli all'Austria "come greggia infetta": "Non ossi, non tozzi, non cenci, non baratti, non truffe. Basta! Rovesciate i banchi, spezzate le false bilance! Stanotte pesa su noi il fato romano; stanotte su noi pesa la legge romana... Le nostre sorti non si misurano con la spanna del merciaio, ma con la spada lunga. Però col bastone e col ceffone, con la pedata e col pugno si misurano i manutengoli e i mezzani, i leccapiatti e i leccazampe dell'ex-cancelliere tedesco che sopra un colle quirite fa il grosso Giove trasformandosi a volta a volta in bue terreno e in pioggia d'oro. Codesto servidorame di bassa mano teme i colpi, ha paura delle busse, ha spavento del castigo corporale. Io ve li raccomando. Vorrei poter dire: io ve li consegno. I più maneschi di voi saranno della città e della salute pubblica i benemeritissimi. Formatevi in drappelli, formatevi in pattuglie civiche; e fate la ronda, ponetevi alla posta, per pigliarli, per catturarli. Non una folla urlante, ma siate una milizia vigilante".

Nell'edizione del giorno dopo "L'Idea Nazionale" (quotidiano romano portavoce degli interessi che puntavano al protezionismo industriale e al nazionalismo economico, contrapponendosi al sistema liberistico) spara un violento articolo di fondo, titolando "Il Parlamento contro l'Italia". Eccone uno stralcio:

"II Parlamento è Giolitti; Giolitti è il Parlamento: il binomio della nostra vergogna. Questa è la vecchia Italia, la vecchia Italia che ignora la nuova, la vera, la sacra Italia risorgente nella storia e nell'avvenire... L'ignora appunto perché è il Parlamento. Parlamento, cioè la falsificazione della nazione... L'urto è mortale. O il Parlamento abbatterà la Nazione e riprenderà sul santo corpo palpitante di Lei il suo mestiere di lenone per prostituirla ancora allo straniero, o la Nazione rovescerà il Parlamento, spezzerà i banchi dei barattieri, purificherà col ferro e col fuoco le alcove dei ruffiani; e in faccia al mondo che aspetta proclamerà la volontà della sua vita, la moralità della sua vita, la bellezza augusta della sua vita immortale".

DIMISSIONI DEL GABINETTO SALANDRA

Il giorno dopo la minacciosa manifestazione ostile a GIOLITTI, più di 320 deputati e circa 100 senatori, lasciarono il loro biglietto da visita nella portineria della casa di Giolitti, per sottolineare pubblicamente la loro adesione alla linea neutralista, e a testimoniare il loro dissenso dalla politica regia.

Che significato bisognava darle? SALANDRA interpretò quella manifestazione come una indicazione degli umori della maggioranza. Ma non dimentichiamo che quei "trecento" formavano la stessa maggioranza sulla quale si fondava il ministero Salandra, e lui stesso era di origine giolittiana. Oltre la sua onestà ed eleganza (ma disse anche che il problema era superiore alle sue forze) , siamo più che certi che tutti i parlamentari si associarono a Salandra, quando lui volle mettersi da parte e indicò GIOLITTI come l'uomo adatto a risolvere la crisi.

Il giorno dopo, il 13 maggio, un comunicato ufficiale della Stefani gettava nella costernazione gli interventisti e faceva gioire i sostenitori della neutralità: il Gabinetto Salandra si era dimesso. Il comunicato diceva:
"Il Consiglio dei ministri, considerando che intorno alle direttive del Governo nella politica internazionale manca il concorde consenso dei partiti costituzionali che sarebbe richiesto dalla gravità della situazione, ha deliberato di presentare a S. M. il Re le proprie dimissioni. S. M. il Re si è riservato di deliberare".

Vittorio Emanuele III, questa volta aveva un grosso problema: chiamare Giolitti, l'abilissimo manovratore che sapeva sempre rivestire di consenso parlamentare la sua politica personale, oppure respingere le dimissioni di Salandra?

E se Giolitti era abile nella strategia parlamentare, il Re non era da meno e poteva anzi dagli dei punti. Infatti, il Re non perse tempo. La crisi era extraparlamentare. E poiché Giolitti rifiutava l'incarico, suggerendo però MARCORA o CARCANO, ed era una soluzione che mancava di chiarezza e, diciamolo pure, di onestà politica, il sovrano -come vedremo nel prossimo capitolo- respinse le dimissioni di Salandra, rimandandolo alle Camere.

E - colpo di scena- i 300 e più di Giolitti che dovevano assumersi la responsabilità di liquidare la politica interventista,
votarono poi tutto quello che il Ministero Salandra chiese.

E la Guerra fu dichiarata (però alla sola Austria, il che dispiacque ai nuovi alleati) nell'entusiasmo generale del Paese e nella costernazione della classe dirigente, che aveva votato bianco pensando a nero e che con questa menzogna aveva firmato la propria condanna a morte.
Su questo "entusiasmo", nel dopoguerra poi lo stesso Salandra ammise che...
"la maggioranza degli italiani, nel 1915, era contraria all'intervento".

Giolitti insomma non assunse un atteggiamento politico coraggioso. Eppure - se fosse stato convinto della necessità di mantenere l'Italia al di fuori del conflitto- controllando i suoi "trecento e più" della maggioranza, poteva in qualsiasi momento riprendere il potere, e opporre in sede opportuna il suo giudizio a quello del Re; anche se ormai la corona segretissimamente con Sonnino si era impegnata a Londra; ma del patto segretissimo Giolitti non sapeva nulla, nè fu mai informato cosa conteneva.

Coraggioso o no, la non belligeranza proposta dall'Austria e sostenuta fino all'ultimo dal Giolitti, sarebbe stata la soluzione più saggia; INFATTI a guerra finita (vittoriosa ma con uno spaventoso bilancio fallimentare) l'Italia ottenne poco più di quanto non avesse già offerto l'Austria in questi ultimi mesi della neutralità italiana.

Con la differenza che furono chiamati alle armi 5 milioni di italiani, che sul campo ne rimasero morti 600.000, che costò fra spese e... debiti (per 70 anni, fino al 1988) 148 miliardi di lire, pari al doppio di tutta la spesa pubblica del Regno Unito d'Italia... dal 1861 al 1913 ! ! !!!

Questa catastrofe sta per cominciare proprio ora, nelle "radiose giornate di maggio"...


"Anziché rifiutare la guerra -sosteneva Amendola - è necessario ricondurla alla sua matrice spirituale, che è la stessa delle più alte manifestazioni dell'intelletto umano".
(da notare che il 70% degli uomini mandati al massacro erano "tanti contadini", analfabeti)

…1915 "maggio radioso",
verso la fine della neutralità dell'Italia

 

GRANDE GUERRA - LA VIGILIA - LE ESALTAZIONE - I PIENI POTERI
LE DIMOSTRAZIONI INTERVENTISTE DOPO LE DIMISSIONI DEL GABINETTO SALANDRA - VIOLENTO DISCORSO DI G. D'ANNUNZIO A ROMA - IL 13 MAGGIO A MILANO -
L'ON. GIOLITTI ACCUSATO DI ALTO TRADIMENTO - IL MINISTERO SALANDRA RICONFERMATO IN CARICA - LE MANIFESTAZIONI DI GIUBILO - UN DISCORSO DI G. D'ANNUNZIO E UN ARTICOLO DI BENITO MUSSOLINI - G. D'ANNUNZIO PARLA DAL CAMPIDOGLIO AI ROMANI - LE ULTIME SPERANZE AUSTRO-GERMANICHE - IL "LIBRO VERDE" - LA STORICA SEDUTA DEL 20 MAGGIO ALLA CAMERA: IL DISCORSO DELL'ON. SALANDRA; IL DISEGNO DI LEGGE SUI PIENI POTERI AL GOVERNO.
---------------------------------------------------------------------------------------
-
LE DIMOSTRAZIONI INTERVENTISTE

A Roma le manifestazioni interventiste contro GIOLITTI, fin dal giorno del suo arrivo (era rientrato nella capitale dopo tre mesi di assenza, proponendo di liberare l'Italia dagli impegni con l'intesa, e chiesto al Parlamento di votare la ripresa delle trattative con l'Austria, che aveva promesso nuove proposte) erano dimostrazioni piuttosto violente; questi atti indignarono molti deputati e senatori; la stessa sera, 320 onorevoli e circa 100 senatori, vollero pubblicamente sottolineare la loro adesione alla linea giolittiana neutralista, lasciando a casa di Giolitti il proprio biglietto da visita per rimarcare pubblicamente la loro partecipazione, che era poi quella neutralista.

Sull'onda di questa manifestazione dei propri colleghi, SALANDRA non tardò a capire il significato e interpretò quelle espressioni dirette all'uomo di Dronero, come un'indicazione degli umori della maggioranza. Quindi deciso a farsi da parte e cedere il comando.
Il giorno dopo, il 13 maggio, un comunicato ufficiale della Stefani annunciava le dimissioni di Salandra, e gettavano nella costernazione gli interventisti e facevano gioire i sostenitori della neutralità.

La costernazione prodotta fra gli interventisti dall'annuncio delle dimissioni del Gabinetto SALANDRA durò però pochissimo, perché fuori del Parlamento (ma anche in molte città italiane) ci fu una durissima reazione degli interventisti, con i tumulti che montavano e preoccupavano il sovrano. Molti avevano ormai capito che quella maggioranza -che era quasi tutta giolittiana, avrebbe richiamato al governo lo "sdrammatizzatore", il "neutralista", non proprio filo-austriaco, ma comunque filo-germanico.
Infatti, quasi tutti i deputati si associarono all'onesto Salandra che si faceva da parte, e nell'indicare Giolitti come l'uomo adatto a risolvere la brutta crisi. Senonché, GIOLITTI rifiutò e suggerì di farlo formare da MARCORA o CARCANO.
Le sue ragioni furono queste: se la successione di Salandra l'avesse presa lui, il passaggio da un interventista dichiarato ad un neutralista non meno dichiarato, avrebbe indotto gli Imperi Centrali ad irrigidirsi, e le trattative (che erano in corso, per una concertata soluzione, almeno così sembravano) si sarebbero concluse in un totale fallimento. Carcano o Marcora, pur essendo pure loro giolittiani, avrebbero condotto le trattative con maggiore duttilità e realismo, perché pure loro capaci -affermava Giolitti- di dichiarare guerra, se questo fosse stato necessario.

La giustificazione e quindi la soluzione di Giolitti per molti, e al Re stesso, non era però molto chiara, inoltre alcuni pensarono che Giolitti faceva il consueto gioco; passare ad altri la "patata bollente", poi finita la bufera, in un modo o in un altro risorgere.

Ma questa volta ad essere più realista e abile non fu Giolitti, ma il suo compare di sempre, il Re; che ebbe una visione più vasta del suo -fino allora- prediletto uomo politico.
Vittorio Emanuele non guardava solo all'interno (lotta tra interventisti e neutralisti) perché la crisi questa volta era esterna ed era internazionale. Lo scontro era tra le nazioni dell'Intesa e l'Impero Centrale. Due mezze Europa, ognuna decisa a farne una sola.

Dopo le speranze che sarebbe stata una "guerra breve", questa ormai dopo pochi mesi appariva già una "guerra di logoramento", una guerra ad "oltranza".

In questo scontro c'erano per l'Italia (e quindi per il Re) due grosse trappole. La prima: se la neutralità dell'Italia avesse abbreviato il conflitto a vantaggio della Germania e dell'Austria, quale sarebbe stata poi la sorte definitiva dell'Italia?
La loro vittoria sarebbe stata il trionfo di quelle forze conservatrici contro le quali l'Italia si era formata. Non c'era da illudersi sulla sorte dell'Italia se in Europa si fosse stabilita l'egemonia della forza germanica. Perché era chiaro che dopo la vittoria (quindi anche Francesco Giuseppe s'illudeva) l'impero germanico avrebbe ereditato e potenziato (e sicuramente spazzato via a Vienna ) l'imperialismo asburgico. E chi avrebbe poi fermato i tedeschi nel Trentino o sull'Isonzo?

(((((( in una situazione simile - ricordiamolo sempre - si trovò poi MUSSOLINI nel 1940 - se (dopo anche lui dopo 1 anno di "Neutralità") non si alleava ed entrava in guerra con Hitler, dopo la sua marcia vittoriosa in Francia chi l'avrebbe fermato Hitler? sarebbe sceso non solo dal Brennero sulla Pianura Padana Veneta, ma dal confine francese (ormai suo!!) avrebbe invaso anche la Pianura Padana piemontese e Lombarda)))))).

Nel grande programma di Nauman (lui a dare quella definizione rimasta classica "Mitteleuropa") nella sua concezione "democratica", si sarebbe dovuto metter fine alla separazione dell'Austria dalla Germania, tutta l'Austria e Ungheria sarebbe entrata a far parte dello Stato nazionale tedesco; la supremazia economica e culturale tedesca si sarebbe estesa fino a Costantinopoli e forse anche oltre con l'impero zarista smembrato; forse esteso fino al Caucaso ed al Golfo Persico.

Insomma il rischio più grande era quello di una vittoria degli Imperi Centrali. Quindi l'Italia "doveva" "combattere" per impedire la vittoria degli Imperi Centrali.

Seconda trappola: da scartare totalmente l'idea di schierarsi con gli Imperi Centrali; nonostante la Triplice Alleanza (che andava bene solo in tempo di pace e di quiete - e che V.E. III, dopo averla ereditata, aveva sempre guardato con diffidenza) una guerra italiana a fianco degli Austriaci sarebbe partita impopolare, avrebbe smentito tutta la tradizione del Risorgimento, stracciato tutta la memorialistica garibaldina, cancellato la retorica divulgativa scolastica, spento i giovanili entusiasmi.
E teniamo presente che erano proprio queste immagini avventurose ed eroiche delle guerre ottocentesche, che alimentavano i giovani irredentisti, gli interventisti (i giovani universitari a Padova gridavano "Viva la guerra!!), ed infine gli intellettuali che su quelle immagini risorgimentali si gettarono con slancio per ritemprare le energie spirituali delle nuove generazioni (Come, in abbondanza -abbiamo letto e leggeremo qui ancora- stava facendo Gabriele D'Annunzio).

Oltre il Re, c'era un altro - e con molto anticipo- ad aver capito cosa questa volta c'era in gioco. Lo aveva capito fin dal primo annuncio dell'attentato a Sarajevo e del Memorandum austriaco.
Era BENITO MUSSOLINI, che in vacanza a Cattolica rientrò precipitosamente al giornale. In una intervista a Michele Campana alla domanda se anche i socialisti tedeschi si sarebbero affiancati all'imperatore: "Non ne ho il minimo dubbio. L'Internazionale socialista verrà rotta... Non creiamoci illusioni. Gli Imperi centrali mirano attraverso la Serbia a colpire l'Inghilterra e la Francia. La guerra europea è inevitabile, e la Francia ne sarà la prima vittima, se i popoli più civili non si metteranno insieme per salvarla. La sconfitta della Francia sarebbe un colpo mortale per la libertà in Europa". (P.Monelli, Mussolini Piccolo borghese, Vallardi, 1983)
(INVECE I SOCIALISTI IN ITALIA REMARONO CONTRO RISPETTO AI LORO COLLEGHI TEDESCHI )

 

VIOLENTO DISCORSO DI G. ANNUNZIO A ROMA
IL 13 MAGGIO A MILANO -
L'ON. GIOLITTI ACCUSATO DI ALTO TRADIMENTO


Lo stesso 13 maggio, a Roma, i dimostranti dopo avere invano tentato di portarsi a Villa Malta, residenza di BULOW, andarono ad acclamare Gabriele d'Annunzio, che tenne loro un discorso violentissimo:
contro il "mestatore di Dronero"; eccone il testo integrale:

"Compagni, non è più tempo di parlare ma di fare; non è più tempo di concioni ma di azioni, e di azioni romane. Se considerato è come crimine l'incitare alla violenza i cittadini, io mi vanterò di questo crimine, io lo prenderò sopra me solo. Se invece di allarmi io potessi armi gettare ai risoluti, non esiterei: né mi parrebbe di averne rimordimento (rimorso - Ndr). Ogni eccesso della forza è lecito, se vale ad impedire che la Patria si perda. Voi dovete impedire che un pugno di ruffiani e di frodatori riesca ad imbrattare e a perdere l'Italia. Tutte le azioni necessarie assolve le legge di Roma.
Ascoltatemi: Intendetemi. Il tradimento è oggi manifesto. Non ne respiriamo soltanto l'orribile odore, ma ne sentiamo già tutto il peso obbrobrioso. Il tradimento si compie in Roma, nella città dell'anima, nella città di vita ! Nella Roma vostra si tenta di strangolare la Patria con un capestro prussiano maneggiato da quel vecchio boia labbrone le cui calcagna di fuggiasco sanno la via di Berlino. In Roma si compie l'assassinio. E se io sono il primo a gridarlo, e se io sono il solo, di questo coraggio voi mi terrete conto domani ....
Udite! Noi siamo sul punto d'esser venduti come una greggia infetta. Su la nostra dignità umana, su la dignità di ognuno, su la fronte di ognuno, su la mia, su la vostra, su quella dei vostri figli, su quella dei non nati, sta la minaccia d'un marchio servile".

"Chiamarsi italiano sarà nome di rossore, nome da nascondere, nome da averne bruciate le labbra ....
"Questo vuol far di noi il mestatore di Dronero, intruglio osceno, contro il quale un gentiluomo di chiarissimo sangue romano, Onorato Caetani, or è molt'anni, scoccò un epigramma crudele .... Questo vuol fare di noi quell'altro ansimante leccatore di sudici piedi prussiani, che abita qui presso; contro il quale la lapidazione e l'arsione, subito deliberate e attuate, sarebbero assai lieve castigo.
Questo di noi vuol fare la loro seguace canaglia. Questo non faranno. Voi me ne state mallevadori, Romani. Giuriamo, giurate che non preverranno.
"Il vostro sangue grida. La vostra ribellione rugge. Finalmente voi vi ricordate della vostra origine. La storia vostra si fece forse nelle botteghe dei rigattieri e dei cenciaiuoli? Le bilance della vostra giustizia crollavano forse dalla banda ov'era posto un tozzo da maciullare, un osso da rodere? Il vostro Campidoglio era forse un banco di barattatori e di truffardi La gloria? vi s'affaccendava e ciangottava da rivendugliola?
Non ossi, non tozzi, non cenci, non baratti; non truffe. Basta! Rovesciate i banchi! Spezzate le false bilance! Stanotte su noi pesa il fato romano; stanotte su noi pesa la legge romana. Accettiamo il fato, accettiamo la legge.

"Imponiamo il fato, imponiamo la legge!
Le nostre sorti non si misurano con la spanna del merciaio, ma con la spada lunga. Però con bastone e col ceffone, con la pedata e col pugno si misurano i manutengoli e i mezzani, i leccapiatti e i leccazampe dell'ex-cancelliere tedesco che sopra un colle quirite fa il grosso Giove trasformandosi a volta a volta in bue tenero e in pioggia d'oro. Codesto servidorame di bassa mano teme i colpi, ha paura delle busse, ha spavento del castigo corporale. Io ve li raccomando. Vorrei poter dire: io ve li consegno. I più maneschi di voi saranno della città e della salute pubblica benemeritissimi.
Formatevi in drappelli, formatevi in pattuglie civiche; e fate la ronda, ponetevi alla posta per catturarli. Non una folla urlante, ma siate una milizia vigilante. Questo vi chiedo. Questo è necessario. È necessario che non sia consumato in Roma l'assassinio della Patria. Voi me ne state mallevadori, o Romani. Viva Roma Vendicatrice !".

 

A Milano, quel giorno stesso, la folla dei dimostranti, arringata da RICCARDO LUZZATTO acclamava questo ordine del giorno:

"Il popolo di Milano .... ricorda al Governo investito della fiducia del Paese che una debolezza di fronte alle inframmettenze incostituzionali dei nemici della Patria lo renderebbe partecipe del tradimento; e chiede che la guerra nazionale venga senza indugio dichiarata dal Capo dello Stato interprete della volontà del popolo".

Le dimostrazioni a Milano continuarono tutto il giorno e terminarono la sera del 13 con un tragico bilancio un morto, l'operaio Gadda, e una ventina di feriti.
La giornata del 13 si chiudeva a Roma con la riunione dei rappresentanti di tutti i partiti interventisti e l'acclamazione di questo ordine del giorno:
"L'assemblea unanime conferma il proposito di manifestare contro, qualunque sia per essere, il nuovo Ministero, e indipendentemente dal fatto costituzionale della crisi, la volontà nazionale della guerra contro gli Imperi centrali e di non permettere a nessun costo che rappresentino e governino l'Italia uomini venduti allo straniero e traditori della Patria".

Continuarono nei giorni successivi a fioccare gli ordini del giorno favorevoli all'intervento e al Ministero e continuarono le dimostrazioni in tutte le città d'Italia. A Genova un messaggio di'Annunzio infiammava gli animi e a Roma la sera del 14 lo spettacolo teatrale al Costanzi si mutava in comizio, dove il Poeta aveva parole roventi contro GIOLITTI, che accusava di...
"…essere in commercio con lo straniero, in servizio dello straniero, per avvilire, per asservire, per disonorare l'Italia a vantaggio dello straniero", che chiamava capo dei malfattori, la cui anima non era "se non non una gelida menzogna articolata di pieghevoli astuzie", traditore del Re e della Patria", …
"Sarà- terminava d'Annunzio - il Parlamento d'Italia riaperto il 20 di maggio?
Il 20 di maggio è l'anniversario della portentosa marcia garibaldina sul Parco. Celebriamolo sbarrando l'ingresso agli sguatteri di Villa Malta e ricacciandoli verso il loro dolciastro padrone. Nel Parlamento italiano gli uomini liberi, senza laide mescolanze, proclameranno la libertà e l'integrazione della Patria".

Questo discorso veniva ad accrescere, se pur ve n'era bisogno, l'eccitazione degli animi alla fine di una giornata di dimostrazioni di tumulti e di tafferugli, fra cui degni di nota quelli svoltisi in piazza Montecitorio, contro il palazzo della Camera, che fu assalito e invaso da un forte gruppo di dimostranti.
Il 15 altre dimostrazioni e la pubblicazione di un manifesto dei "Fasci interventisti" che accusavano l'on. Giolitti di alto tradimento, lo indicavano al disprezzo e alla vendetta pubblica e inneggiavano all'Italia e alla Guerra.

IL MINISTERO SALANDRA RICONFERMATO IN CARICA
LE MANIFESTAZIONI DI GIUBILO
UN DISCORSO DI G. D'ANNUNZIO

...... E UN ARTICOLO DI BENITO MUSSOLINI


E intanto si diffondeva la voce che il Re volesse ridare l'incarico a SALANDRA di formare il ministero. Lo affermava alla folla, la sera del 15 maggio a Milano FILIPPO CORRIDONI:

"Cittadini, par proprio che il Re si sia rivolto ancora a Salandra per ricostituire il Ministero che ci porterà alla Guerra. Però non bisogna disarmare. È bene ricordare la responsabilità di coloro che volevano tradire la nostra nobile Nazione, la quale, se si salva, lo deve al popolo. SONNINO e SALANDRA, due conservatori, avevano condotto con mano maestra la barca della Nazione e ci avevano portato verso il momento supremo. Ricordate che Sonnino aveva già denunciato il patto della "Triplice Alleanza" e stretto quello di fraternità con la "Triplice Intesa". Scalzando Sonnino e Salandra non solo si mettevano alla porta due uomini onesti, non solo si tradiva la Nazione, ma si tradivano anche le nazioni alleate. Per fortuna l'insurrezione è stata immediata. Uomini di tutte le fedi si sono dichiarati pronti a ribellarsi. Ed il monito è stato compreso. Adesso speriamo, ma vigiliamo".

La notizia data dal CORRIDONI era vera. Il Re aveva pregato Giolitti prima e dietro suo suggerimento Marcora, Carcano e Boselli poi, di accettare l'incarico di formare il ministero, ma tutti si erano rifiutati. Il giorno 16 Vittorio Emanuele III, riconfermava in carica il Gabinetto SALANDRA.

Indescrivibili furono le dimostrazioni di giubilo da parte degli interventisti. La sera stessa del 16 maggio all'Associazione Artistica Internazionale, tennero discorsi applauditissimi JEAN CARRÈRE e GABRIELE D'ANNUNZIO, che concluse il suo dire così:
"Prima di domani la notte occupi i fori e gli archi, splendendo ancora sul Quirinale i due cavalier gemelli, i due giovani combattenti di Regillo, auguriamo che cessino gl'indugi estenuanti auguriamo che la parola della risoluzione estrema sia detta, auguriamo il più lungo volo alla vittoria latina".

La mattina del 17 il Popolo d'Italia pubblicava questo articolo di Benito Mussolini, intitolato "Vittoria", che riportiamo integralmente:

"La terribile settimana di passione dell'Italia, si è chiusa con la vittoria del Popolo. I nostri cuori che erano irrigiditi nello spasimo della delusione e dell'esasperazione, riprendono il loro ritmo gagliardo; le nuvole basse della mefitica palude parlamentare sono dileguate dinanzi al ciclone che prorompeva dalle piazze. Non si hanno più notizie del cav. Giolitti. E' forse fuggito ancora una volta a Berlino? Anche il giolittismo versa in condizioni disperate. È latitante. I suoi partigiani scivolano via e tacciono. Per quanto cinici la lezione ha giovato loro. Hanno capito. Ipnotizzati dal Parlamento, questi fedeli del Senusso di Cavour racchiudevano il mondo e l'Italia nei confini di Montecitorio.

"L'irruzione dei cittadini romani nei sacri recinti della Camera è un segno dei tempi. Si deve al puro caso se oggi Montecitorio non è un mucchio di macerie nere. Ma si deve al popolo italiano se oggi l'Italia non è al livello della Grecia e della Turchia. Forse, senza la grandiosa, magnifica insurrezione delle moltitudini, sarebbe giunta in porto la giolittiana navicella del "parecchio" pilotata da Bulow, con le ciurme dei socialisti sudekumizzati; ma il Popolo l'ha silurata e la navicella carica di tutte le immondizie italiche è precipitata in fondo al mare delle assurdità. Ora si respira. L'orizzonte è sgombro e sulla cima estrema vi fiammeggia la volontà dell'Italia. Volontà di guerra. L'ha dichiarata il popolo al disopra della mandria parlamentare. Il Re ha inteso. La guerra c' è."La dichiarazione ufficiale di guerra consacrerà uno stato di fatto. Il popolo italiano si sente già in guerra contro gli austro-tedeschi. È compreso della solennità del momento. In questa settimana si è purificato. Molte scorie sono cadute. Sul corpo della Nazione si erano annidati parassiti di specie diverse: giolittiani, clericali, socialisti. Ma la Nazione - con una scossa, - si è liberata del suo carico molesto e insidioso. Sotto la maschera neutrale è balzata innanzi l'anima guerriera.
"Le masse operaie hanno anch'esse capito che l'intervento è ormai una necessità e più che una necessità un dovere ! Restano soli a macerarsi nella loro clamorosa e documentata impotenza i socialisti ufficiali.
"Eppure la denuncia della Triplice Alleanza è un avvenimento che dovrebbe scuoterli e rallegrarli. Ma ormai essi sono legati mani e piedi in un vincolo di solidarietà abominevole con gli assassini di Germania e d'Austria: sono quindi stranieri all'Italia e al proletariato italiano.

"Dopo 33 anni l'Italia conquista la sua autonomia. Un'alleanza che non fu mai e non poteva esser popolare è stata denunciata. L'Italia si volge ad occidente ed entra nella Triplice Intesa. Ci siamo liberati dalla pesante tutela tedesca, dalla ripugnante compagnia degli austriaci. Torniamo noi stessi. Anche qui la sana e diritta diplomazia del popolo ha vinto! Combatteremo a fianco dei francesi, dei belgi, dei serbi, degli inglesi, dei russi: salderemo col nostro intervento il cerchio di ferro e di fuoco intorno agli imperi responsabili della conflagrazione europea; abbrevieremo la durata della guerra, vinceremo.

"Vinceremo perché il popolo vuol vincere questa sua guerra. L'entusiasmo di questi giorni è un ottimo auspicio, è una garanzia di vittoria. L'Italia si ritrova oggi nella sua calma e fiduciosa e vigilante. Pronta all'evento grandioso di domani. Ci siamo riscattati all'interno, ci riscatteremo fra poco oltre i confini!
Abbiamo sgominato i nemici di dentro sbaraglieremo quelli di fuori. Baionette Italiane: al vostro acciaio è affidato col destino d'Italia quello dei popoli d'Europa!".

G. D'ANNUNZIO PARLA DAL CAMPIDOGLIO AI ROMANI

La sera di quello stesso giorno 17 maggio, mentre GIOLITTI in compagnia dell'on. CHIARAVIGLIO, suo genero, lasciava la capitale, il popolo romano si recava al Campidoglio, dove il sindaco PROSPERO COLONNA baciava la bandiera e fra l'entusiasmo della folla riceveva dalle mani di GUIDO PODRECCA la spada di NINO BIXIO. E ancora una volta GABRIELE D'ANNUNZIO fece sentire la sua voce:

"Romani, voi offriste ieri al mondo uno spettacolo sublime. Il vostro immenso ordinato corteo dava immagine delle antiche pompe che qui si formavano nel tempio del Dio Massimo e accompagnavano pel clivo capitolino le statue insigni collocate su i carri. Ogni via, dove tanta forza e tanta dignità passavano, era una Via Sacra. E voi accompagnavate, eretta sul carro invisibile, la statua ideale della nostra Gran Madre.
Benedette le madri romane ch' io vidi ieri, nella processione dell'offerta solenne, portare su le braccia i loro figli ! Benedette quelle che già mostravano su le loro fronti il coraggio devoto, la luce del sacrificio silenzioso, il segno della dedizione ad un amore più vasto che l'amore materno !
"Fu, veramente, un sublime spettacolo. Però la nostra vigilia non è finita. Non cessiamo di vegliare. Non ci lasciamo né illudere né sorprendere. Io vi dico che l'infesta banda non disarma.
"Ma non v' è più bisogno di parole incitatrici, giacché anche le pietre, giacché il popolo di Roma per le lapidazioni necessarie era pronto a strappare le selci dai suoi selciati ove scalpitano i cavalli che, invece di esser già all'avanguardia su le vie romane dell'Istria, sono umiliati nell'onta di difendere i covi delle bestie malefiche, le case dei traditori il cui tanto male accumulato adipe trasuda la paura, la paura bestiale.
"Come dovevano essere afflitti i nostri giovani soldati ! E di qual disciplina, di
quale abnegazione davano essi prova, proteggendo contro la giusta ira popolare coloro che li denigrano, che li calunniano, che tentano di avvilirli davanti ai fratelli e davanti ai nemici ! Gridiamo: "Viva l'Esercito!". È il bel grido dell'ora !

"Fra le tante vigliaccherie commesse dalla canaglia giolittesca, questa è la più laida: la denigrazione implacabile delle nostre armi, della difesa nazionale. Fino ad ieri, costoro hanno potuto impunemente seminare la sfiducia, il sospetto, il disprezzo contro i nostri soldati, contro i belli, i buoni, i forti, i generosi, gli impetuosi nostri soldati, contro il fiore del popolo, contro i sicuri eroi di domani.
"Con che cuore inastavano essi le baionette a respingere il popoli, che non voleva se non vendicarli ! Per fraterna pietà della loro tristezza, per carità della loro umiliazione immeritata, non li costringiamo a troppo dure prove. Rinunziamo oggi ad ogni violenza. Attendiamo. Facciamo ancora una vigilia.
"L'altro ieri, mentre uscivo dall'aver visitato il Presidente del Consiglio tuttavia in carica (rimasto in carica per la fortuna nostra, per la salute pubblica, a scorno dei lurchi e dei bonturi) quanta speranza, qual limpido ardire io lessi negli occhi dei giovani soldati a guardia !
Un ufficiale imberbe, gentile e ardito come doveva esser GOFFREDO MAMELI, si avanzò e in silenzio mi offerse due fiori e una foglia: una foglia verde, un fiore bianco, un fiore rosso. Mai gesto ebbe più di grazia, più di semplice grandezza. Il cuore mi balzò di gioia e di gratitudine. Io serberò quei fiori, come il più prezioso dei pegni. Li serberò per me e per voi, per la poesia e per il popolo d'Italia. Verde, bianca e rosso! Triplice splendore della primavera nostra! Date tutte le bandiere al vento, agitatele e gridate: Viva l'Esercito! Viva l'Esercito della più grande Italia! Viva l'Esercito della liberazione!
"In quest'ora, cinquantacinque anni fa, i Mille partivano da Calatafimi espugnata ed eternata nei tempi dei tempi col loro sangue che oggi ribolle come quel dei Protomartiri; si partivano, ebri di bella morte, verso Palermo.
Diceva l'ordine del giorno, letto alle compagnie garibaldine prima della marcia "Soldati della libertà italiana, con compagni come voi io posso tentare ogni cosa"
O miei compagni ammirabili, ogni buon cittadino è oggi un soldato della libertà italiana. E per voi e con voi abbiamo vinto. Con voi e per voi abbiamo sgominato i traditori.
"Udite, udite. Il delitto di tradimento fu dichiarato, dimostrato, denunciato. I nomi infami sono conosciuti. La punizione è necessaria.
"Non vi lasciate illudere, non vi lasciate ingannare, non vi lasciate impietosire. Tal mandra non ha rimorsi, non ha pentimenti, non ha pudori. Chi potrà mai distogliere dal gusto e dall'abitudine del brago e del truogolo l'animale che vi si rivoltola e vi si sazia
"Il 20 maggio, nell'assemblea solenne della .nostra unità, non dev'essere tollerata la presenza impudente di coloro che per mesi e mesi hanno trattato col nemico il baratto d'Italia. Non bisogna permettere che, camuffati della casacca tricolore, vengano essi a vociare il santo nome con le loro strozze immonde.
Fate la vostra lista di proscrizione, senza pietà. Voi ne avete il diritto, voi ne avete anzi il dovere civico. Chi ha salvato l'Italia, in questi giorni d'oscuramento, se non voi, se non il popolo schietto, se non il popolo profondo.
Ricordatevene. Costoro non possono sottrarsi al castigo se non con la fuga. Ebbene, sì, lasciamoli fuggire. Questa è la sola indulgenza che ci sia lecita.
"Anche stamani taluno non era forse intento a rammendar le trame che il grosso ragno alemanno aveva osato intessere tra i freschi roseti pinciani d'una villa ormai destinata alla confisca?
Noi non abbiamo creduto, neppure per un attimo, che un ministero formato dal signor Bulow potesse avere l'approvazione, anzi la complicità del Re. Sarebbero piombati su la patria giorni assai più foschi di quelli che seguirono l'armistizio di Salasco.
"Il Re d' Italia ha riudito nel suo gran cuore l'ammonimento di Camillo Cavour
"L'ora suprema per la monarchia sabauda, è suonata". Sì, è suonata, nell'altissimo cielo, nel cielo che pende, o Romani, sul vostro Pantheon, che sta, o Romani, su questo eterno Campidoglio.
Apri alle nostre virtù le porte
dei domini futuri,

... gli cantò un poeta italiano quando Egli, assunto dalla Morte, fu Re nel Mare. Questo gli grida oggi non il poeta solitario ma l'intero popolo, consapevole e pronto.
"Romani, Italiani, spieghiamo tutte le nostre bandiere, vegliamo in fede, attendiamo in fermezza. Qui, dove la plebe tenne i suoi concili nell'area, dove ogni ampliamento dell'Impero ebbe la sua consacrazione officiale, dove i consoli procedevano alla leva e al giuramento militare; qui, d'onde i magistrati partirono a capitanare gli eserciti a dominare le province; qui, dove Germanico elevò presso il tempio della Fede i trofei delle sue vittorie su i Germani, dove Ottaviano trionfante confermò la sommissione di tutto il bacino mediterraneo a Roma, da questa mèta d'ogni trionfo, offriamo noi stessi alla Patria, celebriamo il sacrificio volontario, prendiamo il presagio e l'augurio, gridiamo: Viva la nostra guerra ! Viva Roma ! Viva l'Italia ! Viva l'Esercito ! Viva l'Armata Navale ! Viva il Re ! Gloria e vittoria!" .

Un' immensa acclamazione coronò le parole del poeta, acclamazione che diventò delirante quando egli, presa la spada di Nino Bixio, la mostrò snudata al popolo, dicendo:
"Questa spada di Nino Bixio, "secondo dei Mille", primo fra tutti i combattenti sempre, questa bella spada che un donatore erede di prodi offre al Campidoglio, o Romani, è un pegno terribile. Vedetelo a cavallo, fuori Porta San Pancrazio, il ferreo legionario dell'Assedio, che tiene abbrancato alla strozza il capitano nemico e lo trascina come preda in mezzo al suo battaglione, a gran voce intimando la resa, e solo, egli solo, fa prigionieri trecento uomini ! Branca aquilina, anima battuta al conio de' vostri Orazi temerità di corsaro ligure uso all'abbordaggio e all'arrembaggio, nato eroe come si nasce principe: esemplare italiano agli Italiani che s'armano.
"Io m'ardisco di baciare per voi, su questa lama, i nomi incisi delle vittorie. Suonate la campana a stormo ! Oggi il Campidoglio è vostro come quando il popolo se ne fece padrone, or è otto secoli, e v' istituì il suo parlamento. O Romani, è questo il vero Parlamento. Qui da voi oggi si delibera e si bandisce la guerra. Sonate la Campana !"
.

Dopo d'Annunzio parlò CESARE BATTISTI che, inneggiato alla guerra e all'esercito, lanciò il suo grido:
"Alla frontiera ! Tutti alla frontiera, con la spada e col cuore!".

Poi sul tumulto della folla, che urlava: Guerra! si diffusero gravi e solenni i rintocchi della campana della Torre di Roma. Dal Campidoglio suonava, quella sera, l'ora fatale della Patria.

LE ULTIME SPERANZE AUSTRO-GERMANICHE

A paragone delle dimostrazioni interventiste, esplose con entusiasmo in ogni città d'Italia, dopo la riconferma del Gabinetto Salandra, ben povera cosa furono quelle neutraliste di Palermo e di Torino. A Palermo gl'interventisti vennero a conflitto con i neutralisti, la forza pubblica sparò e si ebbe un morto; a Torino la Camera del Lavoro proclamò lo sciopero generale, vi furono tumulti, barricate e conflitti con un morto e parecchi feriti.

Erano questi gli ultimi sforzi dei neutralisti; oramai nel paese avevano il sopravvento gl'interventisti; i tiepidi, i guardinghi, i dubbiosi passavano il Rubicone e si schieravano decisamente con quelli che volevano la guerra. Così, ad esempio, faceva l'associazione liberale, che, in un ordine del giorno, acclamava al Re, plaudiva al programma schiettamente nazionale dell'on. Salandra, mandava auguri all'Esercito e all'Armata ed auspicava alla concordia nazionale.
Il 18 maggio a Vienna, e a Budapest si sperava ancora in un accordo con Roma. Il presidente del Consiglio ungherese, conte TISZA, rispondendo al conte ANDRASSY così diceva:
"Sono convinto che, se noi riusciremo ad eliminare ora i punti d'irritazione, il sentimento di simpatia fra le nazioni ungherese ed italiana si risveglierà in tutto il suo antico vigore".
Anche a Berlino si nutrivano speranze come risulta da una dichiarazione del cancelliere BETHMANN-HOLLWEG al Parlamento:
"Io non posso abbandonare completamente la speranza che l'eventualità della pace abbia maggior peso di quella della guerra. Ma, qualunque sia la decisione dell'Italia, abbiamo fatto, d'accordo con l'Austria-Ungheria, tutto ciò che era nel campo del possibile per mantenere l'alleanza che aveva preso forti radici nel popolo tedesco e che aveva portato ai tre Stati cose utili e buone".

IL LIBRO VERDE
LA STORICA SEDUTA DEL 20 MAGGIO ALLA CAMERA
IL DISCORSO DELL'ON. SALANDRA
IL DISEGNO DI LEGGE SUI PIENI POTERI


A Roma però il BULOW e MACCHIO non nutrivano più speranze. Eppure quest'ultimo volle il 18 maggio, fare l'ultimo tentativo inviando a SONNINO e, il giorno dopo, a SALANDRA un disegno di accordo, in cui erano elencate e migliorate le proposte del 10 e del 13. Nello stesso tempo fece sapere ai suoi amici di essere pronto, occorrendo e fino ai limiti del possibile, a fare altre concessioni.
Ma oramai era tardi; il paese sapeva delle trattative svoltesi con l'Austria, intorno alle quali fu informato dal "Libro Verde", e non prestava più ascolto alle voci che venivano da Berlino e da Vienna, ma aspettava con ansia quelle che si sarebbero udite a Montecitorio, il giorno 20, alla riapertura del Parlamento.
Quella del 20 maggio fu una seduta veramente storica. Accolto da scroscianti applausi dall'aula e dalle gremitissime tribune, l'on. SALANDRA, pronunciò un discorso che fu ascoltato con la massima attenzione e fu sovente interrotto da significanti approvazioni.

"Onorevoli colleghi, - egli disse - sin da quando risorse a unità di Stato, l'Italia si affermò nel mondo delle Nazioni quale fattore di moderazione, di concordia e di pace; e fieramente essa può proclamare di avere adempiuto tale missione con una fermezza che non si è mai piegata neppure dinnanzi ai più penosi sacrifici. Nell'ultimo periodo più che trentennale essa ha mantenuto un sistema di alleanze e di amicizie, dominata precipuamente dall'intento di meglio assicurare per tal modo l'equilibrio europeo, e con esso la pace. Per la nobiltà di quel fine, l'Italia, non soltanto ha tollerato l'insicurezza delle sue frontiere, non soltanto ha subordinato ad esso le sue più sacre aspirazioni nazionali, ma ha dovuto assistere con represso dolore, ai tentativi metodicamente condotti di sopprimere quei caratteri di italianità che la natura e la storia avevano impresso indelebili su generose regioni.

"L'ultimatum che, nel luglio del 1914, l'impero austro-ungarico dirigeva alla Serbia, annullava di un colpo gli effetti del lungo sforzo, violando il patto che a quello stato ci legava. Lo violava per il modo, avendo omesso, nonché il preventivo accordo con noi, persino un semplice avvertimento; lo violava per la sostanza, mirando a turbare, in danno nostro, il delicato sistema di possessi territoriali e di sfere d'influenza che si era costituito nella penisola balcanica. Ma più ancora che questo o quel punto particolare, era tutto lo spirito animatore del trattato che veniva offeso anzi soppresso; giacché scatenando, per il mondo la più terribile guerra, in diretto contrasto con i nostri interessi e col nostro sentimento, si distruggeva l'equilibrio che l'alleanza doveva servire ad assicurare; e virtualmente, ma irresistibilmente, risorgeva il problema della integrazione nazionale d'Italia.

"Pur nondimeno per lunghi mesi il Governo si è pazientemente adoperato nel cercare un componimento, il quale restituisse all'accordo la ragione di essere che aveva perduto; quelle trattative però dovevano avere limiti, non solo di tempo, ma di dignità, al di là dei quali si sarebbero compromessi insieme gli interessi e il decoro del nostro Paese. Per la tutela, dunque, di tali supreme ragioni, il Governo del Re si vide costretto a notificare al Governo imperiale e reale dell'Austria-Ungheria, il giorno 4 di questo mese, il ritiro di ogni sua proposta di accordo, la denuncia del trattato d'alleanza e la dichiarazione della propria libertà d'azione. Né, d'altra parte, era più possibile lasciar l'Italia in un isolamento senza sicurtà e senza prestigio proprio nel momento in cui la storia del mondo sta attraversando una fase decisiva.

"In questo stato di cose, considerata la gravità della situazione internazionale, il Governo deve essere anche politicamente preparato ad affrontare ogni maggiore cimento e, col disegno di legge che vi ho presentato, vi chiede i poteri straordinari che gli occorrono. Tale provvedimento è non solo in sé tutto giustificato da precedenti nostri e di altri Stati, quale che sia la forma del Governo onde sono retti; ma rappresenta una migliore coordinazione, se non pure un'attenuazione di quelle facoltà che lo stesso nostro diritto vigente conferisce d'altronde al Governo, allorché preme quella suprema legge che è la salute dello Stato.

"Onorevoli colleghi! Senza jattanza di parole, né orgoglio di spirito, ma gravemente compresi della responsabilità che incombe in quest'ora, noi abbiamo coscienza d'aver provveduto a quanto richiedevano le più nobili aspirazioni e gli interessi più vitali della Patria. Ora, nel nome di essa e per la devozione ad essa, noi fervidamente rivolgiamo il più commosso appello al Parlamento, e anche al di là del Parlamento, al Paese: che tutti i dissensi si compongano, e che su di essi, da tutte le parti, sinceramente, discenda l'oblio.
I contrasti di partiti e di classi, le opinioni individuali, in tempi ordinari rispettabili, le ragioni stesse insomma, che danno vita al quotidiano, fecondo contrasto di tendenze e di principi, devono sparire di fronte ad una necessità che supera ogni altra necessità; di fronte ad una idealità che infiamma più di ogni altra idealità: la fortuna e la grandezza d'Italia.
Ogni altra cosa dobbiamo da oggi dimenticare, e questa sola ricordare: di essere tutti italiani, di amare tutti l'Italia con la medesima fede e col medesimo fervore. Le forze di tutti si integrino in una forza sola, i cuori di tutti si rinsaldino in un solo cuore. Una sola, unanime volontà quindi verso la mèta invocata; e forza e cuore trovino la loro espressione unica viva ed eroica nell'esercito e nell'armata d'Italia e nel Capo augusto che li conduce verso i destini della nuova storia. Viva il Re ! Viva l'Italia!".

Il disegno di legge, presentato dal Governo
e di cui si fa cenno nel discorso dell'on. SALANDRA,
era composto del seguente articolo unico:

"Il Governo del Re ha, facoltà in caso di guerra e durante la guerra medesima di emanare disposizioni aventi valore di legge per quanto sia richiesto dalla difesa dello Stato, dalla tutela dell'ordine pubblico e da urgenti e straordinari bisogni dell'economia nazionale. Restano ferme le disposizioni di cui agli articoli 245 e 251 del Codice penale per l'esercito. Il Governo del Re ha facoltà di ordinare le spese necessarie e di provvedere con mezzi straordinari ai bisogni del Tesoro. Il Governo del Re è autorizzato ad esercitare provvisoriamente, in quanto non siano approvati per legge e non oltre il 31 dicembre 1915, i bilanci per le amministrazioni dello Stato dell'esercizio 1915-16, secondo gli stati di previsione dell'entrata e della spesa, e i relativi disegni di legge con le susseguite modificazioni già proposte alla Camera dei deputati, nonché a provvedere i mezzi straordinari per fronteggiare le eventuali deficienze di bilancio derivanti da aumenti di spese e da diminuzioni di entrate. La presente legge andrà in vigore il giorno stesso della sua pubblicazione".


(ricordiamo qui che il Re si avvalse delle stesse facoltà anche quando dichiarò nel 1940 la GUERRA ALLA FRANCIA. E anche quando poi decise di esautorare e arrestare Mussolini il 25 luglio del'43. E fu ancora lui a rompere l'alleanza con i tedeschi (che da loro fu considerato "Tradimento") e a firmare "LA RESA INCONDIZIONATA E CONSEGNA DELLE 3 ARMI" CON QUELLI CHE LUI (e anche gli italiani) CHIAMARONO "ALLEATI"- Ma a Parigi al Trattato di Pace, loro seguiteranno a chiamare l'Italia "NEMICA" - QUI L'INTERO TRATTATO DI PACE - TESTO ORIGINALE >>>>>

 

Subito dopo fu nominata la Commissione per la "fatidica ora"...

 

... maggio 1915 - Verso la dichiarazione di guerra
GRANDE GUERRA - LE NOTE - I PROCLAMI - LA DICHIARAZIONE

LA RELAZIONE BOSELLI; I DISCORSI DEGLI ONOREVOLI MARZILAI, CICCOTTI E TURATI - LA SEDUTA DEL 31 MAGGIO AL SENATO; I DISCORSI DEI SENATORI COLONNA, CADOLINI, MAZZA E MANFREDI - LA DIMOSTRAZIONE AL CAMPIDOGLIO E AL QUIRINALE - LA MOBILITAZIONE GENERALE - RISPOSTA AUSTRIACA ALLA DENUNCIA ITALIANA DEL TRATTATO D'ALLEANZA - LA NOTA DEL GOVERNO ITALIANO ALLE POTENZE - DICHIARAZIONE DI GUERRA DELL'ITALIA ALL'AUSTRIA-UNGHERIA - PARTENZA DEGLI AMBASCIATORI D'AUSTRIA E DI GERMANIA - IL MANIFESTO DI FRANCESCO GIUSEPPE AI SUOI POPOLI - IL PROCLAMA DI VITTORIO EMANUELE III ALL' ESERCITO E ALLA MARINA
------------------------------------------------------------------------------------


"Viva la guerra! Viva l'Italia" Il momento culminante della storica seduta del 20 maggio 1915
quando una grande maggioranza votò i pieni poteri al Governo


LA RELAZIONE BOSELLI; I DISCORSI DEGLI ONOREVOLI BARZILAI, CICCOTTI E TURATI
LA SEDUTA DEL 20 MAGGIO AL SENATO:

I DISCORSI DEI SENATORI COLONNA, CADOLINI, MAZZA E MANFREDI

Subito dopo fu nominata la Commissione, cui doveva esser dato in esame il disegno. A formarla furono chiamati gli onorevoli PAOLO BOSELLI, LUIGI LUZZATTI, GUIDO BACCELLI, COCCO-ORTU, COMPANS, FINOCCHIARO-APRILE, GUICCIARDINI, BARZILAI, BETTOLO, PANTANO, AGUGLIA, LEONARDO BIANCHI, CREDARO, DARI, TURATI, ARLOTTA, BISSOLATI e MEDA.

Il presidente della Camera, on. MARCORA, ricordò che la proposta del presidente del Consiglio che la Commissione riferisse immediatamente e la legge fosse discussa nella stessa seduta doveva esser approvata a scrutinio segreto con la maggioranza di tre quarti dei voti. Messa subito ai voti la proposta fu approvata con 367 voti contro 54.

Sospesa per un'ora la seduta alla Camera, i ministri si recarono al Senato, che fece calde accoglienze alle dichiarazioni del Governo e rinviò i lavori al giorno dopo; quindi i ministri ritornarono a Montecitorio, dove 1'on. BOSELLI, in nome della Commissione, fece la seguente relazione:

"La Commissione per la quale ho l'onore di riferirvi, propone con voto unanime di approvare il disegno di legge presentato dal Governo del Re. Ne sono palesi le ragioni, ben giustificati i provvedimenti, ed esso concerne quanto occorre in caso di guerra e durante la guerra per il supremo intento della difesa del Paese, per i bisogni urgenti e straordinari dell'economia nazionale e, anche con ogni mezzo necessario e straordinario per la vita finanziaria dello Stato. Così, questo disegno di legge viene suggellando efficacemente l'opera del Governo cui fu consiglio la voce della Patria, cui fu scorta il sentimento della dignità Nazionale.
In quest'ora fatidica, che ci stringe in un proposito solo, ardente e forte, il vostro voto, onorevoli colleghi, sarà nuova affermazione incomparabilmente solenne della fede invincibile e sicura nel diritto e nella gloria della Patria. Da qui moverà oggi il grido della concordia vittoriosa, in nome dell'Italia e del Re. Il Paese seguirà questo grido, e quando per tutte le terre della Patria, si darà al vento la bandiera: "Italia e Vittorio Emanuele!", il popolo italiano avrà una sola volontà, un solo cuore.
"Troppo lungamente al dolore delle genti italiane divelte dall'Italia per le usurpazioni della forza, per lo strazio delle nazionalità, troppo lungamente al dolore di quelle genti supremamente- italiane per i decreti della natura, per la perpetuità della lingua, per il genio del pensiero, per i vincoli della storia, troppo lungamente, rispondemmo con la parola della speranza. E' tempo oramai, di rispondere con la promessa della liberazione".

"Sarà gloria di questa Camera, la prima eletta dal suffragio universale esteso l'aver voluto, con l'entusiasmo e con la sapienza degli ardimenti patriottici, il compimento dei destini nazionali e la difesa del diritto nazionale. Felice la gioventù italiana, risorta alle fervide idealità; e noi vecchi benediciamo Iddio, nella commozione di questi giorni che così potentemente ci richiamano i giorni di Solferino, di Calatafimi e di Bezzecca, e a noi pare che tornino in quest'aula gli spiriti grandi dei fattori della rivoluzione e dell'unità nazionale per salutare con noi, i tanto invocati e sospirati eventi

" È ventura nostra, onorevoli colleghi, affidare le nostre deliberazioni all'esercito italiano, ai soldati italiani che sentono l'impazienza dei valorosi e la cui virtù eguaglia ogni cimento; affidare le nostre deliberazioni ai marinai italiani, più forti delle fortissime navi, i quali anelano di dimostrare come nelle pieghe del vessillo tricolore rifulga ancora e sempre, l'insegna vittoriosa di San Marco e di San Giorgio. L'esercito e l'armata guardano al Re e ne traggono esempio di coraggio caldo e sereno, degno della sua stirpe, esempio di patriottismo italiano temprato al genio dei tempi, e al sentimento della Nazione. L'esercito e l'armata mirano al Campidoglio fulgente, mirano a Roma nata a tutte t missioni della civiltà, a Roma. dove dall'epopea sempre viva del Gianicolo alle tombe sempre ispiratrici del Pantheon risplende ed arde la fiamma sacra e immortale dell'Italianità, auspicatrice di secoli nuovi per tutte le genti civili".

Della relazione di Boselli, coronata da ovazione entusiastica, fu dalla Camera plaudente, sebbene non vi fosse la consuetudine, chiesta l'affissione nei comuni del Regno.

Aperta la discussione del disegno di legge, parlò primo l'on. BARZILAI, non per esprimere il pensiero di una frazione politica, ma "perché le terre che furono nella visione di Dante, che gli eventi della politica internazionale confinarono nell'eresia e che oggi sono accolte nella religione della Patria, portino nella concordia l'ardore delle loro anime e della loro fede".

Parlò a favore dei pieni poteri, pure l'on. ETTORE CICCOTTI, a nome anche degli onorevoli RAIMONDO, ALTOBELLI e LABRIOLA.
Contrario, invece, fu l'on. TURATI il quale parlò in nome dei socialisti ufficiali fra interruzioni e rumori provenienti da ogni parte della Camera.
Brevi parole che suscitarono grande entusiasmo pronunziò NAPOLEONE COLAIANNI.
Terminata la discussione, si procedette alla votazione che diede i seguenti risultati presenti 482, votanti 481, favorevoli 407, contrari 74, astenuto 1.

L'esito fu accolto con grandissimi applausi che si rinnovarono quando l'on. Marcora pronunciò queste parole:

"Ed ora onorevoli colleghi, permettete una parola al vostro vecchio presidente, che oggi, mercé vostra e nella solennità di questa storica adunanza, ha provato il momento, da tanto tempo aspettato, della più ineffabile, intima gioia. Affrettiamoci, ecco la parola, a adempiere tutti coraggiosamente, senza limiti, il nostro dovere verso la Patria, nella più sicura fede che il popolo nostro, con animo sereno, concordia e costanza di propositi, l'esercito e 1'armata, col loro valore, la facciano come Vittorio Emanuele II auspicava, compiuta. Interprete dei vostri sentimenti, ripeto il grido di Viva 1' Italia ! Viva Colui che, con insuperabile saggezza e indomito patriottismo, pieno di spirito di sacrificio o di fervida devozione alle libere istituzioni, è così degno di reggerne le sorti. Viva il Re".

Quando la seduta fu tolta fu fatta una dimostrazione indimenticabile. Salvo i socialisti ufficiali, tutti gli altri deputati, e con loro il numeroso pubblico delle tribune, si diedero ad acclamare all'Italia, al Re, all'esercito, all'armata, a d'Annunzio; poi fu intonato 1'inno di Mameli e la vasta aula risuonò delle note marziali che tante generazioni avevano infiammato. Quindi la dimostrazione passò nei corridoi e infine nella piazza, dove la folla in attesa accolse con delirio d'applausi e di canti l'uscita dei ministri e dei deputati.

Il giorno dopo l'on. SALANDRA presentò il disegno di legge al Senato. La Commissione, composta dei senatori CANEVARO, CAVALLI, PROSPERO COLONNA, DEL LUNGO, GIUSSO, INGHILLERI, MORRA Di LAVRIANO, PETRELLA, SALMOIRAGHI e SCIALOIA, per riferire gli fu concessa un'ora di tempo alla fine della quale il Colonna fece la relazione seguente:

"Onorevoli colleghi, non certo la modestia della mia persona poteva segnalarmi all'alto ufficio di relatore della, Commissione sul progetto di legge presentato dal Governo in quest'ora solenne e decisiva per la Patria nostra; ma io penso che si sia voluto indicare me, ultimo, fra voi, soltanto per sentire nel Senato del Regno l'eco di Roma, che io ho l'onore di rappresentare, della Grande Madre, mèta radiosa della nostra epopea nazionale, rievocatrice di grandezza e di gloria; incitatrice dei santi eroismi e dei più forti ardimenti. A Roma converge tutto l'ardire del patriottismo italiano, da Roma fiammeggia la luce che illuminò nei secoli il mondo. Lo stesso grido di dolore che nel 1859 s'innalzò da tutta 1' Italia al cuore magnanimo di Vittorio Emanuele II, s'innalza ora - lungamente, eroicamente soffocato, - nella speranza di questi giorni al cuore del Re e del popolo e invoca la coscienza del Parlamento da quelle terre che sin da allora avrebbero dovuto esse pure, e volevano - come sempre hanno voluto - s'integrasse la Patria italiana. E Parlamento e Popolo, accogliendo unanimi e fiduciosi quel grido, commettono oggi da Roma Immortale, nella giusta guerra, le sorti della Patria al valore dell'esercito e dell'armata".

"La Commissione unanime vi propone di approvare il disegno di legge presentato dal Governo, che concerne i provvedimenti necessari in caso di guerra per i fini supremi della difesa della Patria e i bisogni urgenti eccezionali dell'economia nazionale. Alla grave responsabilità assunta dal Governo corrisponda la larghezza dei mezzi necessari al conseguimento della vittoria. Da questo Consesso, dove siedono venerandi attori del generoso ardimento del nostro riscatto, abbia la sublime concordia nazionale il suggello d'ammirazione e di plauso; si elevi il grido solenne al nostro Esercito e alla nostra Armata, il sentimento della sicura fede nel loro saldo eroismo, nell'inflessibile virtù di sacrificio, nel patriottico entusiasmo. Vada il saluto vibrante e devoto del Senato al nostro augusto Sovrano. Vada il nostro plauso ai degni Principi di Savoia, che hanno sentito l'anima della Nazione vibrare all'unisono con le anime loro. E con la ferma fede che il vessillo italico fiammeggerà vittorioso sulle Alpi nostre e sul Mare, nel nome dei colleghi v'invito ad approvare il disegno di legge al grido di Viva l'Italia ! Viva il Re !".

Anche per il discorso del senatore Colonna come per quello di PAOLO BOSELLI fu chiesta l'affissione.

Chiusa la discussione, alla quale parteciparono con brevi patriottici discorsi il senatore GIOVANNI CADOLINI e il generale FRANCESCO MAZZA, l'on. Salandra dichiarò di accettare l'ordine del giorno Canevaro-Mazzoni-Veronese-Bonasi così concepito:
"Il Senato, udite le dichiarazioni del Governo, che così altamente affermano il buon diritto d' Italia e la volontà della Nazione - passa alla votazione del disegno di legge".

Messo ai voti, fu approvato all'unanimità. La votazione a scrutinio segreto del disegno di legge diede i seguenti risultati: presenti e votanti 264, favorevoli 262, contrari 2. Votarono contro i senatori CAMPOREALE e CEFALY.

La seduta fu tolta dopo che il presidente MANFREDI promunciò le seguenti parole coronate da lunghissime acclamazioni:

"Come l'ora voleva, il Senato ha approvato i poteri del tempo di guerra domandati con urgenza dal Governo. L' Italia è dunque al fiero cimento, ma da forte lo affronta. Numi nostri tutelari, spiriti dei grandi del nostro Risorgimento, scendete a propiziare le nostre sorti. Ministri del Re, il Parlamento vi ha confermato la fiducia per condurre la Patria al compimento dei suoi destini e per custodire il deposito sacro delle sue istituzioni. Abbiamo le schiere e le squadre dei prodi anelanti a battaglia, i nuovi italiani accesi, la croce di Savoia con i secolari auspicii sul tricolore vessillo. Sente l'Italia le onte da vendicare, ascolta il grido delle terre da redimere, vede da quale parte si combatte per la civiltà e per il diritto nel conflitto europeo. Vittoria alle nostre armi quando avranno a misurarsi con armi nemiche ! Separandoci oggi con questo voto, auguriamo il giorno in cui riunirci per far risuonare gli inni del trionfo. Viva l'Italia ! Viva il Re !"

 

LA DIMOSTRAZIONE AL CAMPIDOGLIO E AL QUIRINALE
LA MOBILITAZIONE GENERALE .

Una dimostrazione imponentissima ebbe luogo a Roma nel pomeriggio del 21 maggio. S'iniziò con una seduta del Consiglio comunale al Campidoglio, dove parlarono fra tanti applausi il sindaco senatore POSPERO COLONNA e diversi consiglieri; quindi il Sindaco, la Giunta e i Consiglieri col gonfalone del Municipio e le bandiere di Trento di Trieste, e della Dalmazia, alla testa di un corteo di oltre centomila persone, che cantavano gli inni di Mameli, di Garibaldi e di Oberdan, si recarono al Quirinale, dove fu fatta una delirante dimostrazione ai Sovrani.
Vittorio Emanuele, dal balcone della reggia; agitando un tricolore, gridò alla folla: Viva l'Italia!

Dimostrazioni entusiastiche furono in seguito fatte alla Consulta, davanti al Ministero della Guerra, sotto il Collegio belga, sotto il palazzo Margherita, da cui la Regina Madre si mostrò sorridente alla folla, sotto la casa dell'on. Salandra e sotto l'Ambasciata Inglese. La dimostrazione si sciolse alla ore 20.30.
II giorno dopo il Re sanzionava la legge dei pieni poteri e in tutte le città d'Italia. venivano affissi i decreti elio ordinavano la mobiltazione generale e l'arruolamento di volontari

 

-----------------------------------------------------------------
RISPOSTA AUSTRIACA ALLA DENUNCIA DEL TRATTATO D'ALLEANZA
LA NOTA DEL GOVERNO ITALIANO ALLE POTENZE

Il 21 maggio nel pomeriggio, come risposta alla denuncia del trattato d'alleanza, il barone BURIAN consegnò al duca D'AVARNA una nota in cui diceva:

"Con penosa sorpresa il Governo austro-ungarico prende conoscenza dalle decisioni del governo italiano di porre fine in modo così improvviso ad un Trattato, che, basandosi sulla comunanza dei nostri importanti interessi, garantì ai nostri Stati per tanti anni la sicurezza e la pace e rese all'Italia notevoli servizi. Questo stupore è tanto più giustificato in quanto che i fatti addotti dal Governo italiano per motivare la decisione risalgono ad oltre nove mesi addietro e in questo frattempo il Governo italiano manifestò ripetutamente il suo desiderio di mantenere i legami d'alleanza"

La nota continuava dicendo che l'azione austriaca contro la Serbia non poteva toccare gl'interessi dell'Italia, il cui Governo del resto sapeva che l'Austria non aveva intenzione di fare conquiste in Serbia. Quando, per l'intervento russo, il conflitto divenne europeo, 1' Italia dichiarando la neutralità, non accennò che la guerra veniva a scalzare le basi dell'alleanza. Bastava ricordare le dichiarazioni del Di San Giuliano e il telegramma di Vittorio Emanuele III a Francesco Giuseppe del 2 agosto per constatare che il Governo italiano nulla vedeva nel procedimento dell'Austria che stesse in contrasto col Trattato.
I Gabinetti di Vienna e di Berlino accettarono lealmente la dichiarazione della neutralità italiana pur deplorandola perché non la ritenevano conciliabile con lo spirito del Trattato; e lo scambio di vedute avvenuto allora costatò immutata la conservazione della Triplice.

E appunto riferendosi a questo trattato e particolarmente all'art. 7°, l'Italia presentò domande di compensi per il caso che l'Austria traesse dalla guerra vantaggi territoriali o d'altra natura nei Balcani. L'Austria accettò questo punto di vista e si dichiarò pronta a sottoporre all'esame la questione, osservando nello stesso tempo che finché non si fosse a conoscenza d'eventuali vantaggi per l'Austria, sarebbe stato difficile stabilire dei compensi.


Il Governo italiano divise questa opinione, come risulta da una dichiarazione dell'on. Di San Giuliano del 25 agosto. Quando il Governo italiano chiese la cessione di parti integranti della Monarchia, il Governo austro-ungarico accettó anche questa base di discussione, quantunque opinasse che l'art. 7° non potesse riguardare parti del suo territorio, ma si riferisse solo ai Balcani.

La nota riaffermava la buona volontà del Governo austriaco e diceva ingiustificata l'opinione del Governo italiano di dover rinunciare ad ogni speranza d'accordo. Inoltre affermava che l'Austria non poteva accettare la dichiarazione del Governo italiano di volere riprendere la sua piena libertà d'azione e considerare nullo e senza effetto il Trattato d'alleanza, perché questa dichiarazione contrastava con gli obblighi solennemente assunti dall'Italia con il Trattato del 5 dicembre 1912", quindi la nota concludeva:

"Essendosi in tal modo il Reale Governo sottratto ai suoi obblighi, il Governo austro-ungarico respinge la responsabilità per tutte le conseguenze che potessero derivare da tale modo di agire".

SONNINO rispose prontamente a tutti i punti della nota austriaca,

la quale del resto non poteva ritardare neppure d'un giorno le decisioni già prese dal Governo italiano. Il 23 maggio inviava ai ministri e ambasciatori italiani accreditati presso le varie potenze la nota seguente:

DICHIARAZIONI DI GUERRA DELL'ITALIA ALL'AUSTRIA-UNGHERIA
PARTENZA DEGLI AMBASCIATORI D'AUSTRIA E DI GERMANIA


"Il carattere eminentemente conservativo e difensivo della Triplice Alleanza risulta evidente dalla lettera e dallo spirito del Trattato e dalle intenzioni chiaramente manifestate e consacrate in atti ufficiali dei ministri che fondarono l'Alleanza e ne curarono i miglioramenti. Agli intenti di pace si è costantemente ispirata la politica italiana. Provocando la guerra europea, respingendo la risposta remissiva della Serbia che dava all'Austria tutte le soddisfazioni che essa poteva legittimamente chiedere, rifiutando di dare ascolto alle proposte conciliative che 1' Italia aveva presentato insieme con altre potenze, nell'intento di preservare 1' Europa da un immane conflitto che avrebbe sparso sangue ed accumulate rovine in proporzioni mai viste e neppure immaginate, l'Austria-Ungheria lacerò con le sue stesse mani il patto d'alleanza con 1' Italia, il quale, fino a che era stato lealmente interpretato non come strumento d'aggressione, ma solo come difesa contro possibili aggressioni altrui, aveva validamente contribuito ad eliminare le occasioni o a comporre le ragioni di conflitto, e ad assicurare ai popoli per molti anni i benefici inestimabili della pace.

L'art. 1° del Trattato consacrava una norma logica e generale di qualsiasi patto d'alleanza: cioè 1' impegno di procedere ad uno scambio d'idee sulle questioni politiche ed economiche di natura generale che potessero presentarsi. Ne derivava che nessuno dei contraenti era libero d'intraprendere, senza previo comune concerto, un'azione le cui conseguenze potessero produrre agli altri alcun obbligo contemplato dall'alleanza o comunque toccare i loro più importanti interessi. A questo dovere contravvenne l'Austria-Ungheria con 1'invio alla Serbia dello sua nota in data 23 luglio 1914, senza previo concerto con 1' Italia. L'Austria-Ungheria violò così indiscutibilmente in una delle sua clausole fondamentali il Trattato.
Tanto maggiore era l'obbligo dell'Austria-Ungheria di preventivamente concertarsi con 1' Italia, in quanto dalla sua azione intransigente contro la Serbia derivava una situazione direttamente tendente a provocare una guerra europea; e sino dal principio del luglio 1914 il R. Governo, preoccupato dalle tendenze prevalenti a Vienna, aveva fatto giungere al Governo imperiale e reale ripetuti consigli di moderazione ed avvertimenti sugli incombenti pericoli di carattere europeo. L'azione intrapresa dall'Austria-Ungheria contro la Serbia era inoltre direttamente lesiva degli interessi generali italiani, politici ed economici, nella Penisola Balcanica.

Non era lecito all'Austria pensare che l'Italia potesse restare indifferente alla menomazione dell'indipendenza della Serbia. Non erano mancati a questo proposito i nostri moniti. Da molto tempo l'Italia aveva più volte, in termini amichevoli, ma chiari, avvertito l'Austria-Ungheria che 1' indipendenza della Serbia era considerata dall'Italia com'elemento essenziale dell'equilibrio balcanico, che 1' Italia stessa non avrebbe mai potuto ammettere fosse turbato a suo danno. Né questo l'avevano detto soltanto nei privati colloqui i suoi diplomatici, ma dalla tribuna parlamentare lo avevano proclamato i suoi uomini di Stato.

"L'Austria dunque, aggredendo la Serbia con un "ultimatum" non proceduto, con disdegno d'ogni consuetudine, da qualsiasi mossa diplomatica verso di noi, e preparato nell'ombra con sì gelosa cura da tenerlo celato all'Italia, che ne ebbe notizia insieme al pubblico dalle Agenzie telegrafiche prima che per via diplomatica, si pose non solo fuor dell'Alleanza con 1' Italia, ma si eresse a nemica degli interessi italiani. Risultava, infatti, al Regio Governo, per sicure notizie che tutto il complesso programma d'azione dell'Austria Ungheria nei Balcani portava ad una gravissima diminuzione politica ed Economica dell'Italia perché a ciò conducevano, direttamente od indirettamente, l'asservimento della Serbia, 1'isolamento politico e territoriale del Montenegro, 1' isolamento e la decadenza politica della Romania.
Questa diminuzione dell'Italia nei Balcani si sarebbe verificata anche ammettendo che l'Austria-Ungheria non avessero avuti passi di compiere nuovi acquisti territoriali.

"Giova osservare che il Governo austro-ungarico aveva esplicito obbligo di previamente concertarsi con 1' Italia, in forza, d'Uno speciale art.7 del trattato della Triplice Alleanza, che stabiliva il vincolo dell'accordo preventivo ed il diritto a compensi fra gli alleati in caso d'occupazioni temporanee o permanenti nella regione dei Balcani. In proposito il P. Governo iniziò conversazioni col Governo Imperiale e Reale fino dalla apertura delle ostilità austro-ungariche contro la Serbia, ritraendo dopo qualche riluttanza un'adesione di massima. Queste conversazioni erano state iniziate subito dopo il 23 luglio allo scopo di rendere al Trattato violato, e quindi annullato per opera dell'Austria-Ungheria, un nuovo elemento di vita quale poteva derivargli soltanto da nuovi accordi".

"Le conversazioni furono riprese con più precisi intenti nel mese di dicembre 1914. Il R. Ambasciatore a Vienna ebbe allora istruzione di far conoscere al conte BERCHTULD che il Governo credeva necessario procedere, senza alcun ritardo, ad uno scambio d'idee, quindi ad un concreto negoziato col Governo Imperiale e Reale circa la situazione complessa derivante dal conflitto provocato dall'Austria-Ungheria. Il conte Berchteld rispose prima con ripulse, concludendo che non riteneva fosse il caso di venire per questo ad alcun negoziato. Ma in seguito alle nostre repliche, alle quali si associò il Governo germanico, il conte Berchtold fece poi conoscere di essere disposto ad entrare nello scambio d'idee da noi proposto.

"Esprimemmo allora subito un dato fondamentale del nostro punto di vista: e dichiarammo che i compensi contemplati, sui quali doveva intervenire l'accordo, dovevano riflettere territori che si trovano sotto il dominio attuale dell'Austria-Ungheria. Le discussioni proseguirono per mesi, dai primi di dicembre 1914 al marzo 1915. E solamente alla fine di marzo, dal barone BURIAN, ci fu offerta una zona di territorio compresa in limiti lievemente a nord della città di Trento. Per questa cessione il Governo austroungarico ci richiedeva a sua volta numerosi impegni a suo favore, fra cui piena ed intera libertà d'azione nei Balcani. È da notarsi che la cessione del territorio nel Trentino non doveva, nel pensiero del Governo austro-ungarico, effettuarsi immediatamente come noi chiedevamo, ma solamente alla fine dell'attuale conflitto. Rispondemmo che l'offerta non poteva soddisfarci; e formulammo il minimo delle cessioni che potevano corrispondere in parte alle nostre aspirazioni nazionali, migliorando ugualmente la nostra situazione strategica nell'Adriatico. Tali richieste comprendevano: un confine più ampio nel Trentino; un nuovo confine sull'Isonzo; una situazione speciale per Trieste; la cessione di talune isole dell'Arcipelago Curzolare; il disinteresse dell'Austria nell'Albania; ed il riconoscimento dei nostri possessi di Valona e del Dodecaneso.

Alle nostre richieste furono opposti da prima dinieghi categorici. Solo dopo un altro mese di conversazioni, l'Austria-Ungheria s'indusse ad aumentare la zona di territorio da cedere nel Trentino, limitandola a Mezzolombardo, ma escludendone territori italiani, come un lato incero della vallata del Noce, la Val di Fassa e la Val d'Ampezzo; o lasciandoci una linea non rispondente nemmeno a scopi strategici. Restava poi sempre fermo il Governo austro-ungarico nel negare qualsiasi effettuazione di cessione prima del termine della guerra. I ripetuti dinieghi dell'Austria-Ungheria risultarono esplicitamente confermati in un colloquio che il barone Burian tenne col R. Ambasciatore il 29 aprile u. s., nel quale risultò che il Governo austro-ungarico, pur ammettendo la possibilità di riconoscimento di qualche nostro prevalente interesse a Valona e l'anzidetta cessione territoriale nel Trentino, persisteva a pronunziarsi in modo negativo circa tutte le altre nostre richieste e precisamente circa quelle che riguardavano la linea dell'Isonzo, Trieste e le isole.

Dall'atteggiamento seguito dall'Austria-Ungheria dai primi di dicembre alla fine d'aprile risultava chiaro il suo sforzo di temporeggiare. In queste condizioni l'Italia si trovava di fronte al pericolo che ogni sua aspirazione avente base nella tradizione e nella nazionalità e nel suo desiderio di sicurezza nell'Adriatico, si perdesse per sempre; mentre altre contingenze del conflitto europeo minacciavano i suoi maggiori interessi in altri avari. Da ciò derivavano all'Italia la necessità e il dovere di riprendere la sua libertà d'azione, cui aveva diritto, e di ricercare la tutela dei suoi interessi all'infuori dei negoziati condotti inutilmente per cinque mesi, ed all'infuori di quel patto d'alleanza che per opera dell'Austria-Ungheria era virtualmente cessato sino dal luglio 1914.

Non sarà fuori di luogo osservare che, cessata l'alleanza, è cessata la ragione dell'acquiescenza, determinata per tanti anni nel popolo italiano del desiderio sincero della pace, mentre rivivono le ragioni della doglianza per tanto tempo volontariamente repressa per il trattamento al quale le popolazioni italiane in Austria furono assoggettate.

Patti formali a tutela della nostra lingua, della tradizione e della civiltà italiana nelle regioni abitate dai nostri connazionali, sudditi della Monarchia, non esistevano nel Trattato. Ma quando all'Alleanza si volesse dare un contenuto di pace e d'armonia sincera, appariva incontestabile l'obbligo morale dell'alleato di tener in debito conto anzi di rispettare con ogni scrupolo, il nostro interesse costituito dall'equilibrio etnico nell'Adriatico.
Invece la costante politica del Governo austro-ungarico mirò per lunghi anni alla distruzione della nazionalità e della civiltà italiana lungo le coste dell'Adriatico. Basterà qualche sommaria citazione di fatti e di tendenze, ad ognuno già troppo noti sostituzione progressiva dei funzionari di razza italiana con funzionari d'altra nazionalità; immigrazione di centinaia di famiglie di nazionalità diverse; assunzione a Trieste di Cooperative di braccianti estranei; decreti Hohenlohe diretti ad escludere dal Comune di Trieste e dalle industrie del Comune, impiegati regnicoli; snazionalizzazione dei principali servizi del Comune di Trieste e diminuzione delle attribuzioni municipali; ostacoli d'ogni sorta all'istituzione di nuove scuole italiane; regolamento elettorale con tendenza antitaliana; snazionalizzazione dell'amministrazione giudiziaria; la questione della Università, che formò pure oggetto di trattative diplomatiche; snazionalizzazione delle compagnie di navigazione; azione di Polizia o processi politici tendenti a favorire le altre nazionalità a danno di quella italiana; espulsioni metodiche ingiustificate e sempre più numerose di regnicoli

La costante politica del Governo Imperiale e Reale riguardo alle popolazioni italiane soggette, non fu unicamente dovuta a ragioni interne o attinenti al gioco delle varie nazionalità contrastanti nella Monarchia; essa invece apparve inspirata in gran parte da un intimo sentimento d'ostilità e d'avversione riguardo all'Italia, dominante in alcuni circoli più vicini al Governo austro-ungarico ed avente una determinante influenza sulle decisioni di questo. Fra i tanti indizi che si possono citare, basterà ricordare che nel 1911, mentre l'Italia era impegnata nella guerra contro la Turchia, lo Stato Maggiore a Vienna si preparava intensivamente ad un'aggressione contro di noi; ed il partito militare proseguiva attivissimo il lavoro politico inteso a trascinare gli altri fattori responsabili della Monarchia. Contemporaneamente gli armamenti alla nostra frontiera assumevano carattere prettamente offensivo. La crisi fu allora risolta in senso pacifico per l'influenza, a quanto si può supporre di fattori estranei; ma da quel tempo siamo rimasti sotto 1' impressione di una possibile inattesa minaccia armata, quando, per cause accidentali, prendesse sopravvento a Vienna il partito a noi ostile. Tutto questo era noto all'Italia; ma, come si disse più sopra, il sincero desiderio della pace prevalse, nel popolo italiano.

Nelle nuove circostanze l'Italia cercò di vedere se e quanto, anche per tale riguardo, fosse possibile dare al suo patto con l'Austria-Ungheria una base più solida ed una garanzia più duratura. Ma i suoi sforzi, condotti per tanti mesi in costante accordo con la Germania, che venne con ciò a riconoscere la legittimità dei negoziati, riuscirono vani. Onde 1' Italia si è trovata costretta dal corso degli eventi a cercare altre soluzioni. E poiché il patto dell'Alleanza con l'Austria-Ungheria aveva già cessato virtualmente di esistere e non serviva ormai più che a dissimulare la realtà dei sospetti continui e di quotidiani contrasti, il R. Ambasciatore a Vienna fu incaricato di dichiarare al Governo austro-ungarico che il Governo italiano era sciolto da ogni suo vincolo decorrente dal Trattato della Triplice Alleanza nei riguardi dell'Austria-Ungheria. Tale comunicazione fu fatta a Vienna il 4 maggio.

Successivamente a tale nostra dichiarazione, e dopo che noi avevamo già dovuto provvedere alla legittima tutela dei nostri interessi, il Governo Imperiale e Reale presentò nuove offerte di concessioni, insufficienti in sé, e nemmeno corrispondenti al minimo delle nostre antiche proposte; offerte che ad ogni modo non potevano più essere da noi accolte. Il R. Governo, tenuto conto di quanto è sopra esposto, confortate da voti del Parlamento e dalle solenni manifestazioni del Paese, ha deliberato di rompere gli indugi; ed ha dichiarato oggi stesso in nome del Re all'ambasciatore austro-ungarico a Roma di considerarsi, da domani, 24 maggio, in stato di guerra con l'Austria-Ungheria.
Ordini analoghi sono stati telegrafati ieri al R. Ambasciatore a Vienna. Prego V. S. di render noto quanto precede a codesto Governo".

Nel pomeriggio del 22 maggio l'on. SONNINO aveva fatto telegrafare all'ambasciatore italiano a Vienna il testo della dichiarazione di guerra all'Austria-Ungheria perché fosse presentato al barone BURIAN. Essendo interrotte le linee telegrafiche fra l'Italia e l'Austria e non risultando, la mattina del 23, che la dichiarazione fosse stata presentata, Sonnino faceva quel giorno presentare all'ambasciatore austriaco a Roma la dichiarazione medesima insieme con i passaporti. Solo ad ora tarda del 23 SONNINO ricevette dal duca d'AVARNA il telegramma con cui gli annunciava di aver consegnato alministro BURIAN la dichiarazione.

Il testo era il seguente:
"Secondo le istruzioni ricevute da S. M. il Re suo augusto sovrano, il sottoscritto ha l'onore di partecipare a S. E. il ministro degli Esteri d'Austria-Ungheria la seguente dichiarazione: già il 4 del mese di maggio furono comunicati al Governo Imperiale e Reale i motivi per i quali l'Italia, fiduciosa del suo buon diritto, ha considerato, decaduto il Trattato d'Alleanza con l'Austria-Ungheria, che fu violato dal Governo Imperiale e Reale, lo ha dichiarato per l'avvenire nullo e senza effetto ed ha ripreso la sua libertà d'azione. Il Governo del Re, fermamente deciso di assicurare con tutti i mezzi a sua disposizione la difesa dei diritti e degli interessi italiani, non trascurerà il suo dovere di prendere contro qualunque minaccia presente e futura quelle misure che siano imposte dagli avvenimenti per realizzare le aspirazioni nazionali. S. M. il Re dichiara che 1' Italia si considera in stato di guerra con l'Austria-Ungheria da domani. Il sottoscritto ha l'onore di comunicare nello stesso tempo a S. E. il ministro degli Esteri austro-ungarico che i passaporti sono oggi consegnati all'ambasciatore imperiale e Reale a Roma. Sarà grato se vorrà provvedere fargli consegnare i suoi. Duca d'Avarna".

 

La sera stessa del 23 maggio partivano da Roma per il Quartier generale Italiano il generale CADORNA e il generale Porro, salutati alla stazione da S. E. Salandra. Al momento della partenza il presidente del Consiglio e il generalissimo si abbracciarono e si baciarono mentre la folla gridava commossa: "Viva l'Italia ! Viva l' Esercito ! Viva Cadorna ! Viva Salandra !"

Il 23 stesso il barone MACCHIO, ambasciatore austriaco presso il Quirinale e il principe GIOVANNI SCHÒNBURG-HARTENSTEIN, ambasciatore austriaco presso il Vaticano, ricevettero i passaporti; il barone Macchio affidò all'ambasciatore Spagnolo don RAMON PINA MILLET la protezione dei sudditi austro-ungarici residenti in Italia e prese congedo, quello stesso giorno, dal ministro Sonnino. Anche al principe di Bulow, dietro sua richiesta, gli furono consegnati i passaporti.
Il barone Macchio e il principe di Schónburg-Hartenstein partirono il giorno 24 alle ore 20, alle 21.30 partì il principe di Bulow; alle 21.45 partirono il barone De Taun, ministro di Baviera presso il Quirinale, e il barone De Ritter, ministro di Baviera presso la Santa Sede. La sera stessa del 24 partiva da Vienna il duca d' AVARNA e qualche giorno dopo lasciava Berlino l'ambasciatore italiano BOLLATI.

IL MANIFESTO DI FRANCESCO GIUSEPPE AI SUOI POPOLI

Il 24 maggio l'imperatore Francesco Giuseppe lanciava da Vienna ai suoi popoli il seguente manifesto:
"Il Re d'Italia mi ha dichiarato la guerra. Un tradimento di cui la storia non conosce l'esempio fu consumato dal Regno d'Italia contro i due alleati, dopo un'alleanza di più di trent'anni, durante la quale l'Italia poté aumentare i suoi possessi territoriali e svilupparsi ad impensata floridezza.
" L'Italia ci abbandonò nell'ora del pericolo e passa con le bandiere spiegate nel campo dei nostri nemici. Noi non minacciammo l'Italia; non minacciammo la sua autorità; non toccammo il suo onore e i suoi interessi. Noi abbiamo sempre fedelmente corrisposto ai nostri doveri di alleanza; e la abbiamo assicurata della nostra protezione quando essa è scesa in campo. Abbiamo fatto di più; quando l'Italia diresse i suoi sguardi bramosi verso le nostre frontiere, eravamo decisi, per conservare le nostre relazioni di alleanza e di pace, a grandi e dolorosi sacrifici che toccavano in modo particolare il nostro paterno cuore. Ma la cupidigia dell'Italia, che ha creduto di poter sfruttare il momento, non era tale da poter essere calmata. La sorte dove così cambiarsi.
"Durante dieci mesi di lotte gigantesche nel più fedele affratellamento d'armi dei miei eserciti con quello dei miei augusti alleati abbiamo vittoriosamente tenuto fermo contro il potente nemico del nord. Il nuovo perfido nemico del sud non è un avversario sconosciuto: i grandi ricordi di Novara, Mortara, Custoza, Lissa, che formano la gloria della mia gioventù, lo spirito di Radetsky, dell'arciduca Albrecht, di Tegethof, che con le forze di terra e di mare vivono eternamente, ci sono garanzia che noi difenderemo vittoriosamente le frontiere della Monarchia anche verso il sud. Io saluto le mie truppe vittoriose e agguerrite e confido in esse e nei loro condottieri. E confido nel mio popolo il cui spirito di sacrificio senza esempio merita il mio più profondo ringraziamento. Prego l'Onnipotente che benedica le nostre bandiere e prenda la nostra causa, sotto la Sua benigna protezione".

Senza la burbanza e l'albagia che era nel manifesto imperiale e con grande sobrietà, il 24 maggio Vittorio Emanuele III lanciava il suo proclama a tutte le forzo armate della Nazione:

IL PROCLAMA DI VITTORIO EMANUELE III ALL' ESERCITO E ALLA MARINA

"Soldati di terra e di mare ! L'ora solenne delle rivendicazioni nazionali ó sonata. Seguendo l'esempio del mio Grande Avo, assumo oggi il comando supremo delle forze di terra e di mare con sicura fede nella vittoria, che il vostro valore, la vostra abnegazione, la vostra disciplina sapranno conseguire. Il nemico che vi accingete a combattere è agguerrito e degno di voi. Favorito dal terreno e dai sapienti apprestamentî dell'arte, egli vi opporrà tenace resistenza, ma il vostro indomabile slancio saprà di certo superarla. Soldati ! A voi la gloria di piantare il tricolore d' Italia sui termini sacri che la natura pose ai confini della Patria nostra. A voi la gloria di compiere, finalmente, 1'opera con tanto eroismo iniziata dai nostri padri".

…ma retorica e esaltazioni a parte, l'Italia era pronta per un guerra ?

 

... 1915 - il primo mese di guerra

QUI L'INTERA GUERRA CON 120 immagini
TUTTI I BOLLETTINI UFFICIALI DELLE OPERAZIONI
TUTTI i discorsi politici nel corso dei 5 ANNI >>>>>

 

LA DICHIARAZIONE DI GUERRA
LE CONDIZIONI DEL NOSTRO ESERCITO ALLO SCOPPIO DEL CONFLITTO EUROPEO E ALLA DATA DELLA DICHIARAZIONE DI GUERRA ALL'AUSTRIA - LA FLOTTA ITALIANA DISLOCAZ10NE DELL'ESERCITO ITALIANO - I COMANDI


Come abbiamo letto nelle ultime pagine del capitolo precedente, il 24 maggio, l'Italia dichiarava guerra all'Austria-Ungheria, il Re lanciava il proclama a tutte le forze armate della nazione, il Generale Cadorna muoveva lo stesso giorno le sue armate. Purtroppo il "generalissimo" (titolo arbitrario) vide venir meno le prospettive su cui -velocemente- aveva impostato un vasto piano offensivo per invadere l'impero austroungarico dalla pianura friulana e dalla Carnia; inoltre si trovò a fronteggiare anche le cattive condizioni di efficienza dell'esercito italiano. Uomini, armi, munizioni, piani strategici, tutto era carente.
In abbondanza c'era invece l'entusiasmo di tanti giovani tenentini che comandavano altrettanti giovani come loro che toccavano per la prima volta un fucile, e che per la prima volta partivano per la guerra, tutti impazienti per il suo compimento. Del resto la retorica divulgativa scolastica (sulla memorialistica garibaldina, sulle guerre risorgimentali) aveva lasciato della guerra un'immagine avventurosa ed eroica, quindi comprensibile i giovanili entusiasmi e l'impazienza.

Giani Stuparich, uno dei tanti giovani che si gettarono con slancio nel conflitto come un'impresa nobile ed esaltante (era un Triestino, arruolatisi volontario con il fratello Carlo), nel suo diario "Guerra del 1915" così scriveva dopo che l'esercito italiano nei primi giorni aveva iniziato a superare il confine, proiettandosi verso la pianura oltre l'Isonzo:
"C'è in tutti una tensione esasperata, tutti sono impazienti di percorrere presto la pianura, con baldanza e la facilità con cui s'è già passato l'Isonzo…Il più -il passaggio dell'Isonzo- è fatto. L'ha compiuto la nostra compagnia e c'è stato un morto solo e un ferito. Ora bisogna superare la pianura e varcar l'altipiano, per essere in quindici giorni a Trieste". (!!!!!!!)

Dagli alti vertici fino alla truppa, la retorica, la tradizione, l'immaginazione aveva creato questi "sogni di guerrieri fanciulli".
L'Isonzo fu invece il teatro di ben diciassette battaglie; il "morto solo" diventarono tanti, 600.000; e quel percorso verso Trieste che per Stuparich - per riabbracciare la madre in terra straniera- doveva essere di soli "quindici giorni", per superarlo occorsero quattro anni, inoltre non arrivò mai a Trieste suo fratello Carlo, rimasto -su quel breve percorso- ucciso.

Quando l'Italia entrò in guerra, nei precedenti mesi ullo scenario europeo le prospettive del conflitto avevano già messo fine a tutti all'illusione su una guerra di "breve durata".

Tutti i calcoli politici ed economici (dell'Austria e soprattutto della Germania - quest'ultima forse pensava ancora alle sfolgoranti ottocentesche vittorie prussiane del 1870) avevano già smentito clamorosamente sui campi di battaglia le loro speranze e che la guerra sarebbe invece stata di "lunga durata", di logoramento e a oltranza.

SCHIEFFLEN capo di stato maggiore tedesco, quando la Germania invase fulmineamente il Belgio, era sicuro che la guerra non sarebbe stata di lunga durata e disse: "sono impossibili in un'epoca in cui l'esistenza della nazioni si basa sullo sviluppo ininterrotto del commercio e dell'industria. E se anche l'ingranaggio dell'economia industriale si arresta, una rapida soluzione dei conflitti deve consentire di metterlo nuovamente in moto. Non si possono tirare le cose per le lunghe con una strategia di logoramento, quando il mantenimento di milioni di persone richiede un dispendio di parecchi miliardi".

Viceversa accadde proprio che il carattere industriale della guerra, la sistematica mobilitazione e la moltiplicazione delle energie disponibili, resero possibile una sua trasformazione in guerra ad oltranza, e ciò a sua volta determinò una modificazione rilevante e per certi aspetti durevole degli assetti produttivi e sociali.

In Germania questo accadde già dopo i primi dieci mesi di guerra. Anzi già a settembre del 1914, dopo la resistenza e la controffensiva francese nella celebre battaglia della Marna, la prospettiva che si apriva, era proprio una guerra di lunga durata e di logoramento; e secondo l'opinione di molti storici, proprio quella resistenza dei francesi decretò il fallimento del piano strategico tedesco - che era quello di usare subito fino in fondo il maggior potenziale d'urto militare e di scongiurare nel contempo il pericolo dell'accerchiamento e del soffocamento economico- conteneva già in sé, la sconfitta degli Imperi Centrali.
Il potenziale economico, tutto l'apparato industriale, fu adeguato e si adeguò al nuovo corso degli (imprevisti) eventi, ma il problema rimase tuttavia drammatico, e alla fine del conflitto, fu addirittura catastrofico; subito, alla fine del conflitto e poi negli anni che seguirono.

 

Torniamo alla nostra Italia ....

....con un potenziale economico (materie prime, strutture produttive, forze lavoro qualificate) enormemente inferiore a quello tedesco.
Allo scoppio del conflitto europeo, il 28 luglio 1914, anche se avessimo voluto, noi italiani non avremmo potuto partecipare alla guerra a causa delle condizioni del nostro esercito. "Avevamo - scrive il generale SEGATO- grande deficienza di artiglierie, di fucili, di munizioni; di vestiario, d'oggetti d'equipaggiamento individuale e generale e di tutti quei mezzi tecnici (e perfino banalissimi) che si sono poi dimostrati indispensabili per ottenere il successo nella guerra moderna, nè il paese aveva capacità produttiva, - per provvedere alle lamentate deficienze. Inoltre vi erano, nel nostro esercito, insufficienza numerica e qualitativa dei quadri, deficienza quest'ultima derivante dal sistema di avanzamento per anzianità con insufficiente severità nella selezione dei non idonei" e "insufficiente forza bilanciata, per l'insufficiente addestramento delle truppe, e più specialmente delle grandi unità, alla guerra manovrata, e tanto più a quella in montagna, anche pel fatto che soltanto gli alpini avevano equipaggiamento da montagna".

Chi rimediò a tutto queste deficienze del nostro esercito, in meno di un anno, e fece un discreto strumento di offesa e di difesa, inizialmente fu il generale Cadorna con il suo autoritarismo, il quale, coadiuvato (ma solo in un primo tempo) dal Ministro ZUPPELLI e dai generali DALLOLIO e TETTONI, compì veri miracoli.

LUIGI CADORNA, 64 enne (1850-1928) messo a capo unico dell'esercito, era figlio di quel Cadorna Raffaele (1815-1897) che con la Breccia di Porta Pia, aveva preso Roma nel settembre del 1870. Era un soldato tipico del vecchio stampo piemontese. Un uomo autoritario e privo di fantasia, sprezzante verso i borghesi, un devoto a casa Savoia. Alla tenacia univa una dura se non brutale concezione della disciplina, come la punizione esemplare degli insubordinati con la decimazione a caso.
E che non operò certo per rendere meno sanguinosi gli enormi sacrifici cui furono sottoposti i soldati italiani nelle già sanguinose stragi negli inconcludenti attacchi alle inespugnabili trincee nemiche.

Quando fu convocato dal Re, Cadorna insistè che voleva avere mano libera, che voleva combatterla la guerra a modo suo: Cosicchè questa fino alla disfatta di Caporetto nel 1917 (del quale fu largamente responsabile per l'incapacità di prevedere una annunciata controffensiva nemica e farvi fronte) diventò la "sua" guerra. Infatti fu sempre diretta dal "suo" Stato Maggiore posto a Udine. Non quindi diretta da Roma, pur essendo una guerra sostanzialmente uscita fuori da decisioni diplomatiche presa da politici conservatori preoccupati di conservare le istituzioni liberali.
Non fu proprio - anche se lo si pensa e si è esagerato- dovuta alle pressioni dei chiassosi, esaltati, demagoghi nazionalisti "interventisti".

Quest'ultimi anche in guerra, furono dalla vecchia casta militare (soprattutto settentrionale) guardati con sospetto e con orrore come personalità instabili o inaffidabili. E di norma esclusi anche dai piccoli comandi e dalle scuole ufficiali.

I politici pur ben lontani dal fronte, erano stati dal Cadorna ammoniti a non mettere piede nella zona delle operazioni. Si rifiutò perfino -nell'agosto del 1916- di incontrare il ministro incaricato di mantenere i rapporti tra il governo e il comando dell'esercito. Queste reciproche ostilità (che il generale incoraggiò) furono perfino utili al Cadorna per far diventare capro espiatorio il governo quando le cose a lui gli andavano male. Restano famose le sue tre lamentele al presidente del consiglio, nel 1917, accusando il governo di essere troppo tollerante nei confronti della propaganda "sovversiva"; e che a lui - questa- rendeva impossibile mantenere la ferrea disciplina. All'allora ministro degli interni Orlando, lanciò accuse pesanti e cercò di farlo sostituire. Ma dopo Caporetto, fu Orlando a prendersi la rivincita, destituendo Cadorna.
Cadorna se la prese con tutti, fuorchè con se stesso: con i Russi che avevano abbandonato la guerra rendendola a lui più difficile; con il Papa per aver detto che quella era "una inutile strage"; con i giornali accusati di disfattismo; con i suoi ufficiali "codardi" perchè si erano rifiutati di procedere alla decimazione dei "vili" soldati italiani. Non deve meravigliare se questo atteggiamento (che diventò poi un grosso "problema") contribuì ad abbassare il morale delle truppe, e a portare - dietro sua segnalazione- davanti alla corte marziale circa 290.000 soldati accusati di diserzione.


Con simili metodi, semmai ci sorprende che non fossero ancora più numerosi. L'angoscia individuale di essere scelti a caso all'interno della compagnia e del reggimento e fucilati di fronte ai loro compagni, diventò un angoscioso isterismo collettivo dagli effetti devastanti, che conduceva -direbbe oggi uno psichiatra - alla dissociazione della realtà.

Tuttavia, Cadorna, all'inizio del conflitto, alla deficienza dei quadri (aveva solo circa 15.000 ufficiali di ruolo) rimediò con ufficiali di complemento e con corsi celeri di allievi ufficiali (a fine guerra erano 160.000, di cui 15.000 morti); per aver delle forze pronte al confine orientale mobilitò gradualmente e silenziosamente, col sistema del biglietto personale, centinaia di migliaia di soldati; per ovviare alla deficienza di armi intensificò l'attività dei cantieri militari e trasformò in cantieri bellici molti stabilimenti industriali, che fornirono del copioso materiale bellico ; inoltre riordinò e completò come meglio poté i servizi sanitari, automobilistici e ferroviari e prestò alcune cure all'aeronautica.
"Nonostante tanto intelligente, energico, concorde ed alacre lavoro per preparare l'esercito, - cito ancora il Segato - cinque gravi deficienze ancora erano da lamentarsi quando entrammo in guerra:

---- 1° La scarsità delle bocche da fuoco di medio e di grosso calibro a seguito dello forze operanti. Tutta la nostra ricchezza consisteva nel nostro parco d'assedio che, con grandi sforzi, eravamo riusciti a portare, da 128 a 236 bocche da fuoco. Più precisamente entrammo in guerra con 28 batterie di obici 140 A, 7 da 149 G, 12 batterie di mortai da 210. Di batterie di grosso calibro non ne avevamo che pochissime da 280 e da 305, costituito con ripieghi ricorrendo a materiale da costa, e per questo motivo di scarsissima mobilità. Aggiungemmo poi alcune batterie di obici da 210 G, bocca da fuoco buona ma alquanto antiquata.

Scarse in genere le munizioni; specialmente scarse quelle per le artiglierie di medio e di grosso calibro; e per scarsità di esplosivo moderno, parte delle granate era ancora caricata con polvere nera.
Come poi vedremo, o per affrettato e poco diligente caricamento dei proiettili o per altro (Ingenuamente -non a conoscenza di queste cose- Cadorna dimenticò che uno dei più grandi gruppi bancari in Italia, che sosteneva i grandi complessi siderurgici e metallurgici subito convertiti alla produzione bellica, era... tedesco! Ndr), molte artiglierie, e proprio le migliori, scoppiarono dopo pochi colpi, riducendo ancora di più la già scarsa dotazione di bocche da fuoco di medio calibro.

---- 2° La scarsità delle mitragliatrici; meno della metà dei reggimenti permanenti aveva le tre sezioni, organicamente loro spettanti; alcuni ne avevano una sola; quelli di milizia mobile nessuna; né eravamo in grado di prevedere quando saremmo stati in grado di distribuirle loro. E ciò mentre ogni compagnia degli eserciti germanico ed austro-ungarico ne aveva almeno una sezione.

---- 3° Mancanza quasi assoluta di mezzi adatti per la distruzione dei reticolati ed altre difese accessorie dell'avversario, alla quale mancanza non si poteva sopperire col tiro delle artiglierie di medio calibro, data la loro scarsità o lo scarso effetto che causavano.

Unici mezzi per distruggere i reticolati: tubi di gelatina che dovevano però venire collocati sotto i reticolati e quindi accesi con i zolfanelli, che voleva dire sotto l'infuriare del fuoco nemico; e le forbici, le quali erano scarso di numero, e molto volte insufficienti allo scopo perché troppo deboli".
(Si requisirono sul mercato delle cesoie da giardiniere - alle reiterate e angosciose richieste dei reparti di prima linea, si rispondeva dal Comando Supremo con frasi di questo genere: "I soldati italiani sfondano i reticolati con i petti, spezzano il filo spinato con i denti" - (Alberto Consiglio: Vittorio Emanuele, il Re silenzioso) -
Purtroppo i petti erano veramente squarciati dalle mitragliatrici austriache, e i corpi cadevano a grappoli sui reticolati. Ndr)
.

"Può sembrare strano che a questa deficienza di mezzi per la distruzione dei reticolati non si abbia provveduto prima di entrare in guerra, mentre ormai da oltre nove mesi le azioni tattiche svolte sui campi di Francia e di Polonia- in quelli di Francia specialmente - avevano provato come sui reticolati (3, 4, 5 e anche 10 barriere) si erano infranti gli attacchi meglio architettati e più vigorosi, quando non si aveva avuto a disposizione grande quantità di mezzi adatti per distruggerli.

---- 4° Per un complesso di cause che sarebbe superfluo ora riferire, tra cui quella che fino a poco prima della guerra si era dato la preferenza ai più leggeri (dirigibili) anzichè ai più pesanti (aereoplani) l'aviazione si trovava ancora in uno stato di grave crisi quando siamo entrati in guerra. (perfino ostilità tra Esercito e Marina- vedi la iniziale storia di GIANNI CAPRONI - I suoi aerei, che conquistavano un record dietro l'altro, si costruivano su brevetto in Inghilterra e in Usa, mentre i comandi italiani acquistavano quelli esteri, non affidabili).


Un solo mese prima - il 20 aprile - delle 15 squadriglie di aeroplani allora esistenti, non erano impiegabili in eventuali operazioni di guerra che le 6 squadriglie di monoplani Blériot-Gnome, tutte dotate di apparecchi non completamente rispondenti alle necessità di quel momento. Su nessuno dei nuovi apparecchi Voisin (motore 130 HP), Aviatik (125 HP) si poteva fare assegnamento prima della fine di luglio per operazioni di guerra. E difficili, ed in uno stato di marcata inferiorità rispetto al nemico, rimasero le condizioni della nostra aviazione durante tutto l'anno 1915. In questo campo, solo dopo, nei successivi due anni furono compiuti meravigliosi progressi di qualità e quantità.
L'Italia entrò in guerra con 70 apparecchi di tipi vari ed alcuni antiquati, mentre nell'ottobre 1917 disponeva di oltre 2000 aereoplani, di cui 500 in piena efficienza e dei migliori tipi, ed oltre 1500 erano Caproni (finalmente Caproni ebbe il suo "breve" momento di gloria; ma le ottusità e le gelosie, alle alte sfere delle tre Armi, purtroppo continuarono, fino all'entrata in guerra nel 1940. E si ripetè la stessa deficienza in qualità e quantità nell'Arma decisiva: l'Aeronautica - Vedi Caproni e Balbo)
.

---- 5° Nonostante i corsi accelerati nelle scuole militari ed i corsi istituiti presso molti reggimenti per il reclutamento degli ufficiali di complemento, molte erano ancora le deficienze in fatto di quadri, fino al punto che le compagnie di fanteria non avevano, di massima, che due ufficiali; deficienze cui male si poteva provvedere con dei sottufficiali che però erano scarsissimi.
Si era poi dovuto promuovere un grande numero di giovani tenenti per provvedere al comando delle compagnie, di modo che la maggior parte dei plotoni era affidato ad ufficiali di complemento, molti dei quali ancora molto giovani ed inesperti pari ai loro coetanei sottoposti. Più sentita ancora la deficienza nell'artiglieria, cui si era dovuto provvedere ricorrendo largamente ad ufficiali di cavalleria, molti dei quali però, è giusto riconoscere, nonostante difettassero di studi tecnici e più ancora di cognizioni scientifiche tuttavia fecero dei miracoli quanto ad efficienza".

In condizioni migliori dell'esercito si trovava invece la nostra marina. La flotta italiana era buona, ma era purtroppo piccola e insufficiente a guardare gli 11.726 chilometri di costa dell'Italia e delle colonie. Se per numero di navi, per tradizione, per allenaento, per spirito bellicoso era superiore alla flotta austriaca, non era però come questa, favorita dalle condizioni della costa.

Durante il periodo della neutralità si provvide ad ovviare alle deficienze della marina. Si accelerarono i lavori delle navi in cantiere (stavano per essere ultimate le dreadnoughts Andrea Doria, Duilio, Cavour), specie degli esploratori; si comprarono all'Estero motoscafi antisommergibili; si costituì con piroscafi requisiti ai privati un gruppo di incrociatori ausiliari; si perfezionarono le basi navali adriatiche, specie quelle di Venezia e di Brindisi; in quest'ultimo porto e a Taranto furono portate le navi più vecchie e le grosse artiglierie dei forti di Genova, Spezia ed Ancona; furono allestiti treni armati a difesa della costa adriatica; s'impiantarono cinque stazioni di idrovolanti, si costruirono infine mine, pontoni torpedini e mas.

Allo scoppio della guerra le nostre forze navali erano così dislocate: a Venezia, per operare nell'alto Adriatico, stava la divisione del contrammiraglio PATRIS: 5 navi da battaglia (Sardegna, Filiberto, Saint-Bon, C. Alberto, Marco Polo), l'incrociatore Etruria, 11 cacciatorpediniere (Bersagliere, Garibaldino, Corazziere, Lanciere, Artigliere, Carabiniere, Pontiere, Zefiro, Fuciliere, Ascaro, Alpino), 30 torpediniere e 14 sommergibili (uno dei quali distaccato ad Ancona); a Brindisi, per operare nel basso Adriatico, stava la seconda squadra agli ordini del viceammiraglio PRESBITERO e composta della divisione Trifari (Brin, Margherita, Garibaldi, Varese, Ferruccio, Pisani)e della divisione Millo (esploratori Palermo, Siracusa, Messina, Quarto, Bixio, Marsala, Agordat, Liguria, Puglia, Libia), 10 cacciatorpediniere e 6 sommergibili; a Taranto, dove risiedeva il comandante supremo DUCA DEGLI ABRUZZI, stava la prima squadra, di riserva, composta della divisione Corsi (corazzate Cavour, Dante, Giulio Cesare, Leonardo da Vinci), della divisione Cutinelli (corazzate Regina Elena, Vittorio Emanuele, Napoli, Roma) e della divisione Cagni (incrociatori Pisa, Amalfi, San Giorgio, San Marco, Piemonte); in più una squadriglia di caccia, una di torpediniere e una di sommergibili.

Le forze navali nemiche erano così dislocate: a Pola la squadra principale austriaca dell'ammiraglio HAUS (12 grosse unità da battaglia, 7 incrociatori, 3 esploratori, 11 cacciatorpediniere, 46 torpediniere é 5 sommergibili); a Sebenico un incrociatore, 2 esploratori, 9 cacciatorpediniere e 10 torpediniere; a Cattaro 4 navi da battaglia, 2 incrociatori, 5 cacciatorpediniere, 13 torpediniere o 2 sommergibili. Sparsi qua e là nei porti circa 60 idrovolanti.

Alla dichiarazione di guerra noi disponevamo di 35 magre divisioni. Con queste il generale CADORNA formò 4 armate, 1 raggruppamento autonomo ed 1 riserva. La 1 Armata, comandata dal tenente generale ROBERTO BRUSATI, occupava la fronte tridentina e aveva il III Corpo (2 divisioni) dal confine svizzero al lago di Garda, e il V Corpo (3 divisioni, compresa la 15a dell'VIII Corpo) dal lago di Garda alla Croda Grande. La IV Armata, comandata dal tenente generale LUIGI NAVA, teneva la fronte cadorina ed aveva il IX Corpo (2 divisioni) fra la Croda Grande e il Pelmo, il I Corpo (3 divisioni) tra il Pelmo e il Paralba. Il Raggruppamento autonomo, agli ordini del tenente generale CLEMENTE LEQUIO, occupava la fronte carnica con due brigate del XII Corpo rafforzato da 16 battaglioni alpini. La II Armata, al comando del tenente generale PIETRO FRUGONI, stava sulla fronte orientale dal M. Magione al Torre ed era fornita dei Corpi IV (3 divisioni di fanteria, 1 di bersaglieri e 1 raggruppamento di 12 battaglioni alpini) e II (3 divisioni di fanteria). La III Armata, agli ordini prima del tenente generale ZUCCARI, poi di S.A.R. il DUCA D'AOSTA; copriva il rimanente tratto della fronte Giulia fino al mare ed era formata dei Corpi VI, già schierato, del X che si trovava sul Tagliamento e dell'XI e del VII che stavano ancora eseguendo il loro movimento ferroviario.

Infine il Comando Supremo, stabilito in Udine, aveva a sua disposizione la Riserva costituita dal XIII e dal XIV Corpo (su 3 divisioni ciascuno di milizie mobili) dislocati tra Desenzano e Verona, dalla 16a divisione con sede a Bassano, dov' era pure il comando dell'VIII Carpo e dalla 4a divisione di cavalleria, ancora in Piemonte. Il comando supremo del nostro esercito era stato assunto dal Sovrano, ma egli, con R. D. del 29 maggio, ne aveva delegato l'esercizio al generale CADORNA. Comandante generale dell'artiglieria era il tenente generale FELICE D'ALESSANDRO, del Genio il tenente generale LORENZO BONAZZI; intendente generale il tenente generale SETTIMIO PIACENTINI.

Il nemico all'inizio della guerra, aveva sulla nostra fronte solo 122 battaglioni, ma dopo alcune settimane poté schierarvi ben 26 divisioni di cui 1 germanica. II comando supremo dell'esercito austro-ungarico, suddiviso in 3 armate, era tenuto dall'arciduca EUGENIO; quello dell'armata che operava nello scacchiere tirolese dal generale VITTORIO DANKL, quello dell'Annata dell'Alto Isonzo dal generale ROHR, quello infine dell'armata posta a guardia dell'Isonzo e del Calco dal generale BOROEVIC.

Numericamente, allo scoppio della guerra, il nemico ora inferiore a noi, ma aveva il vantaggio delle posizioni ed un'enorme superiorità negli armamenti. Fu detto dagli Austro-tedeschi e ripetuto da qualcuno dei nostri alleati che noi scendevamo in campo in un momento molto propizio.


Invece le cose stavano diversamente per la situazione sfavorevole degli eserciti dell'Intesa: in Francia gl'Inglesi avevano subito molte perdite nei combattimenti di Ypres e continuavano i loro insuccessi ai Dardanelli; i Serbi, dopo la vittoriosa controffensiva contro l'armata Potiorek, rimanevano in una inspiegabile e dannosa inattività, permettendo agli Austriaci di distrarre numerose divisioni da quel fronte, infine i Russi, battuti a Gorlice, (Galizia occidentale), dove avevano lasciato nelle mani dei nemici 30 mila prigionieri, si ritiravano precipitosamente incalzati dagli Austro-tedeschi.

Il delicato momento che attraversava l'Intesa rendeva ancora più prezioso l'intervento dell'Italia, la quale con la sua dichiarazione di neutralità aveva reso possibile alla Francia invasa la riscossa della Marna ed ora, per tener fede alla sua parola, sebbene la mobilitazione non fosse terminata e non fosse provvista di sufficiente materiale bellico che le permettesse una vigorosa offensiva, entrava cavallerescamente nella grande avventura col coraggio di chi ha fede nella propria virtù, nella santità della causa abbracciata e nel compimento dei propri destini.

 

AZIONE OFFENSIVA NAVALE E AEREA AUSTRIACA CONTRO LA COSTA ADRIATICA DELL'ITALIA
AFFONDAMENTO DEL "TURBINE"
L'AVANZATA ITALIANA NELLA GIORNATA DEL 24 MAGGIO
I " SILURAMENTI "
IL DUCA DI GENOVA LUOGOTENENTE GENERALE
LA PARTENZA DEL RE PER IL QUARTIER GENERALE
IL BLOCCO ADRIATICO -
OCCUPAZIONE DI GRADO, AQUILEIA, TEZZE ED ALA -
ALTRE CONQUISTE ITALIANE
LE OPERAZIONI NEI PRIMI VENTI GIORNI DI GUERRA

 

La prima notte di guerra il nemico volle sferrare un'azione offensiva navale ed aerea contro la nostra costa adriatica più per produrre un effetto morale che per raggiungere un obbiettivo militare. Aeroplani austriaci gettarono bombe su Venezia, Iesi e Brindisi senza produrre grandi danni; cacciatorpediniere e torpediniere bombardarono, fra le 4 e le 6 del mattino, Porto Corsini, Ancona, Rimini, Senigallia, Barletta, Manfredonia, Pesaro, Fano, Potenza Picena, Porto Recanati e Tremiti.
I danni dell'incursione navale furono lievissimi: alcune case, qualche stazione, un casello ferroviario, un posto semaforico, il serbatoio dell'acquedotto pugliese, qualche carro ferroviario, qualche ponte, un ospedale furono colpiti; un piroscafo tedesco nel porto di Ancona, il Lambros, fu affondato, pare, dagli stessi ufficiali dopo aver fatte segnalazioni al nemico; però poche vittime e, quel che più conta, niente panico fra le popolazioni.

Mentre gli Austriaci iniziavano la guerra contro di noi bombardando città aperte e indifese, noi compievamo vere e proprie azioni di guerra sul mare e alla frontiera. Da Venezia usciva in esplorazione una pattuglia di cacciatorpediniere, un'altra puntava su Grado e Porto Buso, un sommergibile e un dirigibile partivano in esplorazione verso Pola. Da Brindisi una squadriglia di cacciatorpediniere partiva verso la foce del Drin per verificare se vi esistesse una base di sottomarini nemici, e una seconda squadriglia andava, con due sommergibili, a sorvegliare Cattaro; una terza squadriglia andava a incrociare nel canale, mentre l'esploratore Siracusa e l'incrociatore Libia andavano a tentare un colpo di mano su Pelagosa e i cacciatorpediniere Aquilone e Turbine sorvegliavano la costa italiana fino a Manfredonia.

Non molti né felici purtroppo furono i risultati delle nostre prime operazioni navali. Inutile fu l'esplorazione nell'Alto Adriatico perché già da Pola e da Sebenico erano uscite le navi austriache per bombardare la nostra costa. Di esse un caccia, una torpediniera e l'incrociatore Novara entrarono di sorpresa nel canale di Porto Corsini, ma furono danneggiati e messi in fuga dalle batterie costiere. Non diedero risultati la sorveglianza su Cattaro, l'esplorazione alle foci del Drin e il tentativo su Pelagosa; coronata invece da pieno successo fu l'azione del cacciatorpediniere Zefiro, comandato da ARTURO CIANO, il quale entrò a Porto Buso, distrusse il pontile della stazione e quello della caserma, affondò tutti gli autoscafi raccolti nel porto e senza subire alcuna perdita, fece prigionieri 47 uomini del presidio.

Nelle operazioni della prima notte noi non avemmo a lamentare che una perdita sola, quella del vecchio cacciatorpediniere Turbine. "Questo, - così narrava un comunicato del Capo di Stato Maggiore della Marina - la mattina del 24 corr., essendo in servizio di esplorazione avvistò un cacciatorpediniere nemico al quale dette immediatamente la caccia, allontanandosi così dal grosso del reparto navale al quale era aggregato; la caccia durava da circa mezz'ora, quando sopraggiunsero altre unità nemiche, tre torpediniere e l'incrociatore leggero Helgoland. Il Turbine ripiegó allora sul reparto navale a cui era aggregato, ma, colpito per due volte nella caldaia, man mano andò perdendo di velocità.

Tuttavia continuò a combattere per circa un'ora, nonostante che un forte incendio divampasse a bordo. Esaurite tutte le munizioni, il comandante ordinò che fossero aperte le valvole di comunicazione col mare per affondare la nave e sottrarla alla cattura da parte del nemico. Il Turbine cominciò così ad affondare, ma, nonostante avesse cessato il fuoco e, con tutto l'equipaggio allineato a poppa, fosse in così gravi condizioni, il nemico continuò a cannoneggiarlo a distanza ravvicinata. Il comandante (che sin dall'inizio del combattimento era stato ferito) quando il Turbine stava per inabissarsi, ordinò alla gente di gettarsi in mare. I cacciatorpediniere nemici misero in mare i battellini per prestare soccorso ai naufraghi, ma in quel momento essendo comparso il reparto navale su cui si appoggiava il Turbine, il nemico, ricuperati frettolosamente i battellini, si diresse a tutta forza verso la propria costa. Le nostre navi, lanciate in mare le scialuppe per soccorrere i naufraghi, inseguirono il nemico aprendo il fuoco. Un cacciatorpediniere nemico del tipo Tatra (il Czepel) e l'Helgoland furono ripetutamente colpiti e gravemente danneggiati; del Turbine furono salvati nove uomini.
I comunicati austriaci venuti a nostra conoscenza affermano che sono stati recuperati 35 naufraghi tra i quali il comandante".

Inizio migliore ebbe la guerra terrestre. Secondo un ordine d'operazione del 16 maggio, il XII Corpo meno le due brigate messe a disposizione del Raggrupparnento autonomo della Carnia, doveva passare a disposizione della II Armata, per operare sulla strada di Tarvis; la II e la III Armata dovevano procedere verso l'Isonzo, che sarebbe stato poi superato in un secondo balzo, avanzando più rapidamente la II dalla parte di Caporetto e la III spingendo avanti la I divisione di cavalleria del generale PIROZZI per assicurarsi il possesso dei ponti di Pieris: la I doveva procurarsi, avanzando, una buona linea di difesa, il Raggruppamento Lequio appoggiare la sinistra della II verso Tarvis e la IV raggiungere il nodo stradale e ferroviario di Toblacco.

I risultati della prima avanzata della notte sul 24 furono soddisfacenti. La I Armata occupò la forcella di Montozzo e il passo del Tonale nella Valcamonica, il ponte Caffaro nelle Giudicarie, il terreno a nord di Ferrara di Monte Baldo, Monte Corno, Monte Foppiano sul versante nord dei monti Lessini, i monti Pasubio e Baffelan alla testata della Val d'Agno e della Val Leogra e si spinse in Val Brenta e in Val Cismòn.

Nella Carnia si ebbero violente azioni delle artiglierie; nel Cadore la IV Armata occupò tutti i passi di confine. La II Armata raggiunse Monte Stole occupò Caporetto e le alture tra l'Iudrio e l'Isonzo, la III occupò Cormons, Versa, Cervignano e Terzo, preceduta con eccessiva prudenza dalla I divisione di cavalleria.
Questa prudenza eccessiva, che spesso fu accompagnata e soverchiata da perplessità e titubanza davvero inspiegabili, costò al generale PIROZZI l'esonero. " Il generale PIROZZI - scrive il Gori - sverginò la lista degli ufficiali superiori esonerati in piena azione o, come poi si disse, silurati e che, all'ottobre 1917, raggiunse il numero di 461, di cui 217 generali. Una ecatombe! Fu malignato volesse il Cadorna, non sopravanzando in altro il JOFFRE, sorpassarlo almeno nei siluramenti. Ma il generalissimo francese adoperò la furberia di concentrare i suoi silurati (limogès) in una sola città (Limoges), dove potevano sfogarsi e consolarsi a, vicenda e non disseminarsi nel paese a screditarvi il siluratore.

 

"Forse il Cadorna nel percuotere i grossi papaveri, che abbatté di mano propria, fu talora ingiusto; certo eccedé di ossequio alla gerarchia nell'accettare sempre e a occhi chiusi le proposte di siluramenti, venutegli dalle armate e talvolta dal Governo. Le quali proposte non di rado nascevano da equivoci, antipatie, gelosie, dispetti, e si appoggiavano a motivazioni vacue o risibili. Alla Commissione, che più tardi esaminò quegli inspiegabili siluramenti, risultarono casi strani. Molti ufficiali superiori, e taluni decoratissimi, ebbero il siluro, perché la loro "cultura generale e professionale non garantiva che avrebbero percorso con distinzione i gradi più elevati". A silurare un colonnello, particolarmente colto e persino poeta, gli si fece anche l'addebito di non saper parlare ai soldati con proprietà di linguaggio e di dare alle parole la cadenza napoletana. Fra i motivi per silurare un generale si scrisse che, "paffuto e rubicondo, arguiva ma che non ne possedeva le necessarie capacità".

Silurarono un prode generale di divisione, perché, ricevuto con cipiglio dal suo nuovo comandante di corpo d' Esercito e richiestone con mal garbo se avesse fatto la Scuola di Guerra, aveva risposto: "Non ho fatto la Scuola di Guerra, ma ho fatto la Guerra, e bene !" (ANTONIO MONTI, Combattenti e Silurati).

Questo grandinare di siluramenti, che non perdonava nessuno e colpiva gli alti gradi, mantenne inquieti e sospettosi i comandi, falsò i caratteri, debilitò le iniziative. Né il siluramento, con le sostituzioni portava avanti i migliori, ma si seguiva sempre l'anzianità dell'Annuario; l'inconveniente già poco efficiente all'inizio, peggiorava ancora di più con questo continuo spostamento di ufficiali che prendevano il comando delle vecchie unità o quelle che per necessità d'impiego via via si andavano formando.

Sicché i soldati spesso non sapevano neppure il nome del tenente e del capitano; quanto ai nomi degli ufficiali superiori non si incaricavano di impararli; e in quella fantasmagoria di generali, di colonnelli, di maggiori, canticchiavano: "Un fesso è partito, un fesso è arrivato, sarà silurato senza pietà".
Questa canzonaccia non era soltanto una delle tante opinioni dei soldati espressa in forma satirica, ma era anche l'inizio di quel disfattismo fatto sovente con allusioni, epigrammi, lazzi e motti, che doveva raggiungere il punto culminante nell'autunno del 1917.

Il 25 maggio le truppe fecero altri progressi. Fu occupato l'Altissimo di M. Baldo, fu conquistato il medio Isonzo, furono occupati la Sella Prevala alla testata di Val Raccolana e gli accessi di Val Degna, a est della ferrovia pontebbana tra Chiusaforte e Pontebba, e fu conquistato alla baionetta il passo di Valle Inferno alla testa di Val Degano.

L'eroico plotone che occupò il passo cambiò in pochi minuti tre comandanti Il sottotenente CIOCCHINO e due caporali maggiori. L'ultimo di questi, il caporal maggiore ANTONIO VICO, sebbene ferito, guidò all'assalto i suoi conquistando la posizione. Riassumendo più tardi l'azione, per la quale il Re gli conferì la medaglia d'argento, il Vico così si espresse in dialetto piemontese: "I l'ouma fait pulissia (abbiamo fatto pulizia)".

Mentre gli Italiani, attraverso i bollettini del Cadorna e le relazioni dei corrispondenti di guerra, apprendevano con gioia queste notizie, il Re, il 26 maggio, indossato bustina e scarponi partiva da Roma per portarsi nel fango del Quartier Generale. Il giorno prima egli aveva nominato suo Luogotenente Generale con la cura di provvedere agli affari di ordinaria amministrazione e ad ogni atto che avesse un carattere d'urgenza, eccettuati gli affari di grave importanza, il suo amatissimo zio TOMMASO di Savoia, duca di Genova, fratello della Regina Madre Margherita, figlio del Duca Ferdinando (fratello di Vittorio Emanuele II) e della Duchessa Elisabetta di Sassonia, sposo della principessa Isabella di Baviera e padre di sei figli, dei quali Ferdinando principe di Udine era tenente di vascello e Filiberto duca di Pistoia ufficiale di fanteria.

La sera stessa della partenza del Re venne pubblicato il seguente decreto:
"Il R. Governo italiano, visto lo stato di guerra esistente fra l'Italia e l'Austria-Ungheria, considerato che alcuni posti della costa albanese servono alle autorità navali austroungariche per il rifornimento clandestino del loro naviglio sottile da guerra, dichiara:
A datare dal giorno 26 maggio 1915 sono tenuti in stato di blocco effettivo da parte delle forze navali italiane 1° il litorale austro-ungarico che si estende a nord del confine italiano sino al confine montenegrino a sud, con tutte le sue isole, porti, seni e rade o baie; 2° il litorale dell'Albania che si estende dal confine montenegrino a nord sino a Capo gephali compreso a sud.
I limiti geografici dei territori bloccati sono: per il litorale austro-ungarico limite nord 450 42'50" di latitudine N. E., 130 15'10" di longitudine E. Greenwich. Limite sud 420 6'25" latitudine N. E., 190 50'30" di longitudine E. Greenwich. Litorale albanese: limite nord 410 52' di latitudine N. E., 190 22'40" di longitudine E. Greenwich. Limite sud: 39o 54'15" di latitudine N. E., 190 45'30" di longitudine E. Greenwich.

Le navi di Potenze amiche e neutrali avranno un termine che sarà stabilito dal comandante in capo delle forze navali italiane, a cominciare dal giorno della dichiarazione di blocco, per uscire liberamente dalla zona bloccata. Contro le navi che in violazione del blocco tentassero di attraversare o avessero attraversato la linea di sbarramento costituita dalla congiungente Capo d'Otranto-Capo gephali, sarà proceduto in conformità delle regole del diritto internazionale dei trattati in vigore".

Il 27 maggio fu giornata piuttosto felice per le armi italiane. Quel giorno furono occupate Grado ed Aquileia e Tezze in Valsugana; furono fatti progressi nel territorio tra il Capo d' Idro e il Garda; bombardata da nostre aereonavi la strada ferrata Trieste-Nabrosina; fu continuato il bombardamento, iniziato al principio delle ostilità, di Monte Croce Carnico, Malborghetto e dei forti di Luserna, Busa e Spitz Verle e " truppe di fanteria, - come diceva un comunicato - rinforzate dalle guardie di finanza e da artiglieria, da Peri, per le due rive dell'Adige, avanzarono verso Ala. Espugnato il villaggio di Pileante, coperto da più ordini di trincee, si impossessarono stabilmente di Ala. Il combattimento durò da mezzogiorno a sera ".

Alla presa di Ala è legato il nome della signorina MARIA ABRIANI, trentina, abitante presso Mori, la quale nel maggio del 1915 si trovava ad Ala a passarvi qualche giorno in casa di amici. La mattina del 27, gli Austriaci, sgombrata la città, si erano trincerati fortemente nelle alture circostanti, decisi a resistere accanitamente agli Italiani i quali, entrando avrebbero dovuto attraversare la via principale, esposta alle raffiche della fucileria nemica. L'Abriani che sapeva ciò e che avrebbe potuto giovare alle truppe italiane anziché starsene nascosta con la famiglia degli ospiti nella stanza più sicura delle casa, verso mezzogiorno, mentre giungeva l'avanguardia dei nostri accolta dal vivo fuoco degli Austriaci, uscì coraggiosamente nella via e sfidano i proiettili nemici, si mise alla testa delle truppe italiane e per una scorciatoia le guidò su un'altura, da dove, i nostri, riparati, poterono rispondere al fuoco avversario e più tardi snidare il nemico dalle sue posizioni. Per otto ore l'eroica giovane rimase esposta al tiro micidiale degli Austriaci; vi rimase finché questi non furono sloggiati e la piccola città non fu libera definitivamente.

Meno fortunate furono le operazioni sulla fronte della II Armata, specie nella zona di Gorizia, dove il II Corpo d'Armata del generale REISOLI più volte, il 26, il 27 e il 28 diede l'assalto al Sabotino, lo prese e dovette rilasciarlo. Ala nella Val d'Adige, sull' altipiano di Lavarone e nella Val Sugana i nostri progredivano; tra la Val d'Adige e la Vallarsa occupavano il Coni Zugna; da Val Cismon, balzati oltre la frontiera, conquistavano il Monte Belvedere che domina Fiera di Primiero; al Monte Croce Carnico, gli Alpini resistevano ai contrattacchi nemici; in Val Giudicaria occupavano Storo spingendosi fin oltre Condino e collegandosi con reparti d'alpini scesi su Chiese per le balze di Val Caffaro e di Val Canonica e il 31 maggio riuscivano ad occupare saldamente il costone del Monte Nero sulla sinistra dell'Isonzo.

Man mano che, nelle prime giornate di giugno, le nostre operazioni procedevano, più il nemico opponeva resistenza alla nostra avanzata, mostrando di avere ricevuto rinforzi e di essersi consolidato su posizioni da molto tempo disposte a difesa. Dalla parte del Trentino, continuava negli altipiani di Lavarone e Folgaria la lotta delle artiglierie, veniva occupata, il 10 giugno, Podestagno, a nord di Cortina d'Ampezzo; invano il nemico attaccava, il 13, la sella del Tonale, Cima Cady, Monte Pissola, Monte Piano e il passo di Sesis. Alla fronte carnica duravano accaniti i combattimenti presso Monte Croce Carnico; il 9 i nostri alpini conquistavano il Freikofel e respingevano la notte successiva vigorosi contrattacchi nemici sia dalla stessa posizione occupata, sia da quelle di Pal Grande e Pal Piccolo; il 12 poi, ancora dagli alpini, veniva occupato il passo di Volaia. Alla fronte orientale i nostri, con operazioni compiute da forti nuclei protetti da artiglierie, tendevano ad assicurare all'esercito italiano la necessaria libertà di manovra sulla linea dell'Isonzo. Nel basso Isonzo, gettati ponti alla presenza dell'avversario, forti reparti di fanteria, preceduti da ricognizioni di cavalleria erano passati sulla sponda sinistra ed ora vi si rafforzavano. Nel medio Isonzo, dove Tolmino ci contrastava il passo con le sue formidabili trincee e con le potenti batterie di Santa Lucia e di Santa Maria, la lotta accanita, iniziata il 4 giugno e proseguita il 5 e il 6, continuava il 7 sulle creste delle pendici di Monte Nero.

Il 9 giugno c'impadronimmo di Monfalcone e di Gradisca, il 10 occupammo la rocca e le alture di Monfalcone e nella notte sul 10 la brigata Granatieri di Sardegna, riuscì ad irrompere di viva forza sulla sinistra dell'Isonzo presso Plava e mantenne posizione penosamente conquistata difendendola da drammatici contrattacchi.

Il 12 giugno l'Agenzia Stefani diramava il seguente comunicato ufficiale delle operazioni nei primi venti giorni di guerra:
"In tutti i punti dell'estesissimo fronte che dallo Stelvio va fino al mare, le qualità del soldato italiano si sono in queste prime settimane splendidamente confermate. Tutte le truppe hanno dimostrato uno slancio aggressivo che, per ragioni strategiche o tattiche, dovette essere perfino talvolta contenuto".

(All'inizio lo scritto di Stuparich lo abbiamo letto. Ma attorno a lui (che aveva validi motivi essendo di Trieste) non vi era una "nazione in armi" (metà era contadina) entusiasta e assetata di gloria, ispirata agli ideali del Risorgimento. Al contrario, c'era un esercito formato da truppe mal disposte, spesso analfabete, mal equipaggiate, strappate alle loro case, famiglie e ai loro campi per combattere in suolo straniero per ragioni a loro incomprensibili. Trento, Trieste, Gorizia e quella spianata di rocce carsiche sull'Isonzo, per questa gente (e metà di loro provenivano dal Sud) non avevano alcun significato, né lo avevano gli ideali cosiddetti nazionali. Inoltre - in questo caso sia i fanti settentrionali che i meridionali- sapevano benissimo che a casa erano rimasti moltissimi imboscati: al settentrione gli operai delle grandi fabbriche dei "pescicani", in meridione i figli di notabili o di uomini politici; entrambi al sicuro non solo da ogni rischio, ma che guadagnavano anche molto, 4, 5, 10 lire al giorno, rispetto alla misera mezza lira per fante di prima linea, e alla miserevole mezza lira data alla sua famiglia per campare (Ndr.)

Ma l' Agenzia Stefani così entusiasticamente proseguiva con il suo comunicato:
(che dobbiamo fedelmente riportare, perchè questo leggevano gli italiani sui giornali:
che fra l'altro erano in mano ai proprietari delle grandi industrie belliche).


"In qualsiasi zona, su qualsiasi terreno, di fronte a qualsiasi ostacolo, il soldato italiano, fosse alpino o artigliere; fante o cavaliere, specialista o doganiere, si è comportato magnificamente sopportando le più aspre fatiche, affrontando con sereno e pertinace coraggio il fuoco più violento e le posizioni più difficili, eseguendo con disciplina e con intelligenza gli ordini degli ufficiali..
"Le truppe non combattenti addette alla poderosa organizzazione degli svariati servizi necessari ad un grande esercito si sono pure distinte per operosità, per ordine e per abilità, sicché nelle retrovie regna la più completa calma, malgrado l'intenso lavoro.

"Chi ha vissuto questi giorni di campagna fra i reparti operanti ha avuto occasione di trarre eccellenti impressioni dalle proprie osservazioni. Anzitutto la caratteristica principale del soldato italiano, cioè il buon umore, non si è smentita neanche questa volta, pur conoscendo benissimo le truppe la difficoltà del loro compito e l'aspro carattere di questa guerra; anche nei momenti in cui più grave è il pericolo, i soldati esprimono nei nativi dialetti la loro gaiezza con frasi nelle quali scintilla l'umorismo paesano. I feriti non domandano che di guarire per poter tornare sul fronte. Sono avvenuti moltissimi episodi di stoica e coraggiosa condotta anche da parte di feriti gravi.
"La guerra all'Austria è straordinariamente sentita dalle truppe, da qualunque regione provengano. Vi è in tutti i soldati una ferma volontà di vincere a qualunque costo. Si avverte un poderoso risveglio dell'istinto di razza, oltreché un fervido e cosciente sentimento di Patria. Vi sono stati, in molti punti del fronte, azioni violente e sanguinose. Il soldato ha sempre seguito l'ufficiale con quello slancio, con quella fede e con quell'obbedienza che derivano soprattutto dallo stretto e cordiale rapporto che vi è tra le truppe ed i loro comandanti. In attacchi alla baionetta con trincee formidabilmente munite, in assalti frontali sotto il fuoco delle artiglierie e delle mitragliatrici, ufficiali anche dei più alti gradi e soldati hanno combattuto con eroico coraggio, spingendosi fino alle estreme altezze del sacrificio.
"Moltissimi furono gli episodi di valore. Il colonnello DE ROSSI, comandante di un reggimento di bersaglieri operante in terreno asperrimo, caduto gravissimamente ferito, agitò in alto il cappello piumato, gridando: "Bersaglieri sempre avanti!". La ricompensa al valore datagli personalmente da. S. M. il Re, accorso al suo letto di dolore, gli fu poi di gran conforto.
Il tenente colonnello NEGROTTO, dello stesso reggimento, cadde eroicamente sul campo dell'onore. E con loro divisero la gloriosa sorte altri ufficiali e soldati
bersaglieri, alpini, fucilieri e granatieri, dando al nemico annidato in trincee preparate da lungo termpo e con ogni arte di guerra, lo spettacolo di un ardimento insuperabile.
"In questo modo furono tolte agli Austriaci posizioni fortissime; ma, per quanto talvolta i sacrifici non siano stati lievi, il cuore degli ufficiali e soldati non tremò e ognuno volenterosamente ripeté gli attacchi fino al conseguimento dell'obbiettivo. Né fu soltanto la lotta contro il nemico ma anche la lotta contro il terreno che dimostrò la ferrea resistenza delle nostre truppe specialmente di montagna. Le operazioni furono condotto su balze impervie; furono trasportati su alte e quasi inaccessibili vette grossi pezzi di artiglieria con un'abilità ed una tenacia degne del più alto elogio. Lunghe colonne di salmerie procedenti su per sentieri alpestri e addirittura tra le anfrattuosità del terreno roccioso, recarono regolarmente ai nostri combattenti sull'alta montagna munizioni e viveri.

"In alcuni punti del fronte le truppe avanzarono allo scoperto in pianura sotto il
fuoco delle artiglierie nemiche piazzate sulle alture, occuparono tenacemente linee di osservazione, quantunque battute continuamente dai cannoni avversari non indietreggiarono di un passo. Cavalieri e ciclisti fecero rapide ed audaci incursioni in paesi ancora occupati dal nemico, affrontando insidie e riportando buoni frutti dalle loro ricognizioni. I pontieri si distinsero lungo tutta la lunghissima linea dell'Isonzo, gettando ponti di barche o passerelle sotto il fuoco nemico, oppure riattando e ricostruendo rapidissimamente ponti distrutti dagli Austriaci prima della loro ritirata sulla riva sinistra del fiume. Così pure funzionarono ottimamente tutti gli altri numerosi servizi del genio. Brillante fu la condotta dell'artiglieria sia pesante, sia da campagna, sia da montagna. La bella fama dei nostri artiglieri non si smentì nei lunghi duelli contro pezzi nemici sapientemente nascosti in posizioni dominanti, nel vittorioso attacco a forti corazzati, nel battere numerose linee di trincee abilmente dissimulate, nel proteggere e sostenere l'avanzata delle fanterie.

In pochissimi giorni di guerra il coordinamento dell'azione tra le varie armi si affermò rapidamente; il funzionamento dei comandi si palesò ottimo; la collaborazione armonica tra le varie armate secondo i piani prefissi si dimostrò eccellente. Soddisfacente fu il funzionamento del servizio sanitario, sia sul campo, sia nelle retrovie. I feriti vennero rapidamente avviati nei vicini ospedali e i più leggeri vennero successivamente trasportati nelle città più interne onde lasciar libero il posto ai feriti sopravvenienti. In generale si è riscontrata finora la grandissima prevalenza di ferite leggere, specialmente agli arti ed il buon corso dei processi di guarigione.

I servizi di intendenza si sono andati durante pochi giorni completando con buoni risultati. Eccellenti sopratutto i risultati del larghissimo impiego di autocarri; ottimo il servizio di esplorazione aerea. Insomma uno sguardo complessivo al risultato dei primi venti giorni di guerra consente di fare una soddisfacente constatazione di assieme. Oltre a rivelare la splendida condotta delle truppe che ha già ripetutamente e giustamente richiamato l'attenzione e l'elogio di S. M. il Re, il quale percorre instancabilmente il fronte, si può affermare che l'intero esercito ha dato prova fin qui di possedere una salda costituzione organica. Infatti in pochi giorni si è riusciti a compiere la mobilitazione e nello stesso tempo a portare quasi dovunque la nostre forze fuori del territorio nazionale, ponendo così felicemente le prime basi di tutto un piano d'azione che si va razionalmente e gradualmente applicando. Intanto l'imponente organizzazione dei servizi di un grande esercito si è andata ordinatamente e progressivamente completando senza intralcio allo svolgimento della vita del Paese.

Quanto alle prime mosse offensive dell'esercito, pur evitando di entrare in dettagli inopportuni e di commettere indiscrezioni dannose, se ne possono tuttavia riassumere i caratteri generali in base a dati di assoluta verità. Nella zona del Trentino le nostre forze sono risolutamente spinte innanzi, correggendo così almeno gli inconvenienti di ordine strategico di una frontiera infelice come quella impostaci dalla campagna del 1866. Le nostre balde truppe di montagna occupano valichi e vette i cui nomi ricordano le gesta indimenticabili dei valorosi combattenti, mezzo secolo or sono nel Trentino. Potenti artiglierie coronano cime ed altipiani, donde si potrà procedere ad ulteriori e maggiori occupazioni e battono efficacemente fortini nemici finora ritenuti quasi imprendibili e ne hanno già demoliti alcuni.

Nell'alto Cadore si rinverdiscono le memorie delle gesta di Pier Fortunato Calvi, mediante l'occupazione di Cortina e di altri importanti punti. Così non soltanto sono chiuse le vie ad una, del resto impossibile invasione nemica nel territorio nazionale, ma si apre gradatamente il varco a quell'azione offensiva che potrà essere ritenuta opportuna. Nella zona carnica i nostri alpini, solidamente stabiliti su valichi importanti, li tengono ottimamente respingendo ripetutamente contrattacchi nemici. Nella zona del Friuli orientale le nostre forze avanzate vanno prendendo sempre maggior contatto con il nemico superando gradatamente ostacoli non lievi.

"Questi i risultati in un così breve primo periodo di guerra, i quali costituiscono la promessa di un piano di operazioni cui l'esercito si è accinto con animo saldo e deciso a sormontare ostacoli d'ogni specie. Questi obbiettivi e le doverose constatazioni della bontà intrinseca del nostro esercito non debbono, tuttavia, indurre in errore di ottimismo circa il carattere della presente guerra che è aspra e difficile. Non si deve sopratutto dimenticare che il terreno delle operazioni è quasi completamente montuoso, che è stato da lungo tempo preparato dal nemico ed è difeso da truppe agguerrite già da undici mesi di campagna. L'esercito è deciso a superare a qualunque costo ostacoli, resistenze, difficoltà, e gli sarà soprattutto di grande conforto, nell'aspra prova, la serena, fiduciosa e paziente aspettative del Paese".

Il Paese, in effetti era calmo, anche perchè non era granché informato....
dalla stampa nazionale, dai vari comunicati, ed inoltre nella iniziale euforia, tutti erano convinti che la guerra sarebbe stata breve. Qualche dubbio iniziò a serpeggiare quando in agosto, in ottemperanza al Patto di Londra, l'Italia dovette dichiarare guerra alla Turchia; e rimase in sospeso -fino all'agosto del 1916- la dichiarazione di guerra alla Germania nonostante la presenza di sommergibili tedeschi nel Mediterraneo che colpiranno diverse navi italiane.
Inoltre l'Austria con l'intento di fiaccare il morale italiano, iniziò ad angosciare con le sue incursioni aeree sulle città italiane, come a Venezia.

Ed è il prossimo capitolo di questo primo mese di guerra dell'Italia

 


IL DISCORSO DEL CANCELLIERE BETHMANN HOLLVEG E LA RISPOSTA DELL'ON. SALANDRA
IL COMITATO GENERALE PER L'ASSISTENZA CIVILE
GARA DEI CITTADINI NELL'OPERA DI ASSISTENZA
I VOLONTARI - LE DONNE - I GIOVANI 'ESPLORATORI
IL SECONDO PRESTITO NAZIONALE

Alle accuse del cancelliere germanico e a quelle contenute nel manifesto di FRANCESCO GIUSEPPE rispose il ministro SALANDRA il 2 giugno, inaugurando in Campidoglio i lavori del Comitato Romano di Preparazione Civile, con un discorso lungo, documentato, composto, infiorato qua e là di fine sarcasmo, e qua e là reso più vigoroso da nobile e fiero sdegno. Dopo avere esposti sommariamente i negoziati corsi durante il periodo della neutralità, l'on. Salandra si domandava:
"Dov'è dunque il tradimento, dove l'iniquità, dove la sorpresa se, dopo nove mesi di sforzi vani per arrivare ad un'intesa onorevole, la quale riconoscesse in equa misura i nostri diritti e tutelasse i nostri interessi, noi riprendemmo la nostra libertà d'azione e provvedemmo come l'interesse della Patria consigliava? Sta invece in fatto che Austria e Germania credettero fino agli ultimi giorni di avere a che fare con una Italia, imbelle, rumorosa ma non cattiva, capace di tentare un ricatto, non mai da far valere con le armi il suo buon diritto; con un'Italia che si potesse paralizzare spendendo qualche milione e frapponendosi con inconfessabili raggiri fra il Paese e il Governo".

Dimostrata la costante ostilità dell'Austria verso l'Italia durante il trentennio della Triplice e specie nel tempo della guerra italo-turca, dimostrata l'insufficienza delle concessioni austro-ungariche e venendo a parlare della "dibattuta questione dell'esecuzione dell'accordo", l'on SALANDRA così si esprimeva fra i consensi dei presenti:

"Ci si oppone che dell'esecuzione non avremmo dovuto dubitare, perché ci sarebbe stata la guarentigia della Germania. Supponiamo questa guarentigia data con perfetta intenzione di eseguirla. Supponiamo che la Germania, alla fine della guerra, fosse stata in condizione di poter mantenere la parola data, ciò che non è sicuro. Quale sarebbe stata la nostra condizione dopo questo accordo? Vi sarebbe stata una nuova Triplice, una triplice rinnovata, ma in ben altre ed inferiori condizioni di quelle di prima, poiché noi avremmo avuti uno stato sovrano e due Stati vassalli. Il giorno in cui una delle clausole del Trattato non fosse stata eseguita, il giorno in cui, dopo breve tempo, dopo anni, l'autonomia, municipale di Trieste fosse stata infranta da un qualsiasi decreto imperiale o da un qualsiasi luogotenente, a chi avremmo potuto rivolgerci ? Avremmo dovuto ricorrere al comune superiore, alla Germania.
Ora, signori, io voglio dirvi che della Germania non intendo parlare senza ammirazione e senza rispetto. Io sono Primo Ministro d'Italia, non cancelliere tedesco; e non perdo il lume della ragione. Ma con tutto il rispetto dovuto alla dotta, alla potente, alla grande Germania, mirabile esempio di organizzazione e di resistenza, in nome del mio Paese debbo dire: vassallaggio no, protettorato no, verso nessuno. Il sogno dell'egemonia universale è stato infranto, Il mondo è insorto, la pace e la civiltà dell'umanità futura debbono fondarsi sul rispetto delle compiute autonomie nazionali fra le quali la grande Germania dovrà assidersi pari alle altre ma non padrona".

Al fiero, chiaro, realistico, discorso dell'on. Salandra applaudiva tutto il Paese, che rispondeva concorde ed entusiasta all'appello per la mobilitazione civile. A Milano si costituì un Comitato Generale per l'assistenza civile per provvedere ai bisogni nati dalla chiamata alle armi di tanti capi di famiglie proletarie, e dietro l'esempio di Milano altri comitati sorsero in ogni centro d'Italia, sorretti e guidati dalle autorità governative, specie dai prefetti, ai quali il presidente dei Ministri, con una circolare in data del 7 giugno, forniva le direttive seguenti:

"Non si tratta di burocratizzare, assoggettandolo a criteri uniformi, il movimento spontaneo della carità nazionale; occorre invece che esso si svolga multiforme, secondo la varia natura dei bisogni locali. Ma tale criterio non esime i rappresentanti del Governo dall'esercitare tutta la loro influenza per stimolare, organizzare ed integrare le spontanee energie caritative. Anche la raccolta dei mezzi deve farsi non rivolgendosi ai Governo Centrale, che ha altri doveri e le adempirà, ma facendo intendere alle amministrazioni locali e ai cittadini delle classi agiate che in questo periodo di supremo sforzo nazionale è comune l'obbligo civile di consacrare ogni disponibilità, non più a spese che possono essere risparmiate e differite o a consumi di lusso, bensì ad alleviare le preoccupazioni, i disagi, i danni inevitabili delle case dei poveri. Nessun Comune del Regno dovrebbe rimanere senza il suo Comitato, ed in ognuno una pubblica sottoscrizione dovrebbe essere aperta".

Quella di Milano si aprì con una prima somma di 1 milione e 200 mila lire, che il 13 giugno giungeva a quella di 3 milioni e il 26 di 4 milioni e mezzo.

Privati e ditte inviavano somme cospicue da esser date in premio ai combattenti più valorosi. Si moltiplicavano i comitati e le istituzioni ognuno dei quali aveva scopi ben definiti: assistere i soldati alla partenza, durante il viaggio e al fronte; assistere i feriti, i mutilati, gli invalili, gli orfani, le famiglie dei richiamati; provvedere calze, maglie, scaldarancio, passamontagna, maschere per gas, doni; organizzare uffici d'informazioni intermediari tra i combattenti e le famiglie e comitati di vigilanza contro l'insidia delle spie; raccogliere libri per soldati. Ma era solo l'inizio di un lungo calvario.

Nella gara di offrire e di rendersi utili per i bisogni della guerra parve in questi primi mesi che fossero scomparsi i partiti politici e le classi sociali. Il presidente onorario del Comitato milanese per l'assistenza civile era il sindaco socialista CALDARA; la Confederazione Generale del Lavoro diramava alle organizzazioni operaie una circolare in cui si davano istruzioni sull'opera da svolgere per alleviare i danni della disoccupazione; la Federazione Nazionale Lavoratori della terra, d'accordo con la Società Umanitaria di Milano, istituiva un ufficio di collocamento nazionale per i contadini; la maggiore attività possibile esplicavano i marinai mercantili, i postelegrafonici e i ferrovieri, dei quali ultimi vennero, come premio, amnistiati quelli che erano stati puniti per lo sciopero dei 1914; coloro che avevano parteggiato per la neutralità ora si sbracciavano in favore della guerra, deputati socialisti si arruolavano volontari. Fu il momento della solidarietà dell'italiano

Quello dei volontari era davvero uno spettacolo meraviglioso; accorrevano sotto le bandiere cittadini di ogni età e di ogni condizione e spesso giovincelli imberbi falsificavano le proprie generalità per dimostrare di avere i requisiti voluti per gli arruolamenti. E non solo di Italiani residenti nel regno si ingrossavano le schiere dei volontari, ma di Italiani residenti all'Estero che rimpatriavano sia per rispondere alla chiamata alle armi, sia per offrire spontaneamente il loro braccio alla causa santa della redenzione.
Non minore entusiasmo degli uomini dimostravano le donne, le quali, se in parte non furono mosse da spirito di sacrificio e di patria, ma da vanità e qualche volta da libidine, senza distinzione di età né di ceto, accorrevano in generale volentieri a prestar l'opera loro pietosa e patriottica alle stazioni, sui treni, negli opifici, nei comitati di soccorso, negli ospedali delle retrovie e dell'interno e a sfidare la morte negli ospedaletti da campo esposti ai bombardamenti nemici (delle donne parleremo ancora).

Nè, in questa rapida e sommaria rassegna delle forze operanti del paese debbono essere dimenticati i giovanissimi. Infatti, i Giovani esploratori - tra i quali fece il suo tirocinio il principe Umberto - furono mobilitati e a loro si affidò l'incarico di distribuire ai cittadini ordini ed avvisi delle autorità, di portare dispacci di Stato e fare segnalazioni, di raccogliere informazioni, di organizzare e mettere in esecuzione i provvedimenti emanati dalle autorità per i soccorsi pubblici, di aiutare personalmente le famiglie i cui uomini erano stati chiamati alle armi, sostituendo nel lavoro i combattenti, assistere gli ammalati e i feriti, stabilire i posti di pronto soccorso, dei ricoveri e dei dispensari nei locali delle loro sedi di sezione, di far da guida nelle loro circoscrizioni, di occuparsi dei servizi riguardanti alloggi delle truppe e di raccogliere e portare a destinazione i messaggi lasciati cadere da aeroplani e dirigibili in perlustrazione.


Nell'agosto, i più forti dei Giovani esploratori di circa quindici anni furono adibiti a servizi di vigilanza costiera.
Anche dal lato finanziario il Paese rispose all'appello del Governo. Durante la neutralità era stato emesso un prestito nazionale per 1 miliardo, che sottoscritto tra il 4 e l'11 gennaio del 1915 aveva fruttato 1 miliardo e 280 milioni, 500 dei quali sottoscritti da 240 enti bancari. Il 17 giugno fu emesso un secondo Prestito Nazionale, a 95, col tasso netto del 4.50, rimborsabile entro venticinque anni. La chiusura della sottoscrizione fu fissata al 15 luglio, ma con decreto luogotenenziale fu protratta, di tre giorni. Il prestito raggiunse la cifra di 1 miliardo 145 milioni 862.700 lire. Vi parteciparono 245.474 sottoscrittori in Italia e non pochi connazionali residenti all'estero; e se il risultato non fu proprio magnifico, esso non deluse l'aspettative del Governo anche per la larga partecipazione dei piccoli risparmiatori.

Ma il prestito non risolse i gravi problemi finanziari. Né li risolse, quando inizia a incassare il primo prestito fatto all'Italia (con i denari degli USA) di 50 milioni di sterline concesse dall'Inghilterra. E' il primo, il secondo a dicembre; poi seguiranno gli altri fino al termine del conflitto; procurandosi l'Italia -pur vincitrice- quello spaventoso debito con l'Inghilterra; che offriva buona parte denari americani, ma era l'Inghilterra a garantire gli Usa per la riscossione.

Una Restituzioni dilazionate fino al 1988 !!!!!.
Nella critica situazioni in cui si venne poi a trovare l'Italia del dopoguerra; e a fascismo già iniziato, l'Inghilterra propose agli Usa la cancellazione o una riduzione del debito a vinti (Germania) e vincitori (Italia). Ma gli Usa - entrati poi pure loro in crisi nel 1929, furono sordi. Famosa la frase del Presidente Usa: "I soldi li hanno ricevuti? Allora paghino!".

Le enormi spese militari, soprattutto iniziali, causeranno già in settembre preoccupazioni in seno al governo. SALANDRA farà pressioni su Cadorna perché riduca le richieste di stanziamenti e di materiale bellico. Cadorna farà qualcosa, ma non avrà il potere di fare miracoli.

RIORGANIZZAZIONE DELLA VITA CIVILE NEI PAESI LIBERATI
IL TERRORISMO AUSTRIACO
LE CITTA' ITALIANE SOGGETTE AL NEMICO

"Parallelamente allo svolgersi delle operazioni militari, - così scriveva un comunicato ufficiale del 18 giugno - Il Comando Supremo attende a rianimare la vita civile sui territori occupati ed a sollevare le popolazioni stremate in conseguenza della lunga guerra europea. Tale compito è esercitato dal Comando mediante il Segretariato Generale per gli affari civili istituito fin dall'inizio della guerra sotto la direzione del Commendatore D'ADAMO, ispettore generale del Ministero dall'Interno. Compito del predetto ufficio, oltre la collaborazione con Stato Maggiore nelle funzioni di carattere politico ad esso spettanti nell'ambito della zona di guerra, è principalmente l'organizzazione dei servizi nei territori occupati

E' cura del Comando di destinare nei singoli distretti politici, appena le esigenze militari lo consentano, un funzionario fra quelli che il Governo centrale ha posto a sua disposizione, scegliendoli fra il personale delle Prefetture. Detti funzionari alla dipendenza delle autorità militari operanti nei vari settori e del Segretariato Generale svolgono già un'opera bene apprezzata dalle popolazioni. Sono in funzione commissari civili a Cormons, a Cervignano, a Caporetto, ad Ala, a Condino, ed altre nomine sono in corso per il governo di altri sette comuni già occupati. Sono state organizzate dappertutto, mediante alacre opera dell'Intendenza Generale, che si è valsa dei larghissimi rifornimenti predisposti per le truppe, distribuzioni di viveri di prima necessità sotto la sorveglianza dei commissari civili. E poiché anche gli abbienti non era loro possibile fare acquisti, per l'assoluta mancanza di generi, l'Intendenza ha in vari comuni provveduto alla vendita di essi a prezzi di gran lunga inferiori e quelli in corso prima della nostra occupazione".

"Basta ricordare, ad esempio, le farine, le quali avevano raggiunto il prezzo di 400 corone per quintale. Rifioriscono ora i mercati normali dopo che hanno cominciato nuovamente a circolare nelle province di frontiera i treni di derrate; funzionano i primi uffici postali e telegrafici; si stanno impiantando gli spacci di privative e già sono stati riforniti quelli esistenti. Dovunque le amministrazioni comunali, con gli amministratori già in carica e con persone del luogo all'uopo delegate, sono in funzioni. Si provvede con medici locali e con ufficiali delle sanità militare all'assistenza sanitaria, a larghe provviste di disinfettanti e di medicinali; sono distribuite le provvidenze di carattere igienico che hanno larga applicazione per la necessaria tutela della popolazione civile e delle truppe; la moneta italiana è dappertutto accettata o ricercata, stante la progressiva ed impressionante svalutazione di quella austriaca.

"Un senso di fiducia si diffonde. Con plauso e pubbliche manifestazioni è stato accolto il provvedimento generoso di continuare a concedere a favore delle famiglie dei richiamati il sussidio che loro veniva concesso sotto il regime austriaco. Prove non dubbie di attaccamento e di gratitudine sono ogni giorno segnalate. A Cervignano in dieci giorni si sono raccolte 2600 corone a favore della popolazione. Il Presidente del Consiglio se ne compiaceva con un nobile telegramma subito divulgato nell'intero distretto. Anche a Monfalcone, che è ancora così prossima all'azione del fuoco nemico, vi sono state offerte per la Croce Rossa Italiana e per i nostri feriti in guerra. Si va svolgendo così intensamente il programma del Governo che alla gloriosa avanzata delle nostre truppe intende far seguire immediatamente un ordinamento amministrativo che, per quanto provvisorio durante l'occupazione, deve manifestarsi solido e benefico, inteso al rispetto dei diritti individuali ed al benessere delle popolazioni redente".

 

Tanto più era necessaria nei paesi liberati l'opera dell'amministrazione italiana in quanto il nemico, ritirandosi, desolava il territorio che era costretto ad abbandonare, portando via tutto ciò che poteva avere valore, lasciandovi però spie ed emissari, che fornivano informazioni al nemico, tendevano agguati ai nostri, specie gli ufficiali, organizzavano nei boschi bande che colpivano alle spalle le nostre truppe o assalivano le salmerie e infine spargevano abilmente nelle popolazioni la diffidenza e il terrore.
Certo queste popolazioni pur essendo di lingua "italiana", non vedevano di buon occhio gli Italiani, sia perché avevano i loro più validi uomini sotto le bandiere austriache o internati nell'Impero, sia perché erano convinti che non saremmo riusciti a vincere e temevano poi le rappresaglie degli Austriaci a guerra finita.
Questo non significa che erano animate, come da qualcuno fu detto, da sentimenti antitaliani. Poté essere scambiata per sorda ostilità la loro diffidenza, che, ricambiata ad usura, da noi, diede origine a molte leggende, a non poche esagerazioni e solo col tempo e con l'opera avveduta delle nostre autorità scomparve, dando luogo a manifestazioni commoventi d'italianità e di fratellanza.
Non meglio delle popolazioni dei territori che gli Austriaci dovevano poi abbandonare, furono trattate quelle del Trentino, dell'Istria e della Dalmazia di nazionalità italiana.
Nelle città vennero sciolte le amministrazioni comunali le quali furono sostituite con commissari governativi, che cercarono in tutti i modi di cancellare il carattere italiano di esse, sostituirono con nomi tedeschi quelli italiani delle vie, cercarono di dare all'insegnamento elementare un indirizzo austriaco, e obbligarono a scrivere in tedesco la corrispondenza indirizzata alle autorità governative.

Nelle principali città adriatiche che vivevano del commercio, ora completamente rovinato dalla guerra, le autorità austriache cercarono di volgere il malcontento del popolino contro il Governo italiano, rappresentandolo come il responsabile del prolungarsi della guerra ed ottenendo, con la loro istigazione, furiose rivolte.
Il 23 maggio, a Trieste i cosiddetti "leccapiattini", opportunamente istigati contro gli averi e le persone del partito nazionale italiano, saccheggiarono, devastarono, incendiarono molti negozi italiani, deturparono il monumento a Giuseppe Verdi e diedero fuoco all'edificio del giornale il "Piccolo. Altre dimostrazioni ostili agli Italiani furono provocate a Fiume, a Capodistria e in altre città, dove della plebaglia strumentalizzata e pagata cantava canzonacce oltraggiose verso l'Italia, contro Salandra, contro Cadorna.

Nè questo era tutto. Il Governo austroungarico, col pretesto dello stato di guerra, arrestò e deportò tutti i regnicoli che non erano riusciti a rimpatriare e moltissimi nativi di Trieste, di Fiume, di Zara, di Trento e delle altre città italiane della Monarchia. I deportati, d'ogni età, sesso e condizione, esposti agli insulti del popolaccio, furono internati in fortezze e in campi di concentramento al centro o agli opposti confini dell'impero e qui soffrirono la prigionia, i disagi, l'affronto di promiscuità vergognose, non di rado la fame, e molti morirono di stenti e qualcuno si diede volontaria morte


Nelle città italiane furono proclamate lo stato d'assedio e la legge statuaria; furono sciolti circoli e società, si proibì di spedire lettere chiuse, s'impose il coprifuoco; qualche città, come Pola ed altre dell'Istria, fu fatta sgombrare dalla popolazione civile; altre città, comprese nella zona d'operazione e divenute per la loro posizione luoghi di passaggio e di concentramento di truppe e di servizi, ebbero sorte peggiore, perché furono esposte alle ingiurie della soldataglie: così Trento, dove a stento furono sottratte, nascondendoli, alla furia dei soldati i busti del Prati, del Verdi e del Carducci, e non si sa come, non venne fatto oltraggio al monumento di Dante; così Gorizia, la bella e ridente Gorizia, di cui furono allontanati i patrioti e dove per più d'un anno spadroneggiò la bestiale burbanza delle soldatesche imperiali, quasi sicuri che (con le loro formidabili difese) gli Italiani non avrebbero mai colpito con le loro artiglierie la regina dell'Isonzo.

Ma peggio di tutte stavano le città vicinissime al fronte, cadute o in procinto di cadere nelle nostre mani; su queste il nemico sfogò la sua rabbia inviando sopra di esse il piombo distruttore dei suoi cannoni: così conobbero tutto il barbaro livore degli Austriaci, Rovereto, Gradisca, Monfalcone e, per non citare, molti altri paesi, Cormons, che, sebbene lontana, per mesi ricevette il quotidiano quantitativo di granate di grosso calibro.
In questo primo mese di guerra, gl'Italiani rimasti nelle vicine città, specie a Trieste, o che erano sfuggiti agli arresti ed alle deportazioni, vissero inenarrabili ore di ansie, di trepidazione, di speranze. Videro fuggire autorità, palpitarono di gioia ogni volta che più distinto si faceva il rombo dell'artiglieria italiana, guardarono con appassionato desiderio le ali tricolori che spesso attraversavano il cielo della loro patria oppressa per seminare la distruzione sulle opere miliari,; sperarono nell'imminente liberazione tutte le volte che la sagoma di una nave o una colonna nerastra di fumo si staccava dal verde dell'Adriatico.

Ma a poco a poco, dal cuore di questi fratelli, la speranza di esser presto liberati scomparve. La speranza di uno sbarco italiano tramontò e tramontò pure quella di una rapidissima avanzata delle nostre truppe approfittando dello scarso numero di quelle nemiche.
Le posizioni austriache resistevano, dagli altri fronti giungevano quotidianamente reggimenti e cannoni e la possibilità che gl'Italiani avessero facilmente ragione della resistenza austro-ungarica svaniva. E più che l'angoscia, subentrava un senso di rabbiosa amarezza.

Anche sul fronte italiano la guerra, come altrove, si era trasformata in lotta di posizione, con la sfibrante attesa nelle trincee, con i logoranti assalti a quote martoriate dai proiettili, con costruzione continua di camminamenti, di piazzole, di ricoveri, e acquistava il grigiore e la monotonia di una vita, che però qualche volta si illuminava d' una luce radiosa e mostrava, tra il fragore delle artiglierie e gli urli dell'assalto, esempi impensati di eroismo, che si moltiplicheranno nei mesi e negli anni successivi, facendo scrivere le innumerevoli pagine gloriose della nuova storia d'Italia

Abbiamo qui terminato giugno, primo mese di guerra.....
ma abbiamo davanti ancora 3 anni di guerra .....

che qui ora saltiamo
ma sono ben descritti nel Resoconto Generale >>
con tutti i bollettini di Guerra e 120 immagini >>>

 

NOI ANDIAMO SUBITO AL LUGLIO 1918
In quei giorni fu ripresa sull'altipiano Carsico l' avanzata, e l'ala sinistra aggrappatasi al San Michele e il centro fecero qualche progresso. Nell'intento di arrestare da queste parte la nostra avanzata, nel pomeriggio del 4 il nemico pronunciò un violento attacco contro le nostre posizioni di Bosco Cappuccio; sostennero bravamente l'urto, quindi, passate vigorosamente al contrattacco, riuscirono ad espugnare un fortissimo ed esteso trinceramento, detto il trincerone, che dominava lo sbocco orientale del bosco e gli accessi a San Martino del Carso. A tarda sera, dopo un violento cannoneggiamento, il nemico tentò un nuovo sforzo contro le nostre linee, ma fu respinto.
Il 5 agosto, CADORNA segnalava altri progressi e la cattura di altri prigionieri, da, parte nostra, sul Carso. Nel settore di Plava, la notte del 6, il nemico tentava due attacchi, appoggiandoli con intenso fuoco di numerose artiglierie; ma queste erano ridotte al silenzio e quelli respinti. Sul Carso la lotta, continuata per tutto il giorno 6, si chiudeva a sera con sensibili successi delle nostre armi, specialmente al centro, dove era conquistato in parte il margine dell'avvallamento che scende verso Doberdò.
Ma il giorno seguente, mirando ad ostacolare i progressi dei nostri lavori d'approccio; il nemico sferrava frequenti e piccoli contrattacchi subito respinti e tentava di collocare reticolati mobili davanti le nostre linee. Nella zona di Plava un comunicato del 9 agosto, annunciava che "le nostre truppe hanno occupato alcuni trinceramenti nemici verso Zagora e Paljevo e che nel Carso l'azione nostra continua a svilupparsi favorevolmente".

Il bollettino del 10 agosto annunziava altri combattimenti ed altri successi italiani riportati il 9 e il mattino successivo. Infatti, "...presso Plava un duplice attacco austriaco sferrato la sera del 9 era stato respinto nettamente sebbene appoggiato da nutrito bombardamento; sul Carso i nostri, dopo di avere ricacciato, durante la notte, un attacco nella zona di Sei Busi, avevano, il mattino del 10, contrattaccato vigorosamente conseguendo, in alcuni tratti, sensibili vantaggi. Lo slancio della fanteria era stato tale che due compagnie erano riuscite a conquistare alla baionetta un'altura fortemente trincerata situata molto dentro nel fronte nemico. A causa del potente e concentrato fuoco dell'artiglieria e di un vigoroso contrattacco dell'avversario, la posizione non poté poi essere mantenuta; tuttavia la resistenza delle truppe retrostanti, forti nelle posizioni conquistate, valse ad infrangere il contrattacco nemico"

"Il 12 agosto, scriveva il bollettino
"....il nemico svolse sull'Isonzo azioni dimostrative facilmente respinte contro le nostre posizioni sul contrafforte di Sleme e Mrzli, nel massiccio del Monte Nero e contro le alture da noi recentemente conquistate ad est di Plava. Sul Carso, nella notte del 12, imperversando un violento temporale tentò varie azioni di sorpresa, ma nessuna di loro riuscì. Non riuscì neppure, il 14, un attacco austriaco contro l'estrema ala destra delle nostre posizioni a sud-est di Monfalcone, tentato con un treno blindato armato di artiglierie leggere; ma, riuscì a noi, quel giorno stesso, nella conca di Plezzo e nella zona del Monte Nero, di progredire sensibilmente ma senza concludere nulla".

Solo a metà agosto la seconda offensiva sull'Isonzo terminò; programmandone però un'altra in ottobre, Che però molti sconsigliavano per non trovarsi al fronte con l'inverno alle porte.
Tuttavia all'inizio della terza decade di ottobre l'esercito italiano era pronto per la grande offensiva.
Il contingente austriaco si era lasciato sorprendere.
(ma qui dobbiamo dire che quasi l'80% di chi comandava l'esercito austriaco (spesso anziano) era o deceduto o era malato per la Epidemia della Spagnola")
Il 31 ottobre con la decisiva battaglia (non proprio tanto impegnativa), che poi si chiamò di VITTORIO VENETO, si potevano considerarsi finite le operazioni dell'offensiva italiana.

La sera del 4 novembre,
il generale DIAZ lanciava il suo ultimo (e famoso) bollettino di guerra.


LA VITTORIA sorprese perfino Padova in quello stesso giorno dove erano riuniti per le trattative per firmare una resa, la cessazione del fuoco e quindi la fine della guerra. Che gli asutriace firmandola fu accettata !!
Alcuni dei riuniti a Padova - alla notizia della vittoria - non sapevano nemmeno dov'era Vittorio Veneto.

Tuttavia a Padova a Villa Giusti fu firmata la resa, mentre Wilson a Parigi fissava i "14 punti" riguardo al riassetto delle frontiere italiane, e aveva spiegato al Senato il significato del punto IX che ...."…le pretese italiane in Trentino dovrebbero essere soddisfatte, ma la parte settentrionale della regione, abitata dai tedeschi, dovrebbe essere completamente autonoma" (Papers Relating to the Foreign Relations of the United State, 1918: "Supplements I", Documents State Department, Washington 1933, vol. 1, pa.. 410).
Lui aveva deciso le spartizoni ignorando del tutto il famoso Patto di Londra di Sonnino. "Io non c'ero, e non ho firmato nulla, quel patto per me e carta straccia"
.
Un atteggiamento così ostile che fece perfino abbandonare la delegazione Italiana dalla Conferenza Parigina.

In più si aggiunse anche il banale incidente ad ALA (sul Confine - un cecchino aveva colpito un soldato Italiano) il Comandante di quella guarnigione decise lui di sfondare le linee nemiche, arrivando prima a Trento, poi a Bolzano e superato anche il Brennero, alcuni ufficiali andarono a brindare questa vittoria a Innsbruck. Una euforica ma grave impudenza. Nella città bavarese vi erano i tedeschi e molti italiani ci rimisero la pelle presi di mira da loro, perché la Germania il "cessate il fuoco" lo fimerà solo l'11 novembre.

Quell''avanzata nel Trentino Alto Adige senza aver incontrato alcuna resistenza fu quanto mai inoopportuna:
1° perchè gli austriaci già sapevano del "cessato il fuoco" e della resa firmata a Padova e già si stavano ritirando quasi tutti disarmati lungo tutta la valle dell'Adige.
2° Erano inoltre quasi tutti senza un comandante (che erano quasi tutti anziani). L 'Epidemia "Spagnola" nelle loro file ne aveva portato alla tomba l'80-90%. (molto ma molto meno nelle file degli italiani, che avevanoinvece una dieta sì povera di calorie ma in compenso (perchè costava poco) avevano abbondanza di verdure e frutta, ricche di vitamine C, utili a combattere quella che era stata chiamata influenza. (che in effetti poi era, anche se sconosciuta.)

LA "SPAGNOLA" - Di morti la Spagnola negli ultimi quattro mesi del '18 e nei primi del '19 ne causò 20.000.000 in tutta Europa.
E vi morirono 650.000 italiani fra civili e militari (tanti quanto in 5 anni di guerra!!) mentre al di là delle Alpi nei ranghi dei nemici, fra gli austriaci, di morti la Spagnola ne causò il triplo, 2.000.000. L'80% avvenne nei ranghi superiori, piuttosto anziani. Soprattutto proprio sul confine italiano dove vi era in corso l'ultimo "grande scontro".
Nei testi italiani la Pandemia la troviamo citata solo nella
Storia della Medicina, alla voce Storia delle pandemie, oppure in "Storia della Peste e delle epidemie nel mondo" di William H.. Mc. Neil.(Ed. Einaudi - 1982- a pag 262 e seg.). dove si dice ......
"Non bisognerebbe ignorare queste variabili perché si rischia di forgiare una mentalità vincente non dovuta né a mezzi né a forze, ma solo ai capricci della natura. Il mito dell'efficienza, della razionalità non garantisce a priori i risultati previsti, c'è di mezzo il caso e l'imprevedibilità; e ne è padrona solo la Natura, non gli uomini".


A Trento c'erano migliaia di austriaci che già salivano sui treni per il Brennero, alcuni anche sui tetti non sapendo che quella ferrovia attraversava numerose gallerie. Dove poi infatti molti morirono soffocati.


Per quella invasione, Wilson a Parigi si era infuriato. Lui aveva deciso che L'Alto Adige doveva rimanere del tutto "AUTONOMO".
Questa dell'AUTONOMIA..... (ci si mise poi anche il Fascismo imponendo nel ventennio l'italianizzazione di tutto il territorio) .......rimase una lunga e sempre accesa lagnanza e recriminazione dei Sud Tirolesi.
Che si trascinerà fino al 1960, quando poi iniziò il TERRORISMO ALTOATESINO.

(Che qui chi scrive lo ha combattuto per 5 anni, dopo essere uscito dalla Scuola Paracadutisti
dei Carabinieri Sabotatori di Viterbo, e appunto inviato in Alto Adige, a Merano)

------------------------------------------------


WERSAILLES alla "vendita dei popoli"

Clemenceau (Francia) e Lloyd George (Inghilterra) contrastavano fortemente il "Messia" americano imbevuto di un avvenirismo nebuloso. I due gli dissero chiaro che non ambivano fare delle spartizioni evangeliche e nutrivano profondo disinteresse nell'avvento della giustizia internazionale.
Loro due erano lì per fare gli interessi di se stessi.
soprattutto quando si trattava di ripartire le ricche e anche le misere spoglie dei vinti.
Inoltre ognuno dei negoziatori non voleva scoprire per primo le proprie carte.
E ognuno diffidava dell'altro, e tutti diffidavano di ognuno.
(qualcuno scrisse - Francesi e Inglesi sembrano ora loro i veri nemici"

La Francia addirittura giocava anche sporco: Di Trieste e Fiume voleva fare un suo porto per lo smistamento in Italia delle merci provenienti dalle sue colonie.
E cosa grave MOLTI IMPRENDITORI ITALIANI CERCARONO in gran segreto
DI FARE AFFARI D'ORO CON I "cattivi" FRANCESI.

Abbiamo qui il rapporto ufficiale originale di Camille Fidel, prodotto per il Ministero degli Affari Esteri Francese. Contiene oltre che lo studio, i nomi di tutte le aziende italiane che si sono rese disponibili a fare affari con la Francia, sfruttando i porti di Trieste e Fiume.


Il "rapport" è originale, autografato, inviato per conoscenza all'ambasciatore d'Italia Conte Bonin Longare, il quale dentro nello stesso fascicolo, lascia una nota di suo pugno su un foglietto, che è piuttosto singolare, ed è inedito a tutti.
( ABBIAMO ENTRAMBI I DUE ORIGINALI )

Sappiamo così che cosa si voleva fare di Fiume, di Trieste e dei porti della jUGOSLAVIA
(che il nuovo governo con un trattato segreto stava facendo con la Francia - a SPESE DELL'ITALIA.

In questo fascicolo "Missione" di Camille Fidel seguono i nomi di 800 imprenditori e commercianti italiani di ogni settore produttivo e merceologico disponibili a importare le materie prime e i prodotti delle colonie francesi. Insomma volevano far diventare TRIESTE un porto ad uso e consumo della Francia.
(a spese dell'Italia e degli altri porti italiani).
E fra l'altro - come leggiamo in fondo alla lettera - puntavano anche sull'ALTO ADIGE.

((((( Questo poteva essere il risultato della ns. entrata nella sciagurata guerra. Mentre prima se mantenavamo la Neutralità, ci avbevano offerto il Trentino.
Trieste ce l'avrebbero scippata i Francesi. Mentre l'Alto Adige per volere di Wilson sarebbe rimasta neutrale. (Sonnino ci condusse con quel "Patto" nel baratro più assoluto altro che "Vittoria Mutilata"!!!)

A Wersailles -per le già avvertite ostilità - c'era stato il ritiro e quindi l''assenza della delegazione italiana che però non aveva fatto nulla di concreto per sospendere i lavori della conferenza. E quelli di Parigi fecero a meno degli italiani. Poi ripresentatisi il 7 maggio, gli italiani furono accolti da un semplice indifferente "ben tornati" di Wilson, e dal sarcasmo appena dissimulato di Clemenceau e di Lloyd George, che paternamente - dissero - siamo indugenti verso i "capricci della giovane ed ambiziosa Italia".
Eppure sia la iniziale neutralità, sia poi il successivo intervento italiano, (non avendo in entrambi i casi l'esercito italiano sulle Alpi italo-francesi) per la Francia era stata uno dei grandi fattori della sua vittoria sulla Marna.

A vedere certi sguardi dei "biscazzieri" di Versailles, a loro importava poco il tanto sangue versato, il mare di lacrime di tanti pianti, quello che interessava loro era una catalogazione di crediti, il possesso di un bacino minerario, una serie di privilegi doganali, e una flotta marina o aerea del nemico. E ogni cosa aveva un costo.
Uno di loro, SHUTS delle Nazioni Unite, a Wersailles, fece un'amara constatazione:
"l'intera Europa, oggi, sta per essere liquidata per 2 miliardi di sterline". Insomma l'Europa era stata messa in vendita".
Ed anche Sir GEORGE (inglese) fece il suo commento:
"Ho la sensazione crescente che gli USA si stiano comportando da prepotenti".

E fu profeta quando scrisse anche: "Non riesco ad immaginare più grave motivo di una guerra futura se non il fatto che il popolo tedesco, che si è dimostrato uno dei più forti e potenti del mondo, possa trovarsi circondato da tanti piccoli stati formati per lo più da popoli che non hanno mai avuto prima un governo stabile, ma che comprendono un gran numero di tedeschi desiderosi di riunirsi con la madre patria" ( Lloyd George, "The Truth About the Peace Treaties", Vol I, p.622").

Mentre lo scriveva, un arrabbiato caporale austro-tedesco, stava già maledicendo la mano di chi aveva firmato la pace, ed entrava nel Partito Arbeitpartei; il caporale era Adolf Hitler, e con lui fra i primi iscritti il generale Lundendoff, il decorato Hermann Goring, i fratelli socialisti Otto e Gregor Strasse, Alfred Rosemberg, Rudolf Hesse, Julius Streicher, l'anno dopo Joseph Goebbels. Volevano loro risolvere i problemi della Germania.

L'ABBIAMO POI VISTO COME ANDO' A FINIRE !!!

 

Noi in Italia invece si era capito ormai che l'on. Orlando a Wersailles non sarebbe stato capace di vincere la partita di fronte agli intrighi, agli interessi, alle invidie, alle insidie e alle gelosie degli altri. Né il ministero Orlando, del resto era capace di far fronte alla minacciosa situazione interna e di risolvere i grossi problemi del dopoguerra che si stavano creando.
Al primo posto dei problemi irrisolti era quello legato alla guerra, vinta ma poi detta "Vittoria Mutilata".
Questa situazione si faceva di giorno in giorno più minacciosa. Pareva che tutti coloro che non avevano voluto, che avevano ostacolato e che non avevano fatto la guerra, ora che questa era finita con una vittoria, volessero prendersi la rivincita e rifarsi dei torti che si volevano ancora far subire, dopo aver speso lacrime e sangue.

Cominciava così - e andava assumendo proporzioni e atteggiamenti preoccupanti - l'ubriacatura bolscevica italiana e, proprio quando a Versailles volevano mutilare la vittoria italiana, proprio quando molti soldati erano ancora sui confini, s'iniziava da quelli che militavano nel socialismo e nel comunismo una lotta contro l'esercito, il combattentismo, le glorie di guerra; insultando le bandiere, cantandosi sconce canzoni contro la patria, sputando contro i distintivi delle ferite e i nastrini delle decorazioni, dileggiando i reduci ("bei fessi siete stati"), e continue aggressioni contro i militari, ufficiali e soldati. L'esercito (pur esso deluso) non reagiva, dall'alto si consigliava prudenza, invitando perfino gli ufficiali (e questo era il colmo) a non indossare in certi luoghi e in certe circostanze la divisa; non reagivano nè del resto avevano voce, le associazioni dei combattenti e dei mutilati e invalidi, le quali non erano altro, che spontanee società di mutuo soccorso; reagivano però e con straordinaria violenza gli "Arditi", dei quali i congedati facevano capo ad una battagliera associazione, sorta il 17 gennaio, che aveva la sezione più forte in Milano; mentre quelli ancora sotto le armi e non mandati in Libia erano concentrati intorno a Reggio Emilia.

Come gli arditi avevano iniziato sul Piave la riscossa di guerra dopo Caporetto, così, essi ora iniziarono la riscossa nazionale.Tornati dalla guerra con l'anima amareggiata per lo scioglimento dei reparti d'assalto, accolti dalla patria con segni evidenti di diffidenza, circondati di fosche leggende, creduti selvaggi e sanguinari, inetti al lavoro e avanzi di galera, odiati dagli elementi sovversivi interventisti, volontari e guerrieri di bassi istinti, temuti per la loro irrequietezza e la loro audacia, erano considerati ospiti indesiderabili dal paese che invece pochi mesi prima nell'ora del pericolo li aveva stimati necessari e preziosi per la salvezza dell'Italia (vedi i tanti encomi nei vari bollettini che abbiamo pubblicato nelle pagine precedenti).
Ostacolati nell'esplicazione della loro attività, rifiutati dalle officine e dagli uffici, diffamati vilmente dalla stampa d'ogni colore, perseguitati dalla polizia, irritati dall'ingiusta ed inqualificabile ingratitudine della nazione, gli arditi, e chi meglio di loro, si schierarono in "posizione di battaglia" contro la società borghese e i partiti antinazionali (mentre i bolscevici guardavano alla Russia) per difendere se stessi, mentre gli altri la propria fama, il proprio passato e il patrimonio eroico della patria; per imporre il rispetto al sacrificio dei Caduti, valorizzare entro e fuori i confini la vittoria e svecchiare la nazione spingendola arditamente su altre vie, che se erano pericolose, non lo erano di meno di quelle che in Russia stavano cambiando l'intero Paese.

Quindi anche loro con la violenza (come in Russia) miravano alla dittatura. Abbiamo detto rifiutati e diffamati dalla stampa di ogni colore; ma poi quando iniziarono a piombare sui cortei, nei comizi, nelle gazzarre dei "rivoluzionari nostrani", sempre di più e in crescendo, e da parte degli stessi denigratori, questi irrequieti elementi iniziarono a riscuotere l'approvazione e a cattivarsi le simpatie anche di autorevoli personaggi. Ma in particolare e con le stesse inclinazioni (anche se alcuni diranno poi "opportunistiche" per non sparire come esponenti del socialismo rivoluzionario, da tempo in crisi), C'era infatti un uomo che dopo essere stato uno dei più cospicui fautori dell'intervento, ora quella esuberante forza irrequieta gli sarebbe stata utile per compiere un'altra sua metamorfosi;
l'uomo era BENITO MUSSOLINI. Il battagliero direttore del "Popolo d'Italia", pure lui un reduce, pure lui amareggiato, pure lui infuriato, comprese che solo con uomini come gli ARDITI , era possibile salvare la vittoria e la nazione, e degli arditi si giovò e li utilizzò per la sua impresa che stava per iniziare.

 

ALCUNI HANNO AFFERMATO CHE SE NON C'ERA UN MUSSOLINI,
in questo fosco e turbolento periodo, un "Mussolini" BISOGNAVA INVENTARLO

 

Lui aveva già aveva avuto come preludio l'azione svolta l' 11 gennaio alla Scala di Milano con un gruppo di arditi per impedire che Bissolati pronunciasse un discorso contrario agli interessi d'Italia..... questo mentre a Parigi si compravano e si vendevano Paesi e popoli, e si metteva in liquidazione l'Europa, in cambio di una miniera, di un porto, o di una lingua di terra che interessavano i nuovi predatori, mentre in Italia ricominciavano intanto gli scioperi e le selvagge dimostrazioni socialiste.
Nel febbraio ce ne fu uno a Milano, in cui migliaia di socialisti con bandiere rosse gridarono "viva la rivoluzione"; "morte alle istituzioni e alla guerra".

Ma dal suo giornale Benito Mussolini ammonì: "Difenderemo i nostri morti: tutti i morti, anche a costo di scavare le trincee nelle piazze e nelle strade delle nostre città".

Ma i morti e il patrimonio ideale della patria non si potevano difendere che chiamando a raccolta l'Italia interventista e ovviamente il combattentismo. L'appello fu lanciato il 23 marzo con "…un invito ai collaboratori e seguaci del Popolo d'Italia, ai combattenti, ex combattenti, cittadini e rappresentanti dei Fasci della Nuova Italia e del resto della nazione".


Fu così costituito a Milano il primo dei Fasci Italiani di Combattimento, che facevano capo a Mussolini e che, sotto la sua guida, tanto dovevano influire sui destini della nazione nel successivo ventennio.

Nell'aprile 1919 gli scioperi si fecero più frequenti e minacciosi; quello dei capotecnici metallurgici durò tutto il mese e fece sospendere il lavoro a 40 mila operai; 50 mila contadini della Valtellina scioperarono per tre giorni.

Ma agli scioperi si aggiunsero le "SERRATE" degli industriali. Associatisi, chiusero le fabbriche. Così gli operai restavano a casa con gli scioperi che i sindacati promuovevano (che poi non concludevano nulla) e a casa quando gli industriali iniziarono a fare le serrate. E chi voleva andare al lavoro - per poter portare a casa uno stipendio - era bollato "crumiro", assalito e malmenato.
Gli scioperi furono uno dietro l'altro dei fallimenti. Non c'è da meravigliarsi quando sia gli operai sia gli industriali iniziarono via via ad ascoltare Mussolini. Proletariato e capitalisti si trovarono a fare le stesse consclusioni che fece....

Losowski, presidente dei sindacati operai della Russia Bolscevica, ai giornalisti occidentali (penne imperialiste) recatisi in Russia a studiare l'organizzazione del regime comunista russo, affermando ....
"Se la sperata rivoluzione europea non avviene, la rivoluzione bolscevica russa è condannata a perire. Non possiamo sussistere se il comunismo non si propaga dappertutto, Se rimarremo soli, fatalmente cadremo. Come si potranno conciliare nelle relazioni commerciali l'economia comunista e quella borghese? Nella vita economica internazionale valgono le leggi dei vasi comunicante; perciò, o noi saremo costretti ad accettare le vostre leggi, o voi le nostre, e ciò in un breve periodo di tempo. Noi per guadagnare tempo dobbiamo utilizzare anche il più breve respiro, altrimenti è la morte!"
.

Agli scioperi in apparenza economici verso gli industriali, si aggiunsero poi quelli verso la classe politica. Il primo si ebbe a Roma in segno di protesta contro il divieto di fa commemorare ai comunistri nostrani la settimana rossa di Berlino (la Spartachista - finita ingloriosamente, annientata dai corpi franchi militaristi da… un governo "double face" paradossalmente socialista (!).

Quattro giorni dopo a Milano, durante un comizio socialista, scoppiò un conflitto fra i comizianti e la polizia. Si deplorarono un morto e sette feriti; fu proclamato lo sciopero. Il 15 una colonna di diverse migliaia di rossi, uscita dall'Arena e diretta in piazza del Duomo, fu caricata con estrema violenza da un gruppo di arditi e di fascisti, che fu rotta e messa in fuga. Nella mischia tre persone rimasero uccise e tre ferite; arditi e fascisti assalirono e poi distrussero e incendiarono la sede dell'Avanti.

Nel maggio e nel giugno gli scioperi furono ancora più frequenti: degni di nota quelli del personale delle ferrovie secondarie e dei tranvieri, quello degli operai tessili del Biellese, quello dei camerieri e quello dei maestri elementari.
Più preoccupanti degli scioperi settoriali o politici furono le agitazioni contro il caroviveri di chi aveva fame, che si svolsero con particolare violenza. Sia gli scioperi come le dimostrazioni, valsero a indebolire ancor più il prestigio del ministero, già minato dagli insuccessi di Parigi, e quindi a determinarne la caduta.

Il 7 giugno -come già accennato sopra- Orlando era tornato a Parigi, per proseguire quello che era ormai un totale fallimento della politica estera italiana. Pochi giorni dopo era a Roma.

Il 19 giugno riaperto il Parlamento, l'on. Orlando, dopo aver letto le comunicazioni del Governo, propose che la Camera si riunisse in "comitato segreto" per discutere la politica estera; ma la sua proposta fu respinta con 262 voti contro 78, provocando le dimissioni del Gabinetto.

Per la Germania a Wersailles andò peggio. Qui ci basta accennare alle clausole micidiali imposte alla Germania, per capire tutta la sua costernazione e il desiderio di rivalsa di tutto un popolo, con in testa - fra breve - un arrabbiato caporale.

 


MA NON ANDIAMO OLTRE
LO FACCIAMO CON ALTRE PAGINE
DI STORIOLOGIA

----------------------------------------------------------------------------------------


UN TRISTE SOMMARIO

 

I DATI COMPLESSIVI DI TUTTE LE NAZIONI PARTECIPANTI
alla PRIMA GUERRA MONDIALE

( Fonte: Pubblicazione Nazionale sotto l' Augusto Patronato di S.M. il RE con l'alto assenso
di S.E. il Capo del Governo" Pubblicato a Firenze dalla Vallecchi Ed., anno 1929)


I SACRIFICI DI SANGUE DEGLI ITALIANI

I MORTI

((((( QUELLI DI SERIE A E QUELLI DI SERIE B .
Infatti ci furono anche numerosi soldati italiani che catturati a Caporetto, furono internati - si calcolano in circa 300.000 che morirono nei Campi di Concentramento di fame o di malattie varie durante la loro permanenza.
Un mio lettore di Storiologia mi ha segnalato che nella sua città, in Ungheria (Che ha gli stessi colori della nostra bandiera in strisce orizzontali) , esiste un grande cimitero dove furono seppelliti gli italiani internati e che vi morirono nell'arco di uno due anni dimenticati da tutti . Non solo l'Italia non si è mai interessate nessuno di quei morti (che alcuni generali come Cadorna dissero che erano "VILI " perché si erano arresi a Caporetto). Ma nessuno li ha mai onorati nè li ha mai reclamati!!
Probabilmente i parenti di quei morti non sanno nemmeno che esiste quel cimitero. L'Italia li ha dimenticati !!!!
Il gentile lettore mi ha poi anche inviato una lista di nomi, che è riuscito ancoraa leggere su delle banalissime croci!
Altro che Manifestazioni della Vittoria della 1a Guerra Mondiale
. >> vedi qui >>>>

 

I morti italiani per diretta causa di guerra si calcolano intorno a 680.000, ma bisogna aggiungervi -sia pure basandosi su acuti metodi di stima - una quota almeno della mortalità verificatasi nella popolazione per concause di guerra, raggiungendo così la cifra di circa 750.000 vite umane.
Di questi circa 6.000 (3700 per fatti bellici e 2.300 per malattia) appartengono alla R. Marina.
Necessariamente lento, perché accuratissimo fino allo scrupolo, è lo studio sui morti italiani che è in ancora in corso. Solo dall'opera compiuta che si pubblica per regioni (già pronte Lazio, Abruzzi, Basilicata e Calabria) si avranno cifre sicurissime sulla ripartizione dei morti per luogo di nascita, per età, per stato civile e per altri criteri; tuttavia è lecito trarre i seguenti saggi sommari dai volumi già pubblicati e in corso di pubblicazione:

Morti per ferite mortali, 48,59 % ;
morti per malattia, 33,05 % ;
dispersi e scomparsi, 16,51 % ;
varie e non indicate, 1,85 %.

Secondo gli anni di guerra si ebbero dei morti
il 14,99 %, nel 1915
il 24,09 °/a nel 1916
il 25,84 °/a nel 1917
il 29,21 % nel 1918
il 5,87 negli anni successivi per malattie soprattutto per l'epidemia "Spagnola".

Ripartiti i morti per appartenenza alle varie armi, si ebbero all'incirca
l'86,29 % di fanteria e corpi affini (alpini),
il 6,08 % di artiglieria e bombardieri,
il 2,66 % del genio,
il 0,67 % di cavalleria,
il 4,30 °/o di altri corpi e servizi.

L'età media dei morti fu di 25 anni e 6 mesi (mentre l'età media degli uomini alle armi fu di 28 anni),
ma tale media fu raggiunta solo col seguente progressivo invecchiamento dei morti:

1915 età media dei morti anni 24 anni e mesi 4
1916 " " " " " " " " " " " " " " " " " " 25
1917 " " " " " " " " " " " " " " " " " 25 e mesi 8
1918 " " " " " " " " " " " " " " " " " 25
1919 " " " " " " " " " " " " " 26 e mesi 6

Qualche notizia sulla elaborazione dei dati riguardanti il solo Lazio può riuscire d'interesse.
I morti di tale Regione secondo le professioni e lo stato civile risultano dalla seguente tabellina

MORTI

PROFESSIONI: ................CELIBI - SPOSATI - TOTALE
Agricoltori e contadini . . 6.439 - 3.595 - 10.034
Muratori e braccianti. . . 1.388 - 532 - 1.920
Meccanicí e metallurgici . . 596 - 144 - 740
Impiegati pubblici e privati. 577 - 143 - 720
Carrettieri e cocchieri . . 367 - 190 - 557
Falegnami ed ebanisti . . 354 - 123 - 477
Calzolai e sellai . . . . 317 - 120 - 437
Studenti . . . . . . . 400 - 2 - 402
Mugnai e fornai . . . . 206 - 82 - 288
Ufficiali di terra e di mare . 176 - 53 - 229
Totale 10 professioni . 10.820 - 4.984 - 15.804
Altre professioni . . . . 1.531 - 662 - 2.193
TOTALE GENERALE . . . 12.351 - 5.646 - 17.997

Circa il 56 % dei morti erano agricoltori e contadini ciò che prova il forte contributo dato in guerra dai lavoratori dei campi.
La percentuale degli ammogliati sul totale complessivo fu del 31 % : il maggior contributo fu quindi dato dai celibi.
Secondo l'anno di nascita dei morti il numero maggiore fu dato dalle classi 1890-1894 e 1895-1899 rispettivamente in 5.581 e 5.147; il minor contributo fu dato dalla classe 1874 con 76 morti.
Anche per effetto della diversa consistenza delle classi il numero massimo assoluto di caduti in ogni momento ed in ogni luogo della guerra fu quasi dato dai militari di 20 anni dando la ragione per cui nella comune concezione bellica letteraria ed artistica l' idea del sacrificio indissolubilmente si lega a quella di giovinezza.
Illumina altresì di simpatica luce lo sforzo demografico italiano il fatto che le perdite dei militari appartenenti alle famiglie con 4 membri alle armi furono proporzionalmente alquanto maggiori di quelle verificatesi nel complesso dell' Esercito ; furono cioè 20,9 per mille di fronte a 18,8 per mille della popolazione. Ed in tali famiglie se ne ebbero 23 con 4 o più morti e dispersi e 264 con 3 morti o dispersi ciascuna.
I FERITI - Circa i feriti occorre essere assai prudenti, dar cifre senza circondarle da premesse sul concetto di gravità della lesione ossia della necessità o meno nonché della durata della degenza in luogo di cura. I feriti passati per ospedali e ospedaletti, ossia quelli di una certa gravità (moltissimi tornarono infatti dai posti di medicazione e sezioni sanità ai Corpi) si calcolano nel numero di 1.050.000 ; i più gravi fra i superstiti, ossia gli invalidi e i mutilati di guerra con una menomazione fisica non inferiore al 10 per cento della capacità lavorativa, si accertarono in 463.000.
I grandi invalidi, quelli aventi diritto all'assegno di superinvalidità, erano al 30 giugno 1926 14.114 dei quali 9.040 tubercolosi, 2632 dementi, 1466 ciechi, 619 lesionati del sistema nervoso, grandi amputati 327.
Gli ammalati in una guerra così lunga e piena di disagi sommarono ad una cifra più che doppia dei feriti (2.500.000) sicché le entrate in luoghi di cura, aggiungendovi le parmanenza in osservazione per accertamenti medico-legali, superarono di certo i 5.000.000.
 

A queste di puro carattere militare e demografico molte ed interessanti cifre si potrebbero aggiungere di carattere finanziario; ci limitiamo ad accennare che le pensioni liquidate ad invalidi furono 675.000 (con la spesa di 9 milioni e mezzo fino al 30 giugno 1926 ed un
onere annuo attuale di circa 1 miliardo e 200 milioni) e che le polizze di assicurazioni emesse fino al detto 30 giugno furono 2.972.000.

MALATTIE E DIMINUZIONE DELLA NATALITÀ

Crediamo opportuno di offrire qualche dato in questa breve rassegna di cifre sugli effetti della guerra nei riguardi della incidenza sulla natalità italiana.
I dati statistici sulle malattie durante il periodo bellico mettono in evidenza come la morbosità delle malattie presso l' Esercito operante sia stata relativamente mite, avendo oscillato su una media mensile di 3-4 ammalati per ogni 100 uomini. Il forte addensamento di uomini nella zona di guerra e nelle immediate retrovie non dette pertanto luogo ad elevata morbosità, ciò che mette in degna luce la vigile e costante opera di profilassi spiegata dal nostro servizio sanitario.
Non mancarono però manifestazioni morbose di grave estensione, quali l'epidemia coleri
ca degli ultimi mesi del 1915, quella malarica dell'autunno del 1916 e 1917 e quella, assai più grave, influenzale dell'autunno del 1918, epidemie che aumentarono di molto nei periodi suddetti la media indicata.
Una profonda depressione sulla natalità, per la insufficienza delle nozze, si ebbe durante il periodo bellico, con una debole ripresa in quello post-bellico, il 1918 fu l'anno di maggiore depressione della natalità: vi si ebbero appena 655.000 nati con una differenza in meno di oltre 2-5 sulla media degli ultimi anni prebellici. Può calcolarsi che il disavanzo di nascite a causa della guerra sia stato di un milione di vite.

LE SPESE DI GUERRA

Le spese di guerra dell'esercito in cifre grezze assolute, non riportate cioè ad unità di moneta, per gli eserciti dal 1914-15 al 1919-20 salirono a 64 miliardi e 120 milioni, e compresero all'incirca i 213 dell'intero costo finanziario della guerra italiana (94-96 miliardi). Se riduciamo le cifre delle spese dei vari anni ad approssimativa eguaglianza di moneta ossia a lire oro, la spesa considerata per grandi titoli si riduce a circa:

24 miliardi per il combattente ( stipendi del personale)
14 miliardi per le approvvigionamento armi (i mezzi di lotta)
6 miliardi per opere terreno di lotta e territorio di retrovia

e considerata per armi si riduce

nel 1914-15 a milioni . . 11½
nel 1915-16 " . . . . . . . . . 6
nel 1916-17 " . . . . . . . . . 9 ¼
nel 1917-18 " . . . . . . . .11
nel 1918-19 " . . . . . . . 11 ¼
nel 1919-20 " . . . . . . . . 4 ¼

Esaminando le spese per titoli si scorge che nella spesa per il combattente (24 miliardi pari al 53,4 % del totale) rientrano le seguenti più importanti voci:

--- assegni ai militari e sussidi alle famiglie: ammontarono a 8.760 milioni (19,8 % del totale) col massimo di 2.565 nell'esercizio 1918-19;
--- sussistenze: le spese ammontarono a 7.966 milioni (17,5 %) col massimo di 2.059 nell'esercizio 1918-19 ;
--- vestiario ed equipaggiamento : 4634 milioni (10,3 %) col massimo di 1.185 nell'esercizio 1918-19 ;
--- giacitura e riscaldamento : 710 milioni (1,6 %) col massimo di 207 nel 1918-19 ;
--- servizio sanitario : 678 milioni (1,5 %) col massimo di 158 nel 1918-19 ;
--- trasporti inerenti al personale ed ai servizi predetti: 1.134 milioni (2,7 % col massimo di 348 nel 1918-19.

Nelle spese per le armi (quasi 14 miliardi pari al 31,8 %) dominano quelle delle artiglierie, mitragliatrici, fucili e loro munizioni che toccarono i 10.724 milioni col massimo di 3.524 nel 1917-18. L'aeronautica raggiunse 1.334 milioni, i mezzi automobilistici 666.
Nelle spese per il terreno di lotta e per territorio di retrovia (circa 6 miliardi pari al 14,8 %) la maggior quota fu prodotta dai servizi del genio militare e civile che fecero spendere 4.687 milioni col massimo di 1.344 nel 1918-19.
Se ci mettiamo a considerare, per quanto con metedi di grossolana approssimazione, i costi annuali delle grandi unità di guerra, troviamo i seguenti in lire oro
Milioni lire oro
Divisione di fanteria nel
1915-16 …..139
1916-17 …..167
1917-18 …..176
Corpo di Armata nel
1915-16 …..375
1916-17….. 460
1917-18 …..462
Per ogni unità elementare (battaglione, squadrone, batteria e riparto speciale corrispondente) il costo annuale medio fu per il
1915-16 Lire oro 2.753.000
1916-17 Lire oro 2.559.000
1917-18 Lire oro 3.135.000
Se finalmente suddividiamo la spesa di ogni anno finanziario per la forza valida presente troviamo i seguenti costi approssimativi del soldato sempre in lire oro
.............................ogni anno e ogni giorno
1915-16 …2.819 …7,72
1916-17 …3.018 …8,27
1917-18 …3.687 ...10,10

e se si vuole ammettere necessario di integrare tale costo con una quota delle spese occorse nel precedente periodo di preparazione e quello notevolmente lungo di armistizio e di smobilitazione, e si vuol trovare un valore medio per l' intero periodo della guerra si giunge a stabilire che il costo unitario del soldato sempre presente durante l' intero periodo di guerra fu di lire oro 14.540 ed il costo per giornata di Lire oro 13,27.

 

MA ADESSO......
IL POVERO SOLDATO COSA FARA' >>>>>>>

 

SULLA PRIMA GUERRA MONDIALE
TUTTI I PARTICOLARI NEI
"BOLLETTINI DI GUERRA" DELL'INTERO PERIODO BELLICO
IN 54 CAPITOLI >>>>>>>>>

NEL DOPOGUERRA (dopo la amara "Vittoria mutilata")
SI ASSISTERA' ALLA NASCITA DEL FASCISMO
( che iniziamo da qui >>>>>>

<<<<<< RITORNO ALLA PRIMA PAGINA

 

HOME PAGE STORIOLOGIA