Thomas H. Van De Velde
STORIA DELL'INQUISIZIONE

INDICE DEI 7 LIBRI

 

PREMESSA - IN QUESTE PAGINE

LIBRO I

( QUI SOTTO DOPO L'INDICE E LA PREMESSA
- IN QUESTE STESSE PAGINE )

< LIBRO II.

Inquisizione e Stato - L 'Inquísizione come mezzo di potenza della Corona - La lotta per il potere fra Domenicani e Gesuiti - La supremazia dell'Inquisizione - Il giuramento di obbedienza dei funzionari civili - L'opposizione dell'alto Clero - Cariche e privilegi - Antitesi di giurisdizione - Ostilità reciproca .

< LIBRO III.

L'eresia - Ecclesiastici apostati - I limiti d'età agli effetti della responsabilità di fronte all'Inquisizione - Il « Forum Internum » ed il « Forum Externum » - La « Santa Cruzada » - Ordini effettivi - Appelli a Roma

< LIBRO IV.

Il capo inquisitore ed il Consiglio Supremo (Suprema) - Superstizioni - La malattia del Re - Il calvario di Fra Florian Diaz - Introiti e spese del Santo Ufficio - Il tribunale - Limpieza - Confische - Multe e penali - Prebende ecclesiastiche .

< LIBRO V - ( prima parte )

Le fasi del procedimento giudiziario - L'editto dell'assoluzione - Il Carcere Secreto - Le prove - La deposizione e la confessione - L'istruttoria - La sentenza - Le pene - La flagellazione - La « Verguenza » - Il « Mordaza » - La galera - « De vehementi ajuratio » - Il sanbenito - Procedimenti ecclesiastici contro gli ecclesiastici - Il martirio al rogo -

< LIBRO V - ( seconda parte )

L'auto da fè - Le condanne -

< LIBRO VI.

Il protestantesimo - Investigazioni sulla vita precedente dei convertiti - Speculazioni sull'opera di proselitismo delle due religioni opposte - Il caso di Johann Heinrich Hortsmann - La censura - Letteratura - Arte decorativa - « Pinturas obseras » - Il misticismo - Gli « Alumbrado » ed i « Dejado » - L'istruttoria di Maria Cazalla - Il molinismo - La Beata Dolores - Visioni e rivelazioni di Suor Maria Cipriana .

< LIBRO VII. (prima parte)

Stregoneria ed occultismo - Attività politica - La Massoneria - Mistificazioni nelle attribuzioni ecclesiastiche - Mistificazioni nelle attribuzioni degli inquisitori - Gli indemoniati - L' Immacolata concezione - I peccati contro la natura - La moralità -
APPENDICE - Il Messico. - Il Perù . - Nuova Granada . - Gli ebrei portoghesi .

< LIBRO VII. (seconda parte)

L'INQUISIZIONE MEDIOEVALE IN ITALIA.
* * * Decadenza e soppressione dell'Inquisizione. - Le Cortes. - Il restauro. - La rivoluzione del 1820. - Il decennio della reazione. - L’ Epilogo. - Riflessione.
* * * I PAPI dell'Inquisizione e le condanne emesse-
* * * COME LA SANTA INQUISIZIONE CATTURAVA ERETICI E PECCATORI.

< LE IMMAGINI DEGLI ORRORI

Incisioni dell'epoca.

 

PREMESSA

 

ORIGINE E FONDAZIONE DELL'INQUISIZIONE.
Il reame di Castiglia . La Monarchia spagnola sotto Ferdinando ed Isabella - Il Cid - I « Midejeres » - I privilegi della Chiesa - La terribile vendetta di Donna Maria de Monroy - Gli ebrei ed i mori . . . . L'enunciazione di Gregorio XIII - I « Mozarabi » - I « Muladie » - Gli ebrei ed i convertiti - Persecuzioni e massacri - La « Guerra Sacra » contro los Judios - L'inizio dell'Inquisizione - Il « Fortalicium Fidei » - Francescani e Domenicani - Gelosie ed insidie fra la Monarchia e la Santa Sede - I reami d'Aragona . . . Navarra - Valencia - Aragona - Catalogna - Le Isole Baleari.

 

Le radici del cristianesimo e la sua conoscenza- si afferma - sono condizione indispensabili per la comprensione della nostra cultura europea. Ma non dimentichiamo lo stesso giudizio che gli imperatori romani - coscienti della propria cultura greca-romana e della propria legislazione - rivolgevano ai cristiani: "voi non fate parte della nostra millenaria cultura". Infatti, allora, la prima nascente comunità cristiana veniva giudicata (dall'elite romana e dallo Stato) ribelle, sediziosa, agitatrice e priva di ogni volontà di integrazione nella allora esistente società, proprio con gli stessi elementi distintivi che ha oggi un cristiano nei confronti di altre popolazioni e religioni orientali.

Le radici storiche cristiane sono una importante "tradizione", ma quante persecuzioni per chi non era inquadrabile secondo la (imposta) "comune tradizione". Una tradizione che si era formata andando contro le libertà individuali, per non parlare nei confronti della scienza. Nel corso del primo millennio ci fu la soppressione, tramite la distruzione, di tutto quanto esisteva prima (letteratura, arte, scienza, sport, musica, amore della natura ecc.) combattendo ferocemente contro tutto quello che oggi diamo per scontato: le ricerche sulla medicina, le scienze astronomiche, l'istruzione obbligatoria, il diritto al voto (a inizio '900 condannarono perfino i tentativi dei primi voli aerei!). Insomma le cosidette civiltà cristiane non sono state meno fondamentaliste e ferocemente repressive di quelle islamiche odierne, solo che le società occidentali - con la cultura della conoscenza - da tempo se ne sono affrancate.
"Radici" ? L'uomo non ha radici, non è una pianta, l'uomo ha due gambe e con quelle deve camminare !!!

Non c’è mai stato benessere nell’ignoranza !!! il benessere è nel sapere che può cambiare l’orrendo terreno della miseria materiale e morale in una terra vasta e feconda dove, anno dopo anno, la cultura della conoscenza riesce a moltiplicare le ricchezze delle Nazioni. Una ricchezza costruita attraverso l’ efficace istruzione di tutti i cittadini. Una istruzione che deve abituarli a giudicare e a formarsi una coscienza critica che stimoli quel bisogno di sapere che conduce alla libertà d'espressione, alla giustizia.
Dalla caduta dell'impero romano e fino al '700 la maggior parte della popolazione europea è vissuta nella povertà, nella sporcizia, nell'iniquità, nelle credenze irrazionali, nella tirannia, nel disprezzo, nello sfruttamento dei deboli, nella sottomissione delle donne, nell'istupidimento dell'uomo. Tutti vizi fisici e morali che erano i frutti di un'ignoranza imposta, eretta a sistema di governo e a politica religiosa.

Papa Bonifacio VIII (Benedetto Caetani 1235-1303) non aveva dubbi chi doveva comandare e insegnare "Se lo spirito è superiore al corpo, il papa è superiore all'imperatore. Il potere spirituale ha il diritto d'instituire il potere temporale e di giudicarlo se non è buono. E chi resiste, resiste all'ordine stesso di Dio. Sentenziamo dunque ogni uomo deve essere sottoposto al pontefice romano, e noi dichiariamo che questa sottomissione è necessaria per la salute dell'anima"

Per mille anni si sono succedute intere generazioni, dove gli uomini nascevano vivevano e morivano, ignoranti, servi e sottomessi al potente di turno o al principe della chiesa, il primo indicava loro di avere piena fiducia nella Provvidenza, il secondo di votarsi alla rassegnazione, il bene lo avrebbero ricevuto nell' al di là. Intanto loro banchettavano allegramente di quà.

Per oltre mille anni scese nelle masse il grigio vivere quotidiano (per quaranta generazioni i bambini, i ragazzi, i giovani e anche gli adulti non sapevano cos'era un gioco, uno sport, nè sapevano che in un lontano tempo vi erano stati) un grigio vivere e in parallelo la tanta incapacità e volontà di agire, con nessuna spinta a migliorare il mondo e se stessi. La quotidiana litania era "Prega e rassegnati". Ma dove alberga la rassegnazione là non esiste la vita, e non si va da nessuna parte. "Dovete sperare" era il ritornello classico dai vari pulpiti. Ma era difficile rassegnarsi con la speranza, perche' nella natura umana VIVERE non e' rassegnarsi. La rassegnazione è il coraggio ridicolo di uno sciocco - scriveva Stendhal - chi è disposto ad agire è disposto e sa anche soffrire senza provare umiliazione. Chi invece non agisce, non sa soffrire e non ha neppure stima di se stesso. La rassegnazione non muove nulla, non fa migliorare il mondo, ne' la vita propria, ne' quella degli altri".

Predicandogli una astratta vita migliore dopo la morte, riuscivano a distogliere l'uomo dalla vita reale. Che spesso era una vita misera, resa insopportabile, fatta di sopraffazione, eppure continuamente minacciata di pene eterne se qualcuno tentava di ribellarsi non con la forza ma anche solo con la penna.


Purtroppo, l'intraprendenza e lo spirito d'impresa sempre viste come conquiste relativistiche, erano tutte opera del diavolo. "Con queste perniciose cose van dispersi li puri sentimenti delli omini. Basta!"

Spencer ancora nel 1880 affermava "Non deve intervenire lo Stato sui deboli (quelli a cui si impediva di andare a scuola o perchè erano malati d'inedia) perchè avrebbe l'effetto di far sopravvivere i soggetti più incapaci. E' la natura e la provvidenza, da sola, che assicura il buon sviluppo e seleziona la parte migliore della razza umana" . teorizzava inoltre che "i caratteri acquisiti dei servi e degli uomini dediti alla produzione, sono geneticamente trasmissibile come l'ereditarietà (il sangue blu) dei nobili, e che è inutile far intervenire lo Stato alla salvaguardia di certe deficenze date dalla natura o perchè volute dal padreterno".

Si nasceva e si moriva senza aver appreso nulla del glorioso passato fatto di eventi straordinari. Dopo è cambiato qualcosa? Voi dite ma ora ci sono le scuole! Già, che ha però una idea e una dimensione della cultura fatta di brevi nozioni, non tesa a dare una giustificazione razionale della nostra esistenza. A darcela non sono quelle quattro o cinque date che vi si imparano; è una cultura ridotta a uno sterile esercizio della memoria, e che alla fine non è cultura ma solo uno scheletro spolpato a volontà da alcuni insegnanti, quasi sempre - come ieri - alle direttive e quindi al soldo del "potente politico" di turno.
Del resto, ricordiamoci pure che è lui che ha in mano la "pubblica istruzione", è lui a dare una direttiva all'insegnamento, decide lui come e cosa insegnare ai suoi cittadini-sudditi-fedeli. Ieri promuoveva il culto dei Re e dei Prìncipi (tali per volontà divina) mentre in un non lontano passato, una arrogante categoria riteneva "non utile alla società alfabetizzare il popolo".
"L'istruzione scolastica l'approvo per li giovini nobili destinati a famiglie cospicue, ma quanto a quelle di umile e povero stato, il buon padre di famiglia si contenti che sappiam leggere li figlioli "la vita de' Santi" e nel rimanente attendano a lavorar li campi. In quanto poi l'istruzione estesa perfino alle femmine io non l'approvo, ne so vedere quale utilità ne possa derivare alla società. Che insegnino li madri alle figliuole a filare, a cucire e ad occuparsi di esercizi donneschi. In quanto a leggere, al massimo insegnino loro quanto basta per leggere i libri delle preci". Trattato dell'educazione politica sociale e cristiana dei figliuoli. 3 volumi di Silvio Antoniano, in uso nelle scuole. Scritti ad istanza di San Carlo Borromeo -Libro Terzo, pag 264, Milano, MDCCCXXI - 1821 !!! - Negli anni della Restaurazione).

Lo stesso autore inizia la prefazione del suo trattato con una dedica all' Eccellenza Reverendissima, scagliandosi sui libri perniciosi: "La moltitudine dei libri degli odierni e vecchi filosofi, che specialmente da circa otto lustri infesta l'Europa, e la tanto reiterata riproduzione di talune altre opere perniciosissime alla religione, nonchè al buon ordine della pubblica tranquillità dello Stato, sono, Eccellenza Reverendissima, quelle impure scaturigini di pestifere dottrine, che pervertirono una gran parte de' cuori de' giovani, e che rendettero tanti uomini malvagi. Ed è deplorabile il vedere a nostri giorni che giovani imberbi già pretendano di essere profondi riformatori politici sotto l'egida di talune perniciosissime opere, imbevute di falsi sistemi, procurino rovesciare ogni buon ordine nell'umana società. Da sì luttuoso apparato.....vorrei rimuovere lo scandalo che inonda il mondo con questa mia opera ......"
Era 1821, dopo il tornado napoleonico! Il commento lo faccia il lettore e si chieda se in queste condizioni si poteva in Italia far crescere una cultura, una unità, una nazione laica. Chi volle tentare finì o impiccato o terminò i suoi gioni nelle oscure galere bollato come, ribelle, sovvertitore, traditore, cospiratore, brigante.

Ma leggiamo anche il Gioberti del 1848 (Gioberti, quello Del primato morale e civile degli italiani pubblicato nel 1843).
"Un branco di pecore innumerabili è sempre men capace e men valido del mandriano...Mentre il diritto del Principe (l'Unto dal Signore Ndr.) è divino, poichè risale a quella sovranità primitiva onde venne organato ed istituito; il popolo di cui regge le sorti...La sovranità si riceve, ma non si fa e non si piglia...Ella importa la sudditanza, come un necessario correlativo; e il dire che il sovrano possa essere creato dai suoi soggetti, (la democrazia ndr) e trarne i diritti che lo previlegiano, inchiude contraddizione. Insomma, il sovrano è autonomo rispetto ai sudditi, e se ricevesse da loro l'autorità sua, non sarebbe veramente sovrano, perchè i suoi titoli ripugnerebbero alla sua origine... I sudditi dipendono dal sovrano, e non viceversa...L'obbligazione verso il sovrano dee dunque essere assoluta, altrimenti la sovranità è nulla...La potestà è ordinata, e da Dio procede a ciò, allude l'Apostolo (Paul. ad rom., XII,1,2). Sapete donde nasce il più grave pericolo? Dal predominio della plebe, la quale promette una seconda barbarie più profonda di quella dei Vandali e degli Unni e un dispotismo più duro del napoleonico. Guai alla civiltà nostra se la moltitudine prevalesse negli Stati"
(V. Gioberti, Studio della filosofia , cap. Della politica, vol III, Tipografia Elvetica, Capolago 1849).
Un polemista aggiunse qualcosa: "Va bene il valido mandriano, ma se lui non ha la collaborazione di buoni cani, per tenere insieme il gregge, è costretto lui ad abbaiare e a fare il cane. E rimanere un cane, perchè anche se è nato uomo un cane è".

Venne poi l'Unità d'Italia, ma la cristalizzazione di questa bigotta e becera cultura non è che cambiò di molto. Il ministro della P.I. italiano BACCELLI ancora nel 1894 non è che ragionasse diversamente. Questo il suo preambolo nella "Riforma (sic !) della scuola" : "Bisogna insegnare solo leggere e scrivere, bisogna istruire il popolo quanto basta, insegnare la storia con una sana impostazione nazionalistica, e ridurre tutte le scienze sotto una......... unica materia di nozioni varie, senza nessuna precisa indicazione programmatica o di testi, lasciando spazio all'iniziativa dell'insegnante e rivalutando il più nobile e antico insegnamento, quello dell' educazione domestica; e mettere da parte infine l'antidogmatismo, l'educazione al dubbio e alla critica, insomma far solo leggere e scrivere e far di conto. Non devono pensare altrimenti sono guai !! "

I libri erano considerati veri e propri ambasciatori di Satana, con gli autori condannati al rogo, "e che servi da monito a chi crede di fare scienza o spandere sapienza con i libri, che son quelli che vanno a rovinar li ommini virtuosi e li animi dei teneri e sensibili giovini che vengano miseramente infettati e depravati da ogni sorta di errori perniciosi e vizi".

Ancora nel 1570, quando Paolo Caliari, medico naturalista, appassionato di scienza e di tutto il sapere, compila un'enciclopedia dal taglio filosofico "De varietate rerum". Appena pubblicata l'opera Caliari è incriminato dall'inquisizione, e la frase dell''imputazione è la solita: ".sti libracci perniciosi rovina li menti delli ommini che poi pretendon di fare scienza, anzi dicon d'esser quelli i tomi di scienza ; al foco tutti quanti, li scrittori, li lettori e li libri" -
E "sul foco" ci finirino davvero, i libri, i lettori e gli autori.

E che dire di quel povero Cesalpino di Arezzo che in una audacissima tesi dimostrò il meccanismo della circolazione del sangue dentro le vene, nelle arterie, nel cuore e mise in relazione la funzione che hanno i due polmoni. Parlando appunto di questi, dimostra l'irrorazione (vitale) dell'aria (ossigeno) che poi viene trasmesso al sangue che a sua volta raggiunge ogni più piccola parte del corpo con le vene e ritorna con le arterie ai polmoni per nuovamente iniziare un altro ciclo vitale. La tesi è subito considerata un'eresia, e Cesalpino finisce davanti agli inquisitori per aver diffuso tesi contrarie alle sacre scritture, e lo si bolla "bestia, non è l'aria la vita, ma lo è il soffio vitale divino"
Ci vorrà molto, molto tempo, prima che preti e papi, ricorreranno per campare pure loro alla trasfusione o alla bombola di ossigeno. Quasi cinque secoli buttati al vento.

I teosofi di Firenze riscoprirono e rinnovarono quelle antichissime cosmogonie, per le quali le cose materiali e trascendenti fanno ghirlanda attorno all'uomo, quale coronamento della creazione. Il giovane conte Pico della Mirandola - con i suoi temi sulla dignità e la libertà dell'uomo, formulò nel modo più solenne il sentimento del rinascimento quando nel discorso sulla dignità dell'uomo fece dire da Dio ad Adamo questa frase: " Io ti creai non celeste e non terrestre, non mortale nè immortale, affinchè tu sia libero educatore e signore di te medesimo. Tu potrai degenerare nelle cose inferiori che sono i bruti; tu potrai, secondo il tuo volere, rigenerarti nelle cose superiori che sono divine. Nell'uomo il Padre ripose semi d'ogni specie e germi d'ogni vita. E a seconda di come ciascuno li avrà coltivati, quelli cresceranno e daranno in lui i loro frutti. Se sensibile, sarà bruto, se razionale, diventerà anima celeste, se intellettuale, sarà angelo, e si raccoglierà nel centro della sua unità, fatto uno spirito solo con Dio» (Giovanni Pico della Mirandola, Oratio de hominis dignitate)

Ma anche dopo Mirandola, le cose cambiarono poco.
Voi dite ma c'erano i libri ! già, ma i lettori preparati a leggerli e a capirli dov'erano? Inoltre i libri chi li stampava? Lui, il potente con l'imprimatur.
E dopo a inizio '900? Idem. Non più il Papa, il re o il principe, ma il Politico Demagogo, che iniziò a conoscere la ignorante "plebe", e agire spesso con ipocrisia e opportunismo.

Nel primo quindicennio del '900 sotto l'influsso del nuovo clima culturale, in tutta l'Europa si erano venuti a manifestare da un lato un diffuso senso di disagio per l'arretratezza della cultura ecclesiastica e dall'altra un forte movimento di idee favorevole ad un generale rinnovamento culturale e politico, che ponesse la Chiesa su posizioni meno anacronistiche. In particolare era avvertita la forza della sfida del positivismo e dello storicismo.

Dal positivismo il modernismo derivava l'applicazione del metodo critico alle fonti bibliche e allo studio scientifico applicato alla storia della Chiesa. I pi¨ radicali esponenti modernisti giunsero a sostenere sul piano teologico la necessitÓ di un rapporto fra fede e ragione che escludeva la possibilitÓ che quest'ultima potesse dimostrare l'esistenza di Dio e che la fede potesse basarsi su fondamenti razionali. Dallo storicismo e dall'evoluzionismo derivava una precisa relativizzazione dei dogmi, ridotti a espressioni mutevoli dall'esperienza religiosa storicamente determinante. In ogni caso si rivendicava un diverso spirito, improntato alla libertÓ di ricerca scientifica, al primato della conoscenza, a un diverso rapporto tra Chiesa e Stato.

Fu quasi inutile. La risposta delle massime gerarchie ecclesiastiche al movimento modernista fu di estrema chiusura. Con il decreto "Lamentabili", che condannava 65 posizioni chiave del movimento e con l'enciclica "Pascendi dominici grecis" di Papa PIO X, entrambi del 1907, il modernismo fu condannato in blocco e definito "compendio di tutte le eresie", senza alcuna attenzione alle differenziazioni interne, che pur erano emerse.

Nel 1910 un giuramento anti-modernismo fu imposto a tutti i sacerdoti impegnati nella "cura delle anime" e nell'insegnamento. Nonostante ci˛, i segni del nuovo ruolo assunto dai cattolici nello scenario italiano, erano comunque evidenti: abbandonando per certi versi il mito paralizzante del vecchio potere temporale, essi venivano ormai affermandosi come una forza di massa fortemente radicata nella societÓ civile, nella quale erano in grado di svolgere una funzione di opposizione al liberismo di governo e di controllo sociale contro il socialismo, entrando in esplicita competizione con quest'ultimo per l'egemonia sulle classi subalterne.
E' il periodo dei vari Murri, Toniolo (vedi qui il suo "Trattato di economia sociale"), di Don Sturzo, che influenzati dai tempi, iniziano ad aprirsi alle correnti della cultura moderna, sensibile ai problemi sociali posti dall'incipiente industrializzazione, ma polemici nei confronti delle rigide chiusure del clericalismo intransigente. Il loro impegno fu quella di tentare un rinnovamento della prassi politica e sociale del cattolicesimo italiano, cercando una conciliazione tra democrazia e religione e tra socialismo e dottrina sociale della Chiesa. E' l'inizio dell' Opera dei Congressi (subito sciolta), poi di quel partito creato da Murri "Lega Democratica Nazionale" (sciolto e lui sospeso a divinis), poi nascita del Partito Popolare di don Sturzo, ed infine, calvalcando sempre più il voto democratico dei ceti popolari, fu poi chiamato Democrazia Cristiana.
Su quello di don Sturzo, lui nel suo PP, non si fece scudo di un termine "cattolico" o la comoda croce, nel fondare il suo partito disse "E' superfluo dire perchè NON ci siamo chiamati "partito cattolico": i due termini sono antitetici; il cattolicesimo è religione, è universalità; il partito è politica, è divisione. Fin dall'inizio abbiamo escluso che la nostra insegna politica fosse la religione, e abbiamo voluto chiaramente metterci sul terreno specifico di un partito, che ha per oggetto diretto la vita pubblica della nazione". - Durò poco. Fu esiliato.

La nuova cultura delle masse per due decenni fu la Dottrina Fascista con l'opportunista Mussolini (Concordato). Seguì poi un simile opportunismo nel secondo dopoguerra, dove perfino i comunisti per non perdere voti, nella nuova Costituzione Italiana inclusero e riproposero il Concordato del '29 con la Chiesa . Il laicismo uscito dalla porta, rientrò dalla finestra.
Un Italia laica? Impossibile. Il papato è nato in Italia, a Roma.

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COS'ERA L'INQUISIZIONE

L'INQUISIZIONE... ... era la procedura seguita da un tribunale ecclesiastico per reprimere ed estirpare l'eresia; il tribunale stesso. Fu creata nel XII secolo, quando la Chiesa dovette lottare contro i Catari e i Valdesi ed altre numerose sette che non negavano affatto il cristianesimo, ma le loro dottrine e la pratica erano in parte un ritorno alla fede e ai modi di vita del Cristianesimo primitivo, quello di vivere come gli Apostoli, senza beni propri, denunciando inoltre la simonia, la mondanità, il concubinato, ed elogiando la castità, la fratellanza umana, l'idolatria della povertà (poco mancò che lo stesso movimento francescano fosse considerato eretico).
La volontà di alcuni fedeli di vivere il Vangelo sine glossa, di imitare perfettamente la vita del Cristo e i suoi insegnamenti li porta infatti a porsi sempre più spesso in una dimensione concorrenziale con i mondani chierici e ad appropriarsi di funzioni, quali soprattutto la predicazione, che gli ecclesiastici consideravano un proprio esclusivo appannaggio.

E' proprio nei secoli centrali del Medioevo che il fenomeno ereticale assurge a dimensioni mai raggiunte in precedenza e che la Chiesa appronta dunque nuovi strumenti per agire in modo più incisivo e deciso sulle persone e sulle coscienze. I limiti di libera iniziativa lasciati ai fedeli vanno progressivamente diminuendo. La gerarchia ecclesiastica tende ad assumere un sempre più stretto controllo della vita dei fedeli e la prorompente spiritualità medievale non sempre accetta di essere mortificata e imbrigliata.

In seguito il Concilio Lateranense (1215) e il Concilio di Tolosa (1229) dichiararono essere doveri dei vescovi ricercare e giudicare gli eretici e consegnarli per il castigo al braccio secolare. Ma nel 1231-35 Gregorio IX sottraeva l'Inquisizione alla giurisdizione dei vescovi e l'affidava a inquisitori permanenti dell'ordine domenicano, di nomina pontificia. Lo Stato (Re, Principi, Nobiltà) si schierò con la Chiesa, contro gli eretici, poichè l'eresia religiosa costituiva una concreta minaccia contro l'ordine costituito, contro la sicurezza dello Stato.
Bertoldo di Regensbug calcolò che le sette eretiche nel tredicesimo secolo ammontavano a circa 150. Nella sola Milano vi erano diciassette sette, la più numerosa quella dei Patarini, dei Valdesi, dei Catari.

L'eretico, una volta accertata la sua colpevolezza, veniva invitato a ritrattare. In caso di rifiuto, era condannato a pene corporali o alla morte per rogo.

( VEDI QUI UN DOCUMENTO ORIGINALE DELL'EPOCA - 1559 )


Non era forse stato Gesù a ispirare agli inquisitori la pena?
Secondo il Vangelo di S. Giovanni (XV,6) Gesù disse "Chi non rimane in me è gettato via come il tralcio che inaridisce, e vien poi raccolto e gettato ad ardere sul fuoco".

L'inquisizione lo presero alla lettera.
E si innalzarono al cielo i roghi.

 

L'INQUISIZIONE, (detta medioevale) che si affermò alla fine del XII secolo, quando in Occidente si diffondevano movimenti eretici come il manicheismo, il valdismo e poi il catarismo, trae il suo nome dalla inquisitio, una procedura sconosciuta dal diritto romano, basata sulla vaga formulazione di un'accusa da parte dell'autorità giudiziaria pur in assenza di denunce sostenute da testimoni attendibili. Tale procedura trova con il decreto Ad abolendam, emanato da papa Lucio III nel 1184, quando cioè si cominciò a infliggere ai peccatori la pena del rogo, la sua codificazione.
Alcuni anni dopo venne autorizzata la confisca dei beni degli eretici e l'impiego della tortura in questioni di fede, mentre si stabilivano particolari disposizioni che garantissero la segretezza delle procedure, l'anonimato dei testimoni e l'applicazione delle sentenze.

Con il papato di Gregorio IX (1227-1241) la procedura inquisitoria si trasforma in una nuova istituzione che avrà in principio larga diffusione nella Francia meridionale e che verrà ufficializzata nei suoi compiti con il nome di Sacra Inquisizione. Tra i tanti manuali scritti all'epoca per riassumere la procedura sulla base della quale lavorava il tribunale è rimasta celebre la Practica Inquisitionis hereticae pravitatis (ca.1320).

Il successore di Gregorio IX, Innocenzo IV, non trascurò di proseguire nell'opera iniziata dal suo predecessore. Nel 1252, infatti, con la bolla Ad extirpanda ribadiva l'importanza della ricerca dei peccatori che si nascondevano nella società minandone non solo le basi religiose ma anche quelle politiche, e rafforzava il significato della punizione corporale indicando la tortura come mezzo per "portare alla luce la verità".

Durante il XIII e il XIV secolo, l'Inquisizione, parallelamente alla crescita di alcuni dei più importanti movimenti considerati eretici, accrebbe le proprie zone d'influenza e le proprie competenze. All'inizio del '300, in buona parte dell'Europa erano attivi dei tribunali inquisitori competenti a livello territoriale che avevano l'ordine di indagare anche su reati quali la blasfemia, la bigamia e la stregoneria, e gli utopisti della politica e della religione.
( vedi la storia di FRA DOLCINO )

Attraverso i secoli bui, la Santa Inquisizione, come abbiamo visto, seppur brevemente, accresce la sua importanza, ma soprattutto la sua ingerenza sempre di più nella vita sociale. Di fondamentale importanza in questo processo di penetrazione è la cosiddetta Inquisizione Spagnola, con il basilare ruolo svolto dai re cattolici Isabella di Castiglia e Ferdinando d'Aragona.
Con questi due sovrani nasce un'istituzione di tipo nuovo da quella medioevale, nelle finalità e nelle strutture. Unendo le loro corone in un grande e potente regno i due monarchi trasformarono il tribunale dell'Inquisizione in uno strumento di controllo del loro potere. Esercitarono pressioni sul pontefice affinché istituisse una nuova Inquisizione nel regno di Castiglia che ancora non ne aveva conosciuto le opere.

Fu così che con la bolla papale, Exigit sinceras devotionis affectus, del 1° novembre 1478 Sisto IV concesse ai sovrani spagnoli la potestà di nominare due o tre inquisitori nelle città e nelle diocesi dei loro regni. Da quel momento si aprì una contesa tra la concezione ecclesiastica della Santa Inquisizione e quella temporale dei due re Cattolici, che vedevano nel tribunale antiereticale un valido collaboratore attraverso il quale mantenere e rafforzare il proprio potere. Il braccio di ferro si protrasse fino all'ottobre 1483 quando con la nomina del frate Tomás de Torquemada a inquisitore generale dei regni di Castiglia e di Aragona, nasceva l'Inquisizione moderna.

Il più tragicamente illustre inquisitore fu proprio lui, Tomás de Torquemada. Sulla sua figura sono stati dati pareri contrastanti: lo storico Juan Antonio Llorente ne parla come di "...una persona dai tratti raccapriccianti responsabile della morte sul rogo di 10.280 persone, e della punizione con infamia e confisca dei beni di altre 27.321". Al contrario lo storico inglese Walsh dice che Torquemada "era un pacifico dotto che abbandonò il chiostro per espletare un incarico sgradevole ma necessario, cosa che fece con spirito di giustizia temperato da pietà e sempre con grande abilità e prudenza.[…] Fu l'uomo che più efficacemente contribuì alla grandezza della Spagna dell'epoca del siglo de oro."

Papa Sisto IV, al quale ormai la situazione era sfuggita di mano non aveva potuto far altro che riconoscere l'estensione delle competenze giuridiche anche al regno di Aragona, per il quale inizialmente il pontefice aveva negato ai due sovrani spagnoli la concessione.
A questo punto la chiesa di Roma si trovava ad aver ceduto, passo dopo passo, al regno governato da Isabella e Ferdinando, il controllo sui tribunali della Santa Inquisizione in Spagna.
Sostanzialmente, il potere di nominare il Grande Inquisitore demandava nei fatti alla Corona la gestione di tutta la macchina costruita in difesa della verità dei dogmi, pur rimanendo il papa il depositario dell'autentica legittimità dell'istituzione.

Spesso però non si difendeva la pietas religiosa, ma se ne faceva pretesto per impadronirsi dei beni altrui. La questione "Fede" passò in secondo piano. Per appropriarsi dei beni della gente - la Chiesa, il Comune, la Città e lo Stato hanno accusato di eresia via via catari, valdesi, apostati, convertiti, apostolici, ebrei, musulmani, protestanti, marrani, nestoriani, induisti, blasfemi, sodomiti, streghe, bigami, superstiziosi, anabattisti, criptogiudei, criptomusulmani, pagani, illuminati, scismatici, peccatori di magia, sortilegi, divinazione, abuso di sacramenti, disprezzo delle Chiavi, studiosi, medici, alchimisti, atei, oppositori politici, filosofi, matematici, scienziati… e li mandavano al rogo - perché l’eretico non può possedere beni, che invece sono della Chiesa la quale non lo spoglia ma si riprende ciò che è suo… anche in presenza di figli cattolici; per questo l’Inquisizione fu una macchina che macinò un’enorme massa di capitali finanziari e l’immanitas tormentorum spingeva gli accusati innocenti ad autoaccusarsi per sfuggire alla sofferenza.
«Bisogna ricordare che lo scopo principale del processo e della condanna a morte non è salvare l’anima del reo, ma… terrorizzare il popolo». (
Manuale degli inquisitori di Nicolau Eymerich (il «vangelo» dell’Inquisizione per secoli).

Il modus operandi? Allearsi sempre col più forte, indebolirlo col terrore divino, e mirare al potere temporale. (sono ben note le deposizioni di imperatori, re e principi).

Al momento dell'investitura, gli inquisitori recitavano davanti al Grande Inquisitore una formula che rimase invariata fino al 1820:
"Noi, per misericordia divina inquisitore generale, fidando nelle vostre cognizioni e nella vostra retta coscienza, vi nominiamo, costituiamo, creiamo e deputiamo inquisitori apostolici contro la depravazione eretica e l'apostasia nell'inquisizione di [
qui veniva inserito di volta in volta il nome del luogo dove l'inquisitore veniva mandato] e vi diamo potere e facoltà di indagare su ogni persona, uomo o donna, viva o morta, assente o presente, di qualsiasi stato e condizione che risultasse colpevole, sospetta o accusata del crimine di apostasia e di eresia, e su tutti i fautori, difensori e favoreggiatori delle medesime".

Nel breviario Romano approvato dal Concìlio di Trento a pagina 498 sez. IV. Notturno II. (edizione di Venezia anno 1740) viene riportata una lettera di S. Domenico di Guzman (Calaroga, 1170 – Bologna, 6 agosto 1221 - fondatore dell'Ordine dei Frati Predicatori ) patrono di Torquemada e di Arbuez, diretta a Papa Onorio III, nella quale, con un cinismo spaventevole, egli traccia di sé medesimo un ritratto orribile.
"Beatissimo Padre. Linguadoca, 7 Aprile 1217
Con l'aiuto del Signore, io e miei compagni non cesseremo mai dallo sbarbicare dal campo della chiesa, quest'erba velenosa che merita il fuoco, prima in questa vita poi nell'altra. E per consolare la santità vostra dalle cure gravissime dell'Apostolato le accennerò quel poco di bene che con l'aiuto di Dio (Tieni ben conto lettore di quell' aiuto di Dio ed aiuto del Signore che questi sacrilegi invocano ad ogni momento, facendo complice loro l'Onnipotente e l'infinito!) abbiamo operato in queste infelici provincie tanto desolate dall'eresia. Affrancati dal duca di Monfort già trentasettemila di questi nemici della religione cattolica stanno a bruciare nelle fiamme dell'inferno, e così diradate le nuvole pare che il sole della retta fede cominci a risplendere in queste contrade.
"Il piissimo duca è tanto infervorato dallo zelo cattolico che, dovunque ha sentore si annidino di queste fiere, accorre colle sue truppe e dà loro la caccia. Essi o resistano o fuggano son sempre raggiunti e puniti. Non si usa pietà ai corpi di gente che non ne usò alle anime fedeli, cui uccise col mortifero veleno dell'errore.
Egli li sottopone prima a tormenti per costringere la loro ostinazione a manifestare gli aderenti. È impossibile immaginare quanto lo spirito satanico s'impossessi di loro, e li renda fermi nella infernale impenitenza. Non si lasciano fuggire un accento dalla sacrilega bocca che il demonio chiude con una mano di ferro (Che coraggio! Che costanza! Povere vittime infelici!). Un vecchio, posto alla tortura, e quasi stritolato sotto ad una macina, rideva ed insultava i santi ministri, i quali gli ricordavano l'obbligo della fede.
"Un'altra giovinetta di Belial, alla quale i soldati del Duca in punizione di aver alimentato le carni di un eretico strapparono dall'ossa con una tenaglia quelle carni maledette, sorrideva, metteva dentro le mani alle proprie piaghe e diceva di sentirne refrigerio; sicché i soldati a meglio refrigerarla seguirono per un'ora a rinnovarle quella consolazione senza poterla indurre a manifestare, dove fosse l'iniquo, che essa aveva albergato ed alimentato.
"I poveri soldati sono instancabili nell'opera della fede (Ed anche ciò si chiama disciplina negli eserciti di tutte le età) e la sera dopo la preghiera e dopo innumerevoli meriti acquistati, sono da me benedetti con la papale benedizione che V. S. mi concedette di largire nel suo nome santissimo (Che depravazione! Che sacrilegi!).
"Io crederei, Beatissimo Padre, che a rimunerare in qualche modo la fede ardente del sig. Duca, V. S. dovesse avere la benignità di conferire o a lui, o a suo fratello Don Rodrigo canonico della cattedrale di Tolosa, la sacra porpora la quale egli si ha già acquistato con le sue escursioni tingendola nel sangue maledetto di quegli sciagurati.
"Basta che in questi paesi si senta il suo nome perché gli eretici Albigesi tremino da capo a piedi. Il suo costume è di andare per le corte spacciando in un sol colpo i più arrabbiati. Quanti gliene capitano nelle mani costrìnge a professare la nostra fede con la formola ingiunta da V. S. Se ricusano, li fa battere ben bene mentre che si accende il rogo. Quindi interrogati se si sien pentiti ed ascoltato che no, conchiude: O credi o muori. Li mettono ad ardere a fuoco lento per dare loro tempo di pentirsi, e di meritare l'eterno perdono.
"Alcuno di questi miserabili, benché assai raramente, sullo spirare ha dato segni di ritrattazione e di orrore della morte che meritamente subiva; ed io mi consolavo nel Signore osservando quegli atti che potevano essere indizio di pentimento. Quando più essi si dibattevano tanto più noi godevamo nella speranza che quelle brevi pene fruttassero loro il gaudio eterno, dove speriamo di trovarli salvi nel santo paradiso quando al Signore piacerà di chiamarci agli eterni riposi.
"Intorno poi agli altri che furono sedotti, e perciò meno rei, non si costuma di condannarli subito ma per esercitare con essi quella carità, che il nostro Salvatore comanda, da principio si risparmia loro la vita ed invece si adoprano alcuni tormenti i quali per quanto siano gravi alla carne sono infinitamente più lievi degli altri riserbati allo spirito nelle fiamme eterne.
Si adoprano rotelle, eculei, letti di ferro, stirature, tanaglie ed altre simili mortificazioni del corpo che secondo la legge del nostro Signor G. Cristo dev'essere macerato in terra per averlo glorioso nella vita eterna.
In altra mia mi farò un dovere di rallegrare il cuore della Santità Vostra, con più minuta narrazione di questa opera che il Signore si compiace di fare per nostro mezzo (È veramente il Carnefice, il Dio dei preti).
"Intanto prostrato al sacro piede della S. V. imploro per me e per questi miei collaboratori e compagni, l'apostolica benedizione e mi dichiaro"

Dalla S.V.
Re dei Re e Pastore dei Pastori
l'ultimo dei servi e figli
(Documento pubblicato dalla "Favilla" giornale di Mantova.)
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DOMENICO GUSMAN - (Calaroga, 1170 – Bologna, 6 agosto 1221) fu il fondatore dell'Ordine dei Frati Predicatori ed è stato proclamato santo nel 1234.
Nel 1212, San Domenico - narra la tradizione - durante la sua permanenza a Tolosa, ebbe una visione della Vergine Maria. Per sconfiggere gli eretici la Madonna gli fece dono di un rosario. Da allora il rosario divenne la preghiera più diffusa per combattere le eresie e una delle più tradizionali preghiere dei fedeli cattolici.
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Qui sopra abbiamo accennato a quella che all'inizio è ricordata come Inquisizione Medioevale e come Inquisizione Spagnola. Mentre la "Romana" cioè la Congregazione della Sacra Romana e Universale Inquisizione o Sant'Uffizio (sorta dalla Controriforma e rivolta in primo luogo a contenere le conseguenze della Riforma protestante) fu creata solo nel 1542 da papa Paolo III con la bolla Licet ab initio.
Consisteva di un collegio permanente di cardinali e altri prelati dipendente direttamente dal papa: il suo compito esplicito era mantenere e difendere l'integrità della fede, esaminare e proscrivere gli errori e le false dottrine. A questo scopo fu anche creato l'Indice dei libri proibiti. Il raggio d'azione degli inquisitori romani comprendeva tutta la Chiesa cattolica, ma la sua concreta attività, fatta eccezione per alcuni casi, si restrinse quasi solo all'Italia. Tra i processi famosi celebrati da questo tribunale, quello a carico di Giordano Bruno e il processo a Galileo Galilei.

Dopo le Inquisizioni nate a partire dal Medioevo per difendere l'integrità della fede, per esaminare e proscrivere gli errori e le false dottrine, quella Romana non è stata tuttavia mai abolita anche se con la caduta dello Stato pontificio con l'unità d'Italia privò l'Inquisizione delle funzioni repressive prima delegate al braccio secolare, riducendola ad apparato puramente censorio, attento soprattutto a vietare la circolazione di prodotti culturali )libri, giornali, film) che l'apparato ecclesiastico considerava contrari alla propria etica. Poi il 29 giugno 1908 da papa Pio X la Romana e Universale Inquisizione fu rinominata in Sacra Congregazione del Sant'Uffizio, e successivamente il 7 dicembre 1965 papa Paolo VI ne cambiò il nome in Congregazione per la Dottrina della Fede ridefinendone i compiti.
Ed è l'unica ancora oggi esistente.

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FATTA QUESTA BREVE PREMESSA
LA NOSTRA STORIA DELL'INQUISIZIONE
INIZIA


STORIA
DELL'INQUISIZIONE

(con la dettagliata descrizione dei fatti, dei periodi, dei luoghi, i nomi condannati alla forca o al rogo)

LIBRO I.

ORIGINE E FONDAZIONE DELL'INQUISIZIONE.

Il reame di Castiglia . La Monarchia spagnola sotto Ferdinando ed Isabella - Il Cid - I « Midejeres » - I privilegi della Chiesa - La terribile vendetta di Donna Maria de Monroy - Gli ebrei ed i mori . . . . L'enunciazione di Gregorio XIII - I « Mozarabi » - I « Muladie » - Gli ebrei ed i convertiti - Persecuzioni e massacri - La « Guerra Sacra » contro los Judios - L'inizio dell'Inquisizione - Il « Fortalicium Fidei » - Francescani e Domenicani - Gelosie ed insidie fra la Monarchia e la Santa Sede - I reami d'Aragona . . . di Navarra - Valencia - Aragona - Catalogna - Le Isole Baleari.

IL REAME DI CASTIGLIA


Difficilmente si potrebbe esagerare nella descrizione delle condizioni confuse in cui si trovò il Reame di Castiglia, quando, con l'unione di Isabella di Castiglia e Ferdinando d'Aragona, fu realizzata la Monarchia Spagnola. Molte cause contribuirono all'allargamento ed accentuazione delle malvagità congiunte al sistema feudale ed a renderne inefficaci gli scarsi vantaggi. Le guerre condotte contro i Saraceni per la conquista del paese si susseguirono, con brevissime interruzioni, per ben sette secoli e nello stesso tempo infierirono incessantemente le guerriglie interne. La rude attività guerresca esercitata di generazione in generazione attraverso tanti secoli creò una nobiltà feroce e sfrenata, che aggrediva il vicinato e spesso anche il proprio sovrano, con la prontezza e disinvoltura degli stessi Mori.
L'atteggiamento sdegnoso e sprezzante di fronte al proprio sovrano, col quale viene caratterizzato il Cid nelle antiche ballate,é una chiara dimostrazione dei sentimenti che l'alta nobiltà castigliana del secolo dodicesimo nutriva verso il sovrano, ed uno dei grandi cronistorící di quei tempi considera quasi come fatti gloriosi le continue ribellioni dei magnati contro i poteri della Corona.
Nella Spagna i Castigliani non ebbero altro mestiere che il guerreggiare, mentre le pacifiche occupazioni furono lasciate con disprezzo agli ebrei ed ai musulmani soggiogati, chiamati « midejeres » ; essi furono tollerati nel territorio cristiano, dove potevano vivere fra la popolazione, come elemento del tutto appartato. In questo stato di cose non si poté costituire una diligente e prosperosa borghesia sulla quale i regnanti avrebbero potuto fare assegnamento nelle lotte contro i loro potenti vassalli. Tuttavia l'esperimento fu
fatto con l'istituzione della Cortes, assemblea dei rappresentanti di diciassette città, la di cui approvazione era necessaria per promulgare le leggi; i rappresentanti ribelli godevano persino dell'immunità durante lo svolgimento delle loro funzioni. Ciò nonostante le città apprezzarono tanto poco questo privilegio, che sotto il regno di Enrico IV rinfacciarono le spese della delegazione dei rappresentanti. Il sovrano, preoccupato di aumentare il proprio potere, offrì il rimborso delle spese, procurandosi con ciò un pretesto per controllare le elezioni, e sebbene Enrico non godé più tale vantaggio, esso indubbiamente appianò le vie del predominio monarchico sotto Ferdinando ed Isabella, rendendo completamente infruttuosa la rivolta dei Cominidades.

La ribellione di Sancho el Bravo nel 1282 contro il padre Alfonso, segnò l'inizio della decadenza. Egli, per cattivarsi la benevolenza dell'alta nobiltà, accontentò ogni sua richiesta e per ovviare al malcontento sorto dall'imposizione di tributi, mise in vendita la propria tesoreria ed i poderi della corona. Suo figlio Don Pedro fu denominato « il crudele » per le efferate violenze con le quali riuscì a domare la nobiltà ribelle, sebbene con ciò egli promosse l'ascesa al trono di suo fratello bastardo Henry Trastomera, il quale però poté conservare il trono usurpato col fratricidio, solo a costo di nuove concessioni.

Il lungo regno dell'imbelle Juan II, che durò dal 1406 al 1454, fu seguito da quello dell'ancora più debole Enrico IV, al quale si attribuì l'epiteto di «Impotente ». Al Síguro di Tordesillas nel 1439 l'alta nobiltà malcontenta impose vere e proprie condizioni a Juan II; alla dieta di Avita (1465) Enrico fu trattato con massimo disprezzo. La sua effigie vestita di lutto fu fatta sedere sul trono mentre fu letto l'atto di accusa. Anzitutto fu dichiarato indegno di esercitare i poteri reali, mentre Alonso Carrillo Arcivescovo di Toledo gli tolse la corona dal capo. In secondo luogo fu dichiarato indegno di esercitare la giustizia, ed Alvero de Zuniga, conte di Plasencia, tolse dalla mano del fantoccio lo scettro. Indi venne privato della sovranità, mentre Diego Lopez de Zuniga pronunciando frasi beffarde lo spinse giù dal trono.
Così non fu altro che una continuazione del gioco vituperoso il fatto d'aver eletto in successione di Enrico IV il di lui fratello minore Alfonso che aveva appena quattordici anni.
Secondo l'opinione generale, Ferdinando ascese al trono di Aragona al prezzo dell'avvelenamento di suo fratello. il profondamente compianto principe Carlos Viana, mentre Isabella si pro
curava la corona di Castiglia pure a prezzo della morte violenta del principe reale Don Alfonso.

La storia rammenta un fatto caratteristico successo a Donna Maria de Monroy, che col suo matrimonio entrò a far parte della distinta famiglia degli Enriquez di Siviglia. Essa rimase vedova con due figli che mantennero amicizia intima con i due giovani Mancàno, discendenti pure dall'alta nobiltà Sivígliana. Il più giovane degli Henriquez venne a contesa giocando ai dadi coi due Mancàno, i quali lo fecero uccidere dai loro servi.
Più tardi temendo la vendetta del fratello maggiore, gli mandarono un'amichevole messaggio invitandolo ad una partita ai dadi. Quando il giovane seguendo l'invito entrò nella loro casa, fu trascinato in un buio corridoio e pugnalato a morte. Quando portarono dinanzi a Donna Maria i cadaveri mutilati dei figli, essa non versò nemmeno una lacrima, ma l'espressione dei suoi occhi riempì di terrore i presenti.
I giovani Mancàno, montati a cavallo, fuggirono subito riparandosi in Portogallo; ma donna Maria vestita da uomo non tardò a gettarsi sulle loro tracce, con un seguito di venti cavalieri. Le sue spie ben presto scoprirono il rifugio dei fuggitivi; essa fece sfondare le porte entrandovi con dieci guerrieri. I Mancàno invocarono disperatamente aiuto, ma prima che i vicini fossero potuti sopraggiungere, la donna infuriata teneva già nella mano sinistra le due teste recise, allontanandosi al galoppo col suo seguito. Non si fermarono sino a Salamanca, dove la macabra preda fu deposta nella chiesa sopra la tomba dei suoi figli.

Da quel tempo essa divenne nota sotto il nomignolo di « Donna Maria la Brava» mentre il suo atto eroico provocò lunghe e sanguinose discordie fra i Monroy ed i Mancàno.

Donna Maria non era che uno del tipici esempi delle donne svestite d'ogni femminilità di quell'epoca, delle mugeres veroníles, le quali sia sul campo di battaglia, sia nelle discordie fra le famiglie, reggevano al confronto con qualsiasi uomo, per quanto concerneva crudeltà e perseveranza.
Facilmente si potrà immaginare la situazione del popolo accanto a questa alta nobiltà bellicosa e spietata. I campi rimasero incolti, gli agricoltori osarono appena produrre i prodotti necessari ai propri fabbisogni, poiché il raccolto fu per lo più effettuato sotto la minaccia delle spade sguainate, per essere trasportato nei granai dei castelli per costituire riserve di approvvigionamento nel caso d'assedio. Inutile dire che le vie di comunicazione non offrivano alcuna sicurezza al trasporto delle persone e delle merci, poiché ogni Hidalgo trasformò il proprio piccolo maniero in un ricovero di masnadieri e ciò che non asportarono queste bande fu rubato dai predoni. Dappertutto regnò il più grande disordine. La stima generale verso la Corona diminuì a pari passo con le entrate della tesoreria reale.

Un'avventura del conte Bonavente, divulgatasi e largamente commentata in quei tempi, fornì una prova chiara delle difficoltà che ebbe l'alta nobiltà, persino dopo la salita al trono di Isabella, a rassegnarsi di dover obbedienza al sovrano. Mentre il conte stava passeggiando con la regina, si avvicinò a loro una povera donna che rinfacciò piangendo l'uccisione del marito nonostante la salvaguardia ufficiale. Quando essa mostrò il salvacondotto forato dai proiettili, il conte osservò ironicamente
- Una buona corazza gli avrebbe giovato di più.
Isabella enormemente irritata rispose:
- Forse il conte ha il segreto desiderio che Castiglia non abbia regnante?
- Al contrario, desidererei che magari vi fossero diversi regnanti.
- Per quale ragione?
- Perché allora anche io stesso potrei salire al trono.
In questo caos delle passioni sfrenate e ribelli ad ogni diritto, nemmeno la chiesa ebbe un contegno migliore della nobiltà, che conferì le posizioni dell'altro clero agli indegni rampolli delle proprie famiglie; ma nemmeno il basso clero era composto di elementi migliori, poiché la veste del sacerdote fu considerata soltanto come un mezzo per condurre una vita dissoluta ed oziosa.

In quei tempi il principe Arcivescovo di Toledo era il primate di Castiglia, il quale dello stesso tempo era d'ufficio il tesoriere dell'impero. La rendita annua di tale carica fu stimata ad ottanta/cento mila ducati, ai quali si aggiungevano altri cento mila ducati provenienti dal patronato riservato ad essa. Quando Isabella salì al trono, questa splendida posizione era occupata da Alonso Carrillo, un prelato di carattere bellicoso, il quale si dilettò d'ogni genere di guerreggiamenti ma particolarmente delle guerriglie interne di quei tempi, e non contento della sua enorme rendita, sperperò ingentissime somme in esperimenti di alchimia.
Quando nel 1495 fu nominato principe Arcivescovo il puritano Ximenes, il suo primo atto fu quello di allontanare dalla Cattedrale Francescana di Toledo lo splendido sepolcro di Troil Carrillo, figlio bastardo del defunto primate, eretto accanto all'altare.

Il suo successore interessa particolarmente lo storico, poiché egli fu instancabile nella sua opera che ebbe per scopo la purificazione della fede dall'eresia, che più tardi portò all'istruzione dell'inquisizione.
Con simili uomini nelle più alte cariche della chiesa, non si poteva attendere che il basso clero fosse un modello di devozione, di onestà e moralità, per dare dinanzi agli ebrei e musulmani una forza attrattiva al cristianesimo. Siccome molti sacerdoti non gradivano officiare la Messa, le alte gerarchie ecclesiastiche emanarono un severo ordine che imponeva al clero di dire la Messa almeno quattro volte all'anno, e nel contempo proibiva l'uso delle vesti chiassose.
Ciò nonostante la Chiesa godeva nella Spagna meno privilegi che in qualunque stato cristiano.
L'alto clero della Castiglia non diede evidentemente molta importanza ai diplomi Papali. Così alla Morte di Hernando Luxan Vescovo di Liguenza, avvenuta durante la guerra civile tra Enrico IV ed il fratello Alfonso, la carica rimasta vacante fu presa in possesso da parte di Diego Lopez che si rifiutò di obbedire alle disposizioni della bolla Papale, ricorrendo al grande Consiglio, contro tutti gli ordini del Papa.

La situazione non era cambiata nemmeno sotto il regno del pio Ferdinando il cattolico, quando l'arcivescovado di Saragozza rimase vacante nel 1476 con la morte di Juan d'Aragona, e Ferdinando d'accordo con suo padre Juan domandò al Papa Sisto IV che fosse installato nella sede Arcivescovile il suo figlio illegittimo Alfonso di sei anni.
Il diritto del Papa di nominare gli Arcivescovi si basava sull'antichissimo Palio ed era indiscutibile. Tuttavia quando Isabella nel 1495 nominò Ximenes Arcivescovo di Toledo, si rese evidente che le nomine erano considerate come diritto della Corona, ritenendo naturale il consenso del Papa. Anche nel caso poc'anzi citato la domanda rivolta al Papa non era che una pura formalità, che si rese evidente quando Sisto la respinse senz'altro.
Egli avrebbe ancora chiuso un occhio sull'illegittimità della discendenza, ma l'età di sei anni fu un ostacolo insormontabile; perciò Sisto nominò alla carica Ausias Despuch Vescovo di Montreal nella speranza che Ferdinando ed il di lui padre avrebbero apprezzato i grandi meriti del candidato.
Il Despuch occupò la carica, ma Ferdinando pose immediatamente sotto sequestro tutte le rendite della diocesi di Montreal assegnandole al convento di S. Cristina. Anche Isabella, nonostante la sua devozione, continuò a difendere con invariata assiduità i diritti della corona di fronte al Papato, quando nel 1482 si rese vacante il Vescovado di Cuenza.

Papa Sisto voleva rivestire della carica un suo cugino genovese, ma Ferdinando ed Isabella dichiararono energicamente che i Vescovadi della Spagna erano riservati esclusivamente agli Spagnoli e che avrebbero provveduto essi alla designazione del prelato. Sisto ribatté che la donazione di ogni prebenda spetta al Papa come luogotenente di Dio. La coppia Reale di Spagna per tutta risposta richiamò i suoi sudditi che stavano al servizio della Corte Papale, e minacciò la convocazione del gran consiglio. L'azione energica costrinse Sisto ad un compromesso, ed egli inviò un legato particolare nella Spagna, ma Ferdinando ed Isabella non cedettero e nemmeno ricevettero il prelato. Di conseguenza era facilmente comprensibile che nell'organizzazione dell'inquisizione non recedettero dal diritto che ogni disposizione personale rimanesse riservata alla Corona.

Uno dei più deplorevoli abusi commessi dalla Chiesa ai danni della Società fu l'ammissione di un gran numero di laici agli ordini religiosi di basso grado, i quali laici potevano esercitare nello stesso tempo a loro beneplacito le occupazioni mondane, e che portarono la tonsura unicamente per poter continuare senza responsabilità i loro eccessi sotto la protezione dell'autorità ecclesiastica.

Tale era la situazione nella Castiglia quando colla morte dell'inetto Enrico IV avvenuta il 12 dicembre 1474, la responsabilità del regno cadde sulla sua sorella Isabella e sul di lei marito Ferdinando. I poteri della Corona erano menomati; il paese devastato dagli incessanti guerreggiamenti interni fra le singole famiglie dei nobili, che erano quasi indipendenti. La fedeltà verso il Sovrano ed il patriottismo sembravano scomparsi per `sempre, mentre erano all'ordine del giorno il tradimento, l'ambiguità ed il falso giuramento. La giustizia andava soggetto ad uno sleale traffico; infierivano sfrenatamente le vendette, non vi era sicurezza né della vita, né del patrimonio. L'organizzazione della società sembrava irreparabilmente caduta in rovina.

Ad aumentare la generale confusione, fu messo in dubbio persino il diritto di successione, nonostante il giuramento di fedeltà prestato ad Isabella nel patto di Parales, quand'era ancora in vita Enrico IV, poiché quest'ultimo non riconobbe per propria figlia la famigerata Juana. Infatti il Re fu ritenuto da tutti impotente, e quando sua moglie Juana diede vita ad una bambina, la paternità fu attribuita al magnate Beltran de la Ceneva ed il reale rampollo venne beffardamente chiamato La Beltraneja.

Sebbene la nobiltà avesse imposto ad Enrico di negare i diritti di sua figlia a favore del fratello Alfonso ed in caso di morte di costui a favore di Isabella, il matrimonio di quest'ultima contratto nel 1469 con Ferdinando d'Aragona lo irritò a tal punto che in tutta fretta fidanzò Juana a Charles principe di Guine, fratello minore di Luigi XI Re di Francia, persuadendo la nobiltà rimastagli fedele, a prestare giuramento di fedeltà a Juana. Prima di morire Enrico riconobbe come legittima la figlia e nel testamento l'indicò quale suo successore al trono. Questo testamento rimase nascosto a lungo, capitando infine tra le mani di Ferdinando che diede ordine affinché fosse bruciato.

 

 

ISABELLA LA CATTOLICA
(1451-1504). Regina di Spagna,
sposa di Ferdinando d'Aragona.
Se ebbe il merito di fornire a Cristoforo Colombo i mezzi per la scoperta del Nuovo Mondo e di ristabilire l'ordine, la potenza e la ricchezza della Spagna, ebbe il torto di consentire allo stabilirsi dell'Inquisizione e favorire la atrocità del Torquemada.

 

 

Isabella divenne di nome e di fatto regina. Ferdinando suo marito, nonostante i rovesci di fortuna, e non abbagliato da splendori e successi, conservò sempre un carattere calmo ed equilibrato che compensava largamente le sue scarse qualità intellettuali. Egli era cauto e previdente, non decideva mai prima d'aver vagliato esattamente tutte le eventualità, e perciò era in grado di colpire nel giusto momento con rapidità e rigore. Non era di natura crudele e non provava piacere del patimento altrui, ma sapeva essere spietato se lo esigeva il suo interesse. Avendo un carattere freddo e riservato cercò di destare piuttosto timore che simpatia, seppe scegliere bene i suoi servitori, e la suo profonda conoscenza degli uomini e dei caratteri gli fu di grande utilità durante il suo regno. Generalmente venne accusato d'avarizia, ma la tesoreria trovata vuota dopo la sua morte dimostrò chiaramente che il desiderio di accumulare non era che un mezzo per poter realizzare gli scopi prefissati. La sua devozione religiosa fu sincera; con molta saggezza egli riconobbe la grande forza morale della religione, e se ne valse. Frenò la dissoluta nobiltà Castigliana, e mettendo i loro istinti guerreschi al servizio d'una causa sacra ridonò la pace interna al suo paese: siccome si mise personalmente a capo dell'esercito si fece stimare dai Castigliani che del resto lo odiavano per la sua origine aragoniana.
Dopo più di cent'anni, fu il primo regnante di Castiglia che condusse l'esercito vittorioso contro gli infedeli, per cui il risvegliato orgoglio nazionale ed il fanatismo religioso gli garantirono la superiorità necessaria ad un regnante, il che venne a mancare completamente sino dalla morte di Pedro lo spietato, durante il regno di discendenti bastardi.

Con questi mezzi e non con l'inquisizione Ferdinando avviò quell'evoluzione che trasformò la Spagna feudale in un reame monarchico. L'opera della sua vita fu coronata da successo in quanto egli riuscì a sollevare la Spagna dall'oscurità e metterla alla testa degli stati Cristiani dell'Europa.
Nella sua carriera ricca di successi, gli era degna compagna la regina Isabella che, pur non meritando l'esagerata glorificazione che idealizzò la sua figura, seppe adattarsi perfettamente all'ambiente in cui doveva vivere, tanto più che avendo passata l'adolescenza in mezzo a continue discordie interne, durante le quali più d'una volta la sua sorte fu molto incerta, ebbe temperato il carattere di tratti virili. Fisicamente e moralmente coraggiosa, fiduciosa di sé, era capace di prendere rapide decisioni e di sopportare responsabilità, sotto il peso delle quali indubbiamente si sarebbero infrante le persone d'una natura più debole. Con una straordinaria abilità seppe conservarsi la posizione di fronte alla nobiltà turbolenta che non rispettò né il rango, né il suo sesso femminile e che si piegava solo dinanzi ad una volontà più forte. La regina non sarebbe stata quelle che era senza il sacrificio della propria tenerezza femminile; per cui attirò le accuse di crudeltà ed implacabilità su di sé. Ma non poté essere pietosa quando ebbe il compito d'imporre l'ordine ed il rispetto della legge agli elementi selvaggi e sfrenati che gozzovigliavano in quei tempi nella Castiglia. Tuttavia non fece spargere del sangue per puro diletto, e seppe anche perdonare se qualche interesse politico lo esigeva. Aveva un'attitudine particolare per accattivarsi la simpatia delle persone di sua fiducia, come lo dimostrano le lettere intonate alla più squisita grazia femminile dirette al suo confessore Hermando de Talavera.

Come qualità meno lodevole può essere menzionato il fatto che amava enormemente la pompa ed il lusso, specie nell'abbigliamento, non risparmiando alcuna spesa per conservare in tutte le circostanze l'esteriorità della dignità regale, ad onta delle incessanti difficoltà della tesoreria e degli onerosi tributi che gravavano sul popolo. Una volta mentre Ferdinando giocava alle carte coi suoi grandi, l'ammiraglio di Castiglia, fratello di sua madre, lo chiamò ripetutamente « caro nipote ».
Isabella stava spogliandosi in una delle camere interne, ma appena udito questo termine indossò presto un abito, e sporgendo il capo da una porta della sala da gioco disse all'ammiraglio
- La prego di non dire cose di questo genere, poiché il re non ha né parenti né suoi pari; il re ha solo dei vassalli e servitori.

Fu profondamente e sinceramente religiosa; ebbe una illimitata fiducia nelle persone chiamate a dirigere la sua vita spirituale, che non scelse fra gli arrendevoli ecclesiastici della corte, ma fra quelli più rigorosi ed inesorabili. A questo fatto era dovuto in parte il suo fanatismo religioso che la indusse a compiere la strage fra il suo popolo. Osservò scrupolosamente gli ordinamenti della Chiesa, recitando preghiere a tutte le ore, ed il suo biografo assicura che essa abbia vissuto una vita più meditativa che attiva.

Isabella riconobbe che il modo più sicuro di stroncare il disordine divulgatosi nel paese era la rigida applicazione delle leggi. Perciò non appena lo svolgimento favorevole della guerra le permise di occuparsi degli affari meno urgenti, iniziò immediatamente la realizzazione dei suoi propositi. Con l'aiuto della nobiltà fedele il potere reale divenne presto sensibile, dando un notevole sostegno morale ai rappresentanti del sovrano. Quarantasei manieri di briganti furono demoliti e quindicimila banditi ed assassini fuggirono dalla provincia che divenne pacifica ed ordinata, specialmente quando nel 1486 fu visitata personalmente da Ferdinando e Isabella.
La giustizia zelante ed efficace non soltanto creò ordine nella vita pubblica, ma aumentò il prestigio ed il potere della corona, mentre oppresse la nobiltà e conciliò il popolo. In questo consolídamento ebbe una parte preponderante l'istituzione chiamata Santa Hermandad.

Questa era un'associazione fraterna per la conservazione della pace e della giustizia nel paese. Non era una formazione nuova. Essa fu ideata nel 1282, durante i disordini provocati dalla ribellione di Sancho IV contro il padre, dai partigiani di esso. Tuttavia nella situazione turbolenta di quei tempi, l'organizzazione non poté ottenere un carattere di stabilità. Vent'anni dopo, durante i disordini avvenuti durante il regno di Enrico IV venne fatto un altro esperimento di riorganizzazione in quanto il popolo tormentato assoldò 3000 cavalieri per garantire il traffico sulle principali vie di comunicazioni. Il movimento diretto contro la nobiltà godeva di una grande popolarità ed il re lo salutò come aiuto di Dío col quale i poveri venivano difesi di fronte ai potenti. Quando nel 1479 Alonso Carrillo aizzò nuovamente il re del Portogallo all'occupazione della Castiglia, uno dei suoi argomenti principali fu il risentimento provocato dalla commisurazione di nuove imposte ordinate da Isabella e Ferdinando per poter far fronte alle spese di mantenimento della cavalleria della Santa Hermandad. Nello stesso anno la cortes di Saragozza autorizzò Ferdinando ad introdurre l'istituzione della Santa Hermandad anche nell'Aragona.

L'organizzazione della Santa Hermandad, paragonabile ad una polizia a cavallo, si estendeva ormai in tutto il regno, e fu sorvegliata personalmente da Isabella. Il comandante fu il principe di Víllahermosa che nominò i capitani e diresse le squadre nelle regioni minacciate da disordini. Ciascun centro popolato designò due Alcadi, uno dalle fila dei nobili, l'altro dal popolo, commisurò imposte a copertura delle spese. Gli Alcadi assoldarono i quadríllero, ossia i soldati semplici, e si riunivano in assemblea giudicando sommariamente i malfattori. Il diritto di ricorso spettava soltanto al re.
L'organizzazione divenne poi di carattere permanente e da essa si é sviluppata la « guardia civil » tutt'ora esistente.

La corona acquistò così man mano un potere illimitato ed anche nei più lievi disordini fu possibile ricorrere al suo intervento. Chi volesse attribuire tali rafforzamenti dei poteri reali all'influenza dell'inquisizione commette un grave errore d'interpretazione degli insegnamenti della storia.
Tuttavia non era possibile che un sovrano di larghe vedute come lo fu Ferdinando, ed una regina dalla devozione religiosa di Isabella, ristabilito una volta l'ordine nella Castiglia, trascurasse a lungo le questioni religiose, che secondo i concetti medioevali formavano la base dell'ordine sociale. Effettivamente vi erano numerose questioni religiose che attendevano una sistemazione, e che dal punto di vista dei cattolici di anima sensibile potevano considerarsi più urgenti della stessa sicurezza della vita e dei beni. Per poter comprendere meglio l'intricata situazione è necessario occuparci più particolareggiatamente dei rapporti che intercorrevano fra le varie razze che formavano la popolazione della penisola Iberica.

GLI EBREI ED I MORI


Le molteplici contrarietà sofferte dagli ebrei da quando il cristianesimo ottenne il predominio in Europa, giustamente rimarranno una vergogna perenne degli inquisitori. Le innumerevoli perversità umane che ricorda la storia, sono largamente superate dal tentativo di giustificare, con malvagio istinto umano, sotto la maschera del dovere, la Chiesa, la quali, per quasi millecinquecento anni, nel sacro nome di Colui che morì per l'umanità, seminava dovunque discordia ed intolleranza.
Sotto la legge canonica gli ebrei avevano appena diritto di esistere e vivevano quasi in schiavitù. Papa Gregorio XIII ancora nel 1581 dichiarò chi il peccato della razza ebrea era quello di aver rinnegato e crocifisso il Cristo, e che quella colpa diventa sempre più grande nel corso delle generazioni condannando la razza ad una estrema schiavitù.
Questa enunciazione di grandi portata fu anche registrata in un'appendice del Corpus Juris. Quando il Paraux all'incirca nella stessa epoca tentò di giustificare l'espulsione degli ebrei dalla Spagna avvenuta nel 1492, non ebbe difficoltà a riferirsi a certe leggi canoniche, con le quali cercò di dimostrare che Ferdinando ed Isabella avrebbero avuto il diritto di sequestrare i beni degli ebrei scacciati ed anche vendere gli ebrei stessi come schiavi.

Papa Gregorio XIII era però un uomo di troppo gran stile per approvare le odiosità chi si divulgavano sempre più, anzi quando a Napoli qualche fanatico tentò di disturbare la festa degli ebrei li richiamò severamente all'ordine con la motivazioni che in questo modo non sarebbero mai riusciti a convertirli.
Il più grandi uomo della chiesa di quei tempi fu Isidoro di Siviglia, la di cui carriera di quarant'anni ebbe inizio con la rivoluzione cattolica; egli fece di tutto, per promuovere e giustificare la persecuzione degli ebrei.
Viceversa i Saraceni conservarono i loro ordinamenti, stabiliti all'occupazione da una parte della penisola Iberica, e non fecero nemmeno un tentativo per convertire i loro sudditi cristiani all'islamismo. I Mozarabi, ossia i sudditi cristiani dei Saraceni e Mori, godevano d'una posizione assai più sfavorevole sotto il califfato di Cordova, che non sotto il dominio dei regnanti gotici.

L'esercito Musulmano ebbe più di una volta comandante Mozarabo, anzi, furono essi a costituire la guardia del corpo del sovrano ed in numerosi casi occuparono le più alte cariche della gerarchia statale. Avvenivano molti matrimoni misti ed anche conversioni da una religione all'altra, ma più tardi, quando qualche Mozarabo fanatico mise a dura prova la tolleranza musulmana screditando apertamente l'Islam, i musulmani cominciarono a perseguitarli e questa persecuzione degenerò in sanguinosi conflitti sotto Abderrahm II e Maometto I. Fra le vittime fu anche S. Eulogio, che nell'859 patì il martirio.

L'estensione sempre maggiore del territorio cristiano diminuì di numero quello dei Mozarabí. Anche i Muladíe, ossia i cristiani convertiti, formarono una parte importante della popolazione Mora. Durante l'occupazione dei Mori, come vedremo più tardi, grandi masse di cristiani divennero apostati. Gli schiavi per ottenere la liberazione ed i cittadini per sottrarsi alle onerose imposte. Tuttavia gli Arabi ed i Berberi non si fidarono di essi, e li vessarono continuamente; ciò portò a frequenti ribellioni ed a sanguinosi conflitti. Dopo numerose sollevazioni infruttuose finalmente nell'85 i Muladie riuscirono ad ottenere il sopravvento a Toledo, conservando la loro indipendenza per ottanta anni.
La conversione da una religione all'altra era un sintomo caratteristico di quei tempi, quando la diversità delle religioni avevano minor importanza degli scopi politici. Nelle incessanti guerriglie interne il cristianesimo si frammischiò completamente nella popolazione musulmana. Durante l'assedio di Granata, nel 1162 í due luogotenenti del comandante moro Ibn-Merdanich, erano figli del conte Urgel e nipoti di Alvas Fanes, l'uomo preferito dal Cid.

Mentre la Spagna Saracena segnò una tale promiscuità di razze, la situazione non era migliore nemmeno negli stati cristiani. In generale l'evoluzione storica della Spagna é caratterizzata dai continui miscugli delle razze Spagnola e Mora. Lo stesso Cid fu piuttosto musulmano che spagnolo, sebbene Filippo abbia tentato di ottenere la sua beatificazione. Nella carriera avventurosa del Cid si denota il fatto che tanto gli eserciti aggressori come quelli difensori erano costituiti da una promiscuità di cristiani e Mori ed è impossibile determinare una causa sia religiosa sia di diversità di razza nelle continue lotte.
Alfonso IV Re di Castiglia sconfitto dal fratello Sancho II cercò rifugio a Toledo, contraccambiando poi l'ostilità con la conquista della città e del regno. La sua corte aveva un'impronta semi-orientale; egli stesso imparò la lingua araba ed ospitò poeti e filosofi Saraceni. Pedro lo spietato si valse ripetutamente delle schiere more nelle sue lotte contro Enrico Testamera. Anche Enrico IV venne accusato di essere entrato nel 1464 nel paese con un grande esercito di mori che commettevano delle atrocità contro i cristiani.

Tutte queste alleanze e traffici erano in netto contrasto con gli ordini della Chiesa che ingiunse agli ecclesiastici di bollare ogni domenica dal pulpito, di scomunicare ed anche di mettete in schiavitù tutte quelle persone che rifornivano di materiali e di approvvigionamenti l'esercito moro o prestavano servizio ad esso come piloti o guide. Invano Gregorio XI diede ordine che tutti i cristiani che difendevano i Saraceni o davano loro asilo sono da perseguitarsi dall'inquisizione come eretici. Nonostante la parola tonante della Chiesa, i commercianti continuavano le loro speculazioni e la nobiltà continuò a stringere alleanze offensive e difensive con gli infedeli.
Perciò era logico che col progredire dell'occupazione si trattasse con maggior indulgenza i Mori che non i cristiani. Durante le scorrerie o quando si procedette all'occupazione d'una città, l'esercito vittorioso non esitò a decimare la popolazione, ma se questa si fosse arresa avrebbe potuto ottenere il permesso di rimanere sul posto e di conservare la religione e le proprietà. Così si formò un ceto nella popolazione, il di cui componenti si chiamarono mindezarí. Il libero castigliano che si occupò esclusivamente di attività guerresche, fece sbrigare le sue faccende commerciali ed agricole in gran parte dagli schiavi, ma gli affari più importanti furono affidati sempre ai míndezari, cioè agli ebrei e mori liberi. Di conseguenza il lavoro divenne il contrassegno delle razze considerate inferiori e fu ritenuto incompatibile con la dignità del libero spagnolo.

Più tardi però, quando il bigottismo provocò l'espulsione di queste razze diligenti ed operose, l'agiatezza della Spagna crollò di colpo.
Una saggia politica avrebbe dovuto consigliare l'amalgamazione e fusione delle singole razze, ciò che avrebbe promosso la campagna di conversione al cristianesimo. Tuttavia gli ebrei e mori convertiti erano particolarmente favoriti dal legislatore. Furono revocate le leggi dei mori, che ripudiavano l'apostata e si punì severamente coloro che bollarono questi convertiti chiamandoli Tornadízo o rinnegati.

La chiesa fu intransigente nella sua decisione di liberare immediatamente i prigionieri mori che invocavano con sincerità il battesimo. i Domenicani ed i Francescani ottennero l'istruzione di penetrare dovunque gli ebrei o mori avessero tenuto assembramenti, e di costringerli anche colla violenza ad ascoltare le loro prediche.
Era ovvio che questa politica, con la quale fu possibile guadagnare grandi masse al Cristianesimo, avrebbe avuto un successo ancora maggiore se nessun ostacolo si fosse opposto alla fusione delle razze. Quante miserie e quante disgrazie si sarebbero potuto evitare! Ma era del tutto impossibile in quei tempi, estendere i sentimenti di umanità sino a quel punto; come si vedrà in seguito, la Chiesa fece ogni sforzo per tenere lontani i Cristiani dalle altre razze, sotto il pretesto umiliante, che essa avrebbe perduto più anime di quante ne avrebbe potuto acquistare. Del resto da entrambe le parti si manifestava una reciproca sfiducia che rendeva desiderabile il distacco delle razze. Già all'inizio della riconquista del paese si cominciò ad adottare il provvedimento di assegnare un quartiere isolato ai mori nelle città occupate. Da queste colonie si sono costituite più tardi, nei grandi centri, le Moreria dove si stabilirono i Mudejari.

Dal punto di vista finanziario ed industriale i Mudejari costituivano un elemento molto prezioso della popolazione. Gli introiti che essi facevano pervenire alle casse dello Stato formavano la parte più sicura delle imposte. La provincia di Valencia, fittamente popolata di Mudejari, era calcolata per una delle più ricche d'Europa, grazie alla sua ingente produzione di canne di zucchero, olio e vino. Le industrie della seta e del cotone erano perfeziona- tissime, la porcellana e le marocchinerie non avevano pari in tutta l'Europa. Erano pochissimi i mendicanti fra i Mudejari, come pure rare le liti, poiché essi sistemavano per lo più in via amichevole le loro controversie.
Tutto ciò dimostrava che l'infedele convertito al Cristianesimo e trattato con pazienza e benevolenza, diventava un'ottimo cittadino. Disgraziatamente la Spagna non poté raggiungere il completo sviluppo di questa classe operosa, perché i coscienziosi ecclesiastici del Medio Evo, consideravano l'infedele un compagno di Satana.
La mentalità ecclesiastica di quei tempi era vivamente caratterizzata dalla missiva che Papa Clemente IV diresse nel 1266 a Giovanni d'Aragona, con l'ordine perentorio di scacciare immediatamente i Mudejari da tutte le sue province. Fortunatamente però l'esagerato bigottismo del Papa, non trovò nella Spagna un fertile terreno, poiché in quei tempi la Chiesa seguiva ancora una politica di pacificazione.

Solo nel 1482, sotto il regno di Ferdinando ed Isabella, si procedette all'applicazione del canone ecclesiastico di Weimar, con una tal violenza da provocare le proteste persino del Sultano della Turchia.
Ciò nonostante la Chiesa Spagnola avviatasi una volta su questa pericolosa china, continuava ad insistere con la massima energia.
Venne ritenuto necessario di vietare agli ebrei, i quali dai tempi più remoti esercitavano le cure mediche, di curare i Cristiani, sebbene essi avessero avuto una speciale attitudine. Così per esempio il medico ebreo di Carlo il Calvo, lo scienziato Zodechia, godeva di una fama che oltrepassava i confini del paese. Tuttavia tanto l'alta nobiltà, quanto l'alto clero, non appena colpiti da qualche male, continuavano ad affluire dai medici ebrei, anche se li consideravano semplici esorcizzatori. Naturalmente la Chiesa vedeva di malocchio questo fatto e non tardò ad ordinare ai suoi fedeli, di non far uso delle medicine preparate dagli ebrei, che sarebbero solo dei veleni, coi quali gli astuti israeliti avrebbero voluto sterminare i Cristiani.

Si vedrà in seguito che questo sforzo della Chiesa ebbe per risultato il ravvivamento del fanatismo e del desiderio di saccheggio e la soppressione dei rapporti amichevoli che esistevano da molto tempo fra i Cristiani e gli Ebrei della Spagna. Le leggi che caratterizzavano il quindicesimo Secolo, sebbene troppo spietate per poter essere integralmente applicate, provocavano tuttavia la bollatura delle disgraziate vittime e rendevano loro insopportabile la vita. Ciò riguardava particolarmente gli ebrei, i quali rimanevano maggiormente colpiti dalla malignità degli ecclesiastici.

 

GLI EBREI ED I CONVERTITI


Come abbiamo visto, la Chiesa, negò agli ebrei, col pretesto della colpa degli avi, qualsiasi diritto, salvo quello di esistere. Papa Stefano VI scrisse all'arcivescovo di Narbonne, di aver appreso con mortale angoscia la notizia che venne permesso a questi nemici di Dio il possesso di terre, e che i Cristiani mantenevano con essi rapporti commerciali e rendevano loro dei servizi.
Papa Alessandro III, attenendosi agli antichi regolamenti, concedette agli ebrei la riparazione delle loro sinagoghe, vietando solo la costruzione di nuovi templi.
Papa Clemente III, dava testimonianza di eccezionale umanità, prendendo la difesa degli ebrei, vietando le conversioni violente e la profanazione delle loro funzioni religiose e dei loro cimiteri. Tutto ciò fu mantenuto in vigore e codificato da Papa Gregorio IX.

Tuttavia più tardi il popolo venne sobillato contro gli ebrei, come emerge da una lettera di Papa Innocente III, diretta la conte di Nevers, che diceva testualmente: « Sebbene non sia necessario il massacro degli ebrei, contro i quali grida il sangue di Gesù Cristo, bisogna disperderli sulla terra come eterni pellegrini, affinché, con la traccia dell'infamie sul volto, vadano in cerca del nome sacro di Gesù Cristo ».
Naturalmente sotto un simile stimolo, non si usavano molti riguardi con questi esiliati, non appena l'ardore religioso lo esigeva. Quando i saraceni nel 1009 occuparono Gerusalemme, distruggendo la Chiesa ed il Sacro Sepolcro, la furia e l'indignazione di tutta l'Europa fu così grande, che enormi masse di ebrei dovettero cercare riparo nella conversione alla religione cattolica.
In Inghilterra nel 1210 Re Giovanni fece imprigionare e torturare gli ebrei, esempio che fu seguito anche da suo nipote Edoardo I, e solo sotto Cromwell fu permesso loro il ritorno nel paese.

Prima che venissero organizzati i sacri ordini dei cavalieri della croce per la riconquista della Terra Santa, zelanti crociati iniziarono la guerra contro i Saraceni, dichiarandosi scandalizzati della grande libertà che godevano ancora nella Spagna gli ebrei. In quei tempi la Chiesa spagnola non era ancora contaminata dall'odio di razza, ed i Vescovi frequentemente alzavano la parola in difesa delle vittime. Per questo fatto ottennero anche l'elogio di Papa Alessandro II, il quale dichiarò che le persecuzioni sorgono da dissennata ignoranza o da odio cieco. Se il trono di San Pietro fosse stato sempre sì degnamente occupato, il mondo sarebbe rimasto risparmiato da infinite miserie e la storia del Cristianesimo non sarebbe insudiciata da ripugnanti pagine.
Quando lo spirito delle Crociate si propagò anche nella Spagna, e Bernardo Arcivescovo di Toledo nel 1108 si mise alla testa dei crociati, l'esaltazione religiosa avvampò poderosamente. Il popolo fanatico si gettò contro gli ebrei, organizzando dei massacri. La sforzo di Alessandro IV, per frenare questi eccessi fruttò solo un temporaneo rimedio, in quanto dopo la sua morte, avvenuta nel 1109, si rinnovarono le persecuzioni ed Abravanel dichiarò che in quel tempo fuggirono dalla Spagna più ebrei, di quanto Mosé non abbia condotti fuori dall'Egitto.

Però tutte queste persecuzioni non influivano ancora disastrosamente sulle condizioni di vita degli ebrei. Sotto il lungo regno di Fernando, nonché sotto quello di Alfonso di Castiglia e Jaime d'Aragona, i servigi degli ebrei furono compensati con un'aumentata benevolenza e difesa da parte dei sovrani. Ma all'orizzonte si accumulavano già nuvole minacciose, e così il Regno di Alfonso segnò il culmine del benessere degli ebrei.
Nel 1263 il padre domenicano Pablo Christia, un ebreo convertito, sfidò ad una disputa il più dotto rabbino di quei tempi, Mosek Aben Najman. La disputa terminò con la vittoria di questo ultimo, ed allora il padre Pablo sfidò un altro celebre ebreo di nome Rabbi Ben Astruch, che accettò la sfida a condizione del diretto patrocinio di Re Jajme. Sembra che questo fatto fosse stato riferito. anche a Papa Clemente IV, che, indignatissimo, ordinò a Jajme di scacciare gli ebrei dal paese, ma soprattutto di stabilire un esempio con Rabbi Ben Astruch.
I Domenicani incoraggiati dall'atteggiamento del Papa, incominciarono ad incitare la popolazione contro gli ebrei con un tal ardore, che Jajme fu costretto a prenderli in difesa.

Dopo la morte di Jajme, nel 1276 gli ecclesiastici stimarono maturato il momento di precedere, in obbedienza a Papa Clemente IV, con raddoppiato furore, alle forzate conversioni degli ebrei. Infatti il Papa ordinò ad essi di compilare un elenco con i nomi degli ebrei che avessero rifiutato l'acqua santa, riservandosi di prendere personalmente le opportune disposizioni nei confronti dei renitenti.
In quest'epoca funzionava già nell'Aragona l'inquisizione.

Sebbene la Castiglia non avesse seguito molto presto l'esempio dell'Aragona, le tracce d'una sistematica persecuzione degli ebrei erano rinvenibili già nel 1307 anche in quel paese. Furono infatti emanati ordini che vietavano alle donne cristiane di allattare bambini ebrei, ed agli ebrei l'uso dei nomi cristiani; ma la Chiesa inveiva soprattutto contro l'abbigliamento lussuoso degli israeliti.
Si può dunque constatare che in questa epoca ebbe inizio la lunga lotta, che, nonostante la meravigliosa resistenza, finì con la completa distruzione degli ebrei spagnoli. È vero d'altronde che furono gli ebrei stessi ad attizzare l'odio della Chiesa con lo sfoggio di uno sfarzo esagerato, con l'usura e con il loro atteggiamento nei pubblici uffici.
Quando la borghesia aveva bisogno di denaro per pagare le imposte, o per l'acquisto di semi, era ovvio che si rivolgesse agli ebrei che si occupavano largamente di ogni genere di affari finanziari, assorbendo gran parte del denaro circolante, fatto che contribuì non poco al generale odio che si manifestava sempre più contro di essi.
Invano fu emanato nel 1348 dagli Alcala l'ordine che vietò tassativamente l'esercizio dell'usura, indistintamente agli ebrei, ai mori ed ai cristiani; gli affari di questo genere continuavano a fiorire.

A Navarra si ebbero i primi presagi della futura strage. Vi regnavano in quel tempo principi francesi e dopo la morte di Charles le Bel, avvenuta nel 1328, Pedro Olligoyen, un fanatico francescano eccitò con abile eloquenza il popolo contro gli ebrei, incitandolo a massacri e saccheggi. La tempesta si scatenò all'Aljama di Estelle, il primo marzo dello stesso anno, propagandosi rapidamente in tutto il paese. Non si risparmiò né donne, né bambini ed il numero delle vittime ascese a circa diecimila individui. Questi avvenimenti ebbero per conseguenza l'emigrazione in massa degli ebrei, alla quale Charles le Mauvais cercò di porre argine, permettendo l'acquisto dei beni degli israeliti soltanto in base ad uno speciale decreto reale.

Nello stesso tempo nella Castiglia e nell'Aragona i massacri degli ebrei furono provocati dall'epidemia del vaiolo, sebbene questa avesse infierito nella Spagna con minor violenza rispetto agli altri paesi dell'Europa.
Papa Clemente VI fece del suo meglio per dimostrare quanto fosse assurda l'insinuazione che il vaiolo infierisse soltanto nei paesi nei quali risiedevano ebrei. Egli diede severo ordine a tutti i Vescovi di proclamare il divieto di uccidere e di maltrattare gli ebrei con questo pretesto, sotto pena di scomunica della Chiesa. Fu questo un ammonimento molto opportuno e degno d'un uomo che doveva parlare a nome di Cristo, tuttavia esso era di scarso effetto, poiché non valse a diminuire il fanatico incitamento esercitato da molti anni.

Abbiamo già visto che l'attività legislativa di quell'epoca seguiva una tendenza sempre più sfavorevole agli ebrei. L'avvento al potere della Casa Trastamera determinò un notevole aggravamento della loro posizione già penosa. La Chiesa ebbe un maggior campo per lo svolgimento della sua attività sobillatrice, mentre i gabellieri ed usurai ebrei contribuivano non meno ad alimentare se non giustificare l'odio generale che si manifestava sempre più contro di essi.
Ferran Martinez, il famigerato principe Arcivescovo di Ecija e Pedro Barrosso, Arcivescovo di Siviglia, erano due uomini dalla volontà inflessibile, ma nello stesso tempo erano molto dotti ed universalmente stimati perché accanto al loro zelo religioso svolgevano anche un'attività benefica, particolarmente con il mantenimento dell'ospedale Santa Maria di Siviglia. Disgraziatamente entrambi erano fanatici antisemiti, che nelle loro prediche aggredivano con infuriato ardore gli ebrei.
L'aljama di Siviglia, che era la più grande in tutto il paese presentò ricorso al Re. Enrico Trastamera sebbene egli stesso non potesse soffrire gli ebrei, per ragioni finanziarie diede severo ordine al Martinez di smettere le agitazioni. Quest'ultimo non obbedì e l'aljama chiese ancora protezione da Roma. Tuttavia il Martinez, tenne poco conto, sia delle ammonizioni del Papa, sia dei rimproveri del Re e continuò la campagna antisemita con un fanatismo ancora aumentato.

Se ci siamo soffermati più a lungo sulla « Guerra Sacra contra los Judios » come il Villanova chiama questi massacri, é stato perché essi rappresentano un periodo decisivo nella storia di Spagna.
Il risultato più deplorevole di queste carneficine é stato che la Chiesa é riuscita a creare l'abisso che da tanto tempo desiderava, fra le singole razze.

In realtà l'iniziatore dell'Inquisizione fu il principe Arcivescovo di Ecija.
La nuova classe sociale formatasi in seguito ai massacri, cioè quella degli ebrei convertiti, venne chiamata col nome di « nuovi cristiani », « massano » o « banvarso »; come abbiamo visto la legge proteggeva in ogni circostanza i convertiti che erano considerati socialmente pari al resto della popolazione, ciò che verrebbe a confermare che fino a quel momento esistevano solo differenze di religione e non di razza.
Il fulcro di questa accanita campagna di conversione era San Vincente Ferror la cui fervente eloquenza accese l'animo dei popolo ed ebbe per conseguenza nuovi massacri. Ad ascoltare le concioni del sant'uomo accorrevano in massa individui di ogni nazionalità: mori, greci, tedeschi, francesi, italiani ed ungheresi lo comprendevano del pari. Tale era l'uomo instancabile che percorrendo l'intera Spagna, annunciava con fervido ardore il Verbo, convertendo al Cristianesimo migliaia e migliaia di persone. In un solo giorno battezzò a Toledo quattromila ebrei. Persino dei dotti Rabbini si sottomisero dinanzi a questa campagna ed abbracciarono il Cristianesimo; nulla di' più naturale che questi rinnegati guardassero poi con odio acceso quegli ebrei che erano rimasti irremovibilmente fedeli alla loro religione.

Fu un certo Nicola de Rupella, un ebreo convertito, che promosse nel 1236 la lunga crociata contro il Talmud, dimostrando a Papa Gregorio IX che il sacro libro degli ebrei conteneva ogni genere di imprecazioni contro il Redentore.
In tal modo la situazione degli ebrei peggiorava continuamente. Nel 1410 quando la Sovrana Reggente Caterina si recò a Segovia si sparse la voce di un tentativo da parte degli ebrei di oltraggiare il Santissimo. Donna Caterina indagò severamente sull'avvenimento in cui era coinvolto uno dei più autorevoli medici ebrei, don Mayr, il quale sottoposto a tortura confessò di avere, non soltanto oltraggiato il Santissimo, ma anche di aver avvelenato il Sovrano defunto, il quale era stato affidato alle sue cure. I colpevoli furono squarciati e trascinati lungo le vie della città, mentre la Sinagoga veniva consacrata come chiesa cristiana, prendendo il nome di « Corpus Christi » ; e ancora oggi una processione annuale commemora il fatto.
I convertiti videro aprirsi dinanzi a loro nuove possibilità per soddisfare ampiamente le loro ambizioni. Sicuri di se stessi e forti della loro intelligenza superiore, si impossessarono delle più alte posizioni alla Corte, nella Chiesa e nel Governo.
Ben presto gli ebrei convertiti furono in relazioni intime con le più nobili famiglie della Spagna, le quali non esitarono neppure ad imparentarsi con questi nuovi cristiani. I casi più salienti furono quelli delle orgogliose famiglie dei Lima, Mandoza e Villa Hernusa.

Nel 1446 a Lope de Barríentos, Vescovo di Ceuenca, fu sottoposto un documento comprovante che, fra l'altro, persino la famiglia degli Henriquez, dalla quale discendeva il cattolico Ferdinando, era d'origine ebraica.

Lo stesso fenomeno si riscontrava anche nella Chiesa: Juan de Torquemada Cardinale di San Sisto e di conseguenza anche suo nipote, primo capo inquisitore, erano di origine israelita, come pure Diego Deza, secondo capo inquisitore e Hernando de Talavera, Principe 'Arcivescovo di Granada.

Sotto Ferdinando ed Isabella la situazione degli ebrei peggiorò ancora notevolmente. Si risvegliò nel popolo lo spirito di oppressione attizzato continuamente dalle incessanti accuse dei frati.
Sotto le continue vessazioni gli ebrei erano decimati e la loro situazione finanziaria peggiorava. Il lavoro di Martinez e di San Vincente Ferrer cominciava a dare i suoi frutti. Evidentemente si tendeva alla distruzione completa della religione ebraica, come si vedrà in seguito, mentre ora ci soffermiamo sui rinnegati che per evitare la tempesta si salvarono convertendosi alla fede dei loro oppressori.
Il continuo aumento numerico dei convertiti contribuiva alla realizzazione dello scopo dei propagandisti cristiani tanto più che i nuovi cristiani acquistavano gloria e censo.
Tuttavia il continuo aumento numerico dei convertiti e l'aumentare della loro potenza e censo attiravano l'odio e l'invidia della popolazione. Il principio della decadenza si verificò a Toledo nel 1449, quando Alvaro de Luna, per aver difeso le mura della città, chiese al popolo la somma di un milione di « maravedi », pretesa che fu nettamente respinta. De Luna mandò allora i suoi gabellieri per incassare di prepotenza. Questi erano tutti dei convertiti e quando tentarono di riscuotere con la forza, il popolo si sollevò contro di essi saccheggiando ed incendiando e loro case. I convertiti si radunarono per difendersi, ma furono sconfitti; i ricchi furono imprigionati e torturati e soltanto dietro un enorme riscatto rimessi in libertà. Invano Juan II tentò di punire la città; la cittadinanza vittoriosa dichiarò che i convertiti non avrebbero più potuto coprire uffici pubblici. Nonostante l'evidente illegittimità di tale deliberazione fu enunciato sotto la presidenza di Lope de Barrientos Vescovo di Cuenza nella famosa « Sentencía Estatulo » che i convertiti fossero sospetti di essere restati segretamente ancora ebrei e di conseguenza furono esclusi da tutti i pubblici uffici.
Toledo rimase anche in seguito il maggior focolaio di disordine ed oppressioni. La situazione giunse al culmine quando il 21 Luglio, durante un consiglio tenutosi nella cattedrale, entrambe le parti si lanciarono degli insulti, indi estrassero le spade ed il Tempio fu macchiato di sangue, sebbene non vi fosse che una vittima.

Quando nel 1474 Ferdinando ed Isabella salirono al trono, un convertito di Cordova, Anton de Montoro, consegnò loro una poesia in cui illustrava le vessazioni impunemente inflitte ai suoi compagni, assumendo piena responsabilità sulla sincerità della loro fede.
Con saggia longanimità e con l'energico mantenimento dell'ordine, sarebbe stato possibile arrivare alla completa conciliazione, ad enorme vantaggio della Spagna, ma in quel tempo, in cui l'eresia era considerata come la massima colpa, era impossibile ottenere indulgenza. Perciò dopo la repressione dei disordini i due sovrani si ritennero in dovere di difendere la religione, e dopo lunghe tergiversazioni la loro politica, nei confronti dei convertiti, prese un índírizzo deciso sotto forma dell'Inquisizione che fu introdotta nel paese verso il 1480.

La questione degli ebrei non convertiti richiedeva altre disposizioni che furono sistemate definitivamente in questa occasione.
L' Inquisizione non aveva competenza giuridica nei confronti di questi ebrei, se non nel caso di qualche evidente offesa alla religione cristiana. L'ebreo non era battezzato, non era membro della Chiesa e perciò non poteva essere eretico, mentre l'unico oggetto dell'attività dell'Inquisizione era appunto l'eresia.
Dato che l'Inquisizione, allo scopo di rinsaldare la fede, esercitava la sua sorveglianza molto rigidamente su i convertiti, ne venne di conseguenza una diminuzione di conversioni. Ma ben presto nuove leggi vennero a rendere talmente insopportabile la vita di coloro che si erano tenuti lontani dalla chiesa cattolica affinché la conversione apparisse l'unico rifugio dalle terribili ingiustizie.
Tuttavia la orribile visione degli auto da fè, nonché gli incessanti sequestri di patrimonio, stimolarono gli ebrei a perseverare nella loro antica fede, che, malgrado tutto, serviva da scudo contro la terribile sorte che minacciava continuamente i convertiti.
Non si poteva più tener conto delle conversioni degli ebrei, mentre la loro permanenza nel paese urtava i fedeli. L'unica via di uscita era quindi il loro esilio.

In aggiunta alla attività dell'Inquisizione chi si era allora formata, nel 1480 Isabella ne fece un esperimento. La provincia più densamente popolata di ebrei era l'Andalusia, perciò Isabella incominciò con l'ordinare l'espulsione da quella provincia di tutti quelli chi si ostinavano a non volersi convertire, minacciando di morte coloro che vi fossero ritornati.
In realtà Isabella esitava non poco tra l'interesse dello Stato e quello che essa giudicava un dovere religioso, ma Torquemada la sollecitava incessantemente a rendere omaggio a Cristo, liberando le province dai discendenti di coloro chi lo crocifissero.
Nessuno sforzo era trascurato per eccitare l'opinione pubblica. Fu largamente diffusa una storia, secondo la quale Ribes Altas, medico del Re, avrebbe portato appeso al collo un bottone d'oro: il principe Juan, figlio unico dei reali, chiesto l'oggetto per trastullarsi lo avrebbe aperto. Nell'interno si trovava, si diceva, una pergamena, sulla quale era dipinto un crocifisso in posizione sconveniente, accanto ad un medico. Il giovinetto si sarebbe scandalizzato al punto di ammalarsi e, soltanto dopo lunghe interrogazioni, si sarebbe persuaso a raccontare il fatto, aggiungendo che non sarebbe stato bene fino a che l'ebreo non fosse stato bruciato al rogo. Ciò avvenne e da quel tempo anche Ferdinando approvò l'espulsione della razza maledetta.

Si sparse anche la diceria chi il Venerdì Santo del 1488 gli ebrei avessero lanciato delle pietre contro il Crocifisso eretto sul monte Gano. Furono denunciati ed il principe Alba fece bruciare al rogo il rabbino e diversi dei presunti colpevoli.
Però il più crudele stratagemma fu escogitato dal Torquemada, il quale nel giugno del 1490 fece arrestare un convertito, di nome Birito Garcia, nella cui bisaccia fu trovata dell'ostia consacrata, mentre ritornava da un suo pellegrinaggio. Il vicario vescovile Pedro de Villada, capo inquisitore, fece torturare l'uomo, sino a fargli confessare di aver congiurato con altri tre convertiti e due ebrei, di contaminare un cuore umano ed un'ostia consacrata, allo scopo di disseminare la morte o la pazzia tra i cristiani, a sterminio del cristianesimo ed a maggior gloria del Giudaismo.
Tre degli accusati erano già morti, gli altri furono catturati, mentre la causa fu affidata all'Inquisizione. La sentenza di morte all'auto da fè fu promulgata, ed era compilata in modo da illuminare le tendenze dei convertiti a restare segretamente fedeli al Giudaismo, né fu risparmiata fatica per richiamare l'attenzione del popolo su questi avvenimenti.

L'espulsione degli ebrei dalle province spagnole era ormai decisa. Quando la notizia giunse alla corte, Abraham Senior e Abravanel offrirono grandi somme di denaro alle « al jame » per evitare il flagello. Ferdinando era proclive ad accettare l'offerta, ma Isabella rimase irremovibile.
Si dice che mentre la coppia reale si consigliava sull'opportunità di accettare o no l'offerta di denaro, Torquemada, introdottosi improvvisamente al loro cospetto, dicesse loro tenendo il Crecefisso in alto - "Ecco il Crocifisso che lo scellerato Giuda vendette per trenta denari! Se le Vostre Maestà approvano questo fatto, chiedano almeno un importo superiore. Da parte mia rinuncio alla mia carica, non potendo condividere la responsabilità, ma le Vostre Maestà dovranno rispondere dinanzi a Dio della loro decisione".
Non si sa se ciò sia vero o meno, ma il fatto sta che la proposta fu respinta ed il 30 Marzo fu firmato il decreto di espulsione, sebbene esso non sia stato reso di pubblica ragione che il 1° Maggio a Barcellona.

All'intera popolazione ebraica della Spagna fu dato tempo fino al 31 Luglio di scegliere fra la conversione o l'abbandono del paese. Fu comminata la pena di morte ai recalcitranti e a coloro che fossero ritornati.
Siccome quasi l'intero capitale circolante del paese era di proprietà degli ebrei, é facile immaginare la confusione sorta dalla riscossione dei crediti da parte dei partenti. Naturalmente gran parte dei cristiani si sottrasse al pagamento dei debiti.
Del bottino anche i Sovrani ebbero la loro parte. Quando gli esiliati raggiunsero i porti d'imbarco, fu loro notificato che dovevano pagare un ducato a testa, ciò che essi fecero nonostante gli scarsi mezzi di cui disponevano.
Gli orrori ed i malanni dell'emigrazione furono notevolmente aumentati dal decreto emesso da Torquemada nella sua qualità di inquisitore capo, in virtù del quale fu vietato a tutti i cristiani di mantenere qualsiasi rapporto con ebrei, o di dare loro asilo e vitto dopo il 9 Agosto.
La resistenza degli ebrei in questi tempi disastrosi, era davvero degna di ammirazione, e pochissimi tra di loro abiurarono; se Abraham Senior si convertì, ciò fu dovuto unicamente alle minacce di Isabella, la quale non volendo privarsi dei suoi servigi, gli disse che se egli non si fosse fatto cristiano, essa avrebbe colpito più severamente ancor ai suoi correligionari. Siccome Abraham conosceva la inflessibilità della Regina, si decise ad abbracciare il cattolicesimo ed i suoi padrini di battesimo furono gli stessi Sovrani ed il cardinale Gonzales de Mendoza. Egli assunse come nome di battesimo, Coronel, e godette a lungo di gran rispetto e considerazione.

In mancanza di dati statistici attendibili il numero delle vittime può essere citato solo approssimativamente. Isidoro Loeb, in collaborazione con le autorità, stabilì il numero delle vittime come segue
Emigrati 165.000
Convertiti 50.000
Morti 20.000
Totale 235.000
ciò che, in considerazione al numero già ridotto degli ebrei, sembra esagerato.
Quindici secoli dopo che Cristo era morto per l'umanità, questa grande ingiustizia raccoglieva unanime approvazione in tutti i ceti. Quando Papa Alessandro VI nel 1495 conferiva ai Sovrani di Spagna il titolo di Re Cattolicissimo, nella motivazione di questa alta onorificenza fu enumerata, come benemerenza per servizio reso alla patria, l'espulsione degli ebrei.

Sebbene Machiavelli, fedele ai suoi principi, ravvisi nel gesto di Ferdinando il movente politico, più di quello religioso, tuttavia anche lui lo caratterizza come « pietosa crudeltà ». Infatti la mentalità dei teologi dell'epoca era tanto soggettiva da non ravvisare quanto vi era di insensato nell'azione di Ferdinando, al punto che Arnaldo Albertina scriveva che il Re sarebbe stato in diritto di far gettare sulle carrette gli ebrei, confiscando tutti i loro beni.
Il decreto di espulsione rivelò al mondo quella politica che contribuì grandemente alla decadenza della Spagna.

L'INIZIO DELL' INQUISIZIONE


Mentre dal punto di vista sociale la situazione dei convertiti migliorava, d'altra parte essi venivano esposti ai rigori delle leggi ecclesiastiche, secondo le quali veniva punita la minima manchevolezza nei confronti della fede. Siccome nella Castiglia non era ancora istituita l'Inquisizione e nell'Aragona era inattiva, e dato che i Vescovi, chiamati a giudicare in questioni di abbandono di fede o di eresia, avevano una mentalità troppo mondana per curarsene, i convertiti di queste province non conoscevano nemmeno da lontano i pericoli a cui potevano essere esposti manifestando sentimenti di simpatia verso i loro antichi correligionari. Infatti i convertiti non potevano facilmente dimenticare le antiche tradizioni sacre della fede abbandonata, che dai tempi di Sanhedrín passavano di padre in figlio. Quindi gli anusim, come erano chiamati i convertiti dai loro antichi fratelli, esercitavano solo di malavoglia i riti della religione cristiana e nel segreto si sentivano sempre attratti verso il giudaismo.
Infatti la Chiesa, pur ammettendo questi nuovi fedeli, li sorvegliava con diffidenza ben comprensibile. Non fu dunque senza motivo che il Vescovo Alfonso de Santamaria, nel 1434, al consiglio di Basilea, fece annotare un'appendice agli atti, nella quale si tacciava di eresia tutti i convertiti che avessero ancora conservato le antiche superstizioni ebree, istruendo nel contempo gli inquisitori di procedere con il massimo rigore contro di quelli, qualora venissero colti sul fatto. Sebbene questo decreto rimanesse lettera morta, tuttavia era il primo passo verso l'Inquisizione.

La dubbia gloria, di aver sistemato e sollecitato la persecuzione religiosa nella Spagna, spetta a padre Alonzo de Espina. Era questi uno scienziato autorevole, che condusse una vita irreprensibile e si diceva di lui che una apparizione celeste lo avesse spinto alla fanatica attività.
Il suo « Fortalicium Fidei » fu una manifestazione funesta del fanatismo che a poco a poco si impadronì della Spagna. In questa opera egli raccolse tutti i racconti delle supposte attività criminali degli ebrei, come l'uccisione di bambini cristiani per compiere i loro riti sacrileghi, l'avvelenamento di pozzi e fontane e gli incendi, nonché ogni genere di gesta terrificanti che soltanto il suo odio feroce, contro la disgraziata razza, poteva inventare. « Tutto ciò é nulla - conclude Alonzo de Espina - in confronto di quanto essi commetteranno all'avvento dell'anticristo che essi adoreranno come il vero Messia ».

Sotto il regno di Ferdinando ed Isabella l'eresia era molto diffusa, al punto che gli ecclesiastici di Corte giungevano a citare il libro di Mosé. Gli eretici non battezzavano i loro bambini e, se costretti a farlo, ritornati a casa dalla Chiesa lavavano dalla fronte delle loro creature il Sacro Crisma. Mangiavano carne nei giorni di magro e festeggiavano il sabato come la domenica. In segreto convocavano nelle loro case gli ebrei i quali vi facevano delle prediche; prendevano parte anche apertamente ai riti ebraici, mentre si presentavano ben raramente per la comunione; molti di essi acquistarono grande fortuna prestando denaro ad usura ed enunciavano apertamente che la loro razza era la più eletta del mondo, perchè nelle loro vene correva sangue giudeo.
Così, dato l'odio generale nutrito verso i convertiti, é da attribuirsi unicamente al disordine ed alla trascuratezza per le leggi che regnavano in quell'epoca, se l'Inquisizione non fu attuata molto tempo prima.

All'accordo di Medina di Campo, tra Enrico IV e l'alta nobiltà ribelle, nel 1465, venne deplorata con insistenza la propagazione dell'eresia ebraica e fu ordinato ai Vescovi di istituire in tutte le province l'Inquisizione affinché fossero scoperti e puniti gli eretici. In seguito a questo ordine ebbe inizio qualche sporadica persecuzione. Nel 1467 durante l'istruttoria condotta dalla Inquisizione contro Beatrice Nunez alcuni testi nominarono il marito dell'accusata, Fernando Gonzales, il quale vent'anni prima era stato processato, ma assolto. Un altro caso, avvenuto nello stesso anno a Slereno, ebbe un più concreto risultato. Due convertiti, Garci Fernanda Valeno e Pedro Franco Cillarcar furono colti mentre celebravano riti ebraici. L'Alcaldo li catturò portandoli immediatamente davanti al vicario Juan Millan. Gli accusati riconobbero di essere ebrei e furono tosto condannati dal vicario alla morte sul rogo, sentenza eseguita lo stesso giorno.

Tale era la situazione, quando Ferdinando ed Isabella, nel 1474, salirono al trono. Abbisognavano alcuni anni per risolvere la questione della successione e per frenare la nobiltà ribelle. In questo tempo Papa Sisto IV tentò ripetutamente di introdurre l'Inquisizione in Spagna, ma i suoi sforzi non ebbero alcun successo.
Ferdinando ed Isabella, come abbiamo già detto. erano per principio contrari alle ingerenze papali e quindi non si curarono molto degli sforzi del pontefice per conservare la purezza della fede e neppure dopo la pacificazione del paese non presero alcuna iniziativa nella questione, giudicata da Padre Alonzo de Espina, più importante di qualsiasi altra cosa. Nella sua qualità di agitatore, questi ebbe per successore padre Alonzo de Hoieda, Priore dei Domenicani, nel convento di San Pablo de Sevilla, il quale si dedicò al completo sterminio del giudaismo, sia infierendo contro gli ebrei effettivi, come contro i convertiti simpatizzanti.
La presenza presso la Corte di molti convertiti che vi occupavano importanti posizioni, attizzò ancor più il furioso fanatismo di Padre Alonzo. Invano egli richiamò l'attenzione della Regina sul pericolo che costituiva per la Chiesa e lo Stato, la presenza dei finti cristiani alla Corte. La Regina era talmente occupata dalle cure delle finanze dello Stato, e trovava in questi convertiti dei consiglieri tanto preziosi, che non era disposta a fare alcun passo e considerò la questione rinviabile. D'altronde correva voce che il suo confessore, Torquemada, le avesse estorto un voto che non appena fosse salita al trono avrebbe dedicato la sua vita allo sterminio dell'eresia ed alla difesa della supremazia del cattolicesimo.
Quando la Corte abbandonò Sevilla, il Padre Hoíeda perdette ogni probabilità di far valere la sua influenza.
Era indispensabile che alla Corte si discutesse a lungo prima di ricorrere all'espediente drastico dell'Inquisizione. Gli sforzi dei peroratori, non si dirigevano contro gli ebrei indifesi, ma contro i potenti convertiti, fra i quali si trovavano i favoriti consiglieri dei Sovrani ed i più alti dignitari della Chiesa.
A quanto pare, in un primo tempo si sarebbe venuti ad una specie di compromesso, in virtù del quale, furono incaricati diversi frati, sotto la direzione di Pedro Fernandez de Salis, Vescovo di Cadiz e Provveditore di Sevilla, di Diego de Norto e di Padre Alfonso de Hoieda, di procedere alle indagini con facoltà di eventuali punizioni. Ciò ebbe per rísultato un rapporto da parte dei delegati, al Sovrano, secondo il quale rapporto gran parte della borghesia era sospetta di eresia, il movimento si estendeva continuamente, non soltanto nell'Andalusia, ma anche nella Castiglia, concludendo che l'unico rimedio sarebbe stata l'Inquisizione.

Anche il Principe Arcivescovo Mendoza approvò la proposta, ma il suo più potente patrocinatore era sempre Tomaso de Torquemada, Priore dell'Ordine Domenicano di Santa Cruz de Segovia, il quale, come confessore dei Sovrani, aveva una grande influenza su di essi e già da molto tempo sollecitava energicamente l'esemplare punizione degli eretici. Finalmente dunque il progetto fu attuato. Ferdinando ed Isabella decisero di introdurre l'Inquisizione nei reami di Castiglia ed i loro Ambasciatori presso la Santa Sede, il Vescovo di Buna ed il di lui fratello Diego de Santillan, furono incaricati di ottenere da Papa Sisto IV la Bolla relativa. Ma questo passo fu compiuto nella massima segretezza, perché nel Luglio nel 1478, mentre a Roma si svolgevano le trattative, Ferdinando ed Isabella convocarono il Sinodo nazionale a Sevilla che durò fino al 1° Agosto.
Fra i progetti sottoposti dai Sovrani all'assemblea non è fatta parola di tutto questo, e nemmeno i Prelati convenuti fecero alcun cenno alla possibilità che la Chiesa mettesse in atto un provvedimento contro i convertiti. Anzi neppure nel Memorandum sottoposto dai Cortez ai Sovrani nel 1489, cioè dopo che la Bolla era stata ottenuta, nel quale sono enumerate le riforme richieste dal popolo, si trova alcun accenno alla necessità dell'Inquisizione.
In questo documento si chiedeva la separazione degli ebrei e dei mori dai cristiani, ma non si parlava di persecuzioni contro i convertiti apostati. Evidentemente nulla era ancora trapelato della prossima adozione dell'Inquisizione, né era desiderata.

Papa Sisto certamente non avrà esitato ad introdurre l'Inquisizione nella Castiglia. Se dunque egli non aderì immediatamente alla richiesta dei Sovrani, ciò non deve essere attribuito a sentimenti di umanità, come asserisce qualche suo moderno difensore, ma bensì al fatto che Ferdinando ed Isabella non chiedevano la regolare Inquisizione papale, ma una istituzione da loro dipendente che avrebbe fatto affluire nella tesoreria reale il frutto delle confische. Gli inquisitori, sino allora, erano stati quasi sempre scelti tra Francescani o Domenicani, a seconda che l'uno o l'altro ordine entrava nelle grazie del Pontefice. In tal modo si manifestava l'autorità papale, sempre qualificata indipendente e superiore alla altre Potenze del mondo. Ma Ferdinando ed Isabella erano troppo gelosi del loro potere per ammettere una simile ingerenza negli affari interni del Paese; fu quindi soltanto per l'ardente desiderio di Papa Sisto di vedere l'Inquisizíone introdotta anche nella Castiglia, se fu ottenuta questa importante concessione. Indubbiamente erano intercorse lunghe discussioni circa le confische, che in vista del censo elevato dei convertiti promettevano di essere notevolmente redditizie.

La bolla fu emessa con la data del 1° Novembre 1478 e a prima vista sembra un documento molto semplice che non rivela traccia alcuna di quella potente influenza che essa ebbe nella direzione delle sorti della Penisola Iberica. La Bolla dichiara l'esistenza di finti cristiani nella Spagna ed il desiderio di Ferdinando ed Isabella che il Papa vi ponga rimedio; autorizza i Sovrani a designare tre vescovi sia di Ordini Monastici che degli altri, i quali abbiano compiuto il quarantesimo anno di età, siano dottori in teologia e versati nelle leggi canoniche; la loro nomina era revocabile ed essi erano sostituibili. Avevano diritto di procedere contro gli eretici e contro coloro che li difendevano ed aiutavano. La designazione degli inquisitori significava di per sè una incursione nel « Tessitorium » vescovile e fin dall'inizio dell'Inquisizione era stata causa di controversie, tanto più che tra i Vescovi della Spagna v'era un buon numero di prelati di origine ebraica, perciò la questione era più intricata che negli altri paesi.

Può dirsi strano il fatto che ben pochi documenti ci illuminano sull'origine dell'Inquisizione. Molti documenti importanti furono spediti nell'Aragona e nella Catalogna, dove andarono perduti; altri documenti furono rinchiusi in una cassetta e consegnati al Conte di Villalonga, segretario di Filippo III con l'incarico di ordinarli, ma quando il Conte fu arrestato ed i suoi effetti sequestrati, non si trovò nulla.
A questo punto si poteva registrare una vittoria degli antisemiti, ma l'esitazione di Isabella a valersi del potere ottenuto, fece sì che la situazione rimase stazionaria per circa due anni; per di più Ferdinando non sembrava disposto ad una azione molto rigorosa, prevedendo disastrose conseguenze finanziarie. Infatti in una circolare diretta agli inquisitori nel Gennaio del 1480 egli proponeva una azione più blanda e pietosa. Qualunque influenza abbia agito, il fatto sta che solo il 17 Settembre 1480 fu fatto il primo passo di grande importanza, che ebbe conseguenze tanto disastrose sulle sorti della Spagna.

In quel giorno, due Domenicani ricevettero l'incarico di inquisitori con la minaccia che qualsiasi indulgenza da parte loro avrebbe avuto per conseguenza l'immediato esonero, con la perdita di tutte le prerogative civili ed ecclesiastiche.
Il 9 Ottobre un Decreto Reale ingiungeva agli uffici pubblici di facilitare l'opera dei due Domenicani, che dovevano recarsi a Sevilla, territorio maggiormente invaso dall'eresia.
Arrivati a Sevilla essi resero omaggio al Capitolo presentando le loro credenziali. Il Consiglio Comunale li attendeva all'ingresso della sede del Capitolo e li accompagnò al Municipio dove fu organizzato un solenne ricevimento. Con ciò essi erano insediati nel loro ufficio, ma a quanto pare incontrarono ugualmente delle difficoltà, poiché il 27 Dicembre dovette essere emanato un altro Decreto Reale agli Uffici Governativi ingiungente perentoriamente di appoggiare i due frati nella loro attività.
Ma essi non attesero che fosse nemmeno organizzata la Corte di Giustizia. Nominarono il Dott. Juan de Medina Assessore e Juan Lopez del Barco, Cappellano della Regina, Relatore e Pubblico Accusatore. Accanto a questi due, fungevano ancora l'Assistente Diego de Merlo e Ferrante Yauez de Loban, quest'ultimo come amministratore dei beni confiscati.
Ben presto tutti ebbero lavoro in abbondanza, poiché i convertiti di Sevilla si schierarono compatti per difendersi dalla tempesta che si avvicinava. Molti di essi fuggirono presso l'alta nobiltà delle province vicine, nella speranza di poter contare sulla protezione delle Leggi Feudali, anche contro il potente Tribunale Ecclesiastico. Ma ben presto per impedire i cambiamenti di domicilio, un Decreto Reale ordinava che nessuno potesse allontanarsi dalla Città in cui si insediassero gli inquisitori. Tuttavia nella confusione generale non fu tenuto molto conto di questo divieto.

Un passo più efficace fu compiuto il 2 Gennaio del 1481 da Fra Miguel e Fra Juan, per mezzo di una lettera diretta al Marchese Cadiz, la quale dimostra che erano stati molto ben scelti gli uomini che dovevano gettare le basi dell'Inquisizione di Spagna. I due semplici frati parlavano con tale audacia e prosopopea ai Grandi, i quali erano considerati dai Sovrani quasi pari loro, che sembrò in principio assurdo ed impossibile che l'orgogliosa alta nobiltà sopportasse, ma col tempo dovette abituarsi a questa autorità del Santo Uffizio.
Al potente Rodrigo Ponce de Leonra e ad altri membri dell'alta nobiltà fu ordinato severamente di perquisire i loro feudi, procedendo all'arresto di tutti gli intrusi, consegnandoli entro quindici giorni alle carceri dell'Inquisizione, procedendo in pari tempo alla confisca dei beni di costoro, elencandoli e rimettendoli alla Tesoreria Reale o all'Inquisizione. I Grandi furono ammoniti, con espressioni severe, che qualora avessero violato l'ordine della Chiesa, sarebbero stati scomunicati come protettori di eretici. In tal modo il numero dei prigionieri aumentò tanto, che il convento di San Pablo, sede dell'Inquisizione, non aveva più posto per riceverli. Perciò gli inquisitori ottennero il permesso di trasferire la loro sede nella Fortezza di Tirana Castello di Sevilla, il quale con le sue tetre carceri sotterranee era molto adatto allo scopo.

Ma vi erano dei convertiti che credevano che la resistenza valesse più della fuga. Diego de Susan, uno dei più autorevoli cittadiní di Sevilla, il cui patrimonio era stimato a più di dieci milioni di maravedi, convocò i suoi concittadini più fidati. L'assemblea fu tenuta nella Cattedrale di San Salvador e vi parteciparono alti funzionari dello Stato e della Chiesa ed altre notabilità che appartenevano tutte alla classe minacciata. Il Susan, in un ardente discorso, propose di assoldare uomini armati, fidati, raccogliere armi e munizioni, per massacrare tutti gli inquisitori; il segnale del sollevamento avrebbe dovuto essere il primo arresto eseguito dall'Inquisizione. Con ciò si sarebbe dovuto stabilire un esempio per ovviare l'eventuale rimpiazzamento dei funesti giudici. Quando Pedro Fernando Venedera Sovrintendente della Cattedrale venne arrestato, trovarono nella sua casa armi sufficienti per armare cento uomini, ciò che prova che il movimento era già progredito.

Il progetto sarebbe stato eseguito indubbiamente se non vi fosse stato per la splendida figlia di Diego de Susa, conosciuta sotto il soprannome di « Formosa Fembra », che aveva una relazione amorosa con un Caballero cristiano, al quale rivelò il segreto; quegli non tardò a denunciarlo agli inquisitori.
Nulla poteva giungere più propizio di questa informazione. I più potenti convertiti erano già in loro potere e vennero trasferiti da San Pablo alla fortezza di Tirana. Il processo ebbe rapido corso e terminò con la sentenza di «Consulta de fè».

 

Sarebbe difficile stabilire la motivazione con cui furono condannati al rogo. Era questo un nuovo genere di sentenza di morte che trascurava completamente la Legge Canonica e doveva servire ad ammonire che la nuova Inquisizione di Spagna non intendeva seguire le vecchie orme, ma si era tracciata una via assai più sanguinosa e terribile.
La giurisdizione ebbe un ritmo celere e già il 6 Febbraio 1481 si poté festeggiare il primo « auto da fé » di sei uomini e sei donne. La predica di rito fu pronunciata da Fra Alonzo de Hoieda, il quale vedeva finalmente coronati di successo i suoi sforzi indefessi di molti anni. Egli avrebbe, potuto pronunciare il « Nunc demittis » poiché,
sebbene il primo « auto da fé » fosse seguito entro pochi giorni da un altro, egli non poté gioire del sacro spettacolo; la peste, che più tardi mieté quindicimila vittime a Sevilla, incominciò ad infierire proprio in quei giorni e lui fu la prima vittima.

Al secondo « auto da fé » furono bruciati solo tre eretici : Diego de Susan, Manuel Sauli e Bartolomeo de Torralba, tutti e tre fra i più autorevoli e più ricchi cittadini di Sevilla. Allo scopo di dimostrare che il lavoro iniziato avrebbe avuto carattere permanente si procedette alla costruzione nel Campo di Tabladan, di un apposito recinto per i roghi con il cosiddetto Quemadero e Brasero di un materiale talmente solido che i residui sono tutt'ora visibili.

La distinta posizione e lo stato patrimoniale delle vittime, dimostrava che la Corte dell'Inquisizione non usava riguardi a nessuno e che il suo rigido fanatismo non era influenzabile né con denaro né con raccomandazioni. La peste infuriava con terribile violenza e sembrava che Dio e gli uomini avessero stretto un'alleanza per sterminare i convertiti. Questi ultimi mandarono una supplica al Merlo, pregando di potersi allontanare dalle città colpite dalla peste. La domanda fu esaudita per ragioni di umanità, però a condizione che essi avrebbero abbandonato tutti i loro beni. In seguito a questa concessione più di ottomila convertiti poterono trovare rifugio.
Il Principe di Cadiz, il Principe Medina Sidonia ed altri magnati li ricevettero con ospitalità, molti però ripararono nel Portogallo dai Mori e qualcuno persino a Roma. Gli stessi inquisitori furono costretti ad abbandonare le città, ma il loro zelo non scemava. Trasferirono la sede della Corte ad Aracena dove trovarono lavoro in abbondanza perché bruciarono ventitré uomini e donne senza calcolare le ossa dei colpevoli che erano morti altrimenti.

Quando la peste diminuì gli inquisitori ritornarono a Sevilla e continuarono con infaticabile fervore il lavoro interrotto. Secondo uno storico del tempo sarebbero stati gettati sul rogo sino al 4 Novembre 297 persone, mentre settantasei sarebbero state condannate all'ergastolo.
Ma in breve risultò tanto diffusa l'eresia e d'altronde era tanto evidente l'interesse della Chiesa di sopprimerla rapidamente, che ben presto i sette incaricati si mostrarono insufficienti. Perciò Papa Sisto mise a disposizione altri Prelati da lui stesso nominati e così gli inquisitori furono investiti del loro potere, direttamente dalla Santa Sede.

Con Decreto Papale dell' 11 Febbraio 1482, furono nominati inquisitori: Pedro Ocano, Petro Martinez de Barrio, Alfonso de San Cebriano, Rodrigo Segarra, Tomaso de Torquemada e Bernardo Santamaria, tutti Domenicani. Ma indubbiamente altri ancora devono esservi stati, il cui nome tuttavia non è possibile rintracciare nella storia, per dotare le nuove Corti istituite a Ciudad Real, a Cordova, a Jaen ed a Segovia.

Nel 1485 il Tribunale d'Inquisizione di Ciudad Real fu trasferito a Toledo dove vi erano numerosi ricchi convertiti. Questi ultimi congiurarono di organizzare una ribellione contro gli inquisitori, ma come era avvenuto a Sevilla, anche qui furono traditi e sei dei principali complici vennero impiccati. Da quel tempo la storia non registra più simili tentativi.
L'inquisitore Pedro Diaz tenne una predica dopo la repressione della congiura e la Corte si mise al lavoro con rinnovata energia.

Durante il primo « auto da fé » il ventidue Febbraio del 1486, si radunarono i penitenti. Erano settecentocinquanta individui, fra essi si trovavano molti distinti cittadini e numerosi autorevoli funzionari. Il rito fu penoso ed umiliante. A capo scoperto e scalzi, con le candele spente tra le mani, attraversarono la città in un lungo corteo fra la plebaglia rumoreggiante sino alla Cattedrale,

... all'ingresso della quale stava un monaco che tracciò il Segno della Croce sulle loro fronti, pronunciando le seguenti parole:
"Accogliete il Segno della Croce che avete rinnegata e della quale siete divenuti indegni".
Nell'interno della chiesa venivano chiamati uno a uno per nome, mentre si dava lettura alla nota che conteneva le loro malefatte. Furono condannati alla confisca dei loro beni, alla perdita dei loro diritti civili, e ad indossare per il resto della loro vita un saio di bigello greggio, sotto pena della morte al rogo. Nei sei venerdì susseguenti esso dovevano attraversare in corteo la città, flagellandosi a sangue con una grossa fune.

Il secondo « auto da fé » fu tenuto il 2 Aprile del 1486, quando si radunarono novecento penitenti. Quando ebbero finito con la città, gli inquisitori dedicarono la loro attività alla provincia. Mentre i penitenti volontari erano trattati in tal modo, non mancavano gli « auto da fé » di maggior gravità, durante i quali furono gettate al rogo numerose persone fra i quali non pochi monaci e funzionari ecclesiastici.

Nel 1485 fu istituita una provvisoria Corte Marziale a Guadalupe dove Ferdinando ed Isabella designarono l'Inquisitore nella persona di Fra Nuno de Arevale. Il Priore, coadiuvato da Pedro Sanchez fece un repulisti molto accurato in quel nido dell'eresia, dove entro un anno tenne sette « auto da fé » davanti al cimitero, facendo gettare al rogo un frate eretico, cinquantadue sospetti di giudaismo e quarantasette cadaveri, mentre un gran numero di individui fu condannato alla galera. Più tardi l'Inquisitore Deza ordinò a tutti i convertiti di abbandonare per sempre Guadalupe.
Nel medesimo anno fu istituita una Corte anche a Valladolid, a quanto pare però essa avrebbe incontrato una efficace resistenza, poiché Ferdinando ed Isabella nel 1488 si recarono in quella città per garantire il funzionamento di quell'Inquisizione. Effettivamente essa incominciò subito la sua attività in quanto furono imprigionate distinte personalità, mentre nel 1489 fu tenuto il primo « auto da fé » al quale furono bruciate vive 18 persone.
In tal modo fu provveduto all'organizzazione necessaria per sterminare l'eresia nella Castiglia, ma già da principio essa si dimostrò insufficiente e fu necessario un opportuno ampliamento. L'Inquisizione risultò molto efficace nel 13° e 14° Secolo in quanto le sue organizzazioni si estendevano in tutta l'Europa. I giudici furono designati da parte dei Provinciali dei Domenicani e Francescani, i quali erano ossequianti ai criteri della Santa Sede. Ma Ferdinando ed Isabella non avevano immaginato così le realizzazione dell'idea, poiché essi volevano una Inquisizione nazionale, rigorosamente organizzata la quale avrebbe dovuto essere più alle dipendenze della Corona che a quelle del Vaticano.

Di conseguenza l' Inquisizíone si sviluppò in un importante fattore dell'autorità statale. Alle quattro Corti esistenti ne fu aggiunta una quinta, con il pieno consenso di Papa Sisto. Questa venne denominata Concejo de la Suprema y General Inquisicion, detta brevemente « La suprema », che aveva il compito di giudicare in ogni questione inerente la vita religiosa. Per garantire la supremazia gerarchica di questa Corte e la disciplina dei subordinati, si rese necessaria una concessione di ampie facoltà di sorveglianza al presidente del Consesso. Fu dunque necessario creare una nuova carica: cioè quella di Capo Inquisitore, il quale doveva presiedere ai Consigli.
Questa carica sembrò fin da principio di enorme importanza, poiché tutto l'avvenire dell'organizzazione doveva dipendere in gran parte dalla personalità che la ricopriva. Su proposta di Pedro Gonzales de Mendoza, Principe di Toledo, la scelta dei Sovrani cadde su Tomaso de Torquemada, loro confessore.

 

La scelta di Torquemada diede testimonianza della saggezza dei Sovrani. Egli era un uomo pieno di implacabile zelo e riuscì a sviluppare con instancabile assiduità la primitiva organizzazione. Era rigido ed inflessibile, non ammetteva nessuna deviazione dal dovere e nella propria sfera di azione fu la personificazione della combattività spirituale e politica. Sotto la direzione di questo vero figlio della Chiesa, l'Inquisizione si sviluppò rapidamente in tutta la Spagna.
Era infaticabile ed inesorabile nella persecuzione degli apostati. Le sue prestazioni furono lodate da più di un Pontefice. Già nel 1484 Sisto IV gli scrisse che il Cardinale Borgia lo aveva lodato con calde parole per i suoi sforzi a favore del successo della Santa causa. Dodici anni più tardi lo stesso Cardinale Borgia, oramai Papa sotto il nome di Alessandro IV, assicurò a Torquemada di averlo carissimo per l'enorme opera svolta a favore della glorificazione della Fede. Sebbene non si possa attribuire esclusivamente al Torquemada lo spirito di spietato fanatismo che animo l'Inquisizione non si può negargli il merito della riorganizzazione dell'Istituzione rendendola attiva ed efficace. Egli colpì inesorabilmente gli elementi sospetti senza riguardo alla loro autorità e potenza, sino a che l'ombra del Santo Uffizio non calò sull'intero Paese e non si trovò più persona che pronunciasse il suo nome senza terrore.

Correva la voce che il Torquemada avesse rifiutato la carica di Principe Arcivescovo di Sevilla, che, egli non avesse mai assaggiata la carne e che mai avesse indossato altro che il saio di panno grezzo; che non avesse voluto dare dote a sua sorella dichiarandosi disposto ad appoggiarla, soltanto se fosse entrata nell'Ordine Monacale delle Beate Domenicane. Tuttavia il suo ascetismo non lo trattenne dall'abitare in palazzi e dal farsi circondare in permanenza da una guardia del corpo di centocinquanta armati.

Siccome il potere degli incaricati cessava con la morte di colui che aveva dato la carica, alla morte di Papa Sisto IV fu necessario rinnovare l'investitura di Torquemada. Ferdinando ed Isabella chiesero al nuovo Papa che l'incarico del loro Capo Inquisitore venisse confermato, non provvisoriamente, ma a vita. Ma la loro domanda fu respinta poiché il Papa non era disposto a rinunciare al suo diritto di sorveglianza.
Le mansioni di Torquemada comprendevano l'importante facoltà di designare e destituire i singoli inquisitori. Evidentemente per questa ragione vi erano accese liti fra Torquemada e gli inquisitori nominati dal Papa. Vi erano anche numerose lagnanze contro di lui cosicché egli inviò Fra Alonzo Valeja alla Santa Sede per difendersi. Per un breve tempo godette la vittoria Fra Miguel, il quale con Bolla Papale del 26 settembre 1491 fu nominato Capo Inquisitore della Castiglia e dell'Aragona e con ciò messo a parità con Torquemada. La lotta continuò incessantemente, da una parte per dare carattere nazionale al Santo Uffizio della Spagna e dall'altra per mantenerlo sotto la supremazia pontificia.
Questa suddivisione nel comando dell'Inquisizione durò per alcuni anni finché i diversi rappresentanti della Chiesa morirono o diedero le dimissioni. Torquemada mori nel 1496 ed ebbe per successore Diego Deza Vescovo di Jaen, il quale divenne unico Inquisitore-capo della Spagna. Egli rimase in carica fino al 1507 quando per motivi che vedremo in seguito fu costretto a dimettersi.

A quell'epoca in seguito alla morte di Isabella i Reami di Aragona e Castiglia si separarono e l'esperto Ferdinando si guardò bene dal lasciare le sue antiche province sotto il governo spirituale di un cittadino castigliano. Perciò prima delle dimissioni di Deza egli si rivolse a Papa Giulio II pregandolo di affidare la successione dell'Inquisitore-capo nell'Aragona a Juan Enguera, Vescovo di Vichy. Il Pontefice dapprima esitò a porre i due Reami sotto due diversi governatori spirituali, ma alfine cedette, nominando per la Castiglia il Cardinal Ximenes e per l'Aragona il Vescovo di Enguera. Sino alla morte di Ximenes l'Inquisizione rimase divisa, ma poi il Papa nominò l'ex educatore di Carlo V, Cardinale Adriano Vescovo di Tortoza Capo Inquisitore di entrambi i Reami. Nel frattempo Ferdinando aveva annesso la Navarra di modo che tutta la penisola Iberica, ad eccezione del Portogallo, si trovava ormai riunita in una sola organizzazione.

Fra le ampie facoltà di cui Torquemada aveva goduto vi era anche quella di poter modificare i regolamenti dell'Inquisizione, a seconda delle particolari esigenze della Spagna. Perciò l'Inquisizione spagnola ebbe caratteri totalmente differenti dalle blande Inquisizioni degli altri Stati Europei. Infatti l'organizzazione spagnola aveva assunto una struttura ben determinata e con i suoi profondi sondaggi nella vita spirituale di ogni individuo divenne oggetto di continuo terrore per la popolazione. Di tempo in tempo i cittadini si radunavano per ascoltare le prediche del capo inquisitore, dopo di che dovevano giurare sul Crocifisso di coadiuvare in tutto il Santo Uffizio e di non ostacolare in alcun modo la sua opera.
A poco a poco l'energico atteggiamento del Sovrano ebbe i suoi risultati e l'odio generale per i convertiti è dimostrato dal fatto che il popolo castigliano, eternamente ribelle, sopportava una simile tirannia e si sottometteva senza la benché minima resistenza.

Nel contempo però era inevitabile che ad un simile potere assoluto non seguissero frequenti e gravi abusi ed é interessante osservare quanto spesso Ferdinando sia intervenuto, generalmente a favore degli oppressi. D'altronde il suo epistolario rivela un grande interessamento per l'Inquisizione, che egli considerava non soltanto come strumento politico e finanziario, ma anche come il miglior mezzo per la difesa e propaganda religiosa. Egli era sinceramente bigotto e dopo di aver presenziato il 30 Settembre 1509 a Valladolid ad un « auto da fé » scrisse all'inquisitore Juan Alonzo de Navia che "lo spettacolo organizzato per la glorificazione di Dio e della Chiesa Cattolica lo aveva molto dilettato". Gli inquisitori presero l'abitudine di inviare resoconti dei singoli « auto da fé » al Sovrano, ed egli generalmente manifestava la sua alta soddisfazione, incitandoli a perseverare nel loro zelo.

Passò un quarto di secolo prima che si verificasse una seria resistenza contro l'Inquisizione nel Reame di Castiglia. La ribellione ebbe origine dallo smisurato fanatismo di un inquisitore, fatto che venne notato soltanto dopo che il Paese fu alleggerito dal rigoroso governo di Ferdinando e sotto il breve regno di Filippo d'Austria.
Cordova ebbe poca fortuna con i suoi inquisitori. Il famigerato Lucero era non soltanto estremamente crudele, ma all'occasione ricattava i convertiti. Egli era un audace malfattore di gran classe e la sua figura spicca nella Storia come la personificazione della scelleratezza. Se tuttavia egli riuscì a divenire un favorito di Corte si fu perché il suo lavoro ebbe ottimi risultati finanziari per lo Stato.
Ma già nel 1501 sorgeva un'aperta ostilità fra Lucero e le alte autorità di Cordova. Quando il Ricevitore dei beni confiscati Diego de Barrionuevo, notaro della Sequestracio, tenne un'asta pubblica per la vendita del bottino, Gonzales de Mayorga, Borgomastro della Città, ordinò al banditore di venire con lui per la compilazione di certi Proclami, ma il notaro intervenne e non lasciò che si allontanasse. Sorse un'accesa lite tra i due, nel corso della quale il Mayorga biasimò l'Inquisizione ed infine colpì il notaro con il suo bastone di carica. Egli fu immediatamente incarcerato e condannato all'interdizione a vita dai pubblici uffici ed infine espulso per sempre da Cordova. Questa sentenza severa applicata nei confronti di un alto funzionario doveva servire da ammonimento che con Lucero non si scherzava.

Probabilmente nel 1501 il Lucero ottenne l'autorizzazione di estendere la sua sfera di azione operando arresti, anche fra persone appartenenti alla nobiltà, fra prelati ed altri cristiani che godevano generale stima e considerazione. Non era difficile estorcere con minacce e torture qualunque confessione. Per un certo Bachiller Membrequere fu provato con testimoni che egli aveva ascoltato prediche ebraiche e dopo di questo tutti i condannati, in numero di 107, furono bruciati vivi in un unico « auto da fé ».

Fu probabilmente nel 1505 dopo la morte di Isabella che la popolazione di Cordova osò inoltrare una protesta al Capo Inquisitore Deza. Questi si offerse di delegare il Torquemada per esaminare la situazione, ma non appena la Città accettò la proposta egli la ritirò immediatamente. Dopo di ciò fu inviata una delegazione di tre Dignitari della Chiesa per chiedere l'immediato arresto di Lucero, ma Deza non volle neppure riceverla e, siccome gli ambasciatori sapevano che si sarebbero inutilmente rivolti a Ferdinando, si rivolsero alla figlia di Isabella, Regina Juana, la quale risiedeva in quel tempo nella Fiandra, con suo marito Filippo d'Austria.
Ma Lucero, il quale non si impressionò affatto del mormorio della tempesta che si avvicinava, ritenne che la morte di Isabella fosse una buona occasione per rincrudire la sua azione. Hernando de Talavera, frate Geronimita, aveva ottenuto a suo tempo la benevolenza della Sovrana e dopo la conquista di Granada, nel 1492, ne fu nominato Arcivescovo. Nelle vene dell'Arcivescovo scorreva sangue ebraico, come in tanti altri componenti la nobiltà spagnola; egli era pressoché ottuagenario ed era la personificazione di tutte le virtù cristiane godendo di una stima universale. Egli distribuiva tutte le sue rendite tra i suoi fedeli e con l'esemplo era riuscito a convertire anche diversi Mori.

Qualunque sia stata la causa dell'azione di Lucero contro il vecchio prelato, la di lui assenza di scrupoli, gli permise di portarla a buon fine. Infatti egli scelse una donna ebraica, sottoponendola a torture, perché raccontasse ciò che aveva visto nel palazzo di Talavera. La donna dapprima dichiarava di non sapere nulla, ma nel corso di altre torture fu istruita, perché confessasse, sotto giuramento, che nel palazzo di Talavera venivano tenute funzioni ebraiche, alle quali partecipavano le sorelle dell'Arcivescovo ed altre dame.
Uno dei principi fondamentali dell'Inquisizione era l'impenetrabile segretezza, ma Lucero, evidentemente con l'intento di preparare l'opinione pubblica al prossimo flagello, fece divulgare ad arte quelle accuse. Pedro Anghiera, Gentiluomo di Corte, informò il Governatore di Granada che il Lucero aveva estorto con torture qualche testimonianza, che accusava il Talavera e la sua famiglia di parteggiare per gli ebrei, dichiarando la sua incredulità, data l''irreprensibilità dell'accusato. L'azione incominciò con l'arresto, avvenuto nel modo più ignominioso e scandaloso, del nipote di Talavera, mentre diceva messa in una chiesa e ciò allo scopo di mettere in cattiva luce e di scuotere la posizione del suo canuto zio.

Questa azione scellerata fu seguita dall'arresto della sorella di Talavera e della sua servitù e si può facilmente immaginare con quali mezzi abbiano estorto loro delle testimonianze aggravanti, ma prima di procedere all'arresto dello stesso Talavera fu necessario chiedere l'autorizzazione particolare della Santa Sede, poiché Papa Bonifacio VIII aveva vietato all'Inquisizione di giudicare direttamente i Vescovi. A questo scopo era necessaria l'intercessione di Ferdinando, il quale, dopo qualche esitazione, acconsentì a portare dinanzi al Vaticano la questione. Le testimonianze d'accusa contro la famiglia Talavera furono inoltrate da Francisco de Rojas, il quale, nel 1506, ottenne il consenso papale per porre sotto processo il venerando prelato.
Ma prima che arrivasse l'autorizzazione, la posizione di Ferdinando subì un mutamento, con l'arrivo in Spagna di sua figlia Juana, oramai Regina di Castiglia e di suo marito Filippo d'Austria.
Nella speranza di liberarsi dalla tirannia di Ferdinando, gran parte dell'Alta Nobiltà passò dalla parte della nuova coppia sovrana, come pure i convertiti che volevano ottenere un cambiamento di regime nell'Inquisizione.

Con il Patto di Villafalia il 21 Giugno 1506, Ferdinando si impegnò a rinunciare alla Castiglia a favore di Juana e Filippo, mentre egli ritornò nell'Aragona e fece preparativi per imbarcarsi alla volta di Napoli. Filippo dunque, preso possesso del Governo, si dedicò prima d'ogni altra cosa a mettere in disparte Juana, ritenendola inadatta a condividere i poteri reali. Egli non disprezzò l'oro offertogli dai convertiti, ma non dimenticava il generale disprezzo che aveva incontrato nell'anno precedente il suo tentativo di stroncare l'Inquisizione. Non ebbe dunque gran premura di attizzarne il funzionamento. Almazan, segretario di Ferdinando, in una sua lettera scriveva a Rojas che il Re ed i Grandi avevano imprigionato Juana, non permettendole di scrivere nemmeno a suo padre e i Grandi avrebbero fatto ciò per dividersi il potere, appoggiati dai convertiti che volevano liberarsi della Inquisizione.

Il popolo di Cordova ebbe una sensazione di sollievo ed i convertiti esultavano, poiché l'Inquisizione appariva stroncata. Si voleva almeno ottenere un alleviamento dell'Inquisizione, persuadendo il Deza ad investire Diego Ramirez de Guzman dei poteri di Lucero, destituendo immediatamente quest'ultimo. Per prevenire il provvedimento il Lucero condannò sommariamente al rogo tutti i suoi detenuti, che avrebbero potuto testimoniare contro di lui. Fortunatamente quando egli aveva già annunciato l'« auto da fé » giunse un ordine del Sovrano ad impedire la terribile carneficina.

Sembrava assicurata ormai la liberazione dei sofferenti, quando con l'improvvisa morte di Filippo la situazione si rovesciò completamente. Deza revocò immediatamente l'incarico di Guzman, delegando il Torquemada a Cordova per svolgere un'inchiesta. Il popolo era disperato. Invano furono inviati delegazioni a Deza e alla Regina, perché venissero ascoltati; il Lucero fu ripristinato nel suo primitivo potere.
Con la decadenza del potere sovrano, Deza aveva creduto di poter impunemente rimettere a capo dell'Inquisizione il Lucero, ma anche i Grandi di Castiglia si mossero e non ebbero pace fino a che il Lucero ed il suo notaro non furono imprigionati e i loro beni confiscati. Essi penetrarono il 9 Novembre nella sede dell'Inquisizione ad Alcazar liberando tutti i prigionieri, i quali con la descrizione dei patimenti subiti aumentarono ancor più la generale indignazione. Tuttavia la ribellione fu incruenta e Lucero fuggì.
Però il Deza continuando ad appoggiarsi alla protezione di Ferdinando, ottenne da Papa Giulio II l'autorizzazione di "estirpare gli ebrei falsi cristiani, individuando i componenti di questa infame razza, per procedere contro di loro col massimo rigore e punire le loro colpe e malefatte".
Incoraggiato da ciò Lucero si rimise all'opera, facendo arrestare di nuovo i prigionieri che erano stati liberati. L'Arcivescovo Talavera, con la sorella ed i famigli, fu pure imprigionato e processato. Però tutti i giudici lo riconobbero come un uomo talmente puro che ricorsero a Roma, a suo favore; l'atto di grazia giunse, ma in ritardo; il giorno della Ascensione di Maria Vergine il vecchio Prelato fu cacciato, scalzo ed a capo scoperto, attraverso le vie di Granada, il che gli provocò la febbre che lo condusse a rapida morte. Egli non lasciò alcun patrimonio, poiché aveva distribuito tutto fra i poveri, al punto che il Vescovo di Malaga doveva provvedere al mantenimento della sorella di lui.

La reazione verificatasi a favore dell'Inquisizione era promossa personalmente da Ferdinando, ma sembra che essa sia stata di breve durata, poiché la situazione politica venne a prevalere e di conseguenza, tanto il Re come il Papa, ritennero opportuno cedere. Ximepnes, il Principe di Alva ed il Governatore di Castiglia, capi del partito di Ferdinando, tennero una conferenza a Cavia, accogliendo le lamentele presentate contro il Deza. Lo Ximenes ambiva di essere nominato al posto di quest'ultimo nella carica di Capo Inquisitore e di divenire Cardinale. In seguito alla calda raccomandazione di Ferdinando, il Papa, in un Concistoro segreto, approvò l'allontanamento di Deza, il quale fu sostituito effettivamente da Ximenes.

Ma l'odio generale contro Lucero aveva assunto già tali proporzioni che la semplice sostituzione di Deza con Ximenes non soddisfece gli autorevoli amici dei detenuti. Il 18 Maggio 1405 anche la Suprema venne a conoscenza delle accuse sollevate contro il Lucero, che erano un disonore per tutta la Spagna e così lo Ximenes con tutti i suoi colleghi votò per l'imprigionamento del famigerato inquisitore. A quanto risulta questo fu il primo caso in cui un inquisitore venisse pubblicamente punito e per rendere più solenne l'avvenimento egli fu tradotto ammanettato nelle carceri del Burgo dove fu tenuto sotto rigorosa sorveglianza. Ximenes convocò la Congregacion Catolica che era composta, oltre che da lui stesso, di ventiquattro membri i quali, dopo numerose sedute, pronunciarono la sentenza contro Lucero. Questi fu relegato nel Capitolo di Sevilla dove terminò i suoi giorni in tranquillità.

Bisogna riconoscere che Lucero fu un mostro del tutto eccezionale, ma quando si pensi che i misfatti da lui commessi poterono rimanere impuniti per degli anni e che solo il casuale intervento di Juana e Filippo li portarono a pubblica conoscenza si può affermare, senza esagerazione, che la segretezza ed il potere assoluto dell'Inquisizione crearono degli atroci abusi.
Fra l'altro dagli scritti del tempo risulta che il Tribunale della città di Jaen assunse un individuo di cui Lucero si era servito come strumento, tenendolo imprigionato per cinque anni nelle prigioni di Cordova e costringendolo a giurare come teste tutto quanto egli voleva. Questo brav'uomo di nome Diego; svolse la sua attività tanto amabilmente che in breve poterono essere imprigionati i più ricchi convertiti. Con l'aiuto di Diego e con le torture più raffinate, non era difficile estorcere loro le volute confessioni, anche se erano innocenti.

Il cancelliere del Tribunale, Antonio de Barcena, aveva una particolare attitudine a questo lavoro. Una volta fece imprigionare una giovane donna che, fatta spogliare completamente, fece frustare fino a che non accusasse la propria madre. Un altro teste fu portato in sedia all' « auto da fé » dove gli furono bruciate le carni delle gambe fino alle ossa, sua moglie gettata viva sul rogo e i suoi servi torturati fino ad ottenere che accusassero tutti. Le celle in cui si tenevano i detenuti erano buchi con inferriate, bui ed umidi, pieni di insetti, mentre i beni sequestrati venivano sperperati dai disonesti incaricati, tanto che molte volte i bambini degli arrestati morivano di fame.

Se questa descrizione può apparire esagerata, la situazione viene caratterizzata dal fatto che la disgraziata popolazione si limitò a domandare che la Corte Marziale venisse messa sotto la sorveglianza del Vescovo di Jaen, uno degli inquisitori di Torquemada. Questi, come lo dimostrano le sue sentenze, non era un giudice molto misericordioso, tuttavia gli sciagurati convertiti di Jaen si rivolsero a lui per aiuto. I ripetuti abusi suscitarono, indubbiamente, una forte corrente di antipatia contro l'Inquisizione, poiché Ferdinando ritenne necessario di promulgare un proclama in cui invitava ogni buon cittadino e Nobíl Uomo a provvedere al vitto ed all'alloggio dei membri dell'Inquisizione, comminando una multa di cinquantamila maravedi a coloro che avessero osato di maltrattare i santi uomini. Ma tutti questi ordini molte volte non avevano effetto; infatti l'inquisitore di Cartagena fu aggredito, mentre percorreva il paese sul dorso di un mulo, pugnalato e certamente sarebbe stato ucciso, se non gli fossero venuti in soccorso.

Ferdinando morì il 23 Gennaio 1516 e nel suo testamento, fatto la vigilia della morte, diede il seguente ammonimento a suo nipote Carlo V : « .... siccome senza la fede ogni altra virtù rimane sterile, ordiniamo a nostro nipote, Serenissimo Principe, di dedicare i suoi sforzi, sempre, alla glorificazione de la Fede Cattolica, ed alla estirpazione dell'eresia dall'Impero; di scegliere Ministri devoti a Dío, che governino con buona coscienza l'Inquisizione, per la gloria di Dio.... ».
Dopo la morte del Re, nell'assenza del suo successore, i poteri sovrani furono esercitati dal Capo Inquisitore Ximenes, il quale, per quanto poteva, cercava di riformare i regolamenti dell'Inquisizione; qualsiasi cosa gli si voglia addebitare, certo é che egli odiava gli abusi ed i benefici materiali di cui i suoi predecessori erano stati tanto ingordi. Alla carica di Capo Inquisitore fu nominato Aguirre, membro della Suprema, il quale, sotto il regno di Carlo V, vi rimase a lungo. L'ammonimento di Ferdinando al nipote quindicenne era molto appropriato, poiché costui si lasciava molto influenzare dai suoi favoriti fiamminghi. Gli Spagnoli che frequentavano la sua Corte, riferivano delle cose sbalorditive, ma Ximenes era all'erta ed avvertì tempestivamente il giovane Sovrano che egli avrebbe potuto conservare il suo regno soltanto mantenendo l'Inquisizione.
Ma Carlo era sempre titubante. Un momento egli minacciava di espulsione i cortigiani d'origine ebraica e un altro momento pareva che egli intendesse abolire l'istituzione delle testimonianze, che era la più ripugnante procedura dell'Inquisizione. A questo punto intervenne nuovamente Ximenes, il quale spiegò al Re che con un simile provvedimento avrebbe distrutta l'Inquisizione, macchiando il suo nome di una perenne vergogna.

Ciononostante l'incertezza che regnava circa le vedute del Sovrano diede una forte scossa alla potente organizzazione. Quando Carlo nel Settembre del 1517 venne in Spagna e tenne la prima « Cortes » a Valladolid, i deputati gli presentarono una petizione urgente, affinché egli disponesse che l'Inquisizione punisse solo i veri colpevoli e non gli innocenti. Carlo rispose che avrebbe convocato in un consiglio gli uomini dotti e morali dell'Impero e nel frattempo avrebbe ordinato che gli si facesse immediato rapporto di ogni abuso.
Sebbene Carlo, alla morte di Ximenes abbandonasse il progetto di riforma, egli riconobbe tuttavia che le scelleratezze dovevano esistere, poiché quando il suo Capo Inquisitore, Cardinale Adriano, venne elevato alla dignità di Pontefice, egli inviò dalla Fiandra il suo camerlengo, la Chaulx, per esprimergli le sue felicitazioni e il desiderio che il nuovo Capo Inquisitore fosse prescelto dal nuovo Papa, con ogni cura e gli fosse raccomandato che l'Inquisizione rispettasse gli innocenti.

La ribellione dei « Communidades » che seguì la partenza del Re per la Fiandra, non aveva nulla a che fare con l'Inquisizione. Ma circa dieci anni dopo, nel 1531, il Tribunale di Toledo rintracciò un tentativo di congiura contro le procedure della Inquisizione; all'incirca nello stesso tempo cominciarono gli sforzi degli Spagnoli per sottomettere al Santo Uffizio anche i Mori di Granada. La popolazione terrorizzata, presto presentò una petizione a Re Carlo, pregandolo di abolire la segretezza che provocava tanti abusi. Fu, tra l'altro, messo in rilievo quante possibilità si offrissero ai giudici che conducevano una vita misteriosa, di far valere la loro volontà rispetto alle donne ed alle fanciulle arrestate. La stessa nota riguardava i cancellieri ed altri minori funzionari che erano generalmente dei celibi, i quali non esitavano dinanzi a nessun sopruso o ricatto con le sciagurate donne che si rivolgevano a loro per aver notizie dei loro congiunti detenuti.

Il piccolo Stato di Granata offriva cinquanta ducati per l'abolizione della segretezza delle procedure. Ma l'unica risposta a tali petizioni era che un simile mutamento sarebbe andato a detrimento della Fede e perciò l'Inquisizione continuava ad avvolgersi del velo di mistero che nascondeva i suoi delitti.

Quando Carlo, nel 1525, ritornò in Spagna e tenne di nuovo una « Cortes » a Valladolid, la popolazione ripeté la petizione, poiché fino a quel tempo nessun provvedimento era stato preso. Ma Carlo per tutta risposta dichiarò di aver già pregato il Papa di affidare la carica di Capo Inquisitore a Marinque, Arcivescovo di Sevilla, al quale egli avrebbe caldamente raccomandato l'irreprensibile funzionamento della giustizia. Nel 1525 la « Cortes » di Toledo rinnovò le lagnanze per i soprusi degli inquisitori ricevendo la risposta ambigua che, se effettivamente degli abusi vi fossero stati, il nuovo Inquisitore Capo vi avrebbe posto rimedio.
Così furono vani tutti gli sforzi per alleviare i sistemi dell'Inquisizione ed il Santo Uffizio conservò solidamente il suo baluardo nella Castiglia, durante tre secoli, memorabili per il popolo spagnolo.

NAVARRA

Quando Ferdinando nel 1512 senza difficoltà occupò la Navarra, evidentemente non aveva più speranza di avere un successore dalla Regina Germaine. Per evitare dunque la scissione di questo nuovo territorio dalla Corona, nel 1513 incorporò la Navarra nel Reame di Castiglia. Con ciò l'Inquisizione di quel Paese divenne definitivamente castigliana, sebbene anche dapprima non fosse che una ramificazione della Inquisizione di Saragozza.
Per un anno non venne intrapreso alcun passo e Fra' Maya poteva agire secondo il proprio discernimento. Finalmente arrivò una missiva Reale al Marchese di Comarés, nella quale fu annunciato che il Capo Inquisitore Mercador aveva nominato Francisco Gonzales inquisitore di Saragozza, al quale i Navarresí dovevano far voto di ubbidienza. Il 24 Settembre fu promulgato un proclama di Papa Leone col quale egli ordinava che l'Inquisizione fosse continuata in tutti i reami della Spagna, ma principalmente nella Navarra.

La Navarra non aveva un numero tanto forte di popolazione mora ed ebraica, come le province meridionali, e così quelli che vi avevano trovato rifugio si affrettarono ad abbandonare il Regno, non appena l'ombra dell'Inquisizione calò sul paese. Ma Ferdinando aveva pensato di mettere guardie segrete in tutti i porti per trattenere i fuggiaschi.
Con ciò si assicurava il potere spagnolo ed il Tribunale di Navarra non aveva altra funzione che quella di impedire l'affluenza di eretici nella provincia conquistata. Poco prima del 1540 Calahorra ed una parte della antica Castiglia, vennero separate dal grande distretto di Valladolid e vi si costituì un Tribunale separato, la cui funzione si estese per tutta la Navarra e la Biscaglia. All'incirca il 1570 il Tribunale fu trasferito a Longrono, sull'antica frontiera, tra Castiglia e Navarra e vi rimase come vedremo in seguito fino alla sua soppressione.


I REAMI DELL'ARAGONA


Il Reame di Aragona comprendeva l'Aragona e la Valencia, inoltre le Province di Rosellon e Cerdana, le Isole Baleari con le relative Colonie, la Sicilia, la Sardegna e la Corsica. Sebbene col matrimonio dei loro regnanti la Castiglia e l'Aragona venissero unite, i disaccordi e le guerre continuate per dei secoli le tennero sempre staccate, come se fossero due differenti nazioni, perciò Ferdinando, in verità, non regnò che nella provincia dei suoi avi.
Di conseguenza ciò che succedeva con l'Inquisizione, nella Castiglia, non aveva alcun effetto oltre le frontiere, dove l'organizzazione locale era ancor più complessa poiché le sue origini risalivano al XIII Secolo.
Quando Ferdinando resuscitò questa antica Inquisizione papale, era già fermamente deciso a sottometterla alla supremazia della Corona, come era avvenuto nella Castiglia.
Sino a quel tempo l'Inquisizione dell'Aragona era privilegio dei Domenicani e funzionava secondo il loro beneplacito; fu dunque prima cura del Re di ottenere nel 1481, dalla Confraternita Domenicana, l'incarico di Fra' Gaspar Junglar, con la facoltà di sostituire gli inquisitori secondo il proprio discernimento. Con ciò Ferdinando veniva ad esercitare effettivamente la sorveglianza sull'Inquisizione, ma affinché questa sorveglianza potesse essere efficace egli dovette anche sopportarne tutte le spese. Cento anni prima il Capo Inquisitore dell'Aragona, Aymerich, aveva tristemente riferito che il Sacro Lavoro languiva completamente, per la mancanza di ricchi convertiti. Ora però l'avidità del danaro si collegò al fanatismo, per riscattare i ricchi convertiti, cosicché Ferdinando nel 1482 poteva provvedere abbon
dantemente al mantenimento degli inquisitori e l'organizzazione si costituì definitivamente a Valenza e funzionò efficacemente.

Se però Ferdinando si illudeva di aver soggiogato lo spirito ostile dei suoi sudditi, con l'introduzione della Inquisizione con a capo il Torquemada, egli dovette provare un'amara delusione. Finché questa carica fu ricoperta da un loro connazionale gli Aragonesi rimasero in pace, ma quando fu nominato Torquemada, famoso per il suo fanatismo irriducibile e per le sue inaudite crudeltà, la generale resistenza si accrebbe continuamente. Perciò Ferdinando ed Isabella si recarono nel 1481 nella Provincia, per comparire alla prima riunione della « Cortes » con l'intento di intimorire il popolo con la loro autorità Sovrana. Tuttavia soltanto più tardi giunse il Decreto Reale, col quale si informava la popolazione che sarebbe stata introdotta l'Inquisizione, per punire gli eretici ebrei e maomettano e li si invitava ad appoggiare ed aiutare in ogni modo la sua attività per evitare le ire dei Sovrani.

 

VALENCIA


Nella primavera nel 1484 Torquemada designò per Valencia fra' Juan Epila e Martin Inigo, ma la generale resistenza ed indignazione assunsero tali proporzioni da ostacolare gravemente il loro programma. Le autorità locali impedirono l'apertura della Corte Marziale e su consiglio del Procuratore Reale Miguel Dalman si rivolsero alla « Cortes » del Reame per ottenerne l'intervento. La « Cortes » si riunì e tutti quattro i Brazos protestarono contro l'aggravio che minacciava il Regno ed espressero il loro biasimo per il funzionamento della Inquisizione.
Ma Ferdinando contrariatissimo diresse un messaggio a tutti i pubblici funzionari, nel quale li minacciava di punizione e licenziamento qualora avessero usato affermare che l'introduzione dell'Inquisizione avrebbe significato un pregiudizio alle prerogative dello Stato. Nello stesso tempo scrisse anche agli inquisitori istruendoli a che adempissero coraggiosamente il loro dovere, e badassero solo di non ledere le prerogative della Provincia e usassero un trattamento mite verso i colpevoli penitenti.
Per quanto il tono del messaggio fosse energico, non ebbe alcun effetto sugli ostinati valenciani, che mandarono altre delegazioni alla « Cortes » ed al Re per far valere l'antico privilegio della Valencia,
secondo il quale uno straniero non poteva ricoprirvi cariche pubbliche.

La lotta dunque continuò, finché nel Novembre del 1482 fu stroncata e gli inquisitori furono messi in condizione di poter predicare il Sermon de la Fé e divulgare un proclama alla popolazione, ma la Valencia tuttavia non era disposta a permettere l'indisturbato esercizio dell'Inquisizione.
Ferdinando ordinò che il palazzo Reale fosse ceduto all'Inquisízione e che vi fossero costruite delle prigioni. A quanto pare egli era riuscito ad ottenere ubbidienza dai propri funzionari, poiché nella sua lettera rivolta al Governatore nel 1487 espresse il suo compiacimento per il loro zelo.
La Corte Marziale non restava inattiva; nel Giugno del 1488 essa pubblicò un elenco che comprendeva i nomi dei colpevoli penitenti, in numero di 983, fra i quali figuravano non meno di cento donne, mogli e figli degli sventurati che erano stati gettati sul rogo. Naturalmente tutti i penitenti furono colpiti da una ingente ammenda ed é facile immaginare l'introito considerevole dei forzieri dell'Inquisizione.


ARAGONA


L'antica provincia di Aragona a prima vista sembrava presentare un problema ancor più difficile a risolversi che non la Valencia. Il suo popolo fiero degli antichi privilegi e della antica libertà, difendeva con accanimento le istituzioni che erano la base di questi vantaggi. Fra essi si trovavano molti convertiti che erano legati con vincoli matrimoniali alla più alta nobiltà; costoro, edotti della sorte dei loro fratelli castigliani, sospettavano quello che li attendeva. Ma quando la « Cortes » nella primavera del 1484, riconobbe la competenza di giurisdizione di Torquemada. la decisione fu naturalmente valida anche per l'Aragona. Infatti l'Inquisizione non perdette tempo per iniziare il suo lavoro ed â quanto pare lo stesso Torquemada se ne occupò personalmente. Già nel Maggio fu tenuto un « auto da fé » nella Cattedrale e vi furono condannate quattro persone, ad espiare ed alla confisca di tutti i loro beni. Il secondo fu tenuto il 3 Giugno nel cortile dell'Arcivescovado e non
fu questa volta incruento. poiché vi furono giustiziati due uomini ed una donna fu bruciata in effigie.
Dopo di ciò, per diciotto mesi, non si tennero altri « auto da fè », essendosi il popolo energicamente ribellato e perciò Arbués non ebbe il coraggio di promuoverli. Non solo i convertiti, ma anche numerosi cristiani si scagliarono contro l'Inquisizione, ritenendola offensiva per la libertà del paese.
Per stroncare questa resistenza l'Inquisizione ricorse all'espediente di far giurare ubbidienza ad ogni funzionario pubblico. Infatti il 17 Settembre gli impiegati reali e comunali si radunarono e prestarono solenne giuramento di rimanere inflessibilmente fedeli alla Santa Religione Cattolica, di perseguitare energicamente ogni eretico, di qualunque rango egli fosse e di non assumere come impiegati individui sospetti di eresia.

Ma l'agitazione si rafforzava sempre più e coloro che si ritennero minacciati cercarono sicurezza nella fuga, finché Ferdinando non emise un decreto, il quale autorizzava la messa in vigore, nei tre Reami riuniti, di norme atte a rendere impossibile la fuga degli elementi sospetti.
I convertiti offersero ai Sovrani una forte somma di danaro, perché fosse revocato l'ordine di confisca, ma la loro proposta venne respinta a causa della preponderante influenza di Torquemada.
Frattanto a Teruel scoppiava una aperta ostilità contro l'Inquisizione, nel corso della quale il Re dimostrò apertamente che intendeva ottenere obbedienza a qualunque costo. Contemporaneamente all'istituzione della Corte Marziale di Saragozza furono inviati, a Teruel, Fra' Juan Colivera e Martin Navarro, per costituirvi una Corte simile. Teruel era una città fortificata in vicinanza della frontiera castigliana. Quando i Reverendo si presentarono dinanzi alle porte della Città, le autorità non li lasciarono entrare e quindi essi si ritirarono a Cella, villaggio vicino, donde lanciarono un infuriato proclama, col quale scomunicavano le autorità cittadine e tutti gli abitanti di Teruel.
Non ci é dato di sapere in quali circostanze la brava popolazione di Teruel abbia dovuto arrendersi all'Inquisizione, ma fatto sta che essa resistette fino al limite del possibile alla volontà del Re. Le condizioni della disgraziata popolazione divennero miserevoli, mentre i forzieri dell'Inquisizione traboccavano dei patrimoni confiscati. Nel frattempo i convertiti di Saragozza decisero una opposizione disperata. Fu vano ogni tentativo di conciliazione, ma gli avvenimenti di Teurel dimostrarono chiaramente l'inutilità di una resistenza con le armi. I più coraggiosi concepirono il piano di uccidere uno o due degli Inquisitori per intimorire gli altri. L'incertezza divenne insopportabile, il progetto dell'assassinio si concretò sempre più e fu sottoposto dai convertiti ai loro amici che si trovavano presso la Corte, compreso il Tesoriere del Re, Gabriele Sanchez, i quale lo approvarono ritenendo che bastasse l'uccisione di un solo inquisitore per stroncare definitivamente l'Inquisizione stessa.

I congiurati volevano finire anzitutto con Arbués, ma siccome non poterono accordarsi, la realizzazione del disegno si rinviò a lungo, tuttavia rimase in segreto, ciò che è reso maggiormente sorprendente dai frequenti scambi di lettere. Finalmente fu deciso di raccogliere i fondi per pagare tre sicari. Juan de Esperande conosciuto da tutti per un uomo deciso si incaricò di procurare i bravi ed a questo scopo aveva già assoldato Juan de la Badia che tentò nell'aprile del 1485 una aggressione nella casa di Arbués, ma fu messo in fuga e così la questione si rinviò di nuovo per dei mesi. Finalmente nella notte del 15 Settembre Esperando venne a cercare di Badia e lo accompagnò nella propria casa, dove attendevano, il suo servo Matteo Ram, uno dei creatori del progetto, e altri tre uomini mascherati, che rimasero sconosciuti. Tutti penetrarono per una porta laterale nella Cattedrale, dove Arbués leggeva appunto la Messa mattutina. Egli stava pregando in ginocchio fra l'Altar Maggiore ed il Coro, dove cantavano i canonici. Sapendo che si attentava alla sua vita egli portava sempre un giustacuore di maglia di acciaio e la sua spada era appoggiata al muro accanto a lui. La Badia sussurrò all'altro bravo
- È là in ginocchio; finiscilo!
Il bravo gli si accostò cautamente a tergo e lo colpì alla nuca. Arbués si alzò e barcollando si avviò verso il Coro. La Barda lo seguì, colpendolo al braccio, mentre sembra che Matteo Ram gli immergesse il pugnale nel corpo. Arbués cadde; gli assassini fuggirono, mentre i Canonici richiamati dal rumore scesero presto dal Coro e portarono il ferito in una casa vicina, dove fu visitato dai medici che constatarono mortali le ferite. A quanto si diceva egli lottò ventiquattr'ore con la morte, pronunciando preci. Morì il 17 Settembre e qualche miracolo attestò la sua santità.
Nella notte dell'assassinio, la sacra campana di Villalela continuò a suonare, sebbene non fosse stata toccata da alcuno. Il sangue della vittima che cadde sul pavimento della chiesa non si asciugò ed il popolo vi andava in massa in pellegrinaggio, per immergervi i lembi degli abiti. Gli assassini durante la fuga divennero improvvisamente muti, ma al processo riacquistarono la favella e la loro confessione portò ad individuare innumerevoli eretici, che furono condannati in parte alla penitenza ed in parte al rogo.

Come l'assassinio di Pierre de Castelnau a Languedoc, anche questo delitto pesò sulla bilancia, provocando un improvviso mutamento nell'opinione pubblica. Fino dall'alba le vie furono invase da una folla eccitata che gridava
- Al rogo quei convertiti che hanno ucciso l'inquisitore!
Si delineava il pericolo che il popolo, invaso dal fanatismo, non soltanto massacrasse i convertiti, ma giungesse al saccheggio.
Probabilmente fu in conseguenza di questo assassinio che Ferdinando ed Isabella richiesero a Papa Innocente VIII nel 1487, la autorizzazione di procedere all'arresto di tutti i principi e governatori che a loro paresse opportuno, deferendoli all'Inquisizione, che in tal modo avrebbe esteso i suoi tentacoli su tutto il Cristianesimo. Ma per fortuna dell'umanità questo abominevole tentativo di creare una legge internazionale sotto l'egida della Santa Sede, venne a fallire.
I Sovrani ritornarono a Salamanca solo verso la fine di Novembre e di conseguenza la spedizione contro la città di Tudela venne rinviata a primavera. I fuggiaschi naturalmente avevano trovato già da tempo un rifugio più sicuro, ma il Breve Papale. emesso l'8 Aprile del 1487, costrinse le autorità della Città ad umiliarsi e a piegarsi dinanzi al tribunale di Saragozza.

All' « auto da fé » tenutosi il 2 Marzo si presentarono l'Alcel Dean ed otto distinti cittadini e fecero penitenza.
Con lo stato d'animo che regnava, gli assassini di Arbués furono inseguiti con raddoppiato fervore ed i vendicatori ben presto rinvennero le loro tracce. Sebbene, secondo la legge, avessero il diritto di giudicare i colpevoli tanto le Autorità Civili, quanto quelle Ecclesiastiche, tuttavia il processo, a quanto sembra, fu affidato esclusivamente all'Inquisizione. Il Durango fu ben presto arrestato a Lerida ed egli non tardò a confessare i particolari della congiura ed a rivelare i nomi dei suoi complici. Il lavoro di punizione si iniziò subito e durò per degli anni. All'« auto da fé » del 30 Giugno 1486 Pedro Sanchez fu bruciato al rogo in effigie. Il Durango venne trattato cori riguardo indubbiamente, perché era stato subito confesso. Gli furono tagliate entrambe le mani, che vennero inchiodate al portone del Palazzo Diputadis. mentre egli fu trascinato alla piazza centrale soltanto quando era già morto; là gli tagliarono la testa, gli squarciarono in quattro il corpo abbandonando le varie parti sulla via.
La condanna di Juan de Esperando fu più severa, in quanto che lo trascinarono, vivo, nella Cattedrale, dove gli vennero tagliate le mani; poi, portato alla piazza centrale, venne decapitato e squarciato come il Durango. Anche gli altri complici furono giustiziati in modo analogo. Per esempio l'iniziatore della congiura Luis de Santangel fu decapitato e la sua testa, infilata ad un'asta, venne portata per le vie della città, mentre il corpo fu bruciato al rogo.
Così si continuò per degli anni, finché non furono trovate tutte le ramificazioni della congiura e castigati tutti coloro che vi avevano avuto la benché minima parte.
L'assassinio stesso fornì una eccellente occasione per dimostrare la potenza dell'Inquisizione, che ne approfittò.
È inutile illustrare con altri esempi ciò che avvenne in quei terribili anni nella Spagna, poiché l'Aragona differiva dagli altri Reami soltanto in quanto il suo diligente notaio, Juan de Auchias, compilò un elenco di tutti i colpevoli imprimendo con ciò un marchio di vergogna anche sui discendenti. Ha qualche cosa di terribile la fredda crudeltà con cui quest'uomo descrive il supplizio delle vittime.
Quasi intere famiglie furono sterminate come quelle dei Cornez de Huesca, dei Zaporta de Monzon e dei Benetis.


CATALOGNA


La Catalogna si mostrò più difficilmente domabile degli altri paesi essendo gelosissima dei suoi antichi privilegi e della sua tradizione di libertà.
Evidentemente la Catalogna intendeva di opporre resistenza all'autorità reale poiché negò di inviare un delegato alla « Cortes » di Terezona tenuta nel Gennaio del 1484, non riconoscendone la legalità essendo l'assemblea convocata fuori dei confini della Capitale. I catalani poterono così sottrarsi dal contribuire all'opera di Torquemada, ma ciò non impediva a Ferdinando di obbligarli ad un tributo analogo a quello imposto a Saragozza.
I cittadini delegarono una consulta incaricata di tener fermo il punto del loro diritto di autonomia, rifiutando di aiutare l'Inquisizione ad estendere la sua attività. Ferdinando rispose da Cordova, manifestando il suo alto disappunto.
Ma i Catalani non cedettero, né a minacce, né ad adulazioni.

Barcellona esigeva dalla Santa Sede il rispetto dei suoi antichi privilegi, dichiarando l'esclusiva competenza del proprio inquisitore, che, in nessun caso, avrebbe potuto essere sottomesso alla giurisdizione del Capo Inquisitore. Nemmeno Ferdinando cedette e continuò i suoi tentativi inviando in Catalogna due incaricati di Torquemada, Juan Franco e Guillen Cassel, Domenicani, col severo ordine alle autorità di Barcellona di dare ogni appoggio a questi delegati sotto pena di severa punizione. Ciononostante, la mossa energica non ebbe miglior risultato delle precedenti, cosicché il Re si decise ad ordinare agli inquisitori di Saragozza di mettere quanto prima in funzione la Corte Marziale di Barcellona.


LE ISOLE BALEARI


Maiorca teneva ad essere considerata come un Reame indipendente, unito alla Catalogna soltanto perché sotto la stessa dinastia.
L'inquisitore del vecchio regime, Fra' Nicolas Merola, era inattivo e blando, come i suoi colleghi degli altri paesi. Dai suoi rapporti ufficiali emerge che nel 1477 vi erano complessivamente quattro ebrei a far penitenza.
Soltanto l'anno seguente fu organizzata la nuova Inquisizione, quando Fra' Merola fu sostituito da Pedro Perez de Munebrega e Sancho Martin. Qui, come altrove, l'organizzazione della nuova Inquisizione esigeva un certo tempo, cosicché le persone sospette avevano tutto il tempo di fuggire, e l'Inquisizione per alcuni anni non aveva altro da fare che condannare i fuggiaschi.
Non era facile conciliare la popolazione di Maiorca ed i Catalani con l'idea dell'Inquisizione. Nel 1517 la Suprema ordinò al ViceRe che gli inquisitori non fossero maltrattati ed ostacolati nella esecuzione del loro sacro dovere, ma nel contempo diede istruzione a questi ultimi di procedere anche contro il Vice-Re, qualora egli non avesse posto fine alle sue renitenze. Sembra però che il Re non abbia tenuto conto di questo ammonimento, poiché nel 1518 fu ordinato agli inquisitori di metterlo in stato di accusa.
Non ci é dato di conoscere le conseguenze di questa ingiunzione, ma, a quanto pare, il ViceRe godeva l'incondizionata simpatia di tutta la popolazione, perché poco dopo sorse una ribellione, con a capo il Vescovo di Elne, i cui genitori erano stati condannati dalla Corte Marziale.

L'inquisitore fuggì e la popolazione aveva già deciso di incendiare la sua casa, quando il Vescovo di Maiorca intervenne energicamente e calmò i rivoltosi. Tuttavia era impossibile conservare a lungo la pace e già nel 1530 il ViceRe, gli assessori ed altri funzionari delle città furono scomunicati per la loro disobbedienza alla « Competencia », ossia Tribunale. Più caratteristico ancora fu l'imprigionamento del Governatore, al quale fu inflitta una tale ammenda, che persino la Suprema si sentì propensa a ridurla. Ma tutto ciò era solo un principio e si vedrà in seguito a quale punto si svilupparono le controversie tra il ViceRe ed il Tribunale Ecclesiastico.
Con più o meno resistenza si riuscì finalmente ad imporre l'Inquisizione nelle singole Province che stavano sotto la supremazia della Corona Aragonese. Il pretesto, che l'Inquisizione non ledeva in alcun modo i privilegi e la libertà dei singoli paesi, venne ben presto abbandonato e, come si vedrà, gli inquisitori dichiararono sfrontatamente che la loro giurisdizione stava al disopra delle Leggi.

Per un pezzo la popolazione sopportò in silenzio la loro attività, ma la crescente prosopopea degli inquisitori ed il fatto che essi giudicavano anche in questioni che nulla avevano a che fare con la religione provocarono la generale antipatia che si manifestò infine con una sommossa. Ferdinando non prese un atteggiamento totalmente contrario alle richieste della popolazione, ma si limitò a fare delle promesse per l'avvenire, così la « Cortes » di Monzon si sciolse senza alcun risultato. Ma all'Assemblea seguente, nel 1512, il Re non era più in uno stato d'animo molto fiducioso ed é probabile che l'agitazione generale abbia assunto una forma tanto minacciosa, da costringere Ferdinando a cedere.
Le richieste della Catalogna constatavano di trentatré clausole, le quali si riferivano per lo più agli abusi.
L'indipendenza dell'Inquisizione, come Imperium in Impero, era caratterizzata dal fatto che i suoi esponenti dovettero giurare di mantenere punto per punto ogni richiesta, ciò che fecero con a capo l'Inquisitore Capo Enguera, ma in un modo che rivelò subito una profonda contrarietà. Perciò ogni nuovo inquisitore aveva l'obbligo, prima di entrare in carica di prestare questo giuramento ad evitare ogni equivoco. Anche Ferdinando giurò che avrebbe chiesto al Papa di ordinare che ogni inquisitore in carica, o da nominarsi nell'avvenire, dovesse prestare il giuramento di osservare le clausole della Cortes di Barcellona.
I catalani non avevano torto dimostrando sfiducia nel loro Re e negli inquisitori, perché le numerose formule di giuramento si dimostrarono come barriere molto labili, per arginare l'attività di coloro che a nessun patto volevano acconsentire alla limitazione dei loro assoluti poteri. Per i Sovrani, disposti ad infrangere i loro giuramenti vi era sempre pronta l'assoluzione della Santa Sede che non si faceva scrupoli per simili inezie. Avvenne quindi che Papa Leone X emise un motu proprio con cui assolveva dai loro giuramenti tanto Re Ferdinando, come il Vescovo Enguera.

Ma il malcontento generale divenne tanto insistente che non si poteva ignorarlo completamente, perciò si fecero diversi esperimenti con disposizioni impartite al Vescovo Luis Mercader, successore di Enguera nella carica di Capo Inquisitore.
Ulteriori Cortes furono tenute a Monzon ed a Lerida, dove il malcontento unanime si espresse in altre lagnanze e nuovi desideri, parzialmente esauditi da Ferdinando. Ma l'indignazione popolare crebbe sempre e scoppiava talvolta in aperte ribellioni con esito fatale per qualche inquisitore. Papa Leone nel Gennaio del 1518 emise un altro « Breve » col quale autorizzava gli inquisitori a consegnare i colpevoli alle autorità civili, allo scopo di evitare sanguinose condanne, contrarie alle regole accettate.
Ferdinando però fu cauto a mettere ad eccessiva prova la pazienza dei suoi sudditi, infatti egli riconobbe che la sconfinata prosopopea e l'illegittima estensione di ingerenze ledeva gli interessi del popolo e si dichiarò pronto a frenare gli eccessi degli inquisitori.

Ferdinando morì il 23 Gennaio 1516 ed il Capo Inquisitore lo seguì nel Giugno dello stesso anno. Papa Leone, evidentemente, attese di vedere se il nuovo Regnante, il giovane Carlo, avrebbe seguito la politica di suo nonno. È vero che egli aveva assolto Ferdinando ed Enguera dal loro giuramento, ma egli sapeva anche che, data la giovane età del Monarca, non gli sarebbe stato facile frenare la nobiltà malcontenta. Perciò egli approvò le decisioni delle « Concordies », tanto Catalane, quanto Aragonesi, con la sua Bolla detta «Pastorale Officii», emessa nel 1516, in cui dichiara che "i funzionari dell'Inquisizione hanno effettivamente trasgredito ai limiti della ragionevolezza e che i loro incaricati, moltiplicatisi a mo' di funghi, avevano degradato la regolare giurisdizione civile ed ecclesiastica".

Dopo quattro anni di lotte fu stipulato il « Concordias », che, apparentemente, appianò i rapporti tra l'Inquisizione ed il popolo, ma gli inquisitori fedeli alla loro abitudine non si rassegnarono alla delimitazione dei loro poteri ed asserivano che non erano in dovere di obbedire alla Bolla Papale e che, tanto le « Concordias », come le disposizioni del Vescovo Mercader, erano illegittimi, perché limitavano le disposizioni del Santo Uffizio.
Anche questo non fece che aumentare l'agitazione del popolo, che domandava sempre più energicamente la liberazione. L'occasione si presentò di lì a poco quando Re Carlo venne nella Spagna per prendere possesso delle sue province, spettantegli dall'eredità materna. In breve egli ebbe bisogno urgente di danaro per riempire le tasche dei suoi avidi Fiamminghi, perciò verso la fine dell'anno fu convocata di nuovo la « Cortes » perché gli votasse un sussidio. Il popolo dunque aveva tutte le ragioni di essere diffidente, perché Carlo aveva incaricato il suo ambasciatore Romano, Conte Cifuentes, di ottenere la revisione delle riforme ed il suo esonero dal giuramento.
La situazione era dunque matura, anche perché l'Inquisizione prendesse le opportune disposizioni. La «Cortes » si sciolse il 17 Gennaio 1519 e risolta da una lettera della Suprema, diretta al l'inquisitore Calatayud, che a Roma erano già stati intrapresi i passi per mettere sotto accusa coloro che avessero osato influenzare Carlo contro l'Inquisizione. Con ciò trovavano motivo di sottrarsi alle convenzioni stipolate con la « Cortes ».

Il dissidio assumeva oramai serie proporzioni, essendo generale l'opinione che Carlo avesse ottemperato ai desideri della « Cortes », soltanto in compenso di altre prestazioni e non potevano perdonargli di aver coinvolto il Papa in questa questione.
Probabilmente il loro atteggiamento energico fu conseguenza della vittoria ottenuta a Roma. Entrambe le parti lavoravano assiduamente alla Santa Sede, ma gli Aragonesi avevano il vantaggio che Leone X in quel momento era molto maldisposto verso l'Inquisizione spagnola, per via della disobbedienza del Tribunale di Toledo nella questione di Barnardio Diaz, di cui parleremo in seguito. Il Papa poté constatare, da una diretta esperienza, di che cosa era capace l'Inquisizione, d'altronde la richiesta della « Cortes » era già garantita dalla « Concordias » con i tre Breve che Leone aveva diretto il 1 ° Agosto al Re e rispettivamente al Cardinal Adriano ed agli inquisitori di Saragozza con i quali ordinava il riconoscimento della competenza della Giurisdizione Civile.

Sarebbe inutile indagare quali influenze segrete abbiano agito nella politica Vaticana, ma é certo che appena il Mendoza arrivò a Roma poté ottenere un Breve, diretto al Cardinale Adriano. La lettera di Re Carlo ed il messaggio di Mendoza illuminarono il Papa circa le intenzioni del Re in merito al mantenimento ed alla riforma dell'Inquisizione. Infatti egli promise che, senza il benestare del Re e il rapporto del Capo Inquisitore, non avrebbe cambiato nulla dello stato attuale e fece solo qualche cenno delle lamentele pervenutegli da varie parti che riferivano della ingordigia di denaro degli Inquisitori. Egli ammonì anche il Cardinale Adriano che la scelleratezza dei suoi dipendenti metteva in cattiva luce il Paese, coinvolgendo lui stesso, nonché il Re.

Impose ad Adriano di intervenire affinché gli inquisitori smettessero il loro atteggiamento sfrontato, culminato nella ribellione contro le decisioni della Santa Sede, rendendolo responsabile dell'esecuzione di tali disposizioni.
Re Carlo, il 21 Maggio 1520 si imbarcò e passò il resto dell'anno sforzandosi di fare accettare le clausole della « Concordias » e col vano tentativo di far revocare i tre Breve papali i quali sebbene fossero praticamente nulli, perché non pubblicati, davano ugualmente gravi preoccupazioni all'Inquisizione.
Finalmente la ostinazione dei catalani ebbe per risultato l'approvazione verbale del Re e del Capo Inquisitore Adriano degli accordi stipulati nella « Concordias » del 1512. Uno dei paragrafi diceva testualmente: « Chiunque sia al servizio del Santo Uffizio deve essere giudicato dal Tribunale Civile se commette un reato di pertinenza di quest'ultimo». Ciò colpiva fondamentalmente uno dei più gravi abusi della Inquisizione e veniva a togliere la immunità degli inquisitori. Un altro paragrafo non meno importante diceva che chiunque avesse sequestrato il patrimonio di un nuovo cristiano innocente, doveva essere colpito da una severa sentenza.
Ma inutilmente lottavano gli energici cittadini dell'Aragona. Inutilmente essi si procuravano concessioni, per le quali dovevano pagare forti somme; inutilmente cercavano di far valere le loro leggi civili, gli inquisitori si consideravano sempre come al di sopra della Legge e gli abusi continuavano come prima. Quando il popolo si appellava al Re otteneva soltanto questa risposta
- Sua Maestà avrà cura che il Capo Inquisitore ordini l'osservazione degli accordi e se si sono verificati abusi vi porrà rimedio.
È inutile continuare a seguire le lotte sostenute dalla libera cittadinanza di Aragona contro l'Inquisizione, lotte che perdono la loro importanza rispetto alla ribellione dei Protestanti, la quale in breve assunte enormi proporzioni al punto che nessuna repressione sembrava efficace per stroncare questo nuovo nemico della Chiesa Romana, assai più pericoloso degli stessi ebrei.
Ma soltanto la forte influenza sulla mentalità dei popoli, portata dalla Rivoluzione Francese, doveva estirpare completamente la piaga dell'Inquisizione.

( VEDI QUI UN DOCUMENTO ORIGINALE DELL'EPOCA - 1559 )

FINE DEL 1° LIBRO

< LIBRO II.

Inquisizione e Stato - L 'Inquísizione come mezzo di potenza della Corona - La lotta per il potere fra Domenicani e Gesuiti - La supremazia dell'Inquisizione - Il giuramento di obbedienza dei funzionari civili - L'opposizione dell'alto Clero - Cariche e privilegi - Antitesi di giurisdizione - Ostilità reciproca .

< LIBRO III.

L'eresia - Ecclesiastici apostati - I limiti d'età agli effetti della responsabilità di fronte all'Inquisizione - Il « Forum Internum » ed il « Forum Externum » - La « Santa Cruzada » - Ordini effettivi - Appelli a Roma

< LIBRO IV.

Il capo inquisitore ed il Consiglio Supremo (Suprema) - Superstizioni - La malattia del Re - Il calvario di Fra Florian Diaz - Introiti e spese del Santo Ufficio - Il tribunale - Limpieza - Confische - Multe e penali - Prebende ecclesiastiche .

< LIBRO V - ( prima parte )

Le fasi del procedimento giudiziario - L'editto dell'assoluzione - Il Carcere Secreto - Le prove - La deposizione e la confessione - L'istruttoria - La sentenza - Le pene - La flagellazione - La « Verguenza » - Il « Mordaza » - La galera - « De vehementi ajuratio » - Il sanbenito - Procedimenti ecclesiastici contro gli ecclesiastici - Il martirio al rogo -

< LIBRO V - ( seconda parte )

L'auto da fè - Le condanne -

< LIBRO VI.

Il protestantesimo - Investigazioni sulla vita precedente dei convertiti - Speculazioni sull'opera di proselitismo delle due religioni opposte - Il caso di Johann Heinrich Hortsmann - La censura - Letteratura - Arte decorativa - « Pinturas obseras » - Il misticismo - Gli « Alumbrado » ed i « Dejado » - L'istruttoria di Maria Cazalla - Il molinismo - La Beata Dolores - Visioni e rivelazioni di Suor Maria Cipriana .

< LIBRO VII. (prima parte)

Stregoneria ed occultismo - Attività politica - La Massoneria - Mistificazioni nelle attribuzioni ecclesiastiche - Mistificazioni nelle attribuzioni degli inquisitori - Gli indemoniati - L' Immacolata concezione - I peccati contro la natura - La moralità -
APPENDICE - Il Messico. - Il Perù . - Nuova Granada . - Gli ebrei portoghesi .

< LIBRO VII. (seconda parte)

L'INQUISIZIONE MEDIOEVALE IN ITALIA.
* * * Decadenza e soppressione dell'Inquisizione. - Le Cortes. - Il restauro. - La rivoluzione del 1820. - Il decennio della reazione. - L’ Epilogo. - Riflessione.
* * * I PAPI dell'Inquisizione e le condanne emesse-
* * * COME LA SANTA INQUISIZIONE CATTURAVA ERETICI E PECCATORI.

< LE IMMAGINI DEGLI ORRORI

Incisioni dell'epoca.

 


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