BIOGRAFIE (prima parte )

VITTORIO EMANUELE III  
cronologia di un Re
LA FINE DI UN REGNO
( con l'Italia allo s-fascio )

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Vi parla il Re....
"nessun dubbio sfiora la mia mente"
"l'avvenire dell'italia sarà garantita dalle armi"

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I PRECEDENTI - NOZZE DI UMBERTO E MARGHERITA DI SAVOIA

Nella primavera del 1868 (20 aprile) si celebrò a Torino con grande solennità, alla presenza anche del principe Gerolamo Bonaparte e di Federico principe ereditario di Prussia (non a caso! Nel '70 si allea con i Savoia e sconfigge la Francia di Napoleone III), il matrimonio del principe UMBERTO DI SAVOIA, con la 17 enne MARGHERITA (nata a Torino il 20 novembre 1851) figlia orfana del Duca di Genova Ferdinando Maria Alberto, fratello di Vittorio Emanuele, cioè entrambi erano figli di Carlo Alberto; quindi Margherita era cugina di Umberto che aveva allora 24 anni (nato il 14 marzo 1844).
Sembra che a trovare la sposa a Umberto sia stato il ministro Menabrea; in un primo momento il padre era contrariato: "ma l'è na masnà" (ma è una bambina); forse perché era da qualche tempo che non la vedeva, ma poi quando se la trovò davanti, bella e florida per la sua età (17 anni), scrisse subito al figlio "vieni a casa ti ho trovato la sposa che fa per te".
Il figlio a Milano era da un anno già molto occupato a coltivare la sua folle passione per EUGENIA LITTA VISCONTI ARESE; anche se non era il solo adoratore della bella milanese. Tuttavia era un ordine, e quindi Umberto il 28 gennaio 1868 scese a Torino, si recò a Palazzo Chiablese, dove abitava la cugina e con la massima indifferenza gli chiese "Vuoi diventare mia moglie?". La cugina rispose sì. Tre mesi dopo ci fu il matrimonio a Torino in una cornice sfarzosa; quel giorno fu dichiarato di "pubblica letizia".

La bella duchessa milanese per Umberto non era una semplice passione giovanile e occasionale. Ma anche lei, aveva le sue mire possessive di donna con l'ovvia gelosia quando lui scese a Torino a impalmare la cugina e ancor di più quando i due sposi andarono a insediarsi a Napoli per "ragioni di Stato". (lei non solo non demorde, ma gli resterà accanto tutta la vita, fino al fatale giorno: il suo assassinio). Sembra che lei, la Litta (da poco Margherita aveva avuto a Napoli un bambino - il futuro Vitt. Eman. III) abbia preteso da Umberto, una singolare promessa: che non avrebbe più avuto alcun rapporto con la sposa, che insomma le loro notti dovessero restare bianche.

A farle diventare "bianchissime", fu poi la stessa consorte quando colse sul fatto la Litta a letto nella camera del marito-cugino. Molto probabilmente Umberto che aveva sposato Margherita "su ordine", avendola avuta come compagna di giochi da quando era nata, forse (!) non provava per lei nessuna attrazione sessuale, era del resto sua cugina.
In un primo momento Margherita voleva lasciarlo, tornarsene dalla madre, si confidò e si lamentò con il padre Vittorio Emanuele II che, abituato a queste cose, saputo il "banale" cruccio della sua nuora-nipote candidamente gli disse "e solo per questo te ne vuoi andare?".
La donna accettò così la realtà, ma piena di risentimento, da allora non sarebbe stata altro che la "Principessa" (poi due anni dopo la prima Regina d'Italia) ma mai più la moglie. Ed infatti, la relazione Litta-Umberto, continuò imperterrita per 32 anni, fino alla morte. (battè il record di suo nonno, che fu di 31 anni, con la Bella Rosina).

Margherita, la rivale Litta la fece allontanare dalle sue dame di corte, ma non fu sufficiente per far interrompere ciò che sembrava (e lo era) un reciproco profondo legame d'amore. Alla sera Umberto la lasciava in bianco anche alla cena, attraversava il parco (erano andati ad abitare nel palazzo reale di Monza) e raggiungeva la poco distante villa della sua amata per poi rientrare all'alba.

Margherita, nella gloria e nella sventura, fu "Regina" distaccata, comprensiva, ma anche magnanima fino all'ultimo, quando concesse alla Litta, dopo l'assassinio del marito, il permesso di salutare la salma del Re; marito suo, ma amante dell'altra.

Lei quando poi scese a Roma e diventò con la morte dello zio-suocero, Regina, diede un impulso alla vita mondana romana, tale da riconquistare tutta la latitante "nobiltà nera" (papalina) che alle feste del Quirinale non voleva mancare, e iniziò a schiarirsi come colore pur di partecipare alle feste d'alta società che la regina assiduamente offriva nella residenza reale, con lei a fare musica, danzare, e in modo eccellente a intrattenere gli ospiti, dell'aristocrazia, gli ufficiali, i letterati, i musicisti, i principi stranieri, gli alti funzionari di corte, muovendosi e camminando come diceva il Carducci "musicalmente con certe pause wagneriane".
Nacque il "margheritismo", ogni suo gusto diventava una moda, dai vestiti ai cappellini, dalle riviste alle sue torte o alle pizze "margherita".

Poi i viaggi nella grandi corti d'Europa, quando dopo Sedan (Francesi sconfitti) i due regnanti sabaudi ebbero il grande feeling sia con i Prussiani sia con gli Imperiali di Vienna.
E tra quelle feste, pranzi e balli, teatri, fu così che nacque il 20 maggio 1882 la famosa Triplice Alleanza (che fu indigesta al loro figlio, Vittorio Emanuele III fin da quando a sette anni gli avevano messo accanto notte e giorno come autoritario tutore, e maestro di ogni cosa, un filo-prussiano di ferro, addetto militare a Berlino. Ed infatti, fu poi proprio Vittorio Emanuele III a rompere la Triplice nel 1914 alla vigilia della Prima guerra mondiale.
Purtroppo questa sua insofferenza -spesso neppure dissimulata- tornò nuovamente a manifestarsi anche alla vigilia della Seconda, con un altro "tedesco" di Berlino, che aveva il grado di "caporale" - gli era insofferente.
Ma sia come sia, premuto da Mussolini, l'accettò supinamente. Con loro firmò la guerra contro tutti, Inghilterra, Russia, e perfino con gli USA. E con la Francia mentre stava soccombendo con le armate di Hitler alle porte di Parigi, anche ai Francesi il Re gli fece guerra. Era stato convinto da Mussolini che persuaso che la guerra era finita, il Duce voleva "qualche morto per sedere a trattare la pace con l'odiata Francia". L'Italia non ci ricavò nulla, Hitler aveva fatto tutto da solo e non volle spartrire nè con lui nè con nessuno la sua vittoria.
Vittorio Emanuele III iniziata questa ultima guerra fu poi la sua sciagura e quella della sua dinastia. Ne parleremo nella sua biografia).

Siamo andati troppo avanti, quindi torniamo al matrimonio del Principe Umberto. Dopo il matrimonio fu destinato a stabilirsi con la moglie Margherita a Napoli, ma per recarvisi doveva passare da Roma (con i Francesi a fare i protettori del Papa). Il passaggio, dopo lunghe trattative con il governo pontificio, timoroso che la presenza del futuro Re d'Italia avrebbe provocato delle pericolose dimostrazioni filo-sabaude, fu poi ugualmente fissato per il 24 novembre; ma proprio il giorno dell'arrivo della regale coppia (con chissà quale intenzioni) la Curia fece decapitare Giuseppe Monti e Gaetano Tognetti, i due che avevano organizzato e partecipato alle antipapali sollevazioni romane del 22 ottobre; il principe già alle porte di Roma, sdegnato, si rifiutò di metter piede nella città papalina, dichiarando che non vi sarebbe più andato se non dopo che sul Campidoglio fosse stato issato il tricolore. (mancava poco al 1870 - La presa di Roma)

Poi proprio nel '70, disordini, tumulti e violenze avvennero in varie parti d'Italia, specie in Toscana, in Romagna e nell'Emilia. La causa: la famosa "tassa sul macinato" promulgata il 1 gennaio 1869 (che non solo era una tassa, ma in conseguenza di questa molti mulini e fornai chiusero, facendo mancare il pane che allora era l'alimento principale del popolo).
A Parma il primo focolare dal 1° al 3 gennaio, con invasione del palazzo della prefettura, incendi di mobili e archivi.
Altre sollevazioni nel resto dell'Italia centrale dove furono represse dall'esercito e dal generale RAFFAELE CADORNA, mandatovi dal Re tempestivamente il 5 gennaio come commissario straordinario con pieni poteri per reprimere i disordini e le dimostrazioni contro l'imposta. A Bologna si concentrarono cinque reggimenti di fanteria. Mentre alla stessa data tutti i mugnai della Lombardia sospesero l'attività per protesta.

Iniziava per l'Italia un periodo tristissimo (culminato poi nel 98 con la strage a Milano- Ne parleremo più avanti) che forma una delle pagine più vergognose del Risorgimento. Il malumore economico faceva sentire di più il peso delle tasse e si accusava inoltre il ministero di aver dimenticato la "questione romana", di essersi accordato con i clericali. Intanto crescevano le manovre insidiose dei fautori delle dinastie cadute, e a Parigi già si parlava come di cosa vicina lo smembramento del regno e una federazione italiana; la lotta della sinistra contro la destra del Parlamento, fu portata sulla stampa e assumeva aspetto di battaglia accanita contro pretese corruzioni parlamentari sui monopoli, sulle banche, sugli appetitosi appalti, o sulla cessione di grandi proprietà terriere (le migliori) appartenute al clero o ai nobili decaduti e vendute ai soliti leccapiedi del Re.

La PRESA DI ROMA - MALATTIA DI VITTORIO EMANUELE II
NASCITA DEL PRINCIPE DI NAPOLI (VITTORIO EMANUELE III)

Pochi mesi prima, l'11 novembre 1869 ai principi di Piemonte Umberto e Margherita, con residenza a Capodimonte (NA) nella ex reggia Borbonica, era nato un figlio, VITTORIO EMANUELE FERDINANDO MARIA GENNARO, nominato subito Principe di Napoli (il futuro Re d'Italia, V.E. III.). (si noti il "Ferdinando" e il "Gennaro", questo per renderlo con il primo ben accetto ai nostalgici napoletani dei Borboni e con il secondo dandogli il nome del loro santo protettore per eccellenza.
Due generali, Cialdini e de Sauget furono i padrini di battesimo. Subito, fin dalla culla, in stile proprio sabaudo il bimbo fu attorniato da militari. Ed è notoria la severa educazione poi impartitagli oltre misura. Piccolo e gracile com'era, il principino cresceva; già a 7 anni lo affidarono al colonnello OSIO, un quarantenne ufficiale addetto militare a Berlino, fanatico ammiratore della scuola militare prussiana; e alla prussiana su quelle rachitiche e corte gambette che non crescevano mai, lo fece marciare tutti i giorni, dalle 6 del mattino alla 9 di sera, non concedendogli nemmeno un attimo di respiro, e con il "permesso" di ritrovarsi a tavola con i genitori solo il giovedì e la domenica. Nemmeno il Re Umberto, poteva contraddire il colonnello di ferro che assicurava il padre "lui farà sempre tutto quello che gli dico io".

Senza compagni di giochi, senza l'affetto vicino dei genitori, con il complesso di essere un nano, brutto, gracile, guardandosi allo specchio tutte le mattine, la divisa di soldato non era di sicuro la sua ambizione. E con il padre così giovane (32enne), nemmeno pensava di diventare Re; le sue occupazione furono invece culturali, insolite nella sua casa, dove il padre si vantava di non aver mai letto un libro, suo nonno diceva che non ne aveva bisogno, e forse tre o quattro li aveva letti suo bisnonno Carlo Alberto, ma in gioventù quando era un bonapartista (cadetto) bisogna dire che a Torino fu un promotore culturale e fondò perfino a Palazzo una nutrita biblioteca.
L'amore per i libri era sempre stato poco sentito dai Sabaudi. Era il "diritto divino", la "provvidenza", che guidava i loro passi, quindi non c'era bisogno di letterati e ingegni umani per modificare il corso della loro esistenza. Le armi e gli uomini per far la guerra anche quelle e questi
li mandava Iddio, perché "… Ho spesso udito che qualche volta Dio nei suoi alti e imperscrutabili fini, qualche volta si serve di un Re per castigare..."

Insolita e molto diversa dagli avi "dalle virtù militari", fu inizialmente la vita del piccolo Vittorio Emanuele. Poi il 24 ottobre 1896 sposatosi con la bellissima e altissima ELENA PETROVIC di Montenegro, invece di mettersi a fare il soldato tutto caserma e a dare ordini come quell'odioso tedesco filo-prussiano Osio gli aveva insegnato, diede sfogo ai suoi preferiti piaceri personali con una vita raccolta e borghese, placida e appartata, con tanti viaggi, niente vita mondana (che odiava), niente caserme (odiava pure queste), niente divise e niente politica. E questo fin dal giorno del matrimonio che fu molto modesto.
Sul Mattino di Napoli Scarfoglio, risentito, titolò il suo pezzo "le nozze coi fichi secchi".
La giustificazione ufficiale fu "a causa dei recenti lutti di Adua". Colajanni, fece invece uscire la "Rivista Popolare" per protesta con l'editoriale in bianco, che indubbiamente era stato censurato. I morti di Adua c'entravano poco. C'era dell'altro.

La famiglia PETROVIC
era di religione ortodossa, ed essendoci ancora forti contrasti tra la Santa Sede e il Regno Sabaudo, il Vaticano si era opposto nel far precedere una cerimonia ortodossa a Cettigne ( il Papa la considerava perfino nulla). La coppia giunta in Italia per le nozze, sbarca a Bari, dove il 19 ottobre avviene l'abiura di Elena alla chiesa di San Nicola e abbraccia il cattolicesimo; il celebrante non è un'autorità della Chiesa, ma un semplice abate PISCITELLI TALOGGI.
Ed è lo stesso abate che poi salirà nella Capitale, per celebrare a Roma (dopo quelle civili) il 24 ottobre 1896 le nozze religiose a Santa Maria degli Angeli.
Alla basilica di San Pietro, il Vaticano ha detto un bel "No". Né il Papa ha mandato una berretta cardinalizia al matrimonio, celebrato senza fasti, e con l'assenza perfino della madre della sposa, Milena, in dissidio per quella abiura preventiva pretesa dai Savoia o imposta dalla Chiesa.
Ecco perché Scarfoglio, sempre dal suo "Mattino", fece il risentito: "In fin dei conti "piccolo o non piccolo" V.E. era pur sempre il Re di Napoli; che si sposava, che diamine!".
Mentre Farini commentò "Officina il clero di seconda mano, o dei giorni lavorativi".

Il giovane - ora sposato - Principe di Napoli, lontano da Roma e dalla vita di Corte e tantomeno (forse per reazione) dalla vita militare, diventò un casalingo, chiuso nel suo studio, diventò ben presto un grande numismatico -famosa in tutto il mondo la sua collezione di monete- e dedicò a questa passione anche un opera di grande ricercatore, il "Corpus Nummorum Italicorum". Nonostante tanti giudizi affrettati su questa sua anomala "mania", questa passione non è soltanto una disciplina secondaria e sussidiaria alla cultura, ma introduce il numismatico nella storia delle epoche di un Paese, sui suoi traffici, sui suoi costumi, il livello culturale e di progresso di quel Paese. Alcuni affermano, che un valente numismatico è un uomo dotato di profonda cultura storica ed economica e anche di notevole discernimento artistico (come il fior di conio e le figure riportate).
La singolarità di Vittorio Emanuele III, è proprio questa, che lui a 30 anni non entrava nella storia del Paese Italia attraverso gli eroismi militareschi, ma attraverso le monete. (anche se il resto doveva ancora venire).

Probabilmente con queste singolari conoscenze, così distaccate dalle cose interne, quando salì improvvisamente al trono nella fatale circostanza, doveva concepire un disprezzo sentimentale per quella caotica classe politica che il padre gli aveva lasciato in eredità, in mezzo a intrighi, scandali elettorali, bancari e tante piccole miserie, che non avevano più nulla a che fare con il patriottismo delle eroiche lotte risorgimentali; le lotte semmai da sostenere, dimenticando in blocco tutta la retorica militaresca, erano le immanenti pressioni sociali; e queste realistiche realtà il giovane Re le colse all'istante.
E' ampiamente riconosciuto che il giovane Vittorio Emanuele, appena salito sul trono ebbe un certo peso nell'accelerare l'evoluzione politica del governo italiano in senso progressista.
Mentre è altrettanto ampiamente e concordemente giudicato il periodo di suo padre Umberto, il punto culminante di una politica antidemocratica e antipopolare, uno dei principali responsabili della svolta autoritaria di fine secolo; e il più esplicito fu quello dei moti del 1898 (la strage di Bava Beccaris a Milano che prese a colpi di cannone la folla che reclamava il pane); periodo il suo che terminò, pure questo sotto i colpi d'arma da fuoco, ma dell'anarchico Gaetano Bresci in quel famoso 29 luglio 1900.
"per vendicare - disse - i morti di Milano, e per l'affronto agli stessi morti fatti da Umberto, premiando il generale Beccaris".

Ma non c'era solo la strage. Ricordiamo che prima e nello stesso anno 1900 erano in gestazione le imponente ondate di scioperi, e la moltiplicazione di camere del lavoro, di federazioni operaie, di braccianti e altri movimenti lavoratori tutti sotto l'influenza del socialismo riformista. Nasceva il cosiddetto "Quarto Stato" che proprio nel 1900 Pelizza da Volpedo con molto realismo di quel problematico presente dipingeva. Ma a tutto questo Re Umberto rispondeva con le repressioni.

LA TRAGICA NOTTE

29 Luglio 1900. Era mezzanotte, quando a Roma, il capo del governo SARACCO, rientrando da una passeggiata serale a Piazza Colonna per prendere un po' di fresco in quell'afoso fine luglio romano, il portiere ansioso l'aspettava sulla soglia di casa, e gli diede in mano il dispaccio con la tragica notizia. Il colpo fu così tremendo che il vecchio ottantenne barcollò. Dovettero aiutarlo a salire sulla carrozza per andare con i cavalli al galoppo al ministero degli interni.
Povero Saracco!
Il Re d'Italia era morto assassinato. L'erede era assente né si sapeva dov'era. L'Italia era senza un Re. E pensare, che lui un mese prima, dopo la caduta di Pelloux, formando il governo aveva esordito dicendo "Per ora, vessati come siamo dalle cose e dal tempo, dobbiamo limitarci ad un programma minimo".

Altro che minimo! Ora sulle spalle aveva lui la più grande responsabilità. Cosa sarebbe accaduto? Una rivoluzione? Una guerra civile? La fine della monarchia? In quei giorni poteva accadere di tutto.
Del resto, gli ultimi dieci anni del regno di Umberto I si erano svolti attraverso gravissimi e sanguinosi travagli. Lo Statuto albertino pareva inadeguato, e negli ambienti parlamentari si faceva un gran parlare di Costituente. Ma i rivoltosi andavano oltre, già parlavano di smembramento del Regno, fine dei Sabaudi, Federazione Italiana, Repubblica, ecc. ecc.
Insomma in quei dieci anni era successo di tutto: scandali, caduta degli ideali del Risorgimento, destra in minoranza, con alla Camera sempre sempre più presenti forze disgregatrici e antiunitarie; infine c'erano state le cannonate sul popolo del "Radetzki italiano", Bava Beccaris. Il più ottimista degli osservatori, dopo quelle quattro pistolettate non avrebbe impegnato un soldo sulla durata della monarchia in Italia.

C'era da farsi venire altro che un malore, c'era da morire dalla paura anche per uno come Saracco, nato nel lontano 1821, che ne aveva viste d'ogni sorta: le rivoluzioni, l'intero Risorgimento, e gli ultimi caotici trent'anni della politica italiana. Gli ultimi dieci poi erano stati "avventurosi" e "drammatici", e molti - rivolgendosi alle incapacità dei politici di questi anni - aggiungevano sono "vergognosi", "disgustosi", "pietosi","vili", "approfittatori", "hanno il fango fino alla bocca" e "ladri" (dopo il recente "scandalo alla Banca Romana" dove coinvolti erano un po tutti, compresi i sabaudi).
Eppure per alcuni prodighi interventi di Umberto in occasione di gravi calamità - come terremoti, alluvioni ecc. i filosabaudi l'avevano soprannominato "il Re buono". Insomma dal popolo ignorante e supino, riusciva a farsi perdonare.

Dopo la lunga politica di rilasciamento di Depretis, negli anni precedenti si era passati all'estrema destra con il pluri-voltagabbana Crispi, poi alla sinistra con Giolitti, poi ancora, dalla destra con Crispi ad una destra nominale con Di Rudinì, che allargò bruscamente i freni. Fino a che si arrivò a mettere al Governo e agli Interni (non era mai più accaduto da 30 anni) un generale: Pelloux; e agli esteri un altro militare, l'ammiraglio Canevaro (due militari nei tre posti chiave).
Con questa scelte a cosa si mirava? che cosa temeva Umberto? A molti era chiaro: con quelle note amicizie austriache
da qualche anno - intendeva ridurre le libertà costituzionali. A Milano ci fu l'esempio più clamoroso, mandato proprio da Pelloux, BAVA BECCARIS che fece rimpiangere ai milanesi perfino l'austriaco Radetzki; gli oscurò la fama.

In questo clima, non c'era da meravigliarsi se in giro c'era poi qualche cervello arroventato come il Bresci.
Un mese prima del suo attentato, tuttavia - forse per paura - era avvenuto un piccolo mutamento di rotta. Nell'attesa di qualche schiarita, il Re aveva dato l'incarico di formare un governo a SARACCO. L'80enne senatore, pur uomo di destra, era un saggio realista e avrebbe solo dovuto riempire una breve fase di transizione, forse per aprire la via ad un tenue ritorno al liberalismo, con uomini meno compromessi e anche un po' meno cassandre.

Ma molti in quel momento tragico, pensarono come lui, che quella era per i conservatori, l'occasione buona per una definitiva sterzata a destra, con una completa liquidazione delle correnti di estrema sinistra che -secondo i retrivi - minacciavano da qualche tempo l'unità del paese. E dato che in quell'ora buia, era in gioco anche la stessa monarchia, "era possibile che il giovane Re Vittorio Emanuele si lasciasse sfuggire questa occasione?"
C'erano dopo il fattaccio molte buone ragioni per stringere i freni, per limitare ancora di più certe libertà; i crespini, i pelluxiani, forse appoggiati dai cannoni di Beccaris, avrebbero trionfato.
Ma i colpiti, la piazza, il popolo come avrebbe reagito?

Invece non accadde nulla. Cioè secondo l'intima logica del popolo italiano, le cose cominciarono finalmente a raddrizzarsi. L'uccisione di Umberto richiamò bruscamente e tragicamente gli italiani al senso della loro responsabilità e dei loro interessi.
E anche il giovane Re fu di questo avviso. Invece della sterzata a destra, scelse intelligentemente la via di sinistra, in un momento in cui, di fatto se non di diritto, la sua opinione aveva valore decisivo .

Ma innanzi tutto fu la grande saggezza del vecchio ottantenne Saracco a salvare quel giorno il Paese da una guerra civile. Proviamo a pensare cosa sarebbe successo, se in quelle 48 ore di vuoto, al governo sedeva un Crispi o un Pelloux; avrebbero subito gridato "Ecco, cosa vi dicevamo! Che bisognava reprimere! reprimere! reprimere! Le nostre preoccupazioni non erano infondate!".
E avrebbero aperto le caserme, messo in stato d'assedio il Paese, e con ancora il premiato Bava Beccaris a sparare con il cannone ad alzo zero, su assembramenti di tre persone e anche sui conventi dei frati, come aveva fatto realmente a Milano due anni prima in quel 1898.

Invece senza la repressione, senza gli eserciti nelle strade, non accadde nulla. Poi dicono che la "piazza" non fa la politica! Semmai sono i politici che non fanno la piazza. ("Il popolo se vuole fa quello che vuole" questa è una frase proprio di Vittorio Emanuele III, in un altro fatidico giorno: 25 luglio 1943. E anche allora "non accadde nulla". "bruscamente gli italiani quel giorno furono richiamati al senso della loro responsabilità"…"secondo l'intima logica del popolo italiano". La politica fascista di venti anni si squagliò come neve al sole. Dei dieci milioni che avevano pochi anni prima plebiscitato Mussolini, più nessuno quel giorno era fascista! "Ma anche i 150 mila fedelissimi della mia guardia nazionale?" chiese con sgomento il giorno dopo il Duce agli arresti; "Si anche quelli! e molti gerarchi si sono messi già a disposizione del Re e di Badoglio" fu la risposta).

Dunque, l'immatura e violenta morte di Umberto I portava sul trono, a 31 anni, VITTORIO EMANUELE III. Lui era nipote di quel Vittorio Emanuele II che, irruente, era sempre sceso in campo a cavallo con la spada sguainata. Ed era figlio di Umberto che invece si era regolato in modo del tutto diverso; salvo quando da giovane fu a fianco del "battagliero" padre. Ma poi lui con la "bellissima" regina, con la perfetta "consorte di rappresentanza", avevano solo cercato la popolarità, partecipando vivamente alla vita esteriore del Paese; i due avevano cercato di incarnare un ideale di regalità grandiosa, convinti che nel Paese della gloria e dell'arte, la regalità dovesse essere fastosa e munifica.
E con molta leggerezza, andò a raccogliere onori a Vienna, dagli odiati austriaci !!

In quella notte targica, Vittorio Emanuele si trovava in viaggio, nelle acque del Pireo, tra le Cicladi e le Sporadi a bordo dello yacht Yela quando il principe ereditario apprese la dolorosa notizia dell'assassinio del padre. Ci vollero due giorni per rintracciarlo e appena ebbe a disposizione un telegrafo - non aveva dunque vicino nessun uomo politico che lo consigliasse - telegrafò al presidente del consiglio per rinnovargli la sua fiducia e approvare il suo operato. Per Saracco fu un sollievo, e per entrambi, primo pensiero fu quello di rafforzare il governo che aveva, naturalmente, ricevuto una tremenda scossa. Né poteva bastare a calmare le acque la retorica che scorreva in quei giorni a fiumi sui giornali.

Il 31 luglio, verso sera, l'erede al trono sbarcò a Reggio Calabria e raggiunse in treno Monza. Qui, il 2 agosto del 1900, il "piccolo uomo" giudicato fisicamente e moralmente incapace, riconfermò in carica il gabinetto Saracco, fece un breve proclama alla nazione e si preparò all'appuntamente nell'aula del Senato.

L' 11 agosto, VITTORIO EMANUELE III, nell'aula del Senato, prestò il giuramento poi s'impose con un'aria così superba che nessuno gli conosceva; Il "piccoletto" rifiutò il discorso redatto dal primo ministro Saracco e dal consiglio dei ministri, li ringraziò della loro fatica, e lesse quello che aveva scritto lui; che rispondeva esattamente all'idea che si era fatta sulla situazione politica, ma guardandola attentamente e con distacco dall'esterno e non dall'interno dove lui non c'era mai entrato.
S
pesso interrotto da applausi vivissimi, pronunziò il "suo" discorso, dicendo fra l'altro:
"Signori Senatori, Signori Deputati ! Il mio primo pensiero è per il Mio Popolo, ed è pensiero di amore e di gratitudine..... Il Popolo che ha pianto sul feretro del Suo Re, mi dice che vibra ancora nel cuore degli Italiani la voce del patriottismo, che inspirò in ogni tempo miracoli di valore. Sono orgoglioso di poterla raccogliere......
. L'Italia abbia fede in ME come IO ho fede nei destini della Patria; e forza umana non varrà a distruggere ciò che i Nostri Padri hanno, con tanta abnegazione, edificato...... invoco Dio in testimonio della Mia promessa, che da oggi in poi il Mio cuore, la Mia mente, la MIA VITA offro alla grandezza e alla prosperità della Patria".

Concetti chiari e coraggiosi e così aderenti alla realtà del Paese e dell'ora, che il governo non poté che inchinarsi.
La solenne promessa di rispettare le libertà costituzionali, scaturita liberamente dal suo cervello, fatta in questo momento, significava respingere nettamente le "tesi" "reazionarie" e aderire nettamente alla "tesi" della "sdrammatizzazione".
E se molti dopo l'attentato si aspettavano una grande svolta a destra, furono tutti delusi; il Re scelse, la via (in parte da qualche tempo già tracciata) della sinistra di Giolitti e Sonnino.

Con GIOLITTI e il giovane Re VITTORIO EMANUELE III, nasce quel periodo che Alberto Consiglio definì "un Re adatto a quel ministro, un ministro adatto a quel Re". Fu l'incontro di due uomini e di due caratteri molto diversi. Tuttavia, l'uno e l'altro erano soprattutto degli sdrammatizzatori. Furono, in effetti, dodici anni discreti nella vita di una nazione che stava appena affacciandosi alla modernità europea con i grandi problemi sociali deflagranti.

(Ma avremo moltissime occasioni in altre pagine e vari periodi, di ritornare sull'operato di entrambi, e poi sul singolo operato di Vittorio Emanuele, quando il Re per antonomasia "non soldato", nelle due catastrofi, diventa proprio lui paradossalmente il "Re soldato").

RIPARTIAMO DALLA NASCITA DI VITTORIO EMANUELE

La prime polemiche e malignità, nacquero fin dalla sua nascita. A Napoli, dove appunto come abbiamo già detto vivevano i genitori, una commissione di sommi artisti si era formata in città per regalare la culla al regale nascituro, concependola come un oggetto d'arte, intarsiato da preziosi coralli. A contribuire alla spesa furono chiamati i cittadini. La prima polemica fu quando la presentarono: "Tanti artisti per fare una cosa così brutta". La seconda polemica quando si scoprì -la notizia venne fuori sul "Gazzettino Rosa"- che a contribuire alla spesa c'erano anche i bambini degli orfanotrofi. "E mai possibile -scrisse- che questo dono per chi ha già tutto debba essere costato sia pure la rinuncia ad una semplice castagnella a chi ha già poco?". Nascono le difese su altri giornali, affermando che il gesto era stato "spontaneo" dei bambini (sic) e per nulla sollecitato; e che comunque il "napoletano" è generoso, e quindi è questa la sua "ricchezza".
Il Principe Umberto per mettere a tacere ogni polemica elargì 50 mila lire agli istituti, e il municipio assegnò libretti di risparmio a tanti "Gennarini" nati nello stesso giorno.

La terza, più che una polemica era una malignità, e fu quella della paternità di quel bambino. Si disse, infatti, che essendo nata una femmina, con un parto difficile, i medici si resero conto che Margherita non avrebbe più potuto avere altri figli, quindi senza maschi finiva la dinastia, e che si fosse provveduto a cambiare sull'istante la ripudiata nascitura femmina con un maschietto di chissà chi; forse di una certa Giuseppina Griggi, il cui successivo figlio (conte Galivaggi) iniziò in seguito un'azione legale per il riconoscimento dei diritti patrimoniali alla madre. La vertenza finì nel nulla e nel dimenticatorio.
Ma questa voce maligna ebbe in seguito anche uno strascico internazionale, con servizi su giornali stranieri, e sembra che Mussolini, all'inizio della seconda guerra mondiale, se ne fosse fatto un'arma di ricatto per buttare giù dal trono Vittorio Emanuele III, per mandarci su il più gradito ramo cadetto, gli Aosta, con Amedeo (soprannominato Duca di Ferro). Nato il 21 ottobre del 1898.
Ricatto o no sembra proprio che -nel turbolento 1939-1940- non dispiacesse per nulla fare il Re ad Amedeo d'Aosta; - morto poi prigioniero degli inglesi in Kenia l'8 maggio 1942, dopo la resa all'Amba Alagi. (Ricordiamo qui che Mussolini fin dal 1937 dopo la guerra in Africa, l'aveva nominato governatore generale comandante in capo dell'Africa Orientale Italiana e viceré d'Etiopia).

Quindi il ramo Aosta - se effettivamente Umberto avesse in realtà avuto solo l'unica femmina accennata sopra- loro erano i legittimi eredi maschi della casata, indi del regno.

In effetti questo pericolo ci fu già nel 1900. Elena e V.E. III, tardando ad avere figli (erano passati 5 anni), già si temeva che il cugino Filiberto d'Aosta, andato in sposo ad Elena Luisa Enrichetta di Orleans (matrimonio avvenuto il 25 giugno 1895 - che non volle posticipare con quello già annunciato di Vittorio Emanuele III avvenuto nel 1896) diventasse lui l'erede (o la sua prole maschile nel frattempo già nata - Amedeo (quello già accennato sopra, nato 21 ottobre 1898) e Aimone (nato 9 marzo 1900).
Poi la coppia reale, con Vittorio Emanuele nel frattempo diventato improvvisamente Re, dopo l'assassinio del padre Umberto, inizia la figliolanza; prima con una femmina (1901) poi con un'altra, poi nel 1904 il tanto desiderato erede maschio Umberto, poi ancora altre due femmine.

Una storia di malignità molto simile era già accaduta nel 1823, alla nascita dello stesso VITTORIO EMANUELE II; su questo figlio di Carlo Alberto corsero voci che fosse morto nel drammatico incendio assieme alla sua balia nella casa fiorentina del nonno. Allora il piccolo era ancora l'unico figlio di Carlo Alberto. Fu taciuto il dramma familiare, sostituendo subito l'infante regale con il figlio di un macellaio della stessa età (ne abbiamo ampiamente parlato nella biografia di Vittorio Emanuele II > > ) . Voci che poi si fecero più consistenti quando il ragazzino, e poi il giovane, iniziò a non essere come carattere e anche somaticamente proprio per nulla somigliante a suo padre e ai suoi avi. Carattere da caserma, da guascone, popolano, non amante di nessuna mondanità, ma semmai di gusti rozzi e per nulla regali. La zarina di Russia quando gli fece visita a Torino, scrisse al fratello dicendo "è un popolano, sempre con la stessa divisa di fustagno addosso, e ha sempre l'odore di sudore e di selvatico".
Vere o false le malignità, questo Re solo di educazione sabaudo, con la sua forte individualità, senza essere uno spirito profondo e meditativo, ma con tante capacità di essere riflessivo e osservativo degli umori popolari, nonostante tante pretese dei suoi ministri di volerlo dominare, riuscì proprio con il suo carattere non solo a salvare il primato della vecchia monarchia, ma a crearne una popolareggiante, quasi democratica. Non dimentichiamo i tanti mazziniani e garibaldini che optarono per la "sua" monarchia. Compreso il famoso Crispi, che accompagnò la sua defezione a Mazzini con uno slogan "La monarchia ci unisce, la Repubblica ci dividerebbe" rimproverando così perfino il suo "maestro".
Se fosse stato un Carlo Felice o un Carlo Alberto, invece che un rubicondo popolano, V.E. II non sarebbe mai riuscito a gettare nuove radici in quell'Italia unificata, né in quella antiquata assolutista monarchia sabauda, e che in qualche modo poi riuscì a sopravvivere fino al 1946.


Torniamo al nuovo Re.

Del periodo "eroico" del bisnonno edel nonno più nulla, niente battaglie, cariche di cavalleria, frasi storiche, caporali d'onore, medaglie al valore, gloriosi quadrati; nell'ultimo quarto di secolo con il padre Umberto imperversò solo il "Margheritismo", dalla "pizza" al "cannone", dal "cappellino" alla "rivista" ecc. ecc. tutte le cose preferite dalla sovrana era alla "moda di Margherita". Lei, riesuma il carnevale romano, diventa la "regina" di mille sfarzose feste; il Quirinale una grande sala da ballo, sempre più frequentata dall'aristocrazia nera romana, da tempo in quarantena dopo aver fatto i sacrestani del Papa, ma che in breve tempo perde colore, sedotta dalla effervescente sovrana che "danza con piacere, divinamente". E non erano assenti nelle feste a Corte, baldi ufficiali prussiani, e tipi come l'austriaco Bulow, i repubblicani come Nicotera, i Poeti, i lacchè e tanti altri.

Lui, Vittorio Emanuele III, vivendo a Napoli, appartato da questa vita, con un fisico antieroico, un forte complesso d'inferiorità per la sua statura, aveva capito che quella non era né la sua strada, né la sua vita. Il pettegolezzo e la maldicenza di cui il nonno, il padre, la madre e lui stesso erano stati vittime,
diventato fin da bambino introverso, taciturno, lo avevano aiutato a capire.


Furono dodici anni di pace operosa nella vita di una nazione; che proprio partendo dall'anno più "oscuro", iniziò ad essere una nazione moderna; con un Re silenzioso e appartato e un ministro montanaro iperattivo, piccolo borghese di Mondovì Dronero, che conosceva i poveri del suo paese senza abbandonarsi al romanticismo sociale, e conosceva i ricchi che nei piccoli centri come Mondovì non possono lasciarsi prendere dalla volontà di potenza. La moderazione era la costante necessaria alla provinciale società piccolo borghese.
E anche la vita familiare di Vittorio Emanuele III, era stata in un certo senso, il modello della società piccolo borghese alla quale il nuovo secolo aveva aperto le porte.

VITTORIO EMANUELE era nato come già detto a Napoli. Il regale fanciullo senza compagni di giochi, fratelli o amici coetanei, il suo tutore lo trasformò in un uomo imperscrutabile, freddo e di poche parole. Era nato e vissuto a Napoli ma non aveva di sicuro nulla del frizzante carattere partenopeo.
Nel 1887, diciottenne era entrato nell'esercito con il grado di sottotenente di fanteria.
Il solito giornalista, Scarfoglio dopo averlo visto in testa a una rivista militare scrisse "possibile che quel tenentino con un pentolino in testa debba rappresentare 25 milioni di uomini?".
Lo soprannominarono "sciaboletta".
Ma forse non c'era bisogno di ricordarglielo, che era piccolo,
quasi un nano, se ne rendeva conto da solo: o in casa guardandosi allo specchio, o fuori guardando i suoi sottoposti quasi sempre dal basso verso l'alto.
Re Guglielmo per umiliarlo ancora di più lo riceveva circondandosi con ufficiali minimo alti 1,90.
Era alto 150 centimetri. Con questa altezza i coscritti prima venivano riformati. Ma dopo di lui con un bel decreto tale misura era più che sufficiente per entrare nell'esercito.

Poi la svolta - accennata sopra - sposando la principessa Elena Petrovich.
Qualche deluso nel vedere la modesta nuova principessa, scrisse "creatura dolce e gentile, ma non certo una Elena greca, infiammatrice di cuori". Ma non mancarono i positivi commenti popolari "La nostra regina è sempre la più bella". In effetti la montenegrina era sì bella ma senza esagerazione, era gentile, alta e regale come persona, ma era timida e impacciata, nonostante avesse studiato allo Smolny, il collegio dell'élite imperiale russa. Al matrimonio la toilette della suocera Regina Margherita surclassò quella della sposa, che fra l'altro -per la sprovvedutezza delle sue accompagnatrici montenegrine- comparve con un bouquèt fatto di crisantemi; e come ultima gaffe, l'oscuro abate celebrante ignaro del cerimoniale reale chiamò il "basso" principe, "vostra altezza..." dimenticando di far seguire il "...reale".

Eppure, fu quello, uno dei matrimoni più riusciti nella cronaca della dinastia. Le virtù di questi due sposi nessuno le ha mai messe in dubbio. Mai è colato il veleno della maldicenza su quest'unione. I due vissero insieme quarantanove anni; i primi anni in una serenità perfetta, con un ritmo di vita placida e appartata, quasi da anonimi borghesi. Poche cerimonie, niente vita mondana; lui letture, monete, fotografia e con lei viaggi, tanti viaggi.
Poi… la corona turrita, poi la guerra, e proprio lui che non era nato e odiava fare il soldato, diventò il "Re soldato" (che sarebbe stato forse più giusto, dato che la retorica la detestava, parlare di "re borghese"); poi la politica "piglia tutto" a rotta di collo, i periodi turbolenti durati 30 anni, poi la fine, e infine in esilio la morte in Egitto, con accanto la sua Elena.

Di Elena, Vittorio Emanuele si era innamorato veramente, e si sostenne che era stato un matrimonio "senza l'aiuto della politica". Invece questo matrimonio fu combinato da Crispi, perché quelle nozze - combinate nel '95 - erano propizie per le sue trame politiche nei Balcani. Prima ancora che il Principe, incontrasse le Petrovic, le foto delle due probabili sorelle candidate spose erano già state visionate da Crispi e dai due regali genitori. Le candidate non erano blasonate, ma erano una buona pedina del Crispi per un "trait d'union" con l'Est Europeo. Erano quasi povere, ma graziose. Bastava ora farli incontrare. Erano i Petrovic di religione ortodossa? nessun problema, sarebbe bastato farle abiurare.

Il principe ebbe il suo primo incontro con Elena, sua sorella e sua madre alla Biennale di Venezia del '95 (le Petrovic non vi erano andate casualmente (!?!). La madre era in cerca di un buon partito e fece di tutto per farli incontrare. Poi il Principe, Elena la rivide pochi mesi dopo, nel giugno '95 a Pietroburgo, all'incoronazione di NICOLA II; "lei fa di tutto per restare attaccata al principe" scrisse la regina di Romania. E il principe non rimase indifferente alla corte di questa ventitreenne graziosa - e alta - fanciulla; fino al punto che in quei giorni nel suo diario Vittorio Emanuele scrisse "Ho deciso! Me la sposo!". Il 18 agosto 1896, è a Cettigne a chiedere la mano di Elena al burbero padre. Il 19 ottobre i due fidanzati partirono per l'Italia diretti a Bari.

Celebrato il matrimonio -che abbiamo già accennato sopra- il principe, invece di mettersi a fare il soldato tutto casa e caserma e a dare ordini con quell'odioso tedesco che gli aveva insegnato il filo-prussiano Osio, diede sfogo ai suoi gusti personali con una vita raccolta e borghese, placida e appartata, nella sua residenza a Napoli, dov'era nato; niente vita mondana, niente caserme, niente divise e niente politica. In casa come già detto l'amore per la numismatica, poi essendo lui e la moglie grandi appassionati di viaggi, visitano la Svizzera, la Germania, la Russia, l'Inghilterra, l'Egitto, la Siria, la Palestina, la Turchia, la Grecia, la Serbia, la Romania.
In questi Paesi, a Londra, Parigi, Berlino, Pietroburgo, le visite d'obbligo lui le fa, ma occupandosi allora i sovrani attivamente di politica estera, per ragioni di protocollo, solo loro personalmente trattavano le cose più importanti. Il Principe quindi non faceva altro - se qualche volta parlava di politica - che seguire le istruzioni del suo governo, come un qualsiasi ambasciatore. Ma anche nei successivi 12 anni non risulta che V.E. III abbia mai agito in contrasto col suo governo in fatto di politica estera. E lo poteva fare se voleva, lo Statuto Albertino glielo permetteva, era in fin dei conti l'erede.

La coppia tarderà ad avere figli. Come già ricordato sopra già si temeva che i duca d'Aosta diventassero loro gli eredi della dinastia.
Poi anche a lui dopo 5 anni, nel 1901, vennero i figli. Prima due femmine poi il tanto atteso erede maschio, Umberto, poi ancora due femmine.
Ha quindi inizio la vera storia di Vittorio Emanuele III. Con la sua discendenza, la sua partecipazione nella politica, e soprattutto la sua costante presenza nella vita militare del Paese (proprio lui che non era un soldato ebbe la nomina di "Re soldato").

Dovremmo occuparci di questo importante mutamento della politica italiana, e in quella militare, che inizia storicamente il 4 febbraio 1901, ma tralasciamo questi avvenimenti, che troviamo molto ben descritti in...
GIOLITTI, MEMORIE DELLA MIA VITA (integrale) 627 pagine > > >
ed anche la Cronaca, i Bollettini, le Immagini della .....
PRIMA GUERRA MONDIALE > > >

Qui andiamo subito al primo dopoguerra. Dopo la famosa "vittoria mutilata", e l'ascesa di Mussolini.

ANNI 1922 - 1925 - questa prima fase può essere definita, da un punto di vista istituzionale, come pseudo-parlamentare: le istituzioni tipiche del periodo statutario continuano a sopravvivere ma perdevano sempre più le loro funzioni ed il loro ruolo di baluardo della democrazia (piuttosto vaga, anarcoide o apatica; ma erano deficienze che erano dentro tutti i partiti).

Vennero così gettate le basi per una repentina evoluzione del fascismo in "REGIME"; basti pensare alla legge “Acerbo”, la nuova legge elettorale che prevedeva l’acquisizione dei 2/3 dei seggi alla lista che avesse ottenuto il 25% dei voti validi, o fatto ancora più clamoroso, l’assassinio del deputato socialista Matteotti che in parlamento aveva osato denunciare le irregolarità della consultazione del 1924.

(REGIME - Il Lessico Universale Italiano il sostantivo regime lo indica come un governo "monarchico, assoluto, dittatoriale" e "per estensione" anche  "democratico". Mentre lo Zingarelli "forma di governo, sistema politico" e spregiativamente per atonomasia, come "governo autoritario, dittatoriale".
Mentre nella Nuova Enciclopedia Italiana, di Boccardo, della Utet, scrive che regime "in genere significa sistema di condotta e di governo". Del resto già Toqueville lo indicava come un complesso di norme, relazioni e comportamenti che abbracciavano sia lo stato che la società civile.
Quello di Mussolini è appunto quest'ultimo, aggiungendovi "la disciplina"; con le buone o con le cattive. "Gli uomini devono essere guidati, da soli non sono capaci di andare da nessuna parte. Anche Napoleone mi ha deluso, si fidò troppo degli uomini!"
Mussolini lo interpretò nel senso medico, "mettere a regime", come dare una ripugnante medicina per guarire dentro la società mali molto seri; cioè purgare quegli italiani ribelli. Qualcuno lo prese proprio alla lettera quando iniziarono a dare l'olio di ricino. Poi Farinacci la formalizzò questo "regime e disciplina", quando iniziò a intitolare il suo giornale non più Cremona Nuova, ma Il Regime fascista, che divenne così una dottrina. Mentre Starace il "regime" lo trasformò in "vangelo", con i suoi riti, celebrazioni, il decalogo e i precetti e anche con le "buffonate". 
Una disciplina imposta anche da una "Milizia volontaria per la sicurezza nazionale" la cui istituzione (attenzione!) fu creata con un REGIO DECRETO DI VITTORIO EMANUELE III; decreto (il n. 31) del 14 gennaio 1923. Un corpo armato regolare composto metà da squadristi di partito e metà statale.
Durante la crisi Matteotti, le sue funzioni (di guardia armata) furono sanzionate con un giuramento di fedeltà al RE VITTORIO EMANUELE III, e non davanti a Mussolini.
Camillo Pellizzi giustamente scriverà "Non si è trattato di una milizia che giurava al Re, ma del Re che riceveva e accettava il giuramento" (A. Aquarone 1965).
E le guardie armate del Re dove andarono a finire? Sotto Mussolini !!

La MILIZIA fu una delle principali istituzioni del "regime". Nella memoria collettiva, la violenza illegale è rimasta impressa in modo vivo e aspro nella successiva opera di repressione assolutamente  legale, cioè esercitata da organi statali che si considerarono legittimi depositari del monopolio della forza coercitiva; con tutta una serie di misure nel quadro di un perfezionamento di uno stato di polizia, che non è ancora uno stato autoritario e tanto meno  totalitario, ma che ne costituisce il necessario ingrediente sia dell'uno che dell'altro. (Certamente fin dall'inizio decisamente Stato Autoritario, visto che questo iniziò quasi subito; basti ricordare che il 15 luglio del 1923, un altro regio decreto (il n. 3288) firmato sempre dal RE VITTORIO EMANUELE III, prendeva provvedimenti contro la libertà di stampa.
Che il RE perfezionò con un altro decreto ancora più duro, il 31 dicembre 1925 (n. 2307), e nel 1926 (legge n. 108 del gennaio) contro i fuoriusciti (privazione della cittadinanza, confisca dei beni, ecc) infine l'istituzione del tribunale speciale per la difesa dello stato (25 novembre 1926, n.2008) prima ancora del codice Rocco del 1930. Un giro di vite insomma.
"Quando mancasse il consenso, c'è la forza. Per tutti i provvedimenti anche i più duri che il Governo prenderà , metteremo i cittadini davanti a questo dilemma: o accettarli per alto spirito di patriottismo o subirli". (Disc. Risposta al Ministero delle Finanze, 7 marzo 1923 - S. e D., vol III, pag 82 "

L'instaurarsi del governo Mussolini ricordiamo non costituì un colpo di Stato, poiché il Re non dichiarò lo stato d'assedio e fu sempre RE VITTORIO EMANUELE III ad affidare l'incarico di formare il governo a Mussolini. Con il suo appoggio (e le sue firme sui REGI DECRETI -salvo dire che non sapeva cosa firmava, così il giudizio negativo sarebbe ancora peggio) si forma un regime autoritario, anche se  non totalitario come poi, ad esempio, il nazismo, poiché permette la sopravvivenza di altre istituzioni ed organismi e soprattutto per venti anni sopravvive la MONARCHIA SABAUDA e una CHIESA DI STATO (anzi l'ex anticlericale Mussolini opportunisticamente a quest'ultima si appoggia)

ANNI 1925 - 1929 -
E in questa seconda fase che il fascismo si trasformò definitivamente in un regime autoritario. Il punto di svolta fu rappresentato dal discorso che Mussolini tenne in parlamento il 3 gennaio 1925, nel corso del quale rivendicò la responsabilità morale e politica del delitto Matteotti ed il diritto-dovere di condurre il Paese con i metodi della repressione per eliminare le "teste calde", anche quelle dentro il suo partito. Nei giorni successivi (dopo il giuramento ricordato sopra) l’applicazione pratica di questi intendimenti non si fece attendere. I circoli politici reazionari al governo vennero chiusi, molti rappresentanti delle opposizioni incarcerati, i giornali di opposizione imbavagliati per.... il bene del Paese...
« La stampa più libera del mondo intero é la stampa italiana. Il giornalismo italiano è libero perché serve soltanto una causa e un regime; é libero perché, nell'ambito delle leggi del Regime, può esercitare, e le esercita, funzioni di controllo, di critica, di propulsione. »
(Dalle parole rivolte ai giornalisti, a Palazzo Chigi, il 10 Ottobre 1928). - VI, 250 e 251.


Nel dicembre del ‘25 fu anche approvata la legge che poneva formalmente fine al governo parlamentare, con la previsione, da un lato, della cessazione di ogni rapporto fiduciario e responsabilità politica del governo nei confronti delle Camere, e dall’altro, della completa subordinazione del Parlamento all’attività direttiva del Governo, ormai tutto Fascista. 


E’ invece del gennaio del ‘26 la legge sul potere normativo del Governo, che consentiva all’Esecutivo una amplissima possibilità di avvalersi di strumenti come i decreti-legge, le leggi delegate o i regolamenti governativi. 
Vi fu poi una legge dell’aprile del ‘26 che riservò ai soli sindacati fascisti la competenza a stipulare contratti collettivi obbligatori per tutte le categorie di lavoratori. Questi ed altri provvedimenti testimoniano di come sia stata chiara e irrefrenabile l’evoluzione verso un sistema autoritario che poi avrebbe fatto scuola anche per altri Paesi come la Germania hitleriana, la Spagna franchista ed il Portogallo di Salazar.
"Voi sapete che io non adoro la nuova divinità: la massa. E' una creazione della democrazia e del socialismo. Soltanto perchè sono molti debbono avere ragione?. Niente affatto. Si verifica spesso l'opposto, cioè che il numero è contrario alla ragione. (Intervista rilasciata a Ludwig, 1928, pag 197)

1930 - Inizia la fase di consolidamento del regime e soprattutto nella personalizzazione come Duce. Mussolini spesso riservava a se stesso, oltre alla carica di capo del Governo e di Duce del Fascismo, anche alcuni Ministeri chiave, con il RE VITTORIO EMANUELE III sempre pronto ad avallare qualsiasi sua decisione. Va infatti sfatata l’idea che il fascismo sia consistito in un regime dittatoriale che vessava una popolazione anelante la democrazia, la libertà e la difesa del Diritto.

La realtà è che la grande maggioranza del "popolo" italiano, o meglio la classe borghese, i nobili decaduti, i militari, gli industriali tutti del ventennio furono consenzienti o, per lo meno, non contrari al tentativo di risolvere gli endemici problemi nazionali con la scorciatoia del totalitarismo.

E il POPOLO? Ci dice Mussolini chi è il POPOLO.

" ....il popolo non fu mai definito. È una entità meramente astratta, come entità politica. Non si sa dove cominci esattamente, né dove finisca. L'aggettivo di sovrano applicato al popolo è una tragica burla. Il popolo tutto al più, delega, ma non può certo esercitare sovranità alcuna.... I sistemi rappresentativi appartengono più alla meccanica che alla morale.... Al popolo non resta che un monosillabo per affermare e obbedire. La sovranità gli viene lasciata solo quando è innocua o è reputata tale, cioè nei momenti di ordinaria amministrazione....quando gli interessi supremi di un popolo sono in gioco, anche i Governi ultrademocratici si guardano bene dal rimetterli al giudizio del popolo stesso.
(Mussolini, in Preludio al Machiavelli, in Gerarchia dell'aprile 1924. S.e.D., vol. IV, pagg. 109- 110).

Con la riforma elettorale che sostituiva le elezioni con il plebiscito, con il successo dei Patti Lateranensi, con lo scioglimento delle organizzazioni giovanili, con la riforma della scuola (libro di testo unico), con le direttive sulla stampa e sulla radio, con i primi studi di Rocco sulle corporazioni, con il sindacato unico, ecc. ecc. inizia dal 1928-29 quel processo di consolidamento progressivo del Fascismo. Mussolini comincia a gestire il potere in modo sempre più totalitario.
Ovviamente non è solo !
ma ha l'aiuto di "collaboratori" e "fervidi assertori del fascismo". Principi 6, Conti 45, Duca 4, Marchesi 15, Nobili 18, Professori 182, Avvocati 182, Militari 65, Commendatori e Cavalieri del Regno 280. Scrittori -giornalisti 26.---- La loro età: oltre 60 anni 211, da 50 a 60 anni 53, da 40 a 50 anni 280, da 30 a 40 anni 210, inferiori a 30 anni: giovani attivisti - pochi - solo 32 !!.

Nasce, insomma, il "Regime", che gli italiani importanti appoggiarono e a loro volta ricevettero benefici.
- Vedi ....
MUSSOLINI: I MIEI 2000 PIU' FERVIDI ASSERTORI (quanta bella gente! ) >


RICAPITOLIAMO E ANTICIPIAMO dall'inizio alla fine questo percorso globale: La situazione politica ed economica dell’Italia nel primo dopoguerra era caratterizzata da una forte insoddisfazione diffusa e generalizzata; gli operai erano delusi dalle politiche dei sindacati e dei socialisti, gli imprenditori dai liberali ed i reduci della guerra da uno Stato che accusavano di averli dimenticati. Il principale beneficiario di tale situazione fu, fin dal 1919, il movimento fascista guidato da Benito Mussolini che si strutturerà in partito solo nel 1921. Dopo essere entrato in Parlamento grazie all’accordo coi liberali, nel 1922 Mussolini ordinò ai suoi seguaci di attuare la famosa “marcia su Roma” - "Se non ci danno il governo, ce lo prenderemo" aveva minacciato in un discorso da Napoli qualche settimana prima.

Da ogni parte d'Italia convergono il 28 OTTOBRE su Roma le squadre fasciste con la guida, la logistica militare e la regia dei "quadrumviri" DE BONO, BALBO, DE VECCHI e BIANCHI.... qui sotto nella foto

.... che il giorno prima sono stati segretamente a pranzo dalla regina Margherita (madre di Vittorio Emanuele III ( !!!!! ).
A finanziare la Marcia hanno provveduto (come a San Sepolcro quando nacque il Fascismo) i grandi industriali. Mussolini non é solo! e non ha le spalle coperte soltanto da giovani attivisti esagitati (gli "arditi" - come abbiamo visto sopra - pochi, solo 30), ma ha la copertura di potenti borghesi, riuniti nei consigli di amministrazioni di banche e grosse società; quelli cioè che contano nel Paese!

Si tenta a Roma l'ultima carta, chiamare GIOLITTI; ma l'abile uomo politico, che dava la sensazione di sicurezza e stabilità a ogni prefetto d'Italia, a Dronero stava celebrando il suo 80mo compleanno (vedi le sue Memorie, citate sopra). Tuttavia nel caos generale procurato dagli assembramenti nelle stazioni di ogni città, forse lui comunque non sarebbe mai arrivato a Roma. Alcune guardie regie per fermare gli "invasori" avevano fatto saltare i binari delle ferrovie; così bloccarono l'eventuale arrivo di Giolitti (Mussolini a cose fatte confesserà e riconoscerà con tutta onestà che "se c'era Giolitti a Roma le cose non sarebbero andate così lisce") (a Fiume, D'Annunzio e i suoi, per farli sloggiare Giolitti ordinò di prenderli a cannonate).

Il 28 OTTOBRE Roma è assediata da 25.000 fascisti, con 28.000 soldati chiamati a difendere la capitale. Il clima è allucinante, da insurrezione, l'esercito sbarra le porte di Roma anche se non sa ancora cosa fare e come dovrà reagire. Si vuole dare alle stampe l'ordine di "Stato d'assedio" preparato da FACTA, ma nessuno sa come si stende un decreto di stato d'assedio, si rimedia nell'archivio, se ne trova uno del 1898 di Umberto (quello di Beccaris a Milano). Ma manca solo la firma del Re.

VITTTORIO EMANUELE III, molto agitato non ha dormito, si è consultato tutta la notte con i suoi generali quale linea adottare. Se firma scatena una guerra civile? E dell'esercito ci si può fidare? Gli risponde DIAZ, "nel dubbio è meglio non provare", gli fa eco PECORI GILARDI "meglio non fare l'esperimento, se va male non finisce solo il governo, ma anche la monarchia e tutto il suo esercito". Il Re nel sentire queste parole, non firma (trema) anzi invia a Mussolini il telegramma con l'invito di recarsi a Roma per conferire.

A Milano MUSSOLINI vive l'attesa, "su una graticola". Dalla capitale apprende che "il RE VITTORIO EMANUELE III non ha firmato" lo stato d'assedio, anzi lo ha invitato a Roma; gli anticipano il contenuto del telegramma. Sa di avercela fatta, si precipita fuori a raccomandarsi di non causare incidenti: "Se ci scappa ora un solo morto siamo finiti", e nell'esultanza per pochissimo non finisce lui morto, uno squadrista nell'euforia inciampando nelle barricate fa partire un colpo che gli sfiora l'orecchio. La frase di Mussolini all'indirizzo di questo tale é irripetibile...... Bastava un centimetro e il fascismo finiva lì !

L'arrivo a Roma é trionfale. Raggiungono la capitale altri 42.000 fascisti. Mussolini si presenta al RE VITTORIO EMANUELE III come "un fedele servitore", e lui attuando uno stravolgimento delle norme costituzionali vigenti, lo incaricò di formare il nuovo governo, che fu di coalizione con i popolari ed i liberali moderati, a cui si opposero le sinistre ed alcuni liberaldemocratici come Francesco Saverio Nitti e Giovanni Amendola. 

Per Mussolini inizia la sua apoteosi.

Lasciamo a NENNI, non di parte, la cronaca di queste ore : "Il Re e la regina sono al balcone, con i suoi generali, sotto sfilano 70.000 camice nere. In testa il Duce, ieri capo di bande insorte, oggi presidente del Consiglio.
Grida come gli altri , VIVA IL RE!!
Passano le sue squadre che hanno seminato terrore nel Paese e gridano anche loro, VIVA IL RE!! Passa la squadra della Lomellina con in testa una contessa che ha diretto le squadre punitive e ora manda baci ai reali sulla punta delle dita, gridando VIVA LA REGINA !
In Via Seminario una catasta di libri brucia; sono quelli di Marx e di Lenin. I benpensanti sono unanimi nel lodare il tatto di Mussolini quando rimanda a casa i suoi "sovversivi".
Hanno sfilato per sei ore e quarantasei minuti. Da stasera, intanto, ogni provincia ha il suo "Mussolini", cioè ogni villaggio ha il suo ras. La legalità e l'autorità sono calpestate. Ogni fascista da oggi si crede autorizzato a dettare legge
".
E' nata la dottrina fascista, dove Mussolini la riassume in una formula "Niente all'infuori di me, niente contro di me".


"Regimi democratici possono essere definiti quelli nei quali, di tanto in tanto, si dà al popolo l'illusione di essere sovrano. (Da "Dottrina del fascismo" e S.e D., vol. VIII, pag 79-80)
"Quando mancasse il consenso, c'è la forza. Per tutti i provvedimenti anche i più duri che il Governo prenderà , metteremo i cittadini davanti a questo dilemma: o accettarli per alto spirito di patriottismo o subirli". (Disc. Risposta al Ministero delle Finanze, 7 marzo 1923 - S. e D., vol III, pag 82

MUSSOLINI formato il suo Governo, si presenta alla Camera il 16 NOVEMBRE per ottenere la fiducia. Con un discorso mette l'accento sulla sua condotta passata e futura. "Potevo fare di quest'aula sorda e grigia un bivacco di manipoli. Potevo sprangare il Parlamento e costituire un governo esclusivamente di fascisti. Potevo, ma non ho, almeno in questo primo tempo, voluto". E prosegue "il mio governo come politica interna si riassume nella triade, economia, ordine e disciplina. Nella politica estera dignità e difesa degli interessi nazionali, altrimenti seguiremo altri percorsi".
Gli votano a favore 316, contro 116, astenuti 7. Fra i favorevoli i popolari e i liberali, con DON STURZO, DE GASPERI, GRONCHI, GIOLITTI, BONOMI, MEDA, ORLANDO e SALANDRA.
Tutti questi . per il momento - credono che sia il male minore.

MUSSOLINI non é ancora contento. Il 24 NOVEMBRE chiede pieni poteri per un anno intero, "allo scopo di ristabilire l'ordine e avere piena liberta' di azione in materia economica e amministrativa".
La Camera a larghissima maggioranza approva. La legge è pubblicata il 3 dicembre, e di fatto la stessa Camera si esautora da sola. Mussolini ora può emanare provvedimenti legislativi in piena libertà. Glielo hanno concesso!! (solo dopo recrimineranno!!!)

E VITTORIO EMANUELE cosa fa? Sta zitto. Acconsente.

Nel 1924 alcuni  fascisti (che M. chiamò "teste calde") uccisero l’onorevole socialista Giacomo Matteotti che aveva denunciato i brogli commessi dagli uomini del Duce (così si faceva ormai già chiamare Mussolini) nelle precedenti consultazioni elettorali. Ciò provocò la crisi del governo di coalizione ed il ritiro delle opposizioni dal Parlamento (Aventino); a quel punto Mussolini sciolse tutte le opposizioni ed attuò provvedimenti eccezionali che stroncarono ogni dissenso facendo delle vittime illustri tra le quali si ricordano Don Sturzo, A. Gramsci, don A. Minzoni, P. Gobetti e G. Amendola.
Era nato il regime.
E VITTORIO EMANUELE cosa fa? Sta zitto. Acconsente.

In campo economico si ebbe una politica “corporativa” che pose fine alla libera concorrenza tra le parti sociali sottomettendo gli interessi dei più deboli a quelli dei più forti. Gli anni ’30 segnarono il consolidamento del regime e l’inizio dell’esperienza coloniale in Africa a cui seguì la costituzione dell’Impero.
E VITTORIO EMANUELE cosa fa? E' contento, è diventato IMPERATORE !!!

Sempre in politica estera si assistette all’alleanza organica con la Germania (Asse Roma-Berlino, Patto d’Acciaio, ecc.) che furono poi alla base della "sgradita" entrata nel II conflitto mondiale nel 1940 da parte dell’Italia mussoliniana con i soldati italiani a far guerra in Francia, Grecia, Africa, Russia.

"Sgradita" perchè non si citava nel "Patto" se era previsto un aiuto solo nella difesa o se si doveva essere comunque legati anche in caso di offesa. Ma il punto 3 parlava chiaro. In pratica Mussolini si vincola praticamente ad entrare in guerra a fianco della Germania qualora questa scateni un conflitto a un'altra potenza, e dovrà sostenerla con tutte le sue forze militari, di terra, di  mare e dell'aria.
Poi c'é un'altra clausola al punto 5: i due rispettivi Stati in ogni caso si impegnano a non avanzare richieste di armistizio o di pace separata; quindi chiara la necessità di agire sempre in un modo concordato per raggiungere l'obiettivo finale: quello di "assicurarsi i reciproci e necessari spazi vitali" (sarà questa clausola n. 5 che farà chiamare traditori gli italiani, l'8 settembre '43)
CIANO  era perplesso, già poco convinto dei tedeschi,  vorrebbe che almeno si mettesse a verbale che non scatenino una guerra per almeno tre anni visto che l'Italia non é preparata.
(ma ne parleremo più avanti)

I successivi rovesci militari portarono poi alla destituzione del Duce da parte del Re nel 1943. Il nuovo Capo del Governo fu il Maresciallo d’Italia Pietro Badoglio che, firmato l’8 settembre 1943 l’armistizio con gli anglo-americani, dichiarò guerra alla Germania. Le truppe tedesche invasero il Nord Italia dove si formò una Repubblica fantoccio retta da Mussolini per conto dei suoi alleati nazisti che furono artefici di atti di inaudita violenza.
Mussolini ed il fascismo caddero definitivamente il 25 aprile 1945, e lui fucilato a Dongo, quando, ad opera dei partigiani e degli alleati, l’intera penisola fu liberata e si giunse ad un regime democratico e repubblicano che aveva il difficile e poco invidiabile compito di far dimenticare il fascismo responsabile di tre guerre.
Un ruolo importante nella lotta al nazismo lo diedero i vari movimenti della Resistenza che si ponevano l’obiettivo di liberare i rispettivi Paesi e, nel caso dell’Italia e della Germania che erano le nazioni responsabili della guerra, i movimenti partigiani rappresentarono una pagina di riscatto nazionale che servì ad allontanare il ricordo degli anni bui della dittatura ed a porre le basi di un nuovo e democratico sviluppo politico e sociale.

MA TORNIAMO ALL'ANNO 1922

E' l'anno dove già al suo inizio si avvertono gli ultimi rantoli di quello Stato liberale borghese nato con l'Unita' d'Italia il 27 gennaio 1861.
Da allora non vi erano stati profondi cambiamenti nonostante  il suffragio universale esteso  nel 1919 a 10.235.874 di cittadini  aventi diritti al voto per eleggere nuovi deputati in grado di essere attenti alle mutazioni della società che erano in corso da alcuni anni, e soprattutto dopo la fine della 1a G.M.

Alla prima elezione di quel suffragio del 1861 vi avevano partecipato solo 239.583 cittadini, lo 0,9 % dell'intera popolazione italiana (e non saranno molto diverse le altre votazioni fino al 1870). Non certo erano delle elezione democratiche visto che 1 cittadino aveva deciso la sorte di 107 altri cittadini. Inoltre era stato escluso l' intero meridione bollato di "brigantaggio". (Questi - soprattutto a Napoli- avevano avuto il torto di voler difendere ad ogni costo il proprio sovrano - i Borboni-  del resto i soldati e gli ufficiali a lui avevano giurato fedeltà - cos'altro dovevano fare? Un 8 settembre '43?) mentre quelli in Sicilia- avevano sperato in una indipendenza dell'isola non volevano un altro Re..

Votazioni anno 1861 dunque di censo; cittadini onorabili, borghesi, che avevano dato con 350 deputati su 443, l'appoggio al Conte di Cavour. Lui il propugnatore di una politica liberistica ma tutta piemontese, che aveva  spinto GIUSEPPE GARIBALDI alla "rivoluzione" nazionale. Utilizzandolo con grande opportunismo raccolse poi i frutti e lo invitò a lasciare alla monarchia sabauda il compito "di concludere".
Al Re sabaudo, Cavour gli assicurava, con la prima legge votata dal Parlamento (per acclamazione) il 14 marzo 1851, il titolo di Re d'Italia a lui e i suoi discendenti. 
Non era stato un titolo concesso "per provvidenza divina e per voto della nazione", perché tale formula fu scritta, ma poi fu subito cancellata.
Con la Chiesa si voleva dare un taglio, e con il passato anche con le "formule" e per quanto riguardava il voto della Nazione si evitò di citarlo, vista che quel voto era stato dato da una piccolissima minoranza. Del resto le altre regioni avevano sì votato con il plebiscito richiesto, ma erano convinte di andare incontro a una propria autonomia, non a una "annessione". Che in sostanza li poneva sotto un vero e proprio dominio sotto le istituzioni sabaude. (la lapide posta a Venezia, dice "..unione al regno d'Italia SOTTO il governo monarchico sabaudo". Quel "sotto" rimase indigesto a molti.

Il Parlamento, quello del 1861, 1865, 1867 e 1870, viene espresso e formato con un voto del censo.  Formato da personaggi della grande borghesia agraria di ceto aristocratico con nobili natali e da una élite di notabili  o della casta militare, che subito si era riciclata (il trasformismo nacque in questi anni) nel nuovo ordine di cose, con una aristocrazia piuttosto apostata su religione, feudalesimo e diritto divino.
Infatti, fra i deputati eletti, 85 erano principi, duchi, marchesi, baroni, conti; 28 erano alti ufficiali dell'esercito regio; 52 medici, notai e professori, di cui nessuno apparentemente, nelle elezioni del 1870, si professò cattolico dopo il veto del Papa di non far partecipare i cattolici alla vita politica del "nuovo" Paese; la cui occupazione Pio IX considerava "ingiusta, violenta, nulla e invalida", un "sopruso" fatto da "un bandito" "alla testa di criminali".

Si considerò prigioniero e scomunicò il Re d'Italia e tutti coloro che avevano perpetrato l'usurpazione dello Stato Pontificio. Ribadì l'opposizione della Chiesa al liberalismo, e vietò con il suo no expedit, la partecipazione al voto, con il tassativo ordine - (nelle formazioni cristiane) - "ne' eletti , ne' elettori".

Se dunque liberista fu da quel momento l'indirizzo della politica economica, rimaneva però sempre centralizzato il sistema politico amministrativo, conservatore, di stampo feudale, nobiliare, latifondista e militare, che si trascinò  buona parte fino a questo anno 1922, dove troviamo un'Italia profondamente cambiata, con svolte che stanno affermando di fatto  nuove linee di sviluppo economico, sociale e politico con la nuova borghesia capitalistica che, quasi nata e formatasi nell'età giolittiana (variegata, spesso di origine anche modesta) si era poi potenziata nel periodo della guerra e si trovava ora a mettere in gioco tutto il suo avvenire imprenditoriale.

Insomma lo spettro che si aggirava era il socialismo, predicato da anni, che però ora - nel dopoguerra - non era più una teoria astratta com'era negli ultimi anni dell'Ottocento, o quella che nei primi anni del secolo aveva disordinatamente coagulato le masse, ora era divenuta una realtà, "aveva sfondato" con la Rivoluzione, e non in un piccolo paese, ma aveva spazzato via un Impero, quello Russo, che nell'immaginario collettivo popolare di quei tempi era come dire l'America di oggi, cioè la più grande e solida potenza mondiale; nella considerazione di molti, rispetto ad altre nazioni,  la Russia dava l'impressione di non avere confini, che era immensa e che possedeva ricchezze enormi, non ancora sfruttate.
Dagli Zar, l'Europa, e anche l'Italia, prima e dopo le guerre d'Indipendenza, importavano molte derrate alimentari. Basti dire che nel periodo austro lombardo-veneto, a Milano come a Vienna si confezionava il pane con la farina del  grano dell'Ucraina, considerato il granaio del continente (ancora quando partirono gli italiani per la Russia nel 1942 Mussolini sbandierò l'idea che si andava alla conquista del "granaio d'Europa").

Il nuovo corso dato alla politica dal fascismo mussoliniano contribuì non poco ad allontanare queste paure, per molti erano vere angosce, raffigurate da spettri che si trascinava dietro  la vecchia borghesia (con quella mentalità ancora arcaica: la paura di perdere i possedimenti terrieri), e negli ultimi anni anche quella  nuova, quella industriale (che ha davanti a sé la stessa paura: quella bolscevica, l'espropriazione delle fabbriche, dei mezzi di produzione). Quest'ultima categoria non ha ancora in mano il vecchio  potere liberal-feudale liberal-borghese tuttora presente;  non ha la forza politica, non ha le masse, ma  ha (questo non lo dimentica ed è la nuova forza) il capitale, ha soldi in contanti. Solo con i denari può difendere i propri interessi; e può permettersi di pagare chi queste masse è capace con la demagogia, il populismo, di riunire e guidare con i mezzi che il nuovo capitalismo ritiene più appropriati (e che saranno proprio loro a indicare).
(la stessa identica cosa (con i cartelli industriali) avverrà fra qualche anno nell'ascesa di Hitler vedi biografia > ).
Era dunque una lotta per l'esistenza contro un nemico ancora indefinibile ma presente. O iniziare la lotta con delle forze in campo per opporsi o perire (ma queste forze dove trovarle?); la scelta dunque non aveva altre alternative.

Quel Parlamento del 1861 era nato con le idee liberali di CAVOUR, poi subito dopo morto lui, era proseguito fra mille difficoltà con i conservatori e poi era arrivato alla spregiudicatezza del primo GIOLITTI (l'"eta' giolittiana") che indipendentemente dal suo ruolo, ha, dopo (con il figlio Vitt. Eman. III), un'importanza centrale nella storia d'Italia, perché sono anni in cui vengono superate le tendenze autoritarie di fine secolo, con i primi governi progressisti che diedero inizio allo sviluppo dello stato moderno e vita alla maturazione industriale di un paese.
Una mutazione con i primi "nodi inestricabili " sociali e politici nati in parallelo, che lo stesso Giolitti, a inizio degli anni venti, ormai ottantenne, non seppe con tutta la sua abilità politica risolvere, quando a cinque giorni dalla marcia su Roma delle squadre di MUSSOLINI, fu chiamato per l'impossibile mediazione di "tre mondi" diversi che si erano scontrati negli ultimi due anni.

Il primo mondo era andato completamente distrutto, ed era il suo "quello giolittiano" (la fragile democrazia liberale); mentre il secondo,  il Socialismo (col"biennio rosso") era iniziato (colpa dello stesso Giolitti)  a cadere a pezzi con l'attacco di MUSSOLINI ormai appoggiato dalla nuova borghesia. Dunque l'alternativa sia per le masse che per i produttori era solo il terzo: il Fascismo. O meglio prorpio Mussolini, che aveva intuito che cosa stavano aspettando gli italiani. E agì. Ma solo non era!! Aveva "i 2000 miei fervidi assertori" (leggere per credere!! Quanta "bella gente" c'era!!)

Un movimento politico con  un leader sempre più impetuoso non sta in piedi a lungo -per vent'anni- se non ha anche un forte appoggio dell'intero paese che conta. La dittatura la si può esercitare solo quando c'è l'appoggio della grande borghesia, che gestisce i mezzi d'informazione, la produzione, condiziona il mercato, interno ed estero, l'occupazione, quindi tutta la vita economica. Ed è quello che accadde durante il ventennio con "i 2000 fervidi assertori".

Poi c'era il popolo; e come abbiamo già scritto a inizio anno, non era una popolazione che anelava democrazia, libertà, difesa del Diritto. Anzi la grande maggioranza - delusa dai gretti politici - anelava le scorciatoie, voleva un uomo forte; riteneva che solo questi poteva risolvere gli endemici problemi nazionali.
Volevano che cacciasse tutti i parassiti, come aveva promesso di fare.

Lo Stato Borghese con idee liberali era nato con CAVOUR ma moriva dopo 61 anni con GIOLITTI, che, scherzo del destino, morirà proprio a Cavour (Paese)
Fu il momento piu' critico dell'Italia. Troviamo  esautorato Giolitti (eppure con la sua politica si era guadagnato l'appoggio dei socialisti moderati e alla classe lavoratrice organizzata aveva concesso non pochi benefici) e assieme a lui troviamo esautorato anche il vecchio Stato borghese.
Due  mondi, uno nuovo e uno vecchio, impegnati  (senza una linea ben precisa, compatta) a contrapporsi in una lotta senza fine con il risultato che le migliori energie le spesero all'interno degli stessi raggruppamenti e non fuori; esempio la scissione dei socialisti (nacquero i comunisti) e dei cattolici (il più mite De Gasperi fu scelto al posto di Don Sturzo "il prete ribelle"),  per accennare a quelle più rilevanti; e che determinarono e favorirono enormemente l'ascesa di Mussolini.

Da solo? NO consenziente la stragrande maggioranza degli italiani.
1° motivo: il popolo, i molti interventi sociali come pensioni, previdenze, sanità, scuole, sport, ecc.
2° motivo: la nuova classe emergente si liberava dagli intoppi sindacali, di quelli burocratici, per fare impresa, produzione, business.

Uno di questi raggruppamenti in crisi, è il SOCIALISMO, ormai (al pari della vecchia borghesia) anche questo vecchio e antiquato per i tempi, che non ha la forza e l'intuito sufficiente per realizzare un mutamento sociale. La sua presunzione di rappresentare una forza, quella proletaria, che é fatta però solo di ideologia, gli fa promuovere e scatenare scioperi selvaggi,  sabotaggi, occupazioni delle fabbriche, serrate degli industriali, assalti ai forni, che finiscono spesso con morti. Manifestazioni che dividono loro più che unire gli altri; infatti dopo i fallimenti di queste azioni -non coordinate- c'è lo strascico delle polemiche che danno origine a contrasti sempre più insanabili proprio all'interno della sinistra, che alal fine si sfascia.

Così operando, non cercando nessun dialogo, le correnti si spaccano pro e contro su ogni cosa - voto, scioperi, scuola, occupazione, orari, parità con la donna; seminano inquietudine  nella classe politica e crea nervosismo fra coloro che questo stato di cose hanno sempre sostenuto, i latifondisti che sono ora minacciati dall'espropriazione delle terre; e nel vedere questa vera e propria anarchia non sono per nulla sereni, anzi molto preoccupati.
Poi ad essere preoccupata non poco era anche la nuova classe societaria industriale e finanziaria che va sempre più emergendo;  appena nata- (come se non bastassero i lacci e lacciuoli dell'antiquato Stato)  è ora minacciata di espropriazione delle fabbriche, come in Russia.

La minaccia è reale, perchè è in atto  una rivoluzione violenta il cui obiettivo da raggiungere  per alcuni socialisti che  promuovono questi disordini (ora anche i comunisti massimalisti ancora più vioenti) é il (piuttosto vago - perchè poco e nulla si sa) modello russo, senza che la vecchia classe politica sia capace di arginare, fermare, iniziare il pur minimo dialogo; infatti, questa é lacerata al suo interno nella stessa misura e criticità dei suoi (poco ascoltati) interlocutori ribelli. Entrambe animano, sobillano e danno alle piazze, direttive contraddittorie, confuse. I primi con le rivolte, i secondi -la classe politica- mandando l'esercito a stroncarle senza chiedersi il perchè di queste rivolte.

L'altra forza nuova, é il FASCISMO che si contrappone ad un partito socialista ormai "vecchio" che vorrebbe sì essere riformista ma ha perso il contatto con le masse, non ha capito (lo dirà proprio Nenni in seguito) il "nuovo"..."non ha saputo cogliere l'occasione storica".

I tempi sono infatti mutati. Gli industriali volano in Inghilterra, in Francia, in America, dove si sta respirando da inizio secolo aria nuova, si sta ballando il vivace charleston, il simbolo di un dinamismo e di un mutamento epocale di un'intera società con una nuova generazione che si sta affacciando alla civiltà dei consumi. Prima la si ignorava, dopo l'arrivo in Europa, degli americani il loro stile di vita si impose come un modello trionfante di benessere e di progresso e influenzò notevolmente anche la società europea, che ne adottò molte mode ed abitudini. Piaceri e delizie anche futili diventarono per la gioventù europea i simboli della modernità. Non apparivano più come un miraggio, non erano favole, ma esistevano davvero, era la realtà.

Mentre della Russia si parlava di cose strabilianti, ma nessuno le aveva mai viste, dell'America invece c'erano i giornali, le riviste, i tanti prodotti che stavano invadendo l'Europa. E che dire del  ballo del charleston, della musica jazz, del whisky, i film, le riviste patinate che erano sì in inglese ma le foto erano eloquenti anche agli analfabeti. Erano queste cose futili, ma psicologicamente esprimevano libertà, gioia di vivere, spensieratezza e opulenza.

L'organizzazione scientifica del lavoro con il taylorismo (la catena di montaggio) stava accrescendo le capacità produttive del lavoro umano che promuoveva lo sviluppo del mercato di massa, che pur criticato, si disse, era una conquista irrinunciabile, se non a prezzo di un drastico abbassamento del livello di vita. (la demotivazione fabbrica-cottimo, verrà molto tempo dopo, e solo quando il benessere sarà diffuso, allargato ad ogni ceto, compreso quello operaio italiano, che negli anni '70 si permise anche il lusso di fare assenteismo nella misura del 40% (Alfa Romeo) in occasione di una partita di calcio. La media comunque, alla Fiat era del 24-27% giornaliera nel corso dell'intero anno).

Era quello degli anni venti, il mutamento epocale di una parte della società occidentale, che stava salendo la montagna del liberismo, e dalla cima, osservava il mondo a 360 gradi. Alcuni iniziarono a camminare e a girare in lungo e in largo sulla cima, guardandosi attorno. L'Italia era in ritardo di un ventennio, era rimasta ancora nelle colline, nelle valli dell'industria manifatturiere biellesi con i lavoratori bambini o arroccata nella pianura padana con una civiltà contadina arcaica, senza trattori, concimi, razionalità, programmazione, senza indicazioni di mercato interno ed estero. Tutto era stato lasciato all'intraprendenza e alla speculazione di qualche isolato, ma forte, ricco e furbo imprenditore.

Questi avevano recuperato molto terreno nella guerra, Es. i grandi impianti siderurgici e metalmeccanici erano stati potenziati in soli quattro anni di dieci volte, l'Ansaldo era passata da 5000 dipendenti ai 50.000, la Fiat altrettanto. Erano nati nel periodo bellico 1976 stabilimenti con un milione di addetti. Finita la guerra però, la riconversione non fu lenta solo per motivi logistici e finanziari, ma fu lenta perché non si sapeva cosa produrre dentro un mercato dove la domanda non esisteva affatto, i soldi non circolavano e il consumatore italiano era ancora tutto da inventare.
Le indicazioni c'erano, gli esempi d'oltreoceano non mancavano, ma se era facile imitare la produzione importando il modello o le macchine, non era altrettanto semplice creare i consumatori, era sulla mentalità di questi che si doveva lavorare. Gli industriali non si arresero, abbiamo ricordato che "volavano", a studiare più che le tecniche produttive, le nuove filosofie di mercato. E la direzione del volo era una sola: verso ovest, non a est! 

A Est, l'altra filosofia, quella socialista, soprattutto in questo preciso momento storico, era invece utopistica. I socialisti italiani sia quelli rivoluzionari sia i riformisti hanno tutti in questo 1920-22 il miraggio della Rivoluzione Russa, dove si affermava, le fabbriche e le terre sono distribuite al proletariato; e mettono l'accento che il sogno della libertà, il collettivismo, l'eguaglianza è diventata finalmente una conquista reale del "popolo". Si nascondevano però i primi fallimenti. Che era poi l'incapacità di gestire l'intero apparato manageriale delle fabbriche e anche quello dell'amministrazione pubblica saldamente in mano agli ex funzionari zaristi, lentamente richiamati al potere dallo stesso Lenin.

Quelli leninisti, erano slogan. I bolscevichi livellarono in questa conquista gli individui, i mestieri, le nature, i caratteri più diversi, i melanconici e i sanguigni, i proletari e i piccoli borghesi, gli uomini di talento e i parassiti, gli sciocchi e gli intelligenti. Un livellamento con tante crepe e tanti fallimenti nel sistema, perché accanto stava nascendo la parassitaria età dell'oro degli ispettori, dei burocrati di partito, la nomenclatura retriva, e dove anche i più oculati non avevano mai visto da vicino il "nuovo", il modello occidentale,  che rappresentavano sempre con lo stereotipo del borghese grasso, rapace, disumano.
Di certo non avevano mai respirato la nuova "aria". Lo stesso LENIN che era vissuto a Londra e a Vienna un certo periodo, si limitò ad una conoscenza libresca della vita industriale, commerciale e bancaria.
In quella dell'amministrazione statale e nella vita economica la sua formula si rivelò alle prime difficoltà puramente semplicistica. Nel 1917 il motto su cui aveva insistito tanto e fatto sognare milioni di proletari, era che nessun funzionario dello Stato avesse uno stipendio superiore ad un operaio scelto: "La società sarà un solo ufficio e una sola fabbrica". Parole! Parole!

L'anno dopo, nel 1918, Lenin già deve cambiare sistema, prima che il paese sprofondasse in una paralisi totale. Fu umiliante per Lenin, dopo averli combattuti, sottostare al ricatto degli "indispensabili" specialisti "borghesi; una "classe" che non si chiamò più "burocrazia dell'autocrazia" ma "apparato del partito", ma erano sempre gli ex zaristi e proliferarono più di prima; perchè il "calzolaio"  che gli misero a fianco per imparare, dopo pochi mesi già credeva di aver capito tutto cos'era la burocrazia e cos'era l'economia e comandava lui!.

Già nel 1919 qualcosa non va'. In un manifesto coraggioso che contesta questo reazionario apparato, leggiamo: "....Invece della terra e della libertà ci hanno imposto le comunità agricole, la ceka, i commissari, gli ispettori. Noi lavoriamo notte e giorno, andiamo con le brache di tela di sacco e con le scarpe di corteccia e quelli che ci promettono un futuro brillante ci sfruttano, ci combattono, ci tolgono il grano con le armi in mano, ci requisiscono il nostro bestiame, e poi sostengono che tutto questo é per il bene del popolo".

L'osservazione del "mondo" insomma era vincolata ad un'ideologia che era salita con la rivoluzione in cima alla montagna a respirare l'aria della libertà tanto agognata, ma lo stava osservando il mondo da un solo punto di vista, e per di più quella montagna era costituita dagli scritti sempre più inutili di Marx, Lenin, Bucharim, ormai ammassati e accostati una sopra l'altro nei falò. La lotta di classe era una favola. Partoriva un mondo spettrale, oscuro, dove perfino Dio cessava di esistere.

Ritorniamo in Italia nei mesi di questo 1922. Due sono le scelte, o meglio due le realtà oggettive.
1) O la violenza bolscevica che sta distruggendo l'inizio di un mondo nuovo, spingendolo verso il baratro dell'arretratezza, E lo vedremo 70 anni dopo in tutta la sua drammaticità)
2) oppure la durezza (gli oppositori diranno "violenza")  fascista per uscire dall'anarchia, dai fantasmi e da futuri  anni di degrado politico e sociale.

"Quando mancasse il consenso, c'è la forza. Per tutti i provvedimenti anche i più duri che il Governo prenderà , metteremo i cittadini davanti a questo dilemma: o accettarli per alto spirito di patriottismo o subirli". (Mussolini, Disc. Risposta al Ministero delle Finanze, 7 marzo 1923 - S. e D., vol III, pag 82

Due rivoluzioni erano nell'aria. Entrambe violente, devastanti, come sono tutte le rivoluzioni.
S'impose la seconda e alla luce del senno del poi, (nonostante degenerasse nella dittatura, con tutto quello che poi seguì e che vedremo)
la più salutare risultò proprio questa, e  con una buona dose di chiaroveggenza.
Perfino quando negli Usa nel '29 col il crollo di Wall Street ci fu la "grande recessione", e diede l'impressione che il capitalismo era finito. Molti Paesi si chiesero qual'era la svolta migliore: Il Comunismo Russo o il Fascismo italiano?

Infatti, Mussolini, unica voce ottimista, l'unico con un'idea lucida, in un panorama ottuso (la distorta visione socialista stalinista) intuì che "il socialismo era crollato, l'Internazionalismo caduto, la lotta di classe era una favola e che la rivoluzione bolscevica avrebbe portato al disastro l'economia russa".
E In Italia? " I socialisti se si contano sapranno che sono troppo pochi per fare una vera rivoluzione". E parlava un ex socialista come lui.
Era questo già il preambolo che aveva fatto nella sala riunione, quando il 7 dicembre diede vita al suo PNF.

Non sfuggì quindi alla piccola borghesia pubblica e privata, ai commercianti, al capitale finanziario e industriale, ai proprietari terrieri, e anche ai tantissimi mezzadri padani, che la sua non era una rivoluzione "anticapitalistica", e quindi finì per diventare il PNF, ma soprattutto Mussolini stesso, punto di riferimento, tanto che ne divennero i finanziatori in funzione antibolscevica.
Mussolini al suo giornale -Il Popolo d'Italia- aveva cambiato il sottotitolo. Da quotidiano socialista -dopo aver ricevuto ulteriori finanziamenti di industriali "siderurgici"-  lo aveva sottotitolato  "Quotidiano dei combattenti e dei produttori". Il patto con gli industriali era ormai senza sottintesi.

Quando ci fu questa netta svolta a destra, così i grandi quotidiani la salutarono:
ALBERTINI direttore del Corriere della Sera "Il fascismo ora interpretato é l'aspirazione più intensa di tutti i veri italiani" - Gli fece eco La Stampa di Torino "Il governo Mussolini é l'unica strada da percorrere per ridare agli italiani quell'"ordine" che tutti ormai reclamano intensamente".

Abbandonando ogni coloritura demagogica, Mussolini si presentò come una forza di destra dove "la violenza è il male necessario per estirpare i sovversivi bolscevichi", poi si poneva come obiettivo la conciliazione delle classi, finalizzata allo sviluppo della produzione, ponendo ai vertici dei valori la Nazione e lo Stato, e infine molto abile, abbandonò gli accenti anticlericali e la pregiudiziale repubblicana, guadagnandosi così i consensi sia dei cattolici, sia dei monarchici. Aveva fatto il suo primo "terno". (poi nel '29 con i Patti Lateranensi fece anche "tombola", e fu indicato proprio dai preti "L'uomo mandato dalla provvidenza").

Il fascismo si trasformò, in una dittatura personale, ma questa dittatura si consolidò in un blocco di potere in cui predominavano gli interessi dei maggiori gruppi industriali e finanziari. Mussolini lo abbiamo già detto, non era insomma solo!
Poi lo consolidò il potere (apparente ma non sostanziale - e questo i borghesi lo permisero) con le masse e con un abile utilizzo dei moderni mezzi di comunicazione e con una massiccia propaganda. Spesso alcuni suoi incaricati la resero becera, ridicola e da circo questa propaganda, che provocò direttamente o indirettamente non pochi eventi parossistici e purtroppo anche drammaticamente tragici.
Già perchè vogliamo essere realisti; bravi pubblicitari c'erano anche allora; basterebbe vedere i manifesti dell'epoca; gli slogan erano pari a quelli di oggi come "competenza"; ma crediamo fermamente che oggi nessun pubblicitario serio  avrebbe escogitato per la sua azienda "panzane" grandi come quelle del regime (quelli alla Starace per intenderci, nel corso del ventennio. Non rendeva solo ridicolo il popolo ma rendeva ridicolo il fascismo).

Con questi mezzi (le comunicazioni, la radio soprattutto) Mussolini orientò ("pieghero") l'opinione pubblica per ottenerne il consenso, che gli permise di avvolgere con le sue strutture assistenziali, culturali, ricreative (in certi casi - come lo scioglimento dell'Azione Cattolica - anche intimidatorie) tutto il paese.
Poi c'erano quasi ogni giorno le sue roboanti frasi
:
"L'aggettivo di sovrano applicato al popolo è una tragica burla. Il popolo tutto al più, delega, ma non può certo esercitare sovranità alcuna. I sistemi rappresentativi appartengono più alla meccanica che alla morale"
( M. - Da "Preludio" . Aprile 1924 di Gerarchia - IV, 109).
"Un popolo per giungere alla potenza ha bisogno della disciplina" (M. - Discorso al Cova di Milano, 4 ottobre 1924. IV, 294).
"La disciplina deve essere accettata. Quando non è accettata, deve essere imposta" (M. - Discorso a Udine, 20 settembre 1922. II, 310).
"Il concetto assoluto di libertà è arbitrario. Nella realtà non esiste" (M. Discorso al Cova di Milano, 4 ottobre 1924. - IV, 291).
"La libertà non è un fine; è un mezzo". (M. - Articolo su Gerarchia, marzo 1923, III, 78).
"Ma che cosa è questa libertà? Esiste la Libertà? In fondo, è una categoria filosofico-morale. Ci sono le libertà: la libertà non è mai esistita" ( M. Discorso in Parlamento, 15 luglio 1923. III, 196).

Un appoggio quello del popolo, relativo e ininfluente, perchè le grandi masse suscitavano il suo disprezzo "sono stupide e sporche, non lavorano abbastanza e si accontentano del piccolo....hanno il dovere di obbedire".
Forse le sottovalutò un po' troppo. Le masse alla fin fine - anche se spesso in modo irrazionale - fanno poi quello che vogliono.
E appendono per i piedi il loro - fino al giorno prima - signore.

Fatta l'avventura in Africa, diede la corona di Imperatore all'oscuro e sempre silenzioso Re VITTORIO EMANUELE iii sempre a guardare non affacciato a una finestra, ma a farlo da dietro una tenda, mai a intervenire, sempre a dire Si quando doveva dire No, e dire No quando doveva dire Si.
Caduto nel 1938 l'appoggio del blocco del potere borghese che gli aveva permesso a Mussolini la scalata, cade (e la guerra accentuò poi questa caduta) il loro consenso (e lo avrebbe dovuto sapere lui!  attento giornalista) e cade anche quello delle masse.

Infatti commise il 18 settembre e il 25 ottobre di quel 1938, due errori, quello delle "leggi antiebraiche" (perdeva così il grande capitale delle banche) e quello di attaccare e scagliarsi contro la ricca borghesia (che fiutata l'aria stava già svuotando le stesse banche portando i capitali all'estero). Li apostrofò questi ultimi "....quel mezzo milione di vigliacchi borghesi che si annidano nel paese". Avvertiva che lo stavano tradendo.

Tutto quello che venne dopo, fu la conseguenza. Il fascismo era finito il 25 ottobre 1938, lo stesso giorno di 16 anni prima quando aveva deciso di marciare su Roma. In entrambi i casi era un messaggio chiaro. Nel '22 voleva difendere gli interessi degli industriali. Nel '38 - lui ormai diventato un bellicista - rimproverò loro di avergli voltato le spalle perchè diventato troppo bellicista. Nel primo caso lo sostennero, nel secondo lo scaricarono.
In quest'ultima fase, Re Vittorio Emanuele, anche lui aveva cominciato a nutrire qualche sospetto sulle sue ultime capacità, piuttosto confuse.
Ancora alla vigilia della guerra, Mussolini non aveva un orientamento preciso. Ondeggiava tra l'odio per Hitler e il desiderio di fare qualcosa che lo mantenesse su un piede di parità. Aveva paura di perdere prestigio.

Ancora quando Mussolini e i suo ottusi gerarchi avevano cominciato ad "amoreggiare" con Hitler, ai loro incontri - lui VITTORIO EMANUELE III, il Sovrano - spesso non partecipava o se lo faceva era insofferente a quel invasato "caporale" tedesco.
Proprio in quel periodo (1940) prima dell'entrata in guerra nacque "la congiura delle barbette".
Un golpe antifascista per scaricare Mussolini.
L'anno prima infatti,  dalla fine di luglio al 19 agosto, fu messo in atto un tentativo per evitare la catastrofe dell'implicazione italiana nel conflitto polacco, che ebbe per protagonisti Dino GRANDI e un personaggio insospettabile, il Principe UMBERTO di Savoia (ispiratrice forse sua moglie MARIA JOSE). La rivelazione dell'episodio -passato inosservato ai più- ma che stava per mutare il corso della nostra storia, ci viene da un giornalista americano, FRANK STEVENS, che il 10 ottobre 1939 scrisse sul "El Tiempo", quotidiano di Bogotà, un'ampia corrispondenza dall'Italia in cui, esaminando la situazione politica del nostro Paese, dava notizia di una "congiura delle barbette" che, facendo perno su DINO GRANDI e
ITALO BALBO, e DE BONO (piuttosto antitedeschi)  mirava a provocare un voto di sfiducia nel Gran Consiglio fascista per consentire al Re di destituire Mussolini e di formare un nuovo governo presieduto dal maresciallo Badoglio, formato da personalità ostili al fascismo o da fascisti di forte tendenza antitedesca.
(insomma pari pari ciò che poi avvenne in realta nel'43).

Montanelli il 27 nov 2000, sul CorSera, scrive che quella della "Congiura delle barbette" (riportata allora vagamente qui, da un lettore di "Storiologia") è una notizia degna di un giornale di Bogotà. Ma sappiamo poi il seguito. Suo figlio Umberto non la smentì. La barbetta Balbo morto in circostanze misteriose. La barbetta Grandi fu il protagonista alla famosa seduta del 25 luglio '43 (ci andò con in tasca due bombe a mano) e dovette far fagotto e riparare in Portogallo per non finire anche lui come la terza "barbetta": De Bono, fucilato a Verona come "traditore". Aveva ragione il giornalista di Bogotà! Come sarebbe andata a finire non lo sapevano in Italia, ma a Bogotà già lo sapevano tre anni prima.
E a quanto pare del "tradimento" ne sapeva qualcosa anche Rommel prima di lasciare Roma e recarsi in Africa a comandare l'Africancorp. ( vedi Diario e lettera alla moglie del 6 febbraio 1941)
.

Ci fu poi il Patto d'Acciaio, il Re storse la bocca, poi acconsentì, anche se poi aggiunse: « i tedeschi finché avranno bisogno di noi, saranno cortesi e magari servili, ma alla prima occasione si riveleranno quei mascalzoni che sono".
(ma ne riparleremo più avanti).

Eppure pochi mesi dopo metteva a Capo Supremo dell'Esercito Mussolini
(ma di fatto era lui il Re, il Capo delle Forze Armate - lo dimostrò poi in ritardo, solo nel luglio '43), e Mussolini iniziò a dichiarare guerra a destra e a manca, ovviamente sempre - così richiedeva lo Statuto - con la firma del Re.
(
L'articolo 5 dello Statuto del Regno sancisce che "al re solo appartiene il potere esecutivo; egli è il capo supremo dello Stato; comanda tutte le forze di terra e di mare; dichiara guerra" - Alla stregua degli atti di cui sopra, la situazione era la seguente.
Il Re, in virtù della norma statuaria anzidetta, ribadita nella prima parte del suo proclama, lì dove dice  che "capo supremo di tutte le Forze Armate...torna fra i soldati come venticinque anni or sono", è il comandante supremo di tutte le Forze Armate. Mentre Mussolini è comandante delle truppe operanti su tutte le fronti, per delega di S.M il Re".
  (chi delega insomma comanda, e il delegato è sempre un suo sottoposto)
.

Non avrebbe potuto, comunque, negare sdegnosamente la propria firma, scegliendo se necessario la via dell'esilio, ma denunciando in tal modo davanti al mondo la criminosa politica di Mussolini?

Dirà in seguito Umberto in una intervista a Luigi Cavicchioli: "Il sovrano non credeva nel 1939-40, di poter imporre una soluzione d'autorità senza conseguenze funeste per il paese. Io, non intendo esprimere un giudizio. Giudichi da sé, secondo coscienza, ogni italiano. E' un fatto, comunque, che mio padre non vide altra via di salvezza al di fuori della prassi costituzionale: la sola speranza che coltivò fu un voto di sfiducia del gran consiglio del fascismo. Voto che non ci fu".
- Ci fu invece come sappiamo quello del 25 luglio '43".
http://www.reumberto.it/cavicchioli66-4.htm

La comunicazione ufficiale inizia con queste parole "Sua Maestà il Re e imperatore dichiara che l'Italia si considera in stato di guerra con la Francia a partire da domani 11 giugno".
 La firma è del Re, non di Mussolini. (Questa comunicazione e il testo integrale è riportato su tutti i giornali di martedì 11 giugno. E vi si aggiunge il documento interno. "Circa il Comando supremo delle nostre Forze Armate  esso sarà tenuto personalmente dal Duce per delega della Maestà del Re Imperatore".

I giornali del pomeriggio dell'11, fanno seguire al comunicato "dell'ora fatale" e alla cronaca della sera del 10, gli avvenimenti della mattina dello stesso giorno 11:
"Tutto un popolo ha stasera legato la sua volontà e il suo coraggio al genio e alla fortuna di Mussolini: ora in colonne vuole recarsi dal Re Imperatore per mostrargli il suo entusiasmo. Fiumane di popolo s'avviano cantando alla Reggia. Le grida di "Savoia" s'innalzano verso il balcone del Quirinale, che ha ancora le vetrate chiuse: ma ecco che queste si aprono, e subito dopo, il Re Imperatore appare; egli veste l'uniforme di marcia col berretto a busta".
"Non ci sono dubbi -prosegue il cronista-  è già in partenza per le zone di operazioni. E da queste ha diretto ai soldati di terra, del mare e dell'aria il suo proclama: "Soldati....Capo Supremo di tutte le Forze Armate, seguendo i miei sentimenti e le tradizioni della mia Casa, come venticinque anni or sono, ritorno fra di voi" (Corriere della Sera , edizione del pomeriggio, 11 giugno 1940).
Il Re si mette la bustina del combattente e parte a fare le ispezioni sul fronte.

Il Re non ha dimenticato lo Statuto Albertino e lo applica. Potrebbe destituire il Capo del Governo. Ma non lo fa. Ma con lo stesso potere e con lo stesso Statuto in mano  lo destituisce poi il 25 luglio del 1943!! Anzi lo fa anche arrestare. Il potere quindi ce l'aveva!

Il Re dunque nel dichiarare guerra alla Francia e all'Inghilterra si assunse tutte le responsabilità.
"Il 5 giugno scrisse perfino una lettera a Mussolini, in cui gli comunicava che:
"manteneva in base allo Statuto, il comando supremo delle forze armate,
delegandogli la direzione politica e militare della guerra".
  (i comunicati ai giornali parlano chiaro)
Conservava dunque il Re il potere supremo, cioè quello di revocare il capo del governo in qualsiasi momento. "Mussolini leggendo quella lettera ebbe perfino un accesso di cieco furore, ma non reagì"
(Memorie di Alberto Consiglio, decima puntata, Oggi, n.8, 1950 ) 


Sappiamo come andò poi a finire (anche questo ne riparlerremo più avanti).

Poi lo stesso Re solo nel luglio 1943 mediterà di sganciarsi da Mussolini e dai tedeschi. Del resto gli anglo-americani erano ormai sbarcati in Sicilia e stavano risalendo la penisola e Roma era già sotto gravissimi bombardamenti.

Torniamo a pochi mesi prima del 25 luglio e 8 settembre 1943.


Il 15 maggio 1943 VITTORIO EMANUELE III "medita" l'idea di sganciarsi dal suo alleato. La "tragica commedia" del 25 luglio e dell'8 settembre ha inizio quattro mesi prima; gli italiani non sanno nulla, mentre il Re ai tedeschi e a tutti coloro che stanno guidando l'italia nel suo ultimo atto prima della tragedia, giurano di "marciare con loro fino in fondo".

Il 15 maggio 1943, il Re VITTORIO EMANUELE III
"medita" seriamente di sganciarsi dai tedeschi

* percepisce che il Reich può avere un crollo improvviso;
* prevede le prossime mosse degli anglo-americani;
* intuisce che l'Italia non può contare sulle sue misere forze;
* capisce che sull'arrivo di nuove forze tedesche nemmeno su quelle si può contare;
* avverte che questo stato di cose è certamente noto agli anglo-americani;
* invita a fare possibili cortesie ai governi inglesi e americani;
ed infine che...
* ...la situazione militare non è davvero lieta e dà molto da pensare".
* ...
Bisognerebbe pensare molto seriamente alla possibile necessità di sganciare le sorti dell'Italia da quelle della Germania, il cui crollo interno potrebbe essere improvviso come il crollo dell'Impero Germanico nel 1918".

L'INTERO DOCUMENTO, SCRITTO DI PUGNO DAL RE, IN 6 PAGINE
LO TROVATE QUI > > >

Il 3 settembre assicurava all'ambasciatore tedesco Rudolf Rahn "Dica al Furher che l'Italia non capitolerà mai, è legata alla Germania per la vita e per... la morte". 

E qui ognuno riesce a non capire più niente, e che tipo era il Re.
Che tipo di "meditazioni" aveva VITTORIO EMANUELE III.
Ci proveremo a capirci qualcosa più avanti. Partendo da lontano.
Anche se appiamo come andò poi a finire. Tragedia per l'Italia e catastrofe per la sua dinastia.

Nei sei fogli del Re lui medita seriamente di sganciarsi dai tedeschi; percepisce che il Reich può avere un crollo improvviso; prevede le prossime mosse degli anglo-americani. Sbarcheranno forse in Sicilia, ma non certo per invadere la Germania partendo dall' isola britannica; bombarderanno invece le città italiane, forse ci faranno contemporaneamente qualche sbarco, mentre apriranno un altro fronte nella parte nord-occidentale); intuisce che l'Italia non può contare sulle sue misere forze; capisce che sull'arrivo di forze tedesche (impegnate seriamente in Russia) poco si può contare; avverte che questo stato di cose è certamente noto agli anglo-americani; medita di fare possibili cortesie ai governi inglesi e americani; e termina che "la situazione per noi non è davvero lieta e da' molto da pensare".....

Pur con questa pessimistica visione (non lontana dal vero, quasi profetica) V.E. III e Badoglio credettero di poter dominare il difficilissimo momento con e dopo il 25 luglio senza però aver fatto grandi passi ("le cortesie") con i diffidenti anglo-americani: il Sovrano e il Maresciallo affrontano così in un modo forse troppo superficiale per non dire irresponsabile:
a) la caduta di Mussolini e del regime fascista;
b) lo sganciamento dai Tedeschi;
c) speranza - però non si sono ancora mossi - in un armistizio onorevole;
d) hanno poi la pretesa alla firma di Cassibile (dopo aver consegnato le armi, la marina e l'aviazione) di passare nelle file dei vincitori;
e) illudendosi iniziano a chiamare i nemici Alleati (mentre invece l'Italia rimase "nemica" fino al 10 settembre 1947 - senza sconti resistenziali o sospensioni militari - "...Italy, having surrendered unconditionally" - cioè "arresa" così recita "l'armistizio", e il successivo "trattato di pace", era una resa "senza condizioni", con la consegna delle tre armi, Aviazione, Marina, Esercito.
(vedi Armistizio e Trattato di Pace (originale) > > > ).

Letteralmente: "l'Italia si è arresa senza condizioni, anche se essa ha usato il termine Armistizio" nè si afferma in nessunissimo punto che essa ha contribuito con la "Resistenza" alla vittoria. Altro che "Alleati". Questi "alleati liberatori" bombarderanno l'Italia fino al 25 aprile 1945, e in Veneto anche dopo.
Poi ci manderanno il conto, che si aggiungerà a quello della nostra (?) "Vittoria" del 1918, debiti che scadevano nel 1982 (non è un errore di data!)

Se ci vogliamo capire ancora qualcosa ci appoggiamo per questa lunga carrellata, a uno dei più interessanti biografi del Re: Alberto Consiglio, autore della biografia "Vittorio Emanuele III, il Re silenzioso". (Pubblicata in puntate sul settimanale "Oggi" nei mesi dell'anno 1950 )

lo facciamo in queste altre pagine, nella seconda parte
dove concluderemo questa Biografia > > >

Fonti, citazioni, e testi
GENERALE BARATIERI - Memorie
ALBERTO CONSIGLIO - V.E. III, il Re silenzioso. (8 puntate su Oggi, 1950)
MACK SMITH, Storia del Mondo Moderno - Storia Cambridge X vol.
MONDADORI . Le grandi famiglie d'Europa - I Savoia. 1972

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UNA PAGINA POCO NOTA

Elezioni 2 Giugno 1946 - Quando a Napoli l’idea di repubblica divideva
( i tragici fatti che non trovate di sicuro nei vari libri, enciclopedie, nè alla Tv )



Morire per il re


di Orazio Ferrara


Il giovane che, oggigiorno, a Napoli si trovi a passeggiare per la spaziosa ed ariosa via Medina, probabilmente ignora che esattamente sessant’anni fa quella stessa strada fu tragico scenario per un’orrenda carneficina, passata alla storia appunto come la strage di via Medina. In quel triste episodio trovarono la morte molti giovani e giovanissimi, tutti di fede monarchica.

Certo oggi che l’idea di repubblica è largamente condivisa, quale patrimonio comune, dalla stragrande maggioranza degli italiani, può sembrare strano, addirittura inverosimile, che vi sia stato un tempo e un luogo, in cui l’idea di repubblica potesse non solo dividere, ma addirittura essere terreno di cieco scontro, tanto da provocare la fine violenta di tante giovani vite.

Eppure ci fu quel tempo e quel luogo.
Quel tempo fu il giugno del 1946, quel luogo la città di Napoli.

Tra il 2 giugno, giorno del referendum istituzionale tra monarchia e repubblica, e il 13 giugno 1946, giorno della partenza di re Umberto II di Savoia dall’Italia, il nostro paese fu seriamente sull’orlo dell’abisso di una nuova guerra civile. Le violente accuse, da parte dei monarchici nei confronti del governo, di brogli elettorali nel recente referendum, che aveva visto di stretta misura la vittoria della repubblica, accendevano oltremodo gli animi.

La situazione era particolarmente critica, se non pre-insurrezionale, a Napoli, per tutta una serie di ragioni. La città si era espressa, per più dell’80%, in favore della monarchia. E ciò non tanto per amore verso i Savoia, che d’altronde avevano regalato al Sud una mala-unità e recentemente i non troppo edificanti episodi della fuga di Pescara e dell’8 settembre, ma per quell’antico inestricabile coacervo, difficile da spiegare razionalmente, di sentimenti e nostalgie monarchiche, coacervo che affondava le sue radici nel tempo di Napoli capitale, dei Borbone e, prima ancora, delle grandi dinastie dell’Italia meridionale.
Questa tesi, a mio parere non peregrina e che forse scandalizzerà più di un monarchico filo-sabaudo, potrebbe rappresentare la giusta chiave di lettura anche per quel fenomeno ancora del tutto misconosciuto, ma assai interessante dal punto di vista politico, del Laurismo.

Comunque per controllare, in qualche modo, la situazione napoletana il governo italiano e per esso il ministro dell’interno, il socialista Giuseppe Romita, non aveva trovato niente di meglio che militarizzare la città, facendovi affluire numerosi reparti di polizia ausiliaria, la famigerata Celere.

Questi reparti, alle dirette dipendenze dello stesso ministro, erano formati prevalentemente da ex partigiani comunisti del nord. Da qui l’appellativo di guardie rosse di Romita. Essi ci andarono sempre con la mano pesante nei confronti della popolazione, considerata alla stregua di un nemico ideologico.

Da allora può datarsi quel diffuso sentimento anticomunista, soprattutto negli strati più popolari, che contribuì a rendere la città di Napoli una roccaforte della destra almeno fino a tutta la metà degli anni Sessanta. Poi solo l’insipienza di certi quadri della destra regalerà in seguito la città alla sinistra.

Quando tornerà la ragione, dopo quei drammatici giorni di giugno di sessant’anni fa, a Napoli si conteranno ben 11 giovani vite spezzate, tutte del campo monarchico, nonché decine e decine di feriti, alcuni anche gravi, in ambedue i contrapposti schieramenti. Una mattanza inutile, che per molti versi si poteva evitare. Non vollero evitarla la stolidità di certi capi monarchici, che usarono i dimostranti come massa di manovra senza avere mai una chiara visione strategica degli avvenimenti in corso. Essi spinsero a fondo sull’acceleratore della protesta, per poi lasciarla subito dopo senza guida.

Perché Umberto di Savoia non andò a Napoli, dove si moriva in suo nome? Per evitare la guerra civile, hanno scritto successivamente gli storici e forse hanno ragione. Ma a Napoli, in quei giorni, era già guerra civile.
Non vollero evitarla quella mattanza nemmeno gli americani, che pur avevano in quel periodo ancora cospicue forze d’occupazione in città.
La loro efficiente polizia militare intervenne solo dopo che a via Medina era avvenuta la strage. E sembrò un intervento fatto più per salvare, dalla reazione della folla esasperata, i militanti comunisti asserragliati sulla federazione che a garantire l’ordine pubblico.
Tra i fermati (o salvaguardati?) il sottosegretario alla presidenza, Giorgio Amendola, subito rilasciato per il pronto, autorevole intervento della Questura.

Infine non vollero evitarla certi settori del governo e del PCI, che messi sotto scacco dall’accusa di brogli elettorali ed ormai in evidente difficoltà, cercarono a tutti costi di creare un clima di terrorismo psicologico. Non per niente qualcuno (Nenni) aveva coniato lo slogan “o la repubblica o il caos”.
Così si faceva presa sulla “cavalleresca” debolezza di Umberto di Savoia, costringendolo, “per evitare ulteriori spargimenti di sangue”, a lasciare. Come infatti avvenne.

Ma andiamo alla cronaca di quei drammatici giorni.

Si comincia la sera del 6 giugno 1946 quando un uomo, che non verrà mai identificato, lancia una bomba a mano, nei pressi della chiesa di Sant’Antonio a Capodimonte, contro un folto gruppo di giovani, che torna da una dimostrazione monarchica. Sono ferite otto persone, di cui una in modo gravissimo. Si tratta di Ciro Martino, che morirà agli Incurabili quella stessa notte.

Sempre in quella notte, al mitico civico 311 di Corso Umberto I si costituisce il Movimento Monarchico del Mezzogiorno (uno dei nuclei fondatori del futuro Partito Nazionale Monarchico, il P.N.M.) e si adotta il famoso simbolismo della “Stella e Corona”.

La mattina del 7 giugno, rapida si diffonde in città la notizia dell’arrivo di Umberto II. Il re ha deciso di battersi per il suo buon diritto e ha scelto Napoli quale suo quartier generale. E’ un’irrefrenabile esplosione di gioia, tutti i napoletani monarchici sono in piazza. Bisogna accogliere degnamente il re. Ma dove si trova? Non c’è dubbio, o a Palazzo Reale o a San Giacomo.
Si forma un imponente corteo che, alle note della “Marcia Reale” suonata da un’improvvisata banda musicale, avanza lungo il Rettifilo e che si ricongiunge con il grosso concentramento degli studenti universitari, che aspettano presso la Federico II. A piazza Nicola Amore l’intoppo. Un grosso, impenetrabile sbarramento di camionette dei celerini di Romita.

Alla testa del corteo, che nel frattempo si è fermato titubante, un giovane scugnizzo di 14 anni, tale Carlo Russo, che si è completamente avvolto in un grande tricolore con lo stemma sabaudo. Non è armato Carlo Russo, se non di quella bandiera. Ed è deciso a passare, malgrado i celerini. Per questo avanza deciso. La tensione è al massimo. Poi i mitra dei celerini crepitano ad altezza d’uomo. Si contano molti feriti. Uno dei primi a cadere è proprio Carlo Russo, che, con la fronte squarciata, si accascia sempre avvolto in quel tricolore che sta per diventare ora il suo sudario. Solo il deciso intervento dei Reali Carabinieri permetterà poi ai celerini di sfuggire al linciaggio della folla inferocita. Intanto Carlo morirà, dopo un’atroce agonia, due giorni dopo.

Lo sbarramento poliziesco a piazza Nicola Amore è stato travolto. Ma a quale prezzo. C’è rabbia e dolore nei manifestanti. Si chiede del re. Ma il re non c’è. Era falsa la voce di una sua venuta in Napoli. Egli è rimasto a Roma, impigliato nella ragnatela dei “buoni consigli” di infidi cortigiani, che in cuor loro lo hanno già tradito.

Ma non è finita. L’8 giugno è la volta dello studente Gaetano D’Alessandro, di anni 16. Il giovane sta tornando a casa dopo una manifestazione monarchica di protesta per le violenze del giorno prima. Per questo reca a spalla un’enorme bandiera tricolore con lo stemma sabaudo. Nelle adiacenze di piazza dei Vergini, egli viene fermato da una camionetta di celerini, che gli intimano provocatoriamente di consegnare il tricolore. Con l’agilità propria della sua età il ragazzo sfugge ai poliziotti e si arrampica sul cancello di una vicina chiesa, sventolando la bandiera e gridando a squarciagola “viva il re”.

Accorre numeroso il popolo, che subito circonda minaccioso la camionetta. E’ giocoforza per i celerini abbandonare, scornati, il campo sotto un subisso di fischi e pernacchi da parte di una schiera di giovanissimi scugnizzi.
Ma un celerino, rabbioso, si prende la sua vendetta. Con fredda determinazione, che sa tanto di vera e propria esecuzione, con una sventagliata di mitra colpisce a morte l’impavido D’Alessandro ancora issato sul cancello. Nel cadere, il suo corpo si avviluppa in quel tricolore che aveva difeso a sì caro prezzo. Adesso anch’egli ha una bandiera per sudario.

E veniamo alla tragica giornata dell’11 giugno 1946.

Giornata di passione e di sangue. Al balcone della Federazione del Partito Comunista di via Medina, accanto alla consueta bandiera rossa con falce e martello, viene esposta una bandiera tricolore con l’effigie di una testa di donna turrita nel campo bianco al posto del solito stemma sabaudo. Per una città come Napoli, che come già accennato ha votato per l’80% monarchia, è una vera e propria provocazione. Potenza del simbolismo quando divampano le passioni politiche!
Fulminea si sparge la notizia per la città e a migliaia, spontaneamente, si dirigono verso via Medina. La stragrande maggioranza sono giovani e giovanissimi. Molti di loro hanno partecipato con coraggio, solo qualche anno addietro, alle quattro giornate di Napoli contro l’occupazione tedesca. E qualcuno ha le stesse armi di allora. Pietre, solo pietre.

Non c’è un piano preordinato in quella massa, che avanza a mani nude. In qualche modo si strapperà e si distruggerà quell’infame vessillo e poi si tornerà a casa. Questo è l’unico, vero obiettivo di tutti quei ragazzi che nereggiano alla testa del corteo. Sono tutti un pò scanzonati come solo i ragazzi di Napoli sanno esserlo quando c’è baldoria, foss’anche un corteo politico di protesta.
Ma dall’altra parte c’è qualcuno che ha deciso di farla finita una volta per sempre e di soffocare nel sangue quell’ennesima protesta popolare. E’ un piano preordinato? Non sappiamo. Una cosa è certa, in via Medina adesso, oltre le camionette, vi sono decine di autoblinde e i reparti della Celere sono in assetto di guerra. La stessa federazione comunista pullula di miliziani armati.

Intanto i primi gruppi di dimostranti, giunti in via Medina, cominciano col rovesciare i tram per rendere difficoltosi i micidiali caroselli degli automezzi della Celere. Salve di fischi, urla, improperi all’indirizzo di quella bandiera esposta. Poi un giovane marinaio di leva, Mario Fioretti, aggrappandosi ai tubi e alle sporgenze inizia a scalare il palazzo della federazione per arrivare al 2° piano e strappare quella bandiera. Con un’agilità insospettata, in men che non si dica è quasi giunto al drappo incriminato. Basterà stendere la mano ed impadronirsene e tutto sarà finito.

Tutti guardano con il fiato sospeso lassù, al secondo piano. Così tutti vedono, e le testimonianze a decine saranno concordi, uscire da una finestra della federazione un braccio armato di pistola, che a bruciapelo spara sul giovane marinaio. Mario Fioretti perde la presa, l'equilibrio e stramazza morto sul selciato, mentre dalla folla si levano urla di raccapriccio e di rabbia.

Ma non è finita. Altri giovani, per nulla impauriti dall’orrenda fine del loro coetaneo, iniziano anch’essi la scalata verso quel secondo piano. Intanto che un gruppo di dimostranti è salito sul balcone del primo piano dello stesso stabile e da lì, duramente contrastato da un nugolo di celerini, cerca di guadagnare le scale interne per salire al piano superiore. La situazione è ad un punto assai critico, tra poco quei giovani irruenti avranno la meglio. Ma ecco che dalla caserma di polizia, posta quasi di fronte al palazzo della federazione comunista, s’inizia a sparare contro quelli che sono quasi arrivati alla bandiera.

Probabilmente quei poliziotti, che sparano, sono dei tiratori scelti. Ed essi sparano per uccidere. Cadono uno dopo l’altro e si sfracellano al suolo: Michele Pappalardo, Felice Chirico e Guido Beninati. Michele Pappalardo doveva sposarsi il giorno dopo e invece è andato a sposarsi con la morte. Quella mattina, come testimonierà la sorella Maria, Michele aveva detto alla madre: “Mammà piglio ‘a bandiera e po’ torno…” Ed anche per Michele Pappalardo una bandiera tricolore diventa il suo sudario.

A via Medina è ora l’inferno. Decine sono i feriti per armi da fuoco. Muore in un lago di sangue, sempre colpito da proiettili, l’operaio di fede monarchica Francesco D’Azzo. Frattanto le autoblinde della Celere hanno avuto finalmente ragione delle rudimentali barricate, alzate dai dimostranti, e stanno per avventarsi con i loro terribili caroselli, quando la studentessa Ida Cavalieri fa barriera col proprio corpo inerme nel disperato tentativo di fermarne la folle corsa. Ma l’ordine per le autoblinde è disperdere la folla, costi quel che costi. A Napoli, quel giorno, la vita umana veramente non ha valore. Così Ida Cavalieri viene investita e letteralmente stritolata dagli automezzi blindati.

Vincenzo Guida cerca di organizzare un centro di resistenza, innalzando e sventolando una grande bandiera sabauda su di un palo. Viene colpito mortalmente alla nuca da un colpo di un moschetto, sparato da un celerino. Anch’egli è della Regia Marina, il più monarchico dei corpi delle forze armate italiane, che, in quelle tragiche ore, sta pagando il più pesante tributo di sangue.

Quando la strage è compiuta e le autoblinde slittano sul sangue, arriva la Polizia Militare americana che, unitamente ai Reali Carabinieri, in qualche modo riesce a sottrarre i celerini e i miliziani alla ormai esasperata collera popolare.
Alla fine della tremenda giornata campale, si conteranno, solo tra i manifestanti, oltre i morti circa 50 feriti gravi. Tra quest’ultimi, tutti colpiti da armi da fuoco, Gerardo Bianchi di anni 15, Alberto De Rosa di anni 17, Gianni Di Stasio di anni 14, Antonio Mariano di anni 12, Raffaele Palmisano di anni 10, Giovanni Vibrano di anni 11 e Tino Zelata di anni 8. Per gli altri feriti l’età media si aggira sui 20-30 anni.

Orazio Ferrara

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