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VITTORIO EMANUELE III

cronologia di un Re
LA FINE DI UN REGNO
e l'ITALIA allo sbando

la sua voce

Vi parla il Re....

"nessun dubbio sfiora la mia mente"
"l'avvenire dell'italia sarà garantita dalle armi"

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La domanda iniziale che ci poniamo e Alberto Consiglio ci fornisce una sufficiente risposta, è questa: In che modo e in che misura il VITTORIO EMANUELE III influì su Mussolini? Noi abbiamo ragione di ritenere che, per tutto il periodo di cui si tratta, egli fu il principale e insuperabile ostacolo che impedì a Mussolini di spingere alle estreme conseguenze la sua politica personale. I due uomini - nostante le tante parate fatte per la massa - furono praticamente soli, perché sapevano di non poter contare su coloro che si dicevano fedeli, si sorvegliavano attentamente. Ognuno attendeva il proprio momento.

Che cosa attendeva
VITTORIO EMANUELE III? Che la stella di Mussolini tramontasse. Non si poteva promuovere la sua caduta con mezzi aperti e diretti, in un momento in cui appariva circondato dal plauso del mondo anticomunista, e in cui la situazione economica non presentava aspetti veramente disastrosi. Bisognava evitare che la caduta determinasse un incremento delle forze socialcomuniste e così gravi conseguenze economico-sociali, da formare un quadro peggiore di quello fascista: la responsabilità di questo peggioramento sarebbe ricaduta sulla corona.
Intanto, bisognava rallentare l'espansione del suo potere personale.

Mussolini istituisce, sì, la carica di "capo del governo", ma è sempre il sovrano - in base allo Statuto - che lo nomina e lo congeda. Il decreto col quale si accettano le dimissioni del capo del governo dovrà però essere controfirmato dal suo successore: si tenga presente questo particolare quando il 25 luglio 1943 succede il "fattaccio", con il sovrano che nascondendosi dietro un dito, manda avanti i "congiurati", ottiene da loro quello che vuole, poi li butta a mare (non è lui ad arrestarli, ma l'uomo che lui ha chiamato al governo: Badoglio - che fra poco vorrebbe buttare a mare anche lo stesso sovrano)

Mussolini ottenuta la carica di Capo del Governo, il gran consiglio del fascismo diventa organo costituzionale e prepara la lista dei successori alla carica di capo del governo; tuttavia, questa lista non sarà vincolante per la corona. Alcuni dei componenti del gran consiglio erano membri di diritto: potevano, quindi, sfuggire al controllo personale del dittatore (come accadde poi il 25 luglio con l'Ordine Grandi). Infine, la Camera dei deputati, dopo l'adozione del sistema maggioritario col premio, aveva partorito una nuova riforma di carattere plebiscitario: cioè, presentazione di un'unica lista di quattrocento candidati scelti dal governo, e solo nel caso che non si raccogliesse la maggioranza dei voti, si sarebbe proceduto ad un rinnovamento delle elezioni col sistema proporzionale.

Le cose sappiamo come andarono al plebiscito: per il Duce fu un successo pieno, complice la sua abile mossa del Concordato con la Chiesa, che lo indicò al mondo come "l'uomo della Provvidenza". Cosa poteva fare il Re? Nulla !

E allora cosa attendeva Mussolini? Che il tempo consolidasse il suo potere, che la fortuna gli offrisse qualche successo così clamoroso, da porre il suo prestigio al di sopra di quello del Re, che Vittorio Emanuele 60 enne, morisse (l'anno prima del concordato il 12 aprile 1928 a Milano, qualcuno volle perfino accellerare i tempi con un attentato).

Intanto, egli procedeva con cautela, osservando un certo rispetto delle forme e girando intorno alle prerogative sovrane (che - non dimentichiamolo - erano sempre in vigore - e poteva farne benissimo uso. (Poi le usò, ma solo nel '43!!).

In politica estera, Mussolini seguiva una via maestra senza ombre:
* l'amicizia inglese, costante, immutabile (egli sapeva che il Re credeva nella lealtà britannica);
* rapporti acri e tempestosi con la Francia (egli sapeva che il Re non amava la Francia); energica e combattiva politica antitedesca (egli sapeva che il Re odiava la Germania di Hitler);
* generosità per l'Austria verso la quale il Re aveva qualche simpatia. (ma forse era una interiore rivalsa dei brutti tempi passati dai suoi parenti, ora sapeva che l'Austria ormai non contava più nulla in Europa.

Ma dove il Re voleva avviarlo? Non certo verso una caduta clamorosa. Mussolini chiedeva un successo trionfale: celebrasse pure il trionfo, pensava il Re, ma ne approfittasse per restaurare la normalità costituzionale.
In fondo all'animo di Mussolini, però, c'era troppo bolscevismo: egli non poteva sinceramente perseguire un fine di restaurazione borghese. Inoltre si era illuso di poter esercitare la propria influenza su un fascismo tedesco che in quegli anni con Hitler stava sorgendo col nome di "nazismo", che deriva da naz-ionalsociali-smo. (ricordiamo che prima Hitler era il capo del Partito Nazionalsocialista Tedesco dei Lavoratori (NSDAP). Quindi come per il fascismo iniziale di Mussolini, anche nel nazismo hitleriano delle origini era presente una componente ideologica di stampo collettivistico e socialisteggiante.


A Venezia, nel suo primo incontro con Hitler, Mussolini vide subito quale forza si preparasse dietro quell'uomo dall'aspetto così modesto. Vide, soprattutto, che l'espansione della Germania nazista verso il sud e l'assorbimento dell'Austria, in quel momento, avrebbero inferto un colpo mortale al fascismo.
Con qualche energia, fortificando i confini Altoatesini, sbarrò la strada ad Hitler. Lui aveva paura che scendesse il Brennero per prendersi dopo l'Austria anche l'Alto Adige dove i Sudtirolesi con ansia l'aspettavano; e prese l'iniziativa di quella politica di collaborazione e di sicurezza che venne chiamata "di Stresa". In questa sede, si procurò le adesioni e i consensi necessari per l'impresa etiopica. Quelli francesi di Laval, furono più espliciti. Quelli inglesi, rimasero nel vago.

Mussolini aveva bisogno di un successo militare, per sentirsi veramente sicuro. Riconquistata la Libia, scelse come obiettivo l'Etiopia. La scelta era fatta con notevole abilità. Non era certo sopito il ricordo dell'umiliante disfatta di Adua. L'impresa, inoltre, sarebbe stata popolare nell'Italia meridionale e insulare, e avrebbe offerto vasti sbocchi al nostro lavoro e alla nostra produzione.
C'era da scatenare un putiferio diplomatico. Ma in definitiva, le grandi potenze, che non muovevano un dito contro la Germania inadempiente, avrebbero mosso guerra all'Italia per difendere l'Etiopia?
Si trattava, dunque, di condurre l'impresa con energia e con rapidità. La situazione non era molto diversa da quella che Giolitti affrontò e risolse tra il 1911 e il 1912. Di veramente nuovo, c'era la Società delle Nazioni, infatti, si levò un clamore che invase e assordò il mondo per quasi un anno.

Le sanzioni della S.d.N. furono un errore psicologico. In sostanza, esse si risolsero in una burletta. Nessuno le prese sul serio. I Paesi che le avevano più energicamente propugnate, furono quelli che fecero con l'Italia fascista i più cospicui affari. Ma le sanzioni (che creò l'autarchia) impressionarono fortemente il popolo italiano, ma con una demagogica propaganda, giovarono immensamente al consolidamento della dittatura mussoliniana, presentandole come un tentativo di soffocamento dell'Italia da parte dei "Paesi plutocratici".

In quale clima si svolgesse l'impresa africana si può vedere nel messaggio di solidarietà che V. E. Orlando indirizzò a Mussolini. E quali fossero le mire del dittatore, si può vedere nel messaggio che D'Annunzio gli inviò e che si intitolava "Al Capo d'Italia".
Tutti i titoli e i nomignoli che gli davano, o che egli si faceva dare, tendevano a ribadire il concetto che lui, solo lui, fosse il capo supremo della nazione.
(ci viene in mente il Cavour dell'armistizio di Villafranca "Io sono il Re"!!).
In un clima di esaltazione come fu quello della dichiarazione dell'Impero, a Mussolini tutto gli divenne facile.

In un Paese che attribuisce notevole importanza alle apparenze, tra un uomo come Mussolini, ammalato di una morbosa vanità, e un uomo come VITTORIO EMANUELE III, ammalato di una non meno morbosa ritrosia, era il primo che aveva il gioco più facile.
Tuttavia se qualcuno ci desse la prova che VITTORIO EMANUELE III non fu contrario all'impresa etiopica, nella speranza (come già detto) che il trionfo avrebbe saziato il dittatore, predisponendolo ad una politica di pacificazione, non ci stupiremmo affatto.
Noi non abbiamo né documenti, né testimonianze veramente attendibili sui rapporti tra il Re e Mussolini in questo dodicennio. Ma sappiamo che tutte le manifestazioni regali ebbero, in questo periodo, un aspetto di particolare solennità. Che il fascismo e lo stesso Mussolini amplificarono.

Possiamo, però, intuire la natura dei rapporti tra i due uomini, sia tenendo presente la personalità di VITTORIO EMANUELE III quale si è manifestata prima del 1925, sia da un documento posteriore al 1936: il Diario di Galeazzo Ciano.

Le annotazioni che il genero di Mussolini, prima ministro della stampa e propaganda e poi ministro degli esteri, andava prendendo quasi quotidianamente nei suoi quaderni, sono un prezioso materiale di studio. Attendibili, perchè di certo non era prevista una pubblicazione postuma a così breve scadenza.

Il nome dI VITTORIO EMANUELE III, vi ritorna continuamente, non solo a proposito delle udienze per la firma, ma negli sfoghi che, ogni tanto, Mussolini faceva al genero.
Da una lettura attenta di questo Diario risulta che i rapporti tra VITTORIO EMANUELE III e il duce erano perennemente tesi. Lungi dall'essere una piccola creatura debole e innocua, trincerata dietro la grande figura del dittatore, il sovrano è un uomo franco e aggressivo che non tralascia occasione per dire a Mussolini il fatto suo, per enunciare il suo pensiero, per chiarire e ribadire il suo dissenso.

Dobbiamo prestar fede al Diario di Ciano? Noi crediamo di sì. Che questo Diario, nella stesura che conosciamo, non fosse destinato alla pubblicazione, è evidente: la figura dell'autore vi appare in tutta la sua realtà e in tutta la sua limitatezza.
Egli comincia, nel 1937, come una fedele ed entusiastica creatura del duce: la vita di questo giovane non ha altra luce, non ha altra ispirazione se non il "genio" del suocero e maestro, al quale deve tutto. A poco a poco egli si lascia conquistare dall'ambiente signorile e snobistico di Palazzo Chigi. Si sente soprattutto "diplomatico", cioè partecipe di una casta chiusa, che ha le sue leggi, i suoi costumi, il suo gergo.

Dopo qualche anno di permanenza al ministero degli esteri, Ciano comincia ad essere conteso tra due mondi: quello di Mussolini, che è il mondo dell'avventura, e quello del Re, che è il mondo della tradizione e della conservazione. Il primo di questi due mondi è affascinato dal mito della potenza germanica, che appare come una colossale forza di rottura destinata a frantumare la società borghese. Il secondo sente con tutto il suo istinto che l'occidente è l'ultimo baluardo della civiltà alla quale gli italiani, per tradizione e per costume, appartengono.

Ciano non poteva rimanere lungamente in bilico tra i due mondi. Con una consapevolezza molto limitata, egli fu, a Salisburgo e dopo, il portavoce della politica DI VITTORIO EMANUELE III.
Scontri seri tra Mussolini e il Re si ebbero a proposito del viaggio di Hitler in Italia. La visita di Hitler fu oggetto di lunghi e minuziosi preparativi. Hitler aveva fatto sapere, a mezzo di Rudolf Hess, che non voleva essere ospite del Re, quindi di non voler soggiornare nel Quirinale.

E' la prima dichiarazione di antipatia del Fúhrer per il Re d'Italia: I nazisti avevano potuto vedere negli archivi che duro e provato antitedesco fosse VITTORIO EMANUELE III; essi si fideranno di Mussolini, e dimostreranno con questo di conoscere tutta la inconsistenza del suo carattere; non si fideranno del Re, e con questo gli faranno onore. Ma Hitler era il Capo dello Stato: la visita doveva essere fatta al Capo dello Stato italiano, cioè al Re , che avrebbe dovuto restituirgliela.
Mussolini disse che non amava quel "doppione" di visite. Aggiunse testualmente: "Questa è un'occasione nella quale la monarchia si rivela una soprastruttura inutile" .

Fu in questa circostanza che il Re raccomandò a Ciano per la prima volta di "guardarsi dai tedeschi. Nel passato, Berlino è sempre stata la cancelleria più infida".

Una delle conseguenze dopo il ritorno di Mussolini dal suo viaggio in Germania, fu il "passo romano", che era una scimmiottatura del "passo dell'oca". Il Re protestò, e Mussolini disse al genero Ciano: "Non ho colpa io se il Re è fisicamente una mezza cartuccia. È naturale che lui non potrà fare il passo romano senza essere ridicolo".

Ma il sovrano coglieva ogni occasione per seminare nell'animo di Ciano l'odio per i tedeschi. Il 15 marzo 1938 il ministro degli esteri è invitato a colazione a corte e il Re gli "parla male di Berlino" e gli raccomanda di "diffidare dei tedeschi che, a suo avviso, mancano sempre di lealtà e sono mentitori costanti".
Alla fine di quello stesso mese, Mussolini sferra un colpo alla monarchia. Pronuncia un discorso al Senato sull'ordinamento delle forze armate. Da poco egli ha dovuto subire l'Anschluss, e vuol manifestare, almeno a parole, una certa energia. Impartisce, quindi, una lezione di strategia e annuncia che, in caso di conflitto, egli sarà l'"unico" comandante di tutte le forze armate.
Il Senato, con azione predisposta, gli conferisce per acclamazione il titolo di primo maresciallo dell'impero. Naturalmente egli voleva, con questo, occupare di fatto il rango di Capo della Nazione.

Fu Federzoni che si incaricò di ricordargli che nessuno poteva avere un grado militare superiore a quello del Re. Il decreto che istituiva il nuovo grado portò, infatti, due nomi: quello di VITTORIO EMANUELE III e quello di Mussolini.
Ma la cosa non finì lì. Il Re volle essere informato sulla legalità di quella iniziativa del Senato: il consiglio di Stato (tutto fascista) dette (ovvio) parere favorevole a Mussolini.
Il 2 aprile il duce si sfogava in questi termini col genero: "Basta. Ne ho le scatole piene. Io lavoro e lui firma. Mi dispiace che quanto avete fatto mercoledì sia stato perfetto dal punto di vista legale".
A queste parole, Ciano aggiunge di suo: "Ho risposto che potremo andare più in là alla prima occasione. Questa sarà certamente quando alla firma rispettabile del Re si dovesse sostituire quella meno rispettabile del Principe, l'erede". Il duce ha annuito e, a mezza voce, ha detto: "Finita la Spagna ne riparleremo... ".

Era, dunque, evidente che nel viaggio in Germania che precedette la visita di Hitler in Italia, Mussolini doveva aver deciso di sbarazzarsi della monarchia. Ma questo proposito non era nato solo dall'invidia che in lui destava Hitler, capo supremo del suo popolo. Dev'essere stato proprio Hitler a incitarlo e a lusingarlo. I nazisti e Hitler in persona avevano compreso che un'Italia tutta di Mussolini sarebbe stato un più facile e docile dominio.
Infatti, Ciano annota nel suo Diario che VITTORIO EMANUELE III, durante il soggiorno di Hitler al Quirinale, Mussolini aveva detto al genero: "C'è voluta tutta la mia pazienza, con questa monarchia rimorchiata. Non ha mai fatto un gesto impegnativo verso il regime. Aspetto ancora perché il Re ha settant'anni e spero che la natura mi aiuti".

Goebbels, attraverso i saloni del Quirinale, aveva esortato indicando il trono: "Conservate quel mobile di velluto e d'oro. Ma metteteci sopra il Duce. Quello lì - e indicava il Re - è troppo piccolo".

C'era un piano per la liquidazione della monarchia. Morto il Re, nessuno poteva opporsi alla legittima successione del principe di Piemonte Umberto. La legge sul gran consiglio, che molti citavano ad orecchio, prevedeva solo che il gran consiglio dovesse essere chiamato a decidere su tutti i casi di successione al trono sui quali erano competenti la Camera e il Senato. Cioè, morte del Re e incapacità a succedere e di regnare del principe ereditario .
Ora, si attendeva la morte di VITTORIO EMANUELE III per eccepire un qualsiasi motivo di presunta incapacità del principe di Piemonte. A questo fine, si impartivano istruzioni per arginare e distruggere la crescente popolarità del principe di Piemonte Umberto, e si preparava a Palazzo Venezia un dossier, con ogni sorta di dicerie, che però diventavano un castello di carte con infamanti accuse.

Se i rapporti tra il Re e Mussolini sono così tesi, in un periodo in cui non solo il prestigio personale di Mussolini era immenso in Italia, ma cominciava ad essere fortissimo anche nel mondo, quali dovevano essere negli anni precedenti, tra il 1925 e il 1930, quando il Re era meno vecchio, la posizione di Mussolini molto più debole, sia in Italia che all'estero, e ancora giovane e vigorosa la generazione che aveva fatto la guerra e che rimaneva sentimentalmente legata al sovrano?

Non era certamente Mussolini, gelosissimo del suo potere assoluto, l'uomo che poteva lasciarsi andare a confidenze sui suoi rapporti personali col Re. Noi possiamo solo fare assegnamento sulla sua impulsività di romagnolo: in certi momenti, il dittatore non ne può più e sbotta.
Scrive Ciano il 28 novembre del 1938 (dopo che il Re aveva dovuto firmare le Leggi Razziali):
"Trovo il duce indignato col Re. Per tre quattro volte, durante il colloquio di stamane, il Re ha detto al duce che prova una "infinita pietà per gli ebrei". Ha citato il caso di persone perseguitate, e tra gli altri il generale Pugliese che, vecchio di ottant'anni e carico di medaglie e di ferite, deve rimanere senza domestici. Il duce ha detto che in Italia vi sono 20.000 persone con la schiena debole che si commuovono sulla sorte degli ebrei. Il Re ha detto che è tra quelli. Poi il Re ha parlato anche contro la Germania per la creazione della quarta divisione alpini. Il duce era molto violento nelle espressioni contro la monarchia. Medita sempre più il cambiamento del sistema. Forse non è ancora il momento. Vi sarebbero reazioni".

Precedentemente, in una cerimonia sull'Altare della Patria, il sovrano aveva energicamente investito il capo del governo perché all'elevazione era stata suonata Giovinezza e non la Marcia reale. Si era ai ferri corti. In realtà, Mussolini non ha che dei propositi e, di tanto in tanto, degli scatti di ribellione. E' evidente che qualche istruzione, a mezzo di Starace, è stata impartita ai federali più zelanti, nel senso di deprimere il prestigio del Re e di esaltare quello del duce. Ma benché pochi se ne accorgano, il Re lavora con estrema sottigliezza e con estrema cautela.

Agli inizi del 1939, il sovrano si sbarazza del ministro della real casa, Cora, e prega anzi Ciano di incaricarsi della ingrata bisogna. Vittorio Emanuele ha messo gli occhi sul giovane ministro degli esteri. Costui è ancora tutto preso dal fascino di Mussolini: tuttavia, il vecchio Re insiste.
Egli cerca di sviluppare il senso critico nel giovane, e finirà per riuscirvi (l'ingenuo non avrà poi tentennamenti nel mettere il suo SI all'ordine del giorno Grandi). Quasi in ogni udienza, gli parla male dei tedeschi, con un giudizio, con un aneddoto.
Un giorno, mentre firmava i decreti, il Re disse a Mussolini di aver ricevuto un suo parente, il principe Conrad di Baviera: "Sapete? - disse il maligno vecchietto - in Germania vi chiamano il gauleiter d'Italia!". Chi ricorda la smisurata superbia del romagnolo, può immaginare l'effetto che avevano su di lui queste feroci frecciate. (ricordiamo che gauleiter stava ad indicare un capo di Stato asservito al Terzo Reich. Ed era una nomina che stabiliva Hitler)

Il sovrano aveva scelto come ministro della real casa il conte, poi duca di Acquarone. Chi era costui? Un ex ufficiale d'ordinanza del maresciallo Badoglio. La scelta non era stata fatta a caso. Il nuovo dignitario disse a Ciano che voleva "rinnovare" l'aria della Corte; ma che era necessario badare molto alla forma, perché se si toglieva la forma, non rimaneva un bel nulla. Era un modo molto sottile per far capire che la gara di preminenza tra il Re e il duce doveva cessare. Le parole di Acquarone erano ammantate di una certa ipocrita umiltà.
Il 30 novembre del 1938 si ebbe la famosa seduta della Camera, in cui, dopo il discorso di Ciano sulle "naturali aspirazioni" dell'Italia, i consiglieri nazionali (gli "acciaisti") si erano levati in piedi gridando Nizza, Corsica, Tunisi, e via dicendo. Mussolini non voleva quel putiferio, poi li rimproverò pure. La dimostrazione era stata opera dello zelante "acciaista" Starace, e forse in modo più soft anche di Ciano.
La stessa sera, il dittatore fece, in gran consiglio, un cicchetto ai suoi luogotenenti. Si può immaginare in che misura questo "rimprovero" dovesse rimaner segreto. Viceversa, il Re, lagnandosi con Ciano della dimostrazione, disse che anche Mussolini l'aveva deplorata al gran consiglio (qualche talpa lui l'aveva indubbiamente messa dentro anche lì).

Ciano già parteggiava per il Re, pur essendo dentro il supremo consesso fascista? Tre certamente si erano schierati per l'antigermanesimo del sovrano, ed erano Balbo, De Bono e Federzoni. Si possono aggiungere, a questi tre, Grandi e, per quel che poteva valere, De Vecchi. (Sono gli stessi della "Congiura delle barbette" del '39 di cui abbiamo già parlato.

Acquarone era molto attivo, specialmente in Senato. Nel mese di marzo, l'astuto prefetto di palazzo fa una mossa. Va da Ciano e gli comunica che il Re vorrebbe fare "un gesto per il duce": un titolo nobiliare o la nomina a cancelliere dell'impero. La duplice offerta venne rifiutata dal Duce. Ma come si accorda questo proposito, col tono acre ed aggressivo che il Re continuava ad avere con Mussolini? Gli ambienti più vicini al dittatore pensarono che il sovrano volesse prevenire una "iniziativa" della Camera, o del Senato, del genere di quella del "maresciallato" dell'impero.

Forse si mirava ad un fine più sottile. Negli ambienti politici si era parlato del cancellierato, ma anche della presidenza del consiglio a Ciano. In questo modo si sarebbe raggiunta, sia pure nominalmente, una vera e propria divisione di poteri, tra genero e suocero. Mussolini era, ormai, già troppo compromesso col nazismo: ma sarebbe stato un grande vantaggio per gli antitedeschi se la presidenza del consiglio fosse stata assunta da un giovane, facilmente influenzabile.
I nascosti disegni di Mussolini non erano ignoti al Re. Lo si vede in una visita della principessa di Piemonte a Mussolini: Maria José, con una ben congegnata ingenuità, domandò al dittatore che cosa significasse, nella legge, che il gran consiglio doveva pronunciarsi nelle questioni inerenti alla successione al trono. Fin dal varo di quella legge, molti dissero che quella legge era "una pistola puntata su suo marito Umberto").

A questo punto è opportuna una domanda. Non quella solita: perché il Re non si è sbarazzato di Mussolini, prima che avvenisse l'irreparabile?
Ma c'è un'altra domanda, più ovvia, che non è stata ancora posta: perché Mussolini non si è sbarazzato del Re?
Nessuno vorrà credere che il dittatore avrebbe incontrato grandi difficoltà nel '38 a spazzare via la monarchia e quel che rimaneva del suo apparato.

Ma era un calcolo grossolano. Quelli che conoscono bene il carattere di Mussolini, quelli che lo hanno molto e intensamente odiato, quelli che conoscevano le possibilità concrete del nostro Paese, non si rendono conto dell'immenso prestigio che egli aveva conquistato. Il partito conservatore inglese, che era certamente il più potente e illustre organismo politico del mondo, non aveva esitato ad allontanare dal governo Anthony Eden, che l'opinione pubblica mondiale considerava come l'avversario personale di Mussolini. (del resto Churchill andava dicendo che Mussolini era "un grande Statista!!")
Chi può dimenticare i particolari dell'arbitrato di Monaco? Oggi, noi sappiamo che la puerile vanità di Mussolini servì di schermo alla politica di Hitler, il quale lasciò al socio le momentanee soddisfazioni personali, e ottenne poi per sé l'assorbimento senza colpo ferire della Cecoslovacchia; un notevole aumento del suo potenziale bellico; e un altro anno di intensa preparazione militare. Eppure, Mussolini era stato invocato, supplicato, ringraziato, benedetto dalle grandi democrazie. Dopo Monaco si levarono in ogni angolo d'Europa il grido che Mussolini era "l'uomo della pace".

Gli stranieri, del resto, erano così poco al corrente delle cose fasciste (che invece erano note anche a gran numero di italiani estranei alle sfere ufficiali), che un diplomatico francese di gran valore, André Frangois Poncet, ambasciatore a Berlino, chiese di essere trasferito a Roma, perché era sicuro che la mente direttiva dell'Asse non fosse Hitler ma Mussolini.
Lui, dinanzi al vecchio VITTORIO EMANUELE III mordeva il freno. A proposito dell'Albania, il sovrano gli pose per iscritto che l'impresa era una stoltezza e che non valeva la pena di correre un qualsiasi rischio per "quattro sassi", e gli ricordò "tutti i precedenti, avevano sempre reso impossibile agli italiani di impiantarsi stabilmente sulla sponda orientale del canale d'Otranto".

Ma la guerra Mussolini la fece comunque. E diede al Re il contentino.
Durante la cerimonia del conferimento al Re d'Italia della corona di Albania, Mussolini rilevò con compiacenza lo stupore degli skipetari innanzi allo strano spettacolo di quel piccolo vecchio sul trono, con quell'omaccione - lui - ai suoi piedi. Tuttavia, si limitava a brontolare.

Quando la delegazione della camera dei fasci e delle corporazioni si recò al Quirinale per questioni varie, Mussolini annunciò al genero che quella era l'ultima sfilata delle berline reali. Ma quando venne conclusa l'alleanza con la Germania, fu lui stesso che incaricò Ciano di preparare lo scambio di telegrammi tra VITTORIO EMANUELE III e il Fuhrer, per evitare "maligne insinuazioni". Cioè, che l'accordo si facesse tra l'Italia di Mussolini e la Germania di Hitler e non tra il regno d'Italia e il Reich germanico. Come era, in effetti nelle intenzioni dei due capi e come - preoccupandosi - andavano già dicendo gli antitedeschi, presaghi del funesto avvenire.

C'era, senza dubbio, in Mussolini un notevole complesso di inferiorità, lo stesso che gli aveva sempre impedito di prendere provvedimenti contro un uomo come Croce. Ma doveva esserci, in questa esitazione, anche un grossolano e male inteso calcolo politico.
In fondo, Mussolini ammirava, temeva, imitava, invidiava Hitler, ma lo odiava segretamente. Certe volte anche in modo palese "Lui fa le sue conquiste e io le apprendo solo dai giornali".
Egli sapeva, sebbene lo ammettesse raramente, di non essere che un satellite. Comprendeva anche che, in gran parte, la sorte della sua dittatura era legata a quella di Hitler, e che la caduta del nazismo avrebbe messo in gravissime difficoltà lui e il fascismo.

Senza avere il coraggio di dare forma veramente totalitaria al regime con la eliminazione della monarchia, egli non si nascondeva il pericolo della concentrazione antitedesca che andava formandosi intorno al Re. Era comprensibile, dunque, che nell'eventualità, nient'affatto esclusa, di un crollo del nazismo, egli volesse compromettere la monarchia nella stessa misura in cui si comprometteva lui (e a quanto pare poi ci riuscì).

Del resto, anche il margine di indipendenza che egli lasciava a Ciano, aveva uno scopo. Prima di Ciano, gli ambienti di corte avevano corteggiato, carezzato, lusingato Balbo. Il fastoso proconsole della Libia, oltre a mantenere relazioni molto amichevoli coi principi di Piemonte, aveva ricevuto con eccezionale solennità il sovrano, ostentando la sua devozione e il suo lealismo. Questa, in fondo, era la ragione principale del sospetto in cui Mussolini teneva il quadrumviro: era evidente che la corte cercava, per i giorni futuri, l'Antimussolini.
Che l'uomo di fiducia del Quirinale diventasse il genero, poteva persino far comodo a Mussolini, dato che non gli era possibile far piazza pulita del monarchismo. Mentre Balbo - con la sua popolarità - poteva essere sì un pericolo. Prima della dichiarazione di guerra, dall'Africa volò subito a Roma a dissuadere Mussolini a non scendere in guerra con i nazisti, di "guardarsi dai tedeschi....sono infidi..."prima o poi diventerai il suo lustrascarpe". (sembrano le stesse parole del Re, dette a Ciano)
Ma il Duce aveva ormai deciso e lo rispedì in Africa. Quando poi morì nei primi giorni di guerra con il suo aereo colpito dalla stessa contraerea italiana, molti - nonostante tante lacrime di coccodrillo di Mussolini - pensarono male. Mussolini ne pensò bene e nel commemorarlo "Era un autentico rivoluzionario. Il solo che sarebbe stato capace di uccidermi".

Tuttavia alla vigilia della guerra, non bisogna credere che Mussolini avesse un orientamento preciso. Egli ondeggiava tra l'odio per Hitler, il desiderio di fare qualcosa che lo mantenesse su un piede di parità e la paura di mancare alle regole dell' "onore". Anche lui, soprattutto lui, temeva il mito dell'Italia dei "giri di valzer" e del "tradimento". (Ebbe poi la conferma; a Milano in quel 25 aprile, con Wolf che aveva già trattato la resa era infuriato: "
Ci hanno sempre trattati come schiavi e servi e alla fine mi hanno anche  tradito").

Soprattutto lui si lasciava dominare da questo complesso di inferiorità, tipicamente italiano, assolutamente inspiegabile in un mondo di nazioni giovani e vecchie di cui nessuna, esattamente nessuna, ha mai combattuto o posto a repentaglio la propria sicurezza per ragioni che non derivassero direttamente dai propri vitali interessi. Nessuna nazione al mondo ha mai esitato a rompere un'alleanza, in pace o in guerra, quando era cessato il tornaconto nazionale.

Fu principalmente per merito di Ciano se, pochi mesi prima lo scoppio del conflitto, il governo nazista aderì agli accordi segreti, che modificavano sostanzialmente il Patto d'Acciaio e, riconoscendo che l'Italia aveva bisogno di un certo numero d'anni per completare la sua preparazione, stabilivano che la Germania non avrebbe creato nuove situazioni belliche che potessero implicare un pericolo di conflitto prima del 1942. Sembrò una vittoria, ma era solo una ambigua tregua.
Fu "Una grande giornata milanese" in un clima "fascistissimo e di formidabile entusiasmo" con "Milano tutta una voce"


VITTORIO EMANUELE III - per questo cuccesso - manifestò il proposito di premiare il conte Ciano col titolo di marchese. Mussolini si oppose, perché il gesto avrebbe fatto cattiva impressione alle "masse fasciste". II ministro degli esteri ebbe, però, un telegramma di congratulazioni del sovrano, il quale gli rivelò di non aver mai indirizzato un telegramma ad un ministro, dopo quello inviato a Saracco subito dopo la morte di Umberto.
E aggiunse che « i tedeschi finché avranno bisogno di noi, saranno cortesi e magari servili, ma alla prima occasione si riveleranno quei mascalzoni che sono". Dunque, le congratulazioni andavano sì alla tregua, che aveva ottenuta con gli accordi segreti, ma anche con queste amare riserve.

Successivamente VITTORIO EMANUELE III volle conferire a Ciano il collare dell'Annunziata, e dovette vincere qualche riluttanza di Mussolini, al quale questa onorificenza pareva una "compromissione". Era evidente in Vittorio Emanuele il proposito di sottolineare nel modo più palese la sua adesione alla politica antitedesca del conte Ciano. Tanto più che i nazisti, mentre l'inchiostro degli accordi della tregua era ancora fresco, già preparavano apertamente l'aggressione alla Polonia.

Ma Ciano già al suo ritorno dalla Germania aveva annotato nel suo Diario: "Torno a Roma disgustato della Germania, dei suoi capi, del loro modo di agire. Ci hanno ingannato e mentito. E oggi stanno per tirarci dentro in un'avventura che non abbiamo voluta e che può compromettere il regime e il paese. Il popolo italiano fremerà di orrore quando conoscerà l'aggressione contro la Polonia e, caso mai, vorrà prendere le armi contro i tedeschi. Non so se augurare all'Italia una vittoria o una sconfitta germanica"

Mussolini pur esistendo il "patto d'acciaio", si era dichiarato subito  di voler "rimanere estraneo al conflitto",  usò anche un neologismo, siamo "non belligeranti", perché sa di essere impreparato per stare a fianco del Furher anche se ne soffre per  tre ben precisi motivi: la sua simpatia per Hitler, la sua antipatia per Stalin, e il disprezzo che nutre per la Francia e l'Inghilterra ancora dalla Grande Guerra (Versailles!)

Hitler stava già invadendo la Polonia. Mussolini ebbe un momento di incertezza e autorizzò Ciano a sollecitare un nuovo incontro con Ribbentrop, in cui "chiarire definitivamente e senza dubbi la posizione italiana". Ma Ribbentrop, molto semplicemente, non si rese disponibile, perché troppo impegnato. Hitler aveva fissato l'invasione della Polonia per il 26 agosto, ma purtroppo il risultato dei colloqui di Ciano e Mussolini fu la classica soluzione all'italiana, che non servì che a ritardare di qualche giorno le operazioni militari tedesche e a portare poi alla ambigua dichiarazione italiana di "non belligeranza".
Al Consiglio dei ministri,  così Grandi ce lo descrive "Era troppo evidente che contrastanti sentimenti cozzavano in lui. La delusione, l'amarezza, seppure contenute attraverso un linguaggio freddo, traspiravano da ogni parola. Terminò la seduta dichiarando che era dovere ed interesse dell'Italia rimanere estranea al conflitto dopo che la Germania era venuta meno ai suoi impegni di alleata". Sorprese tutti; amici e nemici. Per giorni e settimane evitò tutti, le folle, i gerarchi, le manifestazioni pubbliche. Si chiuse in un mutismo totale. In una occasione si affacciò al "suo balcone"; lo applaudirono come uomo della pace, rispose stizzito e sarcastico, "é quello che volevate no?" e girò i tacchi.

E' il momento più terribile per Mussolini. Non sa da che parte andare. Con chi allearsi. Hitler lo ha perfino umiliato quando Mussolini gli ha chiesto di voler far qualcosa per lui  se solo avesse avuto i mezzi (che chiese di suo pugno proprio a Hitler, rivelandogli: "sulla preparazione bellica italiana...... Considero mio sacro dovere di amico leale dirvi l'intera verità" - buttò giù la maschera, in casa non aveva nulla o quasi - lo vedremo a suo tempo nei vari anni del conflitto). Il Furher gli rispose quasi ironico, consigliandogli di fare solo propaganda anti francese e inglese, di occuparsi solo della "pubblicità" e basta. E lui dovette ubbidire.
Del resto mettersi contro Hitler  voleva dire provocarlo e magari farlo scendere dal Brennero. Non era un mistero questa mossa. Due alti funzionari, a Praga e a Dresda, avevano riferito in un banchetto, non proprio sobri, che ""nello spazio vitale della Germania figurava l'Alto Adige, Trieste, l'intera pianura padana, con lo sbocco sul mare Adriatico". Era presente un console italiano, e uno dei due che aveva fatto l'inquietante dichiarazione, era il nuovo goulatier di Praga.

Era mancato il coraggio per lo sganciamento, e quindi si rimandava il problema. A un 'incontro con le gerarchie del fascismo bolognese (la cosiddetta Decime Legio) fu piuttosto vago: "In questo momento burrascoso per l'Europa e per il mondo intero, è bene che il pilota non sia disturbato, chiedendogli ogni momento notizie sulla rotta che sta seguendo... Se e quando apparirò al balcone e convocherò il popolo italiano ad ascoltarmi, non sarà per prospettargli esami della situazione, ma per annunciargli decisioni, dico decisioni, di portata storica...".

Mussolini che voleva fare anche lui il "pilota" si affacciò poi il 10 giugno 1940 per dire "Popolo italiano, corri alle armi".

Vogliamo essere realisti.... due volte:
* "Senza la sconfitta britannica a Dunquerque Mussolini forse non sarebbe entrato in guerra, malgrado l'alleanza con la Germania. Egli entrò in guerra spinto dalla paura della Germania". (archivio Grandi, b. 152, fasc. 199, sottofascicolo 6, ins.3, 1 agosto 1944, f.86).
* Inoltre: non solo Mussolini, ma nessun generale al mondo avrebbe immaginato che la potente Francia sarebbe crollata in poche settimane e che l'Inghilterra si sarebbe ritirata a Dunquerque per ritornarsene sull'isola, abbandonando armi e bagagli sul continente.
Insomma gli ultimi giorni di "non belligeranza" furono per Mussolini i peggiori della sua vita. Cercava di capire dov'era il male minore. Ma non era facile!

Se dobbiamo credere al Diario di Ciano, Mussolini tentenna tra i due mali: quello immediato (la temuta colonizzazione tedesca in Italia) e quello futuro (se Hitler perde la guerra): "Mi ha telefonato il Duce che dice "se pensano di spostare un solo metro il palo della frontiera, sappiano che ciò non avverrà senza la più dura guerra, nella quale coalizzerò contro il germanesimo tutto il mondo. (ma a chi avrebbe chiesto aiuto? E percjè non l'han fatto subito? Ndr) Metteremo a terra la Germania per almeno due secoli". Mussolini era indignato "Questi tedeschi mi costringeranno ad ingoiare il limone più aspro della mia vita. Parlo del limone francese". Sta dunque pensando di allearsi con la Francia? (ma per la fine che poi fece la Francia il 10 Maggio, sarebbe stato un vero disastro per l'Italia. Per vendetta (e per il tradimento del Patto) Hitler avrebbe sull'Italia infierito oltre misura, e senza tanta strategia, perchè ora sapeva (dopo la famosa lettera di Mussolini citata sopra) che l'Italia non aveva nulla. Che era tutto un bluff.
Mentre lui aveva tutte le armate ai valichi est, nord, e ovest. Gli bastavano due, al massimo tre ore per scendere su Udine e su Ivrea, mentre dal Brennero con gli appoggi degli altoatesini, per scendere su Trento e Verona gli bastava una sola ora.

Questo lo sapeva!! Ed è abbastanza singolare che nello stesso periodo di "non belligeranza", in tutto l'arco alpino dell'Alto Adige, Mussolini proseguì i lavori delle fortificazioni, l'insediamento di caserme e la dislocazione numerosi di reparti militari. Fra l'altro c'erano già stati alcuni attentati dinamitardi in zona dei sudtirolesi, che si erano già schierati con Hitler e lo aspettavano che scendesse dal Brennero.

Il 10 maggio 1940 le armate di Hitler invadono l'Olanda e il Belgio e dilagano in Francia. Mussolini non può più tirarsi indietro; il 10 giugno scende in armi al fianco dell'alleato tedesco. Il prologo era finito, il primo atto della tragedia (che - siamo realisti ! - non poteva evitare) si stava compiendo.
Si affianca in ritardo a Hitler e tutto pimpante dichiara "...secondo le leggi della morale fascista, quando si ha un amico si marcia con lui fino in fondo... Popolo italiano corri alle armi..... !!!"

A Sant'Anna di Valdieri, il Re disse a Ciano di aver fatto trentadue ispezioni sulla frontiera francese e di essersi persuaso che i francesi sarebbero entrati in Italia come e quando avessero voluto. I fatti dimostreranno, nel giugno 1940, che il giudizio tecnico del Re era esatto. Badoglio aveva preparato sulle Alpi una linea a difesa. Ma poi arrivò l'ordine di Mussolini di attaccare mentre la Francia aveva Hitler già quasi a Parigi. Fu un disastro per gli italiani.

Perchè si decise? Vi fu spinto da tutta l'opinione pubblica, di ogni ceto.  A parte le enfatiche e pompose pagine di "tutti" i giornali, le battute della gente comune in Italia non mancavano (ed erano anche piuttosto... realiste - come detto sopra): "per fortuna che l'Italia è alleata della Germania, altrimenti li avremmo in due giorni addosso";   tutti hanno paura di non poter saltare sul "treno Hitler" che va di corsa verso Parigi.  "Perchè mai ci siamo alleati allora con Hitler, per stare a guardare?'". E se Prezzolini spingeva all'azione gli italiani, Berto (che fra l'altro non era un fascista!) offendeva pure: "starsene inerti a guardare gli avvenimenti è la cosa piu' vile che si possa fare". E così molti altri, fior di intellettuali, a dire le stesse cose sui giornali, come questa sul Bertoldo: "chi aspira spara, e chi non spara, spira".

Ma non c'era bisogno nemmeno degli intellettuali, tutti gli italiani (dal più stupido al più intelligente) erano convinti che bisognava salire sul carro del vincitore. Hitler si era permesso di ricacciare gli inglesi sull'isola e ora stava occupando l'intera Francia. Ed entrambe non erano il piccolo Stato di San Marino o il Principato di Monaco, ma due potenze mondiali travolte in una decina di giorni; (l'Inghilterra in cinque giorni!)  perfino umiliate e dileggiate sulla stampa nazionale.
"... fanno la figura di cattivi dilettanti in paragone con i tedeschi. Non ci s'improvvisa soldati e tanto meno quando si tratta di fronteggiare delle truppe come quelle del Terzo Reich!!!....
Chi può ora minacciare le fortezze mobili dell'esercito di Hitler? Superiorità di materiale?  Non c'è dubbio....Velocità?  Le fortezze mobili   tedesche hanno una corazza  imperforabile come la pelle di Sigfrido dopo il bagno di sangue  del drago" (Giornale di Sicilia, 25 maggio 1940 - e molti altri con lo stesso tono).
E quanta ammirazione!!
Titoli maiuscoli a piena pagina: "IL FUHRER DIRIGE PERSONALMENTE LE OPERAZIONI DELL'OFFENSIVA -  Questa è la realtà. I suoi generali, sono solo esecutori, perchè Hitler ha una vastità di concezione, una forza e un'audacia di decisione".
GUAI AI NON PROTAGONISTI !! (Ibid.)


Questa era la strana, assurda, disperata situazione del nostro Paese. Nessuno nel mondo era meno preparato alla guerra come l'Italia ma tutti (non solo Mussolini) volevano la guerra. Nessuno nel mondo aveva una politica estera più bellicosa ("abbiamo una foresta di 8 milioni di baionette bene affilate e impugnate da giovani intrepidi e forti"
discorso del 24 ott. '36).


Ghette, scarpe autarchiche di cartone e fucili con baionetta anni 1915-18

E quel che è peggio, una politica estera ché si lasciava guidare da preoccupazioni "ideologiche". Così il regime spagnolo repubblicano era da combattersi perché "antifascista". L'Inghilterra e la Francia erano per palazzo Venezia, soprattutto "antifasciste". La Russia "antifasciste" perchè bolscevica. E c'era rimasto male quando Hitler aveva fatto il Patto Ribbentrop con la Russia. Lo apprese - come al solito - dai giornali.
Per Mussolini fu una coltellata alla schiena, il comunismo era stato la sua bestia nera, le fondamenta e la costruzione dell'intero edifico del  fascismo erano impostate su questa lotta;  "ma come, ho lottato tutto la vita contro i bolscevichi, e guarda ora cosa mi capita con quello lì". - Non erano passati nemmeno 100 giorni dalla firma del Patto d'Acciaio.- E ora in base ai patti Mussolini doveva combattere al loro fianco, essere alleato dei bolscevichi. Ricevere gli ambasciatori russi (o qualsiasi altro comunista) nel suo salone del Mappamondo con il sorriso; magari subendo perfino qualche sarcastica battuta del tipo "hai visto Benito? tu in venti anni non hai capito nulla! Hitler sì".

Ecco perché Mussolini non era un uomo di Stato, un uomo, cioè, le cui concezioni sapessero aderire all'interesse permanente della nazione. Se egli fosse stato un vero uomo di Stato, si sarebbe servito del fascismo fino al momento giusto. Si sarebbe avveduto, cioè, che il fascismo, che gli era stato utilissimo fino alla conquista dell'Etiopia, cominciava ad essere non inutile, ma pericoloso, proprio per le disperate solidarietà internazionali che implicava. Era il momento, quello, per modificare, con opportuni accorgimenti, la struttura del regime, per avviarlo a forme rappresentative, che non si fossero trovate in troppo acerbo contrasto coi regimi democratici.
Lui riandava al passato, a quando i tedeschi invasero la Francia e l'Inghilterra non si mosse. Si mosse solo quando avrebbe dovuto star fermo.

D'altra parte, come abbiamo veduto, il suo "fascismo" non era un vero regime totalitario, costruito col rigore di quello nazista o di quello sovietico. Il difetto fondamentale della personalità di Mussolini è nella mancanza di una vera fede. Egli non credeva in nulla. Soprattutto, non credeva ai fautori dell'intervento immediato, come volevano i suoi "acciaisti" e certi giornali "ma cosa aspettiamo?".
Nè credeva all'appoggio del popolo relativo e ininfluente, perchè le grandi masse suscitavano il suo disprezzo "sono stupide e sporche, non lavorano abbastanza e si accontentano del piccolo....hanno il dovere solo di obbedire".


Il Re era di nuovo solo, terribilmente solo. E aveva varcato i settant'anni. Fino all'ultimo giorno, egli litigò con Mussolini, insistendo per la neutralità, cercando di ritardare l'intervento. L'altro, che diveniva insolente, gli mandò a dire, a mezzo di Soddu, che doveva rinunciare al comando supremo delle forze armate, perché lui, solo lui, poteva essere il capo del popolo in guerra (su questa storia, le rivelazioni di Mussolini in "L'anno del bastone e la carota"
, afferma invece che fu Badoglio a spingerlo ad assumere il comando della guerra).

Il piccolo e vecchio sovrano oppose una resistenza tenacissima. L'urlo lacerante degli "Stukas", la veloce corsa delle divisioni corazzate, la calata dei paracadutisti, il clima da Apocalisse che andava diffondendosi su tutta l'Europa, non valsero a intimidirlo. Rispose no. Mussolini insistette personalmente.
Il Re oppose lo Statuto, e propose un compromesso che salvasse il principio della sua autorità suprema. Ad un certo punto, il dittatore si convinse di aver piegato il sovrano alla sua volontà, e inflisse a Ciano l'umiliazione di annunciare in un pubblico discorso che lui e solo lui sarebbe stato il "solo" capo della guerra.

Il primo giugno, VITTORIO EMANUELE III riassunse a Ciano la tesi che egli invano aveva tentato di fare comprendere a Mussolini. A parte la totale impreparazione militare, che poteva trovare un'obbiezione nell'opinione generalmente diffusa che la Germania avesse già praticamente vinta la guerra, e che all'Inghilterra non rimanesse che tentare una pace di compromesso, esistevano comunque, secondo il Re, delle gravi incognite.
La Francia e l'Inghilterra avevano sì incassato dei colpi tremendi; ma l'intervento americano, che non poteva mancare (lo aveva detto e scritto proprio lui), avrebbe mutata la situazione.

Così il Paese entrava in guerra senza entusiasmo: c'era sì una propaganda interventista ben orchestrata, ma mancava assolutamente lo slancio del 1915.
(Iniziata la guerra il 23 dicembre del '40, dopo il fiasco sul fronte francese, la batosta di Sidi el Barrani e l'umiliazione subita in Grecia, Mussolini dirà: "Devo pure riconoscere che gli italiani del 1914 erano migliori di questi d'oggi. Non è un bel risultato per il regime, ma è così".
Il Re concludeva il suo colloquio con Ciano:
"Si illudono coloro che parlano di guerra breve e facile".

La questione del comando supremo era la risposta mussoliniana alla fallita manovra con la quale il Re aveva tentato di liquidare la sua dittatura: se il sovrano avesse subìto, la questione istituzionale sarebbe stata praticamente risolta a vantaggio del dittatore. Ma il 5 giugno VITTORIO EMANUELE III scrisse una lettera a Mussolini, in cui gli comunicava che manteneva, in base allo Statuto, il comando supremo delle forze armate, delegandogli solo la direzione politica e militare della guerra.
Era giusto che la responsabilità di quella guerra fosse assunta da Mussolini che l'aveva voluta e imposta. Così era giusto che il Re conservasse il potere supremo, cioè quello di revocare il capo del governo in qualsiasi momento. Mussolini ebbe un accesso di cieco furore, ma non reagì.

Qui poniamo la domanda fatale: poteva e doveva il Re opporsi al fascismo con mezzi più energici e decisivi? Poteva, nei momenti cruciali - nell'ottobre 1922, nel giugno 1924, nel gennaio 1925, nel giugno 1940 - imporre la sua volontà a Mussolini?
Certo, poteva per lo meno tentarlo, se fosse stato un altro uomo, se la sua concezione della monarchia costituzionale e dei compiti del sovrano fosse stata diversa. Ma quale era, in definitiva, questa concezione?

Ivanoe Bonomi, un uomo che in seguito pronunciò un giudizio molto severo su VITTORIO EMANUELE III, riferisce che, nel giugno 1943, respingendo una sua proposta di governo politico-militare da sostituire alla dittatura di Mussolini, di fronte alla descrizione dei pericoli che la monarchia correva ritardando il suo intervento o intervenendo in modo diverso, narra che il sovrano disse: "La nazione può sempre fare quello che vuole".

"La nazione può sempre fare quello che vuole".

Questa frase che abbiamo appena letta è la chiave di volta per comprendere la personalità di Vittorio Emanuele.

Tra il 1919 e il 1925 noi assistiamo in Italia ad una crisi senza precedenti:
* è il governo espresso dalla maggioranza parlamentare che non adempie al suo primo dovere, che è quello di far rispettare la legge;
* è il governo che tollera gli illegalismi di sinistra, e poi quelli di destra;
* é la maggioranza parlamentare che vota le leggi che restringono gradatamente le libertà civili fino a sopprimerle del tutto.
In conclusione, non era il sovrano che tentava di estendere il suo potere e di abolire le libertà costituzionali, ma erano rappresentanti del popolo che, per incoscienza, per debolezza, per deliberato proposito, andavano liquidando queste libertà.

Nell'ipotesi che la costituzione sia un contratto che ambedue gli organi si impegnano a rispettare e a far rispettare, il sovrano avrebbe dovuto dunque "costringere" il socio inadempiente a rispettare le clausole del contratto. Ma questo "socio" non era una persona fisica: era il popolo stesso, attraverso l'espressione della sua volontà sovrana, cioè il parlamento!

D'altra parte la monarchia in Italia esprimeva non solo la volontà liberale dalla quale era sorta e nella quale si era consolidata, ma anche quella unitaria. Era, dunque, inevitabile che la crisi delle istituzioni liberali ponesse
VITTORIO EMANUELE III innanzi a un grave dilemma: la difesa delle istituzioni liberali implicava il rischio di una guerra civile; ma in che misura la guerra civile avrebbe posto in pericolo l'unità del Paese?
Noi abbiamo visto che i liberali e i democratici che dissentivano, su questo punto dal Re, erano una minoranza esigua. Fino al secondo semestre del 1924 a tutti, anche a uomini come Giolitti e Croce, l'offuscamento e la soppressione delle libertà civili parve la jattura meno grave della guerra civile.

Nell'ottobre 1922 non altra condizione pose il Re alla sua permanenza sul trono, che l'unità del Paese. Se questa unità si fosse comunque frantumata nella guerra civile, la monarchia perdeva di colpo le sue fondamenta. E Poi?

Dopo il 1925,
VITTORIO EMANUELE III ha lungamente atteso che la nuova generazione risentisse e ripensasse la libertà, e che la condanna della dittatura mussoliniana fosse pronunciata dalla nuova classe dirigente, forse dal fascismo stesso (non mancavano in Italia i vari Farinacci).
L'attesa fu vana. Per un ventennio, salvo un piccolo, sporadico movimento liberale nel 1932 e, negli ultimi anni, del gruppo di "Giustizia e Libertà", non vi fu altra opposizione organizzata, alla dittatura di Mussolini, che il comunismo.

In questo spaventoso deserto, l'azione di quel piccolo vecchio solitario diventa patetica. Un grande umanista, Concetto Marchesi (Pci), diceva un giorno all'autore di queste pagine: "Quando la classe dirigente è incapace o inganna il popolo, il Re costituzionale deve trasformarsi in "Principe"; e imporre la sua volontà".

Giusto. Ma questi erano, appunto, i limiti della personalità di Vittorio Emanuele III: egli era un Re costituzionale, e non era e non poteva essere un "Principe". Questa concezione, di un Re che tiene lo Statuto sul capezzale e il Principe di Machiavelli sul comodino, concezione cara in Italia anche agli uomini di sinistra, sembrerà stravagante a molti stranieri.
Fedele alla norma fondamentale "la nazione può sempre fare quello che vuole", mentre attendeva che la volontà della nazione si manifestasse nel senso della libertà, il Re vedeva il primo conservatore delle più antiche libertà politiche d'Europa, Winston Churchill, inchinarsi al dittatore italiano, a quell'uomo che lui, soprattutto lui, conosceva nella sua vera natura.

La guerra, di fatto e di diritto, era cominciata. Piacesse o non piacesse, la nazione era in guerra. Il vecchio Re, ormai stanco, scelse il suo posto non nella quiete amara dell'abdicazione e dell'esilio, ma accanto a coloro i quali si illudevano che i vincitori avrebbero distinto tra fascismo e popolo italiano, e che avrebbero pagato amaramente questa illusione. Se noi avessimo la prova della sua fiducia nel fascismo, se obbiettivi giudici potessero dimostrare che egli, in qualsiasi momento, aveva considerato il fascismo come una base della monarchia, la condanna sarebbe severa e inappellabile.

Senonché, né gli italiani, né gli stranieri hanno mai saputo quello che noi oggi sappiamo per numerose, inconfutabili testimonianze, che egli, cioè, aveva sempre avversato il fascismo e il suo dittatore, che egli considerava esiziale la politica di Mussolini, anche quando la fortuna lo assisteva, anche quando eminenti personalità degli Stati Uniti, dell'Inghilterra e della Chiesa lo lodavano e lo benedicevano. Nei momenti più calmi, lo considerò provvisorio, e non perse mai la speranza che si manifestasse, alfine, una qualche concreta forza politica sulla quale appoggiarsi per tentare un intervento con probabilità di successo.

Qui sorge ancora una domanda: Perché, dunque, egli non lasciò il trono, in un momento qualsiasi del ventennio? Se egli comprendeva tante cose, anche nei momenti in cui nessuno vedeva giusto, perché non ha sottratto la dinastia alle ultime fatali responsabilità? Andando in esilio egli sarebbe ritornato in trionfo. Sì, ma quando? Dopo la disfatta? Avrebbe, forse, costituito un governo in esilio, e sarebbe ritornato, dopo la disfatta, tra le salmerie dei vincitori, per essere restaurato dalle baionette straniere, come Luigi XVIII?

No, egli non poteva che rimanere. Egli era esattamente l'unico italiano che non poteva sottrarsi al destino che investiva il Paese. Egli non aveva mai agito in funzione della dinastia. Aveva imparato, da giovane, ad essere soprattutto un soldato. E "soldato", per lui, non fu un vocabolo simbolico: accettò, silenziosamente, di dividere la sorte del più umile cittadino richiamato. Era stato con loro quando la guerra era giusta e la vittoria era in tutti i cuori e in tutte le menti. Sarebbe stato con loro, ora che un presagio di sventura gelava il suo vecchio cuore.

Tutto quello che egli aveva previsto, si avverava. L'esercito non riuscì nemmeno a vincere la resistenza delle poche forze di copertura della già prostrata Francia. La guerra, annunciata come breve, fu lunghissima.

Dopo la misera figura fatta in Francia, dopo quella ancora più pessima riservatagli da Hitler che lo ha escluso dai trattati di pace con la Francia, Mussolini è furibondo; ha deciso di fare da solo. Iniziare una "Guerra Parallela".  Anche dopo un incontro con Hitler al Brennero avvenuto il 4 ottobre, non porta a conoscenza del Fuhrer la sua intenzione di invadere la Grecia. Vuol fare come lui,  stupirlo a cose fatte.
L'attacco alla Grecia è imprevedibile "lo lascierò di stucco, come fa sempre lui con me").
Per intervenire e scatenare l'attacco alla Grecia viene creato ad arte "un incidente"
. (vedi la riunione segreta tenuta da Mussolini, Badoglio, Roatta, Ciano > > il programma? ""SPEZZEREMO LE RENI ALLA GRECIA" !!!

Lo informa dell'attacco (previsto dopo poche ore il 28 ott.) nell'incontro successivo avvenuto a Firenze proprio il 28 dello stesso mese (ott.) . Hitler è furibondo.
Critica aspramente la decisione dell'attacco alla Grecia. "Lo stato delle cose così creatosi ha conseguenze psicologiche e militari gravissime a proposito delle quali è importante far luce completa... Le conseguenze psicologiche della situazione sono spiacevoli...."(...) le conseguenze militari di questa situazione sono, Duce, molto gravi....Gli inglesi intensificheranno le loro basi aerea sul Mediterraneo..."
E non sa ancora che dovrà presto andargli in soccorso per non far sbarcare proprio gli inglesi in Grecia e nel Mediterraneo. Hitler per questo "soccorso", e per arrivarci in Grecia perderà un mese di tempo con i Serbi, e quel mese fu la manciata di sabbia fatale dentro il  suo perfetto ingranaggio strategico, logistico e militare, preparato per invadere la Russia; un piano che Mussolini ignorava e che Hitler gli tenne nascosto. Lo seppe a cose fatte, attraverso un fono.

Il 22 giugno 1941, in piena seconda guerra mondiale, Hitler, infrangendo inaspettatamente il patto di non aggressione russo-tedesco, stipulato nell'agosto del '39 dai due ministri degli esteri Ribbentrop e Molotov, sferrava una massiccia offensiva contro l'Unione Sovietica, dando così inizio alla celebre "operazione Barbarossa". Il voltafaccia del Führer, in realtà non fu così inaspettato come poteva sembrare, considerando il fatto che le velleità espansionistiche di Hitler in Russia, per la conquista del suo 'spazio vitale', non erano mai state un mistero per nessuno. D'altra parte Stalin, così come il governo italiano, si era illuso che l'attacco tedesco alla Russia sarebbe stato sferrato dopo aver sistemato bene le cose con gli inglesi sul fronte occidentale.
Sta di fatto che il cancelliere tedesco, con un tempismo eccezionale, riuscì a cogliere di sorpresa non solo i russi, cosa che all'inizio gli diede un notevole vantaggio, ma anche Mussolini, al quale aveva volutamente tenuto nascosto ogni piano per impedirgli di intervenire nell'operazione.
In due settimane dodici armate tedesche di tre milioni e cinquantamila uomini sfondavano lo schieramento sovietico formato da quattro milioni e settecentomila uomini e stanziato su un fronte lungo 1600 chilometri, che andava dal Baltico al Mar Nero; i panzer e la fanteria tedesca riuscirono a penetrare speditamente e profondamente in Russia procedendo su due direttrici: a nord, verso le regioni baltiche e a sud, verso le zone petrolifere del Caucaso.

Mussolini, molto più abbagliato dall'idea della crociata anti-bolscevica e della vittoria veloce al fianco dei nazisti, piuttosto che essere prudente per le recentissime batoste inflitte in Grecia e in Africa all'impreparato esercito italiano, offrì tutto il suo appoggio alla Germania, spingendo l'Italia in mezzo ai colpi dei due colossi armati. Ma Hitler, dicevamo, tutto voleva fuorché l'aiuto dell'Italia che ormai da tempo esercitava il ruolo di un alleato subalterno, anche a causa della sua rovinosa inefficienza militare. "'Col cuore colmo di gratitudine" ma con un evidente desiderio di declinare l'offerta, il Führer scrisse che "vi sarebbe stato modo, in futuro, di soddisfare la richiesta italiana dato che in un teatro di guerra tanto vasto l'avanzata non potrà avvenire dappertutto contemporaneamente": e suggerì che "l'aiuto decisivo, Duce, lo potrete sempre fornire col rafforzare le vostre truppe nell'Africa Settentrionale".
Ma il Duce non se ne dette per inteso e, dichiarata guerra a sua volta all'URSS, insistette. "Sono pronto a contribuire con forze terrestri e aeree, e voi sapete quanto lo desideri. Vi prego di darmi una risposta." L'alleato dovette assentire di malavoglia."
(Montanelli-Cervi, L'Italia della disfatta, pp. 170-171).
L'atteggiamento degli alti comandi tedeschi nei confronti dell'Italia era quindi, fin da prima dell'inizio della campagna in Russia, di estrema diffidenza. Il 3 aprile 1941 il segretario degli Esteri del Reich Ernest von Weizsacker scriveva che: "il miglior servizio che potrà fare il nostro alleato è si starsene fermo" (Luciano Mela - Pietro Crespi, Dosvidania, p. XIV).

< < QUI Il generale Messe segue la sfilata dell'armata;
carrette e muli per... l'invasione della Russia !!!!
Da soldato semplice nella 1ma G.M., divenne Generale del Corpo d'Armata inviato in Russia. Per divergenze varie con altri generali, rientrò in Italia e gli fu affidato il comando dell'Armata in Tunisia dove poi con tutto l'esercito (230.000 uomini) si arrese.
Montgomery, quando glielo portarono davanti chiese "ma chi è?"<<who is?>>.
MONTGOMERY nel suo libro di memorie gli italiani li liquidò con poche righe feroci "..In Tunisia... si arrendevano a mandrie, intanto al comando i generali avevano preparato già le valige"...."Messe fu catturato come un pollo". - (due righe che in Italia provocarono decine di violenti articoli, un tipo lo sfidò perfino a duello).

Dunque: Mussolini non sta fermo, ma manda e manderà in Russia 230.000 uomini. Si va a piedi e con le carrette, quando per arrivare solo alla prime difese russe bisognava percorrere 1000 chilometri in un ambiente dalle caratteristiche avverso. Inoltre quando i reparti alpini della Tridentina, Cuneense e Julia il 6 agosto dall'Italia finalmente arrivarono sul posto, il comando tedesco aveva deciso di impiegarli diversamente, di combattere in pianura viste le ridicole 216 bocche da fuoco di corta gittata, inservibili, adatte al tiro parabolico in montagna ma non in pianura.
I tedeschi vedendoli a piedi chiesero "ma non dovevano essere autostrasportati?". I genearli risposero "siamo appunto autotrasportati, perché usiamo noi le nostre gambe e i muli le loro!!". Credevano di essere ancora alla guerra del '15-18. Mentre era già l'era dei mezzi corazzati e quasi già volavano i Jet.

 

MESSE  fu poi rimosso dal comando e lui furibondo non passò a GARIBOLDI -inviato a sostituirlo- nemmeno le consegne, se ne ritornò a casa in Italia, senza neppure incontrarlo (nov.'42). (alla tragedia mancavano pochi giorni).
Le gelosie tra generali fu una tragedia annunciata. (Messe assunse poi il comando nel  marzo del '43 della 1a armata  in Africa. Ma solo per iniziare la "rotta della morte" verso la Tunisia dove a maggio si arrenderà con 230.000 (!!!) uomini al generale inglese Freyberg.

(Mio padre era lì - quando da lontano videro arrivare i "nemici", gli inglesi, disse ai suoi commilitoni "finalmente si mangia!!". Era da 5 giorni che non mangiavano. Purtroppo anche gli inglesi non avevano da mangiare per 230.000 uomini fatti prigionieri. La convenzione di Ginevra stabiliva per i prigionieri non meno di 800-1000 calorie al giorno. Allora per 8 giorni diedero ai prigionieri 300 grammi di noccioline al giorno, pari appunto a 800-1000 calorie. - Poi spedito nei campi di concentramento prima in Kenia poi in Sud Africa per 3 anni, mio padre rientrò in Italia nel maggio del 1946.
Ma subì anche la beffa:
Era andato in Africa nel 1936. Dopo la proclamazione dell'Impero, vi era poi rimasto avviando una discreta impresa di trasporti in Adis Abeba. Poi nel 1940 allo scoppio della guerra gli requisirono i camion e lui lo aggregarono ai reparti in guerra alla guida degli stessi suoi 3RO. Nel frattempo in Italia gli avevano recapitato la cartolina precetto, e con lui assente, il distretto che non aveva ricevuto la nota di aggregazione, lo bollò come disertore. E tale rimase fino al ritorno nel marzo del 1946, finendo appena sbarcato sotto processo.
Nel frattempo, in Africa, si era fatto tre anni di guerra e tre anni di prigionia in sud Africa. Alla fine al distretto riconobbero l'errore (ma ci vollero (addirittura) le dichiarazione degli inglesi e di alcuni commilitoni che avevano combattuto con lui in Libia e Tunisia. Gli pagarono sì i tre anni di servizio, ma gli altri tre anni gli dissero che era stato a vitto e alloggio dagli inglesi e nulla gli era dovuto perchè "si era arreso". Nè poteva pretendere un indenizzo dei camion che gli avevano requisiti perchè questi erano stati distrutti o acquisiti dai vincitori. Insomma che la guerra l'Italia l'aveva persa e che era già tanto se era ritornato vivo. Insomma dieci anni di lavoro e di servizio buttati al vento
.
NdR.).

Eppure dalla Tunisia Messe in una lunga relazione aveva scritto a Mussolini: "condividerò la sorte dei miei soldati, anche con la prigionia se necessario" e aggiunse "..siamo impotenti, di fronte agli stormi alleati che "oscurano il sole", e giù elogi per gli inglesi e scrive...."hanno armi, armi e armi".
Mussolini fece sì pubblicare sui giornali la relazione di Messe, ma eliminò gli "elogi" ai "nemici".
Poi nel previsto disastro, Mussolini, con un senso di rispetto per i soldati, in quel tragico frangente, lo lascia libero di prendere le sue decisioni. E Messe il giorno dopo si arrende... pure lui.
Per alleviargli il dolore della cattura,  Mussolini  promuove Messe Maresciallo d'Italia per meriti di guerra. Ma lui non "condivise la sorte dei suoi soldati con la prigionia" ma vola invece a Londra come "ospite di riguardo" degli inglesi. (!!!???)
Questo trattamento riservatogli dagli inglesi fa pensare che intercorressero precedenti accordi fra le parti. Ciò mette in diversa luce il sacrificio dei soldati in quella resa (o il presunto tradimento del Capo?). Al Duca d'Aosta di Savoia pochi mesi prima non venne invece riservata tante cortesie. Gli inglesi lo spedirono al campo di concentramento di Nairobi, dove ammalatosi morì.

Con i fatti del 25 luglio '43 - dopo pochi mesi di soggiorno a Londra - Messe rientrò in Italia chiamato da Badoglio (o imposto a Badoglio dai machiavellici inglesi). Mussolini commentò: "
...in quella relazione distribuiva più elogi agli inglesi che non alle forze italiane; eccessivi tali riconoscimenti ai nemici che si rinfrangevano anche sugli italiani, in quanto dimostravano che i nostri soldati avevano combattuto contro soldati non di seconda classe ma di prima classe. Oggi, alla luce del tradimento particolarmente obbrobrioso di Messe, ci si domanda se tutto ciò non fu calcolato e intenzionale, in vista di una cattività che Messe non poteva escludere dal novero delle possibilità. E' altresì indubbio che Messe, attraverso la sua relazione, godette di una immediata buona stampa in Inghilterra, ed è altresì documentato dalle fotografie che, giunto in volo nei pressi di Londra, Messe fu accolto da uno stuolo di generali non come un prigioniero e italiano, per giunta come un ospite di riguardo"
(Articolo di Mussolini, pubblicato sul Corriere della Sera del 1945, poi raccolti insieme ad altri  in "Il tempo del bastone e della carota").

Infatti stranamente, dopo l'8 settembre, sarà lui, rientrando in Italia a novembre a coordinare (sic. !!) con la nomina a Capo di Stato Maggiore lo sbandato esercito "ottosettembrino" del Governo regio-badogliano). (che strana guerra! e che strani comandanti tuttofare! Una volta di qui e una volta di là - con quale ideologia non si sa).

Se i "quattro sassi" dell'Albania e della Grecia ci riservarono la più cocente umiliazione e in Africa si arresero in 230.000, la campagna degli italiani In Russia - dove i soldati mandati a fianco di Hitler cantavano "Aspetta mia bambina, il mio giorno, vado vinco e torno" - si concluse con una disastrosa e tragica ritirata. ( dicembre '42 - marzo '43 - con 30 gradi sottozero)
Di 229.000 uomini inviati in Russia, 29.690 furono rimpatriati perché feriti o congelati. Dei rimanenti, i superstiti furono solo 114.485. Mancarono all'appello 84.830 uomini di cui 10.030 furono restituiti dall'Urss. Il totale delle perdite ammontò a 74.800 uomini.

"...una fiumana di uomini che sempre più si ingrossava: sicché in breve si formò una colonna enorme, larga e lunga non so quanto...." - "Per alcuni chilometri mi sedetti su un carretto, ma poi dovetti rinunciarvi, sentendomi congelare". - " Non eravamo uomini che camminavano, ma automi silenziosi e barcollanti che, nell'andare si urtavano come ubriachi."
(testimonianza di Gastone Porro, 22enne.....
(VEDI QUI L' INTERA TESTIMONIANZA > > > >

E un'altra di Sante Mucchietto, 21 anni.....
(VEDI QUI L'INTERA TESTIMONIANZA > > > >

Sopravvissuto e rientrato in Italia, a Bolzano subì anche la beffa:
fu sorpreso dall'8 settembre a Merano, w subì la micidiale reazione dei tedeschi; molti suoi commilitoni finirono deportati nei campi di concentramento, come "traditori". Lui ....dice oggi....
"Feci l' uccel di bosco, così da vivere da bestia tra le bestie".

Di 229.000 uomini inviati in Russia, 29.690 furono rimpatriati perché feriti o congelati. Dei rimanenti, i superstiti furono solo 114.485. Mancarono all'appello 84.830 uomini di cui 10.030 prigionieri. Il totale delle perdite ammontò a 74.800 uomini.

La tragedia. 500-1000 km di ritirata con 30 gradi sottozero


"Aspetta mia bambina, il mio giorno, vado vinco e torno"
74.800 non tornarono !!


Gli anglo-americani poi intervennero, in Francia, in Russia e in Italia e come sappiamo furono decisivi. (ne parleremo più avanti)

Ma come c'erano entrati un guerra gli italiani?

Se dobbiamo sempre credere a Montanelli - che s'imbarcò per la Grecia - ecco la sua risposta in L'Italia dell'Asse,, Rizzoli ed. 1981-  "I più fecero come chi scrive, cioè nulla. Ci lasciammo portare dagli avvenimenti quasi dissolvendoci in essi, e senza contribuirvi nè in un senso nè nell'altro. Quelli di noi che vennero richiamati alle armi, cioè quasi tutti, non furono soldati traditori, ma nemmeno buoni soldati".
E se fece lui "nulla" che era un ufficiale, cosa potevano fare gli altri poveri cristi che dovevano ubbidire? Li portarono al macello!
(così scriveva anche Rommel:  "li portano al macello, e non soccorrono i feriti portandoli in Italia perchè non vogliono far vedere la disfatta. Gli abbiamo dato 5 aerei da trasporto, vanno in Albania e tornano indietro vuoti, con gli ospedali là pieni di feriti. Che però nessuno si sogna di far tornare in Italia". - vedi memorie di Rommel > > ).

Ma nonostante Montanelli affermi "senza contribuirvi" il giornale dove lui scriveva  contribuiva eccome: "Il Corriere della Sera, proprio del 24 giugno in prima pagina scriveva "L'Italia contribuisce in modo positivo a modificare profondamente la situazione strategica  e il rapporto delle forze in questo teatro della guerra....E troveranno il loro giusto compenso, come hanno già trovato il leale riconoscimento del nostro alleato". (all'uscita del giornale la Francia stava già capitolando - Comodo ! - Ndr). (e il "leale riconoscimento" fu una amara " beffa ").

Montanelli aveva dimenticato quanto scriveva dall'Africa su "Civiltà Fascista" (Vedi qui l'intero articolo . originale > > > )
" Nessuno di noi si augura che la guerra finisca abbiamo un solo desiderio: continuare! "
E poi scrive...... "
I più fecero come chi scrive, cioé nulla".

Il Re abbiamo detto sopra, non poteva che rimanere al "comando", ma tutto ad un tratto, le sue pessimistiche preoccupazioni con Ciano cessarono. Improvvisamente egli divenne "ottimista". Egli aveva delegato la direzione politica e militare a Mussolini. Solo a costui egli poteva esprimere i suoi giudizi e le sue apprensioni: con gli altri, egli aveva come Re "il dovere" di essere "ottimista".
Anzi chiaro e tondo disse....

Vi parla il Re....
"nessun dubbio sfiora la mia mente"
"l'avvenire dell'italia sarà garantita dalle armi"

(richiede plug-in RealAudio(r) o RealPlayer(r))

Ma c'è una grossa stonatura. Non c'erano solo i giornali a spingere Mussolini con quel "chi aspira spara, e chi non spara, spira", "L'Italia contribuisce..." ecc. ecc. C'era anche lui, proprio lui il Re. Smise all'improvviso di essere un insofferente antitedesco; e la sua frase che girava negli alti comandi militari era  "gli assenti hanno sempre torto".
Altra stonatura: a blitz francese concluso (concluso da Hitler!!) ricevette Gooring e in pompa magna gli cinse il collo con il collare dell'Annunziata, che vuol dire trasformarsi in "cugino del Re". (Al processo di Norimberga, a Gooring nel '45, gli stavano preparando un altro "collare",  meno nobile, ma preferì suicidarsi)

Ciano, nel suo Diario, rileva con irritazione questo falso "ottimismo ufficiale" e questo suo comportamento piuttosto ambiguo. Con quel suo "Nessun dubbio sfiora la mia mente...." ? Ma perchè?
Di solito il Re ogni giorno faceva un'ispezione. Nulla gli sfuggiva.


Ma qualcosa non vedeva. Non solo l'inefficienza militare, che negli armamenti era penosa, ma perfino nelle piccole cose.
Nel dicembre del 1940, l'Italia fascista aggredì anche la Grecia (ripetiamo: a dicembre !!!) . Il nemico più micidiale ovviamente fu il freddo: a migliaia i nostri ragazzi ritornarono con le gambe congelate. Come mai? Il nostro esercito non aveva né calzettoni di lana, né equipaggiamenti invernali. E la nostra industria? La nostra industria che il governo fascista aveva protetto, arricchita, potenziata?
La nostra industria laniera lanciava con grande successo, proprio in quell'inverno 1940-41, la moda dei calzettoni di lana per signora: mentre i più validi giovani col gelo perdevano le gambe in Albania, le belle d'Italia giravano nel dolce clima di Roma e di Napoli coi polpacci fasciati di morbida lana. Questa.... la guerra fascista!!!. E non parliamo di quando andarono in Russia a piedi con i muli degli alpini, non in montagna ma in pianura. Gli alleati tedeschi nel vederli arrivare a piedi e con i muli, rabbrividirono.

Ma l'aspetto già tragico di quell'orribile conflitto fu che, nonostante tutto, si finì per combattere. E si andò anche oltre il patriottismo, in Grecia, in Africa, in Russia. Giovani che credevano nei miti bugiardi di quella guerra, ce n'erano. Del resto i padri con il loro "Capo" gli avevano insegnato
, il patriottismo, i valori, l'ottimismo, gridando "abbiamo 8 milioni di baionette" e nei raduni esibivano le medaglie i nastrini delle battaglie del '15-'18.
Ma il valore di coloro che ora combattevano, in quelle condizioni, era persino più meritorio del valore di coloro che avevano combattuto nella prima guerra mondiale ("sono degli eroi a salire su quelli che chiamano carri armati (scatole di sardine), e sono degli eroi quei piloti che volano con quelle bari volanti"-
vedi memorie di Rommel > >)

Comunque, pochi mesi dopo l'intervento, gli italiani più riflessivi cominciarono a persuadersi che la Germania non avrebbe vinto la guerra. Svaniva, quindi, anche l'umiliante e materialistica prospettiva, in un mondo ormai nazificato, di essere un altro satellite del Reich, con titolo onorifico di "alleato", e un bel galautier tedesco a comandare. Perché questa, ormai, era tutta la gloria alla quale poteva aspirare il genio di Mussolini.
In conclusione, che cosa si poteva fare? Ormai, per il Re non c'era che una realtà: la guerra. Fino a che la decisione rimaneva incerta, il Re non poteva far nulla. Poteva ammonire il capo del governo e il capo di stato maggiore, poteva contestare tutte le circostanze che gli cadevano sotto gli occhi. Ma questo, forse gli salvava l'anima, non aveva alcun rilievo politico nè militare.

L'ora dell'Italia grigia per non dire nera, la si vide tra la fine del 1942 e gli inizi del 1943 (la ritirata in Russia).
VITTORIO EMANUELE III
sapeva nel modo più preciso che il nostro esercito era ridotto a poche divisioni, tre o quattro, solo discretamente efficienti, e ad una accozzaglia di uomini male armati, mal vestiti, male istruiti, mal nutriti, che non erano in grado di opporre nessuna resistenza all'invasore; che la nostra flotta, quasi del tutto priva di carburante, non poteva che lasciarsi gloriosamente affondare; che la nostra aviazione era ridotta a poche squadriglie senza radio a bordo, di tela cerata e non sempre efficienti e spesso anch'essa senza benzina.

I nemici avevano invece aerei metallici come i Spitfire che andavano a 600 all'ora, avevano le radio a bordo per coordinarsi, a terra avevano già i radar. I russi avevano i possenti carrarmati T 34 da 52 tonnellate, torretta in fusione, cannoni da 7,62... ( furono l'amara sorpresa per Hitler > > > )

.....non quelli comprati l'Upim", "reparto giocattoli" da 3 ton., torretta in lamiera, fuciletti al posto di cannoni, e due uomini incastrati dentro che assomigliavano - come diceva Rommel - "scatole di sardine".....


"le scatole di sardine"

.... i russi avevano gli stivali, le giacche e i colbacchi inbottiti di pelliccia.
I T 34, viaggiando a 40 km orari sulla steppa innevata, trainavano su un treno di slitte le truppe d'assalto. E queste attaccavano, facevano la mattanza, e sparivano subito, riparandosi dietro il "bestione".

Mentre gli italiani marciavano a piedi con la bustina di pezza, scarpe di cartone e per mangiare accoppavano i muli che non servivano nelle pianure russe, come non servivano gli Alpini; i ns. generali sprovveduti credevano di andare sui monti e non nella sterminata steppa. E così in Africa: quelli che si erano preparati per fare i paracadutisti (la Folgore) li usarono come fanteria al macello (vedi "El Alamein").
Se questi - fin dall'inizio - li avessero impiegati per la conquista di Malta, le sorti della guerra in Africa sarebbe stata del tutto diversa.

I fenomeni di scontento popolare, gli scioperi che si ebbero a Torino agli inizi del 1943, le grida dei genovesi che invocavano la pace, durante una visita del Re, non avrebbero avuto grande importanza, come non ne ebbero nel 1916 e nel 1917, se la nazione in guerra avesse conservato delle possibilità di resistenza e di vittoria. Ma non aveva nè l'una nè l'altra.

Nel primo semestre del 1943, la disfatta militare era, ormai, già acquisita. (lo scrive proprio il Re nel documento del 15 maggio 1943 - LO TROVATE QUI > > > dove - per l'ennesima volta - meditava l'idea di sganciarsi da Hitler che era già pronto a scendere dal Brennero se noi facevamo un passo falso (poi gliene abbiamo dato il motivo con quell'infame 8 settembre).

Infatti la vitalità e la combattività del Reich erano tutt'altro che diminuite, in quel primo semestre del 1943. Anzi, la preparazione avanzata delle "armi segrete"
loro dicevano, ma in parte era anche vero - vedi > > (ma per fortuna che c'era l'ottuso Hitler, che aveva a disposizione i migliori fisici del mondo e aveva Von Braun - quello che porterà poi gli Usa a sbarcare sulla Luna) non escludeva la possibilità di un miglioramento radicale della situazione. Tuttavia, mentre Mussolini vedeva approssimarsi il giorno in cui il compito di difendere il regime fascista sarebbe stato assunto dalla SS, il Re sapeva che la perdita della nostra forza militare avrebbe significato la soppressione della totale indipendenza politica del nostro Paese.

Per queste ragioni, già nel gennaio del 1943, il Re decise di intervenire per trarre il Paese dalla tragica situazione nella quale andava precipitando. Era evidente, ormai, che lo stesso regime fascista andava disgregandosi. I reduci dalla Russia tennero un'adunanza in Roma, nel teatro Quirino, e pubblicamente attaccarono le alte gerarchie del partito, accusandole di corruzione, di scarsa intelligenza, e la imbecillità degli alti comandi (In Grecia, in Africa, in Russia). (In Italia, poi dopo l'8 sett. furono anche vergognosi).

Il mito dì Mussolini decadeva rapidamente sotto il peso delle sconfitte in Grecia, Africa, Russia. Quasi sull'orlo del fallimento, dunque, la direzione politico-militare della guerra, la decisione ultima spettava a VITTORIO EMANUELE III, comandante supremo delle forze armate.
Questi pensieri e questi propositi del sovrano trapelarono. Essi furono accortamente diffusi da Acquarone, specialmente nell'ambiente del Senato, allo scopo di sommuovere le acque, e di promuovere qualche riviviscenza di forze politiche diverse da quella fascista.
Molto contribuì, alla ripresa dell'agitazione antifascista, l'attività dei principi di Piemonte. Tanto Umberto che Maria Josè, a Roma come a Torino, cominciarono ad ascoltare personaggi politici della vecchia classe dirigente, e qualche antifascista della nuova generazione. Particolarmente attiva la principessa ereditaria, che dalla sua generosa e civilissima patria di origine e dalla sua vasta e moderna cultura traeva simpatie molto vive per il liberalismo storico di Benedetto Croce, per il partito d'azione e per il socialismo, sebbene queste due ultime correnti si manifestassero nettamente repubblicane.
"Dentro i Sabaudi - scrisse Elio Vittorini - "era lei l'uomo in famiglia".

Le vecchie personalità dell'antifascismo uscirono dai loro rifugi e dai loro studi, per stringersi intorno ad Ivanoe Bonomi: erano i liberali, i giolittiani Einaudi e SoIeri, i popolari De Gasperi, Spataro e Gronchi, il senatore Casati, Emanuele Orlando. In verità, non c'erano che due formazioni clandestine veramente organizzate ed efficienti: íl partito comunista e il partito d'azione, che poteva contare su potenti appoggi del ceto dei dirigenti industriali. Tutte queste forze eterogenee, nel primo semestre del 1943, si raggrupparono in un comitato di agitazione in cui presero posto i liberali, i popolari, che ora si denominavano democratici cristiani, i vecchi riformisti che, con alcuni radicali e massoni, presero il nome di democrazia del lavoro, i socialisti e i comunisti.
Questo raggruppamento, attraverso Bonomi, entrò in contatto con Badoglio (che per il suo alto grado militare aveva la possibilità di vedere il Re), e, sul comodo terreno del Senato, con Acquarone e col vecchio ammiraglio Thaon de Revel.
Questo acuto "prefetto "di palazzo" conosceva a menadito la psicologia del Re. Egli sapeva che bisognava creare una certa agitazione politica, per dare al sovrano la concreta sensazione che i suoi propositi corrispondevano a una reale corrente d'opinione.

VITTORIO EMANUELE III
ascoltò alcuni di questi uomini. L'opinione degli altri gli venne riferita da Badoglio e da Acquarone. A tutti egli dette l'impressione di una estrema diffidenza. In realtà, egli attendeva il momento giusto. Questo momento non poteva essere che l'imminente - perduta la Sicilia - invasione dell'Italia continentale.

Alle sollecitazioni di ascoltare direttamente la voce delle opposizioni antifasciste, e di concordare con loro l'azione necessaria, VITTORIO EMANUELE III obbiettò l'impossibilità di mantenere in Italia il segreto di una così vasta e grave congiura. Egli non ignorava che i tedeschi erano presenti in ogni ministero, in ogni pubblico ufficio con la loro quinta colonna. Egli non ignorava che i tedeschi in borghese a Roma erano molte migliaia e che in poche ore potevano trasformarsi in una organizzata forza di delatori.
Per questa ragione, non solo egli era molto cauto, ma intervenne, ad un certo punto, per imporre la stessa cautela perfino ai principi di Piemonte. Si narrava a Roma che un giorno, a pranzo, egli avesse ordinato alla nuora (Maria Josè) di non interessarsi ulteriormente di politica. Anzi, la principessa venne allontanata dalla capitale.
Tuttavia le trattative e i maneggi nella coalizione delle opposizioni non erano gran che interessanti e allettanti.

Nella coalizione, i più pratici e realisti erano naturalmente i comunisti che, messa da parte ogni considerazione ideologica, alcuni erano pronti a collaborare con chiunque fosse disposto a combattere contro i nazisti e i fascisti: erano loro, appunto, che propugnavano l'unità d'azione e la convenienza di promuovere l'iniziativa del Re. Ma ci volle il bello e il buono per persuadere i giovanotti del partito d'azione a "servirsi" della monarchia. (poi lo fece invece il "compagno" Togliatti rientrato dalla Russia).

In principio, i sei gruppi congiurati accettarono la tesi di Acquarone: un governo militare presieduto da Badoglio e composto di funzionari che, nello spazio di pochi giorni, doveva "liquidare" il regime fascista, per essere poi sostituito da un governo presieduto da Bonomi e composto dagli esponenti dei sei gruppi, col mandato di concludere alla svelta la pace separata con gli alleati.
Successivamente, si adottò una tesi più spinta: presidenza Badoglio e vice presidenza Bonomi con ministri Einaudi, Casati, Soleri, De Gasperi, Comandini, un socialista, un comunista e via dicendo.

Finalmente, ai primissimi di giugno VITTORIO EMANUELE III acconsentì a ricevere Bonomi. Il vecchio sovrano non aveva mai avuta una comunicativa facile. Il colloquio, tuttavia, ebbe molti aspetti umani, alcuni dei quali persino patetici. Bonomi, che non lo vedeva da moltissimi anni, lo trovò molto invecchiato e malandato. Il Re, viceversa, trovò l'ex presidente del consiglio molto florido e prestante. Cominciò col lagnarsi dei reumatismi, della vista che gli diminuiva e degli acciacchi della vecchiaia. Ostentava la sua decrepitezza, quasi si lamentasse di quella pretesa che gli sorgeva intorno insistente: la pretesa che proprio lui, così vecchio e così solo, dovesse prendere un'iniziativa che avrebbe dovuto toccare ad uomini più giovani e vigorosi.

Bonomi ebbe l'impressione che il Re volesse sfuggire agli argomenti concreti. Ma egli sapeva molto bene che cosa l'ex presidente del consiglio avrebbe finito per dirgli. Gli antifascisti non avevano mutato avviso: Badoglio presidente, Bonomi vice presidente con ministri liberali, democristiani, demolaburisti, azionisti, socialisti e comunisti.
Bisognava, secondo gli antifascisti, che il governo avesse un chiaro, inequivocabile carattere politico, tale da costituire di per se stesso la più netta sconfessione del fascismo e la più solida garanzia per gli alleati ai quali si sarebbe dovuto chiedere la pace separata. Ma - attenzione - da farsi nello stesso giorno in cui sarebbe stato esautorato Mussolini.

La prospettiva di una immediata reazione germanica, lungi dal preoccupare gli antifascisti, apriva, secondo loro, la maggiore prospettiva di essere accettati nel campo degli alleati, non più come nemici sconfitti, ma come cobelligeranti, sia pure di fatto.
VITTORIO EMANUELE III non rispose, non espresse giudizi, né favorevoli, né sfavorevoli; Bonomi comprendeva che questo silenzio significava rifiuto, e non esitò ad avvertire il sovrano che ogni rinvio, ogni diverso indirizzo avrebbe compromesso, forse irrimediabilmente, la dinastia. Fu a questo punto che Vittorio Emanuele III rispose, freddamente, che "la nazione poteva fare sempre quello che voleva".

Ma si rendevano conto, gli antifascisti, della realtà della situazione? Si rendevano conto che un ministero di cui avesse fatto parte un comunista, cioè un rappresentante dell'Unione Sovietica, avrebbe scatenato una reazione germanica così violenta, da non lasciarci il tempo di prendere un qualche utile contatto con gli alleati?
Può darsi che gli Alleati si sarebbero fidati più di un Bonomi che di Badoglio; ma un governo Bonomi avrebbe avuto a sua disposizione non i quarantacinque giorni del governo Badoglio, per intavolare e concludere trattative, ma pochissimi giorni e forse poche ore. Bonomi non era un uomo degli indugi, della melina, dei comunicati ambigui.

Noi oggi sappiamo, per le rivelazioni fatte dai capi responsabili degli Stati Uniti e dell'Inghilterra, che, occupata la Sicilia, le Nazioni Unite non sarebbero sbarcate in Italia; ma avrebbero concentrate tutte le loro forze contro la Francia occupata e solo in un secondo tempo contro la penisola balcanica. Quindi, se noi ci fossimo fatti attaccare dai nazisti, istituendo un governo che avesse rivelato il nostro proposito, la Germania avrebbe avuto tutto il tempo di schiacciare il nostro Paese. Alla resa dei conti, poco ci avrebbe giovato il sacrificio personale di VITTORIO EMANUELE III e di alcuni vecchi esponenti dell'antifascismo.

I propositi di Bonomi e dei suoi amici erano, dunque, molto nobili, ma poco politici, poco pratici. Il dovere del nuovo capo dello Stato non era di cercare delle romantiche soluzioni, ma di limitare, nella misura del possibile, le conseguenze di un ventennio di colpe e di errori.
Il Re si era già mosso sul campo della realtà, che era prima di tutto una realtà militare. Aveva nominato e manovrato Badoglio, non perchè gli era simpatico, ma solo perchè aveva e conservava, una forte influenza negli ambienti dello stato maggiore. Così, si ottenne l'eliminazione di Cavallero, uomo acquisito ai tedeschi e venne messo, alla testa dello stato maggiore generale, Ambrosio, che già era capo dello stato maggiore dell'esercito; un uomo rigido, sicuro, pronto ad eseguire gli ordini del Re, anche in senso antifascista.
Il sovrano aveva rinnovato l'arma dei carabinieri, che era comandata da un uomo di sua fiducia, l'Hazon, e dalla quale era minutamente informato della situazione.

Mentre tutti gli esponenti dell'antifascismo concludevano che il silenzio di
VITTORIO EMANUELE III significava che non si poteva più contare sulla monarchia, il sovrano invece attendeva il momento giusto. Il momento che egli attendeva era, esattamente, lo sbarco degli alleati in Sicilia.
Da San Rossore venne immediatamente a Roma. Vide Badoglio e, per la prima volta, gli domandò esplicitamente se avrebbe accettato la successione di Mussolini. Ma quando il maresciallo gli disse che avrebbe portato con sé al governo Bonomi, Einaudi, Soleri, Orlando e via dicendo, proruppe, in dialetto piemontese: Ma sono dei fantasmi! - Anche noi, Sire, siamo dei fantasmi! . Risposta umoristica, ma non pertinente. Comunque, risposta non generosa.
Dall'arido vecchio, ci fu una protesta: "E su chi fondiamo un colpo di Stato di così vasta portata?
Sui settantenni nostri coetanei? E i giovani? Dove sono i giovani?"

Nessuno, in campo antifascista, si rendeva conto che il Re aveva non solo deciso tutto, ma preparato tutto. Meglio informati erano i fascisti: quei gerarchi che avevano sempre fatta un po' di fronda contro la dittatura di Mussolini, Grandi, Bottai, Federzoni, De Vecchi, De Bono, Ciano stesso, e quelle più recenti personalità che, entrate nei ranghi dopo lo stabilimento della dittatura, erano assurte alle cariche che davano accesso al Gran Consiglio.
Erano però esattamente quegli stessi gerarchi che nel marzo 1940 avrebbero dovuto stringersi intorno a Ciano e offrire al Re la base politica per la destituzione di Mussolini. C'era da fidarsi?

Il più acuto e maturo di questi era indubbiamente, Grandi. Costui si rese conto che il Re, diversamente dalla "congiura" del '39-'40, era più temibile di Mussolini. Il gruppo degli alti papaveri non aveva via di scampo. Sarebbero stati pure loro esautorati.
D'altra parte, il Re non poteva eliminare Mussolini, senza eliminare, con lo stesso gesto, il regime fascista. Nessuno meno del Re avrebbe potuto distinguere Mussolini dal fascismo. Infatti, l'azione degli alti gerarchi - nel '40 - si era limitata alla mormorazione.
Quando essi potevano e dovevano agire nel '39-'40 - avrebbero potuto agire non solo in base a presupposti democratici ma per dimostrare la vitalità e la capacità di interpretare e di difendere gli interessi della nazione - si erano poi invece chinati tutti alla volontà del dittatore.
Con questo, essi si erano tagliati fuori da ogni soluzione: non erano, dunque, i loro mormorii che potevano scaricarli di una tremenda corresponsabilità.

GRANDI, tuttavia, concepì un audace disegno per strappare al Re l'iniziativa e per costringerlo a non escludere i gerarchi fascisti dalla soluzione. Nacque, così, in articulo mortis, il famoso "ordine del giorno" col quale si invitava il Re a prendere in mano la situazione, cioè a privare Mussolini della suprema direzione del Paese.
Proprio in quel momento, gli ingenui gerarchi si facevano una mentalità democratica e parlamentare.
GRANDI Presentò l 'ORDINE DEL GIORNO DI SFIDUCIA, lo firmarono......
VEDI documento ORIGINALE QUI > > >

Costituitasi in Gran Consiglio una maggioranza a favore dell'ordine del giorno di sfiducia a Mussolini, il Re avrebbe dovuto affidare a questa maggioranza la soluzione della crisi: un governo Grandi o Ciano, come programma massimo, un governo Badoglio-Grandi o Badoglio-Ciano come programma minimo.

Si badi bene. Esistono numerose testimonianze di contatti e trattative tra il Re e alcune grandi personalità politiche del vecchio regime. Nessuna traccia di accordo esiste però tra il Re e i membri del Gran Consiglio. La cronaca di questa famosa seduta è nota. E desta stupore lo strano atteggiamento di Mussolini, praticamente remissivo.
Ignorava tutto? I propositi del Re, i maneggi degli antifascisti, la congiura dei gerarchi, il tranello dell'ordine del giorno? No, sapeva tutto.
La sua apparente remissività era solo una prova della sua consapevolezza. Ma sapeva pure che se avesse usato la forza della polizia contro coloro che gli chiedevano conto dei suoi misfatti, data la situazione che si era ormai creata, il vaso avrebbe potuto traboccare.
Egli aveva una sola speranza: che in definitiva il Re non gli avrebbe ritirata la sua fiducia.

Il vecchio sovrano era stato abilissimo. Fino al 25 luglio, infatti, nessuno di quelli che lo avevano avvicinato, né Bonomi, né Thaon de Revel, né Soleri, e nemmeno lo stesso Badoglio, potevano dire che egli avesse acconsentito al "colpo di Stato". In realtà, gli uomini che lo circondavano e i loro collaboratori, Badoglio, Ambrosio, Acquarone, Castellano, Carboni, Hazon, si erano solo limitati a "capire" i silenzi del Re . Essi avevano agito a loro rischio e pericolo, destramente spronati e incoraggiati dal "prefetto di palazzo", in modo che il Re potesse intervenire, senza bisogno di scoprirsi, esattamente nel momento più favorevole.

Di tutti i personaggi di questa cupa tragedia, i meno consapevoli erano gli antifascisti: costoro non solo ignoravano i pessimi rapporti tra il Re e Mussolini, ma erano persuasi che il Re fosse attaccato al fascismo. I più consapevoli erano i gerarchi fascisti, proprio perché fra loro c'era Ciano, che sapeva tutto dei rapporti tra il suocero e il Re .

Mussolini si recò a Villa Savoia persuaso di dovere affrontare una delle solite dispute. In definitiva - pensava - l'abituale minaccia della guerra civile sarebbe bastata a ridurre il vecchio Re ad un innocuo brontolio. Egli non sapeva che non c'era più materia per disputare. Non sapeva, soprattutto, di non essere già più capo del governo, primo ministro, presidente del consiglio dei ministri, capo del fascismo, e cento altre cose. E fra queste una: non sapeva che fuori perfino i suoi arditi sarebbero saliti sul carro del nuovo vincitore.

L'aveva fatta lui, la legge del dicembre 1925 sulle prerogative del capo del governo? In questa legge si stabiliva che il decreto di accettazione delle dimissioni del capo del governo doveva essere controfirmato dal suo successore. Le sue "dimissioni" (dal supremo comando militare) sarebbero state un fatto compiuto, nel momento in cui entrava a Villa Savoia.

Si può formulare un'altra ipotesi sulla relativa sicurezza con la quale Mussolini si recò dal Re , ipotesi che può essere fondata sulle Memorie del dittatore, apparse nel Nord-Italia, col titolo Il bastone e la carota. Egli riteneva che, al massimo, il sovrano si sarebbe attenuto alla lettera dell'ordine del giorno del Gran Consiglio, e che avrebbe assunto il supremo comando militare, lasciando naturalmente a lui la direzione politica. Alla fin fine, questa soluzione poteva persino apparirgli vantaggiosa, poiché lo avrebbe liberato da un carico tremendo.
Le misure militari che vennero prese intorno a Villa Savoia, per ordine del Re , sono note. Il colloquio fu breve, Mussolini racconta che Vittorio Emanuele III era convulso. Possiamo credergli. La relazione che il dittatore gli fece sulla seduta del Gran Consiglio non influì minimamente sulla sua decisione, né lo scosse la notizia, vera o falsa, che una parte degli alti gerarchi era già pentita del voto.

Il sovrano si limitò a comunicargli, con le consuete espressioni di rammarico, che si imponeva la necessità della sua sostituzione con Badoglio. Si limitò solo a constatare che Mussolini (ma lui non ci credeva, pensava agli Arditi) ormai, non godeva più nemmeno della fiducia del fascismo. Tutte le riserve, in forma di velata minaccia, che il dittatore fece sulle conseguenze che il suo ritiro avrebbe avuto nel Paese, rimasero lettera morta. Il piccolo Re lo accompagnò all'uscio, mentre Mussolini parlava ancora, quasi lo sollecitava ad uscire, dandogli delle piccole spinte. Poi appena scesa la gradinata il perentorio invito di un ufficiale dei carabinieri a salire su un'autoambulanza, "per la sua incolumità".
Solo dopo, nella caserma dei carabinieri di Piazza del Popolo, Mussolini si rese conto che non erano misure protettive quelle di cui era oggetto, ma un vero e proprio arresto e la caserma la sua prigione.
Che cosa fosse rimasto della sua declinante personalità, è dimostrato dalle ingenua espressioni di patriottismo "e di augurio con le quali egli si rivolse al maresciallo Badoglio."
"Ma fuori cosa succede? I miei arditi dove sono?", "eccellenza si sono uniti anche loro con in testa il loro comandante, ai badogliani".

Alla notizia l'entusiasmo del Paese fu indescrivibile. Non ci fu da parte dei fascisti il minimo accenno di resistenza. Due sole personalità di secondo piano, si tolsero la vita. Nemmeno, forse, nei giorni di Vittorio Veneto
VITTORIO EMANUELE III venne acclamato con tanta unanimità e con un "finalmente"!!
Un lato antipatico nel colpo di Stato, c'era. Non era solo l'arresto precauzionale di Mussolini. Era indispensabile, infatti, che l'ex dittatore venisse sottratto ad ogni contatto con i nazisti. Ma l'arresto nel domicilio privato del Re non era stata la migliore: un'udienza rituale era stata trasformata in tranello. Di questo si dolse, al momento, soltanto una donna, la regina Elena "Ma come? E' inaudito, dentro a casa mia!!"

Il proclama del Re del giorno dopo il 25 luglio conteneva due concetti:
il divieto di ogni "recriminazione" e la "continuazione" della guerra. E sappiamo che il proclama era tutto di pugno di
VITTORIO EMANUELE III.
Così, sappiamo che il proclama della riassunzione del comando supremo era di Orlando. Alcuni dei partiti antifascisti, i più estremisti, formularono immediatamente una serie di gravi accuse contro il Re e il suo governo. Essi osservavano che il Re avrebbe dovuto, con un solo colpo, sradicare tutto il fascismo, chiamare al governo i capi dell'antifascismo e proclamare, sia pure unilateralmente, la cessazione della guerra che il fascismo aveva scatenata.

Il divieto delle "recriminazioni" era interpretato come un bavaglio imposto all'antifascismo, e come un tentativo di continuazione del "regime" con uomini e nome diversi. Soprattutto, preoccupava quel "la guerra continua", che significava, secondo gli antifascisti, la continuazione del maggior crimine commesso da Mussolini e dai suoi complici.

Badoglio aveva costituito un governo di tecnici e procedeva grado a grado alla liquidazione degli istituti fascisti. Ma il proclama firmato dal Re rispondeva ad una seria ed obbiettiva valutazione della angosciosissima situazione.
Oggi si può pronunciare un primo e sereno giudizio. Noi oggi sappiamo che le immediate reazioni naziste alla destituzione di Mussolini e, ai primi passi del governo di Badoglio furono estremamente preoccupanti. In realtà, Hitler, che si riteneva legato da un patto personale col collega italiano, infuriato come un ossesso aveva ordinato la cattura del Re e della famiglia reale e soprattutto "il bambino, catturate il bambino, prima di tutti voglio il bambino. Il bambino è piu importante del vecchio..." - VEDI > > > > >
.

Cosa temeva Hitler da un bambino? Che il Re potesse abdicare a favore del bambino con sua madre Maria Josè reggente. E che gli italiani, sentimentali e mammisti come sono, si sarebbero stretti attorno al piccolo e alla madre (di intelligenza ed acume politico come pochi dentro casa Savoia) e gli italiani fascisti o antifascisti avrebbero ricompattato non solo l'esercito ma ricreata l'unità nazionale, davanti a un ipotetico pericolo tedesco.
Il "bambino" per Hitler, psicologicamente - come ostaggio- valeva e gli era più utile di cinque divisioni che stava già ammassando sui confini, se quel bambino riceveva la corona dal nonno, e con reggente la madre MARIA JOSE' (notoriamente antitedesca, addirittura nemmeno monarchica, ma repubblicana come intelligenza e formazione, e democratica di fatto) in Italia il bambino e la madre dalla faccia così pulita, non compromessa nè con Mussolini, nè con Hitler, e nemmeno con gli stessi Savoia, di cui lei non aveva minimamente nessun timore reverenziale, per "punire gli italiani come traditori" a Hitler non gli sarebbero bastate nemmeno trenta divisioni!

Hitler venne dissuaso da così grave misura solo dalla possibilità che il governo Badoglio avesse veramente e seriamente proseguita la guerra con lui. Almeno in una parte delle alte gerarchie fasciste - non avevamo che una sola carta per ritardare l'intervento germanico: coltivare questa certezza o questa speranza

Mentre acuni antifascisti ritenevano, invece, che la esiguità delle forze germaniche stanziate in Italia ci dava (SUBITO !!!) la possibilità di proclamare la cessazione della guerra contro le Nazioni Unite e con loro annientare rapidamente le poche divisioni naziste in Italia. Ma, a prescindere dal fatto che forse la efficienza delle nostre forze armate non era nemmeno tale da poter assolvere questo compito con certezza di rapido successo, noi oggi sappiamo che l'invasione dell'Italia continentale non era affatto nei programmi degli alleati e fu semplicemente imposta loro dallo sviluppo degli eventi. (per il nostro non aver - un qualche modo - agito SUBITO !! il 25 luglio).

Nessun generale inglese e americano (ma chiunque altro) aveva in progetto di invadere la Germania, partendo dal fondo della penisola italiana, e con in mezzo le Alpi.
In ultima analisi, la cessazione unilaterale della guerra, e il conseguente attacco ai tedeschi, presentavano alcuni gravissimi rischi. C'era la possibilità di essere schiacciati in un primo o in un secondo tempo. I nazisti avrebbero annientato non solo la monarchia, ma ogni forza politica antifascista. L'Italia, completamente dominata dal Reich, avrebbe dovuto continuare la guerra nazista fino all'ul
timo giorno e nelle più atroci condizioni.

Altro rischio, ancora più grave, andava ravvisato nella situazione della Sicilia, ove si era immediatamente delineato un movimento separatista. Se si tiene presente che la direzione politica dell'occupazione militare era tenuta dagli inglesi, e che due volte nei secolo decimonono l'Inghilterra, in occasione della crisi del 1815 e di quella del 1848, avevano tentato di promuovere e di incoraggiare la separazione della Sicilia, si vedrà che due anni di occupazione militare in assenza di qualsiasi legittimo governo italiano, avrebbero certamente determinato una situazione veramente irreparabile. (In Sicilia erano così sicuri che avevano adottato e già girava un distintivo con il simbolo della trinacria con accanto la bandiera Usa con una stella in più).


Poi i manifesti.....
(...neghiamo ai sabaudi il diritto di governarci..... ecc. ecc.....
(...chiediamo agli Alleati che sia costituito un Governo Siciliano....)
(VEDI QUI I 2 DOCUMENTI ORIGINALI > > >

Noi non possiamo ancora dire se questa è scienza del poi o se furono proprio queste considerazioni che consigliarono il Re e Badoglio a scegliere una via normale di negoziati. Certo, il disegno di alcuni antifascisti di giocare il tutto per tutto sulla carta della immediata cessazione delle ostilità contro gli alleati e dell'apertura immediata delle ostilità contro i tedeschi, era letteralmente pazzesco.
Ma in quel momento, l'Italia aveva innanzi a sé un problema che somigliava alla quadratura del cerchio. Era, prima di tutto, indispensabile stipulare un armistizio regolare col nemico. Poi far sloggiare SUBITO i non proprio tanti tedeschi che erano in Italia. (Hitler ebbe invece tutto il tempo nei 45 giorni per far rientrare le armate dalla Russia l'8 settembre e farle farle scendere dal Brennero).

Naturalmente, per poter comprendere l'incalcolabile gravità della situazione, bisognava vincere tutte le suggestioni della propaganda. Teoricamente, date le premesse programmatiche delle Nazioni Unite, bastava che l'Italia avesse totalmente e sinceramente ripudiato il fascismo, perché il nostro Paese si fosse trovato automaticamente dalla parte dei Paesi democratici, con tutti i diritti e i privilegi annessi.
In altri termini, se l'Italia del fascismo mussoliniano fosse sparita per cedere il posto, sia pure per brevissimo tempo, ad una Italia repubblicana e antifascista governata da De Nicola, da Croce, da Orlando, da Bonomi. e rappresentata all'estero da Sturzo, da Sforza, da Borgese, da Salvemini e da Toscanini, noi avremmo dovuto far parte di diritto delle Nazioni Unite e risorgere, dopo la fine della guerra, come vincitori.

La realtà, anche in quella terribile estate del 1943, appariva profondamente diversa. Gli Stati Uniti avevano già pensato, nel 1942, a costituire un Comitato di liberazione italiano molto simile al Comitato di De Gaulle che aveva il carattere di governo francese in esilio, ed avevano fatto delle offerte concrete anche al conte Sforza per l'Italia. Costui pose delle condizioni: cioè che venissero garantite all'Italia antifascista le frontiere nazionali e coloniali del 1919 e che questo governo venisse trasferito sul primo lembo dell'Italia liberata.

Queste condizioni non vennero accolte, perché ad esse si sarebbero certamente opposte la Francia, la Jugoslavia, la Grecia, che facevano parte delle Nazioni Unite, e che si riservavano di presentare delle rivendicazioni territoriali nei confronti dell'Italia. A queste difficoltà si aggiungeva quella, molto grave, della persistente ostilità inglese.
Dobbiamo, dunque, considerare come un illusorio successo il fatto che il governo presieduto dal maresciallo Badoglio sia riuscito, in quarantacinque giorni, a stipulare un armistizio (al buio però, senza conoscerne le clausole) e ad assicurare al nostro Paese la possibilità di ESEGUIRNE LE CONDIZIONI. Che poi erano quelle che a comandare era l'Amgot (dirà Badoglio "anche il più semplice incaricato dell'Amgot fa tutto lui noi non contiamo niente").
E le condizioni erano piuttosto dure e anche chiare: "Resa senza condizioni" con la consegna delle tre armi. (vedi pià avanti)

Che esistesse un profondo divario nei riguardi di Badoglio, tra Roosevelt e Churchill, era noto. L'americano fin dall'armistizio, aveva chiesto all'inglese che si limitassero gli scopi e l'autorità del governo Badoglio e si sospendesse il potere della corona. Roosevelt e i suoi consiglieri lo stimavano solo adeguato (faceva comodo) a firmare i termini della resa, ma non a governare l'Italia. Badoglio e C. avevano insomma i giorni contati per sparire dalla scena (ecco perchè Sforza era sbarcato in Italia con la sicurezza di poter seppellire la monarchia).
Ma il ritorno di Mussolini e l'annunciata formazione di un ministero fascista, fece mutare parere agli americani e giungere alla conclusione. Inglesi e americani potevano benissimo fare a meno di un governo italiano (del resto così avevano fatto in Sicilia con l'AMGOT- anzi qui avevano proibito la formazione e l'attività dei partiti).
Però, se a Nord si era formava un governo, diventava indispensabile formarne uno a Sud, se non altro per far apparire illegittimo e usurpatore il primo. Quindi un governo "di paglia" era l'ideale.
Ecco perchè il 21 settembre, Churchill da Londra (cambia registro) ebbe parole di lode per Badoglio, e agli italiani affermò la necessità che si raccogliessero attorno al loro "legittimo governo", e ai partiti liberali e di sinistra (lo farà poi anche Togliatti) di sostenere il Re e Badoglio, anche se quegli stessi partiti dichiaravano questo governo antidemocratico.

Le terribili difficoltà alle quali andavamo incontro, erano state attentamente vagliate nel Re , quelli furono per lui i sei mesi più atroci della sua vita, di gran lunga più tragici dei giorni di Caporetto. Con quale profondo senso di responsabilità egli agisse nei momenti supremi del Paese, è dimostrato dalle "istruzioni" che egli impartì per iscritto al maresciallo.
Il governo di Badoglio non era un ministero parlamentare, che dovesse indirizzarsi nel senso indicato dalla maggioranza del Paese; esso derivava il suo potere solo dalla fiducia del Re, capo supremo della nazione in guerra, ed era chiamato ad assolvere un compito che interessava la vita stessa del Paese. Le istruzioni furono dettagliate e precise. Il Re aveva ordinato che il governo conservasse e mantenesse in ogni sua manifestazione il carattere di governo militare enunciato nel proclama del 25 luglio, e che lasciasse a un secondo tempo e ad una successiva formazione ministeriale l'affrontare i problemi politici; aveva ordinato altresì che venisse limitata per il momento l'eliminazione stabilita come massima di tutti gli ex-appartenenti al partito fascista, ma che si eseguisse con attenta cura la revisione delle singole posizioni, per eliminare gli indegni e i colpevoli; ordinava, inoltre, che a nessun partito politico venisse autorizzata un'organizzazione troppo "palese".

Un'attività eccessiva delle commissioni di epurazione istituite presso ogni ministero, secondo il giudizio del Re, sarebbe stata sfavorevolmente accolta dalla parte sana del Paese e anche dall'estero, perché lasciava intendere che ogni ramo della pubblica amministrazione era inquinato.
Quali erano le conseguenze che Vittorio Emanuele III temeva? "La massa onesta degli ex-appartenenti al partito fascista, di colpo eliminata da ogni attività senza specifici demeriti, sarà facilmente indotta a trasferire nei partiti estremisti la propria tecnica organizzativa, venendo così ad aumentare le future difficoltà di un governo d'ordine; la maggioranza di essa, che si vede abbandonata dal Re , perseguitata dal governo, mal giudicata ed offesa dall'esigua minoranza dei vecchi partiti che per venti anni ha supinamente accettato ogni posizione di ripiego, mimetizzando le proprie tendenze politiche, tra non molto ricomparirà nelle piazze in difesa della borghesia per affrontare il comunismo,
ma questa volta sarà decisamente orientata a sinistra e contraria alla monarchia".

Questo documento è del luglio 1943. Giudichi il lettore, alla luce dei posteriori avvenimenti, se il giudizio di Vittorio Emanuele III era errato. (nel '45 le mire dei Russi, con i Titini giunti già a Trieste ne fu poi la prova e a Roma quel giorno alcune sinistre brindarono).

Fino all'ultimo momento, gli alleati avevano considerato con diffidenza la politica del governo Badoglio. I "quarantacinque giorni" si erano svolti su un filo di rasoio. Le parole rassicuranti contenute nel proclama reale, con quella "parola d'onore" che l'Italia "non stava trattando", data dal ministro degli esteri Guariglia a Ribbentrop nel convegno di Tarvisio, le assicurazioni date dal Re il 3 settembre all' ambasciatore germanico von Rahn, avevano evitato che i tedeschi ci aggredissero subito, ma non avevano potuto evitare che un buon numero di divisioni tedesche entrassero già lo stesso 8 settembre dal Brennero, senza preavviso, in Italia.

Naturalmente, il piano del maresciallo Badoglio si fondava soprattutto sull'immediato intervento degli alleati, che avrebbero dovuto sbarcare a nord di Roma e negli aeroporti della capitale, con forze aerotrasportate. In questo modo si sarebbe salvata l'Italia meridionale e centrale e i tedeschi sarebbero stati costretti ad organizzare la difesa nella valle Padana, indi arretrare.
Ma all'ultimo momento si apprese che gli alleati avevano annullato l'operazione di sbarco negli aeroporti di Roma e che sarebbero sbarcati non a nord della capitale, ma molto più a sud, a Salerno. Respinta la richiesta avanzata da Badoglio di un breve rinvio della pubblicazione della "RESA", Eisenhower comunicò al mondo che l'Italia si era "arresa senza condizioni". L'annunzio venne fatto con notevole anticipo, prima ancora che si riunisse il nuovo governo per deliberare il da farsi.
Poi il giorno dopo Badoglio affermava attraverso i comunicati:

Notare "ha chiesto un armistizio". Non parla di "resa"
E notare "esse però reagiranno ad eventuali attacchi da qualsiasi altra provenienza". (è ambiguo)
Ci nasconde che la "resa" contempla la consegna delle armi (e come avrebbero dovuto reagire gli italiani, con le mani nude?".

Ricordiamo che l'" Armistizio Lungo" era al buio. L'unica cosa che sapevano i governanti italiani era la parola "resa a discrezione" (!!) .
Non era affatto un "armistizio" (cioè la sola cessazione del fuoco). La "resa" significò la consegna ai VINCITORI delle tre armi: Marina, Aviazione, Esercito. Cioè l'Italia doveva rimanere DISARMATA. Era quindi una CAPITOLAZIONE. Non una "alleanza". Dunque bisognava smetterla - dissero a Londra - di chiamarli "ALLEATI".
E bisognava anche cancellare quel "a discrezione".

Ecco perchè fu poi necessario un "PROTOCOLLO DI MODIFICA IL 9 NOV.'43
IL CUI CONTENUTO LO RIPORTIAMO QUI > > >

La revoca dello sbarco negli aeroporti di Roma era stata fatta in conseguenza di un rapporto del generale americano Taylor, che si trovava a Roma. Costui era rimasto molto impressionato del pessimismo di Badoglio e del generale Carboni, comandante del corpo corazzato, concentrato intorno a Roma, sull'esito dell'operazione anglo-americana. C'era della diffidenza.
D'altra parte gli alleati non avevano voluto informare tempestivamente le nostre autorità del luogo dove sarebbero sbarcati. In un primo tempo, noi ritenemmo che il loro atteggiamento fosse ispirato da diffidenza nei nostri riguardi. Oggi sappiamo che non era tanto la diffidenza a consigliarli, ma è perchè loro stavano già pensando ad altro. Allo sbarco di Normandia.
(Prova ne sia che pochi mesi dopo a Clark che stava risalendo la tirrenica, e a Montgomery che stava risalendo l'Adriatico, dissero di fermarsi, di fare melina.
A Tollo (Chieti) tedeschi e inglesi rimasero 10 mesi a guardarsi in faccia su una striscia larga un chilometro).

I nostri piani vennero, in tal modo, sconvolti. Nel pomeriggio, i capi militari e politici tennero una riunione alla presenza del Re . Da qualcuno venne avanzata la proposta di sconfessare l'armistizio e il generale Castellano che lo aveva stipulato, in considerazione della situazione disperata in cui ci metteva il precipitoso e singolare procedere degli alleati.

VITTORIO EMANUELE III
ascoltò attentamente. Non espresse la sua opinione. Tolse la seduta e ordinò al maresciallo Badoglio di dar corso all'armistizio.
Il Re venne pregato di trasferirsi con la sua famiglia nel ministero della guerra, che era più facilmente difendibile in caso di un attacco tedesco. (ma questi a Roma già stavano sloggiando, Kesserlin aveva già ordinato la risalita a Nord).

Il vecchio sovrano, accompagnato dalla regina, arrivò in via XX Settembre al calar della sera. I due vecchi, i due poveri vecchi, si rifugiarono nel brutto appartamento destinato ad alloggio del ministro della guerra. Il Re , brontolando si raggomitolò su una poltrona assieme alla regina. Così, al buio, attesero gli eventi.
Si aspettava che i tedeschi attaccassero. La speranza che si fossero ritirati al Nord svanì dopo poche ore. Si incominciava a sentire qualche fucilata qui e là per Roma.
(Kesserlin dirà in seguito: "avevamo a Roma poche truppe e così diedi ordine a una decina di camion di seguitare a girare continuamente intorno alla città, e ogni tanto sparare qualche colpo per dare l'impressione che eravamo in tanti e che stavano con i camion sopraggiungendone tanti tanti altri". Ci riuscirono!!!).

Alle quattro del mattino il capo di stato maggiore dell'esercito giudicò che il Re e il governo dovessero abbandonare la capitale. Vittorio Emanuele III, pur riconoscendo la necessità strategica e politica del movimento, si ribellò all'idea di muoversi da Roma: "Sono vecchio disse, secondo quanto riferisce Paolo Monelli nel suo bel libro su Roma nel 1943, che volete che mi facciano?"•. Ma poi si persuase. Partirono tutti verso Pescara e poi si imbarcarono a Ortona per Brindisi.

Il movimento, che l'opinione pubblica chiamò fuga, fu certamente troppo precipitoso. Il Re, le autorità politiche e militari non provvidero a lasciare a Roma un comando chiaramente e saldamente investito, con funzioni precise ed istruzioni dettagliate.
Però una c'era !!! Stranamente a Roma c'era il CONTE CALVI DI BERGOLO,
il genero del Re.

A Roma dopo il comunicato, alcuni militari senza ordini abbandonarono i reparti per andarsene da tutte le parti. I rappresentanti di quasi tutti i partiti si presentarono nei vari "Palazzi" per collaborare, ma li trovarono vuoti; erano scappati tutti! Ministri, militari, sovrani. Altri ancora si unirono ai tedeschi per poi sparare sugli italiani chiamandoli "traditori della Patria", e altri disertando dalla file, creando delle bande e si misero a sparare pure loro sugli italiani chiamandoli pure loro "traditori della Patria". Era il primo atto, di una lunga serie. (passata alla cronaca come "la difesa di Roma" - che fu piuttosto blanda, senza convinzione e partecipazione - durò qualche ora).
Ma chi era il capo dei "salvatori della Patria" e da che parte stava? Nessuno lo sapeva, Ci pensò poi il Conte Calvi di Bergolo, a chiarire il dilemma.
(!! - vedi sotto il suo comunicato stampa, del giorno dopo, il 10).
(
Prima di allora il Conte Calvi di Bergolo non aveva mai avuto grandi responsabilità decisionali, come generale di divisione era un personaggio in vista ma solo perchè era il genero del Re. Inoltre in quello stesso giorno il 9 (vedi) lui stava già patteggiando con i tedeschi la resa (o la consegna?) di Roma).
QUI il suo comunicato all'Agenzia Stefani.....
notare: ieri (quindi il 9) ....e ...comandante.....


Notare la situazione alle ore 10: "...la vita si svolge col ritmo consueto e normale"....
Qualche colpo ci fu, in particolare a Porta san Paolo......mentre la maggior parte del popolo romano rimase nelle case, fra l'apatia e l'indifferenza.

In questa difesa, che in sostanza era una cacciata dei pochi tedeschi che - con il grosso già fuggiaschi - erano rimasti ancora a Roma, si difesero con violenza barbara anche atroce. Ma siamo obiettivi: i tedeschi, "barbari" o no, avevano le loro buone ragione di reagire; anche se fosse stato un popolo mite, sentendosi addosso repentinamente come nemico il suo alleato e per di più in casa sua, avrebbe reagito con istintiva violenza animalesca; Badoglio li aveva cacciati in una tremenda trappola, e in una trappola qualsiasi sia animale o no, reagisce di brutto.

Badoglio aveva reso nemici quelli che fino a poche ore prima nelle caserme erano camerati e kameraten. Inoltre l'armistizio -così ambiguo- non parlava di "dare la caccia" ai tedeschi, ma parlava di sospensione delle ostilità con gli anglo-americani, e se vogliamo interpretarlo giuridicamente, neppure aboliva nei confronti dei tedeschi il rapporto di alleanza (lo abbiamo già detto, non c'era il minimo accenno di una dichiarazione di guerra alla Germania); né aboliva nei confronti degli anglo-americani il rapporto di nemico contro nemico. I giornali riportavano anche il giorno dopo l'annuncio dell'armistizio i bollettini di guerra (soprattutto il n. 1201) indicando con soddisfazione che in Sicilia "gli aerei, le navi dei nemici, in Sicilia, erano stati abbattuti, affondati, respinti in mare".
Chi leggeva il "Messaggio di Badoglio" cosa poteva capire? Nulla!!! O reagiva come un animale!!
Per due anni si spararono uno contro l'altro, in città, sui monti, e negli stessi pianerottoli di casa.
Caio inizia a dare la caccia e ammazza  tutti quelli che hanno le mostrine come Tizio, perchè "traditore". E Tizio dà la caccia a tutti quelli che sono stati dichiarati come Caio "ribelli disertori".
i discorsi patriottici diventarono sempre di più astratti, e la dialettica (politica) che andò a insinuarsi dentro le "bande", i "gruppi", si fece anche dura e portò un'altra volta a dividere il paese, anzi a dividere gli stessi gruppi. Ognuno preparava un suo personale "programma" del dopoguerra, spesso in contrasto con gli altri, e per imporlo ricorreva anche a mezzi radicali: la repressione o il terrorismo. In città come nei monti.
Non dimentichiamo che si era considerati disertori sia al Nord che al Sud se non si rispondeva alla chiamata. I disertori se presi inviati nei campi di concentramento. I ribelli (partigiani) se preso impiccati sulle piazze e pubbliche vie.
E anche se milioni di fascisti (veri o falsi non cambia nulla) erano diventati improvvisamente tutti antifascisti, davanti al mondo (è scritto nel trattato) erano i "vinti", senza distinzione se rossi, neri, bianchi, verdi; perdenti erano! e infatti tutti come perdenti furono trattati a Parigi il 10 febbraio 1947).

Solo ventiquattrore prima, tutti, tedeschi, italiani, civili nelle caserme avevano brindato fino a notte inoltrata la fine della guerra, l'avvento della pace, il ritorno a casa. Che fregatura si presero!!!

La mattina del 10 settembre Roma si svegliò praticamente senza governo e senza Re. Tutto pareva abbandonato al caso. E con i militari allo sbando. E non solo a Roma.
(ancora qui Kesserling: "Quando apprendemmo della fuga del Re e dello stato maggiore, con tutta Roma sguarnita, e allo sbando, richiamai indietro tutti quelli a cui avevo già dato l'ordine di risalire la penisola, che erano già arrivati a Firenze, per occupare Roma e difenderci da una eventuale prevista occupazione anglo-americana").

Come si poteva impedire che si diffondesse e si consolidasse nell'animo di tutti, specialmente negli uomini d'ordine, l'impressione che il Re e il governo fossero fuggiti? Il Re , la regina, il principe di Piemonte, e le principali autorità militari e politiche, si erano imbarcate per Brindisi; i sovrani a Ortona a Mare, gli altri a Pescara.
In diritto, per virtù della "resa senza condizione", tutto il territorio nazionale era formalmente alla mercé del vincitore. Di fatto, gli alleati lasciarono l'estrema punta della penisola salentina al governo legale. In realtà, l'unica concretezza dello Stato italiano era nell'armistizio (in cui in effetti c'era scritto "resa"), le cui clausole doveva rigorosamente eseguire. A questa sola funzione era limitata la vita e la speranza del Re di riconquistare la sovranità perduta. Questa vita e questa speranza erano alimentate dalla buona fede degli alleati, che avevano sinceramente il proposito di restituire gradatamente autorità e giurisdizione al nostro governo.
L'attività del governo dell'armistizio cominciò, si può dire, con una matita. Governo? Esso si riduceva al Re e a Badoglio. C'erano altre vaghe autorità militari, ma autorità politiche, nessuna.

Nell'Italia meridionale la confusione degli spiriti era enorme. VITTORIO EMANUELE III e Badoglio non riuscirono a costituire che un rudimento di ministero, con un certo numero di funzionari e di tecnici qualificati "sottosegretari". Le personalità politiche, che in qualche modo rappresentavano le correnti dell'opinione pubblica, si rifiutarono di collaborare con Badoglio nella formazione di un governo politico.
Le più importanti correnti consistevano nei liberali e nei cattolici, che facevano capo ad uomini di primissimo piano come Croce e Rodinò, nel partito d'azione che contava uomini di grande rilievo, come Omodeo, e, reduci dall'esilio, come Sforza, Tarchiani e Cianca, nei socialisti e nei comunisti. L'opposizione più grave e tenace venne dai liberali e dai democristiani, che esigevano almeno l'abdicazione di Vittorio Emanuele III.

Gli alleati fecero tutto quello che era in loro potere per indurre i gruppi politici a collaborare col Re. Essi non avrebbero mai ammesso che l'abdicazione del Re e l'eliminazione della monarchia determinassero delle ragioni, da parte di un governo antifascista, per respingere le conseguenze della guerra perduta. Gli alleati esigevano che la continuità legale del governo italiano proseguisse ininterrotta e indiscussa anche se non aveva di fatto il potere.

Il 24 settembre '43 da Radio Bari il Re fece un accorato discorso, ma con molte omissioni, ambiguità, espressioni contrarie alle verità....
VEDI I TESTO DEL RADIO DIFFUSO > > >

Ma più ambiguo e falso fu quello di BADOGLIO fatto il 18 ottobre '43
Non sapeva ancora del costituito governo a Salò di Mussolini.
E' il cosidetto discordo "....usciamo dal fango..."
VEDI L'INTERO TESTO QUI > > >

VITTORIO EMANUELE III, fece insomma tutto quelIo che era in suo potere per persuadere gli italiani e gli esponenti politici dell'Italia meridionale. Era molto vecchio e molto stanco, ma più della sua vecchiaia e della sua stanchezza, gravava terribilmente sulla situazione il suo carattere, la sua mancanza di comunicativa umana. Vittorio Emanuele. III non era "simpatico" nel senso grato agli italiani. Rude, scontroso, misantropo, taciturno, egli aveva tutte le caratteristiche sgradevoli per il gusto latino e mediterraneo.

Una sola volta egli aveva colpito ed entusiasmato la fantasia degli italiani: il 25 luglio 1943, con quel grido degli italiani "finalmente" cui fecero seguire la distruzione di tutti i busti di Mussolini e i simboli del fascio.
Quel piccolo vecchio che aveva osato cacciare e arrestare quel gigante, che era ancora temuto da innumerevoli persone, che era detto dittatore e tiranno, la sua cacciata aveva lusingato l'immaginazione del popolo.

Ma per questa stessa ragione, la "fuga di Pescara", l'immagine di questo piccolo Re che fugge all'alba, abbandonando l'orgogliosa capitale, nella quale suo nonno era entrato con tanta sicurezza. Affrontando lo sdegno dell'opinione pubblica mondiale, aveva letteralmente offeso la fantasia e il sentimento degli italiani.

Lo storico, qui, non ha niente da dire. Non c'erano in Italia, da una parte e dall'altra, che i sentimenti: sentimenti elementari.
* Spiegabile sentimento di offesa e di umiliazione, da parte degli italiani onesti che avevano militato nel fascismo e che si vedevano confusi e mescolati coi disonesti e con i criminali.
* Spiegabile sentimento di rancore da parte degli antifascisti che avevano subìto un ventennio d'oppressione, d'esilio, di carceri e di confino.
* Spiegabile sentimento d'intransigenza da parte dei repubblicani che accusavano la monarchia delle disgrazie della patria.
* Spiegabile sentimento d'indignazione da parte dei monarchici, che vedevano nella monarchia in fuga, non solo la fine della dinastia sabauda, ma quella dell'unità della patria, minacciata dalle conseguenze della disfatta.
* Spiegabile sentimento d'onore quello dei giovani, che avrebbero preferito combattere fino alla fine piuttosto che subire l'onta della "resa senza condizioni".

* Spiegabile pure che gli Alleati accettarono Badoglio pur diffidando di lui:
Poteva esserci un'altra soluzione o un altro uomo più intelligente e più forte? Forse. Ma è anche certo che nella situazione in cui si trovava ormai l'Italia a settembre, agli anglo-americani non era gradito un uomo che avesse le due virtù sopra accennate. E scelsero lui!!

Ad ognuno di questi sentimenti, si potevano opporre le ragioni della realtà. Tutte queste ragioni consigliavano a superare ogni discordia e a concentrare ogni sforzo per costituire un governo di unione nazionale, capace di collaborare utilmente con gli alleati.
Per questo, nonostante la sua vecchiaia e la sua stanchezza, il Re resistette ad ogni pressione. Egli si ostinava a rinviare ogni decisione sull'abdicazione al momento della liberazione di Roma, al momento in cui il governo italiano avrebbe avuto, sia pure di fatto, più larga giurisdizione, e il capo dello Stato avrebbe potuto meglio valutare la consistenza delle varie correnti politiche. Tutte le ragioni che si adducevano, per indurlo a tenere conto degli interessi della dinastia, lo trovarono invece sordo.

Per renderci conto dello smarrimento degli spiriti nell'Italia meridionale, basterà leggere due passi del Diario di Benedetto Croce. Scriveva l'illustre filosofo, in data 27 luglio 1943: "Del resto, anche oggi ansiosa attesa di notizie, e molta tristezza e sentimento di ribellione per le parole pronunziate contro l'Italia da statisti inglesi, che forse si apprestano a far pesare su di noi, nel nome della giustizia e della morale, la nostra guerra sciagurata. E nondimeno, nel bivio, era sempre per gli italiani da scegliere una sconfitta anziché l'apparente vittoria accanto alla qualità dì alleati che il Mussolini ci aveva imposto, vendendo l'Italia e il suo avvenire e cooperando alla servitù di tutti in Europa".

Ma il 4 di ottobre dello stesso anno Croce scriveva: "Stamane mi sono svegliato dopo le tre e non ho potuto ripigliare sonno. Sono stato a rimuginare la guerra, il diritto internazionale e altri concetti affini, cercando, sotto la stretta della terribile passione di questi giorni, la parte da condannare moralmente; ma la conclusione è stata la rassodata conferma della vecchia teoria che la guerra non si giudica né moralmente né giuridicamente, e che quando c'è la guerra, non c'è altra possibilità né altro dovere che cercare di vincerla".

Il paradosso della situazione italiana fu questo: che Palmiro Togliatti, venuto dall'Unione Sovietica a porsi a capo dei comunisti, avvertì che egli avrebbe "collaborato" col Re , in un governo che si fosse proposto di combattere seriamente ed energicamente il nazifascismo. Il governo del Re , dal canto suo, aveva formalmente dichiarato la guerra alla Germania e aveva ottenuto per il nostro Paese la situazione e la qualifica di "cobelligerante".

Era un fatto che forti nuclei di forze partigiane, nell'Italia occupata dai tedeschi, erano formati anche da ufficiali e da soldati fedeli al Re. Fedeli al Re erano i marinai già morti in mare e quelli che combattevano in mare, fedeli al Re i soldati che si erano fatti massacrare in Grecia, nell'Egeo, in Africa, in Russia.

Non c'era che un solo dovere: fare la guerra e imporre silenzio a tutte le "recriminazioni". Fu proprio il capo dei comunisti che lanciò questo appello e venne, naturalmente, subito ascoltato, pur disapprovato da certi suoi "compagni".
Si formò, finalmente, con la presidenza di Badoglio, un ministero politico. Si era alla fine dell'aprile 1944. Il Re aveva preso l'impegno di nominare, al momento della liberazione di Roma, il principe di Piemonte a luogotenente del regno. Del "regno", si badi, non del "re": era un modo astuto per dare modo ai repubblicani di sostenere che Umberto era, in pratica, un reggente. Infatti, la seconda scelta sarebbe stata irrevocabile.

I ministri si presentarono al Re a Ravello, dove
VITTORIO EMANUELE III aveva posto la sua residenza, e firmarono una dichiarazione con la quale ognuno riservava il suo giudizio sulla questione istituzionale.
Un mese dopo Roma veniva liberata, e il Re manteneva il suo impegno. Chiese una cosa sola: che gli venisse concesso un aeroplano per potersi recare nella capitale e firmare nel Quirinale il decreto di nomina del luogotenente. Non era una formalità. Anche quella voleva essere un'affermazione unitaria. Egli non aveva che una sola preoccupazione: quella che aveva dominata tutta la sua esistenza, tutto il suo regno, e che era l'essenza della monarchia costituzionale: l'unità d'Italia.

Il Re aveva mandato il duca Acquarone da Benedetto Croce, per esporgli il suo desiderio. Il sovrano si diceva persuaso che il grande filosofo avrebbe compreso le ragioni sentimentali della sua richiesta. Acquarone riferiva anche che il Re si augurava di vedere Croce alla testa del governo. Croce si defilò.
(Croce scriverà in seguito;
"Mi pare di aver fallito in ogni mia azione politica e mi torna il dubbio...circa le mie attitudini politiche" (B. Croce, Quando l'Italia era tagliata in due, pag. 32).

In consiglio dei ministri, Croce dovette lottare due ore per convincere i colleghi ad aderire cortesemente al "desiderio di un vecchio signore". Ne persuase dieci su sedici. Il Re aveva anche chiesto che se gli alleati avessero rifiutato, il rifiuto gli fosse messo per iscritto. Senonché, mentre il consiglio dei ministri del governo di Salerno deliberava, il generale Mac Farlane si era già recato a Ravello e aveva costretto Vittorio Emanuele a firmare, tambur battente, il decreto che nominava Umberto di Savoia, principe di Piemonte, luogotenente generale del regno.

Far abdicare il Re, far rinunciare al trono il figlio, e mettere il bambino con un reggente, a qualcuno l'idea gli venne.
Le ragioni erano quelle stesse di Hitler quando per prima cosa voleva catturare il bambino. Gli italiani a un eventuale referendum, sentimentali come sono, avrebbero votato per il bambino che aveva allora 7 anni.

Fu a Brindisi, quando Badoglio il 24 ottobre si rivolse al Re con una lettera (riprodotta tra i documenti, in "Jo di Benigno, in Occasioni mancate", pag 218 e seg.) (vedi il contenuto QUI a fondo pagina > > destinata a convincere il Re della necessità di abdicare, e abbastanza chiaramente fra le righe (affermando che era il CLN a chiederlo) si proponeva lui come reggente del bambino. (!!!)
Appena si seppe della lettera, a Brindisi si parlò di tradimento e si accusò Badoglio di voler buttare subito a mare il Sovrano per salvare se stesso
(cit. anche in Degli Espinosa,
"Il Regno del Sud", pag. 173).
Vittorio Emanuele ne ebbe una triste impressione: sospettando nel Maresciallo l'ambizione d'aver la reggenza. Gli ripose e lo avvertì che, secondo lo Statuto, ciò era impossibile, dovendo essere il reggente un principe di Casa Reale; e detto questo per parecchio tempo evitò di rivolgergli la parola. Forse scoprì in ritardo chi era veramente Badoglio; indubbiamente il 25 luglio si era fatto giocare.

In quello stesso giorno, Vittorio Emanuele III ordinò che venisse sospesa la guardia reale a Villa Sangro, sua residenza. Era una compagnia di granatieri. Volle salutare i due ufficiali il capitano Morozzo della Rocca e il tenente Giaccio. Colloquio freddo, gelido. VITTORIO EMANUELE III parlava del più e del meno, con un tono stanco e indifferente. Poi li congedò. Ma, accompagnandoli per qualche passo, toccò un braccio , lui così piccoletto, del più giovane dei due ufficiali granatieri e borbottò: "I miei granatieri!"

LA FINE

Con l'abdicazione il suo regno era finito. Lui era pronto, già nei giorni di Caporetto, era prontissimo ad abdicare a favore del rivale, il duca d'Aosta. Ma non aveva voluto abdicare il 25 luglio, né sotto le pressioni di uomini autorevoli e fedeli alla monarchia, come Croce e De Nicola.
Riteneva il figlio Umberto impreparato, come disse Acquarone? No. Egli sentiva, egli sapeva che con lui non finiva un sovrano, ma la monarchia costituzionale, quella che era nata nel 1860 dalla coscienza degli italiani: Ma di allora, non quelli del 1945.

Si trasferì a Napoli, e qualche tempo dopo, a Villa Maria Pia, come ora si chiamava la romantica Villa Rosebery, a Posillipo. Pescava: lunghe, lunghe ore di silenzio, macerate dai ricordi amari. Aveva fatto e continuava il suo calvario di uomo privato. Il destino volle che i suoi dolori di padre fossero quelli del più umile cittadino.
Ad una figlia, Giovanna di Bulgaria, i nazisti avevano spento il marito col veleno; un'altra, Mafalda d'Assia, era morta atrocemente in un campo di concentramento nazista, e altre principesse sabaude pure loro nei campi, come migliaia di altre povere donne.
Pescava in riva al mare di Posillipo, quel piccolo uomo, che era un padre come tutti gli altri, più triste, più infelice, più vecchio di tutti gli altri, più solo degli altri. Egli attendeva, innanzi a quel mare, che era stato il mare della sua giovinezza. Innanzi a quel mare era stato felice, giovane anche lui, innamorato. tutto teso a conquistare la vita.
Possiamo dire che in quelle ore egli avrà disperatamente invocato la morte, purché il destino gli risparmiasse di morire in esilio. Ma il destino fu severo. Vennero un giorno da Roma a fargli firmare un atto di abdicazione. Partì, quasi di nascosto sull'incrociatore Duca degli Abruzzi per Alessandria d'Egitto.
Egli aveva detto al figlio, consegnandogli il potere e protestando il suo costante, immutato amore per il bene della patria: "Posso avere sbagliato".

Queste furono le sue ultime parole ufficiali. Peccato che nessuno degli uomini della sua generazione, nessuno di coloro che avevano come lui il dovere di difendere le libertà costituzionali, ha mai ammesso di avere sbagliato.

Al Cairo, dove un Re amico gli fu prodigo di ospitalità e di deferenza, ebbe, un mese dopo, la notizia che la monarchia era finita in Italia.
Gli italiani al Referendum Repubblica-Monarchia del 2 giugno 1946 aveva detto NO ai Savoia.

A FAVORE DELLA REPUBBLICA VOTI 12.717.923
A FAVORE DELLA MONARCHIA  VOTI 10.719.284

Lui era stato profetico:
"La nazione può sempre fare quello che vuole".
.

Si spense in un ospedale italiano, mentre moriva il 1947,
e niente in quel momento era più incerto della sorte del nostro Paese.

COMINCIARONO A PAGARE ANCHE CHI NON C'ENTRAVA NIENTE
O AVEVA FATTO CIO' CHE GLI AVEVANO DETTO DI FARE I "SAGGI".

VEDI "8 SETTEMBRE, CHE BEFFA PER FRANCO" > > >

Fine


ALBERTO CONSIGLIO - V.E. III, il Re silenzioso. (8 puntate su Oggi, 1950)
MACK SMITH, Storia del Mondo Moderno - Storia Cambridge X vol.
MONDADORI . Le grandi famiglie d'Europa - I Savoia. 1972
STORIA MONDIALE CAMBRIDGE - (i 33 vol.) Garzanti 
STORIA D'ITALIA, (i 14 vol.) Einaudi
STORIA D'ITALIA Cronologica 1815-1990 -De Agostini
+ ALTRI AA.VV DELLA BIBLIOTECA DELL'AUTORE  

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