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Nel corso del 1911, fra le tante manifestazioni e scioperi) anche violenti in molte città d'Italia contro la guerra turca a Tripoli e Bengasi, una di queste manifestazioni in particolare assume rilevanza storica, quella di Forlì dove a guidarla è il figlio di un fabbro e di una maestra elementare di Dovia-Predappio: di 27 anni, già con un ricco passato di antimilitarista e di militanza socialista. Da tempo - per come si comportava dentro e fuori la sezione- soprattutto con la sua irruenza nei comizi - aveva già ricevuto dai suoi colleghi socialisti l'appellativo di Duce.


Si chiamava MUSSOLINI,
il suo nome BENITO

atto di nascita


Il Padre, Alessandro Mussolini ammirato dalle gesta di Benito Juarez, impose questo nome al  suo primo figlio quando nacque il 30-7-1883. La moglie, insegnante e madre di questo bambino (in mezzo a molta miseria - dove metà della popolazione di Dovia nell'arco di pochi anni era quasi tutta emigrata in Brasile), fu anche la maestra di suo figlio. E lui stesso poi prese il diploma di insegnante elementare, frequentando la Scuola dei preti Salesiani di Forlimpopoli. In questa scuola fu descritto come: "Giovane irruente, impulsivo, ribelle, ma molto intelligente" anche se una nota del direttore inviata ai genitori puntualizzava che "...la sua natura non é acconcia a un sistema di educazione di un Collegio Salesiano".
Di lui, come ragazzo, gli amici coetanei dicevano "non discute, picchia". Ma era anche intelligente ed estroso, visto che a scuola in un tema "Il tempo è danaro" fece lo svolgimento in una sola riga su un pezzetto di carta che consegnò all'assistente dove si leggeva; "Il tempo é moneta, perciò vado a casa a studiare geometria, perché sono vicini gli esami, non le pare signor professore la cosa più logica?".
Il Consiglio dei Professori, riunitosi d'urgenza per mantenere alto il prestigio della scuola e il rispetto verso coloro che la frequentavano, sospese dalle lezioni per dieci giorni il ragazzo e inviò al padre una nota che raccontava il fatto, comunicava la sospensione e concludeva "voglia provvedere acciocchè il Figlio Suo non resti inoperoso per tanto tempo".

Ma il ragazzo non studiava solo Geometria, ma Storia, Politica, Musica, Poesia. Divenne infine Maestro, ma il fascino di arringare la folla era il suo debole, tenne discorsi celebrativi su Verdi, Garibaldi e tanti altri, che entusiasmavano i presenti con le arringhe, dove poi, quasi sempre, lui sconfinava nella politica più accesa, coinvolgendo le masse con i suoi caratteristici atteggiamenti e una passionale oratoria.
Lui amava la folla!! E sapeva pure cos'era la folla!!
Mussolini di Gustav Le Bon "Psicologia della folle" aveva imparato tutto. Sarà lui più tardi, quando era salito al potere come Duce, a confermarlo "Ho letto tutta l'opera di Le Bon e non so quante volte abbia riletto la sua "Psicologia delle folle" E' un opera capitale alla quale ancora oggi spesso ritorno". ( qui l'intero testo di LE BON > > )


Diplomatosi maestro, insegnava a Gualtieri (che era il primo comune conquistato in Italia dai Socialisti), ma presto, pur avendolo nominato i socialisti Capo Sezione, gli venne a noia e emigrò in Svizzera. Due anni e mezzo in giro a fare lo sfaccendato, il disoccupato, il poveraccio, l'insegnante di italiano agli immigrati. Non sempre guadagnava qualcosa per sfamarsi; tuttavia frequentava le lezioni di economia-politica di VILFREDO PARETO il grande economista-sociologo che insegnava a Losanna. (proprio a Losanna, non avendo più soldi per pagarsi un affitto, si sistemò sotto le arcate di un ponte. La gendarmeria lo fermò, lo schedò come sfaccendato. Molti anni dopo, nel fare una visita di Stato, portandoli al balcone dell'Hotel dov'era ospitato, indicò agli imbarazzati funzionari svizzeri presenti, le arcate del ponte visibili dalle finestre: "dormivo lì, non facevo male a nessuno, ma mi avete cacciato, come se fossi un delinquente".

In quel periodo leggeva molto. Sue letture preferite: Nietzsche, Marx, Schopenhauer. E scriveva anche qualcosa. Ma nei suoi primi scritti non esordisce rivoluzionario; usa però il gergo socialista che ha assorbito a casa, anche se in questo primo periodo svizzero questo suo gergo inizia a essere originale soprattutto quando i dibattiti fra riformisti e rivoluzionari si fecero roventi. Non ha ancora un pensiero politico autonomo, ma è già un dialettico rivoltoso (del resto era a contatto anche con l'ambiente anarchico) e in questi primi interventi (su L'Avvenire del Lavoratore, Il Proletario, Avanguardia Socialista) si permette già di scrivere che "il socialismo è un vasto movimento pietista, non l'avanguardia vigile del proletariato, ma una accolta di malcontenti, con alcuni vanitosi già compromessi con la borghesia che li usano proprio per far naufragare il socialismo". Sono dunque già frasi in libertà, fuori da certi rigidi schemi. (ma qualcosa del genere lo andava dicendo nelle sue lezioni a Losanna proprio Vilfredo Pareto)
Poi più tardi con le varie scuole, le varie dottrine, le frequentazioni e le letture più diverse Mussolini lo ritroveremo già autonomo, con una sua ideologia già in embrione.

Dopo 2 anni in Svizzera, fece una breve visita in Italia alla madre malata, ma aveva 21 anni e a casa trovò la cartolina di leva. Per evitare il servizio militare, contraffece la data sul passaporto e riespatriò in Svizzera, ma il documento falsificato fu scoperto alla frontiera dalla gendarmeria.
Fu quindi espulso, mentre nel frattempo in Italia lo condannavano per diserzione. I giornali socialisti enfatizzarono, uno scrisse: "E' stato cacciato dalla Svizzera il socialista Mussolini, il grande DUCE della "Prima" sezione socialista d'Italia". Era la prima volta che veniva usato il titolo di duce, che ricordavano gli antichi condottieri romani, ed era anche la prima volta che veniva indicato come grande. Mussolini aveva poco più di vent'anni ed entrambi i due titoli non gli dispiacquero proprio per nulla. Anzi !!

In Italia, ci fu proprio in quell'anno l'amnistia per i reati anche di diserzione. Provvidenziale perchè gli evitò una condanna, ma il soldato dovette farlo, a Verona nel 10° reggimento bersaglieri. Ci stava apparentemente bene, tanto che si prese perfino le lodi e i gradi di caporale, ma era di idee antimilitariste e predicava pure la diserzione quando scriveva agli amici.
Congedato, fece il maestro a Tolmezzo, poi anche lì divenne insofferente all'ambiente.

Lo andò a fare il maestro a Oneglia, in Liguria, dove si mise a dirigere con impegno anche un piccolo foglio socialista "La Lima". Qui scopre la sua "strada", il giornalismo, quello "rovente" e anticlericale, infatti, negli articoli si firma "il vero eretico", con accuse ai preti di essere i "gendarmi neri al servizio del capitalismo". Durante gli scioperi accennati all'inizio, Mussolini entra subito in diverbio con gli interventisti.
A un capo crumiro, tenendo una mazza in mano minaccia di spaccarlo in due, l'altro non sta al gioco, va a denunciarlo, e la sera stessa è arrestato, processato per direttissima e condannato a 3 mesi. Conosce il carcere per 15 giorni; uscito, più baldanzoso che mai si ributta in politica, ma alla fine emigra nuovamente all'estero, a Trento (allora austriaca) dove passa intere giornate nella biblioteca comunale a leggere storia e saggi politici, e nello stesso tempo è impegnato a studiare pure il violino ("se diventerò bravo ho un mestiere di riserva"), infine trova la tanto sospirata occasione di poter dirigere un foglio.

É "L'Avvenire del lavoratore", gli da' impulso, dinamismo, fa raddoppiare le copie del giornale. CESARE BATTISTI il più attivo del socialismo trentino che dirige a Trento il "Popolo" lo scopre e lo vuole con se'; lo nomina Redattore Capo. Proprio Battisti nel presentarlo per la prima volta sul suo giornale, così lo descrive, "é uno scrittore agile, incisivo, polemista, vigoroso, con una buona cultura, multiforme e moderna", ma dopo appena qualche settimana, Mussolini gli diventa scomodo, incontrollabile e perfino pericoloso, perché questo suo redattore é impulsivo, interviene con rudezza con tutto il peso delle sua presa di posizione estrema e rigida che inaspriscono le polemiche con gli austriaci per l'autonomia del trentino, mentre Battisti sta operando in un modo più diplomatico, pur dicendo velatamente le stesse cose. Inoltre Battisti non voleva inimicarsi il clero locale, molto legato all'Austria. Non è che rompe del tutto con lui i rapporti, ma dopo un mese Mussolini già non scrive più sul suo giornale.

A Mussolini, Trento, gli sembrò troppo clericale, e aveva anche una profonda avversione per un giovane leader dei cattolici. Era Alcide De Gasperi che dirigeva Il Trentino e dalle sue colonne  rimproverava gli insulti che lanciava il suo collega; ma Mussolini con i suoi articoli a sua volta lo attaccava, lo definiva "pennivendolo", "uomo senza coraggio", "un tedesco che parla italiano, protetto dal forcaiolo, cattolico, feudale impero austriaco e quindi un servo di Francesco Giuseppe". L'attacco ai preti intanto continuava. Gli avversari politici lo chiamavano "il cannibale dei preti", e quando in un paesino di Trento si scoprì una storia boccaccesca fra una contadina (in vena di santità) e il parroco locale, che l'aveva messa incinta più volte, Mussolini con la sua vena di scrittore salace, irriguardoso e fantasioso scatenò un putiferio nel raccontarne i retroscena, con il preciso intento di ridicolizzare tutto il clero locale.

In questo clima rovente, come agitatore più che polemista, che metteva a rumore la città trentina, Mussolini non poteva durare, infatti, la gendarmeria austriaca su segnalazione di anonimi, l'accusò assieme ad altri suoi amici socialisti del furto in una banca, gli perquisirono l'abitazione, forse trovarono manifestini anti-austriaci, forse alcune copie del suo giornale che andava spesso sotto sequestro, trovarono insomma una "giusta causa" e una vaga motivazione per arrestarlo e sbatterlo in prigione. Dopo aver odiato gli svizzeri, Mussolini in galera iniziò a odiare i trentini-austriaci, soprattutto quando, pur non provata né trovata nessuna accusa sui fatti addebitatigli, seguitarono a tenerlo in carcere senza un preciso motivo. Tanto che per protesta, e informando i socialisti con chissà quali mezzo, iniziò a fare un plateale sciopero della fame per attirare l'attenzione.

Per non farlo diventare un pericoloso martire dei socialisti o creare incidenti diplomatici con l'Italia, i gendarmi lo accompagnarono con i soli vestiti sdruciti addosso al confine di Ala, e lo diffidarono a non mettere più piede nella terra del Kaiser. Mussolini raggiunta Verona a piedi, racimolato qualche soldo alla stazione per il viaggio in treno, rientrò a Forlì, dove visibilmente umiliato passò l'inverno ad aiutare il padre vedovo a servire clienti in un osteria gestita assieme a una certa Annina Guidi, una sua vecchia amante, che morta la moglie si era poi deciso a viverci insieme, gestendo con lei appunto la trattoria. Un antico rapporto questo, fino al punto che alcuni mormoravano che da lei avesse avuto quella bimba cui avevano dato il nome di Rachele, e che la donna allevò. Benito aveva conosciuto Rachele bambina prima di andare in Svizzera, ora al suo rientro l'aveva ritrovata donna e piuttosto attraente; le sue attenzioni furono pari a quelle della fanciulla che a sua volta si invaghì presto del fratellastro.
Forlì gli stava stretta e lo divenne ancora di più quando anche in questa città lo arrestarono e lo misero di nuovo in carcere per quindici giorni per aver fatto un comizio non autorizzato.

Nel comizio, teorizzava la rivolta, e incitava a dare alle fiamme il Codice, ne auspicava un altro con nuove leggi. Il suo attivismo lo portava a porsi al di sopra delle comuni norme, e quindi auspicava la "necessita' della rivolta". Leggendo Nietzsche  lo aveva colpito una frase "vivere pericolosamente", e ne fece il proprio motto, tanto che pubblico' un saggio in tre puntate sul giornale "Pensiero Romagnolo", "La filosofia della forza", dove troviamo il pensiero del filosofo tedesco (il superuomo nicciano) che indubbiamente lo aveva affascinato e conquistato. Altrettanto quello di G. Sorel in "La funzione della violenza nell'agire storico". Più si bevve tutto d'un fiato - e lo assorbì centellinandolo - il suo autore preferito: Le Bon "Psicologia delle folle" VEDI > > ).


In carcere in quei pochi giorni dove era stato ospite utilizzò il tempo a scrivere. Dopo l'esperienza fatta a Trento, dove si era documentato storicamente di un certo periodo della vita politica di quel paese, scrisse un breve satirico romanzo proprio sul Trentino. Cesare Battisti a Trento lo pubblicò a puntate sul "Popolo", versandogli 15 lire a puntata, e che il pubblico lesse avidamente. Era un racconto fantapolitico "Claudia Particella, l'Amante del Cardinale", un modo per fare la "sua" feroce propaganda politica anticlericale, irridendo i cattolici e i bigotti.

Ma Forlì dopo le vicende del carcere gli divenne antipatica, anche perchè inutilmente bussò a tutti i giornali; infine pensò di emigrare anche lui in Brasile, come avevano fatto tanti abitanti di Dovia il suo paese. Aveva tanti vecchi amici di infanzia che appunto in Sud America poi erano emigrati, e non gli sarebbe stato difficile raggiungerli e avere nello stesso tempo un punto d'appoggio.

Valutò pure di accettare un posto come messo comunale ad Argenta; "sono stanco di stare in Romagna e sono stanco di stare in Italia", scrive a tutti; poi all'imorovviso il 9-1-1910 la federazione socialista di Forlì lo nomina segretario della federazione e gli fa dirigere i quattro fogli di "Lotta di Classe". Mussolini ne è entusiasta, vede già il suo successo, ne è convinto, è sicuro di sè, si sbilancia anche troppo "alla prossima ventata spazzerò via Giolitti", ed economicamente non teme più il futuro perchè prende 120 lire al mese; tanti da mettere su anche famiglia; infatti dopo 8 giorni torna a casa e presa Rachele sotto braccio, comunicò al padre e alla matrigna che sposava la sorellastra "senza vincoli ufficiali, ne' civili, ne' religiosi", e con una pistola in mano minacciò in caso di diniego il duplice suicidio. Ovviamente l'ebbe vinta. La notte stessa prese due lenzuola, quattro piatti con le posate, la rete di un letto e con Rachele si trasferì in una stanza in affitto con cucinino a 15 lire il mese; insomma "mise su casa". Era il 17 gennaio del 1910.

Mussolini aveva 27 anni, Rachele 17. Puntualmente dopo 9 mesi, il 1° settembre 1910  nasceva Edda. 27 giorni dopo si svolse lo sciopero di Forli! (quello che abbiamo accennato in apertura) con Mussolini attivista in prima fila; per gli sbirri questa volta era un po' troppo, tanto che gli valse questa volta la condanna a cinque mesi di carcere. Comunque fu quella una galera utile per trasformarsi in vittima, in martire e quindi diventare ancora più popolare. (Hitler nel '23, a Monaco ottenne lo stesso risultato: il processo, la condanna e la galera per il putsch, si trasformò in un suo trionfo).

Mussolini diventa così popolare negli ambienti socialisti che nello stesso 1912, appena uscito dal carcere, lo troviamo a dirigere proprio l'organo del partito socialista L'Avanti. Si fa  portavoce del proletariato ed inizia il 7 gennaio 1913 una feroce campagna contro "gli assassinii di Stato". Con indignazione si era scatenato per gli incidenti mortali  verificatisi durante gli scioperi dei lavoratori che chiedevano miglioramenti salariali, riduzioni d'orari, previdenze, pane e lavoro. Conflitti dove scopriamo all'interno di queste manifestazioni  non solo una forte tensione sociale fra padronato e operai, ma anche la prima forte spaccatura ideologica dentro i sindacati socialisti, tra i riformisti e i rivoluzionari. Due correnti di pensiero che divideranno in eterno le sinistre; e non solo quelle italiane.

Poi nel '14 giunse la ferale notizia da Sarajevo. Lo spettro di una guerra in Europa in pochi giorni prese corpo.. Ma l'inizio di quella che doveva essere per tutti una breve guerra di pochi, si trasformò ben presto -dopo le prime battute- in una guerra mondiale che andrà a cambiare il mondo. Crolleranno tre imperi, il Reich tedesco verrà sbriciolato, muterà l'intera politica del vecchio continente, nasceranno due grandi influenze ideologiche e l'intera economia mondiale inizierà a prendere due sole direzioni; che non viaggeranno in parallelo, ma inizieranno a correre una contro l'altra fino al grande scontro ideologico nei successivi anni. Ognuna, durante questo lungo viaggio cercando -con tutti i mezzi- di allargare il proprio regno; che questa volta non è quello di uno Stato, nè quello di un Continente, ma di più continenti ed è in gioco l'egemonia sull'intero Pianeta. Una lotta che ben presto (terminata la prima, poi con la seconda "Olimpiade della morte") sarà ingaggiata più solo da due giganti.

MUSSOLINI dallo stesso giornale, il 20 settembre 1914 lo troviamo prima contro l'intervento in guerra dell'Italia, promuovendo perfino un plebiscito pacifista, poi subito dopo - la svolta - il 18 ottobre 1914 (l'articolo é una "bomba") lo troviamo improvvisamente schierarsi a favore; titola "da una neutralità assoluta alla neutralità attiva e operante" che gli costa la radiazione dal giornale e dal partito PSI.
Un socialismo quello del PSI neutralista ad oltranza, che già in crisi con la disgregazione dell'Internazionale socialista (i socialisti in Germania si sono schierati per la guerra) messo di fronte alle scelte sull'intervento in guerra, che tutti ormai consideravano imminente, e nelle alte sfere necessaria per biechi motivi,  lo troviamo -il partito socialista italiano -  schierarsi contro la guerra, e poi iniziata questa, a promuovere il disfattismo. Ma fin dall'inizio andare verso il suo immediato ma anche futuro fallimento. Altro che socialistizzare con una rivoluzione l'Europa !

Mussolini non é disposto ad accettare questo fallimento né le limitate vedute di molti dirigenti del suo partito.
L'idea che si é fatta Mussolini (ed é l'unico ad avere una certa lucidità in anticipo sui tempi) é che la rivoluzione socialista é fallita prima ancora di iniziare, e mai il socialismo potrà uscire dalla guerra, vinta o persa che sia, con nuove prospettive.
Le masse - andava dicendo Mussolini -  i milioni di individui (già presagisce che non sarà breve! e gravi di conseguenze) dopo aver combattuto, potranno imporre domani, a vittoria ottenuta, la propria pace alla borghesia con tutte le carte in regola, perché avranno una propria forza autonoma per farlo, e non avranno bisogno dei socialisti.
A guerra persa invece le colpe ricadrebbero solo sui socialisti, che il conflitto non lo volevano e hanno sempre disprezzato chi era stato chiamato a parteciparvi". (tanti, tantissimi, saranno cinque milioni e mezzo di italiani).

Insomma i socialisti erano dentro un vicolo cieco. Questo in sostanza aveva sostenuto Mussolini alla vigilia del conflitto, e il ragionamento era impeccabile; ma il guaio grosso fu che la guerra che doveva essere "lampo" fu invece lunga, inoltre quando finì terminò in un modo anomalo, non accontentò proprio nessuno; infatti i vincitori (per come furono trattati a Versailles) si ritrovarono in mano quella che fu poi definita una "vittoria mutilata". Le briciole di un lauto pasto che gli altri avevano consumato.
In altre parole, una frustrazione per entrambi, per chi l'aveva sostenuta  la guerra e combattuta (Mussolini e i 5,5 milioni di Italiani) e per chi aveva remato contro e profetizzato il totale fallimento, convinti di poter fare dopo la guerra la rivoluzione del proletariato.

Il 15 novembre del 1914, dopo l'articolo "bomba" e dopo la radiazione all'Avanti, MUSSOLINI fonda a Milano il Popolo d'Italia (finanziato e non del tutto disinteressatamente dalla Edison, dalla Fiat di Agnelli, dall'Ansaldo dei fratelli Perrone ecc. ecc.) con un indirizzo antisocialista, e con iniziali palesi appoggi all'irredentismo che va predicando D'Annunzio e De Ambreis (Ma poi con la "Vicenda Fiume "Mussolini prenderà le distanze dai due "rossi" - vedi partendo dal 1919).
Infine il 6 maggio del 1915, l'altra "bomba": Mussolini esce con l'articolo "E' l'ora". Poi abbandona non del tutto il giornale (terrà un diario di guerra fino al febbraio 1917) e molto coerentemente con quello che ha scritto, si offre volontario.

Non è il solo, parte D'Annunzio, parte Marinetti, e parte Cesare Battisti che incita "tutti al fronte con la spada e col cuore", poi in agosto parte finalmente anche Mussolini.
C'è in questo slancio forse anche un motivo umano, lui odia gli Austriaci; il suo é anche  un conto personale da regolare! I giorni di carcere a Trento, le accuse infamanti, e le umiliazioni ricevute hanno lasciato il segno! 

Al fronte Mussolini non ha la vita molto facile, sia con i soldati che lo ritengono un interventista e sia con lo Stato Maggiore che diffidano di questo ambiguo soggetto fino a ieri a sinistra come oppositore all'intervento. Era nota la sua renitenza, noto il suo antimilitarismo in piazza del 1911-12, e noto il suo passato di socialista. 
Al Distretto non si fidano proprio. Senza tanti riguardi al suo diploma di maestro e al suo mestiere di giornalista lo mandano al fronte, come soldato semplice col grado di caporale. Dopo 16 mesi di guerra, per quaranta giorni Mussolini va anche in trincea, sul Carso, in prima linea sotto le granate austriache; qui si guadagna perfino il nastrino.
Nel febbraio 1917 una sventagliata di schegge, non proprio del nemico, ma di un cannone difettato, lo colpisce. Resta gravemente ferito. Trascorre in stampelle quattro mesi all'ospedale di Ronchi. Qui nel portare conforto ai feriti troviamo una visita di  Re Vittorio Emanuele III. Di certo non immagina nemmeno lontanamente, nel preoccuparsi della salute e nello stringere la mano a questo semplice caporale sulle grucce, di trovarsi di fronte all'uomo che fra soli 5 anni legherà il suo destino a quello di Casa Savoia e a tutta la sua dinastia. Il Destino se era da quelle parti a fare qualche scherzo, quel giorno ne organizzò uno dei più singolari.

Dopo la convalescenza, MUSSOLINI rientra al giornale nel luglio 1917. Le cose in Italia sono molto cambiate nel frattempo, l'interventismo, dopo tre anni di guerra, quasi inutili sul piano militare e politico, é in crisi, e sembra - soprattutto con la disfatta di Caporetto- che il disfattismo socialista fra le masse trovi un buon appoggio. Così andava dicendo Cadorna per giustificare i suoi tragici rovesci.

Ma non é così, Mussolini è molto attento, si accorge che le masse hanno avuto uno scollamento dal socialismo e che questo (dopo la disfatta di Caporetto del 24 ottobre) non può certo aspirare alla vittoria di una rivoluzione dopo una guerra persa.
Infatti le cose cambiarono, per tanti motivi, interni ed esterni. E anche per tante coincidenze a favore. L'entrata in guerra degli Usa, la Rivoluzione d'Ottobre in Russia, le Germania in difficoltà (più politicamente che militarmente), l'Austria in uno sfacelo materiale e psicologico, ecc. ecc.

Alla fine, la guerra non fu persa, ma nemmeno vinta, passerà alla storia  come  la "vittoria mutilata" dopo le liti a Versailles con Wilson. Un finale che andò ancora di più a complicare le cose. Non c'erano politicamente né vinti, né potevano rallegrarsi quelli che la guerra l'avevano boicottata con il disfattismo. Con troppo accanimento, questo esito negativo e piuttosto umiliante (nonostante tanta retorica e i proclami) dai socialisti fu fatto pesare molto ai reduci; "che cosa vi dicevamo, ecco il risultato!" e giù il resto. E non era certo il modo migliore per fare nelle loro file proseliti nel chiamarli i reduci grulli. Inoltre chi era ritornato dal fronte (ed erano quasi 5 milioni) non voleva certo sentirselo dire dagli "imboscati".

Quello che Mussolini
temeva  accadde, come aveva previsto e profetizzato. I socialisti riformisti (con Treves e Turati) sono in difficoltà più di prima della guerra, e nemmeno parlarne di poter avviare un dialogo con i padroni; questi invece di concertare hanno preferito adottare la linea dura, si sono uniti in una confederazione e hanno adottato la strategia delle serrate. 
Mentre i massimalisti dichiaratamente rivoluzionari (con Gramsci e Bordiga) guardano con molta attenzione i fatti russi che avrebbero potuto far aprire anche in Italia delle nuove prospettive: auspicano la prossima fine del capitalismo con la tanto attesa rivoluzione.
Ma non hanno i seguaci, hanno solo  i pochi (e difendono solo questi) che ancora lavorano e che sono poi quelli che non hanno fatto la guerra. Non hanno nemmeno le grandi masse di contadini (che per la maggior parte non sono salariati ma sono 3 milioni di piccoli proprietari di "fazzoletti" di terra) tutti timorosi di perdere con l'avvento del bolscevismo il loro "orticello", quindi sordi a tutte le sirene "sinistre".

Insomma nelle due correnti, e tra queste e le masse si è creata una barriera di totale incomunicabilità. Non esiste più spazio per i socialisti. Mussolini è lapidario, caustico ma anche realista "Vogliono fare la rivoluzione, ma se li contiamo i conti proprio non tornano"

Mussolini se ne convince ancora di più quando inizia a vedere i pessimi risultati della Rivoluzione Russa:
"Bello i soldati uniti al popolo! Bello il collettivismo! Bello la distribuzione delle terre! Male invece i nuovi dittatori statali nelle fabbriche e nelle campagne".
Non era questo il socialismo che Mussolini sognava da giovane. In Russia il "padrone" autoritario e il grasso borghese zarista, usciva dalla porta e rientrava dalla finestra con la nascente "borghesia" statale di partito, ancora più autoritaria e  peggiore della precedente perchè non possedeva nè le capacità tecniche nè quelle organizzative. Gli esaltati operai credevano di poter mettere in riga i cervelli del vecchio management o impunemente di insultare i vecchi padroni.

Lenin dimostrando subito i propri limiti e le incapacità a organizzare uno Stato così vasto e burocraticamente così complesso, ha dovuto richiamare in fretta e furia ai loro posti nei vari apparati gli stessi funzionari zaristi e anche nelle grandi aziende i vecchi padroni, per riuscire a sopravvivere ed evitare il totale fallimento della rivoluzione che si stava avviando nell'anarchia. E quelli non si fecero pregare; soltanto che borghesi erano e borghesi rimasero. Non più al soldo del padrone ma del Partito, che in quanto a zarismo potevano competere.

Insomma Lenin riconobbe che nelle fabbriche oltre agli operai  era necessario che vi fosse qualcuno che conosceva i mezzi per produrre e che coordinasse con la disciplina gli operai nel loro lavoro. E questo qualcuno era quasi sempre un ex- funzionario zarista;  e che quindi per  incentivare l'economia ed aumentare la produzione era fondamentale e bisognava far ricorso a chi gia' conosceva il mestiere Per cui stimò necessario che, per esempio, medici, ingegneri, professori, burocrati, formatisi nelle scuole zariste venissero tutelati e ben pagati pur essendo "afflitti" da "una mentalità borghese". Insomma stava già iniziando il grosso problema della Russia e alcune teorie utopistiche iniziavano a fare acqua da tutte le parti, anche se in occidente pochi sapevano come stavano veramente  le cose, filtravano ad arte solo le conquiste, e che tutti ora possedevano terre e i mezzi di produzione, nessuno invece parlava del caos di quest'anno, e del prossimo con già in atto le rivolte "contadine" e la repressione più dura che si stava scatenando contro i milioni di piccoli e medi proprietari terrieri (5 milioni di piccoli proprietari terrieri (su 125 milioni di anime) che però possedevano il 90 per cento della terra coltivata dell'intero territorio dell'ex impero zarista; che non solo non volevano mollare i loro appezzamenti di terra, ma ciò che producevano volevano venderlo agli affamati delle città a prezzi da rapina. Non c'è da meravigliarsi se poi le Guardie Rosse staliniane mandavano in Siberia qualche "agrario"; alcuni di loro vendevano un uovo nelle città al mercato nero al costo di una paga giornaliera di un operaio) .

Del resto proprio MARX nella prefazione del Capitale, scriveva che "una società non può né saltare né eliminare per decreto le "fasi naturali" dello svolgimento".
E anche ZIBER scriveva pure lui che "…le "fasi naturali" dello sviluppo non potevano essere né soppresse né abbreviate: quindi anche la Russia avrebbe dovuto passare necessariamente prima attraverso il capitalismo".
Lenin prima che crollasse tutto, corse sì ai ripari, richiamando ai loro posti i burocrati zaristi, ma non poteva richiamare i capitalisti, né un moderno management economico né industriale, perché questi in Russia non c'erano.

Ma se non c'era in Russia il capitalismo, c'era invece in Italia, modesto ma c'era, e Mussolini anche lui come Ziber, già nel 1915 su Utopia scriveva: "I socialisti commettono un gravissimo errore, credono che il capitalismo ha compiuto il suo ciclo. Invece il capitalismo è ancora capace di ulteriori svolgimenti. Non è ancora esaurita la serie delle sue trasformazioni. Il capitalismo ci presenta una realtà a facce diverse: economica, prima di tutto".
Ma ancora prima, sempre su Utopia, del 15 gennaio 1914, scriveva: "Nella mente del proletariato, la "coscienza teorica" del socialismo sarà sempre amorfa, rudimentale, grossolana: come non c'è bisogno per essere buoni cristiani di aver letta e capita tutta la teologia, così si può essere ottimi socialisti pur ignorando i lavori e i capolavori della letteratura socialista, pur essendo completamenti analfabeti. I "sans-culottes" che mossero all'assalto della Bastiglia probabilmente non avevano nessuna "coscienza teorica" .

E già nel 1917 frenando gli entusiasmi delle prime trionfalistiche notizie dalla Russia, scriveva: "....La rivoluzione non è il caos, non è il disordine, non è lo sfasciamento di ogni attività, di ogni vincolo della vita sociale, come opinano gli estremisti idioti di certi paesi; (il riferimento alla Russia è chiaro. Ndr) la rivoluzione ha un senso e una portata storica soltanto quando rappresenta un ordine superiore, un sistema politico, economico, morale di una sfera più elevata; altrimenti è la reazione, è la Vandea. La rivoluzione è una disciplina che si sostituisce a un'altra disciplina, è una gerarchia che occupa il posto di un'altra gerarchia" (1917, 26 luglio, Il Popolo d'Italia).

Torniamo al 1919. L'Italia, nonostante non fosse nella lista nera delle nazioni perdenti, i tempi erano ostili. Per gli Italiani erano tempi che dall'esterno subivano dagli Alleati affronti che erano quasi oltraggi ("si accontentino di non aver più alle spalle gli austriaci" - Wilson - Clamenceau fu pure insolente, disse che l'Italia si comportava da "capricciosa", da "ambiziosa".) e come se non bastassero questi affronti, all'interno molti che avevano in qualche modo contribuito a sventare un grave pericolo (mancò poco con l'Austria al di qua del Piave e del Mincio e chissà fin dove) ricevevano insulti, venivano devastati circoli e associazioni di ogni tipo, s'insultavano i militari in divisa, si distruggevano i migliori ricordi di lotte e sacrifici, bollandoli tutti come azioni delinquenziali.

Ma a parte questo, c'era inoltre anche un servaggio spirituale da cui l'Italia doveva liberarsi se voleva veramente mirare ad essere una nazione moderna.
Per troppo tempo si era andato dicendo che tutto quello che era straniero, tutto quello che proveniva dalla Francia, dall'Inghilterra era ottimo, e ciò che vi si diceva era Vangelo; si disprezzava in questi casi ciò che si presentava come prodotto genuino del genio italiano. Era dunque l'ora che il popolo italiano imponesse anche la liberazione da ogni asservimento allo straniero. E questo non era solo un "capriccio", ma era dignità.
Al Governo Italiano, ai dirigenti della cosa pubblica -nonostante la conclusione vittoriosa della guerra- mancava il coraggio, mancava la forza, mentre il concetto di libertà era interpretato come licenza. Inoltre le masse operaie malcontente si lasciavano trascinare dai mestatori, la massa grigia andava dietro la corrente o ascoltava il tribuno di turno, senza neanche una parola di protesta.
Ma non bastava. Mentre il 12 gennaio a Milano si indicevano dai socialisti comizi per protestare contro gli imperialismi italiani (ma dopo, a Versailles tutti videro chi erano gli imperialisti!, non certo gli italiani!), con l'amnistia cagoiesca del settembre ai disertori, ritornava sul fante un'onda di fango. Quello stesso fante, che dopo 4 anni di trincea, troncati gli studi, troncato l'impiego, tornato a casa, non aveva che il nome di "ex combattente" che gli suonava di scherno e come un insulto; l'amnistia non lo dice chiaro, ma è chiarissimo che "Lui ha combattuto, per niente, bel fesso!". Eppure prima li aveva chiamati "Eroi di Vittorio Veneto", e li aveva additati come esempio, magnificati, encomiati, premiati, con le medaglie, i nastrini, e le patacche di ogni genere.

Di fronte ad una dimostrazione o patriottica o del caroviveri, si inscenava subito una contro-dimostrazione socialista; di modo che agli ex combattenti, come ai primi cristiani, non rimaneva altro che ritirarsi nelle loro nude case diventate catacombe, per commemorare le date del martirio, per esaltare i giorni delle vittorie o per piangere gli amici morti nei giorni delle sconfitte. Negli angoli più oscuri di queste catacombe, a piangere per la disperazione, vi erano pure mogli, figli, fratelli, madri, di 650.000 loro cari che non tornarono mai più a casa.

Ma ecco nel marzo 1919 sorgere un movimento che reagisce alle violenze sovversive, e insegna - allo Stato, ai suoi inetti politici, e ai ciechi soggetti confusi da apologetiche notizie dall'Est - il proprio dovere.

L'Italia nel 1919 era afflitta da una situazione quanto mai critica dei rapporti sociali per il drammatico contrasto fra le precarie condizioni del proletariato e dei contadini che avevano pagato un alto tributo di sangue e sofferenze in trincea,  e il lusso smodato sfrontatamente esibito dai "pescicani", i nuovi ricchi che avevano tratto enormi profitti dalla guerra con le industrie belliche - (1976 stabilimenti con un milione di addetti).

Ma la delusione e l'intolleranza alle discriminazioni si erano estese anche al ceto medio e alla piccola borghesia, a una folta schiera di giovani ufficiali e di combattenti che non avevano trovato nel dopoguerra la realizzazione delle loro aspirazioni, nè un miglioramento economico e l'affermazione sociale cui credevano di avere diritto come contropartita dopo le benemerenze militari conquistate eroicamente sul campo di battaglia, che al dunque risultarono "patacche".

I tempi erano dunque maturi per una svolta radicale, maturi per quel fenomeno politico alimentato dalla violenza (ancora in forma potenziale) della lotta di classe, ma anche dal malcontento generale, e dalla paura dei conservatori che temevano la prima; erano insomma maturi per  il "fascismo di Mussolini".

"Questo fascismo mussoliniano non si presenta affatto come espressione di una dottrina politica, non ha come il socialcomunismo una filosofia alle spalle, ma è un punto di coagulo di tutte le paure, gli odi, i risentimenti di gran parte della classe dirigente e di ampi strati popolari contro il disordine sociale del dopoguerra, fomentato, agli occhi dei borghesi benpensanti da una classe operaia sempre più tendenzialmente rivoluzionaria. C'è un'invocazione di ordine e di disciplina, un bisogno di metodi forti contro la crisi diffusa, che il fascismo sa interpretare con decisione".
"Certo il fascismo non avrebbe potuto conquistare il potere se non avesse trovato connivenza e appoggio nei deboli governi del dopoguerra, oltre che aiuto concreto da parte del capitalismo non liberale e della grande proprietà terriera, spaventati dall'accresciuta forza della classe operaia"
. (
Elio Gioaola, Novecento, Colonna Edizioni, 1999).

Il giorno prima della fondazione dei fasci milanesi, a Dalmine, dopo uno sciopero i lavoratori di un'industria, seguendo le indicazioni del loro sindacato Uil, le maestranze avevano scioperato, occupando lo stabilimento, ma senza interrompere la produzione: Mussolini fece loro un discorso (pubblicato poi su "Il Popolo d'Italia" del 21 marzo) che era sì antisocialista ma ancora antiborghese:

Mussolini arringò così gli operai: "E' il lavoro che parla in voi, non il dogma idiota o la chiesa intollerante, anche se rossa. È il lavoro, che nelle trincee ha consacrato il suo diritto a non essere più fatica, miseria o disperazione, perché deve diventare gioia, orgoglio, creazione, conquista di uomini liberi nella patria libera e grande, entro e oltre i confini. Non siete voi i poveri, gli umili e i reietti, secondo la vecchia retorica del socialismo letterario, voi siete i produttori, ed è in questa vostra rivendicata qualità che voi rivendicate il diritto di trattare da pari con gli industriali... Voi giungerete, in un tempo che non so se è vicino o lontano, ad esercitare funzioni essenziali nella società moderna, ma i politicanti borghesi o semiborghesi non debbono farsi sgabello delle vostre aspirazioni per giocare la loro partita. Il significato intrinseco del vostro gesto è chiaro. Voi vi siete messi sul terreno della classe, ma non avete dimenticato la Nazione. Avete parlato di popolo italiano, non soltanto, della vostra categoria di metallurgici. Per gli interessi immediati della vostra categoria voi potevate fare lo sciopero vecchio stile, lo sciopero negativo e distruttivo; ma pensando agli interessi del popolo, voi avete inaugurato lo sciopero creativo, che non interrompe la produzione"..

Non era un discorso che piaceva agli industriali, ma nemmeno dispiaceva, visto che l'Associazione Industriale mise a disposizione di Mussolini un locale per una singolare riunione.
Il giorno stesso che usciva sul giornale l' intervento di sopra, il 21 marzo, sorgeva il "Fascio milanese di combattimento", ed il 23 dello stesso mese si riunivano per la prima volta gli aderenti ai Fasci italiani di combattimento in Piazza S. Sepolcro sempre a Milano.

Così comincia una nuova storia d'Italia!

MUSSOLINI, dentro un locale di Via San Sepolcro a Milano, in una saletta messa a disposizione dal Circolo industriale (Una curiosità: C'erano anche 5 industriali ebrei a questa riunione, e fu proprio uno di loro (Goldman) a procurargli la sala della riunione !) costituisce con 871 soci (arditi, ex combattenti, ex interventisti) i FASCI COMBATTENTI, imprimendo al suo movimento un indirizzo fortemente antisocialista; e vuole essere così coerente (togliere ogni dubbio a chi li ha) che manda a incendiare L'Avanti, il giornale dei socialisti di cui Mussolini stesso era stato il direttore.

Era stata annunciata la riunione fin dal 2 marzo, invitando i lettori de Il Popolo d'Italia, i reduci, e tutti i cittadini. Il 9 marzo viene ripetuto comunicando che "l'adunata sarà importantissima", "Sarà creato l'antipartito, sorgeranno cioè i Fasci di Combattimento che faranno fronte contro due pericoli: quello misoenista di destra e quello distruttivo di sinistra".

In quella sede, si danno convegno i fascisti della prima ora, un centinaio di "fedelissimi" tra cui Balbo, De Bono, Bianchi e De Vecchi, i futuri Quadrumviri della Marcia su Roma, e circa duecento aderenti che osservano e ascoltano. Mussolini interviene con un discorso, distinto in tre dichiarazioni, che poi il giorno dopo, il 24 marzo, il n.83 Il Popolo d'Italia, riportava integralmente, e che qui, pure noi riportiamo: (non aggiungiamo né togliamo nulla; diamo solo a lui la parola; che in crescendo gli italiani… leggevano e gli si… affiancavano; e se non fosse stato così, Mussolini non sarebbe andato molto lontano.
Non è storico dire poi, dopo ventidue anni, che nessuno era fascista, o che lo erano stati perché costretti. Era questo che leggevano, e i giornali nazionali, iniziarono a riportare e ad amplificare i suoi discorsi, i suoi scritti e le sue idee.
E quando ci fu poi la netta svolta a destra nel governo, così i grandi quotidiani la salutarono:
ALBERTINI direttore del Corriere della Sera "Il fascismo ora interpretato é l'aspirazione più intensa di tutti i veri italiani" - Gli fece eco La Stampa di Torino "Il governo Mussolini é l'unica strada da percorrere per ridare agli italiani quell'"ordine" che tutti ormai reclamano intensamente".

 

Passiamo ora al preambolo e alle tre dichiarazioni di Mussolini:

continua ....>>>>

 

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