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<<<<< biografia - prima parte

SAN SEPOLCRO:
Il preambolo e le tre dichiarazioni fatte da Mussolini:

"Senza troppe formalità o pedanterie vi leggerò tre dichiarazioni che mi sembrano degne di discussione e di voto. Poi, nel pomeriggio, riprenderemo la discussione sulla nostra dichiarazione programmatica. Vi dico subito che non possiamo scendere ai dettagli. Volendo agire prendiamo la realtà nelle sue grandi linee, senza seguirla minutamente nei suoi particolari.

Prima dichiarazione:
L'adunata del 23 marzo rivolge il suo primo saluto e il suo memore e reverente pensiero ai figli d'Italia che sono caduti per la grandezza della Patria e per la libertà del mondo, ai mutilati e invalidi, a tutti i combattenti, agli ex-prigionieri che compirono il loro dovere, e si dichiara pronta a sostenere energicamente le rivendicazioni d'ordine materiale e morale che saranno propugnate dalle associazioni dei combattenti.
Siccome noi non vogliamo fondare un partito dei combattenti, poiché un qualche cosa di simile si sta già formando in varie città d'Italia, non possiamo precisare il programma di queste rivendicazioni. Lo preciseranno gli interessati. Dichiariamo che lo appoggeremo. Noi non vogliamo separare i morti, né frugare loro nelle tasche per vedere quale tessera portassero: lasciamo questa immonda bisogna ai socialisti ufficiali.

Noi comprenderemo in un unico pensiero di amore tutti i morti, dal generale all'ultimo fante, dall'intelligentissimo a coloro che erano incolti ed ignoranti. Ma voi mi permetterete di ricordare con predilezione, se non con privilegio, i nostri morti, coloro che sono stati con noi nel maggio glorioso: i Corridoni, i Reguzzoni; i Vidali, i Deffenu, il nostro Serrani, questa gioventú meravigliosa che è andata al fronte e che là è rimasta. Certo, quando oggi si parla di grandezza della patria e di libertà del mondo, ci può essere qualcuno che affacci il ghigno e il sorriso ironico, poiché ora è di moda fare il processo alla guerra: ebbene la guerra si accetta in blocco o si respinge in blocco. Se questo processo deve essere eseguito, saremo noi che lo faremo e non gli altri. E volendo del resto esaminare la situazione nei suoi elementi di fatto, noi diciamo subito che l'attivo e il passivo di un'impresa così grandiosa non può essere stabilito con le norme della regolarità contabile: non si può mettere da una parte il quantum di fatto e di non fatto: ma bisogna tener conto dell'elemento "qualitativo". Da questo punto di vista noi possiamo affermare con piena sicurezza che la Patria oggi è píú grande: non solo perché giunge al Brennero - dove giunge Ergisto Bezzi, cui rivolgo il saluto - non solo perché va alla Dalmazia. Ma è più grande l'Italia anche se le piccole anime tentano un loro piccolo giuoco; è più grande perché noi ci sentiamo più grandi in quanto abbiamo l'esperienza di questa guerra, inquantoché noi l'abbiamo voluta, non c'è stata imposta, e potevamo evitarla. Se noi abbiamo scelto questa strada è segno che ci sono nella nostra storia, nel nostro sangue, degli elementi e dei fermenti di grandezza, poiché se ciò non fosse noi oggi saremmo l'ultimo popolo del mondo. La guerra ha dato ciò che noi chiedevamo: ha dato i suoi vantaggi negativi e positivi: negativi in quanto ha impedito alle case degli Hohenzollern, degli Absburgo e degli altri di dominare il mondo, e questo è un risultato che sta davanti agli occhi di tutti e basta a giustificare la guerra. Ha dato anche i suoi risultati positivi poiché in nessuna nazione vittoriosa si vede il trionfo della reazione. In tutte si marcia verso la più grande democrazia politica ed economica. La guerra ha dato, malgrado certi dettagli che possono urtare gli elementi più o meno intelligenti, tutto quello che chiedevamo.

E perché parliamo anche degli ex-prigionieri- È una questione scottante. Evidentemente ci sono stati di quelli che si sono arresi, ma quelli si chiamano disertori: d'altra parte in quella massa c'è la grande maggioranza che è caduta prigioniera dopo aver fatto il suo dovere, dopo aver, combattuto: se così non fosse potremmo cominciare a bollare Cesare Battisti e molti valorosi e brillanti ufficiali e soldati che hanno avuto la disgrazia di cadere nelle mani del nemico.

Seconda dichiarazione:
L'adunata del 23 marzo dichiara di opporsi all'imperialismo degli altri popoli a danno dell'Italia e all'eventuale imperialismo italiano a danno di altri popoli; accetta il postulato supremo della Società delle Nazioni che presuppone l'integrazione di ognuna di esse, integrazione che per quanto riguarda l'Italia deve realizzarsi sulle Alpi e sull'Adriatico con la rivendicazione e annessione di Fiume e della Dalmazia.

Abbiamo quaranta milioni di abitanti su una superficie di 287 mila chilometri quadrati separati dagli Appennini che riducono ancora di più la disponibilità del nostro territorio lavorativo: saremo fra dieci o venti anni sessanta milioni ed abbiamo appena un milione e mezzo di chilometri quadrati di colonia, in gran parte sabbiosi, verso i quali certamente non potremo mai dirigere il più della nostra popolazione. Me se ci guardiamo attorno vediamo l'Inghilterra che con quarantasette milioni di abitanti ha un impero coloniale di 55 milioni di chilometri quadrati e la Francia che con una popolazione di trentotto milioni di abitanti ha un impero coloniale di 15 milioni di chilometri quadrati. E vi potrei dimostrare con le cifre alla mano che tutte le nazioni del mondo, non esclusi il Portogallo, l'Olanda e il Belgio, hanno tutte quante un impero coloniale al quale tengono e che non sono affatto disposte a mollare in base a tutte le ideologie che possono venire da oltre oceano.

Lloyd George parla apertamente di impero inglese. L'imperialismo è il fondamento della vita per ogni popolo che tende ad espandersi economicamente e spiritualmente. Quello che distingue gli imperialismi sono i mezzi. Ora i mezzi che potremo scegliere e sceglieremo non saranno mai mezzi di penetrazione barbarica, come quelli adottati dai tedeschi. E diciamo: o tutti idealisti o nessuno. Si faccia il proprio interesse. Non si comprende che si predichi l'idealismo da parte di coloro che stanno bene a coloro che soffrono, poiché ciò sarebbe molto facile. Noi vogliamo il nostro posto nel mondo poiché ne abbiamo il diritto.
Riaffermo qui in questo ordine del giorno, il "postulato societario della Società delle Nazioni". È nostro in fin dei conti, ma intendiamoci: se la Società delle Nazioni deve essere una solenne "fregata" da parte delle nazioni ricche contro le nazioni proletarie per fissare ed eternare quelle che possono essere le condizioni attuali dell'equilibrio mondiale, guardiamoci bene negli occhi. Io comprendo perfettamente che le nazioni arrivate possano stabilire questi premi d'assicurazione della loro opulenza e posizione attuale di dominio. Ma questo non è idealismo; è tornaconto e interesse.

Terza dichiarazione:
L'adunata del 23 marzo impegna i fascisti a sabotare con tutti i mezzi le candidature dei neutralisti di tutti i Partiti.
Voi vedete che io passo da un punto ad un altro, ma in tutto ciò c'è logica, c'è un filo. Io non sono un entusiasta delle battaglie schedaiole, tanto è vero che da tempo ho abolito le cronache del "Camerone" e nessuno se ne è doluto: anzi il mio esempio aveva consigliato altri giornali a ridurre questa cronaca scandalosa fino ai limiti dello strettamente necessario. In ogni modo è evidente che entro quest'anno ci saranno le elezioni. Non si conosce ancora la data né il sistema che sarà seguito, ma dentro l'anno ci saranno queste battaglie
elettorali e cartacee. Ora, si voglia o non si voglia, in queste elezioni si farà il processo alla guerra, cioè il "fatto guerra" essendo stato il fatto dominante della nostra vita nazionale, è chiaro che non si potrà evitare di parlare di guerra.
Ora noi accetteremo la battaglia precisamente sul fatto guerra, poiché non solo non siamo pentiti di quello che abbiamo fatto, ma andiamo più in là: e con quel coraggio che è frutto del nostro individualismo, diciamo che se in Italia si ripetesse una condizione di cose simile a quella del 1915, noi ritorneremmo a invocare la guerra come nel 1915.

Ora è molto triste il pensare che ci siano stati degli interventisti che hanno defezionato in questi ultimi tempi. Sono stati pochi e per motivi non sempre politici. C'è stato il trapasso originato da ragioni di indole politica che non voglio discutere, ma c'è stata la defezione originata dalla paura fisica. Per quietare la belva molliamo la Dalmazia, rinunciamo a qualche cosa. Ma il calcolo è pietosamente fallito. Noi, non solo non ci metteremo su quel terreno politico, ma non avremo nemmeno quella paura fisica che è semplicemente grottesca. Ogni vita vale un'altra vita, ogni sangue vale un altro sangue, ogni barricata un'altra barricata. Se ci sarà da lottare impegneremo anche la lotta delle elezioni. Ci sono stati neutralisti fra i socialisti ufficiali e fra i repubblicani. Anche i cosiddetti cattolici del Partito italiano cercano di rimettersi in carreggiata per far dimenticare la loro opera mostruosa che va dal convegno di Udine al grido nefando uscito dal Vaticano. Tutto ciò non è stato soltanto un delitto contro la Patria ma si è tradotto in un di piú di sangue versato, di mutilati e di feriti. Noi andremo a vedere i passaporti di tutta questa gente: tanto dei neutralisti arrabbiati come di coloro che hanno accettato la guerra come una corvée penosa; andremo nei loro comizi, porteremo dei candidati e troveremo tutti i mezzi per sabotarli.
Noi non abbiamo bisogno di metterci programmaticamente sul terreno della rivoluzione perché, in senso storico, ci siamo dal 1915. Non è necessario prospettare un programma troppo analitico, ma possiamo affermare che il bolscevismo non ci spaventerebbe se ci dimostrasse che esso garantisce la grandezza di un popolo e che il suo regime sia migliore degli altri.
È ormai dimostrato irrefutabilmente che il bolscevismo ha rovinato la vita economica della Russia. Laggiù, l'attività economica, dall'agricoltura all'industria, è totalmente paralizzata. Regna la carestia e la fame. Non solo, ma il bolscevismo è un fenomeno tipicamente russo. Le nostre civiltà occidentali, a cominciare da quella tedesca, sono refrattarie.

Noi dichiariamo guerra al socialismo, non perché socialista, ma perché è stato contrario alla nazione. Su quello che è il socialismo, il suo programma e la sua tattica, ciascuno può discutere, ma il Partito Socialista Ufficiale Italiano è stato nettamente reazionario, assolutamente conservatore, e se fosse trionfata la sua tesi non vi sarebbe oggi per noi possibilità di vita nel mondo. Non è il Partito Socialista quello che può mettersi alla testa di un'azione di rinnovamento e di ricostruzione. Siamo noi, che facendo il processo alla vita politica di questi ultimi anni, dobbiamo inchiodare alla sua responsabilità il Partito Socialista Ufficiale.
E' fatale che le maggioranze siano statiche, mentre le minoranze sono dinamiche. Noi vogliamo essere una minoranza attiva, vogliamo scindere il Partito Socialista Ufficiale dal proletariato, ma se la borghesia crede di trovare in noi dei parafulmini, s'inganna. Noi dobbiamo andare incontro al lavoro. Già al tempo dell'armistizio io scrissi che bisognava andare incontro al lavoro per chi ritornava dalle trincee, perché sarebbe odioso e bolscevico negare il riconoscimento dei diritti di chi ha fatto la guerra. Bisogna perciò accettare i postulati delle classi lavoratrici: vogliono le otto ore? Domani i minatori e gli operai che lavorano di notte imporranno le sei ore? Le pensioni per l'invalidità e la vecchiaia? Il controllo sulle industrie? Noi appoggeremo queste richieste, anche perché vogliamo abituare le classi operaie alla capacità direttiva delle aziende, anche per convincere gli operai che non è facile mandare avanti un'industria e un commercio.

Questi sono i nostri postulati, nostri per le ragioni che ho detto innanzi e perché nella storia ci sono cicli fatali per cui tutto si rinnova, tutto si trasforma. Se la dottrina sindacalista ritiene che dalle masse si possano trarre gli uomini direttivi necessari e capaci di assumere la direzione del lavoro, noi non potremo metterci di traverso, specie se questo movimento tenga conto di due realtà: la realtà della produzione e quella della nazione.
Per quello che riguarda la democrazia economica, noi ci mettiamo sul terreno del sindacalismo nazionale e contro l'ingerenza dello Stato, quando questo vorrebbe assassinare il processo di creazione della ricchezza.
Combatteremo il retrogradismo tecnico e spirituale. Ci sono industriali che non si rinnovano dal punto di vista tecnico e dal punto di vista morale. Se essi non troveranno la virtù di trasformarsi, saranno travolti, ma noi dobbiamo dire alla classe operaia che altro è demolire, altro è costruire, che la distruzione può essere opera di un'ora, mentre la creazione è opera di anni o di secoli.
Democrazia economica, questa è la nostra divisa. E veniamo alla democrazia politica.

Io ho l'impressione che il regime attuale in Italia abbia aperto la successione. C'è una crisi che balza agli occhi di tutti. Abbiamo sentito tutti durante la guerra l'insufficienza della gente che ci governa e sappiamo che si è vinto per le sole virtù del popolo italiano, non già per l'intelligenza e la capacità dei dirigenti.

Aperta la successione del regime, noi non dobbiamo essere degli imbelli. Dobbiamo correre. Se il regime sarà superato, saremo noi che dovremo occupare il suo posto. Perciò creiamo i Fasci: questi organi di creazione e agitazione capaci di scendere in piazza a gridare: "Siamo noi che abbiamo diritto alla successione perché fummo noi che spingemmo il paese alla guerra e lo conducemmo alla vittoria!".

Dal punto di vista politico abbiamo nel nostro programma delle riforme: il Senato deve essere abolito. Mentre traccio questo atto di decesso devo però aggiungere che il Senato in questi ultimi tempi si è dimostrato di molto superiore alla Camera.
Ci voleva poco? È vero, ma quel poco è stato fatto. Noi vogliamo dunque che quell'organismo feudale sia abolito; chiediamo il suffragio universale, per uomini e donne; lo scrutinio di lista a base regionale; la rappresentanza proporzionale. Dalle nuove elezioni uscirà un'assemblea nazionale alla quale noi chiediamo, che decida sulla forma di governo dello Stato italiano. Essa dirà: repubblica o monarchia, e noi che siamo stati sempre tendenzialmente repubblicani, diciamo fin da questo momento: repubblica! Noi non andremo a rimuovere i protocolli e a frugare negli archivi, non faremo il processo retrospettivo e storico alla monarchia. L'attuale rappresentanza politica non ci può bastare; vogliamo una rappresentanza diretta dei singoli interessi, poiché io, come cittadino, posso votare secondo le mie idee, come professionista devo poter votare secondo le mie qualità professionali.
Si potrebbe dire contro questo programma che si ritorna verso le corporazioni. Non importa. Si tratta di costituire dei Consigli di categorie che integrino la rappresentanza sinceramente politica.
Ma non possiamo fermarci su dettagli. Fra tutti i problemi, quello che oggi interessa di piú è di creare la classe dirigente e di munirla dei poteri necessari.
E inutile porre delle questioni più o meno urgenti se non si creano i dirigenti capaci di risolverle.
Esaminando il nostro programma vi si potranno trovare delle analogie con altri programmi; vi si troveranno postulati comuni ai socialisti ufficiali, ma non per questo essi saranno identici nello spirito perché noi ci mettiamo sul terreno della guerra e della vittoria ed è mettendoci su questo terreno che noi possiamo avere tutte le audacie. Io vorrei che oggi i socialisti facessero l'esperimento del potere, perché è facile promettere il paradiso, difficile realizzarlo. Nessun Governo domani potrebbe smobilitare tutti i soldati in pochi giorni o aumentare la quantità dei viveri, perché non ce ne sono. Ma noi non possiamo permettere questo esperimento perché i socialisti vorrebbero portare in Italia una contraffazione del fenomeno russo al quale tutte le menti pensanti del socialismo sono contrarie, da Branting e Thomas a Bernstein, perché il fenomeno bolscevico non abolisce le classi, ma è una dittatura esercitata ferocemente.
Noi siamo decisamente contro tutte le forme di dittatura, da quella della sciabola a quella del tricorno, da quella del denaro a quella del numero; noi conosciamo soltanto la dittatura della volontà e dell'intelligenza.
Vorrei perciò che l'assemblea approvasse un ordine del giorno nel quale accettasse le rivendicazioni del sindacalismo nazionale dal punto di vista economico.
Posta questa bussola al nostro viaggio, la nostra attività dovrà darci subito la creazione dei Fasci di combattimento. Domani indirizzeremo la loro azione simultaneamente in tutti i centri d'Italia. Non siamo degli statici; siamo dei dinamici e vogliamo prendere il nostro posto che deve essere sempre all'avanguardia".

Mussolini sta iniziando la sua "avventura"!

Ma Mussolini non fa nulla da solo! Lo aiuterà il fallimento di Nitti, lo aiuterà Giolitti che vuole diabolicamente usarlo come ago della bilancia,  lo aiuterà il vento della crisi economica, ma anche  la "piazza" quando scoppierà la crisi italo-albanese. Mussolini si trova davanti a un  terreno di coltura molto fertile, sufficiente per tentare la sua personale avventura.

A finanziarlo ci sono già alcuni importanti gruppi industriali privati (acciaierie Ansaldo, Ilva e altri). Industrie cruciali, che in Russia sono stati le prime ad essere collettivizzate. Ovvio che si sta diffondendo molta, moltissima inquietudine; ed inizia  una controrivoluzione dei borghesi-capitalisti non liberali. "Rivoluzionari" di destra che appoggiano la mobilitazione delle masse usando "l'uomo" per fare del populismo (comodo al consenso)  per così sbarazzarsi di tutti gli ostacoli del parlamentarismo e così imporre la propria legge ed esercitare il capitalismo più selvaggio.
A favore di Mussolini quindi c'è innanzitutto un aiuto concreto del capitalismo non liberale, e la grande proprietà terriera, e c'è anche l'appoggio (o la connivenza) dei deboli governi usciti da questo dopoguerra. (Sarà proprio Giolitti, convinto di potersi servire di Mussolini, a introdurre i fascisti nel gioco politico; infatti  favorirà la presenza delle loro liste nelle elezioni del 1921, ponendo fine agli equilibrismi degli unici due blocchi rimasti sulla scena politica a contrastarsi (perfino al loro interno); cioè i due partiti di massa: il cattolico e quello socialista).

Mussolini che ha già fondato i fasci è uno di quelli che le distanze dai socialisti le ha prese già dal 1914. E ha gia preso una netta posizione anche da De Ambris dopo aver visto il  fallimento dei rivoluzionari russi leninisti  che hanno dimostrato al mondo intero di non essere capaci di governare.

 

Mussolini lo troviamo quindi a guardare in un unica direzioni; é il momento della sua "conversione" totale. Finita la guerra, se già aveva quelle idee gia descritte sopra, ma non ancora applicate, dopo una cocente sconfitta elettorale (vedi più avanti),  profondamente mutato,  lo ritroveremo nel 1920 a guidare quel movimento politico che presto lo porterà al potere.

Il periodo elettorale del successivo ottobre e novembre sempre dell'anno 1919 dà occasione ad altri disordini e a violenze a Mantova, a Torino, a Milano, a Bologna e ad Arezzo.
Il Popolo d' Italia, i Fasci di combattimento e Mussolini sostengono strenuamente le posizioni di battaglia, pronti contro tutto e contro tutti per l'appuntamento con le elezioni del 16 novembre. Ma la propaganda disfattista stronca con i voti il sogno dei fasci, del Popolo d'Italia e dello stesso Mussolini.

Tuttavia nel tentativo mussoliniano di scalata al potere, c'erano tutte le condizioni a favore: buona parte del proletariato senza lavoro, il ceto medio deluso, la rabbia degli ex combattenti e la rottura dentro le file dei cattolici. Ma c'era soprattutto la nuova borghesia industriale che iniziava a combattere le feudali inette energie latifondiste che si opponevano con forza a tutti cambiamenti di una nuova società.
Eppure Mussolini ha racimolato alle elezioni solo 4657 voti !! Come dire zero! Non sale nemmeno un gradino nella sua sognata scalata al potere. Una disfatta!!

Ma non vi erano le condizioni a favore? Analizziamole brevemente queste condizioni.

Mentre negli altri paesi sintomi di ripresa economica, riordinamento nella vita sociale, amministrativa e la stabilità politica inizia nuovamente a stabilizzarsi, la lunga crisi del dopoguerra in Italia sta invece procurando al Paese uno stato confusionario dentro ogni gruppo politico, e di riflesso in quello sociale il caos è perfino drammatico.
La classe dirigente è incapace di iniziare un nuovo percorso dopo una guerra non persa, ma neppure vinta, visto che da ogni parte si leva il grido di "vittoria mutilata" e ai disoccupati reduci "vincitori", i socialisti (gli antinterventisti ora sulla cresta dell'onda) non smettono di dire "belle conquiste avete fatto, cosa vi dicevamo? ora eccovi qua, tutti a spasso. Bei fessi". 

 Infatti questa "vittoria" (dopo la pessima figura a Versailles, con la delegazione italiana che si è ritirata e la pubblicazione su un giornale di un messaggio di Wilson rivolto agli italiani (come se non esistessero i politici con cui trattare) per far accettare la "sua" soluzione) ha procurato profonde ferite (di orgoglio soprattutto, come se non bastassero le altre) dentro la società, nel morale dei cittadini, e di conseguenza una grave crisi economica e politica.
Si vive insomma una Caporetto politico-sociale. Unica speranza è l'attesa di un dopo Caporetto!!

Infatti, le "strade" ideologiche che alcuni partiti o movimenti prenderanno nel 1920 saranno del tutto nuove; dopo le ultime elezioni  del 16 novembre 1919,  dalla maggioranza parlamentare sono scomparsi per la prima volta dall'unità d'Italia i raggruppamenti della destra e della sinistra. Primo partito il PSI, secondo  quello dei  Popolari di Sturzo. ( PSI (156 seggi ), Cattolici PPI (100), RAD.(38), PSI RIF.(27).
Si era presentato alle elezioni -nella ciscoscrizione di Milano- anche lui Benito Mussolini con i Fasci di combattimento, ma non ha ottenuto nemmeno un seggio. Appena 4795 voti contro i 170.000 dei socialisti e i circa 74.000 dei popolari di don Sturzo.

Sembra la fine! L'uscita di scena!
Subisce perfino un arresto (per aver creato un "covo" di ribelli) poi è rimesso il libertà per l'intervento del direttore del Corriere d.S. Albertini, che ritiene che quei miseri voti presi dal suo collega -nonché capo dei tanto celebrati Fasci di combattimento- "politicamente sia finito". A Nitti che vorrebbe lasciarlo in galera, Albertini gli consiglia di non farlo, "Mussolini è un rudere. E' uno sconfitto, non occorre farne un martire".

Più che per l'arresto, Mussolini era ovviamente avvilito per il clamoroso insuccesso e la figuraccia che aveva fatto dopo tanto agitarsi, dopo tanti articoli, riunioni, discorsi.
"L'Avanti !" impietoso, mette sul giornale due righe nella cronaca nera: "Ripescato dentro il naviglio un corpo. Sembra che si tratta di Benito Mussolini". E altri suoi nemici bontemponi improvvisano un funerale con la sua effige. Se vogliamo credere alla Sarfatti, Mussolini - a poche ore dalla umiliante sconfitta - preso da un momento di sconforto, voleva mollare tutto, il giornale, la politica, le lotte: "so fare altri mestieri, il muratore, il pilota, e so suonare anche il violino, farò il magnifico mestiere del rapsodo errante". Chi mai direbbe che quest'uomo su tutta la linea perdente, in meno di due anni riuscirà a prendere il potere?

Si riprende subito dallo scoramento il giorno dopo; e su "Il Popolo d'Italia" ( n.317, del 18 novembre 1919), il primo intervento a botta calda è sommesso. Ma poi a Capodanno del 1920, si lancia in un testo con un taglio poetico-letterario, promette nuove battaglie, e nella conclusione è sferzante, e anche irriverente. E fa anche il profeta!

Scrisse a urne chiuse, il 18 novembre:

 "La nostra doveva essere ed è stata una semplice affermazione, limitata alla ciscoscrizione elettorale di Milano. Non voleva essere qualche cosa di più. Scriviamo questo non già per esibire delle eufemistiche nonché postume giustificazioni e consolazioni a noi e agli altri, ma semplicemente perché è la pura, la sacra, la documentabile verità. Noi siamo scesi in campo per affermarci e ci siamo riusciti. La nostra non è né una vittoria né una sconfitta: è un'affermazione politica. La nostra non è stata una battaglia elettorale....[...]..non abbiamo mai vantato, oltre il giusto, l'entità e l'efficienza delle nostre forze....[...].Il nostro movimento, che ha un suo speciale carattere politico e che non deve essere confuso con altri fasci, ha appena sei mesi di vita. Non è schedaiolo. Ha accettato la lotta elettorale, ha deciso di scendere in campo perchè ci si batte non sempre sul terreno preferito, ma anche su quello che uomini, eventi e nemici qualche volta impongono.
[...].In queste specialissime condizioni l'aver accettato la lotta potrebbe costituire un titolo sufficiente di orgoglio per noi e l'aver raccolto ciò malgrado alcune migliaia di voti (4795 Ndr), di cittadini veramente nostri, perché noi non li abbiamo in alcun modo sollecitati, può essere motivo di legittima fierezza. [...]. Se noi avessimo cinquant'anni di vita e di organizzazione come hanno i socialisti ufficiali o venti secoli di storia come hanno i preti, potremmo dolerci per le cifre uscite dalle urne: ma giovanissimi come siamo -e in un certo senso come desideriamo restare - dichiariamo che i risultati della consultazione attuale non ci hanno né sorpresi, né modificati. Rimandiamo altre considerazioni "comparative" a quando saremo in possesso di altri risultati. La "nostra" battaglia continua. Mussolini".
(Popolo d'Italia, n.317, del 18 novembre 1919)

Poi a Capodanno...il ....
 
"POPOLO  D'ITALIA, N.1, DEL 1° GENNAIO 1920 
Mussolini esce con questo titolo dal contenuto poetico-letterario, ardito, fiducioso; è deciso a lottare, ha fede nel popolo, nel finale è anche sovversivo e perfino irriverente con i clericali.
(Testo integrale)

TRA IL VECCHIO E IL NUOVO - "NAVIGARE NECESSE"

"Un anno è finito. Un anno incomincia. Un'altra goccia è caduta a perdersi nell'oceano infinito del tempo che non passa, perché siamo noi che passiamo. E i cronisti, in quest'ora che richiama echi sentimentali, si affrettano a ricapitolare, in tutte le manifestazioni salienti della vita individuale e collettiva, l'anno che fu. Certamente tempestoso è stato il primo anno di pace. La bellicosità innata e immortale, checché si dica dei rammolliti dl pacifismo arcadico e arcadigheggiante, si è semplicemente spostata nello spazio e dalle trincee è venuta a manifestarsi nelle piazze e nelle strade delle città. Tutta Europa, e non soltanto l'Italia, è stata percossa e scossa dai "bradisismi" sociali. Il movimento continua e il travaglio oscuro e tormentoso dei popoli all'interno e all'esterno non è cessato. Ha delle soste e delle riprese acute; modifica, attenua o esaspera le sue espressioni, ma l'equilibrio psicologico non è ancora dovunque raggiunto.
La crisi economica è aggravata da una vera e propria crisi di nervi. Noi non ci facciamo illusioni. Non entriamo nel 1920 con la speranza che le cose ritorneranno alla normalità. Anzitutto: in quale normalità? Nuove e fiere lotte ci attendono, poichè molti dei problemi che furono posti devono essere risolti o negati. Comunque, non ci associamo al pessimismo imbelle e nemmeno ci lusinghiamo in un ottimismo panglossiano.
L'esame della situazione generale italiana è tale da confermarci al nostro ottimismo basato sulla realtà e sulla nostra volontà. La pace che l'Italia non ha ancora - a quattordici mesi dalla sua vittoria!- e che avrà attraverso un faticoso compromesso diplomatico, qualunque sia, nei riguardi territoriali, non potrà annientare lo "slancio vitale" dal quale sembra animata la nostra nazione. Può, anzi, acutizzarlo, tonificarlo. Qualcuno si meraviglia della nostra incrollabile fede nell'avvenire del popolo italiano. Si tratta, in genere, di individui affetti da "masochismo" nazionale. Oppure, di persone che vedono soltanto il lato più rumoroso e superficiale dell'attività nazionale e da quello appaiono ipnotizzate. Quella che chiama "politica" non è che una parte, nella vita complessa di una collettività umana. Al di sotto o al di sopra di quella detta comunemente "politica" ci sono mille forme d'attività -silenziose e ignorate- che avviano un popolo alla grandezza.

Al di là e al di sopra degli schiamazzatori parlamentari e comiziaioli, ci sono, in ogni nazione, alcune centinaia di migliaia di persone che "lavorano". Accanto e al di sopra degli Abbo e dei Barberis ci sono degli uomini che si affaticano su gli alambicchi, che "ricercano" nella materia inerte le fonti vive della ricchezza, che "osano", che trafficano, che navigano, che producono; e quest'ultima parola non va intesa nel gretto senso materialistico delle "cose", ma in quello più alto che abbraccia tutti i valori della vita: il poeta, il musicista, l'artista, il filosofo, il matematico producono e produce anche l'astronomo che dalla sua specola remota segue e scruta gli innumerevoli mondi stellari. 

I nomi di tutti questi individui non escono quasi mai dal ristretto cerchio della loro scuola, della loro categoria, del loro cenacolo; non corrono sui giornali, se non in occasioni rarissime, ma tuttavia è a questi produttori della materia e dello spirito che le fortune sostanziali e immanenti della nazione sono affidate.

Per l'anno nuovo, noi prendiamo, quale parola d'ordine, il motto che prima di essere dell'anseatica Brema, fu di Roma imperiale:
navigare necesse.  Navigare non soltanto per i mari e per gli oceani. Che l'Italia di domani debba navigare va diventando verità acquisita alla coscienza italiana: non la croce vorremmo vedere sullo stemma nazionale, ma un'ancora o una vela. E' assurdo non gettarsi sulle vie del mare, quando il mare ci circonda da tre parti. Ci sono anche in questo campo dei "frigidi pessimisti" dall'anima perdutamente e irrimediabilmente libresca, che sollevano delle obiezioni e dei dubbi: poveri di spirito che saranno sorpassati dalla realtà dei fatti. Ma per noi "navigare" significa battagliare. Contro gli altri, contro noi stessi. La nostra battaglia è più ingrata ma è più bella, perchè ci impone di contare soltanto sulle nostre forze. 

Noi abbiamo stracciato tutte le verità rivelate, abbiamo sputato su tutti i dogmi, respinto tutti i paradisi, schernito tutti i ciarlatani -bianchi, rossi, neri- che mettono in commercio le droghe miracolose per dare la "felicità" al genere umano. Non crediamo ai programmi, agli schemi, ai santi, agli apostoli; non crediamo soprattutto alla felicità, alla salvazione, alla terra promessa. Non crediamo a una soluzione unica - sia essa di specie economica o politica o morale- a una soluzione lineare dei problemi della vita, perché - o illustri cantastorie di tutte le sacrestie- la vita non è lineare e non ridurrete mai a un segmento chiuso fra bisogni primordiali. Ritorniamo all'individuo.  Appoggeremo tutto ciò che esalta, amplifica l'individuo, gli dà maggiore libertà, maggiore benessere, maggior latitudine di vita; combatteremo tutto ciò che deprime, mortifica l'individuo. 

Due religioni si contendono oggi il dominio degli spiriti e del mondo: la nera e la rossa. Da due Vaticani partono, oggi, le encicliche: da quello di Roma e da quello di Mosca. Noi siamo  gli eretici di queste due religioni. Noi soli, immuni dal contagio. L'esito di questa battaglia è, per noi, d'ordine secondario. Per noi il combattimento ha il premio in sé, anche se non sia coronato dalla vittoria.
Il mondo d'oggi ha strane analogie con quello di Giuliano l'Apostata. Il "Galileo dalle rosse chiome" vincerà ancora una volta? O vincerà il Galileo mongolo del Kremlino? Riuscirà ad attuarsi il "capovolgimento" di tutti i valori, così come avvenne nel crepuscolo di Roma?

Gli interrogativi pesano sullo spirito inquieto dei contemporanei. 
Ma, intanto, navigare necesse. Anche contro corrente. Anche contro il gregge. 
Anche se il naufragio attende i portatori solitari e orgogliosi della nostra eresia.

Mussolini.
(Popolo d'Italia, n.1, del 1°  gennaio 1920)


Insomma nonostante il fallimento nelle elezioni, il protagonista della politica del 1921 è proprio lui.  Ma molte situazioni sono a suo favore.
La grande ondata delle rivendicazioni sociali in Italia non accennano a diminuire, sono in aumento gli scioperi,  ed è impressionante l'aumento del costo della vita.

Fissandolo a  100 nel 1913, il costo della vita era già salito a 365,8 nel 1919, ma ha compiuto  un drammatico balzo a 624,4 a fine 1920. Il 100% in un anno! L'oro era a 3,49 lire al grammo nel 1913, nel 1919 a 5,82,  schizzò nel 1920 a 14,05 (240% in un anno). Con una guerra "vinta" dicono i politici che l'hanno voluta.
 Aumenta il debito pubblico, il disavanzo della bilancia è enorme, e l'industria  nel tardare a riconvertirsi, dopo i grandi profitti della guerra, non solo non ha potuto riassorbire i milioni di ex combattenti tornati dal fronte, ma  finite le commesse di guerra sta lasciando a casa perfino quelli che erano stati impiegati nel  processo produttivo bellico. La Fiat e l'Ansaldo impiegavano prima della guerra 5000 operai, ma negli ultimi giorni di guerra erano saliti a 50.000 in entrambe. Poi, ovviamente,  sono entrate in crisi.
Ma non è il solo settore in gravi difficoltà, anche nelle campagne la crisi tocca alcune  fasi critiche. Se dal 1901 al 1913 gli scioperi contavano una media annua di 100.000 lavoratori, nel 1919 erano stati 500.000 e nel 1920 toccheranno il 1.000.000.

La soluzione che ha adottato il governo per far fronte ai debiti e alle spese sostenute in guerra è stata  quella di aumentare le tasse; con la conseguenza di far aumentare il costo della vita alle cifre iperboliche riportate sopra e ha bloccato ulteriormente gli investimenti produttivi; anche se in effetti non si sa che cosa produrre. Non esiste un mercato dei consumi. Si salvano quelli che abitano nei piccoli paesini, dove lo scambio in natura permette di mettere insieme qualcosa per il pranzo e un po' di pane/polenta e latte per la cena. 
L'amarissimo  paradosso, quello che indignava gli ex 4.500.000 reduci, era che il denaro ricavato dal maggior prelievo fiscale (che stava mandando in crisi tutta l'economia, facendo salire i prezzi, aumentando la disoccupazione - causando odi e anche paure) serviva buona parte solo per pagare gli interessi dei Buoni del Tesoro (90 miliardi che erano stati emessi per finanziare la guerra) posseduti da chi la guerra  non l'aveva fatta, e che ora con il paese dissanguato ci guadagnava pure!

La  realistica analisi di De Ambris allarmò ancora di più: lo Stato tassando in questo sciagurato modo, causava la paralisi della produzione e gli investimenti, facendo salire l'inflazione e la disoccupazione. Inoltre essendo il debito troppo grande, "non lo avrebbe mai annullato questo debito". Occorrevano decine e decine di anni (fino al 1988!). Tanto valeva correre il rischio di fare una rivoluzione, e anche se era una oscura "avventura", non c'erano altri sbocchi in questo quadro globale confuso, contraddittorio, ma anche piuttosto drammatico.

Tutta questa situazione piena di tensione ha alimentato dentro i vari movimenti politici che sono sorti in questo generale sconforto, accese lotte dialettiche, soprattutto a sinistra  tra i sindacalisti rivoluzionari e quelli riformisti, che hanno già provocato delle profonda lacerazione o una presa di distanza dalle utopistiche ideologie socialiste marxiste.
(Non dimentichiamo che Lenin negli stessi mesi aveva deciso di mettere fine alla II Internazionale socialista, per rompere definitivamente col socialismo riformista, accusato di collusione con la borghesia capitalista, e ha trasformato Lenin la III Internazionale in una rigida struttura dirigistica governata dal Pcus.

Realistica o meno, Mussolini ha gia preso una netta posizione da De Ambris dopo aver visto il  fallimento dei rivoluzionari russi leninisti  che hanno dimostrato al mondo intero di non essere capaci di governare; "perchè - dirà Mussolini-  non basta essere in tanti, ma si deve essere preparati". "I calli alle mani non bastano per dimostrare che uno sia capace di reggere uno Stato". -"Una rivoluzione la si fa in ventiquattr'ore, ma in ventiquattr'ore non si rovescia l'economia di una nazione".
 E ha ragione, perchè in Russia Lenin - come abbiamo già detto sopra - è stato costretto a rimettere ai loro posti i funzionari zaristi. Davanti al disastro ha già preso -attirandosi critiche- drastiche decisioni per permettere un minimo di stabilità. I comitati operai dimostratisi incapaci vengono subito sostituiti (anche con la forza, come a Kronstadt il prossimo anno) da direttori (politici) con poteri assoluti. E tutto questo ha comportato una rapida centralizzazione del potere nelle mani dei massimi dirigenti del partito bolscevico; che non è immune al suo interno di elementi altrettanto incapaci, dovuto al fatto che spuntano fuori personaggi più autoritari di Lenin e Trockij stesso: come Stalin. Il primo -già ora malato- morirà nel '22, mentre Trockij (anche lui propenso a qualche liberalizzazione)  resisterà alcuni anni, ma verrà emarginato ed infine espulso dall' Urss  come "nemico del popolo". Una frase ad effetto che otterrà sempre il consenso nelle repressioni staliniane.

De Ambris tenta di correggersi, - a chi gli rimprovera di volere una guerra civile- precisa cosa intendeva per "rischio" e "avventura". "Non una rivoluzione di tipo bolscevica, ma un realistico programma che prevede l'espropriazione parziale solo del capitale speculativo e non  quello direttamente investito nella produzione; se fatto sconsideratamente questa espropriazione potrebbe distruggere il sistema". De Ambris per attuare questo programma richiama ed invita - negando ai partiti politici ogni funzione positiva nella lotta di classe -  all'unione di tutte le forze di sinistra, sindacalisti, anarchici e repubblicani. 
Ma sempre sindacalismo di sinistra rivoluzionario è il suo. Infatti lo predica anche ai fascisti perchè li crede ancora di sinistra.

Da un'altra "trincea" invece sta nascendo in sordina il "sindacalismo nazionale"  ben diverso dall'originale sindacalismo operaio socialista;  perchè riunisce proprietari, funzionari, contadini, operai, ex combattenti, e quella classe media che ha in mano i buoni del tesoro, che sia in un modo (incognita di una insolvenza di uno stato guidato da incapaci), che nell'altro (una rivoluzione di tipo bolscevica) rischia di non prendere più nulla. Una "trincea" dunque messa in stato d'allarme proprio per nulla agnostica.

De Ambris (che crede sempre nell'anima socialista dei fasci) in una conferenza a Milano il 9 giugno proprio davanti ai fascisti di Mussolini, ripropone il suo programma, parlando anche di corporativismo. Mussolini che è presente interviene e fa il suo discorso, e non è molto diverso da quello del sindacalista "rivoluzionario" ospite. Il suo intervento è appassionante, realista e ci mette dentro tutte le dottrine di gioventù: "Una nazione italiana è come una grande famiglia. Le casse sono vuote. Chi deve riempirle? Noi, forse? Noi che non possediamo case, automobili, banche, miniere, terre, fabbriche, banconote? Chi può, "deve" pagare. Chi può, deve sborsare...E' l'ora dei sacrifici per tutti. Chi non ha dato sangue, dia denaro".(Il Popolo d'Italia 10 giugno 1919).

Sembra  dunque che proprio De Ambris  fornisca al fascismo di Mussolini il contenuto ideologico, ma è pur sempre De Ambris ancora legato al sindacalismo rivoluzionario. E sembra ancora legato a dare appoggio all'impresa di Fiume di D'Annunzio ritenendo l'irredentismo "un mezzo valido" per la mobilitazione politica e populistica capace di scuotere con il consenso il Paese. Di uguale avviso sembra essere in questo breve periodo lo stesso Mussolini.

Poi la svolta. Scompare il radicalismo. Accadono i fatti di agosto. La crisi interna diventa drammatica; ci sono gli scioperi e la serrata di tutti gli industriali; poi l'occupazioni delle fabbriche;  si teme (la rivoluzione russa è appena alle spalle) una svolta bolscevica; inoltre è stata votata alla Camera la nominatività dei titoli al portatore che scatena l'allarmismo negli ambienti industriali, finanziari ed ecclesiastici che li possiedono; infine la disfatta politica per la questione Albanese; (Un  motivo in più per far abbandonare a Mussolini la causa -anche se "patriottica"- di D'annunzio e De Ambris)

   La svolta è netta, antirivoluzionaria, un distacco ben definito dal socialismo tradizionale; anche se Mussolini si era già allontanato progressivamente prima della guerra ma soprattutto dopo,  perchè è convinto dell'impotenza del proletariato.
Pur influenzato dai principi corporativistici di De Ambris,  nell'estate di quest'anno Mussolini taglia di  netto i legami con la sinistra rivoluzionare. Svolta risolutamente a destra, e attacca il socialismo. Chiede ed esige (questa è la grande svolta!)  ai lavoratori gli stessi sacrifici  richiesti agli industriali, in nome della nazione. "Se per gli interessi nazionali bisogna lottare contro il socialismo e se occorre sostenere i proprietari terrieri e i produttori per non causare lo sfascio della società in una rivoluzione o in una guerra civile, allora il fascismo  si schiererà con la borghesia".  
E' ormai un movimento il suo che non ha quasi più nulla a che vedere con i Fasci fondati nel 1914, e perfino diverso da quelli fondati lo scorso anno 1919 in piazza san Sepolcro; che - torniamo a far notare questo fatto- non sono nati  dentro un locale della camera del lavoro o in una sede di un partito operaio, ma in una saletta messa a disposizione dal Circolo industriale. E ovviamente ad ascoltarlo non ci sono solo i "camerati", ma ci sono anche gli industriali.
(Una curiosità: L0 abbiamo già scritto sopra; c'erano anche 5 industriali ebrei a questa riunione, e fu proprio uno di loro (Goldman) a procurare la sala. Ma anche a Fiume con d'Annunzio c'erano ebrei, fra cui Aldo Finzi che divenne poi sottogretario agli interni, mentre Dante Almansi fu vice capo della polizia. Ebrei vi erano pure nel 1936 alla guerra d'Etiopia; e uno di loro (Alberto Liuzzi) fu perfino decorato di medaglia d'oro. Questo per sconfessare quelli che sostengono che fin dall'inizio nella ideologia del fascismo c'era dell'antisemitismo) 

Ma questa riunione in "tale sede", non era già più una novità, già il 1° agosto Mussolini al suo giornale -Il Popolo d'Italia- aveva cambiato il sottotitolo. Da quotidiano socialista -dopo aver ricevuto ulteriori finanziamenti di industriali "siderurgici"-  lo aveva sottotitolato  Quotidiano dei combattenti e dei produttori (poi il 1° gennaio del '21, sarà ancora più esplicito e metterà il motto di Blanqui  "Chi ha del "ferro" ha del pane"). Il patto con gli industriali è ormai senza sottintesi (e quando andrà al governo alla fine del 22, suo primo pensiero fu quello di abrogare la legge sulla nominatività dei titoli, che tra una lungaggine e l'altra - temendo chissà cosa-  i timorosi politici - non l'avevano mai applicata perchè spaventati di perdere i voti, che si "pesano".

In questa estate siamo dunque alla definitiva rottura dal sindacalismo rivoluzionario di De Ambris (che  inizia ad essere addirittura un antifascista) e alla rottura con l'irredentismo di D'annunzio che crede ancora in un appoggio di Mussolini in nome del "patriottismo". Appoggio mancato anche perchè D'Annunzio con l'impresa di Fiume per quanto senza sbocchi, sta trasformandosi in una pericolosa  guida del sovversivismo reazionario, sta esercitando una forte attrazione nazionale, sta conquistandosi una notorietà che manca ancora a Mussolini, e cosa ancora più temuta dal fondatore dei fasci è che D'Annunzio vuole creare un "suo" partito fascista, poggiando su un nazionalismo-patriottismo molto diverso (più retorico che pragmatico) da quello di Mussolini; che  non appoggiandolo gli conferma così che il suo "fascismo" è alquanto diverso.
De Ambris lo ha capito prima di D'annunzio, infatti, a settembre costituendo la Reggenza del Quarnaro, informa tutti i giornali ma non quello di Mussolini, che si lamenterà in un corsivo sul suo giornale. Poi tre mesi dopo Mussolini si prende la rivincita e approva il trattato di Rapallo (evacuazione di Fiume con l'esercito italiano a sparare cannonate per farli sloggiare) sbarazzandosi così dei due rivali, di cui uno molto fastidioso, per non dire, pericoloso: D'Annunzio.

La Carta del Carnaro (promulgata l'8 settembre - messaggio dell'ideologia sindacalista nazionale, preparata concettualmente da De Ambris, ma curata nello stile da D'Annunzio) non affermava soltanto l'italianità di Fiume, ma sosteneva il suo statuto rivoluzionario; sembra una prova generale; ma sia il governo, sia Mussolini hanno diffidato un tale connubio. Perchè c'era il grosso pericolo che se passava Fiume, l'impresa dannunziana si trasformava in un messaggio dirompente,  la città diventava  un simbolo per tutti gli oppositori della democrazia liberale, cioè avrebbe incoraggiato i rivoluzionari in altre parti d'Italia. Infatti, D'Annunzio stava già  progettando la Marcia su Roma, con due anni di anticipo su quella di Mussolini, e che lo stesso Mussolini tramite De Ambris con una lettera  gli consigliò di non fare.
Ma già il 17 febbraio sul Popolo, Mussolini rese noto un complotto di D'annunzio-De Ambris (con elementi di estrema sinistra) che mirava a dare l'avvio a un moto insurrezionale in Italia.

Con l'Albania o con Fiume  - riteneva Mussolini con molto realismo già da tempo - l'Italia non poteva certo nelle condizioni in cui era,  sostenere - moralmente, materialmente e finanziariamente (politicamente meno che mai dopo Versailles) - un'altra guerra; nemmeno una dentro un piccolo "cortile", figuriamoci fuori dai confini. Gli italiani si sarebbero ribellati. Se dovevano fare nuovamente una guerra come quella precedente senza ottenere nulla, tanto valeva farne una interna "civile";  una "rivoluzione" vera e propria. Non guidata dai bolscevichi o dai sindacalisti, ma forse questa volta dagli stessi quadri militari, che al congedo, anche loro non avevano ricevuto  nulla, erano tutti frustrati  (e vedremo più avanti come Mussolini aveva visto giusto e tastato bene il polso del Paese).

Il disperato "caso" FIUME e ALBANIA era l'amara prosecuzione del dramma delle spartizioni territoriali di fine guerra. Fin dallo scorso anno, le due questioni che avevano lasciato delusi sia i politici (che durante la guerra non avevano però fatto nulla)  sia i combattenti (che invece in guerra avevano fatto molto),  rischiavano di trasformarsi dopo alcuni provvedimenti politici - uno per l'Albania e l'altro per la ribellione irredentista fiumana di D'Annunzio, in due tragedie. Si sfiora infatti in Italia nel primo caso una guerra civile (come vedremo, iniziando da Ancona)  (preavviso di una incontrollata rivoluzione?), e sta maturando una tragica ma pericolosa commedia  nell'altro.  Mussolini  sembra essere il più realista di tutti, e non fa proprio nulla per dare l'appoggio "patriottico" a D'Annunzio e a De Ambris, mentre dalla questione Albanese, proprio da questa riceve un segnale "forte e chiaro" (l'ammutinamento dei militari).

ALBANIA

Il protettorato dell'Italia sull'Albania a Versailles a fine guerra non era stato  modificato (neppure preso in esame, fu addirittura dimenticato! E all'Italia conveniva non ricordarlo). Ma attenta  c'era l'Albania che coglie l'occasione e ne approfitta per formare un governo provvisorio che si dichiara indipendente, pur avendo nel suo territorio migliaia di soldati italiani (70.000) inviati sul posto durante la guerra al comando del generale PIACENTINI. A fine guerra infatti, nel timore che il protettorato venisse tolto all'Italia con le decisioni di Versailles, su ordine del governo i soldati erano  rimasti in Albania. Si voleva insomma creare uno status quo.

Ma a PIACENTINI, gli Albanesi, forti di quella "dimenticanza" a Versailles, il 3 giugno gli danno l'ultimatum: 48 ore per sgomberare dal territorio. Il generale ignora l'ultimatum e si attesta sulla costa a Valona. Ma qui si scatena la rivolta di alcune bande di albanesi. Piacentini a malapena riesce a controllare la situazione.
A Roma il governo GIOLITTI é in allarme, intende mandare l'esercito per occupare l'Albania; non perché -si afferma- vuole negare la sua indipendenza, ma perché Valona,  "così vicina all'Italia rappresenta un serio pericolo, dobbiamo quindi proteggere l'Albania dalle bande sovversive". Infatti, il paese in ribellione non ha un governo ufficiale, ma solo gruppi che hanno formato autonomamente delle bande armate, che fanno parte di un anomalo controllo politico, formato da due blocchi in contrapposizione. "Questa situazione - si ribadisce in Italia - bisogna controllarla, fino a quando il Paese non avrà un governo democratico, uscito da libere elezioni e che l'Italia con la sua presenza, con la sua "missione" vuole del resto garantire".

Gli italiani dopo l'ultima terribile esperienza, con in casa più di un  milione fra mutilati e feriti, con le piaghe ancora aperte nella carne e nella mente, scende nelle piazze duramente contro  l'occupazione albanese come é stato deciso dal governo; che in sostanza significa un'altra guerra. Nell'esercito é già tutto pronto per salpare per poi fare iniziare la "missione".
Ad Ancona il 26 GIUGNO, un reggimento di Bersaglieri pronto a partire per Valona si ribella, non vuole imbarcarsi; è ammutinamento, che viene subito appoggiato da tutta la popolazione della città, che fa saccheggi, assalta le armerie. Scontri, barricate, cariche della polizia, con decine di morti. E' quasi un'insurrezione generale nazionale. Infatti le manifestazioni che appoggiano i sentimenti dei militari "ribelli" e quelli della popolazione anconetana che ha dato man forte ai "ribelli", dilagano a macchia d'olio in altre parte d'Italia. Intervengono i politici, si doma la rivolta ad Ancona, poi alla fine il governo per riportare la calma nel Paese, fa marcia indietro. Non si va più in Albania.
Mussolini aveva visto giusto, ma in difetto, perchè qui a non voler partire non erano i civili richiamati, ma addirittura i soldati e i quadri dello stesso esercito, addirittura uno dei migliori e più gloriosi reparti delle forze armate. Un segnale forte! Fortissimo!

IL 24 LUGLIO, le bande di Valona vista la caotica situazione in Italia, alzano il tiro, attaccano e inviano un nuovo ultimatum ai soldati italiani abbandonati da mesi da una politica indecisa e ambigua. Piacentini e i suoi uomini è costretto a difendersi. Il 3 agosto c'è il cedimento per non spargere sangue inutilmente; a Tirana viene firmato lo sgombero immediato delle truppe italiane. Si torna a casa. L'Albania é lasciata al suo destino, fino a quando ... Mussolini non dimenticando l'affronto (in un altro contesto) riproporrà l'occupazione forzata (e dato che era forzata, alle prime difficoltà l'Albania gli si mise contro quando Mussolini ebbe l'infelice idea (di sbarcarvi per farvi una testa di ponte per "rompere le reni alla Grecia").

*** C'è da dire che un mese prima sulla scena politica, dopo il successo  del Partito Popolare alle elezioni del novembre scorso,  STURZO aveva insediato 100 nuovi deputati alla Camera (destra e sinistra per la prima volta dall'Unità non erano nella maggioranza). Così i Popolari nel corso dell'anno misero in crisi più volte la maggioranza di NITTI  nonostante tre rimpasti del tutto inutili. Dopo i vari incidenti sopra narrati  il 15 giugno a governare ritornò GIOLITTI,  al suo quinto mandato e su indicazione di tutti i parlamentari. Aveva 78 anni! Nato ai tempi di Carlo Alberto! Ma in Italia non c'era di meglio.

*** Infine il PSI (ora al governo, primo partito, dopo le elezioni ricordate sopra) non è capace di gestire la grave situazione delle tensioni sociali, dove scioperi e serrate degli industriali stanno paralizzando tutto il Paese. Una parte della direzione del partito - l'ala moderata - appare incerta con l'ala degli intransigenti; sorge presto una crisi interna che  nel '21 porterà alla definitiva rottura; è in questa spaccatura che inizia a formarsi l'embrione di quello che sarà presto il futuro PARTITO COMUNISTA (ma le stesse incomprensioni e lacerazioni nasceranno anche nel dopoguerra della seconda guerra mondiale, e sempre per gli stessi motivi).

 Il 27 marzo del 1920 "Ordine nuovo" (rassegna settimanale di cultura socialista diretta dal ventinovenne
ANTONIO GRAMSCI   pubblica il manifesto "Per il congresso dei consigli di fabbrica. Agli operai e contadini di tutta Italia". Il 28 marzo gli industriali torinesi proclamano la serrata. Il 13 aprile viene proclamato lo sciopero generale che il 24 si esaurisce con la sostanziale vittoria degli industriali. Il 23-28 giugno il congresso della Camera del lavoro di Torino approva la relazione di Tasca sui consigli di fabbrica e nei mesi successivi si sviluppa lo scontro tra Gramsci e Tasca sulla funzione e l'autonomia dei consigli. (la spaccatura dalla quale nascerà il Partito Comunista è alle porte). In settembre Gramsci partecipa al movimento per l'occupazione delle fabbriche e si reca anche a Milano. In ottobre si adopera per la fusione dei diversi gruppi (astensionista, comunista elezionista e di "educazione comunista") della sezione torinese del Psi e in novembre partecipa al congresso di Imola durante il quale si costituisce ufficialmente la frazione comunista del Psi. Esce l'ultimo numero del settimanale "Ordine nuovo". L'edizione torinese de l'"Avanti!" ne assume la testata e la direzione e diventa l'organo dei comunisti torinesi, affidata proprio a Gramsci.

Nel frattempo, tra dispute di partiti e crisi politiche con la caduta di tre governi che paralizzano ogni riforma e rendono ingovernabile il Paese, gli operai hanno iniziato una serie di scioperi (29 MARZO) occupando diverse fabbriche. Terminata la "manna" della produzione bellica, non capaci di riconvertirsi, le grandi industrie stanno andando tutte  in crisi. Non ci sono indicazioni quale strada prendere, pur essendoci gli esempi americani. In Italia manca la domanda di prodotti di consumo, ma i cittadini non hanno soldi, e non hanno soldi perché non si producono beni, e senza produzione di beni (negli ultimi tempi ferme anche le grandi industrie belliche) non sono distribuiti stipendi. Il circolo è vizioso e sta diventando drammatico con il costo della vita sempre in aumento che colpisce i ceti più poveri che non hanno nessuna altra risorsa per sbarcare il lunario.
(Ricordiamo che durante il periodo della guerra erano nati 1976 stabilimenti con un milione di addetti - che i reduci chiamano "imboscati"; gente che era stata iperattiva, diligente e ubbidiente, stakanovista, protetta dagli industriali per ovvi motivi. Del resto chi non aveva queste virtù non si opponeva  se alcuni soggetti venivano richiamati per andare al fronte. Anzi questa era la costante minaccia).


In America - che  non solo è uscita indenne dal conflitto, ma ha rafforzato il suo capitalismo ed è cosciente di essere ora padrona dell'Europa, il modello di sviluppo è stato invece subito individuato e "centrato". L'industria bellica ha iniziato con la riconversione a produrre beni durevoli, e anche se questi sono inizialmente appannaggio delle sole famiglie ricche, la produzione ha prontamente riversato sulla classe operaia un reddito di lavoro che permette agli stessi lavoratori di accedere sempre di più  in progressione ai consumi . E' insomma partito il volano dell'economia americana e tutto  l'indotto farà il resto fino al 1929. L'America sta conoscendo - quasi senza freni- il suo grande boom. Del resto le ragioni per cui è intervenuta nella guerra sono stati proprio i grandi interessi finanziari. Se la Germania avesse vinto in Europa, i tedeschi l'America l'avrebbero schiacciata. (Poi dicono che la guerra non risolve i problemi!!).

In Italia invece si lotta ancora nei bassifondi per il carovita,  per l'aumento dei salari, e per l'indennità di fine rapporto per tutti quelli chi si vedono da un giorno all'altro licenziati per la crisi della produzione, o spesso sostituiti con quelli che sono a spasso e che si accontentano di salari molto più bassi. Una lotta tra poveracci.

Ma a lottare sono soprattutto i 5.500.000 ex soldati, ex combattenti, che seguitano a scendere in piazza per riavere il posto di lavoro che avevano prima, e che ora, invece di trovare le organizzazioni sindacali socialiste e comuniste schierate al loro fianco, si sentono ricevere accuse di aver voluto la guerra (i socialisti come sappiamo erano antinterventisti). Di rimando gli ex accusano i sindacati di proteggere solo quelli che hanno già il lavoro, proprio quelli che i milioni di reduci disprezzano e accusano di aver fatto durante la guerra gli "imboscati".
(Non dimentichiamo che un soldato al fronte prendeva 1-2 lire, mentre quelli rimasti a lavorare ne prendevano 10-12, ma con le forzate 75 ore settimanali, ne prendevano dalle 16 alle 20 al giorno).

Finita la guerra dei ricchi, si sta scatenando  insomma la guerra dei poveri; il proletariato che si contrappone a quelli che prima consideravano essere la "guida" alla rivoluzione socialista così tanto sbandierata nei precedenti anni, da Labriola, Sorel & C. presentata come la soluzione di tutti i mali.

Gli industriali di fronte a questa situazione di tensioni, si organizzano con la CONFINDUSTRIA e dichiarano apertamente che reagiranno con la serrata agli scioperi; agli attacchi alle fabbriche e al sabotaggio. Ad iniziare i conflitti padronali il 30 agosto é la nascente Alfa Romeo; si affiancano  poi tutte le altre industrie milanesi; il giorno dopo, compatti tutti gli industriali lombardi  fanno la serrata. Risponde alla serrata la Fiom occupando la fabbrica che ha iniziato per prima la serrata, poi  tutti gli altri stabilimenti metallurgici e siderurgici milanesi.

Il 31 AGOSTO la serrata degli industriali si è estesa in tutta Italia, provocando a sua volta l'occupazione degli stabilimenti metalmeccanici in tutta la Lombardia, in Piemonte e in Liguria.
Se lo "spettro bolscevico" si sta aggirando minaccioso nei saloni della finanza, nelle piazze c'è un altro "spettro" ancora più minaccioso: l'esercito italiano contro gli italiani.

Il governo già il 29 MARZO in seguito a uno sciopero a Torino dove avevano incrociato le braccia 120.000 lavoratori, aveva appoggiato gli industriali torinesi inviando sul posto 50.000 soldati, carabinieri, guardie regie, per proteggere la sostituzioni di chiamata sul lavoro con i volontari crumiri (che per la disoccupazione e per la fame che c'era in giro, sulla piazza di certo non mancavano). Le forze sindacali si spaccano sulla linea da seguire; ai riformisti si oppongono i rivoluzionari che vogliono gestire la produzione, fare loro le scelte, ottenere la compartecipazione agli utili; cioè il controllo diretto sulle fabbriche, minacciando altrimenti  l'ostruzionismo e l'occupazione.

Nelle tensioni s'inserisce prepotentemente MUSSOLINI, che come abbiamo letto sopra ha ora compiuto una repentina svolta a destra; abbandona improvvisamente molti contenuti democratici in precedenza resi noti; quelli che non gli hanno permesso una vittoria elettorale alle ultime elezioni.  Ora dai suoi discorsi fa scomparire il radicalismo, l'antiborghesia, e prosegue con il suo movimento dei Fasci sempre di più appoggiato e finanziato dopo questa nuova linea politica, da agrari e industriali in funzione antisocialista e antibolscevica, visto che lui si presenta ora come " l'uomo dell'ordine". E proprio per questo inizia a ricevere molte simpatie dalla borghesia, dai capitalisti, dalle classe media e dagli ex combattenti reduci dalla disciplina di guerra.
Gli industriali se non c'era Mussolini, a quel punto potevano fare una sola cosa per salvarsi: inventarsi un "Mussolini".

L'ex socialista di Predappio invece è lì a disposizione e ha fiutato il momento. Prende qualcosa da De Ambris, ma aggiunge qualcosa di suo rispolverando alcune affermazioni da lui fatte nel 1917. "....La rivoluzione non è il caos, non è il disordine, non è lo sfasciamento di ogni attività, di ogni vincolo della vita sociale, come opinano gli estremisti idioti di certi paesi; (il riferimento alla Russia è chiaro. Ndr) la rivoluzione ha un senso e una portata storica soltanto quando rappresenta un ordine superiore, un sistema politico, economico, morale di una sfera più elevata; altrimenti è la reazione, è la Vandea. La rivoluzione è una disciplina che si sostituisce a un'altra disciplina, è una gerarchia che prende il posto di un'altra gerarchia" (1917, 26 luglio, Il Popolo d'Italia).

Infine un clamoroso appoggio gli giunge anche dall'ambiente militare. Infatti a settembre,  gira una circolare spedita  dagli uffici di propaganda militare ai comandi d'armata, dal capo ufficio dell'informazione dello Stato Maggiore dell'Esercito Camillo CALEFFI, che afferma: "I Fasci di combattimento sono da considerare "forze vive" da contrapporre eventualmente agli elementi antinazionali e sovversivi e che perciò è necessario mantenere contatti con essi seguendone l'attività".
(Non dimentichiamo che ci sono a spasso, inutilizzati, e che fanno fatica anche loro a trovare un modesto impiego, 150.000 ufficiali inutilizzati dopo la smobilitazione. Compresi quei reparti che  in guerra erano stati chiamati "Arditi" ma poi a casa vilipesi dai socialisti (li chiamerà al suo fianco come "pretoriani" proprio Mussolini).
L'"Uomo dell'ordine" e le "forze vive" sono dunque chiaramente indicate, e Mussolini ora sa di avere dalla sua parte anche l'Esercito. (Non lo dimenticherà nel fare la Marcia su Roma). Infatti, molti dei 150.000 ufficiali avevano già iniziato a formare, istruire e a comandare le squadre formate da Mussolini.

Torniamo al "disordine", ormai diffuso nel Paese. Gravi incidenti si verificano a Bologna (21 Novembre, 9 morti, 50 feriti)  e a Ferrara (20 dicembre), con altri  morti (3 fascisti e un socialista) e centinaia di feriti. I fascisti sono intervenuti a una manifestazione socialista per protestare contro la loro linea politica, ritenuta ambigua, che marcia - affermano - ora in blocco contro gli interessi di tutti i lavoratori, dei produttori e degli agrari. Dalle parole si é passati ai fatti: si è cominciato ad usare le mani, a  scatenare scontri, ed infine le cariche della polizia hanno trasformato le piazze in un campo di battaglia. Sta iniziando una nuova guerra!?

RITORNIAMO A FIUME

A Fiume intanto si sfiora la follia il 24 dicembre; scoppia il "Natale di sangue" fra gli italiani residenti e gli italiani di D'Annunzio che hanno occupato la città appoggiati da altri italiani venuti da fuori, e che gli altri -affermano- non sono italiani del luogo. In realtà gli italiani del luogo sono l'85%,  soltanto che hanno due ideologie diverse e c'entrava poco l'etnia. (come del resto nella stessa Italia).  
Su ordine tassativo delle Nazioni Unite, le truppe italiane all'ordine del generale CAVIGLIA, dopo accordi del governo italiano con gli USA (alcuni dicono imposizioni), danno l'ultimatum di sgombero a D'Annunzio e ai suoi Legionari. Lui lo respinge con l'ostinazione "patriottica" che sta portando avanti da più di un anno con ogni mezzo, però già fallita  non solo militarmente negli scontri "italiani contro italiani", ma fallita anche politicamente con la inutile iniziativa plebiscitaria. La maggioranza degli italiani di Fiume insomma  ha preferito accettare le ufficiali pacifiche proposte del modus vivendi di Wilson, e si è messa sotto la protezione USA. Ottenendo cosi la proclamazione di Città Libera. Nè della Iugoslavia, nè dell'Italia.

Un caso molto strano però quello di Fiume (al centro di una confusa e vasta rete di intrighi e di fermenti eversivi).  Si affermava che la città era abitata in prevalenza da italiani (85%), ma al plebiscito non votarono a favore di D'Annunzio ma contro ed accettarono la proposta di modus vivendi presentata dal governo italiano nel novembre del 1919, poi ratificata il 12 novembre del 1920 (Trattato di Rapallo ).
D'annunzio
non accetterà questo accordo e manterrà il potere a Fiume fino al 24 dicembre, quando il governo italiano dopo un ultimatum al ribelle Comandante, invia l'esercito  per far sgomberare con le armi  i legionari (italiani) dannunziani e i seguaci dell'altro poeta l'anarco-sindacalista  DE AMBRIS, che si afferma (ma non conosciamo la fonte) fece perfino qualche avances verso la Russia. Da questo momento sappiamo solo che diventerà un ostinato avversario di Mussolini e del suo fascismo; fu costretto a vivere in esilio. Emigrò in Francia nel '22; poi divenne segretario generale della Lega italiana dei diritti dell'uomo.

Oltre che con Mussolini anche con D'Annunzio erano già sorti contrasti; De Ambris aveva cominciato a vedere nell'irredentismo di D'Annunzio un ostacolo ai suoi progetti, che  non erano -lo abbiamo letto sopra- molto diversi da quelli poi attuati in parte da Mussolini. Del resto lo stesso Mussolini li aveva già visti questi ostacoli prendendo le distanze da entrambi. Non solo fu favorevole al Trattato di Rapallo, ma addirittura nel Febbraio del '21, sul Il Popolo, aveva denunciato un complotto di D'Annunzio le cui intenzioni erano quelle di dare l'avvio a un moto insurrezionale con alcuni elementi dell'estrema sinistra di De Ambris.
D'Annunzio a Fiume si arrese con le armi ma non si arrese con l'ambizione nel voler lui creare un partito tendenzialmente fascista. Purtroppo sulla sua strada c'era già Mussolini che è abile ad adularlo e nello stesso tempo lentamente ad accantonarlo. Lo isolerà a Gardone  per non nuocere, facendo convergere nelle proprie file i suoi seguaci.

 

Agli operai nel 1921, quando la svolta fu decisamente tutta a destra (e i primi fallimenti in Russia di Lenin erano ormai risaputi),  MUSSOLINI  così  affrontò il proletariato: "La parola socialista nel 1914 aveva un senso, ma ora è anacronistica..... bisogna esaltare i produttori perché da loro dipende la ricostruzione.... e ci sono proletari che comprendono benissimo l'ineluttabilità di questo processo capitalistico....produrre per essere forti e liberi...." - "le dottrine socialiste sono crollate, i miti internazionalistici caduti, la lotta di classe è una favola". Voi non siete tutto, siete soltanto una parte, nelle società' moderne. Voi rappresentate il lavoro, ma non tutto il lavoro e il vostro lavoro é soltanto un elemento, nel gioco economico. Finché gli uomini nasceranno diversamente "dotati", ci sarà sempre una gerarchia delle capacita'". - "Non basta essere in tanti, ma si deve essere preparati".
Poi Mussolini rincarò la dose "Se per gli interessi nazionali bisogna lottare contro il socialismo e se occorre sostenere i proprietari terrieri e i produttori per non causare lo sfascio della società in una rivoluzione o in una guerra civile, allora il fascismo si schiererà con la borghesia". 

Tutto questo accade nel 1921. L'anno della grande crisi dovuta proprio al critico dopoguerra che si trascina da più di due anni nell'immobilismo politico più intollerabile. La disoccupazione è aumentata di sei volte rispetto l'anno precedente, già molto alta (4.593.000 gli scioperanti in due anni).
La riconversione dell'economia di guerra verso una produzione di pace, nella sua lentezza e senza una avveduta guida governativa, provoca una disoccupazione che sembra avere imboccato una strada senza ritorno. A renderla drammatica sono poi i debiti di guerra, con le banche in sofferenza, anche se sono piene di soldi degli speculatori, che però non hanno certo la "vocazione" di puntare sulle nuove "scommesse" dei piccoli imprenditori. Le piccole industrie quindi sono senza capitali e con un mercato dei consumi che precipita sempre di più a picco per la poca liquidità circolante nella popolazione che ha nelle sue file 4.500.000 di ex combattenti senza lavoro (cui si sono aggiunti quelli (chiamati imboscati da chi era tornato dal fronte) che terminata la intensissima (14 ore al giorno) produzione di guerra, sono stati mandati a casa).
Infine, a forte rischio, perfino il rimborso dei prestiti di guerra (Buoni del Tesoro) sottoscritti dai risparmiatori. E sono tanti questi malcapitati, tutti appartenenti alla classe media. Tutti in preda  alla più nera disperazione: una mina vagante questa categoria che vede davanti ai suoi occhi la grande industria e le banche rifiutarsi di accollarsi i debiti nonostante gli ingenti profitti fatti con la guerra; e ha -anche questa categoria- la netta impressione di essere stata tradita, come i reduci. (da notare che tutto questo sta accadendo contemporaneamente anche in Germania.

Poi arrivò anche il colpo di grazia con la "caduta" (prevedibile da mesi - ed era già iniziata la fuga dei grandi capitali fatti dagli "squali") della Banca di sconto. La disperazione della piccola industria, degli artigiani dei coltivatori e dei risparmiatori fu comune, divenne una cosa sola. Quando il Tesoro farà i conti dei debiti, i propri, più quelli contratti con gli alleati, con le cifre che sono di dominio pubblico, le speranze dei risparmiatori di riavere indietro i soldi furono quasi nulle. Forse i pronipoti nel 1988!  Non è un errore! questa la data degli impegni assunti con l'Inghilterra e l'America per i rimborsi. Altro che guerra vinta! Ogni nuovo nato si portava dietro fino a sessantotto anni  la "follia" della Grande Guerra, che era più coerente averla chiamata "La Grande Obbligazione a futura memoria".

La soluzione che ha adottato il governo per far fronte ai debiti e alle spese sostenute in guerra è stata  quella di aumentare le tasse; con la conseguenza di far aumentare il costo della vita  e ha così bloccato ulteriormente gli investimenti produttivi. Ma quello che indignava i 4.500.000 reduci, era che il denaro ricavato dal maggior prelievo fiscale serviva buona parte solo per pagare gli interessi dei Buoni del Tesoro (90 miliardi che erano stati emessi per finanziare la guerra) posseduti da chi la guerra  non l'aveva fatta, e che ora con il paese dissanguato da uno stillicidio di tasse, quello sporco "imboscato" ci guadagnava pure! 
La guerra ha provocato dunque due fenomeni. 1) L'industria pesante ha registrato un enorme sviluppo con la produzione bellica; che però é andata a drenare e a convogliare tutte le risorse disponibili nel modo più selvaggio, favorendo solo un ristretto gruppo di industriali (si pensi alla Ansaldo e alla Fiat, entrambe dall'inizio alla fine della guerra, passarono da 5.000 a 50.000 operai); scarsa -per non dire nessuna- considerazione sulla media e piccola impresa che, rimasta senza risorse (prima, durante e ancora peggio dopo la guerra), in pochi anni era quasi scomparsa. Il conflitto ha accelerato così il processo di concentrazione sia industriale sia bancario. Negli anni di guerra  il legame grande Industria-Banca si é fatto sempre più stretto.
A guerra finita -finite le grandi commesse militari- entrata in crisi la prima, l'altra seguì la stessa sorte ma senza tanti traumi, anzi si prese il lusso con i capitali accumulati e le quote di azioni e gli immobili fagocitati in cambio di crediti inesigibili, di riuscire a traghettare il potere dello Stato a questa nuova emergente forte borghesia, non aristocratica, ma altamente produttiva,  persino da proteggere (Come l'invio dell'esercito ai cancelli della Fiat per far entrare i "crumiri" disponibili a sostituire i "ribelli scioperanti"). 
E' il primo passo di un patto scellerato dell' impotenza politica, che (servilmente) ipocritamente si giustifica (chi ha messo in bocca queste frasi lo possiamo solo immaginare) con quello che sarà d'ora in poi (fino ai nostri giorni) un  ritornello: "lo facciamo per salvaguardare il patrimonio produttivo del Paese, per salvare l'occupazione, per dare lavoro a tutti". In nome di questa "evangelica missione", le altre armi ricattatorie dei poteri forti  saranno in seguito anche le innumerevoli sollecitazioni a svalutare la moneta, con tutte le conseguenze negative sulle importazioni di beni di prima necessità; perfino alimentari. Poi questo durerà fino alla fine degli anni Novanta, anche senza Mussolini. O con il fascismo o con la repubblica, i ricatti sempre gli stessi erano e sono.
2) Avviene poi il secondo fenomeno che era l'effetto del primo: questa nuova classe, ora chiamata dei "grandi produttori", moderna e spregiudicata, divenuta forte, progressivamente esautora non solo i sindacati ma anche la classe politica, ormai logora, antiquata, anacronistica, fatta di conservatori, di aristocratici, di borghesia sì liberale ma con il Dna feudale, avversi ad ogni mutamento. La grande industria é costretta (e fa di tutto) a scaricarla se vuole andare avanti con certe ambizioni per imitare il modello americano.
La nuova classe -poche famiglie- sono ora i padroni dell'Italia. D'ora in avanti qualsiasi politico dovrà fare prima i conti con loro, perchè sono in grado di crearli e anche di distruggerli i politici. Di condizionarne le scelte economiche e gli indirizzi. Divenuti  potenti, la grande industria e le grandi banche sono una forza sola. Inoltre entrando la prima di prepotenza dentro i giornali fornisce i mezzi propagandistici ai politici graditi, che ora sono gli stessi industriali a scegliersi; la seconda forza (le banche - dove gli anonimi padroni spesso sono gli stessi grandi industriali) con i suoi nodi scorsoi sul credito, domina il resto della produzione nella media e piccola impresa, e spesso quest'ultima è asservita, è clientelare, utile solo per allargare il "nuovo regno" di quella grande. Il potere forte fa insomma quello che vuole, quando vuole, con chi vuole, dove vuole. I politici che ora si scelgono d'ora in avanti saranno solo dei soggetti manovrabili. Burattini che a loro volta muoveranno altri fili: con la propaganda ideologica, il patriottismo, la retorica risorgimentale (una parola che useranno socialisti, i fascisti poi anche gli antifascisti) e la populistica oratoria autoritaria.
Droghe utili e necessarie che servono per avere la massa a servizio e ottenerne il consenso. Come e con cosa? Ma con l'informazione, con i giornali degli stessi industriali subito messi a disposizione del regime. ("Vuole un giornale sig. Mussolini?, non si preoccupi, ci pensiamo noi, in 24 ore lei avrà un giornale, la sede, la tipografia, le macchine, la redazione, i giornalisti e tutto il resto". Questa è la potenza del grande capitale!). 
La cartina d'Italia, col "nuovo regno", se la prendiamo e iniziamo a tracciare l'organigramma di questo nuovo potere e ad annotare una ad una le nuove società industriali e finanziarie che orbitano come satelliti attorno a quelle "forti" (queste non arrivano a una decina), la rete che ne viene fuori é tale che vi troviamo imbrigliata nelle maglie tutta l'economia nazionale. Quando se ne occuperà BENEDUCE (VEDI > > ), sarà lui a stendere una complicata rete. Una rete che non termina con la fine del fascismo, ma (con suo genero CUCCIA) ha una sua continuità per quasi tutta la seconda metà del secolo. Quando una paio di grandi aziende, e un paio di finanziarie riusciranno a condizionare 20.000/30.000 medie e piccole aziende.
Con il fascismo assisteremo alla grande concentrazione fra società e banche: "Serve ed é necessario- dicono gli economisti legati al carro dei "Signori del Triangolo" - a trasformare l'apparato produttivo del Paese in un modo razionale, a produttività e competitività molto forte". Non e la temuta sovietica collettivazione, è la nascente corporazione.
E' una logica imprenditoriale ineccepibile, ma ha il rovescio della medaglia: perchè diventa forte anche politicamente. L'avvento del fascismo viene a costoro utile e permette di fare i primi passi.  Li autorizza il regime a fare anche le prime "prove d'orchestra" dietro lo quinte. Poi cinicamente  sbarazzatosi del populista, dal '45 in poi il "grande capitale" sale prepotentemente sul "palco" a dirigere l'orchestra intera e a mettere altri insignificanti attori a recitare; chiamata "razza padrona" oppure "uomini di governo". Poi con un liberismo senza più nessuna etica, si permetteranno arrogantemente di uscire anche allo scoperto e riusciranno anche ad essere l'uno e anche l'altro. E se qualcuno farà notare che ci sono i conflitti di interessi, si metteranno a ridere, anche perchè costoro sono coscienti di potersi  permettere di "comperare" chi ha il coraggio di contestare; impiegano poco tempo e spesso solo 30 denari per legarli al proprio carro.
BENEDUCE in questo 1921 è già amministratore  delegato dell'INA, poi guiderà la Bastogi, creerà lui  e gestirà lui quasi in forma privata il colosso IRI, l'IMI, e mille altre imprese, banche, enti e finanziarie, pubbliche e private (il 25% dell'intera industria italiana, quella che conta e domina l'altro 75%) poi lascerà tutti i segreti degli intrecci (dare e avere oscuri) e tutta l'"autorità occulta" a suo genero ENRICO CUCCIA, che ha sposato IDEA SOCIALISTA (che era il nome della figlia di Beneduce, non confondiamo con le "idee socialiste"! Siamo invece nel grande capitalismo; quello molto "forte").
MUSSOLINI ha intuito - ed é l'unico - che sono finiti i tempi dell'opposizione ai padroni, che l'avvenire del proletariato è legato a quello della borghesia produttiva. Entrambi hanno un reciproco bisogno di esistere.
E scrive "La rivoluzione non é il caos, non é il disordine, non é lo sfasciamento di ogni attività, come opinano gli estremisti idioti di certi paesi. La rivoluzione ha un senso e una portata storica soltanto quando rappresenta un ordine superiore, un sistema politico, economico, morale di una sfera più elevata. La rivoluzione è una disciplina che si sostituisce a un'altra disciplina, è la gerarchia che occupa il posto di un'altra gerarchia. La patria non si nega, soprattutto la patria non si tradisce, specie quando è impegnata in una lotta di vita o di morte. E chi dice patria, dice disciplina; chi dice disciplina, ammette una gerarchia di autorità, di funzioni, di intelligenze. Questa disciplina, dove non è accettata, deve essere imposta, anche colla violenza, come facevano i romani quando vi ricorrevano nei momenti più critici". E continua "sono ammirevoli nel loro candore quelli che si tengono ancora disperatamente aggrappati ai vecchi schemi mentali. E' gente che perde il treno. Il treno della storia passa e quelli rimangono in stazione."
Mussolini esige dai lavoratori gli stessi sacrifici richiesti agli industriali, occorre incentivare la produzione prima di tutto e darsi una disciplina forte.

" Se gli interessi nazionali rendono necessaria la lotta contro il socialismo, se la modernizzazione, la crescita economica esigono la repressione delle organizzazioni operaie; se occorre sostenere i produttori e i proprietari terrieri per impedire lo sfascio della società e impedire la rivoluzione sociale, alla guerra civile, allora il fascismo dovrà schierarsi in difesa della borghesia, di tutta la borghesia".
In questo 1921 alla Camera è ancora più esplicito "vi dico subito che ci opporremo con tutte le nostre forze a tentativi di socializzazione, di statizzazione, di collettivizzazione. Lo stato deve esercitare tutti i controlli possibili immaginabili, ma deve rinunciare ad ogni forma di gestione economica. Non è affar suo". (dopo, anche lui come farà Stalin, quando nazionalizzerà, banche, industrie, ferrovie, elettricità, telefoni, cambierà programma, mutua qualcosa proprio da Stalin. Con l'IMI, INA, IRI, SIP, STET, riunisce le grandi banche ecc. creando la struttura del "Capitalismo di Stato")

Alla miopia dei socialisti che "ci credono ma non sanno come e con chi fare la rivoluzione "rossa"", si aggiunse poi anche la miopia degli altri protagonisti della nuova politica che stava nascendo in questi anni: i Cattolici! Scesero in campo con i litigi interni e polemiche pari come numero e intensità a quelli dei socialisti. Insomma tra i fermenti e inquietudini, venne il nuovo, la strada del tutto impensata. Del tutto nuova, quindi un'avventura.
I FERMENTI erano dovuti alla drammatica crisi che porto' quest'anno 1921, alla disoccupazione, agli scioperi selvaggi, alle serrate degli industriali, alle occupazione delle fabbriche per mesi; alla chiusura di alcuni reparti della Fiat, ai licenziamenti, alla crisi della Banca di sconto, insomma l'Italia era ridotta alla fame, alla disperazione e venne a mancare persino la speranza.

LE INQUIETUDINI erano invece quelle che serpeggiavano tra i notabili, i possidenti, dove si trovarono a scegliere fra i due mali, o soccombere sotto la rivoluzione bolscevica (ormai -si andava affermando- sembrava alle porte) o vivacchiare con questo fascismo che proponeva Mussolini, pur sapendo che avrebbero perso l'influenza sullo Stato con i loro rappresentanti politicanti "liberali" in disfacimento senile (l'abile, spregiudicato e opportunista Giolitti aveva già compiuto 80 anni).
Forse, -si dissero in coro - potevano con Mussolini, almeno salvare le loro proprietà e le loro ricchezze, pur accettando qualche sacrificio. Ci vedono insomma  l'unica opportunità. Altre non ce n'erano in vista.
A costoro si affiancò la nuova classe borghese, gli industriali, i "produttori" che invece con le nuove ricchezze, aspiravano loro a quella influenza che i vecchi notabili stavano sempre di più perdendo. I primi, in Mussolini vedono, pur accettando qualche sacrificio, l'unica opportunità. Anzi era l'uomo che aspettavano per agire senza esporsi troppo. Il tribuno di Forlì capitava al momento giusto. (stessa situazione in Germania nel 1932-33 quando mandarono al potere il demagogo Hitler)
Mussolini tuttavia aveva già anticipato i tempi quando, con un tocco geniale, decisamente opportunistico, dal suo Popolo d'Italia aveva cancellato il sottotitolo "Quotidiano Socialista" e l'aveva sostituito con "Quotidiano dei combattenti e dei produttori". E spiegò dalle sue colonne: "La parola socialista nel 1914 aveva un senso, ma ora è anacronistica..... bisogna esaltare i produttori perché da loro dipende la ricostruzione.... e ci sono proletari che comprendono benissimo l'ineluttabilità di questo processo capitalistico....produrre per essere forti e liberi....".
Con queste parole Mussolini aveva iniziato il suo futuro politico con l'appoggio dei grandi industriali, quando ormai lo scontento era ormai diffuso in tutti i settori. E con un colpo da maestro, con l'appoggio degli ex "Arditi", spesso additati al disprezzo come i nemici del socialismo per essere stati i più attivi in guerra, Mussolini anche qui fu abilissimo nel canalizzarli a proprio vantaggio, responsabilizzandoli, andando a formare l'ossatura di quella milizia che in molti casi sfuggì persino al suo controllo quando queste bande si resero colpevoli di spedizioni punitive contro gli oppositori, soprattutto rossi, insanguinando le piazze d'Italia, che misero a un certo punto persino in pericolo la sopravvivenza del  partito di Mussolini e in diversi casi anche la sua vita.
"Teste calde" che Mussolini (machiavellico di pensiero (del Principe ne curerà perfino una edizione - VEDI >>) più che impulsivo d'istinto - anche se alcuni dicono il contrario) non esitò quando giunse il momento, a mettere da parte, a ridimensionarle, a renderle innocue (basti pensare allo stesso D'Annunzio e altri, che pretendevano di guardare più in là di lui senza averne le minime capacità). Non furono pochi -durante la crisi che attraversò Mussolini nel Delitto Matteotti- quelli che  pensarono di fargli lo sgambetto e salire sul suo podio.
Dopo la sonora sconfitta alle elezioni del '19, Mussolini ha quindi reagito, ha iniziato il suo ordito e la sua trama su un tessuto che va sempre di più ampliando, e il...

15 MAGGIO di quest'anno 1921 si ripresenta alle elezioni (favorito in questo da Giolitti, che pensa di utilizzarlo come ago della bilancia nei due schieramenti che si sono formati, socialisti e cattolici.
Questa volta nella lista del fascio sono eletti 35 deputati.
La concentrazione delle forze - capitanate dal Fascismo mussoliniano, - ottenne 124.918 voti, con Mussolini capolista (cifra elettorale 194.670) a grande distanza dal secondo della lista (155.819). I socialisti, non ancora, nella Lombardia, sbandati dai dissensi interni e dall'offensiva esterna, riportarono 251.844 voti di lista, i popolari 101.131, i comunisti 21.472.

IL 21 GIUGNO Mussolini fa il suo primo discorso in Parlamento;

(< < <VEDI QUI IL PRIMO E ANCHE I SUCCESSIVI FINO ALLA MARCIA SU ROMA)
è
il primo discorso parlamentare del "combattente" Benito Mussolini, sul quale convergevano ormai gli sguardi, entusiasti, corrucciati ma anche ostili di molti Italiani, l'attesa fu grande. Non già che il suo pensiero non fosse conosciuto, chè il Popolo d'Italia lo aveva, in articoli quasi quotidiani, sufficientemente diffuso: ma altra cosa era sentire la sua voce dalla tribuna parlamentare, per la vasta risonanza che essa ha sempre avuto, e per le prevedibili ripercussioni politiche.

Mussolini tenta (ed è abile anche qui, lui anticlericale  che su "La Lima" si firmava "il vero eretico") di avvicinarsi ai Popolari che hanno ottenuto 108 seggi; e proporre pure una pacificazione con i socialisti, affrettandosi a dire "per governare meglio il Paese". E' chiaro che sta rivolgendosi a chi - tra le file socialiste - lo ama ancora per il suo passato. Molti ultimamente non lo hanno capito, ma lo seguono comunque. Sanno che con lui si va lontano, il carisma lo possiede.
Ma entrambi i due schieramenti a cui Mussolini ha buttato l'amo, sono ai ferri corti, si stanno lacerando dentro le loro segreterie, e in Parlamento sono sempre in bilico nelle manovre e negli equilibrismi. Quella che doveva essere - con l'avvento dei due grandi partiti di massa-  il varo di una nuova democrazia liberale, naufraga già all'inaugurazione dopo aver percorso pochi metri.

Mussolini ha solo 35 seggi ma lui é l'ago della bilancia e ne é sempre cosciente.
Una corrente minoritaria del suo  movimento a connotazione più rivoluzionaria (quella che Mussolini ormai non sopporta più) il 16 AGOSTO si oppone a quella pacificazione che Mussolini vuol fare con i socialisti. E' quasi crisi all'interno del movimento, ma Mussolini reagisce con freddezza, sa su chi può contare, ma soprattutto fa i suoi calcoli; quanti ne perde e quanti ne guadagna; fa il saldo ed ecco che il...

 7-11 NOVEMBRE a Roma, è pronto a fondare il PNF, il Partito Nazionale Fascista, che a dicembre conta già 2200 sezioni, con 320.000 iscritti. Vi sono molti giovani, impiegati, ex combattenti, piccola borghesia e in sordina alcuni industriali. L'anticapitalismo di Mussolini è ormai cosa del passato, il patto industria - masse - ex combattenti  è ormai siglato col fascismo.

Mussolini vuol subito dare battaglia agli "squali", che hanno approfittato della guerra per accumulare profitti. Una espropriazione parziale  a quel capitale speculativo, ma risparmiando quello che è stato direttamente investito nella produzione (qui troviamo l'idea di De Ambris). Ovvio che fra questi ultimi ci sono i grandi, i nuovi Signori del Nord. Ha quindi dalla sua parte l'industria pesante, l'automobilistica, i cantieri navali, l'energia elettrica, la chimica, la gomma, lo zucchero ecc. Non male come appoggio. Il massimo! Lui aveva bisogno di loro, ma anche loro avevano bisogno di lui. L'abbraccio era necessario non per un patto d'amore ma per sostenersi a vicenda e restare in piedi entrambi.

Non vi erano alternative. La crisi finanziaria in atto non aveva altri sbocchi. La causa di tutti i mali presenti e futuri era l'enorme indebitamento dello stato per le spese belliche sostenute in quattro anni di guerra. Una voragine senza fondo.
Si provi a pensare ai 12 miliardi di pranzi e cene distribuiti al fronte, al vestiario di cinque milioni di uomini, il tutto per 1250 giorni, e alle ingenti somme per gli armamenti e le paghe. Poi si aggiunsero pure i conti da saldare con quegli alleati "che avevano aiutato l'Italia a vincere".

 Per i vecchi governanti l'unica soluzione era stata quella dell'aumento delle tasse che colpiva produttori e operai, quindi aumento dei prodotti di consumo e costo della vita alle stelle. Il paradossale era che i soldati che erano ritornati dal fronte dopo aver combattuto quattro anni, toccava a loro - indirettamente - pagare il "debito", oltre a non avere un posto di lavoro. Una beffa.

Poi c'era un risvolto che sembrò anche questa una beffa sulla beffa, il denaro ricavato dal prelievo fiscale era appena sufficiente a pagare gli interessi dei buoni di stato posseduti da chi la guerra non l'aveva fatta, agli "imboscati", agli speculatori. Era una vergogna! Ma anche così lo stesso prelievo fiscale non sarebbe comunque servito a nulla, era troppo enorme il debito pubblico. Con una scadenza perfino allucinante il 1988!! Avrebbero pagato persino i figli, i nipoti e i pronipoti dei vivi e... altra oscena beffa.... anche i figli e i nipoti di quelli morti in guerra!!

Su queste basi le masse non avendo nulla da perdere, già allenati ai sacrifici di quattro anni di guerra, seguiti da altri due con scioperi e scontri di piazza, stavano scegliendo la loro strada tutta in salita che però presentava anche un bivio. O camminare verso lo Stato miserando fatto di incapaci o di squali,  o scegliere "l'avventura" di un nuovo tipo di rivoluzione; che non era quella sognata da De Ambris, ma la rivoluzione della controrivoluzione. Ritornare in "trincea" con l'uomo che ha in mente solo una cosa, annientare ogni forma di opposizione, reprimere ogni dissenso. Creare nel caos disciplina e gerarchia "Questa disciplina, dove non è accettata, deve essere imposta, anche colla violenza" 

Poco lontano - con la rivoluzione - era caduto "in pochi mesi" un grande impero, mentre in Italia , "teorizzavano" i vari Sorel, Labriola, De Ambris e tanti altri. Andavano affermavano che sarebbero bastate poche settimane per arrivare allo stesso risultato. Questo forse lo pensava anche lo stesso De Ambris, e forse facendo affidamento sullo stesso Mussolini. Purtroppo anche se - come abbiamo visto - gli ha dato delle buone idee, di lui De Ambris non aveva capito proprio nulla.

Ma leggiamo cosa disse Mussolini nel suo discorso programmatico.................
Con prudenza, nel suo programma politico, MUSSOLINI parlò di nazionalismo, di anticlassismo e di antisocialismo, non necessariamente antiproletario. Si disse agnostico tra repubblica e monarchia. Riconobbe il suffragio universale di cui però disse "il popolo se ne infischia". Difese il liberismo economico e quindi anche il ritorno alla proprietà privata delle industrie di Stato. Sostenne che la religione era un fatto di coscienza individuale. Annunciò che in Russia si era tornati ai dittatori di fabbrica e che il bolscevismo sarebbe stato la rovina dell'economia russa. Replicò che in Italia l'orgia dell'indisciplina, con il fascismo sarebbe cessata. Affermò che il capitalismo nostrano non era più odioso perchè non era più il tempo del padrone delle ferriere. Sostenne che si stava avviando verso altre funzioni e che in futuro non avrebbe più accumulato il capitale, ma lo avrebbe diviso. Sentenziò che "le dottrine socialiste sono crollate, i miti internazionalistici caduti, la lotta di classe è una favola".

E' la svolta verso il neo-corporativismo, ma non si fermò qui, ma inviò (ricordiamo che ha solo 35 deputati) un chiaro messaggio a tutti: "Il fascismo é pronto a sostituirsi allo Stato tutte le volte che esso si rivelerà incapace di fronteggiare e di combattere la disgregazione della solidarietà nazionale, ed é anche disposto a schierarsi contro lo Stato qualora dovesse cadere nelle mani di coloro che minacciano e attentano alla vita del Paese".

I latifondisti, gli industriali (dopo si aggiunsero anche le potenze occidentali) gli tessero gli elogi, aveva allontanato dall'Italia il bolscevismo. L'esperienza Russa,  con lui, Mussolini "uomo dell'ordine e della provvidenza" sembrava ormai lontana. Lui non esita a imporre quest'ordine al Paese, prima con il dominio, in seguito con la dittatura di un partito, e infine la sua, in un crescendo. Già nel '26 l'Italia  era ormai uno stato totalitario, non certo stabilito solo da Mussolini. Nessuno può inventarsi di fare il dittatore se non ha le spalle coperte, nè può continuare a farlo per vent'anni se non si ha grandi appoggi e un largo consenso.

Quando Mussolini il 30 OTTOBRE del prossimo anno assume il potere, scrive ROSENBERG "non compì altro che un semplice atto formale". L'appoggio l'ebbe subito dopo essersi candidato garante dell'ordine e aver promesso a tutti "una bella pulizia" del bolscevismo in Italia. Alcune (inette) formazioni politiche pensarono di poter utilizzare lo squadrismo fascista come mezzo per battere il movimento operaio e contadino (nobili intenzioni, non c'è che dire; di socialisti e cattolici!) e gestire (o sfruttare?) .... poi loro... in seguito.... una situazione più "normalizzata". Ma sottovalutarono le doti e l'intuito politico di Mussolini, che si era ripromesso nei loro confronti di "prenderli come polli e di spennarli lentamente uno a uno".

L'appoggio l'aveva forse persino dal Re. Quando il 25 ottobre organizzerà la sua "marcia su Roma", i suoi quattro quadrunviri insurrezionali (DE BONO, DE VECCHI, BALBO e BIANCHI) che stavano decidendo il piano d'azione, alcuni giorni prima, erano a pranzo dalla regina MARGHERITA, dove troviamo EMANUELE FILIBERTO DUCA D'AOSTA
con molte simpatie per il fascismo. Lui e la regina sono le carte vincenti di Mussolini di fronte alle esitazioni del Re. Le idee di Mussolini erano già chiare nei confronti dei reali, il suo piano era di restare al potere sotto la parvenza della legalità, del rispetto della Costituzione e della monarchia sabauda, almeno per una generazione. Avrebbe solo costretto gli italiani ad obbedire. Voleva, disse "incidere con la mia volontà un segno nel tempo, come fa il leone con il suo artiglio".

ALBERTINI il direttore del Corriere della Sera così lo salutò "il fascismo ora interpretato é l'aspirazione più intensa di tutti i veri italiani" e aggiunse " ha eliminato per sempre il pericolo socialista". 
NITTI fece i suoi calcoli invece sbagliati: "Se tutto va bene i fascisti ci avranno reso un gran servigio". Alcuni socialisti invece commentarono: "E' la fine del Parlamentarismo borghese".

PETACCO in Storia del Fascismo, nel capitolo "Le benevola attesa della grande stampa" cosi' riassume gli articoli della stessa. "I fascisti sono violenti. Ma appaiono anche i più forti e pertanto decisi - come dicono - a usare questa forza per bonificare il Paese sia pure passando attraverso l'ineluttabile fase della violenza". E aggiunge "Sono in definitiva il vero prodotto della guerra e si propongono come gli interpreti più autentici dei "tempi nuovi", delle attese più vive di tutti gli "autentici" italiani"...."Possono contare, sulla figura carismatica di Mussolini al quale gli stessi avversari, seppure a denti stretti, non negano abilità, fascino e grande determinazione".

Si dissocia la Stampa di Torino, ma tutti gli altri giornali, in maniera più o meno esplicita, affermano che "Il governo Mussolini é l'unica strada da percorrere per ridare agli italiani quell'"ordine" che tutti ormai reclamano intensamente".
In seguito, quando il potere fu chiaro che non l'avrebbero più preso, i giornali passarono alla fase critica, ma nel frattempo Mussolini era diventato forte, troppo forte e presto li metterà a tacere, facendoli chiudere, cambiando i direttori o le stesse proprietà dei giornali.
Nel '22 aveva detto "«Non possiamo dare la libertà a coloro che ne approfitterebbero per assassinarci».
(Dal discorso alla " Sciesa „ di Milano, pronunciato il 4 Ottobre 1922). -- Il, 333).
Nel'28 la sua formula è ancora più semplice "
« La stampa più libera del mondo intero é la stampa italiana. Il giornalismo italiano è libero perché serve soltanto una causa e un regime; é libero perché, nell'ambito delle leggi del Regime, può esercitare, e le esercita, funzioni di controllo, di critica, di propulsione. »
(Dalle parole rivolte ai giornalisti, a Palazzo Chigi, il 10 Ottobre 1928). - VI, 250 e 251.

E' arrivato dunque il regime, la repressione sulla stampa "per operare senza reazionari". Poi la Milizia volontaria. Il Gran Consiglio. La dittatura fascista "per far marciare diritto gli italiani".
"Quando mancasse il consenso, c'è la forza. Per tutti i provvedimenti anche i più duri che il Governo prenderà , metteremo i cittadini davanti a questo dilemma: o accettarli per alto spirito di patriottismo o subirli".
(Disc. Risposta al Ministero delle Finanze, 7 marzo 1923 - S. e D., vol III, pag 82

A molti questo regime conveniva, consolidarono o crearono imperi industriali e banche, molti fecero fortuna e se ne avvantaggiarono. Poi quando si accorsero che Mussolini era stato utilizzato abbastanza per i loro piani, lo scaricarono. Il 25 ottobre del 1938 lo stesso Mussolini si accorse di questa ingratitudine, quando nel suo discorso accennò al "tradimento della borghesia" e a "quel mezzo milione di vigliacchi che si annidano nel Paese".
Il suo dramma iniziò da quel giorno. Gli rimase a fianco la borghesia solo per altri scopi, quello di stimolarlo a una guerra, per incrementare la produzione bellica, ripetere il "miracolo" '14-'18. A nessun industriale conveniva una pace con quella autarchia industriale che aveva imposto Mussolini. Il mondo si stava aprendo ai nuovi mercati, ai consumi delle masse, al liberismo che stimolava gli ingegni e l'imprenditoria, che poi si traduceva in benessere diffuso e tanta altra  ricchezza anche a chi ne aveva già molta.

Forse Mussolini così lucido in questo 1921 (lo leggiamo fra poco sotto), il 25 Ott del '38 non lo era già più (nelle sue parole, molto amare, sente già la sconfitta) forse aveva perso contatto con il mondo, e anche con coloro (gli stessi industriali) che in quel particolare periodo furono chiamati ad operare in una fase storica di particolare complessità: la tecnologia, dentro un processo di maturazione collettivo, che stava correndo in parallelo e allargando il suo regno in ogni settore. Il corporativismo era insomma finito. Era stato utile, ma nel '38 era ormai obsoleto, le comunicazioni rimpicciolivano sempre di più il mondo e i mercati non avevano più bisogno di nazionalismo provinciale. Con l'autarchia non si finiva nel limbo, ma nell'inferno dei paesi sottosviluppati.
Eppure Mussolini sembra che sappia queste cose diciotto anni prima! Infatti....

Agli operai in questo 1921 MUSSOLINI aveva detto " Voi non siete tutto, siete soltanto una parte, nelle società' moderne. Voi rappresentate il lavoro, ma non tutto il lavoro e il vostro lavoro é soltanto un elemento, nel gioco economico. Finché gli uomini nasceranno diversamente "dotati", ci sarà sempre una gerarchia delle capacita'".. Nel 1938, questo era ancora più vero. Il sistema economico che più si adattava alla società in trasformazione, era quello della libertà d'impresa, della libera iniziativa e non era certo quello del collettivismo né tanto meno quello del corporativismo.
Torniamo alla MARCIA SU ROMA
con uno scritto di Gian Piero Piazza
Nella storiografia dell'era contemporanea il 28  ottobre 1922 rappresenta la data fatidica che  impresse all'Italia la  grande svolta politica con  l'avvento del fascismo di Mussolini al potere. 

La "Marcia su Roma", al di là dei significati densi di retorica di cui fu ammantata dai nuovi conquistatori, è stata l'impresa più plateale e al contempo più aleatoria e sofferta da parte degli esponenti "moderati" e legalitari del partito fascista, a cominciare dal suo capo. 
Una vittoria maturata nel rapido volgere di pochi mesi sull'onda di incalzanti e molto spesso imprevedibili avvenimenti e orchestrata sempre all'insegna di improvvisate manovre sotterranee in un clima di confusione pressochè totale.

 Proviamo ad analizzarle, queste premesse, che tramutarono in tangibile concretezza fumose velleità di potere cullate da una minoranza della popolazione composta in gran parte da squadristi intemperanti, e come violenza ormai  istintivi (non dimentichiamo erano quasi tutti reduci di una lunga faticosa guerra (per tre anni poco sentita)  conclusa con una pace che era quasi una sconfitta (fu chiamata appunto "vittoria mutilta"), e che al loro ritorno questi ex non trovarono nè i ringraziamenti del Paese, una classa politica inetta, e in più non avevano nemmeno più un lavoro)

La dimostrazione di forza che i "manganellatori" fascisti diedero nel maggio 1922 ebbe conseguenze sul piano psicologico e politico ben più consistenti di quelle che gli stessi organizzatori avevano preconizzato. Come entità politica, il partito fascista si era impegnato in prima persona soltanto nella repressione dello sciopero generale indetto per il primo maggio da socialisti e comunisti, vale a dire nell'unica dimostrazione di quel mese rovente da cui i fascisti erano usciti, se non con le ossa rotte, neppure poi tanto trionfatori.

E' vero che in alcune città gli squadristi erano riusciti nell'intento di evitare lo sciopero e che a Milano e in qualche altra località i lavoratori iscritti al sindacato fascista avevano garantito il regolare funzionamento dei principali servizi pubblici, ma a Roma e in tutto il resto del Paese la manifestazione di protesta organizzata dalle sinistre aveva ottenuto un successo straripante.

Mussolini e il segretario del partito Michele Bianchi non si lasciarono scoraggiare da quel fallimento che avevano tra l'altro sensatamente previsto, anzi rimasero piacevolmente sorpresi dai risultati lusinghieri registrati in alcuni importanti centri. Il più deluso di tutti fu invece Dino Grandi, il numero uno del fascio bolognese, uno dei maggiori esponenti della corrente "rivoluzionaria", che nei suoi conciliaboli segreti con i "frondisti" sognava di ottenere tutto e subito mediante un'azione di forza senza sapere bene con quali "truppe" o alleanze sarebbe stato in grado di porre a compimento il suo peregrino progetto. 
Ma sia Grandi che i suoi "fratelli" di ideologia,  nutrivano la certezza che al momento giusto la borghesia, quella "maggioranza silenziosa" che se ne stava a guardare, si sarebbe risvegliata dal colpevole torpore per schierarsi apertamente con gli squadristi.

I fatti tuttavia stavano a dimostrare nella forma più lampante l'esatto contrario. Gli avvenimenti del primo maggio avevano fatto constatare alle intransigenti frange rivoluzionarie fasciste quanto fosse ancora consistente la forza di comunisti e socialisti, che controllando la fetta preponderante dei lavoratori possedevano la facoltà di paralizzare il Paese con l'arma dello sciopero.


LA BORGHESIA FA IL PESCE IN BARILE - Ma avevano soprattutto dimostrato che la borghesia non se l'era sentita di scendere in piazza e durante la giornata di sciopero si era limitata a mantenere una posizione di passiva diffidenza evitando ogni implicazione suscettibile di comprometterla. Gli squadristi che quel primo maggio si erano improvvisati conducenti di tram o netturbini non avevano trovato nè sostenitori nè palesi consensi da parte della cittadinanza e il distaccato atteggiamento del potenziale alleato aveva indotto i "frondisti" a placare le loro ardenti passioni rivoluzionarie per assumere posizioni più concilianti. Le loro mire di potere erano state relegate nell'ambito legalitario della lotta democratica e parlamentare e mai come nella prima metà di quel maggio a molti squadristi la rivoluzione fascista sembrò essere diventata un sogno irrealizzabile.

Ormai il fascismo delle grandi adunate e delle "spedizioni" aveva assunto il fievole riflesso di un astro al tramonto quando giunsero i trionfi di Ferrara e Carrara, le occupazioni paramilitari tanto esaltate negli anni successivi dagli storici del fascio da essere considerate senza alcuna valida motivazione quasi come un banco di prova della rivoluzione. La verità, molto meno enfatica ed esaltante, era un'altra: gli scopi delle massicce invasioni di squadristi volevano essere molto più modesti e limitati e dovevano configurarsi in pure e semplici azioni dimostrative intese a intimidire i socialisti e i comunisti nei luoghi dove, dopo la batosta subita nelle campagne dalla repressione degli agrari, stavano rialzando la cresta.

E infatti le "marce" su Ferrara e Carrara erano state organizzate più nelle file degli agrari che nei circoli fascisti, tant'è vero che Italo Balbo era approdato nel fascio bolognese dopo essersi messo in luce come capo dei "manganellatori" al servizio degli agrari. In un primo tempo Michele Bianchi era stato nettamente contrario alla dimostrazione, e aveva finito per autorizzarla soltanto per non contrariare gli agrari, che erano i principali finanziatori del fascio in Emilia, e soprattutto perchè si era reso conto dell'inutilità di vietare qualunque cosa a Italo Balbo, una testa calda che organizzava spedizioni punitive con lo spirito delle bravate studentesche.

DIALOGO POLITICO CON MANGANELLO - Un "passatempo" cui non avrebbe certo rinunciato per un divieto del segretario del partito. Mussolini dal canto suo non ne aveva mai voluto sapere e aveva anzi espresso un parere di assoluta inopportunità politica della manifestazione, a tal punto che a cose fatte non volle recarsi a Ferrara per partecipare al trionfo. Per sottolineare l'atmosfera d'incertezza che serpeggiava tra i vertici del fascismo va detto che neppure il "possibilista" Dino Grandi aveva voluto compromettersi al fianco di Balbo. Ma il successo dell'occupazione di Ferrara trascinò alla conversione per le azioni dimostrative molti esponenti del fascismo, politici compresi, e benchè Mussolini fosse contrario si procedette all'occupazione di Carrara.

La reale incisività delle due "spedizioni" fu quella di aver dimostrato una realtà per molti aspetti sorprendente. Mentre il governo continuava a impartire disposizioni per lo scioglimento e il disarmo delle squadre fasciste e il ministero dell'Interno chiedeva l'intervento delle forze armate per ristabilire l'ordine pubblico, all'atto pratico nessun ufficiale aveva dato l'ordine di sparare contro gli squadristi. E anche allora la borghesia era rimasta a guardare ed era scesa ad applaudire nelle strade soltanto dopo essersi resa compiutamente conto dell'identità dei vincitori.

Dal canto loro, socialisti e comunisti si erano ben guardati dal reagire, sicuramente intimiditi dal poderoso schieramento di forze. Alla fine di maggio, dunque, gli umori dei fascisti erano nuovamente mutati. Gli squadristi avevano scoperto quasi per caso di poter contare in qualsiasi frangente su un prezioso alleato, gli ufficiali dell'esercito. A tale disponibilità aveva sicuramente contribuito l'opera di persuasione del generale Corradini, un nazionalista convertitosi al fascismo e vicino alla "fronda" di Dino Grandi. Più che al "potere occulto" del generale Corradini, la connivenza degli ufficiali con il fascismo dipendeva dal fatto che i maggiori e i colonnelli in servizio permanente effettivo nel 1922 erano i tenenti e i capitani che avevano combattuto sul Piave e sul Grappa e che nel 1919 erano stati dileggiati da socialisti e comunisti e difesi soltanto dai fascisti della prima ora.

GLI UFFICIALI SI SCHIERANO CON IL DUCE - Evidentemente per loro era giunto il momento di pagare il debito con il fascismo e ristabilire con il suo aiuto il potere della casta militare, profondamente umiliata dai governi del dopoguerra. La netta presa di posizione degli ufficiali diede coraggio a molti e fu l'elemento che determinò e accelerò la brusca svolta rivoluzionaria del fascismo, fino a quel momento saldamente inserito nel gioco democratico e parlamentare. 
Numerosi deputati nazionalisti passarono al fascismo andando a ingrossare le file del nucleo mussoliniano in Parlamento e aumentandone notevolmente il peso politico. In tutte le sezioni del partito fascista le adesioni si moltiplicarono a macchia d'olio e molti autorevoli giornali mutarono radicalmente posizione nei confronti del fascismo, addomesticando all'improvviso la loro linea politica che aveva fino allora apertamente osteggiato Mussolini e i suoi.

A questo punto vale la pena di azzardare un'ipotesi a puro titolo di presunzione fantapolitica, ma sicuramente suffragata dai fatti che determinarono la svolta autoritaria del fascismo nella scalata al potere.

 Il 29 maggio 1922 Mussolini e Bianchi convocarono a Milano i loro fedelissimi e anche alcuni elementi che pur non avendo brillato per lealtà nei confronti della "causa" e del loro capo possedevano tuttavia il pregio di avere un largo seguito nelle zone periferiche di loro influenza. Non si saprà mai con granitica certezza quello che Mussolini disse al gruppo ristretto dei suoi luogotenenti, ma il tono del discorso doveva presumibilmente essere stato questo: il fascismo ha dimostrato di avere tra le mani una forza di gran lunga superiore al numero degli iscritti e alla sua consistenza parlamentare. Non la semplice forza numerica, ma quella dirompente dell'azione e dei fatti. Tale forza conferisce al partito un potere ormai indubitabile. Ed è in virtù di questa sua forza che il fascismo è nelle condizioni di ottenere un potere molto maggiore anche nel governo del Paese. E allora che cosa aspettiamo? Prendiamocelo fino in fondo questo potere.

FASCISTI COLOMBE E FASCISTI FALCHI - Non è difficile immaginare che su quest'ultimo punto i consensi furono unanimi. Caso mai i contrasti dovettero esserci, e anche in modo molto marcato, sul metodo da seguire per impossessarsi del potere. Una delle poche cose certe di quella misteriosa assemblea ristretta è che la maggioranza optò per la soluzione rivoluzionaria. Tra coloro che avevano "votato" per la linea morbida e legalitaria da conseguire attraverso i normali canali parlamentari vi era lo stesso Mussolini, che tuttavia aveva un'idea tutta sua delle regole democratiche, visto che ricusò caparbiamente la volontà della maggioranza.
 Ma poichè non poteva neppure imporre così autoritariamente la sua idea, propose un compromesso che prevedeva di procedere simultaneamente in entrambe le direzioni, riservandosi di scegliere la strategia più valida a seconda di come sarebbero andate le cose.

Il suo scopo a questo punto era ben preciso, prendere il potere e assumere in prima persona l'incarico di capo del governo. Coerente con le sue idee, Mussolini tentò la mossa politica, cercando accordi tra i popolari di don Sturzo, la cui posizione in seno al partito si era notevolmente affievolita dopo la morte del suo più illustre sostenitore, Papa Benedetto XV, cui era succeduto al soglio pontificio Papa Pio XI Ratti, che a differenza del suo predecessore non vedeva di buon occhio l'ingerenza del clero nella politica. Indebolito nei suoi poteri, don Sturzo rappresentava la soluzione ideale per un'alleanza suscettibile di portare il fascismo al governo. Ma le trattative condotte anche sul versante di esponenti popolari che non condividevano l'ostilità del prete di Caltagirone per il fascismo andarono a vuoto. E mentre il presidente del Consiglio in carica, l'imbelle Luigi Facta, continuava a "nutrire fiducia" sulla possibilità di salvare il suo traballante governo con l'offerta di alcuni ministeri ai fascisti, il 18 giugno il futuro dittatore avviò con la monarchia le trattative segrete per la presa del potere.

L'arduo compito era quello di convincere Sua Maestà a non opporsi al piano rivoluzionario delle Camicie Nere. Tuttavia, prima di avventurarsi sulla pericolosissima china del colpo di Stato bisognava quantomeno chiarire il problema di fondo: con l'appoggio della Corona o contro di essa? 

MAESTA’, POSSIAMO FARE IL COLPO DI STATO? - La delicata questione fu affrontata da Mussolini con l'intercessione del generale Corradini, il capo dei nazionalisti molto legato agli esponenti di spicco degli ambienti monarchici. Quel giorno a Firenze Corradini ebbe un incontro con uno dei più gloriosi membri di Casa Savoia, il vecchio Duca d'Aosta, padre di quell'Amedeo che sarebbe stato consacrato dalla storia meno di 20 anni dopo con l'appellativo di eroe dell'Amba Alagi. Il generale confidò apertamente al Duca le intenzioni dei fascisti senza peraltro suscitare nè apprensione nè tantomeno indignazione nel blasonato interlocutore, evidentemente favorevole al ripristino di un po' d'ordine nel caos della situazione politica e il colloquio, nonostante la sua estrema delicatezza, si esaurì in poco più di mezz'ora. Al momento del congedo chiese formalmente al Duca d'Aosta di fare pressioni sul Re affinchè non si opponesse all'ascesa del fascismo al potere. Il Duca promise di adoperarsi in modo che Sua Maestà fosse informato, sollevando però l'ipotesi di un rifiuto da parte sua.
 In tal caso, rispose abilmente Corradini che si era tenuto per ultimo l'argomento decisivo, i fascisti avrebbero considerato il rifiuto di Vittorio Emanuele III alla stregua di un atto di abdicazione. Al sovrano deposto sarebbe subentrato come reggente fino alla maggiore età del Principe ereditario Umberto lo stesso Duca d'Aosta.

E' facile arguire che il Duca, lusingato, si affrettò a informare il Re usando presumibilmente i toni più efficaci per convincerlo ad accettare la proposta dei fascisti. Diversamente non si spiegherebbe con quanta duttilità e accondiscendenza il sovrano si comportò durante le fatidiche giornate di ottobre, sicuramente assillato dal timore di essere deposto. La conferma che la minaccia espressa da Corradini fosse fondata deriva dal fatto storicamente accertato che nei giorni della "marcia su Roma" il Duca d'Aosta fu sempre in stretto contatto con il quartier generale fascista che si era insediato a Perugia, pronto a trasferirsi a Roma per assumere la reggenza in caso di "complicazioni". 
Rimaneva un ultimo dubbio da sciogliere, e anche questo a conferma che il Duca d'Aosta si era affrettato a informare Vittorio Emanuele della ricattatoria proposta fascista.

MUSSOLINI METTE IN TRAPPOLA IL RE - Il sovrano, prima di decidersi ad accogliere l'offerta di Mussolini per scongiurare il ricatto, pretese che il capo del fascismo si impegnasse formalmente a salvaguardare la monarchia. Una richiesta legittima difficilmente attuabile. Mussolini infatti non poteva permettersi la spudoratezza di annunciare pubblicamente che stava ordendo un colpo di Stato, ma che se la Corona lo avesse appoggiato i fascisti sarebbero diventati i garanti della monarchia italiana. Il nodo apparentemente inestricabile fu abilmente sciolto dal Ministro della Real Casa con il supporto del senatore Alberto Bergamini, direttore dell'autorevole quotidiano di Roma "Il Giornale d'Italia".    
In una lettera al direttore pubblicata da "un gruppo di ufficiali" i cui nomi non comparivano e che si dichiaravano "simpatizzanti del fascismo antibolscevico" essi esprimevano la loro esitazione ad aderire apertamente al partito fascista nel timore di dover rinnegare il giuramento di fedeltà fatto alla Corona. E precisavano che, pur essendo ideologicamente schierati con i fascisti, nel malaugurato caso che si fosse arrivati a un conflitto tra il fascismo e la monarchia non avrebbero indietreggiato di fronte all'eventualità di ordinare ai loro soldati di aprire il fuoco contro i nemici di Casa Savoia.

Per quanto la faccenda sfiori il grottesco e possa apparire come una montatura di stampo goliardico, l'originale della lettera è stato ripescato negli archivi del "Giornale d'Italia" e la calligrafia di chi l'ha redatta è risultata essere proprio quella del senatore Bergamini. 
Mussolini si affrettò fin troppo prontamente a rispondere ai sedicenti ufficiali che "il fascismo ha accantonato la sua tendenzialità repubblicana e ha adottato nei confronti della monarchia la legge del do ut des".
In parole povere, il fascismo non avrebbe mosso un dito in favore della monarchia se la monarchia a sua volta non avesse fatto nulla contro il fascismo. Ma se avesse avuto buoni motivi per esprimere riconoscenza si sarebbe adoperato in tal senso. 
Mussolini concludeva inequivocabilmente dichiarando che "La Corona, dunque, non è in gioco purchè in gioco non voglia mettersi".

MARCIA SU ROMA: UNA SCENEGGIATA - Il gioco insomma era fatto. Con quella lettera e la tempestiva risposta fu siglata la tacita alleanza tra Mussolini e Vittorio Emanuele, che il 28 ottobre non decretò lo stato d'assedio all'arrivo delle milizie di squadristi che occuparono la capitale quasi pacificamente. Mussolini era rimasto a Milano in attesa delle decisioni del Re, che non tardarono ad arrivare con il famoso telegramma.
Così il 30 ottobre poteva formare il suo governo composto prevalentemente da esponenti della destra nazionale. Cominciava sotto i crismi della legalità la svolta autoritaria di una dittatura che avrebbe dominato l'Italia per un ventennio. 
Escludendo i "nemici" politici per eccellenza, le sinistre, Mussolini riuscì a comporre un governo in apparenza aperto a varie forze, ma aveva designato i suoi uomini nei posti chiave. Nei mesi successivi all'insediamento del nuovo regime si scatenò una violenta campagna di repressione contro gli operai comunisti e i loro capi, molti giornali di opposizione vennero duramente colpiti, i politici e gli intellettuali avversi al fascismo furono duramente perseguitati e mandati al confino, altri finirono uccisi sotto le bastonate spesso a causa dell'eccessivo zelo di chi doveva eseguire gli ordini.

Ma tutto sommato, per l'uomo della strada, l'avvento di Mussolini significò anche la possibilità di assumere un ruolo sociale certamente non determinante, ma capace di esaudire i suoi desideri di partecipazione e di protagonismo. Il borghesuccio in camicia nera, coinvolto nei rituali imposti dallo stile fascista delle adunate e delle parate, si sentiva più grande e rispettato. Nelle intenzioni della monarchia, della casta militare, dei grandi capitalisti e della stessa Chiesa, che avevano accettato di gestire il potere in comproprietà con il fascismo, Mussolini aveva il compito di attuare un passaggio indolore e una radicale riforma dello Stato. E nei primi anni del suo "mandato" seppe dimostrare grandi qualità di statista, lasciando tutti al loro posto.
Per anni nel bene e nel male, Mussolini riempirà molte pagine di storia del nostro secolo. Ci saranno intuizioni politiche da grande statista; diventerà per gli industriali l'uomo qualificato a ristabilire l'ordine; mandato "dalla provvidenza" per il clero nel dare la soluzione a problemi secolari (IL CONCORDATO - vedi > ); e varerà ottime istituzioni sociali ed economiche che sono giunte integre fino a noi (che vedremo in questi anni e in altre pagine ). Fu tutto il centro motore del suo movimento, il fascismo, anche se con gli anni sempre più distaccato da un contatto più diretto con i suoi collaboratori; sarà il promotore di un regime totalitario che poggiò per qualche tempo sul consenso di massa, che demagogicamente fu abile a ingraziarsela attraverso coreografiche manifestazioni, con i mezzi di comunicazione e gli slogan.

Non mancò il prestigio internazionale di un certo periodo del '29 e dintorni. In questi anni, preso dal miraggio di mutare a vantaggio dell'Italia lo statu quo internazionale (che era in crisi- compresi gli Usa)  lui Benito Mussolini, allora antitedesco, il 12 gennaio del 1932, faceva pubblicare sul giornale "Popolo d'Italia" il seguente articolo, con lo scopo di sensibilizzare l'opinione pubblica europea, contro il "pericolo delle conferenze internazionali" : (Losanna ecc.)
"I popoli che si avviano faticosamente e fra inaudite miserie, ad uscire da uno degli inverni più tormentati che la storia ricordi, appena paragonabile all'ultimo inverno di guerra nelle trincee, ora che la data della Conferenza di Losanna è ufficialmente fissata, si domandano: Che cosa accadrà? Avremo una definizione del problema debiti - riparazioni o sarà rinviato ancora una volta?
Noi avremo una soluzione radicale oppure avremo una soluzione di compromesso che dilazionando nel tempo le difficoltà, non farà altro che complicare le cose all'infinito?
I governi d'Europa daranno ancora una volta prova di quella tremenda abulia che sembra paralizzarli tutte le volte che devono affrontare un problema e che li conduce quindi a polverizzare lo stesso durante i lavori delle Commissioni? Queste ed altre domande affollano il nostro spirito.
La conferenza di Losanna deve giungere a quello che ormai si chiama il "colpo di spugna", deve concludersi con la cancellazione del dare e dell'avere nella tragica contabilità della guerra.
Non è affatto esagerato affermare, così ha detto l'on. Alessandro Shaw (deputato del Regno Unito, n.d.r.) che la struttura economica e sociale dell'Europa si avvicina al precipizio; la cruda verità è che se le cose vanno avanti così come stanno andando, la scelta è semplicemente fra il ripudio dei debiti ed il caos. Invece di una libera partecipazione con uomini e mezzi alla causa, gli alleati hanno tracciato la più strana, illogica, antistorica distinzione. Quando un proiettile americano è stato sparato da un artigliere americano ... con un cannone americano, gli Stati Uniti non hanno imposto agli alleati di pagare nè l'uomo, nè il costo del proiettile. Ma quando il proiettile americano è stato sparato da soldati alleati per il medesimo scopo, per la causa comune, nello stesso comune interesse... questo ha creato un debito in oro da pagarsi agli Stati Uniti. Mai prima d'ora nella storia era stato mai stato così ingiustamente applicato. Il giusto messaggio che tutto il mondo aspetta è: "Rimetti i nostri debiti come noi li rimettiamo ai nostri debitori".

Mussolini - una volta al potere - abbandonò le cautele e, con un atteggiamento di grande e palese insofferenza, entrò in urto con le potenze occidentali (veramente poco sensibili ai problemi di alcuni stati europei - e perfino tra di loro - vedi i pessimi rapporti Usa-Gran Bretagna) e iniziò a rafforzare legami proprio con una Germania dove c'era un Hitler con gli stessi suoi problemi, figura ancora modesta ma grande suo ammiratore e con ambizioni più grandi delle sue. L'accordo formale che molto tempo dopo  seguì (il patto d'acciaio) fu un grave e ingenuo errore di valutazione, che dopo pochi mesi non si poteva più riparare. 

IL "PATTO D'ACCIAO"
22 maggio1939: " GIUNGE IL MOMENTO "

L'intesa tra l'Italia fascista e la Germania nazista si trasforma in una vera e propria
alleanza politica e militare, esaltando l'affinità ideologica esistente tra i due regimi.

 

"Sua Maestà il Re d'Italia e di Albania, Imperatore di Etiopia e il cancelliere del Reich tedesco ritengono giunto il momento di confermare con un patto solenne gli stretti legami di amicizia e di solidarietà che esistono tra l'Italia Fascista e la Germania Nazionalsocialista.

Considerato che, con le frontiere comuni, fissate per sempre, è stata creata fra l'Italia e la Germania la base sicura per un reciproco aiuto ed appoggio, i due Governi riconfermano la politica, che è stata già da loro precedentemente concordata nelle sue fondamenta e nei suoi obiettivi e che si è dimostrata altamente proficua tanto per lo sviluppo degli interessi dei due Paesi quanto per la sicurezza della pace in Europa.

Il Popolo italiano ed il Popolo tedesco, strettamente legati fra loro dalla profonda affinità delle loro concezioni di vita e dalla completa solidarietà dei loro interessi, sono decisi a procedere anche in avvenire, l'uno a fianco dell'altro e con le loro forze unite, per la sicurezza del loro spazio vitale e per il mantenimento della pace. Su questa via indicata dalla storia, l'Italia e la Germania intendono, in mezzo ad un mondo inquieto ed in dissoluzione, adempiere al loro compito di assicurare le basi della civiltà europea.

Allo scopo di fissare a mezzo di un Patto, questi principi, hanno nominato loro Plenipotenziari:
SUA MAESTA' IL RE D'ITALIA E DI ALBANIA IMPERATORE D'ETIOPIA:
il Ministro degli Affari Esteri Conte Galeazzo Ciano di Cortellazzo;
IL CANCELLIERE DEL REICH TEDESCO:
il Ministro degli Affari Esteri Sig. Joachim von Ribbentrop,
i quali, dopo essersi scambiati i loro pieni poteri, trovati in buona e debita forma, hanno convenuto i seguenti articoli:

Art. 1. Le Parti Contraenti si manterranno permanentemente in contatto allo scopo di intendersi su tutte le questioni relative ai loro interessi comuni o alla situazione generale europea.

Art. 2. Qualora gli interessi comuni delle Parti Contraenti dovessero essere messi in pericolo da avvenimenti internazionali di qualsiasi natura, Esse entreranno senza indugio in consultazione sulle misure da adottare per la tutela di questi loro interessi. Qualora la sicurezza o altri interessi vitali di una delle Parti Contraenti dovessero essere minacciati dall'esterno, l'altra Parte Contraente darà alla Parte minacciata il suo pieno appoggio politico e diplomatico allo scopo di eliminare questa minaccia.

Art. 3. Se, malgrado i desideri e le speranze delle Parti Contraenti, dovesse accadere che una di Esse venisse ad essere impegnata in complicazioni belliche con un'altra o con altre Potenze, l'altra Parte Contraente si porrà immediatamente come Alleato al suo fianco e la sosterrà con tutte le sue forze militari per terra, per mare e nell'aria.

Art. 4. Allo scopo di assicurare, per il caso previsto, la rapida applicazione degli obblighi di alleanza assunti con l'art. 3, i Governi delle due Parti Contraenti approfondiranno maggiormente la loro collaborazione nel campo militare e nel campo dell'economia di guerra.
Analogamente i due Governi si terranno costantemente in contatto per l'adozione delle altre misure necessarie all'applicazione pratica delle disposizioni del presente Patto.
I due Governi costituiranno, agli scopi indicati nei summenzionati paragrafi 1 e 2, Commissioni permanenti, che saranno poste sotto la direzione dei due Ministri degli Affari Esteri.

Art. 5. Le Parti Contraenti si obbligano fin da adesso, nel caso di guerra condotta insieme, a non concludere armistizi e pace se non di pieno accordo fra loro.

Art. 6. Le due Parti Contraenti, consapevoli dell'importanza delle loro relazioni comuni con le Potenze loro amiche, sono decise a mantenere e a sviluppare di comune accordo, anche in avvenire, queste relazioni, in armonia con gli interessi concordati che le legano a queste Potenze.

Art. 7. Questo Patto entra in vigore immediatamente al momento della firma. Le due Parti Contraenti sono d'accordo nello stabilire a dieci anni il primo periodo della sua validità. Esse prenderanno accordi in tempo opportuno, prima della scadenza di questo termine, circa il prolungamento della validità del Patto.

In fede di che, i Plenipotenziari hanno firmato il presente Patto e vi hanno apposto i loro sigilli.

Fatto in doppio originale, in lingua italiana e in lingua tedesca, i due testi facendo egualmente fede.

Berlino, li 22 maggio 1939-Anno XVII dell'Era Fascista.
(L.S.) Galeazzo Ciano(L.S.) Joachim Von Ribbentrop



L'errore fu ancora più grande quando M. ebbe la convinzione che Hitler dopo i suoi blitz vittoriosi soprattutto in Francia, conquistasse e mutasse l'intera cartina d'Europa. Nel timore di essere escluso da questa spartizione (e con lui molti italiani) , pur al corrente dello stato di impreparazione militare del proprio paese (è M. stesso a informare Hitler in una famosa lettera del '39; a dirgli che "non è pronto")  decise, cercò, tentò, s'illuse, si sentì forse obbligato (una parte non indifferente del Paese lo sollecitava, giornali compresi "per cosa ci siamo alleati affare?") ad intervenire militarmente al suo fianco per potersi ritagliare a guerra finita, i migliori vantaggi possibili per l'Italia.

Ma altro non poteva fare. Dopo il disimpegno ad est, l'Italia aveva le armate tedesche al Brennero e a Tarvisio. Mussolini se si appoggiava alla Francia e all'Inghilterra, visto poi come si squagliarono  i loro eserciti e le loro difese (non capaci neppure di difendersi in casa propria, figuriamoci se accorrevano in Italia!), l'invasione dell'Italia da ovest, dal nord, e da est sarebbe avvenuta in 24 ore. In Alto Adige c'erano già 250.000 tirolesi che li aspettavano per poi dilagare nella pianura padana e fino al mare.

Venne poi l'esito disastroso tedesco in Russia, ma ormai era troppo tardi per tirarsi indietro, contro l'Italia c'erano tutte le potenze (che Mussolini sottovalutava) che avevano deciso di fermare l'egemonia nazista, quando quella fascista era già naufragata molto prima del 25 luglio 1943, cioè quando il Paese si sentì estraneo nella guerra e finalmente capì che Mussolini era un uomo senza piu' consensi, perdente, e soprattutto solo, non essendosi circondato da persone capaci e intelligenti, ma solo di consiglieri che non operavano con realismo nelle situazioni che invece stavano maturando ed evolvendosi (vedi inizio della guerra dell'Italia contro la Francia ("una coltellata alla schiena"), e vedi poi quella sciagurata in Grecia). Anzi si boicottavano l'un l'altro. Vedi le tre Armi.
Momenti drammatici, dove si rispondeva per coprire questi guasti interni, con solo grandi bluff militari, politici, culturali e di costume, sempre guidati da operatori e propagandisti di bassa levatura. Ma soprattutto c'erano dentro dirigenti e generali,  nobili e gerarchi che volevano "dirigere", fare i "Generali". E che ritroveremo subito -dopo l'8 settembre- a guidare l'antifascismo per ritornare a fare i dirigenti e i generali.
Questo significa che (alla vigilia dell'entrata in guerra) era solo, ma Mussolini non se ne era reso conto.

Nel discorso del 25 ottobre 1938, analizzando bene le parole di Mussolini, appare già questa solitudine. E' uno statista perdente! La situazione precipitava davanti a una realtà oggettiva del Paese che dimostra subito quanto effimeri, artificiali, e come erano sempre suonati falsi, gli accenti eroici, i toni di sfida di una certa propaganda. Era quello di Napoli, già il discorso della sconfitta, soltanto che lui non se ne era reso ancora conto, anche se lo aveva intuito: gli italiani che "contavano" invece sì;  non per nulla questa intuizione la esternò con amarezza proprio in questo discorso: "....quel mezzo milione di vigliacchi borghesi che si annidano nel paese". Infatti, quelli che proprio lui aveva fatto diventare ricchi, gli avevano già voltato le spalle. Un  "25 luglio" infatti fu già cospirato il 19 ottobre del 1939 e quasi dagli stessi uomini del successivo '43: Grandi, il Re, il principe Umberto, e Balbo.
Quello che avvenne in seguito fu una tragedia. La sua, e insieme quella di un popolo e di una nazione, dove alcuni vecchi antiquati generali presero i migliori uomini italiani per mandarli allo sbaraglio, in Grecia, in Africa, (e scelleratamente a piedi) in Russia. Inquietanti personaggi poi caduti nella polvere e molti nel disonore; caduto lui, Mussolini, gli italiani in armi li abbandonarono, e loro scapparono, aggiungendo tragedia a tragedia (8 settembre '43). Scapparono, ma poi li ritroveremo tutti, ma proprio tutti, dopo pochi giorni dentro i meandri degli stessi Palazzi a guidare il Paese, mentre i più disgraziati,  iniziarono a darsi la caccia l'un l'altro.

Ma questa guerra, la disfatta, l'8 settembre del '43, e il 25 aprile del '45, è un'altra storia. Che era già scritta prima ancora che iniziassero.

Hanno detto di lui:

"Mussolini ha sempre ragione"
"Tu hai un Duce: Mussolini; ma Mussolini è uno solo. Benito Mussolini ha sempre ragione". -
Leo Longanesi.

"L'uomo della Provvidenza"
"Dobbiamo dire che siamo stati anche dall'altra parte nobilmente assecondati. E forse ci voleva anche un uomo come quello che la Provvidenza ci ha fatto incontrare; un uomo che non avesse le preoccupazioni della scuola liberale... È dunque con profonda compiacenza che crediamo di avere con esso ridato Dio all'Italia e l'Italia a Dio". -
Pio XI

"Ingannò tutti; distrusse il popolo"
"Sicuramente fu un avventuriero; diciamo, anzi, che questa fu la sua dote precipua. Era l'avventuriero moderno... E' certo che, nell'esercizio del potere, Mussolini ingannò un po' tutti: la Monarchia come la Chiesa, la borghesia come il capitalismo. Non ingannò mai il «popolo» nell'accezione «proletaria» del termine; lo distrusse alla fine, ma fu egli stesso vittima della tragedia che aveva determinata".
Alberto Giovannini

"Fu debole e pauroso"
"Amava indubbiamente la Patria, ma tuttavia colle infedeltà di un maschio estroso e di un amante volubile. Affascinava, non persuadeva. Era di una vanità e di una gelosia fanciullesca, non di rado meschina e talora cattiva: non volle che l'Assemblea legislativa commemorasse il duca D'Aosta e il maresciallo Balbo, caduti in guerra, per non essere lui costretto a farne l'elogio. Per le stesse ragioni si era rifiutato di commemorare in Parlamento Giolitti e Gabriele D'Annunzio.
Perennemente dubitoso di se stesso e morso dalla "diarchia" che era in lui, si affannava ad alimentare il mito della propria infallibilità come una inconsapevole difesa contro le proprie debolezze che... vagamente intuiva. Egli fu anche, in alcune circostanze, pauroso: come alla vigilia del famoso discorso del 3 gennaio (sul delitto Matteotti) al quale venne costretto dal minaccioso pronunciamento di Farinacci e di Consoli della Milizia. Disprezzò, odiò, invidiò Hitler divenendone in pari tempo succubo proprio attraverso l'odio, il timore, l'invidia, il disprezzo che egli nutrì sempre per lui. Di fatto Mussolini non ammirò se non un solo personaggio, Stalin, e di tutto fece per nascostamente imitarlo".
-
Dino Grandi
"La neve fa bene alla razza
23 dicembre 1940.

"Niente di nuovo, ma trovo il Duce piuttosto irritato per l'arretramento di sabato in contrasto con le previsioni di Cavallero. Invece di allentarsi, la pressione su Valona, per ora, aumenta. Il Duce non crede più a ciò che Cavallero preannunzia. «Sono diventato - afferma Mussolini - come gli osti di campagna che dipingono un gallo sul muro e sotto vi scrivono: quando questo gallo canterà, credenza si farà. Anch'io darò credito ai militari, quando con un fatto proveranno che la situazione è cambiata». Poi, parlando dei comportamento mediocre della truppa, ha aggiunto: «Devo pure riconoscere che gli italiani del 1914 erano migliori di questi di oggi. Non è un bel risultato per il Regime, ma è così».
24 dicembre 1940.
"Nevica. Il Duce guarda fuori di finestra ed è contento che nevichi: «Questa neve e questo freddo vanno benissimo'- dice - così muoiono le mezze cartucce e si migliora questa mediocre razza italiana. Una delle principali ragioni per cui ho voluto il rimboschimento dell'Appennino è stata per rendere più fredda e nevosa l'Italia"
. -
(dal Diario di Ciano)
"Non fu un capo"
"Dal punto di vista individuale della sua personalità, Mussolini non fu un «capo» per almeno tre ordini di motivi dai quali discendevano tutti i suoi limiti umani e politici. Il primo di questi motivi è che non aveva un'idea precisa, che gli fosse moralmente di sostegno e di guida nell'azione, degli obiettivi finali, alla realizzazione dei quali doveva tendere questa sua azione; mancandogli questa idea precisa, questa intima moralità, la «grandezza» e il «bene» dell'Italia finivano per ridursi all'esercizio del potere inevitabilmente inteso come potere personale, sicché il proprio potere personale finiva necessariamente per diventare per lui il successo della Nazione, senza per altro tener conto - se non in forme paternalistiche e contingenti - della impossibilità di far coincidere l'esistenza e l'avvenire di un intero popolo con quelli di un uomo solo. E a ciò si aggiungeva (secondo motivo) una sempre più netta sfiducia nella capacità degli uomini - singolarmente e come collettività - a sacrificarsi per la «grande causa» di uno Stato forte e rispettato nel mondo. Quanto - in fine - al terzo limite di Mussolini come «capo», esso è da ricercare nella sua incapacità di conoscere, di valutare gli uomini. E le conseguenze più gravi furono forse due. Un continuo, disordinato susseguirsi di avvicendamenti, spesso improvvisi e che coglievano di sorpresa gli interessati, a tutto danno del funzionamento della macchina dello Stato e del suo prestigio e che scoraggiavano anche i migliori. E un aggravare la tendenza accentratrice di Mussolini che, non avendo fiducia nei suoi collaboratori, riduceva i margini della loro autonomia, si sovrapponeva molto spesso ad essi. Troppe volte ingannato dal suo giudizio e ormai scettico e diffidente sulla natura umana, Mussolini fu portato sempre più a mal sopportare la coerenza e la fermezza di idee dei migliori suoi collaboratori". -
Renzo De Felice

"Tattico e trasformista, non comprendeva la storia"

"Coerenza e contraddizione sono in Mussolini due aspetti di una mentalità politica che non può liberarsi dai vecchi schemi di un moralismo troppo disprezzato per poter essere veramente sostituito.
Egli rimane perciò diviso e indeciso tra momenti di una coerenza troppo dogmatica per non riuscire goffa e sfoghi di esuberanza anarchicamente ingiustificati. La sua vittoria, tra il disorientamento degli altri, si spiega esaurientemente pensando alle sue qualità risolutive di tattico. Il trasformismo giolittiano è stato ripreso con più decisi espedienti teatrali e le doti del politico si riducono tutte ad astuzie di manovra e calcoli tattici.
Non comprende la storia se non per miti, gli sfugge la finezza critica dell'attività creativa che è dote centrale del grande politico. La sua professione di relativismo non riuscì neppure a sembrare un'agile mistificazione: troppo dominante vi avvertì ognuno la sconcertata ricerca ingenua di un riparo che eludesse l'infantile incertezza e coprisse le malefatte".
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Piero Gobetti

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"La personalità di Mussolini"....

... questa fu tracciata dalla penna di Margherita Sarfatti nel libro-biografia " Dux ", (il più venduto in Italia - con 16 edizioni dal 1926 al 1934) ci sembra piuttosto interessante (e sui tradimenti (già subiti e da subire) e le ambigue amicizie, la più profetica).

Lo stesso Mussolini scrisse una singolare "Prefazione" in questa biografia che gli dedicò la sua collaboratrice ma... anche amante. (Ma quando iniziò il "regno" della Petacci, la Sarfatti sarà una delle poche donne capace di ritirarsi in disparte senza far chiasso. Nè gli diventò nemica).



PREFAZIONE di Mussolini al libro della Sarfatti:


"Prima, una confessione. Io detesto coloro che mi prendono a soggetto dei loro scritti e dei loro discorsi. Bene o male che essi mi trattino, non importa. Li detesto egualmente. Il grado di questa avversione aumenta se mi si esibisce in pubblico e ad un più vasto pubblico com'è precisamente il caso attuale; raggiunge poi le vette del parossismo, quando mi adatto a scrivere una prefazione.
E' questa la più alta prova di sopportazione umana ch'io possa offrire per l'edificazione morale dei miei simili: presentare me stesso.

"Ho talvolta meditato sul grottesco e sublime destino dell'uomo pubblico! Ma non sono arrivato a conclusioni di sorta, appunto perchè trattasi di destino. L'uomo pubblico nasce pubblico. Si tratta di una stigmata che lo accompagna dalla nascita. È un connotato morale. Si nasce uomini pubblici come si nasce intelligenti o deficienti. Nessun tirocinio riesce a far diventare «pubblico» un uomo che abbia tendenza alla «domesticità». L'uomo pubblico è come il poeta: nasce con quella maledizione. Non se ne libererà più. La sua tragedia ha una gamma infinita: va dal martirio all'autografo. La mia confessione è un capriccio. lo sono perfettamente rassegnato alla mia sorte di uomo pubblico. Accade talora che io ne sia entusiasta. Non già per le soddisfazioni che la pubblicità reca con sè: la fase della vanità dura dai venti ai venticinque anni.
Non già per la fama o la gloria o anche il busto che l'uomo pubblico finirà per avere - sulla piazza del villaggio natio - no. Il pensiero e la constatazione reale di non appartenermi più, di essere di tutti -amato da tutti, odiato da tutti - elemento necessario alla vita altrui, mi dà una specie di ebrezza «nirvanica ». E poi, quando si è di tutti, non si è di nessuno. Già fu detto che una folla può dare l'acre e pur tuttavia riposante gioia della solitudine più che un deserto.

"In questo libro c'è la mia vita. Almeno quella parte che si può conoscere, poichè ogni uomo ha segreti ed angoli d'ombra inesplorabili. C'è la mia vita come successione di eventi, come sviluppo di idee. In fondo non è gran cosa la mia vita. Non c'è niente di straordinario che possa colpire le fantasie. Non guerre vittoriose; non avventure eccezionali; non creazioni di nuovi sistemi. E' una vita movimentata, sì, ma meno interessante di quella di Savage, ad esempio, il grande esploratore inglese.

"Questo libro mi piace perchè mi proporziona nel tempo, nello spazio e negli eventi, senza ipertrofie malgrado l'amicizia e la comunità del lavoro e delle idee. Può darsi che l'avvenire alteri queste proporzioni; le riduca o le aumenti.
Ma di ciò si occuperà il mie biografo di domani".
( MUSSOLINI )



LA PERSONALITA' DI MUSSOLINI

"Fra contraddizioni e complessità - antagonismi apparenti e sostanziali coerenze -
ma che cosa è, insomma - e chi è - quest'uomo?

"Qualche tempo fa, il quotidiano fascista di una grande città, ebbe la trovata di un referendum tra i lettori per raccogliere le migliori definizioni del Mussolini. «Voglia chiamare quel direttore - telegrafò il presidente del Consiglio al prefetto - e lo preghi di chiudere il referendum con questa autodefinizione: - Poichè l'onorevole Mussolini dichiara di non sapere esattamente ciò che egli è, assai difficilmente lo possono sapere gli altri. - Fatta questa dichiarazione, e pubblicatasi, sospenda il referendum, che potrà essere ripreso, caso mai, fra cinquant'anni. F.to: Mussolini».
É un errore di psicologia letteraria, chè gli interpreti sempre la sanno una spanna più lunga dell'autore. Ma è un documento; forse, sincero.
Ai grandi industriali che vogliono per sempre escludere un noto agitatore da spinose controversie di lavoro e salari, chiede: «Perchè volete pregiudicare quest'uomo nelle sue possibilità avvenire? Nel Mussolini del '14, potevate prevedere il Mussolini d'oggi?»

"A un altro giornale amico, che a proposito di un volo rischioso, o di un attacco degli avversari, lo prega «di considerarsi sacro» scrive di suo pugno «atterrito», che gli si lasci intera «la sua sana profanità».
Una cosa, per lo meno, risulta da queste risposte: egli è - e rimane - un giornalista.
«Andando al governo» si confessa a un ricevimento di colleghi, «io non mi sono dimenticato di essere un giornalista e spesso e volentieri prendo dei fogli e scrivo qualche cosa che può interessare gli italiani; ciò ha l'apparenza solenne delle note ufficiose od ufficiali che dir si voglia. Sono invece dei piccoli articoli, sono ancora atti che rivelano la nostalgia del mestiere».

"Difatti, in un comunicato ufficiale designa «il signor X Z di professione deputato», in una lettera, che è un documento ufficiale a stampa, scrive: «Siamo circondati da pedagoghi e da mentori; ognuno ha il suo bravo dilemma da proporci». Parla della Società delle Nazioni e la definisce «un couvent de laiques, fantasques, impuissants, et par cela méme dangereux». Ai quattromila minatori delle cave di Monte Amiata, a quegli operai di cui si proclama «l'amico severo», confida: «Il giorno in cui le opposizioni uscissero dalla vociferazione molesta per andare alle cose concrete, ne faremmo lo strame per gli accampamenti delle Camicie Nere».

"Gli propongono un grave signore, con assai autorevoli raccomandazioni, per il Senato, e scrolla le spalle: «Ma sì, ma sì; sa leggere e scrivere?» Al suo fido luogotenente fascista che gli invia un messaggio, invocando che il prossimo ministro delle comunicazioni sia soprattutto un fascista «della prima ora», risponde - per protocollo - che decide di promuovere a quel posto il suo autista Cirillo T., «che è al mio fianco dal '19, sa viaggiare ed è molto comunicativo».

"Di fronte a due alte dame forestiere che una sera a pranzo lo addottrinano a gara su ardui temi politici, taglia corto con l'insolenza del gran signore: «Lasciamo questi discorsi, che sono adatti per altri cervelli».
Scarti, estri, motti, da impronto fanciullo-terribile? No, appartengono in parte al sistema che io chiamo «della doccia scozzese» : un caldo, un freddo, improvvisi, e sempre inaspettati; scompigliano. La rapidità del colpo d'occhio nell'osservare, come la rapidità nel cogliere l'espressione breve e brillante, di immediata portata, sono istinti che il giornalismo coltiva e affina. E il giornalista irruente e caustico, talvolta iroso, il polemista senza agghindate prosopopee, prende la mano all'uomo di governo, non senza la inconfessata complicità di questi, nel suo segreto.

"Perchè il giornalismo ha distrutto - insieme con tante profumate riservatezze - anche la diplomazia di vecchia scuola, sospirata dietro il ventaglio, e le semplicità dell'uomo politico d'oggi rispondono a una tattica sapiente e brutale di diplomazia vera: sillabare con voce chiara ciò che gli altri , sussurravano
smozzicato. Si é sicuri che la parola giunga a chi di ragione, perentoria e non deformata. E per le cose che non si vuol proprio che vengan ridette, altro mezzo semplice é il non confidarle assolutamente ad alcuno.
«Il giornalismo - afferma questo giornalista che mai se ne staccò tutto - il giornalismo ha formato il mio spirito, il giornalismo mi ha condotto a conoscere la materia umana con cui si fa la politica.
Prima di veder salire a Palazzo Chigi nel salone della Vittoria le commissioni che mi bombardano giornalmente con i loro memoriali, sacri perchè rappresentano interessi e giusti interessi, sono passati nel mio sgabuzzino di via Paolo da Cannobio e nel mio quasi sgabuzzino di via Lovanio migliaia di italiani di tutte le professioni, di tutte le età, di tutti i colori; sono passati, e ho avuto quasi dinanzi a me la visione plastica di un'ItaIia che tramontava e di una Italia che sorgeva.
Il giornalismo mi ha dato una certa resistenza al lavoro, poiché il governare non é una cosa trascendente, come si opinava da taluno, é una fatica. Bisogna stare al tavolo dalle 10 alle 12 ore, il tempo ne
cessario per esaurire la fatica di un giorno.
Voi sapete che io rispetto il giornalismo e l'ho dimostrato. Desidero soltanto che il giornalismo si renda conto delle necessità storiche, di certe ineluttabilità storiche. Desidero che il giornalismo collabori colla Nazione.
Con molta simpatia e fraternità, vi dico di avere molto coraggio, perché non so se nel vostro zaino, ma nella vostra cartella di redazione vi può essere il bastone di maresciallo».


"Meditabondo e impulsivo; realista e idealista; frenetico e sagace; romantico nelle aspirazioni e classicamente concreto nei raggiungimenti pratici; l'equilibrio su un piano di superiorità risulta dall'insieme di questi squilibri. Una cosa si può dire con sicurezza, senza attenuazioni: ama il pericolo. Ha un'intolleranza fisica della viltà.
"Italia, Italia bella!"


... usa chiamare con una voce speciale di suggestiva dolcezza la superba leonessa fulva che gli han donato, e che alla voce del padrone gli balza addosso come impazzita. Quando era piccola, e la teneva in casa, in una cameretta, presso il suo studio, sui tetti di Roma, persino la cameriera, donnina quieta della campagna, malgrado le iniziali proteste, aveva assorbito il contagio dell'ambiente, e giocava con la belvetta.
«Badi, che adesso é grande, e gli altri quattro leoni adulti, nella gabbia, non la conoscon», ammonisce il direttore del Giardino zoologico di Roma, dove si trova adesso ricoverata, trepido per la propria responsabilità. Ma egli non ammette timore, innamorato di quella felina bellezza che é potenza e forza agile per ogni linea, gioca con essa, felice come un ragazzo.
Uomo energico, certo. E uomo italiano.

«Un uomo come voi», egli si sente, nel salutare fraternamente gli operai delle miniere, «con le vostre qualità, con i vostri difetti, con tutto ciò che costituisce l'elemento essenziale di quella speciale natura umana che é la natura « italiana ».

"Cesarista, militarista, dittatorio, imperialista?
Disse in un celebre discorso al Senato:
«Mi si imputa di andare a cavallo? sono- giovane! La giovinezza, divino male di cui si guarisce un po' tutti i giorni!».
E mentre la prima parte del discorso, le dichiarazioni sulla politica estera, erano lette e scandite con lenta meticolosità, giunto a questa veemente rivendicazione della giovinezza, che in lui non é un accidente di cronologia, ma un trionfale sistema di vita e un principio di saggezza politica - dinanzi a quei venerandi vecchi, i più illustri d'Italia - a questo punto si scatenò nell'improvvisazione con gioia selvaggia. Teneva, a chi bene osservasse, l'attitudine di uno schermidore sulla pedana, non di sfida, di raccoglimento, pronto a scattare con quel fremito ritmico inconsapevole del piede destro, di cui trovai poi che parla Napoleone al Las Cases, quale inconscio sintomo di un suo eccitamento interiore.

"Chi vede e ascolta il Duce del Fascismo in privato, rimane colpito da questa sua giovinezza schietta, quasi affettuosa; e quando il visitatore o la visitatrice escono dall'udienza, li udrete dire: «Ma non é affatto quale lo dipingono! Non assomiglia ai ritratti, é assai più giovanile».
In una cerimonia pubblica, la voce si sparge ratti, sensazionale: Ha sorriso! Ed é uno scoppio d'indignazione contro i fotografi: «Così ispido, e scontroso, lo fanno sempre! lo gli ho parlato. È affabilissimo ».
E ciascuno o ciascuna crede che l'eccezione sia merito e gloria propria. Una popolana d'Abruzzo, della regione montuosa fra l'alta Maiella e il mare, si spinse un giorno tra la calca e lo fermò, audace e timida: «Ma perché i ritratti vi imbruttiscono tutti? Sempre con quel cipiglio!». Difatti gli americani, con la bella fantasia dei popoli giovani, gli hanno foggiato un epiteto omerico, « l'accigliato Figlio del Fabbro».

"Eppure la leggenda, che gli crea il ritratto, é vera più della verità.
Conosce gli uomini e sa il pericolo, e la ripugnanza, di avvicinarli troppo. La sua formula per un ritrovo ideale é «molto fine, molto distinto e niente gente», la brigata ideale é di quattro al massimo - di più, sconfina già verso la folla: «Non mi infliggete il refettorio» dice, se la mensa é numerosa. Al
Popolo d'Italia, se nelle grandi occasioni ammetteva una bicchierata, il suo sorso di vino andava a prenderselo dal bicchiere sul tavolo, dopo gli altri, da solo, buttandolo giù in fretta.

"Individualista anticonviviale e antisocievole per natura, sviluppa ancora questo istinto, lo educa e alleva, come un'arma per la sua difesa: d'onde, il cipiglio. Vi concorrono istinto, partito preso e volontà di attitudine: la posa é la confessione che un uomo fa, dei modo in cui vorrebbe apparire agli altri uomini.

"Nessuno lo trovò superbo o repellente, ma nessuno può vantarsi di essere con lui in confidenza. Un esempio chiarisce la sfumatura. Più volte vidi gente buttarglisi addosso, a baciarlo e abbracciarlo con trasporto. Per esempio, nell'ottobre del 1924, gli capitò di insignire di persona alcuni vecchi operai di un opificio lombardo con l'ordine della Stella dei Lavoro, e l'abbraccio di protocollo col bacio sulle due guance, tra lui e il primo vecchietto intimidito, si svolse formale, come una finzione di palcoscenico. Ma via via al secondo, al terzo, uno slancio di crescente espansione s'impadronì di quella brava gente entusiasta, trasformando il rito in affettuosità sonante. Un fratello, pareva avessero ritrovato in quel giovane: un loro maggiore, il padre. "Dess me lavi pu la faccia per un mes" (adesso non mi laverò più la faccia per un mese), fece uno, con soddisfazione convinta.

"Ma se lo vidi ripetutamente essere baciato, e anche abbracciare lui qualche uomo; baciare la mano a qualche signora, accarezzare affettuosamente la testolina di un bimbo; in questo paese di facili cameratismi, che é il nostro, egli é l'uomo verso il quale mai alcuno si é avventurato al colpetto birbone sul petto; neppure si é arrischiato a porgli una mano sopra la spalla. Non quando era socialista - non quando era giornalista - non quando era deputato - e molto sarei curiosa di imaginare, quale specie di cataclisma ne sarebbe seguito. Persino chi lo chiama «Benito» - il fratello, i vecchi camerati - lo fa con una sfumatura involontaria, nella voce, di rispetto, quasi di riverenza.
Alieno da tutto e tutti quanti gli stavano intorno, si é sempre sentito, nella vita. Sul capo di chi é fatto per salire e comandare, si può pensare che si aggravi, consacrazione ed espiazione, una condanna biblica: «Tu, Uomo, sarai escluso dalla comunione con gli altri uomini».
Esistono, per questa specie di creature, dei superiori da ubbidire, da uguagliare e da superare; e un numero sempre crescente di subalterni da tutelare nell'onore e nella stretta necessità dei rischi ai quali é necessario esporli. Esistono commilitoni e camerati, dei seguaci e dei « fedeli » : la antica lode, come già dissi, che rifiorisce sulle labbra di questo Capo con speciale accento di virile fermezza: quasi un titolo.

"Sa essere fedele anch'egli. Non muta e non dimentica, e attraverso gli anni gli eventi, anche di piccole cose serba la gratitudine come un profumo. La figliola dell'oste che fu suo padrone a Losanna bambina di nove anni quando partì prigioniero, giovinetta quando tornò ministro, si ebbe da lui care accoglienze e fresche cortesie. Del bel termine "camerata" sente la portata e il valore; e anche - talora con troppo suo sacrificio - la solidarietà di compagno d'armi che implica.

"Ma «amico» nel senso banale che si dà al termine, no: non é amico di alcuno. E neppure nel significato intimo della fraternità spirituale. «Se il Padre Eterno mi dice: - ti sono amico - comincio subito con il prenderlo a pugni» esclama stizzoso nei momenti cattivi quando vede profilarsi nell'aria grevi l'ombra di un altro ancora tradimento o inganno. «Se torna al mondo il mio padre, non mi fido neppure di Lui!».

"Bisogna reagire contro l'ottimismo scorrevole e pigro, pericolosa seduzione italiana, che si esprime in tipici intercalari; il « nutro fiducia » dell'onorevole Facta, lo « stellone d'Italia » che deve automaticamente rimediare alle negligenze dei responsabili; e il monito abulico del lazzarone, al quale sta morendo la moglie e bruciando la casa: «Mastro Raffaele, non te n'incaricà". Bisogna reagire anche interiormente, restringendo a un numero di persone sempre più esiguo, e sempre più in fondo al cuore, ogni impulso di confidenza sentimentale.

«Nessuna amicizia intima, un minimo di sentimenti personali» : la legge dei seminari buddisti - e cristiani, di PortRoyal e di tutti i sacerdozi ascetici, egli la estende alle vicende della sua persona fisica. All'infuori del movimento di cose e di idee del quale é fulcro, si sbriga di tutto il resto, e specialmente di ogni forma di sofferenza individuale, con due parole di indifferenza asciutta:
« Male, sto molto male - questo non conta - non ha nessuna importanza ». E passa ad altro, domando la fatica con il lavoro, la febbre con lo strapazzo.
Ma vi é un dono, che negli asceti trascende la indifferenza per l'individuo, facendo loro riabbracciare nel Creatore la creatura da cui si sono staccati. È la simpatia - comune e mediocre dono nella mediocrità degli uomini - dono ineffabile negli artisti e nei mistici. Noné l'accostamento superficiale e amabile della vita corrente; é facoltà di trasfondersi, io in te! il tat twam asi - questo è te stesso - dell'antica Asia, quando per un attimo cadono le barriere personali tra me e te. E il poeta si sdoppia nel delitto di Macbeth e nella purità di Cordelia, e Santo Francesco assomma in sé l'essenziale fraternità del Creato.

"L'uomo dell'azione e del comando - il condottiero - nasce corazzato per il duro compito entro il suo io centrale, e la volontà e la necessità di riuscire ve lo rinchiudono sempre più duramente. Sempre più viene a mancargli la comunione con gli uomini, quello, che il Poeta definisce « il latte dell'umana dolcezza ». Guai se nell'indurimento perde i contatti morali. La simpatia é trasfondere sé negli altri; ma anche intendere gli altri in sé.

«Il curriculum vitae delle persone che mi stanno intorno non mi interessa e non lo conosco; vedo anche loro sotto la specie dell'eternità» afferma il Duce.

«Molto ingegno - soggiungeva motteggiando, quando stava al Popolo - tutti i miei redattori hanno forte ingegno, sì, ve n'é degli scemi, ma la patente di ingegno preferisco dargliela sopra il conto, a tutti in blocco - é più semplice - come l'aumento del caro-vivere».
È uno dei lati enigmatici che rendono perplessi sul suo conto ammiratori e avversari: quest'uomo, conosce e sa scegliere gli uomini?
Se non possedesse questa facoltà, semplicemente non sarebbe Duce, Capo di Governo e Condottiero. Li conosce, così all'ingrosso, e sa giudicarli per il lato immediato, di attività pratica, che a lui preme. Non ha tempo morale perché non ha voglia - cioé non ha interesse umano - per conoscerli nel loro complesso di uomini. Suppone a priori che essendo uomini saranno mediocri e vili; e sa che saranno diversi, perché non crede alla unità e continuità degli sviluppi psicologici.

"È difficile conoscere gli uomini. Non agiscono quasi mai per la forza naturale del carattere, ma sotto l'impero di una segreta e momentanea passione, annidata nelle più nascoste pieghe del cuore. Non si può giudicarli che sulle azioni del momento, e solo per quell'istante», ammonisce Napoleone.
Il
curriculum vitae non entra nel conto del lavoro che hanno da assolvere: e i grandi meccanici badano solo al funzionamento della grande macchina. Se distingue, fra mille oscuri pezzi, un pezzo che caletti bene nell'ingranaggio, il Duce se ne vale subito. Sennonché l'uomo é una rotella bislacca, con molte indentate imponderabili - come dovrebbe sapere l'alunno di Vilfredo Pareto e della vecchia Giovanna - e non si contenta di trasmettere l'energia cosmica da una puleggia a un motore. Il trascurato curriculum vitae si vendica, con risultati spesso sconcertanti: la rotella megalomane si crede nata a far da motore, e gira a folle, fuori del movimento a cui il provetto meccanico la sapeva adatta; o si lascia falsare da altri magneti; e lo strumento vile gli si rivolta tra mano, e deve buttarlo, senza rancore, con un gesto lieve di rabbia, per sostituirlo; spesso, in peggio.

"Nell'economia della sua attività, considera l'errore inevitabile, perché la vita é povera, non si può aspettare gli inesistenti uomini di primo ordine, bisogna prendere quello che c'é, rassegnati a trovarlo inferiore al bisogno. Gli avviene di trascorrere così nel rischio opposto, e di fallare il bersaglio oltrepassandolo. Una diffidenza generica e universale - satanica tentazione dell'orgoglio - conduce infine agli uguali errori della troppo rosea fiducia universale, smorzando le sfumature da uomo a uomo, e livellando gli abissi morali che li separano.
Dire che il Duce é alieno dalla sospettosa malignità, sarebbe affermare una verità assurda, tanto é meschina e sottintesa. La tendenza a dar corpo alle ombre, cadendo nelle despotiche iniquità, é propria dei paurosi, e d'altronde, la stessa sprezzante sfiducia lo porta a vagliare anche la persona e le parole dei malignatori, senza tener conto definitivo delle insinuazioni non documentate. Ma non è uomo da respingerne alcuna a priori, per impulso di incondizionata fede, neppure verso i suoi più prossimi.
Si stringe nelle spalle. «Peuh, dopo tutto, é impossibile. Perché no? Ne ho viste tante... ».
E le labbra si piegano alla smorfia nauseata: la smorfia puerile in fondo, tanto é vivace e spontanea, di quando racconta il tradimento, compiuto su lui ignaro dal suo compagno di giochi. Forse ancora assapora quel primo sangue.

"Tranne i casi di tradimento o le defezioni all'italianità, mai lo intesi inveire contro alcuno per colpa alcuna. Evita rigorosamente la ingiustizia, e la reprime con severità, per ribrezzo personale e come norma di savio governo, ma non lo vidi mai sdegnarsi per l'abuso o il sopruso patito da un singolo, ne fosse egli stesso la vittima. In fondo al cuore sa che l'ingiustizia individuale é il canone attraverso il quale la natura realizza i giusti compensi verso la specie. L'ideale sociale deve attenuarla, non puo sterilmente infuriare a sopprimerla.
Questo insieme di tollerante indifferenza ha per radice un disprezzo inesorabile. Ha pesati gli uomini, e li trovo mancanti. È un tragedia interiore in cui risiede la patetica nobiltà del suo destino di uomo, nato per il comando.

"Persino tra le attività della sua cultura - vasta, esatta e profonda benché la dissimuli sotto la civetteria di «sono ignorante, sono molto ignorante» da quell'unico autodidatta non pedante che io abbia mai incontrato - e persino tra le forme dell'arte, predilige quelle a fondo politico: la storia, che é politica condensata; l'architettura, che é politica pratica per i suoi scopi sociali; il teatro e la musica drammatica, che nel momento della loro durata dànno intero in dominio l'animo delle moltitudini.
Agli artisti - non agli uomini d'azione - é dato sapere quanto Femio aedo, cieco solingo al remoto angolo della mensa ospitale, sia superiore al divo Ulisse nel suo seggio d'onore. La spada del re eroe é un mito incerto, la verità di Femio-Omero scalfisce i millenni, nel modo che solo dura. Questo lato dell'arte, la penetrazione in un mondo superiore a quello della contingenza dove la politica domina; questo lato sovrano, la rivelazione dell'inconsolabile e la presa di possesso dell'eterno: il contatto, religioso e diretto, dell'uomo con Dio; questo lato, l'uomo d'azione lo ignora con ironia benevola. Forse, é il suo dovere.

"E l'unica comunione profonda di questa entità chiusa con altre entità; il solo modo che le rimanga, di intendere addentro la parola asiatica della identità, é ancora attraverso gli esseri cari, che non considera suoi uguali, ma sue creature, intimamente sue: la donna, i bimbi. Benché abbia dato alle donne, con molta generosità, il diritto di suffragio amministrativo, al condottiero romagnolo la donna appare tuttavia sempre, da egoista maschile, in funzione di persona bella e destinata a piacere. «È il primo diritto di queste creature adorabili, per le quali solo vale la pena di stare al mondo. E se la donna non piace, é malinconica, e diventa nervosa a ragione», proclamo, eccitando ira e dispetto, nella conversazione con Lady M., la femminista inglese. «Con queste idee, non fareste fortuna in Inghilterra». "Io in Inghilterra non ci vengo, e del resto, non credo che neppure in Inghilterra le donne siano tutte quacchere politicanti. Guai se al mondo, noi uomini non avessimo il riposo delle anime femminili».
E nei bimbi, egli onora la potenza fragile e commovente del formidabile domani.
Al tempo della guerra, ricordo, il caporale Mussolini, a cui qualcuno faceva presente di non esporsi troppo «anche per i suoi bambini» rispondeva con brusca sincerità: «Che importa? Giusto perché ho i miei bimbi, posso morire. È questo il pensiero che mi dà la maggiore tranquillità: sono continuato".

"Non è il pavido amore che serve di alibi alla conservazione personale; chi é molto pieno di vita e di forza non teme la morte. Sente, dentro di sé, che non può veramente venire annullato. .
Pensando alla morte, gli intesi esprimere, come già dissi, il rimpianto del sole, la terra, il cielo. Mai delle cose; mai di persone.
"Quando io battaglio fido nelle mie forze, solo nelle mie forze. Sono un individualista che non cerca compagni. Ne trova, ma non ne cerca. Disprezzo la paura dell'isolamento, questa tendenza a star bene nel branco».

"Per amare il prossimo, per compatirlo, bisogna considerarlo con indulgenza, e in qualche modo divertirsene, come di una perenne canzonatura pratica del Padre Eterno; o illudersi sul suo conto, o accettarlo imperfetto, così quale é.

"Ma come potrebbe egli amare gli uomini? Li vede quali sono, con spietata chiaroveggenza. E perché li governa pretende di migliorarli, e si é fatta dell'Italia, in astratto, una idea così grande e sublime, che noi poveri italiani vivi non possiamo non offenderla. I Profeti di Israello non potevano non vituperare i loro contemporanei del popolo eletto.

"Tre sono i caratteri della sua persona morale:
l'ambizione lo sostiene e lo divora;
la grandezza gli é metro ed essenza;
il disprezzo, ombra e remora.

"Nulla che sia meschino alligna in lui. E perché nella vita non mercanteggia, e il prezzo che per ogni cosa bisogna pagare, lo conquista e paga ad ogni costo, ottiene le cose grandi, le cose importanti, alle quali sole rivolge la sua ambizione di fama - l'illusione estrema delle immortali anime - il desiderio di scolpirci in gloria, che nobilita il bruto delle caverne. Sorride talora con ironia. «Se tutto sarà andato bene, fra trent'anni avrò forse un busto, per i convegni di balie e serve in qualche giardino. - "Dietro il busto di Mussolini alle otto", diranno gli innamorati. Una bella soddisfazione!».

"Pausa e silenzio:
«Che cosa ho fatto, dopo tutto, sinora? Nulla. Sono un piccolo giornalista e un ministro, per ora, come tanti altri - dice l'incontentabile-. Bisogna dare un ordine a questo popolo. Allora avrò assolto un compito. Mi sentirò qualcuno».

"Altra pausa. Altro silenzio. E una lieve contrazione del volto:
«Eppure, sì!» dice quest'uomo d'azione tipico, divenendo grave. « Sì » , dice il Capo, e gli occhi sfavillano d'un fuoco interiore appena frenato dalla volontà.
«Sì. Sono posseduto da questa smania. Arde, mi rode e consuma dentro, quale un male fisico: incidere, con la mia volontà, un segno nel tempo, come il leone con il suo artiglio: così».
E le mani
si affilano
nel gesto
diritto
e rapido".
( Margherita Sarfatti, Dux. Anno 1926 )

 

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18 INTERVENTI SUL "POPOLO" PRIMA DELLA MARCIA SU ROMA

MUSSOLINI (l'anno 1922) - INTERVENTI SUL GIORNALE (fino alla Marcia su Roma)
MUSSOLINI - PRIMO DISCORSO COME CAPO DEL GOVERNO
MUSSOLINI. DISCORSO DETTO DELL "ASCENSIONE" - NASCE L'OVRA
1928 - MUSSOLINI - I MIEI 2000 FERVIDI ASSERTORI (quanta bella gente!)
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SUL RAZZISMO IN ITALIA - OPINIONE E DOCUMENTI
FASCISMO - MUSSOLINI: COS'E' IL FASCISMO (scrive Mussolini) (integrale)
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FASCISMO: IL DOTTOR PAVOLINI, "MISTER" "BRIGATA NERA"

IL 25 LUGLIO e L'8 SETTEMBRE ----- "bombardate Roma uccidete mussolini !!!"

8 SETTEMBRE '43 - IL RE E BADOGLIO , CHE GRAN PASTICCIO !!
LA RESA DI ROMA E LA VERGOGNOSA FUGA DI RE E GOVERNANTI
NASCE LA REPUBBLICA SOCIALE ITALIANA (SALO')
L' 8 SETTEMBRE - CHE BEFFA PER GLI ITALIANI !!!
MUSSOLINI RITORNA SOCIALISTA - IL DECRETO DI SOCIALIZZAZIONE
1945 - L'EPILOGO - LE FOLLIE E LE VERGOGNE UMANE
1945 - MUSSOLINI FUCILATO, MA DA CHI?
1945 - MUSSOLINI - CHI VOLLE LA SUA MORTE ?

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